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ITALIA. UN
PAESE SPECIALE
La vasta e innovativa sintesi di Aldo A. Mola Tra
le molte opere pubblicate nel 150° dell’Unità terrà un posto di spicco
quella di Aldo A. Mola, ripartita in quattro libri, i cui titoli ne
costituiscono la sintesi: Le radici (1800-1858); L’Indipendenza (1859),
L’Unità (1860) e La libertà (1861). Le copertine scandiscono il ritmo
dell’unificazione: nel 1858 l’Italia era quella del Congresso di
Vienna. Il Quarantotto sembrava passato invano, sepolto sotto le
macerie della sconfitta di Carlo Alberto a Novara, il tragico epilogo
della Repubblica Romana, il secondo esilio di Giuseppe Garibaldi, la
resa di Venezia… Il 1859 registrò la vittoria franco-piemontese
sull’Impero d’Austria, suggellata però dalla pace di Zurigo che esigeva
la restaurazione di Leopoldo II di Asburgo-Lorena a Firenze, dei duchi
di Asburgo-Este a Modena, di Borbone a Parma e del Pontefice nelle
legazioni. Il Regno di Sardegna quell’anno ottenne poco. La carta di
copertina dice invece che il 1860 fu il grande anno: tra marzo
(plebisciti nelle province emiliane e in Toscana) e ottobre (plebisciti
nelle province napoletane e in Sicilia) gli italiani chiesero di far
parte dell’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re
costituzionale. Il 1861 si aprì con il trasferimento su nave francese
di Francesco II di Borbone e la consorte, Sofia, da Gaeta a Roma,
mentre a Torino si radunava il primo parlamento nazionale: un Senato
arricchito dalle nuove nomine regie e vitalizie e la prima Camera dei
deputati elettiva, dal Piemonte alla Sicilia.Affiancate quelle carte esprimono efficacemente quanto scrive Mola: “Per secoli la storia aveva avuto un ritmo pacato Improvvisamente accelerò. In un paio di generazioni [dall’età franco-napoleonica al 1858, N.d.A.] tutto mutò. Lì è il segreto dell’unificazione italiana: la lunghissima gestazione e la rapidità del parto, con troppe levatrici a litigare anziché ad aiutare la gestante”.
Mola inquadra l’unificazione nei tremila anni di civiltà greco-latina,
nella cristianizzazione e nel ruolo ora passivo ora attivo avuto
dall’Italia dalla caduta dell’Impero romano in Occidente al Settecento,
e indica le leve sulle quali operarono i “politici” dell’Ottocento:
scrittori e poeti, scienziati e clero patriottico, quei neo-guelfi
senza i quali l’idea nazionale rischiava di rimanere monopolio di
giacobini e repubblicani come Giuseppe Mazzini, che divenne il più
celebre più per le cospirazioni da lui ordite (e le vittime causate)
che per i risultati effettivi della sua azione.Messa da parte la visione italocentrica dell’unificazione, Mola colloca la seconda guerra d’indipendenza nel conflitto franco-germanico per l’egemonia sull’Europa, la cui variante tra il Cinquecento e l’Ottocento fu la lotta tra gli Asburgo (di Vienna e di Spagna) e i Re di Francia (Valois e Borbone): retaggio del fallito impero carolingio. In quell’ambito si staglia la figura di Vittorio Emanuele II di Savoia, il Re italiano, Sovrano dalle grandi intuizioni, capace di alternare audacia e pause. Fu lui a firmare obtorto collo l’armistizio di Villafranca e a riprendere l’iniziativa, affiancato da Alfonso Lamarmora e Urbano Rattazzi, poi da Cavour (richiamato al governo) e da quel Giuseppe Garibaldi che alternò la camicia rossa alla divisa di generale dell’Esercito sardo, ma non depose mai l’insegna della Società Nazionale: “Italia e Vittorio Emanuele”. ![]() In capitoli arricchiti da copiosi documenti, anche inediti, Mola insiste sulla centralità dei plebisciti quale fondamento della legittimazione dello Stato-nazione sorgente nel 1860. L’inclusione nel Regno sardo di Toscana, Ducati e province emiliane determinò il vantaggio demografico ed economico della Corona sabauda sopra le Due Sicilie: un regno contrassegnato da profonda arretratezza, come ricorda Mola citando non opinioni ma fatti (assenza di infrastrutture, tasso di analfabetismo, isolamento diplomatico, reiterato diniego della costituzione che, per altro, non conteneva la libertà religiosa, cardine dello Statuto albertino). L’esito finale del Sessanta, ricorda in più occasioni Mola, non era però affatto scontato. L’Europa era inquieta dal Reno alla futura Romania, mentre