U.M.I. - Unione Monarchica Italiana


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RAI 3: GIOVEDì 16 MAGGIO SPECIALE SUL RE UMBERTO II

La storia siamo noi - Rai3Rai 150, per LA STORIA SIAMO NOI,  presenta: “ULTIMO RE”, un ritratto intimo e inedito di Umberto II di Savoia, in onda giovedì 16 maggio alle 23.05 su Rai3.
Nato per fare il Re, Umberto II incontra  il suo destino per appena un mese, quello del maggio del 1946. Poi, uscendo dalla porta posteriore del Quirinale, parte volontariamente per il Portogallo per un esilio che avrebbe dovuto essere transitorio e che invece diventò definitivo.  Il documentario di Carlotta Bernabei e Sergio Leszczynski, propone una lettura intima e del tutto inedita del personaggio di Umberto II di Savoia, una delle figure più controverse nella storia della casa reale a cui apparteneva. In appena due anni di luogotenenza  Umberto era già riuscito a recuperare consensi popolari e politici sia in Italia che all’estero.
Grazie a documenti inediti scovati negli archivi di Stato da La Storia Siamo Noi, emerge con chiarezza la volontà  di Mussolini di sminuire e  mortificare la  sua reputazione. Nei dossier dell’OVRA, la polizia del Duce, si parla chiaramente dell’antifascismo del principe e si legge tra l’altro:  “in una seduta segreta il duce ha dichiarato che in nessun caso il principe di Piemonte diverrà re per i suoi vizi e la sua vita sregolata”. Accuse che per molti storici sarebbero state avanzate più per timore da parte di Mussolini, di essere offuscato dall’immagine di un principe affascinante, bello e carismatico che per eventuali comportamenti inopportuni da parte  di Umberto II. Nel corso della puntata parlano di lui storici come, Alessandro Campi, Luciano Regolo, Aldo Mola, Gianni Oliva, Sergio Boschiero ed altri ancora. Ma anche i suoi parenti più stretti: la figlia Maria Gabriella e il cugino Amedeo d’Aosta. “E’ stato un uomo educato a fare il Re e che non l’ha fatto, afferma Maria Gabriella, sarebbe stato perfetto, onesto, integro, caritatevole, amante del prossimo non ne ho mai conosciuti di così…”.
DATA: 15.05.2013
 
LA SCOMPARSA DI OTTAVIO MISSONI: L'U.M.I. SI INCHINA DI FRONTE ALLA SUA LUMINOSA FIGURA DI PATRIOTA

LA SCOMPARSA DI  OTTAVIO MISSONI: L'U.M.I. SI INCHINA DI FRONTE ALLA SUA LUMINOSA FIGURA DI PATRIOTAOggi, 9 maggio 2013, ci ha lasciati uno di quegli uomini che, con la propria vita ed il proprio impegno, incarnano lo spirito italiano e ne diventano bandiera nel mondo. Ottavio Missoni è davvero da ricordarsi tra queste figure straordinarie. Atleta e grande stilista aveva portato il gusto ed il senso dell’italianità ovunque con le sue creazioni indimenticabili. Ma il suo amore per l’Italia veniva da lontano. Dalle speranze ancora vive tra le macerie di una Zara violentemente e ripetutamente bombardata, dalle sabbie cocenti ed infuocate di El Alamein dove aveva combattuto con tanti altri giovani, dalla melanconia dell’esilio di chi aveva subito il dramma dell’esodo delle popolazioni istriano giuliano dalmate. E lui, dalmata fierissimo ed orgoglioso, di quel dramma era sempre stato vivace testimone con tatto ed umanità senza il minimo accenno di rancore. L’Unione Monarchica Italiana, di cui egli fu amico, desidera manifestare il proprio cordoglio per la morte di una vera icona di quell’Italia sana e laboriosa che malgrado le mille difficoltà ed una storia travagliata ha sempre il desiderio di costruire il proprio futuro!
DATA: 09.05.2013
  
IL CORAGGIO DEL SACRIFICIO

Vittorio Emanuele IIIDiscusso, amato, invocato, odiato, deriso e chi più ne ha più ne metta. In quarantasei anni di regno Vittorio Emanuele III fu oggetto di ogni genere di giudizio al punto che la “grande storia” a distanza di decenni dalla sua scomparsa ancora non trova un equilibrio condiviso. Certo come ogni uomo non fu perfetto e regnò  con genialità alternata a fragilità così come  con momenti di grandezza ed altri discutibili. Il 9 maggio 1946 il Re soldato, il Re di Peschiera, abdicò in favore dell’allora Principe di Piemonte Umberto di Savoia. Molti giudicarono come tardivo quel passo che, certamente, non fu compiuto alla leggera. Per mesi, dopo l’armistizio inevitabile dell’8 settembre 1943, egli venne bersagliato non soltanto dall’odio degli avversari che alimentavano la propaganda della Repubblica Sociale ma soprattutto da quello dei molti partiti che nei governi del “Regno del Sud” già pensavano a spartirsi l’avvenire d’Italia dopo aver liquidato la Corona capro espiatorio di tutti i mali italici.  Vittorio Emanuele si fece carico, con coraggio e spirito di sacrificio, di tutte le difficoltà che la guerra di liberazione comportava e dei conti che gli venivano a torto od a ragione imputati oltre alle umiliazioni quotidianamente inflittegli dagli Alleati. Fuggire dalle responsabilità sarebbe stato indubbiamente semplice ma lui, accusato troppo spesso di celebri e fantasiose fughe, lasciò il trono solo quando l’opera fu del tutto compiuta e la guerra terminata. Per salvare il regno diede la luogotenenza al figlio affinché potesse avviare un processo di rinnovamento tenendo però sulle proprie spalle i pesi morali e le responsabilità che troppo spesso gli venivano imputate. Fu coraggio anche questo e non stupiscono quindi le parole che il Re disse ad AmedeoVittorio Emanuele III Guillet quando questi lo raggiunse a Brindisi nel 1944: Si ricordi che noi passiamo ma l'Italia rimane e bisogna servirla sempre in ogni modo, perchè la cosa più grande che possa avere un uomo è la propria patria! Stanco e ferito nell’animo visse i suoi ultimi giorni nell’esilio, divenuto poi perenne, ad Alessandria d’Egitto dove ebbe a scrivere nel 1947: Viva l’Italia ora più che mai! Se non fu una prova di grandezza storica lo fu certo d’umiltà, la stessa che alimentò i suoi giorni egiziani fino alla scomparsa con la mano stretta a quella dell’amatissima Regina Elena. Vorremmo vedere nell’Italia di oggi uomini con lo stesso amore, con lo stesso cuore e con lo stesso coraggio di accettare ogni genere di umiliazione pur di servire fino all’ultimo la propria terra. Mi dispiace ma, non so voi, io non ho l’impressione di vederne di questi tempi. D’altra parte i buoni esempi in questo Paese dalla memoria corta si preferisce lasciarli in esilio anche da scomparsi e questo, tristemente, è davvero tutto dire. Ricordare le grandi riforme democratiche dei primi anni del novecento “sulla strada che la giustizia sociale consiglia [...] in sollievo delle classi lavoratrici” come sostenne nel 1902, l’impegno diretto nella grande guerra, la continua opposizione ai progetti deliranti del regime di cui fu considerato l’unico responsabile per smacchiare molte coscienze, la protezione di tanti ebrei e perseguitati (consapevole di non aver potuto opporre, per evidenti ragioni storiche, sufficiente resistenza ai provvedimenti che ne colpirono la libertà e la dignità) e via discorrendo pare inopportuno per molti. Niente da dire se non che i giganti della storia fanno evidentemente paura anche da defunti.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 09.05.2013
  
VIVA IL RE! SPECIALE TELEVISIVO SUL CONGRESSO NAZIONALE U.M.I

VIVA IL RE! SPECIALE TELEVISIVO SUL CONGRESSO NAZIONALE U.M.I Pif MTv
Lunedì 7 maggio 2013, sull’emittente televisiva MTv, nell’ambito del programma televisivo “Il Testimone” è andato in onda uno speciale dedicato al XII Congresso nazionale U.M.I., svoltosi a Roma nel novembre 2012. Il servizio ha voluto documentare, con l’ottica curiosa e provocatoria del conduttore Pif, alcuni aspetti dell’evento monarchico. Una testimonianza - non certo schierata dalla nostra parte - del nostro Congresso.


DATA: 07.05.2013
 
LA MAGIONE IN FESTA

Castello della Magione PoggibonsiLa “Festa della Magione” che, ogni anno, si celebra la seconda domenica di maggio in onore della Madonna dei Templari, a grato ricordo della fondazione della Milizia del Tempio e dell’inizio del recupero del complesso monumentale della castello della Magione, arriva quest’anno alla trentacinquesima edizione ed inizierà sabato 11 maggio con una serie di iniziative religiose, culturali, ludiche e gastronomiche. Intanto è utile notare che i due scopi per i quali la “festa” era iniziata hanno dato buoni frutti: la Milizia del Tempio è oggi conosciuta e diffusa in molte nazioni europee ed americane ed ha ottenuto prima il riconoscimento civile e poi quello della Chiesa; ed il Castello della Magione, sede magistrale dell’associazione templare, è quasi del tutto recuperato ed ha avuto il privilegio di essere inserito tra le “mille meraviglie d’Italia”.
In questi anni la Magione – ormai universalmente conosciuta – ha ricevuto molte visite da mezzo mondo: pellegrini, turisti e semplici curiosi ma anche personalità della cultura, delle istituzioni, della Chiesa; recentemente il Principe Amedeo di Savoia, pretendente al trono d’Italia, che era già stato ospite al Castello, ha voluto celebrare le nozze d’argento con donna Silvia Paternò proprio nella Chiesa della Magione. Sabato 11, dunque, inizierà la trentacinquesima “Festa della Magione” con il canto del Vespro alle 18,30. Domenica 12 verranno celebrate tre Sante Messe, tutte in rito tridentino: alle 9,30, alle 10,30 (cantata), alle 18,30. Alle ore 17 sarà eseguito un concerto di flauto e pianoforte in onore del grande flautista Severino Gazzelloni che il 25 settembre 1987, in occasione dell’autunno musicale di Poggibonsi, aveva tenuto uno straordinario concerto nella chiesa di San Lorenzo, trattenendosi poi a cena alla Magione: in quella occasione aveva accettato di diventare socio onorario della Milizia del Tempio; il Prof. Gian-Luca Petrucci al flauto e la Professoressa Paola Pisa al pianoforte eseguiranno brani da: Bach, Vivaldi, Mozart, Gluck, von Paradis, Molique, Saint Saëns, Tchaikovsky, Rachmaninov, Mulè, Villa-Lobos e Bernstein. Dalle ore 17, infine, inizierà la tradizionale “sagra” con le offerte gastronomiche, la fiera delle occasioni, la visita guidata al Castello. Ai fedeli cattolici che visiteranno la Chiesa della Magione nei giorni 12 e 17 Maggio il Sommo Pontefice concede il dono dell’Indulgenza Plenaria.

