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REFERENDUM: IL QUOTIDIANO LA VERITA INTERVISTA IL PRESIDENTE SACCHI

La verità quotidiano

Il quotidiano "La Verità", il nuovo giornale diretto da Maurizio Belpietro, in edicola oggi 28 settembre 2016, a pagina 6 pubblica un'intervista del Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, sulla riforma costituzionale proposta dal Governo.


DATA: 28.09.2016

OPERAZIONE VERITÀ: LIBERI DAI FANTASMI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 25 settembre 2016


PremioAcqui Storia       Quattro vincitori, decine di concorrenti di alto valore. Come nelle gare ove merita scendere in lizza. È il bilancio del Premio Acqui Storia 2016, che ha registrato il record di 218 volumi a concorso nelle tre sezioni (scientifica, divulgativa, romanzo storico). Anche opere magistrali non hanno ottenuto riconoscimenti, ma rimarranno pietre miliari per rigore e fecondità scientifica. Basti, tra altre, La politica fiscale nell'età giolittiana di Gianni Marongiu, scritta a prosecuzione dell'altrettanto basilare La politica fiscale dell'Italia liberale dall'unità alla crisi di fine secolo (Olschki). Docente, storico, politico, Marongiu ricorda i pilastri portanti della Nuova Italia: uomini grigi, concreti, impermeabili ai vaniloqui e alle smargiassate, come Giovanni Lanza, Quintino Sella, Giovanni Giolitti... Anche il “maestro e vate” Giosue Carducci entrò in sintonia con il “dover essere”, contrapposto alla “flessibilità permanente” oggi invocata da politici ondulanti, peggio ancora che ondivaghi. Nella prefazione alla rivista “Il Paese” Carducci scrisse che per cinquant'anni l'Italia poteva fare a meno di poeti. Doveva invece occuparsi di statistiche, di igiene, di agricoltura, di trasporti e soprattutto di istruzione. Doveva divenire maggiorenne, fare i conti con la propria storia, fuori dal mito: confrontarsi, quindi, anche con la religiosità (ben altro dal misticismo e da certe fumisterie), che ne costituiva l'humus millenario sin dall'età greco-latina. Carducci aveva ragione, come l'avevano quanti nel 1914-1915 difesero il Parlamento e il Paese da versificatori di passo e da venturieri d'accatto.
La 49a edizione del Premio Acqui richiama bene il filo conduttore dell'Italia odierna: l'ansia di verità dopo decenni di furori ideologici, manipolazioni e opportunismi per non affrontare la realtà, come dimostrano le chiacchiere imperversanti sulla legge elettorale, ridicolmente denominata “Italicum”, e sulla sciagurata riforma della Costituzione. Lo si coglie non solo dalle opere premiate, ma anche dal ventaglio dei “Testimoni del Tempo” chiamati a raccolta da Carlo Sburlati, responsabile esecutivo del Premio: personalità diverse, scomode in un Paese così corrivo al conformismo al punto che oggi il vero anticonformista è chi per farsi capire non ulula, non dissente clamorosamente, non chiede applausi né attende fischi, ma medita in solitudine e parla pacato. È il caso di Maurizio Molinari, studioso di prim'ordine e autore di Jihad. Guerra all'Occidente (Rizzoli), che ha fatto di “La Stampa” il quotidiano italiano più attento ai nervi sensibili della politica internazionale, come ai tempi di Alfredo Frassati. Testimone pugnace, orgoglioso di un passato che non era solo suo personale ma del Paese, fu Giorgio Albertazzi: il premio destinatogli nella scorsa edizione sarà ritirato dalla moglie, Pia de' Tolomei. Esempio della fatica quotidiana di non vivere succubi delle convenzioni e dei luoghi comuni è un altro “Testimone del Tempo”, Maurizio Belpietro, che, manco a farlo apposta, ha varato or ora il quotidiano “La Verità”: obiettivo arduo in un'epoca in cui nuovamente si affollano dietrologie, invenzione di poteri occulti, logge, monsignori deviati e altre diavolerie...
Segnano la via i libri premiati dall'Acqui Storia 2016, a cominciare dal romanzo Notturno Bizantino di Luigi De Pascalis (ed. La Lepre) e dai due vincitori ex aequo per la divulgazione storica (giuria presieduta da Giordano Bruno Guerri): il sofferto e liberatorio Mio padre era fascista di Pierluigi Battista (Mondadori) e Il corsaro nero. Henry de Montfired, l'ultimo avventuriero di Stelio Solinas, denso di lirismo e di nostalgia per un mondo irripetibile di sfida quotidiana agli imperi e alla natura.
La più severa lezione di ricerca della verità è impartita, infine, da Vladimiro Satta, vincitore della sezione scientifica, presieduta da Maurilio Guasco, con I nemici della Repubblica (Rizzoli): quasi 900 pagine, 200 di note. In questo Paese succubo dei complottismi attizzati per i motivi più disparati (vellicare gli istinti plebei, sconcertare i borghesi come già si diceva nell'Ottocento, alimentare servizi e controservizi) Satta è lapidario: in Italia lo Stato è cresciuto malgrado il sessantottismo permanente e truffaldino, la conflittualità sociale, gli attentati, le Brigate Rosse (a lungo spacciate per “compagni che sbagliano”), Ordine Nuovo, opposti estremismi, terrorismo politico di vario segno e la “tragedia di Moro”, ora oggetto dell'ennesima Commissione parlamentare d'inchiesta (tema già scandagliato a lungo dall'Autore). Anche se molte pagine di quei decenni rimangono ancora oscure, Satta fa tabula rasa delle panzane più smaccate e demolisce una volta per tutte le fandonie su Licio Gelli, demonizzato per sviare l'attenzione da ben altri artefici dei nostri guai. Mentre per decenni i “piduisti” furono (e ancora vengono) dipinti quali mostruoso polipo che avvinghiava l'Italia nei suoi tentacoli (persino un gran maestro parlò della P2 come “metastasi” della massoneria, dimenticando che essa era nel piedilista del Grande Oriente), Satta ricorda che alla P2 si iscrisse un migliaio di personalità disparate, ma fra queste non vi furono né il presidente della Repubblica o quello del Consiglio, né ministri dei dicasteri chiave, né i vertici della magistratura e delle Forze Armate. Fu, si può dire, un cenacolo di “aspiranti”, in attesa (vana) della sacra fiammella. Quindi “sarebbe iniquo – conclude giustamente Satta – incolparla di ogni sventura nazionale, caso Moro e brigatismo rosso compresi”.
Con gli apprezzati documentari di “Storia in Rete” Alessandra Gigante e Fabio Andriola (Premio Storia in TV) hanno provato che si può fare fiction senza indulgere alla mistificazione, mentre Simona Colarizi, premio alla carriera di storica, si pone nel solco dei suoi predecessori, quali Roberto Vivarelli e Giuseppe Galasso per la cui Storia d'Italia scrisse il XXIII volume, La seconda guerra mondiale e la repubblica (Utet). La Targa conferita al “Notiziario Storico dell'Arma dei Carabinieri” suggella l'edizione che prelude al Cinquantenario del Premio storico italiano di maggior prestigio. In segno di riconciliazione potrebbe consegnarla il mio amico Vittorio Sgarbi, Testimone del Tempo 2016, la cui superiore intelligenza talvolta rima con veemenza (*).
Il tempo delle fiabe è finito, dunque. È ora di fare i conti con... i conti che non tornano: il bilancio dello Stato e con i tagli alla cultura e alla ricerca: una vergogna. Come ha detto il suo maggiore sponsor, Pier Angelo Taverna, il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria al Premio non è una spesa ma un investimento: per la Quarta Italia, che ha bisogno di studi innovativi, di riscoprire la lettura non qualche giorno all'anno in fabbriche dismesse o capannoni per caso, ma nel raccoglimento quotidiano.
Aldo A. Mola
(*) La premiazione avrà luogo sabato 15 ottobre all'Ariston di Acqui Terme con la conduzione di Mauro Mazza e Antonia Varini. 
DATA: 26.09.2016

SACCHI: I MONARCHICI PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

SACCHI: I MONARCHICI PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE    
Giovedì 22 settembre 2016, presso il Teatro Manzoni di Roma, il Presidente nazionale UMI, Avv Alessandro Sacchi, è intervenuto alla manifestazione promossa dai partiti e dall’associazionismo di centro destra, per spiegare le ragioni del No al referendum costituzionale. L’evento è stato organizzato dal già sindaco di Roma Gianni Alemanno ed ha visto anche la partecipazione di costituzionalisti e politici, tra cui il Prof. Angelo Scala, il Cons. Alfredo Mantovano, Vicepresidente Centro studi Rosario Livatino, l’Avv. Carlo Testa, Presidente Accademia Nazionale del Diritto, il Sen. Francesco Aracri, l’On. Francesco Storace e il Sen. Raffaele Volpi, moderati dall’Avv. Gaetano Lauro Grotto.
Il Presidente Sacchi, bocciando la riforma proposta dal Governo, ha auspicato una vittoria del No per dare il via ad una nuova Assemblea costituente che possa finalmente eliminare la mostruosità dell’articolo 139 che mina la democraticità dell’attuale Carta costituzionale.


DATA: 23.09.2016

QUANDO L'ITALIA PERSE LA SOVRANITÀ: DISPUTE DI IERI, OGGI, DOMANI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 18 settembre 2016


Italia Turrita       Le roventi dispute suscitate dalla recente “interferenza” dell'Ambasciatore degli USA in Italia nel referendum prossimo venturo evocano quelle imperversanti negli anni 1941-1948, scanditi dal cambio tra monarchia e repubblica nel giugno 1946. Quando il governo italiano, presieduto da Benito Mussolini, dichiarò guerra agli Stati Uniti (11 dicembre 1941), Washington decise la sostituzione di Casa Savoia con la repubblica. Dopo la resa del settembre 1943, il Paese fu  sottoposto alla Commissione alleata di controllo e all'Amministrazione militare, che dettarono  direttamente e indirettamente la “defascistizzazione” in settori vitali (a cominciare dall'istruzione, con misure severe, inclusa la revisione dei manuali scolastici), condizionando tempi e modi dell'“epurazione”, affidata a “esecutori locali”. Tra gli obiettivi dei governi susseguitisi dal 1944 al 1946 (Bonomi, Parri, De Gasperi) vi furono quindi l'emarginazione di Vittorio Emanuele III e la sospensione dello Statuto, bilanciate dalla concessione di affidare ai cittadini la scelta della forma dello Stato, cioè l'apparenza esterna. Umberto di Savoia accettò l'ineluttabile con il decreto luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, che voltò pagina nella storia d'Italia. Il Paese divenne terreno di concorrenza spietata tra i vincitori molto prima che la guerra terminasse, perché, appunto, si trattava di organizzarne il dopoguerra. Mentre i socialcomunisti auspicavano l'arrivo dell'Armata Rossa, democristiani, azionisti, liberali e monarchici miravano a radicare la Quarta Italia nell'Occidente. La lotta fu senza esclusione di colpi. Tra i più pesanti vi furono le due interviste carpite a Umberto e ad Aimone di Savoia, duca d'Aosta, sulle responsabilità dell'intervento in guerra e sui modi nei quali avveniva l' “epurazione”: dichiarazioni strumentalizzate all'estero per screditare la monarchia e per isolarla all'interno, in modo da  costringerla a subire la tutela sempre più smaccata del governo.
Il 2-3 giugno 1946 circa 25 milioni di cittadini su 28 milioni di elettori scelsero la forma dello Stato ed elessero l'Assemblea costituente. Il referendum istituzionale fu il punto di arrivo di un lungo processo che impedì un confronto “alla pari” tra monarchici, privi di solidi appoggi internazionali (in Gran Bretagna i socialisti avevano sconfitto Churchill), e repubblicani, suddivisi in partiti ciascuno dei quali contava sul sostegno delle grandi potenze, a loro volta contrapposte nell'ormai iniziata Guerra Fredda. Secondo i dati ufficiali al referendum la repubblica ottenne il 54% dei voti validi, ma solo il 50,1% dei votanti e appena il 45% degli elettori. Nacque minoritaria.
Al referendum l'Italia risultò lacerata: un'area prevalentemente monarchica (il Mezzogiorno, le isole e il Lazio) e una quasi compattamente repubblicana (Toscana, Umbria, Marche e Alta Italia). Tuttavia in ognuna delle regioni settentrionali la monarchia prevalse almeno in una provincia (Padova nel Veneto; Bergamo in Lombardia) e persino in due (Asti e Cuneo in Piemonte). Non sapremo mai come avrebbero scelto Trieste, Gorizia, l'Istria, Fiume, Pola, Zara e Bolzano, tutte terre escluse dal referendum (perché occupate o in discussione e dal destino incerto),  con la promessa, mai mantenuta, di una consultazione successiva. Al voto non parteciparono quasi tre milioni di cittadini: i prigionieri di guerra ancora trattenuti dai vincitori benché il conflitto fosse terminato da un anno, centinaia di migliaia di persone “radiate” per motivi politici e circa un milione e mezzo di elettori non reperiti dagli uffici comunali. Caso numericamente ristretto ma politicamente significativo fu quello dei senatori del regno, “epurati” come corresponsabili dell'avvento e del mantenimento del regime fascista e quindi privati dei diritti politici e civili: non solo uomini politici, diplomatici, militari, magistrati, scienziati ma anche banchieri, industriali e “illustrazioni della patria”. Fra i tanti casi significativi bastino quelli di Giovanni Agnelli sr, fondatore e proprietario della Fiat, che morì nel dicembre 1945 ridotto a “spettatore”, Luigi Burgo, industriale cartario, e i massimi imprenditori e scienziati liguri. A impedire l'epurazione dell'ex ministro della Real Casa, Pietro d'Acquarone, accanitamente voluta da Carlo Sforza, intervenne Vittorio Emanuele III in persona. La maggior parte degli epurati fu reintegrata, ma “a babbo morto”, nel 1947, quando ormai non potevano più nuocere al nuovo regime. Anche il “moderato” Luigi Salvatorelli scrisse un libello contro i Savoia e Vittorio Emanuele III, colpevole a suo dire di “tre colpi di Stato” (comprese le dimissioni imposte a Mussolini).
Dopo anni di feroce demonizzazione della monarchia e una campagna referendaria dai toni esasperati, la consultazione si svolse senza incidenti di rilievo. Molti monarchici affermarono che il suo esito fu  viziato dalla “grande frode” attuata dal ministro dell'Interno, il socialista tortonese Giuseppe Romita, che “inventò” due milioni di voti a favore della repubblica. È una fiaba consolatoria per vinti e vincitori.  Sono invece documentate migliaia di grandi e piccoli brogli, che fecero la differenza, come accade e potrà accadere in tutte le consultazioni elettorali, quando si vince o si perde per poche schede, come potrebbe accadere in autunno. La vera differenza nel 1946 venne fatta dalla Corte Suprema di Cassazione che il 18 giugno (quando  re Umberto già era partito per l'estero, deplorando il “gesto rivoluzionario” del governo che alle 0.15 del 13 giugno aveva assegnato le funzioni di capo dello Stato a De Gasperi) sentenziò che per “votante” si intende “chi esprime voto valido” anziché quanti vanno a votare: un “colpo di stato” contro la lingua italiana messo a segno dal vertice della magistratura, contro il parere del suo presidente e del procuratore generale. Se il quorum fosse stato calcolato sui votanti anziché sui voti validi la differenza tra monarchia e repubblica sarebbe risultata di appena 200.000 unità, tanto da esigere la verifica delle schede.  Ma il ministro della Giustizia, il comunista Togliatti, mise le masi avanti: il 10 giugno disse che forse erano già state distrutte...
Il punto è che il 2-3 giugno 1946 l'Italia non era più uno Stato pienamente sovrano ma un Paese sconfitto. I vincitori (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia, Jugoslavia, Grecia... sino a Ucraina e Bielorussia) erano divisi su tutto tranne che nella volontà di ridurla a Stato di seconda fila, come infatti accadde con il Trattato di pace imposto il 10 febbraio 1947.
Se è nota la condotta dei partiti consociati nel Comitato centrale di liberazione nazionale, meno approfonditi rimangono l'orientamento di organizzazioni elitarie dai solidi legami internazionali (è il caso della Massoneria) e i modi nei quali il cambio istituzionale fu percepito (e propiziato) all'estero e da parte di quanti ebbero chiaro che il mutamento riguardava la forma ma non l'essenza dello Stato. L'Italia aveva scongiurato la debellatio proprio con la resa senza condizioni del settembre 1943, ma rimase sotto controllo dei vincitori, dai quali dipendeva la ricostruzione. Se si confrontano i guai nostrani con quelli della Germania e del Giappone si deve  convenire che poteva andare assai peggio. Ma la decurtazione della effettiva identità di Stato sovrano rimase: come accade per la perdita di altre virtù, è difficile rifarsi la sovranità. Occorrono lunghi esercizi spirituali e materiali. Dopo dieci anni di anticamera, solo nel 1955 l'Italia fu accolta all'Assemblea delle Nazioni Unite, insieme con la Spagna di Franco. Il passato forse è scomodo, ma va ricordato tutto, anche per capire chi oggi in Italia lavora per la Patria e chi per l'egemonia degli stranieri. (*)
Aldo A. Mola
(*) Il Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato dedica un covnegno alla transizione dalla monarchia alla repubblica (Vicoforte, 29-30 settembre). Vi saranno presentati inediti sulla linea tenuta da USA, Francia e Svezia. Verrà anche proiettato il film di Vittorio De Sica “Nascita della Repubblica”, prodotto per la RAI.  Per informazioni: www.giovannigiolitti.eu. 
DATA: 18.09.2016

112 ANNI FA NASCEVA UMBERTO DI SAVOIA

    Umberto di Savoia dall'Osservatorio del 25°Corpo d'Armata a Malga Cima Fonte sull'Altopiano di Asiago l'11 settembre 1918

Il Re Umberto II (15 settembre 1904/18 marzo 1983).
Nel 112° anniversario della nascita, per ricordare la figura del quarto Sovrano d'Italia, gli rendiamo omaggio pubblicando uno scatto inedito che lo ritrae quattordicenne al fronte,  dall'Osservatorio del 25°Corpo d'Armata a Malga Cima Fonte sull'Altopiano di Asiago l'11 settembre 1918.
Umberto II oggi riposa nell'abbazia di Altacomba, in Savoia, dopo 37 anni vissuti in esilio, un esilio che perdura ancora a 33 anni dalla sua morte. Questa repubblica ha talmente paura della storia d'Italia, da tremare persino di fronte ad un seplocro
.
DATA: 15.09.2016
 
IL NUOVO LIBRO DI SALVATORE SFRECOLA: LA COSTITUZIONE VA RIFORMATA? SÌ/NO

Salvatore Sfrecola: LA COSTITUZIONE VA RIFORMATA? SÌ/NO     E' uscito il nuovo libro di Salvatore Sfrecola, noto magistrato della Corte dei Conti, per addentrarsi nelle tematiche affrontate dal referendum costituzionale che dovrebbe tenersi in autunno. L’opera prende in esame la legge di revisione della Costituzione, oggetto del referendum, e ne approfondisce le motivazioni di fondo e le singole disposizioni in tema di riforma del bicameralismo, delle regole della legislazione, del ruolo del governo e delle istituzioni di garanzia, alla luce delle tesi di chi è favorevole alla riforma, e invita a votare SÌ, e di chi è contrario e chiede agli elettori di barrare sulla schema elettorale la casella del NO. Sono richiamate le tesi di illustri giuristi e politologi tratte da libri e giornali, anche on–line. L’autore propende per il NO, anche in relazione agli effetti che la legge elettorale è destinata a produrre sul sistema costituzionale.

Salvatore Sfrecola
LA COSTITUZIONE VA RIFORMATA? SÌ/NO
Pagine:136; formato: 17 x 24; ISBN: 978-88-548-9623-9; Aracne
Editore
Prezzo di copertina: euro 10,00; e-book: euro 6,00.


DATA: 14.09.2016

CORRIERE.IT INTERVISTA IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA

           
    L'edizione on line del Corriere della Sera ha pubblicato, lo scorso 11 settembre, una lunga e dettagliata intervista al Capo di Casa Savoia. La pregevole conversazione con il Principe, a firma di Candida Morvillo, va a toccare svariati temi: dalla storia, alla vita personale, alla Famiglia Reale, alle passioni di Amedeo.
Da non perdere per conoscere ancora meglio l'uomo che oggi incarna la Dinastia che ha unito l'Italia.




DATA: 12.09.2016
   

SETTEMBRE 1943: L'ITALIA PERSE LA GUERRA MA SALVÒ LO STATO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 11 settembre 2016


8 settembre       Settantatré anni dopo, molti aspetti centrali della “resa senza condizioni” del settembre 1943 rimangono avvolti nel mistero: il generale americano Einsehower anticipò intenzionalmente l'annuncio dell'“armistizio” dal 12 (o 15?) al pomeriggio dell'8 settembre o gli italiani (a cominciare dal generale Castellano, firmatario della resa a Cassibile del giorno 3 precedente) avevano frainteso? Tra il governo Badoglio e il maresciallo Albert Kesselring vi fu davvero il “patto scellerato” (ne scrive Riccardo Rossotto in un libretto edito da Mattioli 1885), che consentì a governo e Famiglia Reale di uscire da Roma per la via Tiburtina, appositamente lasciata libera dai tedeschi, in direzione di Pescara, per arrivare via mare in Puglia? Il pegno di quell' accordo fu il “patto sottobanco” (lo afferma Vincenzo Di Michele in L'ultimo segreto di Mussolini, ed. Il Cerchio), cioè la liberazione di Mussolini al Gran Sasso lo stesso giorno nel quale Vittorio Emanuele III chiamò a raccolta gli italiani per il Secondo Risorgimento?
Silenzi o reticenze dei protagonisti e carenza di fonti documentarie proprio sui suoi snodi principali alimentano il sospetto che la drammatica svolta sia stata dominata da intrighi inconfessabili. Lo statunitense Peter Tompkins, agente dell'Office of Strategic Service (poi CIA), asserisce (senza prove) che tutto fu pattuito tra il generale Vittorio Ambrosio e Kesselring, perché erano “entrambi affiliati alla massoneria”. Fiabe. Il ministro della Guerra, Antonio Sorice, il genero del re, Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, e Mario Badoglio, figlio del Maresciallo, sarebbero stati fisicamente “garanti” della resa dei militari italiani acquartierati in Roma e dintorni, mentre il generale Fernando Soleti, venne traslato da Roma al Gran Sasso per assicurare l'incolumità del duce, trasferito in Germania per capitanarvi la futura Repubblica sociale italiana: operazione fatta propria da Otto Skorzeny (l'ex SS finito collaboratore del Mossad israeliano, secondo “rivelazioni” non suffragate da documenti).
La ridda di ipotesi, spesso fantasiose, di illazioni e di ricostruzioni del tutto campate in aria (già Gaetano Salvemini ripeteva che il popolo, eterno credulone, più gliele si contan grosse più ci crede) non mutano l’essenza degli accadimenti dell'estate 1943. La “resa senza condizioni”, ribadita il 29 settembre con l'armistizio lungo di Malta, mise fine alla piena sovranità nazionale dell'Italia, faticosamente costruita con le guerre per l'indipendenza del 1848-1866 e con la tenacia della diplomazia sabauda. Quella resa, va ammesso, fu mortificante; però scongiurò la debellatio dello Stato e sancì il riconoscimento della Corona e del governo quali interlocutori dei vincitori: gli anglo-americani. L'Italia cadde, ma sul fianco meno doloroso, a differenza della sorte toccata all'Europa orientale, abbandonata al dominio dell'URSS di Stalin col cinismo poi confessato da Winston Churchill.
Gli USA non avevano un “progetto Italia” chiaro per il dopoguerra: avversavano la monarchia ma non gli italiani. La Gran Bretagna, invece, intendeva cancellare per sempre l'Italia dal novero delle grandi potenze, rango riconosciutole con l'amaro in bocca dai Trattati postbellici del 1919-1920, costatici l'enorme tributo di vite e risorse nella Grande Guerra. Il punto nodale sul quale occorre riflettere è la sequenza di errori dei partiti democratici, liberali, antifascisti e di quelli anti-istituzionali (comunisti, socialisti e il  cattolico Partito popolare), che dal 1924, con la sciagurata scelta dell'“Aventino”, sguarnirono la monarchia, poi faticosamente arginata dal re con la diarchia Corona-partito unico. Nel 1942-43 Vittorio Emanuele III re ebbe poco tempo e pochissimi mezzi per rimettere il Paese in carreggiata. Dal canto loro governo, Comando supremo e vertici militari si trovarono tra l'incudine dei massicci bombardamenti angloamericani, più intensi  e devastanti proprio dopo l'eliminazione del fascismo, e il martello di una resa necessaria ma inesorabilmente tragica per l'interconnessione tra italiani e tedeschi su tutti i fronti di guerra. Anche dopo il trasferimento a Brindisi, governo e alti comandi sperarono in aiuti che i vincitori si guardarono bene dall'inviare perché facevano la “loro” guerra: già pensavano allo sbarco in Normandia. Per loro l'Italia era e doveva rimanere un campo di battaglia.
Il caso di Cefalonia, di cui si torna a discutere per il nuovo volume di Elena Aga Rossi (punto di arrivo di decenni di saggi, quali L'inganno reciproco) non è che uno dei molti drammatici “casi”. Se ne è parlato ripetutamente al Premio Acqui Storia, ove da anni  è stato  chiarito quanto ora ammesso: le vittime italiane della battaglia e della rappresaglia tedesca nell’isola greca furono tra 1500 e 2000, non 10.000: tanti, troppi, comunque: ma a scatenare la furia germanica, che non aspettava di meglio, fu l'attacco sconsiderato (e in violazione delle direttive del generale Mario Gandin) di chi poi si spacciò per eroe.
Il punto è che sin dal memorandum di Quebec (23 agosto 1943) gli anglo-americani promisero all'Italia uno “sconto” sulle durissime condizioni armistiziali proporzionato al suo concorso nella lotta contro la Germania. L'impegno non mancò e fu anzi eroico (bastino, tra le migliaia, gli esempi del colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo e del generale Giuseppe Perotti, capo del comitato militare del CLN piemontese). Ma la mitigazione  promessa non avvenne. Il Trattato di pace del 1947, infatti, inchiodò l'Italia nella condizione di “vinto”. Va però ricordato che esso fu imposto non alla monarchia ma alla neonata repubblica, poi dedita a un'opera di rimozione della storia (contro la quale subito insorsero liberali autentici come Benedetto Croce, che alla Costituente votò contro il Trattato con un discorso nobilissimo). Ogni anno se ne ha la conferma, perché l'Otto Settembre viene ancora narrato come catastrofe  e “fuga del re”, mentre, al netto di tutti i suoi aspetti negativi, proprio grazie al trasferimento del sovrano e del governo nelle Puglie, libere da vincitori e da ex alleati, lo Stato sopravvisse e iniziò quella che il generale Raffaele Cadorna, inviato a Milano per imbrigliare l'estremismo di certi partigiani, sintetizzò nella formula “la Riscossa”. Un'ultima considerazione s'impone in una visione storica di lungo periodo: l'Italia si riprese perché grazie a Risorgimento e unificazione nazionale, e quindi al ruolo svolto dalla monarchia sabauda di concerto con i veri patrioti come Garibaldi, da quasi un secolo era uno Stato solido, orgoglioso di sé: ben altra cosa dagli staterelli pre-unitari, per secoli succubi di appetiti stranieri.
Aldo A. Mola 
DATA: 11.09.2016

APPROFONDIMENTO: IL DISCORSO DEL RE DI NORVEGIA SU RADIO RADICALE

           
Francesco De Leo - IL DISCORSO DEL RE DI NORVEGIA SU RADIO RADICALE    Questa sera, venerdì 9 settembre 2016, nella trasmissione "Spazio transnzionale", in onda dalle 19.30 su RadioRadicale, curata e condotta da Francesco De Leo, ci sarà un approfondimento sul discorso del Re di Norvegia Harald V, che ha parlato di accoglienza e migranti, conquistando la Rete e ottenendo più di 3 milioni di condivisioni. Saranno proposte le testimonianze di S.E. Bjørn T. Grydeland (Ambasciatore del Regno di Norvegia in Italia,
nella foto con Francesco De Leo) e Mai Tonheim (Primo Segretario della Reale Ambasciata di Norvegia).

Si può ascoltare in streming dal sito: www.radioradicale.it

oppure cerca qui le frequenze FM.



DATA: 09.09.2016

IL GIORNALE: UN’ATTENTA ANALISI SUL VALORE DELLE MONARCHIE

Il Giornale       Riportiamo con molto piacere un articolo a firma di Livio Caputo, pubblicato sul quotidiano “Il Giornale” di sabato 5 settembre 2016. L’Autore analizza la Spagna la quale, in un periodo di prolungata e forte instabilità politica, grazie alla presenza del Re, riesce ad evitare una crisi ancora più profonda.