i torbidi in corso tra impero turco-ottomano e Vicino Oriente mettevano in forse gli equilibri tra le grandi potenze ribaditi nel Congresso di Parigi del 1856. Quegli eventi non vanno osservati dall’Italia, ma da come essa era veduta a Parigi, Londra, Vienna, San Pietroburgo, Berlino. Nel 1859 Napoleone III non si batté per l’indipendenza dell’Italia, la cui unificazione, al pari dello zio, non voleva né volle mai (al più concedeva l’unione fra tre Stati separati, fermo restando quello pontificio a Roma), ma per dimostrare che la Francia non era più quella di Waterloo ed era capace in poche settimane di trasferire duecentomila uomini nella pianura padana. Per i marescialli dell’imperatore il 1859 fu solo una prova generale di efficienza. Perciò in due mesi passò dall’offensiva all’armistizio con il bottino della Savoia e di Nizza, ottenute con meno di 5000 morti sul campo. Perciò depose subito il ruolo di campione delle nazionalità: troppo pericolose e persino fastidiose, con tutte le dame che se ne ergevano a paladine. Suo ministro degli Esteri era il figlio naturale dello zio e della polacca Maria Walewska. Dalla contessa di Castiglione non aveva proprio nulla da apprendere di politicamente significativo. Di conseguenza, commenta Mola, polacchi, magiari,
boemi, a tacere dei popoli balcanici anelanti a liberarsi dal gioco
turco-ottomano, rimasero al palo.Molti fattori, insomma, rischiavano di fermare a tempo indeterminato il processo di unificazione, il cui trionfo (osserva pacatamente Mola) non era scritto in alcun libro del destino. Perciò va ancor più apprezzata l’iniziativa di Vittorio Emanuele II. Informato Napoleone III e strappatone l’assenso (“Fate, ma fate in fretta…”), un corpo d’armata irruppe nelle Marche e nell’Umbria e in due settimane abbatté uno Stato millenario e proseguì nel Sannio senza dichiarazione di guerra per completare l’opera che Garibaldi ormai, dopo la battaglia d’arresto del Volturno (2 ottobre), non era in condizione di chiudere da sé. Se è vero che a Calatafimi, a Palermo e a Milazzo la partita venne vinta non dai pur abilissimi maneggi diplomatici di Cavour, ma dai garibaldini in carne e ossa, e se fu Liborio Romano, grande dimenticato del 150°, a scongiurare il rischio che l’ingresso di Garibaldi in Napoli (7 settembre) degenerasse in un conflitto devastante, fu solo il re, fiancheggiato da politici quali Luigi Carlo Farini e militari dai nervi saldi quali Enrico Cialdini e Manfredo Fanti, a risolvere la partita internazionale: la monarchia sabauda si propose quale elemento di stabilità per l’Europa. Ma per svolgere appieno quel ruolo doveva essere libera dalle ipoteche straniere, doveva essere la Nuova Italia. Vittorio Emanuele II resse anche alla scomunica maggiore irrogata da Pio IX a lui e ai suoi ministri. L’unificazione italiana, ripete Mola (come anche ha ricordato Domenico Fisichella in Il miracolo del Risorgimento) non poteva avere forma repubblicana (ostica per il congresso di Vienna) né federalistica (non avrebbe retto alla deflagrazione dei separatismi antichi). Ed è certo vero che la monarchia di Savoia rappresentò la conciliazione tra legittimità e nazionalità. Essa però, argomenta e documenta Mola, seppe andare oltre e far propria la missione che le veniva assegnata dalla storia millenaria latino-italico-italiana. Vittorio Emanuele II (che per legge del Parlamento il 14 marzo 1861 assunse il titolo di Re d’Italia per sé e i successori e dal 17 aprile firmò le leggi quale Sovrano “Per grazia di Dio e volontà della nazione”) s’identificò con la costruzione della Nuova Italia (i cui passaggi “materiali” sono illustrati in quest’opera) e ne divenne emblema, anche se il 150° lo ha sottaciuto. La
pagina introduttiva del IV libro, La libertà, ricorda la fotografia
agghiacciante dei popoli d’Italia scattata con il censimento del 31
dicembre 1861: 21.777.334 abitanti, per il 78,29% analfabeti. Nel 1862
si registrarono 923.029 nascite. Ma il 28,12% dei nati vivi non
superava il primo anno e il 53,26% non andava oltre i quindici anni.
Gli ottuagenari erano appena l’1% della popolazione (210.000),
nell’insieme attanagliata dalla fame, dalle malattie (nel 1867 il
colera ebbe conseguenze demografiche devastanti), dalla miseria.
