ONORIFICENZA VATICANA AL GENERALE FRANCO FASELLA

    Apprendiamo con vero piacere che il generale di brigata dei Carabinieri (Aus.) Franco Fasella, residente a Tortona (Al), già Grand'Ufficiale dell'Ordine Equestre Vaticano del Santo Sepolcro di Gerusalemme ed attuale Preside per il Piemonte e la Valle d'Aosta del medesimo ordine, ha ricevuto la pergamena di nomina a Grand'Ufficiale dell'Ordine Vaticano di San Gregorio Magno Papa, che Sua Santità il Pontefice riserva ai laici che si sono particolarmente distinti per benemerenze acquisite nei riguardi della Chiesa Cattolica.
    Si tratta in effetti di una delle massime onorificenze che lo Stato Pontificio concede ad un funzionario laico non ambasciatore e non capo di stato.
    Ci congratuliamo vivamente con il Generale Franco Fasella.

DATA: 21.01.2010
   
VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A ENRICO D'ASSIA
IL NUOVO LIBRO DI MARIU' SAFIER

Mariù Safier - VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A ENRICO D'ASSIA    “Attraverso queste pagine desidero raccontare il grande amore che provo per Villa Polissena, il luogo in cui ho passato gran parte della mia vita”. Enrico d'Assia, secondogenito di Mafalda di Savoia e di Filippo d'Assia, ha vissuto per molti anni nella villa che era stata dei suoi genitori e della sua famiglia.
Prima della scomparsa, avvenuta nel 1999, Enrico aveva lasciato all'amica scrittrice Mariù Safier i suoi ricordi legati a Villa Polissena. E la Safier, con una tecnica efficace e coinvolgente, in questo volume fa parlare Enrico d'Assia in prima persona. Gli ambienti della villa rivivono così riportando il lettore indietro nel tempo, alle persone che l'hanno frequentata. Come la Regina Elena, Sovrana dalle insospettabili doti pittoriche; Costantino di Grecia, che vi fu ospite durante l'esilio dopo il golpe dei colonnelli; Carlo d'Inghilterra, che la visitò in luna di miele insieme a Diana. E ancora l'attrice Audrey Hepburn, cara amica di Enrico e sua ospite a Villa
Mafalda di Savoia-Assia Polissena.
La seconda parte del libro propone una carrellata di immagini della villa, del giardino e dei personaggi che l'hanno abitata o vi sono stati ospiti dal 1926, anno di costruzione, ad oggi.

Mariù Safier
VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A ENRICO D'ASSIA
Editoriale Giorgio Mondadori

Collana:  Grandi Libri Illustrati
Pagine: 96
Euro 25,00
ISBN:  9788860522627
DATA: 21.01.2010
   
OPINIONI: DIO ESISTE?

    Davanti alla tragedia di Haiti, ognuno di noi, di qualsiasi credo religioso  si è posto questa domanda.
    Nelle nostre belle case ci sono arrivati come uno “schiaffo” sul volto, le immagini dei bambini haitiani, costretti da questa natura così poco divina ad affrontare un  tragico destino. Certo gli aiuti sono giunti, e continuano ad arrivare da tutto il  mondo (anche l’Italia è coinvolta con mezzi ed uomini), la raccolta fondi è incessante da una settimana, eppure, siamo allo stallo: macerie nelle strade, cadaveri ancora da estrarre, feriti, orfani, la popolazione è senza acqua potabile, luce, e soprattutto  senza cibo e medicinali. Certo la vastità del terremoto è stata immane, colpendo un paese già sconvolto in passato da uragani, tifoni e quant’altro.
    A questo punto ci chiediamo “Dio perché hai permesso tutto questo?”, perché nella tua infinita bontà “fai morire degli innocenti, rendi orfani tanti fanciulli, dai così tante tribolazioni ai tuoi figli?”.
Davanti a tali eventi c’è ben poco da fare in luoghi come Haiti, dopo gli USA il più antico Stato indipendente delle Americhe, con una storia politica molto travagliata: dapprima sotto dominio spagnolo, poi francese, infine nel 1804 l’indipendenza con un susseguirsi di governi incapaci e “rapaci” delle poche risorse interne. Francia, Stati Uniti e Germania tra il XIX ed il XX secolo hanno avuti grandi interessi economici sull’isola, governata da spietate dittature come quella della famiglia Duvalier.
    Più che domandarci se “Dio esiste”, dovremo riflettere se l’uomo è mai esistito ad Haiti, ma anche in tanti altre nazioni con eguali problematiche politiche e sociali, sorte al’indomani di una decolonizzazione frettolosa e pasticciona.
    E’ una vergogna morale che la comunità internazionale si sia accorta delle condizioni di questo Paese solo oggi, è vergognoso che l’ONU, nella sua inconsistente nullità, non abbia preso provvedimenti seri a suo tempo, inviando funzionari e soldati in palazzi, i quali come la sua autorità, sono miseramente crollati!
    Quello che colpisce in questa immane “piaga” umana, sono gli occhi dei bambini di Haiti, occhi grandi, nerissimi che ci entrano non solo nel cuore ma nel nostro animo di uomini “occidentali”, di uomini che a poche decine di chilometri, nelle Antille per esempio, si crogiolano al sole tropicale in alberghi a 5 stelle...
    Le nostre coscienze si sono immediatamente destate dal torpore di questo inverno gelido, sollecitando adozioni, affiliazioni, ecc., tutte belle azioni ci mancherebbe!, tuttavia lo sguardo così composto ed allo stesso tempo interrogativo dei bambini di Haiti, ci induce ad una riflessione amara: “Se ci fosse stato l’Uomo ad Haiti, questa tragedia sarebbe stata minore?”. Il mio augurio che tutti noi monarchici contribuiamo, per quanto possibile, affinchè i bambini di Haiti possano un giorno nascere in un Paese ove non solo “Dio esiste”, ma nel quale sia presente l’Uomo!
Giuseppe Polito
Biblioteca storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 20.01.2010
   
L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE

L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE    L’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha celebrato il suo 132° anniversario di fondazione. All’indomani delle solenni e partecipatissime esequie di Vittorio Emanuele II, scomparso il 9 gennaio 1878, i reduci della prima guerra di indipendenza – che avevano scortato il feretro del Padre della Patria il giorno dei funerali – si impegnarono a prestare “in turno il servizio d’onore della guardia alla Tomba del Re Vittorio Emanuele II al Pantheon”. Il benemerito sodalizio, posto sotto la presidenza di Re Umberto I, si sviluppò e consolidò nei successivi decenni divenendo una delle istituzioni patriottiche della nuova Italia. Eretto con Regio Decreto 1047 del 1911 Ente Morale, assunse l’attuale denominazione e i compiti definiti nello Statuto ancora in vigore nel 1932. L’Istituto può vantare fra i suoi Soci ben 37 medaglie d’oro al valor militare e fra di esse il Gen. Alberto Li Gobbi (classe 1914) e il Gen. Umberto Rocca (classe 1940). Superato indenne il referendum del 1946, il sodalizio svolge l’importantissima funzione di curare le Tombe dei Sovrani d’Italia nel Pantheon e quelle dei Sovrani ancora sepolti all’estero in vigile attesa di assicurare anche a Loro il riposo eterno in Roma, ma anche quella di tenere viva la tradizione del Risorgimento.
    Le cerimonie ufficiali della fondazione sono state precedute dal Consiglio Generale, che per acclamazione ha rieletto Presidente dell’Istituto il Cap.Vasc. Dott. Ugo d’Atri, che nel 2003 subentrò all’mm. Div. Nav. Antonio Cocco, cui tanto deve l’Istituto e la Causa Monarchica.L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE
Il Presidente d’Atri, unitamente ai Consultori, ha deposto all’Altare della Patria una corona d’alloro al Milite Ignoto, mentre un picchetto in armi rendeva gli onori previsti. E’ seguita nel Pantheon una solenne Santa Messa, presieduta dal Rettore della Basilica Mons. Micheletti coadiuvato da Mons. Millimaci, cappellano capo dell’Istituto e da altri sacerdoti Guardie d’Onore. Il rito, officiato in suffragio dei Sovrani d’Italia e di tutti gli Italiani caduti in guerra, ha visto la partecipazione dei congiunti delle Guardie d’Onore Filippo Raciti e Carlo de Trizio (caduto a Nassiria), delle cariche sociali dell’Istituto e di oltre mille persone fra Soci e simpatizzanti: il tempio, ove prestava servizio una rappresentanza in uniforme storica del Primo Reggimento GRANATIERI DI SARDEGNA ( il più antico reparto del nostro Esercito, fondato nel 1659, e nel quale prestò servizio Umberto II), si è riempito delle bandiere del Regno d’Italia delle varie delegazioni provinciali che hanno fatto da suggestiva ala al labaro della Presidenza Nazionale dell'ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALOR MILITARE, per la prima volta intervenuta alle celebrazioni delle L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONEGuardie d'Onore, e al vessillo dell'Associazione AMICI DEL MONTENEGRO. Fra le numerose personalità intervenute si ricordano Gian Andrea Lombardo di Cumia, Consigliere Nazionale dell'Ass. Naz. Arma di Cavalleria, Stefano Di Martino, in rappresentanza del Comune di Milano, Carmine Passalacqua in rappresentanza del Comune di Alessandria, assieme a numerosi delegati di Sindaci e Presidenti di Provincia. Per l'Unione Monarchica Italiana era presente, in prima fila, il Segretario nazionale Sergio Boschiero, accompagnato dal responsabile U.M.I. di Roma Paolo Rossi. Particolarmente significativi i messaggi di adesione del Ministro della Difesa, On. Avv. Ignazio La Russa, e del Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, che ha auspicato la translazione delle salme dei Sovrani d'Italia ancora sepolti all'estero e la cui lettura è stata suggellata da un prolungato applauso dei presenti. Al termine della funzione il Presidente d’Atri ha deposto corone d’alloro ai sacelli del Padre della Patria e di Re Umberto I e della Regina Margherita, benedetti da Sua Beatitudine il Patriarca Michail del Montenegro.
Francesco Atanasio
DATA: 19.01.2010
   
TROPPI I COSTI DELLA POLITICA
Il parere del presidente U.M.I. dell'Umbria

da “Il Corriere dell'Umbria” del 17 gennaio 2010

    Amelia- L'Unione Monarchica Italiana, per bocca del presidente regionale Maurizio Ceccotti, interviene polemicamente su un tema molto dibattuto, specie in questi ultimi tempi, quello del costo della politica in Italia. “In concomitanza con le recenti festività natalizie - afferma Ceccotti -  i vertici istituzionali hanno rivolto agli italiani appelli accorati, tante parole, buoni propositi, pensieri fraterni rivolti ai meno fortunati, disoccupati, cassaintegrati, pensionati. Però hanno omesso di rendere pubblici i rimborsi elettorali ai partiti politici, resi noti ultimamente. Il criterio è che per ogni euro di spesa ne vengono riconosciuti cinque. Possiamo ben immaginare, quindi, i milioni di euro che verranno erogati ai partiti in base a questo criterio. E che dire poi - prosegue Ceccotti - degli emolumenti che percepiscono parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, assessori, consulenti? Una continua emorragia di fondi che pesano sulle tasche dei contribuenti a dispetto proprio delle categorie più deboli protagoniste di tante belle parole. A questo dobbiamo sommare il fatto che anche la Presidenza della  Repubblica pesa, in maniera consistente, sulle tasche degli italiani e che notizie dettagliate in merito a tutte queste spese si possono trovare solo in una apposita voce di costo di bilancio dello Stato. Ben diversamente da quanto avviene in Inghilterra o negli Stati Uniti dove il bilancio della Casa Reale inglese e della Presidenza statunitense sono resi pubblici attraverso internet e stampa. In quest'ottica – continua Ceccotti – dobbiamo leggere il messaggio augurale rivolto agli italiani dal Principe Amedeo di Savoia, con contenuti sobri e motivati solo dall'amore verso la Nazione ed i concittadini. Lo stesso Principe che è, da sempre, l'alfiere di una monarchia sul modello spagnolo, auspicata da molti italiani, per uno Stato meno burocratico, meno costoso, più funzionale e rappresentativo”.
Elisabetta Pevarello
DATA: 19.01.2010
     
IL SANTO NATALE DEL PICCOLO PRINCIPE

    Il Principino Umberto di Savoia-Aosta (nelle foto) ha festeggiato il primo Santo Natale della Sua vita con i Genitori Aimone e Olga. A Mosca ha visto la Sua prima neve.

S.A.R. il Principe Umberto di Savoia S.A.R. il Principe Umberto di Savoia

DATA: 19.01.2010
   
FOLLA AL PANTHEON: I 132 ANNI DELLE GUARDIE D'ONORE

Guardie d'Onore    Oltre 1.000 persone hanno presenziato, domenica 17 gennaio 2010, nel Pantheon di Roma alla solenne funzione religiosa promossa per ricordare il 132° anniversario della fondazione dell'Istituto per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Pubblichiamo alcune foto che anticipano il commento e la cronaca  a firma di Francesco Atanasio. Rileviamo la presenza del rappresentante del Sindaco di Roma Alemanno, che ha letto un messaggio, e i rappresentanti dei sindaci di Alessandria (il Consigliere Carmine Passalacqua), di Asti (Giorgio Calvagno), della Provincia di Asti Davide Cavallero), di Sergio Boschiero per l'U.M.I. Molte le bandiere con lo stemma sabaudo. Significativa la presenza del labaro nazionale dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro e di un picchetto dei Granatieri di Sardegna. Bene organizzate le Guardie d'Onore accorse da ogni parte d'Italia, coordinate dal loro Presidente Nazionale dott. Ugo D'Atri. Fra tutte le delegazione delle Guardie, la più numerosa è stata quella di Asti, guidata dal Delegato Provinciale Cav. Giovanni Triberti. Significativa la presenza delle Principesse India e Luciana Pallavicini Hassan d'Afghanistan, dell'Ambasciatore del Montenegro e ad un alta personalità della Chiesa Ortodossa montenegrina.

Guardie d'onore
Guardie d'Onore schierato al Pantheon il 17 gennaio 2010.
DATA: 17.01.2010
   
LUTTI
    Il giorno 13 gennaio u.s. Si è spento serenamente il Nobile Prof. Mario Lucifero dei Marchesi di Aprigliano, Prof. Emerito nella Università di Firenze. Alla moglie Ludovica Susanna di St. Eligio e alla famiglia le più sentite condoglianze dell'U.M.I.
***
      L'Unione Monarchica Italiana  volge con riguardo il pensiero alla figura del giornalista e storico Gigi Speroni, spentosi sabato 15 gennaio all'ospedale di Luino (Va), dopo breve ed improvvisa malattia. Fra le sue opere numerose biografie di membri di Casa Savoia.
      Alla moglie Mirella e alla famiglia le più sentite condoglianze.

