U.M.I. - Unione Monarchica Italiana


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LA MORTE DI SCALFARO: UN RICORDO FUORI DAL CORO

Scalfaro con le bandiere del PD - foto da internetSpett.le Redazione,
era il 15 novembre del 1994, una settimana dopo il disastro dell’alluvione (che ha colpito Alessandria ndr), giungeva in visita l’allora Capo dello Stato. I lettori saranno sorpresi e felici per questo ricordo, ma non tutti sanno che fu una visita lampo, quelle che umiliano, più che sollevare lo spirito e sentirci uniti, pur nella disgrazia comune! L’allora Presidente era l’attuale defunto da pochi giorni, il quale partendo da Roma in aereo presidenziale, atterrava a Genova, per salire in elicottero e sorvolare le zone di Ceva, Alba, Asti e finire ad Alessandria. Ad accoglierlo,  sotto i portici del Municipio,  c’era l’infaticabile Francesca Calvo, allora Sindaco, ricordata con entusiasmo dagli Alpini e da tanti Volontari per un sorriso spontaneo e la presenza sul posto, dove la gente soffriva e piangeva. Purtroppo il viaggio era già stato troppo pesante, per chi ricopriva la massima carica della Nazione, accompagnato dalla devota Figlia con tacchetti, poco consone a sporcarsi nel fango tra gli alluvionati, e così terminò quel triste tour, correndo verso Genova per il rientro immediato, il tutto nello spazio di una mattinata! Non posso rimpiangere un Personaggio così, del quale molti di parte Sinistra conservano il ricordo dell’impegno civile per salvaguardia della Costituzione, peccato che in momenti tragici la carta costituzionale serve a riempirsi la bocca ma non ad aiutare chi sta male ed ha perso tutto! Non possiamo meravigliarci molto se il Comandante abbandona la nave prima dei passeggeri, salvandosi prima di affondare con tante innocenti Vittime; gli esempi arrivano sempre dall’alto, se questo è il vertice……non ci resta che piangere! I Savoia accorsero sempre sui luoghi dei disastri, sia durante il Regno che in esilio, quando Sua Maestà da Cascais, incaricava il Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero di portare aiuti economici agli alluvionati del Vajont e del Polesine, tutto documentato ed in archivio della Principessa Maria Gabriella di Savoia, sarebbe interessante riscoprire la storia repubblicana anche da questi punti “regali”!
Ringrazio per l’attenzione.

Carmine Passalacqua
Consigliere Comunale e rappresentante UMI

DATA: 03.02.2012
 
A 20 ANNI DA TANGENTOPOLI

Il 17 Febbraio prossimo ricorre l’anniversario dall’inizio di “mani pulite”, un’inchiesta che spazzò via un’intera classe politica; nel 1992 i politici di allora non credevano che da lì a poco sarebbe crollato un intero sistema politico perché vivevano in un mondo ovattato e soprattutto lontano dalla gente comune. Dall’esperienza di allora i partiti politici a quanto pare non hanno tratto nessuna lezione, è notizia di ieri infatti che il tanto sospirato (da noi cittadini comuni mortali tartassati e mazziati dai continui balzelli) taglio agli stipendi di lor signori parlamentari in realtà non c’è stato affatto. Il taglio di 1300 euro mensili infatti è dovuto al solo fatto che si è passati al sistema contributivo e quindi in virtù di questo gli stipendi sono aumentati di 1300 euro, di conseguenza tagliando la suddetta cifra i nostri simpaticoni politici non hanno ridotto di un bel niente i loro sostanziosi cachet. In un momento di vulnus politico dei nostri partiti, che non riescono in nessun modo a rappresentare noi cittadini e che assomigliano sempre più solo a dei contenitori vuoti fine a se stessi ed ai loro personali interessi, gli onorevolissimi signori tentano anche furbizie spicciole per farci credere che anche loro stanno contribuendo a risanare il Paese. Questo non è il tempo delle furbizie!... come ha ricordato ieri il presidente Napolitano tutti devono concorrere al bene comune. A quanto pare le forti oligarchie ancora si rifiutano di pagare pegno. La storia ci insegna però che quando il popolo è stanco è capace di grandi cose. Guidato dal buonsenso e dalla provvidenza il popolo italiano sa cambiare, il popolo italiano può cambiare!

Roberto Carotti
Coordinatore provinciale U.M.I. Ancona

DATA: 02.02.2012
  
FISICHELLA AL CIRCOLO REX: IL PENSIERO CATTOLICO DURANTE IL RISORGIMENTO

FISICHELLA AL CIRCOLO REX: IL PENSIERO CATTOLICO DURANTE IL RISORGIMENTORoma, 29 gennaio 2012 - Si è aperta la seconda parte del 64° ciclo di conferenze del circolo di cultura ed educazione politica REX di Roma, con una pregevole conferenza del Senatore Domenico Fisichella. Dopo un introduzione del Presidente del Circolo REX, avvocato Benito Panariti, l’Ing. Domenico Giglio ha letto il messaggio di Re Umberto II, scritto il 30 aprile 1955, in occasione del centenario della scomparsa di Antonio Rosmini. Si è così ripresa un’antica tradizione del Circolo REX, ovvero quella di leggere un messaggio del Re prima di ogni conferenza. Fisichella ha aperto il suo intervento facendo notare che Cesare Balbo, uno dei massimi artefici del Risorgimento assieme a Cavour, era un fervente cattolico e che quindi l’essere uomini di fede non implicava assolutamente un’avversione al processo unitario. L’intervento di Fisichella si è incentrato sull’analisi del pensiero di tre grandi personaggi cattolici della prima metà dell’800: Vincenzo Gioberti, Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini. Tutti e tre erano patrioti convinti e volevano un’Italia unita, con una posizione di rilievo per il Papa. Sono state analizzate le possibili opzioni con le quali si sarebbe potuto unire l’Italia: stato federale o confederale, la figura del Papa come arbitro in campo di giustizia (ipotesi neoguelfa, definitivamente tramontata nel 1848) e il sistema istituzionale monarchico o repubblicano. L’oratore ha tracciato anche la fondamentale differenza tra il federalismo aggregativo di sui si è discusso durante il Risorgimento e di quello disgregativo di cui si discute ai giorni nostri. L’uno nobile e ricco di buoni propositi, l’altro bieco e con basse finalità. Analizzando i tre pensatori cattolici èFISICHELLA AL CIRCOLO REX: IL PENSIERO CATTOLICO DURANTE IL RISORGIMENTO emerso che Rosmini (a cui Fisichella ha dedicato un libro) ha sempre visto la Monarchia come un’istituzione in grado di unire il popolo mentre la repubblica in grado di dividere i popoli; Gioberti nasce repubblicano per poi rendersi conto che l’ipotesi monarchica è la sola percorribile ma anche la più auspicabile; Manzoni invece era uno strenuo sostenitore dell’unità nazionale con il chiodo fisso per Roma Capitale. Fisichella ha concluso il suo intervento, sottolineando quanto sia stato importante il contributo portato da questi pensatori al processo di unificazione nazionale. Presente il segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero, accompagnato dal Coordinatore provinciale dell’U.M.I. di Ancona Roberto Carotti, e l'Ing. Prof. Gian Vittorio Pallottino (foto).

DATA: 30.01.2012
  
I DUCHI DI SAVOIA A MADRID PER COMMEMORARE AMEDEO I, RE DI SPAGNA

I DUCHI DI SAVOIA A MADRID PER COMMEMORARE AMEDEO I, RE DI SPAGNA   Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia sono intervenuti, presso la sede dell'Istituto Italiano di Cultura di Madrid, alla conferenza dedicata alla figura del Re di Spagna Amedeo I di Savoia, primo Duca d’Aosta. S.A.R il Principe Amedeo di Savoia ha inaugurato la manifestazione, pronunciando un discorso a ricordo della figura del bisnonno, con particolari inediti. Dal convegno è emerso come le figure del Re Amedeo I e della consorte Maria Vittoria di Savoia, già principessa dal Pozzo della Cisterna, siano ancora oggi molto amate e apprezzate dal popolo spagnolo. Il primo Duca d’Aosta, nel corso del suo breve Regno, ha cercato di dare allo sviluppo della democrazia in Spagna. Fu Re di Spagna dal 1870 al 1873 ed il convegno è stato organizzato per ricordarne il 140° anniversario. I tre relatori principali, i Professori María Jesús Cava Mesa dell’Università di Bilbao, José María de Francisco Olmos dell’Università Complutense di Madrid e Amadeo Rey y Cabieses della “Escuela de Genealogía Heráldica y Nobiliaria de Avilés”, hanno trattato i vari aspetti del Suo Regno e della Sua personalità, nonché di quel complesso periodo della storia spagnola. Durante il Convegno è stato evidenziato - anche con l’ausilio di proiezioni d’immagini d’epoca - il tentativo di instaurare un nuovo corso storico, attraverso la creazione di una monarchia elettiva che si rifaceva idealmente al processo risorgimentale italiano. È stato inoltre messo in rilievo il tentativo di Vittorio Emanuele II di offrire, con la sua dedizione e con il suo spirito di sacrificio, un esempio di senso istituzionale moderno.

I DUCHI DI SAVOIA A MADRID PER COMMEMORARE AMEDEO I, RE DI SPAGNA

DATA: 30.01.2012
  
STRANEZZE AL CONSOLATO ITALIANO DI NIZZA: E’ PROIBITO PARLARE DELLA PERSECUZIONE DELLA CULTURA ITALIANA A NIZZA DOPO IL 1860?

STRANEZZE AL CONSOLATO ITALIANO DI NIZZA: E’ PROIBITO PARLARE DELLA PERSECUZIONE DELLA CULTURA ITALIANA A NIZZA DOPO IL 1860?   Uno strano episodio si è verificato alla “Giornata di studio” organizzata dal Consolato Generale d’Italia a Nizza, dal titolo: “La Contea di Nizza alla vigilia dell’Unità d’Italia: società e identità culturali” e svoltasi il 25 gennaio scorso. Alla “Giornata” partecipava anche il prof. Giulio Vignoli, dell’Università di Genova, noto studioso dell’argomento al quale ha dedicato ben tre libri: I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica Italiana, Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa (editi entrambi da Giuffrè, la più grande casa editrice scientifica italiana) e da ultimo il pamphlet Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo (e di Briga e di Tenda e del Principato di Monaco). Ricordiamo anche che il prof. Vignoli è membro della Consulta dei Senatori del Regno. Erano presente al convegno relatori italiani e francesi. Al prof. Vignoli sono stati concessi 5 minuti, dicesi 5, per un intervento da svolgere alle ore 14, all’inizio dei lavori pomeridiani, subito dopo il pranzo (quando ancora l’uditorio sonnecchia per la digestione). Già nell’intervallo del mattino, due illustri relatori  avevano riferito in via confidenziale al prof. Vignoli che il Consolato avrebbe voluto escluderlo da ogni partecipazione per le sue opinioni storiche sulla cessione di Nizza e sul Nizzardo. Essi rispondevano al funzionario consolare che questo non era possibile, in quanto il prof. Vignoli era un noto studioso. Il prof. Vignoli aveva notato che i relatori succedutisi prima di lui, avevano parlato della componente culturale italiana di Nizza nel 1860  (e questo è già una prova di coraggio, in quanto per l’ufficialità francese questa componente non è mai esistita), ma non avevano assolutamente spiegato perché questa si fosse poi estinta. Forse era evaporata al sole. Quindi, prendendo la parola, il prof. Vignoli, dopo un fulmineo prologo, aveva cercato di riempire la lacuna e aveva chiarito che la componente culturale italiana di Nizza si era estinta per le persecuzioni delle autorità francesi e cominciava ad indicare alcuni episodi: proibizione dell’uso della lingua italiana, deportazione e condanne all’esilio di intellettuali italiani, chiusura di giornali, delle scuole italiane, ecc. Non l’avesse mai detto. Un funzionario del nostro Consolato si precipitava dalla sala dove si trovava, sul prof. Vignoli, lo interrompeva bruscamente, allontanandolo (quasi trascinandolo) via dal microfono con grande villania. Villania, ci ha poi detto il prof. Vignoli, da lui mai subita in 47 anni, 10 mesi e 12 giorni di carriera universitaria. A giustificazione dei suoi modi, l’alto funzionario consolare affermava che i 5, dicesi 5, minuti assegnati al prof. Vignoli, erano trascorsi, stavano per essere 10 (dieci). Molti del pubblico hanno poi fatto presente, a riprova della strumentalità di tale tesi, che gli interventi dei successivi studiosi erano terminati prima del programma indicato. E che quindi ben c’era tempo per almeno farlo concludere. L’episodio increscioso può forse contribuire a far capire molte cose a chi  voglia interessarsi al tema di Nizza e del Nizzardo. 

DATA: 30.01.2012
 
ASPROMONTE  1862: IL FALLIMENTO DELL’ESTREMISMO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/01/2012

“Vogliamo tutto e subito!”.  Oppure: “Questo mai e poi mai!” Sono due malattie infantili della Nuova Italia. Recidivanti. Fanno parte dell’ “Anomalia italiana” indagata da Fabrizio Cicchitto. L’intera storia, del resto, e non solo quella italiana, è un cimitero di tragedie scatenate dalla miscela esplosiva di esaltazione mistica e di avventurismo criminale. A  prima vista, non sempre è facile distinguere il profeta  dall’arruffapopoli. Solo il tempo separa la pula dal chicco. Talvolta anche l’eroe di buon cuore scatena il finimondo e va fermato, costi quel che costi, perché una cosa è lo Stato, un’altra la ridda degl’impulsi particolari. Cade a proposito il 150° della spedizione che nel luglio 1862 Giuseppe Garibaldi intraprese dalla Sicilia per abbattere Pio IX, il papa-re. Sotto il profilo militare, quell’avventura fu una colossale sciocchezza. Era del tutto improbabile marciare  dalla Calabria a Roma con bande improvvisate e bisognose di tutto, in territori impraticabili e sconosciuti. Fatalmente i garibaldini sarebbero apparsi non patrioti ma briganti, come era accaduto a Carlo Pisacane nel 1857.  Peggio ancora, lo avesse voluto o no, Garibaldi avrebbe innescato la rivolta dell’intero Mezzogiorno. In nome di che cosa? La repubblica? Era il primo a non crederci.
    Proprio nel luglio 1862 il neonato Regno d’Italia venne riconosciuto dall’Impero di Russia e dal Regno di Prussia a patto che concorresse  alla pace europea. Il governo di Torino era già alle prese con il “brigandaggio” (sic)  che nell’ex Regno delle Due Sicilie  sommava resistenza borbonico-papalina  e rifiuto dello Stato moderno, che impone tasse e leva militare in cambio di sicurezza e opere pubbliche. Dalla proclamazione del Regno (14 marzo 1861) in tante plaghe della Nuova Italia il governo fece in un quinquennio quanto Casa Savoia aveva fatto in secoli di “bonifica” dei suoi antichi domini per portarli al livello degli Stati più progrediti d’Europa.
   Nella sua generosa follia Garibaldi rischiò di sfasciare tutto per una questione che non era certo la più urgente in un Paese nel quale all’epoca si registravano quasi 500.000 reati l’anno su 22 milioni di abitanti: 150.000 contro le persone e le cose, 12.000 porti abusivi di armi, 20.000 contro l’ordine pubblico,  400 omicidi premeditati, 1700 volontari,  500 colposi, centinaia d’altri senza causa, 1500 tentati, 15.000 ferite gravi, 30.000 percosse lievi, 35.000 rapine, danni a proprietà e altro.  Quell’Italia, ieri come oggi,  era sotto osservazione della Comunità  internazionale, che solo nel 1867 la riconobbe suo membro a tutti gli effetti. Di questo difficile percorso si dovrà parlare nel 150° dell’impresa di Garibaldi fermata il 29 agosto 1862 sull’Aspromonte dall’Esercito Italiano, armi alla mano: non era questione di “Roma o morte” ma di “Italia o morte del Regno”. Attendiamo con curiosità i discorsi ufficiali sul dilemma dell’Aspromonte, memori che in questo Paese tanti intellettuali (brutta parola per più brutta cosa diceva Carducci) anche a Torino si dichiararono né con lo Stato né con le Brigate Rosse… L’unica marcia su Roma di successo fu quella, nel 1922, delle camicie nere di Mussolini. Essa riuscì proprio perché le “squadre” vennero fermate lontane da Roma, ove entrarono la mattina del 31 ottobre, non da conquistatrici ma solo per una sbrigativa sfilata consolatoria in omaggio al giuramento del governo a Re Vittorio. 
  Non è mai tardi per riflettere sulla misura che anche le opposizioni debbono osservare nell’interesse generale permanente degli italiani.  Chi vuole “tutto e subito” (senza però sapere che cosa davvero voglia e possa ottenere) rischia di sparire, come tutti i Partiti d’Azione: quello risorgimentale e quello del 1942-46. Dal canto suo, come ogni cittadino, anche lo Stato ha suoi diritti-doveri. In casi estremi, come ad Aspromonte, deve farli valere. Diversamente crolla. 
Aldo A. Mola
DATA: 29.01.2012
  
ROMANIA: LE TEMPERATURE RIGIDE NON BLOCCANO LA PROTESTA MONARCHICA

Romania - Nonostante le rigide temperature invernali (si arriva senza problemi a 10° sotto lo zero), a Bucarest, Timişoara e Cluj Napoca i monarchici si ritrovano quotidianamente in piazza per protestare contro il presidente della repubblica e chiedere il ritorno della Monarchia. Dalla pagina facebook di Vestul.ro alcuni entusiasmanti video delle manifestazioni rumene, il sito d'informazione rumena che è portavoce della protesta Monarchica, si legge: "Anche oggi, per il sesto giorno consecutivo, alle 17.45 davanti al busto di Re Ferdinando I ci incontreremo  per chiedere il ritorno della Monarchia costituzionale e del Re Michele come Capo dello Stato rumeno". Vi è poi una presa di distanza dalle manifestazioni dei partiti di opposizione: a differenza di questi che vogliono sostituire un presidente con un altro, i monarchici vogliono sostituire il presidente con il Re. Agli amici rumeni e a tutta la redazione di Vestul va il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento. Uniti per il ritorno della Monarchia! Pubblichiamo di seguito Ragazzi, continuate così!

La manifestazione a Timişoara


La manifestazione a Cluj Napoca (da www.stiridecluj.ro)


DATA: 28.01.2012
  
LA REGINA ELENA DI ROMANIA UNA DONNA CORAGGIOSA DI FRONTE ALLA TRAGEDIA DELLA SHOAH

la Regina Elena di RomaniaIl Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (maggiormente nota con il suo nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.
In questa giornata non si può dimenticare la e non ricordare la figura di Elena di Grecia e Danimarca, Principessa di Parma e Regina di Romania .Terzogenita del Re Costantino I di Garcia e di Sofia di Prussia . Il 10 Marzo 1921 sposò Carlo futuro Re di Romania, da questa unione nacque Michele I attuale capo della casa reale romena . La Regina Elena fu reggente al trono romeno dal 1927 al 1930 e successivamente sempre accanto al figlio Michele quando quest’ultimo ascese al trono e fino al 31 Dicembre 1947 quando, dopo una umiliante perquisizione, la famiglia reale fu costretta a lasciare il suolo romeno per l’esilio.
Un episodio che dimostra la particolare umanità di questa donna è anche legato alla storia italiana e alla tragica sorte di Mafalda di Savoia. Infatti, nel settembre del 1943, alla firma dell'armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III ripararono al Sud per garantire la Nazione e la sua indipendenza, ma Mafalda , partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III di Bulgaria  era in fin di vita , non venne messa al corrente dei pericoli che poteva incorrere una volta rientrata in Italia. Durante il viaggio di ritorno verso l’Italia, la Regina Elena di Romania fece fermare appositamente il convoglio reale per offrire protezione a Mafalda di Savoia cercando di farla desistere dal rientare in Patria. Mafalda decide di non accettare l’offerta e volle proseguire per la penisola e per il suo triste destino.
Non di meno fu il suo atteggiamento nei confronti della comunità ebraica romena , negli difficili del regime di Antonescu, si aderò per la salvezza di migliaia di ebrei in particolar modo assieme al sindaco di Cernăuți (oggi Chernivtsi in Ucraina) la deportazione della locale comunità ebraica e protesse anche coloro che erano stati deportati dal regime nella Trasnistria
Per questo comportamento nel 1993 , undici anni dopo la morte, la Regina Madre di Romania, Elena di Grecia è stata insignita del titolo di “Giusta fra i popoli “ dallo Stato di Israele e il suo nome figura nel monumentale Yad Vashem di Gerusalemme assieme agli altri 60 Romeni che si adoperarono per salvare gli ebrei negli anni bui dell’odio antisemita
Dott. Marco Baratto
Associazione Culturale Euromediterranea

DATA: 27.01.2012

GIORNO DELLA MEMORIA: EROI ITALIANI
IL MARESCIALLO GdF ANTONIO AMBROSELLI

Antonio AmbroselliIn occasione de "il giorno della memoria" vogliamo ricordare una valorosa figura di uomo, di militare e di monarchico: il Maresciallo Maggiore Aiutante GdF Antonio Ambroselli, da poco insignito della Medaglia della "Fondazione Carnegie". Riproproniamo quanto di lui scritto sul sito della Guardia di Finanza. Onore alla Sua grande figura!
Ricerche storiche e biografia realizzate dal Capitano Gerardo Severino
Il Maresciallo Maggiore "Aiutante" Antonio Ambroselli, nato a Santi Cosma e Damiano (Latina) il 12 marzo 1915, si arruolò nel Corpo il 5 settembre 1935. Dopo aver prestato servizio presso varie Brigate territoriali, nel luglio 1941 fu mobilitato nei ranghi del 1° Battaglione, destinato ad operare in Albania. Ritornato in Patria nel novembre 1942, l'Ambroselli fu destinato alla Compagnia Comando dell'Accademia del Corpo, con sede in Roma. Dal momento che i corsi erano stati sospesi, il finanziere Ambroselli fu destinato al servizio di polizia presso il Comando Scalo Ferroviario di Roma Tiburtina (nell'ambito del "Comando Guardia di Finanza per il Servizio di Polizia della Città Aperta di Roma", al quale furono demandati compiti strettamente istituzionali, oltre al concorso per il mantenimento dell'ordine pubblico). L'Ambroselli entrò così a far parte della "Banda Fiamme Gialle" - nucleo partigiano aderente al Fronte Clandestino di Resistenza - alternando le pericolosissime operazioni anti-tedesche allo svolgimento del normale servizio d'istituto.
Gli atti di eroismo del quale si rese protagonista il finanziere Antonio Ambroselli, così come la giovane moglie Mafalda Cangelmi, si verificarono dall'autunno'43 alla primavera ‘44, in un contesto storico nel quale Roma si trovava alla mercé delle truppe d'occupazione tedesche.
Le province di Latina e Frosinone, attraversate dalla linea difensiva nazista "Gustav" furono oggetto di provvedimenti di sfollamento per esigenze belliche, molti civili divennero profughi ospitati in campi predisposti a Roma, tanti furono gli uomini abili al lavoro reclutati coattivamente per le esigenze militari (costruzione di difese in Italia, nei pressi del fronte) e industriali tedesche, venendo spesso deportati in Germania.
All'indomani del 18 ottobre '43, la Stazione Tiburtina di Roma divenne luogo di partenza non solo dei carri bestiame che trasportarono ad Auschwitz gli ebrei romani, ma anche di molti altri convogli carichi di militari sbandati, giovani renitenti alla leva, ebrei scampati al primo rastrellamento, ma soprattutto tanti padri di famiglia sottratti alle proprie vite normali per essere duramente utilizzati come bassa mano d'opera nella lontana Germania.
Fu proprio in questo frangente che ebbe inizio la pericolosissima opera umanitaria di Antonio Ambroselli e del comandante del posto di polizia operante nello stesso scalo, il tenente albanese Aladyn Korça, aiutati anche da Michele Bolgia, un ferroviere "guardasala" (morto poi alle Fosse Ardeatine): insieme, agevolarono la fuga di molti deportati, proprio mediante lo spiombamento dei portelloni dei carri bestiame. Il finanziere Ambroselli venne poi a sapere che presso uno dei campi per sfollati allestiti nella Capitale (il "villaggio Breda" a Torre Gaia) erano stati concentrati altri profughi e rastrellati provenienti dal suo paese natale. Egli, insieme alla moglie Mafalda, riuscì a far diventare dipendenti della Croce Rossa molti di loro, altri ancora vennero fatti fuggire dal Campo e ospitati da parenti e/o amici a Roma, o addirittura nella loro stessa casa, in attesa di una sistemazione migliore.
Nella primavera del 1944 l'Ambroselli fu anche arrestato dai tedeschi, ma riuscì a farsi scagionare, potendo così riprendere la propria opera umanitaria.
Ammesso alla Scuola Sottufficiali nel marzo del 1947, fu promosso Sottobrigadiere il 16 ottobre dello stesso anno. Dopo aver prestato servizio presso importanti reparti della Guardia di Finanza, trascorse gli ultimi anni di servizio presso il S.I.D. (Servizio Informazioni Difesa). All'atto della morte, avvenuta a Roma il 1° aprile 1975, ricopriva il grado di Maresciallo Maggiore Aiutante.
Nell'ultima riunione del Consiglio, tenutasi il 6 dicembre2011, su proposta del Museo Storico del Corpo è stata concessa alla memoria del M.M.A. Antonio Ambroselli la Medaglia d'Oro della "Fondazione Carnegie" con la seguente motivazione:
"Finanziere, in servizio presso la Stazione di Roma Tiburtina, durante l'occupazione tedesca della Capitale, membro attivo della banda partigiana "Fiamme Gialle", contribuiva con l'apertura clandestina dei vagoni piombati e sfidando la fucilazione, alla fuga e al salvataggio di numerosi deportati destinati ai campi di concentramento nazisti. Parimenti, con gravissimo rischio per la propria incolumità, salvava altre centinaia di deportati, consentendo la loro fuga dal campo d'internamento istituito negli stabilimenti della Breda a Torre Gaia. (Roma, settembre 1943 - aprile 1944)"

DATA: 27.01.2012

LA SCOMPARSA DELLA SIGNORA CIMA FERRARA

L’Unione Monarchica Italiana china le abbrunate bandiere del Regno dinnanzi alla figura della Signora Giovanna Cima Ferrara di Genova che ci ha lasciato oggi. Ricordiamo la Signora Giovanna, oltre che per la Sua cristallina fede monarchica, anche per la passione messa nel collezionismo di cartoline sabaude, di cui aveva organizzato varie mostre. E’ stata una persona fondamentale per l’attività monarchica in terra ligure ed ha contribuito fattivamente alle molte attività del Club Reale “Duca Bacicin” di Sanremo. Ci stringiamo attorno alla figlia Giuseppina Cima, anch’essa fervente monarchica, e a tutta la famiglia per la grave perdita.
Roma, 24 gennaio 2012
DATA: 24.01.2012
 
MAFALDA DI SAVOIA: STASERA LA FICTION SU RETE4

Mafalda di savoia - la fictionUn'ottima Stefania Rocca impersona la figlia di Re Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia. Un'eroina allegra, amante della musica, romantica, testarda e mai formale. Capace di morire in un lager in nome della patria: "Ricordatevi di me come di una vostra sorella italiana"."Quando mi hanno proposto di interpretare Mafalda di Savoia, sono rimasta perplessa: non sapevo niente di lei" racconta Stefania Rocca in un'intervista a La Repubblica. "Ho scoperto che non esiste quasi niente, a parte il libro di Cristina Siccardi sul quale è basata la nostra fiction". "Niente, o quasi, sul suo carattere, la sua personalità. Perciò sono rimasta ancora più colpita quando ho letto la frase che disse prima di morire: Ricordatemi non come una principessa ma come una sorella. Da lì ho ricostruito la "mia" Mafalda: allegra, amante della musica, romantica, testarda e non formale". E' questo il ritratto della protagonista di Mafalda di Savoia - Il coraggio di una principessa, film tv in onda martedì 24 gennaio alle 21.10 su Rete 4. Maurizio Zaccaro dirige una splendida Stefania Rocca e un cast composto da Franco Castellano, Johannes Brandrup, Clotilde Courau, Regina Orioli e Amanda Sandrelli.
MARTEDI' 24 GENNAIO - ORE 21.10 - RETE4

DATA: 24.01.2012
 
I DEPUTATI VARIOPINTI - I PEANO: UN’IDEA PER LA RIFORMA ELETTORALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/01/2012

Urge una tassa sulle parole al vento. Come quelle di  Mario Monti che parla di “attacco all’Europa” come se la Gran Bretagna, estranea all’Eurozona, fosse meno Europa della Polonia e la crisi in corso sia solo finanziaria mentre è politico-militare dell’intero “Occidente” (la Nato: USA, Canada,… Turchia). Parole al vento sono quelle sulla legge elettorale mentre bisogna anzitutto cambiare configurazione e poteri dei supremi organi dello Stato: quanto basta per capire che questo governo ha poca  ragion d’essere. Ciò constatato, se davvero vogliono concorrere a tirarsi fuori dal pantano, anziché votarsi al Santone di turno  i cittadini debbono riappropriarsi della politica. Il nodo che la legge elettorale deve sciogliere non è garantire la poltrona di  questo o quel capopolo  o capopopolo ma assicurare dieci anni di governo stabile, senza follie, follini e secondi fini.
   Inutile nascondersi che la proporzionale della Prima repubblica fu una pia menzogna fondata sull’esclusione dal governo di quel  Partito comunista che era ideologicamente e oggettivamente asservito all’URSS e al Patto di Varsavia, come insegnano i fatti di Budapest (1965), Praga(1968) e documentò la sbianchettata Lista Mitrokin. La proporzionale fu la sciagura dell’Italia uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, quando ancora era uno stato sovrano; figuriamoci quali guai può riservarci quando questo ducato di Parma-Piacenza è terreno di caccia di interessi stranieri. La proporzionale, cioè la suddivisione dei seggi in rapporto al numero di voti ottenuti dai partiti, venne sperimentata la prima volta nelle elezioni del 16 novembre 1919, con un importante correttivo: l’Italia fu ripartita in 54 collegi, ciascuno dei quali eleggeva  da  5 (Caltanissetta) a 20 (Milano) deputati. Spalancò le porte agli opposti  estremismi e generò la frantumazione dei demo-liberali.  Dalle urne uscirono otto gruppi parlamentari, ripartiti in sottogruppi. Tra i partitini, solo i fascisti di Mussolini quella volta furono bocciati dagli elettori e dati per morti, ma nel 1921 si rifecero nei blocchi nazionali, ennesima reincarnazione del trasformismo all’italiana. Per coniugare proporzionale  e stabilità di governo il deputato saluzzese Camillo Peano (Saluzzo 1863-Roma, 1930), seguace di Giovanni Giolitti, varò un astuto correttivo: se la lista dei candidati non era pari al numero dei seggi in palio, i votanti, che esprimevano da una a quattro preferenze,  potevano aggiungere un nome dalla lista di un partito considerato “affine”. L’elezione di deputati variopinti (panachés) ammodernò il “patto Gentiloni” che nel 1913  vide candidati liberali-democratici, inclusi molti massoni, eletti dai cattomoderati  e questi ultimi sorretti da radicali e socialriformisti: tutti uniti contro le estreme.  L’aggiornamento di quel patto fu segretamente convenuto tra Giolitti e il monregalese Giovanni Battista Bertone, un cui profilo (ma solo sino al 1919),è stato scritto da Giuseppe Griseri per il Centro studi monregalesi. Alle elezioni del 1919, però, il panachage dette prova modesta: i liberali votarono i cattolici, ma non  furono ricambiati. Nel Cuneese Bertone surclassò Giolitti, che la prese male, decise che di don Sturzo (“prete intrigante” a suo giudizio) non ci poteva fidare  e dopo un anno sciolse la Camera. Dalle nuove elezioni nacque un’Assemblea frantumata in quattordici gruppi parlamentari. Finì con l’avvento  di Mussolini (31 ottobre 1922)  a capo di un governo comprendente fascisti, nazionalisti, liberali, cattolici, democratici, demosociali….Il declino del liberalismo venne ritardato sino al 1928 solo perché l’Italia dell’epoca aveva due Camere nettamente differenziate: i deputati elettivi, i senatori  vitalizi  e di  nomina regia.
   Oggi perdura il bicameralismo perfetto, funesto per il funzionamento di una democrazia all’altezza dei tempi. E’ uno tanti nodi da sciogliere con una fase costituente che questo governo tecnico non sarà mai in grado di assicurare. Per risparmiare all’Italia una nuova lunga agonia,  meglio tornare presto alle urne, sia pure con questa legge. Andava fatto diciotto mesi orsono. Non avremmo il caos istituzionale oggi appena velato da un’emergenza che non è endogena e la cui soluzione quindi supera le facoltà di un  governo spacciato  come tecnico  proprio mentre vi è gran bisogno di politica. I tecnici mandano sugli scogli o su pericolosissime sabbie … , come mostrano certi  disastri che sanno di parabola.