DATA: 07.05.2013
  
ANDREOTTI VOTO’ MONARCHIA IL 2 GIUGNO 1946

Giulio AndreottiL’Unione Monarchica Italiana U.M.I., la più antica e numerosa associazione monarchica, ricorda la figura dell’On. Giulio Andreotti quale uomo dello Stato.
A partire dal 1946 Andreotti mantenne rapporti con il Re Umberto II e dichiarò di aver votato Monarchia al referendum istituzionale del 2 giugno.

Roma, 6 maggio 2013
DATA: 06.05.2013
  
LA VOCE DELLE STELLE

Fabio FazzariL’urlo quale espressione dei disagi e delle angosce dell’animo come lo intende Munch in quel viso deformato dal male dello spirito, dalla necessità di liberarsi dalle oppressioni per una boccata di fiato come chi annega e prepotente cerca di riemergere per quel respiro che forse gli darà la forza di salvarsi, di evitare l’abisso. L’urlo espressione della rabbia interiore non comunica, contagia, confonde, spaventa, nasconde la parola, l’idea, il chiaro e supremo comando, come fu il” fiat lux”, creatore dell’universo. L’urlo espressione del disordine cosmico, l’urlo che non si fa capire, che toglie attenzione a chi ascolta, travolgendolo come una piena che trascina con se la vita e la morte. L’urlo che opprime la bellezza, che non permette di percepire il giusto, il magnifico, il divino che non si manifesta nel clamore, ma nel sussurro. Tuttavia l’urlo è quanto di più caratterizza la comunicazione di un movimento politico che ha catturato l’attenzione di un terzo mal contato di italiani. Li ha travolti come una piena, nel clamore di ovvietà gridate a sembrare linfa nuova, nel sudore di un volto vecchio e affaticato, come di un profeta che la conoscenza di cio’ che non si può rivelare ha costretto ai margini della società.
Così il fuoco si autoalimenta, si rafforza, raccoglie tutte le energie, come l’attore sul finale, quando la battuta è accelerata, il tono si fa più chiaro e più alto, si cerca l’attenzione di tutti, e quando il teatro è carico ecco l’affondo; la frase finale che spezza il ritmo e raccoglie l’applauso pieno.
Ma in quelle piazze, sul quel palco di sagra paesana l’attore si è dimenato troppo, ha raggiunto l’applauso pieno, poi ha di nuovo ingolosito il pubblico, ha stupito gente frastornata dalla sua veemenza, ha trasformato la satira in rivoluzione, con l’arte di chi nell’urlo sovrasta qualsiasi altro suono, qualsiasi parola cerchi di fermare la piena. Non si è capito cosa dicesse, o meglio non si è trovato il messaggio illuminante, ma tanto è bastato perché tutti si sentissero dentro quel personaggio, mito delle proprie passioni, delusioni, paure.
Ma dopo l’applauso si sono spente le luci, la maschera si è ritirata nel buio delle quinte. Il pubblico acclama, invita a continuare, ad uscire, a fare. Non si può, la musica è finita, ed è di quelle che non si ripetono perché non fece breccia l’armonia del pezzo, ma l’impeto e la sorpresa. Fine della trasmissione. Come può un popolo, se non travolto dalla piena di grida assordanti, farsi attrarre da un movimento che non comunica, grida al cambiamento con i contenuti strambi del web padrone e del nuovo ordine mondiale. Raccoglie la voglia di ribellarsi al sistema ma non dice come (ci informa solo che dal 2051 non ci saranno più le religioni); promuove il governo del popolo ma nessuno può contraddire l’illuminato leader; gli si propone di far parte di coalizioni di Governo ma dice che sa suonare solo da solista, come quei musicisti scarsi che non sanno stare in orchestra. Come diceva un vecchio poeta: … non c’è più posto per chi sa far da solo, i fiati hanno già fatto il loro gioco, anche il sassofono va via in gola e lascia fare; chi non sa stare a tempo prego, andare.
Fabio Fazzari, Vicepresidente nazionale U.M.I.
DATA: 03.05.2013
  
LA MONARCHIA E I PAESI BASSI

Il nuovo Re d'OlandaSpett.le Redazione, ancora una volta l'istituzione della Corona , la tanto criticata Monarchia, batte l'istituzione repubblicana sotto ogni punto di vista ! E non lo si dice per anacronistico attaccamento alla storia passata, ma per i fatti concreti ben visibili dai reportage dei cronisti per l'evento di questi giorni ad Amsterdam. La notissima città simile alla nostra Venezia per i canali e giochi d'acqua, meglio nota per divertimenti e Personaggi illustri come Anna Franck ed il pittore Van Gogh, ha ospitato una cerimonia unica per questi tempi, dopo 123 anni l'ascesa al Trono del Principe ereditario , che interrompe una lunga tradizione di Regine amatissime in quella piccola Nazione dei "mulini a vento ". L'Olanda si prepara ad accogliere un Sovrano quarantenne , accompagnato da una Regina di origine argentina come il nostro attuale Pontefice, e la presenza di tre piccole Principessine, che assicurano la continuità del Regno. Non siamo romantici o sognatori a tutti i costi, ragioniamo con i paragoni della nostra povera Italia, costretta alla rielezione di un quasi novantenne come Presidente al Quirinale, prima volta che si compie un secondo mandato alla stessa persona, nell'impossibilità di trovare uno degno di tale incarico, al di sopra delle parti politiche e cosciente di operare per il bene comune, senza essere favorevole a larghe intese, inciuci o peggiori complotti !
Ribalta prepotente all'attenzione della gente comune, la fortuna dei Popoli europei retti da una Monarchia, dove il "mestiere " si insegna fin da piccoli, con istitutori e programmi ben realizzati , al fine di ottenere un dignitoso rappresentante della Nazione simbolo di tutti !
Inoltre, in caso di necessità improvvisa o malattia grave, si fa presto ad abdicare e passare il Trono al discendente prescelto, per evitare traumi o gravi problemi, proprio in momenti di crisi economica internazionale. Mi han fatto pena i  commenti dei cronisti italiani ,che subito devono sottolineare il costo dell'evento in milioni di euro, ma nessuno di loro si permette di ricordare quanto costa il mantenimento del Quirinale per sette anni affidato ad un perfetto sconosciuto !
Gli Olandesi hanno festeggiato? evviva Iddio che se lo possono permettere, feste ultra popolari, nelle vie , nelle piazze, allegria e brindisi, senza violenze e danni ; da noi le uniche feste che coinvolgono l'intera Penisola sono solo in occasione dei Mondiali di calcio con sfilate di Tricolori e colpi di clacson! Rendiamoci conto di come ci fanno vivere male, con problemi gravi, stati depressivi e violenza serpeggiante, ultimo caso eclatante davanti a Palazzo Chigi , e chi ci rimette? sempre l'onesto Carabiniere o il Poliziotto di turno per uno stipendio da fame!
Noi Monarchici abbiamo ancora una speranza nel cuore che ci rende felici e grati nel festeggiare l'Olanda con sentimenti puri di riconoscenza verso quella grande Regina Beatrice, colpita negli affetti più cari! Chi vive sognando la "repubblica democratica fondata sul lavoro" può vedere i risultati che ha portato finora dopo 67 anni dal contestato referendum istituzionale !
Cordialmente.
Carmine Passalacqua, Unione Monarchica Italiana Alessandria
DATA: 03.05.2013
  
ROMA: RICORDATO IL MINISTRO DELLA REAL CASA FALCONE LUCIFERO

ROMA: RICORDATO IL MINISTRO DELLA REAL CASA FALCONE LUCIFERORoma, 2 maggio 2013 - Come è ormai consuetudine nell’anniversario della scomparsa (avvenuta il 2 maggio di sedici anni fa) del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, su iniziativa del nipote prediletto Marchese Alfredo Lucifero, si è celebrata nella Basilica di Santa Maria del Popolo in Roma una Santa Messa di suffragio. Molti i monarchici che si sono stretti attorno al nipote e agli altri parenti presenti, tra cui ricordiamo il Presidente onorario U.M.I. Sergio Boschiero, la vedova del fondatore di FERT Mario Pucci, Sig.ra Franca, il Presidente del Circolo REX Avv. Benito Panariti, la Contessa Erina Russo de Caro, il Barone Catalano Farina e l’editore Andrea Borella.
DATA: 03.05.2013
 
SARANNO PRESTO BEATE LA REGINA MARIA CRISTINA DI SAVOIA E MARIA BOLOGNESI
Maria Cristina di SavoiaIl Papa ha ricevuto ieri pomeriggio il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a promulgare i Decreti riguardanti due prossime Beate: la Venerabile Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, Regina delle due Sicilie; nata il 14 novembre 1812 a Cagliari (Italia) e morta il 31 gennaio 1836 a Napoli (Italia), e la Venerabile Serva di Dio Maria Bolognesi, Laica; nata 21 ottobre 1924 a Bosaro (Italia) e morta il 30 giugno 1980 a Rovigo (Italia).
Altri due Decreti riguardano le virtù eroiche del Servo di Dio Gioacchino Rosselló i Ferrà, Sacerdote, Fondatore della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria; nato il 28 giugno 1833 a Palma de Mallorca (Spagna) ed ivi morto il 20 dicembre 1909, e della Serva di Dio Maria Teresa di San Giuseppe (al secolo: Giovanna Kierocińska), Fondatrice della Congregazione delle Suore Carmelitane del Bambino Gesù; nata il 14 giugno 1885 a Wieluń (Polonia) e morta il 12 luglio 1946 a Sosnowiec (Polonia).
DATA: 03.05.2013
 
OLANDA: IL POPOLO IN FESTA ACCOGLIE IL NUOVO RE
   Le immagini che in La folla acclama il nuovo Re d'Olandaquesto momenti ci stanno giungendo dai Paesi Bassi ci rincuorano e, per l’ennesima volta, ci dimostrano quanto la Monarchia sia popolare. Il nuovo Re d’Olanda, Guglielmo Alessandro, ha preso il posto dell’abdicataria Regina Beatrice, personaggio popolarissimo e quasi venerato dal proprio popolo. Vedere Piazza Dam, sotto al Palazzo Reale, pullulare di migliaia di olandesi vestiti del colore nazionale (l’arancione, omaggio alla Dinastia degli Orange-Nassau), è la conferma della freschezza e della modernità dell’Istituzione Monarchica. Pare quasi scontato fare il paragone con il “nostro” Giorgio Napolitano, qualche giorno fa, per il suo secondo giuramento si è recato a Palazzo Montecitorio dal Quirinale, attraversando una Roma semi deserta, con barricate che contenevano solo le Forze dell’Ordine. La scusante può essere che allora vi era una giornata bigia. Noi però guardiamo al caldo sole d’Olanda e facciamo i migliori auguri al nuovo Sovrano.
Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
DATA: 30.04.2013
 