SE IL COLLE SI ABBASSA...

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17.I.2010

la Corona Ferrea    Tra due mesi e mezzo i nodi  verranno al pettine. Rinnovati i consigli di quattordici regioni su venti, i nodi da sciogliere torneranno le grandi riforme attese da decenni. I cittadini non sono grulli  e la loro pazienza non è illimitata. Perciò vogliono sapere da ora se l’opposizione concorrerà o (come dice Bersani) si metterà di traverso, alla faccia del riformismo di sinistra!
    Nel frattempo qualche cosa di utile molti possono fare, nell’ambito delle proprie competenze. A cominciare dal presidente  Giorgio Napolitano. Il Vecchio Piemonte ha dato tre presidenti alla Repubblica: Einaudi, Saragat e Scalfaro. Se aggiungiamo Segni e Cossiga, metà dei Primi Cittadini vennero espressi dall’antico regno di Sardegna. Come esercitarono il mandato? Sino a metà della presidenza Cossiga  si attennero scrupolosamente alla Costituzione. Parlarono poco, perché il  presidente “rappresenta l’unità nazionale”. Solo quando ve n’è davvero bisogno “può inviare messaggi alle Camere”: un atto solenne, un mònito da ascoltare in piedi, non in un Aule semideserte e nell’indifferenza degli italiani come poi accadde.
    La Costituzione non prevede che il capo dello Stato dica cose sensazionali due o tre volte al giorno sugli argomenti e le figure  più diversi. Spese ogni giorno, le sue parole fatalmente si logorano, cadono nel tritacarne della cronaca. Perciò, per esempio, è molto atteso il suo discorso su Craxi, benché la figura e l’opera del leader socialista non abbiano bisogno di condanne né di assoluzioni da parte di nessuno ma di un serio dibattito storiografico, come quello consegnato da Ugo Finetti al bel saggio Storia di Craxi: miti e realtà della sinistra italian (Ed. Boroli), che è quanto di meglio sinora sia stato scritto sull’argomento.
    Meno ancora bisogna attendersi che il primo cittadino dica se le riforme vanno fatte a colpi di maggioranza. Che per approvare una legge basti un voto solo di maggioranza è ovvio. Un paio di voti in più rispetto al 50% bastarono per eleggere Marini e Bertinotti a presidenti di Camere dalla breve durata e Napolitano stesso a capo della Repubblica. La riforma della Costituzione richiede la maggioranza qualificata, ma le leggi ordinarie vanno fatte, e in fretta.  I numeri ci sono.
    Invece di ripetere appelli destinati a cadere nell’indifferenza, Napolitano potrebbe regalare ai parlamentari una copia dei Discorsi della Corona, pronunciati dai re di Sardegna e poi d’Italia tra il 1848 e il 1939: concordati ogni volta con i presidenti dei governi in carica. Sono discorsi sobri, limpidi, rivolti all’esecutivo, alle Camere, al Paese  senza preoccupazioni di corto respiro. I sovrani  assistevano alle grandi manovre, inauguravano mostre  e convegni  di studio, ospedali e scuole, visitavano città... ma non interferivano ogni giorno nella cucina politico-parlamentare.
    Tra qualche mese l’Italia avrà bisogno di un Presidente al di sopra delle parti, di un Colle davvero più alto. In Italia il Capo dello Stato è figura irripetibile. I presidenti dei due rami del Parlamento presiedono le Camere e basta. Non sono un secondo o un terzo semicapo dello Stato. Non hanno alcun potere di mandare messaggi, interpretare, ammonire. Sono liberi di scrivere libri, dipingere, tuffarsi negli abissi, scalare vette, farsi i fatti privati in pubblico o anche solo tacere, ma non hanno alcun ruolo costituzionale, né un primato pedagogico-didattico sulla vita politica.  Perciò ci si attende che all’ imminente stagione delle riforme il presidente Napolitano non arrivi logorato dal chiacchiericcio quotidiano al quale i suoi altrettanto giornalieri interventi rischiano di esporne il ruolo. Diversamente qualcuno si domanderà se la formazione ideologica e la pluridecennale militanza partitica non continuino a pesare troppo su chi, dopotutto, non si oppose alla richiesta dei gruppi parlamentari del Partito comunista italiano di incriminare il Presidente Cossiga per alto tradimento della Costituzione (5 dicembre 1991): l’ultima spallata della decennale offensiva  dell’Estrema sinistra contro i partiti democratici.

Aldo A. Mola - Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 17.01.2010
   
PRINCIPI VERI E NOMI D’ARTE. ONORIFICENZE E PATACCHE

Giulio VignoliRitengo opportuno ribadire -quale giurista e storico dei Savoia e ideologicamente repubblicano-   con precise indicazioni la posizione nei confronti della Dinastia sabauda dei signori Vittorio Emanuele di Savoia e del suo figliolo Emanuele Filiberto, in considerazione della continua attribuzione loro, nell’ambiente dei giornalisti e del Carro di Tespi delle nostre televisioni, di titoli nobiliari ch’essi non possiedono.
    In particolare in occasione delle varie “performance” televisive del signor Emanuele Filiberto di Savoia, spesso e volentieri egli viene chiamato col titolo di principe da personaggi dello spettacolo oramai suoi colleghi di lavoro.
    Orbene, Vittorio Emanuele di Savoia, avendo contratto matrimonio senza l’assenso del Sovrano, è decaduto da ogni prerogativa reale e di appartenenza alla Real Casa.
    Il signor Vittorio Emanuele ha violato tutta la normativa regolante la sua Casa in materia. A cominciare dalla regie patenti del 1780, mai abrogate durante il Regno né da Umberto II durante l’esilio (lo Statuto Albertino si limita a indicare la legge salica in tema di successione, cioè esclude le donne dalla Corona) per finire all’ art. 92 del Codice civile in tema di matrimoni reali.  Norma mai abrogata in modo esplicito, ma semplicemente inapplicabile per la sopravvenuta forma repubblicana dello Stato.
    La violazione della normativa dinastica in caso di matrimonio non approvato e le conseguenze relative, è stata fatta presente da Umberto II al figliolo nelle due famose lettere del Re dal contenuto inoppugnabile: “Tale legge, io 44mo Capo famiglia, non intendo e non ho diritto di mutare. Ma se anche mancassi al mio dovere, sarebbe vano, perché nessuno potrebbe riconoscere valido il mio operato”. Il tuo matrimonio comporta “la tua decadenza da ogni diritto di successione (…) perdendo i tuoi titoli e il tuo rango e riducendoti alla situazione di privato cittadino. Perciò tutti i diritti passerebbero immediatamente a mio nipote Amedeo, Duca d’Aosta.
        Più chiaro di così!
    Il signor Vittorio Emanuele è, come si è detto, decaduto da ogni prerogativa reale e quindi di appartenenza alla Real Casa di Savoia con perdita di ogni titolo conseguente. In parole povere il personaggio in questione è  privo di ogni titolo nobiliare.
    Indubbiamente Vittorio E. , in quanto figlio di Umberto II, fa parte della famiglia Savoia intesa in senso privatistico, ma non ha più alcun titolo come bene indica anche l’Annuario della nobiltà italiana nella sua ultima edizione.
 
    Passiamo al signor Emanuele Filiberto di Savoia. Essendo egli figliolo di un comune cittadino è privo di ogni titolo anch’esso e non appartiene alla Famiglia Reale, intesa come istituzione. Ovviamente, invece, egli fa parte della famiglia privata Savoia.
    Si aggiunga ancora: ovviamente anche sua madre, la signora Marina Doria, non appartiene alla Famiglia Reale e quindi non gode  assolutamente del titolo di Altezza Reale, che Umberto II non le ha mai conferito. E’ una comune cittadina anche la moglie del signor Emanuele Filiberto.
    Il preteso titolo di “Principe di Venezia” col quale si fa chiamare e si lascia chiamare Emanuele Filiberto non risulta nell’elenco delle concessioni nobiliari di Umberto II, né si conosce l’esistenza di documenti firmati dal Re relativi alla concessione del titolo. Non esiste.  Possiamo quindi concludere che eventualmente la dizione “Principe di Venezia” è un nome d’arte, un “nom de plume”, del signor Emanuele Filiberto di Savoia.
    Ovviamente il titolo di “Principe di Piemonte” di cui il signor Emanuele Filiberto anche talvolta si ammanta, e che avrebbe ricevuto dal babbo,  non sussiste in quanto Vittorio Emanuele, non facendo più parte della Famiglia Reale, ha perso ogni “fons honorum”.   Si aggiunga “ad abundantiam” che di questa pretesa concessione di titolo non è mai stata precisata né la data, né la formalità.
    Il titolo appartiene ora al figlio di S.A.R. il principe Aimone, S.A.R. Umberto, principe di Piemonte, in ossequio al provvedimento regolarmente emesso con tutti  i crismi dal Capo della Real Casa di Savoia, S.A.R. Amedeo di Savoia.
 
    Curiose  e stravaganti,  insussistenti e inconcludenti  sono le tesi contrarie  (spesso anche contraddicentesi fra loro) a quanto sopra affermato, espresse dai due interessati e da loro amici e legali a volte retribuiti dai due personaggi.
    Una prima tesi, assai comica in verità per le sue conseguenze, è che l’ordinamento giuridico della Repubblica ha abrogato tutte le norme regolanti la Dinastia. Ebbene, non si riesce a capire dove i due signori e i loro sodali vogliono andare a parare. La Repubblica Italiana infatti non riconosce nessun titolo nobiliare (art. XIV delle disp. trans. e fin. della Cost.), non riconosce ovviamente nessuna norma che riguarda la Dinastia, ne consegue che appunto, per la Repubblica, i signori sopramenzionati sono due semplici cittadini.  Insomma, se applichiamo le norme del Regno i due personaggi sono semplici cittadini, avendone violato le norme, se applichiamo le norme della Repubblica il risultato non cambia.
    Non si comprende quindi in base a quale titolo i due personaggi dispensino a dritta e a manca onorificenze a ingenui o a compiacenti.
    Una seconda tesi è che Umberto II avrebbe successivamente riconosciuto il matrimonio del figlio contratto civilmente a Las Vegas, dicesi Las Vegas, e religiosamente in Persia, al quale il Re non partecipò, né la Regina, né nessun membro della Famiglia Reale per ordine del Sovrano, solo perché otto mesi dopo sarebbe andato al battesimo del nipotino e perché -parole di Emanuele Filiberto in una delle tante sue comparse televisive nel Carro di Tespi-, egli conosceva il nonno suo. E gli altri (Giordano Bruno Guerri nel caso specifico) non l’hanno mai conosciuto.
    Ora, siccome chi scrive ha conosciuto il Nonno molto più del bambino Emanuele Filiberto (come ha conosciuto il suo babbo prima che si sposasse con sua madre), fa presente che i riconoscimenti di cose delicate come è la successione in una Casa Reale, richiedono atti scritti, ben documentati e non una presenza a battesimi privati che rientrano nell’ambito strettamente familiare e domestico.
    Altra tesi sarebbe che lo Statuto Carloalbertino prevede, come si è già  detto la successione salica (cioè solo per i maschi). Ma , si risponde, il trasferimento al ramo Aosta della successione (saltando Vittorio E. e Emanuele F. per i motivi sopra espressi) è avvenuta proprio nel rispetto della legge salica. 
  Un’altra tesi è che il Duca Amedeo sarebbe stato per anni zitto. In verità più volte, senza clamori (che è invece lo stile dei cugini) rivendicò i suoi diritti. Chi afferma il contrario conosce ben poco la storia di questi anni. Basti pensare alla ferma posizione assunta dall’UMI alla morte del Re. Chi scrive era nella assemblea che respinse con forza le interessate pressioni di alcuni Papaveri e riaffermò, a sensi delle leggi della Dinastia, l’esclusione di Vittorio Emanuele e del figlio dalla successione e  all’unanimità indicò in Amedeo il continuatore della Dinastia.
    Altra tesi  è che condannando all’esilio i due personaggi, la Repubblica ne riconosce i diritti. Questa è comicità pura. Al momento dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana Vittorio E. non si era ancora sposato a Las Vegas di nascosto al padre. Aveva 10 anni… La Repubblica pensava che il figlio sarebbe stato degno del padre di cui temeva l’enorme prestigio, la grande dignità e probità.
Faccio venia di altre cervellotiche tesi.

Bisogna prendere atto che il ramo principale della Dinastia si è estinto e che la Dinastia continua nel ramo Aosta.
    I sigg. Vittorio  e Filiberto lascino perdere le pretese araldiche, si mettano il cuore in pace.
 
    Spero vivamente che questo mio appunto sia chiaro e contribuisca a rincuorare i fedeli di Casa Savoia, smarriti e sgomenti da anni per le ripetute cadute di stile (diciamo così) dei due Personaggi.
    Essi sono dei semplici cittadini, liberi di fare quello che vogliono, essi non coinvolgono la Casa Reale . La millenaria, gloriosa Dinastia continua nelle LL. AA. RR. il principe Aimone e il piccolo Umberto (III), Principe di Piemonte.
 

Prof. avv. Giulio Vignoli

DATA: 15.01.2010
 
IL PIU’ GRANDE ITALIANO DI TUTTI I TEMPI?

      Così si chiama il nuovo programma in prima serata di RaiDue che inizierà il prossimo 20 gennaio, acquistato dal format inglese “100 Greatest Britons” andato in onda sulla BBC.  Sono previste 4 puntate, con la produzione di Bibi Ballandi, in diretta dallo studio 3 di Cinecittà. Presentato dal “scoppiettante” Francesco Facchinetti proveniente da X Factor, il programma nasce per individuare il nostro connazionale più famoso ed amato di tutti i tempi, votato poi  grazie al televoto.
    Storici ed esperti in studio commenteranno le vite e le scelte del pubblico da casa. Circola in rete una lista di 50 “Italiani famosi” : dal Petrarca a Dante, da Falcone a Borsellino, da Enzo Ferrari e Massimo Troisi, da Benigni a Pirandello, da Cristoforo Colombo a Sophia Loren, da Caterina da Siena a Giovanni XXIII, da Pascoli a Carducci, da Padre Pio a Mastroianni, ecc.ecc., come personaggi politici e storici vi sono Sandro Pertini, Mazzini, Cavour e Garibaldi.
Naturalmente non sono in elenco personaggi scomodi (assassini, dittatori ecc.) che potevano provocare “casi politici”, né tantomeno c’è Vittorio Emanuele II di Savoia (il primo Capo dello Stato del nostro Paese) o la prima Regina d’Italia, Margherita,  né il pronipote Umberto II, l’ultimo sovrano sabaudo, o la martire Mafalda von Hessen. Pochissime le donne, abbiamo detto della Loren, poi  Santa Caterina, la Levi Montalcini, la Magnani e Mina.
    Il programma inizialmente avrebbe dovuto presentarlo un discendente della più antica dinastia d’Europa, il quale ha preferito cambiare canale…
    A pochi mesi dalle celebrazioni…?, per il 150° anniversario della nascita dell’Italia, ci saremmo aspettati scelte coraggiose, veramente intelligenti, e non la solita classifica di “nani e ballerine”, ma la cultura storica nel nostro Paese non è della televisione pubblica, purtroppo.
    Viva il Re, Viva gli Italiani, quelli veri però!