Come in Belgio
SE IL GOVERNO FALLISCE, RESTA SOLO IL RE
Felipe garanzia di stabilità. La monarchia si conferma punto di riferimento

IL GIORNALE: UN’ATTENTA ANALISI SUL VALORE DELLE MONARCHIEC'è un particolare che finora pochi hanno messo in rilievo: i due Paesi europei che nel dopoguerra hanno avuto le più lunghe crisi di governo - il Belgio qualche anno fa per 456 giorni e la Spagna, ora, per quasi nove mesi, sono entrambi monarchie costituzionali, sia pure con storie e ordinamenti diversi. Sono cioè Paesi in cui, durante questi lunghi vuoti, il re diventa il principale punto di riferimento, l'uomo che presiede alle consultazioni e affida poi l'incarico di tentare la formazione di un nuovo esecutivo.
A Madrid il giovane Felipe svolge questo ruolo guida nello stesso tempo con estremo scrupolo e con assoluta imparzialità: nel febbraio scorso, dopo il fallimento del primo tentativo del popolare Rajoy, vincitore delle elezioni di dicembre ma senza maggioranza assoluta, aveva affidato il compito al leader socialista Pedro Sanchez, che intendeva formare il governo con l'estrema sinistra di Podemos, uno dei cui obbiettivi è proprio di abbattere la monarchia. Sanchez non è riuscito a mettere insieme i voti necessari, per cui l'istituto monarchico non è stato messo in discussione, con sollievo di una buona maggioranza di spagnoli che -più la crisi si prolunga - più si rendono
conto della sua importanza. Dopo il nuovo fallimento di Rajoy (che peraltro oggi disporrà di una seconda votazione, in cui gli basterà raggiungere la maggioranza semplice dei voti delle Cortes), re Felipe sarà quasi certamente costretto a indire la terza elezione in un anno, il giorno di Natale.
Naturalmente, non è che durante questi lunghi vuoti egli subentri in qualche modo all'esecutivo, perché la Costituzione è quella che è e non ammette deroghe; ma, di certo, ogni giorno che passa aumenta la sua influenza e la sua possibilità di indirizzo. Per molti spagnoli, è anche grazie alla sua
presenza «immutabile» e rassicurante che la Spagna, pur priva di un governo nei suoi pieni poteri, ha registrato quest'anno un aumento del PIL di gran lunga superiore agli altri Paesi europei.
Un aspetto da non trascurare è che la monarchia costituzionale spagnola è - sotto tutti i punti di vista – una eredità del tanto vituperato franchismo. È stato il Caudillo in persona a decidere che - dopo la sua scomparsa - il Paese doveva tornare alle origini, sia pure adeguandosi all'evoluzione
dei tempi; ed è sempre stato lui a scegliere come suo successore, e poi letteralmente ad allevare politicamente, il giovane Juan Carlos di Borbone, il quale ha occupato il trono per trentanove anni (contribuendo tra l'altro in modo decisivo a sventare il golpe militare del colonnello Tejero) fino a quando alcuni scandali e seri problemi di salute non lo hanno indotto ad abdicare a favore del figlio Felipe. Ma anche questi ha ricevuto la stessa educazione rigorosa e tradizionale del padre, e pur avendo sposato, contro il parere di molti, non una nobile ma una giornalista con un divorzio alle spalle, si è sempre mostrato più che all'altezza della situazione.
Le vicende spagnole confortano chi ritiene che nei momenti di crisi un monarca al di sopra delle parti sia meglio di un presidente della Repubblica eletto - direttamente dal popolo o dalle Camere riunite - e quindi in un certo senso debitore verso la sua parte politica. Questo parere è del resto confortato dalla situazione nella UE: su 28 Paesi membri (per adesso, la Gran Bretagna è ancora dentro), ben sette hanno mantenuto l'istituto monarchico e sono, complessivamente, tra i più stabili.
Livio Caputo da "il Giornale" 
DATA: 05.09.2016

DUE SECOLI DI ARGENTINA: I LIGURI CHE FECERO L'AMERICA LATINA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 4 settembre 2016


Manuel Belgrano       Furono liguri come Cristoforo Colombo a scoprire l'America. Liguri a costruirvi la modernità. Connazionali a popolare Paesi come l'Argentina, che per metà è di origine italiana. In Un principe mercante. Studio sull'espansione coloniale italiana, pubblicato nel 1900 ma scritto per l'Esposizione di Torino del 1898, il ventiquattrenne Luigi Einaudi (1874-1961) avvertì: “Noi stiamo dimostrando al mondo che l'Italia è capace di creare un tipo di colonizzazione più perfetto e evoluto del tipo anglosassone”. Quattro anni dopo la sconfitta di Adua, ove i militari di Oreste Baratieri furono travolti dalle orde etiopiche di Menelik, il giovane economista additò il modello italiano: non conquiste militari, né la rincorsa affannata dei migranti stagionali, vaganti da un capo all'altro dell'Europa e quindi precari, ma l'esempio dell'imprenditore Enrico Dell'Acqua in Argentina. “Malgrado la incuria e la indifferenza del governo italiano – egli scrisse –, malgrado il malvolere di alcuni suoi rappresentanti diplomatici, si è a poco a poco costituita nell'Argentina una forte e vigorosa collettività italiana. Quando nel ventesimo secolo i governanti d'Italia si accorgeranno che nell'Argentina vivrà una repubblica popolata da italiani, dove i discendenti degli italiani occuperanno le più alte cariche pubbliche e private, riconosceranno di trovarsi dinanzi ad un nuovo fenomeno storico creato dalla iniziativa intraprendente e dalle tenace laboriosità di quei poveri Paria che adesso aspettano laceri e trepidanti la partenza del piroscafo sulle calate del porto di Genova ed a cui gli attuali governanti non hanno ancora saputo offrire il meschino aiuto di un temporaneo ricovero dalle intemperie atmosferiche e dagli artigli dei sensali di carne umana...”
Al netto dell'elevata mortalità infantile e delle vittime di pandemie, di malattie (non solo professionali) e di incidenti sul lavoro, la popolazione residente in Italia crebbe rapidamente senza bisogno di campagne a sostegno dell'incremento demografico: 28.500.000 nel 1881, 32.500.000 nel 1901, 34.600.00 nel 1911. Eppure proprio quello fu il tempo dell'emigrazione permanente per lavoro (o “per fame”, come si diceva senza perifrasi). Tra i due Paesi europei che fornivano “la merce umana più comune, il bracciante, lo sterratore, il contadino”, mentre la Russia aveva sfogo in Siberia, l'Italia “esportava” contadini e coloni nell'America meridionale, manovali e rivenditori negli Stati Uniti. Ma in pochi anni, parsimoniosi e tenaci, dalle umili condizioni originarie gli emigrati italiani divenivano “piccoli proprietari, e poi ancora industriali, architetti, armatori navali, colonizzatori di immensi territori, piantatori di viti, di caffè, commercianti, banchieri ecc.”. Era il caso, appunto di Dell'Acqua, elevato da Einaudi a emblema della capacità degli italiani. Gli imperialisti sostenevano che “il commercio segue la bandiera”: prima le conquiste militari, poi gli affari. Per Einaudi bisognava invece puntare sull'espansione pacifica, “naturale”, sul primato del libero scambio. Da poco il governo italiano aveva avuto ministro della Marina e degli Esteri Felice Napoleone Canevaro, nato a Lima di Perù, da una famiglia originaria di Zoagli, dal 1852 allievo della Regia Scuola di Marina di Genova.
Le condizioni dei migranti oltre Atlantico non erano certo rose e fiori, come scrisse il giornalista Ferruccio Macola in inchieste di successo, ma una quota significativa delle prime generazioni aveva già raggiunto il vertice del potere. Fu il caso di Manuel Belgrano. Suo padre, Domenico Belgrano Peri (ispanizzato in “y Pérez” ), commerciante nativo di Oneglia, giunse a Buenos Aires nel 1754 e fece tanta fortuna da mandare i figli Francisco e Manuel a studiare in Spagna. Con speciale dispensa pontificia, Manuel lesse anche testi inclusi nell'Index librorum prohibitorum. Tra Salamanca e Valladolid assorbì il liberalismo moderato italo-spagnolo (vi contrasse anche la sifilide). Segretario perpetuo del Consolato di commercio di Buenos Aires da quando aveva 24 anni, fu protagonista della grande “rivoluzione” che emancipò l'intera America Latina dal dominio di Spagna e Portogallo, senza però cadere nelle grinfie degli inglesi che nel 1806 soggiogarono Buenos Aires, suscitandovi l'insorgenza di creoli e ispanici. Favorevole all'insediamento quale regina della futura Argentina di Carlotta Gioacchina di Borbone, sorella di Ferdinando VII, deposto da Napoleone da re di Spagna, con il cugino Juan José (de) Castelli e il giureconsulto Mariano Moreno, Belgrano fu difensore strenuo della sua patria. Fu lui nel 1812 a ideare i colori nazionali della bandiera argentina: bianco e azzurro, con il motto “Libertà e Indipendenza”. Uso a “cruzar el charco” [attraversare l’Oceano Atlantico, NdA], da buon marinaio liguro-creolo, malgrado la serqua di malanni che lo affliggeva, dopo varie imprese militari e viaggi per e dall'Europa (come facevano Simón Bolívar e altri campioni della rivoluzione dell'America Latina, dal Messico di Iturbide alla Terra del Fuoco) il 9 luglio 1816 Belgrano fu protagonista del Congresso che a Tucumán proclamò l'indipendenza delle “Province Unite del Rio de la Plata”, come ricorda Federica Morelli in L'indipendenza dell'America spagnola (Le Monnier, valido candidato al Premio Acqui Storia 2016).
Fautore di una monarchia da affidare a un nobile Inca, anche quale lungimirante rito riparatore per lo sterminio e l'emarginazione degli indigeni da parte dei conquistatori, Belgrano non ottenne il favore di Buenos Aires, che temeva  di passare in secondo piano rispetto al Perù. Nel 1819 assunse ancora una volta il comando dell'esercito argentino con una missione impossibile: attraversare la Cordigliera, catturare la flotta del Cile e attaccare il Perù dal mare. Sempre più affaticato e malato morì a soli 50 anni. Spesso spacciato per massone (o membro di una loggia “lautarina”, come Miranda e San Martin), fu sepolto con l'abito dell'ordine domenicano. Più ligure che creolo, propugnò l'educazione popolare gratuita per combattere il culto del lavoro e la pigrizia mentale, maschile e femminile.
Nella cornice dell'amicizia italo-argentina, nel 1925 la sua biblioteca (1112 opere preziose) venne donata all'Università di Genova, la città che gli eresse un monumento equestre (opera di Arnaldo Zocchi, mentre il mausoleo di Buenos Aires è del garibaldino e massone Ettore Ximenes), per ribadire quei legami tra le due Terre che forse per ora non sono stati abbastanza evocati nel bicentenario dell'indipendenza dell'Argentina. Eppure va ricordato che all'epoca della guerra anglo-argentina per le Falkland, o Malvinas, molti cuori italiani batterono per Buenos Aires, per la popolazione (non certo per la sciagurata dittatura militare di Videla), e quando gli inglesi affondarono l'incrociatore “Belgrano” con tutti gli uomini che aveva a bordo, tanti mestamente cantarono: “Non piangere Argentina...”.
Aldo A. Mola 
DATA: 05.09.2016
   
MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
ALLE POPOLAZIONI COLPITE DAL SISMA

           
MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA ALLE POPOLAZIONI COLPITE DAL SISMA    Rivolgo il mio pensiero a tutti coloro che stanno vivendo l'immane tragedia che ha visto la distruzione delle vostre città.
    In momenti come questi, mentre tutti doverosamente si mobilitano per prestare i soccorsi e per aiutare concretamente chi tutto ha perduto, unitamente a mio figlio Aimone ed alle nostre famiglie, sento il dovere di associarmi a loro con un atto di amore e di conforto per i famigliari delle tante vittime.

da Castiglion Fibocchi, 25 agosto 2016    


Amedeo di Savoia



DATA: 31.08.2016
 
MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA PER LE CELEBRAZIONI DI PIETRO MICCA E DELL’ASSEDIO DI TORINO

Amedeo di Savoia           Riportiamo i messaggi inviati da S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia all'inaugurazione della mostra "Il Dragone Cartoliniere" ed uno al Dottor Michele Ferraro, autore di un nuovo libro su Pietro Micca, indirizzato ai bambini in occasione delle celebrazioni per il 310° anniversario dell’assedio di Torino e il  600° anniversario della nascita del Ducato di Savoia.

    Agli amici del Museo Pietro Micca, promotore della mostra delle belle  opere di Antonio Mascia sul tema "Il Dragone Cartoliniere", desidero esprimere le mie sentite congratulazioni e il mio vivo ringraziamento.
    Le congratulazioni per la meritoria, interessante iniziativa e la gratitudine per aver  voluto ricordare - con l'occasione - due date fondamentali nella vita del Piemonte e della mia Casa.
Infatti, non mi stancherò mai di ripetere che la nostra storia è  il fondamento essenziale del nostro domani: quel popolo che non coltiva le proprie radici non può avere  futuro.
    A tutti Voi giunga  il mio memore cordiale  saluto.

Amedeo di Savoia



    Ancora una volta Vi devo ringraziare per una Vostra nuova,  benemerita iniziativa in ricordo di Pietro Micca.
    Egli è un eroe leggendario della storia  della nostra Nazione e della mia Casa, uno tra coloro che rappresentano la memoria costitutiva del nostro essere "popolo".
Desidero esprimere questi sentimenti proprio nei  giorni del lutto e del dolore per il terremoto che ha colpito tanti nostri concittadini, giorni nei quali abbiamo potuto assistere al sacrificio e all'impegno di tanti altri eroi umili e sconosciuti accorsi in aiuto di chi è stato così tragicamente colpito dagli eventi.
Anche loro sono il simbolo significativo del nostro comune sentire.
Grazie ancora e buon lavoro !
Amedeo di Savoia

Amedeo di Savoia



DATA: 30.08.2016
    
28 AGOSTO 1916. GUERRA  ALLA GERMANIA. PERCHE'?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 28 agosto 2016


Dichiarazione guerra Germania 1916       Cent'anni fa, alle 13.40 del 27 agosto 1916, il ministro degli Esteri del governo italiano, barone Sidney Sonnino, telegrafò agli ambasciatori a Londra (Imperiali), Parigi (Tittoni), Pietrogrado (Carlotti) e Bucarest (Fasciotti) che dall'indomani l'Italia si sarebbe considerata “in stato di guerra con la Germania”: un passo di portata enorme, destinato a creare un solco profondo in Europa. La Grande Guerra era iniziata tra fine luglio e inizio agosto del 1914: gli Imperi tedesco e austro-ungherese da una parte, l'Intesa anglo-franco-russa dall'altra. Il 2 agosto l'Italia si dichiarò neutrale. Per nove mesi negoziò con Vienna per incamerare subito i “compensi” previsti dall'espansione della monarchia asburgica nei Balcani ma, al tempo stesso, trattò sottobanco con l'Intesa per ottenere molto di più a vittoria conseguita su Austria-Ungheria e Germania, ancora suoi alleati. Il 26 aprile 1915 l'Italia sottoscrisse a Londra il Memorandum (solitamente detto “Patto”) che la impegnò a entrare in guerra entro un mese dalla firma contro “tutti i nemici” dell'Intesa. Dopo una burrascosa crisi (13-17 maggio), il governo Salandra-Sonnino ottenne poteri straordinari (20-21) e il 23 dichiarò guerra all'Impero austro-ungarico con effetto dal 24. Il 19 agosto fece altrettanto con quello turco-ottomano e il 19 ottobre con la Bulgaria. Non mosse un dito, invece, contro la Germania. Anzi, l'8 maggio Vittorio Emanuele III ringraziò personalmente il kaiser Guglielmo II del sostegno dato all'Italia nelle trattative con Vienna. Fu chiaro che Roma aveva firmato il Memorandum con una riserva mentale, a lungo comoda a tutti: avrebbe combattuto gli austro-ungarici e “quanti fossero andati in loro aiuto”, mentre, se il conflitto si fosse chiuso entro l'autunno del 1915, come erroneamente credeva il governo italiano, non avrebbe affatto dichiarato guerra alla Germania, che del resto era fuori della sua portata anche sui mai e nelle colonie.  
Nel maggio-giugno 1916 gli austriaci dilagarono dal Trentino. Luigi Cadorna, comandante supremo, manovrò con energia e fermò la “spedizione punitiva”, ma il timore fu grande. Salandra venne sfiduciato alla Camera e fu sostituito da Paolo Boselli (Savona, 1838-Roma, 1932), che tenne agli Esteri Sonnino e formò un governo comprendente anche amici di Giovanni Giolitti e cattolici, già fautori della neutralità ma leali verso la Patria. Con audace determinazione, il 6-9 agosto Cadorna ordinò l'offensiva. Gli italiani espugnarono il San Michele e il Sabotino (vi si distinse l'allora colonnello d'artiglieria Pietro Badoglio) ed entrarono in Gorizia. Ma lì si fermarono. Per trasformare il successo in vittoria vera avevano bisogno di più armi e più moderne. Inglesi e francesi erano disposti a prestarne, ma volevano sapere contro chi avrebbero sparato. Londra incalzò minacciosamente Roma a dichiarare guerra alla Germania. Dopo lunghe tergiversazioni il 24 agosto il governo Boselli-Sonnino varcò il Rubicone. Il verbale, sinora inedito, dice: “Udita la relazione del Ministro degli Esteri delibera, in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, e autorizza il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dare seguito alla deliberazione presa”. La decisione non aveva bisogno di speciali motivazioni: era implicita nel memorandum del 26 aprile 1915. Ma la generalità degli italiani non nutriva animosità verso i tedeschi, non solo per la vittoriosa alleanza con la Prussia che nel 1866 aveva fruttato il Veneto, ma anche per le ottime relazioni in tutti i campi: industria, finanza, scienze, tecnologia, commercio, lavoro. Le riviste e i quotidiani dell'epoca traboccavano di pubblicità dei prestigiosi prodotti germanici. In Italia la letteratura e le discipline umanistiche e giuridiche erano largamente debitrici del mondo di Mommsen, Gregorovius e della filosofia di Kant e di Hegel, come i socialisti “scientifici” nostrani lo erano verso Marx ed Engels e i loro emuli.
Il 25 agosto Sonnino mandò al ministro plenipotenziario d'Italia a Berna, Paulucci de' Caboli, la motivazione della guerra (un elenco di “sgarbi” di modesto rilievo) e lo incaricò di consegnarla quando fosse l'ora al governo federale svizzero affinché lo trasmettesse a quello germanico. Sonnino affermò che l'Austria-Ungheria aveva retto e lanciato l'offensiva di primavera solo grazie all'aiuto militare della Germania, ma non indicò alcun fatto specifico configurabile come “casus belli”. In tre giorni il governo sfornò dunque tre diversi documenti. La guerra alla Germania fu dichiarata nella reiterata illusione che le trattative di pace generale sarebbero iniziate entro il 1916, anche perché lo stesso 28 agosto la Romania scese in lotta a fianco dell'Intesa (ma venne rapidamente travolta dai tedeschi).
Nei mesi subito seguenti l'Intesa non dette alcun aiuto significativo all'Italia e continuò a tenerla all'oscuro dei suoi progetti di spartizione dell'impero turco-ottomano, alle cui spoglie l'Italia riteneva di aver diritto. Sonnino non nascose delusione e irritazione e fu sul punto di dimettersi. Il “gran passo” rischiava di tramutarsi in “mal passo”.
Come aveva previsto Giacomo Rattazzi in una lettera a Giolitti dell'aprile 1915: “il nostro tradimento accrescerà – se possibile – la saldezza morale della Germania: essa si sentirà come santificata dal martirio e vibrerà, ancor più unanime, dal desiderio di combattere e di vincere! E se un esercito tedesco entrerà nell'Alta Italia, si può star certi che non vi lascerà in piedi né un opificio, né un molino, né una fattoria...”. Fu quanto accadde con l'avanzata da Caporetto al Piave (24 ottobre-9 novembre 1917): vittoria ottenuta dagli austro-tedeschi grazie ai corpi scelti germanici, come documenta Paolo Gaspari nell'eccellente saggio Rommel a Caporetto (valido candidato al Premio Acqui Storia 2016).
La Grande Guerra non si risolse con la dichiarazione dell'agosto 1916: durò altri 24 mesi. La Germania si arrese l'11 novembre 1918 a confini inviolati. Vi si diffuse la convinzione che la sconfitta fosse dovuta a un “complotto” e ne vennero additati i colpevoli: capitalisti, ebrei, massoni, popoli “latini”... Fu il “brodo di cultura” del nazionalsocialismo (come si legge nel Mein Kampf di Hitler) e di alcuni paranoici italiani, assecondati da Benito Mussolini nella pausa armata della nuova Guerra dei Trent'anni (1914-1945). 
Aldo A. Mola 
DATA: 28.08.2016

LA TRAGEDIA DEL SISMA NELL'ITALIA CENTRALE

           Ha tremato, nuovamente, la terra in Italia. Terrore, purtroppo morte, devastazione e dolore riempiono le strade di molti paesi delle regioni centrali. Tra lo sconcerto generale e l'angoscia. Ma il cuore di tutti gli Italiani resta forte e coraggioso, soprattutto, generoso. I soccorritori ed i volontari sono già partiti, in parte già sul posto, e sappiamo tutti che faranno del loro meglio per strappare tante vite alla morte e restituire speranza e coraggio alla popolazione.
    Noi, come Italiani prima e come monarchici dopo, siamo idealmente al loro fianco e se ci sarà modo di contribuire al grande sforzo di solidarietà che dovrà impegnarci tutti, ci saremo! Come ci siamo stati sempre nella storia d'Italia, memori dell'esempio dei Sovrani che furono tra le macerie di Messina, di Reggio Calabria o di Avezzano o che, dall'esilio come Umberto II, non fecero mai mancare il proprio contributo concreto nei momenti peggiori della nostra storia nazionale. Dalle macerie e dal dolore, sorgeranno case ancora più belle, nuovi sogni ed un nuovo avvenire.
    L'Unione Monarchica Italiana china le abbrunate bandiere del Regno alla memoria delle vittime, sicura che, nonostante l'orrore, l'Italia migliore ci sarà e risorgerà, come sempre.

Roma, 24 agosto 2016
DATA: 24.08.2016
  
EUROPA DEI POPOLI, EUROPA DELLE LIBERTA'

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 21 agosto 2016


Europa       “Supponiamo che l'Europa formasse un solo Stato. Tutte le nazionalità divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restare fuori di questa rigenerazione politica alla quale le chiama il genio del secolo”. Era la via per la pace universale e per “guarire la gran piaga della miseria” proposta nell'ottobre 1860 da Giuseppe Garibadi (1807-1882), ligure come Giuseppe Mazzini (1805-1871), a sua volta fautore della fratellanza tra i popoli europei. Era il secolo delle utopie. All'indomani della guerra italo-prussiana contro l'Austria-Ungheria (1866), venne indetto a Ginevra il Congresso per la pace, aperto da Garibaldi che poi propose di insediare nella sua nativa Nizza il tribunale per la soluzione obbligatoria pattizia delle contese tra gli Stati. Ma, da allora, lunga e impervia fu la via verso l'unione europea, tuttora parziale e fragilissima.
Garibaldi, Mazzini, il milanese Carlo Cattaneo, il più coerente tra i federalisti, non volevano una semplice Confederazione di Stati sovrani, accordi tra governi, patti tra poteri forti sovranazionali, bensì l'Europa dei popoli. Il loro sogno è lontanissimo dalla realtà attuale. Così come rimangono ingarbugliati due nodi cruciali. In primo luogo, quali sono i confini dell'Europa? Generazioni di ormai vecchietti crebbero con la contemplazione riduttiva della “Piccola Europa” (Benelux, Francia, Italia e mezza Germania), un residuato bellico, e vissero con l'incubo dell'URSS, che era Europa, molto oltre quella di De Gaulle: non solo dall'Atlantico agli Urali, ma sino al Pacifico.
Il Novecento, secolo delle grandi guerre, mise alle corde progetti imperiali e istituzioni autoreferenziali, come il Nuovo Ordine Europeo di Hitler e la rivoluzione marx-leninista strumentalizzata da Stalin. La chiesa di Roma si protestava depositaria dell'unica confessione cristiana verace. Quell'Europa era del curiosa delle altre “culture”: “cose” da museo o da mostre itineranti di animali esotici.  Nell'immediato dopoguerra ebbe enorme successo il saggio del tedesco Ceram (Kurt Wilhelm Marek, 1915-1972) sulle Civiltà sepolte, anche perché distraeva dai conti che quell'Europa di metà Novecento dovette regolare con gli imperi coloniali arraffati e arruffati nei decenni precedenti. In secondo luogo l'Unione europea attuale ha un'identità vera, uno scopo unitario, politica estera e militare univoca? La risposta è netta: no.
In quelle temperie anche in Italia sin dalla Grande Guerra vennero avanzati progetti di federazione europea. Lo fecero Giovanni Agnelli (industriale) e Attilio Cabiati (liberista, già massone), in un saggio famoso, e Luigi Einaudi, che la preferì all'evanescente Società delle Nazioni, prospettata da Woodrow Wilson, presidente di quegli USA che, paghi di sé, non vi entrarono mai.
Nei decenni delle dittature e dei regimi autoritari tanti altri ne scrissero, meno famosi - ma non meno lungimiranti - degli autori del “Manifesto di Ventotene” (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni), che fa da cornice all'incontro italo-franco-germanico di domani. Tra questi va ricordato il torinese Giocondo (Dino) Giacosa (1916-1999), ideatore del Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano (MURI, 1938) con Franco Valabrega, il genovese Luigi Passadore e Alberto Cassin (Busca, 1916-Auschwitz, 1944). Arrestato nel giugno 1940 e condannato a cinque anni di confino politico a Ventotene, graziato nel 1942, Giacosa fu accolto nello studio forense del cuneese Tancredi (Duccio) Galimberti, a sua volta autore con Antonino Rèpaci di un Progetto di costituzione confederale europea e interna (1943), più citato e ristampato che letto (negava il voto alle donne, agli analfabeti e ai disoccupati, vietava i partiti politici e conferiva alla Santa Sede una posizione privilegiata). Molto più lungimirante fu l'impegno concordato il 30-31 maggio 1944 a Saretto (Acceglio, testata della Valle Maira, nel Cuneese) tra Dante Livio Bianco per il CLN Piemontese e Max Juvenal per la Resistenza francese: piena solidarietà e fraternità franco-italiana nella lotta contro il fascismo e il nazismo e contro le forze della reazione quale “necessaria fase preliminare per l'instaurazione delle libertà democratiche in una libera comunità europea”: germoglio del federalismo maturo, come la Carta delle autonomie sottoscritta a Chivasso (ottobre 1943) da quanti ritenevano che la pace deve fondarsi sul riconoscimento della complessità della storia.
La guerra non finì affatto come i federalisti avevano sperato: l'Europa fu divisa dalla “cortina di Ferro” da Stettino a Trieste, che, malgrado l'avvento della Nato, spinse Gran Bretagna e Francia a procurarsi l'arsenale nucleare (“force de frappe”), mentre venne affossata la Comunità europea di difesa, che davvero avrebbe fatto la differenza per la storia futura.
I federalisti non mollarono. Ebbero - e hanno - pensatori e storici di vaglia (Mario Albertini, Sergio Pistone, Cesare Merlini, Alberto Cabella, Giuliano Martignetti, Lucio Levi...), progettarono persino un Partito federalista europeo (Anversa, 1963), organizzarono congressi, convegni, riviste e gemellaggi che non erano pretesto per pranzi e discorsi di occasione ma laboratorio di quegli “Stati Uniti d'Europa” vaticinati, sin dal 1902, dal sociologo russo Giacomo Novicow in La missione dell'Italia (ed. anastatica, Forni) quale unica alternativa alla nuova guerra dei trent'anni (1914-1945), ormai incombente, e alla decolonizzazione conseguente, avveratasi in forme devastanti e le cui ferite ancora sanguinano.
Da lì si deve partire: dall'idea forte della federazione dei popoli europei, liberi e consapevoli; non da accordi sullo zero virgola e sulla ripartizione delle spese per “accogliere” chissà chi, da dove e  quanti, sino a quando l'ormai manifesto fallimento del multiculturalismo proverà che l'integrazione era solo una miope illusione o una callida mistificazione. Senza evocare il différend tra Maometto e Carlo Magno, né invocare crociate, i federalisti europei autentici hanno motivo di rivendicare l'invalicabilità di una Muraglia storica, ideale, civile irrinunciabile: non blocchi di cemento né filo spinato, ma la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e tutte le successive Carte dei diritti dei cittadini europei e Convenzioni che condannano e combattono ogni violazione delle leggi vigenti e separano le innumerevoli superstizioni e i loro riti e costumi dallo Stato: una conquista, questa, che agli europei è costata secoli di lacrime e sangue e non può essere rimessa in discussione per opportunismo e per viltà. Ci perderebbero, nel tempo, gli stessi “migranti” (o profughi che dir si voglia) che oggi fuggono non già dalla dominazione europea ma proprio dalle conseguenze estreme del loro modello di vita, di una “civiltà” che sta dando i suoi frutti più tossici proprio nelle loro terre. Per stare in Europa a loro agio, essi facciano propri e vivano nella quotidianità i capisaldi di questo “Occidente” che arriva dall'Impero romano e dalle Rivoluzioni liberali del Sei-Settecento.
Aldo A. Mola 
DATA: 22.08.2016


TUSCANIA (VT): VERRA' INAUGURATO UN NUOVO BUSTO DEL RE UMBERTO II DOPO IL FURTO

TUSCANIA (VT): DOPO IL FURTO, INAUGURATO UN NUOVO BUSTO DEL RE UMBERTO IIA seguito del furto del busto del Re Umberto II dall’omonimo parco a Tuscania, la delegazione di Viterbo dell’Istituto delle Guardie d'Onore, con il locale Circolo Reale della Tuscia, ha commissionato una nuova immagine del Sovrano da apporre, con il patrocinio del Comune, nel pubblico giardino.
La cerimonia di inaugurazione avverrà domenica 18 settembre alle ore 11,00 alla presenza delle Autorità per ricordare e onorare il quarto Capo di Stato Italiano che fu tra i primi a far affluire aiuti alla popolazione terremotata di Tuscania il 23 gennaio 1971, tramite il ministro della Real Casa Falcone Lucifero che visitò i feriti ricoverati all’Ospedale di Viterbo e gli sfollati nelle tendopoli.
Dopo la cerimonia avrà luogo una conviviale presso il ristorante Kyathos.
Prenotazioni conviviale entro il 12/9 (€ 25,00):
Pier Ferdinando Petri t.3806421226
Aldo Quadrani           t.3384613485  
DATA: 22.08.2016

NO A UN TERZO AGOSTO DI FUOCO: TENERE APERTE LE CAMERE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 7 agosto 2016


       Qualunque decisione sulla partecipazione diretta o indiretta dell'Italia al conflitto in corso in Libia (a cominciare dalla disponibilità delle basi per bombardamenti) va deliberata dal Parlamento con voto palese, in modo che ognuno sappia e poi ricordi chi, come e perché volle quel che potrebbe derivarne. Altrimenti a che cosa serve il Parlamento? A che cosa si riducono la sovranità nazionale e la “politica”? Poche parole per chiarezza: senza allarmismi ma con senso di responsabilità e l'occhio al passato. Agosto 1914. La guerra dell'impero austro-ungarico alla Serbia, per reprimere il terrorismo politico e il suo retroterra, colpevole dell'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, in pochi giorni innescò la conflagrazione europea. Dilatata nel 1917 a prima guerra mondiale, essa finì con circa quindici milioni di morti. Agosto 1939. L'aggressione della Polonia da parte della Germania di Hitler, con la connivenza dell'URSS di Stalin, al quale si accodarono i comunisti di tutto il mondo (italiani inclusi), fu il detonatore del conflitto europeo che nel dicembre 1941 divenne la seconda guerra mondiale. Cinquanta milioni di morti. Il governo italiano intervenne entrambe le volte legandosi mani e piedi con accordi (l'adesione alla Triplice Intesa il 25 aprile 1915; il “Patto d'acciaio” italo-germanico il 22 maggio 1939), che cacciarono il Paese nella grande fornace senza prevedere né immaginare come e quando ne sarebbe uscito. Tutt'e due le volte il governo agì senza adeguata preparazione e nella stolida speranza che presto sarebbe finito tutto. Gli italiani la pagarono carissima: in trent'anni oltre un milione e centomila militari morti, due milioni di mutilati, l'Italia invasa, bombardata, messa a fuoco da una feroce guerra civile, arretramento dei confini, perdita delle colonie e drastica riduzione della sua sovranità. A decidere fu solo e sempre il governo (Salandra nel 1914, Mussolini nel 1940). Nel 1914 la quasi generalità del Paese era contraria alla guerra. Ma il più autorevole fautore della trattativa diplomatica, Giovanni Giolitti, venne cacciato da Roma sotto minaccia di morte. Nel 1940 Mussolini aveva da tempo chiuso la bocca alle opposizioni. Entrambe le volte la “piazza”, ignara e cieca ma debitamente manipolata, plaudì. Il Paese, sbigottito, subì. 
Oggi chi è in grado di dire con esattezza “chi” sia l'Isis, chi l'abbia armato e continui a foraggiarlo, chi lo finanzi e quali siano le prospettive del conflitto in corso non solo nei tanti scenari ma anzitutto in Libia? Da molti mesi il governo fa dichiarazioni contraddittorie e sconclusionate (cioè senza conclusioni, né previsioni) su entità, mezzi e scopi della partecipazione dell'Italia al conflitto per annientarlo. Da qualche settimana viene ripetuto (solo per scaramanzia?) che nessuno è al sicuro dal “terrorismo”. Ma il “terrorismo” è solo l'aspetto più vistoso di un conflitto asimmetrico, alimentato da motivazioni politiche, militari e religiose. Con buona pace di quanti vogliono minimizzarle, papa e alcuni preti compresi, queste ultime sono incombenti e determinanti. Del resto in Europa le guerre tra cattolici, evangelici e riformati, ferocissime e spesso di sterminio, sostarono solo quando venne affermato il principio “cuius regio, ejus et religio” (i sudditi praticano il culto del re o se ne vanno) e poi col prevalere della separazione delle chiese dallo Stato. Nel Regno unito di Gran Bretagna e Irlanda, che molti retori celebrano quale culla delle libertà, i cattolici furono per secoli cittadini di serie B. Un saggio della compenetrazione tra politica e religione è offerto dalle vicende dell'Etiopia: cent'anni orsono il “legg” Iyasu, nipote di Menelik, filoturco si accostò all'islamismo: quel corto circuito politico-religioso fu interrotto con l'eliminazione di Iyasu a vantaggio di Zauditù, altra figlia di Menelik e madre di ras Tafari, futuro negus, cristiana ortodossa monofisita, come l'imperatrice bizantina Teodora, moglie di Giustiniano...: storie lunghe e complesse, sempre ammonitrici.
Ora gli italiani hanno diritto di sapere in quale conflitto entrano coinvolgendo il territorio nazionale (basi, navi, aerei...) nella lotta ad alcuni spezzoni del caleidoscopico terrorismo politico-religioso sommariamente denominato Isis. Hanno diritto di sapere chi sia esattamente il “nemico”, come combatterlo, con quali possibili ripercussioni. La Grande Guerra durò cinque anni, la seconda guerra mondiale ne durò sei e si chiuse con il lancio delle bombe atomiche sul Giappone. Come finirà questa, in Loibia in coso da ormai un lustro?
La conduzione della guerra compete al governo. Ma a chi spetta approvarla e dichiararla? Sulla base di quali Atti? Una risoluzione votata a maggioranza dall'ONU nel 2015 ma nella cui attuazione molti Stati, a cominciare dalla Russia, non si riconoscono? La Spagna, per esempio, ancora una volta è spettatrice accorta. Il governo italiano, invece, vuol essere in prima linea. Sulla base di quale esplicito consenso del Paese e di atti formali? La guerra non va in vacanza. Perciò le Camere vanno tenute aperte.
Aldo A. Mola 
DATA: 08.08.2016

6-9 AGOSTO 1916  “SANTA GORIZIA” LA VITTORIA ITALIANA NELLA GRANDE GUERRA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 31 luglio 2016