LE TROMBE DELLA LIBERTA’
   I "padri costituenti" firmano la Costituzione italianaNel 1948 la neonata repubblica italiana, da poco sorta in molto discusse circostanze e consapevole del fatto che la nazione era spaccata in due, dovette difendersi dalla propria fragilità e tutelare il proprio interesse blindandosi attraverso un intoccabile artifizio. Con l'articolo 139 della carta costituzionale si sancì l'intoccabilità del sistema repubblicano. Fu il primo passo con cui il nuovo corso decretò chiaramente come la volontà popolare contasse molto meno di quanto fosse propagandato dalla stampa e dai politicanti. I privilegi erano garantiti nel tempo attraverso un bavaglio dal nodo inscioglibile. Metà Italia era in quel momento monarchica e calandosi nei panni dei fautori di tale trucco si potrebbe perfino comprenderne l'azione. Ma oggi? Quanti avrebbero il coraggio, nel quadro delle sospirate e mai realizzate riforme costituzionali, di revocare il famigerato articolo 139? I politicanti sostengono che lo "spirito repubblicano" è ormai radicato nel cuore degli italiani (quali?). Cosa temere allora? Non si fugge forse che dai pericoli concreti? Se il bavaglio resta e non si trova il coraggio di strapparlo allora forse forse la repubblica qualche dubbio sullo spirito repubblicano degli italiani lo nutre! Viene da pensarlo visto che il celeberrimo sondaggio di SKY rivelò un 30% di italiani favorevoli al ritorno ad una monarchia costituzionale e parlamentare. Evidentemente nei palazzotti romani quei numeri non sono sfuggiti! Certo che se agli italiani si seguiterà a vietare la libertà di decidere se subire ancora le scelte di generazioni ormai passate allora le trombe della libertà e della democrazia sarà saggio riporle silenziose in un cassetto sperando in tempi migliori. Ora le loro note parrebbero decisamente stonate!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 29.04.2013
  
L’U.M.I. ESPRIME LA PROPRIA GRATITUDINE ALL’ARMA DEI CARABINIERI

Il Carabiniere Giovanni Battista ScapaccinoL’Unione Monarchica Italiana, visti i drammatici fatti di oggi che hanno portato al ferimento di due Carabinieri davanti a Palazzo Montecitorio, ribadisce la propria vicinanza e solidarietà all’Arma. La nostra gratitudine non viene espressa solo in occasione di fatti eclatanti, ma per il lavoro quotidiano che i militari svolgono con abnegazione e altissimo senso patriottico, che li porta a rischiare la vita spesso pagando un alto prezzo.
Fondata nel 1814 per volontà del Re di Sardegna Vittorio Emanuele I di Savoia, l’Arma nell’Italia di oggi rappresenta la migliore espressione dello Stato e, assieme alle altre forze di polizia, è motivo di orgoglio per tutti noi.
Un commosso e grato pensiero a tutti i militari che ci offrono motivo di tenere vivo l’ormai troppo vituperato orgoglio nazionale.
Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
Roma, 28 aprile 2013

(Nella foto il ritratto del Carabiniere a Cavallo Giovanni Battista Scapaccino che nel 1834 a Chambéry sacrificò la propria vita pur di non assecondare dei fuoriusciti mazziniani che gli volevano imporre di gridare "viva la repubblica!". Fu la prima Medaglia d'Oro al Valore Militare)

DATA: 28.04.2013
  
LA CONSULTA CONFIDA CHE IL GOVERNO CHIUDA DECENNI DI GUERRA (IN)CIVILE

Stella d'Italia   Lo Stellone ha risparmiato all’Italia presidenti di repubblica espressione di fazioni e ha guidato alla nascita di un Esecutivo comprendente le forze determinate a farsi carico della Ricostruzione, urgente, dell’economia e della società civile.
  Memore del magistero dei sovrani di Casa Savoia, la Consulta dei Senatori del Regno constata che il nuovo governo può chiudere decenni di guerra (in)civile basata sull’uso strumentale di ideologie per la criminalizzazione degli avversari politici e della “memoria”.
  La Consulta auspica che il nuovo governo affretti la riconciliazione nazionale e apra una nuova età nel segno della continuità della Storia d’Italia dalla sua fondazione: Risorgimento e Unità nella Comunità internazionale.
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
Roma, 28 aprile 2013
DATA: 28.04.2013
   
“MAURI”:  I MILITARI PARTIGIANI CON LA LIBERTA’ E PER LA LIBERTA’

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28/04/2013
 
Enrico Martini "Mauri"        L’8 maggio 1945, dieci giorni dopo l’insurrezione finale,  alla prefettura di Cuneo accadde l’incredibile. Il comandante provinciale, Enrico Martini “Mauri”, nominato due giorni prima dal Comitato militare regionale piemontese d’intesa con il comando italo-alleato, fu costretto a lasciare la  carica e la città su imposizione tesa di Ettore Rosa, esponente del partito d’azione, e del comunista  Gustavo Comollo, esponente dei “Garibaldini”. Fu un momento drammatico. Denunciato come persona non gradita, poiché qualcuno minacciò di usare le armi, Mauri cedette. 
  Nel corso della guerra  anche in Piemonte le formazioni partigiane registrarono numerosi attriti, per motivi disparati: la disputa sui confini delle rispettive “giurisdizioni”, la priorità nell’ottenere aiuti aviolanciati dagli anglo-americani (armi, danaro, tabacco, alimenti di qualità, …) e l’invio di missioni alleate. Partigiani dell’uno o dell’altro colore talvolta vennero fermati da uomini di altre formazioni, disarmati e trattenuti per accertamenti. La guerriglia aveva regole ferree, dettate dal sempre incombente timore di infiltrazioni di spie e di avventurieri. Non mancarono casi estremi: la eliminazione di “sospetti”, senza che ne fosse stata accertata sino in fondo la presunta colpevolezza o, secondo alcuni, proprio per marcare a fuoco la superiorità politico-ideologica e di forza militare. Reagire direttamente avrebbe significato scatenare un conflitto strisciante, a tutto vantaggio della Repubblica sociale italiana e, ancor più, dei tedeschi.      
  Da fine novembre 1944, quando compresero di avere mano libera nell’Italia settentrionale almeno sino alla primavera avanzata del 1945, i germanici non esitarono a separare la propria dalla sorte dei “repubblichini” accettando che ampie zone  militarmente non  strategiche delle regioni occupate di fatto fossero sotto controllo dei partigiani: una sorta di tregua non dichiarata, che conveniva a molti  in vista della resa generale e della definizione della pace europea postbellica. (Non fu il caso della “repubblica di Alba”, l’impresa più nota di Mauri). Ai tedeschi importava tenere libere le maggiori comunicazioni  dalla pianura al crinale alpino e i passi tra Liguria e Piemonte, in vista delle prevedibile  evacuazione dell’Italia settentrionale (ne scrive  Claudia Nasini nel bel saggio Una guerra di spie, Ed. Tangram). Da marzo i germanici trattarono segretamente la resa all’insaputa di Mussolini e del governo “di Salò”, nel quadro dei rapporti di forza via via aggiornati sotto l’avanzata dell’Armata Rossa staliniana, che imponeva il continuo “ricalcolo” del conto nel quale tenere la guerra partigiana in Italia. Così tra aprile e maggio si arrivò alla riorganizzazione della  vita pubblica nelle regioni liberate in pochi giorni dopo venti mesi di occupazione e di guerra civile sempre più atroce e devastante (anche per i pesanti bombardamenti anglo-americani). Le partite aperte erano molte e tutte complesse, anche per le pretese esorbitanti della Francia di De Gaulle  (agognava l’annessione della Valle d’Aosta),  il governo locale in funzione del peso dei partiti direttamente o indirettamente espressi nei CLN, l’avvio di una rappresentanza unitaria (la futura Consulta Nazionale) e, infine, la continuità o il cambio monarchia/repubblica. In contesto le Formazioni  partigiane “Autonome” svolsero un ruolo centrale. Erano molto diversificate al loro interno: cattolici, liberali, monarchici, repubblicani,  persino pacifisti che combattevano eroicamente quella che ai loro occhi doveva  essere l’ultima guerra,  federalisti europei e soprattutto militari miranti alla restaurazione dello Stato risorgimentale: uno, libero, indipendente.  Il loro carattere distintivo prevalente furono comunque il rifiuto delle ideologie totalitarie, cioè l’anticomunismo, e la lealtà nei confronti del governo legittimo, quello del Re, riconosciuto dagli anglo-americani e dall’URSS.
 Enrico Martini, “Mauri”, fu tra gli esponenti più rappresentativi degli “Autonomi”. Nato a Mondovì, nel 1911, allievo modello all’Accademia di Modena, campagne in Africa Orientale (1936-1937) e in Africa Settentrionale , rientrato in Italia per malattia, ufficiale di Stato Maggiore a Roma, nel settembre 1943 partecipò alla inesorabilmente sfortunata difesa della capitale, raggiunse il Cuneese e allestì i primi nuclei di resistenza militare d’intesa con il generale Giuseppe Perotti, capo del Comando militare. Malgrado pesanti rastrellamenti, affiancato da un combattente d’acciaio come Mario Bogliolo e da un consigliere politico come Edgardo Sogno, ogni volte riprese il cammino, come narrò in Con la libertà e per la libertà  (1947), ripubblicato col titolo Partigiani penne nere proprio nel 1968, quando una interpretazione distorta della “resistenza” alimentò la guerriglia ideologica dalle funeste e non ancora del tutto esaurite  conseguenze.
   Ai primi dell’agosto 1944, poco prima dello sbarco franco-americano in Provenza tra gli Autonomi di Mauri e le formazioni Giustizia e Libertà venne siglato il patto alla Certosa di Pesio: lotta unitaria per la liberazione, ma  contro ogni forma di totalitarismo e di dittatura. Il PCI reagì duramente.  Nei mesi seguenti i rapporti tra Autonomi  e garibaldini peggiorarono. Mauri fu messo sotto inchiesta per la fucilazione di  alcuni “rossi”, mentre il suo tenente François venne assassinato dai comunisti “per futile rappresaglia personale”. Mauri ospitò importanti Missioni alleate, ai cui occhi costituiva una garanzia per il futuro del Paese.
  In nome di una primogenitura il cui seguito elettorale era tutto da verificare (e si rivelò disastroso)  e nel solito  timore di essere scavalcati a sinistra, il 6-8 maggio 1945 i vertici di Giustizia e Libertà optarono dunque per il patto di ferro con i garibaldini contro Mauri, costretto a uscire di scena, e contro i liberali, benché prefetto di Cuneo fosse nominato Guido Verzone. Fu un errore strategico, che aprì la lunga stagione del gramsciazionismo fondato sull’avversione contro lo Stato e alle Forze Armate, liquidate come strumento della conservazione, della  reazione borghese , la FODRIA (Forze oscure della reazione in agguato).  Dal canto suo  Mauri ammonì: “Abbiamo assistito a una rapida radicalizzazione della lotta di parte, le cui conseguenze ancor oggi scontiamo nel progressivo decadimento della  dialettica democratica a livello di pura lotta per il potere”. Non per quell’Italia erano caduti Ignazio Vian, i tanti sacerdoti massacrati, non per quell’Italia 800 mila militari internati in Germania (ora rievocati  dal gen. Franco Cravarezza)  rifiutarono  di rinnegare  il giuramento di fedeltà prestato al re, capo delle Forze Arnate. “Mauri” e le Autonome (come anche le formazioni socialiste “Matteotti”) vanno dunque riscoperti per restituire pienezza e verità alla memoria della guerra di liberazione e l’attualità del suo retaggio più vero.
Aldo A. Mola
(*) Il 29-30 aprile si svolge a  Roma ( (Società Geografica, via delal Navuicella 12) il convegno sul Cotributo dell’Esercito alla Guerra di Liberazione con interventi del capo dell’Ufficio Stoorico SME, Antonino Zarcone, e di studiosi quali Mariano Gabriele, Andrea Ungari, Federica Saini Fasanotti, Elena Dundovich, Marco Severini, Antonello Biagini e  il nostro editorialista, Aldo A. Mola autore di “Giellisti” (ed. Cassa Risparmio di Cuneo).
DATA: 28.04.2013
 