Giuseppe Polito
Biblioteca storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 14.01.2010
   
ORDINE DEL GIORNO DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA: I RE E LE REGINE D’ITALIA AL PANTHEON

Palazzo dei Normanni a Palermo      L’Assemblea Regionale Siciliana, nella seduta del 17 dicembre 2009, su proposta dei deputati regionali Caputo, Pogliese e Vinciullo, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che impegna il Governo della Regione Sicilia “AD INTERVENIRE PRESSO IL GOVERNO NAZIONALE AL FINE DI CONSENTIRE ALLE SALME DELLE LL.MM. VITTORIO EMANUELE III, ELENA DEL MONTENEGRO, UMBERTO II E MARIA JOSE’ L’INGRESSO IN ITALIA E IL SEPPELLIMENTO PRESSO IL PANTHEON DI ROMA”.
    L’Unione Monarchica Italiana plaude alla nobile iniziativa promossa dai deputati regionali Caputo, Pogliese e Vinciullo, da sempre vicini alla nostre battaglie, e auspica che il nuovo anno, fausto anniversario dell’Impresa dei Mille e dei plebisciti celebrati al grido di ITALIA E VITTORIO EMANUELE, lanciato dalla Società Nazionale guidata dal siciliano La Farina, possa vedere finalmente ricomposte nel Pantheon di Roma, indicato dal siciliano Francesco Crispi come ultima dimora dei Re d’Italia, le spoglie dei Sovrani ancora sepolti all’estero.

DATA: 13.01.2010

LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RICORDA IL DUCA BOREA D'OLMO

In memoria del Duca Guido Orazio Borea d’Olmo. 

Il Duca Borea d'Olmo     La Consulta dei Senatori del Regno addita alla memoria degli Italiani la fulgida Figura del proprio componente, Duca Guido Orazio Borea d’Olmo, esempio di limpida fedeltà agli Ideali, custode generoso, promotore e innovatore  della tradizione storica del Ponente Ligure e d’Italia, umanista e Maestro di color che sanno. 
    Alle esequie (San Remo, Basilica di San Siro, h.14.30) la Consulta è rappresentata dall’avvocato Luca Fucini.                                                                                                   

Roma, 31 dicembre 2009 

Il Presidente della Consulta S.R.
Aldo Alessandro Mola 
DATA: 31.12.2009
   
SANREMO: LA SCOMPARSA DEL DUCA ORAZIO BOREA D'OLMO

Il Duca Borea d'Olmo - fonte www.riviera24.it        E' mancato, all'età di 84 anni, il Duca Guido Orazio Borea d’Olmo. Ne danno il triste annuncio le figlie Maria Cristina e Lysabel con le loro famiglie. I funerali sono stati celebrati giovedì 31 dicembre alle ore 14,30 nella Basilica Concattedrale di San Siro. In rappresentanza dell'U.M.I. la Coordinatrice del Club Reale "Duca Bacicin" Wilma Curti che ha portato ai famigliari le condoglianze del Presidente Gian Nicola Amoretti.
Guido Orazio Borea d'Olmo era un punto di riferimento per la comunità sanremese, uomo di inestimabile cultura, monarchico fervidisso, membro della Consulta dei Senatori del Regno e attivo partecipante alla vita del Club reale U.M.I. locale "Duca Bacicin". Nel 1951 fu nominato Console del Mare e nel 1980 ricevette anche il titolo Cittadino Benemerito. La sua era una famiglia di marchesi, ma per decreto del re Umberto II venne poi nominato duca. Lascia due figlie, oggi sposate con altri nobili e residenti fuori Sanremo (la moglie è deceduta già da alcuni anni).

LA SUA VITA
    Nasce il 25 Aprile 1925 a San Remo e viene battezzato in una cappella del Palazzo di famiglia. Si trasferisce a Roma con i genitori nel 1928, e nel 1933 riceve la prima Comunione e la Cresima nella Chiesa di Trinità dei Monti. Sempre a Roma compie i suoi studi, ottenendo la maturità scientifica ne1 1943. Alla visita di leva viene assegnato all'Arma di Cavalleria. Durante i nove mesi dell’occupazione nazista a Roma è renitente alle chiamate alle armi, e fa perdere ogni sua traccia, incorrendo nella pena di morte e collaborando attivamente con l'organizzazione clandestina della Regia Aeronautica, con il compito di ufficiale informatore. Nella notte antecedente la liberazione della Capitale, viene incaricato della mobilitazione dei vari ufficiali facenti parte della sua Unità, affinché prima dell'arrivo delle truppe alleate si provveda ad occupare e presidiare alcune sedi di comando militari Italiani. Svolge funzioni di Polizia Militare in Roma liberata, fino all’arrivo dal Sud ed all'insediamento dei Carabinieri Reali. All'inizio di I.luglio 1944 si arruola volontario, e viene dallo Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano inviato al fronte della 8a Armata Britannica, come ufficiale di informazioni, esplorazione e guida. Destinato presso il 12° Reggimento di Lanceri Inglesi, e raggiunta sufficiente esperienza nell'attività di pattuglia ed avanscoperta, ottiene dai Superiori comandi di potersi dedicare al reperimento in loco di elementi volontari, in massima parte partigiani Italiani, per un loro attivo impiego tattico, sotto il suo comando, nelle operazioni belliche in corso.    Nel periodo dal Luglio 1944 al Gennaio 1945 ha quindi la grande soddisfazione e l’onore di essere il primo a liberare numerosi centri abitati dell'Umbria, delle Marche e della Romagna. Al comando di una squadra di volontari Italiani, penetra per primo profondamente oltre la linea Gotica, dopo aver guadato il fiume Foglia, effettuando la liberazione del villaggio - Caposaldo di Certalto (PS), ove ordinò l’alzabandiera sulla dominante torre campanaria; come pure partecipa alla prima pattuglia esplorativa di quattro volontari, attraverso il fiume Ronco, nel suo corso inferiore. Per quest’insieme di fatti d’arme viene decorato della Medaglia di Bronzo al Valor Militare sul Campo, e della croce al Valore Polacco "Krzyza Walencznich". Viene pure proposto per la decorazione al valore Inglese "Military Cross", che però non gli viene concessa, a causa del perdurare “formale” dello stato di guerra fra quel Paese e 1’Italia.
    A metà Gennaio 1945 rimane gravemente ferito, e non può riprendere il servizio attivo, prima del termine del conflitto. Nella tarda primavera, estate ed autunno del 1945 ottiene finalmente di poter riprendere servizio, sempre alle dipendenze dello Stato Maggiore, Ufficio Informazioni, e viene assegnato presso unità militari Alleate, di stanza in Venezia Giulia. Nel Dicembre 1945 viene chiamato a prestare servizio presso la Casa Militare del Luogotenente Generale del Regno, e poi Re d’Italia, con mansioni di Ufficiale di Collegamento con le Autorità Militari Alleate. Il giorno stesso della partenza di Sua Maestà dall’Italia rassegna le sue dimissioni dall'Esercito. Nell’estate 1946 lascia Roma per trasferirsi nella sua città natale, da cinque secoli residenza principale della sua famiglia. A San Remo, e per alcuni periodi all'estero, svolge attività successivamente, nel campo  della pesca professionale, bancario, delle importazioni-esportazioni, e rappresentanze commerciali, ed assicurative.
    Dal Maggio 1953 è Agente Generale Procuratore della TORO Assicurazioni S.p.A., dimettendosi dall'incarico solo il 30/4/1987, dopo 34 anni.
    Nel 1947 e 48, ottenuta l’autorizzazione del Sovrano, viene eletto presidente della sezione della Provincia d’Imperia del Movimento Federalista Europeo, partecipando al primo Congresso Nazionale tenutosi nel Castello Sforzesco di Milano. Viene nominato per più anni “Console del Mare” antica carica onorifica con mansioni di collegamento fra la gente di mare di San Remo e le Autorità Costituite. Nel 1952 e nel 1953 è l’ ideatore ed il realizzatore rispettivamente di una raccolta di firme e di una sottoscrizione popolare pro Porto Turistico di San Remo, ottenendo lo scopo prefisso col rapido finanziamento da parte del Governo per l'inizio dei lavori di ampliamento ed ammodernamento portuale. Dal 1960 tutela gli interessi dei sudditi Danesi nella Provincia di Imperia, dapprima come Vice Console Onorario e dal 1978 come Regio Console onorario, carica da cui si dimette il 31 Dicembre 1986. Nel 1970 pubblica, a cura dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri il “Manoscritto Borea”, compendio di notizie storiche e di cronaca di San Remo e dell’estremo ponente Ligure, raccolte dalla sua famiglia nei secoli, e da lui trascritte ed ordinate con la collaborazione di tre amici, studiosi di storia locale.
    E' stato più volte eletto nel Consiglio della Federazione Provinciale di Imperia dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro, di cui ricopre attualmente e da più anni la carica di Presidente della Corte d’Onore. Dietro sua iniziativa si è realizzato il gemellaggio dei Decorati al Valor Militare della sezione di San Remo con i membri del sodalizio fra decorati Francesi della “Medaille Militaire”  sezione di Mentone.
    Nel 1955 è Vice Presidente fondatore del Lions Club San Remo, ricoprendo vari incarichi negli anni successivi in seno a questo sodalizio Internazionale, che nel 1995 gli conferisce la propria più alta decorazione internazione la: “Melvin Jones fellowship”.
    Il 9 Ottobre 1958 si è sposato a Bruxelles con S.A.S. Marie Elisabeth Principessa e Duchessa d’Arenberg, ed ha come testimone di nozze S. M. il Re d’Italia. Dalla loro unione, nel 1959 e nel 1963, nascono due figlie: Maria Cristina e Lydia Isabella.
    Nel 1960 costituisce, e ne viene eletto Presidente, il Comitato Permanente “pro Mare San Remo”, composto dai più qualificati uomini di mare del luogo e dai responsabili di attività sportive ed economiche attinenti alla nautica.
    Negli anni 60 è l'ideatore e Presidente del Comitato Promotore del Parco Naturale Internazionale delle Alpi Marittime, il primo del genere in Europa. Nel 1966 fonda e presiede per un triennio la sezione della Provincia di Imperia dell’Associazione "Italia Nostra" . Nel 1974 gli viene conferito il trofeo "Romeo Salesi" del Club Alpino Italiano “per l'opera che egli da lungo tempo svolge, con alto senso civico, in favore della realizzazione di un Parco Internazionale delle Alpi Liguri e Marittime”.
    Nel 1975 è stato nominato, dal Ministro della Pubblica Istruzione, Presidente della Commissione di Stato per la Tutela delle Bellezze Naturali della Provincia di Imperia.
Nell’Aprile 1959, in una delle sue relazioni e conversazioni al Lions Club di San Remo, sostiene, motivandola, la necessità e l'urgenza di dar vita in Italia a degli Istituti Tecnici per il Turismo e ad una Facoltà Universitaria di Scienze Turistiche, indicandone, nelle linee generali, le principali  materie di studio. Questa proposta, resa nota alla Commissione Centrale per il Turismo, e da questa alle principali Autorità politiche ed amministrative competenti in materia, è stato realizzato in pieno a distanza di pochi anni.
    Negli anni ’80 è stato eletto Vice Presidente del Corpo della Nobiltà Ligure, nonché della Commissione Regionale Araldico-Genealogica, con sede a Genova.
Nel 1977, ravvisando la necessità di armonizzare le due caratteristiche essenziali di San Remo: l'industria del fiore ed il turismo, propone la realizzazione di una esposizione permanente di fiori  e piante, nel pieno centro cittadino, suggerendo quale eventuale prima sede l'atrio monumentale del Palazzo della sua famiglia.
    E' socio fondatore dello Yacht Club San Remo ed è socio del Circolo “Società del Casino”  di Genova. E' iscritto alle Associazioni Nazionali sia dei Mutilati ed Invalidi di Guerra, che ad honorem delle Associazioni Nazionali dei Combattenti e Reduci, dei Carabinieri e degli Alpini, nonché del locale Club Unesco.
    E’ insignito della Commenda dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, del Cavalierato di prima classe dell'Ordine Reale Danese del Dannebrog.
    Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta, dal settembre 1977 al novembre 2003 Capo Missione della Rappresentanza diplomatica del Sovrano Ordine presso l’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario. Il quale il 13 Settembre 1980 nel proprio decimo anniversario di fondazione, gli assegna una “Plaque of Appreciation”, quale riconoscimento “del suo alto contributo, assistenza ed incoraggiamento nell'organizzazione del Congresso sulla “Solidarietà Internazionale e le Azioni Umanitarie”. In seguito, l’Ordine Sovrano gli riconosce il rango di Cavaliere di Gran Croce Pro Merito Melitense.
    Con Regie Lettere Patenti del 20 Ottobre 1978 Sua Maestà il Re d'Italia gli conferisce il titolo di Duca “ad personam”.
    Il 13 Ottobre 1980 è stato proclamato dal Comune di San Remo, nel corso di una suggestiva cerimonia, “Cittadino Benemerito”, con la seguente motivazione: “Continuando la tradizione storica della famiglia, ha dedicato ogni attività alla Patria ed alla sua San Remo”.
    Il 4 ottobre 1985 la figlia maggiore Donna Maria Cristina si sposa con Bernardo Nodari Mocenigo Soranzo (il cui nonno Gian Giacomo Gallarati Scotti fù insignito dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata).
    Nel 1993 lascia la Presidenza effettiva del “Consiglio per gli Affari Economici” o “Consiglio d’Amministrazione” del Santuario Mariano di N. S. della Costa in San Remo dopo oltre trenta anni di appassionato servizio, che lo hanno visto animatore e promotore del più grande ciclo di restauri che il Santuario ha goduto dai tempi della sua costruzione. Il Vescovo di Ventimiglia San Remo lo ha nominato “Presidente d’Onore” dello stesso Consiglio.
    Il 5 giugno 1996 la figlia secondogenita donna Lidia Isabella si sposa con Carlo dei baroni Cultrera di Montesano.
    La moglie Maria Elisabetta d’Arenberg ha raggiunto il Signore nella sua gloria e nella sua gioia il 7 novembre 1996.
    Circondato dall’affetto delle sue Figlie e dell’intera famiglia oltre che dal devoto personale, all’alba del 30 dicembre 2009 - ore 5,40 - nella dimora abitata ininterrottamente da 500 anni dalla sua Famiglia,  ritorna alla Casa del Padre confortato da Gesù Eucaristico consumato per il Santo Natale, all’età di 84 anni e 8 mesi.
DATA: 29.12.2009
   
