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LO CHIESERO VINCITORI E PARTITI: QUANDO VITTORIO EMANULE III CEDETTE I POTERI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/04/2014

         
    La Pasqua di settant'anni orsono l'Italia fu spogliata della veste indossata dal Risorgimento all'unificazione, dalla grande guerra alla resa incondizionata del settembre 1943. Senza che i cittadini lo sapessero, Vittorio Emanuele III rimase Re ma senza poteri. La sovranità? Un fantasma vagante in cerca di un corpo nel quale incarnarsi. Lo imposero gli anglo-americani col sostegno dei partiti del Comitato di liberazione  nazionale (CLN). Gli uni e gli altri dichiararono di parlare a nome della “opinione pubblica”, cioè di quanto scrivevano e dicevano essi stessi, tramite i giornali e la radio, sottoposti al filtro della Commissione alleata di controllo. 
   Il 10 aprile 1944, giorno di Pasqua, il generale Noel Mason-Macfarlane, capo della delegazione anglo-americana, “chiese udienza” per le 11 dell'indomani a Vittorio Emanuele III che dimorava a Ravello. Di fatto, si autoinvitò. Portò con sé i delegati civili degli Stati Uniti d'America, Robert Murphy, e della Gran Bretagna, Harold Macmillan, appena rientrati dalle rispettive capitali, e Noel Charles, inviato a sostituire Macmillan. I quattro si presentarono in maniera irriguardosa. MacFarlane comunicò ruvidamente al Re che doveva rinunciare immediatamente al trono. Sarebbe stata istituita la Luogotenenza, affidata a suo figlio, Umberto di Piemonte. Attendeva risposta, ovviamente affermativa, entro le 16.  In caso contrario i governi alleati avrebbero preso “severe misure nei confronti del popolo italiano”. A sostegno dell'arrogante pretesa, l'americano asserì che l' “opinione pubblica italiana (era) decisamente contraria alla sua permanenza sul trono”.
    Ma che cosa davvero pensavano gli italiani? A metà febbraio gli Alleati rasero al suolo l'abbazia di Montecassino. Il 23 marzo-25 marzo Roma visse la tragedia dell'attentato in via Rasella e della rappresaglia alle Fosse Ardeatine. Gli anglo-americani segnavano il passo. I partiti però erano in fermento. Via Algeri arrivò a Napoli Palmiro Togliatti, “Ercoli”, da un ventennio fedele segugio di Stalin, dittatore sanguinario. Annunciò la “svolta partecipazionistica”, cioè l'ingresso del Partito comunista in un governo di unità nazionale contro la Germania e i suoi alleati, inclusa la Repubblica sociale italiana. Per l'Italia o per l'URSS? L'importante per lui era ridurre la Monarchia a pura apparenza.
   Mosca aveva giocato di anticipo gli anglo-americani riconoscendo il governo Badoglio. Dal canto loro gli Alleati avevano bisogno che in Italia la guerra divampasse sempre più per inchiodarvi il maggior numero di tedeschi mentre essi preparavano il futuro “sbarco in Normandia”, chiesto a gran voce da Stalin che sino a quel momento aveva sopportato il grosso dell'offensiva germanica sul proprio territorio e sulla pelle dei “russi”. Continuò insomma l'inganno del settembre 1943 quando gli anglo-americani avevano fatto credere al governo di Roma che, in cambio della resa senza condizioni, avrebbero immediatamente liberato l'Italia dall'occupazione tedesca e, anzi, l'avrebbero compensata per il concorso alla loro vittoria. 
 A spianare la strada degli Alleati nell'annichilire Vittorio Emanuele III  furono i partiti del Comitato di liberazione nazionale che sin dall'ottobre 1943 disconobbero il governo Badoglio e nel “congresso” di Bari del gennaio 1944 chiesero rumorosamente l'abdicazione del Re. Anche l'umorale Benedetto Croce si associò al chiasso. Enrico De Nicola, presidente della Camera dei deputati nell'ottobre 1922, candidato nel listone nazionale mussoliniano il 6 aprile 1924, ideò la Luogotenenza. A sua volta Badoglio fece il gioco delle tre carte per succedere a sé medesimo alla guida di un governo “politico”. In pochi giorni la tragicommedia arrivò all'epilogo. Il 15 aprile fu assassinato a Firenze  Giovanni Gentile che (e perché) predicava la riconciliazione  nazionale: forse su mandato di ambienti inglesi e del partito d'azione, come adombra Luciano Mecacci in La ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi)? Dopo un lungo braccio di ferro, il 21 aprile i partiti del CLN formarono un governo. A Ravello , tra le 15.20 e le 15.45 del 24 aprile, i ministri giurarono “sul proprio onore”, anziché per fedeltà al Re e ai suoi successori. A parole s'impegnarono a non fare nulla per cambiare le istituzioni.
  Il governo comprese Togliatti, il socialista Pietro Mancini, il democristiano Giulio Rodinò, il repubblicano Carlo Sforza,  Collare dell'Annunziata e sedicente conte, Croce e una manciata di alti funzionari, con l'obiettivo di affidare la forma istituzionale a una assemblea costituente. A inizio maggio il principe Umberto cadde nella trappola di un' intervista al corrispondente della Reuter a Napoli, Cecil Spriggs. Dichiarò che Mussolini era entrato in guerra per scongiurare l'invasione germanica dell'Italia e che nessuno si  era opposto all'intervento. Fu tacciato di filofascismo. Vittorio Emanuele III scosse la testa: un Capo di Stato non rilascia interviste né manda lettere ai quotidiani. 
   All'indomani del glaciale colloquio con il quartetto anglo-americano, il 12 aprile Vittorio Emanuele accettò di passare al figlio tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, ma solo dopo la liberazione di Roma, ove contava di rientrare da Sovrano che aveva salvato la continuità dello Stato e da una sorte peggiore. Gli venne negato. La liberazione di Roma, il 4-5 giugno, rimase la quinta trionfale dell'americano Mark Wayne Clark, comandante della CV Armata, primo attore come fosse a Cinecittà, in gara col britannico maresciallo Alexander.  Il 5 giugno Vittorio Emanuele III conferì tutti i poteri al figlio. Non andò meglio a Badoglio, rifiutato dal CLN e sostituito da Ivanoe Bonomi, sotto la ferula di Togliatti, che liquidò Benedetto Croce come rottame dell'Italia intrinsecamente antidemocratica. Il 27 luglio Croce si dimise da ministro senza portafoglio.  Come documenta Giancarlo Lehner  con Francesco Bigazzi nell'eccellente e imperdibile Lenin Stalin Togliatti. La dissoluzione del socialismo italiano (Mondadori), “Ercoli” non aveva avuto remore nel far fuori (anche fisicamente) molti compagni di partito. Figurarsi se ne sentiva per annientare gli avversari.
  Il 25 giugno il Luogotenente Umberto firmò il Decreto che rimise la forma dello Stato al voto degli italiani. Il fantasma della sovranità prese corpo: nei partiti, però, non nei cittadini.
  Vittorio Emanuele aveva chiaro tutto da tempo. Il 12 aprile confidò all'aiutante di campo, Paolo Puntoni: “Non si può dire che da quando si è formata l'Italia le cose siano andate proprio bene per la mia Casa! Solo mio nonno ne è uscito bene. Carlo Alberto dovette abdicare, mio padre fu assassinato. Non avevo alcuna intenzione di succedere a mio padre (…) ma fu ucciso e io, in quella tragica ora, non potei rifiutarmi di salire sul trono. Se l'avessi fatto  avrebbero detto che ero un vile”. Prospettò anche la propria partenza per l'esilio: in Egitto (ove in effetti andò il 9 maggio 1946 col titolo di conte di Pollenzo, la terra a lui cara: ma chi ve lo ricorda?) o in  Portogallo. Non previde che il figlio l'avrebbe seguito, esule senza ritorno. Ma con un R\e senza poteri l'Italia dei partiti l'Italia fu davvero più libera? In realtà fece via via (e fa) quanto le veniva dettato. Come si vide col punitivo Trattato di pace del 10 febbraio 1947. Il resto seguì e segue.  
Aldo A. Mola
DATA: 20.04.2014

PACIFICAZIONE NAZIONALE

      C’è qualcosa di curioso negli Italiani. Od almeno c’è da un settantennio circa venuto meno un certo collante nazionale. Siamo divisi e facciamo di tutto per trovare nuovi spunti per dividerci. Una guerra mondiale ci unì, quando tra il 1915 ed il 1918 per la prima volta tutti gli Italiani si videro da vicino ascoltandosi e condividendo sulla pelle viva le difficoltà di quel momento, un’altra guerra mondiale ci spaccò e mai trovammo davvero un nuovo spunto per ricompattarci interamente anche perché, a differenza di altri, trovammo comodo usare la demagogia per tirare a campare piuttosto che fare realmente i conti con noi stessi. Nel nuovo millennio, incapaci di guardare all’avvenire, siamo arrivati perfino a mettere in discussione il Risorgimento con una storiografia che non mira ad analizzarne luci ed ombre ma ha come finalità un revisionismo per lo più ridicolo quando non becero e fantasioso e spesso rancoroso. Altro autolesionismo. Ma non basta perché ancora ci prendiamo per i capelli quando parliamo, spesso a sproposito e senza cognizione, di fascismo ed antifascismo. Una contrapposizione che Covelli, con una pensata geniale, si limitò a definire “una rissa tra fantasmi”. Basta farci del male! Basta sfruttare la grande Storia che gli Italiani sconoscono, o conoscono molto poco, per dividere un popolo e fare, ancora, altri danni. La Storia patria studiamola, facciamone un riferimento prezioso per capire e capirci ma non come arma per imprese suicide ma come bussola per andare avanti verso il futuro con una guida sicura. Mentre l’Italia soffre, si dimena nel dolore anche fisico, mentre si impoverisce e spesso si uccide per la disperazione ci si fossilizza su polemiche improduttive ed inutili. Andiamo avanti per la carità e magari, per fare un saltino migliore, facciamo due passi indietro e poi saltiamo verso ciò che abbiamo davanti a noi con buona memoria e non con le tasche piene di polemiche e di leggende. La Storia, quella vera, è un’altra cosa.
Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 18.04.2014
 

25 APRILE: TORINO RENDERA' OMAGGIO AD EDGARDO SOGNO, ALFIERE DELLA MONARCHIA

25 APRILE: TORINO RENDERA' OMAGGIO AD EDGARDO SOGNO, ALFIERE DELLA MONARCHIAVenerdì 25 aprile 2014 alle ore 11.00, in via Donati 29 a Torino, il “Comitato per le libertà EDGARDO SOGNO” e “l’UNIONE MONARCHICA ITALIANA” celebreranno la ricorrenza della Liberazione con la deposizione di una corona di alloro dinnanzi la casa natale del partigiano, M.O.V.M. EDGARDO SOGNO.
Subito dopo l’armistizio, in vista dell’inevitabile lotta, Sogno nascose le armi del 91° Rgt Fanteria nella cantina della sua casa in via Donati trasportandovi, con un autocarro di fortuna, ben trecento fucili, oltre a diverse mitragliatrici, tutto coraggiosamente prelevato in piazza d’Armi. Il pericoloso arsenale rimase lì occultato per tutto il conflitto e le SS, giunte a perquisire la residenza di “Franchi”, non lo trovarono, anche grazie al coraggio eroico del custode, Carlo Capra, che nemmeno dopo un feroce pestaggio rivelò il segreto. Andarono però perdute le carte del primo comitato resistenziale piemontese (gli “eroi del Martinetto” guidati dal celeberrimo generale Perotti) cosa che addolorò moltissimo Edgardo Sogno.
In questa ricorrenza, il “Comitato Edgardo Sogno” e “L’Unione Monarchica Italiana”, oltre ad onorare la memoria del Comandante Franchi, intendono ricordare anche il custode Carlo Capra che, a rischio della sua stessa vita, evitò che i tedeschi si impadronissero di armi che sarebbero poi state usate contro gli italiani.
Gli organizzatori, in considerazione dell’importanza storica della casa di Via Donati 29, segnalano l’opportunità che la stessa venga inserita nel percorso museale diffuso del Museo della Resistenza.

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Edgardo Sogno (1915-2000) rappresentò una figura straordinaria nella nostra storia nazionale. Patriota, diplomatico, liberale, monarchico, Ufficiale di cavalleria e combattente. Prese parte alla Guerra Civile in Spagna, alla Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, alla guerra di Liberazione come partigiano monarchico e liberale a capo dell’Organizzazione Franchi, in diretto contatto con le autorità militari angloamericane. Fu proprio durante quel periodo che, con altri combattenti della “Franchi”, tentò di liberare, in uniforme delle SS, il politico Ferruccio Parri che si trovava prigioniero dei tedeschi. Decorato di Medaglia d’Oro al Valore Militare, dopo la guerra fu diplomatico ed Ambasciatore, ma, soprattutto, coerentemente con il suo amore per la libertà, si oppose al comunismo con la stessa determinazione con cui aveva fronteggiato nazismo e fascismo. La sua appassionata lotta ad ogni forma di totalitarismo antidemocratico lo portò anche ad esporsi pericolosamente in prima persona in varie circostanze fino a subire un ingiusto arresto negli anni ’70 perché ritenuto propugnatore di una svolta alla situazione stagnante del paese. Assolto da ogni accusa, venne emarginato per azzittirne la voce coraggiosa. Soddisfazione postuma, le idee di riforma della Costituzione da lui sostenute sono oggi oggetto condiviso del dibattito politico.

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Per info:
Avv. Edoardo Pezzoni Mauri: 335 573 65 65 – edmaol@yahoo.it
Alessandro Mella: 3479655630 – umi.torino@gmail.com
DATA: 14.04.2014

  
1864. QUANDO TORINO NON FU PIU' CAPITALE: UN 150° DA DIMENTICARE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 13/04/2014

          Centocinquant'anni orsono Torino era la capitale del regno d'Italia proclamato il 14 marzo 1861.  In Parlamento  sedevano Alessandro Manzoni, senatore, e Giuseppe Verdi, deputato. Piaccia o meno, a fare l'Italia furono Torino e il regno di Sardegna, uno Stato anfibio (andava dalla Savoia a Nizza, passando per la piana piemontese, da Domodossola a Spezia e alla Sardegna), un Paese da sempre europeo. Quando, per pochi anni, fu re di Sicilia Vittorio Amedeo II ne trasse il meglio per la sua terra:  Filippo Juvara, che vuol dire la Basilica di Superga, e Francesco D'Aguirre, che ammodernò l'Università.  Armi, scienza, religione si sommavano nell'educazione della “nazione piemontese”. Parlavano i Monumenti ecclesiastici e civili, l'ordito delle città e dei borghi, le strade, il paesaggio plasmato nei millenni. Infondevano certezze. 
   Su quelle antiche fondamenta, tra il 1848 e il 1861 Torino divenne capitale d'Italia, non per alterigia ma perché ospitò gli esuli politici accorsivi da tutti gli Stati preunitari. Era una terra di cospiratori e patrioti. Cavour non sarebbe mai stato quel che fu se a Torino in pochi anni non si fossero susseguiti Carlo Emanuele IV di Savoia, i giacobini, il generale Menou, che nella campagna d'Egitto del 1798 s'era convertito all'islam, e Paolina Bonaparte sposa di Camillo Borghese, mentre Carlo Alberto  di Savoia-Carignano era conte dell'Impero. Appena Vittorio Emanuele I vi fu  restaurato (1814) si attivarono carbonari, massoni e adelfi (cioè “fratelli”) collegati con tutta Europa tramite una rete segreta. Molti  protagonisti rimangono tuttora misteriosi: il monregalese Michele Gastone, il principe della Cisterna, nella cui carrozza, perquisita, vennero rinvenuti documenti sui complotti liberali.  
  Torino fu vivaio della Nuova Italia, un'idea che prese corpo col sacrificio di due generazioni. Il regno di Sardegna espresse i sei protagonisti dell'unificazione: Carlo Alberto e suo figlio, Vittorio Emanuele II, Gioberti, Cavour, Mazzini e Garibaldi. Sulla loro scia moltissimi altri patrioti fecero la loro brava parte. Alcuni raccolsero il testimone e continuarono l'impresa. I più si inaridirono, rampicanti su muri cadenti: un groviglio di rami secchi e di foglie precocemente ingiallite, formicolanti di parassiti. Le idee divennero ideologie. Pensiero e azione vennero sostituiti con bolli su diplomi di militanza fasulla. I Mille crebbero a centomila, come poi accadde ad altri  eserciti di “volontari della libertà”, passati da 50 o 80.000 a 800.000 e via via gonfiati.
   Dopo il marzo 1861, dunque, Torino era, rimase e avrebbe pur potuto restare capitale della Nuova Italia. Ma non era gradita all'antico carbonaro Napoleone III, che la considerava una provincia  del suo impero e aveva più caro Pio IX (venerato dall'imperatrice Eugenia di Montijo) che Monsù Savoia e i suoi ministri e collaboratori/conniventi  (Garibaldi e Mazzini, anzitutto). Nel settembre 1864, centocinquant'anni orsono, dopo un anno di trattative, il governo presieduto dal bolognese Marco Minghetti  convenne con Parigi il trasferimento della capitale da Torino a Firenze in cambio della evacuazione dei francesi accampati in Roma a tutela del papa-re (ma ne rimasero a Civitavecchia). 
    Capitale del regno non significava solo governo, parlamento, ambasciate, comandi militari, magistrature supreme, “servizi” (centrali informative), fulcri della vita finanziaria, bancaria, commerciale e giornali di maggior spicco e influenza, né voleva solo dire il vastissimo “indotto” (l'immenso brulichio di chi della Corte e della capitale bene o male campava, e non solo in città ma anche nella sua vastissima “cintura”). Capitale era (è, dovrebbe essere) soprattutto un'Idea.
  Che cosa aveva fatto Firenze per l'unificazione? Dante? Lo aveva esiliato e condannato a morte. Molto avevano dato le province toscane: Pisa, Siena, Arezzo, Pistoia, … Ma Firenze? Eppure anche i vertici delle Forze Armate concordarono nella decisione.  
  Per il Vecchio Piemonte fu la seconda mazzata in pochi anni. Nel 1860 era stato mutilato della Savoia e di Nizza. Ora fu retrocesso a città “non strategica”. La Nuova Italia avrebbe guardato a Napoli e a Palermo più che a Torino. Per quanto tempo? Una generazione? Due? Forse per sempre. Non era scritto in nessun libro del destino quanto avvenne dopo. Nel 1866 Vittorio Emanuele II ottenne Venezia  e Mantova grazie alla vittoria dei Prussiani sull'Austria. Il 20 settembre 1870 l'Esercito italiano entrò in Roma non per virtù dei liberi pensatori ma per la vittoria di Bismarck su Napoleone III a Sédan. Fu la Germania a risolvere i casi d'Italia, costringendo il governo Lanza-Sella a correre a Roma prima che vi trionfassero  chissà quali rivoluzionari. A Parigi era stata proclamata la Repubblica. Che cosa poteva accadere a Roma, ove Pio IX aveva  chiuso in tutta fretta il Concilio Ecumenico che, malgrado le proteste dei Vecchi Cattolici germanici, aveva proclamato l'infallibilità del papa? Un napoleonide di passo? Un socialista utopista? Un profeta evangelico o luterano?  La storia ha molta fantasia... A quel punto, dopo appena cinque anni, la capitale passò da Firenze alla Città Eterna. A Torino molti dissero che allora era valsa la pena fare l'Italia come l'avevano, con Roma capitale. Dopo la catastrofe garibaldina a Mentana (novembre 1867), Vittorio Emanuele II ricevette Isacco Artom, già fido segretario di Cavour con Costantino Nigra: “Nel cuor dell'estate, dall'aperta camicia, si scorgeva il suo fulvo petto leonino. Non dubitate  - disse il sovrano ad Artom, che lo riferì a Beniamino Manzone -, fra breve saremo a Roma!”. Parola di Re. Ma Roma  avrebbe davvero incarnato la Terza Italia?
  Quando il 15 settembre 1864 la Convenzione italo-francese divenne nota, i torinesi protestarono. Piazza Castello e piazza San Carlo furono teatro di gravi incidenti il 21 e di una orribile strage l'indomani: decine di morti nel tiro incrociato tra carabinieri e militari che, nella confusione, spararono gli uni contro gli altri: tensioni comprensibili ma condotta dissennata da parte di chi doveva tenere i nervi saldi, mentre molti fomentavano disordini. Fu una pessima pagina. Forse perciò questo 150° scivola via in un imbarazzato silenzio...  Il 19 novembre 1864, a scrutinio segreto, la Camera approvò la traslazione con 307 “si”, 70 “no” e 2 astenuti: unmomento difficile per tutti. Da non dimenticare.  

Aldo A. Mola
DATA: 14.04.2014

 
IL COLLARE CHE TI FACEVA DIVENTARE CUGINO DEL RE

di Vittorio G. Cardinali, articolo pubblicato su "Torino Cronaca Qui" del 8 aprile 2014, pag. 25

 I COLLARI DELL’ANNUNZIATA ESPOSTI ALLA FONDAZIONE ACCORSI

Chi ne era insignito poteva fregiarsi del titolo di cugino del Re. Solo principi del sangue e alte personalità nazionali e internazionali potevano portare la più importante delle onorificenze sabaude: il Collare della SS. Annunziata. Anche se non riconosciuto dalla repubblica, l’Ordine supremo della SS. Annunziata rimane il maggior ordine cavalleresco della monarchia sabauda e del regno d'Italia, istituito intorno al 1362-64 da Amedeo VI di Savoia detto il “Conte verde” e definitivamente cessato nel 1983 con la morte dell’ultimo re d’Italia, S. M. Umberto II.
Ne parliamo perché torna d’attualità dall’8 aprile al 29 giugno alla Fondazione Accorsi-Ometto di Torino con l’esposizione nella sala degli oggetti montati di sette collari dell’Ordine, tra cui uno proveniente da Palazzo Reale di Torino. L’occasione nasce dal recente acquisto da parte della Fondazione del piccolo collare che appartenne al conte Luigi Cibrario, storico e uomo politico (www.fondazioneaccorsi-ometto.it).
L'Ordine del collare fu in origine una società o fratellanza cavalleresca, come quelle già organizzate alla Corte sabauda per tornei e nel corso di questi 650 anni subì numerose modifiche. Con Vittorio Emanuele II, nel 1869, diventò la suprema ricompensa per i personaggi segnalatisi per eminenti servigi resi nelle alte cariche dello Stato. Nel 1924 Vittorio Emanuele III portò i cavalieri insigniti a 20, esclusi il sovrano, principi, ecclesiastici, personaggi stranieri. Con il titolo di eccellenza e di cugino del re, avevano obbligo di giurare fedeltà secondo la formula costituzionale, diritto alla precedenza sulle cariche dello Stato dopo i cardinali, diritto agli onori militari.
Piccola curiosità. Sembrava che il duca Amedeo d’Aosta e Vittorio Emanuele volessero concedere in prestito i loro collari alla Fondazione. Hanno poi cambiato idea. Forse memori di quanto clamore creò la "questione Collari" nel 1983 dopo la morte di Re Umberto. Nelle disposizioni testamentarie del sovrano tutti i collari erano destinati all’Altare della Patria in Roma. Dopo le dimissioni dei due esecutori testamentari, re Simeone di Bulgaria e il langravio Maurizio d'Assia-Kassel, furono però trattenuti a Ginevra da Vittorio Emanuele. Rispondendo al ministro Ronchey che li reclamava, il figlio del Re disse in un'intervista rilasciata ad Alain Elkann: “I Collari dell’Annunziata sono un ordine prestigioso fondato da Amedeo IV attorno al 1300 e appartengono all’Ordine di cui io sono il Gran Maestro e depositario. Quindi non posso venderli...”
Vittorio G. Cardinali
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Orari di visita: mart.-ven.10-13; 14-18; sab. e dom. 10-13; 14-19, lun. chiuso.
 
DATA: 09.04.2014
    
ITALIA 2014: PROVINCIA CHE VA...

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 06/04/2014

       Chi la fa l'aspetti. Prima le Province, poi lo Stato. L'“abolizione” delle Province è stata approvata da 258 deputati: il 40% dei 630 in carica. Una minoranza.  Del resto il 2-3 giugno 1946 la repubblica ottenne appena il 42% dei voti. Nacque minorata e visse stenta: le regioni sia a statuto speciale sia ordinarie, i comprensori, le comunità montane, le nascenti unioni di comuni, il brulichio di enti inutili e il Parlamento attuale, legittimo a ore alterne. Ora una legge modifica surrettiziamente la Costituzione. Lì è il “golpe”. Fattane una, altre possono seguire: la cancellazione dell'articolo 1 della costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”, che la esprime col voto.
 Ma questa  pasticciata legge “contro” le Province è davvero una novità? No. E' solo la conferma  che l'Italia precipita nel caos.
   Antefatti. Il 4 febbraio  1926 i Comuni con meno di 5.000 abitanti non ebbero più né un sindaco né un consiglio elettivo ma un podestà nominato con decreto reale affiancato  da un consulta  formata da persone segnalate dal prefetto. Tutte le cariche erano gratuite. Il  3 settembre l'ordinamento podestarile fu esteso a tutti i comuni.  In quanto Capitale Roma ebbe un Governatorato. I Consigli provinciali a loro volta furono sostituiti da Commissioni (1927) e poi da Rettorati, tutti nominati per decreto.  Risparmio? Zero. Gli amministratori elettivi dell'Italia liberale non costavano più di quelli nominati nel regime fascista. Però esprimevano gli umori dei cittadini, che dal 1847  nel Regno di Sardegna e dal 1861 in quello d'Italia  avevano l'orgoglio di scegliere i propri rappresentanti. Certo, come in ogni Paese del mondo libero, anche in Italia le elezioni erano (e sono) talora segnate da brogli, ma anche le camarille più organizzate dovevano dare spazio all'opposizione. Don Luigi Sturzo (che può piacere o  non piacere) nel culmine dell'anticlericalismo fu eletto sindaco di  Caltagirone: quell'Italia, monarchica e liberale, propiziò la pluralità e l'alternanza nel rispetto delle regole.  
  Eliminata l'elettività degli amministratori locali, nel 1926-1927 il governo (all'epoca presieduto dal quarantaduenne Benito Mussolini, già socialmassimalista) completò la conquista del potere con tre mosse. In primo luogo sfoltì il numero dei comuni: quelli minori furono ridotti a frazioni dei maggiori (era saggio: vennero reinventati nel 1946); inoltre ampliò i confini dei comuni politicamente strategici (non necessariamente i capoluoghi di regione, già grandi di loro); infine introdusse il collegio unico nazionale al quale presentare una lista confezionata dal Gran Consiglio del fascismo, che era un organo di partito, non ancora dello Stato. Poiché era uomo d'ordine più di quanto mostrasse quando metteva i pugni sui fianchi e ondeggiava sul balcone affacciato su Piazza Venezia, Mussolini  si affrettò a “costituzionalizzare” il Gran Consiglio, “organo della Rivoluzione”. Persino per lui il partito era una cosa, il governo un'altra, lo Stato un'altra ancora. La politica vera era decisa nel confronto quotidiano tra il governo e gli organi dello Stato, come argomenta Domenico Fisichella  nel robusto volume Dittatura e monarchia. L'Italia tra le due guerre (Carocci).
   Come dichiarò l'ottanteseienne Giolitti nel suo ultimo intervento alla Camera il  16 marzo 1928, anche il duce riconobbe che “un grande paese civile, come l'Italia, deve avere, fra gli organi costituzionali dello Stato, una rappresentanza nazionale”.  La monarchia costituzionale arginò l'assalto di Mussolini allo Stato.  Il Senato fu il bastione insuperabile, proprio perché era espressione non dei partiti ma della “politica” alta. Era la meritocrazia: la Camera del “sapere”  ora al centro della riflessione di chi immagina la possibile identità della Camera Alta. 
  Quegli antefatti pongono l'interrogativo secco sulla legge “svuota Province” approvata dal 40% dei deputati: a chi e a che cosa  giova? E' una mano di scialbo passata con la pennellessa su un muro vecchio? Se vecchio, tale rimane il muro, con buona pace del trio Renzi-Delrio-Boschi, che, colme il Mostro dell'Apocalisse, si atteggiano a novatori. Se (posto che davvero ci si arrivi) il nome stesso delle Province verrà cancellato dalla carta costituzionale  ( titolo V, articolo 114),  l'unica novità di questa legge è e rimarrà non la abolizione delle funzioni delle Province ma solo della elettività diretta degli amministratori: uno schiaffo ai cittadini che chiedono di scegliere più liberamente possibile i propri rappresentanti.
   L'elezione diretta dei presidenti delle Province è stata tra le poche novità vincenti della cosiddetta seconda repubblica. Di lì l'ossessione di chi ne ha voluto l'abolizione:  conservatori, anzi reazionari; non riformatori. Conservatori del primato dei partiti, che non sono organi dello Stato, ma associazioni private, ancorché finanziate col danaro anche di chi non va a votare (mettiamo un velo sui sindacati, caso estremo della anomalia italiana).
   L'abolizione della elettività dei consessi provinciali è una perdita secca della democrazia. E' curioso che a menarne vanto sia proprio Renzi Matteo, un ex presidente di provincia; ma è lo stesso Renzi Matteo che da sindaco che non brillò per presenze alle sedute consiliari della città da lui nominalmente amministrata.
   Se poi questa “riforma” avviene in nome del risparmio (forse 500 milioni a prezzo però di un caos dal costo incalcolabile, probabilmente più costoso), per coerenza si possono cancellare non solo il Senato e il CNEL ma migliaia di comuni  piccolissimi, piccoli e medi e, tutto sommato, lo Stato stesso, il cui bilancio complessivo rimane un mistero. Per risparmiare, previa gara internazionale, l'Italia intera può essere data in appalto a un'agenzia di turismo. L' Italia come l' Alitalia. Non a un podestà forestiero, come proponevano Monti Mario e altri nell'estate del golpe 2011, ma a un Emiro o a un Mandarino. Era il sogno di Prodi Romano: fare dell'Italia un tratto della via francigena. Per Jacques Le Goff  il Cammino di Santiago era la riscossa della cristianità occidentale. Per il Mediterraneo attuale esso è invece la pista per la migrazione di massa (o invasione) dal Medio Oriente e dall'Africa all'Europa. Di mezzo vi è l'Italia, “non donna di provincia ma bordello”.
Aldo A. Mola
DATA: 07.04.2014

UNA TERZA REPUBBLICA “SPEEDY GONZALES”

      Che le nostre istituzioni abbiano bisogno di essere riformate è senza dubbio una verità, e che, chi le dovrebbe implementare lo dovrebbe fare anche in maniera celere è altrettanto vero, ma il nuovo Presidente del Consiglio affetto dalla sindrome di “Speedy Gonzales” sembrerebbe stia bruciando tutte le tappe (o si sta bruciando?). Dal giorno della sua elezione a capo dell’esecutivo un solo pensiero frulla nella sua testa, “riformare tutto a qualunque costo e subito”. Qualcuno allora si chiederà: “Beh, cosa c’è di tanto strano nel voler riformare le nostre istituzioni visto che sono almeno 40 anni che nessuno le realizza?”. Già proprio 40 anni verrebbe da dire, all’incirca l’età anagrafica dell’ex Sindaco di Firenze; in quegli anni quando nacque il “fenomeno”, la repubblica versava già in stato comatoso, dilaniata dal terrorismo e dalla crisi petrolifera, pochi anni prima furono messe in funzione le Regioni altra iattura che sconteremo poi negli anni avvenire, allora c’era la partitocrazia con la spartizione politica dei centri nevralgici dello Stato: il male assoluto. Oggi la disoccupazione è maggiore di quella degli anni 70, quasi nulla è cambiato, poche le riforme effettuate, è sempre la stessa repubblica: immobile ed eterna. Quindi perché preoccuparsi se qualcuno vorrebbe riformare le nostre istituzioni? E qui sta il punto, non basta fare proclami, quelli si fanno in campagna elettorale, non basta essere veloci, bisogna sapere di che cosa si parla e di che cosa si vuol fare e soprattutto con quali risorse. Riformare a volte non è sinonimo di migliorare. Eliminare la Camera alta ad esempio, trasformandola nella Camera delle autonomie, come sostiene qualcuno, per il nostro Paese sarebbe una evidente iattura. Un monocameralismo di fatto può sfociare più facilmente in uno Stato totalitario. Nel ventennio fascista (voluto dagli italiani) era proprio il Senato règio che mitigava l’esuberanza del fascismo alla Camera bassa, i senatori di nomina règia erano fedeli prima di tutto alla Monarchia non al fascismo, se non ci fosse stato il Re e il Senato del Regno, l’Italia si sarebbe trasformata da un regime autoritario qual era, a un regime totalitario e avremmo subito la stessa distruzione che subì la Germania di Hitler. Altra cosa sarebbe invece differenziare i compiti delle due camere lasciando la prerogativa legislativa prevalentemente alla camera bassa e differenziando e specializzando i compiti di quella alta, mantenendo invece inalterato il rapporto fiduciario. Altro esempio di riforma deleteria sarebbe quella dell’abolizione delle Provincie, esse sono da sempre le istituzioni più vicine al cittadino perché eliminarle? Con la loro eliminazione inoltre non si guadagnerebbe che pochi danari, perché allora non eliminare le Regioni che rappresentano da sempre dei carrozzoni mangiasoldi? Riformare tutto e subito senza soffermarsi ad analizzare le possibili insidie che alcune riforme potrebbero nascondere, può significare dare il colpo di grazia ad un Paese già provato dalla crisi istituzionale ed economica.
ROBERTO CAROTTI  CONSIGLIERE NAZIONALE U.M.I.
DATA: 07.04.2014
 
I MONARCHICI ROMENI SCENDONO IN PIAZZA PER CHIEDERE L’ASSEMBLEA COSTITUENTE E LA COSTITUZIONE MONARCHICA

Monarchici a Bucarest 5 aprile 2014 Sabato 5 aprile 2014 l’Alleanza Nazionale per la Restaurazione della Monarchia (ANRM) ha organizzato dei cortei nella capitale romena Bucarset e nelle città di Cluj (la più importante città della Transilvania), Timisoara (città principale del Banato) e a Craiova (città più importante dell’Oltenia). Lo scopo di queste manifestazioni era la richiesta dell’elezione di una nuova assemblea costituente che proclami il ritorno della Monarchia e rediga una nuova costituzione monarchica del Paese. A Bucarest la manifestazione ha avuto inizio alle 16.30 dalla piazza della Vittoria per concludersi ai piedi della statua del Re Carlo I, vicino al vecchio Palazzo Reale. Durante la manifestazione i monarchici scandivano vari slogan tra cui: “Maestà Ti amiamo”, “Vogliamo essere una Monarchia”, “Assemblea costituente per il Regno di Romania”, “La Monarchia unisce la Romania”, “La Monarchia salva la Romania”, “Maestà, noi ti vogliamo al Palazzo Cotroceni (attuale residenza del presidente della repubblica)”, “Non vogliamo 10 maggio senza il Re Michele (festa tradizionale del Regno)”, “Il Re e la Patria! Abbasso la repubblica!”. Tanti di loro sventolavano la bandiera romena con lo stemma reale e altri tenevano in mano diversi fiori. Vicino alla statua del Re Carlo I hanno parlato i leader dell’ANRM, guidati dalla nota giornalista televisiva Marilena Rotaru, ma anche l’ex ministro della cultura Teodor Paleologu e il docente universitario Nicolae Constantinescu.
A Craiova i monarchici si sono concentrati nel cortile della cattedrale ortodossa di San Demetrio e si sono diretti verso la statua del Re Carlo I per soffermarsi davanti al Teatro nazionale della città. Si scandivano gli slogan: “Re Michele”, “La Monarchia salva la Monarchia” e “Il Re e la Patria”.
A Timisoara i monarchici si sono ritrovati nella piazza della Vittoria, nei pressi della statua del Re Ferdinando I e hanno chiesto il ritorno della Monarchia e della Costituzione del 1923, sottolineando che la così detta “abdicazione del Re” del 1947 fu un atto forzato, dunque nullo.
A Cluj i manifestanti si sono radunati nella piazza dell’Unità, nei pressi della cattedrale greco-cattolica, e hanno scandito slogan a favore della Monarchia; gli artisti dell’Opera Romena di Cluj hanno cantato l’Inno reale e poi mille palloncini sono stati fatto volare in aria come segno di omaggio e rispetto per S.M. il Re Michele I e la Famiglia Reale romena.
Queste manifestazioni sono state organizzate nel contesto del dibattito per la revisione costituzionale, partito grazie all’iniziativa di alcuni membri del Parlamento che hanno chiesto l’assemblea costituente per decidere sulla forma istituzionale.
Secondo le dichiarazioni del co-presidente dell’ANRM, Catalin Serban, i monarchici hanno presentato una bozza di nuova costituzione che è stata sottoposta anche a S.M. il Re Michele I.
I più recenti sondaggi danno il sostegno per la Monarchia costituzionale attorno al 30% della popolazione, anche se più del 50% ha fiducia nella figura di S.M. il Re Michele I.

VIDEO DEL CORTEO DI BUCAREST


DATA: 07.04.2014
  
ROMA SALUTA LA REGINA ELISABETTA II
La Regina Elisabetta a Roma
      E' in corso la visita della Regina Elisabetta II e del Principe consorte Filippo a Roma. La Regina d'Inghilterra si è recata in mattinata al Quirinale, dove è stata ricevuta dal Capo dello Stato e nel pomeriggio si è recata in Vaticano per incontrare Papa Francesco, settimo Papa da quando è diventata Regina.
    Oltreradio.it, webradio diretta da Francesco De Leo, ha dedicato uno speciale alla Regina che consigliamo vivamente di ascoltare. Interviste e commenti che evidenziano l'importanza della Sovrana e il Ruolo della Monarchia negli stati moderni.
si può ascoltare dalla pagina:
DATA: 31.03.2014

CENTENARIO: MARZO 1914, QUANDO SALANDRA DISSE: “VAI SERENO, GIOLITTI...”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 30/03/2014

Giovanni Giolitti       Quando finì l' “età giolittiana”. Il dibattito dura da un secolo. Per qualcuno lo Statista ebbe le ore contate sin dalla dichiarazione di guerra all'impero turco per la sovranità sulla Libia (ottobre-novembre 1911).Secondo altri fu travolto dalle prime elezioni a suffragio universale maschile, che proprio lui aveva voluto come capolavoro della sua politica. Di sicuro Giolitti finì in un angolo senza prevederlo né capirne bene il perché. Anch'egli, insomma, è tra i Sonnambuli: statisti, diplomatici, militari che (ha scritto Christopher Clark in Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra, ed.Laterza) marciarono verso la fornace ardente trascinandovi o senza fermare i rispettivi popoli. 
  I fatti.  Al governo dal 30 marzo 1911, il 21 marzo 1914 Giovanni Giolitti, piemontese, classe 1842, passò le consegne al nuovo presidente del Consiglio, Antonio Salandra, pugliese, di nove anni più giovane. Quattro volte capo dell'esecutivo, Giolitti aveva vinto le elezioni nell'ottobre 1913. Alla riapertura della Camera ottenne 362 voti contro 90 e 13 astensioni. Ma in Aula alcuni deputati echeggiando umori extraparlamentari: il socialista Orazio Raimondo, il sindacalista Arturo Labriola, il clerico-nazionalista Luigi Federzoni, fiero di aver sconfitto Scipione Borghese nel prestigioso collegio Roma I. Lasciata la moglie a Frascati, Giolitti si ritirò a riflettere in Cavour. Vi condusse vita cadenzata: in piedi alle 7, colazione con caffè-latte e uova, lettura dei giornali, passeggiatina, “lavoro d'ufficio” sino al pranzo delle 12, una partita a tarocchi, una seconda sgambata, lettura, ancora lavoro, una visita ad amici,passeggio nella galleria di casa sino a cena,intorno alle 7, poi una partita a bigliardo e a letto alle 10. “Un gran riposo di cui aveva bisogno” confidò alla moglie. Il 3 febbraio 1914 presentò alla Camera un ventaglio di disegni di legge: anzitutto lavori pubblici per alleviare la disoccupazione e aumento delle imposte sulla ricchezza. Una sfida ai reazionari. Il 4 marzo rivendicò il successo dell'impresa di Libia e chiese fondi per dare “un po' di civiltà” alle popolazioni di Tripolitania e Cirenaica. Ottenne 363 “si” contro 83 “no”. Ma  i radicali, rafforzati alle elezioni, passarono all'opposizione. Chiedevano aconfessionalità dello Stato e lotta contro protezionismo e ipertrofia burocratica e militare. Nulla di diverso da  Giolitti per il quale lo Stato (incompetente in questioni religiose) e la Chiesa cattolica (libera, ma nella sua sfera spirituale) sono due parallele che non debbono né intrecciarsi né intralciarsi; e aveva sempre combattuto ogni forma di spreco e di parassitismo. Però, come poi si disse del Partito d'Azione, i radicali non sapevano bene che cosa volessero ma lo volevano subito.
   Capita l'antifona, il 10 marzo Giolitti si dimise, nella generale convinzione che presto sarebbe tornato al potere, come era accaduto nel 1903-1905, nel 1906-1909 e nel 1911. Invitato da Vittorio Emanuele III a formare il governo (sarebbe stata la sua terza volta) Sidney Sonnino rinunciò. Allora il re incaricò  Salandra, autorevole esponente della Destra liberale: sottosegretario sin dal 1892, più volte ministro del Tesoro e delle Finanze con Crispi, Pelloux e Sonnino. Giolitti stesso convinse il fido Antonino di San Giuliano, marchese di Paternò Castello, a rimanere ministro degli Esteri, pilastro portante della politica nazionale italiana mentre l'Europa era inquieta per le guerre balcaniche e le tensioni tra impero d'Austria-Ungheria e regno Serbia, spalleggiato da Russia e Francia.
  Il nuovo governo comprese ministri di provata esperienza: Ferdinando Martini, ora alle Colonie, era stato all'Istruzione con Giolitti nel 1892, anche Daneo  e Luigi Fera erano stati all'Istruzione. Il nuovo governo era un concentrato della Terza Italia. Ogni ministro era guardato a vista da un sottosegretario che ne bilanciava o correggeva il peso.  Che cosa si attendeva il Paese dal nuovo governo? Nulla di diverso dal precedente. Nulla di  meno rispetto a quello che prima o poi sarebbe seguito. Il 5 aprile Salandra ottenne la fiducia: 303 voti contro 122 (socialisti,repubblicani, radicali) e 9 astensioni.
   Giolitti si concesse una meritata vacanza. Il 3 aprile era già a Parigi. Intendeva visitare Bruxelles, Anversa, Rotterdam. Agli albergatori ordinò di rispondere che “era uscito” a chiunque cercasse di lui. Voleva stare in pace. Visitò Parigi da turista: la Tour Eiffel, il Bois de Boulogne, il castello di Chantilly. Passeggiò a lungo nel “magnifico parco”  di Versailles.
   Era finita l'età giolittiana? Si dimise per un banale conflitto all'interno della maggioranza. Come fosse oggi, quell'Italia era ossessionata dalle gare di partito: congressi politici, giornali, chiacchiere... In secondo luogo nessuno pensava che Salandra sarebbe durato. In giugno esplose una rivolta anarco-socialmassimalista (con aiuti esteri: anzitutto dalla Francia), imbrigliata  grazie alla rete di sicurezza collaudata da Giolitti. Ma d'improvviso, appena un mese dopo, l'Europa precipitò nella guerra generale scongiurata per un secolo. Lì, non prima, finì l'egemonia di Giolitti. A quel punto il liberalismo italiano mostrò la sua profonda debolezza. Aveva puntato sulla liberazione dei popoli dal sistema della Santa Alleanza, si era proposto come modello per le nazioni senza Stato (polacchi, finlandesi, boemi,... ), ma era chiuso nella gabbia del concerto delle grandi potenze: non violini o clarinetti ma rombi di cannone.
  Nelle Memorie Giolitti scrisse che Guglielmo II di Germania era un pacifista convinto. Forse non lo erano per i suoi generali: Schlieffen e Moltke. Non lo erano gli alti comandi dell'Impero austro-ungarico. Non lo erano i generali di Francia, Gran Bretagna, Russia. I più prudenti erano gli italiani. Il ministro della Guerra, generale Domenico Grandi, si domandava se il Paese avrebbe seguito il governo in un conflitto di vaste dimensioni. Rassegnò le dimissioni.  Armamento non  significa necessariamente offensiva preventiva. Perciò, libero dai fastidi dei presidente del Consiglio,  dieci giorni dopo l'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo a  Sarajevo, Giolitti continuò tranquillamente a “passare le acque” a Vichy: “paradiso dei medici”. Si concedeva ogni giorno un bagno purificatore e camminava “tutto il giorno come l'ebreo errante non avendo altro da fare”.
  Di lì a poco l'Europa esplose. Qualcuno pigiò il dito sul detonatore. Nessuno fermò  l'incendio. Molti conclusero che forse l'Universo ha un Grande Architetto ma tanti suoi “apprendisti” seguono una regola affascinante e agghiacciante: l'Ordine nasce dal Caos. Al Bene si arriva con l'accelerazione del Male.
   Messo alla prova, il liberalismo italiano risultò incerto, diviso, una somma di clans regionali e di clientele personali, impari alla prova suprema: la grande guerra. Perdurava lo squilibrio tra la Corona, il governo, il Parlamento. Anzi, proprio la prima Camera eletta a suffragio universale risultò evanescente nell'ora decisiva. Allo scoppio del conflitto, per la prima volta in vita sua Giolitti era a Londra. Si precipitò a Parigi per raccomandare al governo la neutralità; Salandra si dichiarò d'accordo: “Stai sereno, Giolitti...”. Ma pochi mesi dopo avviò di nascosto il cambio di alleanze. “E' stato tutto un inganno...” commentò duro lo Statista della Nuova Italia. (*)
Aldo A. Mola
(*) Per riflettere sul 1914, anno cruciale della storia d'Italia, il Consiglio Regionale del Piemonte  organizza un convegno di studio (24 ottobre) a Palazzo Lascaris: istituzioni, forze politiche, economia, fermenti culturali... Il liberalismo italiano arrivava  da Camillo Cavour, Urbano Rattazzi, i Lamarmora, Sella..., e conobbe una nuova fioritura con Luigi Einaudi. Ma non si epurò mai dalle tossine messe in circolo dalla Grande Guerra.
DATA: 24.03.2014

CANCELLARE MUSSOLINI? MEGLIO STUDIARE CHE DEMONIZZARE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23/03/2014

       Ogni rivoluzione impone un nuovo calendario. Lo fece Cesare, che riordinò il pasticcio imperversante nella Repubblica romana. Nel 1582 papa Gregorio XIII (non sempre i pontefici sono nemici della scienza) aggiornò il calendario cesariano. Giunto al potere, Lenin regolò l'orologio della Russia sovietica su quello occidentale, mentre la chiesa ortodossa continua a celebrare le proprie festività secondo il calendario giuliano. Di più (meglio o peggio?) fecero la Convenzione repubblicana  francese, che pretese di datare la storia dal settembre 1792, sostituì le settimane con decadi e cambiò il nome dei mesi. Per celebrare la Rivoluzione fascista, il 31 dicembre 1922 Benito Mussolini deliberò il conio di monete con il fascio littorio. Poi l' “era fascista” sostituì quella “volgare” (cioè datata dalla nascita di Gesù Cristo), che a sua volta  aveva soppiantato quella “ab Urbe Còndita”, cioè “dalla fondazione di Roma”.  L' “epoca fascista”fu solo una increspatura nella plurimillenaria storia d'Italia. Molti, però, se ne entusiasmarono e acclamarono (non solo in Piazza Venezia e nella contigua piazza Madonna di Loreto, nome  premonitore) “Benito, Benito”, “Duce, Duce”... Era normale per un Paese che usciva da una catastrofe, che oggi il cittadino stenta a comprendere come possa essere accaduta: i 620.000 morti e 1.200.000 mutilati  e invalidi nella Grande Guerra.
  Nel 1924 l'Italia ebbe un governo stabile con il “listone nazionale” che impastò “sansepolcristi” della prima ora, uno diverso dall'altro, fascisti recenti e altri nuovi di zecca, liberali, cattolici, democratici, socialriformisti,  presi a bordo per far massa, comprese personalità di primo piano, come Enrico De Nicola, non ingenui sprovveduti. Il listone ottenne il 66% dei voti e due terzi dei deputati. Fu la grande ora di Benito, che tendeva la mano al Partito socialista dal quale proveniva. Gli tagliò la strada la salma di Giacomo Matteotti: ucciso in circostanze e per motivi tuttora oscuri. Il “petrolio libico” e il “gioco d'azzardo” sono piste suggestive ma per nulla convincenti (lo ricorda Enrico Tiozzo in La giacca di Matteotti  e il processo Pallavicini). Come tanti altri prima e dopo di lui, il “duce” aveva elogiato l'uso della violenza nella lotta politica, ma, ormai capo del governo, non era così sprovveduto da ordinare l'uccisione di un deputato chiassoso ma di peso secondario, come ormai era Matteotti, umiliato alle elezioni nel suo collegio. Le opposizioni si avvolsero nella nebbia dell' “Aventino”: lasciarono l'Aula e così gli spianarono la via, perché un Paese ha comunque bisogno di un governo. Perciò chi non l'aveva già fatto s'affrettò a dichiarare Mussolini cittadino onorario, padre della patria, salvatore della lira, della pace, dell'umanità. Pio XI, predecessore di papa Francesco, lo definì “uomo della Provvidenza”. Quando non parlano ex cathedra anche i papi possono sbagliare.
Ora, nel 2014, secondo alcuni, i Comuni che conferirono la cittadinanza onoraria al duce dovrebbero revocargliela: una proposta destinata a suscitare un vespaio di polemiche insulse e discussioni anacronistiche. Se davvero se ne volesse discutere, si dovrebbe ricordare che non è mai esistita alcuna  “marcia  su Roma”: il 31 ottobre 1922 nacque un governo di unità nazionale perché bisognava voltar pagina con una Camera politicamente inetta, a conferma che il suffragio universale di per sé è un cerotto sulla piaga in assenza di equilibri istituzionali.
 L'Italia odierna non ha tempo da perdere in beghe artificiose, inventate per fini strumentali, in caccia di voti di ingenui. Però la damnatio memoriae è una sorta di febbre terzana. Torna quando meno te l'aspetti. Quasi sempre sotto elezioni e sempre per catturare il consenso degli ignari. Ma se si dovesse usare lo smacchiatore per il passato ingombrante o che “non passa”, domandiamoci perché a Torino, che a Caio Ottaviano Augusto non intitola alcun luogo, vi sono vie dedicate all'imperatore Adriano (colto quanto pervertito), al  generale Antonio Baldissera,  colonialista, e a   Marco Ulpio Traiano, che annientò i Daci, peraltro alcolizzati, e festeggiò  la vittoria con mesi di  sanguigne baldorie al Colosseo. Bologna celebra ancora Stalingrado, il nome di una città che in Russia è stato cancellato mentre da noi è sempre  garanzia dura e pura di “Avanti popolo, alla riscossa/ bandiera rossa la trionferà/evviva il comunismo della libertà...”.  Roma è ancora orgogliosa della via intitolata  a Togliatti, che alla corte di Stalin riteneva giusto far soffrire i militari italiani prigionieri dell'URSS, per togliere per sempre all'Italia la voglia di combattere contro la patria del socialismo? La Capitale ha anche una  stradina dedicata al giurista Gaetano Azzariti. Come ricordano Mario Avagliano e Marco Palmieri nel documentatissimo volume Di pura razza ariana (Baldini&Castoldi), Azzariti  fu presidente del Tribunale della Razza nella fase più tetra del regime e nel 1957 ascese a presidente della Corte Costituzionale  della Repubblica. Da un regime all'altro.
Ogni epoca ha i suoi eroi eponimi. Ma se ogni stagione usa un pennello per cancellare il passato e un altro per dipingere il nuovo, ogni pochi mesi si dovrebbe rifare la toponomastica non solo per presunto cambio di  “repubblica” (siamo alla terza?) ma a ogni legislatura, se non a ogni nuovo governo.
  Montare la memoria a ore, come fosse un orologio a molla, comporta gravi rischi. Da una parte abbiamo i luoghi comuni di cosa. A Torino, per esempio, Piazza Castello quale Castello vuol ricordare? La Reggia dei Duchi e dei Re di Savoia o il castello di carta della Regione Piemonte? Mille anni contro una quarantina, non sempre esaltanti. E a Roma Palazzo Madama, dove ha sede quel Senato che alcuni giovinotti  vorrebbero spazzare via, quale Madama ricorda?
La proposta di cancellare Mussolini da cittadino onorario di Torino dovrebbe accompagnarsi a quella di oscurare via Giulio Cesare, che sottomise i Galli e ne fece assassinare il re, Vercingetorige, e soggiogò la Bitinia ma soggiacque volentieri al suo re, Nicomede.  E così a Roma si dovrebbe raschiare ogni traccia di Augusto (che, con buona pace del FAI, annientò i Salassi nell'attuale Valle d'Aosta e dominò con durezza i Liguri) a tacere di tanti altri personaggi il cui nome è nel libro nero della storia. Anziché di rimozioni del passato, l'Italia attuale ha bisogno di più memoria. Depennare il nome di Mussolini dagli albi dei cittadini onorari è un rito infantile tempo è venuto, invece, di domandarsi perché sia asceso al potere e come, malgrado tutto, ci sia rimasto per vent'anni. E' una domanda che rimbalza sui cattolici dell'epoca e sui comunisti a quel tempo proni a Lenin, a  Stalin, a Trotzky , celebrato anche “a destra” solo perché venne fatto accoppare da Stalin in un duello mortale fra criminali  senza scrupoli. E riguarda anche i “democratici”. Nel 1919-1925 stettero alla finestra, dal 1943-1945 s'inventarono una verginità perduta vent'anni prima e addebitarono la loro pochezza alla perfidia di Vittorio Emanuele  III. D'altronde già immaginiamo con quale “gloria”  finirà questo “salmo” contro Mussolini: nelle fotografie  pubblicate a corredo della richiesta di revocargli la cittadinanza onoraria il duce figura a fianco di Giovanni  Agnelli, quello vero, il fondatore della FIAT, senatore del regno, nel 1945 privato dei diritti politici e civili. Negli ultimi mesi di vita si faceva condurre a sbirciare di lontano la fabbrica alla quale aveva dedicato la vita m dalla quale era stato estromesso. Esule in patria. Tenere in ordine il calendario e le lancette della memoria evita di ridurre la storia a ore piccole e corte: orine, anziché epoche. Nel tempo dell'equinozio di primavera v'è bisogno di aria, luce, pulizia.
Aldo A. Mola
DATA: 24.03.2014

MA QUALE GRANDE GUERRA? FATALITA'? PREMEDITAZIONE? DI CHI LA COLPA?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17/03/2014

Acqui Terme Caporetto    La Grande Guerra non fu affatto il primo conflitto “mondiale”. Nacque europea e lo rimase per tre anni. Se per mondiale (come credono gli eurocentrici) si intende una guerra che coinvolge gli altri continenti, la prima fu quella dei Sette Anni (1757-1763): Francia, Austria e Russia contro Federico II di Prussia, finanziato dagli inglesi  e temporaneamente costretto ad abbandonare Berlino in balia dei russi... Si concluse con la vittoria dei prussiani in Europa e degli inglesi sui francesi dall'America settentrionale all'India. Da lì decollò la prima rivoluzione industriale. Poi ve ne furono altre, sino alla Conflagrazione europea dell'agosto 1914.  Perché questa esplose? Fra tante “spiegazioni” (incluse misteriose influenze astrali) prevalgono due tesi, vecchie di cent'anni. Secondo la più comoda, l'Impero di Germania (imperialista e militarista) voleva dominare il mondo, ma le “democrazie” glielo impedirono. Secondo l'altra, gli Stati europei erano armati sino ai denti, ma per timore più che per bisogno. Dopo la rivolta dei boxer in Cina e la vittoria del Giappone sulla Russia (1905) dilagò l'incubo del “pericolo giallo”. Pronto alla guerra preventiva, nel terrore di essere attaccato, ognuno premette il pulsante sbagliato. Si scatenò il caos. Fatalità?  Disegno premeditato? In realtà  la guerra nacque da un evento scatenante ma in sé del tutto fortunoso: l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo da parte del serbo Danilo Princip  il 28 giugno 1914. Militante della Mano Nera, Princip aveva il mandato di uccidere l'erede al trono dell'impero austro-ungarico. Per una concatenazione di  circostanze del tutto casuali, si trovò il bersaglio a portata di mano quando già aveva rinunciato all'impresa. Sparò. Colpì il bersaglio. Il Magnicidio  di Sarajevo fece  crollare l' equilibrio instabile che (a parte strappi e scosse) aveva retto dal Congresso di Vienna del 1815 e poteva durare a tempo indeterminato, nell'alternanza tra lungimiranza e ottusità, alleanze e controalleanze. La corsa agli armamenti accelerata da fine Ottocento era davvero pericolosa? “Si vis pacem, para bellum” insegnavano i Romani. E' quanto accadde  negli Anni Sessanta del secolo scorso: la pace tra USA e URSS resse sull'“equilibrio nel terrore”. Nessuna superpotenza scatenò la guerra atomica che avrebbe distrutto (e potrà sempre distruggere) non solo vite umane e di altre specie ma la vivibilità stessa. La pretesa “inevitabilità della Prima Guerra Mondiale” è solo una variante della cosiddetta “responsabilità della Germania”, affermata nel congresso di Versailles (1919) dai vincitori, che imposero ai vinti le gigantesche “riparazioni”, come se i conflitti tra gli Stati siano cause civili (ma andò peggio al termine della seconda guerra mondiale quando gli sconfitti furono marchiati anche con una condanna morale). Versailles fu una “pace cartaginese”, distruttiva, fomite del nazionalismo che spianò la strada in Italia a Mussolini e in Germania a Hitler.
  La catastrofe, invero, nacque da una somma di casualità. Ogni Stato era convinto di annientare l'avversario in poche settimane: una gigantesca offensiva, una manovra avvolgente, la resa del nemico, atterrito dalla prospettiva che la guerra investisse le città e innescasse  la terza fase della rivoluzione iniziata nel 1789 (dopo la rivendicazione dei “diritti dell'uomo” e dopo quelli “delle nazioni”, l'uguaglianza delle classi, la rivoluzione del “proletariato”). I contendenti fallirono il bersaglio. Il 1914 fu un anno di offensive e controffensive, con centinaia di migliaia di morti, e le armate impantanate nelle trincee in attesa di rinforzi per lo scatto vincente. L'anno dopo altri Paesi entrarono nel Grande Gioco. Il 24 maggio  1915 l'Italia intervenne con motivazioni anacronistiche, speculari all'ottusità dell'Impero austro-ungarico che negava un minimo di riconoscimento alla componente italofona dell'Impero (Trento, Trieste, l'Istria, Fiume...). Anno dopo anno la voragine si dilatò. Nel 1917 la guerra divenne mondiale: a marzo la rivoluzione spazzò via lo zar Nicola II. Il 6 aprile, con singolare tempismo, gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania e all'Austria-Ungheria in nome di buoni sentimenti presto calpestati da cinici interessi. Appena ebbero le mani libere a oriente (giuntovi tramite i tedeschi Lenin stava liquidando in Russia il sogno della democrazia), gli austro-tedeschi attaccarono l'Italia sull'Alto Isonzo, perché lì era il punto debole del fronte. Lo aveva previsto il “marxista”a Friedrich Engels  dal 1859, perché la geografia fa la storia).Travolti dalla sorpresa tattica del nemico, gli italiani arretrarono sino al Piave. Fu una battaglia perduta, un'eclissi, non le tenebre perpetue. L'Esercito, infatti, risalì la china e l'anno dopo vinse a Vittorio (poi denominata Vittorio Veneto). Però Caporetto divenne un incubo. Lo insegna la Relazione della Commissione d'inchiesta su Gli avvenimenti dall'Isonzo al Piave  (1919),ora ripubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, a cura del suo capo, col. Antonino Zarcone (*).
  Dalle macerie di quattro imperi (Russia, Germania, Austria-Ungheria e turco-ottomano) emersero stati nazionali dai confini labili. Come già la guerra, neppure la pace fu lungimirante. La Società delle Nazioni fallì prima di nascere. L'intera vicenda va ripercorsa con animo pacato, alla luce di quanto accade mentre la geopolitica impone lezioni severe, incomprese dagli euro-occidentali. Governi, partiti, congreghe religiosi e cittadini in Italia si accapigliano disputando su tassazione di interessi finanziari, contratti d'affitto, trattamenti pensionistici, “stato sociale”, salari minimi... Vuol dire che “la gente” sta ancora così bene da rimanere indifferente verso per la politica estera e militare, nerbo della Storia. In questo clima culturale, il Centenario della Grande Guerra rischia di finire come le sagre di paese: fuochi d'artificio e poi l'oblio. I tamburi della storiografia sul 1914-1918 rullano da mesi. Ma presto il tema verrà a noia, come accade quando i fatti eventi sfarinano nei dettagli e vengono elusi  gli interrogativi davvero cruciali? Già avvenne per il 150° del regno d'Italia, rapidamente  dimenticato. La vera domanda è: quale sarebbe stato il corso della storia se nel 1914-1915 il potere di dichiarare la guerra fosse spettato ai Parlamenti anziché ai sovrani o ai soli  governi di loro nomina? In Italia nessuno s'era mai posto la questione. Lo fece Giovanni Giolitti, ma troppo tardi: nell'agosto 1917. Poi l'ordinamento dei poteri rimase immutato e nel giugno 1940 l'intervento nella seconda guerra mondiale fu  deciso in maniera anche più frettolosa e improvvida che nell'aprile-maggio 1915, con conseguenze enormemente più devastanti. Vi meditò Franco Bandini nel robusto volume Tecnica  della sconfitta (1963), ora riproposto  da Florens Press (Firenze).
   Poiché  i fronti di guerra si moltiplicano e il  rombo degli aerei diviene più assordante viene da domandarsi: e ora? La domanda incalza, tanto più che – come sappiamo bene - le guerre oggi si fanno senza dichiarazione alcuna.
Aldo A. Mola
DATA: 17.03.2014