DATE E SIMBOLI DI UNA REPUBBLICA AL CREPUSCOLO

Manifesto comunista per il 25 aprile e la repubblicaLo sappiamo bene: la repubblica ha i suoi riti e i suoi simboli da celebrare e oggi, 25 aprile, si ricorda uno di essi ovvero la liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Furono soprattutto gli americani a liberarci, al contrario di quello che ci vuol propinare una certa storiografia faziosa. Una liberazione che creò un capro espiatorio nella figura del terzo Re d’Italia Vittorio Emanuele III che, spostandosi da Roma a  Brindisi il 9 settembre del ‘43 e ricostituendo lo Stato legittimo, scontò con l’esilio perpetuo (anche da morto) l’aver voluto salvare l’Italia dalla furia cieca del nazi-fascismo. Anche l’ex presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi disse in un’intervista che il Re, spostandosi a Brindisi, diede continuità allo Stato legittimo, sfatando i vecchi luoghi comuni della grande fuga. Una data quella di domani divenuta nell’immaginario collettivo festa della repubblica anche se ancora nell’aprile del 1945 eravamo in era monarchica; ma che importa? Del resto non eravamo in repubblica neanche dopo il Referendum del 1946 quando il primo ministro De Gasperi assunse su di sé i poteri di Capo dello Stato di una repubblica non ancora proclamata. La storia poi fece il suo corso, le proteste non ebbero il seguito sperato, fu una vittoria politica di De Gasperi e Togliatti quella del ‘46. Il 25 aprile insieme alla festa della repubblica del 2 giugno sono ormai considerate le due date che racchiudono la repubblica stessa dove essa si autocelebra. Una repubblica che rimane aggrappata al passato perché non riesce a costruire il suo presente. Lo vediamo oggi con l’elezione per la seconda volta di Giorgio Napolitano alla massima carica dello Stato repubblicano, non era mai accaduto che un Presidente della repubblica venisse eletto per la seconda volta, e questo si badi bene non si è verificato perché egli si fosse unto di particolari meriti nello scorso settennato ma è accaduto perché le forze politiche non sono riuscite ad indicare un altro candidato alla presidenza! Brutto segno questo, siamo alla fine dell’era repubblicana? Comunque oggi fanno finta che nulla sia successo… aggrappati come sempre a un torbido passato!
Roberto Carotti - Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 25.04.2013
  
LA SCOMPARSA DELL’ON. BUONTEMPO

Teodoro BuontempoOggi 24 Aprile è venuto a mancare l’on. Teodoro Buontempo esponente storico della destra italiana. Abruzzese di nascita, munito di quello spirito forte ed indomabile tipico di quella splendida terra, Buontempo era giunto a Roma molti anni fa iniziando un attività politica sempre attenta agli emarginati, ai più poveri, ai più soli od ai più deboli guadagnandosi spesso la simpatia di quel mondo lontano dall’attenzione dei palazzi. Grintoso, spesso al limite del politically correct, fu sempre in prima linea nelle piazze e nelle strade tra la gente. Ebbe grande rispetto per i valori dell’UMI con cui mantenne rapporti di grande stima e cordialità difendendone il diritto ad esprimersi in libertà. L’Unione Monarchica Italiana desidera ricordarne con profondo rispetto la figura ormai scolpita nella storia nazionale e consegnata alla memoria di chi ne incrociò il cammino e ne conserva l’esempio nel cuore.
DATA: 24.04.2013
  
LA CRISI NON E’ AFFATTO RISOLTA, E’ SPAVENTOSA, MA NE ABBIAMO VEDUTE DI PEGGIO

di Aldo A. Mola

Giorgio Napolitano   La crisi è gravissima perché tanti si ostinano a non capirlo e mettono il bastone tra le ruote. Siamo in fase pre-agonica, ma non ancora alla fine. Basta capirci. L’Italia odierna sta all’Europa  attuale come il ducato di Parma stava all’Italia nei secoli precedenti l’Unità nazionale del 1861. L’Italia di oggi è come quel Ducato di Parma: priva di vera sovranità, “a noleggio”.  Malgrado tutto  Parma era e rimase la capitale del bel canto (Giuseppe Verdi) e della gastronomia. Anche oggi in Italia molti ancora  cantano e mangiano e sperano che ci pensi il Salvatore. Adesso ve ne è uno…, ma per quanto tempo? E che cosa potrà fare? Diciamo che  staremmo molto peggio se presidenti della repubblica fossero stati eletti Romano Prodi o Stefano Rodotà, due visionari straricchi:  uno vedeva i segreti del sequestro Moro sul fondo della tazzina di caffè; l’altro  non esce dalle utopie libresche.  
   Come fosse il Gioco dell’Oca siamo tornati alla casella  di partenza. Il rieletto Napolitano ha in mano tre armi formidabili: imporre un governo di unità nazionale, chi ci sta ci sta e chi sta fuori ne renderà conto non ai manuali di storia ma alla piazza (non i grillini e la sinistra salottiera ma i moderati, i risparmiatori, i piccoli proprietari, quelli che sono stufi di pagare il magna magna altrui e l’inconcludenza di cui sono complici anche quanti dicono “no questo, no quello, no tutto”); oppure scioglie le Camere; oppure (perché no?) si dimette entro due settimane per dare l’ultimo esempio (sarebbe il suo primo vero “messaggio alle Camere”, come fece  Cossiga), si batte il petto e ammette quello che è sotto gli occhi  di tutti: questa  costituzione rigida  è ormai lontana anni luce dalla realtà contemporanea. E’ inadeguata. Anche il baccalà è rigido, ma col tempo puzza.
Dunque, nulla di grave, a patto che entro tre giorni  Napolitano vari il governo. Ne fece uno di soppiatto nel novembre 2011 quando nessuno immaginava che in quattro e quattr’otto avrebbe nominato senatore  a vita Mario Monti e varato il governo che ha fatto tanti disastri. Ci starà  ben pensando in queste ore.  
Certo l’odierna è un’Italia degli equivoci: con il presidente  Monti non ancora sfiduciato, il piddino  Bersani presidente  incaricato provvisorio ma dimissionario piangente dalla segreteria del suo parito, una Bindi dimissionaria urlante che vuole impedire il governo che non le piace, insomma un sistema che sancisce il fallimento della repubblica e la rovina dei cittadini.
Se davvero ci crede, Napolitano deve battere  il pugno sulla scrivania. Imporre. Come fosse il re.
Buon sangue non menta.
Aldo A. Mola
DATA: 23.04.2013
  
ITALIA, NAVE SENZA NOCCHIERE IN GRAN TEMPESTA

   Non resta che affidarsi alle parole del mai dimenticato “padre Dante” la cui sepoltura non ha raggiunto Bolzano da Ravenna per il solo motivo che il nostro sommo poeta fu a suo tempo cremato. Temo altrimenti che i suoi resti mortali avrebbero rotolato oltre il Brennero per un secondo e dignitoso esilio. In questi giorni si è infatti visto di tutto! Accordi di ogni genere per lo più destinati al fallimento, tradimenti nelle aule parlamentari, indegni salti di ogni tipo nelle urne segrete, machiavellismi degni della fantasia di Tomasi di Lampedusa, situazioni che sarebbero al limite del grottesco se non fossero disgraziatamente drammatiche in un paese morente. Episodi che fanno sembrare il trasformismo storico dei vari Depretis una bazzecola della storia. Partiti di massa che si sfaldano come neve al sole rivelando fragilità tipiche di fredde inumane fusioni, nonché giochi ed accordi di palazzo che fanno rabbrividire chi ogni giorno si uccide per la disperazione non ultimo l’imprenditore che, galantuomo raro, è giunto alla determinazione di togliersi la vita piuttosto che sancire il licenziamento dei suoi dipendenti. Quale regalo da queste giornate tragicamente comiche? Una riconferma che fa discutere e procura rabbia nelle masse poiché intrisa dell’odore fastidioso dellinteresse della casta. Mille discussioni per tornare infine alla prima repubblica. Non se ne sentiva il bisogno alla vigilia della terza che, francamente, ci stava già stretta non meno delle due non brillanti precedenti. Chi grida, chi minaccia, chi invoca il grido delle piazze e chi si accomoda ad “operazione Quirinale” compiuta. Ma qualcuno che invece brilli di vitalità per affrontare i problemi della popolazione e del paese ormai al collasso? E’ vero, che ingenuo, qui non siamo in Belgio, in Inghilterra, in Spagna, in Svezia e così via. Il padre della patria, il nocchiere, il garante dell’unità nazionale e della libertà non ci pare proprio, malgrado tutto, di scorgerlo in cima ai romani colli.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino

DATA: 23.04.2013
 
LUIGI CARLO FARINI, UN MEDICO SEVERO PER LA TERZA ITALIA

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21/04/2013
 
Luigi Carlo Farini      “Fare l’Italia degli italiani”, non di un partito, di sedicenti illuminati, di manipolatori di siti web e di televoti… L’Italia ha urgenza di cure adeguate alla gravità dei suoi mali. Buon dottore non è quello che seconda il paziente. Vale il motto antico: “medico pietoso, ferita cancrenosa…”.  Centocinquant’anni fa l’Italia ebbe presidente del Consiglio il clinico romagnolo Luigi Carlo Farini (Russi, Ravenna, 22 ottobre 1812- Quarto di Genova, 1 agosto 1866). Laureato in medicina all’Università di Bologna a ventun anni, Farini si formò nel clima della feroce regime antiliberale del cardinal-legato Agostino Rivarola. Nel 1834 suo zio, Domenico Antonio, fu  assassinato dai sanfedisti. Il  malgoverno clericale entrava nella vita quotidiana dei sudditi. Degradava la religione a strumento di controllo politico e della vita privata. Già noto per studi delle cause sociali ed economiche della pellagra, il “mal della rosa” che imperversava sommando malnutrizione e carenza di igiene, Farini mirò a migliorare la risicoltura conciliando produzione alimentare e sanità. Avversario delle sette e dei metodi fanatici di Giuseppe Mazzini, rifugiato in Toscana grazie a Don Giovanni Verità, poi a Parigi, ove conobbe Arago e altri insigni clinici, Farini ebbe poi in cura Gerolamo Napoleone Bonaparte, figlio dell’ex re di Westfalia, Gerolamo, che lo introdusse nella cerchia dei liberali, ispirati da Carlo Gerolamo, “Plon-Plon”, massone, futuro sposo di Clotilde dei Savoia, cugino di Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, ideatore dei Congressi degli scienziati italiani, vero volano dell’opinione nazionale tra il 1840 e il l’età di Pio IX, dello Statuto dato da Carlo Alberto di Savoia al regno di Sardegna, della prima guerra d’indipendenza (1848-1849).   Passato a Torino Farini scoprì ed elogiò  la “ confidenza e la concordia tra governanti e governati”, la fusione tra la “casta aristocratica”, la borghesia e il Re, che “amava e favoriva  il moderato progresso”. Da italiano, quale si sentiva, puntò sul Piemonte di Cesare Balbo e di Camillo Cavour, degli Azeglio, di Lorenzo Valerio e di quel Silvio Pellico la cui Francesca da Rimini aveva applaudito da studente, guadagnandosi la fama di liberale e il sospetto di cospiratore.
 Tornato nello stato pontificio, dopo la costituzione promulgata da Pio IX, dal cardinale Giacomo Antonelli fu incaricato di una delicata  missione presso Carlo Alberto. Il triumvirato della Repubblica Romana lo spogliò di ogni carica. Si trasferì quindi in Toscana e nuovamente a Torino ove nel 1851 Massimo d’Azeglio lo volle ministro della pubblica istruzione dopo Pietro Gioia. “Italiano e liberale, sincero cattolico e sincero promotore della libertà della chiesa”, come fece sapere di sé a Pio IX, Farini collaborò a giornali e riviste con centinaia di articoli e scrisse documentate opere di storia, una delle quali, sullo Stato romano, fu tradotta in inglese da lord Gladstone. Dopo l’armistizio di Villafranca (luglio 1859), prese in mano le sorti del ducato di Modena per evitare che dal regime di Francesco V d’Asburgo-Este passasse alle lotte di fazione.  Tornato presidente del Consiglio dopo il governo Lamarmora-Rattazzi,  Camillo Cavour volle ministro dell’Interno il romagnolo Farini, che fu il regista del  plebiscito (11-12 marzo 1860) con il quale le Province emiliane dichiararono di volere re costituzionale Vittorio Emanuele di Savoia. Grato, il sovrano gli conferì il collare della SS. Annunziata, benché non fosse di famiglia aristocratica. Eletto deputato in ben otto collegi, a metà agosto Farini andò con il generale Enrico Cialdini a Chambéry per strappare il consenso di Napoleone III all’aggressione sabauda allo Stato Pontificio: bisognava  prendere sotto controllo l’avanzata di Garibaldi dalla Sicilia verso Napoli e impedirgli di arrivare a Roma. “Fate, ma fate in fretta” fu la direttiva dell’imperatore. Farini raggiunse poi il re a Napoli e il 6 novembre venne nominato luogotenente generale delle Provincie napoletane, che dieci giorni prima avevano dichiarato di volere l’Italia “una e indivisibile” con re Vittorio Emanuele. Fu una prova durissima documentata dalle sue lettere a Cavour: “Ho trecento carabinieri e trentamila ladri…distretti  interi in balia dei briganti…centomila postulanti intorno, i garibaldini che ringhiano”. Chiedeva i mezzi per avviare opere pubbliche, lenire la disoccupazione, elevare il credito delle istituzioni. Già malato, si dimise e fu sostituito da Eugenio di Savoia, principe di Carignano. Con il conterraneo Marco Minghetti  Farini abbozzò la riforma degli enti locali: rafforzamento delle province e creazione delle regioni per armonizzare  la realtà effettiva degli stati preunitari con il governo centrale. Scrisse il discorso con il quale Vittorio Emanuele II  il 18 febbraio 1861 aprì l’ottava legislatura  del regno di Sardegna e la prima di quello d’Italia, sintetizzato nella formula: “Faremo l’Italia degli Italiani” (parole invero non dette dal re).
  Quasi due anni dopo il regno  d’Italia (non ancora riconosciuto da molte grandi potenze) fu sul punto di sfasciarsi per l’improvvida spedizione garibaldina “Roma o morte”. A Rattazzi, dimissionario, subentrò proprio Farini, con Giuseppe Pasolini agli Esteri, Marco Minghetti alle Finanze, l’arabista siciliano e massone Michele Amari  all’Istruzione e il generale Federico Menabrea ai  Lavori Pubblici. Quando enunciò il programma era ormai “consunto, emaciato, cadente”. Poi precipitò. Il 22 marzo 1863 venne sostituito da Marco Minghetti, futuro artefice del pareggio di bilancio attraverso la tassazione spietata d’intesa con Quintino Sella.
   Straziato dai lutti, di delirio in delirio Farini s’avviò alla fine. Morì poverissimo. Ai suoi funerali provvide lo Stato. La sua opera venne continuata dal figlio, Domenico, già allievo dell’Accademia militare di Torino, massone, deputato, presidente del Senato, autore di un Diario che costituisce il più grande affresco della politica italiana di fine Ottocento. Lo scriveva ogni sera, mentre leniva i dolori di una atroce malattia. Il medico Luigi Carlo Farini rimane esempio di dedizione alla Patria spinta sino all’esaurimento delle risorse fisiche. Le cure severe da lui proposte per “fare l’Italia degli italiani” non vennero adottate. Appena arrivò al governo, la Sinistra iniziò a spendere anche quanto non aveva in cassa:  “finanza allegra” e avventure coloniali, anziché austere riforme sociali. Il suo cammino fu poi ripreso da  Giovanni Giolitti: per conservare bisognava riformare.
Aldo A. Mola 
DATA: 23.04.2013
   
LEGITTIMITÀ DI NAPOLITANO E INADEGUATEZZA DELLA REPUBBLICA

   Quanto accaduto da giovedì scorso fino alla rielezione di Napolitano ha dell’incredibile. Nemmeno un estroso narratore di fantapolitica sarebbe riuscito ad immaginare tanto, ma in Italia tutto è possibile. I grillini evocavano il colpo di Stato, SEL non si è adeguata agli ordini di scuderia, la piazza e la rete sono insorte gridando allo scandalo e alla mobilitazione generale. L’unica realtà obiettiva è che Napolitano è stato eletto con una larga maggioranza (superiore al 70%) che ha unito PD, PdL, Lega e -ovviamente- l’accozzaglia montiana. Ne esce quindi come presidente forte e legittimo che si “sacrifica” per porre fine ad una paradossale situazione dalla quale non si sarebbe riusciti ad uscire. Pace e onore al merito: ce lo terremo potenzialmente per sette anni ancora, se la natura lo vorrà. È inutile fare dietrologie sul fatto che probabilmente sia stato tutto progettato da tempo. La situazione politica è talmente grave che ora la priorità è cercare di dare stabilità al paese, cosa che si potrà ottenere unicamente con nuove elezioni dopo un’opportuna riforma elettorale, e fuggire il prima possibile dal prossimo “governo del presidente” che verrà formato a breve, magari con Amato o qualche altro professionista della politica e amico delle lobby. Come se fosse una cosa semplice…
Il dato che ci interessa è che mai come in queste giornate convulse si sia evidenziata l’inadeguatezza di questo sistema repubblicano. Noi lo andiamo dicendo da sempre: è un’ipocrisia imporre come Capo dello Stato super partes una persona (qualsiasi essa sia) che è mostruosamente di parte! I Grillini denunciano il Napolitano bis come “inciucio” tra partiti. Ma un altro presidente sarebbe stato diverso? È la natura repubblicana quella di eleggere un uomo frutto di un accordo, di un inciucio. È ipocrita e demagogico attaccare Napolitano quando il problema è la forma istituzionale. Ma dubito che vi sia un politico con l’onestà di ammettere questo fattore.
Le Istituzioni repubblicane stanno implodendo. Il più grande partito d’Italia, dopo avere ottenuto la maggioranza dei voti, è collassato su se stesso; gli italiani hanno perso la fiducia nella politica e si affidano all’antipolitica militante non capendo che è uno strumento gattopardiano mosso da lontano; la gente protesta e la crisi economica, quella che affama davvero il popolo, incombe sempre di più.
Il momento storico che stiamo vivendo è unico e non so quando e se si ripresenterà. Non dobbiamo venire colti impreparati da un sempre più probabile inabissamento del sistema. I monarchici non devono stare solamente a guardare perché l’affossamento della repubblica sarebbe anche l’affossamento dell’Italia, il nostro bene supremo. Mi appello a tutti i dirigenti e i militanti per intensificare le attività di presenza sul territorio al fine di farci conoscere. Quando il gigante con i piedi d’argilla crollerà, gli italiani non dovranno scoprire la nostra esistenza perché sarebbe troppo tardi. Dovranno indicare in noi la soluzione.
                                                                                                              
Davide Colombo
Segretario nazionale U.M.I.
Roma, 21 aprile 2013
DATA: 21.04.2013
 
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO. TORNI LO SPIRITO DEL 150° DEL REGNO
GIORGIO NAPOLITANO RIELETTO CAPO DELLO STATO
BISOGNO DI MONARCHIA


   La rielezione dell’on. Giorgio Napolitano a Capo dello Stato conferma il bisogno che la Suprema Istituzione dello Stato  rappresenti la storia d’Italia dalla nascita del regno, frutto del Risorgimento. Sofferenze, sacrifici, battaglie, vittorie dopo 1500 anni di dominazioni straniere dettero agli italiani indipendenza, unità, libertà.
   La rielezione non è il ritorno “di” Napolitano ma “a” Napolitano: è una tappa del faticoso cammino dei cittadini verso la riconsacrazione della politica dopo decenni di profanazione dei Simboli dello Stato e della memoria della Patria.
   Alla vigilia del Natale della Città Eterna, i monarchici plaudono al rifiuto del settarismo di cui il Presidente Napolitano si fa interprete e auspicano che lo Spirito del 150° della costituzione del Regno fondato da Vittorio Emanuele II torni ad animare Cittadini e Istituzioni.
                                                                                                                  
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola
Roma, 20 aprile 2013
DATA: 20.04.2013
 
IL PROGETTO  DI UN DOCUMENTARIO SUL REGIO SOMMERGIBILE MALACHITE

L’orologio segna le 11,03 quando, a 8 miglia al largo di Capo Spartivento, davanti alle coste della Sardegna meridionale, uno squarcio s’apre nella fiancata del Regio sommergibile Malachite, di ritorno da una missione in Algeria. Il siluro, lanciato da un altro sommergibile, l’olandese Dolfijn, non lascia scampo al Malachite: affonda, dopo aver sollevato la prua verso il cielo, portandosi in fondo al mare in 50 secondi un carico di morte. Trentacinque uomini, tra ufficiali e marinai, perdono la vita. Tredici si salvano. E’ il 9 febbraio 1943: un’altra tragica pagina della Seconda guerra mondiale è scritta. Per oltre mezzo secolo il Malachite è rimasto a meno 123 metri di profondità ma nessuno sapeva dove si trovasse esattamente. Poi nel 1999 la scoperta del relitto e la storia del Regio sommergibile è tornata a galla. Insieme alle storie di eroismo e sacrificio di quegli uomini. Come un grande museo di guerra, il Malachite è adagiato di 45 gradi sul fondo: nella sagoma scura si notano la torretta, il cannone, il boccaporto, due periscopi. Le immagini ci restituiscono la sua imponenza e ci obbligano, col loro carico di doloroso mistero, a ricordare e riflettere.
A settant’anni dall’affondamento un documentario vuole ricostruire la vicenda, raccontare cosa accadde nei convulsi giorni del ‘43, soffermarsi soprattutto sui ritratti di quei marinai – la maggior parte giovanissimi – che immolarono la propria vita in nome di un ideale. Attraverso testimonianze dirette e indirette di chi ha incrociato la parabola del Malachite, il lavoro documenterà anche la preparazione e la messa in opera della missione del team di sub che filmeranno con dovizia di particolari, sfruttando tecniche che permettono riprese di alta qualità, il grande relitto del sommergibile.
È possibile sostenere il progetto con una sottoscrizione di quote attraverso produzioni dal basso.
I fondi raccolti attraverso la sottoscrizione delle quote saranno destinati a coprire parte delle spese relative alle immersioni e alle riprese subacquee.