TRISTI ANNIVERSARI: I PERSIANI RIMPIANGONO LA MONARCHIA

Mohammad Reza Pahlavi        Nel nome di Dio misericordioso e compassionevole…., ma anche di internet, twitter e dei videotelefonini! Pochi mesi orsono, profeticamente, avevamo ricordato il XXX anniversario dell’esilio dello Shahan Shah, Re dei Rei, Luce degli Ariani: Mohammad Reza Pahlavi, sull’onda della rivoluzione khomeinista del 1979. Ricordammo pure che gli analisti e gli addetti ai lavori hanno negli ultimi anni rivalutato la figura dello Scià, il quale seppur con errori e debolezze, seppe trasformare una società quasi primitiva in un Paese moderno ed industrializzato grazie ai proventi del petrolio, investendo in infrastrutture: strade, ponti, città, ecc., trascurando tuttavia il comparto commerciale e manifatturiero, timoroso dei cambiamenti e conservatore, legato agli ambienti tradizionalisti, il quale si fece influenzare dal clero sciita, con promesse che rimasero poi miseramente sulla carta. Amico dell’Occidente, nonché di Israele, l’aviazione iraniana era all’epoca una delle più temibili dell’area grazie ai consiglieri militari israeliani ed ai famosi “Mirage”, la monarchia erede di Dario e Cambise, venne lasciata sola a gestire il malcontento di una generazione, la quale con la modernità sentiva perdere le proprie tradizioni e la sua religione. Né gli Stati Uniti di Jimmy Carter, né la Francia di Valery Giscard d’Estaing, aiutarono il regime dei Pahlavi, nonostante le numerose commesse ed i milionari contratti economici, anzi, i Francesi ospitavano da anni in un sobborgo parigino l’Ayatollah Khomeini e la sua corte corrotta!
Orbene, sono proprio i figli ed i nipoti di quella generazione che cacciò lo Scià,  ad essere scesa in strada per gridare a gran voce “LIBERTA’ E DEMOCRAZIA”, immolando giovani vite per questo, una per tutta, la povera martire Neda. Una generazione che accusa i padri di aver accettato di far precipitare il Paese indietro di millenni! Modernità non significa tradire la tradizione, significa adattare e plasmare la storia millenaria di un popolo al mondo nel quale si vive, significa rispettare la religione nella tolleranza e nella fraternità, evitando impiccagioni pubbliche perché si ha un credo politico, religioso o sessuale, considerato “diverso”. E’ l’ignoranza, la paura dell’altro, che causa problemi come notiamo anche  sulle pagine dei nostri quotidiani ogni giorno. Leggendo per esempio, il “Corano”, il testo sacro rivelato da Dio al Profeta, possiamo comprendere che l’Islam è una religione come il Cristianesimo e l’Ebraismo, figlia anch’essa del Patriarca Abramo, avendo molte analogie teologiche con la Bibbia.
Le rivolte di questi giorni nelle piazze delle principali città iraniane con il sacrificio di tante giovani vite, ci inducono a sperare che il regime teocratico abbia i giorni contati, che una nuova era, una nuova alba di speranza possa sorgere sull’Iran, e che la nuova classe dirigente non tradisca le aspettative, e che una monarchia costituzionale possa ritornare ad unire, non a dividere, questo popolo dopo anni di tragedie! Insha’Allah!
BIBLIOTECA REGINA MARGHERITA
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 29.12.2009
   
FIOCCO ROSA

        E' nata, il 24 dicembre, vigilia di Natale, la piccola Irene Maria Gabriella Sacchi, terzogenita del nostro Vicepresidente Nazionale, Avv. Alessandro, e della Sig.ra Daniela. 
    Ai genitori ed alla nuova arrivata gli auguri di tutta l'Associazione!
DATA: 28.12.2009
   
MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA-AOSTA IN OCCASIONE DEL SANTO NATALE E DEL NUOVO ANNO 2010
 
        Cari Italiani, 

è un anno molto difficile quello che ci lasciamo  alle spalle, denso di eventi spesso drammatici che hanno toccato parecchi ambiti della nostra vita e del Paese. La grave crisi economica e le congiunture internazionali che ne sono derivate,  hanno certamente leso la serenità del quotidiano, con pesanti ripercussioni sul mondo del lavoro.
    Le nuove povertà, i problemi del Welfare sostenibile e il divario tra Nord e Sud rappresentano la sfida e il traguardo che si pone prioritario. Turismo, difesa del paesaggio, del clima, dell’ambiente e valorizzazione e tutela dei beni culturali devono continuare ad essere per l’Italia motivo di orgoglio e di impegno.
    Certo non mancano ombre: la criminalità organizzata  e il riapparire di forme di terrorismo potrebbero, ma non devono, intimidire il popolo organizzato nelle strutture libere e democratiche che si è costruito negli ultimi centocinquanta anni.
    La nuova consapevolezza del valore del principio di sussidiarietà deve guidare  il Legislatore e l’azione dei Governi; mentre la Magistratura deve trovare la sua forza nell’autorevolezza di giudizi equi e indipendenti.
    Questo era nell’aspirazione dello scomparso ultimo nostro Sovrano, del Re Umberto II che avrebbe voluto rivedere la Sua Patria rifiorita dopo la guerra intorno ai valori più alti e non lacerata da scontri ideologici, politici, istituzionali, come talvolta appare. Il Suo breve regno è stato sicuro esempio del senso del dovere, come ha dimostrato con il suo sacrificio personale a torto dimenticato.
    Per guardare con fiducia al futuro occorre consapevolezza del passato, degli esempi personali e dei valori positivi che ci ha dato e che è in grado di darci ancora.
    In Italia il futuro è ancora una volta affidato alla nostra responsabilità di persone partecipi di una Comunità che ha radici nel passato e che non ha esaurito le sue risorse morali. Quando, invece, si tende a travisare la propria storia; quando si assiste all’iconoclastia dei simboli più amati, alla rimozione del Crocefisso senza rendersi conto che per noi italiani non capirne il messaggio di amore e di speranza significa non emancipazione culturale ma ignoranza; allora vuol dire occorre riconsiderare i valori che hanno formato e sostenuto l’Italia unita e in primo luogo il senso dello Stato, che ne ha permesso la coesione.
    Occorrono riforme coraggiose, quelle che vengono promesse e non attuate da almeno quindici anni. Gli Italiano lo meritano.
    Nel chiudere questo messaggio, il mio pensiero partecipe va alle Famiglie di tutti i Caduti civili e militari, a quelle di chi ha perso la vita sul lavoro, alle tante famiglie che hanno subito un lutto a causa delle calamità naturali che hanno sconvolto il nostro Paese- come non pensare all’Abruzzo ed a Messina!-.
    Ed un pensiero riconoscente infine va alle nostre Forze Armate ed a quanti si impegnano all’estero nelle missioni di pace, ed alle Famiglie, che più di ogni altra istituzione possono tramandare forza, serenità, principi e valori: quelli che impediranno il declino e favoriranno, come sempre, la via della rigenerazione.

Amedeo di Savoia-Aosta

DATA: 26.12.2009
   
GLI AUGURI ALLE LL.AA.RR. I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA-AOSTA SU RAIUNO

        Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia hanno partecipato, in diretta dalla Loro residenza di Castiglion Fibocchi, mercoledì 23 Dicembre 2009, al programma televisivo di Raiuno  "La Vita in Diretta". E' stata un'occasione, in compagnia della giornalista Ilaria Grillini, di formulare gli auguri di Natale.
DATA: 23.12.2009
   
LUTTO

        L’Unione Monarchica Italiana si unisce al dolore della famiglia per la scomparsa di Anna Maria Capone, monarchica fedelissima, sorella del Colonnello Mario Capone, esponente nazionale U.M.I.
    I funerali avranno luogo sabato 19 dicembre, alle ore 10.30, nella Chiesa di “Gesù Divino Lavoratore” in via Oderisi da Gubbio (piazzale della Radio) a Roma.
DATA: 18.12.2009
   
L'AGGRESSIONE A SILVIO BERLUSCONI

Silvio Berlusconi            L'Unione Monarchica Italiana, nel deplorare il gesto vile e sconsiderato di cui è stato vittima il Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Silvio Berlusconi, esprime la massima solidarietà al Capo del Governo, ricordando a tutti gli italiani che la violenza, da qualunque parte essa provenga, è da isolare.
    L'UMI ricorda ancora la via del dialogo e della dialettica democratica quale unico mezzo di contrapposizione ammissibile nel consesso civile.
Il Presidente Nazionale
Gian Nicola Amoretti 
Il Segretario Nazionale
Sergio Boschiero
Il Vicepresidente Nazionale
Alessandro Sacchi
DATA: 14.12.2009
   
L'AGGRESSIONE A BERLUSCONI E I PRECEDENTI STORICI

Il monumento di Carrara, dedicato all'assassino Gaetano Bresci        In qualità di Monarchico fervente prima di tutto e di Consigliere Comunale eletto nella lista di Forza Italia - PdL esprimo il mio sdegno per il vile attentato al quale è stato sottoposto il nostro Premier Berlusconi, situazione simile a lontane Nazioni in via di sviluppo sudamercane o asiatiche, dove la legge della violenza prevale sul dialogo e sulla democrazia.
    Vergogna per la nostra Nazione che fin dagli antichi Romani è stata per vocazione culla del Diritto e della Dottrina Cristiana, ridotta così all'esasperazione per mano di chi ora viene giudicato soltanto un "povero" soggetto affetto da disturbi della psiche.
    Ricordo che non molto lontano da Milano, esattamente il 29 Luglio del 1900 davanti alla Villa Reale di Monza, una mano indegna di Anarchico colpì a morte il Sovrano costituzionale , Re Umberto I° detto "il Re Buono" , secondo Capo di Stato di questa Penisola da poco riunificata; già allora si parlò di soggetto affetto da disturbi psichici, il quale terminò la sua triste vita in carcere e suicida. Ancora oggi sono molti gli studiosi che affermano quale fu la vera causa dell'omicidio, e soprattutto molti sono i sospetti riguardo i Mandanti che armarono quella folle mano!
    Si voleva destabilizzare lo Stato unito, la  nuova Nazione che una certa stampa dileggiatrice, chiamava con disprezzo "l'Italietta" , nonostante il progresso avvenuto in soli 39 anni dalla proclamazione del Regno unito sotto Casa Savoia.
    Il nuovo Sovrano Vittorio Emanuele III graziò l'anarchico Bresci dalla pena di morte, come in uso allora secondo le leggi dell'epoca, trasformando la detenzione in ergastolo; si preoccupò dell'anziana Madre che ebbe un vitalizio per sostentamento, e rifiutò le dimissioni del fratello dell'anarchico omicida dal proprio lavoro di appartenente al Regio Esercito, il quale si vergognava di portare tale cognome.
    Ancora oggi nella nostra Italia si possono vedere gli effetti nefasti di questo clima di violenza e di sopraffazione, anche con esempi di vergognoso ricordo, come ad esempio il monumento a Bresci , mai terminato dal suo scultore, ma esposto di fronte all'ingresso del cimitero di Carrara, esaltandone la figura storica, o peggio ancora a Torino, l'antica capitale sabauda, l'intitolazione di una via nella zona Dora, all'anarchico De Rosa, attentatore fallito dell'allora Principe di Piemonte, poi diventato Re Umberto II, in quel di Bruxelles nel 1929 in visita per ufficializzare il suo fidanzamento con la Principessa Maria Josè del Belgio, ad opera della Giunta socialcomunista torinese.
    Unendomi ai messaggi di affetto per il nostro Presidente Berlusconi, propongo subito la cancellazione di ogni simile tentativo vergognoso di "santificare" e lodare l'operato di quel ragazzo nella giornata di Santa Lucia 13 dicembre a  Milano.
Carmine Passalacqua
Vicesegretario nazionale U.M.I.
DATA: 14.12.2009
   
4 DICEMBRE: SANTA BARBARA, PATRONA DELLA MARINA MILITARE
 Foto di gruppo con autorità, invitati ed intervenuti
        Anche Alessandria è stata protagonista di questa ricorrenza, in quanto il gruppo locale dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia ha rivolto come consuetudine gli onori alla propria patrona.
    Si è trattato di una cerimonia  sobria nel classico stile militare. Alle ore 11, presso il monumento ai caduti in mare sito in piazza Valfrè (L.go Marinai d’Italia) è stata deposta una corona per commemorare le vite di coloro che hanno donato al mare l’estremo sacrificio ed altri che, come è consuetudine tra i marinai, considerare in “pattugliamento perenne”.
    Terminate le fasi della cerimonia, culminate con il suono del silenzio e della lettura della “Preghiera del Marinaio”, il presidente del Gruppo, l’ing. Alessandro Borgoglio, ha espresso il proprio ringraziamento agli intervenuti, in particolare, S.E. il Prefetto di Alessandria, la dott.ssa Rita Rossa, vicepresidente della giunta provinciale, Giovanni Barosini, Presidente del consiglio provinciale, Carmine Passalacqua, in rappresentanza del comune di Alessandria, e i labari delle Associazioni d’arma che si sono unite alla cerimonia. Tra loro un ringraziamento particolare è stato rivolto al Gen. Turchi, che da molto tempo si adopera per il coordinamento tra le varie associazioni, al fine di relazionare le istituzioni, con coloro che in passato hanno servito a vario titolo la Nazione.
    Al termine della cerimonia, il Gruppo e gli intervenuti si sono trasferiti nella parrocchia di S. Pio V dove è stata celebrata la S.Messa in onore della Santa, officiata da Don Stanchi congiuntamente con Don Angelo.
DATA: 12.12.2009
   
DOCUMENTI: IL RE UMBERTO II E L’U.M.I.
  