       Il tempo dirà se quella in corso è una “guerra mondiale a pezzi”, come da due anni dice papa Francesco, oppure solo una fase dei millenari conflitti confessionali, che sono più atroci quando vengono combattuti tra eresie di una stessa religione. Nulla i nuovo sotto il sole.
In attesa di risposte sul presente e di previsioni sul futuro, occorre riflettere sul passato prossimo: la battaglia “di rottura” per Gorizia del 6-9 agosto di cent'anni orsono. In pochi giorni - narrò il Comandante Supremo Luigi Cadorna nelle Memorie (*) - il VI Corpo d'Armata, agli ordini del “cuneese” Luigi Capello (massone), sfondò il fronte austro-ungarico (comandato dal roccioso generale Boroevic) e prese di slancio Monte Calvario, Monte San Michele e il campo trincerato di Gorizia. La 12^ divisione fanteria irruppe per prima in città e ne sloggiò la 58^ divisione nemica. Ma lì si fermò, sotto il tiro degli austro-ungarici arroccati in alto e forti di due, tre munitissime linee difensive.
Fu la Sesta battaglia dell'Isonzo. Dal maggio 1915 Cadorna sferrava attacchi frontali, le costosissime “spallate”, per arrivare a Lubiana, aggirare Trieste e far insorgere le nazionalità all'interno dell'Impero asburgico. Cultore di storia, aveva fiuto politico superiore a quello del governo Salandra-Sonnino e del successivo Boselli-Sonnino. Nel maggio 1916 Vienna scatenò l'offensiva di primavera (dagli italiani denominata “spedizione punitiva”, memori del loro voltafaccia dall'alleanza con gli Imperi centrali all'Intesa). Avrebbe vinto se Cadorna non avesse catapultato verso il Trentino uomini e mezzi dal fronte orientale. Appena capito che il nemico era in ritirata, in soli otto giorni, da grande stratega, Cadorna riportò uomini e artiglierie a est, chiese alla III Armata, comandata dal duca d' Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia, di avanzare su Monfalcone e sferrò l'attacco su Gorizia. Sapeva che sarebbe stata dura. Il 29 giugno sul San Michele il nemico aveva ucciso 3000 italiani col gas.
La fortuna aiuta gli audaci. Il 6 agosto gli uomini agli ordini di Pietro Badoglio, appena colonnello, dopo asperrima lotta in soli quaranta minuti di sforzo finale conquistarono Monte Sabotino, agognato dal 24 maggio 1915. Il successo gli meritò la promozione a generale per merito e più tardi il titolo di marchese. Nelle Memorie Cadorna elogiò il “superbo slancio delle fanterie”, comprendenti bersaglieri e tutte le specialità, mentre il Corpo degli Alpini dette magnifiche prove di valore. “Ali ai piedi”, cavalleria e ciclisti inseguirono il nemico in ritirata. La vittoria però non venne sfruttata. Lo slancio si esaurì. Occorrevano mesi per dotare l'esercito delle armi e delle munizioni da fuoco e da bocca necessarie a proseguire l'offensiva.
Dopo la conquista/liberazione di Gorizia Cadorna ordinò altre tre “spallate” sul Carso. Non ne scaturì nessun'altra vittoria ma il logoramento del nemico, perché quello era ormai lo scopo supremo: esaurire le energie materiali e morali dell'avversario e resistere. Come l'Italia seppe fare nell'ottobre-novembre 1917, quando, spezzato il fronte della II Armata (comandata da Capello), gli austro-germanici avanzarono sino al Piave (e ripresero Gorizia). La vittoria italiana di cent'anni orsono decise la Romania a scendere in guerra a fianco dell'Intesa: un errore, perché, militarmente debole, fu vinta, occupata e sfruttata dai germanici.
Solo nel 1917 l'industria bellica italiana (dall'Ansaldo di Genova alla Fiat di Torino...) raggiunse il livello produttivo necessario ad alimentare la macchina militare che mise in divisa cinque milioni e mezzo di cittadini e affrontò difficoltà enormi, come il quotidiano rifornimento d'acqua alle truppe sull'Altipiano: quasi 500.000 litri con autobotti e muli.
Necessità? Fatalità? Follia? L'importante è non giudicare con gli occhi di oggi. L'unico vero errore è dimenticare. La battaglia di Gorizia del 6-9 agosto 1916 fu tra le pagine più importanti dell'intera Grande Guerra. Gli italiani vi persero circa 52.000 uomini (1759 ufficiali), contro i 42.000 lamentati dal nemico (807 ufficiali). Lo ricordano il generale Oreste Bovio nella Storia dell'Esercito italiano e Flavio Rodegheiro in Noi che fummo giovani... e soldati (Marsilio), un bel volume candidato al Premio Acqui Storia. Vi si batterono 27 brigate, i cui nomi riecheggiano l'intera Italia, e 2 reggimenti dei Granatieri di Sardegna. Vittorio Locchi scrisse la commossa “Sagra di Santa Gorizia”. Ma dalle trincee si levò lugubre il canto “O Gorizia, tu sei maledetta...”.
Trent'anni dopo la città fu spezzata in due dal confine italo-jugoslavo, tracciato a freddo dai “vincitori”, tra i quali figurò Tito. Un reticolato lacerò corpi e animi. Ora esso è come i fili che cuciono le ferite ma rimangono dimenticati nella carne. In quest'Europa sempre più in confusione, sottopelle se ne avvertono nodi e gibbosità. Quella Grande Guerra non è acqua passata. È storia viva.
Aldo A. Mola
(*) La guerra alla fronte italiana, di imminente ristampa a cura del Centro Giolitti e dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.
DATA: 01.08.2016
   
6-9 AGOSTO 1916  “SANTA GORIZIA” LA VITTORIA ITALIANA NELLA GRANDE GUERRA

Il Re Michele e la Regina Anna di Romania     La Casa Reale di Romania ha comunicato che la Regina Anna è morta oggi, 1 Agosto 2016, alle ore 13.45 presso l'Ospedale di Morges in Svizzera. La moglie del Re Michele sarà sepolta a Curtea de Arges, nel cuore della Romania. La Regina è spirata avendo al proprio capezzale le figlie, S.A.R. la Principessa Margherita con il marito Radu Duda, S.A.R. la Principessa Elena, S.A.R. la Principessa Sofia e S.A.R. la Principessa Maria. Sua Maestà il Re Michele è andato in ospedale a trovare la moglie tutti i giorni della settimana scorsa. 
La Regina Anna ha ricevuto il sacramento dell’Estrema Unzione dal parroco cattolico della città di Morges. Nella giornata di domani verrà diffuso il programma del rito funebre.
Secondo il cerimoniale funebre reale romeno, la salma della regina Anna sarà custodita per un giorno nella Sala d'Onore del Castello di Peles, il giorno successivo nella Sala del Trono nel Palazzo Reale di Bucarest, nel viale della Vittoria. Il funerale dovrebbe aver luogo presso la Cattedrale di Curtea de Arges. Gli ultimi funerali reali in Romania si sono tenuti il 24 luglio 1938, alla scomparsa della Regina Maria, nonna dell’attuale Re Michele. Il desiderio di Sua Maestà il Re Michele è che il funerale della Regina Anna rispetti la tradizione della Famiglia Reale.
La Famiglia Reale ha annunciato che verranno osservati quaranta giorni di lutto per la scomparsa della Regina Anna.

fonte www.gandul.info
      
DATA: 01.08.2016
 
SPAGNA LUGLIO 1936: TRAGICO VUOTO DEI “MODERATI”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 24 luglio 2016


Carlo V       Sono gli uomini, sono i popoli, che combinano i guai, salvo darne la colpa alla “invidia degli dèi”. Le guerre civili, per esempio, non sono dovute alla maledizione dell'onnipotente, ma causate dalla protervia di alcuni e dall'impotenza di altri. Quadri geo-storici pressoché identici registrano scelte e condotte del tutto diverse. La storia ha più fantasia degli storici. Perciò va studiata. Insegna...
È il caso della Spagna, ove nel luglio di ottant'anni fa cominciò la guerra civile, chiusa nel 1939 con circa 400 mila morti, una repressione decennale, il lungo isolamento. Oggi il 75% degli elettori del Partito socialista operaio spagnolo (PSOE: identico nel nome, ma del tutto diverso da quello di allora) dichiara che il capo del Partito popolare, Mariano Rajoy, ha il diritto/dovere di formare il governo, per tre buoni motivi: il 26 giugno ha rivinto le elezioni, bisogna evitare una terza votazione in meno di un anno e scongiurare il caos, agognato solo dall'estrema sinistra di “Podemos” e da qualche nostalgico dell'odio.
Lo storico Fernando García de Cortázar (gesuita pensante) ha ricordato che il vero tema non sono i partiti né le fortune personali dei loro spesso meschini dirigenti. Il tema è “la Spagna”, portaerei dell'Europa verso le Americhe. Con buona pace di catalani, baschi, valenziani e galiziani, dopo inglese e cinese lo spagnolo è la terza lingua del pianeta. L'unità dello Stato, tutt'uno con la monarchia incarnata da Felipe VI, non è in discussione. I motivi unificanti prevalgono sugli appetiti locali. Lo si coglie anche dalla narrazione oggi prevalente dell'alzamiento del 18 luglio 1936, quando i quattro generali (Sanjurjo, Mola, Franco e Queipo de Llano) disconobbero il governo di Madrid e intrapresero la riscossa nazionale. Nel suo corso e per decenni la guerra civile fu dipinta come duello mortale tra le due Spagne, la tradizionalista e la rivoluzionaria, la “afrancesada” e quella nazionalistica, la clericale e la massonica, la reazionaria e l'anarco-socialista, la borghese e la comunista. Le Spagne (ripete da tempo lo storico Paul Preston) erano tre: due estreme e una maggioranza di “moderati”. Che però rimasero pavidi e rassegnati. Furono le prime vittime della tragedia. Colpevoli perché la Storia non perdona diserzioni.
Oggi si ammette che quel conflitto non era affatto scritto nel “libro del destino”. Nacque per una serie di errori della dirigenza partitica e parlamentare, inerte dinnanzi alla violenza dell'estrema sinistra che dal 1931 incendiò chiese e monasteri e perseguitò ordini religiosi e cattolici. Nel 1931, dopo la partenza di Alfonso XIII di Borbone per l'esilio (senza abdicazione) all'indomani della modesta vittoria dei repubblicani nelle elezioni amministrative, il governo espulse i gesuiti e radiò dall'Esercito i militari migliori, come Emilio Mola Vidal, mentre José Sanjurjo, fallito un pronunciamento militare, riparò in Portogallo.
In risposta al quotidiano degrado dello Stato, con fredda tenacia e specchiata onestà Mola pianificò la riscossa. A scatenarla, il 18 luglio 1936, fu la sorte del deputato centrista Calvo Sotelo: sequestrato a casa e assassinato dai “rossi”. “Director” della cospirazione Mola trasformò il colpo di stato in volontà della nazione. Governatore militare della Navarra, col robusto seguito di requetés e nazionalisti, affidò la guida suprema a Sanjurjo, che però morì in incidente aereo mentre rientrava dal Portogallo. Nell'incontro segreto di Burgos optò per il generalissimo Francisco Franco y Bahamonde, che avanzava da sud al comando del “Tercio”.
Le direttive di Mola furono spietate: azione rapida e sterminio del nemico. Suo fratello fu sequestrato e fucilato dai “rossi”, che fecero altrettanto con José Antonio Miguel de Rivera, capo della Falange (movimento nazional-riformista, repubblicano). “El director” incitò i nazionalisti a insorgere in Madrid (la “quinta colonna”, sanguinosamente annientata dai repubblicani) ma fallì l'obiettivo. Come Sanjurjo morì in incidente aereo. Franco rimase capo indiscusso e attuò l'epurazione, lenta metodica, da ogni “infezione” antinazionale. Nel suo corso, la guerra ispano-spagnola divenne premessa generale della seconda guerra mondiale, come documenta Pierpaolo Barbieri in L'impero ombra di Hitler (Mondadori, candidato al Premio Acqui Storia). La Spagna divenne teatro del conflitto tra l'Unione Sovietica (Palmiro Togliatti e Luigi Longo vi furono in prima fila, con crimini efferati ai danni di anarchici, democratici e trozkysti) e l'Occidente, che infatti riconobbe Franco sei mesi prima del suo ingresso in Madrid, proprio per sottrarlo all'abbraccio di Hitler e dello stesso Mussolini che in Spagna aveva mandato il Corpo Truppe Volontarie (CTV, acronimo dello spagnolo: Cuándo ten vas? Cioè Quando te ne vai?).
Asceso al governo, il socialista Zapatero (ora vezzeggiato dalla vanesia Mogherini) invece di occuparsi degl'interessi veri della Spagna riattizzò conflitti sopiti: anticlericalismo vecchia maniera spacciato come promozione dei “diritti civili” e una Legge della memoria (di cui non si sente alcun bisogno) per cancellare le tracce dell'età franchista quando questa era ormai divenuta oggetto di storia, non di attualità politica. Imitò gli aspetti più ottusi del fanatismo del regime franchista, mentre la Spagna da tempo svolgeva un ruolo primario dal mondo islamico alle Americhe grazie al socialista González e al cattolico Aznar.
Ci fu e perdura un ritardo nella percezione della Spagna da parte di molti Paesi dell'Europa centrale, inclusa l'Italia che ne ostacolò l'ingresso nell'Unione europea per misere ragioni commerciali, drappeggiate con motivazioni ideali. Troppi la considerano solo una terra ove si balla tutta la notte e di giorno ci si sparapanza al sole “a la orilla del mar”. Si dimentica che, conclusa la Riconquista cristiana con la liberazione di Granada dall'emiro islamico, fu la Spagna di Carlo V a creare l'Impero sul quale il sole non tramontava mai. Nel suo ambito l'Italia, da Milano a Napoli e a Palermo, stava come il meno sta nel più, e ci stava bene. Quell'impero era anche opera sua, come ricordano i nomi di Cristoforo Colombo e di Amerigo Vespucci.
Ora gli Spagnoli si danno un governo di centro-destra, dopo due elezioni politiche e mesi di stallo trascorsi al riparo della monarchia, che ne costituisce la garanzia internazionale. Socialisti, autonomisti e separatisti abbozzano. Essi hanno capito la lezione del 1936, pietrificata nel Valle de los Caídos: monumento della Spagna “una, grande, libera”, punto di riferimento per chi, anche in Italia, ha il senso della storia. Se i moderati fanno il vuoto, vincono le estreme.
Aldo A. Mola
DATA: 25.07.2016
 
CONSIGLIO NAZIONALE U.M.I.: NUOVI CONSIGLIERI E PAOLO ALBI NUOVO COORDINATORE DI ROMA

Paolo Albi, coordinatore UMI Roma       Il Consiglio nazionale dell’Unione Monarchica Italiana, riunitosi sabato 16 luglio 2016 presso l’Hotel Massimo d’Azeglio di Roma, oltre ad aver deliberato lo schieramento e l’impegno dell’Associazione in favore della campagna per il NO nell’ambito del referendum costituzionale previsto per l’autunno, ha deliberato l’ingresso in Consiglio di cinque nuovi Consiglieri. Si tratta di Gabriella Scaglia (Torino), Luigia Loporchio (Bari), del coordinatore del Club Reale “Giovanna di Savoia” di Assisi Mirko Casagrande Proietti (Perugia), Giovanni Cavallo (Napoli) e Paolo Albi (Roma). L’Avvocato Paolo Albi (nella foto) ha ricevuto anche l’incarico, ufficializzato davanti al Consiglio nazionale, di coordinatore dell’Unione Monarchica Italiana di Roma. Passata l’estate si vedrà promotore di una serie di iniziative a carattere politico e culturale che animeranno la sede romana, offrendo agli iscritti diverse attività.
Il Consiglio ha anche approvato la nomina del Dott. Fabrizio Patané quale componente del Collegio dei Probiviri. Alle nuove cariche sociali gli auguri di buon lavoro da parte di tutto il Consiglio nazionale e dall’Associazione.
DATA: 17.07.2016

L'EUROPA CE LA FARA'? CON PIU' SCIENZA E PIU' “CITTADINANZA”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 17 luglio 2016


       In attesa che gli inquirenti ne accertino genesi e obiettivi, la strage di Nizza costituisce un monito. Gemmata dai greci di Marsiglia, fiorente ai tempi di Roma, porto dei Savoia dal 1388 al 1860, quando venne ceduta alla Francia che l'aveva più volte assalita e duramente soggiogata, Nizza insegna che l'Europa che non è nata con la recente Unione (dal Parlamento randagio tra Bruxelles e Strasburgo) ma conta millenni di storia. La città di Garibaldi è anche emblema della lotta contro gli islamici: i saraceni, che ne furono cacciati nel 729, e i turchi, favoriti dai francesi, ma respinti dai nizzardi, animati dalla celebre Catarina Segurana. La Promenade des Anglais, teatro della tragedia del 14 luglio 2016, ricorda che la Costa Azzurra era popolata di britannici come la San Remo di Corso degli Inglesi, ove, accanto al Casinò, la chiesa cristiana ortodossa, simile al San Nicola di Nizza, evoca l'unità geo-storica e morale della cristianità: fulcro delle meditazioni di Cesare Balbo, Henri Pirenne, Fernand Braudel, Ruggiero Romano...
  Classificare eventi drammatici come colpi di mano di un'unica strategia è semplicistico e conduce a sbagliare la strategia. Individua un unico avversario e lo ingigantisce. E' il caso del Califfato,in realtà al centro della feroce contesa tra i tanti capi-setta islamici che se lo contendono, a cominciare dalla Turchia (motivo sufficiente per escluderla dall'Europa). Il guaio dell'età presente non è la globalizzazione, versione aggiornata della colonizzazione, dell' Enciclopedia illuministica e della museografia (tutti motivi di vanto della Vecchia Europa), bensì la vulnerabilità dell'Occidente, succubo non sotto l'aggressione militare di uno Stato o di una “Comunità” (come sono gli islamici) ma per iniziativa di pochi individui. Di per sé il camion guidato dal franco-tunisino non è che un sasso o un coltello: molto più, ma anche la sua capacità di uccidere si esaurisce, come i caricatori dei mitra e le cinture esplosive. Il pericolo incombente è un altro: l'uso delle cognizioni e dei  mezzi che scienza e tecnologia hanno messo a disposizione di chiunque, in un mondo sull'orlo della catastrofe atomica non per volontà politica (cioè di uno Stato) ma per quell'“errore umano” che ci insegue dalla cacciata dal Paradiso terrestre e per iniziativa di pochi settari. Ordigni nucleari, armi chimiche e batteriologiche sono state ideate ma tenute sotto controllo dalla Civiltà Occidentale, che, pur crudele, è filosofia della vita. Avrebbero avere tutt'altro impiego se, anche grazie alla pirateria informatica, finissero preda  di religioni della morte, di filosofie che assicurano il trionfo finale della Luce ma solo dopo una lunga stagione di Tenebre: rivoluzione/espiazione, morte/resurrezione...
  Nizza è vetrina d'Europa, dell'“umanesimo” enunciato dal Trattato di Lisbona, come lo sono da sempre Piemonte e Liguria. Per impedire che l'occupazione fisica del suo territorio da parte di adepti delle filosofie della morte si traduca in catastrofe occorre ripristinare il primato della razionalità, del diritto comune, della coesione tra cittadini e istituzioni, maggiore corresponsabilità: aiutare chi governa, ma esigere che amministri senza lassismo, senza abbandonare vaste plaghe a usi e costumi non consentiti dalle leggi vigenti in nome di un multiculturalismo cieco e farsesco. Il 14 luglio – va ricordato – non significa Rivoluzione, giacobinismo, Terrore ma Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino e quella solidarietà fraterna di cui si sono avuti tanti esempi anche a Nizza nella tragica notte del 14 luglio, tutt'altra cosa dal grigiore burocratico dell'Unione Europea e dalla magniloquente “Marsigliese. Anche la Francia, ostile nei secoli contro i tedeschi, arrogante con gli inglesi, spocchiosa verso gli italiani, arcigna con gli italofoni soggiogati, venata di antisemitismo ma balbettante dinnanzi alla radicalizzazione dell'islamismo, deve ritrovare se stessa. Solo così, forte di millenni di storia, con più scienza e più cittadinanza, l'Europa ce la farà.        
Aldo A. Mola
DATA: 17.07.2016
   
LA STRAGE DI NIZZA

   Nizza, 14 luglio 2016. Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte ad un massacro nel cuore dell’Europa. La scia di sangue di matrice terroristica islamica, ora ideologicizzata dal fondamentalismo dell’ISIS, che affligge da troppi anni l’Occidente deve cessare.
    Che i Governi si impegnino a reprimere il terrorismo con tutte le forze, anche a scapito delle liberà personali. Siamo tutti dei bersagli e l’Europa intera è stata ferita, bisogna agire.
    L’Unione Monarchica Italiana rende, commossa, omaggio alle vittime della follia fanatica che ha mietuto le vite anche di tanti bambini, una vergogna che grida vendetta. Il tempo del buonismo e della tolleranza aprioristica deve finire.

    Roma, 15 luglio 2016
DATA: 15.07.2016
 
GIAPPONE: TRA I GADGET IN AEROPORTO UN TRICOLORE SABAUDO

GIAPPONE: TRA I GADEGET IN AEROPORTO UN TRICOLORE SABAUDO   Aeroporto internazionale di Haneda, Tokyo. È un giorno come tanti in uno degli scali più importanti del mondo. Eppure dentro uno dei numerosi negozi presenti al suo interno c'è qualcosa che nessuno si aspetterebbe. Un piccolo portachiavi, (dal modesto costo di ¥160, poco più di un euro) su uno scaffale pieno, ognuno con la bandiera di uno stato del mondo, ma questo è speciale. È sì un tricolore italiano, ma ha qualcosa in più. Nella fascia bianca si trova lo scudo di Casa Savoia. E questo è ciò che rappresenta il nostro paese alle migliaia di persone che transitano da lì ogni giorno. Una bandiera del Regno d'Italia. Ciò può sembrare insignificante o trascurabile, ma non lo è. Esso è la dimostrazione pratica del fatto che in Giappone esiste una mentalità più aperta che in Italia, dove una discussione sull'argomento monarchico viene spesso liquidato come nostalgismo di un periodo buio e infido. E ancora una volta abbiamo da imparare dal popolo nipponico per il quale il tricolore che ha unito l’Italia non è certo un tabù, anzi viene valorizzato a differenza nostra. Non potevamo certo aspettarci di meno dal paese che può vantare la più antica monarchia del mondo, vecchia più di 2500 anni, da quando il primo imperatore Jinmu ascese al trono, e che originò una stirpe che continua ancora oggi con il suo discendente diretto Akihito, 125° regnante del paese. Si spera che ciò ci sia di lezione affinché si possa finalmente permettere a tutti in Italia di parlare dell'istituzione monarchica senza essere considerato un retrogrado o un povero nostalgico.
Masami Watanabe, F.M.G. Ravenna
DATA: 15.07.2016

1866. ANCHE I NIZZARDI AL DIFFICILE: ESORDIO EUROPEO DELLA NUOVA ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 10 luglio 2016


     La Terza guerra per l'indipendenza, tra il 20 giugno e il 12 agosto 1866, non fu affatto il disastro solitamente associato allo scontro di Custoza (24 giugno) e alla battaglia navale di Lissa (20 luglio). In primo luogo, a Custoza gli italiani non sfondarono, ma gli asburgici non li travolsero. Fu battaglia “d'incontro”, non “campale”. Se alcuni reparti ripiegarono, a Villafranca  i due principi ereditari, Umberto di Piemonte e Amedeo d'Aosta (ferito sul campo), si condussero con valore. Accanto al rude piemontese Giuseppe Govone rifulse Giuseppe Salvatore Pianell, formato alla Nunziatella di Napoli e nelle file borboniche. Tra morti e feriti gli italiani persero 3290 uomini; gli austriaci 5154. Nel 1866 venne collaudato un esercito ancora in formazione. L'Italia era alle prese in alcune aree del Mezzogiorno con la coda del “grande brigantaggio”, alimentato dall'estero e dal clero papalino ma dal 1863 rintuzzato con vigore infine risolutivo. E' curioso che a classificare la lotta contro i briganti  come “guerra civile” sia non solo un giornalista quale Pino Aprile in Carnefici (ed.Piemme)  ma anche uno storico francese, Hubert Heyriés, dimentico della Vandea (quella, si, una orrenda carneficina franco-francese). Quanto a Lissa, va ricordato che se l'ammiraglio Carlo Persano si condusse male (e pagò), vi dettero buona prova Guglielmo Acton (che arrivava dalla Marina borbonica) e Augusto Riboty, già deputato di Ancona, fiero della sua italianissima Nizza, come ricorda Giulio Vignoli.
   Nel 1866 - ed è ciò che più conta, al di là di mielose chiacchiere intrinsecamente anti-italiane – a chiamare all'unità patriottica fu ancora una volta Giuseppe Garibaldi, posto da Vittorio Emanuele II alla testa di 30.000 volontari, raccolti in poche settimane e, si comprende, a corto di vestiario, scarpe, viveri e soprattutto di armi. Il re gli donò due splendidi cavalli, ma certo all'Eroe occorreva di più. Quell'Italia, va ricordato, era nata appena quattro anni prima dalla fusione di sette Stati, aveva alle spalle il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, mancava di ferrovie, strade, porti, scuole, ospedali... Tutta colpa di Vittorio Emanuele II? Di Alfonso La Marmora? Del toscano Bettino Ricasoli, tornato presidente dei ministri da pochi giorni o della plurisecolare storia preunitaria? In cinque anni l'Italia fece miracoli in tutti i campi e varò il nuovo Codice civile, limpido e durevole. Al confronto, che cosa fa l' attuale? Il 23 maggio da Caprera  proprio Garibaldi esortò il poeta Francesco Dell'Ongaro a inneggiare non ai garibaldini ma agli italiani tutti. Ad Augusto Vecchi aggiunse: “Nelle fila dei difensori della Patria  non vi è né destra, né sinistra, ma gloria per tutti”. Nell'ora difficile, il 26 giugno, assicurò a La Marmora: “Gli ordini suoi saranno puntualmente eseguiti” e incalzò per avere carabine di precisione (svizzere) e l'occorente per battersi. Lo fece col brillante aiuto dell'ufficiale di artiglieria Orazio Dogliotti, nizzardo e massone come lui, Medaglia d'Oro al Valor Militare per la conquista del forte d'Ampola e nella vittoriosa battaglia di Bezzecca (20-21 luglio).
   Garibaldi non fu solo il Volontario all'Ordine, sintetizzato nel celebre “Obbedisco” del 9 agosto 1866, che dà titolo alla succosa biografia scrittane da Aldo G. Ricci. Tese la mano al repubblicano Giuseppe Mazzini, ma il 29 agosto gli scrisse chiaro e tondo:“Io non intendo sostituire alla Monarchia la Repubblica”; né “promuovere un'insurrezione”. Quella guerra all'Italia fruttò Venezia, senza la quale sarebbero state impensabili Trento e Trieste, irredente sino al 1918. Essa segnò l'esordio della Nuova Italia nel “concerto europeo”, il trionfo della Prussia e la trasformazione dell'Impero d'Austria nella duplice monarchia austro-ungarica.
   Deposte le armi, Garibaldi tornò a Caprera, a pescare murene, gronchi, triglie, lovazzi, cefali, arcelle, patelle, nacchere e soprattutto aragoste. Da Bergamo, il 7 giugno, aveva raccomandato alla figlia Teresita: “Ricordati di far innafiar tutte le piante piccole, gli aranci una volta la settimana...”: condottiero e pius agricola, come si fece classificare in Parlamento. Era il modello dell'Italia in cammino, che solo nel 1867 sedette per la prima volta nella Comunità degli Stati sovrani, grazie al prestigio di Vittorio Emanuele II, garante della pace, e all'abilità di Isacco Artom, l'ebreo che Camillo Cavour volle segretario particolare, accanto a Costantino Nigra.

Aldo A. Mola
 
DATA: 11.07.2016

STORIA IN RETE SUL REFERENDUM DEL 1946 ED IL REVISIONISMO NEOBORBONICO: IN EDICOLA UN NUMERO DA NON PERDERE!

Storia in Rete giugno   Da anni siamo lieti di segnalare le interessanti pubblicazioni della rivista "Storia in Rete" che vede il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola quale presidente del comitato scientifico ed in passato ha spesso dato spazio ad articoli di Sergio Boschiero. Il numero ora in edicola, il 128 di giugno, è uno dei migliori degli ultimi tempi, poiché ricco di temi importanti analizzati con cura e opportunamente documentati. Oltre a interessantissimi articoli sul presidente dell'Eni Enrico Mattei e sui retroscena dell'omicidio di Giacomo Matteotti, segnaliamo in primo luogo un articolo del presidente della Consulta dei Senatori del Regno. prof. Aldo A. Mola. dedicato al famigerato referendum del giugno 1946 di cui ricorre il settantesimo anniversario. Mentre i media repubblicani hanno dato fiato alle trombe con i soliti luoghi comuni e le solite inesattezze storiche, Mola ha invece ricostruito i fatti in modo impeccabile con preziose fonti documentali alla base del suo recentissimo volume edito da Bastogi Libri. Importantissimo, poi, uno studio di Emanuele Mastrangelo con cui si sono smontate le ridicole teorie revisioniste antiunitarie alla base del nuovo libro di Pino Aprile. La solita grossolana vulgata di luoghi comuni contro i Savoia, contro Garibaldi, contro i Piemontesi e via discorrendo le quali purtroppo trovano facile terreno fertile in chi la storia la legge poco. Mentre Aprile ricostruisce un fantasioso genocidio di quasi mezzo milione di cittadini duo siciliani, basandosi su un'interpretazione puerile, rancorosa e faziosa dei dati demografici, Storia in Rete offre un'immediata e seria spiegazione dei fatti con equilibrio tale da riconoscere anche le fisiologiche e fatali problematiche seguite ai grandi cambiamenti del secolo scorso. Insomma, una rivista davvero da non perdere! In tutte le edicole.

DATA: 05.07.2016

AMEDEO VIII, DUCA PACIFICO, PAPA FELICE: SEI SECOLI DI UNO STATO ANFIBIO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 3 luglio 2016


Amedeo VIII   “Servire Deo regnare est”. Si regna per servire Dio. Fu il motto di Amedeo VIII di Savoia, il Pacifico (Ginevra, 1383-1451). Suo nonno, Amedeo VI, il conte Verde, nel 1365  aveva ottenuto l'ambìto titolo di vicario del sacro romano imperatore. Il 9 febbraio 1416  Amedeo VIIl coronò il grande sogno della Casa: la corona di duca, conferitagli da Sigismondo di Lussemburgo a Chambéry e calcata dai Savoia sino a quando, nel 1713, Vittorio Amedeo II ottenne quella di re di Sicilia (lo ricorda una  lapide nella chiesa abbaziale di Staffarda), poi mutata in quella di re di Sardegna.
    Suo padre, Amedeo VII, il conte Rosso, compì il grande balzo: nel 1388 ottenne la dedizione di Nizza Marittima. Lo Stato sabaudo – una complessa architettura di poteri – divenne anfibio: dalla Savoia al Piemonte, da Cuneo (Caput Pedemontis) alla Costa Azzurra e quindi a forte vocazione marinara, com'era giusto per una dinastia che aveva partecipato alle crociate e rivendicò sempre i titoli di re di Cipro, Gerusalemme e Armenia, che ne intestarono gli atti della Casa inclusi i diplomi di laurea rilasciati in nome del regnante Vittorio Emanuele III, imperatore d'Etiopia e re di Albania.
   Orfano di padre a otto anni, lontano dalla madre, risposata con Bernardo di Armagnac, Amedeo VIII crebbe taciturno, prudente, tenace. Circondato da fedelissimi, anno dopo anno ampliò i domini: conquiste, acquisti, dedizioni. Mentre la Francia era dilaniata dalla guerra civile e l'Italia era sconvolta dalle contese tra Signorie e repubbliche marinare (i Visconti a Milano, Venezia, Genova...), lo Stato sabaudo offriva pace e prosperità. Trasferito l'esercizio del potere ducale al figlio, Ludovico, in veste di Luogotenente (15 agosto 1434), e ritiratosi nell'eremo di Ripaille il duca si inserì abilmente nella contesa tra i fautori del primato del Concilio e quelli della supremazia del Vicario di Cristo. Dopo decenni di dispute, la chiesa si trovò con ben tre papi. Radunato a Basilea, nel 1439 il Concilio li dichiarò tutti decaduti ed elesse pontefice Amedeo VIII, che prese nome di Felice V. Secondo il licenzioso umanista Enea Silvio Piccolomini (poi papa Pio II) a Ripaglia si consumavano banchetti fastosi, né mancavano cortigiane. Ci ricamò anche il  malizioso ma non sempre documentato Voltaire. Fondatore dell'austero Ordine di San Maurizio, anziché contrapporsi muro contro muro al pontefice romano, Amedeo VIII, duca-papa (“buono, ma non santo” secondo lo storico Luigi Cibrario), nel 1449 riconobbe il pontefice romano, Niccolò V (fine diplomatico  e mecenate, ma distratto rispetto al dramma di Costantinopoli espugnata con metodi efferati da Maometto nel 1453). Depose la tiara e si vide confermare benefici e privilegi, inclusa la nomina dei vescovi, riservata ai Savoia sino a Carlo Emanuele III, re di Sardegna. Unito il Vecchio Piemonte ai suoi domini (ne ebbe in beneficio l'Università di Torino, istituita da Ludovico d'Acaja nel 1406), nel 1430 Amedeo VIII promulgò gli “Statuta”, primo codice di leggi e regolamenti generali degli Stati sabaudi, avviati alla modernità. Fu il primo a conferire all'erede alla corona il titolo di principe di Piemonte, oggi in capo a Umberto di Savoia, figlio di Aimone, duca d'Aosta e delle Puglie. Amedeo VIII riposa a Torino, nella Cappella della Sacra Sindone.
    La costituzione del Ducato di Savoia verrà solennemente ricordata (*) perché fu la premessa per le fortune successive di una dinastia la cui riscossa iniziò quando Emanuele Filiberto, capitano di Filippo II di Spagna vittorioso sui francesi a San Quintino, sbarcò a Nizza e da lì iniziò la riconquista dei domini aviti. Avrebbe puntato volentieri su Genova. Ma sulla Costa Azzurra e sul Ponente Ligure per secoli i Savoia dovettero accontentarsi di Nizza (ripresa ai Turchi, ai quali la Francia aveva strizzato l'occhiolino in odio agli Asburgo), di Mentone e di Oneglia. Asse delle comunicazioni era la via da Torino a Cuneo, Tenda, la Costa Azzurra...: oggi negletta per insipienza, a tutto danno di Piemonte e Liguria.   
Aldo A. Mola
 (*) Per informazoni: info@studipiemontesi.it
DATA: 04.07.2016
   
MESSINA: COMMEMORATA L’INAUGURAZIONE DEL MONUMENTO ALLA REGINA ELENA

Il Barone diego Spanò e il Principe Perna di Cefalonia   Messina, il 26 giugno 2016, su iniziativa del Barone Diego Spanò, iscritto U.M.I. di Messina, si è svolta una significativa cerimonia per ricordare l’inaugurazione del Monumento dedicato alla Regina Elena, avvenuta il 26 giugno 1960, uno dei pochi (ma per fortuna non pochissimi) monumenti dedicati ad un Savoia in periodo repubblicano. Messina volle tributare questo omaggio alla memoria dell’amatissima Sovrana per ringraziala di quanto fatto in occasione del tragico terremoto che colpì la Città dello Stretto nel 1908. Il monumento, oltretutto, versa in gravi condizioni dovute a trascuratezza e mancanza di manutenzione. Più volte il Consigliere nazionale U.M.I. Dott. Giuseppe Mobilia, riferimento per i monarchici messinesi, si è rivolto alle Istituzioni per sensibilizzarle e chiedere aiuto ma per ora non è ancora stato fatto nulla.
Il Principe Perna di Cefalonia e il Barone Diego Spanò hanno deposto un mazzo di fiori bianchi ai piedi del basamento della statua (foto). Era presente, in rappresentanza del Dott. Mobilia e dell’U.M.I. ha presenziato iFrancesco Versaci, che si è complimentato per l’iniziativa. Presso la chiesa di S. Maria Alemanna, la bravissima attrice del teatro Stabile di Messina, Giovanna Battaglia, ha letto i telegrammi di ringraziamento di Re Umberto II alla Città ed all'artista che scolpì il monumento suscitando commozione tra i presenti.
Con l’occasione è stata distribuita la ristampa, curata e finanziata dal Barone Spanò, del volume; “Il monumento a Sua Maestà la Regina Elena” (Torino, 1962), riscuotendo grande successo.
DATA: 01.07.2016
 
LA SCOMPARSA DI BUD SPENCER
UN RICORDO DELLA SUA GIOVINEZZA

Bud Spencer   Nel 1946, Carlo Pedersoli si trovava a Roma con mio zio Galeazzo Uccelli, perugino, ed il dottore Cenciarini, di Ascoli, poi, gli ultimi due, divenuti entrambi medici.
    Il terzetto di studenti era monarchico ed il periodo era quello immediatamente precedente al Referendum istituzionale.
    Di quei tempi i cinesi in Italia facevano gli ambulanti vendendo, piegate sul braccio, cravatte in seta: "Una clavatta 1 lira, tle clavatte 2 lire" era la monotona litania.
    Mio zio ed il dottore Cenciarini, unici con un poco di soldi in tasca, proposero al cinese, in cambio dell'acquisto in blocco della merce, di girare per Roma inneggiando alla Monarchia. L'affare fu fatto ma... il cinese non conosceva se non quelle poche parole in italiano pronunciate per promuovere la vendita.
    Carlo Pedersoli, che non aveva potuto contribuire economicamente, risolse il problema apprestando alla meno peggio un cartello con su scritto: "Viva il Re".
    Indi lo appese al collo del cinese con la raccomandazione, perentoria e "minacciosa", di girare per Roma sino a sera.
    Ieri è morto l'ultimo dei tre generosi ragazzi e con egli la mia storia da poter raccontare, con un protagonista ancora vivente.