informazioni: info@karel.it

DATA: 16.04.2013
   
ANCHE GENOVA DIMOSTRA LA PROPRIA VICINANZA AI MARÒ

ANCHE GENOVA MOSTRA LA PROPRIA VICINANZA AI MARÒNella giornata di martedì 9 aprile si è svolto, presso l'Hotel Bristol in via XX settembre a Genova, un presidio seguito da una conferenza che ha avuto come oggetto la vergognosa situazione in cui versano i nostri due fucilieri del glorioso Reggimento San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Anche la sezione genovese dell'Unione Monarchica Italiana era presente all'evento, per portare la propria solidarietà ai nostri due Marò, ma soprattutto per ribadire che non è stata offesa solamente la dignità di due esseri umani e di due soldati, ma accanto a ciò si è calpestata anche la dignità intera del nostro Paese e del nostro Popolo. E non è la prima volta che i diritti dell'Italia vengono derisi a livello internazionale, ma continuiamo a vederci umiliati anche dai Paesi più "umili" senza che questa povera repubblichetta dia segno della minima reazione. L'UMI pertanto esprime la vicinanza ai due Marò ed all'intero Popolo Italiano.
Chiunque volesse comunicare direttamente la propria solidarietà a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone può inviare una mail all'indirizzo ambasciata.newdelhi@esteri.it.
Lorenzo Scotti - U.M.I. Genova
DATA: 16.04.2013
 
CONDANNA DEL TERRORISMO E SOLIDARIETÀ AGLI U.S.A.

Bandiere americane listate a lutto  L’Unione Monarchica Italiana, sgomenta dopo i vili attentati che hanno colpito la maratona di Boston, esprime la massima condanna nei confronti della violenza e si stringe attorno al popolo americano che ha dovuto subite l’ennesimo attentato a danni di civili inermi.
Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Davide Colombo hanno indirizzato a S.E. l’Ambasciatore degli U.S.A. David Hoadley Thorne un messaggio di solidarietà e di vicinanza per l’accaduto.
Indipendentemente dalla matrice dell’attentato, l’idea che chiunque risulti vulnerabile di fronte alla furia omicida terrorista rimane un gravissimo vulnus della nostra società. Auspichiamo che gli autori del folle gesto vengano individuati e assicurati al più presto alla giustizia e volgiamo il nostro rispettoso pensiero alle vittime dell’attentato.
Roma, 16 aprile 2013
DATA: 16.04.2013
  
UNA PAGINA TRAGICA DI STORIA: ITALIANI DI CRIMEA

Articolo pubblicato su il giornale ligure "Il Cittadino"

Giulio Vignoli - La tragedia sconosiuta degli italiani di CrimeaOgni anno, il 29 gennaio, la comunità italiana di Kerch in Crimea sul Mar Nero si riunisce al molo per pregare. Per cantare “Fratelli d’Italia” e “Va, pensiero” ricordando la deportazione di massa in Kazakhistan, 1942, che Stalin ordinò per i nostri connazionali e i familiari, considerati nemici del popolo. I due terzi morirono nel tragitto di ottomila chilometri sui carri piombati, per fame e malattie. Finita la guerra dopo la denuncia dei crimini staliniani da parte di Kruscev, la maggior parte dei sopravvissuti tornò in Crimea, a mani vuote e i beni confiscati non furono restituiti. Nel ’91 il parlamento sovietico ha approvato una mozione di condanna delle deportazioni staliniane indicando venti nazionalità da riabilitare, ma non l’italiana. A fronte di deportazioni etniche che hanno riguardato migliaia, perfino milioni d’individui, perseguitati dalla “follia criminale del comunismo” come la definisce il professor Giulio Vignoli, i 2000 italiani di Crimea sono irrilevanti.Gli italiani di Crimea – Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio (Edizioni Settimo Sigillo, euro 16) è il nuovo saggio di Vignoli e le voci dei testimoni sono raccolte da Giulia Giacchetti Boico. Fa seguito a L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea degli stessi autori, presentato nel 2008 a Palazzo Ducale.  Nell’occasione alcuni testimoni suscitarono profonda commozione per quella comunità italiana, in Crimea dal 1830 per un flusso migratorio specie dalla Puglia, comunità che poi subì tre deportazioni tra il ’42 e il ’44.  Tuttora Giulia Boico tiene corsi d’italiano gratuiti in una stanza in affitto a spese dell’associazione Cerkio (Comunità degli Emigrati nella Regione di Kerch Italiani d’Origine). Giulio Vignoli, già professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova, autore di numerosi studi sulle minoranze italiane nel mondo (i profughi istriani, giuliano e dalmati, Nizza italiana e di recente i connazionali cacciati dalla Libia) non si è mai accontentato solo di fonti scritte, cercando con viaggi personali i testimoni del tempo. Nella prefazione il giornalista Stefano Mensurati mette in risalto la sua tenacia nel rintracciare queste nostre “orme” e come però Vignoli “si sia scontrato con l’indifferenza e il fastidio dell’Italia ufficiale”. Ad inizio libro, una precisazione: l’invio – senza risposta!- del volume del 2008 (con segnalazione della data della raccomandata e della ricevuta di ritorno) a Napolitano.
Quanto al comunismo a pagina 144 un testimone, Valentino Malyscev Bruzzone di Mariupol, ricorda che dei 1500 comunisti italiani (che là si rifugiarono nel 1924 dal fascismo italiano) 1200 furono fucilati. Nel 1933 suo nonno con i tre figli maschi fu rimpatriato in Italia mentre sua madre, sposata con un russo, dovette restare. Nel 1938 suo padre fu arrestato per questi legami familiari italiani, e poi fucilato. La madre venne ricoverata in una “prigione psichiatrica”, un’invenzione del NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni che ebbe altri nomi tra cui KGB). I prigionieri vi morivano presto o i medicinali psicotropi ne rovinavano la volontà.
A proposito dell’inaugurazione della lapide in memoria delle vittime italiane, posta nel 2007 presso San Pietroburgo, Bruzzone commenta: “Dall’Italia sono venuti più di cento loro parenti. Presente anche “un politico comunista o sedicente non più tale”, Piero Fassino, a rappresentare ufficialmente la Repubblica italiana. Che spudoratezza!” Voglio concludere ricordando alcune delle efferatezze.
- L’illusione del Kolkos, la cooperativa agricola collettiva.  Per formarla negli anni Trenta i contadini benestanti furono espropriati e confinati in Siberia. Gli altri furono costretti ad iscriversi al Kolkos: una “servitù della gleba statale”. In un Kolkos modello, l’italiano “Sacco e Vanzetti”, Marco Simone (l’italiano che lo dirigeva) nel 1938 viene arrestato con altri connazionali per una denuncia falsa. Mandato in esilio, vi muore nel 1943. Per la collettivizzazione forzata delle campagne, molti italiani volevano tornare in Italia. Dalle schede del consolato di Odessa per Nicola Di Fonso (che lavorava al “Sacco e Vanzetti”) è scritto: “Le scarse compartecipazioni che riceve sono appena sufficienti per pagare le forti imposte applicategli”. Per i comunisti russi, progenitori dei nostri, “paghe basse e tasse alte” sono “Metodo”.
- La lettera come civiltà.
Il testimone Demetrio Timoskin La Rocca (o Larocco) ricorda come Antonio, zio di sua nonna,  nel 1921 a vent’anni raggiunse New York e molto tempo dopo spedì loro una lettera con 100 dollari per aiutarli. In Unione Sovietica i questionari per l’iscrizione agli studi chiedevano “hai parenti all’estero?” e chi rispondeva “sì” era sospettato e discriminato. Demetrio, che ora vive in Germania, riesce poi a sapere  dello zio Antonio, poiché l’indirizzo sulla lettera era stato abraso, su Internet, un motore di democrazia come la lettera. Osserva: “Non capisco la posizione della Repubblica italiana. In Germania tutte le persone di origine tedesca ricevono non solo la cittadinanza, ma anche il risarcimento del danno morale”.
Da noi, gli unici a muoversi finora sono stati i privati con donazioni e ricerche negli archivi anagrafici e nelle diocesi delle città italiane di origine per far riconoscere l’italianità ancora negata. E’ anche la Dante Alighieri i cui primi contatti con gli italiani di Crimea risalgono al 1993 con l’istituzione di un comitato a Kerch che ora non esiste più ma sarà presto ricostituito. A Kerch è di nuovo centro di aggregazione la Chiesa cattolica, costruita nel 1830 ma sotto il comunismo adibita a palestra.


Maria Luisa Bressani
DATA: 16.04.2013
    
MAL CHE VADA VIVA VERDI!!