DATA: 24.01.2012
 
ROMANIA: IL RE CON UN MESSAGGIO SI RIVOLGE AI CITTADINI CHE PROTESTANO

Nella giornata di domenica 22 gennaio 2012, ad oltre una settimana di scontri violenti che hanno acceso le piazze della Romania, S.M. il Re Michele I ha  fatto diramare un messaggio in cui si invoca la pacificazione nazionale e si ribadisce l’imparzialità della Corona rispetto alle correnti politiche. Il Sovrano ha esortato il proprio popolo a superare le difficoltà e ha concluso il messaggio ribadendo l’impegno della Corona nei confronti della nazione. Abbiamo tradotto il messaggio del Re e lo proponiamo ai nostri visitatori.

Palazzo Elisabetta (Bucarest), 22 gennaio 2012

L’Ufficio stampa di Sua Maestà il Re Michele I ha diffuso il seguente comunicato:

Re Michele I di RomaniaLa Famiglia Reale rumena sa che sempre più rumeni esprimono con forza da più giorni le loro opinioni e il loro scontento, nelle diverse città del paese e nelle comunità presenti all’estero. L’aggravio dei cittadini sta diventando sempre più soffocante. La classe politica del paese ha il dovere di dare le risposte che la gente giustamente si aspetta.
I Rumeni hanno perso la fiducia. Chiedono ai politici un comportamento pubblico completamente e definitivamente in rotta con le abitudini negative del passato.
Tutta la Famiglia Reale è vicina con il cuore a tutti quelli che in questi tempi hanno bisogno di incoraggiamento e di solidarietà.
Il Re Michele ha detto nel suo messaggio indirizzato al Parlamento della Romania che “il cinismo, l’interesse di parte e la codardia non devono  far parte della vita. La Romania è andata avanti tramite gli ideali dei grandi uomini della nostra storia, ideali vissuti in una maniera responsabile e generosa ". Queste parole erano rivolte a tutti quelli che hanno il potere di cambiare qualcosa in Romania.
La lezione di storia data dai giovani nel dicembre 1989 fa vedere che i rumeni hanno piena fiducia nelle virtù della democrazia e della libertà quando il destino del paese si trova di fronte a un bivio. L'Europa e la Romania attraversano assieme dei momenti di difficoltà. A maggior ragione oggi abbiamo bisogno che la politica rispetti il posto conferitogli dalla democrazia e non occupi il posto della competenza nello spazio pubblico e istituzionale.
Senza dubbio la crisi economica globale influenza la Romania. Ma è tuttavia evidente che le proteste del nostro Paese vadano al di là di questo: i Rumeni esprimono la loro frustrazione verso dei politici che non hanno mai guardato al di là dei loro interessi di parte, che sono stati più impegnati nelle piccole dispute personali che nella buona amministrazione del Paese.
Il Re e la Principessa Ereditaria seguono gli eventi con profonda preoccupazione e rimangono decisi a fare tutto quanto in loro potere per difendere e promuovere gli interessi della Romania, senza favorire nessuna forza politica.
 Questo è stato il dovere della Corona rumena in ogni generazione e rimarrà tale anche in futuro.

DATA: 22.01.2012
  
LA REPUBBLICA AL CREPUSCOLO

Eccellente editoriale di Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di domenica 22 gnnaio 2012.

Il presidente Giorgio Napolitano incalza il Parlamento ad accelerare la riforma istituzionale e politica. Anziché dichiarazioni private dovrebbe utilizzare il “messaggio alle Camere” previsto dal comma 2 dell’art. 87 della Costituzione. Per compiacerlo qualcuno ipotizza di imboccare due canali: elaborare alla Camera una nuova legge elettorale e al Senato la riforma delle Camere (numero dei parlamentari e loro compiti). Ma quando e come i due canali diverrebbero comunicanti? La riforma elettorale si fa per legge ordinaria; l’altra ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, in tempi brevi se davvero si vuole; altrimenti, sono lunghissimi.  I più già scrivono  che i sedici mesi di fine legislatura non bastano. Perché vogliono che nulla cambi. Ma se non si modifica l’assetto dei poteri è inutile accanirsi sulla legge elettorale. Cambiare l’ordine degli addendi in politica porta a risultati profondamente diversi, perché la politica è “arte di governo” non semplice esercizio di “contabili”. La vera urgenza del Paese non è la legge elettorale ma il ritorno del primato della politica su prefetti di palazzo e pretoriani. Il nodo non è la misura  dell’indennità stabilita dall’art. 69 della Costituzione ai membri del parlamento, ma la riforma  dell’Ordinamento della Repubblica. Non si tratta solo di stabilire come e quanti parlamentari eleggere ma quali siano i loro compiti. Prima si stabiliscono la pianta e i piani di un edificio, poi se ne elevano i muri e si posa il tetto e infine gli si darà il colore. Lo ripeteva  Giuseppe Garibaldi, che era marinaio di  buon senso. La premura di Napolitano (o di chi ne usa le parole) potrebbe spingere a litigare sulla tinta (cioè sulla legge elettorale) anziché accordarsi sulle fondamenta, eludendo i veri nodi da sciogliere: anzitutto superare il bicameralismo perfetto vigente, che ha affossato  e affosserà ogni vero tentativo di ammodernare il Paese. Si obietterà che questa Legislatura ha solo più un annetto di vita e che con l’inverno 2012 inizia il “semestre bianco” durante il quale (meno male!) il Presidente non può sciogliere le Camere o una di esse semplicemente dopo aver “sentiti i loro Presidenti” (comma 2 dell’art.88). E si dirà che in pochi mesi i partiti non arriveranno ad accordarsi sulla riforma della Costituzione promessa  e rinviata da decenni. Vero. Ma questo vuol dire che la crisi dell’Italia non è solo finanziaria, né solo della “casta” ma della Repubblica stessa. All’ordine del giorno vi è il ritorno alla politica, che vuol dire maggiore attenzione al Paese reale, ai referendum abrogativi vanificati a quelli propositivi non accettati. I “fuochi di Sicilia” non si spengono col silenzio e l’indifferenza, promettendo “più Peluffo per tutti”. In discussione sono anche certi poteri del Capo dello Stato, inclusa la nomina  a senatori a vita di cinque cittadini illustri: un potere che i costituenti inserirono sotto il titolo Il Parlamento (comma 2 dell’art. 59) non sotto quello del Presidente della Repubblica, senza immaginare che un bel giorno il capo dello stato potesse ergersi a grande elettore unico di un senatore, subito dopo incaricato di formare il  governo: un atto che ricorda gli “imperatori di adozione” dell’impero romano. Va allora ricordato che dopo qualche imperatore di buon cuore, prefetti di palazzo e pretoriani capirono che potevano acciuffare il potere senza bisogno di investiture. Si autoproclamavano. Non erano senatori, ma irrompevano nel Senato per strapparne l’approvazione oggi prevista dall’art. 92 della Costituzione. Per evitare la deriva verso scogli pericolosi bisogna rimettere ordine razionale negli addendi della politica: una consequenzialità che non consente sconti né scorciatoie. Prima i muri, poi il loro colore. Prima la riforma della costituzione, poi la legge elettorale. Diversamente diviene urgente tornare ad esercitare il diritto di voto, che agli italiani non venne negato neppure nel 1929 e nel 1934….

DATA: 22.01.2012
 
ONORE A LUIGI XVI NEL 219° DELL’ASSASSINIO

Oggi, 21 gennaio, ricordiamo la figura del Re Luigi XVI di Francia, vittima del bieco odio repubblican-giacobino, che fu ucciso nel 1793 pur essendo innocente per qualsiasi crimine attribuitoGli dai Suoi vili  accusatori. Simbolo di grande dignità, amò fino alla fine il suo popolo, rifiutò di far spargere sangue francese, perdonò i suoi aguzzini e morì fedele al cattolicesimo che ha sempre professato con coraggio. In tante chiese del mondo oggi vengono celebrate Sante Messe da Requiem per questo grande Sovrano che ha dovuto subire tante ingiustizie da parte di coloro che parlavano di libertà ma mandavano alla ghigliottina persone innocenti. La memoria del Re Luigi XVI e della Regina Maria Antonietta rimane oggi nei cuori di tutti i monarchici. L’U.M.I. si inchina al ricordo di questa luminosa figura, estremo simbolo della regalità profanata.

Sergio Boschiero
Segretario nazionale
Alessandro Sacchi
Presidente nazionale

Roma, 21 gennaio 2012

DATA: 21.01.2012
   
BOSCHIERO A RADIO RADIO HA PRESENTATO IL CALENDARIO REALE 2012

Boschiero a Radio-RadioLa puntata, andata in onda su Radio-Radio giovedì 19 gennaio 2012, di "Un giorno Speciale" ha visto come ospite in studio il Segretario nazionale dell'Unione Monarchica italiana Sergio Boschiero. La popolare trasmissione radiofonica, magistralmente condotta dal giornalista Francesco Vergovich e da Valeria Colangelo, anche quest'anno ha voluto presentare il Calendario Reale 2012, offrendo agli ascoltatori la possibilità di ricevere una copia dello stesso. Boschiero, affiancato dal responsabile web U.M.I. Davide Colombo, oltre a parlare del calendario ha fatto una panoramica sull'attualità e sulle Monarchie in un'ottica europea. Sono giunte tantissime telefonate per richiedere il calendario, dimostrando quanto sia cospicuo l'interesse per la Monarchia in Italia. Vi ripropiniamo la trasmissione radiofonica.

Ascolta la puntata (file Mp3 da 11,2 Mb)
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DATA: 21.01.2012

LA ROMANIA PROTESTA: IN PIAZZA LE BANDIERE DELLA MONARCHIA

immagine da internetBucarest, 20 gennaio 2012 - Da otto giorni le piazze di tutta la Romania si stanno scaldando con accese manifestazioni di protesta contro il Governo e contro il Presidente della repubblica. Motivo scatenante delle dimostrazioni di piazza è stata la nuova legge sanitaria fortemente voluta dal Capo dello Stato Traian Băsescu e osteggiata dal sottosegretario alla salute Raed Arafat, medico popolarissimo che gode di grandi simpatie in tutto il Paese. Il Presidente ha dichiarato che Raed Arafat si sarebbe dovuto dimettere se non fosse stato accondiscendente alla politica del Governo, e così è avvenuto. Da Bucarest, con questo pretesto, sono partite manifestazioni spontanee in cui si chiedono le dimissioni del Governo e del Presidente della repubblica. La Romania sta vivendo un periodo difficile, caratterizzato da un diffuso malcontento dettato dalla crisi economica e sociale in cui il Paese versa. La politica dei tagli effettuata dal Governo non ha fatto che acuire il disagio, portando il popolo all’esasperazione. Nell’ultima settimana si sono verificati diversi atti di violenza a danno dei manifestanti da parte della gendarmeria fedele al Presidente della repubblica; gli stessi Stati Uniti, nella giornata di ieri, hanno invitato il Governo a impedire nuove violente repressioni nei confronti della piazza. Ieri si è anche tenuta una manifestazione dell’opposizione (liberali, socialdemocratici e conservatori) in cui si sono tornate a chiedere a gran voce le dimissioni del Capo dello Stato. Nonostante le raccomandazioni, ancora oggi abbiamo avuto notizia di nuove violenze. I monarchici, che sono stimati attorno al 25% della popolazione rumena, stanno avendo ruolo sempre più importante nelle manifestazioni. In quasi tutte le dimostrazioni di piazza si sono viste le bandiere del Regno di Romania e i partecipanti hanno inneggiato a “Regele Mihai!” (Re Michele ndr). Alcuni siti hanno parlato addirittura di manifestazione a favore di un “golpe monarchico”, travisando però la realtà delle cose. Certo è che l’interesse per la Monarchia, come concreta alternativa all’attuale decadimento politico, si fa sempre più consistente. Lunedì prossimo, il 23 gennaio, è prevista nella città simbolo di Timişoara (da lì partì la protesta che portò alla caduta del dittatore Ceauşescu) la prima manifestazione dichiaratamente monarchica, per chiedere il ritorno di Re Michele al vertice dello Stato. La protesta è stata organizzata da comitati spontanei di studenti universitari, senza alcuna sigla politica alle spalle, i quali hanno espressamente chiesto ai partiti di non partecipare perché sarà una dimostrazione del popolo a favore del proprio Re. Questi giovani rappresentano una concreta speranza per la Romania di domani che, ci auguriamo, possa tornare ad essere monarchica.

Da Youtube: manifestanti innegiano a Re Michele durante una manifestazione a Cluj (cittadina al centro della Transilvania)


DATA: 20.01.2012
 
ELVIO PERTINACE: L’IMPERATORE PROFESSORE CHE FECE CASSA CON LE SOZZURE DI COMMODO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" dell'8.1.2012

Foto da internetPublio Elvio Pertinace (Alba Pompeja,126- Roma, 193 dopo Cristo)  fu l’unico subalpino asceso a imperatore romano. All’epoca Alba era compresa nella Liguria, IX Regione dell’Italia secondo l’ordinamento di Caio Ottaviano Augusto. Suo padre, Elvio Successo, appena un liberto, lo affidò a un letterato famoso, Sulpicio Apollinare, maestro di Aulo Gellio (autore delle Notti attiche), affinché ne facesse un professore  di grammatica. Ma alla cattedra Pertinace preferì la carriera militare, che procacciava lauti guadagni. Di gradino in gradino da centurione divenne console, correndo da un capo all’altro dell’Impero: Siria, Britannia, Mesia, Dacia, Germania, Africa. Molto chiacchierato per i suoi metodi, seppe procacciarsi favori e protezioni, tanto da essere bene accetto anche a Marco Aurelio (161-180), il celebre imperatore filosofo. Ebbe infine la benevolenza di suo figlio, Commodo, che  lo nominò “praefectus alimentorum”: carica lucrosissima perché soprintendeva ai rifornimenti annonari dell’intera Italia e alle distribuzioni di pane ai poveri, famoso “calmiere” nei tempi di crisi. Pertinace concorse all’assassinio di  Commodo, passato a fil di daga il 31 dicembre del 192. Incerti sulla loro reazione, i congiurati in primo tempo dissero ai pretoriani che era morto per un malore, ma subito dopo Pertinace se li accattivò con la promessa di 12.000 sesterzi a testa, metà subito metà chissà quando. Costretto a fare  cassa per tenerli a bada, vendette i beni del predecessore, inclusi concubine e  concubini, buffoni di corte, gli “arnesi” che Commodo usava nelle orge a Palazzo,  le carrozze ultimo modello, con ruote e portiere che consentivano di evitare il sole e cogliere il vento e di copulare a bordo. Mise all’asta anche i sandali, i cappucci e i favolosi mantelli nei quali Commodo avvolgeva l’immensa idrocele ai testicoli, causatagli (pare) in uno dei tanti duelli che soleva organizzare secondo il  costume dei gladiatori. Tirchio all’eccesso, Pertinace impose tasse per pagare i pretoriani e tacitare il Senato, la “casta” dell’epoca. Frugale per sordida avarizia anziché per virtù, anche da imperatore serviva solo lattuga e carne lessa. Consapevoli che ormai la Corona era a portata del miglior offerente, il  28 marzo 193, appena tre mesi dopo il suo insediamento, trecento pretoriani in formazione di guerra lo assalirono su istigazione di Quinto Leto, il prefetto del pretorio che lo aveva fatto eleggere.  Il primo a trapassarlo con la lancia fu un  certo Tausio, originario del Belgio attuale. Fosse rimasto professore forse Pertinace sarebbe morto di vecchiaia. L’Impero era ormai un caos di etnie e religioni, come poi scrisse Apuleio nell’ Asino d’Oro. Per venirne a capo, nel 212 d.C.  l’imperatore Marco Aurelio Antonino,  (Giulio Bassano, figlio del libico Settimio Severo), detto Caracalla dal mantello gallico con ampie maniche e cappuccio, concesse la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero: liberi e liberti. Non per generosità, ma perché, a differenza degli schiavi e dei barbari, i cittadini erano tassati. Imperatore dal 211 al 217, Caracalla non fu un nobiluomo. Fece uccidere il fratello, Geta, tra le braccia della madre, Giulia Donna. Tarchiato, torvo e sanguinario, ordinò carneficine di cittadini (per esempio  ad Alessandria  d’Egitto) e condusse continuamente guerre, convinto di emulare Alessandro Magno. Padre putativo del pervertito Eliogabalo, figlio della lussuriosa Giulia Soemia e imperatore dal 218 al 222, Caracalla fu un  mitomane al potere. Fece il paio con il professore di Alba.
   Governare è un’arte difficile, sia da imperatori, sia da “proconsoli” di una provincia quale poi divenne l’Italia. Le sciagure dei tempi andati  un po’ ridimensionano le contemporanee. Dopo qualche secolo forse si risale la china.
DATA: 19.01.2012
   
ALLA RISCOPERTA DI FELICE CAVALLOTTI

Sella di Monteluce e Francesco Rutelli - Felice CavallottiRoma, 17 gennaio 2012 – Presso la “Sala degli Atti parlamentari” della biblioteca del Senato, in piazza della Minerva a Roma, si è tenuta la presentazione del volume “Lettera agli onesti di tutti i partiti” di Felice Cavallotti, recentemente ristampato da Treves Editore. Ne hanno parlato l’editore Conte Nicolò Sella di Monteluce, moderatore dell’evento, l’On. Francesco Rutelli, l’economista Paolo Savona, il politologo Sebastiano Maffettone e la Professoressa Carmela Decaro. Il Conte Sella di Monteluce, ricordando la figura del capostipite dell’estrema sinistra parlamentare, si è soffermato sulla completezza del personaggio che ha avuto il merito di lanciare il problema tra morale ed etica. Una vita tutt’altro che tranquilla, iniziata politicamente a fianco di Garibaldi e conclusasi con un duello all’ultimo sangue per difendere il proprio onore. Un personaggio obliato per quasi cento anni che, per ironia della sorte, scrisse più di 110 anni fa un trattato che ben si adatta alla stretta attualità e alla crisi della politica. Ha preso poi la parola Francesco Rutelli, autore dell’introduzione del volume edito da Treves, ed ha definito il testo un’invettiva formidabile di rara amarezza che ha posto la corruzione al centro della propria battaglia. Rutelli ha continuato a riflettere sul “bardo della democrazia”, lodando l’iniziativa dell’Editore e che ha reso giustizia ad un personaggio dimenticato anche nel centenario della scomparsa. Si sono poi susseguiti gli interventi dei docenti universitari che, con sostanziali divergenze di vedute, sono partiti dal contesto storico in cui è vissuto Cavallotti per trovare analogie con la situazione odierna, spaziando anche su incombenti temi di economia. E’ seguito un vivace dibattito nel corso del quale sono sorte domande anche riguardo all’affinità tra democrazia e corruzione. Presente all’incontro il Segretario nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero.
DATA: 18.01.2012
 
SACRIFICI E RIFORME ISTITUZIONALI

Secondo tutti i manuali di Economia Politica, la rinuncia ad un bene materiale o immateriale che in qualche modo ci arrechi dei vantaggi, è innaturale. Possiamo rinunciare a detto bene e quindi a sacrificarci solo in contropartita di un bene più grande (come ad esempio l’unità nazionale). Nell’attuale crisi economico-finanziaria ci sono stati richiesti dal "tecnicissimo ed eruditissimo" governo Monti dei sacrifici economici in nome dell’Italia, dell’Europa e dell’interesse comune (decreto salva-Italia). Ma qual è questo interesse comune? O meglio ancora il governo Monti cosa intende per interesse comune?. Nell’articolo apparso ieri sulla Stampa di Torino dal titolo “L’etica delle tasse”, il giornalista Enzo Bianchi si chiede se uno dei motivi della progressiva disaffezione verso l’Europa non abbia anche a che fare con il fatto che noi cittadini non paghiamo direttamente alcuna tassa per appartenere alla comunità europea: (che cosa ho a che fare con questa entità superiore che non ha una cassa comune alla quale io contribuisco?), siamo infatti disposti a pagare di tasca nostra solo per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra come ad esempio l’autotassazione spontanea in vista di un progetto condiviso, o alle collette di solidarietà trà colleghi, alla decurtazione del salario conseguente allo sciopero; oggi assistiamo invece ad uno smarrimento del senso di “appartenenza”, il “Comune”  non è più comune a nessuno, lo Stato non siamo noi, l’Europa è un mostro estraneo. Tasse e balzelli richiesti dal governo Monti soprattutto al ceto medio non fanno altro che peggiorare la già precaria condizione di vita della maggior parte della popolazione; e per quale contropartita?, servizi migliori? Niente affatto!, più posti di lavoro? Neanche a parlarne!, gli svariati milioni di euro sborsati da noi cittadini serviranno per arginare l’enorme debito pubblico accumulatosi in questi 60 anni di Repubblica partitocratica e per rimanere agganciati ad una Europa debole e senza coesione tanto da non essere riconosciuta dalla maggior parte di noi come bene comune superiore, ignorando che il vero problema dell’Italia e dell’Europa di oggi è la crisi delle istituzioni repubblicane ed europee, che non riescono più (o forse non sono mai riuscite) a garantire equilibrio al trinomio istituzioni-potentati (oligarchie) e popolo e quindi a realizzare di fatto una vera giustizia sociale. A mio avviso solo una profonda modifica della seconda parte della Carta Costituzionale e delle istituzioni europee potranno salvare (veramente) l’Italia e l’Europa dalla situazione in cui si trovano. Di fronte alla crisi politico-istituzionale e civile della democrazia Repubblicana italiana, la “questione Monarchica” recupera così un suo spazio come prospettiva per ricondurre lo Stato al suo equilibrio funzionale, la Nazione al suo prestigio morale, i cittadini a un più fecondo rapporto  tra autorità- libertà e senso di appartenenza alla comunità.
ROBERTO CAROTTI – U.M.I. Jesi
DATA: 17.01.2012
  
LE SALME DEI RE AL PANTHEON: UN'IDEA PER CHIUDERE IL 150°
LA PROPOSTA AVANZATA DAL DOCENTE UNIVERSITARIO ALDO A. MOLA

Articolo di Luciano Garibaldi, pubblicato su "Il Secolo d'Italia" del 4 gennaio 2012

Riportare in Italia le salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena e dare loro onorata sepoltura al Pantheon: sarebbe un bel modo per concludere le celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia. La proposta è stata ufficialmente avanzata al capo dello Stato, ai presidenti dei due rami del parlamento e al premier Mario Monti dal docente universitario e storico professor Aldo A. Mola, presidente della Consulta dei senatori del Regno. In attesa di risposta, ricordiamo che Re Vittorio è sepolto ad Alessandria d'Egitto ove morì il 28 dicembre 1947. «Col vento che tira da quelle parti», ha scritto Mola sul Giornale del Piemonte, illustrando la richiesta della Consulta, «prima lo si porta in Italia, meglio è, anche perché non tutti i musulmani ricordano il suo rispetto per l'Islam, come pure per l'Ebraismo». La Regina Elena è invece tumulata a Montpellier, ove si spense il 28 novembre 1952. Vittorio Emanuele III morì cittadino italiano di pieno diritto. Infatti solo dal 1° gennaio 1948 la Costituzione vietò all'ultimo Re, Umberto II, alla Regina Maria José e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Misura in seguito revocata, a sovrani già morti. «La traslazione delle reali salme per iniziativa delle istituzioni», ha scritto Mola, «sia pure tardivamente concorrerebbe a sanare antiche divisioni con un gesto doveroso di umanità verso i sovrani che vissero uniti in matrimonio 51 anni e rimangono sepolti non solo in due distinti Paesi ma addirittura in due continenti diversi. La loro sorte, nelle gioie e nei dolori, è tutt'uno con quella di tanti compatrioti, come insegna la straziante fine della Principessa Mafalda di Savoia-Assia». La figlia del Re morì il 28 agosto 1944 nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, dove era stata internata per espresso ordine di Hitler, in segno di vendetta non soltanto nei confronti di Vittorio Emanuele III, che aveva rotto l'alleanza con la Germania per passare dalla parte degli Alleati, ma anche nei riguardi del principe Filippo d'Assia, marito di Mafalda e oppositore del regime, al punto che aderirà al complotto di von Stauffenberg del 20 luglio 1944 per uccidere il Fuehrer. Mafalda, divenuta cittadina tedesca in seguito alle nozze con Filippo d'Assia, era accorsa a Sofia dove Re Boris di Bulgaria, suo cognato, stava morendo per una misteriosa malattia. Mafalda intendeva stare vicina a sua sorella, la regina Giovanna. Ma Hitler si infuriò per quella decisione. «Come moglie di un principe tedesco», dichiarò in conferenza, «anche Mafalda è una principessa tedesca. Doveva chiedere il mio consenso prima di recarsi a Sofia». Nel frattempo, proprio mentre Mafalda era in viaggio per rientrare a Roma dopo i funerali di re Boris (un viaggio tormentoso, durato giorni e giorni), si seppe dell'armistizio, e Hitler, saturo di collera dispose l'Operazione Abeba, cioè l'arresto di Mafalda e il suo internamento a Buchenwald.
Nessuno poteva intervenire in suo aiuto, a cominciare dal marito, ufficiale della Wehrmacht, già sospettato da Hitler di tradimento e trattenuto con un pretesto a Rastenburg. Al processo di Norimberga, rendendo la sua deposizione, il generale Keitel rivelerà l'esistenza di un decreto emanato dal Fuehrer e chiamato «Nacht und Nebel» (notte e nebbia), che trattava dell'arresto di persone «pericolose per la sicurezza dei tedeschi»: esse non dovevano essere soppresse immediatamente, ma fatte sparire senza lasciare traccia. Esattamente ciò che accadde a Mafalda. Dopo quasi un anno di detenzione nel lager di Buchenwald, dov'era stata rinchiusa con il nome di frau von Weber (e l'ordine di non rivelare a nessuno la sua vera identità), Mafalda rimase gravemente ferita nel corso di un bombardamento aereo americano che, per errore, anziché una vicina fabbrica di armamenti, centrò le celle del campo, causando centinaia di vittime. Dopo quasi due ore, un internato riuscì a liberarla. Mafalda aveva il braccio sinistro penzoloni, disarticolato dalla spalla, il viso sanguinante, i capelli bruciati, le labbra aride, il colorito terreo. Restò per due giorni priva di cure, con una sommaria fasciatura di bende di carta, senza che nessuno si preoccupasse di riattivare la circolazione. La ferita volse presto in cancrena.
Si deve a Fausto Pecorari, medico specialista radiologo, internato a sua volta a Buchenwald, la prima inchiesta sulla prigionia e la morte di Mafalda. Il rapporto finale, consegnato agli Alleati e da questi alla famiglia Savoia, recita: «Come medico, ritengo si debba affermare che la Principessa venne intenzionalmente operata tardivamente per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni tardive ed esageratamente lunghe era già stato applicato a Buchenwald dai medici SS su altre personalità politiche di cui si desiderava sbarazzarsi». Una conclusione in seguito confermata da numerose altre testimonianze. Assassinata, dunque, dagli americani e dai tedeschi. La tragedia di Mafalda è la prova che Re Vittorio Emanuele e la regina Elena soffrirono come migliaia di altre famiglie italiane per la perdita di un figlio. Ciò che giustifica ancora di più la richiesta della Consulta dei senatori del Regno. «Il lungo regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946)», scrive ancora Aldo A. Mola, «può essere valutato in vario modo, secondo le sue fasi: età giolittiana, grande guerra, fascismo, seconda guerra mondiale, catastrofe.
Il giudizio della storia è alimentato dai documenti. La traslazione delle reali salme in Italia è altra cosa: memoria e civiltà. Tutte le Repubbliche d'Europa, dalla Russia all'Austria, dalla Germania alla Romania, hanno reso e rendono omaggio agli antichi sovrani. Perché l'Italia non fa altrettanto? Forse per nascondere che nel referendum del 2-3 giugno 1946 la Repubblica fu approvata solo dal 42% degli aventi diritto? Non è colpa dei monarchici se questa poi si è andata sgretolando. Un gesto di nobiltà d'animo non guasterebbe». Se la richiesta venisse accolta, rimarrebbe sepolto all'estero soltanto l'ultimo Re d'Italia, il «re di maggio» Umberto II, assieme a sua moglie Maria José. I loro resti riposano, per loro espresso desiderio, nell'abbazia di Altacomba, in Savoia.
Luciano Garibaldi
DATA: 12.01.2012
 