Angelo Squarti Perla
    Ascoli Piceno, 27 giugno 2016
DATA: 28.06.2016
 
ITALIA IN AFFANNO IN UN'EUROPA CHE NON C'E'

editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del piemonte" del 26/06/2016

   “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. Parole di Giovanni Evangelista. Il Verbo. Non i verbali di seggio, anche in queste ultime elezioni manipolati e falsati nella spasmodica gara per il controllo di fallimentari aziende di trasporti locali, di acqua, dei rifiuti, delle fogne. Con seimila anni di saggezza, Simon Perez ci ricorda che il Futuro non è né di destra né di sinistra: è la Scienza. È la meraviglia perpetua del Cantico dei Cantici e dell'Ecclesiaste: testi sublimi che perciò i quotidiani si guardano bene dal proporre ai lettori. Eppure da lì bisogna ripartire. Dalle Idee, dalle Visioni.
   Una nave dal nome greco, emblema dell'Europa Eterna (i Colori, la Forma, il Diritto) ma di proprietà cinese, oggi solca per prima il nuovo Canale di Panama che avvicina l'Estremo Oriente all'Atlantico, centodue anni dopo il taglio dell'Istmo: un'impresa titanica. Suo precedente fu nel 1869 l'inaugurazione del Canale di Suez, a sua volta oggi migliorato senza clamore. Dal Mare del Nord, attraverso il Mediterraneo, l'Europa settentrionale sboccò nel Mar Rosso, alla volta del Golfo Persico e verso India, Cocincina... Era la Grande Europa, prima del suicidio con la nuova guerra dei Trent'anni (1914-1945), che ancora annebbia la vista di duellanti per il nulla. Quando decidessero di pubblicare supplementi davvero pedagogici, i quotidiani potrebbero proporre un Album della stagione “negra” di Francisco Goya, coi duellanti che si ammazzano di randellate mentre affondano nel fango. Così non era l'Italia un secolo e mezzo addietro, quando, nel 1867, entrò nella Comunità Internazionale come Stato sovrano e guardò al Mare Nostrum e al di là di Suez, con pionieri come gli antichi garibaldini Nino Bixio e Giambattista Pirelli che dal salgariano Mare della Sonda procacciavano il caucciù. Genova era ancora la Superba.
   Quell'antica storia è attualissima. L'Italia era Mediterraneo ed Europa, una fucina di Idee, energie, vaticini. Non di chiacchiere propinate da una manciata di vanitosi che, artigliato il dominio su un partito consunto, vogliono farne pedana per il proprio dominio assoluto a tempo indeterminato sull'intero paese. Costoro nulla sanno della Patria, dell'Italia delle Cento Città, che non si rassegnerà mai a subire un altro tiranno, votato da un magro 20% degli aventi diritto.
   Comprendiamo la drammatica afonia del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dovesse mai inviare un messaggio alle Camere a chi lo manderebbe? A un Senato condannato a morte dalla “banda” Renzi-Boschi-Verdini? A una Camera incostituzionale e di transfughi? Questo è il Parlamento che applaudì freneticamente Napolitano quando, rieletto presidente, lo schiaffeggiò con un'arringa subito dimenticata.
   Il vento soffia dove vuole e per ora  non riporta eco del Verbo. Risuonano grevi le parole di Giovanni Evangelista: “La condanna poi è questa: la luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie”. Vanitas vanitatum. Come l'Europa dei Popoli. Mai esistita, perché quest'Europa (un fantasma senza corpo) non ha mai fuso insieme ciò che davvero conta: armi e politica estera. Ha massacrato i Balcani, la Libia, la Siria. Che altro? Con o senza Albione, codesta “Europa” vaga  immemore e senza meta. Altri Popoli di altri Continenti sono già il futuro, anche grazie a imprese italiane, come la Salini Impregilo nel Canale di Panama: realtà ignorate in questa minuscola buro-Italia fatuamente anglicizzante e sempre più in ritardo sul Tempo.
Aldo A. Mola
DATA: 27.06.2016
 
MENTONE E NIZZA ITALIANE: IL CASO MARCELLO FIRPO

MENTONE E NIZZA ITALIANE: IL CASO MARCELLO FIRPOdi Paolo Luca Bernardini, Docente di Storia Europea Moderna e Contemporanea nell'Università dell'Insubria

L’ultimo libro di Giulio Vignoli, L’irredentismo italiano di Nizza e del Nizzardo. Il caso Marcello Firpo (1860-1946) (Settimo Sigillo, Roma, 2015), merita un’attenta lettura, sia per i problemi che esso suscita, di estremo interesse in un contesto indipendentistico, sia questo liberale o nazionalistico (quando le due cose non possono andare insieme), sia naturalmente per l’oggetto della ricerca, il poeta Marcello Firpo, ma soprattutto l’identità italiana, nizzarda, e francese ad un tempo delle località di frontiera di cui si esamina, con grande passione, un destino felicemente, o più spesso, tragicamente, appunto “di frontiera”, che è anche, en gros, qui, destino squisitamente mediterraneo.
E’ un breve libro scritto con vera passione, andando nei luoghi e parlando con le persone (come ogni storico serio dovrebbe fare) e forse, e il perché lo spiego nel paragrafo successivo, con un pochino di ligure e genovese “invexéndo”, splendido termine che secondo il classico dizionario di Giuseppe Olivieri, del 1841, significa: “rimescolamento di persone. E propriamente quell'agitarsi confuso di grande o picciol numero di persone insieme raccolte, e fra loro rimescolantisi per qualche straordinaria occasione, come di feste, o spettacoli, o di popoloso tumulto. Invexendo dicesi pure di quella confusione e tumulto di pensieri che producesi nella mente dall' affollarsi d'idee, di cure che sovragiungano insieme, ad occupar l'animo, o a perturbarlo, dicesi anche Barbaglio.” [...]
DATA: 24.06.2016
 
INTERVISTA AL PRESIDENTE SACCHI SULLA BREXIT: DALLA GB UNA GRANDE LEZIONE DI DEMOCRAZIA


Alessandro SacchiAlessandro Sacchi: «Dalla Gran Bretagna una grande lezione di democrazia»
Brexit, Scrivonapoli ha intervistato il presidente dell'Unione Monarchica Italiana
 24 giugno 2016

di Marco Martone

La Gran Bretagna ha deciso: fuori dalla Ue. Il referendum per la Brexit ha visto la vittoria dei “leave” ovvero dei sostenitori dell’uscita. L’’Europa adesso si interroga su quelli che potranno essere i prossimi scenari, politici ed economici. Scrivonapoli ne ha parlato con Alessandro Sacchi, presidente dell’Umi (Unione monarchica italiana).

Presidente come valuta la scelta della Gran Bretagna?
Territorialità, Nazionalità, Sovranità. Una grande lezione di democrazia dalla nazione che vanta le più antiche istituzioni parlamentari della terra.

Da dove nasce questo suo senso di ammirazione?
La Monarchia inglese garantisce ai cittadini la libertà di scegliere.

E adesso cosa dovremo aspettarci?
Verosimilmente si apre una nuova stagione per l’Europa che, così come sta funzionando non può continuare a funzionare. Perchè non è una Europa degli “uguali”.

Cosa cambia per l’Italia?
Per l’Italia nulla, perché agli italiani non è dato di scegliere nulla….

E dal punto di vista economico?
Ci saranno ripercussioni borsistiche ma va considerato il fatto che la Gran Bretagna non è nell’euro. Quindi niente di destabilizzante. Il segnale, forte, è esclusivamente politico.
DATA: 24.06.2016
   
UN ESEMPIO DALLA “PERFIDA ALBIONE”: EUROPA ADDIO

BrexitIl 23 giugno 2016 l’Inghilterra ci ha dato un bellissimo esempio che speriamo finisca per essere trascinante e travolgente.  
Fino a pochi anni fa, sul problema dell’europeismo il sottoscritto era fermo su posizioni possibiliste.  Ma dopo gli effetti disastrosi dell’aberrante politica “europeista” o meglio “unter deutscher Führung”, mi rendo conto che, ancora una volta, il popolo italiano si vide imporre sulla propria testa, senza essere nemmeno consultato, la cosiddetta “unione europea”.  
Europa: un’utopia bellissima ma semplicemente irrealizzabile.  In realtà, gli unici che vi riuscirono furono i nostri Padri, i Romani: basti pensare che all’epoca di Gesú Cristo, dall’Arabia all’Inghilterra, dallo Stretto di Gibilterra alle selve della Germania, ed in tutto il bacino mediterraneo bastava dire “Civis Romanus Sum”, per ottenere dovunque l’accoglienza che si deve ad un proprio concittadino.
Dapprima Carlo Magno con il Sacro Romano Impero e poi Ottone I Re di Germania, che istituí il Sacro Romano Impero Germanico (durato fino a quando l’usurpatore còrso costrinse Francesco I d’Asburgo, ultimo “Sacro Romano Imperatore Germanico”, a rinunciare al titolo.
Dopo Francesco I, fu la volta di Napoleone di progettare un impero sui generis in tutta Europa (una traccia è rimasta in Svezia, dove l’attuale dinastia regnante discende da uno dei suoi marescialli, Jean-Baptiste Jules Bernadotte).  Tramontato l’astro del còrso, tutta l’Europa tornò divisa tra i vari stati.  In seguito alla disastrosa rotta di Sedan e con la caduta di Napoleone III, venne proclamato Kaiser di Germania il Re di Prussia Guglielmo I.  Ma era l’Impero tedesco, non europeo.  Nel 1876 la Regina Vittoria d’Inghilterra diventava Imperatrice dell’India (ma il dominio in India durò fino al 1947 piú con la resistenza passiva di Gandhi che con gli atti rivoluzionari delle popolazioni sia indú sia pakistane).  
In tutto questo frangente, nel 1936 l’Italia cercò di occupare “un posto al sole” (come si disse allora) con la guerra d’Etiopia.  Fu un’azione che suscitò le ipocrite reazioni di nazioni come l’Inghilterra e la Francia, già ricche di vastissimi possedimenti coloniali, culminate con le famigerate “sanzioni”.  Di queste sanzioni se ne approfittò furbamente Hitler, che con astuta mossa felina, come fa il gatto col topo, iniziò a giocarsi la carta Mussolini.  Il resto è storia.  
Dopo la seconda guerra mondiale – e soprattutto dopo i risultati di quelle forsennate politiche – nacque la cosiddetta “unione europea”: un’idea nata piú a tavolino che non negli animi della gente, delle popolazioni coinvolte.  De Gasperi, in rappresentanza dell’Italia (non di tutta, dato che molte popolazioni del Nord-Est erano state fagocitate senza neppure essere consultate dall’incomodo vicino transadriatico), Schumann, della Francia (faticosamente rimessa insieme dopo la condanna – forse ingiusta – di Pétain ed il trionfo (troppo comodo) di De Gaulle, Adenauer, di parte della Germania, dato che la Germania Orientale era caduta sotto il tallone sovietico, di Spaak, del Belgio e neanche di tutta la nazione, dal momento che non aveva mai fatto mistero delle sue aspirazioni repubblicane, dimenticando di consultare i popoli sotto le loro rispettive amministrazioni, decisero di mettere sulla carta quella pagliacciata firmata a Roma nel 1957 che va sotto il nome di “Patti di Roma”.  
Chi scrive ha avuto modo di trascorrere in Germania Ovest degli anni cruciali (vissi nell’agosto 1968 il dramma della vicina Cecoslovacchia, nonché il “cambio della guardia” dalla “Große Koalition” al governo filosovietico di Willy Brandt) e con la gente che frequentai notai una forte xenofobia nei confronti degli stranieri (in alcuni locali, ma fortunatamente in pochi, c’erano cartelli con vistosi caratteri cubitali: Vietato l’ingresso a… seguivano le varie bandiere: in primis il tricolore italiano, quella greca, spagnola).  Se io riuscii a superare quei tabú, fu un po’ perché giocai d’astuzia, un po’ per la mia conoscenza del tedesco, che, modestia a parte, superava quella media degli stessi tedeschi (a volte mi sentii dire che “parlavo come un libro stampato”).  
Oggi a che punto siamo arrivati?  Tutti i problemi della UE si limitano alla lunghezza degli ortaggi, ad imporre a noi italiani i prodotti agricoli di altri paesi, indubbiamente piú scadenti, qualitativamente poveri di vitamine e di proteine, igienicamente meno raccomandabili.  Inoltre ci impongono leggi estranee alla natura ed alle nostre leggi, imponendoci “religioni” nemiche della nostra Fede, e rivelandosi, in ultima analisi, i prosecutori della folle politica razzistica perseguita dall’imbianchino di Monaco.
Vogliamo finalmente imparare la lezione?
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
DATA: 24.06.2016
 
ROMANIA: LA REPUBBLICA VUOLE ISTITUZIONALIZZARE LA FAMIGLIA REALE. MA...

Margherita di RomaniaGiovedì 23 giugno 2016 il Governo di Bucarest ha pubblicato una proposta di legge intitolata “Legge riguardante la Casa Reale di Romania”. Nella prima sezione si ricorda l’importanza della Casa Reale e anche il ruolo pubblico da essa svolto nella società di oggi, ma si sottolinea il fatto che la Casa Reale attualmente non goda di una personalità giuridica propria e che questa condizione sia fonte di complicazione per i rapporti con le diverse Istituzioni. Il disegno di legge propone quindi il riconoscimento giuridico della Casa Reale e il riconoscimento del Capo della Casa Reale come una vera e propria autorità pubblica al quale verrebbe affidato il compito di redigere un nuovo Statuto che regolamenti le attività e l’esistenza della Casa Reale stessa. Nella proposta si stabilisce che il Palazzo Elisabetta di Bucarest, attuale residenza romena del Re Michele di proprietà dello Stato, dovrebbe essere legato alle attività della Casa Reale non solo come abitazione privata. Si propone anche di avere un servizio amministrativo della Reale Casa con personale pagato dallo Stato e il diritto di utilizzare gratuitamente il Palazzo Elisabetta come sede di rappresentanza della Real Casa, cosa che oggi viene fatto in maniera più che altro simbolica con qualche ricevimento. Il disegno di legge vorrebbe istituire anche un iter legislativo di riconoscimento del Capo della Real Casa, il quale sarà tenuto a mandare ogni anno un resoconto delle proprie attività al Parlamento.
La proposta di legge sottolinea ovviamente il rispetto della Costituzione romena, ribadendo che la Costituzione stessa non riconosce dei privilegi alla Famiglia Reale e che la forma istituzionale repubblicana non è messa in discussione. Il Capo della Real Casa di Romania dovrebbe essere riconosciuto con un pronunciamento dei due rami del Parlamento, dopodiché il Capo della Real Casa potrà redigere lo Statuto della Real Casa nel quale verranno stabiliti i metodi per designare in futuro il Capo della Famiglia Reale.
La proposta contiene undici articoli suddivisi in cinque capitoli:
Capitolo 1 - Real Casa di Romania;
Capitolo 2 - Il Capo della Real Casa di Romania;
Capitolo 3 - Il patrimonio della Real Casa di Romania;
Capitolo 4 - Il servizio amministrativo della Real Casa di Romania;
Capitolo 5 - Disposizioni transitorie e finali.
Questo progetto di legge è frutto delle trattative tra la Famiglia del Re Michele, guidata oggi da S.A.R. la Principessa Margherita, e il Governo. È stato già presentato anche ad alcuni leader politici e si è già acceso il dibattito pubblico sull’opportunità o meno di discuterne in Parlamento.
La reazione di alcune personalità monarchiche e associazioni non è stata favorevole a questo innovativo progetto, soprattutto perché iDoina Cornea monarchici temono che con questa legge, diventando la Casa Reale a tutti gli effetti un’istituzione che dovrebbe rendere conto alla repubblica, il ritorno alla Monarchia venga definitivamente affossato. In una petizione promossa dal movimento per il Regno e la Corona e da tanti Club monarchici si chiede al Presidente della repubblica, al Governo e ai partiti politici di non realizzare “l’istituzionalizzazione repubblicana” della Real Casa. Con la petizione si sottolinea che il punto di riferimento per lo Statuto della Real Casa debba rimanere la Costituzione del 1923 e si chiede anche a S.A.R. la Principessa Margherita di “stare lontana da questo dono avvelenato”. Si pensa che questo progetto “abbia come scopo l’annichilimento definitivo della Monarchia e il sacrificio di tutti quelli che hanno dedicato la propria vita per il Paese e per il Re”. Questa petizione ha come prima firmataria Doina Cornea (foto a destra), anziana donna simbolo nazionale della lotta contro il comunismo durante il regime di Ceausescu. Anche la nota giornalista Marilena Rotaru, leader del movimento per il Regno e la Corona, ovviamente è tra i firmatari.
Basatosi probabilmente sul modello montenegrino, questo progetto di legge è certamente molto ben visto a Palazzo Elisabetta ma rischia di generare nuove incomprensioni e malintesi fra i monarchici tradizionalisti romeni e la figlia primogenita del Re. Il ritorno alla Monarchia auspicato dalla petizione come soluzione migliore per la Romania, pur avendo attualmente un 30% di consenso popolare secondo i sondaggi, non è così prossimo. Non si può ipotizzare come reagiranno i romeni quando il Re Michele, che rimane il punto di riferimento dei monarchici, non ci sarà più. Il terrore è che le divisioni causate dalla questione dinastica e la contrarietà manifestata anche sulla discussione di questa proposta di legge potrà affievolire il vento favorevole alla Monarchia che ha soffiato negli ultimi anni. Nei prossimi mesi avremo una risposta ma non dobbiamo dimenticare che alla fine di quest’anno ci saranno anche le elezioni politiche e i politici saranno molto attenti alle reazioni dell’opinione pubblica a riguardo.




DATA: 24.06.2016
 
TURATE (CO): IL MOVIMENTO NAZIONALE ISTRIA FIUME DALMAZIA INAUGURA UNA SEDE PRESSO LA CASA MILITARE UMBERTO I

TURATE (CO): IL MOVIMENTO NAZIONALE ISTRIA FIUME DALMAZIA INAUGURA UNA SEDE PRESSO LA CASA MILITARE UMBERTO ISabato 11 giugno 2016 è stata inaugurata la Sede di rappresentanza del Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, presso la prestigiosa e storica Casa Militare Umberto I di Turate (Co) – nell’ambito del 117° anno della sua  fondazione -  L’inaugurazione si è svolta alla presenza del Sindaco Sig. Alberto Oleari, del Presidente della FederEsuli Dott. Antonio Ballarin, che ci ha onorato della sua presenza, del Presidente della Casa Militare Dott. Dario Frattini, del Presidente del Comitato A.N.V.G.D. di Como Sig. Luigi Perini, il Parroco Don Maurilio Frigerio, ha impartito la benedizione. Erano presenti all’evento numerose personalità: il Dott. Gen. Antonino Sequenzia, fratello della compianta Presidente del Movimento N.I.F.D. Prof.ssa Maria Renata Sequenzia, alla quale è stata dedicata la Biblioteca realizzata all’interno della stessa Sede di rappresentanza, Il Gen. Cesare Di Dato è stato nominato Presidente Onorario. Il Dott. Claudio Beccalossi, Presidente del Movimento N.I.F.D. e il Segretario Generale Romano Cramer hanno espresso il più vivo ringraziamento al Presidente della Casa Militare, all’esule di Zara Mario Marcuzzi, al Coordinatore regionale del Movimento Alfredo Punzi e a tutti i volontari che  si sono prodigati per la realizzazione della Sede, agli stessi sono stati consegnati gli attestai di merito.
Il Presidente della FederEsuli Ballarin si è complimentato per la realizzazione della nuova Sede di Rappresentanza ed ha espresso l’importanza della presenza nel territorio di piccole realtà, fondamentali per mantenere vivo il ricordo della tragica storia dei nostri confini orientali e per la diffusione della cultura e storia giuliano-dalmata.
La Segreteria del Movimento N.I.F.D.
DATA: 20.06.2016
 
IL VOTO PER LA REPUBBLICA E I PRIGIONIERI DI GUERRA

Prigionieri italiani in RussiaA proposito dei vari commenti di questi giorni circa la monarchia e la Repubblica, vorrei intervenire solo per una notizia sul referendum. In effetti le elezioni non si potevano tenere all’epoca perché mancava un folto gruppo di prigionieri di guerra rimasti in Russia e finalmente rimpatriati in Italia nel 1954. Posso testimoniarlo poiché a capo del gruppo c’era mio zio ( fratello di mio padre), il generale d’artiglieria Nicola Russo, medaglia d’onore al Valor militare, che — oltre alla guerra — dovette fare anche ben 11 anni di prigionia in Russia. Quando i nostri militari tornarono in Italia, solo da pochi mesi avevano saputo che il re in Italia non c’era più. Questa è solo una semplice constatazione di quando le leggi non vengono rispettate.
Erina Russo de Caro
Cara Signora,
Sul referendum del 1946 e sulla validità dei suoi risultati esiste ormai una lunga scia di studi e indagini che non smette di arricchirsi con nuove analisi. L’ultima è in un libro apparso in questi giorni preso Bastogi- Libri e intitolato Il Referendum monarchia-Repubblica del 2-3 giugno 1946. Come andò davvero?. L’autore è Aldo A. Mola, uno storico, noto tra l’altro per i suoi lavori sulla massoneria, che confessa orgogliosamente i suoi sentimenti monarchici. L’introduzione è di Maria Gabriella di Savoia, secondogenita di Umberto II, una principessa che rivendica con passione il ruolo della sua casa nella storia nazionale.
Il libro di Mola è una requisitoria. L’autore ha perlustrato dozzine di archivi per documentare i brogli e le astuzie a cui i partigiani della Repubblica sarebbero ricorsi per vincere la partita. Non crede alla tesi della grande frode, ma ritiene che i risultati siano stati modificati da un numero considerevole di scorrettezze: elettori privati del diritto di votare, sezioni che mancano all’appello o inviano a Roma un numero di schede inferiore a quello degli elettori. Mentre la figlia di Umberto parla di «falsificazione» e sostiene che il voto per la Repubblica fu «minoritario», Mola scrive anzitutto che il divario fra i due campi sarebbe stato diverso se la Corte di cassazione, anziché calcolare le rispettive percentuali sul numero dei voti validi, le avesse calcolate sul numero dei votanti. Questo non significa che la monarchia avrebbe vinto. Significa tuttavia, sempre secondo Mola, che il divario fra vincitori e vinti non sarebbe stato di circa due milioni, ma di 250.000.
Questa constatazione lo induce a riaprire la questione di quei prigionieri di guerra che nel giugno del 1946 non erano ancora rientrati dalla prigionia; 350.000, secondo Mola, e non tutti dall’Unione Sovietica. È possibile che molti di essi avrebbero votato per la Repubblica, ma la loro assenza lascia un’ombra sulle procedure che accompagnarono la nascita dello Stato repubblicano. Al di là del conteggio dei voti, tuttavia, il fattore decisivo, per la vittoria della Repubblica, fu la partenza di Umberto il 13 giugno. Lealmente il monarchico Mola riconosce che «la monarchia in Italia finì in quel momento».
Sergio Romano
DATA: 13.06.2016
 
IL COLORE DEGLI ITALIANI? VERDI DI SPERANZA O DI RABBIA?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 12/06/2016

Ma che colore hanno gli Italiani? E com'erano prima di indossare la “camicia nera”? Sulla lunga distanza essi risultano un “caleidoscopio cromatico” secondo Maurizio Ridolfi, autore di La politica dei colori. Emozioni e passioni nella storia d'Italia dal Risorgimento al ventennio fascista (Le Monnier). La “roba” si cambia alla svelta, la pelle no. Gli italiani l'hanno coriacea. Inspessita in millenni di trionfi e di servitù. Un po' come quella degli inglesi, che (ma non tutti lo sanno) sarebbero nostri “cugini”. Infatti, secondo Brunetto Latini (che nella Divina Commedia il suo allievo Dante Alighieri mette all'inferno tra i peccatori “contro natura”) il troiano Enea ebbe due figli: Silvio, che si stanziò nel Lazio, e Bruto, che andò a dare nome alla Bretagna. Da lui discese “il buon re Artù”, quello della Tavola Rotonda: dai commensali inquieti e a gambe divaricate, sempre con un piede dentro e uno fuori dalla Vecchia Europa.
Neppure il fascismo fu monocromatico. Il nero degli squadristi e poi della Milizia volontaria di sicurezza nazionale venne ravvivato con distintivi luccicanti e con i colori vividi delle sciarpe di Sansepolcrista, “Marcia su Roma” e altre benemerenze. Poi nel partito entrarono, alla pari, le Camicie azzurro Savoia dei Nazionalisti, affiancati dai “Sempre pronti” (decisi anche allo scontro fisico coi fascisti). Non solo. Le grandi parate del ventennio, dall'Altare della Patria in Roma ai Sacrari militari (Aquileia, Redipuglia...), non furono affatto “in nero”. Ebbero i colori dell'Esercito, della Marina e, quando assunse veste definitiva, dell'Aeronautica. Dominante rimase comunque il tricolore adottato nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, e difeso strenuamente da Vittorio Emanuele III contro i tentativi di Mussolini di incastonare il fascio littorio accanto allo Scudo Sabaudo: un colpaccio che al Duce riuscì per gli emblemi degli Enti locali, non per quello dello Stato.
D'altronde il Ventennio fu monocorde solo nella fiaba schematica del regime che, invece, procedette a zig-zag, cambiando decine di ministri nei posti chiave (Interno, Esteri, Guerra e soprattutto Economia Nazionale) e oltre 160 sottosegretari di Stato. Il liberismo originario di Alberto De Stefani non è la stessa cosa del corporativismo; tra Alberto Beneduce (socialista, massone, ideatore e presidente dell'IRI) e l'autarchia vi è un abisso incolmabile dal punto di vista dottrinale e fattuale. Qual è dunque il nerbo dell'“Invenzione della Patria” narrata da Fabio Finotti in Italia (Bompiani)? Secondo lui la Patria “non è un'idea platonica e metastorica, e neppure un dato naturale e immutabile dell'esistenza umana” ma “assume forme diverse a seconda dei luoghi e dei periodi”. I patrioti fanno la Patria, ma la Patria non deve dimenticarli. Se lo Stato ignora gli Statali si mette all'incanto, come accadde all'imperatore romano Publio Elvio Pertinace: non pagò quanto aveva promesso ai pretoriani  che lo avevano eletto e ne venne accoppato (193 d. Cr.).
Messa alle spalle la litania di chi (come Emilio Gentile) da decenni ripete che dal 28 ottobre  1922 “fu subito regime”, si apprezzano letture innovative. Mentre pullulano riedizioni di classici (è il caso del Mussolini di Renzo De Felice curato da Francesco Perfetti per “Il Giornale”), Massimo Luigi Salvadori propone Democrazia. Storia di un'idea tra mito e realtà (Donzelli), Giuseppe Bedeschi perlustra la Storia del pensiero liberale (Rubbettino) e Luciano Pellicani allarga l'orizzonte con L'Occidente e i suoi nemici (Rubbettino): ripetizione dell'antico conflitto tra Sparta e Atene, tra un sistema ideologico militare chiuso e la “democrazia” di Pericle, fondata sul culto della bellezza e del pensiero. Bisogna ricordarsene mentre ancora una volta “Annibale è alle porte”, come argomenta Maurizio Molinari, direttore di “La Stampa”, in Jihad (Rizzoli).
Invero il “mondo” - che sembra rimpicciolito dopo l'11 settembre 2001, con la crisi finanziaria esplosa nel 2008 e il terrorismo politico-religioso dilagante - apparve nelle sue reali dimensioni sin dalla Grande Guerra e dalle sue devastanti conseguenze. L'olocausto armeno riproposto da Alberto Rosselli (ed. Mattioli 1885), già noto nella sua raccapricciante realtà, fu messo tra parentesi perché subito scomodo, come rimane l'ecatombe di tedeschi attuata nel 1945-1946 dall'Armata Rossa di Stalin, sotto lo sguardo indifferente degli anglo-americani, i quali rimasero a ciglio asciutto pure dinnanzi alla documentazione incontrovertibile di quanto avveniva nei lager nazisti. A voltar pagina, a puntare verso un'Europa meno accecata dall'odio mirarono invece uomini armati di fede e di pazienza, come monsignor Agostino Casaroli, Appassionato tessitore di pace (Libreria Editrice Vaticana), bene informato sulla tragedia della “chiesa del silenzio” in quell'“Europa Orientale” che cominciava dal Veneto, come documenta Luciano Monzali nel poderoso volume Gli italiani di Dalmazia e le relazioni italo-iugoslave nel Novecento (Marsilio): una tragedia precorsa dalla lugubre vicenda approfondita da Matteo Forte in Porzus e la resistenza patriottica (Luni).
Le opere citate sono alcune della falange di 220 volumi presentati all'edizione 2016 del Premio Acqui Storia dallo stuolo di Case Editrici grandi, piccole e “di nicchia” (perciò custodi di gioielli), antiche e recentissime. I numeri dei concorrenti e dei loro editori sono un dato inoppugnabile. Quando, un decennio addietro, la sua guida venne affidata a Carlo Sburlati, clinico e saggista poligrafo, alcuni profeti di sventura ne vaticinarono l'irreversibile declino. Pier Angelo Taverna, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, suo principale sponsor, attese i fatti. E questi sono ostinati: gli aspiranti all'inclusione nelle cinquine dei finalisti delle sue tre sezioni (scientifica, divulgativa e romanzo storico: quest'ultima ideata da Sburlati) sono saliti dai 25-30 delle edizioni d'antan a un centinaio e ora superano appunto le due centinaia: opere disparate e coraggiose, come l'intrigante saggio di Luciano Canfora su Tucidide: la menzogna, la colpa, l'esilio, i 500 giorni di Napoleone dall'Elba a Sant'Elena di Luigi Mascilli Migliorini (entrambi ed. Laterza) e le 1500 pagine di Enrica Garzilli su L'Esploratore del Duce. Le avventure di Giuseppe Tucci e la politica italiana in Oriente da Mussolini a Andreotti (Asiatica Association).
A polemiche settarie hanno risposto non solo le decisioni finali delle giurie, sempre serene  e argomentate, come si addice al più prestigioso premio storiografico italiano, ma anche i nomi degli storici inclusi tra i Testimoni del Tempo o destinatari del Premio alla Carriera: Roberto Vivarelli e Giuseppe Galasso, per stare alle ultime due edizioni. Un cammino, il loro, calcato da studiosi dal passo cadenzato, come Gianni Marongiu, autore del formidabile volume su La politica fiscale nell'età giolittiana (Ed. Olschki), e Domenico Fisichella che, terminata la trilogia sull'Italia dal “miracolo del Risorgimento” all'età liberale e a quella tra dittatura e monarchia (l'età della Diarchia, ancora ignota ai più), torna su Totalitarismo. Un regime del nostro tempo (ed. Pagine), un'opera che fonde dottrina politica, pensiero giuridico e storia per liberare dalle confusioni concettuali accumulate dal secondo dopoguerra, quando (è il caso di dire) si fece di tutta l'erba un fascio.
L'ampio ventaglio di candidati al Premio aiuta a rispondere ai suggestivi quesiti di Maurizio Ridolfi sul colore degli italiani. Sulla fine Settecento, per iniziativa di Luigi Zamboni (che egli ricorda) e di Giò De Rolandis (che non cita) essi si dettero la coccarda tricolore, ma (come dichiarò De Rolandis sotto tortura pontificia), “per non fare la scimmia dei francesi”, sostituirono il blu della bandiera straniera con il verde. E lì, va detto, cominciarono i guai perché (a differenza di quanto scrive Ridolfi) il verde non è affatto un colore primario ma nasce dalla mescolanza del blu (distintivo della monarchia) e del giallo (proprio del papato). Nella Bologna del Cardinal Legato senza pensarci e certo senza volerlo erano giù in nuce i Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929? Ridolfi addebita il “caleidoscopio cromatico” degli italiani al continuo “scivolamento” di un colore dall'uno all'altro partito e/o movimento o, aggiungiamo, semplicemente nell'“uso” e nell'abuso. Basti constatare che in tempi andati ci si divideva in bianchi (o azzurri) e rossi, mentre ora, per esempio, i colori del Partito democratico e di Forza Italia sono assolutamente identici. Di lì l'“invenzione” di tinte non da corteo ma da processione, non da comizio ma da merenda fuori porta, per una Patria scolorita e sciapa, malgrado le calze verdi ora imposte alle donzelle dell'Alitalia, ex compagnia di bandiera di un Paese che fu. Ora verde di rabbia più che di speranza.
Aldo A. Mola (*)
(*)Vicepresidente vicario (eletto) della Giuria  del premio Acqui Storia, sezione scientifica, Presieduta da Maurilio Guasco, questa è formata da Marco Barberis, Massimo de Leonardis, Mauro Forno, Mola, Gianni Oliva, Giuseppe Parlato, Francesco Perfetti e Gennaro Sangiuliano.
DATA: 13.06.2016
 
2 GIUGNO 2016, 70° DEL REFERENDUM ISTITUZIONALE: RASSEGNA STAMPA

In occasione del 70° anniversario del referendum Istituzionale tra Monarchia e repubblica molti giornali hanno dato spazio all'U.M.I. e alla visione dei monarchici. In questa pagina riproponiamo alcuni tra gli articoli più significativi. Addirittura, prima volta nella storia recente, una troupe del TG1 è intervenuta alla manifestazione organizzata dall'U.M.I. il 28 maggio presso l'Hotel Massimo d'Azeglio di Roma.