Unione Monarchica Italiana    Iniziamo la pubblicazione di documenti che testimoniano il costante interesse per la Causa Monarchica del Re Umberto II durante l’esilio.
    Il messaggio del 13 giugno 1946 pose le basi per invalidare i risultati truffaldini del referendum istituzionale e per dare l’indispensabile carattere di legittimità all’azione del Re non abdicatario e al ruolo privilegiato dell’U.M.I. nella visione dell’instaurazione monarchica.
    Il Sovrano, tramite la costante azione del Suo Ministro Falcone Lucifero, indicò costantemente nei decenni l’U.M.I. come la casa di tutti i monarchici; decine i suoi messaggi ai congressi dell’U.M.I. ed alle iniziative pubbliche del Fronte Monarchico Giovanile.
    Il Re sosteneva oltre 80 sedi dell’U.M.I. e si faceva sempre rappresentare alle grandi manifestazioni dei giovani monarchici.
Umberto II volle la Consulta del Senato del Regno e la volle impegnata sempre con l’U.M.I.
    L’Unione Monarchica Italiana, forte della legittimità storica ricevuta dal Sovrano, guarda avanti senza obliare e senza tradire.

MESSAGGIO DI S.M. IL RE UMBERTO II PER L’OTTAVA ASSEMBLEA NAZIONALE DELL’U.M.I. (ROMA, 19-20 MARZO 1959)

    Cari Amici dell’Unione Monarchica Italiana!

S.M. il Re Umberto II    nel giorno in cui si raduna la vostra Assemblea Nazionale desidero vi giunga il mio affettuoso saluto.
    La vostra Unione rappresenta tutti i Monarchici di ogni partito e quelli indipendenti da qualsiasi partito. Ai cimenti delle forze politiche militanti, essa, dunque, non partecipa direttamente: suo carattere essenziale resta la disinteressata rivendicazione dei principi che si concretarono nell’opera della mia Casa e dei grandi patrioti del risorgimento per l’unità, l’indipendenza e la libertà della Nazione. Così l’Unione può considerarsi una vivente immagine di ciò che fu, politicamente,in tempi più sereni, l’Italia; ma essa vuole essere altresì la guida di quella vasta corrente di opinione pubblica che segue tutt’ora la bandiera della fedeltà, poiché sente che i principi, dei quali parlavo, possiedono una vitalità e un’attualità perenni.
    Gravi prove e vicende non hanno stancato la vostra costanza nel credere e nell’operare sul terreno della perfetta legalità. La stessa composizione del vostro sodalizio è un richiamo alla necessità della riconciliazione fra gli italiani. Avete custodito il culto delle supreme idealità della patria, senza le quali non è concepibile la vita spirituale di un popolo; avete difeso la verità della storia contro vecchie leggende settarie e nuove e tendenziose lacune. Esiste un mirabile patrimonio comune di tradizione e di glorie, che costituisce la premessa insostituibile della coscienza nazionale. Deviare da esso significherebbe rinnegare le origini e il valore della nostra civiltà storica e morale.
    Vi sono grato di ciò che avete fatto e di ciò che farete. Particolarmente ringrazio i valorosi amici che hanno governato fin qui con generoso fervore ed esemplare devozione patriottica l’attività dell’Unione. A coloro che ne assumeranno la successione auguro che, in condizioni forse più propizie, essi possano sviluppare un’azione di sempre maggiore efficacia per illuminare pienamente gli italiani oltre che sugli eventi del passato, anche e più sui problemi del domani.
    A questo proposito, quanto ho più volte detto durante il mio lungo ed amaro esilio, parmi che resti tutto ancor oggi valido. Ed è tempo che i problemi della congiuntura, soprattutto disoccupazione ed aree depresse, vengano affrontati senza ulteriori indugi, con provvedimenti e mezzi idonei.
    Per il raggiungimento di questo fine confido che molto sia per giovare la Consulta, che state per istituire intorno al gruppo dei Senatori del regno, prezioso gruppo per l’indiscutibile autorità e la profonda competenza dei suoi componenti. Gli studi e i pareri di cotesti insigni servitori dello Stato porteranno un utile contributo all’esame delle numerose e complesse questioni di diritto pubblico, di economia, di politica estera e interna, che dovranno essere prossimamente avviate a soluzione.
    Sarà fecondo il vostro lavoro, perché sarà ispirato esclusivamente alla volontà del bene per il Paese, che è la espressione più pura della vera fede monarchica.
    Viva l’Italia!
UMBERTO
Cascais, 16 Marzo 1959
DATA: 11.12.2009
   
CENT’ANNI ORSONO LO ZAR E IL RE D’ITALIA A RACCONIGI  LA GRANDE POLITICA
 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 6.XII.2009

La foto dell'incontro di Racconigi     
E’passata quasi sotto silenzio  la visita del presidente della Federazione Russa alle due Rome: il Quirinale e la Città del Vaticano. Eppure gli accordi ora stipulati tra Italia e Russia e tra Mosca e la Santa Sede sono d’importanza storica. Fedele alleato della Nato, il governo di Roma, che per primo si è dichiarato pronto ad aumentare in misura elevata il proprio contingente nella missione Nato in Afghanistan, è lo stesso che da anni opera con calcolata iniziativa sia verso la Federazione Russa, sia verso l’altra sponda del Mediterraneo, specialmente la Libia. Così vogliono storia e geografia.
    Non solo per il riflesso delle date, torna alla memoria l’incontro  di Racconigi, cent’anni orsono, tra Vittorio Emanuele III di Savoia e lo Zar di Russia, Nicola II Romanov. Dal 1882 il Regno d’Italia era legato dall’alleanza difensiva con  gl’Imperi di Germania e di Austria-Ungheria. L’“Intesa cordiale” tra Gran Bretagna e Francia e quella tra Russia e Inghilterra  sulla ripartizione delle zone d’influenza in Asia (specialmente sull’Afghanistan)  dal 1907 riportò in primo piano i vecchi nodi della crisi europea. Con azioni aggressive e accordi segreti Francia, Gran Bretagna e Spagna  si spartivano la costa africana da Gibilterra a Suez. L’Italia aveva bisogno della “quarta sponda”: Tripolitania e Cirenaica, soggette all’Impero turco. Nel 1908 Vienna incorporò Bosnia ed Erzegovina. In Italia i nazionalisti chiesero rumorosamente compensi  sul confine orientale, in realtà non dovuti. La debolezza dell’Impero turco-ottomano era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno aveva fretta che crollasse nel timore che ne nascesse una guerra europea. La Russia però vedeva con preoccupazione la “marcia verso Oriente”, cioè l’espansione  tedesca (e austriaca) sintetizzata nella ferrovia delle “quattro B”: Berlino-Belgrado-Baghdad-Bassora.
    In quello scenario nacque il colpo di coda in politica estera del governo presieduto da Giovanni Giolitti.  Dopo accurata preparazione diplomatica, lo Zar “Nicolò II” (come all’epoca in Italia era detto) arrivò in Italia. Non nella Città di Pio X, che il Patriarca di Mosca non riconosceva né riconosce quale capo della cristianità, né in altre città emblematiche, quali Venezia o Bari. Anche per motivi di sicurezza venne scelta la Real Racconigi. Lo Zar arrivò in treno dalla Francia il 23 ottobre e ne ripartì due giorni dopo. Il 24 i ministri degli Esteri Tommaso Tittomi e Isvolsky si scambiarono “lettere” che segnarono la svolta: Italia e Russia si sarebbero consultate sulla sorte dei Balcani. Gli “accordi di Racconigi” non cancellarono la Triplice ma ne precisarono i contorni. Il tramonto della Sublime Porta di Istanbul non doveva danneggiare né San Pietroburgo né delle legittime aspirazioni italiane.
    Alla base degli accordi di Racconigi vi furono gl’interessi oggettivi permanenti di due potenze e dei rispettivi popoli e soprattutto le personalità dei Sovrani: Vittorio Emanuele III conosceva Nicola II dal 1896, aveva sposato Elena di Montenegro, che si era formata proprio a San Pietroburgo, e nel 1902  in una visita  di Stato nell’Impero Russo aveva posto le premesse per nuovi scenari. A Racconigi Nicola II non portò con sé la Zarina, Alessandra, Principessa di Assia. Perciò nella “foto ricordo” a fianco  della Regina sedette la Contessa Guicciardini, che al primo scatto non seppe trattenere un sorriso, sicché la fotografia dovette essere ripetuta. In effetti l’orizzonte era fosco. La ancor oggi troppo celebrata Guerra di Crimea contro la Russia era il passato remoto.  Intuizione felice? Un errore?
    Il 24 ottobre 1909 a Racconigi il Vecchio Piemonte offrì quinte solenni  per la Grande Storia. Era la terra di Joseph  de Maistre, autore delle Serate di San Pietroburgo, di Cesare Balbo, Silvio Pellico, Alessandro Manzoni e dei tanti che per secoli additarono l’unità dei cristiani quale fondamento dell’Europa dall’Atlantico agli Urali: il loro era  un cristianesimo nutrito di pensiero greco-latino e ormai conciliato con i Lumi, con il liberalismo e la democrazia.
    Il centenario degli accordi di Racconigi però è passato quasi inosservato. Come del resto sta accadendo del 150° della nascita del Regno d’Italia.
DATA: 07.12.2009
   
SIRACUSA: CELEBRATA LA BATTAGLIA DI CULQUABER
IL MESSAGGIO DI AMEDEO DI SAVOIA 
  
Il tavolo della Presidenza    
Un numeroso e qualificato pubblico ha partecipato al convegno promosso dalla Delegazione Provinciale GG.OO. e dalla Federazione Prov.le dell’Istituto del Nastro Azzurro di Siracusa per ricordare la campagna 1940-1941 nell’Africa Orientale Italiana e in particolare la battaglia di Culquaber (6 agosto- 21 novembre 1941). Il Circolo Ufficiali del 34° Gruppo Radar ha ospitato il significativo evento, principiato con la lettura della motivazione della M.O.V.M. concessa alla bandiera dell’Arma dei Carabinieri per i fatti di Culquaber e del messaggio inviato da S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia e i saluti dell’On. Prof. Vincenzo Vinciullo, che ha portato l’adesione dell’Assemblea Regionale Siciliana, e del Dott. Michele Mangiafico, Presidente del Consiglio Provinciale di Siracusa. L’Avv. Francesco Atanasio, vice segretario naz. Umi, ha poi presentato l’evento e i due relatori: l’Avv. Antonello Forestiere, direttore del civico Museo della Piazzaforte diLa sala Augusta e saggista di storia militare, e il Generale di Brigata dei Carabinieri Dott. Nicola Snaiderbaur. Il ciclo delle operazioni militari in Africa Orientale, presieduto da Amedeo di Savoia, Viceré d’Etiopia, seppe cogliere significative vittorie impegnando il nemico costretto a dirottare verso il giovane impero italiano ingentissime risorse: Gallabat, Cassala, Cheren, Amba Alagi, Gondar e infine Culquaber. La resa degli onori militari ai nostri soldati da parte degli Inglesi sancì per sempre il valore di chi combattè al comando del Duca d’Aosta. Il convegno si è concluso con la consegna di un attestato di beneremenza al sig. Michele Garro, reduce di Gondar.

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA-AOSTA
ALL'ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO DI SIRACUSA
NEL RICORDO DELLA BATTAGLIA DI CULQUALBER

Amici del Nastro Azzurro,
    plaudo all' iniziativa di ricordare, dopo tanti anni, la battaglia di Culqualber che rappresenta, nella sua tragicità, una pagina luminosa di eroismo dei nostri soldati in Abissinia.
    In quella battaglia si immolarono, quasi nella loro totalità, i componenti il I Gruppo dei Reali Carabinieri, degli "zaptié" ai loro ordini ed un battaglione di Camicie Nere.
    Per il sacrificio e per la fierezza che contraddistinsero i Reali Carabinieri nell'arduo combattimento, alla Bandiera dell'Arma è stata concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare mentre, ai pochi sopravissuti. gli inglesi riservarono, ammirati, l'onore delle armi.
    Ricordare i Caduti per la Patria è un dovere cui nessuno può esimersi. Voi oggi, ricordando quell'evento, rivolgerete un commosso pensiero anche all'ultimo reduce di Culqualber: il carabiniere Abelardo Vallò, scomparso nel marzo di quest'anno.
    Con questo spirito, nel ricordo di chi ci ha preceduto sulla via dell'onore e del sacrificio, mi è gradito far pervenire a voi tutti "azzurri", per il tramite del vostro Presidente avv .Francesco Atanasio, il mio più cordiale saluto.
Da Castiglion Fibocchi, 28 nvembre 2009.
Amedeo di Savoia-Aosta

DATA: 02.11.2009

MINARETI: SUL TRICOLORE ITALIANO, DAL 1848 AL 1946, LA CROCE GIA’ C’ERA…
  
        Dichiarazione del Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) Sergio Boschiero:

Bandiere dell'U.M.I. con lo scudo sabaudo  «Non ho nulla contro i minareti e i simboli religiosi ma, di fronte alla grottesca polemica in corso, indice di intolleranza e ignoranza, ricordo ai politici epuratori che la bandiera italiana conservò fino al giugno 1946 lo scudo dei Savoia, che il Re Carlo Alberto volle ben visibile sul bianco del Tricolore.
    Lo scudo sabaudo riproduceva una gran croce bianca in campo rosso, nella cornice azzurro Savoia.
    Giosuè Carducci, un repubblicano serio, dedicò alla bandiera stemmata la celebre poesia “Bianca croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re!”.
    I Sovrani sabaudi, avendo partecipato alle Crociate, potevano fregiarsi del titolo di “Re di Cipro e  di Gerusalemme”.
    Il Re Vittorio Emanuele III, nel corso della vista in Libia, Eritrea e Somalia, visitò più moschee che il Gran Muftì di Gerusalemme».
Roma, 1 Dicembre 2009
Sergio Boschiero
DATA: 01.12.2009
     
I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA AL PREMIO PROFILO DONNA 2009
  Profilo Donna: i Principi Amedeo e Silvia di Savoia
    Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia hanno partecipato, lo scorso 31 ottobre a Modena, al premio “Profilo Donna 2009”, l’importante evento che da anni si pone l’obiettivo di  valorizzare i talenti delle donne nel mondo delle scienze, dell'arte, delle professioni e dell'impegno sociale.
    In questa edizione sono state premiate, fra le altre, S.A.R. la Principessa Wijdan Fawaz Al-Hashemi, Ambasciatrice del Regno Di Giordania, la Presidente di Italia Cinema Marina Cicogna, il soprano Carmela Remigio, la giornalista Silvana Giacobini e Marinella di Capua, fondatrice dell’Associazione Solidarietà Ovunque Subito.
    I Principi sabaudi erano accompagnati dal Vicesegretario nazionale U.M.I. Massimo Nardi.
    Nella Foto le LL.AA.RR. in compagnia di Cristina Bicciocchi, Presidente del Premio Profilo Donna.
DATA: 30.11.2009

