U.M.I. - Unione Monarchica Italiana
Marco Demarco
"L'ALTRA META' DELLA STORIA"
Spunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino


L'altra metà della storia


LA STRAGE DI VIA MEDINA
estratto dal libro di Demarco pagg. 29-30-31

[...] Siamo nel `46, all'indomani del referendum istituzionale. L'Italia non è più monarchica, ma Napoli, a larghissima maggioranza, è rimasta dalla parte del re. In un clima di altissima tensione e nel giorno della proclamazione ufficiale della Repubblica, matura l'assalto dei monarchici alla federazione comunista di via Medina. L'obiettivo è una bandiera tricolore appena esposta, la prima senza il simbolo sabaudo sullo sfondo bianco. In piazza, tra i monarchici, ci sono anche Franco Prattico, noto giornalista scientifico e il filosofo Biagio de Giovanni. Dopo due anni racconta Prattico - mi iscrissi al Pci, ma allora, avevo 16 anni, credevo nella corona. C'era una folla vociante e vidi molte armi in giro. Fucili e pistole. Ebbi paura e provai disgusto. Il giorno dopo tornai a scuola e non volli più saperne. Ci furono morti? Non mi accorsi di nulla».
Non molto dissimile il ricordo di Biagio de Giovanni. «Avevo 14 anni, ma già leggevo Hegel, ero monarchico perché credevo all'unità dello Stato. Mio fratello Francesco era, invece, nel Fronte popolare, dove lo raggiunsi due anni dopo. Nel frattempo ci capitava spesso di manifestare su fronti opposti, ed erano botte! Quella mattina vidi l'attacco alla federazione Pci dall'esterno. Scappai quando la situazione si incanaglì. Non mi e mai più capitato di parlare di quell'episodio. Passai al Pci dopo aver letto Labriola».
Le cronache dell'11 giugno 1946 registrano 9 morti, tutti giovanissimi. Ci sono anche ragazzi di 12 e 14 anni. I loro nomi: Guido Beninati, Ida Cavalieri, Felice Chirico, Gaetano d'Alessandro, Francesco d'Azzo, Vincenzo Di Guida, Mario Fioretti, Michele Pappalardo, Carlo Russo. I feriti sono una cinquantina. Ma i morti stanno tutti da una parte, quella monarchica. A provocare la strage sono le raffiche di mitragliatrice partite dagli autoblindo della polizia, tuttavia, almeno in un caso, quello di Mario Fioretti, giovane marinaio di leva, arrampicatosi fino al secondo piano proprio per strappare la bandiera, a sparare è qualcuno che è all'interno della federazione comunista. Possibile? Ecco la testimonianza di Mario Palermo: «Fra urla assordanti e scoppi di arma da fuoco fu presa una scala, fu appoggiata al muro ed alcuni manifestanti iniziarono la scalata. Dal salone della federazione, i compagni Quadro e Rippa si portarono carponi sul balcone, riparati dall'insegna del Pci e respinsero la scala dalla quale precipitarono, tra urla di terrore e di rabbia, coloro die avevano tentato la scalata. Ma poco più avanti Palermo rivela un particolare inquietante: «Avevamo invano intimato agli assalitori di ritirarsi: non vi era altra via di uscita che l'uso delle armi. Ma per fortuna non ce ne fu bisogno. La Polizia finalmente intervenne...» Dunque, a tre anni dalla fine delta guerra, anche nella federazione del Pci, le armi c'erano ancora. E davvero non furono usate? Lo scrittore Aldo De Jaco, indicato dallo stesso Palermo tra gli assediati, è meno reticente: «Dio mi perdoni. Spararono anche da sopra, qualcuno riparato dietro la targa stesa lungo il balcone». Quindi riporta la testimonianza di un compagno indicato con la sola iniziale del nome: «Non dimenticherò mai la smorfia di uno che ho colpito, la sua faccia che si era fatta bianca mentre cadeva, le mani strette alla pancia». La vittima era probabilmente Mario Fioretti. Un cronista de Il Tempo ne è convinto e scrive: «Testimoni oculari assicurano cli aver visto in quel momento un uomo armato di pistola sporgersi dal balcone all'orlo della targa che reca la dicitura partito comunista». Giorgio Amendola viene arrestato dalla polizia alleata, ma subito dopo rilasciato. Per i monarchici è lui il responsabile della strage, avendo ordinato alla polizia di sparare sul popolo». Ma sarà proprio lui, trenta anni dopo, ancora piegato da quel ricordo, a lanciare un appello al suo partito perché curi la ferita di via Medina. «Amendola ha ragione, non potevano essere tutti camorristi e prezzolati coloro i quali ci assaltarono», ammetterà successivamente Mario Palermo.
Quell'episodio traccia un solco profondo tra i comunisti e il resto della città. Proprio per questo motivo, nelle ricostruzioni politicamente corrette degli anni successivi, i dettagli si confondono e l'episodio è ricordato prevalentemente per esaltare l'eroismo degli assediati. Ancora oggi, molti militanti o dirigenti autorevoli della sinistra ignorano la reale dinamica dei fatti e da che parte furono i morti. E si parla di assalto e non di strage.
La lettura ideologica delle Quattro giornate, scrive Aurelio Lepre nella sua Storia del Novecento, serve alla elaborazione del mito della Resistenza al Sud; e serve ad avvicinare Napoli al Nord partigiano. Ma serve anche ad avvicinare il Pci al popolo, proponendo la tesi dell'antifascismo popolare di Napoli.
E' allora che le Quattro giornate diventano per tutti quattro e non più tre. Per pareggiare i conti. [...]



Guida Editore
pagg. 240 - Euro 12,50

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