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14/04/2013
 
    L’orizzonte è basso. Siamo anni luce dagli entusiasmi per  il 150° dell’unificazione d’Italia di appena due anni fa. Si fatica a sollevare il capo da una crisi che non è solo economica, finanziaria, ma ormai deprime la psiche delle folle perché semina sfiducia. Eppure il passato fornisce tanti motivi per forare le spesse nubi incombenti e rivedere l’azzurro. Giova confrontare le difficoltà presenti con quelle, infinitamente maggiori, superate dagli italiani orgogliosi di sé, uomini liberi, capaci di ideali, nemici della retorica. Un’occhiata a quell’Italia: il 19 marzo 1863 la Camera convalidò l’elezione a deputato del  gesuita Carlo Passaglia, fautore del riconoscimento del regno  d’Italia da parte della Santa Sede. Pochi giorni dopo, ormai fuori di senno, il  primo ministro Luigi Carlo Farini aggredì re Vittorio Emanuele II con un affilato tagliacarte in pieno consiglio dei ministri per imporgli di intervenire a fianco dei polacchi insorti contro il dominio straniero: una battaglia generosa e sfortunata che costò la vita a molti volontari garibaldini. Il 1863 fu l’anno della legge Pica, che moderò la repressione del brigantaggio meridionale, sostituendo i procedimenti sommari con regolari processi; e dell’istituzione del Tiro a Segno Nazionale, palestra della “nazione armata”, terreno di convergenza tra Garibaldi e le Forze Armate, l’esercito del Re. L’Italia era un fervore di entusiasmi. Cantava. Lo aveva appreso da Giuseppe Verdi (Busseto, Parma, 10 ottobre 1813-Milano, 27 gennaio 1901). Cinquantenne, Verdi era all’apice della gloria. L’anno prima aveva  composto l’ “Inno delle Nazioni” per l’Esposizione Universale di Londra, nel quale miscelò il “Canto nazionale” di Michele Novaro (“Evviva l’Italia, l’Italia s’è desta…”) con  la “Marsigliese” e  il britannico  “Dio salvi il Re”: niente di giacobino né di mazziniano. Era un compositore regale. Del resto Verdi quel 1862-63 sedeva alla Camera. O meglio, era deputato, ma non la frequentava. A chiedergli di farsi eleggere fu Camillo Cavour in persona, che il 10 gennaio 1861 gli chiese di accettare la “cosa grave e molesta”, ma utilissima all’Italia. La sua elezione avrebbe concorso al decoro del Parlamento e al “gran partito nazionale, che vuole costituire la nazione sulle solide basi della libertà e dell’ordine”. Non solo. Avrebbe entusiasmato i “nostri immaginosi colleghi della parte meridionale, suscettibile di subire l’influenza del genio artistico assai più di noi abitatori della fredda valle del Po”.  Per ingraziarsi Verdi Torino ne mise in scena un’opera. Il massimo compositore melodrammatico italiano di tutti i tempi accettò. Il 3 febbraio 1861 fu eletto nel collegio di Borgo San Donnino, ma solo al secondo turno, in ballottaggio, con  339 voti  contro i 206 dell’avvocato Giuseppe Minghelli-Vaina su 978 aventi diritto. Non fu affatto un trionfo paragonabile allo strepitoso successo  delle sue opere precedenti (il “Nabucco” del 1842, i “Lombardi alla prima crociata” del 1843,  il “Rigoletto” e la “Traviata” del 1853…) e future (il “Don Carlos” del 1867, l’ “Aida” del 1871,  l’ “Otello” del 1887 e il “Falstaff” del 1893). Del resto Verdi si era appassionato, si, alla causa italiana, ma non alla politica politicante, alle lotte di fazione. Tre giorni dopo la dichiarazione di guerra dell’impero d’Austria al regno di Sardegna, il 29 aprile 1859,  sposò  a Colanges-sur-Salère la cantante Giuseppina Strepponi, con la quale conviveva more uxorio da molti anni, con scandalo di chi la sapeva già madre di due figli.    Ma Verdi era il paradigma della Nuova Italia, geniale e disordinata, lungimirante ma alle prese con tanti nodi ingarbugliati. Anche Verdi ne aveva uno in gola,  mai sciolto negli anni: la mortificante bocciatura al concorso per l’ingresso al Conservatorio di Milano con motivazioni staffilanti. Nel suo percorso fuse insieme l’ansia di protagonismo e  il bisogno degli italiani di darsi simboli, insegne, eroi. Chi meglio dell’autore di “Va pensiero” o del canto di morte di Violetta? Verdi, dunque, accettò l’elezione propostagli da Cavour, ma per una sola legislatura.  Dopo di lui San Donnino fu rappresentata da  Saverio Scolari, Giuseppe Piroli, Amos Ronchej.  Nel 1867 il ministro dell’Istruzione, lo offese celebrando Gioacchino Rossini  quale genio assoluto della musica. Era lo stesso Emilio Broglio che fece proprio il bislacco disegno di Alessandro Manzoni di imporre il fiorentino a tutti gli italiani e si attirò gli strali di Giosue Carducci.     Nel 1874 Verdi fece definitivamente  pace con la Nuova Italia. Vittorio Emanuele II lo nominò senatore, però non solo come “illustrazione della patria” ma anche perché pagava  oltre 13.300 lire di imposte dirette (il Senato era il freno di sicurezza per le stravaganze della “Camera bassa”: la monarchia statutaria si basava sul bicameralismo serio, non una sola Assemblea, fatuamente rivoluzionaria).  Verdi non ne fu entusiasta. Prestò giuramento un anno dopo la nomina (15 novembre 1875).  Il 19 marzo 1891 andò a visitarlo a Genova l’altro grande senatore d’Italia, Giosue Carducci, in compagnia di Annie Vivanti, sua travolgente passione lirica. I due Senatori erano fatti per intendersi. Non si dissero quasi nulla. Il massone Carducci  d’un tratto esclamò: “Io credo in Dio”. Secondo Annie,  “con la candida testa” Verdì annuì. Fu il loro testamento. Alla sua  morte il Grande Oriente mandò il labaro abbrunato benché non fosse mai stato affiliato. Era l’italiano che giorno dopo giorno aveva costruito se stesso, la patria, l’umanità. Era la Vera Italia. Universale. Da rimpiangere, quando si pensi che  (vero o leggenda) gli italiani scrivevano Viva Verdi  per dire “Vittorio Emanuele Re dì Italia”. Comunque, nel 1863 l’Italia stava molto molto peggio di ora. Ce la fece. Ce la farà, se gli italiani ci mettono del loro: a comunicare dagli “eletti” (che una volta voleva anche dire “i migliori”). 
Aldo A. Mola 
DATA: 16.04.2013
  
LETTERA APERTA AGLI ELETTORI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

La Costituzione non è una religione e noi non abbiamo bisogno di un gran sacerdote.
La nostra legge fondamentale è un patto, un’alleanza stretta tra noi appartenenti alla Nazione allo scopo di diventare cittadini, è l’intesa che abbiamo stabilito per regolare quanta della personale libertà ognuno debba sacrificare per avere in cambio sicurezza, protezione, sviluppo della comunità intera. La situazione attuale dell’Italia è sotto gli occhi di tutti, come alle orecchie di ognuno è arrivato potente il ruggito proveniente dalle urne. Folle e non altro sarebbe chi non ascoltasse, chi s’illudesse di risolvere tutto come spesso si è fatto: distraendo e confidando nel potere del tempo che passa. Stavolta gli scricchiolii non sono di assestamento, sono sinistri segnali che il patto si sta rompendo. Troppe parole inutili sono state ascoltate, troppi pessimi esempi sono stati forniti, a troppe ingiustizie ci si è dovuti piegare, troppe regole sacre sono state infrante. Non basterà ora pronunciare formule magiche e miscelare strane alchimie per saldare le crepe.
Adesso voi, voi che avete ricevuto dal popolo che ne è titolare una delega temporanea di esercizio di sovranità, voi siete chiamati ad assumervi la responsabilità di designare il campione della legge, più che il difensore l’incarnazione stessa della Costituzione, il Capo dello Stato, la personificazione della Nazione. In questo anno nuovissimo della Repubblica non scegliete un gerontocrate, non abdicate a logiche polverose e ormai pericolose, non frenate quello che è irrefrenabile. Eleggete un Presidente giovane, vigoroso, proiettato nel secolo appena nato; designate un patriota, un innamorato dell’Italia, un amante della storia, della cultura e della tradizione, ma di una tradizione che, come diceva Gustav Mahler, sia salvaguardia del fuoco, non adorazione della cenere. Soprattutto prendetelo dal popolo, aprite le porte alla vera sovranità. Questa carica non può più essere un coronamento di fine carriera, non può più rappresentare merce di scambio, non può più essere conferita a chi, per il solo fatto di essere parte del gioco, ha responsabilità per la situazione attuale. In quel palazzo deve entrare chi è innocente, chi ha dovuto subire ed è rimasto onesto, chi sa cosa vuol dire uscire dal supermercato e rigirarsi costernato lo scontrino fra le mani, chi in metropolitana, per le strade, nei negozi, nei caffè vive persone le più diverse e ha visioni più ampie di chi si rinchiude in recinti ideologici, sterili e bugiardi. E’ giunto il tempo che chi deve faccia un passo indietro, è giunto il tempo di essere coraggiosi, è giunto il tempo di un nuovo giuramento.

Paolo Bagalà, Consigliere nazionale U.M.I.
DATA: 16.04.2013
   
PERCHE’ COMBATTIAMO?

PERCHE’ COMBATTIAMO?  Durante l’ultima guerra mondiale fu stampato un opuscolo che, tronfio di retorica di regime, spiegava con la dovuta attenzione i motivi per cui l’Italia partecipava al conflitto. Suggeriva in modo dettagliato le risposte da dare a coloro i  quali, a volte per semplice acume pratico e politico, sollevavano leciti dubbi sull’andamento degli eventi bellici. Quel titolo era, e non a caso, semplice ed efficace: Perché combattiamo? Una domanda che, aldilà dei documenti storici, chiunque esponga la propria esistenza ed investa il proprio tempo per un ideale od un valore si è certamente posto almeno una volta nella vita. Di questi tempi, circondato da un declino morale oltre che economico e pratico, mi sono spesso posto questo quesito nei momenti di maggiore disagio. Chiedendomi se valeva ancora la pena stringere i denti per tenere alte le nostre bandiere, per imporsi di restare galantuomini in un mondo di cinici sciacalli, per aggrapparsi a sogni e valori lontanissimi nel tempo e ritenuti ingiustamente superati, per non allinearsi al gregge vile e muto e via discorrendo. E’ l’eterno dubbio che spesso fa capolino nel cuore degli idealisti ogni volta che annegano in un sospiro un po’ del veleno che il mondo moderno dispensa anche troppo generosamente. E quando questa domanda mi assilla mi viene in mente un ciclostile monarchico degli anni ’70 che trovai, da ragazzino, nella baita dei nonni in Piemonte. Un passo diceva “..chiunque senta l’orgoglio di far sventolare il tricolore sabaudo come fecero i nostri padri sui campi di battaglia…”. Ripenso a quelle parole, ai nostri padri, ai loro sacrifici, ai loro sogni, alle loro sofferenze, ai loro eroismi ed alle loro debolezze, alle loro speranze ed ai loro dolori. E un nodo in gola mi prende. In quel momento mi ricordo perché combattiamo. Per loro, per noi, per coloro che verranno, per un Italia ed un Europa migliori. Più umane soprattutto e meno strumentalizzate dal dio denaro. Per un futuro migliore. Al lavoro dunque, come scrisse Umberto II, ognuno al posto che la provvidenza gli ha assegnato!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 16.04.2013
  
IL COLLASSO DELLE ISTITUZIONI: IL NUOVO CAPO DELLO STATO RAPPRESENTI LA STORIA D’ITALIA

  La Consulta dei Senatori del Regno assiste con allarmata preoccupazione al collasso delle istituzioni repubblicane dello Stato d’Italia: il grigio crepuscolo del presidente della repubblica; l’evanescenza  del governo da lui voluto, presieduto dal prof. Mario Monti,  dimissionario dal 21 dicembre 2012; l’inerzia del Parlamento eletto l’ormai remoto 24-25 febbraio; l’inconcludenza del sig. Pierluigi Bersani, da tanto tempo incaricato di formare il governo e non ancora revocato; l’irrilevanza delle “riflessioni” e delle “proposte” dei  “saggi”, figure costituzionalmente inconsistenti, inventate dal presidente della repubblica quale mera dilazione della urgentissima formazione di un governo capace di risanare il Paese. Tutti i cittadini rischiano di rimanere travolti dalle macerie della repubblica.
  In presenza della crisi politica, economica, sociale e morale che attanaglia l’Italia, da noi prevista e ormai irreversibile, e mentre l’Istruzione e la Ricerca, vanto dell’età monarchica, sprofondano nel caos, la Consulta auspica che il prossimo Capo dello Stato ricordi che l’Unità si deve a Vittorio Emanuele II di Savoia.
  L’Italia  è il patrimonio ideale e morale lasciatoci in pegno da Umberto II quando il 13 giugno 1946 partì per l’estero a referendum inconcluso. Non consentiamo che esso venga dissipato da rapaci e da incompetenti occupanti delle posizioni di responsabilità di governo e dell’amministrazione, incluse banche e industrie di interesse pubblico.    
   La Consulta chiede con forza che il prossimo Capo dello Stato non sia espressione di una ideologia, di interessi di parte, di una fazione, né cupidigie straniere e di poteri non votati dai cittadini.
   Il Capo dello Stato deve rappresentare la Storia d’Italia: lo Stato unificato da Casa Savoia 1500 anni dopo il crollo dell’Impero Romano e secoli di dominio straniero.
Gli italiani hanno diritto a un Capo dello Stato nel quale riconoscersi cittadini di pieno diritto.   
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Roma, 14 aprile 2013

