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1983-2013: RICORDO DI UMBERTO II

di Giulio Vignoli da FERT 01/2013

Umberto II   Quest'anno ricorre il trentesimo anniversario della morte dell'ultimo Re d'Italia, Umberto II, deceduto in esilio il  18 marzo 1983.
   Cerchiamo di ripercorrerne brevemente la vita e le opere, dandone un giudizio storico definitivo. Una luminosa figura, possiamo senz'altro anticipare, ancor più luminosa se posta a confronto con i personaggi del  presente turpe tramonto della Repubblica.
  
Nato nel castello di Racconigi, Umberto fu l'unico figlio maschio di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena.
   Ebbe una accurata educazione sotto la guida del colonnello Bonaldi; seguì quindi la carriera militare come tutti i Savoia, la Dinastia infatti aveva millenarie tradizioni guerriere. Umberto di Savoia fu, tuttavia, portato anche alle arti, al collezionismo e agli studi classici, in particolare a quelli storici che approfondirà nell'interminabile esilio. Fu uomo di vastissima e profonda cultura.
   Durante la Grande Guerra, alla quale non potè partecipare per l'età, era infatti nato nel 1904, accompagnò più volte al fronte il padre, il Re Soldato, e accompagnò la madre nella sua opera di assistenza ai feriti. Ricordiamo che il Quirinale era stato trasformato in Ospedale militare.
   Bellissimo d'aspetto, fu in gioventù l'idolo del mondo femminile italiano, tanto da essere soprannominato il principe charmant.
   Nel 1929 sposò la principessa Maria Josè, figlia del Re Alberto del Belgio, da cui ebbe quattro figli.
   Fu uomo profondamente buono, qualità ereditata dalla madre, la Regina Elena, la “Signora della carità benefica”, la Rosa d'Oro della Cristianità.
   Durante il Fascismo svolse le sue funzioni di principe ereditario senza compromissioni colUmberto II Regime che sentiva in lui un critico e un avversario. Come antifascista viene del resto indicato nella prestigiosa Enciclopedia del Fascismo. Il Regime, dal canto suo, cercava di sminuirne la figura, tenendola in ombra e diffondendo voci false e tendenziose. Personalità del Fascismo, come Bottai, Balbo e Ciano, ne riconobbero tuttavia più volte la grande intelligenza e preparazione. Bisogna anche aggiungere che Vittorio Emanuele III, con sollecitudine di padre, cercò sempre di tenerlo lontano da intrighi politici o di Corte perchè non ne venisse coinvolto.
   Contrario all'alleanza con Hitler, contrario all'entrata in guerra, cercò invano di impedire questi sciagurati eventi con i mezzi di cui disponeva. Non molti in verità, data la situazione in cui si trovava, quale Principe Ereditario, tenuto all'obbedienza al Re suo padre, conscio dell'antipatia nutrita verso di lui da Mussolini e dalle gerarchie fasciste che spesso si auguravano la caduta della Monarchia e l'ascesa al potere assoluto del Duce.
   Completamente estraneo ai fatti dell'8 Settembre, seppe della resa italiana quando questa era già firmata a Cassibile, seguì il Governo e il Padre nel trasferimento a Pescara e quindi a Brindisi, riluttante, ribadendo più volte il suo intento di rientrare a Roma. Ne fu impedito da un ordine preciso del Capo del Governo, Badoglio, e del Re.
   Angosciato per la rovina della Patria, tentò con tutte le sue forze di riorganizzare l'Esercito e poi, nominato Luogotenente generale del Regno, di alleviare gli infiniti dolori della popolazione italiana.
Con l'abdicazione di Vittorio Emanuele III affrontava come Re l'ardua prova del referendum istituzionale.