RIUNITO A ROMA IL CONSIGLIO DI PRESIDENZA DELL'U.M.I. - VERSO IL CONGRESSO NAZIONALE

Il Consiglio di presidenza U.M.I. riunitosi a Roma.Si è riunito in Roma, presso la Sede nazionale di via Riccardo Grazioli Lante, il Consiglio di Presidenza dell'U.M.I. Durante l'incontro si sono stabilite le linee guida organizzative dell'Associazione che porteranno ad un Consiglio nazionale, da tenersi entro la primavera, al fine di organizzare anche il Congresso nazionale. Anche nell'ottica della massima assemblea deliberativa, è stata ribadita l'importanza del tesseramento 2012, da seguire su tutto il terriorio nazionale. Verranno preposte apposite commissioni per il controllo di tutti gli adempimenti necessari.
DATA: 12.01.2012
 
TORINO: CONVEGNO SULLA GUERRA ITALO TURCA DEL 1911-1912

immagine da internetChi, quando e perché volle la guerra del 1911-1912 per la sovranità italiana sullaLibia? Se ne discute econ documenti inediti al Torino. LA GUERRA ITALO TURCA DEL 1911-1912  PER LA SOVRANITA’ SULLA LIBIA: Un Convegno  a Torino (Circolo Ufficiali, Comando Regione Militare Nord, C:so Vinzaglio 6,  venerdì 13 gennaio 2012, ore 17.30)    
  Nel settembre 1911 il Re d’Italia Vittorio Emanuele III decise che l’Italia doveva affermare la propria sovranità su Tripolitania e Cirenaica, che facevano parte dell’impero turco-ottomano ed erano l’ultimo tratto di costa nordafricana non dominata da Francia o Gran Bretagna. Il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, e il ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, tirarono le somme di decenni di lavoro diplomatico e di silenziosa preparazione militare. Il 29 settembre il governo dichiarò guerra alla Turchia e il 5 novembre proclamò la sovranità su Tripolitania e Cirenaica. Anziché poche settimane il conflitto durò sino alla pace di Ouchy (Losanna) del 18 ottobre 1912, quando ormai iniziavano le “guerre balcaniche”, preludio della Grande Guerra del 1914-1918.  Nel corso dell’impresa l’Italia liberò  Rodi e il Dodecaneso dal secolare dominio turco. La guerra fu sostenuta da vastissimo consenso di forze politiche (liberali, radicali, cattolici, socialriformisti, repubblicani…) e culturali, costituì l’apice dell’egemonia di Giolitti e segnò un’epoca. Le Forze Armate dettero prova di efficienza. Nel corso delle operazioni furono impiegate tecnologie di avanguardia  e, per la prima volta, l’aviazione, sia come arma offensiva sia per esplorazione. Proprio nel Cinquantenario della sua nascita e malgrado l’aperta avversione di tutte le potenze europee, sia alleate (Germania e Austria-Ungheria), sia avverse (Francia) o vigilanti(Gran Bretagna), con la sola eccezione dell’Impero russo, storico antagonista di quello turco-ottomano, il regno mostrò di non essere affatto una “Italietta”: in mezzo secolo era divenuto una potenza economica, militare e civile, come provò il Governatorato delle nuove Colonie di Tripolitania e Cirenaica affidato al Generale Giovanni Ameglio. Nel convegno di Torino, organizzato dal Comando Militare Regione Nord e dal Centro Giolitti, di concerto con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), la Associazione ex Allievi della Nunziatella e la Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo (Torino, C.so Vinzaglio 6, Circolo Ufficiali) il prof. Giorgio Sangiorgi e il prof. Giovanni Rabbia documentano la centralità dell’ “impresa di Libia” nella vita letteraria, giornalistica  e scolastica e attraverso il nuovo e suggestivo strumento di documentazione e di formazione dell’opinione: il film. La guerra italo-turca è ampiamente documentata  in Giovanni Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio (Ed. Bastogi, Foggia), quasi 5.000 pagine, in gran parte prima inedite, pubblicate a cura di Aldo A. Mola e Aldo G. Ricci, su progetto del Centro “Giolitti” e dell’Archivio Centrale dello Stato, realizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo.
  Il Convegno  è accompagnato da una ricca una mostra di cartoline d’epoca allestita dal ten. col. Francesco Balducci.
DATA: 12.01.2012
   
LA SCOMPARSA DEL PROF. MARIO SARTINI, DIRIGENTE U.M.I. DI GENOVA E CONSULTORE

Prof. Mario Sartini - foto da internetUn grave lutto ha colpito La Consulta dei Senatori del Regno. La sera di Natale, dopo oltre un mese di malattia, è deceduto, munito dei conforti religiosi,  il N.H. professor Mario Sartini, classe 1926, ingegnere libero professionista, titolare per decenni della cattedra di "Tecnica della combustione" presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Genova, stimatissimo consulente dei Tribunali non solo liguri. Oltre che autorevole componente della Consulta dei Senatori del Regno era vicepresidente regionale dell'Unione Monarchica Italiana. Aveva collaborato per anni con l'amico e collega prof. ing. Alberto Vachino, altra figura storica del mondo accademico e del mondo monarchico genovese che era deceduto alcuni anni fa,  subito dopo la sua cooptazione nella Consulta. La Presidenza sprime la sentita partecipazione della Consulta dei Senatori del Regno al cordoglio per la morte del Collega Consultore. Alle esequie la Consulta era rappresentata dai Consultori  avv. Aurelio Di Rella Tomasi di Lampedusa, dal geom. Arduino Repetto e dallo Scrivente Segretario  ing. Gianni Stefano Cuttica.
Gianni Stefano Cuttica
Segretario della Consulta dei Senatori del Regno
Genova,  29 dicembre 2011
DATA: 04.01.2012
  
NUOVA LEGGE ELETTORALE O COLLASSO DEL PARLAMENTO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 1/01/12

foto da internet   Ma abbiano ancora un Parlamento? Ernesto Galli della Loggia lamenta la vacuità dei “partiti”. In effetti i partiti odierni, pasciuti con lauti finanziamenti pubblici, non celebrano congressi e hanno programmi fumosi. Come il Colosseo, perdono pezzi in attesa di un restauro che comunque lo fisserà qual è: una rovina. Questo non vale solo per i “cartelli” allestiti dal 1994 in poi. Dalla loro rinascita, nel 1943-44, alla prima  eclissi, nel 1992, i partiti funsero da tramite delle potenze che li intossicarono e pilotarono per decenni: l’URSS, gli USA, la Cina, Israele, i “Palestinesi”,…sino ai registi del terrorismo politico. Ma il problema odierno non sono i partiti. E’ il Parlamento, che deve dare segni di vita. Benché si nasconda dietro opache chiacchiere sul futuribile, il governo Monti  ha due pregi. Anzitutto, sbavando anglicismi superflui rende esplicita la perdita della sovranità nazionale. Il Paese sta all’Europa continentale odierna come il ducato di Parma e Piacenza stava all’Italia dell’Ottocento: uno staterello a noleggio. All’epoca vi erano gli Asburgo e i Borbone, il papa e i Savoia. Oggi vi sono i potentati sovrannazionali che tirano i fili della finanza e manipolano il differenziale tra la credibilità delle economie per infeudare i governi locali. Quando due mesi orsono Napolitano abborracciò e solennemente insediò Monti, si fece credere che il nuovo presidente avesse in tasca la lampada di Aladino. Perciò, prima di posargli sulla spalla lo spadone del governo nazionale, Napolitano lo unse senatore a vita. Ma per quanto sfregata, dalla lampada per ora è uscito solo il più banale degli spiritelli: l’aumento della tassa sui carburanti, moltiplicatrice del costo della vita anche per chi non usa l’auto  ma pagherà tutto più caro. Mentre  assicura che i “suoi ministri” studiano i dossiers, Monti promette la miracolosa cura  “cresci-Italia”: formuletta involontariamente comica nel dilagare di additivi e protesi per la crescita, dai capelli ai capezzoli e altro. In secondo luogo questo governo dà piena ragione al “leghismo”. Poiché il Paese è subordinato a decisioni che si prenderanno a Bruxelles e chissà dove come appunto Monti ripete sino alla noia, a che cosa serve avere un Parlamento italiano? Per ratificare i diktat di interessi stranieri? Tanto vale sostituire lo Stato unitario, privo di regia politica nazionale, con potentati veri: tre-quattro macroregioni ricalcanti gli accordi di Plombières tra Napoleone III e Cavour del 1858. Ognun per sé, a conclusione del 150° dell’Unità… Per fermare la vera catastrofe, cioè il crollo dello Stato unitario, i pochi cittadini ancora interessati alla politica, si attendono che il Parlamento eletto nel 2008 si decida a lasciare un decoroso ricordo di sé con uno scatto d’orgoglio: il varo entro marzo della legge che restituisca ai cittadini la scelta dei parlamentari, da eleggere in collegi uninominali e liberi da vincoli di mandato, come  indicato nello Statuto del 1848. Carlo Alberto di Savoia si spogliò del potere assoluto e chiamò al proprio fianco la nazione, come consigliavano Alfieri, Casati, Des Ambrois, Sclopis… . Che cosa fa ora il Parlamento per il Paese che lo ha eletto? I parlamentari in carica saranno ricordati se restituiranno ai cittadini la loro sovranità, proprio a cospetto dell’irreversibile crepuscolo dei “partiti” dalle cui macerie è sorto il “capotecnico” che, incurante della contraddizione, sterilizza e promette crescita. Come documenta  Anton Paolo Tanda in Il regolamento della Camera dei deputati da Giolitti a Mussolini (ed. Archivio Storico Camera dei Deputati), la Camera raggiunse il massimo di potere nel 1921-1922 conquistandosi la facoltà di autoconvocazione: ma fu quella stessa che poi si mise ginocchioni  dinnanzi al trentanovenne Benito Mussolini, “caposquadra” del governo che, sanati migliaia di decreti legge,  stabilì che l’esecutivo può emanare leggi saltando a piè pari il Parlamento. Qualcuno disse che il re si era compromesso nominandolo primo ministro e ammonì: “Simul stabunt, Simul cadent", insieme stanno, insieme cadranno”. Il passato qualche cosa insegna a chi vuole capirlo.
Aldo A. Mola
DATA: 01.01.2012
  
GLI AUGURI REALI DEI PRINCIPI AIMONE E OLGA

In occasione del Santo Natale e dell'anno nuovo, le LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi delle Puglie e d'Aosta, hanno diffuso una splendida foto artistica dei loro due figli: le LL.AA.RR. i Principi Umberto e Amedeo di Savoia. Un modo splendido per cominciare l'anno.
In occasione del Santo Natale e dell'anno nuovo, le LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi delle Puglie e d'Aosta, hanno diffuso una splendida foto artistica dei loro due figli: le LL.AA.RR. i Principi Umberto e Amedeo di Savoia. Un modo splendido per cominciare l'anno.
DATA: 31.12.2011
  
IL GIORNALE TORNA SULLA QUESTIONE DELLE SALME DEI RE AL PANTHEON

Vittorio Emanuele III   Dopo l’articolo di Veneziani pubblicato ieri, il Giornale torna sull’argomento della tumulazione del Pantheon delle Salme dei Sovrani d’Italia, grazie ad una lettere del Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola, nella rubrica “La Stanza di Mario Cervi”. Duole vedere come due esponenti della così detta “cultura di destra” (Veneziani e  Cervi ndr) affrontino con tanta superficialità, pregiudizi e supponenza l’analisi della figura del Re Vittorio Emanuele III. Sembra quasi che facciano una concessione con il loro avallare la questione salme. L’atteggiamento è sbagliato perché vittima di una cultura sbocciata nella RSI e assimilata da ogni preteso intellettualoide - tanto di destra quanto di sinistra-, che vorrebbe Vittorio Emanuele III capro espiatorio di ogni male. Così non è ed è nostro dovere (oltre che diritto) difendere ed onorare la splendida figura del terzo Sovrano d’Italia, così vilmente attaccata da ogni parte. Nel 2012 Gli abbiamo dedicato il Calendario Reale, speriamo che sia di buon auspicio per la Sua tumulazione e per una riscoperta, scevra da menzogne e pregiudizi, della Sua persona come uomo e come Re.

Da “Il Giornale” di giovedì 29 dicembre 2011, pag. 31 “La stanza di Cervi”Aldo A. Mola presidente Consulta dei Senatori del Regno
Caro Cervi, ti allego l'«appello» della Consulta alle istituzioni per traslare in Italia (non necessariamente al Pantheon) le salme di due cittadini sepolti all'estero. Questo il testo: « Vittorio Emanuele III è sepolto nella chiesa di Santa Caterina, ad Alessandria d'Egitto, ove morì i128 dicembre 1947. La Regina Elena, sua Consorte, è tumulata a Montpellier, in Francia, ove si spense il 28 novembre 1952. Sicura di interpretare il comune sentire dei cittadini, anche non monarchici, la Consulta dei Senatori del Regno esorta il Capo dello Stato e i presidenti dei due rami del parlamento e del governo a promuovere la traslazione delle loro salme in Italia, a coronamento del 150° dell'unità. Vittorio Emanuele III morì cittadino di pieno diritto, prima che la Costituzione vietasse ai Re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da interdizioni. La Consulta auspica che, sia pure tardivamente, le supreme istituzioni concorrano a sanare antiche divisioni con un gesto esemplare e ormai doveroso di umanità: il ricongiungimento in Italia delle salme dei Sovrani, accomunati alle famiglie dei compatrioti nelle gioie e nei dolori, come ricorda la straziante morte della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald. Ogni cittadino valuta e valuterà il mezzo secolo di regno di Vittorio Emanuele lll su ricordi propri e alla luce di studi in corso di maturazione. Il giudizio della storia è libero. La traslazione delle reali Salme in Italia è invece priorità di civiltà. Mentre tutte le Repubbliche d'Europa hanno reso e rendono omaggio agli antichi Sovrani dei loro popoli, la Consulta auspica che le supreme istituzioni ricordino nei modi dovuti il terzo Capo dello Stato italiano».
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola

Mario Cervi - foto www.monarchia.itCaro Mola,
sono d'accordo sull'opportunità chele spoglie di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena vengano portate in Italia, come si è dichiarato d'accordo ieri in prima pagina del Giornale Marcello Veneziani. Sia il re, sia la regina appartengono alla storia patria, e non si serba rancore ai morti. Lo scrivo pur avendo sempre espresso giudizi severi su Vittorio Emanuele lll, e pur avendo sempre dichiarato che il problema di questo ritorno non mi angustiava, dato che in terre remote giacciono i resti di tanti caduti italiani che non avevano firmato né le leggi razziali né la dichiarazione di guerra. Ma l'appello della consulta che tu presiedi, dovuto immagino alla tua penna, è degno di pubblicazione per la sua pacatezza e per la sua dignità.
Mario Cervi
DATA: 29.12.2011
   
ANNIVERSARI E STAMPA: SOLO PER MARCELLO VENEZIANI VITTORIO EMANUELE III MERITA IL PANTHEON

Vittorio Emanuele III   Come era da immaginarsi, oggi, 28 dicembre 2011, 64° anniversario della scomparsa in esilio del Re Vittorio Emanuele III, nessuno – o quasi – si è ricordato di questa ricorrenza. Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Aldo A. Mola, con un comunicato di pochi giorni fa, aveva rivolto alle Istituzioni un appello per il rientro in Italia delle salme dei Sovrani di Casa Savoia ancora sepolti in terra straniera. Quanto dovremo aspettare affinché finisca questo ingiusto esilio dei morti? La repubblica, con questo ostinato atteggiamento, si dimostra ancora una volta un gigante coi piedi d’argilla (il referendum del 1946…) che ha ancora molto da temere dalle inermi salme dei Re d’Italia. Ma il rientro delle salme non è un gesto politico, bensì un atto ci civiltà e di pacificazione nazionale. Un paese che censura il proprio passato è un paese che rischia di non avere futuro. Dalle colonne de “Il Giornale”, l’editorialista  Marcello Veneziani è l’unico a ricordarsi del Re Vittorio Emanuele III in questo anniversario e ne chiede la tumulazione nel Pantheon di Roma. Pubblichiamo di seguito l’articolo che, sebbene esprima giudizi crudi, irriguardosi e non condivisibili sulla Monarchia sabauda, ha l’indiscusso merito di sollevare la questione. Ognuno è libero di giudicare la Monarchia italiana ma, come Veneziani scrive e noi chiediamo da sempre, anzitutto occorre traslare al Pantheon i Re d'Italia, a cominciare da Vittorio Emanuele III e dalla Regina Elena. Non possiamo aspettare ancora.

E' TEMPO CHE RIENTRINO LE SALME DEI SAVOIA
di Marcello Veneziani - 28 dicembre 2011 da www.ilgiornale.it

Marcello Veneziani - foto da internetOra che finisce l'anniversario patriottico sarebbe giusto riportare al Pantheon la salma dell'ultimo re d'Italia. Non dico il re di Maggio, ovvero Umberto che regnò poche settimane fino al referendum.
Dico Vittorio Emanuele III, piccolo sovrano di lunga durata, re d'Italia per 47 anni, dall' assassinio di suo padre Umberto I. Vittorio Emanuele morì come oggi, 28 dicembre del 1947, in Egitto, e morì da cittadino italiano perché non c'era ancora la Costituzione che vietava l'accesso in patria ai Savoia vivi e morti. Il re che regnò più a lungo, tra guerre mondiali e coloniali, fascismo e impero, riposi con sua moglie Elena accanto ai suoi avi. Indipendentemente dal controverso giudizio storico su di lui, che pure fu Re Soldato ed ebbe il sommesso affetto degli italiani che lo consideravano il brutto anatroccolo della Casa, nano sulle spalle di giganti. Un popolo può deporre i re, come ha fatto l'Italia, ma non può fingere che non abbiano regnato. La richiesta giunge dallo storico della Monarchia Aldo A. Mola, che presiede la consulta dei Senatori del Regno. Forse sbagliammo a sostenere il rientro in Italia dei Savoia viventi (lo dico a tutela del reame). Ma l'Italia avrebbe avuto bisogno, come simbolo unificante, di una bella monarchia alle spalle: com'è, tutto sommato, quella di Spagna, del Belgio o d'Inghilterra, almeno fino alla Regina regnante. E invece ebbe una monarchia storta e piccola, salvo qualche duca e principessa. Ma i re sono come i nonni: non si scelgono, ma si caricano sulle spalle della memoria storica.

DATA: 28.12.2011
 
ONORE A VITTORIO EMANUELE III NEL 64° DELLA SCOMPARSA

Nel 64° della scomparsa del Re Vittorio Emanuele III, avvenuta in Alessandria d'Egitto il 28 Dicembre 1947,  l'U.M.I. ne ricorda la luminosa e sofferta figura.

Vittorio Emanuele III   Il 28 Dicembre del 1947 moriva esule ad Alessandria d’Egitto il conte di Pollenzo, al secolo Vittorio Emanuele di Savoia, Re d’Italia con il nome di Vittorio Emanuele III.
Se l’esilio avesse richiesto solo la ritirata e non la terra straniera, Montecristo sarebbe stata per lui come Sant’Elena per Napoleone. La piccola isola toscana era il suo ritratto fisico: fiera ed impervia, inaccessibile e rocciosa, scrigno di una solitudine preziosa che egli sempre ricercò a Racconigi, a Ravello e ad Alessandria d’Egitto, ma che mai avrebbe trovato come su quest’isola.
La mano di un anarchico gli pose la corona sul capo all’improvviso, una corona pesante per chi schivava da sempre gli onori e sentiva come macigni le responsabilità di quel ruolo. Il regicidio segnò profondamente il suo animo al punto di giurare a se stesso di evitare al popolo in ogni modo scontri interni e guerre fratricide. Fu forse proprio questo che lo portò ad accettare Mussolini.
Il maestro di Predappio da un lato minacciava la guerra civile, dall’altro incassava i consensi delle forze economiche del paese, della casta dei generali, dei liberaldemocratici e del clero. Tutti avevano ceduto, Mussolini si apprestava ad ottenere la fiducia del Parlamento con ancora pochissimi seggi fascisti; Giolitti, al primo discorso del presidente Mussolini, disse: “ Io approvo pienamente le parole del presidente del consiglio. Questa camera ha il Governo che si merita.”
Quando il duce cadde per mano degli stessi fascisti, Vittorio Emanuele colse l’occasione per liquidare chi tanto a lungo aveva umiliato lui ed il paese.
Acclamato come il Re soldato prima e come il Re vittorioso poi, egli seppe meritare sul campo il riconoscimento dei generali e di tutto il popolo italiano. Fu lui al convegno di Peschiera ad imporre, anche agli sfiduciati alleati franco-inglesi e non solo ai tentennanti generali italiani, l’esigenza di difendere la linea del Piave per contenere la rotta di Caporetto e riprendere l’iniziativa delle armi fino alla vittoria finale.
il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena in VaticanoMa per i superficiali e disattenti cantastorie del nostro tempo l’intrigante figura di Re Vittorio Emanuele III rimane quella di un vile pedone agli ordini di Mussolini, quando egli fu invece molto più astuto di quanto si crede. Capace di muoversi in maniera composita, apparentemente obliqua ma penetrante, egli fu capace di affrontare con il passo del cavallo la scacchiera della storia. Il suo temperamento aveva anche del passo ortogonale della torre e di quello diagonale dell’alfiere; ebbe soprattutto il piglio fiero di chi è capace di riconoscere i passi dell’avversario; l’astuzia in armi ed in politica.
Quando Cesare varcò il Rubicone con l’intento di marciare su Roma ed abbattere il Governo legittimo, Pompeo Magno decise di portare altrove i simboli della repubblica per metterli in salvo, ed offrire allo Stato continuità e più salde difese contro l’usurpatore. Egli prese la via di Pescara, mentre gli avversari lo accusarono di aver tradito la fiducia dei romani per mettere in salvo se stesso. Ma Pompeo Magno non diventò Pompeo il codardo per Cicerone, che lasciò alla storia stabilire se quella fu prova di astuzia o di coraggio.
Anche Vittorio Emanuele III prese la via di Pescara, per mettere in salvo la continuità dello Stato che il nonno aveva costituito. Partì per salvare l’Italia e proteggere Roma, che non poteva essere trasformata in un campo di battaglia. Nel 1918 si dovette decidere se difendere militarmente Venezia o dichiararla città aperta; si anticipò, in sostanza, la polemica del ’43, tra i sostenitori Vittorio Emanuele III a Firenzedell’integrità delle opere d’arte e dei monumenti e coloro che, come D’Annunzio, anteponevano ragioni eroiche e di prestigio bellico. Allora la vittoria non lasciò spazio alle polemiche; nel ’43 invece fu la sconfitta a definire i colori di quella scelta, che si può certo discutere, ma che non può essere semplicisticamente e strumentalmente trasformata in fuga da chi, troppo piccolo, teme ancora oggi il confronto con la memoria di un Re troppo grande.
L’annuncio dell’armistizio colse di sorpresa il vecchio Re, perché nei patti si doveva attendere la metà di settembre, ma probabilmente gli angloamericani, venuti a sapere del piano del sovrano per trasferire in una Sardegna libera da tedeschi e protetta dall’intera flotta italiana il Governo e le Altezze Reali, ne temevano una riorganizzazione scomoda, specie nell’ottica di un gesto che riportasse vigore alle forze armate italiane, popolarità e consenso.
Ma il Regno di Sardegna non rinacque in quell’alta estate del 1943. Il Re fu costretto a partire da Roma senza tentennamenti e senza nemmeno poter aspettare il ritorno di Mafalda, poi catturata ed uccisa dai tedeschi a Buchenwald. Il colpo mancino degli alleati diede malvagiamente un diverso ed improvviso svolgimento degli eventi; non si fece in tempo a dare disposizioni alle forze armate, si dovette sacrificare tutto per l’Italia, anche una figlia amatissima.
Da qui il diurno tormento che accompagnò il Re per tutto l’esilio. Un tormento che rese sempre più opache quelle fotografie scattate quotidianamente alla Regina Elena. Vecchia passione quella della fotografia, così come quella filatelica, che lo portava ad intrattenersi in città, ad Alessandria, tra le bottegacce ed i tappeti polverosi dei bazar. La vecchiaia aveva intenerito l’animo di duro soldato, tanto che la sveglia era stata ritardata di un’ora; si alzava alle sei Vittorio, a mezzogiorno pranzava, cenava alle otto, alle dieci era già a letto, mentre Elena continuava la maglia per una mezz’ora.
Quel 23 dicembre del 1947 un brivido lo colse al molo mentre era intento a pescare. Si ritirò subito, preoccupato ed attraversato da strane sensazioni. Da quel giorno non uscì più.
A Natale accolse i nipotini a letto per i regali. Il suo aiutante di campo lesse i numerosi telegrammi di auguri per le feste; auguri di gente semplice e sconosciuta, italiani che si ricordavano del loro Re. Chi se ne sarebbe dovuto ricordare, non lo fece mai.Il Re a Fiume
Il 28 mattina non riuscì nemmeno a radersi, tanto era la spossatezza che lo colse, precedendo una paralisi. A mezzogiorno toccò con le labbra una tazzina di caffè amorosamente preparato dalla sua sposa. Alle 14.20 spirò con i conforti religiosi. Il figlio Umberto arrivò troppo tardi per salutare il vecchio padre, la cui salma fu tumulata in una chiesa di Alessandria nella speranza che potesse raggiungere presto il Pantheon di Roma accanto al nonno Vittorio Emanuele II, al padre ed alla madre.
Ma la Patria che lo ebbe Re per quarantaquattro anni se ne dimenticò in pochi giorni. I giusti che sulle deboli fondamenta di un referendum quantomeno nullo si elessero a buon governo per l’Italia ne temono tutt’oggi la memoria. A noi, italiani fieri delle proprie origini e della propria storia, non resta che affidare al vento i petali dei fiori che il suo sepolcro meriterebbe, aspettando che i figli ribelli d’Italia si ricordino dei propri padri. Quel giorno, le lacrime del pentimento e della vergogna soffocheranno le loro voci, ma i grandi uomini non servano rancore, sanno aspettare che la Storia, come ricordava Cicerone, possa dire se fu prova di astuzia, di coraggio o di amore.
W il Re, W l’Italia
    Fabio Fazzari - U.M.I. Monza
DATA: 27.12.2011
 
PORTIAMO IN ITALIA LE SALME DEI RE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 25/12/11

Vittorio Emanuele III   Nel 150° del Regno d’Italia le “istituzioni” per ora non hanno né compiuto né annunciato il gesto molto atteso, saggio e riparatore: traslare in Italia le salme di Vittorio Emanuele III, terzo Capo dello Stato, e della Regina Elena. Re Vittorio  è sepolto  ad Alessandria d’Egitto ove morì il 28 dicembre 1947. Col vento che tira da quelle parti, prima lo si porta in Italia, meglio è, anche perché non tutti i musulmani ricordano il suo rispetto per l’islam, come per l’ebraismo. La Regina  Elena è tumulata  a Montpellier, ove si spense il 28 novembre 1952.   
  Vittorio Emanuele III morì cittadino italiano di pieno diritto. Infatti solo dal 1° gennaio 1948 la costituzione vietò ai Re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da interdizioni. Fu quanto la repubblica riconobbe a beneficio della Regina Maria José, vedova di Umberto II, al quale venne invece ingenerosamente negato di rimettere piede in Italia, neppure quando era ormai irreversibilmente malato: una perfida crudeltà. la Regina Elena  
   La traslazione delle reali salme per iniziativa delle istituzioni sia pure tardivamente concorrerebbe a sanare antiche divisioni con un gesto doveroso di umanità verso i Sovrani che vissero uniti in matrimonio 51 anni e rimangono sepolti non solo in due distinti Paesi ma addirittura in due continenti diversi. La loro sorte, nelle gioie e nei dolori, è tutt’uno con quella di tanti compatrioti, come insegna la straziante fine della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald, come ha scritto Mariù Safier in pagine limpide (Bompiani).
   Il lungo regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946) può essere valutato in vario modo, secondo le sue fasi: età giolittiana, grande guerra, fascismo, seconda guerra mondiale, catastrofe…Il giudizio della storia è alimentato dai documenti, come ricorda il Calendario 2012 dell’Unione Monarchica Italiana. La traslazione delle reali salme in Italia è altra cosa: memoria e civiltà.  Tutte le Repubbliche d’Europa, dalla Russia all’Austria, dalla Germania alla Romania, hanno reso e rendono omaggio agli antichi  Sovrani. Perché l’Italia non fa altrettanto? Forse per nascondere che nel referendum del 2-3 giugno 1946 la repubblica fu approvata solo dal 42% degli aventi diritto? Non è colpa dei monarchici  se questa poi si è andata sgretolando. Un gesto di nobiltà d’animo non guasterebbe.
   Il Piemonte ha un debito speciale nei riguardi di chi partì dalla sua nativa Napoli per l’Egitto col titolo di conte di Pollenzo e della Regina Elena che amava estivare a Racconigi o nelle valli del Cuneese. Ma il 150° volge al tramonto…
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 27.12.2011

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA PER IL SANTO NATALE E IL NUOVO ANNO