INCONTRO FMG LOMBARDO

INCONTRO FMG LOMBARDO      Varese, 9 marzo 2014 - Presso il Palace Hotel, uno dei più prestigiosi alberghi in stile liberty della Lombardia, si è tenuto un incontro della dirigenza lombarda del Fronte Monarchico Giovanile, alla presenza del Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo. I ragazzi hanno pianificato le attività per la primavera, come il volantinaggio nelle Università milanesi e la partecipazione alle commemorazioni delle battaglie Risorgimentali che si terranno in maggio a Varese. I ragazzi hanno anche accolto con entusiasmo le attività di Roma per il 70° della fondazione dell’U.M.I. e il IV Convegno formativo che si terrà nell’estate. Dopo il Congresso nazionale sono esponenzialmente cresciuti i ragazzi, precedentemente estranei all’ambiente monarchico, che si sono avvicinati all’U.M.I. I Giovani, cresciuti in una repubblica che ha blindato se stessa, richiedono qualcosa di diverso e vedono nell’ideale monarchico un’opzione per uscire dall’impasse in cui l’Italia si trova.
DATA: 12.03.2014

I  SARMATI SONO TRA NOI. L'ACQUI STORIA AMPLIA L'ORIZZONTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 09/03/2014

    Chi la fa l'aspetti. Antica regola aurea. Vale anche per gli Stati, che nascono, si trasformano, muoiono per scelta di popoli o per decisione delle superpotenze. Fioriscono e vanno in polvere, come – insegna l' Ecclesiaste -  tutte le cose del mondo. L'Occidente inventò la Jugoslavia nel 1917-19, nel 1944-45 la regalò al cinico  “Maresciallo” Tito, alla cui morte la frantumò in Slovenia, Croazia, Serbia (includente la Bosnia-Erzegovina), Montenegro, Macedonia: un bagno di sangue, bombardamenti, pulizie etniche e atrocità a pochi chilometri da noi. Nel 2008 l'Occidente ideò il Kosovo, con i riti consueti: manu militari e referendum artefatti. Lo stesso ora accade per la Crimea, che davvero è improbabile possa essere sottratta alla Russia, se non a prezzo di una catastrofe. La Crimea sta a Mosca ancor più che Trieste all'Italia.  Per la Russia vuol dire il Mar Nero e la via al Mediterraneo attraverso gli Stretti, conquiste  e sogni di secoli e secoli. Non si scherza con la geostoria. Lo sapeva Henri Kissinger, oggi ignorato anche a Washington. Il Kosovo è un accampamento militare, senza accesso al mare. Ha appena sei anni. E' un bimbo tenuto per le dande da 2000 militari dell'ONU (200 italiani), che vegliano la tregua armata (sempre precaria) tra le diverse componenti etniche, linguistiche e religiose (nemiche acerrime) di uno “Stato” riconosciuto da una metà  dei componenti dell'ONU e da appena tre dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza: USA, Gran Bretagna e Francia, contro Russia e Cina.
  Anche secondo l'ONU, per ora il Kosovo è solo una provincia autonoma della Serbia (risoluzione 1244 del 1999). E' una landa nella quale la storia passò e ripassò falcidiando vite umane dalle epoche più remote alla fiera resistenza di Skanderbeg contro i turchi ottomani, alle guerre per l'indipendenza dalla Sublime Porta, ai conflitti  balcanici (1912-1913), il cui centenario è passato inosservato nelle terze pagine e nella saggistica italiana, perché troppo evocative di ferite ancora sanguinanti. La “grande editoria” è  provinciale e ripetitiva. Da decenni non compare alcuna opera paragonabile alla Storia d'Italia  di Ruggiero Romano e Corrado Vivanti  (Einaudi), a quella diretta da Giuseppe Galasso per la Utet, alla Storia sociale d'Italia dell'editore Teti. Il 150° della proclamazione del regno d'Italia non ha registrato alcuna novità memorabile. Persino il costosissimo Dizionario Biografico degli Italiani  nella versione cartacea si è fermato a metà strada. E l' “Europa”? Ogni anno ingloba microstati parassitici e ora pretenderebbe di assorbire Ucraina e Turchia come fossero polloni di una medesima radice, ma non ha generato alcuna storia unitaria, a conferma della sua vacuità politico-filosofica. L' “Europa” rimane una giaculatoria, senza contenuto. A maggio vedremo che cosa ne diranno i cittadini...
  Nell'afasia dell'editoria commerciale e di quella istituzionale, uno stimolo a riflettere sui grandi temi e ad ampliare gli orizzonti viene da Soggetti come il Premio Acqui Storia per opere scientifiche, divulgative e narrative (sezione, questa, ideata dal suo stratega, Carlo Sburlati, e subito di vasto successo). Come tutti i Premi, anche l'Acqui ha vissuto fasi diverse. Negli anni recenti, tutto si può dirne tranne che sia stato “fazioso”. Basta scorrere i nomi dei finalisti e dei vincitori: Antonio Pennacchi,  Roberto De Mattei, Sergio Luzzatto, Mauro Mazza, Maurizio Serra, che rappresenta l'Italia all'Unesco, Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci,  Ottavio Bariè dell'Università Cattoluca, Dario Fertilio dei Comitati per le Libertà. Come quelle di tutti i Premi, anche le scelte dell'Acqui  suscitano plausi e delusioni, anche tra i componenti delle giurie, perché ogni approvazione comporta esclusioni.  E' normale. La sua forza riposa però su alcuni cardini: in primo luogo il numero di opere candidate (quasi 200 negli anni recenti, contro le poche decine di  quando vincevano autori di un'unica sponda ideologico-partitica),  presentate da editori di tutte le dimensioni; inoltre la  sua valorizzazione da parte dei media radiotelevisivi (a tutto vantaggio della promozione della storiografia e dell'editoria, che non se la passano bene, e, s'intende, del “territorio”); infine proprio le dispute che di volta in volta lo accompagnano. Anche esse ne confermano la vitalità a livello europeo.  
   La qualità delle opere a concorso non dipende né dalle Giurie (ciascuna delle quali è confortata dal Gruppo dei Lettori), né dagli Enti promotori e dai sostenitori (a cominciare dalla benemerita Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presieduta da Pier Angelo Taverna). Essa è connaturata ai travagli delle università e  degli istituti storici. La ripetitività che attarda gli studi è effetto ormai durevole di tre fattori congiunti: lo smarrimento dell'identità nazionale, la mancata acquisizione di coscienza europea (di un'Europa che va dall'Atlantico agli Urali e agli ex domini coloniali) e la modesta percezione del flusso profondo dei processi storici. Oggi in Italia non viene proposto nulla di paragonabile alle storie universali  prodotte nella seconda metà dell'Ottocento. L'ultima vera grande opera della nostra cultura rimane l' Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile, realizzata ottant'anni orsono in un decennio di straordinario fervore culturale. Se poi – e soprattutto in anni recenti - ci si è smarriti in viottoli e divagazioni non è certo colpa di un Premio che, in quanto tale, non “produce” ma “esamina” (mesi di lavoro per le giurie).  Con l'egida del Consiglio regionale del Piemonte, l'Acqui Storia progetta dibattiti sullo stato di salute e sulle prospettive della storiografia, non solo italiana, proprio per ampliare gli orizzonti e coinvolgere a fondo anche il “territorio”, depositario di una storia millenaria, e non solo “locale”. Dalla sua ideazione il Premio ricorda infatti una Divisione (“Acqui” di nome, italiana nella composizione) la cui tragedia non si consumò in un lembo di Piemonte ma in un'isola dello Ionio, a ridosso dei Balcani, come ha ricordato Elena Aga Rossi in un'opera finalista del Premio. Esso riecheggia un groviglio di vicende che va compreso risalendo ad Aureliano (270-275 d. Cr.), l'imperatore illirico che cinse Roma con le mura che ne ripetono il nome,  e al suo conterraneo  Diocleziano (285-305), che istituì la Tetrarchia. “In illo tempore” Acqui fu presidiata  anche da Sarmati, originari dell'attuale  Ucraina, “ausiliari” inquadrati sotto le Aquile dell'Impero Romano; nel Cuneese i Sarmati erano stanziati al Forum Sarmatorum (Salmour)...  Anche nella terra della “Bollente” la storia fu sempre universale, talvolta scottante: è un caleidoscopio da osservare con pacato disincanto per capire e per evitare altre catastrofi. Una constatazione  s'impone: gli Stati si fondano sulla volizione dei popoli, su processi secolari, non su giochi di palazzo o di “agenzie” più o meno “intelligenti”, spesso fuori controllo.    
Aldo A. Mola
(*) Il bando del Premio Acqui Storia 2014 è disponibile in www.acquistoria.it    
DATA: 10.03.2014
 
CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DALLA SCOMPARSA DEL RE PAOLO DI GRECIA

      La Famiglia Reale Greca ha organizzato ad Atene e Tatoi la commemorazione del Re Paolo I, scomparso 50 anni fa a soli 63 anni. In questa occasione si è presentato il nuovo film documentario sulla vita del Sovrano scomparso a cui hanno partecipato diversi invitati, tra cui tutti i membri della Famiglia Reale Greca, la Regina Sofia di Spagna con le Infante Elena e Cristina, i Reali di Serbia, e diversi amici della Famiglia Reale Greca.
Il nuovo documentario traccia un ritratto del defunto Sovrano utilizzando anche delle interviste con il Re Costantino II di Grecia, con la Regina Sofia di Spagna e con la Principessa Irene di Grecia: i tre figli di Paolo I. Lo storico di famiglia, il principe Michele di Grecia, suocero di S.A.R. il Principe Ereditario Aimone di Savoia, parla di Paolo I come di un Sovrano modello del '900. Il 5 marzo a Tatoi c'è stata una celebrazione religiosa a suffragio del Sovrano defunto a cui hanno partecipato tutti i membri della Famiglia Reale Greca gudati dal Re Costantino II e dalla Regina Anna Maria, la Regina Sofia di Spagna con il Principe e la Principessa delle Asturie e le Infante Elena e Cristina, il Re Simeone II di Bulgaria, il Principe della Corona Alessandro e la Principessa Caterina di Serbia, il Margravio di Baden e la Principessa Tatiana, nipote del Principe Giorgio di Grecia.
Dopo l'inizio della crisi economica in Grecia la Famiglia Reale è meno osteggiata sia dai politici che dai mass-media e la commemorazione del Re Paolo si è svolta con grande rispetto dell'opinione pubblica.
Vogliamo pecisare che il defunto Sovrano greco era lo zio materno di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Capo della Famiglia Reale Italiana.
DATA: 07.03.2014

IL NUOVO CHE AVANZA... DA EST?

      Il giovane ed instancabile presidente del consiglio non finisce mai di stupirci, solerte portatore di grandi novità, dopo aver annunziato la rimozione del Senato e quella delle province, eccolo di fronte a nuove incredibili avventure! Quanto imbarazzo deve aver provato in una scuola di Siracusa accolto dal gioioso coretto: ““Facciamo un salto, battiam le mani. Ti salutiamo tutti insieme, presidente Renzi”. Che immagine commovente però, la storia si ripete e più che Siracusa pareva Mosca qualche anno fa con quelle belle canzoncine cantate dai bambini ed alle volte immortalate in fenomenali manifesti: “"Grazie, caro Stalin, per i nostri bambini felici" oppure "Grazie a Stalin, il più grande amico di noi fanciulli". Il nuovo avanza e viene da lontano e dovevamo immaginarlo, eliminati gli avversari con metodi da Politburo, scalati i vertici a passo di carica, soffocate le componenti cattoliche del PD con l’abbraccio al PSE si è palesata la sterzata a sinistra del nuovo corso. Ed allora avanti così in un periodo di clima da nuova “guerra fredda” non c’è di meglio che adattarsi all'atmosferà retrò che la geopolitica impone! Nostalgia per nostalgia tanto vale ci si dedichi anche l’Italia. Speriamo almeno che non sostituiscano l’Inno di Mameli con l’Internazionale. Nell’Italia provvisoria, come la chiamava Guareschi, tutto è possibile! Certo il nuovo che avanza ha un sapore un poco stantio, da soffitta delle “botteghe oscure”, un briciolo antico anzi no meglio dire vintage! Onore alla modernità! Ha da tornà baffone anzi renzone!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 06.03.2014
      
LA MADRE AMMALATA: OVVERO LA PATRIA DOLCE CHE MUORE

      In questo periodo “di transizione” governativa, dove anche il Senato, la più antica istituzione di quello che fu il Regno d’Italia, rischia di scomparire, nulla si può aggiungere sullo sfacelo in cui versa la nostra Patria, spaccata, divisa e ammalata, bisognosa di cure mediche, psicologiche e di ideali.  La nostra dolce donna, turrita, col seno scoperto, vestita di verde, bianco, rosso e con quel crocifisso in mano, simbolo della moralità religiosa dell’Itala gente, è ormai ridotta in uno stato di allettamento perenne, con medici più interessati allo stipendio che alla salute della nostra povera “Mater Patriae”; ormai essa è in balia dolci fumi di un  oppio “innovativo”, importato direttamente dalle dolci colline della Toscana; un palliativo, talmente delicato, che perfino ai suoi figli è stato dato; ed essi, come brava progenie hanno assunto dalla stanche braccia materne. La corona di granito della Signora pesa, è appoggiata sul comodino, infranta e crepata in più punti. Essa ripensa all’epoca in cui, vittoriosa e sicura, accompagna i suoi figli verso il futuro, con scettro lucido e corona d’oro; lontani ricordi, che fanno piangere  la dolce madre di ogni italiano. Essa ricorda, il tempo florido della sua giovinezza, di quella gloria giovanile e di quegli errori che, come normale, l’hanno portata a crescere. Sorrideva per ogni suo figlio nato, piangeva per ogni suo figlio disperso o deceduto, il suo splendore era immenso, il suo “serto” sempre chiaro e splendente … Ed ora? Per la negligenza delle “new generation”, Essa è stata ridotta al nulla, ad un semplice corpo nudo, sul letto freddo di un ospedale anonimo, nessuno ha il coraggio di visitarla, tutti hanno paura. Non proprio tutti, la dolce patria, distesa, si gira e vede i veri uomini parti, integri, limpidi e coscienziosi; le portano un dono, un vessillo: quella sacra bandiera che l’ha vista nascere, crescere e che (assolutamente) non vuole vederla morire. La cara madre si ridesta, per un attimo rinviene, benedicendo i suoi (veri) figli, che giammai si dimenticheranno di lei; essa li benedice e li stringe a se, infondendo nel cuore un dolce sussurro: “Và amato figlio, pensa a tua madre e prega per tuo padre che torni, ingiustamente allontanati noi siamo stati, ma tu, eroe del mio cuore, fai rivivere il dolce sogno e il paterno amore del nostro Sovrano.” Nelle repubblica morente di oggi, l’Italia non può più aspettare una cura miracolosa, dobbiamo essere noi a fornirle un appoggio, un aiuto e una medicina! Non dobbiamo più stare rinchiusi nella nostra casa, dobbiamo uscire e farci conoscere, far sapere quanto noi teniamo alla nostra affettuosa madre che, in fondo, è la madre di tutti noi.
Stefano M. Terenghi - U.M.I. Lecco
DATA: 06.03.2014

SENATO? SÌ.  ASSENNATO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02/03/2014

     “Senatores boni viri, Senatus mala bestia”. E' cosa vecchia. Ma oggi in Italia il Senato è necessario. Abbiamo bisogno di un Senato Assennato come quello dell'antico Regno d'Italia: 2400 membri in 100 anni, il meglio delle istituzioni, della politica, delle professioni, delle arti e di vere “illustrazioni della Patria”, con una spesa minima da parte dello Stato. C'è bisogno di Senato oggi in Italia come nell'antica Roma, modello insuperato di equilibrio tra i poteri: genus mixtum scrisse Marco Tullio Cicerone. Non un tiranno, non  una oligarchia, non il dominio della piazza. La Res publica aveva due consoli, plenipotenziari ma solo per un anno e, in via eccezionale, un dittatore, ma al massimo per soli sei mesi; il Senato (comprendente patrizi e homines novi capaci e meritevoli); e i comizi del popolo. Il tutto era riassunto nei labari delle Legioni sormontati dalle Aquile: SPQR, il Senato e il popolo romano.
   Dopo il crollo dell'Impero, in Occidente gli imperatori e i sovrani assoluti  fecero i conti con il potere del “popolo”, un soggetto polivalente come la “nobiltà” e i Comuni. E li fecero soprattutto con gli ecclesiastici, espressione della fonte suprema della legge, il Vicario di Cristo, che “consacrava” i depositari (transitori) del governo (gli imperatori, i re), perché “ogni potere viene da Dio”.
  In Occidente il Potere non ebbe mai la grandezza di quello d'Oriente, non fu mai ierocrazia, Sacerdozio: in Persia, Cina, in Cocincina ( lo si coglie ad Angkor, in Cambogia, il più grande santuario del mondo: spazi immensi, cuspidi e sorrisi ieratici) e in Giappone, ove si tocca con mano la congiunzione tra  la quotidianità e il Sacro, ove ogni dettaglio riverbera l'Eterno. In Occidente il potere decadde a “ufficio”: un'agenzia, un contratto senza sentimenti. Convivenza per convenienza.
  Il declino del Sacro Romano Impero coincise con  l'avvento di dittature parlamentari: quella di Oliver  Cromwell, il Lord Protettore che fece decapitare Carlo I d'Inghilterra, la Convenzione francese del 1792-94, che nacque dalle stragi e ghigliottinò Luigi XVI, Maria Antonietta e i migliori illuministi francesi, l'Assemblea dei Soviet dominati da Lenin e Stalin, la Camera tedesca prona a Hitler...
  A inizio Ottocento, due secoli orsono, l'Europa si trovò a scegliere: la costituzione spagnola (detta “di Cadice”) prevedeva una sola Camera; quella inglese ne aveva e ne ha due, i Comuni e i Lord. Dopo gli sbandamenti del 1820-1821 tutti gli Stati d'Italia optarono per il bicameralismo, garante di equilibrio tra i poteri, un nuovo genus mixtum: da una parte l'elezione popolare dei deputati, dall'altra una Camera dei Pari (l'antico Senato) nominato dal re o espressione di corpi qualificati, il governo e, al di sopra di tutti, il sovrano, garante dell'equilibrio. Era la monarchia costituzionale, fondata sulla ragione, in un Occidente antropologicamente pagano.
  Perciò sconcertano le polemiche in corso nei confronti del Senato quasi la Camera Alta sia la causa del collasso della vita pubblica italiana. Il bicameralismo è una garanzia. Esso è imperfetto se è perfetto, cioè se le Camere svolgono identiche funzioni. E' perfetto, invece, se le Camere si compensano a vicenda. Il male dei mali era, è e sarà il monocameralismo, ovunque e sempre degenerato in dittatura.
  Il  bicameralismo è indispensabile specialmente per un Paese quale l'Italia, storicamente incline al massimalismo. Lo è soprattutto in regime repubblicano, cioè in assenza di un potere davvero super partes “a prescindere” da maggioranze cangianti, come del  resto avviene in una decina di paesi europei  retti da monarchie costituzionali. L'Italia, purtroppo, è da sempre terra  di guerre civili. Non conobbe eresie, rese superflue dalle gare tra cardinali. Ce lo dicono le opere di Mommsen, Gregorovius, von Pastor... Nel 150° del trasferimento della capitale da Torino a Firenze e all'indomani del fratricidio tra due “politici” toscani è d'obbligo  ricordare la sanguigna Firenze dei tempi di Dante Alighieri, spaccata tra Guelfi (filopapali) e Ghibellini (filoimperiali). Quando i Guelfi ebbero la meglio esiliarono i ghibellini ma si divisero tra guelfi neri e guelfi bianchi. Tra questi Dante fu condannato all'esilio e suppliziato in effige. E' sepolto a Ravenna, protetto dalla corona di bronzo dell'Esercito Italiano vittorioso nella Grande Guerra.  La storia insegna che nei regimi monocamerali (la Repubblica romana di Mazzini, la Costituente del 1946-1947...) l'amore diviene umore.
    Il Senato, lo dice la parola, è un'assemblea di Anziani: uomini (sta anche per “donne”) fatti saggi dalla vita, che è anche sempre studio. Tanto più viene abbassata la soglia dell'accesso al diritto di voto (molti vorrebbero anticiparlo a 16 anni, salvo scoprire la drammatica fragilità degli adolescenti), tanto più v'è bisogno di una Camera di “patres”, eletta magari dai quarantenni anziché dai venticinquenni (come oggi avviene) e riservata a quanti ne abbiano almeno cinquanta, ma con poteri non inferiori a quelli della Camera Bassa.
  Questa, non altra, è tutta la differenziazione oggi possibile tra le Camere nella  repubblica attuale. Sognare un Senato del Sapere (come alcuni fanno), oltre tutto di ampia nomina presidenziale, è pura utopia.   Occorrerebbe riscrivere da cima a fondo la Costituzione: evento oggi improponibile se non con una nuova Assemblea Costituente e un referendum sulla forma dello Stato. Le dispute in corso sul Senato in realtà mettono a nudo il nodo irrisolto. Il regime repubblicano ricalca la monarchia costituzionale sabauda, ma con due differenze sostanziali: il capo dello Stato è votato dal Parlamento, a maggioranza talora ampia, a volte risicata. Fatica sempre più a rappresentare i cittadini. Il Senato  non è quello del regno (che fu il meglio del meglio) ma viene eletto da un corpo pressoché identico a quello che vota i deputati. Dunque non vi  è equilibrio tra le Camere, ma replica. Il Legislativo è a sua volta impastoiato da poteri arcani: la Corte Costituzionale, la magistratura ordinaria, i tribunali amministrativi regionali, un  groviglio  che si somma a quello dei super-poteri non nazionali, non  votati dai cittadini e tuttavia incombenti: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Commissione Europea, a tacere della Nato, che comporta la totale subordinazione delle forze armate italiane.
  Sbandierare l' “abolizione del Senato” come toccasana dei mali istituzionali, politici ed economici dell'Italia odierna vuol dire giocare con i soldatini di piombo mentre il Pianeta è in fiamme. La misera polemica contro il Senato riecheggia lo straziante lamento di Cristo: “Padre, perdona loro perché non sanno quel che si fanno”. Infatti non esiste nessuna opera sulla storia del Senato, né del Regno né della Repubblica. Così come sono davvero poche gli studi  sulle Province, altro capro espiatorio degli apprendisti stregoni oggi imperversanti. Anche esse rischiano di scomparire senza che se ne conoscano opere e giorni. E' il punto di arrivo di una repubblica nata da generose illusioni e fondata sulla cancellazione della storia. Scriverlo forse non serve a nulla, ma almeno rimane traccia che non tutti sono ignari e conniventi.
Aldo A. Mola
DATA: 03.03.2014

LA FRITTATA GLOBALE

      Ormai da lungo tempo gli USA esportano “democrazia” quasi fai da te. Gaber diceva che ne erano portatori sani: Non l’hanno però te l’attaccano! Quantomeno ci provano visti i risultati ottenuti in mezzo mondo presidiato dai soldati a stelle e strisce costantemente massacrati per motivi probabilmente molto lontani da quelli “ufficiali”. Intanto a Kiev il popolo ucraino si ribella ed a furor di popolo, non senza colorare le piazze del tetro rosso del sangue, scaccia il dittatore, l’uomo forte che viveva come tanti “colleghi” in una lussuosa villa, quello che fugge in elicottero. La Crimea borbotta e minaccia referendum secessionisti poiché ha il cuore ancora russo anzi probabilmente un poco sovietico con un tocco di sfacciata nostalgia. La nostalgia fa male ma prende il cuore e Mosca non si tira indietro mandando a spasso i suoi blindati per Sebastopoli. Ricorda qualcosa! È un mondo in fermento perenne e la gente dimentica che da qualche tempo i bombardieri Tupolev hanno ripreso a girare costantemente intorno al mondo come ai tempi della guerra fredda. I due grandi leader mondiali si sorridono oggi e si guardano in cagnesco domani. Tutto questo ha un sapore un po’ vintage e l’aroma di qualche revival dei “favolosi” anni ‘50/60. Una parte del mondo reagisce alla grande crisi ribellandosi ai sistemi, alla geopolitica, alla globalizzazione forzata che appiattisce le culture ed i popoli come uno schiacciasassi ingeneroso. Un’altra parte invece reagisce come molte persone nei momenti difficili: Si affida alla nostalgia appunto! A quando i ritratti di Kruscev ed Eisenhower? Altro che distensione qui si sente già odore di bruciato! La frittata globale è sul fuoco ma qualcuno si è distratto! Che canaglia questa nostalgia! Fosse almeno degli esempi migliori che l’Europa pur offre in Belgio, Olanda, Norvegia e così via. Ah già ma quelle sono monarchie democratiche due concetti superati, due anacronismi. Ma si passino pure in fondo per qualcuno anche quella è nostalgia mica qualcosa di futuribile. Intanto cuoce e si brucia, salterà il coperchio e tra poco fumerà nero: Maledetta frittata globale!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 23.02.2014
 

UNA MEDAGLIA D’ORO PER UN’ITALIA DECADENTE

Ettore Viola      Come tutti i giorni ho preso, anche oggi in una gioiosa auto-tortura, a sfogliare i principali quotidiani online e tra una notizia e l’altra emergevano in modo evidente i riferimenti che la società offre ai nostri giovani delle cui sciocchezze ci chiediamo, ingenuamente in verità, molto spesso le motivazioni. Pifferai magici non eletti all’opera nelle aule parlamentari, la demenza di certe tifoserie negli stadi, il gossip sui vari calciatori e, dolce coronamento di questa fiera del trash, la prossima ripresa del Grande Fratello. Tutto ciò che il moderno e democratico illuminismo ha preso a servire ai nostri ragazzi e ragazze smantellando passo passo ogni esempio portatore di buoni valori tacciato, troppo spesso, di retorica superata ed anacronistica. L’ignoranza regna sovrana e se andassi dai miei nipoti a chiedere loro il nome di qualche eroe del Risorgimento non saprebbero elencarmene uno. Eppure proprio oggi 25 febbraio, ma nel 1986, moriva una delle ultime nobili figure della grande guerra che del Risorgimento fu il compimento supremo. Era l’ardito Ettore Viola colui che aveva ispirato un personaggio ad Hemingway e che sul Grappa si era guadagnato quella che Re Umberto II definì “la più bella medaglia d’oro” della Prima Guerra Mondiale. Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia dopo il conflitto capì subito i pericoli che lo squadrismo rappresentava e, voce importante tra gli ex combattenti, vi si oppose subito con coraggio financo recandosi dal Re a San Rossore. Dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti rifiutò perfino un incarico nell’esecutivo del primo ministro Mussolini. Dopo il 1946, Monarchico convintissimo e straordinario patriota popolarissimo tra i reduci, il poi promosso generale Viola militò nel Partito Nazionale Monarchico di Covelli e nel 1969 fu nominato, da Re Umberto in esilio a Cascais, Conte di Cà Tasson. Quanta strada aveva fatto quel tenente fegataccio dalle trincee di tanti anni prima! Fedele alla sua amata Italia, moralmente ineccepibile, egli fu bandiera di tanti Italiani che vollero e seppero dire “no” fuori dal coro. Oggi la nostra gioventù accetta tutto supinamente, passivamente e senza alcun dubbio che sfiori migliaia di adolescenti encefali atrofizzati. Nei libri di scuola di nomi come Viola non c’è quasi mai traccia. Forse sarebbe ora che a ricordarlo non fossimo solo noi che abbiamo il cuore antico e tricolore. Oggi è il 25 febbraio e di chi ha vinto il fallimentare festival di San Remo francamente a me importa poco. Preferisco andare dai miei nipoti e perdere cinque minuti per spiegare loro chi era Ettore Viola incontrando le loro smorfie ma, magari, seminando qualcosa di utile nei loro cuori. Oggi mi guarderanno malamente ma forse domani capiranno dove stanno le idee che fanno di un individuo un Uomo od una Donna degni di questi nomi! Da quei cinque minuti investiti con loro, forse, una gemma fiorirà annunziando una nuova primavera per la Patria. Proviamoci almeno! È la nostra sfida!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 23.02.2014

IL REGNO D'ITALIA DA BRINDISI A SALERNO: CONFERENZA DI DOMENICO GIGLIO AL CIRCOLO REX

      Domenica 23 febbraio 2014, presso la Sala Uno della Casa Salesiana di via Marsala 42 in Roma, il Presidente del Circolo di Cultura ed Educazione Politica REX, ha analizzato la storia del Regno d'Italia dall'Arrivo del Re a Brindisi (1943), allo sbarco alleato a Salerno. Prima dell'intervento l'Ing. Giglio ha ricordato l'On. Alfredo Covelli, nel centesimo anniversario della sua nascita., avvenuta a  Bonito il 22 febbraio 1914.
Alta l'affluenza delle personalità presenti all'incontro, tra cui ricordiamo Sergio Boschiero, Domenico Fisichella Salvatore Sfrecola, Gianvittorio Pallottino
, Anna Teodorani, Benito Panariti, Maria Satta, Ugo d'Atri.
Proponiamo il video integrale della conferenza.


DATA: 23.02.2014

IL FENOMENO E IL FATTORE “G”

Napolitano Renzi      Si chiama Matteo Renzi il nuovo “fenomeno” della politica italiana, è proprio lui secondo i ben pensanti che dovrebbe portare l’Italia fuori dal guado. Ma una riflessione d’obbligo si impone. Come potrà fare il “bischero fiorentino” ad intraprendere una incisiva azione di governo con una maggioranza nata da un accordo di palazzo e non legittimata da una investitura popolare? È lo stesso accordo di palazzo del precedente governo Letta che infatti non ha prodotto nessuna riforma di rilievo. E soprattutto quindi, perché Renzi dovrebbe riuscire là dove Letta ha fallito? Il fatto che sia la bravura o la miopia di un leader di partito ad incidere per l’80 per cento sul risultato finale di una competizione politica è un dato appurato e su questo siamo tutti d’accordo che Renzi sarebbe stato sicuramente un candidato più forte rispetto a Letta in una possibile competizione elettorale, ma in questo caso non si può parlare di nessuna competizione politica per il semplice fatto che egli (ancora una volta come già successo con Monti e Letta) ha avuto l’incarico dal presidente della repubblica senza passare per il voto popolare (quindi perché Renzi sarebbe più forte di Letta?). L’unica legittimazione che il leader del PD ha ottenuto è infatti solo quella del suo partito di appartenenza (almeno apparentemente escludendo futuri regolamenti di conti). Di conseguenza si vuol sollevare una serie di riflessioni ed insieme dei dubbi, ovvero: quale credibilità e quale forza potrà avere nella sua azione politica un leader di governo che rappresenta realisticamente un 30 per cento dell’elettorato totale, ma che potenzialmente poteva rappresentare molto di più di questa percentuale se solo fosse passato per le urne? Non sarebbe stato meglio anche per il Sindaco di Firenze tornare alle urne e catturare anche una parte del voto moderato? Infine la domanda delle domande: quanto può aver pesato il fattore “G”(quello di “Giorgio”) sulle fosche vicende degli ultimi incarichi per la formazione dei governi degli ultimi 2 anni? In attesa di convincenti spiegazioni da parte del Capo dello Stato, un grosso in bocca al lupo al nuovo Presidente del Consiglio incaricato, ma se, come prevedibile non si riuscisse nemmeno questa volta a riformare strutturalmente la casa Italia meglio ritornare al più presto alle urne.
Roberto Carotti Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 23.02.2014

ROMA: VISITA GUIDATA ALLA CHIESA DEL SS. SUDARIO DEI PIEMONTESI

ROMA: VISITA GUIDATA ALLA CHIESA DEL SS. SUDARIO DEI PIEMONTESI      Sabato 22 febbraio, la responsabile cultura dell’U.M.I. Erina Russo de Caro ha organizzato una visita guidata alla Chiesa del SS. Sudario dei Piemontesi, gioiello artistico legato a Casa Savoia. La Chiesa è nata nella prima metà del '500 come confraternita dei Piemontesi Nizzardi e Savoiardi residenti a Roma. Ebbe diversi rifacimenti architettonici fino a raggiungere uno splen-dore 'seicentesco con il famoso architetto Carlo Rainaldi. Nel 1798 la Chiesa fu devastata dalle truppe napoleoniche e chiusa al culto. Nel 1871 passò alla Real Casa Savoia, ora è di competenza dall’Ordinariato Militare. Tra le belle opere presenti, tra cui "San Francesco di Sales" di Carlo Cesi (1665), sono anche raffigurati diversi beati di Casa Savoia come Umberto III, Bonifacio, Margherita. L'interno è a un'unica navata con due altari laterali, vari affreschi dell'ottocentesco Cesare Maccari. Domina su tutto la Santa Sindone, di uguali dimensioni dell'originale, opera della venerabile Maria Francesca di Savoia, figlia di Carlo Emanuele I. I partecipanti hanno potuto apprezzare le meraviglie custodite dalla chiesa, grazie alla chiara e approfondita spiegazione di Erina Russo de Caro, storica del francescanesimo, di Casa Savoia e studiosa del Papa Sisto V.
La chiesa, dopo anni di chiusura, per volontà del rettore è tornata ad essere aperta tutti i giorni e quotidianamente, alle ore 18.30, viene celebrata la Santa Messa.

ROMA: VISITA GUIDATA ALLA CHIESA DEL SS. SUDARIO DEI PIEMONTESI
La riproduzione della Sacra Sindone ad opera di Maria Francesca di Savoia
DATA: 23.02.2014

TEMPLARI OGGI? SETTECENTO ANNI DOPO IL ROGO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23/02/2014

      L'Italia è un immenso giacimento di reliquie dei Templari. Perciò i Milites Christi meritano una mappa aggiornata  della loro diffusione nel Bel Paese.  Sono un Mito al di sopra del tempo. Molti  dicono che proprio oggi v'è bisogno di Cavalieri-monaci, di un Ordine iniziatico militare, per superare le crisi più difficili. Ma secondo altri i Templari sono più o meno stregoni collusi col Baphomet. Chi furono davvero?  E ve ne sono ancora? Domande destinate a rimanere senza risposte precise, anche perché la forza del mito sta nella sua vaghezza, che non è vacuità ma sconfina nel sogno e conduce all “Incontro tra i due Mari”,  dove la cronaca sfuma in leggenda e questa diviene Storia. Epoca dopo epoca anche la favola (rosea o nera che sia all'origine) può divenire buona novella.
   Il 18 marzo del 1314, sette secoli fa, Jacques de Molay, Gran Maestro dell'Ordine dei Templari, e Geoffroy de Charnay, Gran Precettore di Normandia, furono arsi vivi nell'Ile de Paris. Poche ore prima erano stati tradotti ad assistere alla loro condanna al carcere perpetuo: si erano confessati colpevoli delle terribili imputazioni contro il loro Ordine: blasfemia, sodomia, eresia. Ma proprio lì, in faccia ai giudici, d'improvviso de Molay proclamò l'innocenza propria e dei Templari: aveva ammesso solo perché sottoposto ad atroci lunghissime torture. Il processo era falsato dai metodi con i quali era stato condotto. Quella pubblica denuncia avrebbe dovuto imporne un altro, regolare. Il Gran Maestro chiese clemenza per i confratelli. Da anni centinaia di Templari erano stati sottoposti a strazianti torture come peggio non avrebbero saputo fare gli islamici, murati per il resto dei loro giorni, arsi vivi. I più fortunati migrarono in terre remote. Ma invece di ottenere giustizia, quando denunciò la falsità del processo de Molay divenne  “relapso”, cioè  “ricaduto nella colpa”, irredimibile, e quindi fu immediatamente messo sul rogo: sinistro viatico alle fiamme eterne che lo attendevano, secondo la credulità del tempo. Chi aveva titolo per giudicarlo in terra e in cielo? Papa Clemente V, francese e succubo del re di Francia, il 3 aprile 1312  con la bolla “Vox in excelso” abolì l'Ordine dei Templari su pressione di Filippo IV, detto il Bello, lo stesso che aveva mandato Guglielmo di  Nogaret a incarcerare Bonifacio VIII. Secondo la tradizione, Nogaret alzò la mano sul Pontefice: una profanazione applaudita dagli anticlericali fatui, deprecata da chiunque abbia senso del Sacro e dell'Ordine e sa bene che chi semina vento raccoglie tempesta. Ieri, oggi. Sempre.     Chi erano dunque i Templari? Perché la persecuzione? Perché la condanna? E quale fu la loro sorte dopo il rogo del Gran Maestro?     Costituiti nel 1118  per tutelare le vie dei pellegrini in Terra Santa, nel 1099  sottratta con la prima Crociata agli islamici, essi ebbero stanza in un locale prospiciente  la Moschea di al-Aqsa, edificata sulle rovine del Tempio di Salomone. Di lì il nome. La loro regola fu dettata da San Bernardo di Chiaravalle, che ne scrisse anche l'Elogio. I Templari capirono che non bastava  fronteggiare nei pochi chilometri della Palestina le ondate di popoli avanzanti  dall'Asia. Per consolidare la loro libertà nei Luoghi Santi o, se preferisce, il loro dominio sul Vicino Oriente (dall'attuale Turchia a Siria e Palestina), i cattolici dovevano anzitutto organizzarsi in Europa. Facile da dire, impossibile da fare. In primo luogo il Patriarcato di Costantinopoli non riconosceva il primato del papa come vicario di Cristo, esattamente come ancora fanno il Patriarcato di Mosca, cioè la Terza Roma, gli evangelici e i protestanti. Inoltre il Sacro Romano Impero aveva perduto autorevolezza morale e politica. Gli imperatori erano stati ripetutamente scomunicati dai papi, combattuti e vinti da sovrani e Comuni. Per l'eterogenesi dei fini, a quel modo anche i papi indirettamente minarono il Vaticano. Bonifacio VIII, che pretendeva la sovranità spirituale e temporale, perse; l'imperatore Enrico VII non vinse. L'Europa si sgretolò. Svaniti i sogni dilagarono gl'incubi.   Nel 1187 Saladino conquistò Gerusalemme.  Nel 1244 i  cristiani furono sconfitti a Gaza. Nel 1270 Luigi IX di Francia “il Santo” morì a Tunisi mentre intraprendeva l'ultima crociata. Nel 1291 cadde anche San Giovanni d'Acri. Nel frattempo i Templari avevano esteso una immensa rete di Opere in tutta la cristianità occidentale, dal Baltico alla Scozia, dalla penisola iberica alla Puglia. Vi erano molti altri Ordini: i Cavalieri di San Giovanni, Ospitalieri, poi passati a Cipro, Rodi e infine a Malta; i Teutonici, l'Ordine di Calatrava... Ma essi erano e rimasero i migliori. I più valorosi e i più ricchi, i più generosi e i più potenti. Proprio perciò finirono vittime dell' invidia degli dei”, quella malasorte che (osservò già Erodoto) perseguita i popoli più felici e ne causa la rovina. Avido dei loro beni, il 13 ottobre 1307 Filippo il Bello ordinò l'arresto di tutti i Templari tacciandoli dei peggiori peccati e di idolatria. I Cavalieri si votavano alla morte in combattimento sul campo e sapevano che, alla peggio, sarebbero stati suppliziati dal nemico con atroci sofferenze: impalati vivi o scorticati. Non immaginavano di finire torturati per mano dei cristiani. Avevano creato la prima Banca euro-mediterranea, inventato la cambiale, lo sconto. Erano la prima grande organizzazione transnazionale. Pensavano in europeo. Avevano anche capito la favola dei tre anelli...: tutte le religioni contengono una verità, possono coesistere pacificamente. I Templari erano troppo avanti rispetto alla rapace cecità di Filippo il Bello e alla pochezza di papa Clemente V.  Furono sterminati.     “Spesso gli uomini credono quello che vogliono”, scrisse Tacito: non la verità, ma  il pregiudizio, le chiacchiere. Lo sanno bene i manipolatori dell'informazione: “al popolo, questo eterno fanciullone, bisogna proprio contarle grosse perché le beva più facilmente” osservò Gaetano Salvemini. Soprattutto bisogna contarle “all'ingrosso”.
  E' quanto è avvenuto anche in Italia dal 1981 in poi con la demonizzazione degli avversari scomodi: un lungo rosario di accuse e di condanne, confutate cammin facendo, o in giudizi di secondo o terzo grado, quando però irreparabili danni erano già stati fatti e le vittime non potevano più reagire. Come dal 1307 al supplizio di Jacques de Molay, si susseguirono scandali artificiosi e la condanna alla pubblica gogna di persone poi risultate innocenti.
  Leggenda vuole che tra le fiamme de Molay abbia chiamato a sé il papa e il re, subito dopo morti tragicamente. Comunque sia, il suo rogo invita a riflettere sull'amministrazione della giustizia nei tempi moderni. Come insegnò  Giosue Carducci, “Quando  porge la man Cesare a Piero,/ da quella stretta sangue umano stilla:/ quando il bacio si dan Chiesa ed Impero/ un astro di martirio in ciel sfavilla”.
V'è bisogno di Templari? Anzitutto v'è bisogno di conoscenza del passato, di cognizione del mondo d'oggi. Rasate o capellute, occorrono teste di uomini liberi, senza retorica, capaci di ideali, com'erano i Milites Christi: stole disadorne, calzari semplici, un cavallo per due, il Beaussant in una mano, la spada nell'altra e la divisa: “Non a me, Signore, ma a Te dài gloria”, anticipatrice di quella dei Gesuiti,  “Ad maiorem Dei gloriam”.

Aldo A. Mola
DATA: 23.02.2014
 
ANNIVERSARI: RICORDO  DELL’ON. ALFREDO COVELLI

      Nato a Bonito, in provincia di Avellino, il 22 febbraio 1914, Alfredo Covelli, laureato in lettere classiche, giurisprudenza  e scienze politiche, insegnante nei licei, ufficiale di aviazione nella seconda guerra mondiale, aiutante di campo del generale Ferruccio Ranza, inizia la sua attività politica nella segreteria del sottosegretario ai Lavori Pubblici, on. Raffaele De Caro, del Governo Badoglio, come Capo di Gabinetto, incarico nel quale viene confermato dal successivo Ministro Tarchiani, che a conclusione dell’ attività gli indirizza una bellissima lettera di encomio per l’attività svolta. Terminata questa prima esperienza politica Alfredo Covelli, appena trentenne, si adopera, date le sue profonde convinzioni monarchiche, prima del referendum, per l’unione delle formazioni favorevoli al mantenimento della Monarchia, avendo ripetuti incontri con il Ministro  della Real  Casa Falcone Lucifero e con lo stesso Luogotenente, il Principe Umberto. Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente presentatosi nelle lista del “Blocco Nazionale della Libertà“, avente come simbolo la Stella a cinque punte, che riuniva i monarchici del Partito Democratico Italiano e della Concentrazione democratica Liberale, viene eletto nella circoscrizione di Salerno, Avellino, Benevento e dopo il referendum partecipa  alla fondazione del Partito Nazionale Monarchico, simbolo “Stella e corona“, avvenuta nel luglio 1946, a Roma, nel Teatro della Banca d’Italia, in piazza Fontanella Borghese, divenendone il Segretario Nazionale, incarico mantenuto anche nel PDI e  PDIUM, fino alla confluenza  di gran parte dello stesso nel MSI, nel 1972, essendo anche nello stesso periodo Presidente del gruppo parlamentare monarchico alla Camera dei Deputati. Uscito dal Parlamento, dopo l’esperienza non felice di Democrazia Nazionale, nel 1979 avendovi fatto parte ininterrottamente per sette Legislature, dal 1946, ed avuto un nuovo ruolo nella Comunità Europea, Alfredo  Covelli è stato Presidente della Consulta dei Senatori del Regno. Oratore tra i più apprezzati sia alla Camera, anche dagli avversari politici, che nelle piazze gremite,polemista brillante nelle Tribune Elettorali, politico integerrimo, Alfredo Covelli è mancato il 25 dicembre 1998  ed al Suo funerale erano presenti numerosi esponenti di vari partiti politici. La Camera dei Deputati per onorarne la memoria ha pubblicato nel 2011 la raccolta di tutti i Suoi interventi parlamentari.
Domenico Giglio
DATA: 10.02.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO A ROBERTO CAROTTI PER LA SCOMPARSA DELLA MADRE

L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno al Consigliere nazionale Roberto Carotti, responsabile monarchico di Ancona, per la prematura scomparsa della madre. La Sig.ra Marcella ci ha lasciato il 18 febbraio  ed i funerali si sono tenuti a Jesi lo scorso mercoledì.
A Roberto, fulgido esempio di entusiasmo monarchico, opinionista del nostro sito e soprattutto caro amico, sono giunte le sentite condoglianze del Presidente Onorario Sergio Boschiero, del Segretario nazionale Davide Colombo e del Presidente nazionale Alessandro Sacchi.
L'ora di una simile dipartita non può essere compensata dalle parole perché l'amore di un figlio per la madre è un amore unico.
Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno in memoria della Signora Marcella e esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia.

DATA: 20.20.2014

VOGLIA DI MONARCHIA?

Giannelli Corriere della Sera      Anche i repubblicani vogliono il Re! E’ quello che succede oggi sulle fresche pagine del Corriere della Sera, dove un allegro Matteo Renzi, fresco di “nomina dittatoriale” (la repubblica vuole forse diventare l’erede di un stato assoluto?!?), si reca da un Napolitano/Re rassicurandolo sui “punti forti” del suo programma, uscendone con la Corona in capo!  Indipendentemente dalla satira, questa vignetta fa riflettere sullo stato attuale della nostra cara Patria, il cui sfascio è talmente evidente che, perfino i partiti più lontani dalla corona rimpiangono (pur tra le righe, sennò perderebbero credibilità) quel fasto aulico dell’istituzione Regia.
 Non solo, ma i recenti “avvenimenti”, riguardanti S.A.R. l’infanta Cristina di Borbone - Spagna hanno portato l’Italia a prendere consapevolezza della “suprema” democrazia che le monarchie europee possono dare: “La legge è uguale per tutti”, ma proprio per tutti! Vi immaginate un Berlusconi sfilare davanti al giudice, senza godere dei privilegi del “legittimo impedimento”? Il Re, la famiglia reale rappresentano il “bene unico dello stato, essi sono i primi servitori dello stato”, così recitava prima di morire l’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo - Lorena nel lontano 1790; e così è stato, la “democrazia Reale” ha vinto le particolarità della gente e si è presentata come garante unico dell’integrità dello stato, nella persona del Re. Purtroppo nella “Italia Provvisoria” del dopoguerra, delle strutture ministeriali vuote e di un palazzo (il Quirinale, ndr) che, pur non avendo una corte, costa di più dell’Amalienborg di København, la forza di “risorgere” è spenta e asfittica, ostacolata ed irrisa da tutte le parti politiche e amministrative: “Maestra,  ma in Italia c’era il Re?”, questa ed altre domande (forse innocenti) sono all’ordine del giorno nella nostra Terra, nella nostra Patria dove, forse ora più che mai, siamo “calpesti e derisi, perché non siamo popolo, perché siamo divisi”. Ma proprio questa forza demolitrice, che la repubblica imprime, dobbiamo contrastare, istruendo i giovani verso l’obbiettivo di crearli “fari luminosi per un futuro coronato, limpido, unitario e certo.”

Stefano M. Terenghi - UMI Lecco
DATA: 10.02.2014

GOVERNO SI'; MA ANCHE NO!

      Pensavamo in verità che la stagione del “maanchismo” si fosse chiusa un po’ di tempo fa. Ma anche no! Infatti a chiunque avesse un minimo di occhio per la politica non era sfuggito come la stagione renziana del PD fosse piuttosto curiosa. Non ci voleva una cultura da politologo per accorgersi che dietro le molte rassicurazioni si logoravano sapientemente le basi del governo di Enrico Letta. Pochi giorni fa il segretario del PD annunciava, e ribadiva, di non puntare ancora alla premiership pungolando, come al solito, il premier ma quasi spergiurando di non volerne prendere il posto. Premier no, ma anche si! Tuttavia sono stati di parola perché Renzi annunziò di non volere le elezioni ed almeno su questo c’è stata coerenza e la “staffetta” è tutta “home made”. Mi sono scervellato per ricordarmi altri episodi in cui un organo di rappresentanza di un partito, contro la prassi, avesse sfiduciato un governo al posto del voto parlamentare. Mi dispiace ma a memoria ho ricordato solo il Gran Consiglio e la fatidica notte del 24/25 Luglio 1943 anche se il siluramento di Letta mi pare qualcosa di molto meno dignitoso dell’Ordine del Giorno che Dino Grandi anticipò, coraggiosamente e diverse ore prima, al suo principale obbiettivo politico. Hugo sosteneva che la storia si ripete alle volte in modo ridicolo ma io non so se ridere o preoccuparmi. Tento sempre di comprendere i miei avversari politici, cui alle volte sono legato perfino da rapporti di cordialità e stima, ma questa volta proprio non ci riesco e penso che gli amici elettori del PD siano perplessi quanto me. O meglio ci riesco ma non trovo nobili motivazioni e questo scuote il mio spirito diplomatico molto cavouriano e piemontese. Cose che si vedono in queste repubbliche moderne e così democratiche da rendere perfino superflue le elezioni che ancora, curioso, si tengono in tante nazioni europee accusate di essere rette da anacronistiche monarchie. Sarà come dicono forse ma le democrazie moderne ed ultra autonome mi piacciono poco continuo a preferire quelle antiche, molto vintage, con la schedina che scivola ancora nell’urna come nei tempi civili.
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 10.02.2014

DALLA PARTE DI ABELE... NEL DECLINO DELLA DEMOCRAZIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 16/02/2014

    E se, per legittima difesa, Abele avesse ucciso Caino? Staremmo davvero peggio con più pecore e meno officine? E se Remo avesse trafitto il gemello Romolo, anziché esserne ucciso? Quale era il  suo “Progetto Roma”? Forse avrebbe puntato sugli agriturismo anziché sui grattacieli o al dominio sul mare, alleandosi per tempo con gli Etruschi contro i Fenici. E avrebbe procurato la banda larga a un Paese per secoli incerto se denominarsi  Terra dei maiali (Ausonia) o dei Vitelli (Italia).
   Nel 64 dopo Cristo, quando Nerone fece sterminare i cristiani incolpandoli dell'incendio di Roma, molti si domandavano dove andasse il mondo. Tra i grandi saggi del tempo vi era Lucio Anneo Seneca, un settantenne originario  di Cordova, in Spagna. Fatto cauto dalle disavventure (già condannato a morte da Caligola e all'esilio da Claudio), giustificò l'assassinio di Agrippina ordinato da suo figlio, Nerone, la cui educazione l'imperatrice gli aveva affidato. Si ritirò dalla vita pubblica, ma, coinvolto nella congiura dei Pisoni (65 d.Cr.), ricevette la “necessitatem ultimam”: suicidarsi o accettare di essere ucciso. Si fece aprire le vene, imitato dalla moglie. Come già Abele e Remo, aveva capito il flusso della storia: l'accelerazione dello scontro fra Centro e Periferia, tra potere imperiale e istituzioni originarie, arroccate nel Senato.
    Dopo due guerre mondiali, la guerra fredda e la quarta guerra  planetaria tra oligarchia finanziaria transnazionale e Stati, la contrapposizione tra concentrazione del potere e istituzioni garanti dei cittadini sta entrando in una fase nuova. Attraverso guerre guerreggiate (in teatri secondari: Africa Centrale, Medio Oriente,...) e convulsioni politiche (crollo e cancellazione di intere classi dirigenti elettive in molti Paesi europei  e nell'America centro-meridionale), il contrasto tre due opposte concezioni del potere e dei suoi scopi (liberare le persone o ingabbiarle?) entro una decina d'anni raggiungerà la fase critica. Il timore del collasso imporrà scelte drastiche. L'accelerazione ha impulso dal processo che è sotto gli occhi di tutti ma nessuno sa come pilotare: entro quindici anni le megalopoli assorbiranno il grosso della popolazione mondiale. Da lì la necessità di dirottarvi il massimo di risorse (energia, acqua, invenzioni, cibo..) a danno di Abele e di Remo. Neppure gli analisti meglio attrezzati sono però in grado di prevedere come davvero andrà a finire. Nel dicembre 2012 il National Intelligence Council (sezione economica della statunitense CIA) ha pubblicato  il Rapporto Global Trends 2030:Alternative Worlds, subito tradotto dalle Editions des Equateurs ma tuttora inedito in italiano. Il  NIC prevede quattro scenari, diversi secondo fattori che sarebbe ingenuo illudersi di controllare  o scongiurare: guerre di vaste proporzioni coinvolgenti uno o più grandi potenze, conflitti scatenati da incidenti casuali e catastrofi naturali (nel caso dell'Italia la sempre più temuta eruzione del Vesuvio). Secondo le previsioni più ottimistiche, nel volgere di quindici anni il mondo si scrollerà di dosso gli Stati nazionali, costati due secoli di storia. Esso verrà governato dai “poteri dolci”, cioè da organizzazioni non governative (ONG), istituzioni accademiche (Università di prestigio internazionale), plutocrati, circoli transnazionali e, soprattutto, da una rete di sindaci delle grandi città assurti a capi delle rispettive genti. Il governo mondiale, non eletto né nominato, ma autogenerato, sarà  chiamato a soddisfare bisogni di moltitudini disseminate in Paesi riorganizzati come città diffuse (per esempio la costa  adriatica dalla Puglia a Trieste). L'avvento di tecnologie d'avanguardia (il potere  cibernetico) favorirà  l'ascesa di nuovi attori: oligarchie culturalmente ibride, collegate al di fuori e al di sopra delle ideologie nate con l'ascesa della borghesia e, per contrasto, del suo sottoprodotto (la lotta di classe), indifferenti all'alternativa tra liberismo e dirigismo e accomunate nell'ostilità  contro gli Stati sorti a tutela dei cittadini di pieno diritto. Secondo la NIC (e, ben  inteso, la CIA) si affermerà una élite allevata in scuderie installate nei diversi Paesi per plasmarne gli allievi a una visione uniforme del potere e del suo impiego, al di là delle diversità originarie. Sarà essa a orchestrare le risposte alla sfida della povertà e ad assicurare la pace. Gli Stati non scompariranno del tutto, ma “il ruolo dei governi si ridurrà sempre più a vantaggio di coalizioni ibride tra protagonisti statuali e non statuali secondo i problemi dei singoli paesi”. La NIC prevede insomma di risolvere l'antico contrasto tra Abele e Caino, tra  Romolo e Remo con un Fratello Geneticamente Modificato, ignoto alla Bibbia e alla storia, modellato sul mito di Mercurio, Dio dei mercati (e dei ladri). 
  Il fulcro del Paese Italia nei prossimi anni non è dunque la sorte di Renzi, di Letta  o di Napolitano, di questo o quel governo, ma è l'organizzazione del territorio, la scelta tra primato delle megalopoli o difesa del pluralismo. Le Regioni vennero inventate per provvedervi, ma hanno fallito. I Clivi d'Italia sono le Province, forse salvate in extremis  proprio da un sindaco non deputato nominato capo del governo: un caso senza precedenti nella storia d'Italia.
   La mondializzazione, la globalizzazione e le pretese di classificare e ingabbiare le persone in funzione dell'omologazione dovrà però fare i conti con una pluralità di soggetti non rassegnati a subire. Il rifiuto della Svizzera di cedere all'immigrazione incontrollata, l'istituzione della macroregione alpina, la resistenza degli Ungheresi al  modello “europeo” e il rifiuto di molti Stati  europei di gettare la propria moneta (cioè i cittadini) nel tritacarne dell'Euro sono motivo di riflessione. Forse oggi Abele  e Remo dissentono... : l'Utopia si coniuga con la  Speranza.
   Poiché il sangue non fluiva, per affrettare la morte Seneca si fece recidere anche le vene delle gambe. Neppure la cicuta fece effetto. Allora si fece immergere nell'acqua calda. Extrema ratio. Oggi, però, non tutti i filosofi sono disposti a ritirarsi alla periferia del mondo o a dissanguarsi per compiacere tiranni sorgenti sulle rovine generate dalla castoclastìa (distruzione della casta) scatenata da chi abbatté una dirigenza per rimpiazzarla con un'altra,  non sappiamo se meno famelica e inetta.   Perciò la richiesta di restituire la parola ai cittadini non è il gemito di nostalgici dei  “ludi cartacei”: è senso dello Stato, estrema difesa della democrazia, oggi insidiata persino dal puerile mito della “velocità”. Ne fu campione Benito Mussolini, asceso trentanovenne a capo del governo e da Gabriele d'Annunzio infatti appellato“lesto-fante”.

Aldo A. Mola
DATA: 16.02.2014

L’ITALIA PROVVISORIA

     La chiamava così Guareschi: Italia provvisoria! In cui tutto era fragile ed instabile e molto, ma davvero molto, più di prima. E quella sua Italia postbellica era, a conti fatti, molto meno peggio di quella di oggi poiché leggendone le realistiche novelle emerge un paese litigioso ma umano ed ancora ancorato a quei valori che il nuovo corso non aveva potuto cancellare del tutto con un colpo di spugna. A farlo ci hanno pensato anni di demolizione costante di ogni valore residuo a cominciare dalle scuole in cui un finto illuminismo materialista ha scardinato tutto in nome del superamento della retorica. Questa parola tronfia con cui hanno mascherato tutto ciò che di buono era rimasto: etica, valori, riferimenti, pensieri, emozioni, sentimenti e così via. È passato il messaggio che nella repubblica tutto si può e chiunque può ambire a qualunque scranno e da li pontificare lasciando le porte aperte ai facinorosi, ai meschini, ai veri raccomandati, agli imbecilli, ai farabutti ed ai peggiori soggetti che rubano stipendi con cui vivrebbero non poche famiglie. Venuto meno l’ultimo baluardo che, dal colle più alto di Roma, si poneva come esempio ed allegoria delle virtù cui i politici dovrebbero sempre fare riferimento tutto è crollato lentamente. Un mattone dopo l’altro l’Italia postunitaria è andata in pezzi ed oggi, sotto le picconate europee e franco-tedesche, vengono giù gli ultimi frammenti sbrecciati. La sovranità nazionale è quasi del tutto scomparsa, il rispetto della costituzione “più bella del mondo” è a fasi alterne seconda le necessità e gli interessi, i buzzurri occupano posti di potere, i meritevoli sono esuli in Patria e la gente muore di fame. Povera “Italia provvisoria” rimasta orfana tanti anni fa. Orfana d’un padre che sia scudo contro le ingerenze ed il malcostume, contro la cattiveria ed il malaffare e contro i vizi d’un popolo non sempre esemplare. Un genitore che sia motivante e dia l’esempio con sobrietà ed amore. Scriveva, con ragione, Leopardi: Soffri, ne hai ben donde Italia mia!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 10.02.2014
 
LA SOVRANITA'  IN ITALIA: LIBERE ELEZIONI IN LIBERO STATO

Napolitano e Monti     In presenza di sempre più inquietanti informazioni/rivelazioni sulla dinamica della vita istituzionale e politica italiana degli anni recenti, la Consulta dei Senatori del Regno ricorda che fu Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno, a decretare che “la sovranità appartiene al popolo” (DLL 25 giugno 1944, n.151). Tale principio impone al Capo dello Stato il diritto-dovere di esercitare i poteri fissati dalla Costituzione: nulla di meno, ma neppure nulla più.
   Andare in cerca di un “podestà forestiero”mentre il governo è nella pienezza dei poteri e gode della fiducia delle Camere (come sarebbe avvenuto dal giugno 2011) non è in facoltà del Capo dello Stato. Se non per “capriccio”, su quali pressioni venne intrapreso tale percorso? Interne o estere? O da un loro oscuro viluppo?
   Quando il governo non abbia la fiducia delle Camere, sentitine i Presidenti e dopo  consultazioni formali, il Capo dello Stato ha una sola via: convocare i cittadini alle urne.
  Libere elezioni in libero Stato. 