   La partita sembrava ormai perduta in anticipo. Avverse alla Corona tutte le forze politiche nel frattempo riorganizzatesi, tranne i liberali, avversa la stampa, i “poteri forti”. Percorso lo Stato da rigurgiti rivoluzionari e da bande criminali di partigiani comunisti, mentre le forze eversive, comunisti e socialisti, chiedevano a gran voce la Repubblica con un colpo di Stato, come poi effettivamente ottennero. Il Governo, che avrebbe dovuto essere imparziale, era invece composto da repubblicani, i più accesi ovviamente erano i ministri comunisti e socialisti. Il capo dei comunisti, Togliatti, era il Ministro della Giustizia!
   In tale contesto Umberto II seppe dar prova di equilibrio, di dignità, di serena compostezza; visitava, come in un pellegrinaggio, tutte le città d'Italia. E il popolo italiano capì la grandezza del suo Re e lo accolse in festa pur nella miseria dei tempi. Le previsioni di vittoria repubblicana, data per scontata dai partiti e dai mezzi d'informazione, incominciarono a vacillare. Nello spoglio delle schede la Monarchia era in ampio vantaggio, quando improvvisamente, e di notte, il Ministro dell'Interno, il Romita, che non nascondeva le sue idee repubblicane, dette risultati opposti.
   Voci di brogli si diffusero ovunque e migliaia e migliaia di ricorsi vennero presentati. Il Governo, con atto rivoluzionario, senza attendere i risultati definitivi che la Suprema Corte di Cassazione avrebbe dovuto dichiarare, dopo aver esaminato i ricorsi e le contestazioni, il numero dei votanti, degli astenuti, degli aventi diritto al voto, privò il Re dei poteri.
Così nacque la Repubblica in una fetida atmosfera di brogli e con un colpo di Stato, ad opera di forze politiche antirisorgimentali e quindi antinazionali, che non indietreggiarono di fronte a nulla pur di ottenere lo scopo. L'attuale disfacimento della Repubblica Italiana non è che la conseguenza ultima delle modalità della sua nascita. Una Repubblica nata male e cresciuta peggio. Mai da essa venne in tanti anni un nobile gesto. Uno Stato vile e corrotto.
Umberto II   Il Re, che pur poteva contare sulla maggioranza della popolazione, sui carabinieri e l'esercito, non volle resistere per evitare una nuova guerra civile. Già un gruppo di adolescenti monarchici era stato ucciso a Napoli. Fra essi una giovane ebrea avvolta dalla bandiera stemmata, Ida Cavalieri, simbolo della Patria che moriva.  Il Re preferì lasciare l'Italia, lanciando come suo ultimo atto, un nobile messaggio agli Italiani.
   Si ruppe così l'ultimo legame con il glorioso Risorgimento che aveva dato con Casa Savoia alla testa, l'unità e la libertà alla terra dei padri, si appannò il senso di Nazione, per arrivare a questi giorni nei quali esso è scomparso o negato.
   Iniziava per Umberto II un esilio durato 37 anni a fronte di 35 giorni di Regno. Un esilio decretato fino alla morte da una classe politica discreditata e corrotta. Un esilio durante il quale il Re ribadì sempre il suo attaccamento all'Italia; era presente, seppure assente, ad ogni evento tragico o felice del suo popolo. Invitava alla concordia, il Re lontano, e alla pace fra Italiani, interveniva  come poteva, con ogni aiuto.
   Gli Italiani onesti lo capirono, lo amarono, lo tennero gelosamente nel cuore. E a migliaia e a migliaia si recarono in questi 37 anni in Portogallo, a Cascais, per incontrarlo, per ringraziarlo, per rendergli omaggio. Fino alla fine, quando accorsero ad Altacomba alle sue esequie, deserte da ogni autorità della Repubblica, ma non dalla folla del popolo. “Italia” fu l'ultima parola pronunciata dal Morente.
   Le sue spoglie attendono il rientro in Patria e la sepoltura nel Pantheon romano. Attendono ancora dopo 30 anni; attendono il giorno in cui il popolo disperso che patria non ha, ritroverà se stesso e accoglierà festante il ritorno del Re.

Giulio Vignoli


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