[...] Siamo nel `46, all'indomani
del referendum istituzionale. L'Italia non è più
monarchica, ma Napoli, a larghissima maggioranza, è rimasta
dalla parte del re. In un clima di altissima tensione e nel giorno
della proclamazione ufficiale della Repubblica, matura l'assalto dei
monarchici alla federazione comunista di via Medina. L'obiettivo
è una bandiera tricolore appena esposta, la prima senza il
simbolo sabaudo sullo sfondo bianco. In piazza, tra i monarchici, ci
sono anche Franco Prattico, noto giornalista scientifico e il filosofo
Biagio de Giovanni. Dopo due anni racconta Prattico - mi iscrissi al
Pci, ma allora, avevo 16 anni, credevo nella corona. C'era una folla
vociante e vidi molte armi in giro. Fucili e pistole. Ebbi paura e
provai disgusto. Il giorno dopo tornai a scuola e non volli più
saperne. Ci furono morti? Non mi accorsi di nulla».
Non molto dissimile il ricordo di Biagio de Giovanni. «Avevo 14
anni, ma già leggevo Hegel, ero monarchico perché credevo
all'unità dello Stato. Mio fratello Francesco era, invece, nel
Fronte popolare, dove lo raggiunsi due anni dopo. Nel frattempo ci
capitava spesso di manifestare su fronti opposti, ed erano botte!
Quella mattina vidi l'attacco alla federazione Pci dall'esterno.
Scappai quando la situazione si incanaglì. Non mi e mai
più capitato di parlare di quell'episodio. Passai al Pci dopo
aver letto Labriola».
Le cronache dell'11 giugno 1946 registrano 9 morti, tutti giovanissimi.
Ci sono anche ragazzi di 12 e 14 anni. I loro nomi: Guido Beninati, Ida
Cavalieri, Felice Chirico, Gaetano d'Alessandro, Francesco d'Azzo,
Vincenzo Di Guida, Mario Fioretti, Michele Pappalardo, Carlo Russo. I
feriti sono una cinquantina. Ma i morti stanno tutti da una parte,
quella monarchica. A provocare la strage sono le raffiche di
mitragliatrice partite dagli autoblindo della polizia, tuttavia, almeno
in un caso, quello di Mario Fioretti, giovane marinaio di leva,
arrampicatosi fino al secondo piano proprio per strappare la bandiera,
a sparare è qualcuno che è all'interno della federazione
comunista. Possibile? Ecco la testimonianza di Mario Palermo:
«Fra urla assordanti e scoppi di arma da fuoco fu presa una
scala, fu appoggiata al muro ed alcuni manifestanti iniziarono la
scalata. Dal salone della federazione, i compagni Quadro e Rippa si
portarono carponi sul balcone, riparati dall'insegna del Pci e
respinsero la scala dalla quale precipitarono, tra urla di terrore e di
rabbia, coloro die avevano tentato la scalata. Ma poco più
avanti Palermo rivela un particolare inquietante: «Avevamo invano
intimato agli assalitori di ritirarsi: non vi era altra via di uscita
che l'uso delle armi. Ma per fortuna non ce ne fu bisogno. La Polizia
finalmente intervenne...» Dunque, a tre anni dalla fine delta
guerra, anche nella federazione del Pci, le armi c'erano ancora. E
davvero non furono usate? Lo scrittore Aldo De Jaco, indicato dallo
stesso Palermo tra gli assediati, è meno reticente: «Dio
mi perdoni. Spararono anche da sopra, qualcuno riparato dietro la targa
stesa lungo il balcone». Quindi riporta la testimonianza di un
compagno indicato con la sola iniziale del nome: «Non
dimenticherò mai la smorfia di uno che ho colpito, la sua faccia
che si era fatta bianca mentre cadeva, le mani strette alla
pancia». La vittima era probabilmente Mario Fioretti. Un cronista
de Il Tempo ne è convinto e scrive: «Testimoni oculari
assicurano cli aver visto in quel momento un uomo armato di pistola
sporgersi dal balcone all'orlo della targa che reca la dicitura partito
comunista». Giorgio Amendola viene arrestato dalla polizia
alleata, ma subito dopo rilasciato. Per i monarchici è lui il
responsabile della strage, avendo ordinato alla polizia di sparare sul
popolo». Ma sarà proprio lui, trenta anni dopo, ancora
piegato da quel ricordo, a lanciare un appello al suo partito
perché curi la ferita di via Medina. «Amendola ha ragione,
non potevano essere tutti camorristi e prezzolati coloro i quali ci
assaltarono», ammetterà successivamente Mario Palermo.
Quell'episodio traccia un solco profondo tra i comunisti e il resto
della città. Proprio per questo motivo, nelle ricostruzioni
politicamente corrette degli anni successivi, i dettagli si confondono
e l'episodio è ricordato prevalentemente per esaltare l'eroismo
degli assediati. Ancora oggi, molti militanti o dirigenti autorevoli
della sinistra ignorano la reale dinamica dei fatti e da che parte
furono i morti. E si parla di assalto e non di strage.
La lettura ideologica delle Quattro giornate, scrive Aurelio Lepre
nella sua Storia del Novecento, serve alla elaborazione del mito della
Resistenza al Sud; e serve ad avvicinare Napoli al Nord partigiano. Ma
serve anche ad avvicinare il Pci al popolo, proponendo la tesi
dell'antifascismo popolare di Napoli.
E' allora che le Quattro giornate diventano per tutti quattro e non più tre. Per pareggiare i conti. [...]