  Roma, 10 febbraio 2014 
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 10.02.2014

FOIBE: IN PIAZZA SAN PIETRO L’U.M.I. AL FIANCO DEGLI ESULI ISTRIANO-DALMATI

FOIBE: IN PIAZZA SAN PIETRO L’U.M.I. AL FIANCO DEGLI ESULI ISTRIANO-DALMATI Domenica 9 febbraio 2014 - In occasione della giornata del Ricordo (10 febbraio) gli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia si sono ritrovati a Piazza San Pietro per seguire l’Angelus di Papa Francesco, con l’intento di sensibilizzare i presenti sulla questione istriano-fiumano-dalmata. Al Pontefice è stata inviata una lettera in cui si esponeva il dramma storico dovuto subire dagli abitanti delle terre irredente, costretti ad un disumano esodo, alla perdita delle proprie case e al genocidio perpetrato nelle foibe. A fianco degli esuli e di Romano Cramer, responsabile del movimento Movimento Nazionale Istria-Fiume-Dalmazia, l’Unione Monarchica Italiana era presente con una delegazione guidata da Davide Colombo, Vincenzo Vaccarella e Paolo Rossi de Vermandois. Da sempre per i monarchici il tema delle terre irredente è fondamentale perché l’Italia, con l’avvento di Tito e la compiacenza della politica del dopoguerra, ha subito una vergognosa umiliazione. La svendita dei territori nazionali, conclusasi nel 1975 per mezzo di quelTrattato di Osimo che metteva la parola fine alla possibilità di ritorno all’Italia delle sue terre, rimane una ferita aperta della nostra storia nazionale.
FOIBE: IN PIAZZA SAN PIETRO L’U.M.I. AL FIANCO DEGLI ESULI ISTRIANO-DALMATI
DATA: 09.02.2014

QUALE IDEA DI ITALIA? EMBLEMI PER LA MEMORIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 09/02/2014

Giorno del ricordo  Il giorno memoriale di Gotama “il Risvegliato” invita a riflettere sul magistero dei simboli. Il Buddha è universale perché non si lascia ingabbiare dalle ricerche erudite. La sua forza sta non in quanto se ne conosce ma in ciò che lascia appena intravvedere oltre i veli del Mito. Quando cominciò a essere raffigurato, molti secoli dopo il suo parinirvana, Buddha ebbe caratteri trascendenti. Indifferenti al fluire del tempo, il suo sorriso è rinascita, promessa salvifica. Rimettere ordine nei simboli è un rito funebre (ma non funereo), è necessario per cogliere il senso profondo della vita, sia dei singoli, sia dei popoli. Dalla cronaca quotidiana, impastata di minuzie avvilenti, i simboli conducono alla contemplazione  della Storia, unica eternità concessa agli uomini.   
   La forza dei simboli è stata ribadita dalla coreografia delle Olimpiadi invernali a Sochi. La Russia vi ha rivendicato la propria identità: non il “secolo breve” dalla Rivoluzione d'Ottobre alla caduta del Muro di Berlino, ma la lunga durata, la fusione di natura e di etnie, le nozze chimiche tra spazio e verticalità. Quella possente rappresentazione pone  l'interrogativo inquietante: quale idea di sé hanno oggi i cittadini del Paese Italia? Quale crisma ricevono dallo Stato e come lo coltivano? La domanda ne sottintende un'altra ancora: quali emblemi esprimono l'idea di Italia? Ve ne sono davvero di nazionali e condivisi o l' Italia è una confusa babele di messaggi contraddittori? La risposta va cercata nel deficit di rappresentatività degli emblemi nazionali oggi in uso: sempre meno riconoscibili. A tacere del vessillo del presidente della Repubblica, di recente invenzione, e della perdurante mancanza di un inno nazionale deliberato per legge, il Tricolore dello Stato ha appena 153 anni (165 se lo si data da quando esso venne adottato da Carlo Alberto per il regno di Sardegna). Lo scudo  sabaudo (la “Bianca Croce di Savoia...” cantata da Giosue Carducci, senatore del regno di formazione mazziniano-garibaldina-romana) aveva invece quasi mille anni quando nel 1946 fu cancellato dal bianco del Tricolore. Spogliato dell'emblema che aveva guidato dalla prima guerra d'indipendenza alla seconda guerra mondiale, dall'impresa dei Mille  (“Italia e Vittorio Emanuele”) ai compi d'internamento in Germania, il tricolore attuale ha appena i sessantotto anni della  repubblica: meno di quelli della Regione Sicilia e della Valle d'Aosta. Pochissimi rispetto alla Union Jack britannica, alla bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti d'America e del tricolore francese, che fuse insieme i colori di Parigi e il bianco dei Borbone e, dopo il crollo di Napoleone, venne rispettato e adottato dai fratelli del ghigliottinato Luigi XVI, poi da Luigi Filippo d'Orlèans e via via da Napoleone III e dalle Repubbliche, patrimonio condiviso dei francesi. Per gli italiani emblemi ancestrali e perpetui non sono certo né le Chiavi di San Pietro né gli stemmi delle Cento Città ma quelli originari di Roma. Roma è il segreto (oggi sempre più oscurato) dell'unitarietà e sacralità della storia d'Italia. Parafrasando Giovanni Evangelista, si può dire che in principio fu Roma e Roma era presso l'Italia e l'Italia divenne Roma: la Roma dei re, dei consoli, dei dittatori, come Cincinnato (“la difesa della patria è sacro dovere del cittadino” recita  il dimenticato art. 52 della Costituzione), la Roma dei tribuni della plebe,come i Gracchi, e dei censori, come Catone il vecchio, la Roma di Caio Giulio Cesare, il cui genio illumina la storia, e degli imperatori. Da Augusta Taurinorum  alla Sicilia, dal Veneto alle Puglie l'Italia è romana. Così venne costruita secolo dopo secolo. E così rinacque  dopo un millennio di dominio straniero, con un percorso costato generazioni di sacrifici e di martiri: rifare l'Italia. Indipendenza, unità, libertà. Un tempo remoto, mentre lo Stato non è più indipendente, si sfarina nella “mola salsa” delle regioni (“pericolosissime e perniciosissime” come già scriveva Quintino Sella) e la libertà è succuba di  magistrature estere e nostrane.
 L'Italia ha per emblemi originari e perenni la Lupa allattante i gemelli e le Aquile di Roma. E' curioso che né l'una né l'altra compaiano  nel primo volume  di Roma, capitale dell'Impero (Mondadori), ove Emilio Quinto molto parla di nettezza urbana, acquedotti, mercati, postriboli,... . E l'idea costitutiva, identitaria? E l'emblema unificante? Le aquile delle Legioni, la Lupa dei Veterani (e dei Lupercalia), la religio?
  Quando nell'Ottocento rinacque, la Terza Italia rialzò le insegne di Roma. In campo vennero schierati due disegni diversi: quello federalista, capitanato dal bolognese Marco Minghetti, e quello unitario, che ebbe i suoi alfieri in Ricasoli,  Rattazzi, Lanza, Sella, Giolitti e, s'intende, nei Re. Lo stesso Giuseppe Mazzini fu sempre scettico nei confronti  del federalismo. Per quanto distanti, quei due progetti ebbero emblemi superiori e unificanti: la Patria, l'idea di Italia e i suoi emblemi, moltiplicati quali insegne degli edifici pubblici, un messaggio quotidiano lanciato ai cittadini: dallo Stato nell'esercizio del proprio magistero civile. L'Italia delle Cento Città  era, come è, un paese povero, dal territorio gramo. Essa era la “terra dei limoni” sono per gli stranieri che vi gozzovigliarono. Era il “giardino d'Europa” solo per chi la conosceva (e la conosce) dalle guide turistiche.
   Eppure quell'Italia rinacque con venticinque anni di sacrifici durissimi sopportati dai regnicoli tra il 1860 e il 1885, durante i quali i governi che imposero tasse sui consumi  essenziali, come il pane, e sui beni immobili. Le tasse colpirono tutti.  Solo così la Terza Italia riscattò i debiti e raggiunse la parità del bilancio di esercizio: un traguardo  toccato un paio  di volte nel lungo cammino dal 1861 a oggi. Ora sprofondiamo nella voragine del debito pubblico e il il pareggio di bilancio è una meta del tutto illusoria. Le riforme e della legge elettorale, di questo o quell'articolo della costituzione e le quotidiane beghe tra parlamentari e tra gli eletti e i loro  presidenti sono chiacchiericcio da bar del commercio.
   La memoria di Gautama l'Illuminato aiuta a ricordare domani, 10 febbraio, la tragedia degli italiani  della  Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia: un grano del lugubre rosario dell'italianità oppressa, da collocare nella storia grande. Non addossiamone la colpa solo a Tito o all'URSS di Stalin, al loro disegno di annientamento di un popolo con la distruzione della sua classe dirigente. Furono i cosiddetti “alleati” (gli anglo-americani, col fervido consenso dei francesi di De Gaulle) a lasciare mani libere alla “Jugoslavia” (funesta invenzione della “pace di Versailles” del 1919) e a mortificare l'Italia, sia sul confine orientale, sia su quello occidentale. Là vennero annientate 12-15.000 vite umane e furono anzitutto distrutti  i simboli della Romanità, gli emblemi dell'idea di Italia. Dalla loro riscoperta occorre ripartire per non smarrirsi nella babele delle lingue, nelle cronache squallide dei tristi baccanali nei quali sprofonda il Paese Italia. 
Aldo A. Mola
DATA: 09.02.2014

2° APPUNTAMENTO CULTURALE DELL'ASSOCIAZIONE LIBERA MENTE IN COLLABORAZIONE CON CLUB REALE U.M.I. "VITTORIO AMEDEO II" DI ALESSANDRIA

 Vi aspetto venerdì 7 Febbraio 2014 alle ore 18 presso il salone di rappresentanza del Soggiorno "Basile" in Alessandria, via Tortona 71, gentilmente concesso per incontri culturali di alto livello.
Dopo il grande successo dell'evento sui problemi dell'Europa unita con gli On. Europarlamentari Tino Rossi e Magdi Cristiano Allam, questa volta avremo il giornalista e scrittore GIGI MONCALVO, conduttore di trasmissioni televisive nazionali, ed autore dell'ultimo volume :
GLI AGNELLI SEGRETI : peccati, passioni e verità nascoste dell'ultima "famiglia reale " italiana, ditore Vallecchi.
Presenta e modera l'incontro il dott. Fabrizio Priano.
Segue aperitivo .
Prossimo evento SABATO 8 MARZO 2014 con grande Ospite d'onore per la città di Alessandria (orario e luogo da definire ).
Carmine Passalacqua
Unione Monarchica Italiana - Alessandria

DATA: 05.02.2014

ROMA: IL CIRCOLO REX SI OCCUPA DI STORIA MILITARE COPN IL PROF RICCARDO SCARPA

ROMA - Domenica  9  febbraio 2014, ore  10,45 , in  via  Marsala  42 , il  prof. avv. Riccardo Scarpa, noto  esperto  di  storia  militare, per  il  ciclo  di  conferenze  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  Politica  Rex, tratterà  il  tema  " Gli  ultimi  soldati  del  Re", sull'opera svolta dopo  l ' 8  settembre  1943, dai  reparti  del  Regio  Esercito, il cui  contributo  alla  guerra  di  Liberazione  è  volutamente  sminuito  se  non  ignorato  per  cui  i  giovani  d'oggi  non  conoscono  i  sacrifici  e  gli  eroismi  dei  nostri  soldati.
dr.ing. Domenico  Giglio - Presidente del  Rex -

DATA: 05.02.2014

KUWAIT: UNA FLORIDA MONARCHIA IN AIUTO DI UNA REPUBBLICA IN CRISI

Un trionfante Enrico Letta, dalla conferenza stampa organizzata a Kuwait City, ha annunciato che l’emirato che si affaccia sul golfo persico stanzierà all’Italia un fondo di mezzo miliardo di euro per gli investimenti. Letta ha ricordato che il fondo Kia, che darà una boccata di ossigeno al nostro Paese, è uno dei più antichi fondi Sovrani al mondo. Non ha ricordato che il Kuwait è una Monarchia perché non ce n’era bisogno, infatti nel pomeriggio il premier italiano ha incontrato l’Emiro, S.A. Sceicco Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, ed il Primo Ministro, S.A. Sceicco Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah. Non solo le dieci Monarchie europee fungono da esempio politico e sociale per questa nostra Italia, dando il buon esempio, ma ora anche le Monarchia extraeuropee (ricordiamo che il Kuwait è una Monarchia costituzionale) ci vengono in soccorso con un ingente finanziamento che permetterà alle aziende italiane di investire tramite il Fondo strategico italiano (Fsi). Ci auguriamo che a furia di vedere il buono e trarre giovamento delle Monarchie, si possa prendere d’esempio anche la forma istituzionale prima che sia troppo tardi.

DATA: 05.02.2014

ONOREVOLI QUALUNQUI? ITALIA IN BILICO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02/02/2014

Maggio 1899. Un pugno infranse il vetro di un battente dell'ingresso nell'Aula dei deputati. Attraverso l'oblò, un socialista, appena espulso, s'affacciò urlando: “Continua, nevvero, la camorra parlamentare!?” L'intransigente Enrico Ferri parlò cinque ore consecutive per bloccare la riforma del regolamento, che avrebbe tappato la bocca all'opposizione. Affascinato  dallo spettacolo, il poeta Gabriele d'Annunzio lasciò la Destra e volò a Sinistra esclamando “Vado verso la vita”. Dunque, “Nihil sub sole novi”. Ne abbiamo vedute tante e altre ne vedremo. Con sereno distacco. Ci aiuta l'immagine del treno da settimane in bilico sulla scogliera di Andora, in Liguria. E' simbolo del Bel Paese. Reggerà? Cadrà? Verrà recuperato dal monte o dal mare? Sarà rimesso sui binari e trainato alla prima stazione o vivisezionato dov'è? Di certo il convoglio non è andato fuori di testa non da sé ma perché lì un pezzo di Patria gli è franato addosso. Il suo problema non sono i vagoni; è la locomotiva. Proprio come per l'Italia, il cui nodo insolubile non è affatto la nuova legge elettorale (ve ne sono dozzine di modelli, a prezzi di saldo) ma la riforma della Costituzione. Ma questa, anche a farla sveltina, richiede almeno un anno. Più o meno il tempo minimo per esaminare l'accusa di attentato alla Costituzione depositata dal Movimento 5 Stelle a carico del presidente della repubblica, ai sensi dell'art. 90 della Carta repubblicana. Anche questa è una novità vecchia. Più di vent'anni orsono il Partito comunista italiano chiese l'incriminazione di Francesco “Kossiga”. Nel 1978 Giovanni Leone  fu costretto alle dimissioni anticipate dopo anni di sadico linciaggio mediatico. Anche Saragat da un certo momento ebbe pessima stampa. Per molti rivoluzionari proni alla dottrina della sovranità limitata predicata e praticata da Brezvev era tornato il socialdemocratico, quasi social-fascista. Per non parlare di Antonio Segni, bollato come golpista.  Proprio le sinistre hanno insegnato che, fatto un capo dello Stato, già si pensa al prossimo. E' la logica repubblicana. Quanto alla condotta in aula tutti ricordano le zuffe contro l'adesione dell'Italia alla Nato e i lanci di quant'era a portata di mano per impedire la riforma elettorale del 1953 che assegnava due terzi dei seggi a chi avesse ottenuto il 50% più uno dei voti validi (la cosiddetta “legge truffa”). Deragliate presso Andora per la scarica di detriti sui binari e inchiodate sotto l'incubo di un manufatto di prevedibile pericolosità, quella immobile locomotiva e le carrozze dai colori esangui  rispecchiano questo Stato: fermo su un binario morto. Non sempre l'Italia fu così. Anzi.
  La ferrovia da Spezia a Ventimiglia venne progettata dal governo di Camillo Cavour nel remoto1857. Con l'unità d'Italia (1861) i lavori presero slancio e nel 1872 (la capitale ormai era a Roma) la linea fu completata. Un prodigio delle perforatrici ma anche tanto “picco e pala”. Un'impresa audace, ammirata dagli esperti dei Paesi più avanzati nell'ingegneria ferroviaria. Nessuno Stato europeo fece altrettanto in quegli anni. Nessun altro dovette unire Bologna e Firenze forando gli Appennini. Lo fece l'Italia di Vittorio Emanuele II, Quintino Sella, Giovanni Lanza, Giuseppe Biancheri, Agostino Depretis... sino a Giolitti, perché le istituzioni anteposero sempre gli  interessi generali permanenti della nazione a quelli municipali e corporativi. Quello fu il vero liberalismo italiano: promuovere le libertà attraverso il progresso economico e l'istruzione, volano dell'incivilimento. 
Poi però i governi, come il filugello, si chiusero nel bozzolo del parlamentarismo: favori, clientele, congreghe. Non c'erano (come neppure oggi ci sono più) partiti veri, bensì conglomerati di clans regionali, gruppi d'interesse, corporazioni. Con pensieri sempre più sbiaditi. Ne scrisse Vamba (Luigi Bertelli, 1858-1920) in L'onorevole Qualunqui e i suoi diciotto mesi di vita parlamentare (ora ripubblicato da Bairon), scritto nel 1898, quando  il cinquantenario dello Statuto fu oscurato da tumulti scambiati per insurrezioni, represse con eccesso di zelo. La “politica” scaricò sui militari la propria incipiente inconcludenza, come ricorda Oreste Bovio nel succoso profilo del troppo vituperato generale Fiorenzo Bava Beccaris, fossanese.
Ma com'era formato il ceto parlamentare, la celebre “classe dirigente”? 
“L'onorevole Qualunquo Qualunqui  - narra Vamba - rappresenta al Parlamento italiano il secondo collegio di Dovunque e fino agli ultimi tempi ha fedelmente combattuto nel partito dei Purchessisti, propugnando il programma Qualsivoglia o appoggiando cortesemente il gabinetto Qualsisia”. Eletto deputato con programma di sinistra ne aveva sostenuto il capo storico, Depretis, e poi il suo successore, Crispi e quindi Rudinì, che era di Destra  ma aveva votato tante volte con Crispi, e poi Giolitti che era stato ministro con Crispi e alla Camera era entrato per benvolere di Depretis.  E così di seguito Qualunquo Qualunqui avrebbe potuto votare ancora per Crispi, Rudini, Pelloux (già ministro della Guerra con Giolitti) e poi Saracco (al governo con Depretis) e poi nuovamente Giolitti, Fortis, Sonnino, ministro di fiducia di Crispi, Luzzatti (altrettanto) e infine Giolitti: dal 1876 al 1943 e oltre...
E' la Storia: trasformismo senza riforme. Quel Parlamento già si bendava gli occhi dinnanzi al girotondo affaristico staffilato da Vamba:  “La banca popolare di Dovunque navigava in pessime acque. Sorta con un grande capitale nominale, ma con incerto capitale versato, si era avviata  da principio con operazioni  modeste, ma sicure, nella cerchia degli affari di provincia”. Poi si buttò nella speculazione edilizia con prestiti a costruttori che acquistavano l'area ipotecando  il costruendo pian terreno ed edificavano il primo piano ipotecando quello superiore e via via salendo, un piano e un'ipoteca, sino al tetto, senza nulla vendere né incassare, in corsa verso il fallimento, che lasciava la banca con un pugno di mosche a danno dei risparmiatori. Nulla di nuovo sotto il sole. Importante era  privatizzare i profitti e socializzare le perdite, come sintetizzò severamente l'economista Federico Caffè. Eppure l'Italia di Qualunquo Qualunqui ancora aveva un progetto. Lo ricordano Bruno Amoroso e Nico Perrone in Capitalismo predatore. Come gli USA fermarono i progetti di Mattei e Olivetti e normalizzarono l'Italia  (Ed. Castelvecchi).
  Dopo i fattacci del 1898 presidente del consiglio fu nominato il generale Luigi Pelloux, un savoiardo che nel 1861 scelse “Italia e Vittorio Emanuele”. La Camera fu teatro di scontri. Ma poi il governo passò in mani sicure e si ebbe il miglior quindicennio della storia d'Italia. Cominciò con la presidenza dell'ottantenne Giuseppe Saracco, nativo di Bistagno, non lontano da Acqui, e continuò col rupestre Giolitti. Proprio ne 1899 mentre alla Camera volavano pugni e calci e insulti a Torino un gruppo di notabili fondò sulle rive del Po la Fabbrica Italiana Automobili Torino. Quell'Italia guardava lontano perché si fondava sul senso dello Stato: quel “sesto senso” ora posposto a tutti gli altri in un Paese che non vuole né ferrovie né autostrade né “banda larga”, nell'illusione di avere sempre cielo azzurro e sole a picco e di campare di turismo: non Donna di Provincia ma immenso caotico campeggio.
 
Aldo A. Mola
DATA: 04.02.2014
  
TORINO: L’UNIONE MONARCHICA PIANIFICA LE ATTIVITÀ FUTURE

TORINO: L’UNIONE MONARCHICA PIANIFICA LE ATTIVITÀ FUTURESi sono riuniti a Torino, giovedì 30 gennaio 2014, simpatizzanti ed iscritti in una difficilissima giornata resa proibitiva dalla ripresa di un’intensa nevicata sul capoluogo sabaudo che ha reso meno praticabili i collegamenti e costretto parte dei presenti a ritardare o partire con un poco di anticipo. Nel corso della serata si sono avvicendati vari amici ed amiche accolti, tra gli altri, dai consiglieri nazionali Alessandro Pezzana giunto appositamente da Novara, Alessandro Mella recentemente nominato Commissario U.M.I. per la Provincia di Torino e dall’avv. Edoardo Pezzoni Mauri presidente del Consiglio Nazionale dei Provibiri e storica figura dell’U.M.I. piemontese. Il presidente nazionale Alessandro Sacchi, collegato telefonicamente, ha indirizzato il suo saluto a tutti i presenti i quali si sono confrontati sui vari temi più cari al monarchismo militante progettando e pianificando i prossimi eventi sul territorio. Tra le iniziative proposte la celebrazione, d’intesa con il Comitato per le Libertà “Edgardo Sogno”, della Medaglia d’Oro al Valore Militare, e partigiano monarchico e liberale, nonché leggendario comandante dell’Organizzazione Franchi, ed una manifestazione nazionale U.M.I. che si terrà a Torino in autunno. L’U.M.I. torinese mette così in programma un calendario di attività, dimostrando che nella prima Capitale del Regno l’entusiasmo per l’ideale monarchico non viene meno.

DATA: 31.01.2014

A BARI I MONARCHICI AFFRONTANO IL TEMA GIUSTIZIA CON I RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONI

A BARI I MONARCHICI AFFRONTANO IL TEMA GIUSTIZIA CON I RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONIIl disagio espresso dagli operatori della Giustizia, a tutti i livelli ed in tutti i settori della stessa, manifestato in ogni occasione pubblica o privata,  impone delle riflessioni sul sistema giudiziario italiano. L'Unione Monarchica Italiana, al fine di incentivare un dibattito su norme e sistemi, organizza un incontro per affrontare il tema in compagnia del Presidente emerito del Senato Renato Schifani, del Sottosegretario di Stato alla Giustizia Cosimo Ferri, del Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Francesco Paolo Sisto e altri illustri ospiti.
L’evento, che ha avuto il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Bari e di Trani, si terrà presso l’Hotel Excelsior di Bari in via Petroni 15, il giorno sabato 1 febbraio alle ore 17.30.

DATA: 31.01.2014

LUTTO NELL'ASSOCIAZIONE IMMAGINE PER IL PIEMONTE PER LA SCOMPARSA DI SIMONETTA SPERA CARDINALI: IL CORDOGLIO DELL'U.M.I.

L'Unione Monarchica Italiana partecipa al grave lutto che ha colpito l'Associazione Immagine per il Piemonte. Lo scorso 30 gennaio, alle ore 10, dopo lunga e dolorosa malattia ci ha lasciato
Simonetta SPERA CARDINALI, Socio Fondatore e Consigliere dell'Associazione torinese.
All'amico Vittorio G. Cardinali, Presidente dell'Associazione Immagine per il Piemonte e consorte di Simonetta, e alla famiglia sono giunti messaggi di cordoglio da parte dei vertici dell'U.M.I. a nome di tutta l'Associazione.
Il S. Rosario (domenica 2 febbraio alle ore 18.00) e le esequie (lunedì 3 febbraio alle ore 11.30) si terranno nella Chiesa Parrocchiale di Santa Rosa da Lima, in via Bardonecchia 85 a Torino (To).
Lettere e messaggi di condoglianze posso essere lasciati in via Legnano 2/b – 10128 Torino  TO

DATA: 31.01.2014

CUORI FRATELLI E GUERRA DEI TRENT'ANNI (1914-1945) L'UTOPIA DI GIGLIO TOS

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26/01/2014

         
Gli storici liberi da pregiudizi sono d'accordo: nell'agosto 1914 la Grande Guerra esplose, si, per una  somma di cause remote ma anche per fatalità ed errori banali. Non ebbe né una regia univoca né un responsabile morale o politico. Semplicemente, la Storia “scappò di mano” a capi di Stato e a governi, come una vettura lanciata ad alta velocità da un guidatore spavaldo e distratto, convinto di averla sotto controllo solo perché stringe forte il volante e i denti a ogni curva pericolosa. Non era scritto in alcun libro del destino che le potenze, da decenni impegnate in colossali spese militari, si sarebbero azzuffate. Avevano ancora enormi spazi da annettere e da sfruttare. Benché vittorioso sull'impero russo (1905), neppure il Giappone costituiva davvero una minaccia. Dal canto suo, l'impero turco era sì molto indebolito, ma poteva reggere a tempo indeterminato. Il suo collasso non fu affatto causato dalla guerra dell'Italia per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica (1911-1912), né dal groviglio di conflitti  balcanici del 1912-1913. Aveva superato di peggio. Gli Stati erano armati, ma soprattutto per difesa: nessun ingrandimento territoriale pareva sufficiente a scatenare un conflitto generale. Neppure, per stare all'Italia, Trento e Trieste. Il timore di essere assaliti prevaleva sulla volontà di attaccare. In quelle condizioni la pace armata poteva  protrarsi allora come è avvenuto tra le massime potenze (USA, URSS, Cina, India...) dal 1945 a oggi: settant'anni scanditi da conflitti sanguinosissimi ma circoscritti, da sperpero immane di risorse, genocidi, atrocità inenarrabili, sopportati con indifferenza crescente. Lì era anche il tarlo morale dell'Europa dal Congresso di Berlino del 1884-85 per la spartizione del mondo in imperi coloniali. Le riviste illustrate, cioè la televisione dell'epoca, erano zeppe di  immagini degli orrori che si susseguivano dall'uno all'altro continente. La prima strage di  almeno centomila Armeni (1895-1896) non sgomentò l'Europa della Belle Epoque. Solo il garibaldino Giosue Carducci dette voce all'indignazione nei dodici versi di “La mietitura del Turco”, ma solo quando gli Ottomani cominciarono a sterminare i greci della Tessaglia: “Il turco miete. Eran le teste armene/che ier cadean sotto il ricurvo acciar/ (… )/.Il turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà. / I monarchi di Cristo assisteranno/bianchi eunuchi  all'arèm del Padiscià”: come oggi fanno il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e le chiacchiere tra allampanati bonini ministri degli esteri sui conflitti in corso.
   Il rischio che un evento qualunque potesse fare da detonatore del conflitto generale venne sottovalutato da sovrani, statisti, diplomatici, militari e dai cosiddetti intellettuali, vociferanti di cose che non conoscevano o sapevano solo dai libri: il dolore della carne, la barbarie delle carneficine. Tra i pochi a intuire che la catastrofe  era immanente e imminente vi fu uno studente del Vecchio Piemonte, Efisio Giglio Tos, nato a Chiaverano, nel verde Canavese, il 2 gennaio 1870, l'anno della guerra franco-germanica. Mentre suo fratello, Ermanno, compì studi regolari e cresciuto alla scuola del naturalista Michele Lessona, divenne tra i più prestigiosi cultori di ittiologia d'Europa, messo a bottega da ragazzino Efisio conquistò da autodidatta la maturità classica, la laurea di Lettere, quella in Filosofia e s'iscrisse a Giurisprudenza, sempre dispensato dalle tasse per merito: Volere è potere. Dal 1897 diramò in cinquantamila esemplari l'invito agli studenti universitari del globo ad adunarsi in Italia per fondare un'associazione studentesca internazionale Corda Fratres: Cuori Fratelli.  Profittando degli sconti per le feste del Cinquantenario dello Statuto, circa 2000 giovani accorsero dai diversi continenti a Torino e da lì proseguirono per Genova e Roma, ove il 25 novembre 1898 proclamarono la Federazione: nel Foro Romano, presso la Colonna di Foca,  da sempre svettante sulla polvere dei secoli.  Due anni dopo la Federazione tenne il secondo congresso a Parigi, in coincidenza con l'Esposizione universale, e aggiornò il programma con l'istituzione di sezioni per i popoli senza Stato (polacchi, boemi, finlandesi...) e la sezione speciale per gli ebrei. L'idea ispiratrice era nitida: disarmare le coscienze. Se non si fossero affratellati al di sopra dei rispettivi governi, prima o poi gli studenti universitari e i neolaureati, affratellati nella ricerca scientifica e nell'amore per la vita e per la libertà, si sarebbero scannati in una guerra fratricida.
Perciò il colore scelto per il Gonfalone della Federazione fu il bianco, comune a tutte le bandiere.
La Corda Fratres tenne congressi a Liegi, Marsiglia, Bordeaux, L'Aja,  Roma  e a New York, ove ebbe il plauso  del presidente degli USA,  Woodrow Wilson. Ne indisse uno a Montevideo (1915), ma ormai la sua voce era sommersa dalla guerra. Nel 1918  Giglio Tos lanciò dal Campidoglio la parola d'ordine: Pax in iure gentium. La  pace doveva fondarsi sul diritto dei popoli, non col dominio dei vincitori sui vinti.  Era la nuova Grande Illusione, dopo il fallimento di quella predicata dal pacifista Norman Angell. Ma la Società  delle Nazioni, nata stenta, appassì presto sotto l'egemonia franco-britannica. Neppure Giglio Tos capì che nel 1914 era  iniziata una nuova Guerra dei Trent'anni. Le paci di Versailles, Saint-Germain, Neuilly, Sèvres furono punitive contro i vinti (soprattutto la Germania, bollata come responsabile della  guerra e condannata a “riparazioni” enormi e umilianti: una “pace cartaginese”, frutto di dissennata miopia) e avare verso paesi come l'Italia.  Nel 1924 la Corda Fratres tenne a Roma l'ultimo Congresso, con il plauso del presidente del Consiglio, Benito Mussolini, che pacifista non fu mai, e la presenza del giovane principe ereditario, Umberto di Savoia. Nel 1932 Giglio Tos  pubblicò l' Appello per il disarmo e per la pace e i  Documenti sui pionieri della Società delle Nazioni e della Fraternità internazionale: in francese, la lingua  ufficiale della Federazione. Tre anni dopo, nel fervore dell'impresa d'Etiopia,  abbozzò la sceneggiatura di un film su Scipione l'Africano, che gli venne scippata. Il 29 novembre 1938 il suo più entusiasta  e fattivo collaboratore degli anni giovanili, Angelo Fortunato Formiggini, studioso della Filosofia del ridere e geniale editore, si gettò dalla Ghirlandina nella sua nativa Modena per protesta contro le leggi razziali. L'Europa correva a precipizio verso una nuova guerra mondiale. Giglio Tos morì a Torino il 6 gennaio 1941. Fece in tempo a veder l'inizio della seconda fase della catastrofe: cinquanta milioni di morti, in aggiunta ai sedici del 1914-1918. Per distrazione. La pace rimase un sogno. Generoso, niente affatto vano, ma tuttora inattuato. (*)  
Aldo A. Mola
   
(*) Sugli “Studenti del Piemonte: sei secoli di Università a Torino” è in corso una documentata e ghiotta Mostra nella Biblioteca della Regione Piemonte (via Confienza 14), promossa dal collezionista Marco Albera.

 
DATA: 29.01.2014

RIMPATRIO DELLA SALMA DEL RE VITTORIO EMANUELE III: DOPO I DISORDINI IN EGITTO INTERROGAZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO

Vittorio Emanuele IIILa situazione in Egitto si sta facendo sempre più complicata ed aumenta sensibilmente il rischio di atti vandalici nei confronti delle strutture cristiane. Vista la situazione, ormai in caduta libera, l'europalamentare torinese Fabrizio BERTOT (Forza Italia) ha oggi 27 gennaio 2014 depositato un'interrogazione parlamentare in cui si fa appello all'Europa affinché si tutelino le strutture a rischio e che si agevoli il rimpatrio della salma del Re, per sottrarla a possibili profanzazioni. Ecco il testo integrale depositato:
"Premesso che ad una settimana dall'approvazione della Costituzione con il referendum popolare la situazione in Egitto sta diventando sempre più preoccupante e che, non placandosi gli scontri di piazza e gli attentati, continua a crescere il numero di morti, quasi centro negli ultimi giorni, e feriti.
Fabrizio Bertot
Considerato che, fatto allarmante, allo scontro politico si sta aggiungendo quello religioso, con attacchi da parte dei fondamentalisti islamici nei confronti delle comunità di religione cristiana, a cui bisogna aggiungere gli ormai numerosi episodi di profanazioni o danneggiamenti delle tombe nei cimiteri cristiani.
Visto che in Egitto sono sepolti migliaia di soldati europei caduti durante la Seconda guerra mondiale (italiani, tedeschi e inglesi in primo luogo), raccolti principalmente nel Sacrario di El Alamein, e che nella cattedrale di Alessandria d'Egitto sono conservati i resti del re d'Italia Vittorio Emanuele III.
Si interroga la Commissione affinché si adoperi in tutti i modi possibili intraprendendo le strade percorribili  per fare in modo che questi cimiteri vengano protetti dalle profanazioni e, laddove ci vi fosse la reale possibilità che episodi di sfregio possano avvenire a danni delle tombe di illustri cittadini europei, come sta rischiando di accadere per le spoglie dell'ex-sovrano d'Italia, questi vengano immediatamente rimpatriati"
Rimaniamo in attesa di una risposta dall'Europa.
(Nelle foto il Re Vittorio Emanuele III, sepolto ad Alessandria d'Egitto, e l'europarlamentare Fabrizio Bertot, autore dell'interrogazione)

DATA: 27.01.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO ALLA FAMIGLIA TRIBERTI  PER LA SCOMPARSA DEL CARO LORENZO, SOCIO U.M.I.

Lorenzo TribertiIl 26 gennaio 2014 è scomparso in Asti, all’ età di 69 anni, il Cav. Lorenzo Triberti, Guardia d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon ( Associazione d’ Arma sotto l’ egida del Ministero della Difesa ) e cofondatore nel 2003 della Delegazione di Asti, con il fratello Giovanni, che ricopre la carica di Delegato Provinciale.
Nel 2005 ha collaborato alla fondazione della Sezione U.N.I.R.R. di Asti ( Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia ), presieduta da Giovanni Triberti, Vice Presidente Nazionale.
E’ stato cofondatore, insieme al fratello Giovanni e ad altri amici, della Sezione U.M.I. di Asti.
Imprenditore in età lavorativa, ad alti livelli, si dedicava ora con passione ed interesse alle due Associazioni collaborando attivamente all’ organizzazione delle varie manifestazioni, conferenze e convegni a carattere storico – culturale, indette dal fratello Giovanni, in città e Provincia, per dare risonanza alle Guardie d’ Onore e all’ U.N.I.R.R.
Partecipava attivamente alle varie cerimonie delle Associazioni Combattentistiche e d’ Arma, a cui era invitato, e a cui presenziava con labaro o bandiera.
Anni orsono aveva ricevuto, a Ginevra, l’ onorificenza di Cavaliere dell’ Ordine al Merito dei Savoia.
Ha collaborato con il fratello a promuovere, negli anni, svariate sottoscrizioni benefiche di raccolta fondi per persone indigenti, ristrutturazione parrocchie, santuari e per acquisto apparecchiature mediche ( attualmente in corso sottoscrizione per Reparto Oculistica dell’ Ospedale Cardinal Massaia di Asti ).
Era stimato per il suo comportamento integerrimo e apprezzato da amici e conoscenti per essere una persona veramente perbene.
Una grande e commossa folla ha partecipato mercoledì 29 gennaio alle esequie, alla presenza di molte autorità civili, militari e religiose, delle Associazioni Combattentistiche e d’ Arma, tra cui numerose Guardie d’ Onore e Associati U.N.I.R.R., presenti con labari  e bandiere.
La famiglia commossa ringrazia per la grande dimostrazione di stima e di affetto.

DATA: 27.20.2014

DOMENICO  FISICHELLA  AL  CIRCOLO  REX
"Dittatura  e  Monarchia - L ' Italia  tra  le  due  guerre"


Domenico Fisichella - Dittatura e Monarchia   E'  il  titolo  della  conferenza  che  il  sen.prof. Domenico  Fisichella  terrà  domenica  26  gennaio  alle  ore  10,45, per  iniziativa  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  politica  Rex , a  Roma , via  Marsala  42, ed  è  anche  il  titolo  del  prossimo  libro  del  noto  studioso  di  scienza  e  dottrina  della  politica  e  dello  stato  che  sarà  nelle  librerie  dal  23  gennaio  prossimo.
Con  questo  lavoro  Fisichella , che  è  stato  per  vari  anni  vicepresidente  del  Senato  e Ministro  Beni  Culturali, approfondisce  sulla  base  di  copiosa  documentazione   il  periodo  dal  1922  al  1946  , oggetto  troppo  spesso , ancor  oggi  ad  interpretazioni  di  parte.
Il  volume  segue  due  essenziali  precedenti  contributi  del  prof.Fisichella  alla  comprensione  della  storia  dell' Unità  d' Italia  dal  " Il  miracolo  del  Risorgimentop " ( 2010 )  al  " Dal  Risorgimento  al  fascismo - 1861 - 1922 " ( 2012) entrambi  dell' Editore  Carocci , che  hanno  riscosso grande  interesse   tra  studiosi  ed  uomini  di  cultura. Con  questo  libro  Fisichella  completa  la  riflessione  su  di  un  tormentato  percorso  storico  che  gli  italiani  vivono  spesso  con  passioni  politiche  e  non  storiche.
PRESENTAZIONE AL CIRCOLO REX
DOMENICA 26 GENNAIO 2014

ORE 10.45 - VIA MARSALA 42 - ROMA
DATA: 22.01.2014

NAPOLI, SABATO 25 GENNAIO 2014: LA BEATIFICAZIONE DELLA VENERABILE MARIA CRISTINA DI SAVOIA

Maria Cristina di Savoia   Il prossimo 25 gennaio, nella Basilica di Santa Chiara in Napoli, la Venerabile Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie, verrà beatificata dopo un travagliato processo di postulazione avviato sin dal 1852. All’evento sarà presente il Capo di Casa Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo, accompagnato da vari componenti della Famiglia Reale e dai vertici dell’U.M.I. Ripercorriamo la vita della Principessa, partendo dal comunicato stampa ufficiale della Diocesi di Napoli:
Maria Cristina di Savoia giunse a Napoli il 30 novembre 1832, sposa di Ferdinando II di Borbone, e breve fu la sua permanenza a Napoli, gli ultimi tre anni della sua vita, sufficienti per essere acclamata dalla corte e dal popolo come la "Reginella santa". Dopo un lungo e docu-mentato processo canonico, la Chiesa proclama beata questa giovane e nobile donna, a testimonianza che la "vita buona del vangelo" è possibile in ogni ambiente sociale e che la universale chiamata alla santità è vocazione di ogni battezzato. Maria Cristina nacque a Ca-gliari il 14 novembre 1812, ultima delle figlie di Vittorio Emanuele I di Savoia e di Maria Teresa d'Asburgo. Educata dalla madre e guidata spiritualmente dall'olivetano padre Giovanni Battista Terzi, visse l'infanzia e la giovinezza alla corte di Torino e, dopo la morte del padre, a palazzo Tursi in Genova. La sua avvenenza, la sua cultura e le sue doti morali e spirituali fecero di lei la sposa più am-bita dai sovrani dell'epoca. Il 21 novembre 1832 nel santua-rio di Nostra Signora dell'Ac-quasanta in Voltri (Genova), dopo lunghe trattative ed approfondito discernimento spirituale, Maria Cristina si unì in matrimonio con Ferdi-nando II di Borbone. Accanto al giovane Sovrano, manten-ne le sue religiose abitudini, espressione di una fede con-vinta e matura. Seppe illumi-nare con il consiglio e soste-nere con la preghiera le deci-sioni importanti del re, ap-pellandosi alla legge di Dio oltre che alla giustizia degli uomini. In seno alla famiglia reale e alla corte attuò una missione silenziosa ed efficace di testimonianza cristiana, volta a comporre le divergenze, moderare gli animi, morigerare i costumi. Conquistò il popolo di Napoli con la sua sollecita e straordinaria carità. Attingen-do al suo personale patrimonio, soccorse con prodigalità i poveri, secondo le richieste che le giungevano dalla città e dal Regno. Per far fronte al fiume di elemosine da lei voluto e autorizzato si avvalse della collaborazione dei vescovi e dei parroci per agire in modo equo ed evitare ingiustizie. Con la sua intercessione salvò molti condanna-ti a morte, ottenendo che la pena capitale fosse commutata in una più lieve. Tra le opere sociali da lei promosse, oltre la dotazione delle ragazze povere e la produzio-ne di letti per gli indigenti, va menzionata la riattivazione dell'industria della seta pres-so gli opifici del Real Sito di San Leucio di Caserta, e ciò a vantaggio dei coloni di quelle terre. Dopo aver chiesto insi-stentemente a Dio il dono della maternità, che sembra-va tardare, coronò il suo bre-ve regno con la nascita dell'e-rede, Francesco. Colta da febbre puerperale visse gli ultimi giorni nella piena adesione alla volontà di Dio, disponendo che si provve-desse ai poveri da lei assistiti anche dopo la sua dipartita. Morì nel palazzo reale di Napoli a mezzogiorno del 31 gennaio 1836, ripetendo le parole che erano diventate la sua ultima invocazione: "Credo in Dio, spero in Dio, amo Dio".
DATA: 22.01.2014
 
A LEZIONE DA BUONI MAESTRI

   Sfogliando i quotidiani o seguendo i telegiornali in questi giorni è possibile ad assistere ad una serie di curiose evoluzioni politiche le quali, del resto, faranno molto baccano ma non produrranno i risultati propagandati. C’è chi spera e crede che le riforme si faranno, magari abolendo il Senato che in tempi civili non era un accozzaglia di lacchè ma il tempio dell’intellighenzia nazionale non retribuita e cooptata dal sovrano od abolendo le antiche province, realtà radicata nel territorio da secoli di trazione, facendo finta di dimenticare che gli scandali si scoprono nelle regioni; vere mangiatrici di soldi e monumento alle mangerie nazionali. Ma tra i tanti brusii che si ascoltano uno dei più spassosi è quello secondo cui Berlusconi e Renzi starebbero valutando una potenziale trattativa per la riforma della legge elettorale basando il negoziato sul modello spagnolo da studiarsi. Ma qualcuno li ha avvisati che la Spagna è una Monarchia e stanno prendendo ad esempio un “anacronismo” così terribile? Il buon Renzi, che sprovveduto non pare, non si pone problemi probabilmente perché sa bene che la Corona di Spagna ha avuto un’autorevole sdoganatore proprio da sinistra e parecchio insospettabile il quale, nel 1983, ebbe a dire in diretta televisiva a reti unificate: “Io sono molto amico del Re di Spagna, che è nato qui, è vissuto qui in Italia, un giovane coraggioso, che ha saputo - e questo è il suo merito - fare il trapasso da una dittatura durata 40 anni alla democrazia senza spargimento di sangue; che è riuscito a bloccare il ''golpe'' che si era messo in atto per abbattere la democrazia. Io lo conosco. Mi onoro di essergli molto amico”. A parlare in questo modo riconoscendo che un Re può essere un faro di democrazia e civiltà fu nientemeno che Alessandro Pertini proprio uno che “non ti aspetti”. Cose che capitano in una repubblica che per tentare di sopravvivere va a scuola da buoni maestri: Le monarchie democratiche!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 19.01.2014

GIOVINEZZA, GIOVINEZZA...? MEGLIO LA CONCRETEZZA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 19/02/2014

          “Lo Spirito soffia dove vuole. Tu senti la sua voce ma non sai da dove venga e dove vada...”(Giovanni, 3, 8). Lo Spirito non patisce differenze di razze, lingue, religioni, sessi; né, meno ancora, di età. Lo Spirito atterra e suscita, affanna e consola, come insegnò Alessandro Manzoni  (1785-1874) nelle Pentecoste, in Cinque maggio e poi nella parabola di Renzo e Lucia. La Provvidenza non agisce né su invocazioni o raccomandazioni, ma per imperscrutabili disegni indifferenti all'età anagrafica e agli effetti collaterali. Come le apparizioni mariane, che solitamente privilegiarono bambini (da Lourdes a Fatima e oltre), ma a volte folgorarono anziani. Perciò è davvero infantile chi pretende credito e piazze d'onore in omaggio alla giovane età. Chi vuole spazio e/o potere, piccolo o grande, se lo deve conquistare con le unghie e coi denti, non con il certificato di nascita.
  Quando a 43 anni divenne capo di stato maggiore dell'Esercito spagnolo, il generale Francisco Franco y Bahamonde constatava con amarezza che a 33 Alessandro il Grande era già morto, dopo aver conquistato l'impero persiano, visitato il tempio di Ammone in Egitto e avviata la civiltà ellenistica. Anche l'ambiziosissimo Caio Giulio Cesare dovette mordere il freno sino a 41 anni, quando ebbe mano libera per sottomettere la Gallia e conquistare il potere supremo su Roma: una via lastricata di cadaveri, sino al suo stesso, pugnalato dai congiurati in Senato, sotto la statua del rivale Pompeo.
  Alla sommità del comando i giovanissimi arrivarono solo per successione dinastica, e con esiti non sempre felici. Cleopatra Filopatore affiancò bambina il fratello Tolomeo XII, dodicenne faraone d'Egitto. Pochi anni dopo sedusse Cesare e, di seguito, Marco Antonio. Ebbe più influenza da anziana (e ormai bruttina) che da adolescente. Federico II di Svevia (1194-1250) divenne re di Sicilia a 14 anni e Sacro Romano Imperatore a 26: carica che gli spettava da quando nel 1197 morì suo padre, il crudelissimo Enrico VI. A intralciarlo era stato Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni), eletto papa a 38 anni. Fatto adulto dall'orrore, Federico II, Stupor Mundi, vide il Mediterraneo dalla Sicilia anziché dalla Germania e volle farne un mare di competizione tra culture anziché un abisso di guerre atroci e velenose. Precocissimi talvolta furono anche molti Vicari di Cristo: a parte Giovanni XI, figlio della celebre o famigerata Marozia e di papa Sergio III, e Giovanni XII, eletto pontefice intorno ai 16 anni (ma si era prima dell'Anno Mille), Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, fu cardinale a 18 anni e papa a 38. Non capì bene la Protesta di Martin Lutero (1517). In rotta  con Michelangelo Buonarroti, si concentrava sui capolavori di Raffaello Sanzio. Lo Spirito soffiava altrove...
  A spianare l'ascesa di giovani homines novi, cioè non incardinati nel potere per diritto ereditario, solo le grandi rivoluzioni: non però quelle sempre annunciate ma mai attuate (è il caso italiano, bloccato da una Costituzione che ricorda il baccalà: puzza anche da rigido), bensì quelle che non risparmiano il sangue. L'impiego della violenza segna la differenza profonda tra la guerra d'indipendenza degli Stati Uniti d'America, guidata da un anziano signore come George Washington (1732-1799), comandante supremo all'ormai rispettabile età di 45 anni, e quella di Francia, che nel 1789 travolse il trentacinquenne Luigi XVI. Di anno in anno, dalle stragi del settembre 1792 al Terrore seguente, il potere passò nelle mani di giovani sempre più giovani. Il trentunenne Robespierre venne incalzato da Saint-Just, di dieci anni minore: una deriva bloccata da vecchi saggi, come l'abate Siéyès (1748-1836) e Barras (1755-1829), che, previo colpo di stato, ghigliottinarono i giacobini e fecero leva sul ventottenne Napoleone Buonaparte, che in quattro anni passò da comandante dell'Armata d'Italia a Primo Console, in altri quattro divenne imperatore, cinque anni dopo impalmò la figlia dell'imperatore d'Austria e duellò con lo zar di Russia, Alessandro I (1777-1825), un altro giovane, per di più visionario. Per stare sul trono Napoleone ebbe la lungimiranza di circondarsi, sì, di coetanei eroici e scapestrati, come Murat, ma anche di statisti fatti saggi dall'esperienza, come Maurice Talleyrand di Périgord, già vescovo, poi rivoluzionario, ministro degli Esteri con lui, con Luigi XVIII e poi con Luigi Filippo. Un grande Conservatore, come l'Arcicancelliere dell'Impero Cambacérès: facevano.
 Lo Spirito soffia dove vuole. E' il Tempo. Come i vecchi, i giovani hanno diritto solo a quanto si conquistano, senza chiedere permesso né dire grazie. Vale per la politica, le armi, le lettere e le arti e le scienze. Il genio non conosce età. Vittorio Emanuele II salì sul trono nel 1849. Aveva 29 anni e non si lasciò impressionare da chi, come Mazzini (1805-1872) a 27 anni aveva fondato la Giovine Italia escludendone chi avesse più di 40 anni e dunque ormai ne aveva 45 e quindi sopravviveva a se stesso. Apprezzò invece Garibaldi che a 50 mise la testa sul collo, acquistò una parte di Caprera, vi allevò animali, andava a pesca e cospirò all'insegna “Italia e Vittorio Emanuele”: Longevo (per i tempi) e prolifico anche in età avanzata, badò alla concretezza. Sventolare la giovinezza come carta di credito è puerile. C'è sempre uno più indietro cogli anni. Se si dovesse scegliere una classe dirigente con quel criterio si finirebbe con bambini e rimbambiti e, quando il cerchio si chiude, con vecchi malvissuti. Sono corsi e ricorsi ben noti a chi sente il Vento dalla tolda della Storia, sa che al comando occorre un timoniere esperto e che tra i marosi la rotta non si rimette continuamente  ai voti. 

 Aldo A. Mola
DATA: 15.01.2014


RACCONIGI: L’ORA PRESENTE DI UN REAL CASTELLO

RACCONIGI: L’ORA PRESENTE DI UN REAL CASTELLO    Nel mese di gennaio 2014 un gruppo di ragazzi dell’U.M.I. di Lecco sono andati a visitare il Castello di Racconigi. Pubblichiamo una breve riflessione del giovane Stefano Terenghi (classe 1991) dalal quale si evince una certa amarezza per la mancanza di risorse che potrebbero valorizzare (e far fruttare) un gioiello come quello che abbiamo il privilegio di avere a Racconigi.

Era scontato che, con il referendum del 1946, le residenze della Real Casa Italiana incastonate in quell’angolo d’Italia che noi chiamiamo Piemonte, sarebbero state “relegate” a pura merce turistica, svuotate e prive del loro significato costruttivo.
Attirati dalla curiosità di visitare i luoghi cari alla dinastia e nell’occasione del 110° anniversario della nascita di Re Umberto II, noi giovani monarchici della “delegazione” U.M.I. Lecco ci siamo recati a visitare il Reale Castello di Racconigi; residenza cara a molti Sovrani di Sardegna (tra cui Carlo Alberto) e ai Re d’Italia: qui, infatti, il 15 Settembre 1904 nacque il Re Umberto II.
Non vi racconto la visita perché non riuscirei a rendere l’idea della complessità e della bellezza del luogo, ma voglio soffermarmi su un dato certo e sicuro: la residenza rischia la decadenza; marmi che si frantumano, tappezzerie lacerate e cadenti, crepe nei saloni. All’interno del castello non è più possibile fare una visita guidata poiché a causa della “spending rewiew” regionale, il personale addetto alle guide è stato “dirottato” su altri siti turistici. Attualmente la visita alla residenza, viene fatta dal custode il quale accompagna i visitatori, silenziosamente, verso le sale.
Penso che in nessun Paese, retto da un Re o da una repubblica, un gioiello di tale splendore (Inserito nel patrimonio UNESCO) venga abbandonato e lasciato “al suo destino”; mi sovviene l’esempio Inglese in cui alcuni Castelli Reali, non più utilizzati dalla Famiglia Reale, sono mantenuti con rigore, rispetto e cura o ancora in Russia dove, nonostante le tragiche vicende del secolo scorso, i palazzi e le residenze imperiali sono state mantenute in ordine e curate esteticamente! Solo l’Italia, la terra della perfezione artistica, si permette di abbandonare i suoi punti fermi, i suoi “mattoni” in cui essa è stata ideata e costruita. In ultimo vorrei lanciare una “provocazione”: Andate numerosi a visitare il castello e, come noi senza timore, esibite il glorioso vessillo d’Italia in tutti i suoi ambienti, fondetevi con la residenza per far rinascere la nostra amata Patria.
  Stefano Terenghi, U.M.I. Lecco

RACCONIGI: L’ORA PRESENTE DI UN REAL CASTELLO
I giovani monarchici Andrea Zacchigna e Stefano Terenghi rendono omaggio al monumento dedicato al Re Umberto II. Nella foto sopra la Bandiera del Regno, portata dai giovani U.M.I., sulle scalinate del Castello di Racconigi.
DATA: 17.01.2014

VIVA L’ITALIA ORA PIU’ CHE MAI 

Risorgimento   Ieri sera mi sono imbattuto nell’ennesimo post provocatorio su uno dei tanti social network. Zeppo di scortesie verso i Piemontesi che oggi sono considerati i colpevoli di tutti i mali italici in quanto protagonisti non secondari del Risorgimento il quale viene visto, da masse rancorose, come una sciagura e non più come l’unico “collante nazionale” rimasto a tenerci insieme. A Venezia si è elimintaa la piazza dedicata al generale Farini ed un gruppo di simpaticoni scrivono al capo dello stato invocando la revoca dell’Ordine Militare d’Italia dimenticando che Farini ebbe l’Ordine Militare di Savoia. Da tempo il malessere, le sciagure, le difficoltà di una parte del paese cercavano qualcuno o qualcosa cui dare la colpa per far dimenticare decenni di assistenzialismo selvaggio, di cattiva gestione della cosa pubblica a tutti i livelli e di ruberie generalizzate cui la politica non è stata affatto estranea. Alle leggende del Risorgimento si è creduto utile sostituirne altre più becere e meschine per gridare che prima andava tutto bene  poi s’è fatta l’Italia e sono iniziati i guai. Prima tutto era Bengodi poi vennero “li Piemontesi”. Una vulgata così banale da attribuire al Conte di Cavour dichiarazioni mai fatte, inganno facilmente smascherabile dato il linguaggio moderno tutt’altro che forbito, spacciando foto di vittime del dramma dell’Olocausto per prigionieri del secolo precedente e così via. Cui prodest? A chi giova? Forse a qualche scribacchino? Forse a chi finalmente ha trovato qualcuno da maledire per non riconoscere che siamo tutti colpevoli, come popolo, di non avere l’onesta e la moralità di molti popoli europei? Di aver sfruttato lo stato come gallina dalle uova d’oro per decenni (cassa del mezzogiorno, falsi invalidi, sussidi Inps truffa, etc.. etc.. da Treviso a Messina senza distinzioni territoriali) senza ritegno sapendo di far del male al paese tutto? Siamo allo stremo delle forze, l’Italia è sempre più moribonda, il sistema non è in grado di dare risposte ed i politici (altro utile capro espiatorio su cui scaricare le proprie frustrazioni approfittando della loro palese inettitudine) propongono riforme di fantasia che sfiorano il ridicolo e l’inutilità, l’Europa ci sorveglia dalla torretta con il mitra spianato e noi? Noi non siamo popolo, unito e concorde per guardare al domani. Noi no! Noi ci affidiamo ai populisti ed hai demagoghi d’ogni genere, noi esportiamo il secessionismo da Nord a Sud, noi invochiamo un inutile “tutti a casa” e così via. Io sarò un miserabile illuso ma resto testardamente italiano perché dividerci in mille rivoli litigiosi non ha utilità! Già Garibaldi nel 1848, secondo lo storico britannico Smith, sosteneva che “Gli italiani avevano troppo egoismo personale individuale e troppo poco amore per il loro paese”. La radice di tutti i mali è decisamente datata e ci fu un tempo in cui una bandiera stemmata dai tre colori si dimostrò un discreto farmaco curativo certo non fu la panacea ma scaldò i cuori. Oggi mentre c’è chi insulta Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele io invece di gridare insulti preferisco scandire a voce ben alta le parole vergate dal nipote del primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, nel 1947, in esilio in Egitto: Viva l’Italia ORA più che mai!!!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 17.01.2014

UN RITRATTO DI S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA

UN RITRATTO DI S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA

   S.A.R. la Principessa Maria Gabiella di Savoia, terzogenita del Re Umberto II e della Regina Maria José, per complimentarsi con Sergio Boschiero e manifestare il proprio apprezzamento per il Calendario Reale 2014, ha inviato all'U.M.I. un simpatico biglietto con una Sua fotografia che la ritrae in compagnia dei fidi cani Tania, Totò, Chiprie, Lora e Rowena. Un modo originale per dimostrare il grande amore verso gli amici a quattro zampe della Principessa.
DATA: 15.01.2014

LUNEDI 20 GENNAIO, ORE 12.30, CARMINE PASSALACQUA INTERVISTATO DA RADIO-VOCE-SPAZIO DI ALESSANDRIA

LUNEDì 20 GENNAIO, ORE 12.30, CARMINE PASSALACQUA INTERVISTATO DA RADIO-VOCE-SPAZIO DI ALESSANDRIA   Lunedì 20 gennaio, alle ore 12.30 nel corso del programma radiofonico "RVS Al Vivavoce", approfondimento della radio RadioVoceSpazio, il Responsabile dell'Unione Monarchica Italiana di Alessandria Carmine Passalacqua verrà intervistato sull'essere monarchici oggi. Nell'intervista Passalacqua spazierà dalla storia di Casa Savoia alle popolari monarchie europee, dando un'immagine a 360° del panorama monarchico internazionale.
La trasmissione verrà trasmessa in replica sempre lunedì alle ore 19.30.
E' possibile ascoltare l'iantervista dal sito internet www.radiovocespazio.it
DATA: 15.01.2014

PIU' TRICOLORE, MA VERAMENTE ITALIANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 12/02/2014

          “Non volevo fare la scimmia della Francia”. Così, sotto tortura papalina, Giambattista (Giò) De Rolandis (1774-1796), nativo di Castellalfero (Asti), spiegò perché per le coccarde degl'insorgenti contro il cardinal-legato pontificio dominante Bologna avesse ideato il tricolore verde, bianco e rosso anziché innalzare quello francese. La libertà doveva nascere italiana, non come brutta copia di una caotica rivoluzione altrui. De Rolandis  e Luigi Zamboni, di poco più anziano, erano studenti universitari. Scoperti, tentarono la fuga, furono arrestati. Il 18 agosto 1795 Zamboni morì strozzato in una cella nella quale non stava neppure in piedi. De Rolandis, previe sevizie orrende e l'evirazione, fu impiccato alla Montagnola il 23 aprile 1796. Per affrettarne la morte, il boia maldestro gli saltò sulle spalle. Liberata la città dal governo pontificio, il tricolore venne adottato dal Senato di Bologna il 28 ottobre 1796. Quello deliberato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 fu dunque il terzo. Contrariamente al motto, la terza non fu buona. A proporlo, infatti, fu il romagnolo Giuseppe Compagnoni (1754-1833), ex ecclesiastico, già autore della falsa Corrispondenza segreta  del Conte di Cagliostro (1791) e ripetitore nel Collegio della Viola che ospitò De Rolandis.  All'arrivo dei francesi depose l'abito talare, fece il giacobino a tempo pieno e pubblicò il periodico Mercurio d'Italia (Mercurio, come noto, è il dio dei ladri). Quando irruppero gli austro-russi riparò a Parigi e vi inventò le Veglie del Tasso, dai critici creduloni accolte come autentiche e tradotte in varie lingue. Dopo  il crollo dei franco-napoleonici tornò nella vigna del signore,come attesta il certificato di morte.
  Benché già osannato dal Regime fascista e, con speciale solennità, persino da Giorgio Napolitano il 7 gennaio 2011, che lo concelebrò con Alberto Melloni,elogiatore dei giacobini, il tricolore vero non è  affatto quello francodipendente  proposto a Reggio Emilia da Giuseppe Compagnoni, prete che fece il triplo gioco. Il Tricolore italiano non è la stanca imitazione di quello inventato a Parigi, quando i rivoluzionari fusero il bianco dei Borbone con i colori della Città. Semmai e quello che, trasmesso da un patriota all'altro, venne infine scelto per bandiera nazionale da Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, il 23 marzo 1848. Ma scimmiottare la Francia, patria di giacobinismo e Terrore, è un morbo antico, inguaribile. Francesco De Sanctis donò agli italiani la coscienza della propria identità attraverso la storia della loro letteratura; Giosue Carducci insegnò la lingua italiana;  Giovanni Pascoli fu campione della latinità. Ma spesso e volentieri gli italioti hanno scelto di farsi dire solo dall'estero se e quanto siano bravi. Per essere davvero all'avanguardia bisogna abbeverarsi alla Senna anziché al Tevere. Così fecero  i Liberi Pensatori che francodiretti tennero il loro congresso mondiale a Roma il 20 settembre 1904, come narra  Luca Tedesco in Col solo lume della ragione (Unicopli Ed.). Alcune celebrità oggi dimenticate (Ferdinand Buisson, Ernst Haeckel,  Angelica Balabanoff, Giuseppe Sergi,Luigi Fabbri..) affrescarono su pareti inesistenti i loro motti e levarono al cielo inni e canti, speculari a quelli dei clericali più fanatici. All'inaugurazione i congressisti erano tremila. L'ultimo giorno i trecento residui salirono sul Palatino col cestino della merenda liberopensata. S'affacciarono sul Foro e sul Colosseo. Non notarono che c'è anche l'Arco di Costantino. La data non poteva essere scelta peggio. Il 15 era nato a Racconigi Umberto di Savoia, principe ereditario. La Camera del Lavoro di Milano proclamò lo sciopero generale espropriatore, ispirato da Georges Sorel. Il presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, Giovanni Giolitti, lasciò fare ma garantì l'ordine. Il fuoco di paglia si sarebbe spento da sé. Il 20 rogò in Racconigi l'atto di nascita del principe ereditario. Poco dopo  la Camera fu sciolta. Alle urne stravinsero i moderati. Vennero eletti i primi tre deputati cattolici.
L'Italia più pensante dei liberi pensatori fece quadrato. Al ministro della giustizia che indulgeva a ventilare l'introduzione del divorzio Giolitti intimò di non parlarne più, pena le dimissioni, perché non era in programma. Il governo aveva una voce unica: quella del presidente, uno Statista circondato da uomini eroici, come il napoletano Pietro Rosano. Bersaglio di uno scandalo artificioso, Rosano scrisse a Giolitti di salutare  per lui i colleghi ministri da una settimana e si sparò, per troncare sul nascere la miserabile manfrina dei “democratici duri e puri”, dei socialisti ottusi e dei giacobini, sia  facinorosi, sia miti, che attaccando lui volevano affossare le grandi riforme. Il vezzo di prendere a modello Franza o Spagna, niente affatto nuovo, perdura e si aggrava. Eppure sappiamo come finì Zapatero e vediamo come va Hollande, entrambi dalla fronte inutilmente spaziosa. Moltiplicare ed enfatizzare sul loro esempio proposte strambe e inattuali comporterebbe di impantanare l'Italia in dispute su temi circoscritti dalla cintola in giù, risolubili senza chiasso, mentre il Paese ha  un obiettivo urgente: non sprofondare nel Mediterraneo. Vi giacciono tanti caduti che lo sognarono Mare Nostrum, faro di libertà, non precluso ad altri ma garantito dalle leggi e, quando necessario, governato con forza. Senza retorica, sarebbe il caso che, risparmiando su fatui fuochi d'artificio, i comuni rivieraschi ogni anniversario della morte di Giambattista De Rolandis affidassero alle onde un lumino e una coccarda tricolore a ricordo di chi dette la vita affinché l'Italia fosse unita,  indipendente, terra di uomini liberi, non di...Compagnoni. 