GIUSTIZIA PER VIA PLEBEA? LA NUOVA “EPURAZIONE”
 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del piemonte" del 29.XI.2009

Palmiro Togliatti    Torna la giustizia “per via plebea”? Che cos’è? Vediamo. Il 4 maggio 1944 il governo Badoglio affrontò il  nodo dell’ “epurazione”, cioè la punizione  di un reato che non esisteva nel codice. Il governo decise di punire quanti avevano “sorretto il fascismo e reso possibile la guerra”. Molto vago, il capo d’imputazione si prestava alle interpretazioni più varie. Il ministro della Giustizia, Vincenzo Arangio Ruiz, liberale e giureconsulto di grande serietà, obiettò che l’epurazione introduceva in Italia la retroattività delle leggi e ricordò che il 30 ottobre 1922 Mussolini era stato nominato capo del governo dopo una delle tante crisi extraparlamentari della storia d’Italia ed era poi stato approvato dalle Camere. Da quale momento il fascismo era divenuto fascismo? La definizione del fascismo era ed è una questione di storia. Gli epuratori però miravano ad annientare chi non si allineava alle direttive del Partito comunista italiano, sorretto dal socialista Nenni e da una parte del partito d’azione, un cui esponente, Adolfo Omodeo, si schierò infatti a favore della retraoattività e invocò anzi una “legge più dura e rivoluzionaria”.
    Da poco rientrato in Italia dall’Unione Sovietica, il capo del partito comunista, Palmiro Togliatti, dettò la linea al governo: l’epurazione andava attuata “per la via giuridica o per la via plebea”. Lo ribadì in Epurazione e cretinismo giuridico. In molti casi l’epurazione prevedeva la pena capitale. Il liberale Benedetto Croce, ministro senza portafoglio, domandò se la Nuova Italia dovesse o meno conservare la pena di morte. Togliatti gli replicò che essa era una “precisa esigenza politica”. I “giacobini” del Partito d’azione plaudirono.
    Il clima era torbido. Nei mesi seguenti  vennero compilati lunghi elenchi di categorie di persone che andavano passate per le armi “a vista” e furono istituiti “tribunali del popolo” autorizzati a decidere con sentenza sommaria, senza appello. I “fatti irreversibili” si moltiplicarono.
    L’epurazione non riguardò solo i gerarchi del Partito nazionale fascista e i vertici  della Repubblica sociale italiana, ma anche il Senato del Regno, i cui componenti furono dichiarati decaduti dal rango e dal titolo e privati dei diritti politici e civili. Altrettanto avvenne nelle amministrazioni pubbliche incluse le Università e nelle Accademie, come documenta Paolo Simoncelli nel libro bello e amarissimo L’epurazione antifascista all’Accademia dei Lincei (Ed. Le Lettere).
    Infrattati nei partiti rivoluzionari molti epuratori  fecero dimenticare alla svelta i propri trascorsi, incluso il giuramento di fedeltà al regime fascista e alla RSI,  e fecero il bello e il cattivo tempo anche nei confronti di chi aveva rinunciato alla cattedra per non piegarsi al regime.
    Con l’avallo, purtroppo, di Croce avvenne l’inverosimile. Il comunista  Concetto Marchesi tuonò contro i “corruttori della scienza e traditori della patria” e concluse: “Noi chiediamo la loro testa”. Come andavano formate le nuove Accademie?  “Da un comitato politico con criteri politici” ordinò Marchesi. Uscito dalla finestra il totalitarismo rientrava dalla porta. Anziché nera la camicia divenne rossa: ma sempre camicia era.
    Quei precedenti hanno condizionato i sessant’anni seguenti della storia d’Italia anche  per stolida sottovalutazione del “culturame” da parte dei democristiani.  La “via plebea all’epurazione” è stata usata dal terrorismo politico (Brigate Rosse e affini). Oggi essa usa altri metodi: non l’eliminazione fisica, ma l’ esclusione dalla rappresentanza politica sulla base di imputazioni degradanti, che comportano la “morte civile” di chi ne è bersaglio. Anziché della verità  politica (il voto dei cittadini  e la maggioranza parlamentare), della  verità storica (la storia è scomoda perché presuppone libertà di giudizio) e di quella giudiziaria (troppo spesso una chimera), la “via plebea” si serve della opinione comune, manipolata ad arte.
    In Italia Togliatti non giunse  dal paradiso terrestre ma da decenni di connivenza con Stalin nella guerra di Spagna  e nella liquidazione dei partiti fratelli. Concetto Marchesi aveva giurato  fedeltà al regime, ma autorizzato dal PCI, che si autoassolse da tutto e si elevò a depositario della morale pubblica e privata, con il prono assenso di tanti “democratici” dalla coda di paglia. Ne dette un saggio nel 1991 quando i gruppi parlamentari comunisti incriminarono il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione con imputazioni risibili e per reati inesistenti. Ora il nodo torna al pettine. Alla giustizia si sostituisce il giustizialismo, alla via giudiziaria quella plebea: fondata su accuse che contengono sentenza ed esecuzione immediata: l’esclusione dal consorzio civile.
    Oggi però la “via plebea” trova ostacolo nel presidente della Repubblica e nei cittadini, che, in caso di crisi, semmai chiedono di tornare alle urne.  

DATA: 30.11.2009

BARI: INCONTRO DELL’U.M.I. PUGLIESE
 
L'Avv. Alessandro Sacchi, Vicepresidente nazionale UMI5    Giovedì 26 novembre 2009, presso la prestigiosa sede dell’Unione Monarchica Italiana di Bari, coordinati dal presidente regionale Comm. Peppino Interesse,  si è svolta una riunione del comitato U.M.I. delle Puglie, alla presenza del vicepresidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi.
    Durante l’incontro si è a lungo analizzata l’attuale situazione politica nazionale e si è discusso sui punti programmatici associativi da realizzare nell’imminente 2010.
    Presenti, fra gli altri, il coordinatore del Club Reale “Savoia” di Corato Rag. Oronzo Cassa e l’Ispettore nazionale Domenico Fata. L’Avv. Sacchi ha portato all’assemblea il saluto del Presidente nazionale Gian Nicola Amoretti e del Segretario nazionale Sergio Boschiero.
DATA: 27.11.2009
 
QUANDO  FUNZIONA L’APPELLO DIRETTOAGLI ELETTORI: L’ESEMPIO DEL “PROCLAMA DI MONCALIERI”
 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22 Novembre 2009

Vittorio Emanuele II       “Ho promesso di salvare la nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque siasi il nome, il grado, lo scopo degli uomini che li compongono. Questa promessa, questo giuramento li adempio sciogliendo una Camera divenuta impossibile, li adempio convocandone un’altra immediatamente; ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su me ricadrà la responsabilità del futuro; e nei disordini che  potessero avvenire non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi di loro”. E’ il passo  più forte del Proclama firmato da Vittorio Emanuele II nel castello di Moncalieri il 20 novembre 1849. Un ultimatum non ai deputati ma agli elettori.
Il Regno di Sardegna versava in condizioni drammatiche. Il 23 marzo l’Armata sarda era stata sconfitta a Novara. Carlo Alberto aveva abdicato a favore del figlio. A fine luglio si era spento a Oporto.  Al celebre clinico mandato ad assisterlo sussurrò “ Riberi, vi voglio bene ma muoio”. Il trattato di pace con l’Austria (Milano,  6 agosto) aveva imposto al Piemonte una forte indennità, ma  non toccava lo Statuto, che garantiva la monarchia rappresentativa, cioè con Camera e Senato, libertà di stampa, elezione  dei consigli comunali e divisionali, né le altre riforme introdotte dal re defunto: il tricolore al posto della coccarda sabauda, la parità dei regnicoli quale ne  fosse la confessione religiosa.  Sino alla firma del trattato gli austriaci sarebbero rimasti in armi ad Alessandria: una spina nel cuore, a metà strada tra Torino e Genova, che spegneva sul nascere i sogni  dell’Italia indipendente e una.
   Dalla prima elezione del 27 aprile 1848 la Camera dei deputati  era stata sciolta e rieletta due volte.  Al primo governo, presieduto da cesare Balbo, ne erano seguiti una decina: una girandola che stava screditando le istituzioni parlamentari, diffondendo scetticismo, allontanando  dalle urne persino l’esigua minoranza ammessa al diritto di voto. Il  16 novembre su proposta di  Carlo Cadorna la Camera rinviò la discussione sul trattato sino a quando il governo non avesse ottenuto dall’Austria il riconoscimento della cittadinanza sarda agli emigrati lombardo-veneti rifugiatisi in Piemonte durante o dopo la guerra: una condizione inaccettabile da parte dell’Impero. Anche Massimo d’Azeglio, presidente del consiglio dal 7 maggio 1849, osservò che non si poteva pretendere di trasformare il vincitore in vinto. Di lì la coraggiosa decisione del re: sciogliere la Camera e appellarsi al corpo elettore. Il Re invocò  l’elezione di uomini ragionevoli, seri, disposti a lavorare non per ideologie  ma per l’interesse del regno, che per risollevarsi aveva urgenza di voltar pagina con la guerra.
   Vittorio Emanuele II, Azeglio e i “moderati” vinsero la scommessa. Mentre nelle elezioni del 22 gennaio e del 15 luglio 1849 l’affluenza alle urne era scesa di circa 15 punti assestandosi intono al 50%, il 9-11 dicembre 1849 salì quasi al 65% con un picco in Savoia (il 76%) mentre  l’opposizione crollò in Sardegna e in Liguria, roccaforti dei critici più severi della Corona.
Come documenta l’Epistolario di Massimo d’Azeglio, curato da Georges Virlogeux per il Centro Studi Piemontesi (è ora in stampa il volume VII,  dall’ottobre 1851 al novemnbre 1852) con  quel voto iniziò la ripresa del Regno: a conferma che l’appello diretto agli elettori è una carta vincente quando occorre smuovere le coscienze, porre ciascun cittadino  dinanzi alle sue responsabilità, far capire senza giri di parole che alla fin fine ciascuno dovrà dolersi di se stesso se non sa mettere ragione nell’ora suprema e assicurare la stabilità di governo. Il 9 gennaio 1850 la nuova Camera approvò il trattato di pace con 112 si, 17 no e 7 astenuti; il Senato lo fece con 50 si e 5 no.
   Vittorio Emanuele II aveva 29 anni e da tanti era considerato poco più che un soldataccio a caccia di selvaggina e  gonnelle. Però sulle condizioni dello Stato e sulle sue prospettive aveva idee più chiare di tanti politici fini. Dieci anni dopo guidò la seconda guerra d’indipendenza e il 17 marzo 1861 venne proclamato Re d’Italia “per grazia di Dio” (la “volontà della nazione” venen aggiunta solo per la firma delle leggi). Col proclama di Moncalieri il Re impartì una lezione  sempre attuale sul rapporto tra istituzioni e cittadini: Simul stabunt, Simul cadent.
Aldo A. Mola 
DATA: 23.11.2009
   
MOSTRA A ROMA SULLA PRINCIPESSA GRACE KELLY
 
Grace Kelly    La Fondazione Memmo ospita fino al 28 febbraio 2010 la mostra “GLI ANNI DI GRACE KELLY, PRINCIPESSA DI MONACO, voluta da S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco. Abiti, ritratti, fotografie, gioielli, oggetti personali, lettere narrano la favola che entusiasmò il mondo negli anni 50 del secolo scorso quando una famosa e splendida attrice, protagonista di film indimenticabili, sposò il Principe Ranieri di Monaco e portò l’antico Stato sul Mediterraneo a una nuova rinascita. Lasciate le scene, Grace Kelly seppe interpretare il ruolo di Sovrana meglio forse di altre donne nate sui gradini di un trono nel dedicarsi alla famiglia, ai suoi sudditi, alla Croce Rossa e a numerose iniziative di beneficenza e di promozione della cultura che fanno di Lei un personaggio ancora tanto amato.
DATA: 20.11.2009

IL POTERE E LA GRAZIA. I SANTI PATRONI D’EUROPA

Il Potere e la Grazia. I Santi Patroni d’Europa 
Il Museo di Palazzo Venezia ospita fino al 20 gennaio 2010 la mostra dedicata ai Santi Patroni degli Stati d’Europa. Organizzata dal Comitato San Floriano di Illegio, sotto il patronato del presidente della Repubblica e dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. I 100 capolavori esposti raccontano le storie dei 77 Santi protettori dei 49 Stati europei. Fra i Santi tanti i Sovrani e i Principi, elevati nel corso dei secoli alla gloria degli altari: San Luigi di Francia, San Casimiro per la Lituania, San Vladimir per la Russia, Santo Stefano per l’Ungheria, San Leopoldo per l’Austria, Santa Cunegonda imperatrice per il Lussemburgo… Religione cattolica e istituzioni monarchiche sono stati i pilastri della civiltà europea e questa mostra ne dà un’ampia visione fra arte e devozione.
DATA: 20.11.2009

NUOVA STORIA CONTEMPORANEA: SAGGIO DI DE LEONARDIS SULLE FF.AA. DEL REGNO

Nuova Storia Contemporanea 
E’ in edicola il numero 5 del 2009 della rivista “Nuova Storia Contemporanea”, diretta dal Prof. Francesco Perfetti. Fra i numerosi e interessanti contributi segnaliamo in particolare l’articolo del Prof. Massimo de Leonardis “ LA GUERRA DI LIBERAZIONE E LE FORZE ARMATE DEL REGNO”. L’articolo riproduce la relazione presentata al Convegno “I motivi di una scelta. Convegno storico per una memoria condivisa”, svoltosi lo scorso 3 giugno a Roma per iniziativa della Fondazione Le Forze Armate nella guerra di liberazione 1943-1945. L’autore, direttore del Dipartimento di Scienza Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, esamina le ragioni ideali, politiche, militari e diplomatiche di chi, dopo l’armistizio con gli Anglo – Americani del settembre 1943, rimase fedele al giuramento prestato al Re e decise di combattere per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista. Le storie e i destini di uomini come Bergamini, Sogno, Li Gobbi, Fecia di Cossato…sono rievocate con particolare acume e danno il senso quasi tattile delle straordinaria rilevanza “a posteriori” di quanti scelsero la strada ardua, difficile e certamente non redditizia di lottare nel nome della continuità delle istituzioni risorgimentali e prima fra tutte della monarchia sabauda, fatto oggetto di un duplice attacco da parte della Repubblica di Salò e dei partiti del C.L.N. . Ricco l’apparato bibliografico, che offre al lettore un compendio delle pubblicazioni scientifiche e delle fonti memorialistiche su uno dei momenti epocali della nostra storia unitaria.  L’autore conclude ritenendo che “ il Regio Esercito ( ma con esso anche la Marina e l’Aeronautica – n.d.a. - ) ritornato in linea dopo l’8 settembre” fu “ in piena continuità con gli anni precedenti” e respinge la tesi della c.d. “morte della Patria”, tanto caro a una certa storiografia faziosa. “Non morì il patriottismo, ma si ruppe l’unicità di una Patria condivisa e inizio la esasperata partitizzazione dell’idea di nazione”.
Francesco Atanasio
DATA: 17.11.2009
   
CHIOGGIA: COSTITUZIONE NUOVO CIRCOLO

Il busto della Principessa Mafalda di Savoia, posto in Alessandria 
Si è costituita in Chioggia una associazione apolitica e apartitica denominata: “ Laboratorio di storia patria e cultura: Mafalda di Savoia “.
        L'associazione, che ha sede in via Cesare Battisti  n. 264/A, sotto la presidenza di Gennaro Belladonna intende promuovere incontri e dibattiti sulla storia d'Italia risorgimentale e contemporanea con particolare attenzione a questioni inerenti la Casa Savoia.
     L'associazione si riunisce con soci ed interessati in conviviali culturali a scadenze prestabilite e si avvalerà della presenza di ospiti di rimarcata valenza culturale e notorietà.