Casa Savoia    Italiani!
    si chiude un anno in cui abbiamo celebrato il 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia.
    Si è parlato di Unità, ma questa, per il vero,  fu raggiunta più tardi, con Venezia nel 1866, con Roma nel 1870, con Trento e Trieste nel 1918.
    Si è parlato di ombre, più che di luci,  di quella epopea: ma le ombre,
che nessuno vuole negare, sono parte di ogni vicenda umana, che sia personale o collettiva.
    Ciò che resta è che un gran Re come Vittorio Emanuele II, uno statista come Cavour, uomini di pensiero e di azione come Mazzini e Garibaldi, spiriti immortali come Foscolo, Leopardi, Verdi, Manzoni, Carducci fecero sì che, dopo lunghi secoli di servaggio e di divisione, il popolo italiano ritrovasse unità, indipendenza e libertà.
    Si chiude un anno in cui abbiamo attraversato grandi difficoltà economiche e sociali.Il Capo di Casa Savoia
    Esse hanno radici internazionali ma anche, e soprattutto, interne.
    Ho ripetuto tante volte - ma non mi stancherò di farlo - che, senza un profondo rinnovamento culturale e istituzionale, le riforme, auspicate da ogni parte, si risolveranno sempre in operazioni di potere  a vantaggio di pochi e a detrimento di molti.
    Auspico comunque che - nonostante tutto - la classe dirigente del Paese voglia e sappia operare per il bene comune,  tutelando soprattutto, in questi  momenti difficilissimi, i più deboli e i più indifesi.
    Unitamente a mio figlio Aimone, rivolgo a tutti i concittadini, agli italiani che lavorano in ogni parte del mondo, ai militari impegnati nelle missioni all'estero, l'augurio di trascorrere un sereno Santo Natale e di vivere un buon 2012!
    Affrontiamo - tutti insieme - l'anno che viene, con speranza e determinazione,
" ciascuno dal posto che la Provvidenza ci ha assegnato!",
secondo l'esortazione che, in un Suo memorabile messaggio, ci rivolse  il Re Umberto II.
Viva l'Italia!
Amedeo di Savoia
Castiglion Fibocchi, 24 Dicembre 2011

DATA: 25.12.2011
 
ONOREVOLE  CALDEROLI: NON E’ UN COLPO DI STATO E’ TUTTO NORMALE

Roberto Calderoli - Foto da internetChe l’oratoria dell’ex ministro Calderoli sia colorita, efficace e a volte un po’ originale è risaputo, ma il discorso fatto mercoledì scorso al senato dall’onorevole è sicuramente andato oltre ogni ragionevole buon senso comune. “No, senatore Calderoli, non c’è in atto nessun colpo di Stato”, semmai solo una interpretazione elastica della Costituzione. Il governo Monti è un governo di emergenza Nazionale (o meglio del Presidente), appoggiato dalla maggioranza delle forze parlamentari che ha il compito di far rimanere l’Italia agganciata all’Europa; tuttavia non può essere espressione della volontà popolare in quanto non votato dagli italiani. L’onorevole Calderoli proprio su questo ultimo punto del ragionamento rivendica al P.D.R. il fatto che, approvare una manovra economica così vessatoria nei confronti del ceto medio, non può essere legittima in quanto -secondo lui- non avallata dal popolo. Onorevole Calderoli: “E’ TUTTO NORMALE” (in Italia), quante volte abbiamo assistito nel corso della Repubblica a decisioni discutibili sotto questo punto di vista? Quanti P.D.R. hanno svolto il loro mandato con interpretazioni  della Carta Costituzionale a dir poco elastiche? (vedi i Presidenti Leone, Scalfaro, Cossiga, e da ultimo il Presidente Napolitano)? E che dire del Referendum del 1946 sulla scelta tra Monarchia e Repubblica, tecnicamente nullo, che basa la vittoria della Repubblica sull’interpretazione della parola VOTANTE? (che non significava più “chi va a votare” come è scritto in tutti i dizionari di lingua italiana, ma che significa “chi esprime voto valido”).
E’ tutto normale Senatore Calderoli... è tutto normale.
Roberto Carotti
U.M.I. Jesi
DATA: 23.12.2011
 
APPELLO DELLA CONSULTA ALLE ISTITUZIONI DELLO STATO:
RICONGIUNGERE IN ITALIA LE SALME
DI VITTORIO EMANUELE III E DELLA REGINA ELENA

il PantheonVittorio Emanuele III  è sepolto nella chiesa di Santa Caterina, ad Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947. La  Regina  Elena, sua Consorte, è tumulata  a Montpellier, in Francia, ove si spense il 28 novembre 1952.
    Sicura di interpretare il comune sentire dei cittadini, anche non monarchici, la Consulta dei Senatori del Regno esorta il Capo dello Stato e i presidenti dei due rami del parlamento e del governo a promuovere la traslazione delle  loro salme in Italia, a coronamento del 150° dell’unità.   
  Vittorio Emanuele III morì cittadino di pieno diritto, prima che la Costituzione vietasse ai Re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da interdizioni.   
   La Consulta auspica che, sia pure tardivamente, le supreme istituzioni  concorrano a sanare antiche divisioni con un gesto esemplare e ormai doveroso di umanità: il ricongiungimento in Italia delle salme dei sovrani, accomunati alle famiglie dei compatrioti nelle gioie e nei dolori, come ricorda  la straziante morte della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald.
   Ogni cittadino valuta e valuterà il mezzo secolo di regno di Vittorio Emanuele III su ricordi propri e alla luce di studi in corso di maturazione. Il giudizio della storia è libero. La traslazione delle reali Salme in Italia è invece priorità di civiltà.
   Mentre tutte le Repubbliche d’Europa hanno reso e rendono omaggio agli antichi  Sovrani dei loro popoli, la Consulta auspica che le supreme istituzioni ricordino nei modi dovuti il terzo Capo dello Stato italiano.  
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola 
Roma, 22 dicembre 2011 
I Sovrani ancora seplti in terra straniera
DATA: 22.12.2011
 
VIGILI URBANI: ASSEMBLEA CONTRO IL DECRETO MONTI - SI PROFILA LA  RINUNCIA A CONCORRERE IN SERVIZI DI ORDINE PUBBLICO

Mario Monti - foto da internetCon l’abrogazione dell’Istituto dell’Equo Indennizzo, effettuato dalla manovra finanziaria, per tutti gli Agenti ed Ufficiali delle Polizie Locali d’Italia, l’OSPOL-CSA  questa mattina con  l’affollatissima Assemblea  dei Vigili della Capitale,  BOCCIA all’unanimità l’iniqua manovra Monti. La stessa manovra mette , però, al riparo le Polizie di Stato del Comparto Sicurezza (Carabinieri, Poliziotti di Stato, Finanzieri, Vigili del Fuoco, Forestali, Guardie Penitenziarie) oltre ai Militari e agli Operatori di Soccorso. Tutte queste categorie sono escluse dall’abrogazione dell’Istituto  dell’Equo Indennizzo. L’Assemblea dei Vigili della Capitale , che si è svolta dalle ore 7,00 alle 10,00 presso il Comando del Corpo di Via della Consolazione , ha messo a dura prova il traffico cittadino nei  XX Municipi per la massiccia partecipazione di Vigili “viabilisti” all’Assemblea dell’OSPOL. Gli Agenti ed Ufficiali delle Polizie Locali accusano il Governo di essere stato “discriminatorio” nei loro confronti e minacciano, se non viene ripristinato l’Istituto dell’Equo Indennizzo per tutti i 65.000 Vigili d’Italia, di rinunciare a concorrere con le altre Forze di Polizia dello Stato al servizio di Ordine Pubblico che, peraltro, è la funzione  esclusiva delle Polizie di Stato. L’OSPOL –CSA ha inoltrato un documento di rivendicazione al Capo del Governo annunciando lo stato di agitazione della categoria che, se non ci saranno risposte positive, sfocerà in scioperi che saranno proclamati in tutti i Capoluoghi d’Italia.
Ospol – Ufficio Stampa
Roma 20 Dicembre 2012
DATA: 20.12.2011
 
SULLA CITTADINANZA  ITALIANA IL PIEMONTE HA DA DIRE LA SUA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” dell'18/12/11

Caracalla - Foto da internetL’Italia non è affatto un cumulo di macerie. Non ha nessun “Annibale alle porte”.  C’è disorientamento, generato dalla disinformazione,  da chi fa latrare i cani per spingere il gregge. Motivo in più per fare memoria e ricordare che la notte è buia solo per chi non ha luce interiore. Il 150° del Regno d’Italia,  disperso in rivoli presto essiccati, ha trascurato il tema di fondo: la nascita dello Stato nazionale in un’Europa che negava (e ancora nega) le nazioni, dal  Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda all’Impero d’Austria, dallo zar di Russia alla Sublime Porta di Istanbul. Con Risorgimento e unificazione l’Italia voltò pagina, per sé e per i popoli che agognavano all’indipendenza. Dette cittadinanza a ventidue milioni di persone, al “volgo disperso che nome non ha”, come scriveva Manzoni. La definizione di cittadinanza è impegno fondamentale dell’Italia odierna: tutt’uno con la legge elettorale, espressione  della sovranità nazionale.  Molte norme varate in queste ore col pretesto dell’emergenza calpestano diritti non negoziabili. Il legislatore irrompe nella vita privata a cominciare dal libero uso della moneta, il cui possesso viene prospettato di per sé quale indizio di reato (“sterco del diavolo”?) . Certo l’Italia odierna è vincolata  alla  moneta in uso, all’Unione Europea, alla Nato, all’ONU; conta milioni di abitanti non nativi, parte cittadini, parte no, ed è in  affanno. Proprio perciò chi governa dovrebbe allentare i motivi di tensione, anziché moltiplicarli col varo di norme esose, invasive e oppressive. Mentre ovunque è in discussione il concetto stesso di nazione e di cittadinanza in una visione planetaria dei rapporti fra le genti, l’Italia deve fare i conti  con la propria storia senza cesure né censure, senza apologie né demonizzazioni: deve “documentarsi” affinché ciascuno conosca, rifletta, valuti e, se vuole, scelga che cosa fare o non fare: se accettare o rescindere  il “contratto con lo Stato”, condividere o meno la cittadinanza. In tale contesto,  Marco Pizzo, direttore del Museo Centrale del Risorgimento, lancia il progetto di un museo dell’Italia fascista; dal mensile “Storia in Rete” Fabio Andriola propone di discuterne. Il tema è centrale per guardare oltre le cronache.  Un museo (termine vecchio e invecchiante) specificamente intitolato all’ “Italia fascista” (1919-1943/45?)  farebbe da controcanto a quelli della “resistenza”. Sarebbe a sua volta  “partigiano” e darebbe per scontata la separazione o addirittura l’estraneità del fascismo dalla storia generale dell’Italia: una favola, questa, che fece comodo ai tanti  che votarono a favore di Mussolini (a cominciare da Benedetto Croce e da Alcide De Gasperi)  e poi pretesero  di ridurre  il suo ventennale governo e il fascismo (realtà per altro distinte) a episodio accidentale: invasione degli hyksos, barbarie. Semmai va realizzato un Foro permanente degli italici-italiani (sostantivo, non aggettivo): non statico,  ma da aggiornare col flusso della storia, come insegnò Riccardo Bacchelli. Va varato l’anno prossimo, anche per evocare i 1800 anni dell’editto di  Caracalla, dissoluto e geniale, che nel 212 dopo Cristo concesse  la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero e i 1700 anni della vittoria di Costantino il Grande su Massenzio (28 ottobre 312).    L’Italia odierna arriva anche da quegli eventi, da inserire  in un Memoriale o Foro degli Italiani, che abbracci l’intero territorio nazionale e i suoi abitanti e  ponga il tema della cittadinanza in termini non estemporanei e frettolosi, a differenza di quanto ha fatto recentemente Giorgio Napolitano. Al riguardo il Piemonte di Elvio Pertinace e del conte di Pollenzo, due imperatori nell’arco di quasi duemila anni, ha da dire la sua.      
Aldo A. Mola   
DATA: 19.12.2011
 
GdF: MEDAGLIA D’ORO ALLA MEMORIA DEL M.LLO AMBROSELLI

M.llo Antonio Ambroselli13 Dicembre 2011 - Come è stato per Giorgio Perlasca nel 2003, il Museo Storico della Guardia di Finanza ha comunicato che la Fondazione Carnegie presso il Ministero dell'Interno ha conferito la Medaglia d'Oro al Maresciallo Maggiore Aiutante  Antonio Ambroselli (Santi Cosma e Damiano 12/03/1915 - Roma 1/04/1975), padre del nostro Ispettore Nazionale Dott. Sandro, per gli atti di eroismo compiuti durante la Seconda Guerra Mondiale (Città Aperta di Roma 1943/1944). Antonio Ambroselli, di aperta fede Monarchica fino alla morte, si arruolò nella Regia Guardia di Finanza nel settembre 1935. Dieci giorni dopo il fatidico 8 settembre 1943, si sposò con la signorina Mafalda Cangelmi "la Monarchica Partigiana", con la quale di lì a poco, si renderà protagonista di numerose missioni di salvataggio in favore di compaesani e non detenuti nel famigerato Campo di Concentramento Tedesco “La Breda” di Torre Gaia a Roma. Entrato a far parte di una organizzazione partigiana "Fiamme Gialle" sotto il comando del Tenente Alaydin KORCA, organizzò allo Scalo Ferroviario San Lorenzo (Stazione Tiburtina) le fughe dei prigionieri pronti a partire per la Germania. Con loro anche il ferroviere Michele BOLGIA, poi trucidato alle Fosse Ardeatine, che forniva al gruppo dei finanzieri partigiani gli elenchi delle partenze con tanto di orari e persino l'indicazione dei binari. Organizzarono solo nel mese di febbraio 1944, quattro colpi di mano presso il richiamato scalo ferroviario, ove, dopo avere spiombato i portelloni dei vagoni in sosta, fecero scappare oltre un migliaio di giovani rastrellati a Roma, anche ebrei catturati a Piazza Bologna diretti nei campi di concentramento germanici. (Fonte Museo Storico Guardia di Finanza).
La memoria storica concernente la vita e gli eroismi di Antonio Ambroselli e Mafalda Cangelmi sono oggi demandati all'Associazione Ambroselli, Storia Arte Tradizione, presediuta dal Dott. Sandro Ambroselli , e dal Club Reale "Antonio e Mafalda Ambroselli" (Coordinatrice Rag. Maria Capocci) entrambe con sede a Venafro (IS), alle quali si devono numerose e lodevoli iniziative culturali, anche nel campo della didattica della Shoah.
DATA: 19.12.2011
 
A PROPOSITO DEL "RE GIORGIO", LE SUE PREROGATIVE COSTITUZIONALI E LO STATO D'ECCEZIONE

L'articolo di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere della Sera del 12 dicembre scorso, ha suscitato un acceso dibattito attorno alla figura del Capo dello Stato. Pubblichiamo una riflessione di Roberto Carotti, iscritto all'U.M.I. di Jesi, su questa tematica.

foto da internetÈ a conoscenza di tutti che le prerogative costituzionali del nostro Presidente della Repubblica sono per lo più di carattere simbolico-rappresentativo piuttosto che di indirizzo politico-governativo; dalla fine di Ottobre abbiamo assistito invece ad una vera e propria azione di indirizzo politico del nostro Presidente, culminata con la nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio (anche se appoggiato legittimamente dalle maggiori forze del paese). Premesso che in situazioni di emergenza il P.D.R. può spingersi oltre le sue prerogative costituzionali e fungere così da "motore di riserva" (usando l'espressione utilizzata da Marco Olivetti nel quotidiano “l'Avvenire” del 4 Dicembre scorso) in aiuto alle forze politiche in campo, resta da stabilire però in quali situazioni questo possa accadere visto che nella nostra Costituzione Repubblicana; a tal proposito non vi è alcun riferimento. Il 3 Dicembre scorso il New York Time ha dedicato il suo prestigioso "Ritratto del Sabato" al nostro Presidente Giorgio Napolitano - incoronandolo come "Re Giorgio" - per via della sua azione esercitata sino al limite delle sue prerogative costituzionali che assomiglierebbero appunto più alle prerogative di un Re, da cui peraltro la nostra presidenza deriva. Il saggista e scrittore Ernesto Galli della Loggia, nell'articolo pubblicato dal Corriere della Sera dell'11 Dicembre scorso dal titolo "Emergenza e diritto costituzionale il silenzio sullo Stato d'eccezione", esorta la classe dirigente e gli studiosi di diritto costituzionale ad aprire un dibattito sul concetto di "Stato d'eccezione", cioè quel momento particolare della vita di una Nazione dove il P.D.R. può fare da "reggitore sussidiario" del sistema al fine di consentire che esso riprenda a funzionare, concludendo poi che in un paese democratico non può esserci posto per modifiche della Carta Costituzionale attraverso vie surrettizie interpretative e forzando a piacere il testo della medesima. Il periodo storico che stiamo vivendo potrebbe essere a mio avviso un momento propizio per possibili riforme costituzionali anche perché il nostro Presidente, essendo uomo di formazione prevalentemente di sinistra, non può essere accusato di essere un pericoloso autoritario; che sarebbe successo se il P.D.R. fosse provenuto dal centro-destra e avesse tenuto lo stesso comportamento di "Re Giorgio"?... chissà, forse si sarebbe meritato l'impeachment. Solo un Paese ossessionato dal passato non può non capire che sono ormai maturi i tempi per il ritorno dell'unica forma di governo che possa garantire la forza, l'autorevolezza e l'imparzialità che una Nazione come l'Italia si merita: la Monarchia Parlamentare! Viva l'Italia! Viva il Re!
Roberto Carotti
DATA: 14.12.2011
 
SOVRANITA' LIMITATA?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” dell'11/12/11

foto da internetCome le persone, gli Stati hanno un cervello (sovranità e politica estera), un cuore (le forze armate) e visceri (economia e società), che insieme ne formano l’identità. L’Unione Europea dall’Atlantico alla Polonia non ebbe e non ha né cervello né cuore. I suoi visceri sono malandati. Basata su Costituzione logorroica e senz’anima (il Trattato del 29 ottobre 2004 ne ignora le radici greco-romane-cristiane, liquidate  come “eredità culturali, religiose e umanistiche”), l’Europa crolla per l’incomponibile  conflitto tra eurozona e Gran Bretagna, un impero fondato sulla sterlina. L’Unione non ha sovranità né politica estera né, meno ancora, forze armate unitarie. Francia e Inghilterra si guardano bene dal mettere loro armi (a cominciare dall’arsenale nucleare) a servizio dell’Unione. Ogni Stato fa la propria politica estera. Lo si è veduto nella tragedia della Libia. Scatenato il caos, completo di linciaggio efferato di  Gheddafi (un evento che non può essere declassato a “episodio”: la Nato e l’ONU se ne lavarono le mani lorde di sangue), ciascuno ha mirato e mira a procacciarsi una parte di bottino. E’ evidente la contrapposizione tra gli Stati Uniti d’America (incapaci di tener le briglie dell’America centro-meridionale) e l’Europa, coinvolta in operazioni belliche (dall’Iraq all’Afghanistan) dai costi crescenti e dagli esiti deludenti, tanto più  in presenza di un Vicino Oriente niente affatto pacificato e mentre il  mondo islamico è una polveriera  in cui gareggiano l’Iran  degli ayatollah e la Turchia  di Ahmed Davutoglu,  che sogna un nuovo impero ottomano-islamico alternativo a quello dell’Arabia Saudita, costruito coi petrodollari.
   Purtroppo il grosso dell’informazione si occupa quasi esclusivamente di visceri meno nobili: la contabilità spicciola spacciata come alta politica. Però i cittadini scoprono costernati di essere a “sovranità limitata”, come un tempo i Paesi del Patto di Varsavia.  Dopo anni di orchestrato discredito della dirigenza elettiva a tutti i livelli, il presidente della repubblica ha infatti affidato il governo a un manipolo di consulenti. Privi di investitura popolare e lontanissimi dal segnare la svolta che gl’ingenui se ne attendevano (una cosa è parlare, un’altra è fare, col supporto di un buon margine di consenso), in un mese dall’insediamento il governo in carica non ha saputo parlare né al cervello né al cuore.
    Motivo in più per ricordare che solo con l’unificazione nazionale del 1859-1870 l’Italia conquistò, e a fatica, il rango di protagonista della Comunità internazionale e lo esercitò con pienezza sino al 1915. L’intervento nella grande guerra, quasi un secolo fa, mise a nudo i suoi punti di forza e di debolezza. Nel 1918 gli italiani vinsero sul campo e nel 1931 con l’Istituto per la Ricostruzione Industriale risposero in modo autonomo e originale alla Grande Depressione. Un decennio dopo, però, a confini ancor quasi inviolati, il governo Badoglio abdicò alla sovranità nazionale, sottoscrivendo la resa incondizionata (non “armistizio”): clausole dure e mortificanti, ribadite dal Trattato del 10 febbraio 1947, che ignorò il concorso degli italiani alla guerra di liberazione, ridusse l’Italia e sovranità limitata e perciò ebbe il voto contrario dei liberali veri, come Benedetto Croce.
   Lì finì la Terza Italia, sulle cui rovine si ersero clericali e comunisti, divisi su tutto tranne che nella lotta contro le forze nazionali cresciute nell’età della Monarchia statutaria: i liberaldemocratici (repubblicani inclusi) e i  socialriformisti, uniti nell’impegno a subordinare cervello e cuore al Parlamento, espressione delle libere scelte dei cittadini, tutt’altra cosa dal “centralismo democratico” dei comunisti e dalle oligarchie finanziarie che generarono e alimentarono il comunismo sovietico.  
Che cosa rimane dell’età liberale? In quasi settant’anni di repubblica è stato   sperperato il patrimonio morale e civile accumulato da Risorgimento e Terza Italia, da europeismo e pacifismo costruttivo: il movimento federalista europeo, l’entusiasmo originario per l’ONU.
   Acclamato come arbitro supremo e salva-Italia, il  governo del “podestà forestiero” appare nient’altro che una grigia sospensione del principio costitutivo della Nuova Italia, una gelida stagione di oblio della sovranità di un popolo in cerca di un progetto politico e capace di capire e decidere “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. L’Italia deve ritrovare il primato della politica: cervello e cuore.
Aldo A. Mola   
DATA: 12.12.2011
   
ANCORA D'ATTUALITÀ LA PROFEZIA DI PADRE PIO. TORNERÀ LA MONARCHIA?


Padre Pio e i Savoia - la profeziaIl Professor Vignoli, dell'Università di Genova, ha riportato a galla la vicenda in occasione della celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia a Roma. Il Santo qualche mese prima della morte, incontrando Amedeo di Savoia, vedendo il figlio Aimone, predisse per lui un futuro di regnante. La profezia in un basso rilievo a San Giovanni Rotondo, stranamente fatto spostare in uno spazio difficilmente visibile. Nel quattordicinale "SI" diretto da Maria Giovanna Elmi, in questi giorni in edicola, compare un sibillino articolo firmato da Eugenio Parisi, circa una profezia di San Padre Pio riguardante l’Italia ed un possibile ritorno della monarchia. A regnare sarebbero i discendenti dell’attuale V Duca d’Aosta, Amedeo di Savoia. A fare dell’incredibile vaticinio del frate è stato il professor Giulio Vignoli dell’Università di Genova durante una celebrazione a Roma in Campidoglio per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Presenti il Duca d’Aosta, la figlia di Re Umberto II, Maria Gabriella, Aimone di Savoia, autorità politiche ed amministrative delle Repubblica, il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia, Luigi Pruneti, nonché storici della caratura di Aldo Alessandro Mola, Vignoli ha ricordato allo sbigottito uditorio come Padre Pio, già prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, avesse annunciato, durante un toccante incontro, alla allora Principessa di Piemonte, Maria José – poi ultima Regina d’Italia – che casa Savoia avrebbe perso il trono e che la Pianta principale del casato sarebbe seccata ma che "un virgulto sarebbe sbocciato ridando onore e forza alla famiglia riottenendole il Regno". La profezia fuLa manifestazione dell'UMI in Campidoglio confermata anche dopo la guerra dalla stessa Maria José a diversi testimoni che si sarebbe verificata nella sua prima parte sia nei minimi particolari. Dunque, se la profezia fosse veritiera, all’attuale Repubblica, dovrebbe subentrare una nuova Monarchia. Secondo l’articolo di SI , al Santo, qualche mese prima della morte, fu portato il figlio di Amedeo di Savoia e di Claudia di Francia, Aimone. Padre Pio appena visto il piccolo avrebbe esclamato “bimbo innanzi a te vi è onore e regalità”. La frase turbò non poco i presenti e poco dopo il Santo frate, volle parlandone ad alcuni suoi “figli spirituali” che dopo la sua morte fosse realizzato un basso rilievo in cui fosse in qualche modo consacrata la sua profezia. L’opera fu effettivamente scolpita. Posta nella cripta a San Giovanni Rotondo, dove sino a poco fa giaceva il corpo del Santo, il bassorilievo presenta una scena che ha dell’incredibile: vi compaiono la Madonna con Gesù Bambino in grembo e San Giuseppe. Innanzi alla Sacra famiglia, Padre Pio che regge tra le braccia un agnello. Compare poi un gruppo di giovinetti e una ragazzina inginocchiati intorno alla sacra famiglia. Tutti i componenti la raffigurazione sono rappresentati negli abiti tradizionali. Tutti eccettuati due personaggi: lo stesso Padre Pio, con il saio francescano, ed uno dei ragazzi ritratto in abito moderno da cerimonia. A ben guardare quest’ultima figura c’è da rimanere di stucco: il ragazzo ha le sembianze di Aimone di Savoia ed indossa il collare dell’Annunziata (suprema onorificenza sabauda) conferita da Re Umberto II ad Aimone quando il giovane aveva 15 anni. Titolo dell’opera: “Bellezza e regalità ti stanno d’intorno”. Cosa vuole dire questo titolo? Aimone sarà Re d’Italia? Ora con la crisi gravissima che il nostro Paese sta attraversando il bassorilievo è rimasto collocato nella vecchia cripta dove riposava Padre Pio ma è stato spostato in posizione difficilmente visibile. Forse qualcuno ha paura della profezia e che possa cadere la Repubblica?
DATA: 11.12.2011

LIGURIA: RIUNITA LA DIREZIONE REGIONALE
AGIRE CONTRO LA CRISI

LIGURIA: RIUNITA LA DIREZIONE NAZIONALEIn occasione del passaggio da Genova del Presidente Nazionale avv. Alessandro Sacchi  si è riunita  la Direzione Regionale Ligure dell’UMI.
     La Riunione è stata convocata e presieduta dal Presidente Regionale  avv. Aurelio Di Rella Tomasi di Lampedusa.
    Erano presenti il Presidente Provinciale di Genova  geom. Arduino Repetto,  il Presidente Provinciale di Imperia  Marco Olivero, l’avv. Marco Gramegna di Rapallo, il rag. Giacomo Scarsi di Busalla,  la signora Giuliana Carlini Zoppi  e  l’ing. Gianni Stefano Cuttica .
    Assenti giustificati il presidente Provinciale di Savona dott. Francesco Veirana ed il Presidente Provinciale di La Spezia Giuseppe N.  Fago.
    Dopo un esame della situazione regionale dell’UMI, il Presidente Nazionale ha illustrato le nuove prospettive che si stanno aprendo in campo nazionale per la battaglia monarchica.
    La Direzione Regionale si è infine soffermata sull’attuale momento politico della nazione ed ha emesso il Comunicato Stampa seguente:

COMUNICATO STAMPA

immagine da internet    La Direzione regionale dell'Unione Monarchica Italiana, analizzata la  situazione economica contingente,  ritiene necessario che Governo e forze politiche apportino alle norme anticrisi le modifiche necessarie a rendere equi i sacrifici.
    Le misure adottate infatti, afflittive per le famiglie a reddito medio-basso, creeranno una situazione insostenibile a coloro che appartengono alle fasce più deboli, come molti pensionati; particolarmente gravi le conseguenze in Liguria, che da tempo è in crisi di sviluppo ed è caratterizzata da un'elevata percentuale di anziani,  per i quali si porrà in modo sempre più assillante il problema della sopravvivenza.
    Sono carenti le misure dirette a contenere la spesa pubblica ed a contrastare la corruzione che, più dell'evasione, minaccia gli equilibri di bilancio né sono previste iniziative dirette a riequilibrare il mercato ed a rivitalizzare il sistema produttivo; non sono idonee a raggiungere tali scopi norme invasive della sfera privata e liberticide che sembrano preludere ad un regime di polizia bancaria.
    Pertanto la Direzione regionale ha chiesto all'avv. Alessandro Sacchi, presidente nazionale dell'U.M.I., presente alla riunione, di intervenire presso il governo, le forze politiche e le parti sociali perché vengano apportate modifiche che rendano equi i pur necessari ed indispensabili sacrifici; che vengano modificate le misure che comportano contrazione dei consumi, prodromo di recessione; che vengano sollecitamente adottate le misure necessarie a contenere la spesa pubblica, quali la soppressione delle province e della miriade di enti inutili, la riduzione del numero e degli emolumenti dei parlamentari e dei componenti di tutti gli organi elettivi degli enti pubblici territoriali, l'abrogazione dei finanziamenti ai partiti; che siano abrogate le norme che favoriscono  alcune attività di impresa a detrimento delle altre operanti negli stessi settori economici e che siano eliminati i privilegi fiscali  per tutti i beni immobili non adibiti, in via esclusiva, a servizi di utilità sociale; che sia adottata ogni altra iniziativa idonea a riequilibrare  i sacrifici ed a rilanciare l'economia.
Genova, 9 Dicembre 2011
per la direzione regionale
avv. Aurelio Di Rella Tomasi di Lampedusa
(presidente regionale)
DATA: 10.12.2011
   
SI: SPECIALE SULLA PROFEZIA DI PADRE PIO E SULLA MANIFESTAZIONE U.M.I. IN CAMPIDOGLIO

SI: spaciale della profezia di Padre Pio e i SavoiaSul numero oggi in edicola del Settimanale "Si" (anno II - n° 25 del 22 dicembre 2011 - 1 €) vi è un interessante articola, a firma di Eugenio Parisi, sulla profezia di Padre Pio che vede il ritorno del Principe Aimone quale Re d'Italia. L'articolo fa riferimento alla manifestazione tenuta in Campidoglio dall'U.M.I. e dalla Consulta dei Senatori del Regno, dove si è trattato l'argomento. Inoltre vengono pubblicate le foto dei piccoli Principi con il Padre Aimone e il Segretario nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero.
DATA: 08.12.2011

ORA LA VERITA' SULLA GUERRA (IN)CIVILE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicatom su "Il Giornale del Piemonte" del 4/12/11

foto da internetGiuseppe Biglione era un contadino. Classe 1907.  Viveva in borgata Misun a Sampeyre, in Varaita, la valle smeraldina della Provincia Granda.  Il 1° luglio 1944 venne catturato da partigiani delle “Garibaldi”. Sospettato senza motivo di detenere esplosivo, fu torturato per ore con ferri roventi per fargli dire quel che non sapeva.  “Le sue grida erano così orripilanti che dai contorni scapparono tutti” scrisse il parroco, don Antonio Salomone, chiamato quand’ormai il poveraccio agonizzava. Fece appena in tempo ad amministrargli il viatico. Il sindaco di Sampeyre, Roberto Sasia, ora ha proposto di ricordare il fattaccio dedicando una via o una piazza a quella vittima di criminali drappeggiati da liberatori. Come centinaia di altri cittadini assassinati in modi atroci da persone che ne andarono impunite, anche Giuseppe Biglione figura  nelle Vite spezzate, un repertorio che mescola alla rinfusa i caduti in guerra senza indicarne né la  causa di morte né i responsabili. Scientificamente inutile. Perché parlare oggi del “caso Biglione”? Semplice. Se è vero che bisogna far quadrare i conti dell’economia, non solo nazionale, altrettanto importanti sono quelli  della storia, che deve passare dalle leggende partigiane alla ricostruzione dei fatti. Certi istituti storici, mantenuti col danaro di tutti i cittadini, hanno riempito scaffali di ritornelli e di  “celebrazioni”: tutti eroi limpidi da una parte, tutti malvagi dall’altra. Panzane. Decenni prima che  Giampaolo Pansa  scoprisse il Sangue dei vinti  il fegatoso Giorgio Bocca aveva già ammesso molto nella sua Storia dell’Italia partigiana (Laterza, 1966: opera “purgata” nelle successive edizioni). Narra che nel comando della polizia partigiana di Pradleves, dominata da un sanguinario criminale, si accendeva il grammofono per coprire le urla di chi veniva torturato: non solo militari e politici della Repubblica sociale italiana, ma anche civili estranei alla lotta e presunte “spie”, sadicamente martirizzate.    Biglione fu uno dei tanti morti ammazzati senza motivo. Come Guido Ajme, impiegato di banca di Ormea, ucciso a bastonate  da partigiani  della  Valle Mongia ma nelle Vite spezzate classificato addirittura come  milite di una mai esistita XXIX  Brigata  delle S.S. italiane.   Mentre riassettiamo i conti della finanza pubblica, rifacciamo dunque anche quelli  della storiografia, ricordando chi venne ucciso per futili motivi, chi da fine aprile 1945 dovette vivere mesi in clandestinità per scampare a vendette private ammantate di ideologia, chi risalì la china del cinabro mentre troneggiavano ex fascisti dai manti rivoltati.   Le amministrazioni pubbliche hanno fatto e fanno abbastanza in questa direzione? Non sembra. Settant’anni dopo tempo è venuto di documentare la verità sulla guerra (in)civile, per restituire a tutti pace e dignità. Amnistia non significa amnesia. Per decenni venne imposto l’obbligo  di dimenticare. Ora possiamo voltare pagina. Conviene anzitutto a chi si batté con ideali limpidi e in modo dignitoso e non merita di essere confuso con le malefatte altrui.
Aldo A. Mola
DATA: 04.12.2011
   
ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU I

ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU ITirana, 3 Dicembre 2011 – Si sono tenute oggi, nella sede del Parlamento Albanese, le solenni esequie del Re di Albania, Leka Zogu I. Già dalla prima mattinata si è formata una lunga e ordinata coda di persone che ha voluto rendere l'ultimo saluto al Re, presso la camera ardente allestita in Parlamento. A mezzogiorno è iniziato il rito religioso che ha visto la partecipazione delle più alte cariche dello Stato balcanico. Presente tutto il Governo con il Premier Sali Berisha, il Presidente della republika, delegazioni delle comunità albanesi all'estero, trenta ambasciatori esteri accreditati e delegazioni delle tre religioni nazionali. Tra le venticinque e le trenta mila persone si sono recate al Parlamento per seguire da vicino il solenne avvenimento e per stringersi attorno al Principe Ereditario Leka II. Le esequie si sono tenute alla presenza dei reparti militarti schierati in alta uniforme e con la banda dell'esercito. In Albania si è recato il Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero, con una delegazione di monarchici, che è stato ricevuto anche oggi in udienza speciale dal Principe Reale, nonché futuro Re, Leka II. Boschiero, che da sempre segue in maniera ravvicinata le vicende delle Famiglia Reale Albanese, ha manifestato la vicinanza dei monarchici italiani e ha portato un messaggio di cordoglio. Tra le migliaia di messaggi giunti, quelli della Regina Elisabeta II del Regno Unito e del Re di Spagna Juan Carlos.

ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU I
Nella foto in alto l'ingresso del Parlamento Albanese con il picchetto d'onore. Qui sopra la Famiglia Reale con le autorità (Boschiero il primo a sinistra) si dirige verso il Parlamento.

ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU I
L'interminabile fila di albanesi che ha reso omaggio alla Salma del Re.
DATA: 03.12.2011

ALBANIA: L’U.M.I. RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DI RE LEKA ZOGU

ALBANIA: L’U.M.I. RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DI RE LEKA ZOGUAlbania, 2 dicembre 2011 - Il Segretario nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero è giunto questa mattina a Tirana per esprimere a S.A.R. il Principe Leka II il cordoglio dei monarchici  italiani per la scomparsa del padre Re Leka Zogu I. La delegazione U.M.I.  è stata ricevuta e intrattenuta per oltre un’ora nella residenza privata dell’Erede al Trono, oggetto di continue visite, da parte dei cittadini, con ripetute attestazioni di ammirazione e lealtà. Domani i funerali di Stato ,di fronte al Parlamento Nazionale, per i quali si prevede una vastissima partecipazione popolare. Alle esequie assisteranno anche delegazioni delle comunità albanesi del Montenegro, Kosovo, della Macedonia e degli altri albanesi sparsi nel mondo. Sono state particolarmente significative le condoglianze dei Membri del Governo albanese, a partire dal Presidente Sali Berisha , del Presidente della repubblica Bamir Topi, di personalità della cultura e delle tre religioni prevalenti. Non vano dimenticati discendenti degli Ottomani, i parenti della Regina Geraldina e quasi tutti gli ambasciatori accreditati.
ALBANIA: L’U.M.I. RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DI RE LEKA ZOGU
Nella foto in alto l'Erede al Trono d'Albania, S.A.R. il Principe Leka II, con Sergio Boschiero nella residenza della Famiglia Reale. Nella foto in basso Boschiero porta ufficialmente le condoglienze dei monarchici italiani al Principe Ereditario, davanti alle autorità presenti.
DATA: 02.12.2011
 
SABATO I FUNERALI DEL RE: PROCLAMATO LUTTO NAZIONALE
BERISHA SULLA MONARCHIA: UNA QUESTIONE ANCORA APERTA
VERSO UN NUOVO REFERENDUM?

Il Premier albanese Sali Berisha - foto da internetIl premier  albanese Sali Berisha ha reso noto che per le esequie di Leka Zogu I, previste per la giornata di sabato 3 dicembre, è stato proclamato il lutto nazionale.
Nell’odierna riunione del Consiglio dei Ministri il Premier albanese, chiedendo un minuto di silenzio in onore di Leka Zogu, ha dichiarato: "Oggi è passato a miglior vita il Re dei Albanesi. Questa e una grande perdita per la nazione e per il paese!” e ha aggiunto: "Nella legge del Parlamento Albanese si definisce l'obbligatorietà del coinvolgimento nel protocollo di Stato della Famiglia Reale d'Albania; il Paese e tutta la Nazione albanese daranno l'ultimo saluto al Re Leka Zogu I, con tutti gli onori che spettano ad un Re non in carica”.
Berisha  ha ripercorso la vita di Leka I, incoronato Re nell’Aprile 1961, dopo la morte del Re Zogu I:  "Egli si è allontanato verso l'esilio a solo due giorni dalla nascita, ma è stato cresciuto con un amore infinito per il Paese e la Nazione. Re Leka è stato sempre un grande sostenitore della lotta degli albanesi per la libertà e la dignità in Albania, Kosovo, Macedonia e dovunque si trovino. Era l'ispiratore delle loro battaglie" ha detto Berisha.
Il premier ha rilasciato anche delle dichiarazioni sul referendum del 1997 (dove - secondo i dati ufficiali - la repubblica vinse con il 65% dei consensi) che sono destinate ad avviare nuovi scenari nel panorama politico albanese. Berisha ha detto che ai cittadini albanesi è stata data la possibilità di scegliere tra Monarchia e repubblica nel 1997, questione secondo lui ancora aperta. "Il referendum si è tenuto sotto le fiamme della ribellione comunista e non si può considerare una questione chiusa. In quel referendum ha dominato il principio stalinista". E rivolgendosi al suo popolo ha aggiunto: “Voi votate, il conteggio lo faccio io. Quello che avvenne è che gli albanesi hanno votato per il loro Re".
DATA: 30.11.2011
 
ALBANIA: LA MORTE DI RE LEKA ZOGU I

Re Leka Zogu I - Foto da internetCon sommo dispiacere apprendiamo da un comunicato ufficiale del Ministro della Salute dell' Albania che oggi, 30 Novembre 2011, dopo una breve degenza, il Re d’Albania Leka Zogu I è deceduto. Pochi giorni fa la Famiglia Reale, con un comunicato riguardante la salute del Re, ci aveva preparato al peggio. Si trovava dal 17 novembre scorso nel reparto di rianimazione dell’Ospedale di Tirana, a seguito di un arresto cardiaco causato da problemi cardio-polmonari. Il Re aveva 72 anni e nacque pochi giorni prima dell’invasione italiana del suo paese. Aveva pochi mesi quando la Famiglia Reale si trasferì col bambino prima nella vicina Serbia e successivamente in Egitto, vista la parentela con la Famiglia Reale Egiziana. Combatté il comunismo in una lotta senza quartiere, aspirando costantemente al trono che già fu di Giorgio Castriota Scanderberg. Il Regime comunista dava a lui e al padre una caccia spietata facendo pressioni presso tutti i governi che lo ospitavano (Rodesia, Spagna, Marocco, Egitto). Nel 1961, dopo la morte del padre, venne nominato Re dal Governo monarchico in esilio. Nel 1993, tornato in Patria dopo la caduta del Comunismo, per poco Leka Zogu non vinse il referendum istituzionale fra Monarchia e repubblica. Gravi ombre pesano ancora su quella consultazione popolare. In Albania la Causa della Corona può contare su un movimento monarchico molto simile all’italiana U.M.I. E’ particolarmente seguito nella zona di Scutari a nord del paese. Il Padre di Leka Zogu, Re Ahmned Zogu, è considerato il fondatore dello stato moderno albanese; aveva sposato Geraldina, una aristocratica di origine magiara che aumentò la popolarità della monarchia. Tornata dall’esilio imposto dagli italiani prima e dai comunisti poi, Geraldina è morta qualche tempo fa ed è sepolta  a Tirana. Recentemente il Governo albanese ha approvato all’unanimità una risoluzione per la traslazione in patria della salma di Re Zogu. Erede della Corona albanese è ora il primogenito di Leka Zogu, S.A.R. il Principe Leka Anwar Zogu. Parla cinque lingue ed è stato chiamato dal Governo con un incarico di alto livello presso il Ministero degli Esteri albanese. L’Unione Monarchica Italiana ha inviato le più sentite condoglianze alla Famiglia Reale albanese. Alla grande manifestazione monarchica, tenutasi a Scutari nel corso della campagna referendaria del 1997, ha preso parte una delegazione monarchica italiana guidata Sergio Boschiero che ha tenuto un comizio pro-Monarchia davanti a più di 50.000 persone.

Scutari, 1997 - La grande folla che ha partecipato alla manifestazione a favore del voto per Monarchia nel referendum istituzionale. Presente il Re Leka Zogu I (foto scattata da Sergio Boschiero che ha portato la solidarietà dei monarchici italiani al Re Albanese).
DATA: 29.11.2011
  
NOTO 27 NOVEMBRE: S. MESSA PER IL RE VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENA

NOTO 27 NOVEMBRE: S. MESSA PER IL RE VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENADomenica 27 novembre, per iniziativa della Delegazione Prov.le dell'Ist. Naz.GG.OO.RR.TT. Pantheon e dell'Istituto del Nastro Azzurro di Siracusa, è stata celebrata nella Cattedrale di Noto una Santa Messa in memoria del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Savoia e in suffragio dei Caduti italiani in guerra. L'antico e suggestivo tempio è stato visitato durante il Regno da tutti i Sovrani d'Italia e nel 1933 dagli allora Principi Ereditari Umberto e Maria Josè, evento al quale l'Istituto LUCE dedicò un'edizione speciale e del quale è ancora vivo il ricordo. Il solenne rito, officiato dal Vicario Generale della Diocesi di Noto, Mons. Angelo Giurdanella, che nell'omelia ha celebrato le virtù della seconda Regina d'Italia e ha pregato per la sua elevazione alla gloria degli altari, ha visto la partecipazione di numerosi soci dei due istituti giunti anche dalle province limitrofe.
NOTO 27 NOVEMBRE: S. MESSA PER IL RE VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENA
Nelle foto l'Avv. Francesco Atanasio, organizzatore dell'evento, assiste alla funzione religiosa.Sotto lo splendido altare della Cattedrale di Noto con la Bandiera del Regno.
DATA: 30.11.2011

IL GIOVANE REGNO D'ITALIA E LA SUA MARINA MILITARE

Circolo REX RomaNel quadro delle manifestazioni del Centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, i problemi della unificazione delle flotte e degli equipaggi della Marina Sarda e della Marina delle Due Sicilie, per creare la Marina Italiana, le prima sfortunate vicende dei 1866, l'evoluzione delle navi dal legno al ferro, la costruzione nei cantieri italiani delle prime grandi corazzate, le crociere in tutti i mari dei mondo, la presenza delle nostre navi nei porti anche americani dove più intenso era il nostro traffico commerciale e più numerosa la presenza dei nostri emigrati, tutti questi argomenti saranno trattati, per iniziativa del Circolo di Cultura ed Educazione Politica REX, domenica 4 dicembre, alle ore 10,45, nella Sala Uno, nel cortile della "Casa Salesiana" in Via Marsala 42 (Roma a fianco della Stazione Termini), dall'ingegnere Domenico Giglio. Ingresso libero.
DATA: 30.11.2011

ROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENA

ROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENARoma, 28 Novembre 2011 - Nell’anno del 150° anniversario della Proclamazione del Regno d’Italia, i dirigenti dell’Unione Monarchica Italiana non sono mancati all’appuntamento nel Pantheon di Roma per la commemorazione della Regina Elena, nel cinquantanovesimo anniversario della scomparsa. L’appuntamento si colloca tra quelli annuali del benemerito Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe, presieduto dall’amico Cap. di Vascello dott. Ugo d’Atri. La cerimonia è stata commovente e di intenso valore storico per la presenza di Frà Marco Galdini de Galda, celebrante la Santa Messa, il quale ha sottolineato le virtù cristianeROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENA della nostra Regina, descritte da tanti racconti della gente comune che beneficiava della Sua bontà. E’ stato inoltre ricordato che il processo di beatificazione è stato aperto nel 2001 per la Sua opera di carità, riconosciuta dal premio cattolico della Rosa d’Oro della Cristianità concesso dal Romano Pontefice Pio XI.
Valori importanti nella vita della Regina furono la Famiglia ed il Suo ruolo di Consorte , sempre attenta a cercare la via della pacificazione per evitare altri lutti, e Lei stessa fu provata da momenti dolorosi come la scomparsa tragica della diletta Figlia Mafalda in campo di concentramROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENAento, la fine della Monarchia e la malattia che la portò a Montpellier per curarsi; nonostante tutto non mancò mai di aiutare tutti coloro che chiedevano, addirittura inviando pacchi di prima necessità agli Italiani emigrati in America latina, ricorrendo a prestiti bancari per assolvere ai bisogni della vita caritativa.
Alla S. Messa, vicino al Comandante d’Atri il  Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero, accompagnato dal dott. Vincenzo Vaccarella in rappresentanza della Consulta dei Senatori del Regno, il rappresentante del Comune di Alessandria con fascia e dirigente U.M.I. , Carmine Passalacqua; splendida scenografia con gli alfieri dell’Istituto sventolanti il Tricolore sabaudo, coordinato dalla G.d’O. Giovan Battista Mastrosanti e la Bandiera dell’Associazione Amici del Montenegro Onlus ; tra le personalità spiccava la Guardia d’Onore Principe Maurizio Ferrante Gonzaga del Vodice.

Nella prima foto Ugo d'Atri, Sergio Boschiero e il Principe Gonzaga del Vodice durante la cerimonia; nella seconda gli alfieri delle Guardie d'Onore e degli Amici del Montenegro; nella terza gli amici dell'U.M.I. con Sergio Boschiero davanti al Pantheon.
DATA: 29.11.2011
  
LA REGINA NEL REGNO DI ITALIA: ETERNO FEMMININO REGALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 27/11/11

La Regina Elena - foto Maurizio LodiQuando c’era il Re, nell’ora del bisogno toccava alla Regina fare da Sovrano. Mentre sul 150° scende il sipario è lecito domandarsi se Risorgimento e Unità siano stati documentati e narrati a dovere. Molto si è detto di politici, cospiratori, condottieri… E i Re? Carlo Alberto, il Sovrano dello Statuto, è rimasto in ombra. A Vittorio Emanuele II la DNArt di Elena Fontanella ha dedicato la magnifica Mostra di Palazzo Reale a Torino. E le Regine?  E’ ancora la DNArt a spiegare il ruolo delle Sovrane, con la bella mostra sulla Regina Margherita, completa di poderoso Catalogo, in programma  alla Villa Reale di Monza sino al marzo 2012. Accanto ad arredi, ritratti e  documenti della prima Regina d’Italia, biografata dall’azionista torinese Carlo Casalegno, la rassegna presenta uno splendido abito di sua nuora, la Regina Elena, in trono dal 1900 all’abdicazione di Vittorio Emanuele III, il 9 maggio 1946; e quattro manti di Maria José del Belgio, Principessa di Piemonte dal 1930 al 1946 e Regina accanto a Umberto II, provenienti dalla Fondazione presieduta dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia. Basta un’occhiata per coglierne il senso della regalità, che non significa né vanità né sfarzo superfluo: è sacralità. Quei manti svolgevano la funzione dei paramenti sacerdotali. Vien dunque da domandarsi se per la “Monarchia salica”, che passa la Corona da maschio a maschio, la Sovrana avesse un ruolo solo di rappresentanza: feste, ricevimenti, beneficenza, promozione di arti   e scienze…. Le tre Sovrane d’Italia dalle nozze di  Margherita  con Umberto I (1868) alla morte di Maria José ( 2001) ebbero anche un ruolo istituzionale supremo, quasi del tutto ignorato dalla storiografia. Vediamo quale.La Regina Margherita - foto Maurizio Lodi
    La posizione della Regina al vertice dello Stato fu sancita dallo Statuto del Regno di Sardegna promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia.  L’articolo 14  stabilì infatti che, in caso di minore età del Re e in mancanza di prossimo parente nell’ordine della successione già maggiorenne, “la Reggenza apparterrà alla Regina Madre”, che assumeva la reggenza  anche quando “il Re maggiore si trovi nella fisica impossibilità di regnare” (art. 16): una ventaglio amplissimo e variegato, dalla cattura in guerra alla incapacità fisica accertata. La storia ne aveva offerto una casistica enorme.  Infine, la Regina Madre era “tutrice del Re, finché egli abbia compiuta l’età di sette anni” (art.17). La Regina era dunque la riserva estrema non solo della Casa, ma della Corona e dello Stato stesso. Solo nella malaugurata ipotesi di mancanza di Principi reggenti e della Regina Madre, entro dieci giorni dalla vacanza dell’esercizio del potere regio, le Camere, convocate dai ministri  del Re, avrebbero nominato il Reggente (art.15), che, “prima di entrare in funzioni, presta il giuramento di essere fedele al Re, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato” (art. 23). Questo articolo, solitamente dimenticato, a ben vedere sin dal  marzo 1848 trasferì  la sovranità alle Camere, una di nomina regia e vitalizia (il Senato), l’altra, quella dei deputati  eletta sulla base delle leggi emanate dal re, che tale già fu implicitamente per volontà della nazione.
   Carlo Alberto e i consiglieri che con lui approntarono lo Statuto  previdero  più di quanto la storia poi riservò all’Italia. Gli eventi dissero però che essi guardarono lontano.  Basti pensare alle due svolte drammatiche del  Regno: l’assassinio di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900, quando il Principe ereditario era in navigazione nell’Egeo, e alla aggrovigliata transizione da Vittorio Emanuele III a suo figlio, Umberto di Piemonte, nel 1943-1944, quando il maresciallo Pietro Badoglio  e altri “monarchici” proposero reggenti in violazione dello Statuto. Nel Regno d’Italia la Regina fu dunque, almeno potenzialmente, reggente dello Stato. Lo fecero le tre Regine: Margherita, Elena, Maria José.  Motivo in più per traslare in Italia le salme dei sovrani  d’Italia ancora sepolti all’estero, a cominciare da Vittorio Emanuele III, a rischio di profanazione nell’Egitto odierno, e di Elena di Savoia nel 60° della sua morte (1952). Se non ora quando?
Aldo A. Mola
DATA: 28.11.2011
   
TENUTASI AD ALESSANDRIA LA TRADIZIONALE MESSA IN MEMORIA DEI DEFUNTI DI CASA SAVOIA

TENUTASI AD ALESSANDRIA LA TRADIZIONALE MESSA IN MEMORIA DEI DEFUNTI DI CASA SAVOIACome di tradizione, sabato 19 novembre alle ore 18 presso la chiesa parrocchiale di S. Rocco, si riunivano i Monarchici alessandrini, unitamente a Soci e simpatizzanti, per la S. Messa a ricordo del Re Umberto II. Cerimonia riuscita nonostante la nebbia triste, si trovavano centinaia di persone unite dallo spirito di patriottismo per celebrare e pregare per i propri cari, per la Chiesa Cattolica, per tutti i Caduti per la Patria, per i Sovrani sabaudi che ancora sono in esilio anche se deceduti.
Un ringraziamento particolare dal gruppo monarchico alessandrino a don Massimo Marasini per l’ospitalità ai partecipanti, alle associazioni d’arma e club service intervenuti, a tutti quanti i presenti per la solenne Messa, con particolare plauso al Gruppo sardo di devozione in costume caratteristico. Animazione liturgica del Coro Jubilus di Genova diretto dal M° Enrico Sobrero, presenza ufficiale dell’Amministrazione comunale con il consigliere Fabrizio Priano, mentre l’organizzazione di tutto è stata del monarchico- consigliere comunale Carmine Passalacqua, a ricordo del 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia e per celebrare il 160esimo compleanno della Regina Margherita.
DATA: 21.11.2011
 
LUIGI MENABREA E IL PRIMO GOVERNO TECNICO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/11/2011

Luigi Menabrea - immagine da internetFu il primo “governo tecnico” a imporre agli italiani la tassa sulla macinazione delle farine, la più odiata e la più necessaria per salvare l’Italia neonata dalla bancarotta e dalla frantumazione. Era il 1868. La rivolta esplose e fu domata. Presidente del consiglio era il generale Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 1809-1892). I governi tecnici non sono affatto una novità. Certe crisi li impongono. Il 30 ottobre 1922 Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini non come politico ma proprio come “tecnico del consenso e della rivoluzione”, come sapeva Lenin : era l’unico in grado di svuotare la pericolosità del fascismo e di attuare il risanamento finanziario. Infatti si circondò di ministri che non rappresentavano forze politiche ma erano “tecnici” accomunati dalla condivisione della Grande Guerra. L’altro precedente di governo extrapartitico fu appunto quello di Menabrea, nato il 27 ottobre 1867 per decisione di Vittorio Emanuele II. L’Italia era lacerata dalla seconda spedizione di Giuseppe Garibaldi contro Pio IX: un colpo di testa che il presidente del consiglio, Urbano Rattazzi, non aveva né impedito né aiutato. Menabrea era un savoiardo, come Des Ambrois e i Pelloux, monarchico, cattolico e militare tutto d’un pezzo. Ingegnere idraulico e architetto, ufficiale di Stato Maggiore dal 1843, docente di Costruzione e Geometria all’Università di Torino, nel 1848 fu eletto deputato. Primo ufficiale del ministero della Guerra ebbe incarichi internazionali prestigiosi. Ministro della Marina dal 1861 ripensò il futuro della Nuova Italia nel Mediterraneo; poi ai Lavori Pubblici varò le grandi infrastrutture. Plenipotenziario alla conferenza di pace di Vienna che nel 1866 assicurò Venezia all’Italia, il 30 dicembre 1866 ascese a Primo Aiutante del Re, che nell’ottobre 1867 lo volle primo ministro di un governo snello, comprendente all’Interno Filippo Gualterio, ministro della Real Casa, alle Finanze il toscano Luigi Cambray-Digny e all’istruzione Emilio Broglio. Sembrava dovesse durare poco, invece superò due crisi e con pochi cambiamenti resse sino al dicembre 1869: pochi giorni dopo l’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano I. In quei due anni Menabra introdusse la odiatissima tassa sulla macinazione delle farine, equivalente a quella oggi in vigore sui carburanti, e la cessione del redditizio monopolio dei tabacchi a una società privata che anticipò allo Stato una enorme somma, agguantò enormi profitti e generò uno scandalo completo di attentato alla vita del deputato garibaldino e massone Cristiano Lobbia. All’insediamento Menabrea dichiarò di non volere un pateracchio ma due partiti chiaramente distinti, uno “del movimento e dell’impazienza”, l’altro “dell’ordine interno, del riordinamento dello Stato e della prudenza”: il suo. Superò moti popolari e polemiche giornalistiche. Ambasciatore a Londra dal 1876 e a Parigi dal 1882 fu considerato garante della solidità del Regno, ma risultò legato a Cornelius Herz, faccendiere implicato nell’affaire finanziario francese per la costruzione del Canale di Panama. Al confronto quello della Banca Romana fu uno scherzo, ma mentre questo è sempre evocato il francese è dimenticato. Anche la memoria è a noleggio. Menabrea guardò il Bel Paese dalle vette alpine, dai mari, dal confronto con gli Stati esteri esplorati di persona. Le sue dimissioni coincisero con una grave malattia del Re e con il ritorno al potere del Vecchio Piemonte di Giovanni Lanza e Quintino Sella. La Destra storica lo criticò ma ne seguì le orme: tasse e imposte, come ricorda Gianni Marongiu nell’ottimo studio sulla Politica fiscale dell’Italia liberale dall’unità alla crisi di fine secolo (ed. Olschki), che spazza via la leggenda della separazione tra tecnici e politici. Gli uni e gli altri alle spalle avevano la Monarchia e la collocazione dell’Italia nella Comunità internazionale, faticosamente raggiunta proprio nel 1867: sette anni dopo la proclamazione del Regno. A confronto dei problemi essi che seppero superare, gli attuali sono piccola cosa.