DATA: 08.06.2016
   
L'IMMENSA MATASSA DI BROGLI E PASTETTE CHI VINSE DAVVERO AL REFERENDUM DEL 2-3 GIUGNO 1946?

tratto dal "Il Giornale del Piemonte" di domenica 5 giugno 2016
in occasione del Settantesimo del  2-19 giugno 1946

    Il 2 giugno è trascorso sottotono. Sarà la vigilia delle votazioni, sarà il tempo incerto, sarà che i cittadini sono stufi di annunci e di promesse, di proclami e di esortazioni. Sarà che sul cambio istituzionale del giugno 1946 ancora gravano dubbi e ombre tuttora senza risposte chiare. Documenti alla mano, ne scrive il nostro editorialista.
FuBa

di Aldo A. Mola

L'IMMENSA MATASSA DI BROGLI E PASTETTE CHI VINSE DAVVERO AL REFERENDUM DEL 2-3 GIUGNO 1946?Le votazioni: imbrogli bene ordinati
  Le votazioni sulla forma dello Stato (referendum) e l'elezione dell'Assemblea Costituente    iniziarono la mattina del 2 giugno 1946 e si protrassero sino alle 12 del 3. Gli scrutini dovevano chiudersi entro 48 ore. Lo spoglio iniziò dalle schede del referendum, più semplice e con meno contestazioni rispetto alla votazione della Costituente, che vide in lizza 51 partiti (dai nomi e dai simboli fantasiosi, incluso l'Asinello del Movimento Lavoratori Indipendenti), 32 dei quali collegati al Collegio Unico Nazionale. Inizialmente la monarchia risultò in vantaggio, come la mattina del 4 il presidente del Consiglio dei Ministri, De Gasperi, comunicò al ministro della Real Casa, Falcone Lucifero. Lungo il giorno i dati furono aggiornati col contagocce. Nelle Memorie Romita narrò di aver affrontato la notte peggiore delle sua vita. La monarchia rimaneva in vantaggio. Tuttavia proprio tra il 4 e il 5, “la notte degli imbrogli”, la repubblica balzò inaspettatamente in testa. Lo storico Franco Bandini ha narrato che, per avere dati in anteprima, il “Corriere della Sera”, nella cui redazione lavorava, aveva assoldato i bidelli delle scuole milanesi adibite a seggi. In cambio di una modesta mancia, essi comunicarono i risultati a scrutini appena conclusi. Così la sera del 4 al “Corriere” si seppe che anche a Milano la monarchia era in testa. Scuro in volto, il direttore Mario Borsa, esponente del partito d’azione e fiduciario del CLN, si chiuse nel suo ufficio. Il 5 mattina l’ultima pagina del quotidiano annunciò la vittoria della repubblica. Un anonimo cronista vi narrò che alle due di notte Romita aveva informato Togliatti, ministro della Giustizia: scrutinati 20 milioni di schede, la repubblica stava vincendo. Togliatti dichiarò al “Corriere”: “Avevamo un solo scopo, quello di fare la repubblica”. Previde la vittoria con uno scarto di due milioni di voti perché “negli ambienti di sinistra si considera che il 10% dei democristiani ha votato per la repubblica”. La somma delle parole sue con quelle di Romita hanno alimentato la leggenda sulla Grande Frode: due milioni di voti estratti da un misterioso “cassetto” e buttati sulla bilancia della storia. Ne hanno scritto tanti, con elucubrazioni fantasiose. Se mai fosse avvenuto, quel gigantesco broglio avrebbe avuto conniventi  centinaia di persone. Qualche traccia e/o rivelazione ne sarebbe affiorata in un paese incapace di riserbo, corrivo a vendere ricordi a destra e a manca. In realtà  il mito della Grande Frode fece comodo alle sinistre: diceva che essi sono capaci di tutto e servì a terrorizzare i loro avversari; ma fu di conforto anche ai monarchici per giustificare a se stessi la propria sconfitta. La generalità degli “storici” si è fermata sulla soglia della partita conclusiva: il conteggio finale di tutti i voti espressi (incluse le schede bianche, nulle e contestate) chiesta dal presidente della Corte suprema di Cassazione, Giuseppe Pagano, il 10 giugno per il 18 seguente. Nel suo saggio  2 giugno 1946.La battaglia per la Repubblica (ed. dal “Corriere della Sera” lo scorso 1 giugno), con errori e lacune e scritto con inchiostro velenoso nei confronti di Vittorio Emanuele III, anche  Dino Messina chiude gli occhi sull'immensa documentazione sui giorni conclusivi, il 2-17 giugno.
   Senza attendere né verifiche né conferme, dalla mattina del 5 giugno  i quotidiani d’informazione annunciarono la vittoria della repubblica. Subito Umberto II invitò la regina Maria José a lasciare il Quirinale per Napoli e salpare con i figli verso Lisbona sullo stesso incrociatore “Duca degli Abruzzi” appena rientrato da Alessandria d’Egitto, ove aveva portato Vittorio Emanuele III e la regina Elena: una decisione che a molti monarchici parve una resa prima della battaglia finale. Alle 10,30 dello stesso giorno Umberto II ricevette De Gasperi e il sottosegretario alla presidenza, on. Giulio Andreotti, ventiseienne. De Gasperi si dichiarò “dolorosamente sorpreso” del risultato, ma al socialista Nenni fece notare invece orgogliosamente che il suo Trentino era fra le province in vetta per preferenze repubblicane. Egli stesso l’aveva votata.
Dal 6 il Re iniziò al Quirinale il mesto rito degli addii. Il 7 andò in udienza privata da Pio XII.
Che cosa avrebbero fatto gli anglo-americani dinanzi alla ipotetica insurrezione dell’estrema sinistra, appoggiata da truppe jugoslave di Tito, contro la decisione di Umberto II di temporeggiare? Non sarebbero rimasti a guardare. Secondo l’ammiraglio Robert Dennison, comandante della portaerei “Missouri”, quando il presidente Harry Truman fu informato che il dittatore comunista della Jugoslavia Tito si preparava ad attaccare militarmente Trieste stava giocando a carte. Senza neppure alzare gli occhi, egli sibilò: “Dite a quel figlio di puttana che dovrà farsi strada a fucilate”. A parte i comunisti jugoslavi, su quali forze effettive contavano le sinistre estreme? La minaccia di un loro assalto armato al potere non ha seri fondamenti ma trovò credito. Fu un eccellente alibi per tante piccole “rese senza condizioni”, per una serie di viltà.

Il caos della verifica dei voti: un referendum nullo?
Dall’8 giugno 1946 i verbali redatti dagli Uffici elettorali circoscrizionali insediati presso le Corti d’Appello affluirono all'Ufficio elettorale centrale. Ai plichi si aggiunsero sacchi di verbali dei singoli seggi, registri dei voti e montagne di ricorsi. Un’alluvione di carte inviate con auto, furgoni, voli speciali e scaricate in fretta e furia. Plichi e sacchi passarono di mano in mano, talora alla rinfusa. Era fatale che alcuni perdessero ceralacca, piombi e cordicelle e risultassero infine aperti. Tutto scontato e accettabile, se l’esito fosse stato netto e chiaro dall’inizio, in un senso o nell’altro. Ma così non fu.
Nella seduta delle ore 18 di lunedì 10 giugno il presidente della Corte suprema di cassazione, Giuseppe Pagano, fece enumerare i risultati a quel momento accertati e li comunicò. Mancavano quelli di 114 sezioni (in realtà provvisori in realtà erano migliaia). Rinviò la seduta al 18 seguente, ultimo giorno consentito dal DLL per l'annuncio finale. Non era affatto disposto a fare da killer della monarchia, né, meno ancora, da stuoino di Togliatti. Avvertì che avrebbe comunicato anche il numero delle schede bianche e nulle, il cui computo sino a quel giorno rimaneva ignoto. Bisognava rifare tutti i conti, mentre incombevano 21.000 ricorsi sugli esiti di altrettanti seggi e quelli sulla legittimità stessa del referendum appena celebrato.
Accanto alla “partita politica” si aprì quella legale per conferire dignità formale all’esito del referendum. Per un paio di giorni la questione fu rovente. Come ha documentato Aldo G. Ricci nell'edizione dei Verbali del Consiglio dei ministri (10 volumi in 13 tomi), la disputa rese incandescenti le riunioni del governo. Nella seduta dello stesso 10 giugno, il democristiano Giovanni Gronchi riferì d’aver accertato che in molti verbali mancava l’indicazione dei votanti. Dal canto suo Togliatti ammise che i ricorsi potevano “anche richiedere l’esame delle schede che, tra l’altro, non sono qui (a Roma n.d.a) e forse sono distrutte”. Aggiunse che non era possibile indicare le schede nulle. Infatti, i moduli per la raccolta dei voti comprendevano due sole voci: monarchia e repubblica. Perciò, egli concluse, “non si può parlare di 400-500.000 schede nulle”. Per venirne a capo, su mandato di Togliatti il magistrato Saverio Briganti guidò duecento funzionari e impiegati del ministero della Giustizia a sbrogliare il gomitolo dei ricorsi e, soprattutto, del ricalcolo dei voti.

Il fondo Suprema Corte di Cassazione conservato all'Archivio Centrale dello Stato documenta le migliaia e migliaia di brogli, pasticci, proteste sollevate sin dal 2-3 giugno e la concitazione delle verifiche: fra il 12 e il 17 giugno le somme vennero fatte e rifatte. Su fogli malamente predisposti, con un tratto di penna o di matita vennero separate le caselle R(epubblica) e M(onarchia) e si fece spazio al numero delle schede nulle (non furono previste caselle per bianche, contestate e non assegnate). Un brogliaccio annotò l'ora di avviamento dei dati finali alle macchine calcolatrici e della loro restituzione, senza alcun ordine razionale, man mano che affluivano all'apposito filtro. Sulle strisciate delle calcolatrici furono effettuate laboriosissime somme, annotate a matita. I documenti più impressionanti sono però i verbali degli Uffici circoscrizionali. Se ne evince che il 17 giugno mancavano i dati esatti di migliaia di sezioni (o perché non pervenuti o perché contestati), anche dell'Italia centro-settentrionale e del Trentino del democristiano De Gasperi, che in Umberto II vedeva il discendente di Vittorio Emanuele II, usurpatore dello Stato Pontificio, il nipote del “libertino” Umberto I e il figlio dell'agnostico Vittorio Emanuele III.

La ratifica del colpo di Stato
Se l'Italia aveva votato con un certo ordine, lo scrutinio e la verifica dei verbali avvenne nel caos. In seduta notturna il governo proclamò la vittoria della repubblica e dichiarò festivo martedì 11. Ma nessuno lo seppe  né se ne valse. Dinnanzi alla prevaricazione del governo molti cittadini si mossero nella convinzione che la Corona non è patrimonio esclusivo del sovrano bensì costituisce l’anello del patto statutario tra il Re e la nazione. I cittadini difendono le istituzioni anche senza sollecitazioni del sovrano (potrebbe essere assente, fisicamente impedito, insano di mente, di minore età, prigioniero...). Perciò dal 10 giugno iniziarono manifestazioni di massa di monarchici militanti, convinti di interpretare la volontà inespressa del Re e, comunque, di dire la loro dinnanzi alla storia. A Napoli dettero miccia per lancio di bombe a mano, colpi d’arma e scontri tra forze dell’ordine e popolani. Si contarono morti e feriti, recentemente liquidati da Napolitano Giorgio come “popolino monarchico isterizzato”.
Alle 0.30 di giovedì 13 giugno il governo conferì al presidente del Consiglio le funzioni di capo dello Stato. Dopo una notte convulsa, scartate altre opzioni, Umberto II decise di lasciare il suolo patrio senza riconoscere il “fatto compiuto”, attuato in violazione della legge, né, quindi la proclamazione dei risultati.  Alle ore 17 di martedì 18 giugno la Suprema Corte tenne l’attesa seduta per la pronuncia sul ricorso fondamentale. Il Procuratore Generale, Massimo Pilotti, spiegò che per “votanti” s’intende, come tutti sanno, quanti si recano ai urne. Si contano sulla base delle schede votate, incluse bianche, nulle e contestate. Messa ai voti, la sua conclusione venne approvata da sei  giudici e respinta da 12. Per ultimo, il presidente Pagano scandì: “Io voto in conformità dell’avviso espresso dal Procuratore generale”. Votò secondo ragione. La salvaguardia della propria dignità ebbe la meglio su ogni preoccupazione di carriera.

L'ombra lunga della vittoria troppo risicata.
Il giorno dopo uscì il n. 1 della “Gazzetta Ufficiale” della Repubblica italiana. Fino al giorno prima tutti gli atti pubblici continuarono a essere emessi in nome del Re. Posto che sia da festeggiare, la Repubblica non nacque il 2 ma il 19 giugno: col consenso del 54% dei voti validi, del 50% dei votanti e del 45% degli elettori.   
La pronuncia della Corte suprema di cassazione rese irrilevante ogni ulteriore contestazione: sarebbe stato facile documentare errori e brogli piccoli e grandi per almeno 250.000 voti, provando così la nullità del referendum. Però nessun Paese può rimanere troppo a lungo sulla graticola della scelta istituzionale senza bruciarsi irrimediabilmente. Fu Umberto II a recidere il nodo con la partenza dal suolo patrio. Lasciò l’Italia da Re, fiducioso del rispetto della legalità. Invece la  Costituente, a colpi di maggioranza, criminalizzò Casa Savoia (i re e i loro discendenti maschi vennero condannati all'esilio) e chiuse in un ghetto undici milioni di voti di monarchici piegati alla pax republicana, discriminati, irrisi da quanti non capiscono che essi erano tutt'uno con la grande storia d'Italia. Infine la Repubblica si blindò con 'art. 139 della Carta esclude la revisione costituzionale della forma dello Stato.
Alla morte Umberto II volle con sé i Sigilli Reali, ma non chiuse nel feretro la monarchia. Come insegnò il principe dei giuristi costituzionalisti repubblicani, Giandomenico Romagnosi, “ogni generazione ha diritto di darsi la forma di Stato che preferisce”. La Repubblica ha per emblema un ghirigoro di difficile interpretazione, nato da un modesto bozzetto dell'incisore Paolo Paschetto già apprezzato da Benito Mussolini, ed è tuttora è priva di un inno nazionale. Nata minoritaria, vive in affanno, divisa come non mai, lontana dalle speranze aperte il 14 marzo 1861. L'Italia merita sorti all'altezza della sua storia. A ottobre i suoi cittadini saranno chiamati a difendere la Carta stravolta da una maggioranza parlamentare esigua e raccogliticcia. Per quanto paradossale, anche tanti monarchici si batteranno per conservare questa Costituzione, che ha tanti difetti ma almeno su un principio è chiara: la sovranità appartiene al popolo, quello che votò le annessioni del 1848-1870 e che il 2-3 giugno 1946 andò alle urne per decreto firmato da Umberto di Piemonte, Luogotenente del regno d'Italia. (*)
Aldo A. Mola
(*) La documentazione analitica dei brogli e del caos nel quale avvenne la “verifica” dei verbali fra il 13 e il 17 giugno 1946 è in Aldo A. Mola, Il referendum monarchia-repubblica del 2-3 giugno 1946, pref. di Maria Gabriella di Savoia (Ed. Bastogi Libri, 2016).
DATA: 08.06.2016

DATA: 07.06.2016

2 GIUGNO, UNA FESTA CHE GLI ITALIANI NON SENTONO PIU’

Quando leggerete questa nota, la “festa” della repubblica sarà già passata ma avrete avuto modo di confutare quanto qui scritto.
Si nota, ormai da anni, come le celebrazioni di tale ricorrenza catturino sempre meno l’attenzione pubblica, nonostante la continua propaganda nei media e nelle scuole: a parte la solerzia di qualche professore che ancora cerca di inculcare negli studenti lo spirito repubblicano e tolti i noiosissimi discorsi delle autorità, è ormai evidente come il 2 giugno sia vita più come un’occasione per approfittare di un giorno libero alle porte dell’estate, meglio ancora se è possibile “fare il ponte”. Pochi sventoleranno felici il Tricolore (vuoto), molti si recheranno al mare o a fare la tradizionale grigliata senza nemmeno sapere il perché quel giorno possono farlo.
Tutto ciò perché la repubblica è un mito senza fondamenta. Infatti, la stragrande maggioranza del popolo italiano non si dichiara repubblicana per scelta, ma semplicemente per nascita. Non c’è affetto né senso di appartenenza verso questa forma istituzionale che ha letteralmente distrutto quasi tutte le conquiste fatte dalla proclamazione del Regno al fatidico referendum, chi può scappa e chi rimane non è certo soddisfatto. I pochi che, spesso con una certa isteria, difendono la repubblica sono coloro che se ne considerano i fautori ed i difensori (mescolando i concetti di repubblica e antifascismo, contro la dicotomia monarchia e fascismo), atteggiamento esternato solo in occasione del 2 giugno, mentre si sputa sull’istituzione tutto il resto dell’anno. Persino gli anti-Stato per antonomasia, ossia frequentatori di centri sociali e collettivi, si scoprono fieramente repubblicani, ma ciò nasce da una semplice reazione al monarchismo, frutto di ignoranza indotta o autoimposta.
Al contrario, il desiderio di un ritorno della Monarchia in Italia prosegue la sua inesorabile crescita. Basti vedere l’enorme successo riscontrato dall’istituzione della festa del 17 marzo, sia a livello culturale che patriottico.
La repubblica si è rovinata da sola, ma presto arriverà di nuovo un Re che riunirà, e salverà, la Nazione!
Lorenzo Scotti
DATA: 07.06.2016
   

3 GIUGNO: SERGIO BOSCHIERO RICORDATO AI SANTI APOSTOLI

3 GIUGNO: SERGIO BOSCHIERO RICORDATO AI SANTI APOSTOLIVenerdì 3 giugno 2016 alle ore 18.30, esattamente ad un anno dalla scomparsa del leader storico dei monarchici italiani Sergio Boschiero, gli amici si sono ritrovati per ricordarlo nella preghiera presso la Basilica dei SS. XII Apostoli in Roma per una Santa Messa di suffragio. La Basilica francescana, già frequentata dal giovane Principe Umberto, era un luogo particolarmente caro a Boschiero. Il rito è stato officiato con solennità dal Rev. Padre Isidoro Liberale Gatti, insigne storico dell’Ordine dei Conventuali Minori, nonché amico di vecchia data di Sergio Boschiero. A concelebrare Fra Marco Galdini de Galda, dei Frati Cappuccini, anch’egli amico di Boschiero, e dal Rev. Padre Maximilian Kasper, noto teologo dei Conventuali. A stringersi nel ricordo di Sergio, assieme al Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo e a tanti amici di Boschiero, la responsabile nazionale cultura Erina Russo de Caro, lo storico collaboratore e amico Luigi Marucci, oggi presidente dell’OSPOL, il Presidente del Circolo REX Ing. Domenico Giglio con la moglie, il Consigliere nazionale U.M.I. Roberto Carotti, giunto appositamente da Ancona, i Dottori Patrizia e Fabrizio Patané giunti da Pisa e il giovane Edoardo Villani a rappresentare il Fronte Monarchico Giovanile.
DATA: 07.06.2016
   

LETTERA A GERRY SCOTTI PER LE DOMANDE DEL QUIZ TELEVISIVO SUL RE VITTORIO EMANUELE III

Gerry Scotti Caduta LiberaMilano, 05.06.2015
all’att.ne dell’Egr. Sig. Gerry Scotti

Egr. Sig. Gerry Scotti,
Mi riferisco alla puntata di Mercoledí 01.06.2016 ed a quella di Giovedí 02.06.2016 del gioco da lei presentato “Caduta Libera”.  
Sino allora tutto è andato relativamente bene, tenuto presente soprattutto il non particolarmente alto livello culturale di moltissimi (forse troppi) partecipanti al gioco.  
Ma mercoledí sera ho ricevuto una coltellata nella schiena con l’ultima domanda (maligna e cattiva) relativa al nomignolo – di chiaro conio mussoliniano – indirizzato a S.M. il Re Vittorio Emanuele III.
Il nomignolo alludeva alla sua bassa statura fisica, ma dimentica che in realtà fu molto piú grande di suo Padre Umberto I, il Re Buono, e di suo Nonno Vittorio Emanuele II, il Re Galantuomo e Padre della Patria: forse come suo Bisnonno, il Re Magnanimo Carlo Alberto.  
Si dimentica infatti che nel 1917 (8 novembre), all’indomani della rotta di Caporetto, durante il Convegno di Peschiera con i plenipotenziari inglesi e francesi, fu l’unico ad avere fiducia nel Soldato italiano, insistendo con la tenacia del montanaro piemontese a tenere al Piave la linea di resistenza contro le preponderanti forze austro-ungarico-tedesche.  E l’ebbe vinta.  
Si dimentica inoltre che nell’ottobre 1922, dopo i vari governi del dopoguerra che duravano come una bolla di sapone nello spazio di un mattino, accettò di affidare il governo a Mussolini, che non sembrava ancora inaugurare un regime, per evitare un inevitabile guerra civile (che ci sarebbe stata vent’anni dopo in seguito non tanto alle nefaste esperienze del ventennio, quanto piuttosto agli ultimi tre errori: l’alleanza con il Reich tedesco, la promulgazione delle leggi razziali  e la dichiarazione di guerra).  
Si dimentica che il 25 luglio 1943 riuscí per primo a destituire quel pericolo ingombrante che aveva condotto l’Italia da una sana ricostruzione postbellica dopo la Prima Guerra Mondiale fino a quelle nefaste scelte con cui il “duce” era riuscito ad abbagliare gli italiani come specchietto per le allodole.  
Si dimentica infine che, ligio fino all’estremo allo Statuto, che non gli consentiva iniziative al di là di un certo limite, aveva aspettato fino allora per quell’operazione, dopo che erano stati sciolti sia la Camera sia il Senato e, ironia della sorte, solo dopo il voto del Gran Consiglio del Fascismo.
Dov’erano infatti gli “antifascisti” nel 1935, nel 1939, nel 1940, se non in Piazza Venezia o altrove, pronti a gridare “Duce, Duce!”, per poi mutare disinvoltamente casacca e darsi clandestinamente alla lotta partigiana foriera di lotte fratricide e di azioni gratuitamente violente, per poi riversarsi, durante le “radiose giornate” dell’aprile 1945 in Piazza Loreto a Milano, facendo scempio dei cadaveri che sappiamo?
Quindi, egregio signor Scotti, può immaginare quale effetto abbia fatto a un fedele di Casa Savoia quella domanda posta proprio la vigilia di un giorno di lutto per noi.  
Quanto alla puntata di giovedí sera, invece, il suo continuo inneggiare alla repubblica – la minuscola è volontaria e tale deve rimanere – mi ha ricordato tanti piccoli particolari di quell’epoca, che non sto ad elencare tutti, ma mi limito a segnalarne alcuni:
1.    Durante la campagna elettorale, i comizi repubblicani erano, se non proprio obbligatori, almeno quasi, mentre quelli a favore della Monarchia, almeno nell’Italia Meridionale e nelle Isole, erano risicatamente permessi e nel nord Italia assolutamente vietati (mia sorella, allora ventenne, a Desio, paese natale di Pio XI, fu malmenata dai facinorosi abitanti, non si sa se residenti o temporanei ospiti del paese brianzolo).
2.    Molti pasticci amministrativi fecero sí che tanti cittadini non ricevessero i certificati elettorali o li ricevessero con ritardo: alcuni erano stati erroneamente inviati a persone defunte, come ad esempio la povera Principessa Mafalda, deceduta a Buchenwald, o addirittura alle Loro Maestà Vittorio Emanuele III ed Elena, da un mese esuli ad Alessandria d’Egitto; un generale, aiutante di campo di Sua Maestà Umberto II, non avendolo ricevuto, lo sollecitò e se ne vide ricevere addirittura tre; ovviamente ne restituí due e usò il terzo.  Molti non poterono votare, perché prigionieri di guerra, o perché residenti in provincie di confine, escluse dal voto (come Bolzano, Udine e Aosta).
3.    Durante lo spoglio di voti – e questo mi fu confermato da gente che aveva fatto lo scrutatore all’epoca e si vantava di avere fatto quelle cose – molti scrutatori non si peritavano di rendere invalide o nulle le schede col voto per la Monarchia o di mettere sulle schede bianche il voto per la repubblica.  Quando me lo dissero, erano passati ormai vent’anni e il reato era ormai prescritto.  Mi sentii rispondere: “Se non facevamo cosí non vincevamo piú”.  Se questo non si chiama barare (come spesse volte bara anche lei suggerendo, sia pure indirettamente, le risposte da dare ai concorrenti in forse)!
4.    Infine, tanto per restare ai dati ufficiali:
Per la Monarchia:        49,5%
Per la repubblica:        50,5%
Nessun accenno sulle schede bianche, nulle o invalide.  
Praticamente una vittoria di Pirro: di che vittoria si va dunque cianciando?
Egregio signor Scotti, spero che non se ne abbia a male.  Mi rivolgo a lei, perché penso che la domanda relativa al Re non l’abbia suggerita lei, ma piuttosto gli organizzatori, che certamente avrebbero potuto e dovuto scegliere una data meno “strategica”, magari spostata nel tempo.  Tutt’al piú, avrei potuto reagire con un magro sorrisino di commiserazione per chi la poneva.  Ma questa volta ne ho proprio avvertito la cattiveria e la seppure inconscia malafede.  Mi piace pensare che il signor Claudio abbia preferito signorilmente “fingere” di non sapere la risposta per non girare il coltello nella piaga.
Se non se ne ha a male, sarebbe di buon gusto, alla prossima puntata, dare pubblica lettura di questa mia lettera, per chiedere scusa a quanti come me non avranno recepito quel colpo basso.
In tale attesa, ringrazio anticipatamente e porgo cordiali saluti.
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
DATA: 07.06.2016
   

2 GIUGNO: 70 ANNI FA CI HANNO SCIPPATO IL FUTURO

2 GIUGNO: 70 ANNI FA CI HANNO SCIPPATO IL FUTURO“70 anni fa abbiamo scelto il futuro”, così sta scritto nel box in basso a sinistra sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi, mercoledì 1 giugno 2016, per fare da pubblicità ad un volumetto  sul 2 giugno 1946. Mi sono risparmiato i 7,90 euro. Se il richiamo pubblicitario è questo, non oso immaginare quale sia il contenuto. Siamo arrivati al 70° di un giorno importante per l’Italia: il popolo tornò alle urne dopo due decenni e per la prima volta, grazie ad un decreto del Re Umberto II, a suffragio universale. La Monarchia aveva giustamente dato il voto alle donne, altro merito storico che, dando un’occhiata i giornali odierni, vediamo essere stato scippato dalla repubblica perché ce lo descrivono come una conquista del nuovo assetto istituzionale.
Da pochi giorni è uscito il nuovo libro del Prof. Aldo Mola “Il referendum Monarchia-repubblica del 2-3 giugno 1946. Come andò davvero?” (Bastogi Libri) in cui si approfondiscono in maniera scientifica le motivazioni che portarono al referendum, lo svolgimento, le incongruenze e il colpo di Stato che portò ad instaurare questa repubblica, una repubblica voluta (secondo i dati ufficiali del nuovo regime) dall’appena 45% del corpo elettorale. Non stiamo a considerare  i brogli, le testimonianze di irregolarità, il clima intimidatorio contro la propaganda monarchica, i prigionieri di guerra che non sono stati fatti rientrare in Patria, il sangue versato dai ragazzi monarchici falciati per le strade, la prevalenza iniziale di voti per la Monarchia che si è invertita una volta giunti i voti del monarchicissimo Sud, le testimonianze riguardo Togliatti che parla di “parto pilotato”, no, saremmo troppo monarchici a voler puntare il dito contro queste cose. Atteniamoci ai fatti: un referendum che non ha visto la partecipazione degli italiani delle colonie, dei profughi e di molti territori esclusi dal voto per un totale di tre milioni di elettori,  un Capo del Governo che avoca a sé i poteri del Capo dello Stato, commettendo un “gesto rivoluzionario” che costringe il legittimo Sovrano a subire o a reagire. E il Re Umberto II, per non far scorrere altro sangue italiano, prende la grave decisione di partire per l’esilio, lasciando libero campo ai filibustieri che già si stavano spartendo la “torta Italia” ma salvando forse migliaia di vite di italiani. Il Presidente della Corte di Cassazione che legge i risultati provvisori forniti dal Ministero dell’Interno, ma non proclama assolutamente nulla. Una Gazzetta Ufficiale del 19 giugno che esce come Gazzetta della Repubblica e non più del Regno. Un Carta costituzionale che entra in vigore il 1 gennaio 1948 che sancisce nelle norme transitorie (durate quasi 60 anni) un esilio per i Savoia, anche per i nascituri, e che si blinda con l’illiberale e antidemocratico Articolo 139 che impone ab aeterno la forma repubblicana.
Oggi, a 70 anni da questo schifo, mi chiedo cosa mai ci sia da festeggiare?
Una repubblica in estremo deficit democratico dove siamo al terzo governo che nulla ha a che vedere con le indicazioni date dal popolo nelle ultime elezioni politiche?
Una repubblica giunta in una situazione di crisi economica grazie alle politiche passate di partiti che, complici con un vertice dello Stato di parte e riconoscente per la propria elezione, ha reso endemico un clientelismo che ha distrutto l’ossatura dello Stato?
Una repubblica risibile e considerata un paese caricaturale dal resto dell’Europa e non solo?
In compenso abbiamo un Presidente Emerito della repubblica che in televisione parla dei ragazzi monarchici di via Medina a Napoli, falciati dal fuoco della polizia ausiliaria, definendoli “popolino monarchico isterizzato” e descrivendoli come dei pericolosi guerriglieri.
La repubblica è un gigante con i piedi di argilla e dopo 70 anni quell’argilla è ormai secca e produce una polvere che sporca tutto ciò che le sta attorno. La subdola operazione che viene fatta è quella di nobilitare quel due giugno 1946, spacciandolo addirittura come il “compleanno dell’Italia”. Si vergognino i servi del potere che avallano questa indegna mistificazione storica!
Il 2 giugno fu un giorno triste, quando l’Italia si divise in due e la spuntò chi con l’inganno, le violenze e la prevaricazione fece la voce grossa contro chi con onestà voleva solo difendere la propria Patria.
Domani faranno sfilare, oltre le Forze Armate fondate nel Regno d’Italia se non addirittura nel Ducato di Sardegna, anche 400 Sindaci. La repubblica non sa più a cosa aggrapparsi perché in Italia non vi è mai stata né mai vi sarà una tradizione repubblicana da poter sfoggiare con orgoglio.
Sono alla frutta, temono la storia e tremano per la propria debolezza. Mai come in questo 70° abbiamo assistito ad un’operazione di glorificazione della menzogna storica, si vogliono forzatamente ricreare quella verginità perduta alle origini.
Ovviamente i monarchici italiani domani non avranno nulla da festeggiare. Al massimo esporremo dalle nostre finestre un tricolore sabaudo listato a lutto, finché non introdurranno una legge che vieti anche questo.
Non possiamo non ricordare i nostri maggiori che sono morti per il Re, un Re che ha sacrificato se stesso e la propria Famiglia per il bene supremo dell’Italia, un’Italia che oggi è umiliata e derisa da un regime al tramonto. Ma ad ogni tramonto segue, dopo la notte, una nuova alba e noi stiamo a scrutare l’est in attesa di poter vedere sorgere oltre le montagne un nuovo astro: lo stemma sabaudo che porterà di nuovo luce alla nostra Patria. Non dobbiamo arrenderci, quell’alba è prossima.
Viva l’Italia! Viva la Monarchia!

Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.

DATA: 01.06.2016
   

I REFERENDUM DIVISIVI POSSONO SPIANARE LA STRADA AI REGIMI

tratto dal "Il Giornale del Piemonte" di domenica 29 maggio 2016
in occasione del Settantesimo del  2-19 giugno 1946

Monarchia repubblicaIl 2-3 giugno 1946 italiane e italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica e a eleggere l'Assemblea Costituente. I risultati delle votazioni furono e rimangono molto discussi. Misero in evidenza la profonda differenza tra le regioni del Mezzogiorno e le isole, prevalentemente e talora nettamente monarchiche, da quelle dell'Italia centro-settentrionale (con l'eccezione del Lazio), che, non va dimenticato, aveva alle spalle venti mesi di Repubblica sociale italiana e di guerra civile. Anche nelle regioni settentrionali gli esiti non furono affatto omogenei. In quattro province prevalse la Monarchia: Cuneo e Asti nella Circoscrizione Cuneo-Asti-Alessandria (nel cui ambito essa risultò tuttavia minoritaria, a causa dell'orientamento nettamente repubblicano dell'Alessandrino), Bergamo e Padova.
In Piemonte (all'epoca comprendente la Valle d'Aosta) la Repubblica ottenne il 57,1% dei voti validi; in Liguria il 69%, in Lombardia il 64,1%, nel Trentino del democristiano Alcide De Gasperi un bulgaro 85%, nel Veneto il 59,3 e in Emilia-Romagna, slittata in massa dal filofascismo al socialcomunismo, il 77%.
Manca una storia esauriente del cambio istituzionale. Occorrono ricerche analitiche sul territorio e la rimozione di tanti luoghi comuni. Il nostro editorialista Aldo A. Mola, autore di Il referendum monarchia-repubblica del 2-3 giugno 1946. Come andò davvero?, con prefazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia (Ed. Bastogi Libri, pp. XXI+440, maggio 2016) in due articoli passa in rassegna quegli eventi e i molti dubbi che ancora li avvolgono.
Fu.Ba.
                                                                                                                  
Editoriale di Aldo A. Mola : I referendum spianano la via ai regimi

Re Umberto II vota per il referendumLa Repubblica italiana non è nata il 2 giugno 1946 ma il 19, quando uscì il n. 1 della sua “Gazzetta Ufficiale”. Il 2 giugno è una data convenzionale, come il “25 aprile”, che cerca di dare valenza nostrana alla fine della guerra tra anglo-americani e tedeschi in Italia, chiusa il 2 maggio1945. Benché superfluo, va precisato che il 19 giugno 1946 non nacque uno Stato Nuovo. Rimasero vigenti codici, leggi e decreti emanati durante il Regno. Le forme passano, gli Stati restano, se non vengono annientati. Merito storico indiscutibile di Vittorio Emanuele III fu di aver propiziato la resa dell'Italia agli anglo-americani (3-29 settembre 1943) evitandone la debellatio, sorte riservata invece alla Germania.
Il 2 giugno 1946 fu il primo dei due giorni del referendum sulla forma dello Stato e dell'elezione dell'Assemblea Costituente, chiamata a tagliare l'abito sul corpo preferito dai votanti. Secondo l'Istat (Elezioni per l'Assemblea Costituente e Referendum Istituzionale, febbraio 1948) gli elettori erano 28.005.449. Per motivi diversi, tre milioni (quasi il 12%) rimasero esclusi dal voto (prigionieri di guerra, cittadini di province inquiete o occupate, radiati per motivi politici o non reperiti dagli uffici elettorali comunali). Su 25 milioni di votanti i partiti dichiaratamente monarchici alla Costituente ottennero circa due milioni di suffragi e un numero modesto di seggi, mentre al referendum la monarchia ottenne 10.719.284 voti contro i 12.717.923 assegnati alla repubblica. Le schede bianche, nulle, contestate e non assegnate sommarono a circa 1.509.735, pari al 6,1% dei votanti). La repubblica ottenne quindi il 54% dei voti validi: un pelo più del 50% dei votanti e il 45% degli elettori. Nacque minoritaria. Però l'Assemblea Costituente, ove i repubblicani erano maggioranza schiacciante (Partito comunista, Partito socialista, Democrazia cristiana i cui dirigenti monarchici vennero zittiti, Partito d'azione…), ignorò i quasi undici milioni di cittadini monarchici, confiscò la volontà degli italiani, blindò la forma repubblicana dichiarandola immodificabile per via costituzionale (art. 139 della Carta), vietò il rientro e soggiorno in Italia dei re e dei loro discendenti maschi (confondendo “discendenti” con “eredi dinastici”, un oceano), criminalizzò la restaurazione della monarchia e i monarchici stessi, declassati a “nostalgici”, (termine spregiativo che li accomunò ai “fascisti”) e scatenò una ottusa damnatio memoriae dell'età sabauda (1848-1947), che pure fu tutt'uno con il Risorgimento e l'unificazione d'Italia.
Quel referendum non fu traumatico di per sé, per come venne concepito e svolto. Esso però offrì ai vincitori (terrorizzati dalla modestia del loro “successo”) la via per attuare una lacerazione radicale, storica ed etica tuttora aperta.
Del resto i referendum sono destinati a dividere. Instillano nel vincitore la sete di annientare il vinto e di perpetuare la sua vittoria rottamando l'avversario, additato come nemico. Guerra civile permanente. Il primo referendum fu l'elezione a suffragio universale dei 749 membri della “Convenzione” (20 settembre 1792) che in Francia proclamò la Repubblica, dalla quale datò la “novella storia”, e ghigliottinò Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, proprio per dare un taglio netto col passato. Altrettanto fece Napoleone I con i plebisciti dopo il colpo di stato del 18 brumaio 1799 e la creazione dell'Impero, suggellata con la fucilazione del Duca d' Enghien. Nel 1851 lo imitò suo nipote, Napoleone III, finito male. Per imporsi i regimi rivoluzionari hanno bisogno di referendum e/o di plebisciti. Gli Stati solidi no. Il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda non ha neppure una costituzione. Esso c'è, come mostrano i riti, celebrati dalla sovrana novantenne, come ricorda Francesco De Leo in Elisabetta II Regina (ed. Aracne).
Gli Stati durevoli reggono sulla distinzione tra sovrano (o presidente, nelle repubbliche presidenziali), loro incarnazione formale e sostanziale, esecutivo, legislativo e ordine giudiziario, tutti incardinati sul Capo dello Stato: esattamente l'opposto di quanto accadde in Italia nel giugno 1946, quando il presidente della Repubblica fu investito di poteri da definire e il governo tenne per sé il legislativo mentre l'Assemblea (prorogata due volte) redigeva la Carta. Successivamente la Costituzione è stata ripetutamente modificata. Recentemente essa è stata stravolta da un Parlamento dichiarato in parte illegittimo dalla Corte Costituzionale, screditato dai cambi di casacca dei suoi componenti, ricattato con l'asfissiante richiesta di voti di fiducia (un assurdo per riforme costituzionali) da un governo infine obbligato a sottoporre le modifiche a referendum confermativo: occasione unica per i cittadini di dire la loro dopo anni di espropriazione della loro sovranità.
La consultazione degli elettori su temi etici e costituzionali ha sempre spaccato e lacera il Paese. Avvenne nel giugno 1946. Lo sarà nell'ottobre 2016. Perciò il referendum di 70 anni or sono merita l'attenzione sinora elusa dalla narrativa, che solitamente liquida il cambio monarchia/repubblica con un retorico omaggio al “re gentiluomo” che “tolse l'incomodo”, come, in estrema sintesi, ripete Gianni Oliva in Gli ultimi giorni della monarchia (Mondadori).

Dallo Statuto albertino alle “costituzioni provvisorie” (1944-1946)

Negli strumenti della resa incondizionata, gli anglo-americani non posero in discussione la monarchia, chiamata anzi a garantirne l’applicazione, a cominciare dalla consegna della flotta. Quando il Re lanciò agli italiani il messaggio radiofonico da Brindisi (12 settembre 1943), nelle regioni non occupate da reparti germanici i cittadini consapevoli capirono che lo Stato era salvo. Iniziava la ricostruzione. Altrove però il quadro risultò del tutto diverso. A Roma il 16 ottobre il Comitato centrale di liberazione nazionale dichiarò la monarchia complice del fascismo e chiese un governo formato dai partiti. Anche il Re lo voleva, ma incontrava la riluttanza del capo del governo, Pietro Badoglio, “marionetta” nelle mani degli anglo-americani come scrisse Paolo Puntoni, aiutante di campo del sovrano. Il 28 gennaio 1944 il sedicente congresso dei CLN, autoconvocato a Bari, chiese con veemenza l’abdicazione del Re. Si accodò anche Benedetto Croce. Badoglio, piagnucolando, propose al re di abdicare, ignorare il figlio, Umberto di Piemonte, e di passare la Corona al nipote, Vittorio Emanuele principe di Napoli, di soli sette anni, tutelato da un Reggente: si offrì egli stesso. In violazione dello Statuto. Fu il napoletano monarchico Enrico De Nicola a proporre la Luogotenenza, figura prevista dallo Statuto.
Il 14 marzo 1944 Stalin, Capo dell'URSS, riconobbe il governo Badoglio per sparigliare il gioco degli anglo-americani nel Mediterraneo. Il 27 il comunista Palmiro Togliatti, arrivò a Napoli dall’URSS, via Algeri, per attuare la “svolta partecipazionistica” su mandato di Stalin. Il 12 gli anglo-americani imposero ruvidamente al Re di farsi da parte e di trasferire tutti i poteri al figlio. A Vittorio Emanuele non restò che accettare. Il 27 aprile a Salerno nacque il secondo governo Badoglio, comprendente i sei partiti del CLN. I ministri giurarono sul proprio onore. Il 5 giugno Umberto divenne Luogotenente del regno.
Il referendum fu il punto di arrivo di una serie di modifiche formali e sostanziali dello Statuto. Il 25 giugno 1944 il Luogotenente Umberto emanò il decreto 151, il cui articolo 1 recitava: “Dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto una assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”. Rimise la sovranità ai cittadini. Malgrado la “tregua istituzionale” promessa dai partiti, si moltiplicarono violentissimi attacchi alla Corona. Ne furono approdo il  libello di Luigi Salvatorelli Casa Savoia nella storia d'Italia e i “manifesti” di “intellettuali repubblicani” in gran parte ex fascisti petulanti.
Per preparare la futura Costituente, il 5 aprile 1945 fu istituita una Consulta nazionale di 304 membri (poi elevati a 430). Si insediò il 25 settembre. Presieduta da Carlo Sforza, cavaliere della SS. Annunziata ma repubblicano così vociferante da infastidire il premier britannico Winston Churchill, essa fu composta quasi esclusivamente da repubblicani. Il ministero per la Costituente, istituito il 31 luglio 1945, a sua volta formò varie commissioni, una delle quali (con 84 membri, quasi esclusivamente repubblicani, presieduta da Ugo Forti), tracciò le linee della futura Carta.   Al termine della guerra (2 maggio 1945), il contributo delle Forze Armate alla liberazione fu messo sotto silenzio. Il Luogotenente incontrò seri ostacoli a visitare l’Italia settentrionale. Il socialista Sandro Pertini, futuro presidente della repubblica, vantò le fucilate contro le finestre della dimora milanese che lo ospitava. Se solo lo avessero potuto, altrettanto avrebbero volentieri fatto tanti militanti della Repubblica sociale, la cui velenosa propaganda antisabauda giovò enormemente al successo dei repubblicani nell'Italia centro-settentrionale.

La preparazione delle votazioni

Dopo un lungo braccio di ferro politico, il 16 marzo 1946 il Luogotenente emanò i DLL n. 98 e 99  su referendum istituzionale ed elezione dell’Assemblea Costituente. Erano in corso le elezioni amministrative, indette anche per tastare il polso dell’elettorato. Per la prima volta le donne vi esercitarono il diritto di voto attivo e passivo. Alle urne furono chiamati 19.548.888 elettori di 5.680 comuni: 3.158 dell’Italia meridionale e insulare, 804 della centrale, 1.255 del nord. Votò il 79,37% degli aventi diritto. I democristiani conquistarono 2.020 comuni, contro i 1.985 dei socialcomunisti. Agli altri andarono le briciole. I liberali, in parte monarchici, ne ebbero 99; 345 andarono a concentrazioni di centro, 65 a blocchi di destra.
L’articolo 2 del DLL n. 98 sancì: “Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci a favore della Repubblica...”. Il DLL 219 del 23 aprile seguente sulle norme per lo svolgimento del referendum dimenticò che la maggioranza andava calcolata sulla base dei votanti, comprese schede bianche e nulle, e prescrisse che gli Uffici centrali circoscrizionali (Corti d’Appello o Tribunali ai sensi di precedente decreto) computassero solo i voti validi per la monarchia o per la repubblica.  “Appena pervenuti i verbali” degli uffici centrali circoscrizionali, il primo presidente della Corte suprema di cassazione, partecipi sei presidenti di sezione, dodici consiglieri e il procuratore generale, avrebbe proclamato “i risultati del referendum”. La Corte doveva anche deliberare su contestazioni, proteste e reclami presentati agli uffici delle singole sezioni elettorali, agli Uffici Elettorali Circoscrizionali (Ue-Cir) a quello centrale (Ue-Cen) o direttamente a essa. Un compito immane.
Sull'Italia incombeva la divisione dei vincitori della seconda guerra mondiale in blocchi contrapposti: USA, Gran Bretagna e (per quel che contava) Francia da un canto, URSS dall’altro. S’avvicinava inoltre l'intimazione del trattato di pace, duramente punitivo. L’Italia aveva urgenza di stabilità interna. Per i cittadini la scelta tra monarchia e repubblica investiva memorie, sentimenti, sogni. Per la generalità dei partiti Casa Savoia era un impiccio di cui liberarsi una volta per tutte. Così si andò alle urne. I votanti dovevano tracciare una croce accanto a (o sopra ) uno dei simboli.“Due rami di quercia e di alloro attorno a una testa turrita di donna” contrassegnava la repubblica; una corona (senza croce sommitale) sovrapposta alla Stella sabauda indicava la monarchia. Entrambi si stagliavano sull’Italia.
Il 9 maggio Vittorio Emanuele III abdicò e lasciò l'Italia per l'Egitto. In vista del voto, Umberto II  sciolse dal giuramento al “bene indivisibile del Re, dei Reali successori e dell’Italia” quanti l’avevano prestato entrando a servizio nei pubblici uffici. L’esito del referendum non era affatto scontato. Le votazioni si svolsero complessivamente in buon ordine. Fu una prova di maturità democratica.
Il governo De Gasperi-Togliatti-Nenni conosceva le condizioni precarie in cui si sarebbe svolta la consultazione. Il ministro dell’Interno, Giuseppe Romita, repubblicano anche per avversione verso   suo padre (come egli stesso scrisse nelle memorie), si cautelò. Fece stampare due serie di certificati elettorali: il 2C (normale) e 3C (sostitutivo del primo in caso di smarrimento, distruzione accidentale, ecc.): ottanta milioni di schede, tre volte più degli aventi diritto al voto. Alle prefetture   venne mandata una scorta di certificati sostitutivi corrispondente al 40% degli ordinari.
Quella immensa nuvola di carte avvolse le votazioni del 2-3 giugno 1946: la scelta tra monarchia e repubblica e l'elezione dell'Assemblea Costituente.
Aldo A. Mola
DATA: 30.05.2016
   

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE EMERITO DELLA REPUBBLICA ITALIANA GIORGIO NAPOLITANO

Giorgio Napolitano comunistaIllustre Presidente,
ho avuto modo solo ora di ascoltare su internet la Sua intervista con Fabio Fazio nel corso della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, andata in onda alcuni giorni fa.
Ho apprezzato alcune Sue risposte, altre meno, ma ciò che mi ha violentemente colpito è stato il Suo ricordo dei tragici fatti accaduti 70 anni fa a Napoli, nel corso dei quali, in Via Medina, morirono 9 ragazzi i cui nomi, e le cui età, voglio qui ricordare: Ida Cavalieri di anni 19, Vincenzo Di Guida di anni 20, Gaetano D’Alessandro di anni 16, Mario Fioretti di anni 21, Michele Pappalardo di anni 22, Francesco D’Azzo di anni 21, Guido Beninato, Felice Chirico, Carlo Russo di anni 14. Questi giovani ragazzi, questi bambini, sono morti mentre manifestavano il loro attaccamento ed il loro affetto verso il loro Re e, repubblicani o monarchici che si sia, trovo abnorme definirli, come Lei li ha definiti, “popolino monarchico isterizzato”.
Vede, Emerito Presidente, tutto mi sarei aspettato da Lei, che proviene dalla tradizione politica comunista, tranne che sentir parole tanto dispregiative nei confronti del Popolo, quello stesso Popolo che il Suo storico partito ha detto, per anni, di voler difendere e promuovere. “Avanti Popolo, alla riscossa….” era l’inno Suo, del Suo partito della Sua storia politica, della Sua vita ed ora che essa volge, per evidenti ragioni anagrafiche, al termine sentirle definire dei ragazzi, dei bambini che manifestavano per il proprio Ideale, quale che esso fosse, come “popolino isterizzato” mi basisce.
Ma forse sbaglio io. Forse non vi è alcuna contraddizione tra le tremende parole da Lei utilizzate da Fazio e la Sua storia politica.
Un comunista, o ex comunista, che disprezza il Popolo ed i suoi ideali: possibile, mi chiedevo?
Ebbene, si, possibile … non è infatti la prima volta, nella Sua storia politica, che Ella sceglie di schierarsi contro il Popolo che manifesta. Così come nel 1956 Lei preferì schierarsi con la repressione sovietica che schiacciò l’anelito di libertà degli studenti e degli operai, socialisti – non isterici monarchici – di Budapest, oggi, rileggendo e ricordando i tragici fatti di Via Medina, non ha avuto dubbi o esitazioni, non ha valutato gli altrui ideali, non ha concesso l’onore delle armi agli sconfitti … no. Lei ha offeso quel “popolino” dal quale provenivano quei ragazzini, morti per l’ideale in cui credevano. La politica prima di tutto. La politica di parte, incapace del rispetto dell’avversario.
Vede, Emerito Presidente, in fin dei conti Lei da Fazio ha fatto un involontario regalo a quei morti e a quel “popolino” perché Lei ha fornito la palese dimostrazione che un Presidente della Repubblica non potrà mai essere un arbitro imparziale giacché sempre si porterà dietro la propria ideologia e le proprie convinzioni politiche. Vi saranno Presidenti migliori o peggiori, più o meno capaci di astrarsi dal proprio passato politico di parte, ma Lei, disprezzando il “popolino monarchico isterizzato” ha dimostrato come l’Istituto monarchico, in cui credevano quei poveri ragazzi, sia ancora attuale in quanto unica garanzia di un Capo dello Stato veramente terzo, estraneo all’agone politico, Padre nobile della Patria, garante del Popolo tutto.
W il Popolo.

Edoardo Pezzoni Mauri - U.M.I. Torino

DATA: 27.05.2016
 

TRICOLORE SABAUDO NEL NUOVO VIDEO DI FEDEZ E J-AX

TRICOLORE SABAUDO NEL NUOVO VIDEO DI FEDEZ E J-AXIl nuovo video dei cantanti Fedez e J-Ax “Vorrei ma non posto”, uscito all’inizio di maggio, ha fatto parlare abbondantemente di sé, raggiungendo i 18 milioni di visualizzazioni sul canale ufficiale di Youtube. È stato anche al centro di aspre polemiche con il leader della Lega Salvini, oggetto di un gesto poco conciliante da parte di Fedez, ha scandalizzato il mondo dell’Università perché il testo parla di “esami comprati” ed è stato criticato anche perché scelto dalla Algida come spot per il famoso gelato cornetto. Un mix di eventi che hanno decretato il successo di questa canzone, oggettivamente piacevole ed orecchiabile, che farà da colonna sonora per l’estate 2016. Non entriamo nel merito delle polemiche anche perché non ci riguardano, possiamo solo classificare l’operazione di promozione del video come geniale ed azzeccata, con tutto quello che ne ha comportato.
Ci fa però piacere vedere che in una scena del coloratissimo video ci sia un tricolore del Regno d’Italia, ben visibile anche se non dispiegato al vento, proprio durante la scena del dito medio indirizzato a Matteo Salvini, tra il minuto 0'24'' e il 0'28''. Sulla destra dello schermo, alle spalle di una ragazza che tiene in braccio un maialino, il tricolore fa mostra di sé. Non sappiamo se sia un messaggio subliminale per inneggiare al Risorgimento che, sotto Casa Savoia, ha unito l’Italia con quella bandiera, in piena polemica con la vecchia linea separatista della Lega. Forse è stata scelta solamente perché è bella e colorata, molto più del tricolore privato del suo cuore: lo scudo sabaudo. Comunque sia siamo contenti che, grazie a questo video, un simbolo così importante della nostra storia sia stato visto e verrà visto – seppur in maniera inconsapevole – da milioni di persone.



DATA: 21.05.2016
   

VIA MEDINA: L’ESPERIENZA EDUCATIVA DI GIORGIO NAPOLITANO

VIA MEDINA: L’ESPERIENZA EDUCATIVA DI GIORGIO NAPOLITANODomenica 22 maggio 2016, nel salotto progressista della Rai, ovvero durante la trasmissione “Che tempo che fa” condotta dal giornalista Fabio Fazio, è stato intervistato il Presidente emerito della repubblica italiana, On. Giorgio Napolitano. L’occasione era la presentazione del suo ultimo libro ma, nella mezz’ora di intervista, Napolitano ha parlato anche dei suoi trascorsi e della sua esperienza politica. Dopo circa 20 minuti di intervista Fazio, dopo che l’ospite ha disquisito di Europa ed ha elogiato la riforma costituzionale di Matteo Renzi, fa una domanda sul 2 giugno e sul referendum. Napolitano ricorda che era un ventenne e che per poche settimane non ha potuto votare. L’Emerito dice di essere stato fuori dall’agone politico e di non aver partecipato alla campagna elettorale ma ricorda che alcuni giorni dopo, in una Napoli dove la Monarchia ebbe più dell’80% dei voti,  che “c’era anche una parte di popolino monarchico isterizzato che non voleva accettare il risultato e un giorno, che era esattamente l’11, ancora alla vigilia della proclamazione definitiva del risultato di vittoria della repubblica, ci fu un assalto armato alla sede della federazione del Partito Comunista in cui io ero lì come studente comunista. Durò ore e ore l’assalto del popolino monarchico, di dimostranti monarchici. Addirittura riuscirono a fare uscire dai binari un tram per sfondare il portone di questo palazzo, salirono per le scale sparando e poi intervenne la polizia.”
Fazio interrompe dicendo “Comportamento molto poco regale”, frase ripetuta dal Presidente emerito che aggiunge: “Poi, intendiamoci, ci furono nove dimostranti che rimasero sul terreno quando la polizia intervenne, quindi fu una cosa veramente molto, molto dura e fu un’esperienza molto educativa per me, come stare lì dentro assediati e capire quale solco si era aperto nel popolo napoletano”.
Una toccante testimonianza diretta di come i cattivi monarchici isterizzati assalirono i poveri comunisti, tra cui vi era il giovane Napolitano, che hanno dovuto subire una terribile aggressione.
Peccato che i nove caduti monarchici erano tutto fuorché sanguinaria assalitori. Nove ragazzi, coetanei del Napolitano di allora, alcuni anche più giovani, che morirono falciati dal fuoco della polizia ausiliaria predisposta da Giuseppe Romita. Napoli versò un tributo di sangue non da poco, anche perché molti monarchici morirono nei giorni successivi in seguito alle ferite riportate. E di questi nessuno vuole parlare.
Quella di Napolitano non è l’unica testimonianza di come andarono i fatti allora, dentro la federazione comunista vi erano anche altre persone che hanno raccontato come le cose siano state vissute là dentro. E ci auguriamo che presto vengano fuori, con buona pace della storiografia ufficiale.


DATA: 20.05.2016
   

LA SCOMPARSA DI MARCO PANNELLA

Marco Pannella al Congresso UMIL’Unione Monarchica Italiana china le abbrunate bandiere del regno alla memoria di Marco Pannella, leader radicale, scomparso oggi, 19 maggio 2016, all’età di 86 anni.
    La nostra associazione era molto legata a Pannella il quale non ha mai nascosto sentimenti di amicizia verso i monarchici, pur nella diversità delle rispettive visioni. L’ultima volta che ha preso parte ad una manifestazione U.M.I. è stato il 3 ottobre scorso, nella sua Teramo, dove partecipò ad un convegno sull’articolo 139. Fece lo splendido gesto di partecipare ai funerale di Sergio Boschiero, al quale era legato da una decennale amicizia.
    Lo scorso 17 marzo, in occasione del 155° anniversario delle proclamazione del Regno d’Italia, il Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Davide Colombo lo andarono a trovare nella sua abitazione romana, manifestandogli l’affetto dell’U.M.I. in un periodo di difficoltà di salute.
    La politica italiana perde un serio e leale protagonista, un uomo che ha fatto della coerenza uno stile di vita, un alfiere delle libertà, qualunque esse siano.
    Pannella ci mancherà, mancherà all’Italia.

    Roma, 19 maggio 2016

DATA: 20.05.2016
   

70 ° DELLA REPUBBLICA: IL PROF. VIGNOLI SCRIVE A MATTARELLA

LETTERA APERTA AL PROF. AVV. SERGIO MATTARELLA
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA  PER IL 70 ° DELLA REPUBBLICA

Rapallo 30 aprile 2016                       Raccomandata

   Preg.mo Prof. Avv. Sergio Mattarella
Presidente della Repubblica Italiana
Roma

   Il prossimo 2 giugno la Repubblica Italiana compie 70 anni; anni travagliati con molte ombre e poche luci. La prego, Signor Presidente, eviti toni trionfalistici.
   La Repubblica Italiana nasce in modo dubbioso. Mi permetto di allegarLe alcuni brani di libri, uno tratto da Massimo Caprara ,“L'inchiostro verde di Togliatti” all'epoca segretario di quest'ultimo; un altro da Sergio Zoppi, “Umberto Zanotti-Bianco” che riporta una lettera importate di questi a De Gasperi, che molto educatamente mai rispose; altri da Giovanni Sale, “Dalla Monarchia alla Repubblica”, I libri della “Civiltà cattolica”.
  Caprara, pag. 86: “La Repubblica non nacque dai voti, ma fu proclamata dal Consiglio dei Ministri (…) un riesame delle schede nulle venne eseguito, ma senza che venissero riaperti i plichi giunti dalla Sezioni Elettorali”.
   Sale, pag. 164: “Ho fatto tutto il mio dovere e da solo con i miei piccoli mezzi (…) quando si pensi che gli altri hanno avuto oro a profusione dalla parte che si sa”. (dichiarazione di Umberto II).
   Id., pag. 168-169: “Alla Presidenza si lamentano i vari brogli avvenuti nei seggi elettorali” (lettera di Mons Borgongini Duca a Mons. Montini ). (...) . “L'Ambasciatore di Gran Bretagna si mostrava molto scettico sull'esito del referendum tanto da dirmi che ne sarebbe necessario un secondo”. (lettera di Borgongini a Montini).
   Zoppi, pagg. 159-60: “... s'io penso alla esiguità della maggioranza dichiarata ma non ancora accertata, alla grande massa degli Italiani sia in Patria che all'estero che non hanno potuto esprimere la loro volontà, se ascolto le molte voci documentate di imbrogli elettorali, mi domando se non sarebbe carità di patria di aderire alla proposta di un nuovo referendum (...) Se vuoi che il paese superi questa crisi  fa che gli Italiani abbiano la certezza che la loro volontà non abbia subito assolutamente violenza”.
A questa nobilissima lettera inviata da Zanotti Bianco “ALL'AMICO” De Gasperi, costui mai rispose e secondo lo Zoppi addirittura poi lo discriminò. Oh il sant'uomo!.
    Mi pare anche di ricordare che la Sua Famiglia votò Monarchia.
   Piuttosto compia un bel gesto, un gesto generoso, un gesto nobile: faccia rientrare in Italia, nel Pantheon romano le Salme di Vittorio Emanuele III ed Elena; di Umberto II e Maria Josè. Essi appartengono alla nostra travagliata storia. O dopo la morte dura ancora l'ira nemica? Ma quale ira  hanno suscitato Elena, Umberto, Maria Josè? Solo amore. Forse anche in Italia, come in Unione Sovietica, i familiari rispondono anche per i parenti? Non ci sarebbe poi tanto da stupirsi essendo stati eletti sia la Repubblica Italiana che Lei coi voti determinanti, mutatis mutandis, dei comunisti .   .        Dia un segno di distacco.
   Caro Presidente, mi permetto di passare ora dal Lei al Tu come si usa fra colleghi accademici. Certo io non sono il Presidente della Repubblica, ma questo è un altro discorso come quello di quali siano i voti  ottenuti nel 1946 e quelli per la Tua elezione.
Desidero però  rilevare una differenza fra Te e Umberto II. Questi rispondeva a TUTTE le lettere che riceveva nell'esilio TRENTENNALE (a vita) di Cascais, Tu no. Probabilmente si tratta di una differenza di stile, il primo monarchico, il secondo repubblicano.
Con immutato ossequio
Prof. Avv. Giulio Vignoli

P.S. Forse il finale, chiedendo io dei favori (o giustizia?), è un po' crudo, ma ho fatto mio il verso famoso” Vergin di servio encomio e di codardo oltraggio”.
DATA: 10.05.2016
   

AL MUSEO NAPOLEONICO LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ALESSANDRO MELLA

Roma, giovedì 5 maggio 2016 – In occasione del 195° anniversario della morte di Napoleone Bonaparte, presso il Museo Napoleonico a piazza di Ponte Umberto I, si è tenuta la presentazione del nuovo libro del Consigliere nazionale U.M.I. Alessandro Mella: “Viva l’Imperatore! Viva l’Italia! Le radici del Risorgimento – il sentimento italiano nel ventennio napoleonico” (Ed. Bastogi, anno 2016). L’incontro ha visto la partecipazione di tantissime persone, tanto che la sala preposta era già piena mezz’ora prima di incominciare e i presenti si sono sistemati nelle stanze adiacenti ma non vi è stato comunque posto per tutti.    Roma, giovedì 5 maggio 2016 – In occasione del 195° anniversario della morte di Napoleone Bonaparte, presso il Museo Napoleonico a piazza di Ponte Umberto I, si è tenuta la presentazione del nuovo libro del Consigliere nazionale U.M.I. Alessandro Mella: “Viva l’Imperatore! Viva l’Italia! Le radici del Risorgimento – il sentimento italiano nel ventennio napoleonico” (Ed. Bastogi, anno 2016). L’incontro ha visto la partecipazione di tantissime persone, tanto che la sala preposta era già piena mezz’ora prima di incominciare e i presenti si sono sistemati nelle stanze adiacenti ma non vi è stato comunque posto per tutti.
Dopo il benvenuto del Dott. Fabio Benedettucci, responsabile del Museo Napoleonico, il quale ha anche letto il messaggio di saluti del Commissario prefettizio di Roma Francesco Paolo Tronca (autore dell’introduzione al volume). L’Autore ha esordito raccontato il fatto storico che lo ha spinto a scrivere il libro: il Generale Napoleonco Teodoro Lechi, a Milano, donò a Carlo Alberto di Savoia le aquile dell’Impero che aveva custodito, avvolte in un tricolore. Con questo gesto simbolico si vide la continuità con l’alveo di un sentimento italiano cresciuto nel ventennio napoleonico di cui i Savoia sono stati i depositari, realizzando il sogno con il Risorgimento.
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola, autore della prefazione del volume, ha toccato i più svariati temi, dall’importanza del Codice napoleonico, all’identità militare del Piemonte sin dai tempi dell’invasione francese, riconfermata dopi il Congresso di Vienna, alla figura chiave di Carlo Alberto conte dell’Impero il quale ha concesso e mai revocato lo statuto grazie anche alla formazione avuta da giovane quando si trovava in Francia in pieno periodo napoleonico. Mola ha sottolineato l’importanza dell’incontro in quanto in Italia gli studi napoleonici stanno vivendo un periodo di oblio e ci si affida più che altro a testi tradotti. Mola ha concluso affermando che, come italiani, a Napoleone dobbiamo indubbiamente tanti guai ma anche l’indiscutibile pulsione verso le libertà. Sono seguiti gli interventi del Prof Aldo G. Ricci, Presidente emerito dell’Archivio di Stato, che ha ribadito il senso di continuità tra il Regno d’Italia napoleonico e il Risorgimento ed ha poi analizzato il volume con attenzione facendo notare anche come la bibliografia riveli come questo libro concorra a colmare un vuoto decennale nella storiografia, e del Colonnello Antonino Zarcone, già Capo dell’Ufficio storico dell’Esercito, che ha parlato delle doti militari dell’Imperatore e degli italiani. L’incontro si è concluso con un concerto  per soprano, tenore e pianoforte di musiche operistiche tra fine ‘700 e prima metà dell’800.  Tra i tanti intervenuti il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo con il vicepresidente nazionale Vincenzo Vaccarella e il responsabile U.M.I. di Roma Paolo Albi, oltre a tanti iscritti. Presente l’Ing. Domenico Giglio, Presidente del Circolo REX e la Contessa Anna Teodorani, il Dott. Argenio Ferrari della Consulta dei Senatori del Regno e Paolo Bagalà per l’Associazione Amici del Montenegro oltre che i rappresentanti della società Souvneir Napoleoniènne e del Centro Studi Napoleonici.