 Aldo A. Mola
DATA: 15.01.2014

SABATO 11 GENNAIO, ORE 17.30, ALESSANDRO SACCHI INCONTRA I MONARCHICI PRESSO LA SEDE NAZIONALE

Monarchici: Alessandro Sacchi, Sergio Boschiero e Davide Colombo   Nel pomeriggio di oggi, sabato 11 gennaio 2014, alle ore 17.30 presso la sede nazionale di via Riccardo Grazioli Lante 15/A in Roma, i massimi vertici dell'U.M.I. incontreranno iscritti amici e simpatizzanti in un incontro informale finalizzato a parlare dei progetti futuri dell'Associazione. Il 2014 si preannuncia come un anno alquanto impegnativo e ricco di eventi che vedranno un imponente dipsiegamento di forze monarchiche su tutto il territorio nazionale. Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Davide Colombo, in compagnia del Presidente onorario Sergio Boschiero, saranno a disposizione dei monarchici per raccogliere proposte e scambiare opinioni. L'incontro sarà altresì occasione per cominciare con entusiasmo questo nuovo anno. L'evento è aperto a tutti.
DATA: 11.01.2014

SALVE PIEMONTE!

Piemonte   Così recitava un passo d'una celebre poesia del Carducci. E vien da dire non solo "salve Piemonte" ma soprattutto "addio Italia!" perché l'odierno annullamento delle elezioni regionali piemontesi è solo l'ultima di una lunga serie di fallimenti di questa seconda repubblica che affannosamente tenta di raggiungere un'ipotetica terza. Non bastavano gli assedi di una parte ormai snervata della popolazione sotto Palazzo Lascaris, non bastava la violenza della crisi economica anche sulle impresi piemontesi, non bastava il degrado generale delle città e dei paesi della regione (un po' per inciviltà di chi le abita ed un po' per le ridotte possibilità delle amministrazioni locali) e non bastavano i mille problemi che, come una zavorra, hanno bloccato una terra severa e generosa come quella piemontese. L'etica è del tutto scomparsa nella regione che ha dato i natali ai più importanti politici dell'Italia risorgimentale e postunitaria. L'Italia dei Cavour e dei Giolitti giusto per citarne due dei più importanti! Ormai la politica è interesse particolare, è egoismo, è arricchimento personale e soprattutto la totale incapacità di mettere in campo azioni concrete per il benessere comune e per garantire un briciolo di giustizia sociale. A primavera, dunque, torneremo al voto ed a rieleggere il governatore della regione ed il consiglio regionale ma poi? Cosa cambierà in un Italia in cui i consigli regionali sono pozzi senza fondo in cui sguazza il malaffare multicolore e bipartisan? Cancelliamo le provincie, le quali hanno radici secolari più volte ricordate anche da grandi storici, mentre nei palazzi del potere collocati nei capoluoghi ci si abbuffa in antistoriche ed innaturali "laute mense" volute qualche decennio fa per spartire le poltrone. Ieri il Lazio, oggi il Piemonte e domani chissà a chi toccherà. E mentre in quest'ultimo si tornano a spendere milioni di euro di gente ormai stremata altri si sfregano le mani pensando al seggio cui ambiscono. La gente muore, si suicida, si deprime e soffre. La politica fa il suo corso lontana dalle strade e dai cantieri dove domina lo sconforto e dove vince, sempre più, la paura del domani. Quando torneranno l'etica e la moralità in Italia? Quando riavremo statisti degni di questo nome a Torino, Roma od ogni altro angolo della nostra bella Italia? Forse quando il vecchio e mai dimenticato tricolore risorgimentale tornerà a sventolare ed accarezzare i cuori della gente!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 10.01.2014

IN RICORDO DEL RE VITTORIO EMANUELE II - 9 Gennaio 1878

Vittorio Emanuele II   Sabaudo Genio oggi si spense.
Padre dell’Italiana gente, fratello e figlio di ognun’uno, riposa.
Sotto la Vostra alta Maestà il grido di angoscia si trasforma in gioia, canti d’onore acclamano il Vostro passaggio!
Galantuomo d’Italia, Principe d’intelletto siete per Noi; la Vostra fortuna arride a chi vi osserva, esempio limpido di virtù governative.
Dal cavallo candido di un incontro fuggente, la Patria pianse e nacque! Divino cavaliere che dall’alta Corte scendeste, spezzate avete infinite dogane! La discesa vittoriosa in un Paese strano è stata ristoro e allegria delle genti.
Noi cari figli del Regno, popoli sparsi che sotto Voi hanno trovato unione, inchiniamo la fronte al viaggio eterno.
Musicanti e compositori hanno tessuto a Voi lodi, novello Cesare di un nuovo Regno.
A Voi Religione e Stato hanno sciolto l’arco, dardo di fuoco trafisse di Vittoria e Presenza il settimo suolo.  
Roma, Urbe eccelsa, che accogli le mortali Sue spoglie, desta gli animi e risveglia il cuore di chi dimenticar non Vuole.
Infine Tu, alma città in cui Lui nacque, Torino delle Alpi infibular sul petto il glorioso tricolore devi! Nel tuo senso rinascere ancora la parola “Risorgimento” deve.

Stefano Terenghi, U.M.I. Lecco
DATA: 09.01.2014

LA CRISI DELLE MONARCHIE SOLERTEMENTE EVIDENZIATA DAI GIORNALI ITALIANI

Corriere della Sera Infanta Cristina di Spagna   Leggendo la prima pagina del Corriere della Sera di oggi, mercoledì 8 gennaio 2014, ho subito notato la foto dell’infanta di Spagna Cristina, secondogenita del Re Juan Carlos, e del marito Iñaki Urdangarín che capeggiava centrale sulla copertina. A fianco il titolo “La Spagna sotto choc per le accuse all’Infanta”. All’interno un articolo su due pagine in cui si riprendeva l’ormai annosa questione sollevata dal giudice Castro su una presunta evasione fiscale operata dal Duca di Palma di Maiorca, aiutato dalla regal consorte. Questa è la terza volta che viene sollevato il polverone sulla vicenda e staremo a vedere se si concluderà al pari delle altre due volte con un nulla di fatto. Però l’articolo descrive la coppia reale come avvezza alla truffa e protetta da un presunto “scudo dell’Infanta”. Il TG2 delle ore 13.00 ha fatto un articolato servizio dove, partendo dalla vicenda, si è passati ad analizzare la presunta impopolarità del Re Juan Carlos, il vivo consiglio di abdicare a favore del Principe Felipe e parole a profusione sulla crisi della Monarchia Spagnola, con riferimenti a gossip di bassa lega. Preoccupato per la questione mi sono precipitato su internet a guardare le versioni on line dei principali quotidiani spagnoli, temendo che la Spagna fosse davvero sotto choc come sosteneva il Corrierone. Parto dall’ABC, mio quotidiano spagnolo di riferimento, e vedo che la notizia viene data in una sezione speciale sul Caso Nóos (il nome della società sotto accusa). Cronaca dei fatti con molti approfondimenti, ma non sembra che il Paese iberico sia particolarmente traumatizzato dall’evento come avevo temuto dai media italiani. Vado anche sul sito del quotidiano “El Pais” dove la notizia viene data come quarta, dopo il dibattito sull’aborto ed altre questioni interne, e con un editoriale, mentre sul sito de “El Mundo” (che nell’edizione cartacea di ieri aveva dedicato la prima pagina) abbiamo esattamente lo stesso trattamento. Giustamente i quotidiani spagnoli se ne occupano e danno il giusto spazio ma è in Italia che una faccenda, senz’altro brutta che mette sotto accusa due membri della Famiglia Reale, è stata eccessivamente evidenziata. Come mai tutto questo interesse per le Monarchie solo quando attraversano un momento di crisi? Non si è riusciti a trattenere l’entusiasmo per la floridissima Monarchia Inglese ma per le altre Monarchie europee (dieci in tutto) gli eventi positivi passano sempre sotto tono quando se ne parla. E sì che di materiale ce ne sarebbe a iosa. C’è una macabra ricerca dello scandalo che fa scadere certo giornalismo quasi in pettegolezzo. Staremo a vedere come andrà a finire la faccenda spagnola, confidando che la Giustizia faccia il suo corso come è già successo due volte. In effetti l’evasione fiscale è un orribile reato. Stiamo forse meglio noi in questa repubblica dove Presidente è stato chiamato a testimoniare per i rapporti Stato-Mafia ed è riuscito a far segretare le intercettazioni che lo vedevano coinvolto? Non lo so, ma credo sia meglio concentraci sulle popolarità delle Monarchie mondiali, modello d’esempio e di rispetto civile.
 Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
DATA: 08.01.2014

ANNO ZERO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 05/01/2014

       Quando comincia l'Anno? Ad accomodarsi impiega un giorno. E quando inizia il Secolo? Se la prende ancora più comoda, perché Seclum (o Saeculum) significa passaggio da una generazione all'altra, un tempo di durata indeterminata, la cesura tra un “poi” e un “prima”, che viene segato via. Tanti, come Publio Virgilio Marone, sognarono che dopo i secoli bui arrivi quello della Luce, il Novus Ordo, annuncio di pace perpetua. Anche oggi a ogni avvento di Secolo molti si attendono requie eterna sin dalla vita terrena. Sarebbe la “fine  della Storia”, perché, come ricorda la cantilena antica ispirata da Eraclito, “Si volta il foglio, si vede la guerra...”. Malgrado le illusioni e a tacere dei tempi andati, da mezzo millennio ogni Secolo nuovo ha partorito mostri. Dopo un ventennio di conflitti, nel 1517 il Cinquecento partorì la Protesta di Martin Lutero: germe di due secoli di guerre fratricide tra sedicenti cristiani. Il Seicento la prese più lunga, ma si rifece abbondantemente con la Guerra dei Trent'anni, dal 1618 al 1648: una catastrofe che rese la Germania un tronco vuoto e rinsecchito, peggio che nel 1945. Il Settecento esordì con la prima delle tre Guerre di Successione (1700-1748), seguite dalla Guerra dei Sette anni (1757-1763): un conflitto  mondiale, combattuto non solo in Europa ma dalle Americhe all'India. Diverso fu l'Ottocento. Dopo i vent'anni delle guerre franco-napoleoniche (1792-1815), aprì il Secolo della Pace, durato dal Congresso di Vienna alla conflagrazione europea dell'agosto 1914. L'Europa era uscita da vent'anni di battaglie senza quartiere, quasi cinque milioni di morti. Se nella guerra dei Sette Anni i Russi erano arrivati a Berlino e nel 1799  avevano invaso la pianura padana,  nel 1814 irruppero in Francia ed entrarono in Parigi, ove furono gettate le basi della grande pacificazione: il trattato di Chaumont, quello di Parigi e infine la pace di Vienna del giugno 1815. L'Europa era stremata. Meglio galere e patiboli per i politicamente scorretti che altre guerre, rovine, morti. 
   La Restaurazione ebbe molti volti. Segnò il ritorno delle dinastie sui troni perduti. Fu l'utopia della Santa Alleanza ideata da Alessandro I, zar di tutte le Russie, suggestionato dalla mistica Barbara von Krudener, ma niente più che “un greco  del Basso Impero” secondo Napoleone il Grande. La Restaurazione si accompagnò al ristabilimento della Compagnia di Gesù, dalla Roma di Pio VII alla Spagna di Fernando VII il Desiderato (ne scrivono José Antonio Ferrer Benimeli e Manuel Revuelta Gonzales in due libri suggestivi: maite@ grupocomunicacionloyola.com). Per l'Italia essa comportò il nuovo dominio degli Asburgo d'Austria da Venezia e Milano a Firenze, sorretti dal clero. Chi non era morto (il tirannicida Vittorio Alfieri) e non era disposto al servaggio (come il voltagabbana Vincenzo Monti) scelse l'esilio o si batté nelle trincee delle società segrete (Carboneria e Massoneria: da Federico Confalonieri a Giandomenico Romagnosi, Pietro Colletta...: insomma il meglio della cultura) e, non potendolo fare in Italia, si sacrificò per l'indipendenza dei greci e le libertà costituzionali in Spagna, Portogallo e nelle Americhe. La Restaurazione divise le famiglie: i figli liberali dai padri reazionari (fu il caso di Prospero e Cesare Balbo); uno  dall'altro fratello. Nel 1815 Silvio Pellico trionfò a Milano con la rappresentazione della Francesca da Rimini. Cinque anni dopo fu arrestato, condannato alla forca e deportato allo Spielberg, in Moravia. Non aveva fatto male a una mosca. Era solo entrato in Carboneria che per lui era sinonimo di fratellanza nella libertà. Suo fratello, Francesco, gesuita, assurse tra gli Scrittori della “Civiltà Cattolica”. Altrettanto avvenne in casa Tapparelli d'Azeglio:  Roberto, erede del titolo, fu liberale; il cavaliere Massimo, politico geniale, fu anche un poco libertino; Prospero (entrato nella Compagnia col nome di Luigi) fu gesuita.
Secolo della pace, dunque, sotto tutela del concerto delle grandi potenze fondata sui Congressi (i G8 dell'epoca) e sugli accordi tra le polizie segrete di Stati divisi in tutto tranne che nella lotta contro la libertà di stampa e, ancor più, contro quella di pensare e di far circolare le idee, la Santa Alleanza mirò alla cancellazione della memoria. I veterani di Napoleone dovevano dimenticare, anzi vergognarsi, di aver vinto a Marengo, Austerlitz, Jena, Wagram, Friedland... sino a Borodino. Invece dovevano ricordare la Beresina, Lipsia e  Waterloo. In Italia i patrioti non potevano rimpiangere il Proclama di Rimini lanciato da Gioacchino Murat per l'unione contro lo straniero e plaudito da Alessandro Manzoni né indignarsi per proditoria fucilazione del re di Napoli a Pizzo di Calabria. Tra guerre circoscritte, moti, insurrezioni, ventate rivoluzionarie, la nascita dell'Italia unita e indipendente (al modico prezzo di conflitti brevi tra il 1848 e il 1870), la Pace resse e sembrava potesse davvero durare a tempo indeterminato, tanto più dopo il regolamento di conti fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d'America (la feroce guerra del 1812-1813, con l'incendio di Washington e la vittoria britannica sugli americani a Crysler's Farm presso Detroit), la rivoluzione dell'America Latina contro Madrid e Lisbona e la dilatazione degli imperi coloniali.
Ma altro ancora, e di diverso segno, registrò il biennio sanguinoso. Nel 1813 Stephenson sperimentò la locomotiva a vapore. L'anno dopo Fulton varò il primo battello a vapore. Entrambi suscitarono l'indignazione degli ambientalisti ottusi. Era l'alba della Grande Illusione: il connubio tra conservazione politica e benessere, tra immobilismo dogmatico e progresso scientifico (ideologicamente neutro?). Però l'intreccio tra  assolutismo politico e riforme economiche non si risolse in conciliazione e rimase sterile. Lo si vide dalla repentina soppressione  proprio del “Conciliatore”, la rivista  che a Milano fuse romanticismo e pragmatismo. Un secolo dopo, tra fine Otto e primo Novecento, i buoni sentimenti regnavano sovrani: Olimpiadi, Esposizioni Universali (da Parigi a San Francisco), Esperanto, Premi Nobel e non solo per scienze e letteratura (ne ha scritto, e bene, Enrico Tiozzo per l'editore Aragno) ma anche per la pace, Corte dell'Aja, congressi del Libero Pensiero... Trionfavano le “magnifiche sorti e progressive” sprezzate dall'amaro Giacomo Leopardi nella Ginestra. Come ricorda  Florian Illies in 1913. L'anno prima della tempesta (Ed. Marsilio), a fine dicembre 1913 la rivista di moda femminile “Die Welt der Frau” pubblicò una poesiola che recitava: “Della guerra mondiale la melodia/funesta risuoni sempre più lontana”. Pochi mesi dopo l'incantesimo si ruppe. Come nel 1517, nel 1618, nel 1700, nel  1792-1815...La storia fa il suo corso. Imprevedibile. Indomabile. Tra i giri di walzer del secolo della pace e la Danza macabra la distanza risultò più breve di quanto immaginassero utopisti e Cancellerie. La linea ascendente verso la sognata pace perpetua si spezzò in segmenti discontinui e il mondo tornò all'anno zero. Forse non fu l'ultima volta: perché il suo corso dipende in parte dagli uomini, in parte da eventi imperscrutabili. Lo insegna Kali, che, ornata di collana e gonnellino di teschi umani, sprigiona vita, ma a prezzo della morte. 
 Aldo A. Mola
DATA: 04.01.2013

IL BATTESIMO DELL'ULTIMA NATA IN CASA SAVOIA

Battesimo Isabella Savoia a Parigi
   Lo scorso 14 dicembre, nella centrale chiesa parigina di Saint-Thomas-d'Aquin, si è tenuto il battesimo dell’ultima nata in Casa Savoia: S.A.R. la Principessa Isabella Vita Marina, terzogenita delle LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi d’Aosta e Duchi delle Puglie. La cerimonia si è tenuta il giorno del primo compleanno della Principessa sabauda. Tra gli amici e i parenti giunti a Parigi per l’occasione il Capo di Casa Savoia S.A.R. il Principe Amedeo con la moglie Silvia, S.A.R. la Principessa Claudia di Francia, nonna della battezzata, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, le zie della battezzata le LL.AA.RR. le Principesse Bianca e Mafalda di Savoia con i figli, le LL.AA.RR. i principi Michele e Marina di Grecia, nonni materni della Principessina, e S.M. l’Imperatrice Farah Pahlavi.

Lo scorso 14 dicembre, nella centrale chiesa parigina di Saint-Thomas-d'Aquin, si è tenuto il battesimo dell’ultima nata in Casa Savoia: S.A.R. la Principessa Isabella Vita Marina, terzogenita delle LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi d’Aosta e Duchi delle Puglie. La cerimonia si è tenuta il giorno del primo compleanno della Principessa sabauda. Tra gli amici e i parenti giunti a Parigi per l’occasione il Capo di Casa Savoia S.A.R. il Principe Amedeo con la moglie Silvia, S.A.R. la Principessa Claudia di Francia, nonna della battezzata, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, le zie della battezzata le LL.AA.RR. le Principesse Bianca e Mafalda di Savoia con i figli, le LL.AA.RR. i principi Michele e Marina di Grecia, nonni materni della Principessina, e S.M. l’Imperatrice Farah Pahlavi.
DATA: 03.12.2013

LE PROVINCE E L'ELEZIONE DEGLI AMMINISTRATORI CAPISALDI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/12/2013

       Benché ormai in agonia, il governo minoritario presieduto da Letta Enrico tenta di farsi regime: azzera l’elezione diretta degli amministratori provinciali e, mentre nomina decine di nuovi prefetti, cancella le Province stesse, Enti garantiti dall’art. 114 della Carta. Come la Voce sedente sul Trono Letta proclama: “Ecco, faccio nuove tutte le cose” (Apocalisse, 21.5). Eppure questo Parlamento ha i giorni contati: la Corte Costituzionale, infatti, dovrà pur decidersi a depositare le motivazioni della sentenza emessa il 4 dicembre scorso sull’incostituzionalità della legge che l’ha partorito. Se non prima, a quel punto molti nodi verranno al pettine. La Camera risulterà delegittimata. Il corto circuito istituzionale avrà conseguenze imprevedibili. Ma anche senza attendere quel giorno, il  governo non ha l’autorevolezza politica per attentare alla storia d’Italia. Non rappresenta i sentimenti profondi degli italiani. Alle votazioni del 25 febbraio un quarto dei cittadini disertò le urne, un altro quarto (M5S e Lega)  dette prova di buona volontà  potando in Aula il malcontento contro il “sistema” altrimenti destinato a esplodere nelle piazze. A dicembre i rappresentanti di un 20% dei voti validi (Forza Italia)  hanno preso atto dell’odio inestinguibile di Partito democratico, SEL e “montuti” nei confronti del suo leader storico, Silvio Berlusconi e, coerentemente, si sono dissociati dall'esecutivo. L’attuale, dunque, è un governo di minoranza, sorretto dalla stampella del presidente della repubblica, che gli ha regalato quattro senatori vitalizi, evocati come spiritelli dalla lampada di Aladino in situazioni d’emergenza, cioè per votare la fiducia al governo, benché da tempo anche osservatori pacati, come Sergio Romano, ripetano che per decoro i senatori vitalizi, “illustrazioni della Patria” non di una fazione, dovrebbero astenersi da voti politici.  
   Eppure, malgrado la sua pochezza, il governo Letta “tira diritto”. Come quello di Mussolini che nel 1922 a capo del governo ascese a soli 39 anni e persino senza laurea, quando quel titolo ancora valeva qualcosa. Esso mira a espropriare i cittadini dal sacrosanto diritto di eleggere i propri amministratori. Lo fa  con un colpo mancino, una sorta di prova generale per future manomissioni dei diritti fondamentali e non negoziabili di libertà. Non potendo abolire per decreto le Province (tutelate dalla Costituzione), azzera l’ elettività dei loro Consigli e così  svilisce il rapporto cittadini-istituzioni.  Cinquantadue amministrazioni provinciali, i cui Consigli  vanno eletti nella primavera 2014, verrebbero commissariate, mentre venti già lo sono. Il ministro agli Affari regionali Graziano Delrio (ex partito popolare, ora partito democratico: un cattocomunista, insomma)  difende questa decisione con due argomenti concatenati: bisogna risparmiare e per farlo occorre escludere “la politica” dalle amministrazioni provinciali. Le funzioni delle attuali Province verrebbero trasferite a città metropolitane (ancora tutte da definire: diverranno altrettanti “capitali” come la costosissima Roma?) e a consessi di sindaci (dal profilo altrettanto fumoso). Con gli stessi argomenti - e a maggior ragione, veduta la realtà – si potrebbe/dovrebbe abolire l’elettività delle Camere, anzi le Camere stesse,  e sostituirle con Consigli (soviet) diretti da Commissari del Popolo (cari agli stalinisti camuffati e mai pentiti) o almeno eliminare il Senato. Con una Camera sola si risparmia. Se  non si vota, ancora di più. E così si dovrebbe fare delle amministrazioni comunali e dei sindaci, da sostituire, magari, con “podestà forestieri” (come spropositò Monti Mario sin dall’agosto 2011, prima che Napolitano Giorgio lo creasse senatore a vita e “commissario” al governo  dell'Italia perché “ce lo chiedeva l’Europa”), o con “imprese di pulizia” a contratto triennale. In questa visione “delriante” della democrazia rappresentativa sopravvivrebbero solo il governo centrale (di larghe o striminzite intese e comunque non più nazionale, perché la Nazione è una nebbiolina svaporata) e quelli regionali (che hanno dato e danno triste spettacolo, come preveduto da quanti invano si opposero al loro varo, veduti i disastri causati da quelle a statuto speciale, dalla Sicilia alla valle d’Aosta). 
  Gli argomenti del governo Letta-Delrio sono risibili, anzitutto perché il ventilato risparmio è tutto da dimostrare e poi perché, fino a prova contraria, i sindaci che dovrebbero formare i consessi sostitutivi dei consigli provinciali elettivi, retti da Commissari di nomina governativa (e quindi politici)  sono politici anch’essi in questo sfortunato Paese ove sono politiche anche le foglie che cadono su marciapiedi e sui parcheggi lottizzati e divisi anche per generi: una striscia per maschi, una per femmine, una per il terzo genere, e via via per gli alti, i bassi, i colorati, i pallidi, i fulvi, i mori, i ricciuti, i trinariciuti… 
  L’aspetto più allarmante e inaccettabile della “legge Delrio” (per ora approvata solo dalla Camera Bassa e che confidiamo venga bocciata dal Senato) sta nel tentativo di cancellare con legge ordinaria Enti previsti dalla Costituzione e il diritto di voto delle loro amministrazioni. E’ un precedente gravissimo. E’ esattamente quanto fece dal 1925-1926 il governo presieduto da Benito Mussolini.  Rimasto privo dell’appoggio di liberali, popolari, demosociali e democratici, che lo avevano sorretto dal 1922 al 1924 e ancora molto forti in Comuni e Province, il “duce” sostituì i consigli comunali e provinciali elettivi con podestà e rettori (poi prèsidi). Quelle leggi non furono imposte da “un uomo, un uomo solo”, da un “dittatore”: esse furono approvate dal Parlamento, parte succubo, parte latitante (l’ “Aventino), parte  stolto. Al regime il fascismo non arrivò con un colpo di stato: lo costruì un voto dopo l’altro in Parlamento, legge su legge. D’altronde che i parlamentari non sappiano quel che si fanno è stato provato non solo dalle Camere del 1922-1943 ma anche da quanti un paio d'anni orsono votarono la legge Alfano-Severino che introdusse la sciagurata retroattività delle sentenze penali sulla eleggibilità dei parlamentari in carica: una decisione demenziale in un  Paese che ha tanto di Corte Costituzionale, a conferma che le leggi non sono “il Verbo divino”.
  Va detto chiaro che non vi è alcun valido motivo per abolire le Province (Enti che affondano radici nella storia millenaria delle Cento città  descritta da Gustavo Strafforello in “La Patria”, il Bel Paese dell’abate Antonio Stoppani: semmai occorre riportarle al numero e alle funzioni originarie) né, meno ancora, l’elettività dei loro presidenti e consessi: che generalmente funzionano bene e senza disordini amministrativi (anzi!). Aggiungiamo che chi controfirmasse una legge che, per via traversa, attenta alla Costituzione dovrà risponderne: e non solo dinanzi alla storia.   
   La partita è aperta e sarà decisiva in un anno che non nasce sotto una buona stella. Il corto circuito istituzionale vedrà contrapposti da un  canto il “potere”, dall’altro i cittadini che lo sentono lontanissimo. Senza alcun arbitro autorevole. Così si scoprirà che una vera classe dirigente (l’aristocrazia, gli “ordini”…), fondata sull'armonia tra gerarchia, meritocrazia ed elezione alle cariche (basi di democrazia stabile, come prova l’elezione dell’unico ed efficiente monarca assoluto, il Papa), richiede secoli di educazione all'esercizio delle responsabilità:  l'abito formale e sostanziale indossato da quanti costruirono l’Italia e ne fecero un Paese grande, civile, rispettato nel mondo. Ma poi, come scrive l’Evangelista, “gli uomini hanno amato più le Tenebre che la Luce” (Giovanni,4,19).

 Aldo A. Mola
DATA: 26.12.2013

TORNARE BAMBINI PER TORNARE GRANDI

Divian Commedia   Se si volesse dipingere un’allegoria dell’Italia di oggi, tenuto ben conto dei mille problemi insormontabili e dei molti problemi che ci ristagnano, si dovrebbe disegnare una maleodorante palude non priva di insidiose sabbie mobili. Forse l’unica cosa rimasta in movimento nel paese e di certo, politicamente almeno, la più vivace. Un pantano ricco, occorre dire, di parassiti da un lato e di sventurati dall’altro. Alla triste immagine, come un fulmine, mi sono balzati in mente i ricordi dei bei pensieri del Pascoli secondo cui ognuno conserva in se un fanciullo che non è cresciuto. La memoria, affacciata sulla distesa melmosa, ha preso a viaggiare tornando ai giochi di bambino di tanti anni fa, nei campi, nei boschi e nelle borgate. Quando si arrivava d’innanzi ad un fosso od un pozza fangosa si faceva la più naturale delle cose, vale a dire, si saltava.
E per saltare ci si voltava, si guardava indietro, si faceva qualche passo in quella direzione e da lì si poteva ripartire, con adeguata rincorsa ed eccellente visuale, per scoccare come piccoli emuli dei fratelli Wright oltre l’ostacolo e gioiosamente tornare a correre. Cari politicanti improduttivi, imbelli, immobili, passivamente abbandonati a vizi d’ogni sorta; incapaci di condurci fuori dalla palude; guardate dietro voi per prendere la rincorsa perché da qui non si vola. Da questo punto morto non si salta avanti. Suvvia non siate ipocriti torniamo indietro di qualche tempo per andare oltre l’ostacolo. Non abbiate paura, lasciate le mocciosaggini infantili, tornate bambini un istante per tornare grandi e prendete la rincorsa. L’Italia ne ha bisogno! Dopo settant’anni di morta gora sarebbe proprio ora di rialzare il tricolore stemmato del Risorgimento!
 Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 26.12.2013

LE ALPI: UNA COMETA PER SUPERARE IL DECLINO D’EUROPA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/12/2013

   Il declassamento dell’Europa da parte degli Stati Uniti d’America non data affatto dalla svalutazione ora decisa dall’agenzia di rating Standard & Poor’s, che declassa l’economia dell’Unione dalla tripla A ad AA. La retrocessione iniziò nel 1916-1918 quando, per reggere all’imprevisto gigantesco sforzo bellico, i Paesi dell’Intesa s’indebitarono con gli USA sino al collo. Fu anche il caso di Francia e Italia. La botta successiva venne con la seconda guerra mondiale, quando, molto prima che gli americani vi intervenissero, l’Europa aumentò enormemente la dipendenza dagli USA e mise nelle mani di Washington le chiavi di casa per i successivi decenni. Quanto accade ora è la conseguenza logico-cronologica del secolo XX: l’incapacità dei popoli europei di darsi una seria politica unitaria.
   Una data emblematica del crack dell’Europa è il Natale di settant’anni orsono. Il 20 dicembre 1943 il comandante supremo delle Forze Alleate nel Mediterraneo Dwight Eisenhower e il feldmaresciallo britannico Harold Rupert Alexander dettarono a Pietro Badoglio, capo del governo, e al generale Giovanni Messe la condotta cui l’Italia era tenuta contro i tedeschi per espiare tre anni di guerra a fianco della Germania di Hitler. Il 23 dicembre il presidente degli USA Franklin D. Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill annunciarono che Eisenhower assumeva il comando delle forze angloamericane in Europa, in lotta  per la liberazione dal nazismo ma anche per la spartizione dell’Europa continentale tra USA e URSS. L’Italia retrocesse a teatro secondario. Nel conflitto tanti gettarono valori e vita. Tanti la dettero. Tanti la tolsero. Tanti giovani, soprattutto. Com’era accaduto nel 1914-1918 e poi avvenne e avviene in molte aree del Pianeta.
Lo splendore dei principi etici affascina ma non abbacina chi constata che in gioco vi erano – come anche oggi vi sono - i rapporti di forza tra le grandi potenze, sensibili ai profitti e indifferenti agli ideali. Basti constatare, a conferma, che Unione Sovietica e Impero del Sol Levante appartenevano ad alleanze contrapposte, ma Stalin dichiarò guerra al Giappone solo dopo il lancio dell’atomica su Hiroshima, quando in Europa le armi tacevano da due mesi.
   Settant’anni orsono l’Italia era un tragico campo di battaglia tra eserciti (gli anglo-americani, con modesto ma devastante apporto di franco-marocchini da una parte, i tedeschi dall’altra), divisi su tutto tranne che nel contendersi palmo dopo palmo la “Terra dei Limoni” cantata da Wolfgang Goethe. Come già a Cassino e altrove, settant’anni addietro a Ortona i germanici si batterono casa per casa contro la 1^ Divisione canadese, impreparata a quel genere di lotta. Le fotografie documentano le rovine e le tragiche conseguenze per la popolazione civile.
Dunque fu amaro quel Natale 1943: di guerra, di sangue, di morti. L’Italia era e sarebbe rimasta a sovranità limitata, perché per compiacere Stalin, gli anglo-americani le avevano imposto la “resa senza condizioni”: la “pace cartaginese”, cioè l’annientamento. Da lì arrivano molti dei guai nei quali l’Italia annaspa, con governanti che scorrazzano all’estero da un Capo all’altro per ottenerne placet, buoni premio, sconti su debiti inestinti e futuri. Nella ridda di viaggi essi attutiscono il tintinnio del guinzaglio che ci tiene al collo ma non dicono poche parole chiare sul nodo vero: quale sovranità essi ancora hanno i cittadini?
   La “legge di stabilità”, sudario dell’Italia odierna, ha stanziato 70 milioni di euro per ricordare le vicende di settant’anni orsono: una decisione apprezzabile se quel denaro verrà utilizzato non per ripetitive celebrazioni retoriche ma per promuovere ricerche documentate e innovative, per dare spazio a voci nuove, al di là della sterile disputa sul “revisionismo” che molti, per ignoranza o malafede, liquidano come “negazionismo”. Questa sterile polemica  divampa  nei confronti dell’Acqui Storia, che in anni recenti, con la regia di Carlo Sburlati e il robusto sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presieduta da Pier Angelo Taverna,  ha superato gli steccati premiando opere di pregio quali Anatomia delle Brigate Rosse di Alessandro Orsini, Il Concilio Vaticano II di Roberto de Mattei, Vita e pensieri di Gramsci di Giuseppe Vacca, Dalla guerra fredda alla grande crisi del novantenne Ottavio Barié, accanto al Malaparte di Maurizio Serra, rappresentante dell’Italia all’Unesco, e L’ultima notte dei fratelli Cervi di Dario Fertilio promotore dei Comitates pro Libertatibus. Malgrado polemiche artificiose, nelle quali qualcuno cerca di trascinare anche figure istituzionali non debitamente informate, l’Acqui Storia mostra come contributi  di Enti e Fondazioni bancarie possano far crescere la storiografia: non “a noleggio” di ideologie o partiti, ma nel solco di Maestri quali Walter Maturi, Franco Venturi, Franco Valsecchi, Raimondo Luraghi…, che insegnarono a leggere la storia d’Italia nel quadro di quella europea e questa nell’ambito dell’universale.  E’ la grande occasione ora offerta dall’istituzione della macroregione alpina: le Alpi quale destino umano, come scrisse Paul Guichonnet, risorsa, non barriera né ostacolo. Alpi che non sono solo una fotografia dall’aereo o un tunnel senza sbocco, ma una ricchezza millenaria, una forza tellurica. Alpi come  liberazione dal secolo buio, che stiamo pagando. Lo si vede dall’indifferenza del governo centrale nei confronti di una ferrovia, la Cuneo-Nizza, fiore all’occhiello dell’ingegneria ferroviaria italiana, cometa dell’Europa che si avviava non a due guerre mondiali ma alla fratellanza tra popoli liberi e sovrani.
 Aldo A. Mola
DATA: 26.12.2013
  
IL RITORNO IN PATRIA DEL RE DEI GRECI

Costantino Grecia   Il Re Costantino di Grecia è tornato a vivere nella sua Patria dopo 46 anni di esilio londinese. L’avvenimento si ripete nella storia della Grecia moderna, passata più volte da una repubblica alla Monarchia tanto che c’è un detto popolare che ricorda come i Re di Grecia abbiano in tasca i biglietti di andata e ritorno. Il momento di grave crisi economica e politica del paese ha fatto rimpiangere a molti greci l’era monarchica. Il Re Costantino (che ricordiamo essere stato medaglia d’oro per la vela alle Olimpiadi del 1960) assieme alla moglie, la Regina Anna Maria nata Principessa di Danimarca, hanno venduto la tenuta di Londra nella quale hanno vissuto più di trent'anni e stanno cercando una dimora ad Atene. Nel frattempo risiedono nel villaggio turistico di Porto Cheli.
Il Re ha negato qualsiasi ambizione poltica che gli veniva attribuita però ha giustamente lamentato la grande disinformazione mediatica riguardante la sua figura e la sua storia.

DATA: 21.12.2013

ROMA: RIUNITO IL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE - PROGRAMMI E PROSPETTIVE FUTURE

Amedeo de Dominicis parla ai giovani del FMG   Sabato 14 dicembre 2013 si sono riuniti, presso la sede nazionale di Roma, i giovani del Fronte Monarchico Giovanile (F.M.G.) in un convegno nazionale a carattere programmatico.
Dopo il saluto del Presidente Onorario U.M.I. Sergio Boschiero, il Segretario Nazionale F.M.G. Amedeo de Dominicis ha aperto i lavori dell'incontro offrendo un quadro attento della situazione associativa.
Per una maggiore organizzazione e presenza sul territorio, visto il crescente numero delle iscrizioni, sono stati nominati alcuni responsabili provinciali per le zona dove è in crescita l'attenzione dei giovani per le attività monarchiche. Simone Balestrini per la Provincia di Milano, Edoardo Tuzi Gallo per quella di Ancona, Davide Orlando per la Provincia di Palermo.
Approvato all'unanimità, quest'anno sarà organizzato a Roma alla fine del mese di marzo un convegno di formazione del F.M.G. I preparativi saranno coordinati insieme ai responsabili di zona e i segretari provinciali.
Tra le attività proposte è stata approvata in calendario per maggio la partecipazione dei giovani del F.M.G. ad eventi sportivi su scala nazionale. Le modalità ed i dettagli saranno diffusi per il mese di febbraio.
Il Fronte Monarchico Giovanile vive un periodo di grande fermento, la situazione attuale in cui volge la nostra nazione spinge i giovani ad essere maggiormente interessati e attenti alle tematiche politiche. Per questo le attività proposte sono volte ad una maggiore vicinanza alle esigenze giovanili, anche parallelamente alla fondamentale questione istituzionale. Nel FMG partecipano liceali alle prese con gli ultimi anni dietro i banchi, universitari giocolieri in un sistema a volte troppo colpito da acerbe riforme istituzionali e giovani lavoratori con grande ambizioni imprenditoriali scoraggiati dalla conflittualità del momento, che vede da una parte disegnare scenari dove startup di giovani si approcciano al mercato e dall'altra regimi di tassazioni e complicazioni burocratiche soffocare i progetti in cantiere.
Trovando soluzioni ai desideri che rappresentano i ragazzi, si va incontro la fiducia delle giovani generazioni, costruendo così opportunità di confronto, di dialogo e di relazione. E' importante reagire alle incognite che caratterizzano le nuove generazioni, e bisogna farlo offrendo soluzioni ai problemi. Il tutto si può ottenere lavorando in squadra e remando insieme verso iniziative innovative capaci di reinventare le prospettive future.

DATA: 15.12.2013

VOTARE?  PRESTO. SI', MA SE…

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/12/2013

Aldo Alessandro Mola   Troppe elezioni, come il fumo, possono far male. Dal 1946, tra politiche, amministrative ed europee, oltre ai referendum, gl’italiani manco ricordano quante volte siano stati chiamati alle urne. Dunque, votare troppo può generare assuefazione e indifferenza, soprattutto quando il voto è disatteso dagli “eletti”, sia pure per cause di forza maggiore (com’è il caso delle “larghe” e ora “piccole intese”: riedizione dei malaticci governi Andreotti del 1976-79). Non votare, però, può fare peggio, molto peggio. Le urne sono come la valvola di sfogo di una pentola a pressione che, senza qualche sbuffo, è condannata a esplodere. Lo si voglia o no, il voto è incombente dal 4 dicembre, quando la Corte Costituzionale  ha invalidato  due cardini della legge elettorale usata dal 2006.  Troppi incitarono la Corte a lavarsi le mani del ricorso Bozzi o a rinviare la sentenza alle calende greche. E troppi ora fingono che la Corte non abbia detto nulla di giuridicamente vincolante e di politicamente rilevante. Niente affatto. Anche se sul piano formale tempus regit actum (versione nobile del “chi ha avuto ha avuto…”: concetto contrastante con l’esistenza stessa della Corte, istituita proprio contro l’accomodante “scurdammoce ’o passato”), questo Parlamento è comunque delegittimato nell’opinione pubblica, che vale più del “parere” dei costituzionalisti. Perciò tornare presto alle urne è davvero il male minore. Trastullarsi nell’attesa che la Corte depositi le motivazioni della sentenza significa discutere del sesso degli angeli mentre Maometto II entra in Costantinopoli. L’adeguamento della norma alla realtà, della forma alla sostanza non consente indugi, perché i cittadini  non sono più quelli dei tempi andati, rassegnati a subire. Oggi sono informati sui costi e sui benefici del loro rapporto con lo Stato e con le amministrazioni periferiche. Perciò esigono risposte chiare sull’impiego dell’immensa quantità di denaro drenata dal sistema fiscale al quale sono sottoposti. Il governo centrale e quelli locali tentano di addossare il collasso interno alle istituzioni europee; però i cittadini non marceranno mai su Bruxelles, né su fantomatici “poteri forti”, ma sui Palazzi a portata di mano. Sanno bene, del resto, che è stato il Parlamento ad accettare i diktat dell’Unione Europea (“Ce lo chiede l’Europa” fu il ritornello esasperante di Monti Mario, inventato senatore a vita e presidente del consiglio da Giorgio Napolitano).
   Votare presto - e bene - può dunque essere il male minore. Lo si vide all’origine della monarchia rappresentativa,  in  quel regno di Sardegna che dopo il  1848 rimase l’unico Stato costituzionale d’Italia (lo ricordiamo a beneficio dei nostalgici dei Borbone, di austriacanti e papalini). Tra il 1848  e il 1860 vi si contarono sette legislature.  In piena guerra e poi col nemico in casa, gli elettori votarono il 27 aprile 1848 e tre volte nel 1849: il 22 gennaio, il 15 luglio e il 9 dicembre.  A riportarli alla realtà  fu il Proclama di Vittorio Emanuele II (scritto dal primo ministro, Massimo d’Azeglio), che esortò i cittadini a eleggere una Camera con la testa sul collo. Il re l’ebbe vinta perché era credibile. Persa la battaglia a Novara, suo padre aveva abdicato, era andato esule a Oporto e ci era morto, cinquantunenne, di crepacuore. Vittorio Emanuele II accettò una pace severa, ma tenne  in vita lo Statuto, il Parlamento, la libertà di stampa, fondamento della riscossa liberalnazionale.  Però, per  voltar pagina con la guerra occorreva una Camera ragionevole, che approvasse il trattato di pace e imboccasse la via della ricostruzione.  Di lì l’appello agli elettori, che alle urne per la quarta volta in un anno e mezzo si schierarono con il re, per lo Stato. Quando occorre, si vota e si rivota, perché il voto è meglio dell’autoritarismo, molto meglio del regime (come si è veduto in Grecia). Il Paese ha diritto di dire la sua. Come accadde nel turbine di fine Ottocento, quando gli italiani votarono cinque volte in dieci anni (1890, 1892, 1895, 1897, 1900) per trovare finalmente stabilità nel quindicennio più prospero della storia d’Italia: l’età giolittiana.
   Ora l’Italia è a un trivio. Una prima strada è l’immobilità delle istituzioni, sentite lontane dai  cittadini, anche se non scendono in piazza. All’opposto, qualcuno propone che il governo vari la riforma elettorale per decreto-legge, lanciando un guanto di sfida al Parlamento.  O scherza o non sa quel che si dice. Neppure Mussolini riformò le leggi elettorali per decreto. Conosceva per esperienza la dialettica tra le urne e la piazza. Nel novembre 1919, in lista a Milano con Arturo Toscanini e il futurista Filippo Tommaso Marinetti, prese 5.000 voti. Rimase fuori dalla Camera. Tre anni dopo divenne capo del governo, votato dal Parlamento a stragrande maggioranza. Le leggi elettorali Acerbo-Giolitti (1923), Rocco (1928) e le seguenti (1934, 1939) furono sempre approvate dalle Camere. I disegni di legge governativi sono aria fritta senza una maggioranza compatta  (bel altra da quella che oggi sostiene Enrico Letta). I decreti legge, peggio ancora (come quest’ultimo sul finanziamento dei partiti), impegnano la firma del presidente della Repubblica e vanno approvati entro 60 giorni o decadono. Ora, coinvolgere in un disegno o decreto in materia controversa un Capo dello Stato che in otto anni ha inviato un solo (e per ora inascoltato) messaggio alle Camere, significherebbe compromettere il supremo magistrato dello Stato nelle sorti periclitanti del governo più di quanto già lo sia, con contraccolpi prevedibilmente devastanti.
 La terza via è la riforma della Costituzione, obbligatoriamente  preliminare a qualsivoglia  innovazione in materia elettorale. Se non si mette mano alla Carta, qualunque nuova legge sarà solo un cerotto sulla piaga. Prolungherà l’agonia ma non salverà la repubblica. Non si tratta di ridurre il numero dei parlamentari, ma i loro privilegi e di farli lavorare meglio e di più nelle sedi deputate; occorre abolire il bicameralismo ripetitivo vigente senza imboccare il precipizio della Camera unica: foriera di catastrofi, come la Convenzione francese del 1792, l’Assemblea dei Soviet e tutti i regimi monocamerali, che furono e sono sempre sgabello di dittature e di terrorismo politico; e mettere mano una volta per tutte alla riforma dell’ordine giudiziario.
  La terza strada  è sicuramente impervia.  Le altre due comunque portano diritti al caos. Chi volle la repubblica, la sapeva debole: il 2-3 giugno 1946 essa ottenne 12.700.00 voti su 28.0000.000 di aventi diritto, il 42%. Nacque minoritaria. Perciò i costituenti la blindarono con gli articoli 138 e 139. Volevano renderla salda. Invece la intirizzirono. La condannarono alla paralisi. Ora se ne pagano le conseguenze, perché la storia fece e fa il suo corso. Sempre più impetuoso ma chiuso in argini sempre più stretti, esso ora rischia di romperli e di dilagare chissà come e dove. Lo stallo della riforma della Carta non fa presagire nulla di buono. Perciò il ritorno alle urne potrebbe far da valvola di sfogo del malcontento crescente. Forse non risolve, ma è un antidoto a soluzioni peggiori. Tanti ricordano che alla minaccia di Pietro Nenni, “La repubblica o il caos”, molti risposero che avremmo avuto “la repubblica e il caos”. Ora ci siamo…
 Aldo A. Mola
DATA: 15.12.2013

LA FINTA IMPARZIALITA’ DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. BISOGNO DI MONARCHIA

   Nell’articolo apparso sul Corriere della Sera di sabato 14 dicembre dal titolo “Sentenza sul Porcellum il cataclisma che non c’è” (pag. 57), l’autore del corsivo Piero Ostellino afferma che la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha reso incostituzionale l’attuale legge elettorale non produrrebbe effetti retroattivi (tempus facit factum) sulle attuali istituzioni repubblicane, e che di conseguenza sia l’elezione del presidente della repubblica che del Parlamento in carica e dei dieci membri della Corte stessa sarebbero tutti pienamente legittimi. Fermo restando i dubbi su quanto affermato da Piero Ostellino, sembrerebbe condivisibile invece il giudizio politico che ne da della vicenda lo scrittore torinese. Secondo Ostellino il fatto che il presidente della repubblica sostenga la piena legittimità degli organi eletti con legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte avrebbe un risvolto anche in ambito politico, d’altro canto anche la sentenza stessa della Corte è destinata ad incidere nella sfera politica del nostro Paese. Entrambi i giudizi (orale quello di Napolitano e scritto quello della Corte) andrebbero a garanzia, sia giuridica, sia politica, dei nostri cittadini. A mio avviso la finta imparzialità del presidente Napolitano palesatasi con le sue esternazioni sulla vicenda, sta nel fatto che egli voglia farci credere che la sentenza della Corte sia questione solo di legittimità e non anche politica. Come ricorda molto bene Ostellino, il presidente Napolitano essendo stato eletto da una parte politica non può essere al di sopra delle parti, le sue esternazioni tendono inevitabilmente ad avvantaggiare quella parte politica che ha contribuito alla sua elezione e, nel caso in questione, egli tenderà a conservare l’attuale quadro politico che vede l’odierno capo del Governo Enrico Letta espressione dei suoi voleri (ed è proprio per questo che Napolitano sostiene che sia irrilevante la sentenza della Corte sulla illegittimità del Porcellum e di conseguenza esclude elezioni anticipate). Quello che suscita più perplessità sull’analisi  fatta dall’editorialista del Corriere della Sera  è invece quello che egli pensi sia normale che un capo di Stato sia imparziale, sia cioè nella logica delle cose che un Presidente assecondi chi lo avrebbe votato e dimentichi le esigenze di chi non lo avrebbe fatto. Verrebbe da chiedersi se Ostellino sia consapevole del fatto che la paralisi politica di cui è vittima l’Italia nell’attuale momento storico è per buona parte dovuta oltre che ad una pessima classe dirigente, anche dal fatto che non esiste più (dai tempi della Monarchia) una figura istituzionale di garanzia che si erga al di sopra delle parti e che funga da arbitro nella contesa politica  fungendo allo stesso tempo da regolatore tra i poteri dello Stato. Se l’arbitro, come accade oggi, si trasforma in un giocatore  di una delle due squadre in campo, quale attendibilità potrà avere il risultato finale della partita? Solo il ritorno ad una Monarchia costituzionale potrà ristabilire gli equilibri tra i poteri dello Stato e mettere fine ad un cinquantennio di conflitti istituzionali striscianti. Solo un Re liberatore potrà essere il vero arbitro della partita politica, proprio perché non eletto da una parte o dall’altra.  
Roberto Carotti Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 15.12.2013

CAMPAGNA TESSERAMENTO 2014

Tessera U.M.I. 2014Si è ufficialmente aperta la Campagna tesseramento U.M.I. per l'anno 2014.
Sulla tessera del nuovo anno si è scelto di rielaborare il manifesto del Congresso U.M.I. del 1976 in cui venivano elencate le Monarchie regnanti in Europa. I nomi delle dieci nazioni coronate sovrastano uno sfondo damascato blu e una cartina geografica stilizzata della zona euro. Nel retro della tessera, con lo stesso carattere, ci si chiede "e l'Italia cosa aspetta?". Una speranza per il futuro in un contesto dove l'istituzione Europa privilegia i poteri economici e non considera l'Europa delle Patrie. L'U.M.I. ha un carattere europeo unicamente in un contesto di valorizzazione degli stati nazionali e contesterà sempre l'Europa delle banche e delle lobby.
    La tessera è stata disegnata dall'Architetto Attlio Armone, come omaggio alla nostra associazione.

   Per iscriversi all'U.M.I. basta compilare il modulo d'iscrizione che potete scaricare su questo sito ed inviarlo via posta, fax o e-mail, assieme all'attestazione di versamento della quota, alla nostra Sede nazionale:

Unione Monarchica Italiana, via Riccardo Grazioli Lante 15/A
00195 ROMA
e-mail:
e-mail
fax: 06.3720337

Quota base di iscrizione annuale
30,00 € per Socio Ordinario
(pari a 2,5 € al mese)

Quota base di iscrizione annuale
150,00 € per Socio Sostenitore
(pari a 12,5 € al mese)


Per versare la quota d'iscrizione (valida per l'anno solare) è possibile inviare un assegno non trasferibile intestato ad Unione Monarchica Italiana

oppure effettuate un bonifico bancario intestato a

UMI - UNIONE MONARCHICA ITALIANA
c/o BANCA UNICREDIT  - agenzia Roma CAFFARO (00741)
IT 42 K 02008 05226 000400524502
(per l'estero: Codice BIC Swift UNCRITM1741)

Invieremo a casa la Vostra tessera (formato carta di credito) e provederemo a mettervi in contatto con la struttura U.M.I. più vicina.



 
DATA: 09.12.2013

ANCORA NEBBIA A MONTELUNGO

Battaglia di Montelungo   Era singolare il fatto che il Primo Raggruppamento Motorizzato del Corpo Italiano di Liberazione fosse stato, almeno in parte, chiamato a partecipare allo sfondamento della Linea del Volturno. Perché se con quell'eroica alzata di capo, con le uniformi logore e spesso privi di tutto, i soldati italiani fedeli al Re avevano quasi rinnovato lo spirito Risorgimentale si faceva curioso che tornassero in combattimento proprio vicino a quel Volturno che aveva visto combattersi soldati borbonici e garibaldini meno di un secolo prima. La mattina dell’8 dicembre iniziò l’attacco a Montelungo. Fanti e Bersaglieri avanzavano lentamente avvolti da una nebbia grigia ed umidiccia, tale da posare piccole gocce sulle uniformi già vissute e logore, che tuttavia presto li lasciò spazzata via da un imprevisto vento “collaborazionista”. Furono giorni infernali ma con lotta accanita il tricolore stemmato tornò a sventolare in cima quando i tedeschi furono costretti a ripiegare. Poco contò la reale importanza strategica dell’azione poiché ciò che animò i cuori fu il fatto palese: Gli Italiani lottavano contro l’invasore di sempre, gli Italiani lottavano per la propria libertà e la civiltà e soprattutto gli Italiani erano tornati protagonisti del loro avvenire! Oggi prende un briciolo di tristezza se ci si pensa. La Germania, e non solo lei, ci tiene d’assedio con armi micidiali più di quelle di Von Braun e tutte dai nomi buffi ma inquietanti: economia, moneta unica, spread, differenziali e così via. Dall’America non arrivano soldati in aiuto ma le bocciature delle agenzie di raiting. Ma la cosa che più mette amarezza è l’attendismo con cui tutto rimane così com’è. Quando gli Italiani ritroveranno un vero senso di orgoglio nazionale e scatteranno bersaglierescamente come a Montelungo? Forse quando verrà, o tornerà, un vero Padre della Patria credibile agli occhi della gente sfiancata da anni di malapolitica. Ciò che oggi come oggi davvero ci manca per innalzare di nuovo, con coraggio, il tricolore. Intanto a Montelungo si aspetta che torni il sole ed una bandiera cui guardare con speranza.  Montelungo è tutta Italia; tristemente avvolti, ancora, dalla nebbia.
 Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 09.12.2013

PIU’ EUROPA DEI POPOLI PER L’ITALIA DEGLI ITALIANI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/12/2013
 
      L’Italia è “sciapa e infelice” secondo il Rapporto annuale dell’autorevole Censis. A farla crollare di schianto può bastare la degenerazione di uno dei blocchi di autotrasportatori dilaganti da questa sera: focolai pre-insurrezionali che costringono lo Stato alla militarizzazione del territorio nazionale, a cominciare dall’intera Sicilia, terra di moti incendiari (1820,1848, 1860, 1862, 1893-94…,) sino a quando gli anglo-americani la scelsero per l’“Operazione Husky”, che nel luglio1943 in un mese rovesciò il regime e collassò le Forze Armate: obiettivi irraggiungibili con uno sbarco in Sardegna o Campania. “L’Italia è a tocchi” disse Vittorio Emanuele III a Mussolini quando il pomeriggio del 25 luglio 1943 gli impose le dimissioni da capo del governo. Ma oggi chi è in grado di impartire ordini perentori? Da troppi anni politici e dirigenti si guardano a capo chino le punte delle scarpe invece di mirare a una meta superiore. Così l’Italia è stata condotta sull’orlo dell’abisso: “Una Repubblica senza patria”, come sintetizzano Vittorio Feltri, già direttore di ”Il Giornale”, e Gennaro Sangiuliano, vicedirettore di Rai 1, nel saggio edito da Mondadori (*).  
  Per risalire la china dalla periferia della storia a un nuovo protagonismo, dalla sfiducia alla volontà, l’Italia deve liberarsi dal tarlo del particolarismo e riscoprirsi Europa, quale fu ed  è: ben inteso, non l’Europa artificiosa dei Bottegoni di Bruxelles, Strasburgo, Francoforte, ma quella dei Popoli. Oggi il Paese è intorpidito dal complesso di inferiorità che nasce dall’ignoranza della storia propria e di quelle del Continente (che va dall’Atlantico a Vladivostok) e del pianeta. Vale d’esempio il dibattito sulla legge elettorale. Anziché cercare al proprio interno quale modello oggi meglio convenga all’Italia, sulla base della sua realtà effettiva e del suo passato recente e remoto, ci si domanda se sia meglio adottarvi il francese o il tedesco, lo spagnolo o chissà quale altro. Così da risorsa l’Europa diviene paravento per giochi esotici.
   L’Italia soffre di un deficit di coscienza di sé non perché sia soggiogata dall’Europa ma, all’opposto, perché non ricorda di essere essa stessa maestra di europeismo. Dimentica del proprio passato, di essere stata “donna di province” (Dante, Purgatorio, VI, 78), cioè dominatrice di terre, e forte di un’idea imperiale, è  ridotta a “bordello”, lacerata e succuba di altri. Senza evocare Augusto o il re dei Franchi, Carlo, che per essere imperatore andò a farsi incoronare a Roma, basta ricordare che persino nei secoli delle egemonie straniere, fra il Trecento e il Settecento, gli italiani non si rassegnarono a fare da ristoratori e da camerieri agli stranieri in transito, ma  ascesero ai vertici dei sistemi politici, diplomatici, militari delle massime potenze. Oggi invece il Paese, solo nominalmente sovrano, è dilaniato dal devastante conflitto tra Poteri e dalla moltiplicazione delle giurisdizioni. “Tot capita, tot sententiae”, “tante teste, tanti (discordi) pareri”, come si vede dalle contrastanti dichiarazioni dei costituzionalisti sulle conseguenze giuridiche (e politiche) della pronuncia della Consulta sulla legge elettorale vigente. La Babele nel Tempio del Diritto.
  L’Italia odierna, non “mura ed archi” ma cartongesso, vive i sussulti estremi della lacerazione apertavi  cent’anni orsono dallo scontro tra neutralisti e interventisti. Dinnanzi alla guerra tra i blocchi delle grandi potenze europee, invece di cercare l’unità in nome del superiore interesse nazionale, partiti e gruppi di interesse si divisero. Riesplose la contrapposizione dei secoli andati, quando principi e signori erano o per la Francia o per la Spagna (qualcuno persino per i turchi). Da lì il veleno che ha intossicato un secolo di vita pubblica e privata e spinto all’indietro le lancette della storia: dall’unità al particolarismo, come denunciano Feltri e Sangiuliano. In quella voragine proliferarono partiti e sindacati spacciati quali unici soggetti della vita politica ed economica. Come camaleonti, i partiti zampettano nel sottobosco del Paese per cibarsi di pubblico denaro e di benefici, poi si arrampicano sul tronco del Parlamento europeo; e lì cambiano colore, ma  la loro lingua è sempre quella: lanciata a caccia di insetti, la cui identità assorbono divenendo, quali sono, parassiti. E’ la metamorfosi del sistema politico italiano dal crollo del regime a oggi. Anziché un’epoca di Liberazione la guerra civile del 1943-1945 aprì decenni di asservimento ai blocchi e di conflitti  interni. Non ne sono nati Stati separati solo perché una medesima corteccia istituzionale, la Repubblica, ha mascherato la coesistenza di  paesi diversi: il governo  centrale (che via via ha abdicato alla sovranità effettiva), le regioni a statuto speciale (trivelle delle risorse nazionali) e le “regioni rosse”, che hanno fatto politica estera  a sé sulla base di un proprio assetto economico e bancario. Così lacerata, l’Italia si è condannata alla decomposizione.
   Per risalire la china occorre più Europa, quell’Europa dei popoli che non è contro ma dentro la storia degli italiani. Essi anche oggi contano decine di migliaia di giovani con una laurea conseguita all’estero o che da anni, padroni di due-tre lingue oltra alla propria, lavorano in posizioni di prestigio all’estero, né vergognosi né intimiditi dalla loro matrice italica.
   Le cose da fare sono chiarissime: restituire dignità e credibilità alle istituzioni con la riforma della Costituzione, ormai palesemente inadeguata alle urgenze del Paese; restituire la sovranità ai cittadini-elettori, stufi di vedersi posporre a immigrati e clandestini; eleggere al Parlamento europeo il meglio della nostra classe dirigente, se ancora ne abbiamo una. Qualcuno sostiene (o spera) che non sia in gioco lo Stato in sé ma solo questa forma di repubblica, incapace di autorigenerazione. Ci auguriamo  di avere torto, ma, “a tocchi” com’è, l’Italia rischia di crollare di schianto per un  accidente imprevisto. Una scintilla può generare un incendio inarrestabile. Meglio averne coscienza e correre ai ripari. Come il guerriero ironicamente cantato da Ludovico Ariosto, “che andava combattendo ed era morto”, la vecchia politica discetta inconcludentemente sui colori da dare alla casa mentre i muri cadono. Tra un (inutile) consulto e l’altro, quella vecchia politica non si avvede che il paziente-Italia può decidere si risollevarsi da sé e darsi il governo  che il Parlamento non gli sa dare.
  Aldo A. Mola
(*) Il saggio di Feltri e Sangiuliano è stato presentato a conclusione della 46^ edizione del Premio Acqui Storia  su iniziativa del Rotary Club di Acqui. Un evento dal quale si traggono alcune constatazioni: la vita culturale delle cittadine non è affatto “provinciale”; l’Italia abbonda di circoli internazionali (Rotary, Lions, e, perché no?, logge massoniche); il pubblico affolla i dibattiti, partecipa. Gli italiani non sono affatto rassegnati. Però sono stufi di rappresentanti inadeguati, votati obtorto collo in assenza di alternative e in forza di una legge ora dichiarata incostituzionale. 
DATA: 07.12.2013
 
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO PER SUPERARE IL CAOS:
RESTITUIRE DIGNITA’ ALLE ISTITUZIONI E SOVRANITA’ AI CITTADINI


Aldo Mola   La Consulta dei Senatori del Regno prende atto del drammatico punto di arrivo della crisi, che da decenni  ha corroso dall’interno la Repubblica per il conflitto tra Poteri e tra Poteri e l’Ordine giudiziario; per la moltiplicazione delle giurisdizioni (Stato, Regioni e rispettivi tribunali); per la divaricazione ormai palese e sanzionata dalla Corte Costituzionale tra parlamentari ed elettori.        
  