Aldo A. Mola

DATA: 21.11.2011
 
SPERANZA NEL GOVERNO MONTI VERSO IL RISANAMENTO E LA PACIFICAZIONE NAZIONALE

Mario Monti - foto da internetDichiarazione congiunta di Alessandro Sacchi e Sergio Boschiero riguardo alla fiducia ottenuta dal Governo Monti:
    “Dopo il voto di fiducia accordato al nuovo Governo da Camera e Senato, l'Unione Monarchica Italiana formula i più convinti auguri ed auspica che il Governo prosegua speditamente verso il risanamento della della grave crisi economica nella quale il nostro Paese si è venuto a trovare e che colpisce soprattutto le categorie più deboli ed i giovani. L'U.M.I., infine, rivolge al neonato Governo, scevro da influenze ideologiche dettate da ingerenze partitiche, l'istanza che si proceda alla translazione in Italia, nella sede storica del Pantheon, delle salme dei due Re e delle due Regine ancora sepolte in terra straniera: accanito e vergognoso esilio dei morti che nessun Governo precedente ha avuto l'onestà e il coraggio di voler affrontare.
    Nella grave situazione in cui ci troviamo è importante la coesione nazionale di tutte le parti; un gesto di pacificazione, come il rientro delle salme dei nostri Sovrani, sarebbe un fondamentale passo simbolico in tale direzione.”
       Roma, 18 Novembre 2011
Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale
Sergio Boschiero, Segretario Nazionale
SCARICA IL COMUNICATO
DATA: 18.11.2011

A SCUOLA COL FUCILE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 13/11/2011

Immagine da internetA scuola per imparare a sparare. Oggi sembra incredibile, eppure è accaduto. Nel 1884 il ministro dell’Istruzione Michele Coppino, nativo di Alba, e  quello della Guerra, gen. Emilio Ferrero si accordarono per  formare davvero il cittadino della Nuova Italia. A ogni liceo vennero assegnate due carabine e un po’ di cartucce. Prima dell’esame di maturità, gli studenti dovevano mostrare di sparare a colpo sicuro. Il grande fisiologo Angelo Mosso stabilì che il fuciliere provetto si vede dai primi tre tiri. Se fa cilecca, meglio scartarlo. Era l’epoca del Tiro a Segno Nazionale, presieduto da Giuseppe Garibaldi, eroe nazionale, e dal Principe Umberto di Savoia, Erede al Trono. L’Italia era circondata da nemici. Il debito pubblico era alto, ma ancor più lo era la minaccia di aggressioni. Non aveva né amici né veri alleati. Perciò doveva tenersi pronta, come avevano fatto tanti popoli, Bibbia alla mano.  Per assicurarsi la pace bisognava mostrare  i denti. Non era facile in un Paese che aveva pochissime scuole, quasi nessuna palestra, scarsità di caserme e per piazze d’armi o campi di Marte usava i primi prati fuori porta.
Nei primi dodici anni dall’Unità il governo cambiò tredici diversi ministri dell’Istruzione.  Anche se bravi (Quintino Sella, Pasquale Villari, Ruggero Bonghi…) non avevano neppure il tempo di capire lo stato dell’arte e già erano sostituiti.  Però lentamente il programma divenne chiaro: bisognava formare il cittadino-soldato, come ai tempi dei Romani: titolare di diritti politici perché in grado di difendere lo Stato. Così andarono le cose. Ed è utile ricordarlo oggi.
   L’Italia ne ha viste tante e le ha superate sempre fidando nello Stellone. Nel suo primo decennio  visse un guaio dopo l’altro. All’estero pochi credevano nella sua solidità e nella sua durata. Perciò quasi nessuno Stato riconobbe il Regno sorto il 14-17 marzo 1861, mentre nel Mezzogiorno imperversava una dura opposizione politica e sociale contro  il nuovo ordinamento: brigantaggio politico e banditismo dilagavano. Su una popolazione di 22 milioni di persone si contavano annualmente circa 500.000 atti reati di varia gravità. Nell’estate 1862 Garibaldi ebbe la pessima idea di organizzare una spedizione per abbattere il poco che rimaneva dello Stato Pontificio. Nel 1864 il trasferimento della capitale  a Firenze suscitò la protesta dei torinesi, repressa nel sangue. Il 1866 fu l’anno della terza guerra contro l’Impero d’Austria, chiusa con l’annessione di Venezia. Nel 1867  divampò un’epidemia di colera; in autunno Garibaldi ebbe un altro colpo di testa, finito con la sconfitta dei suoi uomini a Mentana. Con quella infilzata di prove qualsiasi altro stato sarebbe crollato. L’Italia  resse e crebbe.
   Dal 1865 le leggi preesistenti furono riordinate in un unico codice civile. Soprattutto la scuola dette vigorosi segni di vita. L’istruzione non era solo trasmissione  di cognizioni e di tecniche. Volle essere e fu educativa per confezionare l’abito del cittadino. Ci credevano tutti, da Alessandro Manzoni a Giosue Carducci, Francesco De Sanctis  e i ministri della Guerra. Fecero bene? Fecero male? Di sicuro fecero gli italiani, che in pochi decenni si lasciarono alle spalle fame, miseria, analfabetismo e si affermarono quale Paese industrializzato. Avevano un progetto, l’ “idea di Italia”. Purtroppo ve ne era però anche un altro, di segno opposto: quello dell’opposizione violenta e degli attentati anarchici, molto più pianificati e occultamente orchestrati di quanto asserisce  Erika Diemoz nel  documentato saggio  A morte il tiranno: anarchia e violenza da Crispi a Mussolini (ed. Einaudi). (*)
 Aldo A. Mola  
 
(*) Su iniziativa dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa (col. Matteo Paesano)  si svolge al Centro Alti Studi Difesa ( Roma, Palazzo Salviati)  il Congresso su “Il nuovo Stato, 1861-1871”, con relazioni  di studiosi italiani e stranieri fra i quali Antonino Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico SME, Massimo De Leonardis, Pietro Pastorelli, Piero Del Negro e del nostro editorialista Aldo A. Mola.
DATA: 18.11.2011
 
VARESE CELEBRA IL 150° CON UN CONCERTO PATRIOTTICO

VARESE CELEBRA IL 150° CON UN CONCERTO PATRIOTTICOGrande successo di pubblico per il concerto organizzato lo scorso 6 novembre a Varese dall'Associazione Amici della Lirica "Francesco Tamagno", in occasione del 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia. Il centralissimo Teatro Politeama, che ha ospitato l'evento, ha visto nel programma esecuzioni di brani operistici che hanno caratterizzato il nostro Risorgimento. Ospiti d'eccezione la Corale Lirica Ambrosiana, diretta dal M° Roberto Ardigò, il soprano Fiorella di Luca, il mezzosoprano Giorgia Bertagni, accompagnati al pianoforte dal M° Aldo Ruggiano. A presentare l'evento il Coordinatore dell'Unione Monarchica Italiana di Varese, Davide Colombo, che, introducendo i singoli brani, ha contestualizzato il loro rapporto con la storia risorgimentale. Il concerto si è aperto con "Il canto degli italiani" ed è proseguito con cori e arie dalle più significative opere di Verdi, Rossini, Bellini e Mascagni. "Va' pensiero", "Si ridesti il Leon di Castiglia", "O Signore dal tetto natìo", "Dal tuo stellato soglio" e tanti altri brani hanno riacceso gli entusiasimi patriottici degli oltre 250 varesini presenti, ispirati anche da un palco pieno di Tricolori con scudo sabaudo. L'evento ha avuto il patrocino del comune di Varese e della benemerita Associazione "Varese per l'Italia", già promotrice in maggio della visita nella Città Giardino delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia. "Varese per l'Italia", con il suo Presidente Luigi Barion, ha presentato il calendario 2012, realizzato con le scuole della provincia, ed ha donato al Presidente degli Amici della Lirica, la musicologa Giuseppina Mascari, l'ormai raro gagliardetto del Comitato "XXVI Maggio 1859". Ospite graditissimo del concerto è stato il Ministro dell'Interno (a pochi giorni dalla fine anticipata del suo incarico) Roberto Maroni, accompagnato dalla moglie, che ha seguito attentamente tutto l'evento cantando in piedi "Fratelli d'Italia" e dimostrando uno squisito spirtito istituzional-patriottico. Anche grazie a questo concerto, Varese, a 152 anni dalla celebre battaglia di Biumo che vide Garibaldi sconfiggere gli austriaci, si è dimostrata ancora una volta baluardo dell'italianità e dell'amor di Patria. (foto di Valentina Cusano)
VARESE CELEBRA IL 150° CON UN CONCERTO PATRIOTTICO
Roberto Maroni con la moglie e il Presidente degli Amici della Lirica al concerto di Varese
DATA: 17.11.2011
 
SI ESTENDE L’ATTIVITÀ DELL’ORDINE DI MALTA IN BULGARIA

SI ESTENDE L’ATTIVITÀ DELL’ORDINE DI MALTA IN BULGARIADurante i sei anni trascorsi dall’apertura dell’Ambasciata a Sofia, l’Ordine di Malta ha realizzato, fino ad oggi, 145 iniziative umanitarie e sociali in 70 diverse località della Bulgaria. Nelle scorse settimane sono state consegnate ambulanze, offerte all’Ordine dalla Croce Bianca di Brescia, all’Ospedale per bambini di Vidin e all’Ospedale Regina Eleonora di Avren; un ecografo all’Ospedale di Isperih; attrezzature ospedaliere, medicinali e alimentari agli Ospedali di Belene, Iskrets, Malchika, Oresh, Razgrad, Sofia e Svishtov. Inoltre, l’ATM di Milano ha donato all’Ambasciata dell’Ordine un pulmino da venti posti, attrezzato con elevatore per due carrozzelle, che è stato destinato alla Parrocchia di Perchevich. In occasione del 59° anniversario della fucilazione del Vescovo di Nicopoli, Mons. Eugenio Bossilkov, torturato e ucciso a Sofia l’11 novembre 1952 e, per il suo martirio, proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II il 15 marzo 1998, l’Amb. Camillo Zuccoli nella Cattedrale di Russe ha consegnato al suo successore, Mons. Petko Christov, la Gran Croce pro Piis Meritis dell’Ordine al Merito Melitense, conferitagli dal Gran Maestro Frà Matthew Festing quale riconoscimento e gratitudine per il sostegno che Mons. Christov da sempre assicura alle molteplici iniziative dell’Ordine di Malta in Bulgaria. La Radio Vaticana, con un servizio speciale e una intervista all’Amb. Zuccoli sulle attività dell’Ordine in Bulgaria e nel Mondo, ha dato risalto alla significativa cerimonia.  L’apprezzamento per questo crescente impegno si è visto durante la festa di San Giovanni Battista, Patrono dell’Ordine, svoltasi al Grand Hotel di Sofia con la partecipazione di 500 ospiti, tra i quali numerosi esponenti del Governo, del Parlamento, della società civile nonché ambasciatori e diplomatici di 43 Paesi. Nel corso dell’evento sono state consegnate onorificenze al Merito Melitense a quattro personalità della vita religiosa e accademica bulgara: Suor Massimiliana Proykova, il Prof. Stoyan Denchev, il Prof. Ivaylo Schalafoff, la Dott.ssa Liubka Tasseva. L’Ambasciata ha anche organizzato a Sofia, presso il Centro Roncalli – che fu, dal 1925 al 1933, la casa dell’allora Delegato Apostolico Angelo Giuseppe Roncalli, poi Papa ed oggi Beato Giovanni XXIII – insieme ai Club Lions di Assisi e di Sofia, una mostra fotografica dedicata al matrimonio del Re Boris III con la Regina Giovanna, celebrato ad Assisi, nel 1930, nella Basilica di San Francesco.  L’inaugurazione - alla quale erano presenti Simeone II con la consorte Margherita, gli Ambasciatore di Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Russia e Spagna, Rettori e docenti delle università di Sofia, diplomatici del Ministero degli Esteri e un folto pubblico - si è aperta con gli interventi del Nunzio Apostolico, Mons. Januariusz Bolonek, del Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica, Mons. Christo Proykov, dell’Arciprete della Cattedrale Ortodossa di Sant’Alexander Nevski, Mons. Tihon, e dell’Amb. Camillo Zuccoli.  L’Ordine di Malta opera da mille anni ed è oggi presente, con 100.000 volontari, in 140 Paesi del Mondo.
DATA: 16.11.2011

STORIA IN RETE DI NOVEMBRE-DICEMBRE E' IN EDICOLA CON UN ARTICOLO DI SERGIO BOSCHIERO

Storia in Rete - Novembre/Dicembre 2011Secondo dossier di Storia in Rete sui nostri “cari vicini”. Questa volta è il turno della Gran Bretagna: due secoli di ingerenze e sgambetti della Perfida Albione verso l’Italia e gli italiani. Dal razzismo nemmeno troppo velato alla geopolitica, dalla lotta per il petrolio e per le rotte mediterranee ai misteri degli Anni di Piombo, dalla distruzione del Regno delle Due Sicilie all’assassinio Matteotti.
Storia in Rete passa quindi a parlare di brigantaggio, e in particolare dell’eccidio di Pontelandolfo con un articolo del Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero. Un capitolo triste della storia del Risorgimento dimenticato o usato strumentalmente, ma che necessita approfondimento e uno sguardo in grado di spaziare a 360°. Dalle aggressioni degli insorgenti filo-borbonici a quelle dei rivoluzionari socialisti negli anni del Biennio Rosso contro gli uomini in uniforme. Una storia negata, spesso liquidata come “propaganda” che invece fu una tragica pagina di storia italiana che spianò la strada all’avvento del Fascismo. Continua quindi la serie dei “Grandi Iniziati”, con il profilo di Aleister Crowley, il dandy che volle creare una nuova religione magica. Storia in Rete si conclude quindi con un articolo sulla vicenda delle apparizioni mariane di Ghiaie di Bonate, la cosiddetta “Fatima della RSI”: un episodio quasi sconosciuto su cui pesa una cappa di speculazioni politiche, silenzio e reticenze. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di novembre-dicembre!


DATA: 15.11.2011
  
INAUGURATA A LOANO LA GALLERIA SABAUDA E LA MOSTRA ICONOGRAFICA DELLA GUARDIA D’ONORE

INAUGURATA A LOANO LA GALLERIA SABAUDA E LA MOSTRA ICONOGRAFICA DELLA GUARDIA D’ONORESabato 5 novembre 2011 a Loano hanno avuto inizio le Celebrazioni per il 150° Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia per l’Unità Nazionale.  In occasione dell’evento, organizzato e promosso dalla Delegazione Provinciale di Savona dell’Istituto Nazionale  per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Loano e l’Amministrazione Provinciale, è stata allestita nella Sala del Mosaico di Palazzo Doria (sede del Municipio), la Galleria Sabauda e la Mostra iconografica sulla storia e il ruolo della Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. La collezione privata contenuta all’interno della Galleria è il frutto di una vera e propria passione per la storia ed è composta da uniformi e copri capi dei Carabinieri Reali, decorazioni di ordini dinastici e cavallereschi, dipinti e sculture raffiguranti i Reali di Casa Savoia, Ufficiali del Regio Esercito, accessori e documenti.  Vincenzo Panza, Fabrizio Bava e Roberto di Tanno sono amici collezionisti in possesso di oltre mille pezzi sparsi nelle gallerie d’arte più prestigiose d’Italia che fanno rivivere ai visitatori, con l’ausilio di un percorso, i valori, i sacrifici, le glorie, l’onore e l’orgoglio di una Dinastia che è stata protagonista della nostra storia. Invece, la Mostra iconografica è dedicata alla storia e al ruolo della Guardia d’Onore alle tombe dei Re d’Italia ed è stata organizzata in collaborazione con la Delegazione Provinciale della Guardia di Alessandria. Lo scopo dell’esposizione è di divulgare le finalità e le attività dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon attraverso l’illustrazione della sua storia, le trasformazioni statutarie, regolamentari e giuridiche, i simboli, le tradizioni e i valori perpetrati nelle attività del Sodalizio. Durante il regno di Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia, un gruppo di Ufficiali fondò associazioni di Veterani delle guerre d'indipendenza. Alla morte del Sovrano, avvenuta il 9 gennaio 1878, per mantenere viva la devozione e la riconoscenza all'Augusta Casa di Savoia, tali associazioni decisero, sul proprio onore, di prestare un servizio di guardia alla venerata spoglia mortale del "Padre della Patria" presso il suo luogo di sepoltura al Pantheon di Roma. Re Umberto I approvò tale decisione il 18 gennaio 1878. Le motivazioni del servizio volontario di Guardia d’Onore alle tombe dei Sovrani, esprimono il senso di appartenenza ad un’unica società civile, alla condivisione delle regole di pacifica convivenza e al sacrificio per il bene della collettività che hanno motivato la vita dei fondatori  del Sodalizio, vengono proposti alla cittadinanza e in particolare ai giovani. La Galleria Sabauda e la Mostra iconografica della Guardia d’Onore si potranno visitare, durante l’orario di apertura degli uffici comunali, fino a domenica 20 novembre.
DATA: 08.11.2011
  
CAVOUR - GIOLITTI - EINAUDI: DOTTRINE E PRATICA DELLA LIBERTA’

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 6/11/2011

Guareschi - vignetta da "Il Candido" - Immagine da internetIl mezzo secolo della morte di Luigi Einaudi si accompagna a molte evocazioni del primo presidente effettivo della repubblica e del suo magistero civile e scientifico. Poiché viene solitamente omesso, va ricordato che egli fu un conservatore. Nominato Senatore del Regno (ottobre 1919), nel 1946 propugnò la conferma della Monarchia, quale garanzia di armonia tra libertà e progresso. Temeva quanto poi accadde: gracile e ricattata, la repubblica patteggiò il silenzio sugli sperperi delle istituzioni centrali con quello sugli sprechi delle regioni, soprattutto a statuto speciale, e di enti locali che  hanno divorato immense risorse pubbliche. Il “federalismo” di Einaudi va collocato nel quadro dei tempi, mentre il  suo troppo celebrato “Via il prefetto” rimase  a metà tra scatto umorale e ingenuità, quasi che l’eliminazione dei rappresentanti del governo nelle province  potesse partorire d’incanto milioni di amministratori responsabili. Come tutte le dottrine, il “liberismo puro” è bello nei libri, esattamente come la “rivoluzione purificatrice” dei marxisti-leninisti. Il caos finanziario odierno, generato dall’esplosione di una bolla costruita per decenni dall’affarismo nella remunerata distrazione dei poteri politici, è la parabola della impresentabilità del liberismo puro, che, spiegarono Cavour, Giolitti e Benedetto Croce, trova o dovrebbe trovare  correttivi  nell’opera di chi ha l’onere di governare gli eventi, senza ingenua fiducia nella loro autoregolamentazione.
   A differenza di Croce, Einaudi si occupò meno dell’altra questione vitale della Nuova Italia: il confronto tra liberali e clericali. In questo Paese degli opposti fanatismi di Angela Pellicciari e di Massimo Teodori (Risorgimento laico, una litania dei presunti “inganni clericali sull’unità d’Italia” ed. Rubbettino), è invece bene ricordare  quanto effettivamente accadde, senza miti di alcun genere.
   Tra i tanti pregiudizi, Einaudi nutrì anche quello contro la Massoneria, da lui definita  ridicola e camorristica. Va invece ricordato che negli anni del Risorgimento e dell’unificazione le organizzazioni massoniche, pur divise su molti eventi politico-militari (spedizione garibaldina del 1862, trasferimento della capitale a Firenze, seconda spedizione garibaldina nel 1867, Anticoncilio di Napoli, guerra franco-germanica e sostegno alla Terza Repubblica francese, politica verso la Santa Sede...), appoggiarono sempre lealmente lo Stato. Lo fecero i massoni,  Depretis, Crispi, Farini, Zanardelli, Fortis, San Giuliano, Carducci, De Sanctis, senza i cui nomi non si scrive la storia d’Italia. Lo stesso va detto  di Adriano Lemmi, che, messa tra parentesi l’originaria simpatia per Mazzini, concorse al rafforzamento dell’asse tra la Corona  e il movimento popolare incarnato da Giuseppe Garibaldi, e con l’istituzione della loggia “Propaganda massonica”(1877) preparò la proclamazione di Roma “conquista intangibile” da parte di Umberto I (1878): inizio della stagione più prospera della Nuova Italia e apogeo del liberalismo italiano. Le dottrine economiche sono una cosa, il percorso storico è un altro. L’Italia ha bisogno di far tesoro del proprio passato effettivo (*)
Aldo A. Mola
(*)  Alle h.17 di  lunedì 7 novembre inizia alla Provincia di Cuneo un ciclo di lezioni su Einaudi promosso dalla presidente Gianna Gancia.
DATA: 07.11.2011
   
L'U.M.I. FESTEGGIA IL IV NOVEMBRE

4 Novembre - Vittorio Emanuele IIIQuattro novembre è la data dell’Italia unita come oggi la conosciamo; è la data che sancisce l’unità di un popolo che oggi qualcuno vorrebbe convincere sarebbe stato meglio diviso, colonia di questo o di quell’altro Stato. Qualcuno sostiene che si siano sprecati sangue e mezzi, che non esistano le genti d’Italia, che il sud sia solo sanguisughe e briganti, che il tricolore non abbia significato, che esista solo il verde padano e che con il resto addirittura si netterebbe. A questi signori consiglio una meta loro vicina, un feudo italiano in terra padana: il Vittoriale. Li inviterei a visitare lo “Schifamondo” i nuovi appartamenti del “Vate” in cui è stato allestito il museo della guerra, e dove possano riflettere del loro irrispettoso atteggiamento verso il tricolore. Lo facciano guardando la bandiera insanguinata, quella che avvolse il corpo del Maggiore Giovanni Randaccio, colpito da un cecchino al termine di un’azione tanto ardita quanto vittoriosa. Ideatore dell’azione fu proprio D’Annunzio che ne avvolse il corpo nel tricolore sabaudo, come fosse l’abbraccio di tutto il popolo italiano. In questo giorno di solenne ricordo dell’Italia unita e vittoriosa nella Grande Guerra, mi preme ribadire a gran voce, perché sia chiaro a costoro e diventi anche loro sentimento che “… la Bandiera rappresenta l’Italia, la Patria, la libertà, l’indipendenza, la giustizia, la dignità, l’Onore di quaranta milioni di concittadini; che questa Bandiera non si abbassa non si macchia, non si abbandona mai, e che piuttosto si muore!...” (Massimo D’Azeglio)
W il Re! W l’Italia unita!
Fabio Fazzari
Presidente U.M.I. Monza


4 novembre - la Grande Italia"Oggi 3 Novembre festa di San Giusto ricorre l'anniversario dell'ingresso dei Bersaglieri a Trieste nel 1918 , e domani 4 Novembre celebreremo ancora la Festa delle Forze Armate e dell'Unità Nazionale, senza dimenticare il sacrificio del Milite Ignoto e di 650 mila Soldati che combatterono per l'ultima guerra d'Indipendenza , riunendo alla Madre Patria le città irredente di Trento e Bolzano, Trieste e Santa Gorizia, l'Istria , Fiume e le Isole del Quarnaro, e la gloriosa Zara.
A tutti i nostri Fratelli Italiani si unisce il pensiero della Casa Savoia ieri ed oggi per il sacrificio compiuto, con la presenza in prima linea del Duca d'Aosta, Principe Emanuele Filiberto ora sepolto a Redipuglia , e Suo Cugino S. M. Vittorio Emanuele III detto "il Re Soldato" nelle trincee con gli Italiani, senza dimenticare la Regina Elena, la Regina Madre Margherita e le Principesse sabaude tra i Feriti e Mutilati al Quirinale e Palazzo di via Veneto,  in divisa da Crocerossine anche al fronte.
Il Club Reale UMI ha allestito una vetrina presso  La Parmigiana di via Milano, dove è esposta la licenza più vantica della città , dal 1887 di padre in figlio, ben venga l'esposizione nel negozio che fu insignito diverse volte di Medaglie d'Oro per il commercio;  mentre la Delegazione delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha trovato ospitalità nella centralissima libreria Fissore di piazza della Libertà, ai Titolari il più vivo ringraziamento per l'occasione storica offerta nell'anno del 150esimo della Proclamazione del Regno d'Italia "
Carmine Passalacqua - U.M.I. Alessandria
DATA: 04.11.2011

CRISI: POVERA ITALIA, RICCHI ITALIANI

immagine da internetQualche mese fa si era detto che con la manovra finanziaria la falla non fosse stata riparata, che la tela avrebbe tenuto solo per merito di un mare benevolo. Si era detto, in pratica, che focalizzarsi su una drastica riduzione del debito nel breve termine, senza badare alla crescita del paese, avrebbe lasciato la nave Italia in balia delle onde della crisi internazionale, e ad ogni rinforzo di vento, ci saremmo trovati a temere il peggio. Purtroppo mare e vento non ci hanno dato tregua e registriamo oggi una situazione particolarmente preoccupante sul fronte del costo del debito pubblico. Nell’immediato la situazione di elevata volatilità dei corsi dei titoli del debito pubblico italiano preoccupa più gli investitori privati, in quanto solo il 14% del debito è a tasso variabile, dunque soggetto a periodici aggiustamenti. Il resto del debito emesso, soprattutto a medio/lungo termine è a tasso fisso, con cedole mediamente sotto al 4%. Attenzione però, sebbene la durata finanziaria media (duration) del debito sia di sette anni, molte scadenze sono localizzate tra il 2012 ed il 2013, con un potenziale aumento del costo del debito medio sopra il 5%, se gli spread correnti (maggiorazioni al costo del debito rispetto a quanto pagherebbe un soggetto percepito privo di rischio fallimento) venissero confermati al momento della rinegoziazione del debito in scadenza (nuove emissioni con tassi di interesse più alti). Potenzialmente ci troveremmo di fronte ad una spesa addizionale per interessi passivi che supererebbe lo 0.5% del Prodotto Interno Lordo. Parecchio. Alla povera Italia, potrebbero venire in soccorso i ricchi Italiani, questa è la grossa differenza tra gli altri paesi in difficoltà, grandi o piccoli che siano, ed il nostro. Non c’è nulla da ridere, dunque, caro Presidente Sarkozy, perché l’Italia, a differenza di altri Paesi ritenuti più solidi o più affidabili, ha un’invidiabile riserva di patrimonio privato, e un grande bacino di know-how industriale, assolutamente competitivo. Mi spiego. La ricchezza dei così detti “householders” (possessori di case, di patrimonio immobiliare) è ben 5 volte maggiore del debito governativo, e circa sette volte più grande degli introiti del Governo stesso. Un’ipotetica tassa patrimoniale, prevalentemente su patrimonio immobiliare, non solo non metterebbe a repentaglio la sopravvivenza dei contribuenti, ma servirebbe a trovare i fondi necessari per incentivare la crescita. Una crescita economica che sarebbe sicuramente trainata dai grandi know how industriali che l’Italia può vantare in diversi settori, nei quali i marchi made in Italy continuano ad essere i più venduti al mondo. Luigi Einaudi sosteneva in un suo saggio che […] il miracolo che l’imposta patrimoniale sarebbe chiamata a compiere, è così grande da poter cambiare a fondo e per sempre la psicologia del contribuente. […] Essa infatti gli dice: “Vivi sicuro e fidente. Io vengo fuori ad intervalli rarissimi, dopo una grande guerra, nel 1920, e poi forse di novo nel 1946, per mettere una pietra tombale sul passato, e liquidare il grosso delle spese derivanti dalla guerra. Per l’avvenire tu pagherai solo le imposte ordinarie che tu stesso, per mezzo dei tuoi mandatari in parlamento, avrai deliberato per far fronte alle spese correnti dello Stato. Saranno alte o basse a seconda tu vorrai. Se tu amministrerai bene le cose tue non saranno mai gravose. […] Il miracolo che essa (la straordinaria patrimoniale) deve compiere è dare per la prima volta ai contribuenti italiani, coi fatti e non con le prediche di noialtri economisti, la sensazione precisa che si vuol mutare rotta […] che è finita l’era lunga dell’incremento continuo ed esasperato delle imposte ordinarie sul reddito. Gli aumenti saranno d’ora in poi riservati ai momenti di pericolo, alle grandi opere trasformatrici. Anche gli Italiani sono disposti a veder raddoppiate, triplicate le imposte sul reddito, quando la patria fa ad essi appello per una causa giusta. Ma perciò occorre che il peso dell’insieme delle molte inspiegabili imposte sul reddito sia ridotto ad un limite ragionevole. I ricchi Italiani potrebbero salvare dunque la povera Italia, ma le condizioni che Einaudi riteneva giustificassero un’imposta patrimoniale, sono molto diverse da quelle dell’Italia del nostro tempo. Quante volte la nostra classe politica ha promesso di voler cambiare rotta? Quante volte ha promesso che i sacrifici dei contribuenti serviranno a rilanciare la Patria? Quante volte ha promesso che le imposte sarebbero state […] alte o basse a seconda tu vorrai. Se tu amministrerai bene le cose tue non saranno mai gravose? Quali sono le guerre il cui costo dobbiamo oggi risanare? Quali sono state le costose opere riformatrici del nostro tempo che hanno portato il debito pubblico a salire dal 60% del PIL del 1980 al 120% di oggi?
La realtà deprimente è che la classe politica, (complice anche l’assetto istituzionale del nostro pese) si è occupata e si occupa solo e soltanto della gestione delle masse (elettori) e mai della gestione del Paese. La demagogia regna sovrana a legittimare il ruolo di quella o di quest’altra parte. Si convincono gli italiani che il problema sia negli uomini (via il Premier e tutto è risolto) ma in realtà il problema è nei programmi lacunosi della Destra e della Sinistra. Il problema è nella mancanza di coraggio nel prendere decisioni, forse impopolari ma necessarie per l’Italia; la riforma del sistema pensionistico ne è sicuramente un esempio eloquente. Meglio scaricare il problema sulle coorti future e non perdere il consenso popolare. Chissà se qualcuno dei politici ostili a riformare le pensioni si è mai fermato a guardare i ragazzi uscire da scuola. Lo faccia e vedrà sulle loro spalle il peso dei loro padri, come Enea che fugge da Troia con il padre Anchise sulle spalle. Queste generazioni pagheranno i contributi previdenziali per il sostentamento delle generazioni più vecchie, per la loro previdenza, dovranno versare contributi aggiuntivi a fondi pensione privati, in barba al principio mutualistico dell’istituto. Oggi il dibattito è focalizzato sul Berlusconi sì o Berlusconi no, ma un Governo tecnico, non risolverebbe il problema. Potrebbe servire per accreditarsi internazionalmente, ma le misure che varerà, dettate dalle larghe intese, quindi mutilate nella sostanza, non saranno quelle che convinceranno i mercati della sostenibilità dell'Italia, né gli italiani di un sostanziale cambio di rotta.  Chi crede che il cambio di Governo da solo possa servire a voltare pagina, sull’esempio della Spagna, si ricordi che ciò che differenzia la Spagna dall’Italia non è il cambio di Governo ma il fatto che l’Italia ha tre volte il debito della Spagna, ed è quindi più determinante per il destino dell’Europa. Non basta cambiare Governo per riportare gli italiani ad avere fiducia, ed a guardare di buon grado il sacrificio (economico in questo caso). Gli italiani hanno bisogno di un simbolo forte in cui riconoscersi. Un simbolo che duri oltre le stagioni della politica, e che rappresenti l’Onore di un popolo. Questo è il punto fondamentale che viene prima di qualsiasi proposta: la mancanza di chi operi per il bene dell’Italia innanzitutto. Quando gli italiani ritroveranno un simbolo forte, un padre premuroso che guidi l’Italia con Onore oltre i secoli e le stagioni dei partiti, allora essi saranno di buon grado pronti a salvare il paese, compiendo un sacrificio per la Patria e per il Re.
Fabio Fazzari
DATA: 03.11.2011
 
GIOACCHINO VOLPE: LA GRANDEZZA DI UN TESTIMONE

L'U.M.I. vuole ricordare la luminosa figura dello storico Gioacchino Volpe, alta figura di patriota e di scrittore. Fino alla morte ha partecipato attivamente alla vita della nostra Associazione, presenziando a tutte le manifestazioni organizzate dall'U.M.I. romana.