DATA: 09.05.2016
 

SALO': S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA INAUGURA LA MOSTRA BOTANICA "I GARDINI DEL BENACO"

SALO': S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA INAUGURA LA MOSTRA BOTANICA "I GARDINI DEL BENACO"
    Riproponiamo un articolo pubblicato sul sito notizie.comuni-italiani.it riguardante la visita del Capo di Casa Savoia a Salò e Gardone Riviera, in occasione dell'inaugurazione di una mostra botanica nell'ambito dell'iniziativa "I giardini del Benaco", avvenuta lo scorso 23 aprile. Nella due giorni sulle rive dei Lago di Garda i Principi si sono recati anche in visita al Vittoriale, accompagnati da Giordano Bruno Guerri che ha fatto loro da guida.
Ringraziamo Maurizio Pretto, autore del dettagliato servizio fotografico sull'inaugurazione della mostra botanica, che ci ha concesso di pubblicare il fotoracconto della visita delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia.


DATA: 02.05.2016
 

MESSAGGIO DI SALUTO DI  S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
ALL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE BERSAGLIERI  DEL FRIULI-VENEZIA GIULIA

MESSAGGIO DI SALUTO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA    Bersaglieri,
 vi accingete a percorrere la “via dell’Onore” che, dal Monte San Michele,  vi porterà al Sacrario di Redipuglia, simbolo della Lealtà e del Sacrificio dei nostri Padri.
In questi anni, in cui si celebra il Centenario della Grande Guerra, è doveroso ricordare  i soldati d’Italia che diedero la vita per la redenzione ed il compimento dell’unità nazionale.
Fu un popolo a credere nella Vittoria, principi e popolani affratellati assieme,  motivati dalla costante presenza del Re Soldato nelle trincee del Carso.
Commosso, ringrazio per aver voluto inserire nella vostra odierna celebrazione un pensiero al mio Augusto Avo Emanuele Filiberto di Savoia – Comandante la Invitta III Armata ed esprimo la mia  ammirazione per l’Associazione Dalmati italiani nel Mondo che,  unitamente all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia hanno restaurato il cippo che ricorda il dalmata bersagliere volontario irredento M.O.V.M. Francesco Rismondo.
Oggi le vostre fanfare, che allietano gli italiani che vi sono vicini ed amano la vostra specialità, suoneranno in memoria di quanti caddero combattendo e, nello stesso tempo,  suoneranno per ricordare a tutti noi che vogliamo vivere in una Patria libera e democratica che non  vuole rinunciare ai Valori sui quali è fondata la nostra società.
Di corsa, Bersaglieri, con le vostre piume al vento,  per l’Onore d’Italia!
Amedeo
Da Castiglion Fibocchi, 1 maggio 2016
DATA: 02.05.2016
   

DEBOLEZZA DELLA REPUBBLICA ITALIANA: DAL CASO MARÒ AL CASO REGENI

DEBOLEZZA DELLA REPUBBLICA ITALIANA: DAL CASO MARÒ AL CASO REGENI    Nel febbraio 2012 la “Enrica Lexie”, una nave mercantile italiana in operazione antipirateria fuori dalle acque territoriali indiane, fu implicata in un’azione di sparo, sempre finalizzato a far fronte alla pirateria che infestava quelle regioni.  Furono uccisi due pescatori scambiati per pirati.  Questa la versione ufficiale.  Il comandante della capitaneria di porto del Kerala ordinò al comandante della “Enrica Lexie” di entrare in porto.  Il comandante, cittadino italiano e soggetto esclusivamente alle leggi italiane, trasgredendo i suoi precisi doveri di cittadino italiano, obbedí supinamente e vilmente a quell’abuso d’autorità.  Iniziava il caso dei nostri due Marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone che ancora oggi rimane ancora aperto.  Sebbene la Corte Internazionale dell’Aja abbia riconosciuto la piena innocenza dei due Marò (i proiettili trovati in corpo ai due pescatori uccisi non coincidono con le armi in dotazione a Latorre e a Girone) e soprattutto, sebbene l’India stessa abbia dovuto riconoscere che da tempo si sapeva che le cose stavano in quel modo, ancora oggi si continua a tenere Girone abusivamente prigioniero in India (bontà loro che è ospite nell’ambasciata d’Italia).  
Non è ancora finito il discorso Marò, che proprio quasi quattro anni dopo scoppia un altro caso che la dice lunga sulla “grande considerazione” di cui l’Italia gode all’estero, o meglio in certi paesi del terzo mondo, con cui sono in ballo anche trattative commerciali: il caso Regeni.  Un giovane studente universitario, ricercatore (ma non si capisce bene di che cosa), sempliciotto e ingenuo, probabilmente istigato da qualche sua cosiddetta insegnante “d’assalto” (di sinistra, o perlomeno di ispirazione sessantottina), recatosi in Egitto per delle ricerche, scomparve improvvisamente per essere ritrovato cadavere qualche giorno dopo.  Malgrado le promesse delle autorità egiziane di far completa luce sul caso, il governo del Cairo ha sinora dimostrato di prendersi beffe dei sacrosanti diritti dell’Italia, protestando vibratamente alla nostra richiesta – come avviene in tutti i paesi del mondo – di esaminare tutti i tabulati telefonici avvenuti tra il Regeni e i suoi corrispondenti, accusandoci di “violazione dei diritti della privacy”.  
Non voglio entrare nel merito sulla militanza politica del giovane studente, molto probabilmente in buona fede, vittima della sua stessa semplicità e ingenuità.  Voglio soltanto constatare che casi del genere (Marò e Regeni) avrebbero potuto benissimo essere risolti nel migliore dei modi, se il Capo dello Stato, anziché essere un presidente della repubblica, fosse stato un Re costituzionale, super partes e soprattutto dotato di quell’energia che Gli sarebbe stata propria nelle sue prerogative.
Occorre che tutti gli Italiani, che siano veramente consci del significato di questa parola, non quelli che le attuali leggi demagogiche vogliono considerare tali soltanto perché nati in territorio italiano, sia pure da genitori stranieri e nemici dell’Italia, prendano deliberatamente e consapevolmente coscienza della gravità del momento e reclamino a gran voce l’abrogazione di quell’iniquo § 139 della costituzione e, ciò ottenuto, chiedano ed ottengano che si indica un nuovo equanime referendum istituzionale che riporti l’Italia alle condizioni anteriori all’infausto 13 giugno 1946.
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
DATA: 21.04.2016
   

VITERBO: PRESENTATO IL LIBRO “DONNA RACHELE MIA NONNA”

VITERBO: PRESENTATO IL LIBRO “DONNA RACHELE MIA NONNA”    Viterbo, 8 aprile 2016 – Continuano gli eventi culturali organizzati dalla Prof. Danila Annesi e dalla Dott.ssa Virginia Flavia Pellegrini Pacchiani, che hanno ormai come sede consolidata il pregevole Caffè Letterario di via Garbini, nel corso dei quali è stato presentato il libro “Donna Rachele mia nonna” (Minerva, 2016, 16,90 €) scritto da Edda Negri Mussolini, la nipote del Duce, e dalla giornalista Emma Moriconi.
L’incontro è stato aperto dall’organizzatrice Danila Annesi, la quale ha sottolineato come a distanza di 70 anni in Italia vi siano degli argomenti tabù che vengono affrontati con filtri ideologici che ne snaturano la valenza. Per contrastare questo filone culturale ha voluto dare spazio ad una testimonianza così sentita, come può essere quella della nipote di Mussolini, per approcciarsi alla figura di uno degli uomini più importanti per la storia d’Italia in maniera non falsata.
Sono seguite le testimonianze delle autrici. Edda Negri Mussolini ha raccontato di come si sia sviluppata la stesura del libro ed ha fatto varie considerazioni storiche. La giornalista Emma Moriconi ha portato vari esempi di azioni positive  compiute del Duce che vengono volutamente tralasciate dalla storiografia ufficiale. Benito Mussolini non era l’uomo che è stato dipinto e occorre superare troppi anni di bugie.
L’incontro, affollato come di consueto e al quale ha partecipato anche il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, si è concluso con un allegro aperitivo offerto dalle organizzatrici. (foto Cirioni)
VITERBO: PRESENTATO IL LIBRO “DONNA RACHELE MIA NONNA”
Il pubblico al Caffé letterario

VITERBO: PRESENTATO IL LIBRO “DONNA RACHELE MIA NONNA”
Le Autrici con Danila Annesi, Flavia Virginia Pellegrini Pacchiani, Davide Colombo


DATA: 13.04.2016
 

FOCUS STORIA: SPECIALE SULLE MONARCHIE

FOCUS STORIA: SPECIALE SULLE MONARCHIE    Segnaliamo l'uscita in edicola di un numero speciale di Focus Storia (Primavera 2016, euro 7,90) interamente dedicato alle Monarchie. La Regina Elisabetta in copertina, come massimo simbolo incarnato della regalità odierna, diventa il faro attrattivo per questo interessante volume che si apre con un'intervista al Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, il Prof Aldo A. Mola,  dal titolo "Le ragioni della Monarchia". Nello speciale (al quale hanno collaborato tra gli altri il giornalista Francesco De Leo e il Segretario naizonale U.M.I. Davide Colombo) si spazia dalla storia all'attualità, da Carlo Magno alle attuali Monarchie europee, affrontando il regno di alcuni Sovrani fondamentali per la storia mondiale. Grande spazio dedicato a Casa Savoia e, nonostante qualche presa di posizione discutibile che ai nostri lettori non sfuggirà, nel complesso il volume trae un ottimo bilancio dell'Istituto monarchico e ne sottolinea l'importanza passata, presente e futura.
Lo speciale verrà presentato il prossimo lunedì 9 maggio, alle ore 18.00, presso la sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio (piazza del Parlamento 24), interverranno l'On. Annamaria Bernini (Parlamentare di Forza Italia), il Sen. Domenico Fisichella (Politico e accademico), Lucia Goracci (Inviata RAI News 24), Jacopo Loredan (Direttore di Focus Storia), il Prof. Aldo Mola (Presidente della Consulta dei Senatori del Regno e Storico), Giorgio Mulè (Direttore di
Panorama), On. Andrea Romano (Parlamentare del Partito Democratico e storico). Per adesioni occorre accreditarsi via mail a: redazione@oltreradio.it
DATA: 11.04.2016
   

FAMIGLIA REALE: I NIPOTI DEL CAPO DI CASA SAVOIA RIUNITI IN UNA SPLENDIDA FOTO A VENEZIA

FAMIGLIA REALE: I NIPOTI DEL CAPO DI CASA SAVOIA RIUNITI IN UNA SPLENDIDA FOTO A VENEZIA
    Sul famoso sito Noblesse & Royautés, uno dei maggiori  strumenti informatici che si occupi delle famiglie reali, abbiamo notato una foto alquanto significativa, scattata a Venezia in occasione della festa per i 50 anni di S.A.R. la Principessa Bianca di Savoia-Aosta, che riproponiamo.
Nella foto è ritratto il Capo di Casa Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, in compagnia della consorte S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia, della prima moglie S.A.R. la Principessa Claudia di Francia e 10 dei loro 11 nipoti.
In prima fila vi è ritratto il Conte Leonardo Arrivabene Valenti Gonzaga, figlio di Bianca, che compirà tra poco 15 anni, e la sorella Donna Mafalda Arrivabene Valenti Gonzaga (18 anni).
In seconda fila, seduti, da sinistra a destra: il Nobile Carlo Lombardo di San Chirico (15), figlio di Mafalda di Savoia-Aosta, la sorella maggiore della Nobile Anna Lombardo di San Chirico che compirà 17 anni il prossimo 11 aprile e la loro cugina Donna Maddalena Arrivabene Valenti Gonzaga (16 da compiersi il 24 aprile). Nel mezzo, S.A.R. il Principe Umberto di Savoia-Aosta, Principe di Piemonte (7 anni), figlio maggiore di Aimone di Savoia-Aosta, sulle ginocchia della nonna S.A.R. la Principessa Claudia di Francia. Segue la Nobile Elena Lombardo di San Chirico (13 anni) e il Capo di Casa Savoia.
Nell'ultima fila in piedi,da sinistra, S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia e Donna Viola Arrivabene Valenti Gonzaga (25 anni a maggio), e, a destra, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia-Aosta, Duca degli Abruzzi (5 anni a maggio) tra le braccia della cugina Donna Vera ArrivabeneValenti Gonzaga che compirà 22 anni nel mese di agosto. Manca solo la più giovane tra le nipoti, S.A.R. la Principessa Isabella di Savoia-Aosta (3 anni), figlia di Aimone e Olga.

http://www.noblesseetroyautes.com/?p=114818

DATA: 22.03.2016
 

VITERBO, 8 APRILE: PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI EDDA NEGRI MUSSOLINI ED EMMA MORICONI SU DONNA RACHELE

Donna Rachele mia nonna. La moglie di Benito Mussolini - Edda Negri Mussolini, Emma Moriconi    Ancora un evento culturale curato da Danila Annesi e Virginia Flavia Pellegrini Pacchiani: la presentazione del libro "Donna Rachele mia nonna. La moglie di Benito Mussolini", che avrà luogo presso il Caffè Letterario, in via Garbini 59 a Viterbo, il giorno venerdì 8 Aprile alle ore 18,00. Ingresso libero. Autrici dell'opera: Edda Negri Mussolini, nipote di Donna Rachele e di Benito Mussolini, e la giornalista del "Giornale d'Italia" Emma Moriconi, autrice del lungometraggio "Sangue sparso" dedicato alle giovani vittime degli "anni di piombo". Il libro narra gli anni trascorsi da Edda Negri Mussolini con la nonna Rachele, che l'ha cresciuta dopo la prematura scomparsa della madre, Anna Maria, ultimogenita del duce.Un'approfondita ricerca archivistica da parte delle autrici, i ricordi, i racconti, le testimonianze presenti nell'opera, corredata di molte ed inedite foto di famiglia, ci permetteranno sia di avere un quadro completo del passato e non limitato a quell'unico punto di vista al quale hanno cercato sempre ed in tutti i modi di abituarci, sia di conoscere aspetti intimi della Famiglia Mussolini e di quella forte e meravigliosa donna che è stata RACHELE. Al termine dell'incontro, Danila Annesi e Virginia Flavia Pellegrini Pacchiani saluteranno gli intervenuti, mentre Edda Negri Mussolini sarà ben lieta di autografare i libri per coloro che ne fossero interessati.

DATA: 22.03.2016
   

IL CUORE DELL’EUROPA SCONVOLTO NUOVAMENTE DAL TERRORISMO ISLAMICO

Le Monde    L’Unione Monarchica Italiana esprime il proprio sgomento per l’ennesimo attentato terroristico di matrice islamica che ha sconvolto il Belgio. Troppe vite sono state mietute dalla follia del fondamentalismo religioso, non possiamo più stare inermi ad aspettare che il prossimo Kamikaze si faccia saltare in aria, portandosi dietro una scia di sangue innocente. Invochiamo, per l’ennesima volta, una legislazione speciale in tutta Europa che permetta un controllo totale e invasivo dei soggetti a rischio, anche a scapito delle più elementari libertà personali. È inutile nascondersi dietro ad un buonismo politically correct che ponga delle differenze tra moderati ed estremisti perché finché si faranno queste distinzioni non potremo stare tranquilli. Noi non abbiamo nulla da nascondere e siamo sicuri che nemmeno i frequentatori per bene delle moschee lo abbiano. Per gli altri invece tolleranza zero.
    L’Unione Monarchica Italiana rende omaggio alla memoria delle vittime degli attentati di Bruxelles, persone alle quali siamo legati poiché nostri fratelli europei. La prossima volta potrebbe toccare a noi.

    Roma, 22 marzo 2016

DATA: 22.03.2016
 
L’OMAGGIO A MARCO PANNELLA

Marco Pannella e Alessandro SacchiIl 17 marzo 2016, 155° anniversario della Proclamazione del Regno d’Italia, il Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, accompagnato dal Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, si è recato presso l’abitazione romana dell’On. Marco Pannella, per portare un saluto allo storico leader radicale che si trova in condizioni di salute non ottimali.
L’incontro, durato una mezz’oretta, oltre che un momento di dimostrazione di affetto reciproca, è stato anche occasione per discutere su temi costituzionali, Stato di Diritto e battaglie di libertà. I monarchici hanno portato in dono a Pannella anche una bandierina storica del Regno d’Italia che è stata collocata sul tavolo del salotto, in omaggio alla ricorrenza  del 17 Marzo. Marco Pannella ha ribadito la propria simpatia e il proprio affetto per i monarchici e le battaglie  portate avanti negli anni, ricordando quante volte abbiano avuto comunanze di visioni su alcuni temi.
Al grande leader radicale un sentito augurio perché si possa rimettere in forma e tornare a ruggire come ha fatto per una vita dedicata alla politica e alla libertà.
Marco Pannella nel suo studio
Marco Pannella nel suo salotto

DATA: 17.03.2016
 

TUSCANIA (VT): RUBATO IL BUSTO DI RE UMBERTOII NELL'OMONIMO PARCO

TUSCANIA (VT): RUBATO IL BUSTO DI RE UMBERTOII NELL'OMONIMO PARCOAbbiamo appreso sgomenti la notizia del furto del busto raffigurante il Re Umberto II che si trovava nel parco Umberto II di Tuscania (Viterbo). Non vi è stata alcuna rivendicazione ma pare strano che per qualche chilo di bronzo un ladro si metta a compiere un gesto del genere. Esprimiamo tutto il nostro disappunto per questo squallido gesto di inciviltà che va a colpire uno dei pochissimi busti che un'amministrazione pubblica italiana abbia dedicato al Re Umberto in periodo repubblicano. Pubblichiamo il comunicato del Corcolo Reale dell Tuscia, in merito all'increscioso fatto. Il Dott. Aldo Quadrani ha aperto una sottoscrizione per rifacimento del busto.

CIRCOLO REALE DELLA TUSCIA
Viterbo, 1 marzo 2016
Sono trascorsi ormai quasi 22 anni da quel 25 settembre 1994 in cui fu inaugurato a Tuscania un parco comunale dedicato al Re Umberto II,  quale ringraziamento per gli aiuti ricevuti a seguito del gravissimo terremoto che sconvolse la cittadina il 6 febbraio 1971.
 Fu infatti il ministro della Real Casa Falcone Lucifero che,  a nome di Sua Maestà, il giorno seguente fu in visita all’ Ospedale di Viterbo e successivamente a Tuscania per consegnare i primi tangibili soccorsi.
L’allora amministrazione Brachetti, memore di questo gesto di solidarietà, volle dedicare un sito pubblico al quarto Capo dello Stato Italiano. Nell’occasione una famiglia di Viterbo fece preparare un busto in bronzo riproducente Umberto II che fu donato al Comune di Tuscania per essere collocato nel parco.
Per tutti questi anni, dopo aver superato numerose sterili polemiche di una certa classe politica per tale iniziativa, il parco divenne un punto di riferimento per ricordare il Sovrano.
E’ di questi giorni la notizia che il busto di Umberto II è stato rubato.
Ignoti delinquenti hanno forzato il cancello d’ingresso del parco ed hanno segato il supporto sul quale era inserita l’effige.
Immediata la reazione e lo sconcerto a simile atto criminale con la conseguente denuncia alle Autorità preposte e la pronta apertura di una sottoscrizione per il rifacimento del monumento, a cui si potrà aderire contattando il 3384613485.
IL COORDINATORE PROVINCIALE
(dott.Aldo Quadrani)

DATA: 07.03.2016
   

IL RE MICHELE I DI ROMANIA IN GRAVI CONDIZIONI DI SALUTE

Re Michele I di Romania     È con grande dolore che apprendiamo dell’aggravarsi delle condizioni di salute del Re Michele I di Romania. Il Sovrano, classe 1921, si trova ricoverato in ospedale dove gli è stata diagnosticata una leucemia in uno stadio avanzato, oltre che un carcinoma. Si teme il peggio, anche a causa dei 94 anni del Sovrano. L’annuncio è stato dato oggi, 2 marzo 2016, con un video messaggio dall’Avvocato della Casa Reale Romena. Sul sito ufficiale della Famiglia Reale è stato pubblicato un comunicato del Consiglio Reale in cui viene riproposto un messaggio del Re Michele, datato 1 marzo, che suona come un addio: “Nelle ultime settimane sono stato informato di una diagnosi medica grave. Questo avviene nell'anno in cui la famiglia e il paese stanno celebrando 150 anni dalla fondazione della dinastia e del moderno Stato rumeno. Sono sicuro che mia figlia Margherita, custode della Corona, troverà la saggezza e la forza di rappresentarmi e di compiere in mia vece le incombenze pubbliche. Ho chiesto al Consiglio Reale di continuare la sua missione e rappresentare la Corona”.
Da parte di tutto il mondo politico romeno sono giunti messaggi di vicinanza all'anziano Sovrano.
L’Unione Monarchica Italiana esprime la propria vicinanza al Re Michele I in un momento così difficile e, stringendosi alla Famiglia Reale Romena e ai tanti monarchici che amano il proprio sovrano, lo affida alle preghiere dei propri iscritti.

DATA: 02.03.2016
   

GRANDE SUCCESSO DEL SAGGIO DI ALESSANDRO MELLA

GRANDE SUCCESSO DEL SAGGIO DI ALESSANDRO MELLA     L'Imperatore e l'Italia hanno vinto ancora. Malgrado il tempaccio siberiano, oltre 70 persone hanno festeggiato a Viù (TO) il saggio del Consigliere nazionale U.M.I. Alessandro Mella “Viva l'Imperatore!, Viva l'Italia” (Ed. Bastogi, pp.  15 euro),  che documenta con rigore il debito politico-culturale del Risorgimento e dell'Unità nei confronti dell'età franco-napoleonica.
 La serata è stata aperta da Alberto Guerci e Milo Julini, che hanno elogiato l'Autore e la collana , “De Monàrchia”, ed hanno evidenziato il ruolo dei libri e dei dibattiti culturali quale  volano  della memoria storica: patrimonio irrinunciabile in un'epoca di confusione e di disorientamento.
Mella, che non è alla prima prova, ha esposto con vigore il contenuto dell'opera, complesso e articolato, arricchita da un imponente apparato iconografico, con immagini rare e suggestive.
 La serata è stata animata da numerosi interventi del folto pubblico, a conferma che l'interesse per la storia non è affatto assopito. Nel 70° del cambio istituzionale il volume di Mella ha il pregio di far riflettere sulle radici remote del senso dell'Impero, sulla sacralità delle forme che conferiscono sostanza secolare al “senso dello Stato”.
 In primo piano, ancora una volta, è la figura di Carlo Alberto, principe di Carignano e conte dell'Impero, il re dello Statuto, cantato da Giovanni Pascoli anche come “il re dei carbonari”. Presente all’incontro anche Giuseppe Ardagna, dell’U.M.I. di Trapani salito in Piemonte appositamente per l’evento.
Rallegramenti a Mella e all'editore. 
GRANDE SUCCESSO DEL SAGGIO DI ALESSANDRO MELLA
DATA: 01.03.2016
   

ROMANIA: TORNA LA CORONA SULLO STEMMA DI STATO

ROMANIA: TORNA LA CORONA SULLO STEMMA DI STATO   Bucarest, febbraio 2016 - Il Senato della Romania ha approvato una modifica importante per lo stemma di Stato: verrà ripristinata la Corona sopra l’aquila. Il simbolo era stato cancellato dal regime comunista ma l’origine risale alla guerra contro i turchi e la corona ha rappresentato per tanto tempo il simbolo dell’indipendenza e del sangue romeno versato. Il disegno di legge è stato redatto dal deputato liberale Grigore Craciunescu, il quale ha specificato che non ha nulla a che vedere con la forma istituzionale ma è semplicemente un gesto di pacificazione nazionale. Lo stemma di Stato della Romania è uno dei pochi che non ha rappresentata una corona ed è stato adottato nel 1990 come simbolo della Romania democratica. Già nel 2015 il Parlamento aveva discusso il ripristino della Corona ma allora, per soli quattro voti (139 contro 135), non venne approvata la modifica. Pare che questa sia la volta buona. Nello storico discorso del Re Michele al Parlamento repubblicano, riunito in occasione del 90° compleanno del Sovrano, il Re ricordò l’importanza simbolica della Corona romena, simbolo di unità indipendentemente dalla Monarchia.
Il prossimo passo spetta alla Camera dei Deputati e qualora la riforma dovesse passare anche nell’altro ramo del Parlamento (cosa molto probabile) immediatamente gli enti pubblici saranno tenuti ad adeguarsi adottando il nuovo simbolo. La Romania si dimostra uno stato forte che non ha paura del proprio passato ma lo sa valorizzare. L’Italia ha solo da imparare. 
DATA: 19.02.2016
 
LUTTO MONARCHICO: LA SCOMPARSA DELL'AVV. MASSIMO CARUSO

   Abbiamo appreso della scomparsa dell'Avv. Massimo Caruso, spentosi in Roma nella notte di domenica 14 febbraio. L'Avv. Caruso, apprezzato professionista e uomo d'altri tempi quanto a galanteria e compostezza, era un fervente monarchico. Ha militato per tanti anni nel Fronte Monarchico Giovanile e faceva parte di quei monarchici che  vengono chiamati "i ragazzi di via Rasella", in ricordo di un glorioso passato dedicato alal Causa monarchica.
    Le esequie si terranno a Roma, mercoledì 17 febbraio alle ore 10,30, nella Parrocchia della NATIVITA', in Via Gallia 162 .
Alla famiglia Caruso le più sentite condoglianze da parte di tutta l'U.M.I., grata per quanto fatto dall'Avvocato. 
DATA: 15.02.2016

IL RILANCIO DEL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE A MESSINA

Fortunato Grillo, Commissario Fronte Monarchico Giovanile Messina   Il Fronte Monarchico Giovanile, il movimento per gli under 30 dell'U.M.I., è in continuo ampliamento. Le ultime buone notizie vengono dalla Sicilia orientale dove il Segretario nazionale F.M.G. Simone Balestrini ha nominato il nuovo commissario per la provincia di Messina. Il giovane monarchico, Fortunato Grillo, classe 1997, studente liceale di Scienze Umane, di concerto con il Dott. Giuseppe Franco Mobilia, Responsabile U.M.I. nonché punto di riferimento per i monarchici messinesi, si è già reso promotore di un incontro per il prossimo venerdì 26 febbraio, in cui presso il Museo "Messina nel Novecento" verrà presentata l'Associazione ai simpatizzanti, alla presenza del Presidente nazionale Avv. Alessandro Sacchi.
Al neo commissario cittadino i più sentiti auguri di buon lavoro da parte dei tutto il F.M.G. e dell'U.M.I.!
DATA: 11.02.2016
   
CIRCOLO REX: PANARITI SI È OCCUPATO DELLE DONNE DURANTE IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE

CIRCOLO REX: PANARITI SI È OCCUPATO DELLE DONNE DURANTE IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE   Domenica 7 febbraio 2015, nell'ambito del 68° ciclo di conferenze del Circolo Rex, il presidente emerito del sodalizio, l'Avv. Benito Panariti, ha parlato di “Donne italiane nella grande guerra”. L'argomento, per quanto fondamentale non solo da un punto di vista storico ma soprattutto sociale, viene spesso tralasciato dalla storiografia e l'Avv. Panariti ha svolto una meritoria opera trattando questo tema. L'appuntamento, come di consueto, si è aperto con l'esecuzione della marcia reale italiana e dell'inno sardo, seguito della lettura da parte dell'Ing. Domenico Giglio, Presidente del circolo Rex, di un messaggio che il Re Umberto II inviò ai parlamentari iscritti all'Unione Monarchica Italiana nel 1966.
Panariti, con la classe e la pacatezza che lo contraddistinguono, ha iniziato il suo discorso ricordando che nel Sacrario militare di Redipuglia vi sono sepolti centomila soldati italiani e una sola donna che simbolicamente rappresenta le diecimila partite per il fronte: Margherita Kaiser Parodi, crocerossina presso la terza Armata, morta durante un bombardamento e decorata al Valore Militare. Panariti ha asserito che quello era un conflitto di soli uomini nel quale alle donne era stato voluto serbare un ruolo secondario. A quei tempi si pretendeva l'inferiorità della donna, relegata unicamente al ruolo di una madre subordinata al capo famiglia. Nel giugno del 1915 ci si rese conto di quanto furono gravi le necessità di una guerra e si fece molto affidamento sul Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa, che avevano nella Regina Elena un modello d'esempio. La Regina infatti volle trasformare il Quirinale nel primo ospedale da campo e riservò alla Duchessa d'Aosta il ruolo di ispettrice nazionale della Croce Rossa. Il mondo maschilista di allora venne sconvolto perché ci si rese conto dell'importanza fondamentale delle donne, non solo sui campi di battaglia come crocerossine, ma nella vita civile dove le donne, per necessità dovettero sostituire gli uomini occupati al fronte. L'esempio della Regina esortò le donne a prendere parte attivamente alla vita del paese che portò ad uno sconvolgimento sociale e all'affermazione di nuovi costumi. Anche se lontane dal fronte le donne lavoravano per la Patria, arrivando addirittura ad entrare nelle fabbriche, nei negozi, a guidare i mezzi pubblici.
Sul fronte invece la crocerossina era stata catapultata in un mondo a lei sconosciuto nel quale si è dovuta arrangiare da sola. Furono ben 44 le crocerossine morte durante il servizio e 3 vennero fatte prigioniere.
Panariti ha ricordato anche la figura delle Portatrici carniche, donne che sul confine orientale si riempivano la gerla di munizioni e andavano a rifornire i soldati dove i mezzi non potevano arrivare. Spesso mosse dalla fame e dalla disperazione, per una lira e cinquanta (l'equivalente di 4 euro odierni), sfidavano il fuoco nemico e portavano munizioni e conforto ai nostri soldati. È stata ricordata Maria Plozner Mentil, uccisa da un cecchino austriaco mentre si fermò per una breve pausa mentre trasportava una gerla pesantissima. A tutte le Portatrici carniche venne conferita la croce di Vittorio Veneto per il lavoro insostituibile che portarono a compimento.
Panariti ha voluto dedicare l'incontro a tutte quelle donne che si sono sacrificate per l'Italia e che non hanno avuto mai nemmeno un monumento.
All'appuntamento ha partecipato il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, accompagnato dalla responsabile cultura Erina Russo de Caro, che ha ringraziato l'Avv. Panariti a nome di tutte le donne dell'U.M.I., dal presidente regionale Campania Giannandrea Lombardo di Cumia e dal consigliere nazionale Roberto Carotti. Presenti anche la Sig.ra Maria Satta dell'Associazione Amici del Montenegro e il Sen. Domenico Fisichella, oltre a molti monarchici.
Nella foto l'Avv. Benito Panariti con Erina Russo de Caro.
DATA: 08.02.2016
 
AUGURI AL DUCA GIANNANDREA LOMBARDO DI CUMIA PER LA NASCITA DEL NIPOTE

AUGURI AL DUCA GIANNANDREA LOMBARDO DI CUMIA PER LA NASCITA DEL NIPOTE   Domenica 7 febbraio 2015, all'appuntamento del Circolo REX con l'Avv. Benito Panariti, abbiamo trovato il Duca Giannandrea Lombardo di Cumia, presidente regionale della campania dell'Unione Monarchica Italiana, particolarmente  felice. Ci ha comunicato, con somma gioia, che nella notte precedente è venuto alla luce il figlio di suo figlio Marcello, al quale è stato dato il nome di Giannandrea junior.
 È il primo nipote maschio che porta il nome di Lombardo di Cumia, gli altri nipoti del duca sono figli delle figlie, quindi il titolo verrà tramandato negli anni. Al caro Duca, monarchico di provata fede, vanno i più sentiti auguri da parte di tutta l'Associazione.
Nella foto il Duca Giannadrea Lombardo di Cumia con l'Avv. Benito Panariti, il Consigliere naz. UMI Dott. Roberto Carotti e il Segretario nazionale UMI Davide Colombo.
DATA: 08.02.2016