  Urge restituire credibilità e  dignità alle istituzioni e sovranità ai cittadini.
     
  La Consulta mette in guardia dal ricorso a scorciatoie quali l’arroccamento attorno al protagonismo  del capo dello Stato, che invero non appare garante super partes ma espressione di alcuni settori partitici autoreferenziali; l’emanazione di decreti governativi in materia elettorale (colpo di mano inammissibile sic stantibus rebus); l’introduzione surrettizia del semipresidenzialismo (un vero e proprio colpo di Stato).
   La Consulta dà voce al profondo disagio dei cittadini, ai cui occhi – al di là di ogni argomentazione di diritto – le istituzioni oggi risultano delegittimate: un fatto politico dalle ripercussioni storiche imprevedibili.
  La forma repubblicana precipita verso il tramonto. La Consulta auspica che nel suo inarrestabile declino essa non travolga il poco che rimane dello Stato di diritto.
 
  La Consulta deplora che l’abbozzo di riforma delle istituzioni sia stato affidato a una Commissione di saggi con totale esclusione di espressioni della cultura giuridica e politica dell’Italia monarchica costituzionale: forma di Stato oggi vigente in una decina di Paesi dell’Unione Europea e del tutto compatibile con l’Italia odierna.
   La Consulta ricorda infine che tra il 1848 e il 1913, dall’età di Carlo Alberto a quella di Vittorio Emanuele III e Giovanni Giolitti, il collegio uninominale a doppio turno propiziò la formazione della miglior classe politica della storia d’Italia, corroborata dal Senato regio, composto dai rappresentanti della forze vive del Paese. La Consulta ritiene che solo il ritorno immediato a quel modello può (forse) restituire ai cittadini interesse per la partecipazione al voto e ridare forza e vigore alla vita pubblica.
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Roma, 5 dicembre 2013


DATA: 03.12.2013

L’INTERVENTO DI ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE

L’INTERVENTO DI ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALESi è tenuto sabato 30 novembre 2013, presso la sala Risorgimento dell’Hotel Massimo d’Azeglio di Roma, il congresso dei Liberal-nazionali sul tema “Fare una destra per la nazione italiana”. L’iniziativa, promossa dal Sen. Giuseppe Basini e da Paolo Sardos Albertini, ha voluto far sentire la voce dei liberali di destra in un momento di crisi politica profonda. Si è focalizzato molto interesse per l’evento, infatti nell’arco della giornata si sono alternati gli interventi di molti esponenti delle istituzioni e del mondo della politica, da Giorgia Meloni a Rocco Buttiglione, da  Stefano De Luca ad Adolfo Urso. L’Unione Monarchica Italiana era presente tra il pubblico con le sue più alte cariche ed il Presidente nazionale Alessandro Sacchi ha portato il saluto al Congresso con un intervento di analisi dell’attuale situazione istituzionale che richiede necessariamente una sostanziale riforma. Tra gli interventi ricordiamo quello dell’Arch. Gabriele Pagliuzzi che ha parlato del futuro dei liberali in Italia e quello del Conte Nicolò Sella di Monteluce.
Per l’Unione Monarchica, oltre a Sacchi, Boschiero e Colombo, hanno presenziato i Consiglieri nazionali Carotti (Ancona) e Mella (Torino) e Ardagna dell’U.M.I. trapanese.
L'evento è stato trasmesso in diretta da Radio Radicale.
L’INTERVENTO DI GIUSEPPE BASINI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
L'intervento di Giuseppe Basini

L’INTERVENTO DI ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
L'intervento di Alessandro Sacchi

GIORGIA MELONI E ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
Alessandro Sacchi parla con Giorgia Meloni

ROCCO BUTTIGLIONE E ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
Il Presidente dell'U.M.I. con Rocco Buttiglione


DATA: 03.12.2013
 
IN ATTESA DELLA CORTE COSTITUZIONALE “TUTTI GIU’ PER TERRA?”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/12/2013
 
La Corte Costituzionale    Tre dicembre 2013. Vigilia di Santa Barbara. Un altro giorno da segnare nigro lapillo, in nero. “Tutti giù per terra?”. Dopo lunga ruminazione, fra tre giorni la Corte Costituzionale si pronuncia sul ricorso di un cittadino (quisque de populo) che chiede venga invalidata la legge elettorale vigente, definita “una porcata” da Roberto Calderoli, suo padre putativo, perché gliela cambiarono in corso d’opera.  
  L’Italia è un Paese strano. Dal crinale alpino a Capo Passero la vita vi scorre malgrado governi e malgoverno. La popolazione provvede a se stessa. Si barcamena. Un tempo lo Stato si faceva vivo solo con l’esattore delle tasse e la cartolina precetto. Adesso il sacro dovere del cittadino di difendere la Patria è stato messo in soffitta. Le tasse invece no. Ci sono, molte più di prima, anzi; e senza che se ne veda il ritorno. Dal 1848 la Nuova Italia ha condotto eroiche battaglie per abolire  gli ordini ecclesiastici “contemplativi”; oggi mantiene una miriade di pubblici impiegati parassitari, un esercito di esattori e di autovelox per ripianare i debiti di amministrazioni spendaccione. Confiscò i beni ecclesiastici in nome del progresso e ora si svena con la cassa integrazione, ordinaria, speciale  e in deroga,  mille altri sperperi e promette un obolo a cittadini incentivati a non far niente.
  Ma il tre dicembre forse lo Stato annienta se stesso, mentre il procuratore generale della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis,  prospetta la nullità di tutte le leggi  sul finanziamento pubblico ai partiti emanate dopo il 1997. Se la Corte Costituzionale sentenzia che la legge elettorale vigente è “illegittima”, lo sono anche le Camere e lo è pure il presidente della repubblica, votato da un parlamento abusivo. Vien da dire: “E’ la legge, bellezza!”. In effetti, è così. Da decenni il vuoto della “politica” è stato colmato da un Ordine, la magistratura, che giorno dopo giorno è divenuta  Potere, dinnanzi al quale l’Esecutivo e il Legislativo, gravati da avvisi di garanzia, rinvii a giudizio, condanne, si sono inchinati: proni, supini. Il declino dura da decenni. Alla radice non vi fu Tangentopoli. Vi fu la criminalizzazione, a freddo, della Loggia Propaganda Massonica n.2 (la P2): indiziata di attentato alla Costituzione (1981) e sciolta dal Parlamento (1982), anche se poi assolta dall’imputazione di cospirazione, ma solo nel 1994, quando la frittata era bruciata da tempo. La Commissione d’inchiesta, che si condusse da Tribunale Speciale, screditò  i partiti che avevano esponenti nella loggia demonizzata: liberali, socialdemocratici, socialisti, repubblicani, democristiani “occidentali” e la Destra non eversiva. Lì si ruppe l’equilibrio dei Poteri. 
  Da allora Legislativo ed Esecutivo, travolti dai marosi, non hanno più varato alcuna riforma memorabile. E oggi annaspano. Basti constatare che, a pochi mesi dalla loro scadenza, non si sa se i Consigli  provinciali saranno rieletti o meno, né quale ordinamento avranno i consigli dei piccoli Comuni. Così governo e parlamento distruggono alla radice l’interesse dei cittadini per la vita politica, che ha radici nell’amministrazione locale: i sindaci e i presidenti delle Province, eletti con metodo maggioritario. A spezzare il filo un tempo tenace tra cittadini e istituzioni non sono solo la criminalità organizzata, i clandestini santificati come “profughi” (un falso linguistico che copre una menzogna ideologica), né chi, francescanamente, allo Stato  (che dovrebbe essere legge erga e super omnes) antepone l’ assemblea dei credenti. A recidere quel legame nato con l’Italia di Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi sono il governo con provvedimenti arruffati (la tassazione sulle proprietà è solo uno dei tanti esempi lampanti) e un parlamento che passerà alla storia per aver espulso un proprio membro ratificando una sentenza con efficacia retroattiva: un calcio alla civiltà giuridica, come in Italia accadde solo nei mesi nefasti dell’ “epurazione”, in molti casi attuata da chi cambiò il colore della camicia ma non quello della toga. Funesto. Un caso esemplare? Ettore Casati fu presidente di sezione della Corte di Cassazione con Mussolini e ministro della Giustizia nel governo Badoglio.
Tre dicembre, dunque…Vigilia di Santa Barbara. La Corte Costituzionale potrebbe decidere: “Tutti giù per terra”. Ma rialzarsi non sarebbe un gioco da bambini...


Aldo A. Mola

DATA: 17.11.2013

L’AUTUNNO DI MONTPELLIER

Regina ElenaEra un giorno piovoso, grigio come solo gli autunni europei sanno essere, quasi cupo ostinatamente melanconico. Il cielo palesava la sua tristezza e si faceva partecipativo sopra Montpellier mentre un corteo di persone lentamente, mestamente, percorreva i viali. Tra quelle persone dagli occhi lucidi due Re in esilio, Umberto e Farouk, la Regina Maria Josè, esponenti della nobilità ma soprattutto la gente comune. Italiani e francesi in coda avvolti in vecchi cappotti per proteggersi dal freddo spinoso che non ne minò il desiderio di partecipazione. Esserci per dire che a quella brava madre, quella brava nonna, quella donna generosa e buona loro avevano voluto bene. Poco importava se spendeva le sue poche sostanze per fare del bene, poco importava se il suo corpo addormentato andava a riposare nella tomba di famiglia del suo medico perché sgradito in Patria, poco contava se quella cara e dolce signora era stata la Regina d’Italia. Lei che aveva saputo intenerire il cuore introverso e forte di Re Vittorio Emanuele III, lei che ne aveva seguito la difficile vita fino all’esilio egiziano per la popolazione lei era l’icona della bontà. Anche per tanta gente che in Italia non la dimenticò. Per Guareschi che le dedicò una novella, per i messinesi che le eressero un monumento e per tanti italiani che piansero il 28 novembre 1952 quando Elena si spense sconfitta da un male incurabile. Quella terra che da lei ebbe solo amore, nel 2013 quasi 2014, ancora non ha saputo nemmeno riportarla a casa. Mentre il Vescovo di Montpellier ne ha richiesto la canonizzazione l’Italia dimentica, finge di non vedere. È incredibile come nel mondo d’oggi anche i cuori buoni possano fare paura ai padroni del vapore.
 Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 19.11.2013
 
FILIBERTO DI SAVOIA-GENOVA, “CONTE REGNANTE DI NIZZA”

Filiberto di Savoia-Genova      Il principe Filiberto era il secondogenito di Tommaso di Savoia, secondo Duca di Genova e di Isabella di Baviera.
   Il ramo cadetto dei Savoia-Genova inizia con Ferdinando, primo Duca di Genova e secondo figlio di Carlo Alberto, protagonista della Prima Guerra d' Indipendenza (Torino gli ha dedicato uno splendido monumento equestre in bronzo) ed eletto Re di Sicilia col nome di Amedeo Alberto I dal Parlamento siciliano. Carica cui rinunciò per non lasciare il fronte di guerra.
   Filiberto nacque a Torino nel 1895 e fu insignito dal re Umberto I del titolo di Duca di Pistoia. L'attribuzione di titoli nobiliari riferentisi a città: Bergamo, Ancona, Udine, Pistoia, Salemi, Spoleto, ecc. (ma anche a regioni: Abruzzi, Puglie, ecc.), voleva dimostrare l'attenzione e la cura della Dinastia nazionale verso le varie città (e regioni) d'Italia.
   Come tutti i Savoia, dinastia guerriera, Filiberto intraprese la carriera militare e da questa trasse il piglio e il comportamento rigido e militaresco, non certo debole(1), come era quello del fratello Adalberto, Duca di Bergamo, data la loro professione, del quale ho già trattato, e quali io li ho conosciuti di persona.
   Durante la Grande Guerra il Duca di Pistoia fu nel Nizza Cavalleria. Poi comandante del 232° Reggimento di fanteria e quindi della 11.ma Brigata Brennero.
   Combatté in Etiopia e la sua Divisione issò per prima la bandiera italiana sull'Amba Aradan, medaglia d'argento al V.M. Comandante generale delle truppe alpine, passò poi alla Settima Armata.
   Nel 1928 sposò la principessa Lidia d'Arenberg appartenente ad una grande famiglia nobiliare belga. Dal matrimonio non nacquero figli. Lidia stringerà poi una cordiale amicizia con la futura regina Maria José e rimarrà sempre legata ai Savoia. La conobbi a Montpellier in occasione di un omaggio, per l'anniversario della morte, alla tomba della regina Elena là tuttora sepolta. La Duchessa di Pistoia fu donna riservata e di alto sentire, come mi confermò anche la famosa danzatrice classica Emanuela Dell'Orto.
   Nell'immediato Primo Dopoguerra la coppia prese residenza a Bolzano. Si voleva con quest'atto rendere omaggio alla città da ultimo unita al Regno, non certo conferire una “patente d'italianità”, come afferma scioccamente il sito “Bolzano scomparsa”. Con la presenza di un Savoia si esternava la premura e l'attenzione della Corona verso la cittadinanza. La presenza di due membri della Casa regnante costituiva il simbolo della considerazione per la città alpina da parte della Dinastia.
   Come è noto, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia occupò subito Mentone e successivamente, nel 1942, anche Nizza.
   Negli ambienti del Ministero degli Esteri si progettava di restaurare l'antica Contea di Nizza che appartenne ai Savoia dal 1388 al 1860, quando venne ceduta a Napoleone III quale compenso per l'aiuto della Francia nella Seconda Guerra d'Indipendenza.
   E' bene ricordare che la Città non aveva mai appartenuto alla Francia e che essa non era all'epoca (1860) così francese come si volle  far credere per giustificare la cessione e sedare le proteste. Nizza e la sua Contea, caso mai, avevano una origine occitana e il suo dialetto si rifaceva e si rifà, all'occitano, al piemontese e al ligure. Insomma la Contea aveva una sua particolarità, tanto è vero che tutt'oggi esiste a Nizza un vivace partito autonomista-indipendentista.
   Nizza aveva anche un'anima italianissima che in parte sopravviveva ancora nel 1942, malgrado la dura e crudele persecuzione dell'italianità effettuata dai governi francesi dopo il 1860. Di sentimenti italiani e sabaudi non erano solo gli italofoni, ma anche molti francofoni, basti citare la celebre poetessa e scrittrice in francese Agata Sofia Sassernò (2).
   Insomma, aveva una valida base storica, culturale e linguistica il progetto di costituire questo Stato cuscinetto fra Italia e Francia, non era una fantasia del Fascismo o un crimine, come lo si volle poi rappresentare da storici antifascisti in servizio permanente effettivo (3). L'intera Famiglia Garibaldi , in primis, la figlia ultimogenita del Grande, Clelia, aveva accolto con entusiasmo la rivendicazione di Nizza.
   A capo della restaurata Contea di Nizza avrebbe dovuto essere nominato, quale Conte regnante, proprio il nostro Filiberto di Savoia-Genova. Si faceva il suo nome per motivi dinastici: Amedeo e Aimone di Savoia-Aosta erano già impegnati (diciamo così) l'uno come Viceré d'Etiopia e l'altro come Re di Croazia. L'allora Duca di Genova, Ferdinando (capo del secondo ramo cadetto), era ormai anziano e dopo di lui succedeva Pistoia. Sua moglie inoltre, Lidia D'Arenberg, era belga e quindi originaria di uno Stato bilingue (francese e fiammingo) e aveva lungamente soggiornato sulla Costa Azzurra dove possedeva una villa e dove era conosciuta e stimata (4). Sarebbe stata ovvia tale scelta da parte del Re e Imperatore.
   La restaurata Contea avrebbe dovuto comprendere anche Roccabruna e Mentone, cedute anch'esse     nel 1861, cedute irresponsabilmente in quanto non facevano parte dell'antica Contea e quindi non rientravano nei patti di Plombières, e così pure comprendere il Principato di Monaco in quanto, in violazione dell'asserita neutralità del Principato, il principe Ranieri militava in Africa con le truppe golliste, nostre nemiche.
   L'8 Settembre era però alle porte con il collasso dell'Italia. Il progetto non ebbe neppure il tempo di essere ulteriormente approfondito.
   Dopo la nascita della Repubblica il Duca di Pistoia si ritirò in Svizzera con la moglie che aveva una proprietà a Losanna. Quindi si trasferì a Torino presso il fratello minore Adalberto e qui vissero modestamente, con riserbo e semplicità in un albergo di fronte alla stazione di Porta Nuova. Li si incontrava frequentemente passeggiare sotto i portici rispondendo cortesemente al saluto di tutti.
   Filiberto, morto il fratello maggiore Ferdinando, ereditò il titolo di Duca di Genova; poi, mancato anche Adalberto, alla morte di Lidia, tornò a Losanna dove morì all'età di 95 anni. E' sepolto a Superga.
Giulio Vignoli
(1) Come afferma chi non li mai visti.
(2) G. Vignoli, Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo (e di Briga e di Tenda e del Principato di Monaco), Sette Colori editore, Lamezia Terme, 2011.
(3) Si veda per tutti Romain Rainero, insignito ovviamente della Legion d'Onore...
(4) G. Frediani, La pace separata di Ciano, Bonacci editore, Roma, 1990, p. 135.

DATA: 23.11.2013

BBC HISTORY: PROCESSO A VITTORIO EMANUELE III

BBC HISTORY DICEMBRE 2013
Nella rivista BBC HISTORY di dicembre (n° 32, euro 3,90), da oggi in edicola, nelle pagine 46 e 47 si tiene un "processo" a Vittorio Emanuele III dove deputato alla difesa c'è il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo Mola e come accusatore il Prof. Aldo G. Ricci. Il processo fa da cornice ad un articolo di Osvaldo Baldacci in cui, tra i vari aspetti, viene anche evidenziato quello dell'annosa questione della salma che riposa ad Alessandria d'Egitto, mentre il Pantheon di Roma la attende.
DATA: 19.11.2013

A PESCHIERA NON C’E’ PIU’ NESSUNO

Convegno di PeschieraEra l’8 Novembre 1917 ed a Peschiera si riunivano i rappresentanti delle principali potenze alleate dopo il disastroso colpo subito dall’Italia a Caporetto. Quasi come se si volesse punire lo scolaro impreparato, quasi come se si volesse puntare il dito sul debole sconfitto. La baldanza di chi vedeva, già allora, nell’Italia ferita uno zimbello da denigrare fu presto piegata dalla ferma posizione di quel Re spesso chiamato ingiustamente “piccolo” ma dalla statura morale di un gigante. Vittorio Emanuele III non fece piagnistei, non si lamentò ma si limitò a spiegare il perché di quel dramma e difese con energia i “suoi” soldati le cui pene non mancò di rammentare ai diplomatici presenti, difese la popolazione e le donne d’Italia su cui gravava ugualmente il peso di quel conflitto e si guadagnò, pugnando da leone, il rispetto di inglesi, francesi ed americani rivendicando unl ruolo chiave per la sua Patria. Oggi, a distanza di quasi un secolo, cresce la melanconia a pensare che nessuna voce si leva alta e ferma per difendere gli italiani impoveriti, affamati e disperati dalle ingerenze straniere. I tedeschi non sono più quelli di Rommel che presero Longarone ma sono quelli delle banche, dell’Eurozona e dei capitali. Non sono nelle trincee ma sono in caldi e lussuosi uffici. E non sono certi gli unici perché l’Europa del denaro che controlla il continente ed impone condizioni è ormai multinazionale. Le nuove armi non sono più moschetti, cannoni e mitragliatrici ma trattati, titoli, coefficienti, valori, indici, percentuali e numeri. Chi ci difenderà a gran voce da queste invasioni? Da questi strappi alle sovranità dei popoli? Chi avrà mai la forza morale ed etica per fermare l’occupazione, non militare ma finanziaria, che strozza il paese? Di certo non i figli, immeritevoli per lo più, della casta politica postbellica troppo impegnati ad arraffare vitalizi e diarie. Ecco il dramma del 2013 è semplice: a Peschiera non è rimasto più nessuno! Soprattutto ne lì ne a Roma c’è più un vero “padre della Patria” ad alzare la voce e dire forte: Ora basta!
 Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 19.11.2013
  
REDIPUGLIA, 4 NOVEMBRE: SVENTOLA IL TRICOLORE DELLA PATRIA

REDIPUGLIA, 4 NOVEMBRE: SVENTOLA IL TRICOLORE DELLA PATRIA
Una folta delegazione di monarchici friulani ha reso omaggio, lo scorso 4 novembre, al Sacrario di Redipuglia dedicato ai seicentomila caduti della Grande Guerra Vittoriosa. La numerosa delegazione, preceduta dalle Bandiere della Patria, era guidata da Ernesto Fantini e da Umberto Vittorio Tripodi. Con questo gesto simbolico l’U.M.I. ha dato il via alle celebrazioni della Grande Guerra Mondiale che coronò il Risorgimento nazionale.
REDIPUGLIA, 4 NOVEMBRE: SVENTOLA IL TRICOLORE DELLA PATRIA
DATA: 19.11.2013
 
LA TRAGEDIA DI UGO CAVALLERO “SUICIDATO” DA KESSELRING

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17/11/2013
 
Ugo Cavallero  Ugo Cavallero: un italiano che non si piegò  quando Hitler decideva chi in Italia potesse ancora vivere e chi no. Nel 70° della sua tragica fine, è stato ignorato. Ancora troppo scomodo per tutti. Quando due anni orsono la sua città decise di ricordarlo, insorse la solita  associazione, più faziosa che “partigiana” e niente affatto depositaria della  verità. 
 Ugo Cavallero, Maresciallo d’Italia, senatore del regno, morì per un colpo di pistola alla nuca prima dell’alba del 14 settembre 1943, nel giardino dell’Albergo Belvedere a Frascati dopo una cena con il Feldmaresciallo Albert Kesselring. Era nato il 20 settembre 1880 a Casal Monferrato, una plaga di quel Vecchio Piemonte che ha dato tanti militari  all’Italia, da Matteo Albertone a Paolo Spingardi, Pietro Badoglio…: un personaggio, quest’ultimo, che lo incrociò con esiti fatali. Badoglio iniziò la carriera in  Eritrea; Cavallero nella guerra italo-turca del 1911-1912.  Il 9 novembre 1918 Badoglio divenne vicecomandante supremo dell’Esercito nella Grande Guerra.  Da capo dell’Ufficio operazioni del Comando Supremo il colonnello Cavallero  approntò il piano  dell’offensiva finale contro l’Austria-Ungheria. Generale a soli 38 anni, nel  1919 fu inviato alle trattative di pace a Versailles. Senatore dal 1926, da Vittorio Emanuele III nel 1928 fu creato conte, dopo quattro anni di sottosegretario alla Guerra a fianco di Mussolini, titolare del ministero (1925 al 1928) dal 1929 assegnato al generale  Pietro Gazzera, di Bene Vagienna. Già direttore centrale della Pirelli dal 1920 al 1925 e dal 1928 presidente dell’Ansaldo (quando Genova era una grande città…), dal 1937 Cavallero comandò le forze italiane nell’Africa Orientale Italiana,  in rapporti spesso tesi col viceré Amedeo d’Aosta.
   Dopo il fiasco dell’attacco alla Grecia (28 ottobre 1940) voluto da Mussolini con la cieca o cinica connivenza di Badoglio, Cavallero, generale di corpo d’armata e dal 4 dicembre capo di Stato Maggiore in sostituzione di Badoglio,  maresciallo d’Italia dal 1° luglio 1942, il 31 gennaio 1943 fu sostituito al vertice delle Forze Armate da Vittorio Ambrosio, in vista del rovesciamento di Mussolini e dell’uscita dalla guerra. Cavallero fu ed è ancora dipinto quale ferreo alleato della Germania. In realtà, come gli riconobbe Lucio Ceva, conosceva bene l’enorme disparità fra il sistema industriale italiano (tutto direttamente o indirettamente foraggiato dallo Stato, inclusa la Fiat) e le esigenze della nuova guerra “europea”, che sino al dicembre 1941 pochi prevedevano sarebbe divenuta mondiale. Non fu lui ma Badoglio ad avallare l’intervento del 10 giugno 1940.  Cavallero  ereditò una situazione dagli esiti compromessi: in Grecia, per le sconcertanti “disavventure” della Marina, per il mancato attacco risolutivo a Malta, dovuta anche all’ottusità dell’austrico Hitler, che (come del resto gli Stati Uniti, ieri e oggi)  non capì la centralità del Mediterraneo anche per gli equilibri postbellici. Non gli rimase che continuare la “guerra parallela”, per l’onore dell’Italia. Nel  “diario”  il pettegolo Galeazzo Ciano ne disse tutto il male possibile; ma che cosa aveva fatto egli stesso per impedire la corsa verso il baratro?  Lo pagò poi di persona.
  Nominato capo del governo alle dimissioni imposte da Vittorio Emanuele III a Mussolini (25 luglio 1943), Badoglio fece subito arrestare Cavallero  senza alcun capo d’accusa. Un’infamia, anche perché ne violò le prerogative di senatore del regno. Suscitò l’indignazione del re, che ne impose il rilascio, ma Badoglio lo fece relegare a Palazzo Madama, sede del Senato, con scandalo del presidente della Camera Alta, Thaon di Revel, e, non pago, Badoglio lo fece nuovamente  imprigionare col pretesto di una cospirazione contro il governo. Andò peggio a Ettore Muti, ammazzato a tradimento. Recluso a Forte Boccea, mescolato a fascisti veri, Cavallero rilasciò al generale Carboni dichiarazioni (il cosiddetto “Memoriale”). Il 12 settembre venne liberato dai tedeschi di Kesselring. Nella fretta di scappare da  Roma per le Puglie il fuggitivo Badoglio lasciò sulla scrivania il “memoriale” nel quale Cavallero aveva sintetizzato la propria condotta: niente affatto prono alla Germania di Hitler, egli aveva tessuto una trama con Giovanni Visconti Venosta e l’industriale cartario Luigi Burgo, liberale, monarchico, senatore e suo “buon amico”, che gli mise a disposizione cento milioni di lire “per finanziare un eventuale movimento” volto a sganciare l’Italia dall’ingombrante alleato. Lo stesso 12 settembre Mussolini fu prelevato da Campo Imperatore, sul  Gran Sasso d’Italia, e portato in Germania per allestirvi un governo  fiancheggiatore di Hitler. Con il “Memoriale” alla mano, la sera del 13 settembre Kesselring ospitò a cena Cavallero e, su mandato di Hitler, gli chiese di comandare le forze armate di un’Italia succuba della Germania. Poche ore prima il Maresciallo aveva profetizzato al Maresciallo Enrico Caviglia che i tedeschi gli avrebbero ficcato una palla nella testa.
  La mattina del 14 venne rinvenuto riverso su una sedia a vimini, un foro alla nuca e una pistola a terra, sul lato destro. Era mancino. Chi sparò non lo sapeva. Secondo Mussolini fu “suicidato dalla destra di Kesselring”. Ai solenni funerali i germanici versarono lacrime di coccodrillo come poi per quelli di Erwin Rommel, forzato al suicidio. Badoglio non lo pianse. Capo delle forze armate la Repubblica sociale italiana fu Rodolfo Graziani. Anche per i fascisti Cavallero rimase da dimenticare. Burgo venne arrestato dalla RSI, processato a Parma e, a differenza di Ciano, De Bono e altri, scampò di stretta misura il plotone di esecuzione fascio-repubblicano. Paradossalmente, nel 1945 venne “epurato” dal Senato come filofascista e fu perseguitato dai “partigiani” : un po’ stalinisti, un po’ profittatori. Di Ugo Cavallero va aggiunto che nel 1911 fu  iniziato massone nel Grande Oriente. Nell’estate del 1918, proprio quando preparava il piano di Vittorio Veneto, entrò nella Gran Loggia d’Italia. Sia pure con qualche peccato veniale (chi non ne commise?), mantenne il giuramento di fedeltà alla Patria, come altri militari massoni, incluso il Maresciallo Messe, che crebbe sulla sua scia. Una storia pacata di quegli anni tragici rimane da scrivere. Potrebbe  promuoverla il Premio Acqui Storia con un convegno di storia militare, mentre troppi ancora attizzano antiche divisioni con “celebrazioni” a senso unico. Per cominciare, rendiamo omaggio alla memoria  di Ugo Cavallero: un  patriota, fedele al giuramento al Re: Italia innanzi tutto. Un esempio, mentre imperversa il caos. (*)

Aldo A. Mola

(*) Il Diario di Cavallero, conservato all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, è al centro di un documentato studio inedito del col. Antonino Zarcone.
DATA: 17.11.2013
  
IL GRANDE AMORE SEGRETO DEL DUCA DI BERGAMO

Adalberto Savoia Genova   Sono rimasti sempre un po' in ombra gli ultimi appartenenti al ramo cadetto dei Savoia-Genova.
  Intendo i figli di Tommaso di Savoia, Duca di Genova e di Isabella di Baviera: Ferdinando, Filiberto, Adalberto, Eugenio, Bona e Adelaide.
   Per la loro posizione (parlo dei maschi) nell'ordine di successione al Trono assai arretrata e per la natura riservata del loro carattere, non raggiunsero, e non assunsero mai, posizioni di spicco.
   Adalberto di Savoia-Genova, Duca di Bergamo (per ora ci soffermiamo solo su di lui), nacque ad Anglié, in Piemonte, nello storico castello appartenente ai Genova, nel 1898.
   Partecipò alla Prima Guerra Mondiale combattendo sul Montello. Fu comandante del Savoia-Cavalleria e nel 1935-36 partecipò all'impresa d'Etiopia. Nella Seconda Guerra Mondiale fu comandante dell'Ottava Armata e successivamente della Settima.
  Nel 1939, conquistata l'Albania, era stato fatto il suo nome per la carica di Viceré d' Albania da parte di Jacomoni di San Savino, già nostro ambasciatore a Tirana. Infatti Adalberto era stato in Albania quale testimone delle nozze di re Zog con la nobile ungherese Geraldina Apponyi, suscitando col suo comportamento molte simpatie fra gli albanesi (1). La segnalazione però non ebbe seguito. Anzi, lo stesso Jacomoni venne poi nominato Luogotenente generale del Re in Albania. Si scelse questa denominazione per riguardo verso gli albanesi, ritenendosi che quella di Viceré fosse più adatta a dei territori coloniali. Infatti, e questo si dimentica spesso e volentieri, l'Albania conservò, anche  dopo l'occupazione italiana, un suo Parlamento, un suo Governo e un suo primo Ministro.
  Adalberto guidò la delegazione italiana ai funerali dello zar Boris III di Bulgaria, morto misteriosamente a Sofia il 28 agosto 1943, forse per mano dei tedeschi, forse per mano dei comunisti. Mafalda invece accorse come sorella prediletta della zarina Giovanna. Il Duca partì da Sofia prima della principessa Mafalda, che si trattenne ancora qualche giorno in più, e così rientrò prima in Italia, riuscendo a salvarsi dai tedeschi poi inferociti per l'armistizio dell'8 Settembre. Mafalda invece, come è noto, fu arrestata a Roma, al suo rientro, e portata in un Lager in Germania dove morì tragicamente (2).
   Il Duca di Bergamo non si sposò mai e su questo suo celibato si fecero molte chiacchiere perché si è sempre ignorato, e si ignora, il suo legame sentimentale con una nobile piemontese durato dalla giovinezza alla morte.
   A parlarmene furono le sorelle Scarsella, Anita, Nella e Laura, anch'esse piemontesi d'origine (avevano una grande villa a Millesimo), che tenevano a Milano, per la precisione all'inizio di corso Magenta, un salotto  politico-letterario d'intonazione liberal-monarchica, frequentato da politici e intellettuali d'area e da amici della Milano-bene (ricordo per prima Piera Ricotti, la marchesa Ippolita Borgazzi, Mariella Zagnoli, Piero Astengo, il marchese Giovanbattista Gavotti, la scultrice   Caprotti, ecc.), ma soprattutto Anita, la “politica” del trio, ne era l'animatrice.
  Esse erano amiche personali della misteriosa contessa. L' indiscrezione mi venne anche confermata ed ora, per la prima volta, la rendo pubblica, da Giuseppe Tarò, il noto industriale-diplomatico savonese nonché studioso e collezionista di memorie e cimeli sabaudi.  
   Alla fine degli Anni '70 il Duca di Bergamo espresse l'intenzione ai più intimi di rendere pubblica la relazione e di sposarsi.  Ne parlò al re Umberto II, chiedendone l'assenso, come le leggi di Casa Savoia e il Codice civile prevedono per tutti i membri della Dinastia. Il Sovrano sconsigliò il matrimonio, motivando con l'età assai avanzata dei nubendi che avrebbe sollevato critiche.  
Adalberto morì così scapolo come era vissuto.
   Con l'avvento della repubblica, Adalberto di Savoia-Genova si era ritirato a Torino dove visse modestamente in un albergo in compagnia del fratello Filiberto (al quale dedicheremo un prossimo profilo). E a Torino morì nel 1982. La salma riposa a Superga.
GIULIO VIGNOLI
(1)F. Jacomoni di San Savino, La politica dell'Italia in Albania, Cappelli, Bologna, 1965, p. 143.
(2)F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al Lago di Garda, Settimo Sigillo, Roma, 1994.
DATA: 13.11.2013

A TORINO SI APPROFONDISCE LA MISTERIOSA MORTE DEL CONTE ROSSO

TORINO - Il terzo appuntamento degli Aperitivi Culturali 2013 dell’Associazione Immagine per il Piemonte si tiene giovedì 14 novembre, sempre nella Sala Principe Eugenio, Sede AIP via Legnano 2/b a Torino, alle ore 18, ed è incentrato sull’ultimo libro di Massimo Centini, Omicidio a Corte. Indagine sulla morte del Conte Rosso, Amedeo VII di Savoia, edito da ArabA Fenice, prefazione di Vittorio G. Cardinali, costituisce un’interessante occasione per una lettura diversa di un frammento della storia sabauda. Con l'autore ne parlano lo storico Vittorio G. Cardinali e il docente Roberto Solari. Infatti, la morte di Amedeo VII, detto il Conte Rosso, è circondata da un’aura di mistero. Una fine naturale, a seguito di un grave incidente di caccia, o avvelenamento?
Da tempo gli storici cercano di dare una risposta. Ci prova oggi Massimo Centini: vestendo i panni dell’investigatore, prova a raccoglie indizi e informazioni, materiali d’archivio e notizie, organizzando il tutto con un’impostazione criminologica. Ne scaturisce un quadro interessante, sempre radicato nella storia e a tratti avvincente.
Un caso del XIV secolo raccontato con linguaggio semplice, ma sempre scientifico, che offre ai lettori tutte le necessarie informazioni metodologiche per l’approccio alle diverse tematiche trattate all’interno del testo. Un pratico contributo è costituito da tutta una serie di box distribuiti nei singoli capitoli e utili per approfondimenti e chiarimenti tecnici.
L’ultima fase della vita del Conte Rosso – che ha la sua scenografia nel castello di Ripaille – se osservata tenendo conto del brulicare di fatti che l’hanno caratterizzata, si presenta con i toni di un autentico giallo, anche se il plot è totalmente immerso nella storia e costellato di risvolti misteriosi,intrighi, presunte congiure e forse un po’ di magia.
Il clou della questione riguarda soprattutto le cause della morte Conte Rosso, che sono spesso state La vicenda giuridica che ne seguì portò alla luce presunti errori diagnostici e terapie discutibili.Infatti, i rimedi impiegati dell’epoca potevano essere talmente bizzarri e lontani dall’attuale farmacopea da non consentire un giudizio in merito.
Intrighi di corte e manovre di potere, inevitabili in anni di frequenti guerre e segnati da un continuo ridisegno dei confini dei singoli domini, si inseriscono a buon titolo nel legittimare lavicenda come un vero e proprio giallo a sfondo storico: un lontano e misterioso episodio, contemporaneamente un’interessante testimonianza di storia e non ultima una vicenda che può essere osservata in modo suggestivo e appassionate attraverso l’ottica criminologica.
DATA: 13.11.2013

TORINO: INCONTRO SU MARIA CLOTILDE DI SAVOIA

Maria Clotilde di SavoiaTORINO - Il secondo appuntamento con la storia dell’"Associazione Immagine per il Piemonte" (ciclo Aperitivi Culturali 2013) punta i riflettori sulla principessa "Maria Clotilde di Savoia. Una giovinezza sacrificata alla ragion di Stato". Ne parlano il 7 novembre alle 18 con l'autore, la giornalista Barbara Ronchi della Rocca, lo storico Paolo E. Fiora di Centocroci e l'editore Silvia Ramasso. Conduce: Vittorio G. Cardinali. Sala Principe Eugenio, via Legnano 2/b a Torino.
Roberto Favero è autore della biografia "Maria Clotilde di Savoia. Una giovinezza sacrificata alla ragion di Stato", prefazione di S.A.R. la principessa Maria Gabriella di Savoia, Neos Edizioni Storia.
...”Nell’Italia tempestosa del Risorgimento, tra sovrani e Imperatori, tra alleanze e dichiarazioni di guerra, una figura di donna si muove con movenze silenziose; attraversa le corti dei Savoia e dei Bonaparte lasciando dietro di sé una traccia di forza e umiltà insieme, di bontà e dignità regale. È Maria Clotilde di Savoia, moglie di Gerolamo Napoleone, figlia devota, madre premurosa e donna dal cuore generoso e pio. Una figura spesso ignorata dalla storia, ma con tutte le qualità per essere celebrata e ricordata.
…Una figura che seppe sopportare, durante i sessantotto anni di vita, pene e umiliazioni, ma che non dimenticò mai di essere una principessa, Savoia da nubile e Bonaparte da sposata, di alto rango e di eccezionale forza d’animo.
Una donna intelligente e orgogliosa a cui il nostro paese deve grande rispetto e ricordo e che deve rappresentare un esempio di dedizione alla patria, alla morale cristiana ed alla propria famiglia”.
DATA: 06.11.2013
  
4 NOVEMBRE: VITTORIO EMANUELE III E IL FERETRO DEL MILITE IGNOTO

4 Novembre - Vittorio Emanuele III segue il feretro del Milite Ignoto
4 Novembre 1921 - Per commemorare la Festa delle Forze Armate e dell'Unità della Patria, pubblichiamo uno scatto inedito ritraente il Re Vittorio Emanuele III durante il corteo funebre, nel giorno della tumulazione del Milite Ignoto nell'Altare della Patria.Si ringrazia il collezionista Maurizio Lodi che ha messo a disposizione dell'U.M.I. questa rara e alquanto significativa fotografia per l'anniversario.
DATA: 02.11.2013
   
MITO E REALTA’ DEL DIRITTO DI VOTO: RIFORMARE LA COSTITUZIONE PRIMA DELLA LEGGE ELETTORALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 03/11/2013
 
   Quale legge elettorale oggi conviene all’Italia? Il maggioritario? Il proporzionale? Il Parlamento annaspa, pungolato da chi dimentica che non serve una leggina ma, anzitutto, la riforma della Costituzione. Con buona pace di Benigni Roberto, uno dei tanti comici elevati a Maestri di Politologia, e degli Zagrebelsky, Rodotà ecc., la Carta del 1° gennaio 1948 non è affatto “la più bella del mondo”. A tacer d’altro, gli articoli 56 e 57 fissano il numero dei deputati e dei senatori (un errore che lo Statuto albertino si guardò bene dal commettere). Se se ne volessero uno in più o cento di meno, bisogna modificarla, con i tempi ben noti. Se si vuole eliminare il costosissimo il CNEL (Consiglio dell’economia e del lavoro, un reliquato del corporativismo fascista, che fu cosa molto più seria), bisogna abolire l’art. 99…; e via continuando. E’ una Carta  con articoli bisognosi di toppe per evitarle sdruciture  e strappi. 
  Dal 1848 al 1913 l’Italia non ebbe né proporzionale né maggioritario ma i collegi uninominali a doppio turno, dai quali scaturì la miglior classe dirigente della storia nazionale. Dal 1948 il  proporzionale fu il paravento del bipartitismo imperfetto (formula calzante  di Giorgio Galli): da un lato la Democrazia cristiana e suoi alleati, dall’altro il Partito comunista italiano. La coabitazione/spartizione venne aggiustata col varo delle Regioni, finite per metà sotto controllo dei comunisti e del Partito socialista, che era al governo a Roma con la DC ma in periferia col PCI (accadde anche in Piemonte, Campania…). Falso proporzionale, bipolarismo fattuale: un sistema rovinoso. La storia ora presenta il conto: molti nodi ingarbugliati. Come scioglierli? Nell’Italia attuale nessuno ha la spada di Gordio. Lo stesso Giorgio Napolitano ha una sola carta da sventolare: le dimissioni. Ma non fa paura, perché gli vengono chieste da settori dell’opposizione mentre crescono le perplessità di parti consistenti della stessa friabile maggioranza. 
   In questo stallo passa sotto silenzio che cent’anni orsono, il 26 ottobre 1913 con ballottaggio il 2 novembre, fu eletta la prima Camera dei deputati con suffragio maschile quasi universale. La votazione sperimentò la riforma elettorale del 1912, voluta dal settantenne presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, massimo statista della Nuova Italia, a coronamento del suo “grande ministero” (1911-1914). Le leggi elettorali, si sa, non si varano all’inizio di legislatura (come oggi si vorrebbe fare) perché, appena approvate, delegittimano la Camera esistente ed esigono la  pronuncia del corpo elettorale. Ma oggi regna la confusione, dal pennone sul Quirinale all’ultimo scranno di consigli comunali e provinciali, che ancora non si sa se e come tra pochi mesi verranno rinnovati. Contrariamente a quanto alcuni ancora asseriscono sulla scia di Gaetano Salvemini e di Arturo Labriola, le elezioni del 1913 confermarono che l’“età giolittiana” non era affatto finita. Giolitti aveva all’attivo la vittoria militare sull’impero turco per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica e quella civile sull’ingordo affarismo privato, con la creazione dell’Istituto Nazionale Assicurazioni (INA). Secondo lui il conferimento del diritto di voto ai maschi maggiorenni, anche se analfabeti ma che avessero prestato servizio militare, e comunque a tutti i trentenni, avrebbe garantito la partecipazione democratica alla vita politica. La legge  assegnò una modesta indennità ai deputati per consentire anche ai più umili di rappresentare la nazione. Il socialista Oddino Morgari, per esempio, quando andava alla Camera dormiva in un carro ferroviario fermo alla Stazione Termini, perché non poteva pagarsi neppure la più povera delle pensioni, e mangiava alla mensa ferrovieri. Però, contrariamente alle speranze, la prima Camera eletta a suffragio universale risultò del tutto impari al suo compito, incapace di tenere in pugno le sorti dell’Italia nello scontro tra neutralisti e interventisti (prevalentemente extraparlamentari),germe di una guerra civile tuttora serpeggiante. Il 20 maggio 1915 essa votò al buio la fiducia al governo Salandra-Sonnino, ignorando il contenuto del Patto di Londra del 26 aprile. Prima di sciogliersi, quella stessa Camera, la più inutilmente durevole della storia d’Italia (1913-1919), introdusse la suddivisione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti: la “maledetta proporzionale”, come la bollò Giolitti. La nuova legge impedì  qualsiasi stabile maggioranza, Dopo sei diversi ministeri in tre anni (1919-1922), su consiglio di tutti i maggiorenti costituzionali, inclusi i popolari, Vittorio Emanuele III affidò la presidenza al fascista Benito Mussolini, che formò un governo di coalizione nazionale approvato a stragrande maggioranza dalla Camera eletta nel maggio 1921. Nel 1923 il Parlamento varò la “legge Acerbo”, voluta anche da Giolitti, che assegnò due terzi dei seggi a chi ottenesse almeno il 25% dei voti (altro che “Porcellum”!). Nel 1928, infine, la Camera stabilì che i suoi futuri 400 componenti sarebbero stati designati dal Gran Consiglio del Fascismo e candidati in un collegio unico nazionale. Gli elettori furono chiamati ad approvare o a respingere in blocco il “listone”. Il 24 marzo 1929, dopo i Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa, votò quasi il 90% degli aventi diritto. Il “listone” ottenne 8.500.000 “si”. I “no” furono appena 135.761. Dunque, al regime di partito unico l’Italia non arrivò  con un “colpo di Stato” ma una votazione dopo ‘altra, con il consenso degli elettori. Fu ed è chiaro che il suffragio universale in sé non è tutto. L’importante è come il voto viene utilizzato dai cittadini. Tra il 1913 e il 1928 si susseguirono quattro diversi sistemi. I votanti aumentarono; la democrazia no. 
   E’ impossibile prevedere quali benefici o quali serpi rechi in seno una legge elettorale. Vi è una sola certezza. Varata la riforma, in diciotto mesi o in una sola settimana come vorrebbe Napolitano, le Camere vanno sciolte, come del resto fece intendere chi, all’insediamento, ne fissò ruvidamente il calendario. Ma che senso avrebbe ora una leggina di breve respiro senza la sempre più urgente riforma della Costituzione?  (*)

Aldo A. Mola

(*)  “Mito e realtà del diritto di voto” è il tema, attualissimo, della XV Scuola del Centro Giolitti, che si apre con la relazione del vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, su “Cause ed effetti delle leggi elettorali” (Provincia di Cuneo, h. 9 di sabato 9 novembre).La Scuola, con interventi di Tito L. Rizzo, Dario Fertilio, Juan José Morales Ruiz, Aldo G. Ricci, Giorgio Sangiorgi, Oscar Sanguinetti  e Luigi Pruneti, continua a Dronero e si conclude il 10 ad Alessandria in collaborazione col Centro Rattazzi ed è affiancata dall’esposizione di opere dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’esercito, illustrate dal suo Capo, col. Antonino Zarcone.

DATA: 01.11.2013
  
LE ULTIME FOTO RITRAENTI I PRINCIPI UMBERTO, AMEDEO E ISABELLA

E' con vero piacere che pubblichiamo due recenti scatti delle LL.AA.RR. i Principi Umberto, Amedeo e Isabella, figli delle LL.AA.RR. i Principi Aimone ed Olga di Savoia. Ringraziamo il Padre, S.A.R. il Principe Aimone, per aver permesso al sito internet dell'Unione Monarchica Italiana di portare all'attenzione dei monarchici le immagini dei principini.
Savoia: Umberto, Principe di Piemonte e Amedeo, Duca degli Abruzzi
Le LL.AA.RR. Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, e Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, alla guida di un'automobile giocattolo.

SAR la Principessa Isabella Vita Marina di Savoia
SAR la Principessa Isabella Vita Marina di Savoia

DATA: 28.10.2013

IL DECLINO DELL’ITALIA È INSITO NELLA NATURA DELLA REPUBBLICA


Giulio VignoliSul Barbadillo, Maurizio Cabona sta interrogando giornalisti e intellettuali con senso storico (Franco Cangini, Roberto Giardina, Nico Perrone, Vittorio Savini…) sul declino nazionale. Anche gli accademici hanno tentato di spiegare perlomeno la crisi della Repubblica. Ma nessuno s’è spinto indietro fino alle modalità di nascita della stessa. Anzitutto le forze politiche che questa Repubblica vollero erano in maggioranza movimenti anti-risorgimentali: marxisti e clericali. Essi ereditarono lo Stato unitario, da essi non voluto. Mi vengono in mente certi bellissimi palazzi di Pola o di Fiume, in degrado fino a pochi anni fa perché svuotati da chi li volle: costruiti da italiani, erano abitati da croati, a loro estranei. Inoltre le modalità di nascita della Repubblica lasciano a desiderare. Si parla spesso di colpi o colpetti di Stato nella storia repubblicana: moti genovesi ed emiliani che fecero cadere il governo Tambroni, avviso di garanzia notificato a Berlusconi a Napoli, vicende giudiziarie dell’attuale magistratura corrotta e politicizzata… Ma si dimentica che la Repubblica stessa è nata da un colpo di Stato. Senza aspettare i risultati definitivi del referendum, il primo governo De Gasperi proclamava la Repubblica. Uno sfregio giuridico e politico.
Le ideologie che vanno al potere, diciamo così, nel secondo dopoguerra, non amano lo Stato unitario, non amano il principio di Nazione e smantellano gli stessi, istituendo le Regioni, a statuto speciale e ordinario, poi esaltando il “particulare”, col declinare  della stessa  lingua italiana, imbastardita dall’introduzione di termini stranieri (anglo-americani), fra la noncuranza dei governi. Da ultimo si esaltano gli Stati preunitari, del tutto indifendibili, volendosi sfasciare l’Unità, con ricostruzioni storiche senza fondamento. Si è giunti ad autorizzare, da parte del Ministero della Difesa, la posa – nel forte di Fenestrelle – di una lapide che parla di migliaia di soldati napoletani ivi  morti di stenti, quando la verità è di due-tre morti e di detenzione di un mese. Si spacciano per verità le fantasie di Civiltà cattolica dell’epoca (1860-1870). Del resto Francesco Crispi scriveva: “Repubblica in Italia vuol dire le repubbliche” e “La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”.Barbadillo
L’abolizione dell’istituto monarchico ha rotto l’ultimo legame con il Risorgimento e i suoi ideali, di cui la Monarchia fu la maggiore artefice. Per Piero Operti, “con la sua sola presenza il Re, impersonante una suprema autorità derivata dall’alto e riconosciuta dal basso, attesta l’esistenza di un ordine etico. La Monarchia è per assunto la custode dei valori morali di un popolo e quindi è organicamente incompatibile col materialismo storico che fa della sola economia il destino dell’uomo. La Monarchia non disconosce il dato economico, ma lo tiene ‘dentro sua meta’; essa accoglie ogni esigenza di giustizia sociale (…); essa può essere rivoluzionaria senza sovvertimenti e conservatrice senza reazioni, e nella sua funzione mediatrice delle età e conciliatrice degli interessi è tradizionale in quanto gelosa dei valori consacrati dai secoli e ancora vitali, e innovatrice in quanto aperta ad ogni istanza di vero progresso”.
Mai questa Repubblica, per quel che ricordo, ha avuto un soprassalto di orgoglio, di dignità. Chi predicava rispetto, amore, sacrificio per la terra dei padri era odiato dalle sinistre e deriso dai clericali. Alcide De Gasperi, “il trentino prestato all’Italia”, li definì “le povere anime patriottarde”.
I protagonisti politici di allora instaurano una prassi che si sviluppa con l’invecchiare della Repubblica. Pietro Nenni usa lo slogan:”La repubblica o il caos”, Giovannino Guareschi viene perseguitato perché denuncia la corruzione della Dc. Il referendum stesso si svolge con modalità inaccettabili: Venezia Giulia, Pola, Fiume e Zara, provincia di Bolzano, italiani delle colonie,  italiani all’estero, prigionieri di guerra non ancora rientrati non sono ammessi al voto. Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, rallenta il rientro dall’Urss dei soldati prigionieri per impedire la diffusione della verità sui paesi sovietici. Voci di brogli circolano ovunque, nessun controllo successivo permette di accertare il vero. Anzi tutti i documenti vengono distrutti.
La violenza delle sinistre intimidisce ampi strati della popolazione. Intere regioni sono in mano ad ex partigiani comunisti, diventati bande armate di assassini. La  promessa di sottoporre ad approvazione popolare la Costituzione, non viene mantenuta. “La più bella costituzione del mondo”? E’ opera di un’assemblea di politicanti che la impronteranno di sé. Non si tiene il referendum confermativo, perché si teme la reiezione. La nuova Italia nasce così senza il consenso popolare.
Questi eventi colpiscono al cuore il regime. Anche gli accademici latitano, temono il potere o temono di perdere i privilegi conquistati. Sono solo storici di regime, che magari affermano tesi contrarie a quelle pubbliche, ma solo parlando all’orecchio del collega in Consiglio di facoltà. Il direttore del mio Istituto, alcuni anni fa, mi donò un suo libro “adottato da  dodici facoltà”. Non vi  era cenno del trapasso istituzionale. Meravigliato, volevo parlargliene. Mi si telefonò alla sera, scongiurandomi: “Se tieni alla carriera, non farlo”.
*docente universitario

A cura di Giulio Vignoli (nella foto)
DATA: 29.10.2013
   
TUTTI TRIESTINI PER GUARDARE AL FUTURO

Su San Giusto sventolar vedremo a festa il vessillo tricolor diceva, sul finire, la splendida canzone “Le campane di San Giusto” celebrante l’ingresso delle truppe italiane in Trieste nel novembre 1918. Una giornata memorabile che strappò, senz’altro, una lacrima all’imperturbabile Re Vittorio Emanuele III. Trieste fu sempre una città vivace in cui convergevano non meno di tre concezioni del mondo e non meno di tre culture: quella austroungarica, quella italiana e quella slava che soffiava dall’est. Non fu per caso che Trieste subì vicissitudini difficili e provanti fino a rischiare di finire sotto la bandiera del satrapo Tito al termine del secondo conflitto mondiale. Fu dopo un lungo braccio di ferro politico che, il 26 ottobre 1954, i soldati italiani vi tornarono ponendo fine al “Territorio libero di Trieste” per sancire definitivamente l’italianità della comunità, rimessa da un decennio in discussione. Scrisse allora Umberto II ai triestini: “Il ricongiungimento della vostra città allo stato nazionale è dovuto soltanto alla vostra incrollabile volontà di rimanere italiani!”. Parole su cui fermarsi a meditare. Oggi, dopo quasi sessant’anni, non c’è più quello spirito nazionale né quel senso di italianità. Né rispetto dei nostri eroi ne delle grandi storie della nostra Italia. Da quei triestini d’allora dovremmo forse prendere esempio per difendere il nostro diritto a guardare al futuro con serenità e speranza. La politica cinica e meschina di un sistema burocratico e distaccato ci potrà mettere a dura prova quotidianamente ma spezzarci mai. Se ce la fecero gli abitanti della bella Trieste possiamo non farcela noi?
 Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 28.10.2013
   
1900-1914: CECITA’ DEI POLITICI - DALLA BELLE EPOQUE ALLA CATASTROFE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27/10/2013
 