DATA: 17.11.2009

A PARIGI MOSTRA IN RICORDO DELLA REGINA MARIA JOSE', CURATA DA S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA
  
Mostra Parigi Maria José       Siamo lieti di presentare alcune suggestive immagini della riuscitissima mostra curata da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia in ricordo della Regina Maria Josè, al momento a Parigi presso la Fondazione Bismark. Il successo di pubblico e il consenso della stampa non solo francese premia gli encomiabili sforzi della Principessa Maria Gabriella per il recupero della memoria e delle tradizioni di Casa Savoia.
 
Mostra Parigi Maria José
Il busto marmoreo della Regina

Mostra Parigi Maria José
Dua abiti della collezione
DATA: 16.11.2009
 
IL CALENDARIO 2010 DELLE FORZE ARMATE PER IL 4 NOVEMBRE
  
       Lo Stato Maggiore della Difesa e il Ministero della Difesa, in occasione del fausto anniversario della vittoria del 4 Novembre, Festa delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale, faranno omaggio a quanti lo richiederanno del Calendario delle Forze Armate per il 2010. I mesi del calendario sono dedicati ai valori dell’Etica militare, rappresentati da splendide immagini fotografiche.

Modalità  per richiederlo:
numero verde 800 224.664 – da lunedì a domenica dalle ore 9.00 alle ore 19.30

    L’UNIONE MONARCHICA ITALIANA plaude all’importante iniziativa, si stringe con amicizia ai Soldati d’Italia, ricorda reverente i Caduti della Grande Guerra e invoca la sepoltura nel Pantheon di Roma di Vittorio Emanuele III, primo artefice della Vittoria del 4 novembre 1918 assieme agli altri Sovrani ancora tumulati in terra straniera. 

DATA: 03.11.2009
 
PLACIDO E LA STORIA SBAGLIATA CHE FAZIO NON VUOLE CORREGGERE
   dal corriere della sera del 2 XI 2009 - di Ernesto Galli della Loggia

Giuseppe Garibaldi       Sabato sera, ospite della trasmissione di Fabio Fazio «Che tempo che fa», Michele Placido, dopo aver rievocato le proprie origini lucane ha fornito la sua versione di ciò che secondo lui accadde nell’Italia meridionale nel 1860 e subito dopo. Ripeto a memoria, ma sicuro di ricordare più o meno alla lettera (del resto esiste di certo una registrazione): «Quando ci fu l’annessione arrivarono dal nord le truppe italiane… piemontesi, e cominciarono subito i massacri. Migliaia e migliaia di giovani furono messi al muro, così, e fucilati. Paesi interi distrutti: queste cose nessuno le sa ma vanno finalmente dette. Fu una strage». Altro che Unità d’Italia. Piuttosto una specie di anticipazione dell’arrivo in Bielorussia delle WaffenSS , si direbbe. Il tutto proclamato con tono ispirato, dopo essersi girato sulla poltrona verso il pubblico bue che, sollecitato dal condiscendente sorrisino del presentatore, non ha fatto mancare il suo caloroso applauso alle scempiaggini appena udite.
    Alla fine, però, Michele Placido non ha colpa più di tanto. Che obbligo ha, lui, infatti, di sapere, come sono andate veramente le cose? E cioè che subito dopo l’Unità ci fu nel Sud una sollevazione contadina, sobillata anche dal clero reazionario e dai borbonici, contro i «piemontesi» sì, ma anche contro tanta parte migliore della società meridionale? che, come capita sempre in queste circostanze, la ferocia fu da ambo le parti? che se i bersaglieri fucilavano, i loro avversari decapitavamo, mutilavano, castravano? Ma che ne sa Placido di tutto questo? Egli è solo uno dei tanti italiani che ha una conoscenza raffazzonata e per sentito dire della storia del suo Paese, intessuta della panzane politico-ideologiche che gli è capitato di leggere sui libri sbagliati e più probabilmente di orecchiare. La controparte meridionale della cultura del leghismo.
    Quello che è grave — mi verrebbe da scrivere vergognoso, ma lasciamo perdere — è che a questa ignoranza presti i suoi mezzi il servizio pubblico televisivo: «italiano», fino a prova contraria. Con i suoi presentatori non saprei dire se più ignoranti o più timorosi di opporsi, sia pure con una sola parola, ai luoghi comuni accreditati.

DATA: 23.10.2009
   
SU "PANORAMA" IL MEMORIALE SEGRETO DI VITTORIO EMANUELE III
  
Panorama n° 44       Sul numero di Panorama oggi in edicola (n° 44 del 29 Ottobre 2009 - Euro 3,00), in un articolo che porta la prestigiosa firma dello storico Aldo A. Mola, vengono analizzati gli appunti di S.M. il Re Vittorio Emanuele II, scritti su un quaderno nel lungo periodo che va dal 1896 fino al 1946 e mai resi noti. Il quaderno è stato custodito dl nipote Conte Pierfrancesco Calvi di Bergolo e, in 120 pagine, descrivono 50 anni di storia d'Italia.
    Mola, nell'articolo pubblicato nelle pagine 176-180, ripercorre gli avvenimenti principali descritti delineando un inedito ritratto del terzo Sovrano d'Italia.

DATA: 23.10.2009
   
LETTERA AI NEMICI DEL RISORGIMENTO E DI CASA SAVOIA
  
       A tutti coloro che in queste settimane continuano a denigrare il Risorgimento ed i suoi protagonisti, in primis Casa Savoia, ricordo queste poche righe che molto intelligentemente il Dottor Aldo Cazzullo ha voluto ricordare nel suo editoriale sull'ultimo numero del Magazine del Corriere della Sera: righe estrapolate da una lettera inviata da Re Vittorio Emanuele II, alla vigilia della sua partenza sui campi di battaglia della seconda Guerra d'Indipendenza, a Costantino Nigra, Segretario di Stato, diplomatico e uomo di fiducia del Conte di Cavour:
    "Io parto domattina per la campagna con l'Esercito. Ecco il mio testamento: se sarò ucciso voi l'aprirete e avrete cura che tutto ciò che vi si trova sia eseguito. Io procurerò di sbarrare la via di Torino; se non ci riesco e se il nemico avanza, ponete al sicuro la mia famiglia e ascoltate bene questo: vi sono al museo delle armi quattro bandiere austriache, prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno; valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo: il resto non conta".
Giuseppe Polito
Biblioteca storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 19.10.2009
   
IL GOVERNO ALBANESE ANNUNCIA LA SEPOLTURA IN PATRIA DI RE ZOG I, CHE AVEVA LASCIATO L’ALBANIA A SEGUITO DELL’INVASIONE ITALIANA DEL 1939
  
Ahmed Zog I       Il Governo albanese, presieduto da Sali Berisha, ha deciso all’unanimità di accogliere le numerose istanze pervenute che da anni chiedono la sepoltura in patria delle spoglie di Hamed Zog I, il Re costretto all’esilio dall’invasione dell’Italia fascista avvenuta nel 1939.
    Le spoglie del Sovrano, descritto dai media come “il fondatore dello Stato albanese moderno”, saranno accolte con i massimi onori e saranno sepolti sulla collina dominante Tirana, avendo alle spalle la “residenza reale delle aquile”.
    In Albania già risiede il figlio di Zog, Re Leka I, con il figlio Leka II, un giovane serio e colto che il Governo ha inserito nella equipe che affianca il Ministro degli esteri.
Re Zog, al quale – anche con il voto dei socialisti – è stata intitolata una delle più importanti vie della Capitale, aveva sposato nel 1938 una Principessa ungherese, Geraldina, appartenente ad una famiglia che poteva vantare 600 anni di storia. E’ morta in Albania qualche anno fa.
    Il segretario nazionale dell’U.M.I. (Unione Monarchica Italiana) Sergio Boschiero, nel sottolineare il grande significato civile del gesto del Governo albanese, ha dichiarato: «Sarebbe l’ora che l’esilio post-mortem che colpisce i Re e le Regine d’Italia avesse termine, magari nel quadro delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia che, per rispettare la storia, sarebbe corretto definire il “150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia con Vittorio Emanuele II come Re costituzionale”.»

DATA: 14.10.2009
   
XXVIII CONGRESSO NAZIONALE
Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare 
  
Vittorio Emanuele III       Il 16 ottobre avrà inizio in Bologna il XXVIII Congresso Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare: è la massima assise del sodalizio, convocata per il rinnovo degli incarichi associativi nazionali e la programmazione della futura attività.
    All’indomani della Grande Guerra, che aveva visto il popolo italiano, senza distinzione di ceto e di origine, teso con ogni sforzo verso la Vittoria, la nobile schiera dei decorati al valor militare non volle far disperdere quel patrimonio di eroismo, sacrificio ed abnegazione che aveva così duramente segnato la Nazione. Ecco che allora S.M. il Re Vittorio Emanuele III con Regio Decreto del 21 marzo 1923 riconosceva la costituzione del sodalizio, eretto poi in Ente Morale con Regio Decreto del 31 maggio 1928. In oltre ottanta anni di storia il sodalizio ha riunito quanti fra gli Italiani hanno servito la Patria senza riserve e dubbi, spesso immolatisi fino al sacrificio estremo, su tutti i campi di battaglia e a volte anche in tempo di pace per la difesa delle istituzioni, così come avvenne per il Reale Carabiniere Scapaccino, il primo militare dell’allora Regno di Sardegna ad essere decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare, istituita nel 1833 da Re Carlo Alberto.
    L’Unione Monarchica Italiana, che nei suoi 65 anni di vita associativa ha avuto fra i suoi Soci e Dirigenti numerosi decorati al Valor Militare, nel ricordo delle sei medaglie d’oro riconosciute ad altrettanti Principi di Casa Savoia (Vittorio Emanuele II, Eugenio di Savoia – Carignano,Umberto I,
    Amedeo di Savoia-Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Amedeo di Savoia-Aosta, Viceré  d’Etiopia), formula vivi voti augurali all’Istituto del Nastro Azzurro e saluta con particolare gratitudine a stima il suo Presidente Nazionale uscente, il Comandante Giorgio Zanardi, Ufficiale della Regia Marina, pluridecorato al Valor Militare, eccezionale esempio dall’alto delle sue 96 primavere di patriottismo e senso del dovere.

DATA: 14.10.2009
   
URBANO RATTAZZI: DECENTRARE MA CONTROLLARE
  
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 4.X.2009

Urbano Rattazzi - foto da internet    Il celebre motto di Massimo d’Azeglio “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” rispecchia solo in parte la realtà storica. Non solo gli scrittori politici e gli storici ma anche scienziati, mercanti, manifatturieri aveva da secoli un’idea unitaria dell’Italia. L’accelerazione verso l’unione venne con l’irruzione di Napoleone Buonaparte e di filofrancesi che tra Sette e Ottocento ripresero il rinnovamento civile cui era giunto con l’illuminismo: quelle, per stare al Piemonte, di Radicati, del monregalese Vasco e di tanti novatori.
  La creazione del Regno d’Italia con capitale a Milano (1805)  e di quello di Napoli con Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat (1808) mostrò che l’Italia non era solo un’espressione geografica. Per battere i francesi e i loro alleati interni anche l’inglese lord Bentinck, che “tutelava” in  Sicilia  Ferdinando di Borbone e in Sardegna Vittorio Emanuele di Savoia, inventò una costituzione per l’Italia.
  Dopo la Restaurazione il processo di unione riprese con i moti del 1820-21, del 1831 e altre cospirazioni sino a quando Massimo d’Azeglio pubblicò il Manifesto per un’opinione nazionale che segnò la svolta: basta col terrorismo politico di Giuseppe Mazzini, si   riforme   per mettere insieme moderati e democratici. A tirare le somme furono Camillo Cavour e Urbano Rattazzi che nel febbraio 1852 dettero vita al centro-sinistro (sic), la grande alleanza tra le due forze fondamentali non solo del Parlamento Subalpino ma dell’Italia intera, liberali e democratici.
    L’ago della bilancia fu Vittorio Emanuele II che  aveva una vita privata vivace ma nei passaggi decisivi fu Testa Coronata e sovrano popolare. Del resto doveva gareggiare con Ferdinando II di Borbone che a Napoli parlava come i lazzari e si faceva ritrarre in veste di pescatore. Dal marzo 1861 Vittorio Emanuele II firmò i decreti come re “per grazia di Dio e volontà della nazione”. Come oggi si sentenzia “in nome del popolo italiano”
    A “fare gli italiani” il governo del Regno di Sardegna non iniziò nel 1861 ma decenni prima della seconda guerra d’indipendenza (1859) e della proclamazione del regno d’Italia (17 marzo 1861) con vaste riforme e leggi sperimentate al proprio interno. Il fatto nuovo dopo il 1848-49, cioè la fine della “guerra di popolo” e la sconfitta di Carlo Alberto a Novara, fu che gli artefici del programma nazionale  non erano solo cittadini del regno sardo  ma uomini di tutte le regioni accorsi in Piemonte perché esso era il laboratorio della futura Italia. Alfonso La Marmora trasformò l’esercito in uno strumento formidabile; Boncompagni e poi il napoletano Francesco De Sanctis innovarono l’istruzione; Paleocapa la rete ferroviaria, Pasquale Stanislao Mancini il pensiero giuridico e le relazioni Stato-Chiesa, riprendendo  continuando l’azione di Giuseppe Siccardi e altri, in antagonismo con Clemente Solaro della Margarita.
    Nel 1859, quando l’Italia non c’era affatto né si immaginava che potesse nascere così rapidamente, appena annessa la Lombardia il regno sabaudo varò due leggi strategiche. La prima fu quella sulla scuola, dovuta al milanese Gabrio Casati, rispondente al pensiero dei cattolici liberali e dei liberali cattolici. La seconda fu la riforma degli enti locali voluta da Urbano Rattazzi che ci lavorò anni sulla traccia degli studi di Pietro de Rossi di Santa Rosa e Gustavo Ponza di San Martino. Comuni e province che sino ad allora  vivevano sotto stretto controllo del governo divennero enti più liberi, ma tenuti al pareggio del bilancio sotto stretto controllo dei prefetti. Nessuna spesa senza entrata.
       Rattazzi (Alessandria,1808-1873) ebbe vita privata difficile, ma questo non gl’impedì di dedicarsi allo Stato. Avvocato abile e affermato, deputato e ministro dal 1848, presidente della camera dal 1852, nel 1859 fu il vero capo politico del governo presieduto dal ferreo La Marmora. Fu presidente del consiglio sfortunato. Nel 1862 legò il nome ad Aspromonte ove il Regio Esercito fermò Garibaldi con fucilate che era meglio evitare. Nel 1867 non impedì l’impresa di Garibaldi verso Roma, schiacciata dai fucili dei soldati papalini a Mentana: troppi morti, feriti e prigionieri.  
    Suo nipote, Urbanino Rattazzi, fu ministro della Real Casa  e grande suggeritore del nuovo centro-sinistro di Giovanni Giolitti  e Giuseppe Zanardelli: il miglior governo possibile prima e dopo l’assassinio di Umberto I a Monza. Un segno dei tempi  che merita riflessioni di ampio respiro, la rinnovata sintesi tra  il liberalismo di Cavour e la democrazia  di Urbano Rattazzi (*)