ANCHE I MONARCHICI SPINGONO PER IL RECUPERO DI VILLA PRETAROLI

Articolo pubblicato sul quotidiano "La Città", inserto provinciale di Teramo de "Il resto del Carlino" di  venerdì 5 febbraio 2016, pag, 17

ANCHE I MONARCHICI SPINGONO PER IL RECUPERO DI VILLA PRETAROLI
   Silvi – anche per i monarchici il recupero di Villa Pretaroli a Silvi Marina è urgente e necessario. Dopo l’articolo pubblicato ieri sulle pagine del nostro quotidiano, a dare il suo contributo alla causa è Berardo Tassoni, “Villa Pretaroli potrebbe ridare, assieme al salvataggio del pochissimo rimasto del passato silvarolo, un’idea permanente della marina di Silvi di un tempo e anche di quella futura – afferma il Presidente regionale dell’UMI Tassoni – basterebbe che il sindaco facesse sua l’iniziativa del giornalista Federico de Carolis.  Condivido in toto quanto affermato nell’articolo e aggiungo che dopo un decennio anche io non me la sono sentita più di rimanere in via Dante e ho venduto l’appartamento. Scempi di ogni genere, costruzioni impersonali ammassate con orrido gusto, non mi hanno fatto identificare più con quella che era “la marina per le vacanze” e che non è neppure diventata “degli affari”- aggiunge - Solo una coraggiosa iniziativa d’identità potrà salvare Silva Marina dal diventare definitivamente un’appendice periferica di Pescara.
DATA: 05.02.2016
   
ALESSANDRIA: UN SONDAGGIO PER DEDICARE IL PONTE SUL TANARO A FRANCESCA CALVO

Mafalda di Savoia Alessandria   Ci teniamo a segnalare l’iniziativa del quotidiano alessandrino “Il Piccolo” il quale ha lanciato un sondaggio per fare scegliere ai propri lettori i nomi a cui potrebbero essere intitolati il teatro comunale e il ponte sul fiume Tanaro. Siamo felici nel vedere che attualmente, per la scelta del nome del ponte, al secondo posto ci sia il nome di Francesca Calvo, l’ex sindaco di Alessandria, prematuramente scomparsa, che ha governato dal 1993 al 2002. Francesca Calvo è stato un sindaco amatissimo e che ha affrontato con maestria il drammatico evento dell’alluvione che sconvolse la città nel 1994. In occasione della scomparsa della Regina Maria José il 27 Gennaio 2001 la Calvo fece osservare una settimana di lutto con esposizione delle bandiere ufficiali Tricolore Europea e Regione Piemonte a mezza asta listate a lutto ed invio di Corona di fiori ai funerali ad Hautecombe con tre Vigili urbani di picchetto e due Assessori Paolo Bobbio e Manuela Ulandi.
Durante il suo mandato il 27 maggio 2001, grazie all’iniziativa di Carmine Passalacqua, Alessandria dedicò una piazza, con uno splendido monumento, alla Principessa Mafalda di Savoia alla presenza di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia e la nipote della martire di Buchenwald, S.A.R. la Principessa Mafalda d’Assia. Sergio Boschiero fu l’oratore ufficiale dell’evento.
Oltre al grande valore politico della Calvo, al bel ricordo lasciato negli alessandrini per il suo buon Governo, per la memoria di una grande donna che ci ha lasciati troppo presto, saremmo felici che la città la ricordasse con un’opera simbolica quale è il ponte sul Tanaro, evidente ricordo e monito dei drammi causati dalla piena delle acque.
Invitiamo pertanto gli amici alessandrini e chiunque abbia a cuore il ricordo si un Sindaco che è stato così importante anche per noi, a scrivere al Piccolo una mail ( direttore@ilpiccolo.net ), entro le ore 12 di giovedì 11 febbraio, indicando l’intenzione di dedicare il ponte a Francesca Calvo nell’ambito del sondaggio indetto dalla testata.
DATA: 05.02.2016
   
FILATELIA: ANCHE IL MONTENEGRO HA DEDICATO UN FRANCOBOLLO ALLA REGINA ELENA

FILATELIA: ANCHE IL MONTENEGRO DEDICA UN FRANCOBOLLO ALLA REGINA ELENA   Anche se con un po' di ritardo abbiamo scoperto che nel 2013 il Montenegro ha dedicato un francobollo all'amatissima  Regina Elena. La stampa ripropone un celebre ritratto della seconda Regina d'Italia, sormontata dalla scritta "Elena di Savoia".
    Nello stato balcanico è molto vivo il culto della Regina Elena poiché, con le sua nozze celebrate a Roma il 24 ottobre 1896 con l'allora Principe di Napoli Vittorio Emanuele (futuro Re Vittorio Emanuele III), il piccolo stato balzò agli onori della cronaca internazionale per l'interesse della notizia.
    L'Italia nel 2002, in occasione dei 50 anni della scomparsa della Regina Elena, emise un francobollo a lei dedicato che contribuì alla raccolta di fondi per la ricerca contro i tumori al seno. Il francobollo montenegrino riprende lo stesso ritratto della Sovrana utilizzato 11 anni prima dalle Poste Italiane, grazie all'allora Ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri, su proposta di Sergio Boschiero.
    Proponiamo la fotografia del francobollo montenegrino.
DATA: 05.02.2016


RICORDO DEL DUCA D'AOSTA, EROE DELL' AMBA ALAGI, MORTO IN PRIGIONIA IL 3 MARZO 1942

RICORDO DEL DUCA D'AOSTA, EROE DELL' AMBA ALAGI, MORTO IN PRIGIONIA IL 3 MARZO 1942
   Monumento ad Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta e Viceré d'Etiopia (Torino 1898 - Nairobi 1942).
   Si erge a Gorizia  presso l'Aeroporto militare. Il monumento, opera di Paolo Caccia Dominioni, alto 5 metri, in travertino, raffigura il Duca e Viceré in divisa da aviatore col volto rivolto verso l'Africa.
   Fu inaugurato nel 1962 alla presenza del Presidente della Repubblica Antonio Segni e di S.A.R. Anna di Francia, Duchessa d'Aosta Vedova e già Viceregina d'Etiopia.
   La figura di Amedeo è circondata da 10 cippi che rievocano le imprese militari del Duca di Ferro.
DATA: 05.02.2016
   
PORTA A PORTA: L’ITALIA RECLAMA IL SUO “PRIMO SOLDATO”

PORTA A PORTA: L’ITALIA RECLAMA IL SUO “PRIMO SOLDATO” Maria Gabriella di Savoia   L’educatissimo Bruno Vespa ci sta abituando bene. Di nuovo, nella tarda serata di giovedì 28 gennaio, le celebri porte del salotto di “Porta a Porta” si sono schiuse per accogliere S.A.R. Maria Gabriella di Savoia.
    Il rimpatrio delle salme dei Sovrani sepolti all’estero, in particolare di Vittorio Emanuele III ed Elena, è stato il tema di quello che è sembrato più un colloquio amichevole che un’intervista, fatto di ricordi, curiosità, sorrisi ed emozioni, e concluso da Vespa con un commovente «grazie Altezza», degno di un gran signore quale egli è.
    Come già aveva fatto per il rientro dall’esilio dei signori Vittorio E. ed Emanuele F., anche per questa battaglia di civiltà, pacificazione e carità cristiana, Bruno Vespa ha prestato la sua voce e il suo celebre programma a vantaggio sì di Casa Savoia, ma soprattutto dell’Italia, della dignità d’Italia.
    Com’è stato ricordato nel corso della puntata, quella per il rimpatrio e la degna sepoltura dei nostri ultimi due Monarchi – per ora – e delle loro consorti, è una campagna che ha visto impegnati in campo in formazione armonica e compatta sì la Principessa, oltre che il Duca di Savoia, ma anche l’Unione Monarchica Italiana che da anni da il suo significativo contributo, anzi indispensabile, concretamente ed efficacemente rappresentato, come reso noto durante la trasmissione, dalla lettera indirizzata, sempre allo scopo di cui sopra, al presidente del consiglio Renzi.
    Il trasferimento della salma di Vittorio Emanuele III è un dovere che si è reso ancora più stringente a causa dell’avanzata delle milizie islamiche – che di islamico hanno veramente poco – le quali danno a ferro e fuoco ogni Chiesa Cristiana nella quale si imbattono durante la loro barbara marcia sanguinaria – dimentichi che nel Corano i Cristiani sono detti i migliori amici nella fede dei musulmani. I resti del Re Soldato, che riposano nella Cattedrale di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto, rischiano ogni giorno sempre più di essere profanati e distrutti, e questo l’Italia non lo vuole e non lo può permettere. Detti resti devono al più presto, questo l’appello della Principessa, di Vespa e ovviamente dell’U.M.I., trovare degna sepoltura; la domanda che sorge quindi spontanea è: “Dove?”.
    La posizione dell’U.M.I., com’è stato precisato durante la trasmissione, è chiarissima: il Pantheon. Tale Tempio fu designato dal comune di Roma, in occasione della morte del Padre della Patria Vittorio Emanuele II, quale luogo di
PORTA A PORTA: L’ITALIA RECLAMA IL SUO “PRIMO SOLDATO” sepoltura dei Sovrani d’Italia; tuttavia la Principessa, mossa a questo suo appello principalmente da ragioni di carattere affettivo, ha precisato che al limite anche Torino andrebbe bene, la cosa fondamentale è che i resti tornino in Patria il prima possibile.
    Degni di nota sono stati i vari servizi nei quali, pur per sommi capi ma in modo splendido ed efficace, sono stati delineati i tratti dei due Sovrani e del Loro servizio svolto per il bene del Paese. Finalmente dopo anni di oscurantismo, menzogne di regime ed anche atti vandalici, viene alla luce la verità che finalmente raggiunge gli italiani attraverso una trasmissione di tanto prestigio quale appunto “Porta a Porta”. Quanto ai contenuti, il consiglio spassionato è quello di prendere visione direttamente della puntata: un riassunto inevitabilmente comporterebbe la perdita di qualche elemento importante, e non sarebbe certo cosa buona vista la qualità dei servizi.
    È bello e molto soddisfacente, soprattutto per chi milita nell’U.M.I. e si batte da anni per questa ed altre battaglie, ma anche per tutti gli altri soci, oltre che per ogni buon italiano, vedere che una lotta di civiltà portata avanti con le armi della diplomazia dell’educazione e del rispetto può essere vinta. È bello e infonde molta speranza, soprattutto in noi giovani, renderci conto che in questa nostra Italia, prostrata e umiliata da oramai settant’anni di mal governo repubblicano, si può ancora combattere per un ideale e vincere, pur restando dei galantuomini, sull’esempio del nostro Re Umberto, definito proprio dallo stesso Vespa un vero galantuomo, anche quando ad opporcisi sono soggetti tutt’altro che galanti – e a volte viene anche il dubbio che siano veri uomini.
    L’U.M.I., più volte citata nel corso della serata, continuerà a sostenere sempre ogni tipo di iniziativa a favore dell’Italia e della Monarchia; sempre accanto alla Famiglia Reale, sempre pronta e fedele ma soprattutto sempre ispirata al principio trasmesso da Re Umberto, «L’Italia innanzi tutto!», e noi giovani ci saremo sempre!
    Speriamo che questa povera repubblichina, che nasconde la gloriosa tradizione e la grande cultura d’Italia davanti al “moderato ” Rouhani – e se oltre duemila condanne a morte, eseguite durante la sua presidenza, sono indice di moderazione… - abbia il coraggio di ridare dignità alla Patria restituendole uno dei suoi più grandi Sovrani, e magari di ritrovarne un po’ della propria, ammesso che ne abbia mai avuta, facendo un passo indietro e lasciando la guida del Paese ad altri Uomini e ad altre Istituzioni.
    Viva il Re Soldato! Viva l’Italia!

DATA: 30.01.2016

VITERBO: INCONTRO SULLA VITA DI GIOVANNINO GUARESCHI

Davide Colombo, Danila Annesi e Marco FerrazzoliNell'ambito degli eventi culturali promossi dalla Prof.ssa Danila Annesi e dalla Dott.ssa Virginia Pellegrini Pacchiani, sabato 15 gennaio 2016 si è tenuto, presso il Caffé Letterario di Viterbo, un incontro sulla splendida figura di Giovannino Guareschi. Relatore uno dei più importanti studiosi e appassionati del giornalista emiliano: il Prof. Marco Ferrazzoli, Capo Ufficio Stampa del CNR, Docente presso l'Università di Roma Tor Vergata, giornalista e scrittore, già autore di diversi libri su Guareschi tra cui “Non solo Don Camillo. L'intellettuale civile Giovannino Guareschi” ed. L'Uomo Libero (2009).
L'incontro è stato aperto dalla Preside Annesi la quale ha presentato l'ospite ed ha letto una mail di Albertino Guareschi, il figlio di Giovannino, che esprimeva i migliori auguri per la riuscita dell'incontro, impossibilitato a parteciparvi.
Il Prof. Ferrazzoli ha fatto proiettare un video in cui erano contenuti vari spezzoni di filmati riguardanti Guareschi, da un'intervista allo stesso Giovannino ad alcuni contributi di Indro Montanelli e Miriam Mafai, oltre a degli estratti dei film Don Camillo.
Ferrazzoli ha sottolineato come Guareschi rappresenti il più eclatante paradosso della politica italiana in quanto popolarissimo, con oltre venti milioni di copie di libri vendute, ma sempre snobbato dagli addetti ai lavori e dagli intellettuali. Oltretutto fu il primo e unico giornalista italiano a finire in galera per quello che scrisse, in seguito alla condanna per vilipendio al Capo dello Stato (la famosa vignetta con i Corazzieri-bottiglie di Nebiolo di Einaudi) e per il processo farsa per la pubblicazione di due lettere firmate da Alcide De Gasperi in cui il “trentino prestato all'Italia” avrebbe chiesto agli alleati di bombardare Roma per ottenere una sollevazione popolare più motivata.VITERBO: INCONTRO SULLA VITA DI GIOVANNINO GUARESCHI
Ferrazzoli ha poi tracciato una breve ma esaustiva biografia di Guareschi, dagli inizi della carriera giornalistica alla scomparsa, soffermandosi sulla terribile esperienza nel campo di concentramento, sull'importanza assunta dalla propaganda di Guareschi nella campagna elettorale del 1948 (determinanti furono due suoi manifesti elettorali per evitare che il blocco comunista vincesse),  e sull'esperienza alla guida del Candido, caso editoriale unico nella storia italiana.
Ovviamente Ferrazzoli si è occupato della fede monarchica di Guareschi che lo ha sempre caratterizzato, anche autoritraendosi nelle vignette con la bandiera sabauda.
L'incontro si è concluso con un vivace dibattito in cui il Prof. Ferrazzoli ha risposto alle numerose domande degli intervenuti.
All'appuntamento era presente il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, il Sen. Ferdinando Signorelli, il Gen. B. Nicola Tauro, Presidente dell'Associazione Nazionale Amici della Scuola di Artiglieria, il consigliere comunale di Viterbo Gianmaria Santucci, il Presidente dell'Associazione “Tuscia Dialettale” Franco Giuliani, il Prof. Aldo Quadrani del Circolo Monarchico della Tuscia e il Prof. Ferdinando Petri.
DATA: 16.01.2016

A LEZIONE DI CIVILTÀ  DALLA RUSSIA

Amedeo di Savoia, Porta a Porta   La nostra bella, bruna, elegante e amata Italia si fa dare ripetizioni di civiltà niente meno che … da un orso: la cara Russia.
Nella tarda serata di ieri, l’accogliente salotto di “Porta a Porta” ha ospitato niente meno che Sua Altezza Imperiale il Granduca Georgij Michajlovich Romanov, principe ereditario della dinastia che per oltre tre secoli ha governato la Russia, facendone uno degli Imperi più vasti e potenti del mondo. Accanto a lui, tra i vari ospiti, un altro erede, anzi Capo, di una non meno illustre Famiglia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia Duca di Savoia, che ha arricchito la trasmissione con preziose note circa la genealogia delle due illustri Famiglie e con la sua classe e simpatia; ovviamente non poteva mancare S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, nota per il suo amore e la sua conoscenza della storia, di Casa Savoia e non solo.
Protagonista della puntata è stato il Granduca, molto popolare e amato in Patria, che per la prima volta è comparso sugli schermi degli italiani, oltre che alla presenza del Duca di Savoia che, pur conoscendolo, ha ammesso di aver incontrato questo suo cugino per la prima volta proprio ieri. Potrei azzardare a definirlo la versione russa del “nostro” Aimone: giovane, con un’ottima educazione che gli ha permesso di assumere incarichi di prestigio e responsabilità e grande amante e conoscitore della propria Terra (nella quale attualmente non vive stabilmente) e della propria
Maria Gabriella di Savoia a Porta a Porta Famiglia, alle quali si sente onorato di appartenere.
Dopo la caduta del comunismo era di vitale importanza per la Russia rinascere e protendersi verso il futuro, ma per crescere forte e rigogliosa ogni pianta necessita di solide e ben piantate radici, che con buona pace di Carlo Azelio Ciampi, non possono essere recise, pena l’inevitabile rovina –come noi purtroppo possiamo ben testimoniare. Tali radici non potevano che essere quelle della Monarchia dei Romanov, che nemmeno i decenni di sanguinaria dittatura hanno potuto estirpare. Eltsin prima e Putin poi hanno saputo recuperare e valorizzare il passato incancellabile e glorioso della loro Patria, non certo senza fatica: riabilitare la Famiglia Romanov e l’ultimo Zar Nicola II, barbaramente massacrati dalla vile malvagità bolscevica, ha richiesto ai due presidenti il grande sforzo di fare i conti con un passato a dir poco torbido, e soprattutto di chiedere perdono per quanto accaduto. Indelebili nella storia resteranno le immagini di Eltsin che si inchina sulla tomba dell’ultima Famiglia Imperiale russa, interamente canonizzata dalla Chiesa Ortodossa Russa; e di Putin che si inginocchia nel porgere un omaggio floreale innanzi ad un monumento allo Zar Alessandro I, demolito sotto il comunismo e restaurato oggi come moltissimi altri in tutto il Paese.
La Russia ci insegna, e questo è stato ripetuto più volte nel corso della serata, che il proprio passato non va dimenticato anzi va ricordato e valorizzato in nome della pacificazione nazionale e del rispetto, per poter anche permettere a ogni donna e uomo, specialmente ai giovani, di poter comprendere chi sono, da dove vengono e dove andranno.
Amedeo e Romaniv a Porta a PortaCurioso che l’Italia plauda e guardi con ammirazione a tali prove di civiltà senza provare imbarazzo.
Io l’ho provato e con me certamente ogni italiano che udendo tanti bei discorsi su rispetto, memoria, pacificazione nazionale…vedendo la figlia ed il successore di Re Umberto II, ha rivolto il pensiero a quei quattro nostri Sovrani e Compatrioti che riposano in terra straniera. È mai possibile che ad oggi un Paese civile come il nostro non possa fare i conti con il proprio passato, riconoscere i propri errori e porre rimedio dando degna sepoltura a Persone che come poche ci rendono orgoglioso di dirci Italiani?
Vittorio Emanuele III, il Re di Vittorio Veneto, che ci ha dato la nostra amata Italia finalmente Unita; esempio di abnegazione per il bene supremo della Patria, che ha sempre rispettato le Leggi dello Stato, senza se e senza ma. Elena, che dire di questa Regina straordinaria: sposa, madre, cristiana e donna esemplare, una vera Italiana; “Rosa d’oro della cristianità” e “Serva di Dio”. Di Umberto II cosa si potrebbe dire, tanto forse troppo, ma mi limiterò a questo: un Signore.
Questi italiani rappresentano modelli preziosi per i noi giovani d’oggi, come pure lo sono per i russi lo Zar Nicola e la sua Famiglia.
Nel servizio dedicato alla figura dell’Imperatore, eccellente per quanto concerne le immagini e i filmati, egli viene presentato come uomo di grandi sentimenti, ma “grigio” e “privo d’intelligenza”; una ricostruzione degna di un celebre personaggio italo-elvetico di Maurizio Crozza. Che Nicola fosse un uomo buono, gentile e amabilissimo lo testimoniano il grande affetto dei suoi figli, della moglie Alessandra e di ogni persona che l’abbia conosciuto, persino i suoi carcerieri, quasi dei lupi ammansiti dalla bontà di un San Francesco russo. Circa la sua indubbia intelligenza, basti pensare alle conferenze internazionali di pace da lui indette, all’istituzione della corte dell’Aja, al programma di russificazione e scolarizzazione del multietnico popolo russo, alla protezione delle minoranze etniche e religiose quali ebrei e italiani cattolici di Crimea, ecc. Inoltre quale difensore delle tradizioni, della religione, insomma dell’identità russa, rappresenta degnamente quanto di buono va conservato e valorizzato della storia russa, indispensabile perché il Paese possa proiettarsi verso il futuro; un futuro nel quale speriamo di vedere S.A.I. Georgij Romanov occupare il posto che gli spetta sul Trono degli Zar di Tutte le Russie.
Come monarchico e come italiano auspico che la “nostra” classe politica sappia compiere quel gesto di civiltà, rispetto, pacificazione nazionale e carità cristiana che oramai da troppo tempo Casa Savoia e l’Italia attendono: il rimpatrio e la degna sepoltura, con tutti gli onori dovuti, dei Sovrani che riposano all’estero.
Vedremo se i rappresentanti di questa malandata e arrancante repubblica, sapranno essere dotati della stessa dignità e rispetto dei loro colleghi russi, e non solo russi.
DATA: 14.01.2016
   
NUOVO ANNO: LA STORIA CHE RITORNA, TRA BUONI PROPOSITI E SPERANZE DI PACE

   Chissà quali saranno i maggiori propositi e le maggiori speranze espresse da noi italiani che vorremmo si realizzassero con il nuovo anno. In prevalenza, forse, saranno tutte quelle che contribuiranno a far si che il 2016 si trasformi in un anno di pace e di prosperità. Una prosperità, che di questi tempi, per molti di noi, significa soprattutto sperare di trovare un lavoro sicuro. Ma l’augurio e la speranza di vivere un anno di pace, non dovrebbe escludere l’augurio di vivere in pace anche con nostra Madre Natura. Un buon proposito per il nuovo anno, dunque, dovrebbe essere anche quello di riconciliarci con i nostri paesaggi dove viviamo, e provare ad inquinare un po’ di meno rispetto all’anno appena trascorso, anche se, come sappiamo bene, solo una strategia politica a livello globale potrà salvare il pianeta da un declino altrimenti inevitabile. In questi primi giorni del 2016 quindi, non disdegniamo di augurare ai nostri parenti e ai nostri amici anche: “Pace con il creato”. Ma è soprattutto a causa degli attentati di Parigi del novembre scorso, perpetrati da un inumano terrorismo islamico (ammesso che esista un terrorismo umano), che oggi, la speranza che il nuovo anno sia un anno di pace, assume il significato più sentito per la maggioranza della nostra comunità, e non solo della nostra. In realtà però, l’augurare e lo sperare di vivere in un mondo senza guerre di tipo militare, rappresenta si, un’aspettativa positiva e di speranza per tutti noi, ma nello stesso tempo essa rappresenta anche un’utopia. Infatti, essendo noi esseri umani dei peccatori, siamo condannati a voler soddisfare i nostri interessi, le nostre bramosie di potere e i nostri istinti a discapito degli altri, entrando in questo modo in conflitto con noi stessi e con il resto dell’umanità. Ad aggravare questo stato di cose, va aggiunta, a mio avviso, l’incapacità dei Capi di Stato (repubblicani) e di Governo, di fungersi mediatori di interessi legittimi diversi o contrapposti. La storia del mondo infatti è zeppa di guerre e di atrocità causate dalla smania di potere, ed è altrettanto zeppa di Governanti che non svolgono un ruolo di garanzia e di terzietà rispetto alla contesa legittima di interessi economicamente rilevanti, ma anzi, li si vedono sempre più spesso incarnarsi in parte di essi. Le violenze verificatisi a Parigi lo scorso 13 novembre sono nulla, ad esempio, rispetto a quelle che si verificarono nel lontano 1571 nel nostro mediterraneo. A quel tempo la cristiana repubblica di Venezia viveva un periodo di prosperità nel commercio marittimo, ed era seconda solo alla Monarchia spagnola quanto a traffici  via mare. I possedimenti di alcune isole nel mediterraneo da parte dei veneziani fu la scintilla che innescò la guerra tra l’Impero turco musulmano del sultano Selim II e la Lega Santa cristiana costituita da papa Pio V ma guidata da Don Giovanni d’Austria fratellastro di Re Filippo II di Spagna. L’Impero ottomano infatti infastidito dall’avere nel bel mezzo del proprio Impero dei possedimenti che appartenevano ai veneziani, decise di attaccare l’isola di Cipro e la città di Famagosta dove era Rettore il coraggioso veneziano Marcantonio Bragadin, il quale, dopo aver sostenuto una epica resistenza dovette arrendersi al forte esercito turco guidato dal generale Lala Mustafà. Ma nonostante l’onorevole resa del valoroso Reggente veneziano, egli fu giustiziato ugualmente dal generale ottomano nel modo più atroce. Gli fu tagliato il naso ed entrambe le orecchie, fu scuoiato vivo a partire dalla nuca, e la pelle staccatasi intatta dallo scheletro fu riempita di paglia, ricucita, issata sul pennone di una galea, e portata a Costantinopoli come macabro trofeo. Nel frattempo i veneziani, per voce del futuro Doge di Venezia Sebastiano Vernier, si appellarono al pontefice implorandolo di aiutarli a sconfiggere l’Impero turco, il quale era acerrimo nemico anche della Chiesa cattolica, e che ormai, sbarcato a Cipro, aveva raggiunto l’avamposto orientale della cristianità. Il Papa di allora, il piemontese Pio V, non perse tempo, e a sua volta si appellò al Re di Spagna Filippo II chiedendogli aiuto. Il cattolicissimo Re spagnolo, che aveva molti interessi nel mediterraneo (oltre ad averne anche in America), non disdegnò di perorare la causa cristiana, ed in breve tempo costituì un esercito con a capo il suo fratellastro Don Giovanni d’Austria il quale da Messina sarebbe dovuto partire alla volta del mediterraneo insieme agli altri eserciti cristiani andando a sfidare l’Impero ottomano. Anche il Duca di Savoia Emanuele Filiberto (detto Testa di ferro), infatti, che in quegli anni aveva fortificato e consolidato il suo Ducato, assecondò le richieste del Papa, inviando un suo esercito a bordo di alcune galee nella città siciliana di Messina in nome della santa alleanza cristiana. Il Papa inoltre poté contare anche sull’aiuto dell’esercito della repubblica di Genova, di quello del Granducato di Toscana, di quello del Ducato di Urbino e di quello dei Cavalieri di Malta. Il pontefice, a completamento della coalizione degli eserciti posti in essere, inviò a Messina una schiera di 12 galee guidate dal Comandante Marcantonio Colonna. Fu così che la Lega Santa si costituì. In un’isola della Grecia, a Lepanto, avvenne quella che sarà ricordata come l’ultima grande battaglia navale a remi della storia del mediterraneo,  e l’ultima battaglia navale combattuta con la tecnica dell’abbordaggio. Fu uno scontro epico, in una manciata di ore ci furono più di trentamila morti, ma sarà l’Impero ottomano ad avere la peggio. Pio V, che era stato il regista della costituzione della Lega Santa contro i turchi, ricevuta la notizia della vittoria, ringraziò il cielo ed in particolare la SS. Beata Vergine Maria, e alcuni prelati lo sentirono addirittura ripetere più volte con voce commossa un passo del Vangelo in onore del Comandante della Lega Santa vittoriosa Don Giovanni d’Austria, il quale recitava: “ Vi fu un uomo mandato da Dio, che si chiamava Giovanni”. Dal giorno della vittoria di Lepanto, il 7 ottobre 1571, il romano pontefice stabilì che quella doveva essere la data della festa del Rosario, quello a cui tutti i cristiani avevano pregato e chiesto la grazia affinché l’esercito della Lega Santa avesse avuto la meglio sulle armate turche. Inoltre, sempre per espresso volere del Papa, nelle litanie lauretane furono introdotte le parole: Maria auxilium christianorum ora pro nobis (Maria aiuto dei cristiani prega per noi). Quelle stesse parole che comparvero tre secoli più tardi, nel 1867, sull’architrave sotto il timpano del nuovo Santuario dedicato a Maria Ausiliatrice che fu edificato a Torino – Valdocco. Era la Chiesa di Don Giovanni Bosco, voluta e sostenuta anche dall’allora pontefice Pio IX, e che alla cerimonia della posa della prima pietra, due anni prima, aveva presenziato il futuro Re di Spagna Amedeo di Savoia- Aosta, secondogenito del padre della Patria Vittorio Emanuele II, e capostipite del ramo Aosta. E’ la storia che ritorna, quella di una dinastia, i Savoia, che intreccia le sue vicende storiche, tra guerre e paci, a quella della Chiesa cattolica apostolica romana.
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 14.01.2016
   
ALESSANDRO MELLA: “VIVA L'IMPERATORE!, VIVA L'ITALIA!”

Alessandro Mella VIVA L'IMPERATORE!, VIVA L'ITALIA!   Da metà gennaio 2016 è disponibile il saggio di Alessandro Mella “Viva l'Imperatore! Viva l'Italia!”, che, sulla scorta di ampia documentazione archivistica e iconografica, esplora le radici del Risorgimento, cioè il sentimento italiano nel ventennio napoleonico. L'opera esce mentre, nel bicentenario del Congresso di Vienna e della Restaurazione, torna  al centro dell'attenzione l'idea originaria di Patria una, indipendente e libera, maturata con grandi sacrifici dai tanti italiani che servirono in armi il regime franco-napoleonico. Giorno dopo giorno – documenta Mella  - essi percepirono la necessità della Nuova Italia. In cerca del Principe, dopo trent'anni di cospirazioni, condanne alla pena capitale, al carcere duro, all' esilio lo trovarono infine in Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, già Conte dell'Impero napoleonico, il re dello Statuto.
   Il volume è elogiativamente aperto da un inquadramento critico di Aldo A. Mola, presidente della Consulta dei Senatori del Regno, e dall'introduzione di Francesco Paolo Tronca, già Prefetto di Milano, ora Commissario al Comune di Roma, noto cultore del Risorgimento, specialmente di Giuseppe Garibaldi.
   L'Opera (pp.237, euro 15) è pubblicata dall' Editore Bastogi Libri (Roma)  nella collana “De Monàrchia”,con l'egida del Centro Europeo per lo studio dello Stato (Dronero-Cavour).
  Può essere richiesta all'Editore (Bastogi Libri, via Giacomo Caneva, 19, 00142, Roma - http://www.bastogilibri.it/index_1.html) o all'Autore (loc. Durio, n.3; 10070 San Carlo Canavese, Torino).
DATA: 11.01.2016
   
VITERBO, VENERDI' 15 GENNAIO: GIOVANNINO GUARESCHI, NON SOLO DON CAMILLO

Giovannino Guareschi bandiera"Giovannino Guareschi: non solo Don Camillo" costituirà il tema dell'incontro organizzato da Danila Annesi, in collaborazione con Virginia Pellegrini Pacchiani, e che si terrà il prossimo 15 Gennaio presso il CAFFE' LETTERARIO in via Garbini 59-Viterbo, con inizio alle ore 17.30.La figura intellettuale e politica di Guareschi, grande giornalista, scrittore, disegnatore ed umorista sarà presentata dal Dott. Marco Ferrazzoli, famoso giornalista, scrittore, Capo Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche, docente universitario, collaboratore di numerosi quotidiani e periodici e tanto altro ancora, ma soprattutto appassionato studioso di Giovannino Guareschi, sulla cui figura ha scritto i libri "Guareschi. L'eretico della risata"e ""Non solo Don Camillo. L'intellettuale civile Giovanni Guareschi"e pubblicata una lunga serie di articoli e relazioni. Nel corso dell'incontro, che sicuramente sarà reso piacevole anche dalla proiezione di inediti filmati, sarà ripercorso l'impegno giornalistico di Guareschi, dal Bertoldo al Candido, Borghese; la sua carriera di scrittore di opere tradotte e vendute (venti milioni di copie) in tutto il mondo: "Il destino si chiama Clotilde", "Diario Clandestino", "Lo Zibaldino", "Mondo Piccolo: Don Camillo"; il suo impegno politico ed il rapporto con il potere al quale mai si piegò e con il quale mai accettò compromessi, nel pieno rispetto della sua dignità personale ed onestà intellettuale. Di questo suo modo di essere e, conseguentemente, di agire, del suo incrollabile credo pagò le conseguenze, come la deportazione nei lager nazisti, il carcere nel 1953, ma soprattutto l'isolamento e l'incomprensione: è questo lo scotto, che oggi come allora, pagano le persone veramente "libere," capaci di pensare con la propria testa e di dire ciò che pensano, purtroppo ancora  una rarità. Giovannino Guareschi, sempre fedele ai suoi ideali di fervente cattolico e monarchico, morì solo: ai suoi funerali soltanto pochi amici giornalist, del tutto assente, invece,  come sempre quando si tratta di personaggi "scomodi", l'Italia isituzionale. Sicuramente, però, quello che avrà fatto piacere al nostro GRANDE intellettuale è l'essere stato accompagnato al cimitero dalla gente semplice tra cui visse e dalla bandiera con lo scudo sabaudo". Al termine della conferenza Danila Annesi e Virginia Pellegrini Pacchiani saluteranno gli intervenuti, offrendo loro un aperitivo.
DATA: 04.01.2016

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