  Basta  un nulla per precipitare nell’abisso. Sovrani, capi di Stato, governi,  parlamenti e folle di cittadini hanno dato e dànno infinite prove di totale insipienza. Per averne la prova, basta ricordare l’Europa del 1913-1914. Era la Belle Epoque, l’età dei buoni sentimenti. Gli europei non erano mai stata meglio. A parte schermaglie  periferiche, vivevano in pace da un secolo. L’ultimo conflitto risaliva al 1870, tra la Francia di  Napoleone III e la Confederazione tedesca. Il Secondo Impero  crollò. A Parigi i comunardi presero il potere ma vennero spazzati via. Troppo sanguigni. Pericolosi.  Chi non cadde sulle barricate fu fucilato al cimitero Père Lechaise. I prigionieri scampati all’esecuzione furono deportati nella Nuova Caledonia. Quell’ ennesima guerra franco-germanica fu durissima ma breve. L’Europa tornò in pace. Grandi e piccole potenze si spartirono Africa e Asia. Nel 1898 francesi e inglesi s’incrociarono armi alla mano a Fashoda, sul Nilo. Londra voleva tirare una linea retta da Città del Capo ad Alessandria d’Egitto. Parigi intendeva  fare altrettanto con l’Africa equatoriale, dall’Atlantico a Gibuti.  Dopo lunga tensione si accordarono. A parte la guerra degli inglesi contro i Boeri per il controllo del ricco Sudafrica, gli europei unirono le forze contro la Cina, bersaglio della spedizione  delle sette potenze (vi partecipò anche l’Italia, che ne cavò la concessione di Tien-Tsin). Dovevano tenere a bada l’impero del Giappone (che nel 1905 sconfisse lo zar di Russia: prima vittoria asiatica sull’Europa) e per arginare l’espansionismo vorace degli Stati Uniti d’America, che nel 1898 presero sotto tutela  Cuba, Porto Rico e le Filippine sottratte alla Spagna da “rivoluzioni” pilotate da Washington.
   Nel primo decennio  del Novecento l’Europa visse ancora appagata. Vi dilagarono anzi gli ideali sovrannazionali: le lingue artificiali (come l’esperanto e il latino sine flexione del matematico massone cuneese Giuseppe Peano), le Olimpiadi moderne, le Esposizioni universali, i premi Nobel che resero planetarie non solo le scienze ma anche la letteratura.  Particolare valore morale assunsero i premi Nobel per la pace: dalla  Croce Rossa all’italiano Teodoro Moneta. L’Europa voleva quiete e benessere. Gli attentati anarchici suscitavano indignazione. Nei Paesi più industrializzati (Gran Bretagna, Germania, Austria, la stessa Francia del socialista pacifista Jean Jaurès) i rivoluzionari primeggiarono solo in aree periferiche e attardate: nell’Italia dello sciopero generale espropriatore  (1904) e del socialmassimalista Benito Mussolini, che nel 1912-14 prese le redini del Partito socialista; nella Spagna di Francisco Ferrer; in Portogallo, che in anticlericalismo esasperato gareggiava col Messico; e soprattutto in Russia, teatro della rivoluzione nel 1905 e fucina di rivoluzionari professionali quale Vladimir Lenin. Ne ha scritto Gennaro Sangiuliano  in Scacco allo zar (Mondadori). Nel primo Novecento persino gli studenti universitari preferivano la pace al chiasso piazzaiolo: la “Corda Fratres” (Cuori Fratelli), ideata dal canavesano Efisio Giglio-Tos e guidata dallo scrittore ed editore Angelo Fortunato Formiggini, prevaleva sul movimentismo di dannunziani, nazionalisti e opposti estremismi.
Tuttavia quell’Europa era un vulcano dormiente. Ogni Stato si armava all’insegna del motto latino “si vis  pacem, para bellum: se vuoi la pace, prepara la guerra”. Ogni governo era perfettamente informato dei progressi degli armamenti altrui. Gli Stati Maggiori moltiplicarono piani di guerre preventive anche contro gli alleati (fu il caso dell’impero Austro-ungarico che progettò di aggredire l’Italia messa in ginocchio dal terremoto di Reggio e Messina nel dicembre 1908). Politici e diplomatici però erano convinti che i militari avrebbero continuato a marciare nei cortili delle caserme o sulle piazze d’armi, non al fronte: li consideravano uno spauracchio per l’esterno, non un fattore di destabilizzazione dell’Europa.  Dopo l’istituzione all’Aja  della Corte internazionale per la soluzione pattizia dei conflitti interstatuali, molti ritennero che qualunque futuro contenzioso sarebbe stato incanalato nei binari delle trattative. Era la lezione impartita dal Congresso di Vienna del 1815, ribadita dal Congresso di Parigi del 1856 e dai Trattati che avevano via via composto le contese: dal 1866 al 1885, sino alla pace di Losanna che nell’ottobre 1912 chiuse la guerra tra il regno d’Italia e l’impero turco-ottomano per la sovranità sulla Libia. Quando questa iniziò, a fine settembre 1911, sembrava dovesse risolversi subito. Invece si protrasse sino al groviglio delle guerre balcaniche (1912-1913), una ridda di alleanze e controalleanze, di ciascuno contro tutti, per qualche chilometro di territorio in più, con tanto di vessazioni entiche e religiose.  Un primo saggio del peggio che stava per arrivare si era avuto nel 1896-97 ai danni degli Armeni e dei Cretesi, spinti a insorgere ma poi abbandonati alla feroce repressione turca.
Nel 1913 l’Europa riluceva di sogni. Il 28 giugno dell’anno dopo a Sarajevo le revolverate di Danilo Princip, agente della “Mano Nera” , uccisero l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, principe ereditario della corona imperiale austro-ungarica, filoslavo. Iniziò un mese di minacce, trattative frenetiche, mobilitazioni, ultimatum sino alle dichiarazioni di guerra concatenate degli Imperi Centrali  (Vienna e Germania) contro la Serbia e l’Intesa anglo-franco-russa. Le macchine belliche  degli Stati accelerarono come treni fuori controllo, privi di freni e di scambi  per manovre salvifiche, e deragliarono nella conflagrazione  generale: quattordici milioni di morti, il crollo di quattro imperi, la rivoluzione bolscevica in Russia, la catastrofe economica della Vecchia Europa, un’ultima lottizzazione degli spazi extraeuropei da parte di Francia e Gran Bretagna, con la complicità della Società delle Nazioni, nata asfittica e rinnegata dagli Stati Uniti d’America che l’avevano ventilata con i “quattordici punti” del presidente Woodrow Wilson, profeta di una pace che fece da gelido sudario per l’età dei nazionalismi esasperati. Lo ricorda Christopher Clark in “I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla grande guerra”(Laterza).
Tra i politici italiani più eruditi (che non vuol dire più intelligenti), il ministro degli Esteri Sidney Sonnino un giorno osservò con amarezza che forse tutto era dovuto  a una stella filante: aveva seminato polvere di follia. Diciannove scoli prima una cometa aveva annunciato un Nuovo Ordine, la pace sognata da Virgilio. Dal 1914 invece venne il tempo dell’Ordine Nuovo: la gara tra rivoluzionari, estremisti, totalitaristi.  Quel precedente ci ricorda quanto accade se i cittadini delegano ciecamente la propria sorte ai governi, anziché informarsi e farsi ascoltare. Ma a quanto pare vengono molto ascoltati: o meglio, “intercettati” e sempre più espropriati delle loro antiche libertà . (*)
Aldo A. Mola
(*)  “Prima delle tempesta, 1901-1914”  è  il tema del LXVI Congresso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano (Roma, 23-25 ottobre), presieduto da Romano Ugolini. Il nostro editorialista Aldo A. Mola vi ha  parlato della Massoneria italiana tra iniziativa politica e conflitti interni.          
DATA: 28.10.2013
 
ROMA: AL VITTORIANO E AL CAMPIDOGLIO L’ISTITUTO PER LA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO A CONVEGNO

L’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano organizza da decenni degli importanti convegni storici su tutto il territorio nazionale. L’attuale Congresso, il LXVI, che torna a Roma dopo quarantatré anni, sposta la sua attenzione dal Centocinquantenario dell’Unità nazionale alle imminenti celebrazioni del Centenario della Grande Guerra. Si passa da un anno glorioso, il 1861, a un quadriennio epico e tragico insieme, come è il periodo che trascorre per l’Italia dal 1915 al 1918. Non si può tuttavia girare la boa del 24 maggio 1915 senza prima comprendere con chiarezza come il nostro Paese giunge a tale fatidico appuntamento dopo appena mezzo secolo dalla sua Unità. Com’è l’Italia “prima della tempesta”? Come muta, o è mutata, la sua classe dirigente sia a Roma che nelle province dello Stato? Si deve continuare a riguardare a una Italietta in una pigra e lenta evoluzione rispetto agli ultimi decenni dell’Ottocento, oppure gli anni considerati dal Congresso, dal 1901 al 1914, costituiscono già una “rivoluzione” sul piano delle ideologie, delle nuove forme di organizzazione politica e sindacale, o nell’ambito della cultura e del giornalismo?
“Continuità e mutamento nella politica e nella società italiana e internazionale” è appunto il tema dei lavori del LXVI Congresso di Roma, dove si vogliono anche mettere a fuoco alcune tematiche specifiche del periodo, come la legge elettorale o la nuova normativa sulla cittadinanza. La società italiana sta mutando rapidamente, al di là di immagini di repertorio, con forme consistenti di mobilità interna ed esterna, non sempre riconducibili alla sola emigrazione: sul proscenio del Paese si affacciano giovani e donne con aspirazioni ben diverse da quelle di pochi decenni prima. È un mondo che cambia e a tali mutamenti dedicherà i suoi lavori il Congresso, nell’ottica consueta per i lavori del nostro Istituto di considerare l’Italia come parte di una realtà internazionale in piena evoluzione.
Venerdì 25 novembre, alle ore 9.00 presso il Vittoriano, il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, lo storico Aldo Mola, si occuperà della Massoneria Italiana. Questo il programma della tre giorni:

PROGRAMMA DEL CONGRESSO

MERCOLEDÌ 23 OTTOBRE
CAMPIDOGLIO - SALA DELLA PROTOMOTECA SESSIONE D’APERTURA
Presiede Romano Ugolini
ore 15.30 Saluti delle Autorità
ore 16.15 MADDALENA RAGNI (Direttore Generale MI-BAC) Le attività del Comitato per il patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale
ore 16.30 UMBERTO LEVRA Un’analisi della politica giolittiana: questioni aperte e percorsi di ricerca
ore 17.15 GUIDO PESCOSOLIDO I mutamenti economici e sociali in Italia e il contesto internazionale
ore 18.00 PIERANGELO GENTILE L’iniziativa della monarchia e il “partito di corte”
ore 18.45 Discussione

GIOVEDÌ 24 OTTOBRE
VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Gabriella Ciampi
ore 09.30 COSIMO CECCUTI Giornalismo fra politica e cultura
ore 10.15 MARINO BIONDI Correnti letterarie ed artistiche
ore 11.00 Coffee break
ore 11.15 ADRIANO ROCCUCCI Nuovi orientamenti delle correnti e dei movimenti nazionalisti
ore 12.00 Discussione

VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Bianca Montale
ore 15.00 MAURIZIO DEGL’INNOCENTI Partito e movimento socialista nel quadro nazionale ed internazionale
ore 15.45 MARIO BELARDINELLI Evoluzione e articolazioni del mondo cattolico
ore 16.30 Coffee break
ore 16.45 ROBERTO BALZANI Partiti e movimenti democratici nel quadro nazionale ed internazionale
ore 17.30 Discussione

VENERDÌ 25 OTTOBRE
VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Jean-Yves Frétigné
ore 09.00 ALDO A. MOLA
La massoneria italiana tra iniziativa politica e conflitti interni

ore 09.45 SANDRO ROGARI
Paese reale: le realtà locali
ore 10.30 Coffee break
ore 10.45 ESTER CAPUZZO
Paese legale: la legge sulla cittadinanza
ore 11.30 MARIA LUISA BETRI
L’evoluzione della questione femminile tra società e politica
ore 12.15 Discussione

VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Andrea Ciampani
ore 15.00 L’evoluzione dei sistemi elettorali in Italia e in Europa

TAVOLA ROTONDA

PIER LUIGI BALLINI
La necessità parlamentare delle transazioni: la riforma elettorale del 1912
Interventi di:
Francesco Bonini, Il Belgio
Werner Daum, La Germania e l’Austria-Ungheria
Jean-Yves Frétigné, La Francia
Giovanni Orsina, La Gran Bretagna
Manuel Suarez Cortina, La Spagna
ore 18.00 Discussione e chiusura dei lavori

per informazioni e adesioni:
www.risorgimento.it
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DATA: 20.10.2013
 
IL MISTERO DEL PIEMONTE: ACQUI  STORIA PREMIA LA “CA’ DE STUDI”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/10/2013
 
Il Piemonte? Un bel mistero. Il suo nome affiora per la prima volta da documento del 1193. Nel 1248 Federico II nominò Tommaso II di Savoia Vicario dell’Impero in terra di Piemonte. Un decennio dopo Carlo d’Angiò, conte di Provenza, elesse Cuneo “Capud (sic!) Pedemontis”. Prima  il Piemonte faceva parte della Longobardia ( o Lombardia), che andava dal Veneto alle Alpi e nel  643 con Rotari svalicò in Liguria ove il re longobardo emise il famoso “editto” che istituì la doppia legislazione:  quella  dei conquistatori (occhio per occhio, dente per dente) ebbe la meglio sulla romana, in via di estinzione. Ma, a parte la storia del nome, dove nasce e dove finisce il Piemonte?  E’ un groviglio  geografico, politico, linguistico e mitologico. Un mistero, appunto.
   Persino il fondatore dell’Impero Romano,  Caio Ottaviano Augusto,  non ne ebbe un’idea chiara. Quando  nel 2 avanti Cristo ripartì in undici regioni  l’Italia peninsulare,  egli incluse nella IX regione, la Liguria,  il grosso dell’attuale Piemonte meridionale: Alba Pompeja,  Pollentia, Bene Bagiennorum,  Acqui Statiellae… Il Po e il Tanaro divisero la IX dall’XI Regione, la Transpadana, che dal crinale alpino, attuale Val d’Aosta inclusa, arrivava alla terra dei Camuni e scendeva a Cremona. Comprendeva  Augusta Taurinorum e Mediolanum. Il Mi-To non è  dunque chissà quale invenzione recente: l’avevano chiaro gli Antichi Romani, che ne tracciarono le arterie stradali. Nel Trofeo della Turbie che si affaccia sulla Costa Azzurra Augusto celebrò i propri trionfi, conclusi proprio con il dominio  sulla Provincia Alpium Maritimarum e sui valichi tra l’Italia e la Gallia,  da millenni sacri ai riti in onore del Sole e del Toro come testimoniano le incisioni rupestri del Vallone delle Meraviglie. Il Piemonte nacque dopo, molto molto dopo. La sua gestazione richiese mille anni.  Nella sua demarcazione odierna è costruzione recentissima. Tra crollo dell’Impero romano, invasioni, scorrerie, occupazione di prolifici saraceni, nascita di comitates (contee) e poi di marche  e altri feudi, il territorio  risultò un mosaico di potentati, parte feudatari del Sacro romano imperatore, parte Comuni  disputati e soggetti alla plurisecolare semplificazione  dei confini attuata dai conti e duchi di Savoia ,conclusa  tra la pace di Cherasco  (1630), che comportò il dominio della Francia su Pinerolo e la vulnerabilità di Torino, e la prima metà del Settecento, quando, dopo le guerre di successione sui troni di Spagna, Polonia e dell’Impero, Carlo Emanuele III aggiunse al Monferrato l’Alessandrino, le Langhe (un caleidoscopio di signorie), l’Oltre Po pavese, l’Alta Ossola e il confine al Ticino, Novara inclusa.
  Il Vecchio (o Vero) Piemonte divenne la pedana per il grande balzo: su Milano, Parma-Piacenza, Bologna, Venezia… La fortuna aiuta gli audaci. Perché non sognare? Gli Stati sabaudi  di Terraferma comprendevano da un canto  la Savoia, dall’altro Nizza Marittima e tratti della costa ligure:  cunei che frastagliavano il dominio della declinante Genova, la Superba che vendette la Corsica alla Francia. Tra i frutti tossici di quel caos vi fu la secolare astiosità tra la Sabauda  San Maurizio e l’ Oneglia di Andrea Doria, placata solo tra il 1815 e la mussoliniana invenzione di Imperia.
 Questo complesso percorso storico, artistico, linguistico da quarantacinque anni è indagato dal Centro Studi Piemontesi, fondato da Renzo Gandolfo, un cuneese che a Roma fu anima della Famija Piemonteisa accanto a Luigi Einaudi, da Giuseppe Fulcheri, monregalese di Vico, poi dinamico assessore alla Cultura della Regione, e da altri volonterosi che nel 1969  riscattarono la memoria delle Civiltà del Piemonte a beneficio del nascente Ente Regione. Vi si impegnarono studiosi di vaglia, quali Luigi Firpo, sulla traccia di Francesco Cognasso, Luigi Cibrario e dei tanti storici che hanno edificato l’idea del Piemonte.
  Con centinaia di volumi, saggi, quaderni, con il semestrale “Studi Piemontesi”, già diretto da Luciano Tamburini e ora da Rosanna Roccia,  e una miriade di convegni, conferenze, corsi di lingua piemontese (protagonista, tra altri, Gianfranco Gribaudo, autore di un fortunato Dizionario), il Centro, ora  diretto da Albina Malerba che affiancò da sempre “’l profesor”  Gandolfo, ha pubblicato  opere di vasto impegno quali Tutti gli Scritti di Camillo Cavour, a cura di Giuseppe Talamo e Carlo Pischedda, e, a cura di Georges Virlogeux, l’ Epistolario di Massimo d’Azeglio, il vero forgiatore dell’ “opinione nazionale”, in gara con i fratelli Roberto (protettore delle arti, volàno dell’emancipazione di valdesi e di ebrei) e Luigi, gesuita, redattore della “Civiltà Cattolica”, propugnatore dell’“etnocrazia” cioè della centralità dei popoli quali protagonisti di storia: un pensiero condiviso da Cesare Balbo e Silvio  Pellico, consentanei con Le Pentecoste di Alessandro Manzoni.
  Il Piemonte “fa grado” ripeteva  Renzo Gandolfo. E’ sinonimo di misura, rigore, concretezza. Identifica istituzioni e cittadini e viceversa. Terra di frontiera e crocevia d’Europa, il Piemonte ha lottato nei secoli per l’indipendenza, come ricorda Oreste Bovio nel saggio sulle “milizie paesane”. Perciò con Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II la somma delle due Regioni augustee divenne la guida del Risorgimento. Il regno d’Italia non nacque per miracolo, ma  dalla storia, cioè dalla sua gente, capace di sacrifici enormi: un “mistero” che attende  una sintesi storica, tuttora  non tentata. (*)
Aldo A. Mola 
(*) La giuria della sezione scientifica del Premio Acqui Storia, coordinato da Carlo Sburlati, ha conferito al Centro Studi Piemontesi la Targa speciale per gli studi sugli Stati Sabaudi quale fulcro e crogiuolo della storia italiana ed europea. Sabato 19 ottobre la Targa è stata consegnata ad Albina Malerba.  
DATA: 20.10.2013
 
L’UOMO CHE A PIEDI NUDI STUPÌ IL MONDO


L’etiope Bikila tagliò il traguardo davanti all’Arco di Costantino nel 1960L’etiope Bikila tagliò il traguardo davanti all’Arco di Costantino nel 1960 E vinse ancora le Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Stavolta aveva le scarpe.

In un attimo, fotogrammi impazziti, la vita si fece lutto e felicità perdute. Il rientro ad Addis Abeba sulla Volkswagen donata dal Negus. Il tramonto fattosi improvviso notte. Gli abbaglianti alti della vettura sulla carreggiata opposta. L'inutilità del richiamo. Le ruote prive di controllo. L'ultimo tentativo per restare incollato a terra. La macchina volata fuori, un corpo lacerato che si smarrisce. La brutalità della diagnosi, sesta e settima vertebra inerti. Lo strazio dell'immobilità per il maratoneta protagonista a piedi scalzi nella suggestione dell'Appia antica e dell'arco di Costantino nella notte romana del 1960, canottiera verde olivo, numero 11 appeso al petto, salito nuovamente quattro anni dopo al trionfo orientale sulle strade di Tokyo. Accadeva il 24 marzo 1969 sulla strada tra Debre Birhan, luoghi d'infanzia, e la capitale etiope.
Al letto del campione olimpico accorse anche l'imperatore, ma inutile si rivelò la sua decisione di trasferire Bikila in un ospedale di Londra, nulla più che un atto augurale i messaggi pervenuti da mezzo mondo, da Elisabetta d'Inghilterra a Richard Nixon, un mondo rispettoso del dolore e rimasto attonito dinanzi alla paralisi e alla fragilità dell'uomo dalle gambe d'acciaio che la vita aveva destinato alla corsa. Quattro anni durerà il calvario di Abebe Bikila, appena mitigato dalle sue illusioni di ripresa, dalle terapie di rieducazione, dal prestarsi, su una sedia a rotelle, a forme agonistiche che la retorica confinerà nell'attività degli atleti diversamente abili. Poi, quarantunenne, divorato nel fisico, la morte per emorragia celebrale, con l'epigrafe trilingue, in amarico, italiano e giapponese, sulla tomba: Qui giace l'eroico capitano Abebe Bikila, due volte campione olimpico di maratona.
Per la prima vittoria olimpica, l'allora semplice guardia del Reggimento imperiale, divisa rossa e nera, da sei mesi sposo di Yewebdar Wolde Georgis, ebbe in premio la promozione a sergente, una casa, una macchina e buoni di benzina sufficienti per un anno. Ma ancora prima, alla vigilia del rientro in Etiopia da Roma, aveva ricevuto un sorprendente riconoscimento da un re in esilio. Sepolta negli archivi e recuperata da Sergio Boschiero, figura storica dell'Unione monarchica italiana, appare una nota di cronaca contenuta nelle memorie di Falcone Lucifero, marchese di Aprigliano e ministro della Real Casa: «Il 12 settembre 1960 il ministro della Real Casa si reca al Villaggio Olimpico e, alla presenza di un funzionario dell'Ambasciata etiopica e del signor Ydnekatcheou Tessema, Segretario generale della Confederazione Nazionale Etiopica degli Sport, si compiace a nome di Sua Maestà con gli olimpionici etiopici, schierati a riceverlo, e consegna un paio di gemelli d'oro con il monogramma reale all'atleta Abebe Bikila, vincitore della maratona».
La consegna del dono reale avvenne al Villaggio olimpico nella palazzina di via Svizzera, dove la rappresentativa etiopica, tra le prime giunte a Roma con ampio margine rispetto all'inizio dei Giochi, aveva soggiornato per oltre un mese. Rivolto all'esponente di una paese che anni prima aveva subìto l'occupazione italiana, in linea con lo stile del personaggio esiliato nella portoghese Villa Italia di Cascais dal giugno del 1946, quello di Umberto di Savoia fu gesto di rara nobiltà. Ma non fu il solo, dall'esilio. Tutti gli olimpionici italiani, da Livio Berruti a Raimondo D'Inzeo, da Nino Benvenuti a Giuseppe Delfino, ricevettero a suo nome «felicitazioni e un portachiavi d'argento con dedica di Sua Maestà Umberto di Savoia».
Dopo l'affermazione romana, raccontata nel tardo pomeriggio del 10 settembre dai microfoni della RAI da Nando Martellini dalla postazione fissa sul traguardo e da Paolo Valenti a bordo di una vettura autorizzata, ormai figlio adottivo della città, Bikila tornò a Roma l'anno successivo, il 19 gennaio, unico ospite straniero, quando il Teatro dell'Opera si aprì alla prima del film «La grande olimpiade», la magnifica pellicola realizzata da Romolo Marcellini con otto minuti dedicati alla maratona e al suo vincitore. C'è un'immagine che ritrae l'etiope sul palcoscenico, impacciato e forse stupito delle attenzioni, a fianco di Anna Magnani. Tornerà ancora in Italia, a Genova, nel '67, per la consegna del Premio Colombo. L'estero ne rinvierà l'immagine dolente durante i Giochi di Monaco, in tribuna d'onore, a fianco di altri immortali dei campi di gara, Emil Zatopek, Jesse Owens e Fanny Blankers-Koen. L'ultima apparizione pubblica avverrà nel gennaio successivo, ai Giochi africani di Lagos. Il 25 ottobre 1973, «il fiore cresce» Abebe Bikila morrà, in un requiem tra i più tristi nella storia dello sport.
Augusto Frasca

TRE GIORNI DI PERIPEZIE PER ARRIVARE AD OSLO CON L’AEREO DEL RE

Il 13 giugno 1946, un quadrimotore SM 95T del 98° Gruppo Trasporti, unico aereo governativo disponibile, aveva trasportato il «Re di maggio» Umberto II nell'esilio portoghese di Cascais. Pilota, classe 1910, medaglia d'argento al Valor militare, il capitano Manlio Lizzani, fratello maggiore del regista Carlo recentemente suicidatosi. Due mesi dopo, in pieno agosto, lo stesso aereo e lo stesso pilota accompagnarono la prima trasferta all'estero del dopoguerra d'una rappresentativa italiana, 15 atleti impegnati nei campionati europei di Oslo. Capo delegazione, da meno di un mese salito al vertice di un rinato Comitato olimpico nazionale, Giulio Onesti firmò il suo battesimo dirigenziale all'estero. Quel viaggio si tradusse in un'avventura. Partenza da Ciampino, sosta per il recupero della rappresentativa all'aeroporto Forlanini di Milano, tempesta sulle Alpi, atterraggio di fortuna ad Istres, in Provenza, aggressione d'un funzionario francese reclamante arresto e sequestro di uomini e cose, intervento provvidenziale d'un ufficiale statunitense appassionato d'atletica con rifornimento di cibo, ristoro e carburante, arrivo ad Orly, altra tempesta d'aria sui cieli della Danimarca, atterraggio a Brema, città fantasma. Infine, dopo tre giorni, l'arrivo sulla pista della capitale norvegese e il ricovero d'emergenza in una tendopoli ricavata in un vecchio lazzaretto. A cospetto del resto d'Europa, assente la Germania, penalizzata quale nazione sconfitta a differenza dell'Italia, dal 22 al 25 agosto l'atletica azzurra si difese con dignità, con la doppietta di Adolfo
Consolini e Giuseppe Tosi nel disco, prima di tre consecutive, e le medaglie di bronzo di Carlo Monti sui 100 metri e di Amelia Piccinini nel peso. Unico inviato per la stampa italiana, e per la Gazzetta dello Sport, Gianni Brera, che aveva accompagnato Consolini nelle sue strepitose peregrinazioni agonistiche precedenti i campionati attraverso le città dei Nord Europa. Corriere dello Sport e Tuttosport pubblicarono servizi ripresi dalla France Presse. Dopo aver riportato in patria, sana e salva, la rappresentativa azzurra, congedato a domanda due anni dopo, il capitano pilota Manlio Lizzani passò nel gennaio del 1949 in servizio alla LAI, compagnia di bandiera dell'epoca, mamma dell'Alitalia.
A.F.
DATA: 18.10.2013

LIRICA: IL PREMIO TAMAGNO AL TENORE SALVATORE FISICHELLA

Premio Tamagno 2013 Salvatore FisichellaDomenica 13 ottobre, al Palace Hotel di Varese, è andata in scena la grande musica. Nell’ambito di un concerto dedicato al bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, il pubblico varesino ha avuto il piacere di poter sentire una delle voci più apprezzate dello scorso secolo: quella del tenore catanese Salvatore Fisichella. Il premio Tamagno, giunto alla sua ventunesima edizione e dedicato al grande tenore che scelse Varese come sua ultima dimora (lasciando alla città la sua villa nel parco della quale venne costruito l’Ospedale di Circolo), è stato assegnato alle più importanti voci maschili della lirica internazionale: da Mario del Monaco a Juan Diego Florez, da Carlo Bergonzi a Leo Nucci. Il premiato, pur avendo dato l’addio alle scene dal 2005, ha dimostrato la sua generosità ringraziando i varesini con l’esecuzione di ben quattro arie, tra cui il celeberrimo “Nessun dorma!” dalla Turandot di Giacomo Puccini. Presente il Sindaco leghista di Varese Attilio Fontana, al quale il tenore ha dedicato la canzone napoletana “O sole mio”. Il pubblico ha decretato il successo dell’iniziativa, con ovazioni per il premiato. A presentare l’evento il Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Davide Colombo che ha ripercorso le tappe fondamentali della vita di Giuseppe Verdi, sottolineando il suo indissolubile legame con l’Italia e con Casa Savoia. Proprio per questo Colombo ha voluto collocare sul palco un tricolore con lo stemma sabaudo, per rendere omaggio ad un compositore che è uno dei massimi simboli dell’Italia.
Il premio, alternato al “Città di Varese” per le voci femminili, è stato istituito dall’Associazione Amici della Lirica nel 1981 e da allora ha permesso alla Città Giardino di ospitare le più grandi voci del panorama lirico internazionale.
Premio Tamagno 2013 Salvatore Fisichella
L'intervista al tenore Salvatore Fisichella. Sul palco il tricolore sabaudo.

DATA: 17.10.2013
  
CASIMIRO TEJA. UN SORRISO DALLE ALPI AL MAR ROSSO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14/10/2013
   
Casimiro Teja  Da troppo tempo, e non solo in Italia, la vita quotidiana è dipinta a tinte fosche, con velature lugubri. I pessimisti distendono la piega amara solo se intravvedono  finanziamenti giganteschi per ripianare i loro debiti oceanici. E’ una rappresentazione esagerata. Falsante. Nei millenni l’umanità ha vissuto alti e bassi e ogni giorno ne affronta altri. Lo si percepisca o meno, oggi la generalità degli umani sta molto meglio che nei secoli andati. Molto di quanto oggi fa orrore un tempo era normale. E’ repellente proprio perché siamo più “civili” di quando  si andava in piazza fascinati dall’esecuzione di condanne capitali con martirii atroci dei suppliziati (oggi quel gusto sadico si manifesta in forme attenuate: l’annientamento, almeno mediatico, del “nemico”). L’informazione,  volàno del progresso, oggi è però talmente incombente che se ne rimane succubi in mancanza di corsi accelerati di senso della storia: antidoto agli psicodrammi permanenti, alla enfatizzazione di minuzie. L’enorme e l’abnorme, perciò, nella percezione deformante della quotidianità continuano ad aver la meglio sull’ordinario.   Per recuperare il senso della realtà la via maestra è ritrovare il sorriso anche nei momenti più difficili.  Lo propone la bella Mostra  su uno dei massimi geni della caricatura italiana, Casimiro Teja (Torino, 1830-1897), curata da Dino Aloi e Claudio Mellana. (*)  In quarant’anni di creatività, circa 40.000 opere, Teja ha commentato con pennino benevolmente graffiante la storia d’Italia in una visione europea, da Camillo Cavour (raffigurato come “mappamondo” di ideali) a Giovanni Giolitti,  che proprio lui denominò “Palamidone”: felice immagine dello Statista che cercò di inculcare nei romani un po’ di senso dello Stato e nei piemontesi il piacere delle cene nelle trattorie fuoriporta della Città Eterna.    Cantore del Risorgimento e della lunga costruzione della Terza Italia,  Casimirro (sic!) fu un “vero credente”. Nel 1860 si fece iniziare nella loggia “Ausonia” di Torino, vivaio della classe dirigente: politici, militari, imprenditori, banchieri,  artisti, artigiani. Era la Fantasia all’Ordine.  Come altri giornalisti e politici della stessa covata (Felice Govean, fondatore della “Gazzetta del Popolo”, Giacomo Dina, il romanziere Luigi Pietracqua, Michele Coppino…) , capì che l’Italia sarebbe stata accettata nel concerto delle Grandi Potenze solo come fattore di stabilità. Era, doveva essere, “Italia e Vittorio Emanuele”. Perciò, senza rinnegarli, ognuno doveva rinviare almeno in parte l’attuazione dei sogni adolescenziali. Come Giuseppe Garibaldi, Giosue Carducci e un lungo “eccetera” di patrioti, dovevano saperlo fare tutti i cittadini di buon  senso. Lo si vide col trasferimento della capitale da Torino a Firenze nel 1864 (chissà se se ne parlerà nel 150°, cioè…domani),  istoriata dal “fratello” Alessandro Allis (“Silla”) nella “Via Crucis di Gianduja” a lungo attribuita a Teja, che poi narrò la traslazione a Roma.      Come documenta Marco Albera, tra i veri colpi di genio di Teja spicca  il “Bogorama”: una immensa Sfinge allestita nel 1871 in Piazza Castello a Torino introduceva i visitatori a ben 120 metri di “visioni” del collegamento dalle Alpi al Canale di Suez, inaugurato nel 1869. Teja e i suoi molti collaboratori (artisti e politici eminenti, come Desiderato Chiaves, tanti del Circolo degli Artisti di Torino) col linguaggio immediato della pittura  spiegavano che l’Europa aveva accorciato le distanze con l’India e l’Estremo Oriente passando per l’Italia: il traforo ferroviario voluto da Des Ambrois e da Cavour e le linee ferrate poi gettate dalla Destra Storica lungo una penisola che nel 1861 ne aveva ancora pochi chilometri erano il ponte verso il futuro.   Come nei secoli avevano fatto i pittori sulle pareti delle chiese e degli edifici pubblici, nelle pagine delle riviste illustrate dell’Ottocento con pochi felici tratti di penna e svelte pennellate Teja  faceva riflettere. Mai sarcasmo, mai urla, mai scherno, men che meno il declassamento della persona ad animale, oggi tristemente abituale da parte di caricaturisti da giardino zoologico, senz’anima.
  “Il Fischietto”, il “Pasquino” e la miriade di altri periodici illustrati  dell’epoca rimangono un modello di civismo: un sorriso sul “progresso” che costava  sudore e sangue ma giorno dopo giorno  migliorava davvero la vita delle moltitudini, guidate da una dirigenza che sapeva essere d’esempio, come il Quintino Sella ritratto da Teja in vetta al Monviso, scalato dallo statista per mostrare che anche gli italiani erano capaci di superare vittoriosamente le sfide più aspre, con altruismo,  dignità e riserbo. In vetta non si va per urlare. Le grida sono da bettola.   Centinaia di vignette di Teja hanno per soggetto la donna, ritratta sempre col garbo di chi, nutrito di cultura classica e consapevole  del millenario vissuto umano, si batteva per l’emancipazione femminile  senza  scadere in artificiose esasperazioni unisex. Mentre fermentavano il terrorismo politico e l’incitamento all’odio di classe  (le bombe di Felice Orsini contro Napoleone III, i pugnali anarchici e l’Internazionale rivoluzionaria), Teja folgorò la deriva dei “malcontenti” perenni: i mazziniani che, fallita la loro protesta per un acquazzone improvviso, eclamano: “Piove, governo ladro”. Edmondo De Amicis sentenziò che nelle sue caricature non si trovano “né odio né insulti né vendetta”. Esprimeva genuina bontà e fiducia nella capacità degli uomini di migliorare conciliando la nostalgia per la  Sacra pantofola papale (“Primo potere dello Stato”, come disegnò “Il Fischietto” a sostegno di Cavour) con l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi garanti di istruzione e benessere.  Anche per Teja due generazioni bene educate e bene allevate avrebbero fatto degli italiani una nazione come quelle da tanti più secoli giunte all’unità. Ma la Grande Guerra, anzi, la Guerra dei Trent’anni (1914-1945), soffocò in culla l’età dei buoni sentimenti.   Il Canale di Suez oggi si è fatto più stretto. E valicare le Alpi con una ferrovia all’altezza dei tempi nostri sembra quasi impossibile. Non si sa guardare al di là dei piedi. Non si sa più sorridere. In fondo alla valle l’arcobaleno ha un solo colore: il viola di una quaresima senza resurrezione. Le persone però hanno bisogno di vita. Non risa sguaiate, ma sorriso. Se non lo trovano in una terra lo cercano in un’altra.
Aldo A. Mola 
(*)  La Mostra Casimiro Teja. Sulla vetta dell’umorismo (catalogo con testi di Dino Aloi, Claudio Mellana, Marco Albera e altri), allestita col patrocinio del Consiglio  Regionale del Piemonte, è all’Archivio di Stato di Torino (via Piave 21) sino al 16 novembre. 
DATA: 15.10.2013
 
LA REPUBBLICA DICHIARI FALLIMENTO

Dopo la nuova fiducia ottenuta dal governo Letta e soprattutto dopo la sentenza spartiacque che ha visto il leader dei moderati condannato in via definitiva per il reato di frode fiscale, in questi giorni sui principali quotidiani italiani si è aperto uno sterile dibattito su quale sarà il futuro del centro-destra e del centro-sinistra italiano alla luce dei nuovi avvenimenti. Sembrerebbe quasi una questione di lana caprina il dibattito in corso, visti i gravi problemi che affliggono il nostro Paese. Del resto i dati Istat pubblicati la scorsa settimana parlano chiaro, il debito pubblico continua a crescere mentre il nostro PIL rimane al palo, le nostre famiglie si impoveriscono, le aziende chiudono e le tasse aumentano. Non che non sia importante discutere su chi saranno i nuovi leaders o dibattere su quale fisionomia potranno assumere nel panorama politico italiano i possibili nuovi partiti o gruppi parlamentari, ma di fronte al crollo imminente dell’architettura repubblicana (e di conseguenza dello Stato italiano) sembrerebbe prioritario discutere urgentemente proprio della nostra forma di Stato, anziché di schermaglie e tatticismi tipici della politica nostrana, perché è questa che così com’è non va. Se è vero infatti, come tutti dicono, che l’Italia ha bisogno di grandi riforme istituzionali che vanno dal riequilibrio tra i poteri dello Stato (compresa la forma di governo), alla cancellazione dalla Carta costituzionale del bicameralismo perfetto, dalla riforma della legge elettorale, al ripensamento del decentramento amministrativo, e di riforme più strettamente a carattere politico-economico come la riforma della Giustizia, della Sanità, della Pubblica Amministrazione, e che senta la necessità di liberalizzare e privatizzare in economia e di riformare il suo mercato del lavoro, che senso ha allora chiedersi chi sarà il nuovo leader del centro-destra o della sinistra o quali sembianze potranno assumere in futuro le forze politiche in campo, quando è il tutto che è da riformare?! Non sarebbe più onesto invece da parte dei nostri governanti dichiarare fallimento dal punto di vista istituzionale (quello economico è all’orizzonte!), fare mea culpa, e nel caso, pensare di abrogare l’art. 139 Cost., fare una legge costituzionale che preveda l’indizione di un Referendum sulla forma di Stato, indirlo, e sperare poi che la maggioranza degli italiani esausti di questa repubblica  votino a favore dell’istituzione monarchica? Solo un Re liberatore potrà essere il vero garante degli equilibri tra i poteri dello Stato e fungere da arbitro verso i soprusi dettati dalle logiche del denaro. Essendo il monarca una figura istituzionale non elettiva, ma a carattere ereditario, egli si rivelerebbe un capo di Stato neutrale nei confronti delle forze politiche in campo e quindi non ricattabile da lobby politiche ed economiche. Le migliori democrazie europee come la Spagna, Regno Unito, Olanda, Danimarca, Svezia, Belgio, Lussemburgo, Liechtenstein e P.to di Monaco sono una Monarchia. E l’Italia cosa aspetta? Potrebbe davvero una Monarchia parlamentare fare cose peggiori di questa repubblica?  Il dibattito è aperto.
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 09.10.2013
    
MILIARDI DI TASSE E DEBITI, E INTANTO LE REGIONI SPRECANO

Incremento produttivo delle industrie italiane superiore al 30%, crescita occupazionale, e tassi di incremento di reddito oltre il 6%. Un sogno? Non proprio, si tratta dell’Italia nella sua fase più rosea (eccezion fatta per il settore agricolo), nel suo pieno boom economico, che durò dall’immediato dopoguerra fino agli anni settanta. E poi? E poi debito, ovviamente. Quali dunque le cause di questa inversione di rotta? Sicuramente l’ormai famoso divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia (grazie al quale quest’ultima venne sollevata dall’obbligo di comprare alle aste i titoli di Stato,  con la conseguenza che  il tasso di interesse non rimase più a un livello stabilito dal Tesoro) ha partecipato all’impennarsi del nostro debito pubblico, grazie a Ciampi e Andreatta che, con una semplice e banalissima lettera, hanno dato i nostri tassi di interesse in pasto al voracissimo mercato. Non di meno a favorire un incredibile aumento della nostra spesa è stata, proprio in quegli anni, la creazione di quello che oggi chiameremmo “welfare”, o, italianamente, stato sociale. In pratica quanto concerne la sanità, l’istruzione, il sistema pensionistico, le politiche di assistenza ed altro ancora. Pertanto è, almeno questa, una spesa sacrosanta, purtroppo spesso mal gestita, e  questo si ricollega a quello che si può considerare… … il vero fardello del “Bel Paese”,  ossia l’effetto di quello che fu un clamoroso decentramento del potere, quando cioè, da mero articolo costituzionale, le Regioni divennero entità concreta. Fino agli anni settanta infatti le regioni erano sì previste costituzionalmente, ma non esistevano come realtà istituzionale. Ad oggi invece ci permettiamo questo inutile e dannosissimo lusso di avere quello che Marcello Veneziani tempo addietro ha giustamente individuato come “doppio Stato”. Perché le regioni hanno ampia discrezionalità in merito ad ambiente, infrastrutture, trasporti, lavoro, energia, rifiuti, sicurezza, sanità (che rappresenta la fetta più importante delle uscite), istruzione, politiche sociali e in definitiva buona parte se non praticamente la totalità di quanto sopra è stato descritto come “stato sociale”. Significa che la maggior parte della nostra spesa è amministrata tramite una struttura a sua volta clamorosamente costosa, che gode di una assurda autonomia finanziaria.
Inutile dire e ricordare che proprio le regioni si ricordano per recenti e passati scandali. Ancor più inutile dire che sono diventate facile strumento clientelare, se non proprio mafioso, con evidenti ulteriori  sprechi e crimini, ambientali e non solo. Ma alla fine che importa se nel frattempo quasi un terzo dell’Italia è a rischio povertà, se due giovani su tre sono a spasso, se le nostre industrie o chiudono o vengono svendute. Tanto il nostro governo sa perfettamente come risolvere la questione. Che si chiamino Imu o service tax, sempre di tasse si tratta. Tasse per pagare servizi mai resi, per coprire debiti non copribili, per far svendere la nostra cultura e le nostre case per pochi spicci. E contemporaneamente si tenta il “pertutto” con l’iva, nel suo amletico saliscendi. Non sarà l’ora di farsi i conti in casa, prima di andare a massacrare gli italiani? Non sarà l’ora di fare qualche “taglio”? ovviamente! Infatti anche in questo verso il governo ha preso provvedimenti, affidando la responsabilità della “spending review” ad un figlio del Fondo Monetario Internazionale. Possiamo allora stare certi e tranquilli, che verrà tagliato tutto, ma proprio tutto, tranne quello che deve essere “accorciato”, le regioni.
Guido Rossi de Vermandois
DATA: 09.10.2013
 
50° ANNIVERSARIO DELLA TRAGEDIA DEL VAJONT: OGGI COME ALLORA LA VICINANZA DI CASA SAVOIA

Tragedia VajontTutta Italia si accinge a ricordare le 1917 vittime della tragedia che avvenne esattamente 50 anni fa in provincia di Belluno, quando dalla diga del Vajont, in seguito ad una frana, un’immane quantità di acqua devastò i territori sottostanti, spazzando via migliaia di vite umane.
Quello del 9 ottobre 1963 fu uno dei più grandi disastri avvenuti nel dopoguerra, complice l’incuranza umana che aveva permesso la costruzione di una simile diga in una zona non adatta.
La solidarietà da tutta Italia non si fece attendere e ovviamente anche il Re Umberto II dall’esilio si mosse per dimostrare la sua vicinanza ai famigliari delle vittime ed ai superstiti. S.A.R. la Principessa Maria Beatrice andò nei territori devastati e portò il sostegno del Sovrano. Anche l’Unione Monarchica Italiana mobilitò i propri iscritti per una gara di solidarietà che potesse dare reale sostegno a chi ne avesse bisogno.
Il Comune di Longarone, che pagò il maggior tributo di vittime, si è reso promotore di una lunga serie di iniziative e commemorazioni, atte a ricordare quanto accaduto, nella speranza che mai più possano ripetersi simili tragedie.
Il Capo di Casa Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo, ha mandato un messaggio al Sindaco di Longarone che verrà letto nel corso della giornata di domani.

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELLA TRAGEDIA DEL VAJONT


Messaggio Amedeo di Savoia 50° Vajont    In occasione del cinquantesimo anniversario della tragedia del Vajont mi sento profondamente vicino ai superstiti e ai discendenti delle vittime in questa triste quanto significativa ricorrenza.
    La Famiglia Reale Italiana allora dimostrò, per volontà del Re Umberto II, la propria solidarietà alle popolazioni del Piave e del Vajont con una simbolica visita di conforto da parte della terzogenita del Re, la Principessa Maria Beatrice.
     Oggi non posso che indicare quale luminoso e commovente esempio i territori colpiti dalla tragedia quali fulgida icona di un’Italia che reagisce ai propri drammi e che dimostra sempre la propria vocazione a tornare alla normalità, superando il legittimo e comprensibile smarrimento dovuto a tali eventi calamitosi.
    Desidero indirizzare un particolare pensiero alla memoria delle 1917 vittime la cui esistenza fu violentemente interrotta dalla brutale potenza delle acque, scatenata anche dalla cecità egoista degli uomini.
    Tutta Casa Savoia ed io ci sentiamo, oggi più che mai, accanto ai vostri cuori che ancora avvertono fortemente le ferite lasciate allora, pur avendo trovato la forza ed il coraggio di costruire e ricominciare.
    Da questa vostra prodigiosa energia sgorgherà un’Italia migliore in cui mai nessuno dovrà più morire per colpa dell’incuria e della follia degli uomini.

Amedeo di Savoia                                  

                            San Rocco, 9 Ottobre 2013


Pubblichiamo la rassegna stampa monarchica relativa al 1963.

Dal quotidiano Il Giornale d'Italia, Roma, 11-12 ottobre 1963:
" La solidarietà di Umberto di Savoia.
"Umberto di Savoia all'atto della sua partenza per gli Stati Uniti dove, come è noto si reca per un viaggio di studi, impossibilitato ad inviare sul luogo del disastro il ministro della Real Casa Falcone Lucifero, che lo accompagna in America, ha disposto affinché i rappresentanti locali dell'Unione Monarchica Italiana, ispettore nazionale dott. Pier Egilberto de Zordo, l'ispettore provinciale di Belluno, prof. Laura Bentivoglio e quello di Udine, Giuseppe Orgnani, cooperino validamente ai soccorsi portando la sua affettuosa solidarietà ".
L'U.M.I. di Belluno ha fatto affiggere il seguente manifesto: nei vari paesi della provincia
" Sua Maestà Umberto II di Savoia fa sapere che il Suo cuore addolorato dall'immane sciagura che si è abbattuta sulle popolazioni del Piave e del Vajont, è vicino a tutti coloro che sono stati colpiti negli affetti più cari ".
Belluno, 12 ottobre 1963

Comunicato stampa U.M.I. veneta
Tutti i dirigenti dell'U.M.I. veneta, a cui si unirono altri generosi amici, raccolsero fondi, indumenti, medicinali e li portarono nella zona funestata, visitandola minutamente, dando gli aiuti e soprattutto portando la parola di conforto del Re, sempre accolta con commozione e gratitudine.
Lo stesso è avvenuto quando essi si sono recati negli ospedali e nei vari centri di raccolta dei superstiti.
Successivamente, il 19, 20 e 21 ottobre, la Principessa Maria Beatrice si recò sui luoghi del disastro.

Il Messaggero, Roma, 22 ottobre 1963:
Belluno, 21 ottobre.
" Stamane, mentre continuava ancora il recupero delle salme e il trasporto delle stesse al cimitero di Fortogna, la zona del disastro è stata visitata dalla principessa Maria Beatrice di Savoia, la terzogenita del Re Umberto, che in auto ha raggiunto Fortogna, dove in quel cimitero ha deposto omaggi floreali sulle tombe delle vittime del Vajont. Successivamente Maria Beatrice ha visitato Longarone e l'ospedale di Pieve di Cadore, dove sono ricoverati i pochi feriti dispersi. Quindi si è fatta condurre in elicottero sulla diga del Vajont, per rientrare poi a Belluno ".


DATA: 08.10.2013
   
IL GOVERNO CHIEDE L’OPINIONE DEI CITTADINI: DICIAMO LORO CHE LA MONARCHIA È MEGLIO!

Fino a tutto domani, 8 ottobre 2013, si potrà compilare un questionario on-line preposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere ai cittadini come vorrebbero cambiare questo Stato, dal titolo: Consultazione Pubblica sulle Riforme Costituzionali. Vi è la possibilità di partecipare con due questionari, uno breve e compilabile in circa cinque minuti e uno più dettagliato compilabile in circa 20 minuti. Al termine del questionario lungo verrà offerto uno spazio di 500 caratteri per dare dei consigli. Non sappiamo se verranno ascoltati ma suggeriamo di compilare il questionario inserendo “altro” ogni volta che si faccia riferimento alla forma istituzionale (ovviamente la Monarchia non è contempliata). Al termine del questionario si può inserire un testo che suggeriamo essere così (max 500 caratteri):

La forma di governo della nostra Patria andrebbe cambiata profondamente. Solo la scelta della monarchia costituzionale può garantire stabilità allo stato. Tale proposta dovrebbe essere sottoposta alla Nazione mediante referendum dopo aver modificato la Costituzione attuale in modo da poter effettuare la consultazione popolare. La Monarchia garantirebbe una neutralità del Capo dello Stato che sarebbe così svincolato da legami con i partiti e i potentati finanziari.

Potete compilare i questionari dal sito internet:
www.partecipa.gov.it
Buona compilazione! Viva la Monarchia!

DATA: 07.10.2013

PREMIO ACQUI STORIA: VINCITORI E VINTI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 06/10/2013
   
Acqui Storia Maria Ganriella di Savoia   Poca attenzione per l’unificazione nazionale. Quasi zero per l’Unione Europea. Indifferente a temi che pur dovrebbero essere al centrali, la storiografia italiana è sempre più risucchiata da altre problematiche e tentata dalle cronache politico-partitiche. E’ il quadro offerto dall’Acqui Storia 2013, che vanta un suo primo vincitore: il Premio in sé. La partecipazione di quasi  200 opere, candidate da editori nazionali e locali, ne conferma infatti l’indiscusso prestigio di principale premio italiano per gli studi storici. Il riconoscimento va alla tenacia del suo stratega, Carlo Sburlati e dei suoi sostenitori, a  cominciare dal presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Pier Angelo Taverna. 

   Anche l’edizione  2013 fotografa il cantiere storiografico in Italia.  Certo, sono remotissimi i tempi della gara tra la Storia d’Italia curata da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti per l’Einaudi, quella diretta da Giuseppe Galasso per la Utet e la Storia della società italiana di Nicola Teti. Dopo le imprese solitarie, come quelle di Cesare Spellanzon e di Giorgio Candeloro, negli Anni Settanta le opere collettanee risposero all’urgenza di allestire una nuova ideale Galleria  della storia nazionale per affiggervi i ritratti dell’Italia Nuova: le regioni, le città, le istituzioni. Il Dizionario biografico degli italiani avanzava a passi falcati. Suggello di quell’operosa stagione furono i 23 volumi di Il Parlamento italiano, 1861-1992  (Nuova Cei),  un’impresa innovatrice, rimasta monca del tomo conclusivo. Negli anni seguenti prevalse la rivisitazione di temi circoscritti, da taluno polemicamente liquidata come revisionismo, mentre essa esprime la necessità di aggiornamento perpetuo dei metodi e dei giudizi critici e dell’accertamento dei fatti, a lungo travisati e manipolati.  

   Hanno retto e reggono bene le biografie, gioco di specchi tra il particolare e l’universale. Lo confermano i vincitori dell’Acqui 2013. Il robusto Malaparte. Vite e leggende di Maurizio Serra (Ed. Marsilio), ex aequo per la sezione scientifica (presidente Valerio Castronovo), versione italiana di un saggio di vasto successo in Francia, esplora i fermenti politico-culturali della prima metà del Novecento attraverso le tumultuose vicende di un loro protagonista famoso: scrittore, direttore di giornali, militante su diversi fronti. Malaparte s’illuse di influire davvero sui governi commentandone le imprese. La sua rivoluzione, però, rimase di parole e di immagini. A quanto con penna dotta e piacevole  Serra scrive va aggiunto che Malaparte si fece iniziare alla Gran Loggia d’Italia a fine maggio 1924: dopo la vittoria del listone di Mussolini e poco prima dell’assassinio di Matteotti, quando la massoneria era “scomunicata” sia dalla chiesa (di cui poco gl’importava) sia dal fascismo (di cui era irrequieto alfiere).

   L’intrigo del mondo letterario è al centro anche di Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud (ed. Bompiani) di Giuseppe Marcenaro, vincitore per la sezione divulgativa, presieduta da Giordano Bruno Guerri, prevalso su opere di successo, come I prigionieri dei Savoia di Alessandro Barbero e Partigia di Sergio Luzzatto. Conduce nei meandri più oscuri della guerra civile e invita a liberare la narrazione da pregiudizi ideologici e strumentalizzazioni retoriche  L’ultima notte dei Fratelli Cervi di Dario Fertilio (ed. Marsilio), meritatamente vincitore per il romanzo storico, la cui giuria è presieduta da Camilla Salvago Raggi.  Ex aequo per la sezione scientifica è stato premiato il saggio Dalla guerra fredda alla grande crisi. Il nuovo mondo delle relazioni internazionali in cui il novantenne Ottavio Barié legge con rigore e lungimiranza la crisi planetaria in atto. Autentico Maestro della storiografia con Galasso, Roberto Vivarelli e lo schivo Paolo Simoncelli, nel 1972  Barié vinse l’Acqui Storia con la biografia di Luigi Albertini (Utet), direttore del “Corriere della Sera” e suo comproprietario sino a quando non fu costretto a ritirarsene dall’incipiente regime (sorte analoga a quella di Alfredo Frassati, direttore-comproprietario di “La Stampa”, per breve tempo diretta da Curzio Malaparte, con poca gioia della famiglia Agnelli). Il Premio 2013 è anche doveroso tributo alla sua operosità, documentata dalla raccolta  curata da Massimo de Leonardis in Dall’impero britannico all’impero americano (Le Lettere). 

  Tra molti e autorevoli vincitori anche questa edizione dell’Acqui registra un paio di vinto: anzitutto la storia nazionale, a parte L’unità d’Italia nel teatro di Maria Teresa Morelli  (ed. Bulzoni) e Torino@Italia.eu. Viaggio di un piemontese nella storia unitaria (Centro Studi Piemontesi) e poco più. Due anni orsono il 150° del Regno aprì un solco nel quale però poco è stato seminato e ora risulta inaridito. “Italia 150 si è risolta in celebrazioni  spesso retoriche e in un profluvio di libri “anti”: elogio degli Stati preunitari, dalle Due Sicilie al Pontificio, dagli Asburgo di Toscana a quelli del Lombardo-Veneto. Poiché per molti l’unificazione rimane conquista sabauda o complotto di massoni in combutta con potenze straniere (gli inglesi e/o Napoleone III) o saccheggio del Mezzogiorno da parte del capitalismo settentrionale, è auspicabile che la storiografia torni a studiarla e faccia finalmente i conti con l’istituzione guida del Risorgimento e dello Stato nazionale: la monarchia, i re di Casa Savoia.

   L’Acqui 2013 ha veduto in gara opere importanti sui settant’anni postbellici (è il caso di Giuseppe Bedeschi sulla “democrazia difficile” e di Tito L. Rizzo sui capi dello Stato) o sull’età dal Risorgimento al fascismo, ripercorsa da Domenico Fisichella, ma la sintesi delle diverse Italie  susseguitesi dall’Unità ai nostri giorni ancora attende. Altrettanto, e ancor più anzi, va detto del secondo “vinto” di questa edizione: l’Unione Europea, anzi l’intero continente europeo, grande assente dalla storiografia militante rispecchiata dall’Acqui Storia. Il cantiere dunque rimane aperto (**).  

  Aldo A. Mola (*)

 
(*) Membro della  Giuria della sezione  scientifica con Massimo de Leonardis, Giuseppe Parlato, Francesco Perfetti e Gennaro Sangiuliano.

 (**)  LA PREMIAZIONE
La premiazione avrà luogo alle h.17.15 di sabato 19 ottobre al Cinema-Teatro “Ariston” di Acqui Terme. Ai quattro vincitori si affiancano i Testimoni del Tempo (Pupi Avati, Giampaolo Pansa, Roberto Napoletano, Pier Franco Pingitore), mentre Graziano Diana è premiato per la Storia in TV e Franco Cardini riceve il premio Presidenza della Repubblica alla carriera. Roberto Giacobbo ritira il Premio assegnatogli due anni orsono. Una Targa speciale è conferita al Centro Studi Piemontesi, diretto da Albina Malerba,  per i suoi primi 45 anni di attività scientifica.

Nella foto la premiazione di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella, nel corso dell'edizione 2012.

DATA: 30.09.2013
 
DUE MONARCHICI PER UNA REPUBBLICA ZOPPICANTE

Il premier Enrico Letta si è presentato stamani in Senato per tentare di salvare il celeberrimo governo delle larghe intese messo in seria difficoltà dalle fibrillazioni di una parte della sua maggioranza. Dal suo discorso dipendevano le sorti del suo esecutivo e gli equilibri di tutta Italia. Un discorso pacato e fermo con cui conquistare l’interesse di chi ne minava l’avvenire. Ma la cosa curiosa non è l’evento in sé, più che normale in un ordinamento più o meno democratico, ma i modelli che l’on. Letta decide di citare nel suo intervento. Non figure della defunta prima repubblica e nemmeno della moribonda seconda cui appartiene. Egli ricorda passi di due persone straordinarie come il liberale Luigi Einaudi ed il filosofo ed intellettuale Benedetto Croce. Alla vigilia del famigerato referendum del 2 giugno 1946 l’on. Einaudi si esprimeva convintamente a favore della Monarchia con un documentato testo pubblicato sul quotidiano “L’Opinione” avente per titolo nientemeno che “Perché voterò Monarchia”. Fu certo, successivamente, un grande Presidente ma, come ben sosteneva il sen. Fisichella, per merito dell’equilibrio tipico della sua cultura monarchica. Benedetto Croce fu notoriamente, sebbene critico quando necessario, monarchico al punto di sostenere il 27 settembre 1945 : "Egli ha affermato - Parri ndr - che già prima del fascismo l'Italia non aveva avuto governi democratici. Ma questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l'Italia dal 1860 al 1922 è stato uno dei paesi più democratici del mondo e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa alla democrazia". Dunque l’Italia provvisoria, come la chiamava Guareschi, con la sua instabile repubblica finisce sempre per dover attingere alle grandi menti di quella monarchica. Proprio vero, due grandi monarchici per una repubblica zoppicante!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 02.10.2013

REPUBBLICA DEGLI INQUIETI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/09/2013

   Il peggio non è ora. Arriverà a inizio dicembre, quando la Corte Costituzionale dirà se la legge elettorale vigente è o no in linea con la “Carta  più bella del mondo”. Quella sarà la cateratta della repubblica. Che cosa accadrà nei prossimi giorni? Nient’altro che un chiarimento dovuto, ma sarà solo il penultimo atto di una rappresentazione il cui finale è ancora tutto da scrivere. Questo non andrà in scena martedì, quando il voto sul governo chiuderà la scena in corso, o il 4 quando la Giunta del Senato deciderà sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Lì saremo al quarto atto, non alla conclusione dell’Opera. Dal voto possono nascere conseguenze “normali”: la caduta del governo con tenuta o scossoni del quadro economico, un governicchio di qualche mese con nuova man bassa di cariche e prebende, elezioni politiche (con buona pace del presidente Napolitano, che non è al di sopra della Costituzione) e un chissà quale colpo di reni dei cittadini-elettori: un ritorno al primato della politica contro quello della “iurecrazia”. Di sicuro gli eventi di questi giorni  sono nulla rispetto a quanto effettivamente si profila sull’orizzonte se la Corte dichiarerà incostituzionale il Porcellum. Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Perciò è bene rinviare pubbliche commozioni a quello che per la repubblica sarà il Giorno del Giudizio.    D’altronde il riso convulso è l’altra faccia del pianto dirotto. Sono i due volti dell’Italia nata dal Teatro. In principio furono Carlo Goldoni e Vittorio Alfieri. Quell’Italia era così brava che commediografi, tragediografi e compositori nostrani di melodrammi divennero  un prodotto di esportazione. A Parigi la Comédie italienne surclassava la francese. A Vienna  Antonio Salieri, già maestro di cappella dell’Opera italiana, sopravvisse a Wolfgang  Amadeus Mozart.  Poi il Teatro divenne strettamente “nazionale”, con la Francesca da Rimini di Silvio Pellico, le tragedie di Alessandro Manzoni  e di tanti emuli: era la versione “da sera” delle novelle, dei romanzi e degli stucchevoli poemetti storici. Mentre sulle aie di casali e cascine fattori e fattoresse leggevano pagine edificanti agli analfabeti, i ceti alti andavano a teatro per mirare ed essere mirati. Sottoscrissero azioni per edificare scrigni per rappresentazioni alternative alle prediche dei quaresimalisti e vi riservarono il palco come avevano il nome sugl’inginocchiatoi di famiglia a ridosso degli altari maggiori. Preghiere privilegiate, visioni riservate. Il Teatro proponeva  idee che era bene rimanessero nella cerchia di uomini savi. Ne scrive Maria Teresa Morelli  in L’unità d’Italia nel teatro (Bulzoni), uno dei pochi libri interessanti usciti del 150° del Regno. Commedia e tragedia si ricomposero nel melodramma, spesso politicamente scorretto: non solo i romantici o il polimorfo Giuseppe Verdi, ma gli scapigliati e i veristi  portarono sulla  “scena”  quanto avveniva nella vita quotidiana, ma era deplorato. Il Teatro, proprio come la Politica, era spazio di libertà, in un paese nel quale Camillo Cavour ammise di aver fatto l’Italia usando metodi criminali. Lo spettatore capiva bene che la realtà era proprio quella rappresentata,  da Gustavo Modena o  Vincenzo Padula. Tanto più che il teatro non fu solo “in lingua” (con buona pace del fiorentineggiante Manzoni) ma anche in “dialetto”: popolare, per fare concorrenza  alle insuperabili sacre rappresentazioni ecclesiastiche e al teatro parrocchiale. Tra il Te Deum, il Tantum ergo. il Veni Creator Spiritus e qualsiasi “coro” del più sublime melodramma anche il meno osservante tra gli spettatori non aveva dubbi: molto meglio i primi. Dio elevava; per sentire strilli e urla le famiglie non avevano bisogno di andare a teatro. Bastavano le mura domestiche. Fu il caso del Premio Nobel Luigi Pirandello (sul quale è imminente Il Nobel svelato di Enrico Tiozzo, ed. Aragno).   Perciò i cittadini disincantati non si commuovono affatto per le fibrillazioni politiche in corso nei Palazzi della politica. La rinuncia al mandato da parte dei parlamentari  del Popolo della Libertà e della Lega Nord non ha nulla a che fare con l’ “Aventino” del 1924-25: un’esperienza fallimentare. Esso non è né un attentato alla Costituzione, né un colpo di Stato. E’ l’unico argomento politico rimasto a chi vuole aprire un dibattito alle Camere sullo sfacelo dello Stato di diritto ma si scontra con la sordità altrui: in un Parlamento comprendente molti membri eterodiretti da non si sa quali Guru effettivi (Grillo e Casaleggio sono solo controfigure di cartongesso di chi li ha orchestrati e finanziati). Proprio perché al momento solo “annunciate”, le “dimissioni”  dei parlamentari del PdL (per di più affidate solo ai capigruppo) sono un argomento dialettico. Indicano la linea rossa di questo parlamento.
  La catastrofe verrà invece a inizio dicembre se la Corte Costituzionale dichiarerà che la legge elettorale vigente è incostituzionale. In tal caso le Camere risulteranno invalide, quanto meno sul piano politico, nell’opinione interna e internazionale. Non in questi giorni ma a quel punto si spalancherà l’abisso, perché ne discenderà la nullità morale delle Camere, elette con una gigantesca e reiterata frode ai danni della sovranità nazionale, e ne risulterebbero inficiati tutti gli atti, inclusa l’elezione dell’attuale capo dello Stato.    Sempre per quel gusto del teatro che ha accompagnato la genesi e il declino della Nuova Italia, l’illegittimità si rifletterà sul passato, in barba al caposaldo del diritto che esclude la retroattività delle leggi: violata in Italia ai tempi dell’epurazione, nel 1943-46, che fu la madre di tutti gli sfracelli giuridici, politici, morali. A quel punto forse qualche italiano in più capirà che meglio sarebbe la forma di Stato che mette il suo Capo e le Camere al di sopra di sentenze di qualsivoglia corte: la iurecrazia da tempo imperversante. Vi è un’unica alternativa: la monarchia costituzionale, la forma di Stato equilibrata e garante di stabilità, come insegnano Gran Bretagna, Svezia, Norvegia,  Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo e la stessa Spagna, tutti Paesi capaci di conciliare sacralità e pragmatismo. Vedremo come finirà la Repubblica degli Inquieti. Ora siamo solo al penultimo atto….             
Aldo A. Mola
DATA: 30.09.2013
 
L'ITALIA IN LIQUIDAZIONE: SE TELEFONANDO…

    Siamo arrivati all'ultimo atto del secondo governo voluto a tutti i costi dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La grave crisi in cui versa il Paese e la mancanza di risposte che gli ultimi due esecutivi hanno dato all'Italia, ci impongono di chiedere a gran voce il ritorno alle urne, nella speranza che i risultati evitino di porre la Nazione di nuovo in ostaggio di grandi coalizioni inconcludenti atte ad accontentare unicamente le bramosie dei partiti e delle lobby.
    In attesa di una vera e seria riforma istituzionale, l'Unione Monarchica Italiana auspica che l'Italia venga guidata da una forza che abbia un concreto supporto popolare, a differenza di quanto capitato negli ultimi due anni.