Gioacchino Volpe - foto da internetCade quest’anno, e precisamente il giorno 1 ottobre, il quarantesimo anniversario della scomparsa di Gioacchino Volpe, uno storico innovatore del  Secolo XX, sicuramente, da ricordare nel CL Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia. Il Volpe nacque a Paganica, in provincia de L’Aquila, il 16 febbraio 1876; si trasferì con la famiglia prima ad Aquilea, e poi a Santarcangelo di Romagna. Nel 1895 si iscrisse all’Università Normale di Pisa, laureandosi in Lettere. Gioacchino Volpe fu allievo dello storico Amedeo Crivellucci (1850-1914) e pubblicò sulla rivista “Studi storici” i suoi primi lavori dedicati alla Pisa Mediovale. Il Volpe, dal 1906 al 1940 fu professore di Storia Moderna, prima (1906-1924) all’Accademia scientifica di Milano, eppoi (1924-1940) all’Università di Roma. Diresse la Scuola di Storia moderna e contemporanea (dal 1906 al 1943), ed anche (dal 1935) la “Rivista Storica Italiana”. Di indirizzo politico nazional-liberale, fu interventista e, quale Ufficiale del Regio Esercito, prese parte alla I Guerra Mondiale, svolgendo attività di propaganda per i soldati della VIII Armata, ricevendo, tra l’altro, una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Quindi, da nazionalista e monarchico, si avvicinò al Fascismo entrando a far parte della Camera dei Deputati dal 1924 al 1929, poi si iscrisse nel 1925 al “Manifesto degli intellettuali fascisti”. Fu quindi un apprezzato membro della speciale commissione [presieduta da Giovanni Gentile (1875-1944), tra l’altro, suo compagno di studi alla Normale di Pisa] insediata dal regime fascista per lo studio delle riforme costituzionali. Il nostro fu Accademico d’Italia dal marzo 1929, della quale fu anche segretario generale fino al 1934.  Fu uno dei fondatori dell’”Enciclopedia Italiana” (poi “Treccani”), di cui fu responsabile della sezione di storia mediovale e moderna. Negli anni del regime fascista il nostro assolse il ruolo di importante organizzatore culturale, riuscendo, però, a conservare equilibrio e capacità di giudizio, non avendo mai a che fare con il fascismo corrotto, né con l’antisemitismo dei razzisti. Gioacchino Volpe aiutò con il “passaporto ex allievi” Sabatino detto Nello Rosselli (1900-1937) ed alcuni suoi amici. Per questo suo atteggiamento, il grande intellettuale, fu osteggiato fortemente e quindi privato della cattedra all’Università, ma con alta dignità e fierezza riprese a lavorare ed a dedicarsi agli studi storici. Diresse, quindi, fino al 1943 la scuola di storia moderna e contemporanea. Nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il nostro aderì al Partito Nazionale Monarchico. Dal 1963 fu il primo presidente ed animatore incomparabile della rinata “Associazione Nazionale Italia Irredenta”, fermo e tenace nel denunciare l’avvilente dettato di pace e di ingiustizie patite nei territori sottratti all’Italia prima e dopo l’infamia del trattato di Osimo. Scrisse, al riguardo, in occasione del suo 95° compleanno (1971) di sentirsi “esule morale in patria”.   Come abbiamo visto, le prime ricerche storiche del Volpe riguardano l’età mediovale e, in particolare, la civiltà dei comuni, eppoi, dopo la I Guerra Mondiale, saturo di Medio Evo e di Età Comunale, si volse agli studi di storia moderna e contemporanea, con l’intento prevalente di cogliere ed illuminare lo sviluppo della nostra Nazione in Europa, con un “animus”, come abbiamo poc’anzi detto, nazionalista. La produzione storiografica del Volpe puo’ comodamente essere inquadrata in quel fertile filone metodologico che Benedetto Croce (1866-1952), abbruzzese di nascita come il nostro, definì “scuola economico-giuridica”.
Il “realismo storiografico” emerse nelle ricerche sull'età medievale, da cui Volpe trasse spunti fondamentali per i suoi studi successivi sul Risorgimento italiano e l'Italia liberale, con aperture di metodo che sottolineavano gli aspetti creativi dell'esperienza umana. Della produzione storiografica di Gioacchino Volpe ricordiamo, tra l’altro: “Medio Evo Italiano” (1923), “L’Italia in cammino” (1927), “Caporetto” (1928), “Vittorio Emanuele III” (dalla nascita alla Corona d’Albania, 1939) (ristampato, con l’introduzione di Domenico Fisichella, per la Marco Editore nel 2000), “Italia Moderna” (in tre volumi, 1949-1955).  A cura della casa editrice di Giovanni Volpe (1906-1984), figlio dell’insigne storico, particolare è l’antologia “Scritti su Casa Savoia” (1983), con presentazione di Emilio Bussi (1904-1997). Al riguardo è interessante “Il Millennio di una Dinastia” [estratto dal volume: “Un Secolo di Regno. L’Unità Nazionale”  (1959), ristampato con la prefazione di Francesco Perfetti, per la Luni Editrice nel 2000] e “Il Centenario del Regno d’Italia”  (1961), in cui, tra l’altro scrisse: “[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]”.
Il Re Umberto II (1904-1983) insignì  Gioacchino Volpe dell'Ordine Civile di Savoia il 15 settembre 1961, e lo creò conte il 16 febbraio 1967. In occasione del novantesimo compleanno (16 febbraio 1966), il Re, tramite il Ministro Falcone Lucifero (1898-1997), gli inviò il seguente telegramma: “Sovrano desidera Le giungano vive felicitazioni particolarmente affettuose ricorrenza Suo novantesimo genetliaco ricordando eminenti servigi resi da Vostra Eccellenza alla patria in una nobile vita di studio e di lavoro et formula fervidi voti perché Ella continui per lunghi anni ancora a servire et onorare l’Italia.”.  Il nostro fu anche membro della Consulta dei Senatori del Regno dal 12 maggio 1960 e Presidente Onorario del Circolo di Cultura e di Educazione Politica Rex dal novembre 1968 fino alla morte, circolo dove fu un ricercato conferenziere su svariati argomenti.
Gioacchino Volpe fu, senza dubbio, uno storico di ampi interessi e di tempra notevolissima. Qualità codeste che fanno di lui uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana del secolo XX.
Gianluigi Chiaserotti
DATA: 02.11.2011
 
IL MONITO DEL “MILITE IGNOTO”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 30/10/2011

Il Milite Ignoto - immsgine da internetAnche il Piemonte vive il “Viaggio dell’Eroe da Aquileia a Roma” (29 ottobre -4 novembre), allestito dal Ministero della Difesa per evocare la tumulazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria il 4 novembre 1921. Il  convoglio sosterà a Udine, Treviso, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto per consentire ai cittadini di visitarne le mostre allestite nelle sue carrozze. L’omaggio al  sacrificio compiuto dai cittadini alle armi nel 1914-18 accomunò le nazioni in cerca di pace. Iniziarono i francesi con la parata  del 14 luglio 1919, omaggio  al cenotafio dell’Arco di Trionfo. Per l’Italia, presenziò il generale Raffaele Montuori.  Affiancato da André Maginot, ideatore della linea difensiva,  il 10 novembre 1920 Auguste Thin scelse a Verdun, teatro di battaglie sanguinosissime, la salma tumulata l’11, festa della Vittoria.  Londra fece altrettanto il 19 luglio 1919 con la partecipazione di Giorgio V, del francese Foch e del feldmaresciallo britannico Douglas Haig. L’Unknown Warrior  fu tumulato nell’Abbazia di Westminster l’11 novembre 1920. Il 4 novembre 1920 il settantottenne Giovanni Giolitti, per la quinta volta presidente del consiglio e ministro dell’Interno, orchestrò con il generale Napoleone Fochetti la Festa delle Bandiere, come narra Alessandro Miniero in Da Versailles al Milite Ignoto (Istituto per la storia del Risorgimento Italiano).  Contrario all’intervento in guerra, Giolitti conosceva bene il sacrificio sopportato dagli italiani che, fermata al Piave la rotta di Caporetto, a Vittorio Veneto vinsero anche per gli Alleati, che poi scipparono il loro successo riducendolo a “vittoria mutilata”, fonte di tanti guai. Dopo quell’adunata all’Altare della Patria i blocchi nazionali vinsero nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920 e  in quelle politiche del 1921, ma non divennero maggiorana parlamentare a causa della “maledetta proporzionale” (la definizione è di Giolitti).  Il 20 giugno 1921 Giolitti presentò la legge per tumulare in Roma la “salma senza nome” , rappresentante oltre 600.000 “umili eroi”. L’Esercito omaggiò in Ravenna Dante Alighieri, profeta della Nuova Italia. Regista di scelta, traslazione e tumulazione del Milite Ignoto fu poi il piemontese Cesare Maria De Vecchi, monarchico, nazional-liberale, futuro quadrumviro. Clericali e socialcomunisti regalarono il mito e i riti della Vittoria a liberaldemocratici, nazionalisti e ai fascisti (all’epoca quattro gatti, sia pure chiassosi), con uno “sciopero morale”, poi storiografico, contro l’idea di Italia. Aprirono una ferita che invece andava subito risanata proprio col riconoscimento della Vittoria quale conquista della Nazione, dei cittadini, sia di quelli caduti (ed elencati nelle lapidi di ogni Comune) sia di quelli che nel  fronte interno ressero la durissima prova cui furono sottoposti da politici imprevidenti, che scaricarono il peso  dell’intervento sui militari, privi di mezzi adeguati.
E’ l’occasione propizia per  riflettere sull’intera vicenda.
Aldo A. Mola
DATA: 30.10.2011
 
LA SCOMPARSA DEL SENATORE BONALDI

Umberto Bonaldi - foto senato.itE’ scomparso il Conte Dott. Umberto Bonaldi, già Senatore e vice Segretario Nazionale del Partito Liberale Italiano (P.L.I.) durante la segretaria dell’On. Giovanni Malagodi.
Devoto al Re Umberto II, Bonaldi era un monarchico dichiarato e restò coerente alla fede istituzionale della Sua famiglia che ebbe l’Ammiraglio Attilio Bonaldi quale precettore del giovanissimo Principe Ereditario Umberto di Savoia.
L’U.M.I., che lo ebbe tra i suoi massimi dirigenti, china le bandiere abbrunate del Regno alla Sua nobile figura.
DATA: 27.10.2011
 
LA ROMANIA FESTEGGIA I 90 ANNI DEL RE MICHELE

Il Re Michele in parlamento con la Principessa Margherita e il Principe Radu -  foto news.daylife.com
Bucarest, 25 Ottobre 2011 - Si è tenuto in Parlamento il tanto atteso discorso del Re Michele I di Romania, in occasione del Suo novantesimo genetliaco. Il Parlamento rumeno si era espresso con una maggioranza schiacciante (203 voti a favore, 3 contrari e 46 astenuti) per tenere questo importante e simbolico gesto di pacificazione nazionale. Assenti per “inderogabili” (e imprevisti) impegni sia il Presidente Rumeno che il Premier. A fare gli onori di Casa ci ha pensato il Presidente del Senato, Socialdemocratico e repubblicano ma molto rispettoso della figura del Sovrano. Durante il Suo intervento il Re ha toccato vari temi quali la necessità di una politica morale – in piena antitesi con quanto fatto sotto il regime comunista – e l’impegno che le Istituzioni devono mettere per garantire la tranquillità della Romania. Nonostante la crisi, Michele I ha esortato il suo popolo a farsi forza e continuare ad eccellere in campo artistico, economico e sociale. Il Re ha rivolto un commosso pensiero alle terre romene che per decisioni politiche sono ora sotto altri stati. Si è soffermato sull’importanza della Famiglia Reale che garantisce un tramite tra il passato e il futuro e ha ribadito che la Corona è un simbolo che non può essere cancellato per motivi ideologici. Il Re ha donato una statua bronzea raffigurante il busto di Re Carlo I, il Primo Re di Romania, ed ha ricevuto in regalo dal Parlamento una medaglia.
In serata si è tenuto un concerto al Teatro Nazionale dell’Opera di Bucarest, in onore del Sovrano. Presente tutta la Romania che conta, dal Governatore della Banca Rumena al Direttore dell’Accademia Rumena, dai proprietari di Tv e giornali ai personaggi della politica nazionale, il Metropolita della Chiesa Cattolica e rappresentanti di quella Ortodossa. Foltissima la rappresentanza del corpo diplomatico con tutti i principali ambasciatori. Ospiti d’eccezione i membri della Famiglie Reali Europee tra cui ricordiamo S.M. la Regina Sofia di Spagna, S.M. il Re Simeone II di Bulgaria, S.A.R. il Granduca Enrico del Lussenburgo, S.A.R. la Principessa Lea del Belgio, S.A.I. e R. l’Arciduca Giorgio d'Asburgo con S.A.I. e R. l’Arciduchessa Eilika, S.A.I. la Granduchessa Maria e S.A.I. il Granduca Giorgio di Russia, S.A.R. il Principe Giorgio di Prussia e S.A.R. la Principessa Sofia, S.A.R. il Principe Amedeo e S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia, S.A.R. il Principe Hassan e S.A.R. la Principessa Sarvath di Giordania. S.M. Il Re Michele I è giunto in teatro assieme a S.A.R. Principessa ereditaria Margherita e SAR Principe Radu. La Regina Anna aspettava il Sovrano. Erano presenti anche S.A.R. la Principessa Elena con il marito, S.A.R. la Principessa Irina con il marito, S.A.R. il Principe Nicola e sua sorella Karina, S.A.R. la Principessa Maria. Il concerto ha visto l’esecuzione di vari brani operistici, in cui la musica italiana ha avuto un ruolo primario, e si è concluso con la solenne esecuzione dell’Inno Reale con tutti i presenti in piedi e rivolti verso Re Michele. Al termine del concerto gli intensissimi applausi hanno reso omaggio al Sovrano, con bandiere monarchiche che sventolavano dentro all’Opera Rumena. All’uscita una numerosissima folla di monarchici ha salutato il Sovrano al grido di “Re Michele!”, “Regina Anna!” e “Monarchia salva Romania!”. La serata si è conclusa con un esclusivo incontro conviviale al Palazzo CEC. Antenna 3, il principale canale televisivo di informazione, ha seguito tutti gli eventi con una lunga diretta. Questo genetliaco è stato un emozionante momento di riscossa patriottica rumena. Al Re Michele sono giunti anche gli auguri dell’Unione Monarchica Italiana.


La solenne esecuzione dell'Inno Reale al Teatro dell'Opera Nazionale di Bucarest seguito dagli auguri cantati dai presenti.
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DATA: 25.10.2011
  
SERGIO BOSCHIERO HA INAUGURATO IL 64° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX

L'Avv. benito Panariti con Sergio BoschieroRoma, 23 Ottobre 2011 – Il Circolo di cultura e di educazione politica REX ha inaugurato, presso la sala Uno dell’Istituto salesiano di via Marsala la prima parte del 64° ciclo di conferenze, intitolato “Noi crediamo” e dedicato al 150° della proclamazione del Regno d’Italia.  Primo oratore del prestigioso ciclo di incontri è stato – come consuetudine – Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I. e memoria storica del monachismo italiano.  L’Avvocato Benito Panariti, Presidente del circolo REX, ha introdotto l’iniziativa, focalizzando l’attenzione sulle varie sfaccettature delle celebrazioni che stanno andando verso la conclusione. Boschiero, nel suo vibrante intervento, ha tessuto un primo bilancio della ricorrenza. Ha sottolineato come sia stata una festa sentita dal popolo ma, nonostante questo, ha messo in luce alcuni lati negativi che si sono sviluppati, come il crescere di revisionismo antirisorgimentale o fenomeni politici inneggianti alla secessione. Boschiero, tra i vari argomenti trattati ha ricordato come alcune Istituzioni abbiano vissuto le celebrazioni e ha fatto riferimenti all’attualità come le devastazioni che hanno visto vittima la Capitale. Al termine dell’intervento ufficiale si è aperto un vivace dibattito che ha visto, tra i pregevoli interventi, quello del Prof. Gian Vittorio Pallottino. Il Circolo Rex ha già stabilito il calendario dei prossimi incontri che vedranno conferenze del conte Enzo Capasso torre delle Pastene, del Comandante delle Guardie d’Onore Ugo d’Atri e dell’Ing. Domenico Giglio. (Nella foto l'Avv. Benito Panariti con Sergio Boschiero)
DATA: 23.10.2011
 
DES AMBROIS  DE NEVACHE: DALLE ALLE ALPI ALL’OCEANO INDIANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del piemonte” del 26/11/2011

immagine da internetL’opposizione violenta alla realizzazione del Trasporto ad Alta Velocità (TAV) è un reato e va stroncata;  ed è anche contro il buon senso e quello sviluppo,  che tutti invocano ma in troppi lo vogliono  senza sacrifici personali, con le scorie a casa d’altri. Ogni fase del progresso ha avuto un costo: ma, dopotutto, ha migliorato la vita umana. Le mietitrebbie resero superflui i braccianti; gli allevatori non mungono più prima dell’alba; navi e treni non hanno  bisogno dei fuochisti che si consumavano a palate di carbone nei forni. L’ammodernamento avvantaggiò  da un canto, dall’altro  ebbe e ha il suoi prezzo, che ora travolge  ora lambisce, ma sempre offre opportunità nuove. Così fu ed è, sia in natura sia nel cammino dell’umanità. Perciò oggi sulla TAV occorrono parole chiare e definitive non da parte chi l’ha sempre razionalmente considerata necessaria, ma da chi ha tenuto una linea ambigua, un piede sulla soglia dei possibili  benefici, un altro nel dissenso e nel vastissimo pascolo di interessi di altre regioni e di altri Stati, che avrebbero voluto per sé un “corridoio” alternativo a quello deciso dall’Europa. Che cosa sarebbe oggi l’Italia senza rete ferrostradale, aeroporti,  produzione e distribuzione di energia elettrica e la telematica che collega ogni persona a miliardi di informazioni? Una volta non era così. La speranza di vita andava poco oltre i trentacinque anni nelle terre più fortunate. La probabilità di morire per guerre di passo o mano di briganti era elevatissima. Per capirlo basta un’occhiata alle cascine dell’epoca dell’Italia centro-settentrionale e alle masserie del Mezzogiorno: fortilizi, all’interno dei quali si campava in stato d’assedio permanente. Il passaggio dal prima al poi per il Piemonte avvenne centocinquant’anni orsono. Tra i suoi artefici  spicca Luigi Francesco des Ambrois de Nevache. Gli si deve il Traforo delle Alpi tra Bardonecchia e Modane, un’impresa colossale intuita da Giuseppe Medail, proposta, respinta, riscoperta, rilanciata. Dal disegno originario alla sua realizzazione passarono press’a poco trent’anni. Opere di quel genere sono uniche. O le si fa proprio lì, nel posto migliore, nel momento giusto, per una irripetibile somma di fattori esterni e interni, oppure rimangono per sempre nel mondo dei sogni. Certo, per gli ingenti finanziamenti che comportano, ciascuna esclude le altre per decenni, forse per secoli. Quasi per combinazione degli astri, in questo 150°  dell’Unità, su impulso di Roberto Borgis, fattivo sindaco di Bardonecchia, in queste settimane vengono ricordati  il traforo del Frejus, attivo dal settembre 1871, e il suo principale fautore: Luigi Francesco des Ambrois de Nevache. Di famiglia fedelissima ai Re di Sardegna, intendente di Nizza a soli 34 anni, reggente del Ministero dell’Interno dal  1844 , quando comprendeva istruzione, agricoltura e commercio, dal 1847 des Ambrois governò i Lavori pubblici, strategici per  ammodernare il Piemonte. Cattolico fervente, ma contrario a ogni fanatismo, mediatore tra chi voleva finanziare le riforme espropriando gli ordini  religiosi, a costo di lasciare  alla fame quanti  avevano  dedicato la vita ad applicare i precetti della fede, e chi ancora si schierava per il papa-re, nel 1871 des Ambrois ritrasse in poche righe  la trasformazione in atto: “ Il Vallone appartato di Bardonecchia dove  risuonava la lira dei bardi, dove risuonava la tromba del vecchio Castello di Bramafam, sarà presto scosso dal fischio delle locomotive. Il sentiero pittoresco che si inerpica  sulla roccia  e serpeggia in mezzo agli alberi attraverso prati, sarà sostituito da una delle principali ferrovie del mondo: lì passerà, attraverso le Alpi, il commercio di Genova e di Venezia, persino la valigia delle Indie…”. Sono parole da ricordare mentre l’Europa pone  l’Alta Velocità da Torino a Lione tra le arterie vitali dell’intero continente in un’ottica planetaria. Lo avevano chiaro i realizzatori del traforo del Frejus: Sommeiller, Grandis, Grattoni, dei quali si valsero des Ambrois e Cavour, ministri di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II. Le loro parole d’ordine furono  mediazione, conciliazione e infine realizzazione, con l’occhio al futuro, proprio agl’interessi di quelle nuove generazioni   da troppi oggi sospinte nei pascoli di  illusioni e sogni artificiali.  Questa è la lezione, attualissima,  del vecchio Piemonte, lontano dalle doppiezze di meschini calcoli elettorali e da interessi di piccolo cabotaggio.
Aldo A. Mola
DATA: 23.10.2011
 
IL NEO BRIGANTE MICCICHÉ

Briganti Calabresi - foto da internetIl Segretario Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero ha così risposto all'intervista rilasciata oggi al “Corriere della Sera” da Gianfranco Micciché, in cui l'Onorevole si paragona ai briganti e ne loda la figura:
    “L'apologia del brigantaggio anti risorgimentale, fatta dall'auto-nominatosi brigante Gianfranco Micciché, si commenta da sola. Il neo brigante si trova in “ottima” compagnia, con delitti per tutti i gusti sino al cannibalismo. Nella Francia della Rivoluzione sarebbe stato proclamato “nemico pubblico”. In Italia ci mancava soltanto un Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri apologeta del brigantaggio. Che le Istituzioni aprano gli occhi!”
Sergio Boschiero
    Roma, 20 ottobre 2011
DATA: 20.10.2011
 
PRATO RISCHIA DI FARE L’APOLOGIA DEL REGICIDA GAETANO BRESCI

Pubblichiamo una lettera del Prof. Giulio Vignoli, apparsa su “Il Giornale della Toscana” del 3 agosto u.s., in cui si analizza - con l’arguzia e l’ironia che contraddistinguono il noto accademico genovese - l’inquietante scenario che si sta affacciando sulla cittadina toscana, a seguito di una consultazione popolare da parte dell’Assessorato alla Cultura.

Il monumento a Carrara dedicato all'assassino anarchico Gaetano BresciCaro Direttore,    
    sono un vecchio lettore genovese de “Il Giornale” e poiché sono in villa al Forte dei Marmi leggo anche con interesse “Il Giornale della Toscana”, che trovo ben fatto. Mi ha un po' stupito l'articolo di Raffaello Pecchioli, “Benedetti toscani, Guardiamo al presente” (di domenica scorsa, 31 luglio) con cui si dà notizia che “è in atto a Prato, promossa dall'assessorato alla cultura, una consultazione tra i cittadini per stabilire chi sia il personaggio pratese degli ultimi centocinquant’anni, più meritevole di essere ricordato”. In pole position ci sarebbe l'assassino di Re Umberto I, Gaetano Bresci. Che grullerie son queste? Mi son detto. Umberto I fu detto “Il Buono” per il suo comportamento in occasione dei terremoto di Casamicciola e durante il colera a Napoli, quando si recò in queste città aiutando le popolazioni  e sfidando il contagio. Un uomo coraggioso, come dimostrò anche nelle guerre risorgimentali, dove meritò la Medaglia d'Oro al V.M. Certo, ci furono i fatti di Milano. Ma allora la forza pubblica sparava quando era attaccata dai rivoltosi e veniva premiata. Non come ora che viene pestata da questi ultimi e rinviata a giudizio. Scrivere: “Il Monarca stava per risalire nella Real Carrozza per ritornare in Villa, dalla sua amante” non è degno né dell'autore della frase, né del giornale che la pubblica. Umberto I rientrò cadavere insanguinato nella Villa Reale di Monza, portato a braccia. Fu accolto all'ingresso dall'ignara Margherita (una grande Regina, è in atto a Monza una mostra in suo onore, proprio, nella Villa), che dirà poi dopo: “Mi parve di vedere il Cristo deposto dalla croce”. Se poi i Pratesi sono in maggioranza favorevoli, come dice il Pecchioli, o per ignoranza storica o per malvagità, a ricordare un killer, venuto appositamente dall'America, il detto Gaetano Bresci, bei bischeri mi si lasci dire (per usare anche in questo caso un termine toscano) e auguro loro tanti altri cinesi perché li meritano.                                            
DATA: 18.10.2011
 
GIUSEPPE MASSARI: IL PUGLIESE SEGRETARIO DI CAVOUR

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 16/10/2011

Il 150° si avvia alla fine, con luci e ombre. Alcune domande sulle trame segrete che portarono all’unificazione rimangono senza risposta. E’ il caso del Diario delle cento voci di Giuseppe Massari, una tra le principali fonti sulla vera nascita della Nuova Italia  pubblicato anni addietro da Emilia Morelli. Esso risulta troncato con una frase a metà il 24 marzo 1860: in un momento drammatico, mentre esplodeva lo scontro  sulla cessione di Nizza alla Francia tra Cavour, di cui Massari era segretario tentacolare, e Garibaldi; e quando stava per iniziare l’impresa di Mille, nel cui corso Cavour venne tenuto in scacco dal protomeridionalista Liborio Romano, stratega del passaggio indolore dal Borbone a Garibaldi: un genio politico biografato da Nico Perrone (ed. Rubbettino, finalista dell’Acqui Storia 2010). Lo stesso Perrone ora indaga l’ Agente segreto di Cavour: Giuseppe Massari e il mistero del diario mutilato edito da Palomar, che già ne pubblicò un bel saggio su Obama. Ma chi fu Massari? Fu davvero così importante? Diciamo subito che senza di lui Risorgimento e avvento dell’unità si sarebbero ridotti a prassi burocratica. Da meridionale  ci mise invece la filosofia della storia. Nato a Taranto nel 1821 da padre barese, un ingegnere impegnato in grandi opere pubbliche del regno, allievo nel seminario di Avellino, poi studente a Napoli e forse aderente alla “Giovane Italia” di Benedetto Musolino, Luigi Settembrini  e Nicola Nisco, a diciassette anni  Giuseppe fu mandato in Francia. Vi conobbe  Vincenzo Gioberti, se ne entusiasmò e ne divulgò il pensiero. Migrato a Torino nel 1846 assunse la direzione del “Mondo Illustrato”, che  insegnava ai subalpini a pensare in europeo. Eletto deputato all’Assemblea del Regno delle Due Sicilie (1848), nuovamente costretto all’esilio e inseguito da una condanna, Massari pubblicò sul tamburo I casi di Napoli dal  principio del 1848 al novembre 1849, denuncia del carattere irrimediabilmente reazionario della monarchia borbonica. Due anni dopo tradusse l’opera destinata a far da spartiacque per l’immagine dell’Italia  all’estero: Il signor Gladstone e il governo napoletano, sintetizzato con la celebre formula che bollò il governo borbonico come “negazione di Dio”. In risposta la Gran Corte di Napoli lo condannò  al patibolo. Massari riparò in Piemonte. Nel 1856 Cavour gli affidò la direzione della “Gazzetta Ufficiale” del Regno di Sardegna, che faceva da timone della riscossa, di concerto con la Società Nazionale, e poi lo volle a fianco nei rapporti più segreti. Il 25 gennaio 1861 i baresi lo elessero deputato all’VIII legislatura del  regno di Sardegna: quella che il 14 marzo votò la nascita del regno d’Italia.  La Puglia vi fu rappresentata da deputati  massoni, come Giuseppe Libertini e Luigi Zuppetta, e da sacerdoti, quali l’arciprete Antonio Miele, eletto a Calcedonia, e don Flaminio Valenti a Monopoli. Rieletto alla Camera sino alla morte, Massari fu sconfitto un paio di volte a Bari, ma trovò riparo a Guastalla e a Spoleto. Tra i massimi esponenti della Destra storica,  segretario delle Camera e custode delle memorie del Risorgimento dalla sinistra anticlericale era considerato l’uomo da abbattere. Il suo programma recitava: “la fede cattolica, non le cospirazioni, non i pugnali, non le ridicole parodie della demagogia ultramontana rigenereranno l’Italia”. Era un patriota scomodo. Pubblicò i memorabili Ricordi biografici del conte di Cavour, e la poderosa  opera  La vita e  il regno di Vittorio Emanuele II , possibile solo a chi, osserva giustamente Nico Perrone, aveva accesso a documenti segreti, e un appassionato profilo di Alfonso La Marmora, che trasformò in una “meraviglia” l’antico esercito “di caserma”.  Alla morte  di Massari (Roma, 13 marzo 1884) una parte del disegno cui s’era votato settant’anni prima nel seminario di Avellino era giunta a compimento; un’altra, la “questione meridionale”, già proposta da Liborio Romano, era aperta e sanguinante. Massari l’aveva affrontata nella relazione parlamentare su Il brigantaggio e le province meridionale  in cui  denunciò errori ed enormità ed esortò a puntare su  decentramento, autonomie locali e rispetto delle tradizioni, contro la scorciatoia dello Stato centralistico, venato di giacobinismo. Avvertì per tempo che il malcontento serpeggiante nel Mezzogiorno si sarebbe rovesciato contro il nuovo ordine  ancor più di quanto avesse fatto contro i  Borbone.   In un’Italia che si stava lacerando (Aspromonte, Mentana, la tassa sulla macinazione delle farine,un anticlericalismo d’importazione quale paravento per far cassa con la statizzazione e la vendita dei beni ecclesiastici...) il 9 giugno 1866 Massari invitò la Camera “a nome delle lettere, a nome della civiltà, a nome dell’Italia” a rispettare almeno l’Abbazia di Montecassino. Era risorta dopo il passaggio dei saraceni. La Terza Italia, che era liberale perché colta, accolse il suo mònito. Nel 1944 l’Abbazia venne distrutta da un bombardamento dei…liberatori.   Ma perché dunque il suo Diario risulta mutilo? Secondo Perrone ne furono strappate la pagine dal 24 marzo al 18 settembre 1860 proprio per cancellare la testimonianza diretta sull’azione di Cavour, che rimase quindi affidata all’ Epistolario cioè a quanto il Gran Conte mise nero su bianco per i posteri. La vera storia della fase cruciale, quella della stella a cinque punte (re Vittorio, Cacour, Garibaldi, Liborio Romano e Giuseppe Massari), rimane dunque da ricostruire. Motivo in più per rimboccarsi le maniche e continuare la ricerca. Spente le luci del  150° continuerà a brillare lo Stellone d’Italia, nato dall’azione congiunta di Nord e Sud, di anticlericali ed ecclesiastici patrioti, di garibaldini e giobertiani.                                                
DATA: 16.10.2011

TV: BOSCHIERO DENUNCIA LA CENSURA DEL 'VIVA IL RE' NELLA FICTION SUL GENERALE DELLA ROVERE

TV: BOSCHIERO DENUNCIA LA CENSURA DEL 'VIVA IL RE' NELLA FICTION SUL GENERALE DELLA ROVERERoma, 11 ott. (Adnkronos) - I monarchici italiani non hanno gradito fino in fondo la fiction “Il Generale della Rovere”: "Ho seguito e apprezzato la fiction messa in onda da Rai Uno nelle serate di domenica e lunedì. Un solo neo -lamenta, all'Adnkronos, il Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, Sergio Boschiero- rispetto al film di Rossellini, interpretato da De Sica, da un racconto di Indro Montanelli, che vedeva il Generale della Rovere gridare anche “Viva il Re” al momento della Fucilazione. Questo grido, storicamente vero, è stato censurato nella versione della Rai". "Protestiamo anche per la ripetuta qualifica di 'badogliani' riferita agli ufficiali, ai soldati, ai carabinieri rimasti fedeli al Sovrano, Capo legittimo dello Stato. Il termine 'badogliano' veniva usato dalla Repubblica Sociale Italiana in segno di disprezzo verso militari, ufficiali e soldati, rimasti fedeli al Re", conclude Boschiero. (Spe/Ct/Adnkronos)
DATA: 13.10.2011
 