Bastava un lutto per gettare le famiglie nella disperazione.A chi s’interroga sulla opportunità/necessità dell’unificazione nazionale Mola risponde anche attraverso l’eloquenza delle immagini: con il ritratto dei Tre orfanelli del pittore Teofilo Patini e i volti sorridenti di tre bambini dei tempi nostri. L’opera passa in rassegna i profili di quanti (editori, giornalisti, scienziati che si spesero nella divulgazione) concorsero a formare la coscienza nazionale. Un ruolo di prim’ordine svolsero anche sacerdoti come Antonio Stoppani, autore del fortunatissimo Il Bel Paese, Gustavo Strafforello o il massone Mauro Macchi, tutti accomunati nella ricerca del bene comune. Il bilancio storiografico (Quando e chi iniziò il Risorgimento e Risorgimenti d’Italia e d’Europa) arriva a conclusioni stringenti. In questa sede possiamo solo accennarne una: “ La fortuna, che libera la storia dai ceppi del determinismo e ha più importanza di quanto si ammetta, volle che Carlo Alberto fosse figlio di due principi teneri verso la ‘rivoluzione’… Se suo padre non fosse stato creato da Napoleone I conte dell’Impero con maggiorasco, Vittorio Emanuele II avrebbe avuto qualche problema in più a dare la figlia Clotilde in sposa al cugino di Napoleone III. Il nesso Risorgimento-Casa Savoia ebbe protagonisti i re, con le proprie personalità, e fu suggellato da loro scelte, compiute nel pieno della loro sovranità… Lì è la sostanza del Risorgimento, un processo secolare di idee e di simboli, infine raccolti nella formula Italia e Vittorio Emanuele”. Scritto con linguaggio comunicativo anche quando affronta
problemi di metodo e questioni storiografiche complesse, l’opera fa
parlare spesso altri autori: classici e contemporanei. Ha il pregio di
non sovrapporre mai opinioni a eventi; ne propone il significato
partendo dai fatti scrupolosamente documentati e disposti in ordine
rigorosamente cronologico. Sergio Romano di recente ha osservato che
Mola non fa mai dipendere le proprie valutazioni dall’interesse
soggettivo per i temi che esplora. Lo conferma quest’opera. Autore
della più nota Storia della Massoneria italiana, tanto da esserne
ritenuto da molti “storico ufficiale”, in quest’opera Mola scrive un
capitolo di ampio respiro su Pio IX, un grande papa italiano, nel cui
ambito vengono ricordati tutti i pontefici dell’Ottocento e sono posti
a confronto il cardinale Giacomo Antonelli e il gesuita Carlo Maria
Curci, don Giacomo Margotti e il benedettino Luigi Tosti, autore
dell’appassionata Storia della Lega Lombarda, e padre Carlo Passaglia,
che raccolse le firme di diecimila ecclesiastici a sostegno
dell’immediata conciliazione tra la Chiesa di Roma e la Nuova Italia.Ma la storia, ricorda Mola, non è una linea, men che meno retta né necessariamente ascendente: è una sequenza di punti separati da spazi che tocca agli uomini colmare: con esisti imprevedibili. Lì è il fascino del “fare storia” e anche di scriverne, senza pretendere di insegnare ai suoi protagonisti che cosa avrebbero dovuto fare per contentare i gusti dei tempi venturi, senza giudicare né giustificare. La storia deve solo conoscere e capire. Tra le pagine più suggestive vi è la sequenza dei tardivi riconoscimenti del Regno d’Italia, i cui ministri solo dal 1867 sedettero nelle conferenze diplomatiche internazionali. Tre anni dopo, con il conferimento della corona di Spagna ad Amedeo di Savoia, duca di Aosta, la casa di Umberto Biancamano mostrò di essere perno dell’“Europa della pace” mentre imperversava la guerra franco-prussiana (o franco-germanica). Nel 1870-71 Vittorio Emanuele II, padre del Re di Spagna e suocero di quello del Portogallo, concorse a fermare la conflagrazione, che aveva in sé i germi della futura guerra dei Trent’Anni (1914-1945). Vasta sintesi, corredata da un robusto apparato di cronologie, carte storiche, illustrazioni anche rare e prima inedite, l’opera contiene molto più di quanto enuncino i titoli dei capitoli e i sommari nelle quarte di copertina. Ciascun libro è completato con indice dei nomi. I primi tre hanno introduzioni di prestigio: il ministro dei Beni Ambientali e Culturali sen. Sandro Bondi; SAR la Principessa Maria Gabriella di Savoia; e il sempre rimpianto presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, che sapeva dell’impegno di lunga lena di cui l’opera è frutto fecondo. (*) Torino, Edizioni del Capricorno. Dall’opera (pp. 720, 350 illustrazioni) è stata tratta una versione per i-Pad che può essere scaricata gratuitamente dal sito del quotidiano “La Stampa”.
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