Il Presidente nazionale U.M.I.
Alessandro Sacchi
Il Segretario nazionale U.M.I.
Davide Colombo

Roma, 28 settembre 2013

DATA: 28.08.2013

L'ITALIA IN LIQUIDAZIONE: SE TELEFONANDO…

Il caso Telecom è sicuramente un altro passo verso la liquidazione del paese, almeno di quanto potenzialmente vendibile ci sia nel paese. Si vende per necessità, e le banche azioniste di Telco, maggiore azionista di Telecom Italia, lo avevano annunciato da tempo: le partecipazioni non strategiche e soprattutto non profittevoli, verranno totalmente o parzialmente dismesse. Inoltre, Telecom Italia necessita di un aumento di capitale che al momento sembra imminente, altri soldi, in una società che è speculare al paese: tanto debito, poca crescita. Generali, Mediobanca, e soprattutto Intesa oggi hanno altre priorità rispetto a Telecom Italia e l’occasione di cedere buona parte delle loro quote a Telefonica sembra essere l’unica via perseguibile per la migliore contropartita nel minor tempo possibile. Quindi dobbiamo ringraziare gli Spagnoli distratti, ai quali abbiamo rifilato una fregatura? Nessuna distrazione. A Telefonica, della telefonia italiana interessa poco. Gli Spagnoli hanno fatto questa operazione confidando in due assets molto interessanti che Telecom Italia detiene: da un lato la controllata Brasiliana, secondo operatore del paese dopo Vivo (operatore guarda caso controllato da Telefonica), dall’altro la rete telefonica Italiana, infrastruttura strategica, venduta a Telecom dallo Stato in uno slancio di generosità discutibile, o di fame incontenibile, ma qualunque sia il caso, sempre di proprietà privata e non più statale si tratta; e su queste basi non hanno nemmeno senso gli appelli al rischio sicurezza, se abbiamo assistito già in passato ad usi privati di un’infrastruttura di interesse, ma non di proprietà, nazionale.
Certo ci si poteva pensare prima, prima di vendere la rete a Telecom, e forse pazientare prima di far crescere la partecipazione di Telefonica In Telco. Gli spagnoli infatti sperano di giustificare il proprio investimento attraverso la vendita di TIM Brazil ed il successivo smembramento della restante parte tra una società operativa di poco valore ed una infrastrutturale con ritorni stabili e certi, sufficienti anche a giustificare e ripagare la parte di debito rimanente. Tutte operazioni probabilmente fattibili anche senza Telefonica.
La liquidazione di Telecom Italia è iniziata, ma non ci sarà tempo di parlarne per giorni perché a breve assisteremo all’affondo francese su Alitalia; probabilmente costringeranno l’azienda al concordato preventivo, cancellando così parte del debito ed acquistandola ad un prezzo sicuramente più interessante.
Sicuramente non è questa l’attenzione che volevamo verso il nostro paese, ci aspettavamo capitali per nuove opportunità e non offerte d’asta per cimeli d’industria. Nel suo insieme non credo che la questione Telecom rappresenti di per se stessa un’anomalia, credo invece che ci si debba focalizzare sulle ragioni di questa operazione, sul nostro sistema bancario ormai paralizzato, dal quale certo le aziende non possono attendersi supporto. Su di un bilancio statale così stressato, nonostante la tassazione più alta d’Europa, da non poter nemmeno pensare di offrire contropartite in cambio dell’acquisto di una rete infrastrutturale di interesse nazionale. Sarebbe necessario che il Governo del fare, facesse in modo di trovare il coraggio di fare una telefonata a Berlino, avvisando che noi faremo cinque passi indietro sul debito, per poter pensare di farne ancora qualcuno in avanti nel prossimo futuro. Il rigore serve nella buona gestione delle risorse, se le risorse non ci sono, il rigore non serve nella pratica e logora nella sostanza.
Fabio Fazzari, Vicepresidente nazionale U.M.I.
DATA: 25.08.2013

ALTO ADIGE 650.000 VOLTE TRICOLORE

In Italia basta tendere l’orecchio verso la voce di qualche telegiornale per sentire quali gravi problemi soffochino la nazione e quanti già siano giunti perfino a togliersi la vita a causa della grave crisi che strozza gli animi e soffoca le speranze. Ma c’è un’isola felice, un paese dei balocchi, una terra della fantasia che vive nella mente di qualche burlone separatista e di qualche moderna pasionaria. Lo chiamano Sud Tirolo ed è la terra dove il consiglio provinciale approva una legge per rimuovere nomi, presunti fascisti ma per lo più semplicemente italiani, e bandiere tricolori dai rifugi alpini delle splendide montagne che s’ergono lassù. Perché se l’Italia si dibatte in un’atroce agonia qualcuno crede sia meglio prenderne, una volta di più,  le distanze attaccando l’italianità di quei confini che la natura ha posto a salvaguardia della penisola. Che importa se gli imprenditori ed i padri di famiglia italiani si impaccano? Sono problemi di poco conto, problemi italiani, nel paese della fantasia l’autonomia forse li limita un poco, magari si sentono meno, di conseguenza meglio indirizzare la propria attenzione sul cancellare “Vetta d’Italia” o magari “Vittorio Veneto” dal nome di un ricovero sulle creste innevate. Quelli sono problemi seri a Burlandia! Se pensano che levando quei nomi, che ripeto accusano di fascismo, o le bandiere italiane riusciranno a favorire i loro briganteschi scopi temo siano in errore. Perché c’è una terra vera che si chiama Alto Adige. Per chiamarla così abbiamo versato il sangue di 650.000 morti che quelle montagne le hanno tricolorate per sempre! Ecco perché, se non fosse un’offesa a quei morti giunti da ogni contrada dello stivale, parrebbero quasi ridicoli i problemi del sedicente Sud Tirolo che si leggono oggi sul Corriere della Sera. Nessun problema: io continuerò a chiamarlo Alto Adige ed Italia. Giusto perché ho solo 650.000 buoni motivi.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 24.08.2013
 
LA STORIA RESTITUIRÀ L’ONORE A RE VITTORIO EMANUELE III

Vittorio Emanuele IIILa storia, quando gli avvenimenti vengono ricostruiti nell’imminenza dei fatti, ovunque, e in ogni tempo, la scrivono i vincitori, in pratica gli “intellettuali” al servizio del potere, che deve affermare la propria legittimazione e, contemporaneamente, nascondere le pagine buie del passato che i nuovi potenti vorrebbero fossero dimenticate. C’è, poi, in molti il desiderio di togliersi qualche sassolino dalle scarpe in una sorta di resa dei conti che accompagna ogni cambio di regime. Lo fanno puntando su qualche avvenimento di facile presa sull’opinione pubblica, spesso ricorrendo ad elementi di carattere emozionale. Sempre sbrigativamente. È di questo genere la polemica che viene di anno in anno alimentata con riferimento alla decisione del governo Badoglio di abbandonare Roma la mattina del 9 settembre 1943, all’indomani della comunicazione dell’avvenuto armistizio con gli Angloamericani, una volta constatata la impossibilità di difendere la Capitale dalle preponderanti forze tedesche. Una vulgata che coinvolge la persona del Re Vittorio Emanuele III. Fu una fuga, considerate le conseguenze che l’abbandono della Capitale determinò sull’esercito italiano non in condizione di rispondere all’aggressione del nemico tedesco, come pure il radiomessaggio di Badoglio aveva indicato (“i nostri reparti reagiranno a qualsiasi attacco da altra provenienza”)? Per Roberto Martucci, nel dare notizia dell’avvenuto armistizio, sarebbe stato necessario chiarire che “è prevista una violenta reazione tedesca”(Storia costituzionale italiana, Dallo Statuto Albertino alla Repubblica, Carocci, Roma, 2002, 248). Ma cosa avrebbe aggiunto una tale indicazione? Stupisce anche solo che sia stata enunciata.
Per la sinistra e per quanti erano alla ricerca di una nuova verginità dopo gli anni del fascismo fu una “fuga” vera e propria, “vilmente operata abbandonando le forze armate, senza ordini, allo sbaraglio” (G. Maranini, Storia del potere in Italia, 1848 – 1967, Vallecchi, Firenze, 1967, 302). Il Re fugge anche per Giorgio Bocca (Storia d’Italia nella guerra fascista, 1940 – 1943, Laterza, Bari, 1980, 582) che peraltro, nella stessa pagina, poco prima dava conto della confusione che regnava nel comando militare della Capitale che diffondeva ottimismo. “Maestà, buone notizie, - dice il Generale Carboni al Sovrano – all’ambasciata tedesca c’è il panico, un consigliere mi ha telefonato implorandomi di proteggerlo”. E più tardi “Maestà, tutto va per il meglio, i tedeschi si ritirano, sono pronto ad inseguirli”. Queste amenità dell’ultimo momento seguono la confusa situazione succeduta al 25 luglio ed alla caduta di Mussolini, 45 giorni nei quali il Governo Badoglio “eminentemente tecnico e poco idoneo, pertanto, a misurarsi con problemi di indole politica” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti dell’otto settembre, in Nuova Storia contemporanea, 2010, n. 3, 5), dimostra tutta la sua inadeguatezza, sia nella sottovalutazione della reazione tedesca, assolutamente prevedibile e resa evidente dall’ingresso in Italia di nuove truppe in nessun modo ostacolato, sia nella diffidenza degli angloamericani alimentata, nel corso delle trattative per giungere all’armistizio, dal’incertezza più volte manifestata dagli stessi plenipotenziari rispetto alle decisioni da prendere a fronte delle richieste di Stati Uniti e Regno Unito.
Diffidenti i tedeschi, diffidenti gli alleati il governo cerca di barcamenarsi con estrema difficoltà ma anche con qualche goffaggine, con il risultato che il nostro Paese viene “occupato” dalle armate di quello che l’8 settembre sarebbe stato un ex alleato, in tal modo rendendo impraticabile il progettato sbarco di truppe aviotrasportate a nord di Roma per evitarne l’occupazione e la conseguente “cattura del re e del governo italiano compromettendo la validità formale e quella effettiva dello stesso armistizio che si intendeva al più presto concludere” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti, cit. 14). Serve forse altro per dimostrare che Re e governo non potevano restare a Roma? Che la loro cattura avrebbe decapitato lo Stato? Soprattutto il sovrano, unica autorità legittima, non poteva uscire di scena. L’Italia non avrebbe più avuto nessun punto di riferimento per gli alleati e per i cittadini. Il “trauma per il popolo italiano” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, 2007, 847) sarebbe stato certamente maggiore di quello che in realtà c’è stato e che in parte si è ricomposto a mano a mano che il “Regno del Sud” è andato assumendo le dimensioni di uno stato organizzato, cobelligerante e in qualche modo collegato alla resistenza antifascista a Roma e nel Nord, dove le unità partigiane che facevano riferimento al Re hanno svolto un ruolo fondamentale. Non poteva farsi catturare dai tedeschi Vittorio Emanuele III. Era l’unica autorità dalla quale derivava anche il potere del governo in quanto ai sensi dell’art. 65 dello Statuto del Regno “Il Re nomina e revoca i suoi Ministri” (art. 65). Ed anche a considerare l’immediata lettura in senso parlamentare di una carta costituzionale che indicava “una forma di governo di tipo monarchico-costituzionale “puro”, in cui cioè la Corona occupa un ruolo centrale ed attivo” (P. Colombo, Con lealtà di Re e con affetto di padre, Il Mulino, Bologna, 2003, 109), il Governo Badoglio non aveva avuto la fiducia della Camera. Anche perché la Camera dei fasci e delle corporazioni era stata sciolta. In sostanza, “la prerogativa regia in quel grave momento offriva la possibilità di un ritorno almeno apparente alla tradizione risorgimentale; soprattutto permetteva di chiudere nella legalità formale la lunga parentesi del governo fascista” (G. Maranini, Storia del potere in Italia, cit., 303).
La conclusione è una sola, il Re doveva ad ogni costo rimanere libero per assicurare la continuità dello Stato, anche a costo di prestare il fianco alle facili e interessate critiche di quanti, non avendo assunto nessuna iniziativa per evitare il fascismo, prima (nel 1922), e per sbarazzarsene dopo (1943), discettano e giudicano. Ero ragazzo e ricordo l’Avv. Cesare degli Occhi, parlamentare già prima del fascismo nel Partito Popolare, poi dopo la guerra nella Democrazia Cristiane e, infine nel Partito Nazionale Monarchico, da sempre antifascista. “La caduta di Mussolini, mi disse, è stata iniziativa del Re e solo del Re. Io, antifascista, mi stavo facendo la barba quando il sovrano costituiva il governo Badoglio e si apprestava a ricevere Mussolini dimissionario”. Per dire dell’assenza dei partiti nel momento cruciale. Lo abbiamo visto anche leggendo un prezioso volumetto, in tutto 80 pagine, “La congiura del Quirinale” di Enzo Storoni (Il salotto di Clio, Le Lettere, Firenze, € 10), giunto nelle librerie a ridosso del 25 luglio, con la prefazione di Francesco Perfetti, che offre un interessante spaccato degli avvenimenti che precedettero la riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio, la successiva uscita di scena, il 25, di Benito Mussolini e la fine del Regime. Il titolo richiama quello di un articolo che Storoni aveva pubblicato il 7 maggio 1949 su Il Mondo di Mario Pannunzio, ma il pezzo forte del volume sta nel Memoriale, inedito, scritto fra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’ingresso a Roma degli alleati il 4 giugno 1944. Per Storoni si può affermare “senza tema di smentite che artefice unica del colpo di stato sia stata la monarchia”. Anche se non mancano, prova dell’onestà intellettuale dell’uomo, pur fedelissimo al Re, critiche a Vittorio Emanuele III per il pregresso suo atteggiamento nei confronti del fascismo e riserve sulla conduzione di quello che ormai è assodato sia stato un complotto della Corona nei confronti del Duce. Eppure è sembrata cosa di poco conto agli storici ed ai polemisti saliti sul carro dei vincitori aver chiuso il ventennale esperimento fascista nel momento più tragico della sua evoluzione in un’Italia martoriata dalle bombe. Né a favore del Re è valsa la sua storia personale, dall’indomani dell’assassinio del padre Umberto I, quando puntò decisamente sulla pacificazione degli animi. Poi l’avvio delle riforme Giolitti, che hanno assicurato all’Italia importanti conquiste in campo economico e sociale, l’abile gestione della neutralità alla vigilia della grande guerra del 1915 - 1918 fino a condurre all’alleanza con Regno Unito e Francia avendo in vista l’unificazione nazionale. E, all’indomani della vittoria, si trovò praticamente solo, con un governo (Facta) incapace di gestire la difficile riconversione degli animi e dell’economia di guerra in un contesto di violenze contrapposte di fascisti e comunisti. Un periodo drammatico nel quale il Re soldato, tornato dal fronte e da Peschiera, dove aveva rivendicato con successo, dinanzi agli Stati maggiori alleati, l’onore del soldato italiano dopo la rotta di Caporetto, si è trovato senza quegli appoggi politici e parlamentari necessari per lui che desiderava regnare e non governare. Troppo anziano Giolitti per prendere in mano la situazione, il Re che aveva come occhi e orecchie, come lui amava ripetere, la Camera ed il Senato, si trovò a verificare la incapacità della classe politica di assumere un atteggiamento idoneo a governare un Paese dai gravi squilibri economici e sociali. E dobbiamo chiederci cos’altro avrebbe potuto fare in quel frangente un Re che regna e governa se non sollecitare le forze politiche presenti in Parlamento, i cattolici, i liberali, i socialisti perché assumessero una iniziativa adeguata, oggi si direbbe una grande coalizione, per uscire dalla crisi. Ma in quel frangente da Sturzo a Bonomi, da Orlando a Salandra, a Nitti, come gli altri esponenti del mondo cattolico liberale non ebbero il coraggio, non ebbero la capacità di iniziative lasciando così il sovrano scoperto sul piano parlamentare e mostrando quella inettitudine che avrebbe fatto prevalere il fascismo, poi la dittatura che prende le mosse da un voto di fiducia del Parlamento nei confronti del governo Mussolini e dal successivo Aventino, un errore politico grandissimo che doveva essere già da allora intuito.
Lasciato solo, il sovrano ha dovuto subire, in presenza di un carta costituzionale così detta “flessibile”, quindi modificabile da una legge ordinaria, l’insulto delle leggi liberticide e di quelle financo limitatrici delle prerogative della Corona per i poteri attribuiti al Gran Consiglio del fascismo e la farsa della attribuzione a lui ed al Duce del grado di Primo maresciallo dell’impero su parere del solito giurista disponibile a tutto pur di mantenere l’incarico.
È così  nel momento in cui, con il voto sull’ordine del giorno del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943 gli è stato fornito lo “strumento costituzionale” in precedenza mancato, essendo l'unica autorità legittimata ad agire, ha accettato le dimissioni del Cavaliere Benito Mussolini ed avviato le trattative per l’armistizio. Ora è noto, perché vi sono ampie e documentate testimonianze, che quella fase delicata dell’accordo con gli alleati, in concomitanza con la massiccia presenza di militari tedeschi in Italia, con alcune decine di divisioni, molte delle quali avevano attraversato le Alpi fin dall’indomani del 25 luglio, quando Hitler intuì che la caduta di Mussolini avrebbe portato alla nostra uscita dall’alleanza, si riverberò sulla trattativa con gli Alleati, difficile, irta di numerose ed esplicite diffidenze che hanno complicato la preparazione della proclamazione dell’armistizio, stante anche l’inadeguatezza delle forze armate italiane a contrastare l’inevitabile reazione dei tedeschi. In relazione a questo scenario vanno valutate con obiettività le situazioni che si sono verificate e che hanno visto il trasferimento del Re e del governo a Brindisi sbrigativamente qualificato “fuga” dagli eredi di coloro i quali nel 1922 avevano impedito al sovrano di costituire un governo di “unità nazionale”. Immaginando che con la fine della guerra sarebbe caduta anche la monarchia, come maramaldi si sono gettati sul Re denunciando che non avrebbe assicurato una transizione ordinata dall’alleanza col tedesco a quella con gli alleati. È nota la polemica, in particolare sull’esercito rimasto senza ordini. Qui vanno posti alcuni punti fermi. In primo luogo va considerata la situazione sul campo, già delineata, con la presenza massiccia di divisioni tedesche fortemente armate a fronte di un esercito italiano che abbondava solamente di uomini ma non in armamenti, un esercito in gran parte dislocato all’estero, con molte divisioni che non era stato possibile far rientrare in Patria per l’ostilità dei tedeschi, diffidenti nei confronti del Governo Badoglio. E forse la mancanza di ordini specifici e lo sgretolamento dell’esercito, al di là degli episodi di resistenza, spesso eroici, ha evitato ulteriori lutti perché se la resistenza fosse stata organizzata probabilmente la reazione tedesca sarebbe stata durissima. Troppo grande il divario tra le forze in campo, troppo incerta la situazione politico amministrativa a seguito della difficile trattativa con gli alleati che non aveva garantito l’intervento militare delle forze angloamericane che avrebbe dovuto mettere al riparo la Capitale. Un intervento sconsigliato dalla situazione degli aeroporti vicini a Roma che non avrebbero potuto garantire l’atterraggio di quella divisione aviotrasportata alla quale si annetteva un contributo determinante per tenere fuori le armate tedesche. Annullata l’operazione che avrebbe dovuto impegnare le forze armate alleate, era evidente l’impossibilità di difendere Roma “sulla quale il governo italiano aveva tanto insistito dei propri contatti con gli Alleati” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti dell’otto settembre, in Nuova Storia contemporanea, 2010, n. 3, 26).
In questa condizione, mentre le forze italiane si dissolvono,  nella notte fra l’8 e il 9 il governo decise di lasciare la città convincendo anche il sovrano a seguire i ministri verso una località d’Italia non occupata dai tedeschi. Si trattava, come evidente, “di salvaguardare, in certo modo, la continuità istituzionale del Paese e di garantire, di fronte agli Alleati, la validità dell’armistizio concluso, di cui erano partecipi, significativamente, solo gli ambienti militari” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti, cit, 27). E questa la spiegazione vera, la ragione autentica per la quale “il re e il governo italiano si rifugiano a Brindisi” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, 2007, 847). Una scelta che ha certamente provocato un grande trauma ma che si era resa necessaria dalle condizioni nelle quali tra equivoci e contraddizioni si era sviluppato il rapporto tra gli alleati e il governo italiano, per inadeguatezza del nostro approccio diplomatico e per la diffidenza soprattutto dei comandi americani nei confronti dei nostri plenipotenziari.  Questi i fatti. Anche l’idea, che ricorre nelle polemiche, secondo la quale il Re avrebbe dovuto mettersi a capo della resistenza a Roma e farsi ammazzare o nella migliore delle ipotesi farsi catturare dai tedeschi è una ipotesi assolutamente assurda che avrebbe fatto cadere il Paese nel caos maggiore di quello che si andava determinando in alcune zone d’Italia, una ipotesi che non può basarsi, come qualcuno pure ha ritenuto di poter dire sul timore del Re di morire, lui che aveva rischiato più volte di essere colpito al fronte durante la prima guerra mondiale. È stato invece un doloroso gesto di responsabilità che non è compreso soltanto da coloro i quali hanno un secondo fine nella polemica sull’abbandono della Capitale allo scopo, già delineato, di denigrare il sovrano addebitando a lui tutti quegli errori che se ha commesso condivide con le forze politiche e parlamentari nel 1922. In sostanza Vittorio Emanuele III ha costituito per buona parte della classe politica italiana del secondo dopoguerra, erede di quella che nel primo dopoguerra aveva tradito il compito di dare un governo al Paese per stabilizzare una situazione dal punto di vista economico sociale difficile, così aprendo la strada al fascismo. Sono certo che la storia, quando si sarà liberata dagli influssi della cronaca di quel periodo ed dalle passioni politiche che l’hanno caratterizzata giudicherà con serenità la figura di Vittorio Emanuele III, ne riconoscerà i meriti lungo un arco difficile della storia d’Italia, mettendo in evidenza l’equilibrio con il quale, in alcuni passaggi essenziali della vita del giovane Stato nazionale, ha garantito nell’età giolittiana uno sviluppo sociale significativo, ha assicurato l’unità della Nazione facendo passare l’Italia dalla neutralità all’intervento nella prima guerra mondiale ed evitato una guerra civile nel 1922. Con l’occasione, rasserenati gli animi si ricorderà anche che Vittorio Emanuele, un sovrano ligio alle regole dello Statuto del Regno, è stato un apprezzato conoscitore di storia e geografia e per questo incaricato di dirimere le controversie internazionali su confini quando già era re, oltre ad essere più grande collezionista di monete italiane, autore una straordinaria raccolta che ha donato al popolo italiano e che viene richiamata in tutte le occasioni nelle quali i numismatici si incontrano e ne scrivono.
Salvatore Sfrecola
DATA: 24.08.2013
         
CORI (LT): ORIGINE E STORIA DELLE CONFRATERNITE

CORI (LT): ORIGINE E STORIA DELLE CONFRATERNITECori (LT) - Organizzata dalla Confraternita del Gonfalone di Cori si è tenuta, presso la Chiesa medioevale di S. Oliva, una conferenza storica sulle origini e il ruolo delle Confraternite. Tra gli oratori la scrittrice Erina Russo de Caro, esperta di storia del francescanesimo nonché responsabile Cultura dell’Unione Monarchica Italiana. Russo de Caro ha delineato l’origine delle confraternite, focalizzandosi sulla ricchissima realtà romana che vedeva la presenza di confraternite di vario tipo ed analizzando il loro ruolo filantropico. Clemente Ciammaruconi, dell’Istituto di Storia e di Arte del Lazio meridionale, ha mostrato le immagini di chiese locali che attestavano la presenza e la committenza di varie confraternite, soffermandosi sulle confraternite di Cori. Antonio Palone, priore della Confraternita della Madonna delle Grazie di Artena, ha parlato del ruolo ricoperto al giorno d’oggi dalle confraternite. L’incontro si è concluso con un sentito intervento di Maria Satta dell’Associazione Amici del Montenegro che ha proposto un ciclo di conferenze per la diffusione di un tema così poco trattato come quello delle confraternite. Presenti all’evento il Sindaco di Cori, il Parroco, rappresentanti del mondo delle confraternite (tra cui l’ottimo Giorgio Tora, priore della confraternita del Gonfalone e promotore dell’evento) e il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo.
CORI (LT): ORIGINE E STORIA DELLE CONFRATERNITE
Il tavolo degli oratori. Da sinistra: Clemente Ciammaruconi, Erina Russo de Caro, Davide Colombo, Giorgio Tora.
DATA: 23.08.2013

TUTTI PERDEMMO QUELL’OTTO SETTEMBRE  1943

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/09/2013

Nel 70° della resa incondizionata sono stati pubblicati nuovi  ricordi di chi la visse: l’hanno ricordata giovani ufficiali di allora, come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Cervi, amari e dignitosi, e il granatiere Luigi Franceschini, che non esitò a battersi nella difesa di Roma. Ne emerge che quel giorno la patria non morì affatto. L’Italia era realtà politica recente: l’annessione di Roma capitale contava appena 73 anni, Trento e Trieste erano italiane da un quarto di secolo. Scuola, vita militare e politico-amministrativa non avevano avuto tempo di colmare un ritardo civile che affondava radici nei secoli. Solo da poco, e a fatica, lo Stato d’Italia era divenuto pienamente sovrano. Perciò dalla resa senza condizioni del settembre 1943 i vincitori ebbero buon gioco a svuotarlo e a renderlo, qual è, succubo di decisioni altrui, di Poteri Superiori.  L’“Otto settembre” ebbe protagonisti appariscenti (il Re, il governo, i vertici militari: sui quali molto si è scritto…) e altri fuori scena ma altrettanto determinanti, anche se solitamente elusi e consideranti “innocenti a priori”, anzi “vittime”: i cittadini. Parliamone.  Nel 1912 il Parlamento conferì il diritto di voto ai maschi maggiorenni. Che uso ne fecero? Nel 1913 elessero una Camera che subì a occhi bendati l’intervento in guerra del 24 maggio 1915: una decisione sciagurata per l’insipienza di chi lo patteggiò (Antonio Salandra e Sidney  Sonnino), di chi lo ispirò (Ferdinando Martini e Salvatore Brazilai), e di chi per anni  fu comandante supremo (Luigi Cadorna). Dopo la catastrofe bellica si susseguirono alcune Camere, elette a norma delle leggi via via vigenti: una peggio dell’altra. I deputati votarono i governi, votarono contro se stessi, votarono tutto. La Camera eletta nel maggio 1921 col presidente  Giolitti fu la stessa che diede fiducia al governo Mussolini e nel 1923 approvò la legge che attribuì due terzi dei seggi al partito che avesse il 25% dei voti (altro che Porcellum!). Non solo ai nostri tempi il Parlamento vara leggi senza prevederne le conseguenze. Quelle Camere inconcludenti e rovinose non nacquero da sé ma dal mitico “voto popolare”.
 Di legislatura in legislatura la Camera elettiva cedette progressivamente tutti i poteri al governo e poi al suo solo Capo, Mussolini, che nel giugno 1940 decise l’intervento senza consultare nessuno o quasi, anzi contro il parere motivato di chi riteneva il Paese impreparato ad affrontare una guerra lunga. Il “giorno della follia” i cittadini accorsero ad applaudire. Piazza Venezia straripò di folla festante. Si fa un gran parlare, e persino l’elogio, della “zona grigia”: ma i cittadini che stanno alla finestra e non esercitano i loro diritti non sono meno responsabili di chi abusa della loro pazienza, della loro ignoranza, della loro ignavia.
Lo sconquasso dell’Otto Settembre, dunque, non fu il frutto del “tradimento”, né, meno ancora, della “fuga di Pescara”. Fu il punto di arrivo di un lungo cammino, di decenni di applausi dei cittadini che, in possesso del diritto di voto, lo usarono male. Si ripete che tra il 25 luglio e il 3/8 settembre 1943 il successore di Mussolini, Pietro Badoglio, condusse male la separazione dell’Italia dall’alleanza con la Germania di Hitler e l’aggancio agli anglo-americani (con la Russia di Stalin e Togliatti  nell’ultimo vagone). Vero.  Ma era alle strette. Ma l’uso del tempo da parte del governo Badoglio va confrontato con quello che ne fanno i governi in tempi come quelli attuali, tanto meno calamitosi: incertezze, rinvii, mezze verità… 
  Piaccia o no, l’Otto settembre 1943 non fu affatto la morte della Patria, perché questa ancora non c’era, era appena albeggiante come coscienza di massa; l’armistizio fece emergere il vizio d’origine: il particolarismo degli Stati preunitari, di Signorie, Comuni, principi-vescovi, tutti vassalli di potentati stranieri, come gli stessi partiti politici  dei CLN, eterodiretti dall’estero o corrivi a chiedere aiuto a interessi stranieri (fu il caso anche del Partito d’Azione, come ricorda  il marchese Massimiliano Majnoni in Sopravvivere alle rovine, Ed. Nino Aragno). A ben vedere, l’accettazione della resa, l’8 settembre 1943, fu anzi l’estremo tentativo di salvare il salvabile e di restituire l’Italia a vita nuova: un Secondo Risorgimento.
   Esso ebbe protagonisti alcuni militari piemontesi: il Maresciallo Pietro Badoglio (1871-1956) di Grazzano  Monferrato, ora Grazzano Badoglio: il torinese Vittorio Ambrosio (Torino, 1879-Alassio, 1958), capo di stato maggiore; e il Maresciallo Ugo Cavallero (1880-1943), di Casale Monferrato. Il Vecchio Piemonte contava decine di alti gradi in tutte le Armi, specialmente nell’Esercito e in suoi corpi speciali, a cominciare da Alpini, Cavalleria e Carabinieri, che in età giolittiana ebbero ministro della guerra il loro ex comandante generale,  Paolo Spingardi (1845-1918), di Felizzano. Sottosegretario e ministro della Guerra dal 1928 al 1933 fu il generale Pietro Gazzera, nativo di Bene Vagienna. Fu lui, non Mussolini, a portare la macchina militare italiana all’acme della potenza.
   Badoglio era e rimane una figura discussa. Al di là di ogni disputa, il 9 novembre 1917, dopo Caporetto (di cui è erroneamente considerato responsabile: sbagliò piano, ma non tradì affatto) egli venne nominato vice di Armando Diaz, comandante supremo. In quella carica preparò la riscossa dell’Esercito. Il piano di battaglia di Vittorio Veneto fu preparato da un ufficio speciale comprendente Ugo Cavallero, e il giovane Ferruccio Parri. Badoglio e Cavallero salirono di grado in grado anche durante il ventennio di Mussolini.  Non si amavano certo. Dopo il 25 luglio Badoglio fece arrestare Cavallero, benché, in quanto senatore, fosse tutelato dal laticlavio. Quando lasciò Roma per Brindisi, la mattina del 9 settembre 1943, Badoglio lasciò distrattamente in evidenza sulla scrivania il “memoriale” nel quale Cavallero narrava di aver operato per il cambio di regime e la separazione dell’Italia dalla Germania (di cui era invece considerato devoto) anche grazie a con un gigantesco finanziamento dell’industriale Luigi Burgo, senatore del Regno, fido di Vittorio Emanuele III, un protagonista della storia d’Italia tuttora in attesa di una biografia. Capo del governo, con la Famiglia Reale e brandelli del governo Badoglio andò a Brindisi per iniziare la Vita Nuova della ricostruzione italiana. Cavallero e il suo memoriale caddero invece nelle mani del Feldmaresciallo  Kesselring, che la sera del 12 settembre, due giorni dopo la traslazione di Mussolini dal Gran Sasso in Germania, gli chiese di assumere il comando delle Forze Armate del nascente stato repubblicano d’Italia. Italiano, militare, massone rifiutò energicamente. Venne rinvenuto all’alba con una proiettile nella nuca. Foro d’ingresso in basso a sinistra. Non era mancino.  Invece Rodolfo Graziani, convocato da Kesselring, accettò l’incarico, con l’impegno che agli ufficiali non sarebbe stato chiesto alcun giuramento di fedeltà ideologica e i militari della Repubblica non sarebbero stati schierati contro reparti del Regio Esercito avanzanti da Sud. Furono tempi di ferro. L’Italia arrancava per salvaguardare quanto rimaneva della dignità, conquistata a caro prezzo. L’armistizio aggravò il vuoto delle istituzioni. Stolidamente Badoglio dichiarò sciolta la Camera dei fasci e delle corporazioni. Valeva poco per i “fasci”, ma le “corporazioni” erano l’espressione della vita economico-sociale, come ha riconosciuto l’art. 99 della costituzione della Repubblica, del tutto dimenticato: “Il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla l’elaborazione della legislazione economica e sociale …”. Azzerata la Camera, il Senato risultò impotente. Esso stesso fu poi invalidato con provvedimenti scioccamente persecutori,  come l’epurazione. E’ una storia amara, ancora tutta da scrivere e da metabolizzare. Basti ricordare che Giovanni Agnelli (un nome ormai quasi senza eco) morì nel dicembre 1945, cacciato da presidente della FIAT e privo di diritti politici e civili. Del resto, come Vittorio Valletta, a inizio maggio del 1945 aveva scampato di misura la condanna a morte decretata a suo carico dal CLN Regionale piemontese. Così nacque il nuovo  “stato di diritto”: coi linciaggi gratuiti. Poi Saragat nominò Valletta senatore a vita: ma vent’anni dopo quel 1945.
  Se i generali piemontesi dell’Otto settembre 1943 furono impari alla tragedia, peggio fece il sedicente Comitato centrale di liberazione nazionale che il 9 ottobre pretese l’abdicazione del Re, che era il solo Potere riconosciuto dai vincitori, e s’illuse di trattare direttamente con le Nazioni Unite. Il 23 settembre Mussolini presiedette la prima riunione del governo dello Stato repubblicano d’Italia, poi RSI: venti mesi che allungarono un’ombra lugubre sui decenni seguenti. Quale ruolo vero vi ebbero i cittadini e il Parlamento bicamerale, tutto elettivo? E’ lecito imputare ai protagonisti appariscenti di settant’anni addietro l’inettitudine all’autogoverno dell’insieme dei cittadini?

Aldo A. Mola
DATA: 23.09.2013
 
SPIRITO BERSAGLIERESCO

Porta PiaLo aveva promesso a Garibaldi, Re Vittorio Emanuele II, che Roma si sarebbe presa appena fosse stato possibile. C’era da pazientare, da stare calmi ed attendere che l’impresa, politicamente piuttosto ardita, fosse alla portata del neonato Regno d’Italia. Ci volle del tempo ma poi l’impegno fu mantenuto poiché erano ancora da venire i tempi delle promesse mancate. I politici possono farne di inutili e mirabolanti ma i Re no perché non si giocano solo il proprio onore ma quello di secoli di storia della propria dinastia. Fu il 20 settembre 1870 il giorno in cui, avuta aperta la via dall’artiglieria regia, i bersaglieri si lanciarono nella città eterna facendo di Roma la capitale. Il punto forse sta proprio lì. Nelle promesse mantenute cioè in uno sposalizio di concetti, promettere e mantenere, cui non siamo più abituati. Sfiduciati dai politicanti della nuova Italia in cui tanti parlano, molti farneticano, alcuni dal palcoscenico dei teatri saltano in politica per passare da una comicità ad un'altra, troppi vegetano ed ancora di più pecorecciamente si trascinano nella sterminata zona grigia della passività parassitesca. L’Italia immobile, il pantano da bonificare prima negli animi e nei cuori. Forse ci andrebbe un po’ del coraggio di allora per scrollarsi di dosso la cappa di malessere che soffoca il paese. Un poco di glorioso spirito bersaglieresco per tornare, se non a correre, almeno a camminare verso un futuro un po’ migliore di quello che abbiamo all’orizzonte. La riscossa nazionale passa solo attraverso un rinnovato Risorgimento nazionale. Ma abbiamo perso troppo tempo. È ora di correre!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 20.08.2013

IL SORRISO TRISTE DI CASCAIS

Era il 15 settembre del 1904 quando, nella pittoresca Racconigi, nasceva il Principe di Piemonte Umberto di Savoia poi Re Umberto II. Su di lui si sono scritti fiumi di parole ed altri si sono tramandati a voce. Verità e leggende, cattiverie e nostalgie, storia e leggenda e via discorrendo. Potremmo rievocarne i fasti alla guida del Corpo Italiano di Liberazione, la personalità mite e generosa non priva di determinazione nel difendere le proprie idee e la propria visione della politica (autogoverno di popolo e giustizia sociale) nonché la correttezza istituzionale e morale spinta, in un momento di enormi tensioni, fino all’estremo. Fino ad accettare anche l’inaccettabile pur di non giungere a disperati punti di non ritorno. Infinite cose, mille volte dette, che i più di noi portano nella propria memoria, nella propria cultura e nel proprio bagaglio di emozioni. Preferisco ricordare come a 109 anni dalla nascita ed a 30 dalla sua scomparsa egli, con la sua statura morale e politica, faccia tanta paura al collassante sistema repubblicano da mantenerne l’esilio vergognoso oltre la morte. Nemmeno ai dittatori ciò viene negato in tutta Europa. In Italia si perché i dittatori non tornano mai, figli del loro tempo si esauriscono con esso, i Re invece sono secolari, millenari perfino. I Re morti forse fanno paura a chi teme che possano anticipare quelli vivi che verranno.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 15.08.2013

LIBERTA’ O “DEA RAGIONE”? FRANCIA E ITALIA VICINE E LONTANE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/09/2013

  L’Italia ha avuto e ha tanti guai. Però non ha mai vissuto, se non di riflesso, la tragedia delle guerre di religione che per secoli hanno devastato tanti altri paesi. L’antico retaggio pagano, completo di culto delle immagini, l’ha tenuta al riparo dagli eccessi. E’ una terra di fazioni (guelfi e ghibellini, guelfi bianchi e guelfi neri, schermaglie di quartiere, risse eterodirette spacciate  per “guerre civili”), ma non da “guerre di religione”, perché (lo scrisse Machiavelli) proprio dai preti gli italiani vennero vaccinati, divenendo: “sanza religione e cattivi”. Refrattari al sublime e all’abissale, tra Inferno e Paradiso l’italico preferisce il Purgatorio.  Al di là delle Alpi è diverso. Mai come in queste settimane balzano evidenti le differenze profonde  tra la via italiana alla libertà e quella francese alla religione di Stato. Là, infatti, il ministro dell’Istruzione Vincent Peillon affigge nelle scuole i “precetti” della  devozione alla “repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale”.  Al di qua, invece, Eugenio Scalfari, uno dei capiscuola del laicismo cisalpino, va orgoglioso dell’attenzione riservata da Papa Francesco ai suoi interrogativi su fede e ragione, incipit di una celebre enciclica di papa Giovanni Paolo II. Lo segue a ruota Umberto Veronesi. In Italia anche molti atei,  spesso ex chierichetti, amano predicare e ascoltare sermoni.  Ma il piacere di “stare in pace”, cioè la vera libertà di coscienza, è meglio tutelato in Francia, già  “nazione primogenita della chiesa”,  o al di qua delle Alpi? Le distanze tra i due paesi sono davvero grandi. La terra di Clodoveo, Carlo Magno, Napoleone (che si autoincoronò, sì, ma volle che alla cerimonia presenziasse  papa Pio VII) è anche quella delle feroci guerre tra cattolici e ugonotti, della sanguinosa Notte di San Bartolomeo, degli orrori del Cinque-Seicento. In quello stesso secolo in Italia la Riforma cattolica venne invece corroborata  da ordini ecclesiastici antichi e nuovi impegnati nel “sociale”: accanto a cappuccini e frati minori, dilagarono  Filippini, Teatini, Calasanziani, o Scolopi, alla cui scuola crebbero i massoni Giosue Carducci e Giovanni Pascoli. Lo documenta Fabio Flego in “Cecco Frate”. Poeta, letterato e filologo, amico di Carducci (Ed. Brigata del Leoncino). Tre anni dopo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) la Rivoluzione francese partorì il culto della Dea Ragione e il mezzo milione di morti nella guerra franco-francese in Vandea, a Marsiglia, a Lione. Ghigliottinò Luigi XVI e Maria Antonietta ed eliminò il principe ereditario, ma poi si rifugiò sotto il manto di Napoleone I. Più pacata, tra il 1848 e il 1870 l’Italia affermò l’uguaglianza dei cittadini a prescindere dalla confessione religiosa. Eliminò il potere temporale dei Papi e le ingerenze  del clero nel diritto pubblico ma non scese la china di leggi antireligiose. Il termine “laico” (un francesismo offensivo, perché che significa “ignorante di cose sacre”) rimase estraneo ai lessico dei liberali italiani, che non pretesero mai di imporre una dottrina di Stato come surrogato dei vangeli. Preferirono la tolleranza ai fideismo. 
   In La Santa Sede e il fascismo in conflitto per l’Azione Cattolica (Libreria Editrice Vaticana, eccellente finalista al Premio Acqui Storia 2013) il teologo Piero Pennacchini documenta il duro scontro tra Mussolini e Pio XI per l’egemonia sulla formazione dei giovani: da un canto il regime voleva il pieno controllo del cittadino (Figlio della Lupa, Balilla, Avanguardista, Giovane del Littorio…); dall’altra l’Azione Cattolica rivendicava il monopolio delle anime (fiamme bianche, verdi, rosse ma in sacrestia).  Mussolini, mai dimentico di aver scritto in carcere la biografia di “Hus il veridico”, dopo il Concordato dovette arginare la Chiesa, che mirava a recuperare il terreno perso nell’età da Cavour a Giolitti. Al  Federale di Cuneo del Partito nazionale fascista, Attilio Bonino, già militante nel partito popolare, Mussolini confidò: “Quando il prete dice delle messe o fa delle processioni, noi fascisti siamo con lui. Ma quando il prete esorbita dal suo ministero e vuole distribuire tessere, il Fascismo farà applicare i poteri di polizia in materia di associazione”: come contro la Massoneria. Non era lontano da Giovanni Gentile, stratega dell’Enciclopedia Italiana, monumento insuperato, e dallo stesso Benedetto Croce, che lo rese più gradito al Vaticano votando contro i Patti Lateranensi.
Quando nel 1905 la Francia soffocò le Congregazioni  cattoliche, circa centomila suoi membri migrarono e l’Italia ne venne invasa. Il Grande Oriente di Francia abolì il Grande Architetto e adottò il busto di Marianna. La Francia aveva alle spalle l’affaire Dreyfus. Crebbe  per  “pilastri” separati e sconnessi: tardo-ugonotti, socialisti, ebrei, clericali. Oggi sta anche  peggio. In Italia invece, caso unico nel mondo, nel 1908 il pastore protestante Saverio Fera creò  la Gran Loggia proprio per affermare la piena libertà “di coscienza”, comprendente anche  quella di “credere”, nell’ambito della legge comune. Perciò l’Italia non sente bisogno di andare a lezione da Vincent Peillon. Gli bastano i suoi filosofi (anzitutto i martirizzati, perseguitati o “messi all’indice” dalla chiesa di Roma, come Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Giambattista Vico, Pietro Giannone…). Non confonde l’editto di tolleranza  di Costantino, con quello di Teodosio, che impose l’obbligo della confessione cristiana, dopo la rimozione dell’Altare della Vittoria dall’Aula del Senato: presagio di sventura. Con quasi 850 “religioni” o “culti” o “credenze”, con annesse costumanze, l’Italia odierna è in pace con se stessa, politeista di ritorno. Giunone e Venere vi precedono di molte lunghezze Atena. Perciò, mentre urge la riforma della Costituzione, non  ha alcuna ansia di un “catechismo di Stato”.     
Aldo A. Mola
DATA: 14.09.2013
  
IL LETTA-PENSIERO: PRIVATIZZARE GLI UTILI; SOCIALIZZARE LE PERDITE


La notizia – come normale che sia – viene passata con una incredibile nonchalance, come se fosse ovvio, consueto, giusto persino. Già tirate in ballo dal governo Monti, ritornano con svizzera precisione nelle promesse del Premier Letta: le privatizzazioni. “L’Italia è un paese affidabile in cui investire”, queste infatti le parole che a luglio sottolineò il presidente del consiglio a Londra. Si inquadri la situazione: l’Italia ha un debito pubblico importante – che sì va tenuto sotto controllo, ma non è così preoccupante come vogliono farci credere -, una crescita con la retromarcia e le ragnatele nelle casse.
Soluzione già adottata: tassare pure l’aria. Ma non basta. Allora il governo va nell’archivio “azioni da compiere”, ed aprendo il file dal fascicolo “casi estremi” procede alla solita, ancor più inutile, se non proprio pericolosa…
…Soluzione da ri-adottare: privatizzare i beni pubblici (tradotto: vendere a prezzi ridicoli i gioielli di famiglia per pagare i buffi). Si veda che il “tesoretto” italiano consta di partecipazioni azionarie in società non quotate (tra le quali ferrovie dello stato, anas, poste italiane, sace – assicurazioni alle imprese-) ed in società quotate (come ad esempio Eni, Enel, Finmeccanica..), per un totale di 140 miliardi di euro.
Più di 350 miliardi sarebbero invece sotto forma di beni immobili. L’idea del governo è di dismettere almeno 200 di questi 500 miliardi, così da destinarli alla diminuzione del debito.
L’operazione si fa più difficoltosa però per la necessità di riqualificare o cambiare destinazione d’uso degli immobili in questione, tant’è che si è parlato della creazione di una società-veicolo ad hoc a cui affidare l’ardua impresa. Manco a dirlo le quote della società sarebbero poi acquistate da grossi investitori, che come sempre – ma si era capito – sono fondazioni assicurative, istituti creditizi e banche.
Tutto ciò rievoca singolarmente la vicenda dei mutui subprime. Con uno sforzo mnemonico si può ricordare come le banche nel 2007, in piena crisi di liquidità, per pagare l’enorme buco creato dai titoli tossici, cominciarono a vendere i loro titoli ancora buoni, ma –oops- nemmeno questi erano sufficienti a coprire il gigantesco debito. E poi? Il resto è storia nota. Perciò, puta caso riuscissimo a vendere le nostre chicche (rigorosamente all’estero), difficilmente riusciremmo a coprire tutti i debiti del caso. Foss’anche possibile il palesarsi di una tale, miracolosa possibilità, l’interrogativo s’ha da ripetere… e poi? Questa promessa, che Letta vuole mantenere già in autunno, è demagogia pura. L’Italia è in crisi? Voi cittadini italiani avete già pianto “lacrime e sangue”? non vi preoccupate, anche lo stato fa la sua parte, e dismette del suo (leggi: del tuo, ossia di tutti gli italiani). Senza contare che ciò è quanto mai diseducativo, nel caso si volesse intravedere il messaggio subliminale, che vorrebbe invitare i cittadini affogati dalle tasse a (s)vendere al più presto i beni in loro possesso, così da liberarsi finalmente del pesante fardello.
Va detto. dilemma atavico quello di nazionalizzare piuttosto che privatizzare. Non si può affidare tutto alla gestione dello Stato, perché non ha i mezzi sufficienti; ma cedere a mani private i nostri beni e servizi fondamentali è anch’essa follia, poiché gli investitori – soprattutto se banche, ancor più se straniere – non hanno interesse circa l’efficienza del servizio offerto, ma esclusivamente nel trarre il maggior beneficio possibile. Esempio? Si pensi agli scarsi servizi, ai prezzi rincarati e scarsissima propensione a prestiti delle nostre – una volta nazionali – banche. Così pure ai prezzi gonfiati delle autostrade, o ai guai seguiti alle liberalizzazioni selvagge per taxi, pompe di benzina e via ancora.
Senza contare che questo ben di Dio demaniale potrebbe invece essere utilizzato – non vendendolo- per risolvere molti dei problemi che affliggono l’Italia. Magari offrendo taluni immobili agli italiani in emergenza abitativa, oppure dando terreni in gestione ai precari, od anche far fronte al problema delle carceri. Ma non si vuol parlare di fantascienza. Perché dunque privatizzare è un errore? Perché non serve a nulla, non coprendo nemmeno tutto il debito, il quale è dipendente – da ricordare anche questo – dal mercato, che decide dei tassi dei nostri titoli. Un mercato che non solo lucra sul nostro benessere come sul fallimento, ma che altro non aspetta se non banchettare sulla nostra carcassa, e comprarci per un tozzo di pane. “Povera Patria” canta sempre Battiato.
Guido Rossi de Vermandois
DATA: 12.08.2013

LA MARINA NON PIU’ REGIA

Sfogliando i giornali di oggi tra le molte notizie di grande peso una compariva tra quelle ingiustamente considerabili minori. Nel corso della cerimonia in ricordo dei marinai scomparsi in mare l’ammmiraglio De Giorgi ha lanciato un allarme, o meglio parafrasando un celeberrimo discorso, un vero e proprio grido di dolore a causa del terribile momento che, gravando sul paese tutto, ha messo e mette a dura prova anche la resistenza della Marina Militare. Assunzioni limitatissime e sproporzionate come i salari di parte del personale ma, soprattutto, investimenti per la costruzione di nuove navi azzerrati, mentre la graduale dismissione del naviglio più vissuto sta lentamente causando la scomparsa di ques’arma nobile delle nostre forze armate. L’Italia, nazione storicamente legata al Mediterraneo e dalla radicata vocazione marinara, potrebbe un domani trovarsi se non senza flotta senz’altro con una ridotta nemmeno al minimo indispensabile. La Marina Sarda che scrisse pagine gloriose del Risorgimento fu madre della Regia Marina che si fece onore in due guerre mondiali e per salvare l’unità nazionale accettò perfino di consegnarsi a Malta all’avversario. I sommergibili e le navi invitte che issarono il tricolore sabaudo in tutti i mari del mondo gridano, dai fondali in cui in molte giacciono, la sofferenza di fronte allo scempio che si compie. Che potrebbero dire gli ufficiali ed i marinai del sommergibile Scirè o della Corazzata Roma il cui sacrificio viene oggi vanificato dai politicanti che lasciano morire ogni istituzione e tradizione nazionale? Che direbbe Garibaldi, che consegnò la Marina napolitana all’ammiraglio Persano, se vedesse il futuro repubblicano della penisola? Lui che proveniva dalla scuola mazziniana! E proprio il caso di tornare a citare Dante: “Italia nave senza nocchiero in gran tempesta” Ma tra qualche tempo anche senza nave! Che melanconia!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 10.08.2013
 