IMPERIA: I PROPOSITI MONARCHICI DEL NUOVO COORDINATORE PROVINCIALE

Marco Olivero - U.M.I. SanremoMi presento: Marco Olivero, classe 1958, nato a Sanremo, da poco nominato Coordinatore Provinciale di Imperia dell'Unione Monarchica Italiana. Sono grato ed onorato di ciò e ringrazio il Presidente Nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario Nazionale Sergio Boschiero. Tutto ciò non sarebbe accaduto senza il contributo della vera anima Monarchica ligure e cioè di Wilma Curti. Potrei scrivere di Lei per molte pagine, raccontando le fatiche, i sacrifici, i bocconi amari dovuti ingoiare, ma anche le grandi soddisfazioni per gli eventi organizzati in Sanremo che hanno sempre caratterizzato il Club Reale Duca Bacicin. Io sono all'inizio e spero di continuare a trasmettere ad altre persone il "virus" che mi ha contagiato e aperto gli occhi sulla nostra tradizione Monarchica. Sempre di più, specialmente in un momento politico ed economico così incerto, serve riscoprire ciò che per decenni è stato coperto di fango, ma non sepolto dalla retorica repubblicana. Spero di riuscire a comunicare ciò a tutti coloro con cui avrò opportunità di parlare, in special modo ai giovani che sono il nostro vero patrimonio, inalienabile, ma che non avendo guide degne si perdono nella pochezza attuale. II mio impegno per la causa Monarchica è totale e continuo, certo di servire ad un grande progetto portato avanti con fede e dedizione unitamene a tutti i Monarchici Italiani. Viva il RE.
Marco Olivero
Coordinatore prov.le U.M.I.Imperia
Sanremo, 21 settembre 2011
DATA: 04.10.2011
  
PROTESTA DELL'U.M.I. UMBRA CONTRO LA RAI

Maurizio Ceccotti, presidente U.M.I. UmbriaALLA DIREZIONE GENERALE RAI TV
Viale Mazzini 14
00195   ROMA

TRASMISSIONE DEL 30.09.2011 “ I Migliori Anni “ condotta da Carlo Conti
       
Siamo profondamente indignati  per la battuta altamente offensiva rivolta a Sua Maestà Il Re Umberto II,  pronunciata da un tale pseudo artista di nome Dado. Il Re Umberto II è stato Capo di Stato Italiano, quindi merita comunque rispetto a prescindere dalle proprie opinioni politiche. Inoltre è indice di vigliaccheria e di codardia offendere qualsiasi persona defunta. Ricordiamo che il Re Umberto II  unitamente ai Suoi Genitori e alla Sua Consorte sono tutt’ora esiliati, appunto anche da Defunti, caso unico al mondo di barbarie umana e politica. Vorremmo che codesta Direzione Generale oltre prendere severi provvedimenti verso i responsabiliimmagine da internet di questo gesto villano, vigilasse con maggior attenzione ed efficacia affinché  simili vergogne non si ripetino in futuro, giacché  tra gli Italiani che pagano il canone, ci sono persone educate che non tollerano questo linguaggio triviale ed offensivo verso la nostra Storia e verso Personaggi  di spessore e moralità senz’altro non paragonabili. Hanno perso una guerra ma non hanno certo rubato allo Stato ed agli Italiani! Siamo stanchi di dover subire oltraggi continui e gratuiti, inoltre la rabbia e la delusione sta montando vertiginosamente tra la gente comune che sempre più guarda con disprezzo tutta la casta politica ed auspica profondi e radicali cambiamenti.
Con osservanza.
Il Presidente Regionale Umbria U.M.I.
Maurizio Ceccotti
DATA: 03.10.2011
 
UN DECRETO REALE CI SALVA  DALLE IMPROVVISAZIONI DELLA LEGASUI MINISTERI A MONZA

Vittorio Emanuele II     È un decreto di Re Vittorio Emanuele II, il n. 33 del 1871, all’indomani della “conquista” di Roma, quello con il quale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, contesta a Silvio Berlusconi la legittimità dell’iniziativa dei Ministri Bossi e Calderoli di attuare una sorta di “delocalizzazione” dei ministeri loro assegnati mediante l’istituzione di "sedi di rappresentanza operativa" a Monza, nella Villa Reale. È quasi uno storico contrappasso  nell’Italia repubblicana perché Napolitano scrive che quel provvedimento, “nell'istituire, all'articolo 1, Roma quale capitale d'Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il Governo ed i Ministeri”. Una Capitale “costituzionalizzata”, come scrive il Presidente, “con la riforma del titolo V della nostra Carta che, con la nuova formulazione dell'articolo 114, terzo comma, ha da una parte introdotto un bilanciamento con le più ampie funzioni attribuite agli enti territoriali e dall'altra ha posto un vincolo che coinvolge tutti gli organi costituzionali, compresi ovviamente il Governo e la Presidenza del Consiglio: vincolo ribadito dalla legge n. 42 del 2009, che all'art. 24 prevede un primo ordinamento transitorio per Roma capitale diretto "a garantire il miglior assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli Organi Costituzionali". Non manca un esplicito richiamo al Presidente del Consiglio.  Napolitano, infatti, rileva che Bossi e Calderoli, che hanno adottato i decreti in data 7 giugno 2011, con i quali hanno istituito le “sedi distaccate” di quelli che sono, rispettivamente, uffici “di un Dipartimento e di una Struttura di missione, che costituiscono parte dell'ordinamento della Presidenza del Consiglio”, evento del quale Berlusconi, nella sua veste di Presidente del Consiglio, evidentemente non era a conoscenza o del quale, più probabilmente, non aveva percepito il rilievo giuridico o, ancora, al quale non aveva potuto opporsi. Pertanto, aggiunge Napolitano, “poiché ai fini di una eventuale sua  elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999, all'articolo 7, attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di adottare con DPCM le misure per il miglior esercizio delle sue funzioni  istituzionali” una eventuale diversa allocazione di sedi o strutture operative, “dovrebbe più correttamente trovare collocazione normativa in un atto avente tale rango, da sottoporre alla registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti profili finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 221 del 2002”. Di tutto questo non si è parlato. Bossi e Calderoli, evidentemente  consapevoli dell’anomalia alla quale davano vita, avrebbero provveduto in proprio all’arredo. Tuttavia il costo per  il bilancio dello Stato dell’iniziativa leghista è altro. Anche gli spostamenti degli stessi ministri e dei loro collaboratori Roma-Monza-Roma, riguardando una sede “non istituzionale”, comportano costi che, in assenza di una basse normativa, non possono essere posti a carico del bilancio dello Stato. “La pur condivisibile intenzione di avvicinare l'amministrazione pubblica ai cittadini, pertanto, – scrive il Presidente della Repubblica - non può spingersi al punto di immaginare una "capitale diffusa" o " reticolare" disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di Capitale della  città di Roma, sede del Governo della Repubblica”. Bossi risponde che “la Costituzione non dice dove devono stare i ministeri”, una presa di posizione che certamente avrà irritato il Quirinale il quale attende una risposta “scritta”, come titola oggi il Corriere della Sera a pagina  9,  anche  se  Berlusconi  ha  detto  di  prendere  atto  della  lettera  e Gianni Letta, in apertura del Consiglio dei ministri, l’ha ribadito con fermezza. I richiami del Presidente  della Repubblica, ha detto, “meritano rispetto, non si commentano, si ascoltano e si applicano”. Bossi minimizza ma non torna indietro. Il fatto è che dietro l’iniziativa “imprudente” di Bossi e Calderoli – a  proposito il Ministro “per la semplificazione” non vorrà mica abrogare il decreto di Re Vittorio Emanuele II -, c’è il malcontento della base leghista sottolineata dai risultati elettorali negativi, anche in quella che sembrava essere la fortezza del Carroccio, Novara, dalla quale proviene il Presidente della Regione Piemonte, Cota, dove ha prevalso il centrosinistra. Un’altra “fatal Novara”, dunque. Sullo sfondo la lotta di successione a Bossi nella quale sembra prevalere Maroni, anche se potrebbero affacciarsi altri concorrenti, come i potenti governatori del Piemonte e del Veneto. E’ mancata la prudenza, della quale in altre occasioni il sanguigno Senatur ha saputo dare prova. Con il rischio che la farsa del trasferimento dei ministeri, diversamente non sapremmo qualificarlo, non complichi ancor più una situazione politica aggravata dal pessimo andamento dell’economia ed ancor più delle borse.                            
Salvatore Sfrecola
DATA: 27.09.2011
 
3 ANNI FA IL MATRIMONIO FRA AIMONE DI SAVOIA E OLGA DI GRECIA


     Il 27 settembre 2008, nella suggestiva isola di Pathmos in Grecia, si è tenuto il matrimonio fra le LL.AA.RR. i Principi Aimone di Savoia-Aosta e Olga di Grecia. Questo matrimonio ha garantito la continuità sabauda, grazie alla nascita dei Principi Umberto (2009) ed Amedeo (2011). L'U.M.I. si complimenta con la "Coppia Reale" e formula i migliori auguri!
Roma, 27 Settembre 2011
DATA: 27.09.2011
 
27 SETTEMBRE: GENETLIACO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA

     Per il fausto genetliaco di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, l’U.M.I. ha inviato gli auguri più fervidi e devoti. Il Principe sabaudo è nato nel Palazzo Pitti di Firenze il 27 Settembre 1943, in piena guerra mondiale e con il Capoluogo toscano occupato dai tedeschi; Egli è frutto del matrimonio fra il Principe Aimone di Savoia-Aosta e S.A.R. la Principessa Irene di Grecia. Nelle ore successive alla nascita il Comandante germanico della città fu inviato da Hitler per chiedere alla madre del Principe Amedeo l’investitura al bambino del titolo di Re. Il Dittatore nazista avrebbe preferito, per un più vasto consenso popolare, la figura di un Savoia-Aosta quale simbolo di un Regno, non di una repubblica, per contrastare il Regno del Sud. La madre di Amedeo disse fieramente di no. Pochi giorni dopo il piccolo Duca fu internato in Tirolo e sarebbe stato liberato nell’aprile 1945 dagli alleati; sempre nello stesso luogo di prigionia erano state internate anche la Madre di Amedeo, la Duchessa d’Aosta Anna, vedova di Amedeo di Savoia M.O.V.M. Viceré d’Etiopia, con le figlie Margherita e Maria Cristina. Il Duca d’Aosta è stato il prediletto del Re Umberto II ed è il continuatore della tradizione sabauda. Grazie a suo figlio, il Principe Aimone, la millenaria Casa Savoia vede garantita la continuità  con la nascita dei Principini Umberto (2009) e Amedeo (2011).
U.M.I, 27 Settembre 2011
DATA: 27.09.2011
 
ARGENIO FERRARI NUOVO COORDINATORE DELL'ISPETTORATO NAZIONALE U.M.I.

ARGENIO FERRARI NUOVO COORDINATORE DELL'ISPETTORATO NAZIONALE U.M.I.Il Dott. Argenio Ferrari, già in passato dirigente della gloriosa sezione con centinaia di giovani del F.M.G. di Colleferro (Rm), e attualmente responsabile dei contatti dell’U.M.I. con il Sovrano Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Spagna), è il nuovo Coordinatore dell'Ispettorato Nazionale dell'U.M.I.
Ferrari si renderà promotore di iniziative a livello nazionale per la valorizzazione della nostra Associazione e per creare un contatto diretto con le realtà territoriali. Il Dott. Ferrari, affermato professionista romano, è stato anche il medico personale del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero. La sua grande fede monarchica, unita ad una vasta cultura e ad una decennale militanza, hanno consentito di istituire questo Coordinamento con piena fiducia e sicurezza nei futuri risultati. Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Sergio Boschiero formulano, a nome di tutta l’Associazione, i migliori auguri al Dott. Ferrari per il maggior successo nel nome della Monarchia e dell'Italia.
DATA: 26.09.2011
 
RE VITTORIO EMANUELE III E GIOLITTI: ALLA CONQUISTA DELLA LIBIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del piemonte" del 25/09/11

il Re Vittorio Emanuele IIIIl 28 settembre 1911 il governo di Roma intimò l’ultimatum all’Impero turco: evacuare entro ventiquattro ore le sue truppe da Tripoli. Diversamente le avrebbe cacciate con le armi. Il giorno dopo iniziò lo sbarco a Tripoli. Il successo non fu fulmineo. La storia insegna quanto sia facile creare uno stato di guerra e come sia poi difficile venirne a capo in maniera limpida e risolutiva. Altrettanto valeva un secolo addietro.
    Sull’inizio del secolo XX la gara coloniale ebbe un’impennata.  Dopo l’Eritrea, colonia dal 1890,  nel 1907 l’Italia costituì la colonia  di Somalia. Roma aspirava a Tripolitania e Cirenaica, ultimo bastione dell’Impero turco-ottomano nell’Africa settentrionale.
  
Nel 1911 la crisi precipitò. Sulla condotta da tenere non vi era una visione univoca. Presidiarvi gli interessi economici o occuparla? Il programma venne fissato dal Re in un incontro segretissimo con Giolitti nel Castello di Racconigi, a metà settembre. Ma quale fu il ruolo effettivo di Vittorio Emanuele III nella guerra?  Il  Carteggio di Giolitti pubblicato dal Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato e dall’Archivio Centrale dello Stato (ed. Bastogi, 2009-2010)  e altri documenti inediti mostrano che nel 1911-12 il Re ebbe una parte  determinante.  Il 30 settembre, a sbarco avvenuto, sollecitò Giolitti a “raccomandare la semplicità militare” nei comunicati sull’andamento delle operazioni, subito troppo enfatici. Il 1° ottobre auspicò: “Spero bene che non ci vengano create difficoltà dall’Inghilterra”. Il 2 aggiunse: ”Voglio sperare  che le inquietudini dell’Austria  con opportune nostre dichiarazioni a Vienna si calmeranno senza alcun pericolo…”. Sin dal 25 ottobre 1911, guardando lontano,  Re Vittorio scrisse all’ “affezionatissimo cugino” Giolitti da San Rossore: “ Se, in vista del prolungarsi della situazione attuale, il governo si risolvesse per un’azione nell’Egeo, occorre naturalmente che il da fare militare ed i mezzi adeguati siano preparati in tempo”: messaggio scarno e chiaro, che precorreva l’occupazione di Rodi e del Dodecaneso, attuata nell’aprile  1912.     Il 3 ottobre infine, quando la Turchia stessa sollecitava un’azione militare italiana così incisiva da giustificarne la resa in Libia per avere mano libera contro gli Stati balcanici, il Re suggerì a Giolitti il bombardamento navale del nodo ferroviario di Dedeagatch, per “ostacolare molto gravemente la mobilitazione ottomana e quindi le operazioni militari turche dirette contro gli Stati Balcanici”.   Dunque, ai sensi dello Statuto, il Re regnava e, quando necessario, governava: nei termini statutari. Il 18 ottobre, appena firmata la pace di Losanna, da San Rossore telegrafò a Giolitti: “Attenderò poi sue comunicazioni per la convocazione del parlamento la quale, se anche Ella è del parere, sarebbe bene di non ritardare”. La guerra era stata condotta a Camere chiuse per non subirne intralci, ma la sua conclusione ora andava parlamentarizzata, proprio per accelerarne la ratifica e ampliare il consenso del paese. 
  
Il Re, Giolitti e di San Giuliano furono consapevoli che il riconoscimento del diritto dei libici a pregare per il Sultano voleva dire che continuavano a considerarlo proprio sovrano. D’altronde Roma aveva sempre escluso di voler fare guerra agli arabi o all’islamismo. Aveva solo voluto  liberare quelle province dal dominio politico-militare turco.
   Re Vittorio non era affatto “Sciaboletta” e quella giolittiana non fu affatto una “Italietta”: era quella che celebrò nell’Esposizione Internazionale di Torino il primo mezzo secolo di Unità nazionale, suggellata dall’impresa di Libia e dal conferimento del diritto di voto a tutti i maschi maggiorenni e dalla creazione dell’INA, ultima vittoria dello Stato sui grandi appetiti privati,  come riconobbe lo storico Giampiero Carocci.
   Giolitti l’Africano spiegò ripetutamente la propria condotta. Il 4 marzo 1914 affermò: “I Ministeri passano, i grandi interessi della patria sono assolutamente permanenti”. Ma fu a Torino il 7 ottobre 1911 che disse le parole più impegnative: “Politica democratica non è sinonimo di politica fiacca, di politica impotente. La politica estera non può, come la politica interna, dipendere interamente dalla volontà del governo e del Parlamento ma, per assolutanecessità, deve tenere conto di avvenimenti e di situazioni che non è in poter nostro di modificare e talora neanche di accelerare o di ritardare. Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti  è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, poiché una esitazione o un ritardo può segnare l’inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli. Sarà degno di un popolo forte se a questa opera di civiltà internazionale faremo corrispondere una grande riforma a beneficio delle mostra classi lavoratrici”.    Con lo sbarco a Tripoli l’Italia “riprende(va)  il suo posto nel mondo”.

DATA: 23.09.2011

PRESENTATA LA SERIE AGGIORNATA DEL LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D'ITALIA

PRESENTATA LA SERIE AGGIORNATA DEL LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D'ITALIABadolato (Cz), 10 Settembre 2011 - In occasione dell'anniversario dell'unità d'Italia (1861-2011), è stata presentata dallo storico Antonio Gesualdo, in occasione della caccia alla volpe a cavallo del Club Calabrese, la serie aggiornata del famoso LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA. Si tratta di un repertorio araldico, genealogico, nobiliare, che è diretta e legittima continuazione del LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA ufficiale, (cioè quello aggiornato fino al 1946 dalla Consulta Araldica del Regno d'Italia.) Il Libro d'Oro della Nobiltà Italiana ufficiale, venne infatti costituito il 1896 da Re Vittorio Emanuele II di Savoia, è fu il primo Registro Nobiliare Ufficiale del neo Regno d'Italia. Sotto l’egida dello Stato Italiano, quel registro manoscritto venne infatti aggiornato per un totale di 41 volumi a opera della Consulta Araldica appunto (l'ufficio araldico del Regno) dal 1896 al 1946, data dopo la quale in seguito alla caduta della monarchia (per le note vicende belliche), il Libro d'Oro della Nobiltà Italiana venne chiuso dalla neo Repubblica Italiana. Quindi mentre la vecchia serie ufficiale del Libro d'Oro della Nobiltà Italiana (rimasta ferma come censimenti nobiliari al 1946), è consultabile ancora oggi presso l'Archivio Centrale dello Stato in Roma, questa serie aggiornata del LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D'ITALIA, registrata in tribunale ai sensi di legge in data 5.11.2010 con concessione n. 12, composta da 7 volumi di circa 2000 pagine cadauno, dalla periodicità annuale, è amministrata dal Circolo Calabrese della Caccia alla Volpe. La pubblicazione tipo-manoscritta, riavvia di fatto con la simile veste grafica, e i medesimi criteri di compilazione nobiliare, l'aggiornamento storico, araldico, e genealogico della nobiltà Italiana ufficiale, quella cioè riconosciuta dai Savoia con Regio Provv. L'edizione 2011 è quindi composta in ordine  alfabetico dai volumi 42-43-44-45-46-47-48. Pubblicazione che va ad affiancare le altre opere del Club, come la nota RIVISTA ARALDICA CALABRESE, la RIVISTA DI CACCIA ALLA VOLPE A CAVALLO,  e il REGIO LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA, (tutte pubblicazioni registrate in tribunale ai sensi di legge, in vendita nelle librerie del settore, e sempre dirette dallo storico cav. Antonio Gesualdo).
DATA: 23.09.2011
  
CORREVA L’ANNO 1907

immagine da internetIl 1907 ha scarse cronache di battaglie. Ma la parola “Guerra” ha ossessionanti echi nelle pagine dei saggisti più seguiti e fiammeggia nei libri più letti. Giolitti, ora Primo Ministro e Ministro degli Interni, vorrebbe insistere sulla linea di equidistanza tra le forze opposte. Tuttavia, dopo il rifiuto dei socialisti moderati a partecipare all'azione del governo, gli sembra inevitabile appoggiarsi alla destra. Egli, di fronte agli scioperi e alle dimostrazioni popolari, ricorre con assai più decisione che nel passato alle forze dell'ordine. Il leader dei riformisti Turati giudica che buona parte del duro atteggiamento governativo sia da addossare ai sindacalisti rivoluzionari che ostacolano la lenta ma proficua opera della Confederazione Generale del Lavoro, creata l'anno precedente. Gli interessi dell'industria - afferma Turati - devono essere tenuti in giusto conto anche da chi combatte per il proletariato. Sintomi di crisi sono infatti denunciati dall'industria. Le fabbriche d'auto per esempio, che a fine d'anno sono una settantina, registrano una contrazione nelle vendite. Sei società chiudono l'esercizio con profitti scarsi: la media è di 363.000 lire. Altre dodici perdono più di dieci milioni di lire. L'Isotta Fraschini, fondata nel 1904, e la Bianchi, fondata nel 1905, lamentano l'assottigliamento dei capitali sociali. Anche l'industria siderurgica presenta aria d crisi ma riesce a chiudere il bilancio annuale con un record di produzione 430.000 tonnellate di acciaio e 112.000 tonnellate di ghisa. 1907 - Vittorio Emanueue III a Torino per le manovre militari
La crisi travolge soprattutto il proletariato. Nel 1907 i lavoratori costretti ad emigrare sono 440.000, mentre la borghesia celebra i progressi del Paese nelle decine di trionfanti esposizioni organizzate in tutt'Italia, sopratutto nel Nord. Il bilancio finanziario dello Stato dà ragione agli ottimisti: l'attivo è di 86,8 milioni. Incoraggiato dagli individualisti e da D'Annunzio che predica la "vita inimitabile", anche il costume tenta di allontanarsi dalla tradizione e da tutti quei valori che cominciano ad essere bollati come pregiudizi. Compaiono i primi costumi da bagno corti fino al ginocchio. Le suffragette italiane, mettendosi in coda a quelle inglesi, americane e finlandesi, muovono timidi passi. Rivolgono alla Camera una petizione per ottenere il diritto di essere ammesse tra l'elettorato politico ed amministrativo. La petizione è insabbiata. Nella grandissima maggioranza delle case borghesi non arriva neppure l'eco della protesta suffragista. Nelle serate conviviali o al tè delle cinque, a beneficio degli ospiti di riguardo, le fanciulle suonano sui pianoforti. Per i nottambuli le sciantose diffondono canzoni dove si parla di "vita maledetta". L'America ci manda il cake-walk. E' una specie di polka sincopata: il corpo s'inarca all'indietro una gamba è tesa in avanti e il piede ciondola seguendo il ritmo. Il varietè ha i suoi momenti di trionfo con Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma . Gennaro è un ex garzone di sartoria. Canta in falsetto e concede il bis a pagamento Elvira è figlia di un pulcinella che si esibiva a Mergellina. La chiamano la "regina".
Negli Stati Uniti il divo dell'opera è l'ex posteggiatore delle trattorie napoletane Enrico Caruso. A Londra si fanno follie per un soprano leggero: Luisa Tetrazzini. In Italia l'arrivo della bella Cleo de Merode e della formosa Caroline Otero fa aumentare i duelli del 65% . Da Pechino parte la corsa automobilistica che ha per traguardo Parigi. Vi prendono parte cinque vetture. Vince l'Itala del Principe Scipione Borghese. A bordo vi è anche Luigi Barzini inviato del Corriere della Sera. La gigantesca nave inglese Lusitania attraversa l'Atlantico in 4 giorni 19 ore e 52 minuti ad una media di 24 nodi all'ora su un percorso di 2781 miglia. La rete telefonica di tutto io mondo si estende per 6 milioni di chilometri. Un treno francese raggiunge i 120 km/h. In Romania i contadini aggrediscono gli ebrei devastano le loro case. In Francia per la crisi del vino 800.000 vignaioli del sud si mettono in sciopero: a Narbonne erigono barricate e a Montpellier assalgono il Palazzo di Giustizia incendiandolo. I gendarmi sparano sulla folla: 20 i mori e 100 i feriti. La folla reagisce linciando agenti e commissari. A Palermo molta gente tumultua per l'arresto dell'ex ministro Nunzio Nasi rientrato dall'estero dove si era tenuto nascosto da quando gli erano state mosse accuse di peculato e falso continuato. C'è chi è più ricco dei Re. L'americano Rockfeller ogni 15 giorni ricava dalle sue industrie l'equivalente della rendita annua di Re Edoardo d'Inghilterra, ogni 48 quello della Regina d'Olanda, ogni 5 quello dei Sovrani d'Italia. Le cronache dell'automobilismo segnalano l'inaugurazione della Targa Florio sul circuito siciliano delle Madonie. Vince Nazzaro che pilota una Fiat a 58km/h. La coppa del Re è appannaggio di Minoia su Isotta Fraschini. Nazzaro, sempre su Fiat, è il primo sul circuito tedesco del Taunus. Il ciclista Gerbi vince la Milano-Firenze coprendo il percorso di 300 km in 12 ore e 10 primi. Una coppa anche per Giovanni Pascoli. Ha vinto ad Amsterdam per la decima volta il concorso internazionale di poesia latina. La lieta novella è oscurata da un grave lutto: a Bologna, all'età di 72 anni, si spegne Giosuè Carducci. Scompaiono anche nel 1907: il musicista Grieg, lo scrittore Sully Prudhomme, il glottologo Graziadio Isaia Ascoli, il poeta crepuscolare Sergio Corazzini, lo scienziato Marcelin Berthelot creatore della termochimica, il chimico Mendeleieff creatore della famosa "tavola degli elementi", il premio Nobel Henri Moissan inventore del sistema di illuminazione a gas acetilene. I Nobel nel 1907 sono A. Michelson per la fisica, E. Buchner per la chimica, C.I.A. Laveran per la medicina, R. Kipling per la letteratura, l'italiano Teodoro Moneta per la pace insieme col francese L. Renault. In Germania è varata la più poderosa corazzata del mondo. Si chiama "Bellerofonte". In Italia è varata la corazzata "Roma", la prima nave tutta in "acciaio ad alta resistenza".
Maurizio Lodi              
isavoiaperimmagini.blogspot.com
DATA: 20.09.2011
  
ROMANIA: RE MICHELE I PARLERA’ AL PARLAMENTO IL 25 OTTOBRE

Re Michele di RomaniaBucarest, 20 settembre – In Romania vi sono stati un paio di giorni con un grande fermento monarchico: l’ex premier Calin Popescu Tariceanu (liberale del PNL)   ha proposto di far tenere al Re Michele I un discorso in Parlamento, in occasione del Suo novantesimo compleanno il 25 ottobre prossimo. La maggioranza si è inizialmente opposta (essendo sotto l’influsso del presidente Traian Basescu, che aveva quest’anno definito il Re Michele I “traditore”), adducendo la scusa che solo i Capi di Stato possono tenere discorsi al Parlamento. Si  è fatto però notare che, nel marzo 2010, l’ex  direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn aveva parlato al Parlamento riunito. Ieri, dopo l’iniziale voto negativo del comitato di presidenza delle Camere, in serata si è tenuta una diretta televisiva dal Castello Reale di Sinaia (il Castello Pelesh)  in cui la Principessa ereditaria  Margherita, primogenita di Re Michele, è stata intervistata e ha ribadito che il popolo, affezionato al proprio  Re, è pronto a dimostrare la vicinanza  alla Famiglia Reale. Già si parlava di una grande manifestazione di piazza a favore  del Re, quando, oggi, su iniziativa dell’opposizione, la decisione è stata messa ai voti del Parlamento. La consultazione è stata espressamente richiesta a voto palese in modo che  avrebbe permesso di identificare quali sarebbero stati i parlamentari contrari a questo atto solenne, che sta riscuotendo sempre maggiore interesse da parte dei media. I Parlamentari, con 203 voti a favore, 3 contrari e 46 astenuti, hanno stabilito che il 25 ottobre prossimo il Re potrà parlare in Parlamento durante una sessione solenne. Si tratta della prima volta che il Sovrano si rivolgerà in maniera ufficiale (dopo il 1947) alle Camere riunite. Re Michele I (figlio del Re Carlo II e della Regina Elena, nata Principessa di Grecia) divenne Sovrano, non avendo ancora compiuto i 6 anni,  nel 1927 con una reggenza. Regnò poi dal 1940 al 1947, quando partì per l’esilio con l’imposizione del Regime comunista. Si tratta dell’ultimo Capo di Stato del periodo prebellico ancora in vita. Un Comunicato della Real Casa di Romania ha espresso oggi la gioia per la possibilità del Re di parlare al Parlamento, sottolineando che: “Ritornando alla tribuna del Parlamento dopo più di 60 anni, il Re parlerà alla nazione in un momento in cui c’è bisogno di fiducia, di unità, di speranza e di rispetto nella società romena. La Real Casa considera la decisione del Legislativo come una prova di democrazia e di libertà, di chiaroveggenza e di senso del dovere”. In Romania vi è un grande fermento monarchico e, assieme alla Serbia, è uno dei Paesi dove risulta più concreta una possibile restaurazione monarchica. I monarchici vogliono organizzare una grande manifestazione il 25 ottobre per dimostrare la propria lealtà al Sovrano. Per l’anniversario del Re Michele I ci saranno diversi eventi tra cui un grande concerto all'Ateneo di Bucarest al quale sono stati invitati membri delle Famiglie Reali europee. Vogliamo sottolineare che S.M. il Re Michele I di Romania è cugino di primo grado di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, dato che le loro madri (la Regina Elena di Romania e S.A.R. la Principessa Irene  di Savoia-Aosta, Duchessa di Spoleto e poi d’Aosta) erano sorelle. S.M. la Regina Anna di Romania è la nipote dell’ultimo Duca Roberto I di Parma e la sorella di S.A.R. il Principe Michele di Borbone-Parma (marito di S.A.R. la Principessa Maria-Pia di Savoia).
DATA: 20.09.2011