                                                                                                  Aldo A. Mola,3 ottobre 2009

(*) Dal 7 al10 ottobre si svolge ad Alessandria il LXIV Congresso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, dedicato a “Cavour e Rattazzi:una collaborazione difficile”. Tra i relatori Valerio Castronovo, Ennio di Nolfo, Francesco Traniello. Nella Tavola Rotonda sull’Europa di fronte al nuovo Piemonte presieduta da Carlo Ghisalberti interventi di Fernando Garcia Sanz e Jean-Yves Frétigné. Sui rapporti tra i Rattazzi e la massoneria  ha scritto pagine documentate Luciano Tamburini, direttore di “Studi Piemontesi”.Come ricorda Vittorio Gnocchini in Logge e massoni in Piemonte e Valle d’Aosta (ed. “Il Giornale del Piemonte”, pref. di Fulvio Basteris) Urbano Rattazzi non appartenne ad alcuna loggia subalpina.
DATA: 06.10.2009
 
25°ANNIVERSARIO M.O.V.M. PROVINCIA DI AREZZO
  
Medaglia d'Oro al Valore Militare - Dal dito dell'Istituto del Nastro Azzurro5    Per iniziativa della Federazione Provinciale di Arezzo dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Decorati al Valor Militare è stato celebrato il 25° anniversario del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Provincia di Arezzo, avvenuto il 29 settembre 1984 su proposta del Ministero della Difesa. La massima decorazione, istituita da Carlo Alberto Re di Sardegna nel 1833 e poi fatta propria dal Regno d’Italia, veniva a riconoscere l’eccezionale contributo dato dalla provincia di Arezzo alla guerra di Liberazione: vi furono infatti oltre 1.100 vittime civili e  militari dal 9 settembre 1943 al 3 ottobre 1944, un numero che rappresenta il 10% di tutti i Caduti sul territorio nazionale. La provincia di Arezzo, che vede decorati anche 5 suoi comuni, può contare in tutta la storia unitaria un numero tali di decorazioni individuali che ne fanno il territorio italiano che maggiormente ha dato alla Patria in termine di impegno e sacrificio.
    L’Unione Monarchica Italiana, nel ricordo dei Caduti aretini e di Re Umberto II, che negli anni della guerra di Liberazione seppe essere alla testa delle ricostituite Forze Armate con le sue elette virtù civili e militari, pensoso solo delle sorti della Nazione, china reverente le bandiere della Patria e plaude all’importante iniziativa.

DATA: 06.10.2009

IL NUOVO LIBRO DI LUCIO LAMI
  
LE PASSIONI DEL DRAGONE. CAVALLI E DONNE: CAPRILLI CAMPIONE DELLA BELLA EPOQUE, di Lucio Lami - Editore Mursia.

Lucio Lami, LE PASSIONI DEL DRAGONE. CAVALLI E DONNE: CAPRILLI CAMPIONE DELLA BELLA EPOQUE, Editore Mursia.Lucio Lami, già ufficiale del Savoia Cavalleria e corrispondente di guerra de “il Giornale” di Montanelli, esperto conoscitore del mondo equestre, ha dato alle stampe la prima biografia del capitano Federico Caprilli. A cavallo fra Ottocento e Novecento Caprilli rivoluziò l’arte equestre adattando l’uomo al cavallo e il cavallo all’uomo, come era stato invece per secoli. Il suo sistema fu adottato in campo militari dai reggimenti di tutta Europa e non solo e infine sarebbe divenuto il fondamento dell’equitazione negli sport  moderni. Il prezioso saggio è arricchito da oltre 200 foto inedite provenienti dall’archivio personale di Caprilli, salvaguardato in oltre un secolo dalla sua morte, avvenuta precocemente nel 1907, da diversi esponenti dell’aristocrazia torinese: esse ritraggono Caprilli durante l’attività sportiva e didattica, durante corse e concorsi ippici, sempre al centro della più elevata  società del tempo.
Francesco Atanasio
DATA: 06.10.2009

IL GENERALE GAZZERA MINISTRO DELLA GUERRA
  
IL PIEMONTESE CHE FERMO’ MUSSOLINI
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27.IX.2009

Pietro Gazzera - Foto da internet    Pietro Gazzera fu il generale che da ministro della Guerra si oppose a Mussolini sventandone alcuni clamorosi colpi di testa che avrebbero causato la catastrofe. Ma chi era Gazzera e perché va conosciuto? Secondo Dante Alighieri nell’Inferno il passato si vede più chiaro del presente. Tra i rovelli  sulla storia d’Italia uno continua a dominare: tra il 1922 e il 1943 la Monarchia fu o no al carro del  fascismo? Una importante risposta  è data dalla biografia del generale Pietro Gazzera di Giuseppe Novero (Mussolini e il Generale: Pietro Gazzera ministro della Guerra lungo le tragedie del Novecento, ed. Rubbettino), scritta con stile incisivo su documenti di prima mano.
    Novero non fa sconti a veri e presunti responsabili di pagine della storia militare italiana. Va però ricordato che nel 1861, 150  anni orsono, l’Esercito era tutto da fare con pezzi e bocconi degli antichi Stati e che l’organizzazione del Paese (ferrovie, strade, porti, scuole, ospedali...) ebbe priorità rispetto alla macchina bellica, pur necessaria per la sopravvivenza dello Stato.  
    Pietro Gazzera (1879-1953) è un paradigma della Nuova Italia.  Suo padre, modesto lattoniere di Bene Vagienna, nel Cuneese, e  la madre, casalinga ebbero undici figli.  Di essi uno divenne prefetto, l’altro, Pietro, percorse la carriera militare con impegno e onore. Di grado in grado raggiunse posizioni eminenti. Fu a Villa Giusti ove gli austriaci firmarono l’armistizio il 3 novembre 1918. Dieci anni dopo fu nominato sottosegretario alla Guerra, il cui titolare era il presidente del Consiglio, Benito Mussolini. Ricorda il generale Sergio Pelagalli, suo acuto studioso, che  il “duce” negava al sottosegretario quello che Gazzera gli chiedeva nell’interesse del ministro, cioè del presidente del Consiglio, dell’Italia stessa. Una delle tante clamorose contraddizioni del duce.
    Ma all’epoca vi fu in Italia un “regime assoluto”? In realtà le Forze Armate rimasero fedeli alla Corona. Il 31 ottobre 1922 Mussolini in persona aveva scritto di suo pugno che i militari non dovevano osannare pubblicamente la sua ascesa al governo. Voleva sollecitarle a farlo  davvero; ottenne il risultato opposto. Del resto Vittorio Emanuele III fu sempre capo delle Forze Armate, i cui ufficiali vestirono la divisa senza alcuna camicia che non fosse  del colore di ordinanza.  Sottosegretario dal 24 novembre 1928 il 12 settembre 1929 Gazzera venne nominato ministro della Guerra, lo stesso anno in cui il fossanese Balbino Giuliano divenne ministro della Educazione Nazionale. Il Vecchio Piemonte contava. Perché sapeva tenere a freno le intemperanze del “duce”.
    Come appunto fece Gazzera ripetutamente. Novero ricorda che talvolta Mussolini abbozzò propositi aggressivi precipitosi contro la Jugoslavia e contro la Francia.  Accadde, per esempio, in coincidenza con le Grandi Manovre in un’area del Piemonte che ne era teatro da decenni, come la vendemmia. Gazzera non esitò a mettere il duce dinnanzi alla realtà. Deplorò la sproporzione tra le fantasie e i fatti.
    Consapevole che la storia non si fa con le parole, fu proprio lui a portate l’Esercito al massimo di efficienza:  34 divisioni ternarie di fanteria  oltre a due divisioni celeri,alpini, bersaglieri, camicie nere. Negò fucili veri alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, cioè al “paraesercito” di partito. I suoi comandanti se ne lamentarono con Mussolini.  Gazzera rifilava solo vecchi arnesi indecorosi per le loro parate: “tanto varrebbe dare dei bastoni da passeggio o dei ceri da chiesa”.  Gazzera replicò che altrimenti l’Esercito non sarebbe stato pronto in caso di mobilitazione. Preso tra molti venti nel 1933  Mussolini  lo sostituì. Poi il duce agguantò la carica in vista di altre imprese, rovinose per l’Italia e per lui.
    Gazzera continuò a fare la sua parte di militare al servizio della Patria. Il Piemonte iniziò l’amaro declino verso la nuova guerra mondiale  e quella civile. Caduto prigioniero, finì in un campo nel Tennessee (USA). Monarchico venne “epurato”,  dichiarato decaduto dal Senato e collocato a risposo.  Il 1° marzo il fascio di Roma gli aveva mandato una tessera “ad honorem”, d’ufficio, ma non fu mai fascista. Venne tardivamente riabilitato, ma sino a questo libro la sua figura rimase nell’ombra. La sua  vicenda è esemplare per capire la complessità della nostra storia.
Aldo A. Mola
DATA: 30.09.2009

STORICO E PATRIOTA: LA SCOMPARSA DEL PROF. SCIROCCO
  
Federico II di Svevia    In questo clima “anti-risorgimentalista” a pochi mesi dal 150° anniversario dell’Unificazione Nazionale e della nascita dell’Italia non può e non deve passare in silenzio la scomparsa del Prof.Alfonso Scirocco. Lo storico si è spento l’altra notte a 85 anni nella sua casa napoletana. Docente di Storia del Risorgimento all’Università “Federico II” di Napoli, è stato tra i maggiori studiosi di quest’epoca così cruciale e dell’Unità d’Italia, nonché biografo di Giuseppe Garibaldi. Autori di molti libri, apprezzati anche all’estero, la sua dedizione agli studi risorgimentali e la sua onestà intellettuale, anche contro-corrente ad un imperante revisionismo filo-borbonico, gli valsero il titolo di “Grande Ufficiale della Repubblica”, conferitogli nel giugno 2002 dall’allora Presidente Ciampi. Discreto, grande sostenitore delle fonti di archivio che ogni buon storico dovrebbe consultare senza mai stancarsi, il Professor Scirocco è stato un fecondo e strenuo difensore di quegli ideali che portarono il nostro Paese nel novero delle moderne Potenze. La sua ultima biografia su Garibaldi, del 2007, è stata tradotta nelle edizioni della prestigiosa “Princenton University”. Da ricordare anche “In difesa del Risorgimento” pubblicato nel 1998, e non solo, nonché un’enorme saggistica sempre e comunque a difesa non solo degli ideali ma anche dei protagonisti del processo unitario, non celando mai i limiti e le debolezze della struttura politica, sociale ed economia del Regno delle Due Sicilie.
    Personalmente anni fa ho avuto il privilegio di avere consigli ed informazioni utili per i vari convegni storici promossi da questo centro culturale.
    L’Italia perde un grandissimo uomo di cultura, l’UMI e Casa Savoia un raro esempio di lucidità intellettuale che andrebbe onorato!
    Alla sua famiglia, agli amici, ai suoi studenti di ieri e di oggi, il nostro commosso cordoglio.
    Viva l’Italia! Viva il Risorgimento!

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 23.09.2009
   
I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA IN VISITA A SALO' 
  
Le LL.AA.RR. con la direttrice del museo Il giorno 19 settembre 2009, le LL.AA.RR.i Principi Amedeo e Silvia Savoia, dopo aver inaugurato la manifestazione "Il Garda Giardino d'Europa", organizzata dai comuni di Gardone Riviera, San Felice del Benaco, Salò e Toscolano Maderno, hanno visitato La Fondazione Museo Storico del Nastro Azzurro.
    Il museo si snoda in 4 sale con vari cimeli dal 1793 al 1945, tratta dei militari decorati al valor militare di Medaglia d'Oro, d'Argento e di Bronzo.
    Erano presenti, la direttrice del museo, prof.ssa Annamaria Salvo De Paoli Ambrosi che ha fatto gli onori di casa, il vice presidente della sezione del Nastro Azzurro di Salò, prof. D'Acunto ed il dott. Leonardo Malatesta, collaboratore scientifico del museo.
    All'evento hanno presenziato anche il Sindaco di Salò, avv. Barbara Botti,  l'assessore alla cultura, Bonetti Marina, il direttore generale del comune, dott. Casali e il comandante della Polizia locale Stefano Traverso.   
    Le LL.AA.RR. hanno apprezzato molto il museo, ripromettendosi di ritornare in quei bei luoghi, in riva al lago di Garda.
    Al termine della visita, hanno visitato il municipio salodiano e si sono intrattenuti con i convenuti in un breve buffet, sul lungolago.
Il principe Amedeo, assieme alla direttrice del museo, dott.ssa Salvo De Paoli e al prof. D'Acunto durante la visita al museo
Il Principe Amedeo assieme alla direttrice del museo, dott.ssa Salvo De Paoli e al prof. D'Acunto durante la visita al museo

DATA: 22.09.2009