QUELLA NOTTE DELL’8 SETTEMBRE DI SETTANT’ANNI FA


    Perché il Re Vittorio Emanuele III, il governo Badoglio e tutti i capi delle Forze Armate lasciarono Roma nella notte fra l'8 e il 9 settembre 1943, abbandonando l'esercito italiano (una forza di due milioni di uomini) alla più rovinosa delle catastrofi? Fu una ignominiosa fuga, come da allora sostengono i nemici della monarchia, o fu una opportuna, ancorché drammatica decisione, presa a denti stretti nell'intento di salvare l'istituzione monarchica e garantire una continuità di governo al Paese, di fronte al rischio che i tedeschi, diventati improvvisamente padroni di Roma, arrestassero tutti, famiglia reale e governo, decapitando così l'Italia e cancellandola dalle carte geografiche?
    A 70 anni dal più tragico evento della nostra storia, una risposta univoca non esiste, e le due interpretazioni storiografiche in conflitto trovano ancora ragioni che militano a proprio favore.
    C'è un mistero, nella tragedia dell'8 settembre, che nessuno storico è riuscito a svelare: perché gli americani non difesero Roma, lanciando nel cielo della capitale - come pure avevano promesso al momento dell'armistizio, firmato a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre, dal nostro plenipotenziario, generale Castellano - la 82a Divisione aviotrasportata? Fu per malafede che Eisenhower lasciò nelle peste il povero Badoglio? O, ancora, tutta la colpa fu dei generalissimi italiani, i vari Ambrosio, Roatta e Carboni, inetti e pasticcioni? Centinaia di ricostruzioni storiche, decine di memoriali non hanno risposto con certezza a queste domande. Il lettore trarrà le sue conclusioni, dopo aver ripassato assieme a noi gli avvenimenti.
    Che hanno inizio la sera del 7 settembre 1943, allorché giungono a Roma, a bordo della sacramentale autoambulanza, due alti ufficiali americani, raccolti in mare poche ore prima come finti prigionieri. Sono il generale Maxwell Taylor, giovane e atletico vicecomandante delle forze paracadutiste USA, e il suo aiutante di campo, tenente colonnello Gardiner. Scortati in un ufficio del ministero della Guerra (pensate che indossano, in piena capitale nemica, le loro regolamentari divise!) attendono tre ore che si presenti il generale Carboni, comandante del Corpo motocorazzato e contemporaneamente del SIM, il servizio segreto militare. Finalmente l'azzimato ufficiale, notoriamente più pratico di alcove femminili che di piani segreti di guerra, fa il suo ingresso e viene verbalmente aggredito dai due americani, che hanno una fretta maledetta e vogliono sapere dove far atterrare i paracadutisti, poiché l'annuncio del «cessate il fuoco» tra italiani e Alleati è ormai imminente. Ma Carboni: «E' impossibile! I tedeschi hanno occupato tutti gli aeroporti! Bisogna assolutamente rinviare la notizia dell'armistizio. Del resto, Castellano ci aveva assicurato che essa non sarebbe stata da voi diffusa prima del 12 settembre».
    Carboni, però, per quanto concerne le mosse dei tedeschi, è assai male informato. Come scriverà, nel suo libro di memorie, l'ambasciatore tedesco a Roma, Rudolf Rahn, «Kesselring aveva dato l'ordine di suscitare, con il trucco di automezzi fatti circolare rapidamente negli aeroporti, l'impressione di un apparato militare superiore a quello effettivo».
    Sbalordito, Taylor, il quale sa che la notizia verrà data l'indomani, chiede di essere portato immediatamente da Badoglio. Alle 3 della notte il terzetto arriva alla villa del capo del governo. Il quale, pur sapendo che i due ufficiali americani stavano per arrivare, se n'era andato a dormire! Mezzo insonnolito, con una vestaglia indosso, Badoglio ascolta l'esposizione di Taylor, e infine lo supplica di inviare un cablo a Eisenhower perché sospenda l'azione. «Rivolgendosi all'americano, disse: "Non lasciateci soli. Se i tedeschi ci prendono...". Qui s'interruppe e, portando di taglio la mano alla gola, fece il gesto dello sgozzare». (Paolo Monelli, «Roma '43»). Concetto che non farà che ripetere anche durante il viaggio verso Pescara, come risulta dal diario del gen. Paolo Puntoni, aiutante di campo del Re, «Parla Vittorio Emanuele III».
    Secondo gli accordi verbali presi da Castellano a Cassibile, il segnale stabilito da Eisenhower per avvertirci del giorno in cui avrebbe annunciato l'armistizio era un concerto di musiche verdiane seguito da una conferenza sul Sud America, che sarebbero stati mandati in onda dalla BBC la mattina del «D-day». L'8 settembre mattina, concerto e conferenza furono regolarmente trasmessi, ma, nonostante gli ordini di Ambrosio, a Roma nessuno era in ascolto.
    Quando Taylor, verso le 11, chiede se il programma è stato captato, gli rispondono, incoscientemente, no. Taylor ne è felice. «Hanno letto il mio cablo e hanno deciso di soprassedere», pensa tra sé e sé. Ma alle 16, improvvisa come una catastrofe, arriva la risposta di Eisenhower: «Non muterò una virgola del programma stabilito. Se gl'italiani vogliono tirarsi indietro, subiranno una durissima rappresaglia».
    Ci vuole un'ora e mezza per decifrare il messaggio, che viene portato a Badoglio alle 17,30, esattamente nell'istante in cui le telescriventi di tutto il mondo battono il primo flash della Reuter con la notizia della resa italiana.
    Rahn, che proprio quella mattina era stato ricevuto dal Re e si era sentito ribadire «l'assoluta lealtà italiana all'Asse», si precipita dal ministro degli Esteri, Guariglia, che, allargando le braccia, gli conferma l'esattezza della notizia della Reuter. Al rappresentante del Führer a Roma non resta che telegrafare a Berlino: «Ci hanno traditi».
    Tra l'orgasmo generale, viene convocata una riunione al Quirinale. Attorno al Re e a Badoglio, si affollano, tra gli altri, Ambrosio, capo di stato maggiore generale, Sorice, ministro della Guerra, Carboni, comandante delle truppe corazzate, Guariglia, ministro degli Esteri, Acquarone, ministro della Real Casa. In mezzo alle proposte più strampalate (c'è addirittura chi vorrebbe smentire la notizia!), il giovane maggiore Marchesi, che aveva accompagnato Castellano a Cassibile, fa notare che è stato firmato un impegno a nome del Re e del governo e che occorre rispettarlo a qualunque costo.  Sco sso da quelle parole, il Sovrano si rivolge a Badoglio: «Va bene. Vada alla radio». Il capo del governo esegue e attende pazientemente l'ora del giornale radio delle 19,45 per leggere il più tragico documento di tutta la nostra storia: «Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
    E questo fu tutto. Tutto quello, cioè, su cui l'esercito italiano, dislocato sui fronti di guerra in tutta Europa, poté contare per decidere il proprio comportamento. Mai, nella storia, un comando supremo agì con tanta superficialità. Tutte le unità militari italiane, dal più piccolo reparto fino al comando di Corpo d'Armata, appresero la notizia dalla radio! Non esisteva un piano, non una parola d'ordine, non un documento d'istruzioni cifrate, non una busta sigillata da aprire all'ora X. Niente di niente. Solo quelle sibilline, assurde parole pronunciate da Badoglio alla radio: «Esse reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
    Il vecchio maresciallo non aveva avuto neppure il coraggio di impartire apertamente l'ordine: «Reagite con le armi a qualsiasi attacco tedesco». I nostri reparti, specialmente quelli dislocati in Egeo e in Francia, che non captavano la radio, si trovarono di colpo circondati dai tedeschi, armi spianate, ad intimare la resa.
    E pensare che, nella notte tra l'8 e il 9 settembre, a Berlino si dava ormai per scontato di essere in trappola. «Considero cessate dalla lotta le nostre Divisioni in Italia», disse, alle 3 di quella notte, Hitler a Goebbels, matematicamente sicuro che, all'alba, le 16 Divisioni italiane avrebbero intimato la resa alle truppe tedesche.
    E invece, all'alba del 9, visto che non succede niente, Kesselring, quasi non credendo ai propri occhi, fa battere sulle telescriventi la parola d'ordine del «piano Alarico», da tempo preparato dall'OKW (Oberkommando der Wehrmacht) in caso di tradimento da parte dell'Italia: «Asse».
    Come un fulmine, i tedeschi entrano in azione dovunque: dai più piccoli presìdii alle grandi città. Ogni reparto conosce il proprio obiettivo. Di solito, accade questo: che, laddove vi sia una formazione militare italiana, anche una semplice stazione carabinieri, si presenta un sottufficiale tedesco che intima la resa e la consegna delle armi. Gli ufficiali italiani prendono tempo. Invano telefonano ai comandi di Corpo d'Armata o d'Armata per avere ordini. Non trovano nessuno. I più alti in grado si sono messi in borghese e sono scappati. Da quel momento, chi può scappare scappa. Per gli altri, per quelli che non ce la fanno (e saranno più di trecentomila), sono in attesa i carri bestiame che li deporteranno in Germania.
    Eppure la sproporzione di forze, specialmente attorno alla capitale, era enorme: a fronte di due Divisioni tedesche (la terza Panzerdivision, corazzata, a Nord, e la seconda Fallshirmdivision, paracadutisti, a Sud di Roma), gli italiani potevano dispiegare tre Corpi d'Armata forti di 8 Divisioni, di cui tre (la «Centauro», la «Ariete» e la «Piave») corazzate. Ma, senza un comando efficiente, anche la più formidabile macchina bellica è destinata a sfaldarsi.
    Un'ora dopo l'annuncio della resa italiana, alle ore 21 dell'8 settembre 1943, la famiglia reale si trasferì da villa Savoia al ministero della Guerra, in via XX Settembre. Nella notte si svolse una riunione dei capi di stato maggiore i quali stabilirono che la capitale era «indifendibile», per cui occorreva «mettere in salvo il Re e il governo». Una fuga? Non necessariamente. Nel corso della stessa guerra, soltanto in Europa (quindi senza tener conto degli eventi sul fronte giapponese), almeno altri quattro sovrani, i Re del Belgio, dell'Olanda, della Jugoslavia e della Norvegia, con i rispettivi governi, si erano posti in salvo (o erano «fuggiti», a seconda dei diversi punti di vista) all'approssimarsi della terrificante macchina militare rappresentata dalla Wehrmacht di Hitler.
    Lo stesso Re Giorgio d'Inghilterra, unitamente alla sua famiglia (dunque anche con la figlia Elisabetta, l'attuale sovrana) e all'intero governo, con alla testa Winston Churchill, nel caso in cui, nel 1941, i tedeschi fossero sbarcati in forze sul suolo della Gran Bretagna, avrebbe preso la via della «fuga». Il vertice dell'impero britannico sarebbe riparato nelle terre d'oltremare, in Canada, per potere, da qui, organizzare la riscossa. Il piano era pronto fin da prima dell'inizio delle ostilità.
    Era dunque legittimo, secondo una fondata interpretazione storica, che Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio si ponessero al sicuro in Puglia, l'unica regione del Sud non ancora occupata dall'avanzata anglo-americana, allo scopo di garantire la sopravvivenza e la continuità dello Stato. Peraltro, secondo un differente punto di vista, il Re avrebbe dovuto restare a Roma, affrontando il proprio, inevitabile destino: cadere prigioniero dei tedeschi e finire in un Lager, così come vi finirà tra pochi giorni sua figlia Mafalda (che morirà poi a Buchenwald). Non senza avere prima messo per iscritto la propria volontà di abdicare, non appena catturato, a favore del figlio Umberto, che avrebbe così guidato, dal Sud, la controffensiva.
    E, per la verità, questo era precisamente, come ora vedremo, il punto di vista del principe ereditario, che - fosse dipeso da lui - sarebbe rimasto a Roma per guidare la resistenza contro i nazisti. Ma la storia d'Italia andò diversamente.
    Alle 4 della notte, Badoglio svegliò Vittorio Emanuele, che si era assopito su un divano del ministero, e gli comunicò che bisognava partire immediatamente, perché c'era il rischio che, da un momento all'altro, i tedeschi facessero irruzione nel palazzo prendendo tutti prigionieri.
    Fu a questo punto che il principe Umberto chiese al padre di lasciarlo restare a Roma, accanto al generale Calvi di Bergòlo, suo cognato, nominato comandante militare della capitale. Vittorio Emanuele III per un istante esitò, poi, di fronte alle lacrime della moglie, la regina Elena, insistette perché anche il figlio prendesse posto sull'auto reale che attendeva, col motore acceso, in via XX Settembre.
    Mancavano pochi minuti alle 5, allorché il piccolo corteo si mise in moto preceduto e seguìto da due pattuglie di carabinieri motociclisti. L'auto del Re inalberava il guidoncino dei Savoia. Il corteo imboccò, nella notte che volgeva ormai all'alba, la Tiburtina. Oltrepassò un posto di blocco tedesco, ma i militari, che solo tra pochi minuti riceveranno per radio l'ordine di disarmare gli italiani, vedendo le insegne reali, si irrigidirono sull'attenti.
    Il corteo fece sosta al castello dei duchi di Bovino, a Crecchio (Chieti). Qui Umberto tornò alla carica: «Padre, permettetemi di tornare a Roma. Un giorno diranno che i Savoia sono scappati». Badoglio si intromise: «Altezza, non se ne parla neppure. Se i tedeschi ci prendono, ci tagliano la gola!». Atterrita da quelle parole, intervenne ancora la Regina, in lacrime. E a quel punto, Vittorio Emanuele III troncò ogni discussione: «Tu vieni con noi. E' un ordine! Non una parola in più».
    Il corteo riprese la strada. Nella notte tra il 9 e il 10 raggiunse il porto di Ortona. Qui, allertata, era in attesa la corvetta «Baionetta». Il molo già rigurgitava di generali a tre e a quattro stelle. Roatta, capo di stato maggiore dell'esercito, in borghese, andava avanti e indietro, nervoso, con un mitra a tracolla. La nave da guerra salpò le ancore diretta a Brindisi, la nuova capitale del regno.
    Le intimazioni di resa impartite dai tedeschi dopo la parola d'ordine lanciata da Kesselring ricevettero, attorno alla capitale, un netto rifiuto. La parola passava alle armi. I primi, feroci combattimenti si accesero a Porta San Paolo e lungo la Flaminia. A resistere erano i Granatieri di Sardegna (generale Solinas) e i carristi della Divisione «Ariete» (generale Cadorna). Non furono semplici scaramucce. Vennero distrutti decine di panzer e morirono centinaia di soldati, da entrambe le parti.
    Alle ore 12 del 10 settembre, un ultimatum fu consegnato dal generale Westphal al generale Calvi di Bergòlo. Il testo recitava, secondo la più classica delle formulazioni hitleriane: «Se, entro le ore 16 di oggi, non sarà firmata la resa, si procederà al bombardamento a tappeto di Roma, l'acquedotto verrà inquinato e le truppe tedesche metteranno a sacco la capitale». Il generale Calvi decise di arrendersi.
    A La Spezia, la Divisione «Alpi Graie» resistette fino all'11. A Bari resistette il generale Bellomo, e a Piombino 600 tedeschi trovarono la morte nel tentativo di sbarcare provenienti dalla Corsica. A Bastia caddero, nella difesa della città, trecento nostri soldati. Feroci combattimenti si accesero a Lero, a Zara, a Ragusa (Dubrovnik), dove il generale Amico cadde con le armi in pugno, e a Salerno, dove trovò eroicamente la morte il generale Ferrante Gonzaga. A Spalato, i carabinieri formarono il battaglione «Garibaldi» e, pur di non arrendersi ai tedeschi, si unirono alle bande di Tito.
    Ma fu una vampata presto spenta. Ovunque, gl'italiani dovettero cedere alla superiorità dei tedeschi: in Italia come in Francia, in Grecia e nello Jonio come nei Balcani e nelle isole dell'Egeo, mentre persino gli americani erano costretti a segnare il passo, dopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre, inchiodati sulla battigia dal rabbioso contrattacco germanico.
    Solo un reparto della Regia Marina non ottemperò all'ordine di consegnarsi agli anglo-americani, e contemporaneamente rifiutò di cedere le armi ai tedeschi: la Decima Flottiglia Mas, asserragliata al Muggiano (La Spezia), dove il comandante, il capitano di vascello Junio Valerio Borghese, dopo aver fatto issare il tricolore sul pennone, mise ai pezzi i propri uomini con l'ordine di aprire il fuoco contro il primo tedesco che si fosse azzardato a mostrare intenzioni aggressive. Nessun tedesco osò affrontare quel reparto, già leggendario tra tutti i combattenti della seconda guerra mondiale. Le camionette della Wehrmacht continuarono a transitare per ore lungo la via Aurelia, dirette a Sud.
Luciano Garibaldi

DATA: 09.08.2013

IL RE CHE VOLLE  ESSERE D’ESEMPIO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/09/2013

  (*) Nel 70° della resa dell’Italia agli anglo-americani (8 settembre 1943) torniamo sui protagonisti di quel dramma. Iniziamo dal Re, perché Vittorio Emanuele III deteneva la somma dei poteri e fu il vero centro e garante di tutte le decisioni. Manca una sua biografia scientifica, ma utili notizie di ricavano da siti web come www.monarchia.it e realcasadisavoia.it .

  Vittorio Emanuele III  (Napoli, 11 novembre 1869-Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947)  regnò dall’assassinio del padre, Umberto I (Monza, 29 luglio 1900), all’abdicazione a favore del figlio, Umberto II (9 maggio 1946), al quale, su  arrogante pressione degli anglo-americani e dei partiti di sinistra, l’11 aprile 1944 s’impegnò a trasmettere tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, alla liberazione di Roma. Questa avvenne solo il 4-5 giugno 1944,  ben undici mesi dopo lo sbarco alleato in Sicilia.
 Allievo nel Real Collegio Militare della Nunziatella a Napoli dal 1881, nel 1896 sposò Elena di Montenegro, e ne ebbe cinque figli: un maschio, Umberto di Piemonte (15 settembre 1904-18 marzo 1983) e quattro femmine (Jolanda, Mafalda, Giovanna, Maria). Assunse la Corona, che certo non attendeva così presto né a quel modo, perché, disse, un Savoia non è mai un vile. Dall’ascesa al Trono affidò il governo a liberali e democratici come Giuseppe Zanardelli, massone, Alessandro Fortis, originariamente repubblicano, Luigi Luzzatti, ebreo non osservante, come il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, Sidney Sonnino, di famiglia ebraica, ma protestante, e soprattutto Giovanni Giolitti, massimo statista della Nuova Italia, per il quale, come già per Cavour, Stato e Chiesa sono due parallele che non debbono né mescolarsi né intralciarsi. Agnostico e libero pensatore, ma rispettoso delle religioni, Vittorio Emanuele non ebbe pregiudizi ideologici di sorta.
  Guardò sempre con distacco i partiti e la politica interna, che per lui erano come i visceri rispetto alla “testa”, cioè lo Stato, sintesi di politica estera e Forze Armate. Badava all’amministrazione dei bisogni, convinto, come Giolitti, che due generazioni bene educate e bene allevate avrebbero portato gli italiani in pari con i popoli più progrediti perché da tanto più tempo uniti (Gran Bretagna, Francia…) o perché orgogliosi dell’unità etnico-linguistica e civile (la Germania). Per coronare il Risorgimento, facendo coincidere i confini politici con quelli naturali, impegnò l’Italia nella Grande Guerra: una prova severa per il Paese. Gli vengono rimproverati l’ascesa del fascismo nel 1922, le leggi razziali del 1938 e il trasferimento da Roma a Brindisi il 9 settembre 1943, alla  proclamazione dell’armistizio, impropriamente e polemicamente definito “fuga”. 
   I documenti provano che il Re affidò il governo a Benito Mussolini (30 ottobre 1922, senza alcuna “marcia su Roma”) per impulso e con il consenso di nazionalisti, liberali, cattolici, demosociali, poteri economici, chiesa e persino dei tanti  socialisti, che continuavano a considerarlo “un compagno che sbaglia”. Il Parlamento gli tributò  uno straripante consenso. Anche dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1925), Benedetto Croce e tanti liberali e cattolici continuarono a votarlo. Anno dopo anno Mussolini isolò il Re e nel 1938 impresse al partito fascista una linea antimonarchica, proprio facendo leva sulle leggi razziali. Il Sovrano si rassegnò a promulgarle  dopo che erano state approvate da Camera e Senato. Nessuna voce forte e chiara si levò contro, né dal paese, né dalla Santa Sede. Quelle leggi sono considerate un’infamia, ma la responsabilità non può essere addebitata al Re solo.
   Nel 1940 l’Italia già confinava al Brennero con la Germania, che nel marzo 1938 aveva annesso l’Austria. Attraverso la Francia, ormai vinta, i tedeschi puntavano al Mediterraneo. Il 10 giugno l’Italia entrò nel conflitto senza adeguata preparazione, non tanto a fianco di Hitler quanto per arginarlo. Anche all’estero prevaleva l’illusione che la guerra sarebbe finita entro poche settimane. Invece da europea essa divenne nuovamente mondiale. Tre anni dopo, il 25 luglio 1943, il Re, di sua personale iniziativa, revocò Mussolini e non lo sostituì con un gerarca fascista (come tanti si attendevano) ma col maresciallo Pietro Badoglio, gradito agli inglesi, col mandato di sganciare l’Italia dall’alleanza. All’indomani dell’annuncio della resa (sottoscritta a Cassibile il 3 settembre e comunicata la sera dell’8), il governo e la Famiglia Reale lasciarono Roma (già pesantemente bombardata e comprendente la Città del Vaticano) per non trasformarla in campo di battaglia contro i tedeschi, senza prospettive di vittoria, e raggiunsero la Puglia, libera da tedeschi e non ancora raggiunta da anglo-americani: un lembo di Italia indipendente, dal quale intraprendere il Secondo Risorgimento. Scongiurata la “debellatio” (cioè la scomparsa dello Stato, come accadde per la Germania nel  maggio 1945), la ricostruzione si incardinò sulla fedeltà delle Forze Armate alla Corona.
  Il temperamento di Vittorio Emanuele III è stato efficacemente descritto dal suo aiutante di campo, Arturo Cittadini. Poliglotta e padrone di tutti i dialetti d’Italia, Vittorio Emanuele III fu studioso avido di apprendere. Celebre è la sua raccolta di monete, donata allo Stato e purtroppo manomessa. Si levava sempre alle 6; alle 7 aveva letto i giornali e dalla residenza privata alle 9 andava al Quirinale, come un funzionario,  convinto che gli italiani avevano bisogno di esempi di rigore e di moralità. Quando lo conobbe, il presidente Theodore Roosevelt gli disse: “Maestà, se ella viene in America, la facciamo subito presidente”. Al generale Paolo Puntoni tracciò egli stesso un amaro bilancio della monarchia: “Non si può dire che da quando s’è formata l’Italia le cose siano andate bene per la mia Casa. Solo mio nonno ne è uscito bene. Carlo Alberto dovette abdicare, mio padre fu assassinato…”. Sua figlia, Mafalda principessa d’Assia, morì in campo di concentramento. Suo figlio, Umberto II, morì a Ginevra, esule dal 13 giugno 1946.  A differenza di quanto asserito da Ernesto Galli della Loggia, l’otto settembre 1943  non morì affatto la Patria. Molti italiani, da posizioni anche molto diverse e persino opposte, intrapresero la lunga marcia per liberare il Paese dalle ingerenze straniere e ottenere il pieno riconoscimento, sul piano di pari dignità, del suo secolare concorso alla Comunità dei popoli liberi: un cammino irto di ostacoli, tanto che nell’Organizzazione delle Nazioni Unite l’Italia fu ammessa solo nel 1955, insieme con la Spagna di Francisco Franco, restauratore della Monarchia. La ricostruzione e il miracolo saldarono il Secondo Risorgimento all’unificazione nazionale, incardinata su Casa Savoia,  sul ruolo istituzionale e sulla personalità dei suoi Sovrani.
Aldo A. Mola
DATA: 08.09.2013
 
ATTUALITÀ DI CASA SAVOIA: UN NUOVO SITO

Sito La Real Casa di Savoia OggiÈ appena stato re-inaugurato il sito realcasadisavoia.it, gestito dal Conte Giovanni Volpi di Misurata, figlio dell’ex Governatore della Tripolitania. Con questo sito si colma una grave lacuna informativa sui presunti ordini dinastici di cui verrebbe fatto commercio in maniera illegittima e sul ramo decaduto della Famiglia Reale.
Sul nostro sito internet non ce ne siamo mai voluti occupare per evitare di alimentare polemiche che, in ambiente monarchico, degenererebbero inevitabilmente in un muro contro muro, ma - pur non approfondendo direttamente l’argomento - non possiamo far finta che l’ampio, documentato e preciso lavoro pubblicato sul sito realcasadisavoia.it non sia ora di dominio pubblico. Sul sito inoltre sono scaricabili gli importanti documenti riguardanti le questioni dinastiche “esplose” nel 2007 e di cui l’U.M.I. se n’era già occupata all’indomani della morte del Re Umberto II, dimostrando che il successore del Sovrano è S.A.R. il Principe Amedeo.
Non abbiamo dubbi che il sito sarà sempre aggiornato (oggi viene riproposto un articolo de “Il Messaggero” riguardante il convegno romano che i falsi ordini dinastici vorrebbero organizzare presso l’Università Urbaniana a Roma) su tutte le questioni riguardanti in un modo o nell’altro - nel bene o nel male - Casa Savoia.


DATA: 06.08.2013
 
8 SETTEMBRE: UN RE DAL GRANDE CORAGGIO

Vittorio Emanuele IIISono passati settant’anni da quella sera in cui la radio trasmise il messaggio del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. La mattina successiva, tra il caos generale, il Re lasciava Roma per raggiungere una città che non fosse occupata né dai tedeschi ne dagli alleati. Una città italiana e libera da cui, senza sudditanza alcuna, garantire la sopravvivenza dello stato e dell’unità nazionale. Casa Savoia l’aveva ottenuta ed ora la difendeva a costo di sacrificare se stessa ed il proprio onore messo in discussione da chi, per pulirsi la coscienza, non aspettava che farne il capro espiatorio di tutti i mali di un ventennio e perfino degli anni a venire. Le auto correvano verso Pescara, che nel dopoguerra invece di comprendere il gesto coraggioso del Sovrano poneva nel porto una lapide ignominiosa e menzognera, e nella mente e nel cuore del Re di Peschiera correvano anni ed anni di difficile guida del Paese tra sentimenti spezzati ed emozioni soffocate. Ora toccava passare, perfino dopo mille umiliazioni, anche per fuggiasco pur di garantire alla Patria che la sua unità non venisse dispersa. Ci andava coraggio a farsi carico di tutte le cattiverie e le ingratitudini che sarebbero venute. Mentre tutti fuggivano verso la salvezza, come molti panciuti gerarchi già al sicuro in Spagna od in Germania, lui correva con la sua autocolonna verso altre grandi responsabilità. Ripagate con la morte solitaria in Egitto nel 1947 quando, già dopo il contestato referendum, ebbe a scrivere un biglietto “Viva l’Italia ora più che mai”. Un amore senza limiti che, come spesso accade nelle grandi storie, bruciata la passione abbandona il più innamorato. L’Italia ha fatto così lasciandolo in una nicchia ad Alessandria d’Egitto senza curarsi del pericolo di profanazioni in questi tempi così difficili per quella terra meravigliosa dalla storia millenaria. Sono passati settant’anni da quel grande atto d’amore, farsi carico di ogni male ed ogni cattiveria per proteggere chi s’ama, ma oggi c’è ancora chi per interesse nega le verità spicciole pur di muovere critiche senza comprendere come non vi fossero soluzioni percorribili differenti. È davvero strano come l’amore assuma alle volte i toni della commedia, altre della farsa e troppo spesso quelli della tragedia. In qualche caso anche dell’amara ingratitudine e della poca memoria. Ma non per tutti, magra consolazione forse, ma c’è ancora posto in qualche cuore italiano per questo grande Sovrano!
Alessandro Mella – U.M.I. Torino
DATA: 06.08.2013

8 SETTEMBRE: LA FAZIOSITÀ È DI CASA SU GIORNALI E TV

L’avvicinarsi del 70° anniversario dell’annuncio dell’armistizio fa in modo che i mezzi di comunicazione si interessino all’evento per ricordarlo. Purtroppo storici improvvisati e giornalisti impreparati farciscono i notiziari con informazioni clamorosamente scorrette che calunniano la memoria storica italiana. Dobbiamo prepararci ad ascoltare di tutto soprattutto i più sfruttati e scontati pregiudizi contro il Re, che viene accusato di essere fuggito. La scorsa settimana un noto settimanale parlava di folla inferocita che ha accolto il Re in Abruzzo e che l’ha costretto ad imbarcarsi per Brindisi, cosa inaudita e priva di qualsiasi fondamento storico o di testimonianza. Questa mattina il TG1 ha voluto pubblicizzare l’ultima fatica editoriale dello storico di sinistra Gianni Oliva e abbiamo ascoltato di tutto. “Il concetto di Patria venne dimenticato, la dignità e l’onore soffocati dietro la paura, il coraggio e l’eroismo sostituiti dall’attesa di una salvezza esterna.” La giornalista, Cristina Guerra, probabilmente ignora l’esistenza dell’Esercito del Sud, dei tanti militari che hanno sacrificato la vita nel nome della nostra Patria e delle operazioni di rivalsa che sono state fatte. Monte Lungo insegna come la Resistenza monarchica fosse animata da moltissimi militari del Regio Esercito. Questo è un modo per infangare la memoria di chi ha compiuto l’estremo sacrificio per noi. Oliva rincara dicendo che il dato dell’8 settembre “è la confusione, è l’inerzia, è l’incapacità di reagire, è la zona grigia che attraversa l’Italia di fronte alla scomparsa dello Stato, è lo sbandamento dell’Esercito, è l’attesa della liberazione da altri” La giornalista ha asserito che il Re è fuggito a Brindisi, città già occupata dagli alleati, che l’Esercito si era dissolto e che a difendere il Paese rimasero solo “drappelli di uomini” organizzati al nord nel CLN. È noto invece che per garantire la continuità del governo Egli scelse una città totalmente italiana cioè libera dai tedeschi ma non ancora raggiunta dagli alleati. Capiamo che Oliva faccia il suo lavoro e che voglia promuovere il proprio libro, reputiamo però inopportuno che il principale Tg nazionale, faccia un servizio sulle sue tesi, dimenticando le migliaia di soldati fedeli alla Patria e al Re, che hanno combattuto e hanno contribuito alla liberazione nazionale.
DATA: 05.08.2013
 
ESULI ISTRIANI FIUMANI E DALMATI, ANCORA UMILIATI E VILIPESI

Istria Fiume DalmaziaDomenica 18 agosto 2013 si è rinnovata, a Pola, la cerimonia di commemorazione della vile strage avvenuta nella spiaggia di Vergarolla (vicino a Pola) nel 1946, perpetrata da agenti segreti dell’O.Z.N.A: la famigerata e spietata polizia segreta politica del comunismo jugoslavo di Tito. In quella tragica carneficina, dove furono fatte esplodere numerose mine accatastate nella pineta, vennero dilaniati oltre 120 italiani, in gran parte bambini, solo la metà fu, successivamente riconosciuta. Questa dolorosa e straziante commemorazione, viene promossa  e organizzata, dalla Comunità degli italiani di Pola in collaborazione e partecipazione di alcune associazioni di esuli, alla quale hanno partecipato, oltre a numerosi esuli, famigliari delle vittime, autorità locali e della Regione Istria,  rappresentanti della Regione Friuli Venezia Giulia, il Dott. Marco Salinas dell’Ambasciata italiana di Zagabria. Dopo la sfilata a Trieste, avvenuta alcuni anni fa, di numerosi titini con tanto di giubbe pluridecorate,  bustine con stelle rosse e bandiere della Jugoslavia comunista di Tito, per “festeggiare la loro occupazione della città”!, SENZA CHE NESSUN POLIZIOTTO O ESULE LI ABBIA CACCIATI!, UMILIANDO TUTTA TRIESTE, L’ITALIA E TUTTI GLI INFOIBATI TRIESTINI. Un gruppo libero e indipendente di esuli istriani, fiumani e dalmati, con i loro sostenitori italiani, ha voluto partecipare alla commemorazione per dare una maggiore incisione e risalto all’evento, in modo rispettoso e civile, ricordando la complessa vicenda martoriata degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia  vissuta e sofferta, con le foibe e l’esodo di 350.000 esuli, tra il 1943 e il 1947, esponendo, quasi al termine della cerimonia, uno striscione con la scritta: ”giustizia per 20.000 italiani uccisi e infoibati in Istria, Fiume e Dalmazia” sventolando delle bandiere tricolori italiane. Dopo un attimo di sorpresa e smarrimento di tutti i presenti, alcuni dirigenti della locale comunità degli italiani insieme ad alcuni esponenti delle Associazioni degli esuli, si sono precipitati dal gruppo invitandoli,  con decisione, ad interrompere la manifestazione e a togliere sia lo striscione che i tricolori italiani con minacce di far intervenire la polizia croata (già presente in borghese), affermando che la nostra dimostrazione, se pur pacifica, avrebbe compromesso il corso della “loro” riappacificazione e riconciliazione tra i popoli (?). Dalla adiacente stradina, che costeggia il prato accanto al Duomo dov’è ubicato il cippo, nel frattempo, alcuni nostalgici (duri e puri!)  di Tito,  hanno urlato: “fascisti, provocatori, viva il comunismo…..” intanto il clima si stava “surriscaldando” con l’intervento anche di soggetti appartenenti alla sicurezza privata con altre minacce ed inviti perentori ad allontanarsi immediatamente. Con altro e definitivo energico intervento della polizia croata in borghese, la situazione stava per precipitare e far diventare una manifestazione civile e pacifica in una manifestazione violenta, assolutamente non voluta dai dimostranti. Con modi bruschi e con qualche spintone hanno fatto togliere lo striscione con i tricolori italiani e con il definitivo abbandono del gruppo senza reagire e senza opporre resistenza, comunque, tale loro comportamento, anche senza violenza fisica, ha offeso e umiliato tutti i manifestanti italiani. Purtroppo, il gruppo si è sentito, con amarezza, tradito dalle istituzioni italiane, rappresentate ufficialmente in quella circostanza, dal Dott. Marco Salaris (già citato)  dell’Ambasciata italiana di Zagabria, per il  mancato suo autorevole intervento : il quale ha brillato e si è fatto “onore”, con il suo totale disinteresse,  (o a consigliato agli addetti di cacciarci con tutti i tricolori?) non ipotizzando che  la situazione  poteva diventare imbarazzante sia per l’Italia sia per  la Croazia appena entrata in Europa.  Mentre va evidenziata la mancata presenza di alcuni parlamentari italiani invitati a partecipare alla manifestazione, a sostegno delle richieste di giustizia degli esuli. (..però, alcuni  a volte, li vediamo anche  con i ”no tav!”). Ma la mancata presenza dell’Europarlamentare On. Mario Borghezio, della LEGA NORD, è stata squallida, vergognosa e maleducata, in quanto, già contattato a partecipare alla manifestazione, si era dichiarato disponibile e ha assicurato la sua “autorevole” presenza a sostegno delle tesi degli esuli istriani, fiumani e dalmati: non solo non si è presentato, ma non si è degnato neanche di comunicarlo. Vergogna. Un indegno europarlamentare.             
Romano Cramer
Esule istriano e Portavoce del gruppo
DATA: 04.08.2013

MILANO DA CENSURARE: I DELIRI DELL’ASSESSORE AL COMMERCIO

Corso Vittorio Emanuele MilanoAbbiamo appreso da un’intervista al Corriere della Sera le ultime esternazioni dell’assessore al commercio del Comune di Milano (quello dell’ordinanza che vietava di vendere i gelati la notte per intenderci). Il fantasioso esponente di Palazzo Marino ha proposto di cambiare il nome del centralissimo Corso Vittorio Emanuele II in Corsia de’ Servi, nome precedente della strada meneghina. Non ha senso entrare nel merito della proposta in quanto inattuabile (sono migliaia i residenti, gli studi e le attività commerciali che dovrebbero cambiare indirizzo a seguito della proposta variazione toponomastica, con costi spropositati), è invece preoccupante notare la superbia culturale di una parte della sinistra (più o meno estrema) che pretende di poter fare tabula rasa di quello che a loro non sta bene. Poco importa se Vittorio Emanuele II è stato il Padre della Patria, l’uomo al quale anche l’Assessore deve il proprio grazie per essere italiano. Rappresenta un potere legittimo e regale e per questo va nascosto, eliminato e censurato esattamente come gli storici ideologicamente schierati con l’Assessore hanno fatto per decenni, scrivendo libri di storia antipatriottici. L’Unione Monarchica Italiana esprime seria preoccupazione per questa cultura dell’arroganza che viene -purtroppo- sempre più spesso riscontrata in amministratori locali e nazionali. L’evento è stato bollato come l’ennesima gaffe del politico ma nasconde una visione pericolosa ed inquietante del concepire il bene pubblico.
DATA: 02.08.2013

VITTORIO EMANUELE III DIMENTICATO IN EGITTO

Dalla rubrica di Sergio Romano "Lettere al Corriere" del 01/09/2013 - Corriere della Sera

Il Re Vittorio Emanuele IIILe vicende egiziane di questi giorni mi hanno indotto una volta di più a riflettere sulla precarietà dell’attuale sepoltura di Vittorio Emanuele III nella chiesa di Santa Caterina, nell'Alessandria d'Egitto dove sono nata quando il re era in esilio. Mi chiamo Jela Gasche, sono figlia di Maria Ludovica Calvi di Bergolo e nipote di Jolanda di Savoia. Cerco di vincere l’immagine di quella chiesa assaltata da fanatici e profanata, come già avvenuto per tante altre, ma non ci riesco. È un’eventualità non remota, e non credo che mio bisnonno meriti anche questo oltraggio. Spero che molti Italiani la pensino come me. In questo nostro Paese sono sepolte tante persone che secondo i parametri applicati a Re Vittorio potrebbero giacere altrove. È per questo che rivolgo a lei un accorato appello perché voglia sollevare il problema, al fine di consentire che la salma possa rientrare in Italia; il Pantheon sarebbe troppo chiedere all’attuale classe politica, ma sono certa, anche dai ricordi di mia madre, che il Re vorrebbe essere vicino ai suoi soldati al cimitero di Redipuglia.
Jela Gasche
(Nipote della Principessa Jolanda di Savoia)

La Tomba di Vittorio Emanuele IIICara Signora, Temo che molti abbiano dimenticato o ignorino da sempre le ragioni per cui Vittorio Emanuele III, penultimo re d'Italia, morì ad Alessandria d’Egitto il 28 dicembre 1947. Non per lei, quindi, ma per questi lettori, ricordo le circostanze che lo persuasero all’esilio. Dopo la conclusione dell’armistizio e la fuga da Roma, gli Alleati e molti monarchici italiani (fra cui Enrico De Nicola e Benedetto Croce) temettero che la presenza al vertice dello Stato di un uomo che aveva lungamente convissuto con il fascismo avrebbe pregiudicato le sorti della monarchia e favorito le sinistre. De Nicola propose il ricorso all’istituto della Luogotenenza e Vittorio Emanuele accettò di trasmettere i suoi poteri al figlio Umberto non appena gli eserciti alleati fossero entrati a Roma. Ma agli inizi del 1946, mentre si avvicinava il giorno del referendum istituzionale, gli stessi consiglieri giunsero alla conclusione che soltanto la sua abdicazione avrebbe offerto a Umberto una maggiore speranza di vittoria. La cerimonia ebbe luogo a Posillipo, nella residenza della famiglia reale, alle 15 del 9 maggio. Quattro ore dopo, Vittorio Emanuele e la moglie Elena salirono a bordo dell’incrociatore Duca degli Abruzzi che li avrebbe portati in Egitto. Era stato deciso che l’abdicazione e la partenza avrebbero avuto luogo nello stesso giorno. Occorreva creare il fatto compiuto, impedire le obiezioni e le riserve di coloro che, come Palmiro Togliatti, avrebbero preferito fare campagna contro un re compromesso col fascismo ed ebbero la notizia soltanto a cose fatte. Ad Alessandria il re d’Egitto, Faruk, volle che Vittorio Emanuele avesse un'accoglienza regale e soggiornasse nel suo palazzo. Ma il vecchio re preferì una piccola villa nella via Constantin Chorem, alla periferia della città. Vi rimase più di un anno mezzo sino alla morte, il 28 dicembre 1947. Passò gli ultimi mesi passeggiando, pescando, ricevendo i parenti, riandando con la memoria alle vicende del suo regno e agli uomini che aveva conosciuto. Di Mussolini diceva: «Gran testa, intelligenza eccezionale... un giocoliere nella politica, un ignorante pretenzioso nelle cose militari...». Per la sua sepoltura, esclusa la possibilità del ritorno in Italia, furono discusse alcune proposte: il cimitero latino di Alessandria, una cappella di famiglia offerta dalla vedova di un irlandese nella chiesa del Sacro Cuore, una piccola chiesa nel quartiere di Moharren Bey. Ma Elena scelse la cattedrale di Santa Caterina dove la bara fu tumulata in un loculo dietro l’altare maggiore con una targa in cui è scritto «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947». Anch’io penso, cara Signora, che quella bara debba tornare in Italia. Vittorio Emanuele non fu soltanto l’uomo che convisse per 21 anni con il fascismo. Fu anche il re che favorì la svolta democratica di Giolitti agli inizi del Novecento, che trascorse al fronte gli anni della Grande guerra, che congedò Mussolini nel 1943. Nel bene e nel male appartiene alla storia d’Italia ed è giusto che torni a casa.
Sergio Romano
DATA: 02.08.2013
 
LA NUOVA VERSIONE DEL SITO INTERNET DELL’U.M.I.

Il nuovo sito internet dell'U.M.I.Con il XII Congresso nazionale dell’U.M.I., tenutosi lo scorso novembre in Roma, è stata demarcata la linea d’azione della nostra Associazione: valorizzare il nostro passato per proiettarci in un futuro monarchico. Nelle nostre manifestazioni non ci si è più soffermati unicamente sulla storia fine a se stessa, ma si è messa a frutto l’esperienza storica (nello specifico gli 85 anni di Regno d’Italia) per parlare di attualità, delle Istituzioni che sono al collasso, della grave crisi economica che ci colpisce, del degrado politico che caratterizza questa repubblica e delle possibili soluzioni per migliorare le drammatiche condizioni della nostra Italia.
È stato svolto molto lavoro in tal senso e molto ne andrà ancora fatto. Dal prossimo mese partirà il ciclo di manifestazioni che coinvolgeranno tutta Italia nell’ambito delle celebrazioni della prima Guerra Mondiale che portò al definitivo compimento dell’Unità nazionale. In cantiere gli importanti appuntamenti di Palermo e Napoli per poi salire attraverso la penisola e concludersi a Trieste nel novembre 2014.
 Oggi ci onoriamo di pubblicare la terza versione del nostro sito internet, dopo l’edizione di lancio del 2000 e il primo restyling del 2006. Abbiamo voluto offrire al navigatore le più disparate informazioni, attualmente distribuite su oltre 220 pagine web, analizzando i principi fondamentali della Monarchia, la storia d’Italia, la Famiglia Reale, la cultura e - ovviamente - le attività e la struttura della nostra Associazione.
Per la prima volta vengono pubblicate le foto di tutti i componenti della Famiglia Reale, con i relativi stemmi araldici, gli alberi genealogici schematizzati per comprendere chi sono i Savoia oggi viventi e le biografie di tutti i Re e le Regine d’Italia.
Sono consultabili l’archivio delle notizie U.M.I. e quello delle manifestazioni monarchiche dal 2006 ad oggi, per avere una banca dati completa e in continuo aggiornamento, oltre a tante curiosità.
Ancora ci si addentra nella storia del Fronte Monarchico Giovanile, della Consulta dei Senatori del Regno, degli Ordini dinastici di Casa Savoia, ecc.
Un sito da scoprire e da esplorare giorno per giorno che - siamo certi - contribuirà alla diffusione dell’Ideale monarchico, presentandosi come un degno biglietto da visita per la nostra Associazione che vola verso i settant’anni di vita.
Grazie alla lungimiranza di Sergio Boschiero siamo stati i primi monarchici ad essere presenti su internet ed oggi, avendolo giustamente valorizzato, il web risulta un fondamentale strumento di comunicazione e di informazione, al quale non potremmo più rinunciare.
Parta dunque questa ennesima ed entusiasmante esperienza, importante tassello per il coronare il nostro impegno di Monarchici italiani.
Alessandro Sacchi
Presidente Nazionale U.M.I.
Davide Colombo
Segretario Nazionale U.M.I.
 Roma, 2 Settembre 2012

DATA: 02.09.2013

 
QUEL TRICOLORE CHE ANCORA FA PAURA

Stefano terenghi davanti al VittorianoStefano Terenghi, giovane iscritto all’Unione Monarchica Italiana della provincia di Lecco, è venuto in gita a Roma e, come ricordo, ha voluto farsi scattare una foto davanti al monumento dedicato al Padre della Patria, il Re Vittorio Emanuele II, mostrando la bandiera che ha unito l’Italia e che fino a 67 anni fa garriva orgogliosamente dai due pennoni del Vittoriano. Il giovane monarchico, come attesta la fotografia, si trovava al di fuori della cancellata ma un solerte guardiano del Vittoriano lo ha avvicinato irritato, minacciando di sequestrare la bandiera e di emettere una multa nei confronti del giovane. Multa per quale motivo? Non è stato specificato. Per fortuna un improvviso acquazzone ha costretto i due a ripiegare verso un posto riparato e il guardiano si è allontanato lasciando cadere la cosa. Il Tricolore della Patria fa ancora così paura? Con quale diritto si può vietare l’esposizione di un simbolo nazionale così importante? Il fatto ci ha lasciati sgomenti e con parecchio amaro in bocca. Per fortuna l’intrepido giovane, non pago di quanto successo al Vittoriano, si è recato sul colle Quirinale e, davanti al Palazzo Reale, ha riproposto il gesto. Questa volta tutto bene, anzi un Carabiniere di guardia sulla piazza ha sorriso alla vista del vessillo italiano. Magra consolazione ed ennesimo gesto di discriminazione non tanto verso i monarchici, quanto verso la storia d’Italia.

Stefano terenghi davanti al Quirinale
DATA: 02.09.2013

SANTA ALLEANZA: INTERVENTO, NON INTERVENTO, ANARCHIA INTENAZIONALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/09/2013

  Nel 1815, per voltar pagina con lo sconquasso delle guerre franco-napoleoniche (1792-1815)  e fondare il concerto europeo, le potenze vincitrici (Gran Bretagna, Russia, Austria e Prussia)  associarono il vinto, la Francia. Ci vollero tre Trattati nel 1814 e i lunghi mesi del Congresso di Vienna, dal quale scaturì la Santa Alleanza, che in vertici  successivi decise l’intervento militare per ristabilire l’ordine, cioè annientare i liberali che chiedevano monarchie costituzionali al  posto di regimi assoluti. L’Austria mise in riga i liberali italiani. La Francia fece altrettanto con quelli di Spagna. La Russia ebbe mani libere per far regnare l’ordine a Varsavia.  Nell’estate 1830 Luigi Filippo di Borbone-Orléans, elevato al trono da una rivoluzione senza sangue, e la Gran Bretagna decisero che i Belgi potevano staccarsi dai Paesi Bassi  e costituirsi in regno indipendente  sotto tutela internazionale. La Santa Alleanza rimase al palo. Allora i liberali si mossero, specie in Italia, confidando nel “non intervento”, ma la Francia lasciò campo libero alla repressione asburgica  e si limitò ad occupare Ancona.   A parte l’indipendenza della Grecia e la formazione del regno d’Italia, frutto di guerre di bassa intensità, malgrado tensioni e conflitti periferici (dai quali sorsero Romania, Bulgaria, Montenegro), in Europa la pace resse sino al 1914. Lo scossone della guerra franco-germanica del 1870-71 indusse anzi a scaricare la gara per l’egemonia nella conquista degli spazi coloniali extraeuropei. Dopo la Grande  Guerra per spegnere subito nuovi possibili incendi e arginare le rivoluzioni venne istituite la Società delle Nazioni, che funzionò poco e male. Non decise alcun intervento significativo, non fermò le guerre e nel 1935 deliberò le sanzioni economiche ai danni dell’Italia quando Roma invase l’Etiopia, membro della Società stessa. Le Nazioni Unite dal 1945 avocarono il potere di interventi militari e ne attuarono molti. Ma altre missioni di pace furono decisi da soggetti diversi, come la Nato, strumento militare dell’Alleanza Atlantica, e dal Patto di Varsavia (in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia). Ora si registra uno stallo, sia dell’ONU, sia di coalizioni multilaterali. Nella Comunità internazionale dilaga una pericolosa anarchia.  Torino, prima capitale d’Italia, ospita il XXXIX Congresso della Commissione Internazionale di Storia Militare per approfondire il rapporto tra “governo mondiale” e “interventi multilaterali”. Il tema è di scottante attualità, mentre  alcuni governi si affannano a procacciare  base legale alla ritorsione (a quale titolo?) contro al-Assad (su quali certezze e con quali rischi?). Ma per gli storici, esso ha millenni di precedenti. La riflessione sulla politica vera, cioè sul rapporto tra la diplomazia e le armi, come insegnò Clausewiz, vi si snoda infatti dalle Guerre del Peloponneso alla spedizione  degli aghlabidi in Sicilia  (827-909), dalla guerra di successione sul trono di Vienna (1741 -48) a una quantità fantasmagorica di “episodi” . Paese ospite dell’importante Congresso scientifico, realizzato con l’impegno degli Uffici Storici della Difesa (col. Matteo Paesano), dell’Esercito (col. Antonino Zarcone), della Marina ( C. V. Francesco Loriga) e dei Carabinieri (ten. Col. Flavio Carbone), l’Italia partecipa con docenti prestigiosi, quali Virgilio Ilari, Alessandro Barbero, Pietro Crociani e molti giovani ricercatori, alcuni dei quali già affermati, come  Federica Saini Fasanotti, finalista del Premio Acqui Storia e autrice di un’ eccellente opera edita dell’Ufficio Storico SME sulle Operazioni militari italiane in Libia (1922-1931).    Dalla rassegna  di Torino emerge che ogni Paese ha vissuto successi ed errori. La saggistica italiana ha invece solitamente enfatizzato soprattutto le sconfitte (Novara, Lissa, Adua, Caporetto, 8 settembre…), isolandole  dal contesto e oscurando le vittorie,  con una lettura negativa dello “strumento militare”. E’ quanto emerge, per esempio, da Generali di Domenico Quirico (che auspichiamo torni presto libero agli studi) e da molte opere di Nicola Labanca e altri seminatori di cupo pessimismo, dimentichi che dall’Unità  le Forze Armate  sono state con la pubblica istruzione la vera fucina della Nuova Italia Nuova e concorsero a liberare  i cittadini dalla sottocultura fondata sulla superstizione, come ha documentato  Oreste Bovio nella poderosa Storia dell’esercito italiano, ora riproposto dall’Ufficio Storico SME. Quel passato fa aprire gli occhi sul presente.  La Camera inglese ha rifiutato l’attacco militare alla Siria. Ancora una volta l’Inghilterra impartisce una lezione. E’ una monarchia costituzionale. La più antica d’Europa. Alle spalle ha la Magna Carta  e l’habeas corpus, due  pilastri della civiltà liberale. Da secoli il governo inglese non può decidere spese senza l’approvazione dei contribuenti e i cittadini non possono essere arrestati senza un’imputazione formale.
Si discuterà a lungo su questa svolta. Ci si domanderà se i deputati inglesi abbiano deciso solo per motivi giuridici (la mancanza di prove sicure dell’uso di armi chimiche da parte di el-Assad) o anche per interessi (i complessi rapporti economici  tra Londra e il mondo arabo-islamico). Quel che conta è che il Parlamento ha rivendicato la propria sovranità sulla politica estera: un caposaldo della sua lunga fortuna degli inglesi, esaminata da Ottavio Bariè nei saggi raccolti da Massimo de Leonardis in Dall’Impero britannico all’Impero americano (Le Lettere), mentre ora l’egemonia degli USA risulta appannata,  lontana dal ruolo di guida sicura dell’Occidente, come lo stesso Bariè osserva in Dalla guerra fredda alla grande crisi (il Mulino), finalista all’Acqui Storia. Proprio il declino dell’egemonia di Washington apre spazi alle frenesie di Stati di seconda e terza fila, smaniosi di protagonismo, come la Francia di Sarkozy e di Hollande.  Anche in Italia dalla Grande Guerra la centralità del governo politico della forza quale pilastro della democrazia fu il terreno di scontro fra due concezioni dello Stato. Di una fu interprete maturo Giovanni Giolitti che dall’agosto 1917 chiese a viso aperto di trasferire dalla Corona al Parlamento l’approvazione dei trattati internazionali e soprattutto il  potere di dichiarare guerra. Non l’ottenne. Fu così che nel 1940 l’Italia venne buttata una seconda volta nella fornace di una guerra generale dall’andamento poi rovinoso, senza che alcun Istituto rappresentativo fermasse Mussolini: una catastrofe di cui paghiamo e pagheremo le conseguenze. Quei precedenti  ci ricordano che dal 1848 al 1946 l’Italia fu  monarchia costituzionale con poteri asimmetrici; dal 1946  scelse di essere una repubblica parlamentare, ma in troppi casi il Parlamento ratifica decisioni delicate assunte altrove. La verifica del corretto equilibrio tra i poteri avviene nelle ore supreme, quando ci si deve domandare se il Paese, sul quale ricadono le decisioni dell’esecutivo, concordi  davvero con le decisioni del governo e sia disposto ad accollarsene il peso. Fu la domanda che si pose il ministro della Guerra Domenico Grandi nell’ottobre 1914: un dubbio “giolittiano”. Venne sostituito. Forse una conferenza di pace dell’ultimo minuto, un maggior sforzo della diplomazia avrebbe fermato la concatenazione  di ultimatum e di dichiarazioni di guerra: che si sa come iniziano, mai come finiscano. Ma ormai la Santa Alleanza era solo un ricordo. Per di più esageratamente odioso (*).  
Aldo A. Mola
(*) Il XXXIX Congresso della Commissione Internazionale di Storia Militare si svolge al Centro Congressi  di Torino dal 2 al 6 settembre. Alle 17 di oggi (domenica 1 settembre) alla Biblioteca Universitaria è inaugurata la mostra “I volti dei Militari Italiani”.
DATA: 01.09.2013
    
TURISMO E CULTURA UNA RISORSA PER L’ITALIA

Il Pantheon di RomaSiamo al giro di boa. Passato il mese di agosto è tempo di primi bilanci, e la domanda è, quanto ha reso in termini economici il Paese circondato da quasi di 8000 km di costa e che ha il più alto numero di siti al Mondo (ben 49) considerati dall’Unesco patrimonio dell’umanità? La risposta è, meno della Francia e meno della Spagna. Secondo i dati ISTAT infatti l’Italia sta perdendo quote di mercato nei confronti dei due Paesi concorrenti, nonostante il nostro sia il territorio più ricco al Mondo dal punto di vista storico, culturale, ed enogastronomico. Che la repubblica italiana abbia sperperato in quasi settant’anni quel patrimonio di valori morali, etici, e spirituali conseguiti con sacrificio dai suoi tanti patrioti è un dato arcinoto. Ciò che più indigna però è il fatto che si stia tentando di cancellare anche quelle testimonianze della sua passata esistenza. Mi riferisco a quelle testimonianze che sono rappresentate dai numerosi monumenti storici e dalle bellezze naturali del bel Paese e che oggi versano in stato di degrado. La grandezza di un popolo non si misura soltanto attraverso il suo prodotto interno lordo (seppur importante), ma anche dal suo patrimonio interno lordo, o meglio netto, che è il risultato dato dalla differenza tra tutte le bellezze artistiche e naturali presenti in un determinato territorio e le sue bruttezze. Ovvero, nel caso specifico italiano, da tutto ciò che fu costruito in epoca romana, medioevale, rinascimentale, ed in epoca monarchica, meno tutto quello costruito in epoca repubblicana. A conferma di quanto detto basterebbe pensare che quando parliamo di stili architettonici, intendiamo appunto parlare, di stile romanico, stile medioevale, stile rinascimentale, stile umbertino, stile fascista-imperiale ma non di stile repubblicano. Qual è lo stile repubblicano? Ne esiste uno? Sembra difficile infatti riconoscerne i tratti o uno stile caratterizzante dal punto di vista architettonico (se non quello di uno stile declinante). Ma le bruttezze partorite in età repubblicana in fondo non sono che le testimonianze delle sue istituzioni e della sua classe politica. Inetta, corrotta e fragile. Ci si aspetterebbe almeno che un Paese non più riconoscibile agli occhi dei suoi contemporanei, cerchi attraverso il suo passato, di ritrovare le sue radici e la sua identità, e quindi di mettere a frutto le sue bellezze antiche, custodendo con saggezza e gelosia i suoi tesori. Ma evidentemente questa Italia non la pensa proprio così, si è deciso di mandare alla rovina il nostro patrimonio storico, (si veda a tal proposito il caso Pompei, ma si potrebbero fare decine di esempi di monumenti o opere d’arte mandate alla rovina) tanto, chi se ne frega? Meglio utilizzare i finanziamenti europei per un concerto di Elton John che potrà portare una valanga di voti alle prossime elezioni, che restaurare una statua in bronzo! Ma tutelare e riscoprire il nostro patrimonio storico e naturale, ed investire su di esso, non significherebbe soltanto ritrovare la nostra identità di popolo e far riemergere quel collante che lega gli italici destini ad una storia comune, ma significherebbe anche creare nuove opportunità di crescita economica e di creazione di nuovi posti di lavoro. Puntare sul binomio turismo - cultura  potrebbe significare per l’Italia accelerare l’uscita dalla crisi e fortificare un settore della nostra economia che in futuro sarà determinante per la crescita economica. (Secondo il World Tourism Organization il trend di crescita dei turisti nel Mondo passerà dai circa 900 milioni attuali a circa 1,8 miliardi nel 2030, cioè il doppio di oggi). Se l’Italia saprà implementare politiche efficaci nel settore del turismo, (una Governance dello Stato più forte nel settore, potenziamento e miglioramento dei trasporti e infrastrutture dedicate, rinnovamento delle strutture ricettive, miglioramento dell’offerta ai turisti, digitalizzazione dei canali di vendita) essa potrà fruire di un vantaggio competitivo considerevole rispetto ad altri Paesi concorrenti, perché nessuna Cina potrà mai copiarci il Colosseo, il Pantheon, gli Uffizi o la nostra Venezia solo per fare alcuni esempi. E che dire dei paradisi naturali come le nostre rinomate spiagge o le splendide montagne dai panorami mozzafiato? Solo una visione miope del futuro potrà considerare il turismo, la cultura e l’arte settori non strategici per il nostro Paese. Urge una visita oculistica per i nostri governanti, magari dalla dottoressa Kyenge.
Roberto Carotti - Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 01.09.2013

ISCHIA: INCONTRO DEI MILITANTI U.M.I.

Alessandro SacchiAnche quest'anno, per iniziativa del Prof. Tommaso La Monica, si è tenuto l'incontro di fine agosto degli attivisti e dirigenti dell'U.M.I. ischitana. Presenti il Presidente Nazionale, avv. Alessandro Sacchi, il Presidente regionale della Campania, Duca Lombardo di Cumia e il Presidente provinciale di Napoli, avv. Biondi. In un'atmosfera cordiale e rilassata il Presidente Avv. Sacchi ha analizzato la situazione politica Nazionale e comunicato ai presenti le iniziative in corso dell'associazione. Interessanti interventi hanno ravvivato l'incontro. Alla prossima estate!

DATA: 30.08.2013

ATTUALITA’ SPICCIOLA SOTTO IL SOLLEONE

Sul web impazza, da tempo immemorabile, una vistosa crociata contro la casta ed i suoi vizi indecorosi spesso condita dalla vivace denunzia dell’inattività dei politicanti per mestiere imbelli di fronte alla crisi galoppante ed accusati di aver cura dei propri interessi. Spesso ci si dimentica che qualcuno li ha eletti ed alle volte par quasi di essere ingrati. Perfino ad agosto i nostri politici, affaticati e madidi sotto le ondate di caldo africano dai bizzarri nomi omerici, si sono impegnati per dimostrarci l’inverso rendendo vivacissimo il dibattito politico. Incontri, polemiche, summit di ogni sorta per misurare, ponderare e valutare quanto il governo di Enrico Letta abbia ancora da vivere. Come luminari, della medicina che fu, mille incravattati si avvicendano di fronte ai romani palazzi. Tra le tanti voci qualcuno si chiede, qualora il moribondo venisse meno, che si potrebbe fare. Quali soluzioni? Nei brusii si sente dire perfino “Le elezioni mai, il presidente non scioglierà mai le camere” e via discorrendo. Tutti guardano al colle con timore e paure avanzando ipotesi che fanno pensare nel clima di un pericolosa crisi all’orizzonte. È davvero curioso che secondo i colletti bianchi della politica italiana il sistema repubblicano abbia assunto il modus operandi di una monarchia assoluta. I loro borbottii fanno quasi tenerezza sarebbe il caso, quasi quasi anche sotto l’ombrellone, di insegnare loro le virtù delle monarchia parlamentari e costituzionali che in Europa dimostrano di essere democrazie compiute e soprattutto giovani, snelle, rinnovate ed orientate verso il grande futuro piuttosto che, moda italica, con lo sguardo all’orologio per vedere quando andare a “mangiare”.
Alessandro Mella – U.M.I. Torino
DATA: 26.08.2013

TROPPE BANDIERE PER L’ITALIA INVERTEBRATA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 25/08/2013

      Gli Stati hanno segni distintivi di riconoscimento: la bandiera, l’emblema, una musica. A volte un motto. Alla nascita, nel 1861, lo Stato d’Italia ereditò la bandiera da quello di Sardegna: il tricolore con lo scudo sabaudo nel bianco. Per musica aveva la “marcia reale” solitamente suonata con altre, come l’inno di Garibaldi o “Si apron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti”.  L’emblema dello Stato replicava lo stemma del Re d’Italia, che a sua volta ripeteva, senza leoni rampanti né il “gran manto”, quello di Casa Savoia. La Repubblica italiana  ha un tricolore senza emblemi,  uno stemma raffazzonato (opera, riveduta e corretta, del valdese Paolo Paschetto, caro a Benito Mussolini giovane) e non ha un inno ufficiale, anche se una recente leggina pretese di imporre lo studio del “Canto nazionale”, la cui unica certezza è che fu musicato da Michele Novaro.  Al tricolore è accostata la cosiddetta “bandiera dell’Europa”, che però non è per nulla il vessillo dell’Unione Europea. Va ricordato infatti che il Trattato  sull’Unione, detto “di Lisbona” dalla città ove venne firmato il 13 dicembre 2007 e in vigore dal 1° dicembre 2009, “ispirandosi  alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa” (che va dall’Atlantico agli Urali,  da Capo Nord a Capo Passero, dall’Islanda al Bosforo) non si dette né una bandiera, né uno stemma, né una musica, né un motto a differenza di quanto fecero gli Stati Uniti d’America e, di seguito, tutti gli Stati federali. Mentre gli americani nel dollaro leggono “e pluribus unum”, in caso di bisogno i cittadini dell’Unione non sanno anche santo votarsi. Solo alcuni suoi Stati, tra i qual l’Italia, hanno dichiarato di adottare per segni distintivi del loro legame con l’Unione Europea “la bandiera rappresentante un cerchio di dodici stelle dorate su sfondo blu”, la cantata tratta dall’ “Inno alla Gioia” (testo del massone Friedrich Schiller, musica di Ludwig van Beethoven), il motto “Unità nella diversità”, l’euro per moneta e il 9 maggio come “giornata dell’Europa”. Insomma, Paese che vai, Europa che trovi. La bandiera a stelle e sfondo blu fu adottata dal Consiglio  d’Europa dopo sofferto cammino, tra il 1949 e l’8 dicembre 1955, festa di Maria Immacolata.  La discussione riguardò sia l’adozione delle stelle, sia il loro numero (chi ne voleva 15, chi 14, chi dodici), sia la sfumatura dell’azzurro, sia il significato da attribuirle.  Secondo Arsène Heitz, autore dei bozzetti, la bandiera si ispira al dodicesimo capitolo dell’Apocalisse, ma non è per nulla vero perché lì compare una Donna che ha, sì, sul capo una corona di dodici stelle, ma è vestita di sole con la luna sotto i piedi e partorisce un maschio che “governerà tutte le genti con bastone di ferro”: una visione da brividi. Secondo altri la corona di stelle, “simbolo di perfezione e unità” e “cerchio ideale il cui centro è situato nel punto d’incontro delle diagonali di un  rettangolo lunga una volta e mezzo l’altezza”, ricalca lo zodiaco: un segno astrologico, dunque, da oroscopi anziché politico o filosofico. Per altri ancora è solo un pateracchio buono per tutti gli usi: massonici, mariani, europei ed extraeuropei. Comunque, il Consiglio d’Europa che adottò la bandiera oggi in uso comprendeva la Turchia, che non è membro dell’Unione Europea e, col vento che vi tira, è bene ne rimanga fuori; mentre dell’Unione fan parte il Regno Unito, la Svezia e tanti altri Stati europeissimi, che non hanno aderito alla  Dichiarazione e non hanno adottato né l’Inno alla Gioia né l’euro né alcun motto.
Tutto questo va ricordato per non confondere le illusioni con la realtà. I fatti sono ostinati: sono la politica estera e militare dei singoli Stati appartenenti all’Unione Europea, molti dei quali non  fanno “cassa comune” con l’euro, né fondono insieme gli arsenali e i segreti militari (come mostra il “caso Ustica”), né le prospettive nazionali di medio e lungo periodo. Bisogna ricordarsene mentre il Mediterraneo è in fiamme e stiamo rischiando grosso e le coste sono prese d’assalto da barconi carichi di sciagure. A salvarci dall’Apocalisse non bastano né una bandiera europea di seconda mano, né il bizzarro vessillo distintivo della Presidenza della Repubblica: una quadricromia che ricorda la frantumazione secolare preunitaria, a differenza del “tricolore italiano” deliberato il 23 marzo da Carlo Alberto di Sardegna a sostituzione della “coccarda azzurra” istituita  dallo Statuto del 4 marzo precedente. Se l’Unione Europa è dunque priva di simboli identificativi, l’Italia, invertebrata, ne usa troppi e vani rispetto al tricolore originario: l’unico per il quali generazioni di patrioti si sono battuti e forse ancora sarebbero disposti a farlo, se lo Stato non apparisse solo con i tratti di Moloch fiscale.  Purtroppo l’editoria, dai periodici alla saggistica, poco concorre a informare i lettori desiderosi di conoscere la propria storia, a distinguere tra fiabe e realtà. Tende più a enfatizzare gli episodi negativi e a rimettere in discussione la stessa unità nazionale. Per chiarezza, mentre tanto si chiacchiera di una Unione Europea che è apparente molto più che sostanziale e ci si avvia a rieleggere il Parlamento comunitario, sarebbe bene aggiungere alle bandiere in uso un cartellino con didascalia esplicativa del loro per senso effettivo: quella “europea” significa l’espropriazione (o cessione) della sovranità a poteri lontanissimi dai cittadini; il vessillo presidenziale  indica che la sovranità sta da tempo nel guazzabuglio di regioni a statuto speciale,  tribunali amministrativi, caos delle giurisdizioni e, ormai, anche nella Corte europea e persino nel Tribunale penale internazionale. A dirla tutta, per far capire il vero rapporto esistente tra i cittadini e i poteri che ne decidono le sorti, dovremmo aggiungere anche l’emblema della NATO, il guidoncino dell’ONU e le chiavi di San Pietro. Con altrettante didascalie esplicative.     
Aldo A. Mola
DATA: 25.08.2013
  
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