DATA: 15.04.2013
  
MONTEVERGINE E I RAPPORTI CON CASA SAVOIA

di p. Andrea Davide Cardin

Umberto all'arrivo a MonteverginePrendendo spunto dall’anniversario della morte di Umberto II, ultimo re d’Italia, morto in una clinica di Londra il 18 marzo 1983 e sepolto nell’Abbazia benedettina di Hautecombe, vorrei parlare dei rapporti di Montevergine con Casa Savoia. Le relazioni tra il Monastero di Montevergine e casa Savoia sono molto antiche, risalgono al XIV secolo  ed ebbero inzio con Margherita di Savoia, figlia del duca Amedeo VIII che dona alla Madonna di Montevergine un dipinto su tavola come ex-voto per lo scampato pericolo nella burrasca mentre si recava a Napoli per divenire la sposa di Giovanni II D’Angiò e approda a Sorrento incolume dopo aver invocato la Madonna. Dell’avvenimento si conserva un dipinto votivo assai importante per la storia dell’arte che raffigura la Vergine con bambino che prende per mano e trae in salvo la giovane regina periclitante su un vascello con l’albero spezzato e la vela lacerata dai venti. Con l’avvento dell’abate De Cesare il legame con casa Savoia si fa sempre più stretto avendo egli portato avanti la causa di beatificazione di Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli, mentre con l’abate Ramiro Marcone i rapporti con la casa regnante diventano di amicizia e si protraranno nel tempo giungendo sino ai giorni nostri. L’abate Marcone seppe che, nel luglio 1928, il principe ereditario Umberto di Savoia avrebbe presenziato il circuito automobilistico che doveva aver luogo ad Avellino il 2 settembre di quell’anno. Si affrettò sin dal 10 luglio a rivolgergli l’invito ad accettare per quella circostanza l’ospitalità “della nostra maestosa ed artistica Badia di Loreto”. Si esprimeva il vivo desiderio che, approfitando dell’occasione, Sua Altezza si degnasse in quel giorno a scendere sulla vetta del Partenio per visitare il nostro bel Santuario Mariano ma siccome il principe aveva già assunto impegni non potè accettare di presenziare a quella gara sportiva e che avrebbe rimandato a un’altra favorevole occasione la visita al Santuario Mariano sulla vetta del Partenio. [...]
DATA: 11.04.2013
  
OKKUPARE LA CAMERA PER LA SOVRANITA’ DEI CITTADINI

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 07/04/2013
 
  Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha molti meriti (li racconteranno i suoi biografi) ma non è al di sopra delle leggi e meno che meno è al di sopra dei fatti. Ora, un fatto è certo: può definire “non sfiduciato” il governo in carica, solo ricorrendo a un trucchetto messo in serbo a fine dicembre 2012. Monti Mario si dimise il 21 dicembre (Solstizio d’Inverno) senza affrontare il voto delle Camere, ove sarebbe stato sfiduciato, eccome. Quel giorno Napolitano aveva tre scelte: mandare Monti in Parlamento per verificare se avesse o no la maggioranza; accettarne le dimissioni e iniziare subito le consultazioni per formare un governo nuovo incaricato di traghettare il Paese alle elezioni (era questa la soluzione più limpida); oppure, ed è ciò che fece, accettarne le dimissioni con riserva e sciogliere il Parlamento. Così Napolitano evitò a Monti il voto di sfiducia, perché ormai superfluo e per carità di patria. Era il 21 dicembre. Calendario alla mano, lo fece in pieno “semestre  bianco”: un dettaglio dimenticato dai costituzionalisti di Palazzo (strano che non se ricordi Ainis). Perciò, solo per finta il governo Monti può essere gabellato come “non sfiduciato! Questa è la verità dei fatti, con buona pace del Quirinale. Adesso siamo allo stallo. Prima che divenga stallatico, i deputati debbono ricordare che sono stati eletti dai cittadini per portare l’Italia fuori da una crisi che non può essere curata con un cerotto antidolorifico come ormai è il governo Monti, con tanto di ministro degli Esteri che ha sbattuto la porta in faccia a lui e al presidente della repubblica senza che nessuno abbia battuto ciglio: un caso unico da Giulio Cesare a oggi. Ai cittadini importa poco se la presidente della Camera riduce un po’ le spese. Vuol solo dire che potevano farlo i suoi predecessori: Fini Gianfranco, Casini Pierferdinando, Bertinotti Fausto e via risalendo. E che si può tagliare ancora molto molto molto.   Adesso alcuni buontemponi raccontano che anche in Olanda e in Belgio hanno tirato in lungo prima di formare un governo. Già. Sono due Monarchie. Ricchissime. Stabili. Possono fare a meno di governicchi. Ma l’Italia non è una monarchia, né un principato di Monaco. E’ una repubblica in grande affanno.  Epperò è l’Italia.  Un paese dalla grande identità e dignità. L’Italia è Roma (che non è periferia della Santa Sede, con tuto rispetto per chi ne è sovrano) perché Roma è la nostra storia. L’Italia va dal crinale alpino alla Sicilia: è l’Italia delle Cento Città; è l’immensa realtà politica e morale costata generazioni di suppliziati che la vollero Stato e di un milione di morti nelle due guerre mondiali. Va rispettata.
A questo punto al Popolo della Libertà non resta che il passo da gigante: chiedere la convocazione delle Camere. E’ lo scatto di orgoglio di cui l’Italia ha urgentissimo bisogno. Senza Camere al lavoro il Paese affonda tra tasse e gabelle. Tramite i suoi deputati gli elettori del Popolo della Libertà debbono rianimare il Parlamento. Le sinistre hanno okkupato tutto per tanto troppo tempo, dalle scuole alle fabbriche alle tasche dei cittadini, dalle presidenze delle Camere a quella della repubblica. La risposta dei moderati, dei liberali è: attivare il Parlamento. Lì ognuno dica quel che davvero vuol fare. E’ l’opposto dell’ “Aventino”, sinonimo di viltà. E’ la rivendicazione della sovranità dei cittadini. Lì ognuno prenderà le sue responsabilità: quelle che Napolitano non ha assunto in questo crepuscolo della sua presidenza. Del resto non c’era aspettarsi molto di più da chi non ha mai usato lo strumento costituzionale a sua disposizione: il “messaggio alle Camere” in alternativa a troppi obliabili discorsi “di occasione”. In questa crisi aveva (e forse ancora ha) un’altra vera carta da statista: chiamare al Colle, a colloquio pubblico e tutti insieme, non i paggetti ma i capigruppo  dei partiti che siedono in Parlamento, e chiedere loro davanti ai cittadini che càspita vogliono fare di questo Paese allo stremo. L’alternativa è il caos. Quando tra pochi mesi sui cittadini cadrà un diluvio di tasse non è detto che tutti le possano e vogliano pagare. Vale anche per la pioggia di rapine camuffate da violazioni del codice stradale, rifilate nei modi più sleali e per motivi spesso risibili. I cittadini sono stufi di essere gabellati. Milano non è famosa solo per il Duomo, ma anche perché il ministro delle finanze di Napoleone, Francesco Prina, venne ucciso a colpi di ombrello dai cittadini esasperati e memori.
Era il marzo del 1814…, quasi duecento anni orsono. Non è detto che a cospetto dei soprusi i moderati scelgano sempre il suicidio. A volte perdono la pazienza. I milanesi che assalirono Prina ebbero alla testa Federico Confalonieri, un uomo d’ordine che aveva le tasche piene di farsele svuotare da ministri che nell’opinione condivisa erano ormai solo “governo ladro”. 
Aldo A. Mola 
DATA: 07.04.2013
 
SU "STOP" ARTICOLO SULLA COMMEMORAZIONE DI RE UMBERTO II A VICOFORTE

Sul numero del settimanale STOP oggi in edicola (anno IV n. 14 - 12 Aprile 2013 - euro 1) a pagina 46 e 47 viene pubblicato un articolo a firma Antonio Parisi dal titolo “Date una giusta sepoltura ai Re d’Italia”. L’autore parte dalla commemorazione tenutasi a Vicoforte lo scorso 16 aprile, alla presenza delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia con l’U.M.I. e la Consulta dei Senatori del Regno, per analizzare la situazione dei quattro Sovrani che ancora riposano in terra straniera. Parisi ha focalizzato l’attenzione sulla precaria situazione egiziana in cui la tomba di un Sovrano Cattolico come Vittorio Emanuele III può essere esposta a rischi e della necessità di trovare una soluzione per il rimpatrio di tutte le salme.Sul numero del settimanale STOP oggi in edicola (anno IV n. 14 - 12 Aprile 2013 - euro 1) a pagina 46 e 47 viene pubblicato un articolo a firma Antonio Parisi dal titolo “Date una giusta sepoltura ai Re d’Italia”. L’autore parte dalla commemorazione tenutasi a Vicoforte lo scorso 16 aprile, alla presenza delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia con l’U.M.I. e la Consulta dei Senatori del Regno, per analizzare la situazione dei quattro Sovrani che ancora riposano in terra straniera. Parisi ha focalizzato l’attenzione sulla precaria situazione egiziana in cui la tomba di un Sovrano cattolico come Vittorio Emanuele III può essere esposta a rischi e della necessità di trovare una soluzione per il rimpatrio di tutte le salme. Nell'articolo viene proposta un'intervista al Prof. Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno.
DATA: 05.04.2013
  
INTERVISTA AL CAPO DI CASA SAVOIA SULL’ATTUALE CRISI ITALIANA

Riproponiamo un'interessante intervista a S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, rilasciata al sito intelligonews.it

Amedeo di SavoiaIl Principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, interviene sulla crisi italiana, su questa “Repubblica dello stallo” (e non dello Stellone d’Italia). Interviene a modo suo, un po’ a gamba tesa, un po’ col fioretto. Risponde alle domande di IntelligoNews con piglio e ironia.
Altezza, come giudica questo lunghissimo lancinante, complesso, dopo elezioni. Con Bersani che non si fa da parte, Berlusconi che non molla, Napolitano che fa da regista di governi forse basati sul nulla, su Grillo ammazza-tutti e sul rischio di tornare al voto?
«Se dovessi definire questa nostra fase storico-politica la parola decadenza credo sia è la più azzeccata. Stiamo vivendo sulla nostra pelle la fine dell’impero romano».
Siamo, quindi, copie di un film antichissimo?
«Beh, potrei pure richiamarmi all’esperienza del 1922-24, con tutto ciò che ha comportato, in termini di dittatura, ma non osavo dirlo».
Grillo come Mussolini?
«Era un gioco. Ma mi dispiace tanto. Oggi il nuovo e il vecchio si stanno combattendo duramente e gli italiani non ne possono più. Renzi, ad esempio, aveva iniziato bene e ritengo rappresenti un’alternativa vera e autentica. Lui è credibile e potrebbe portare una ventata di novità, oltre che di preparazione. Mi piace la sua idea di rottamazione sobria».
E Grillo?
«Anche Grillo ha iniziato bene, alcune sue proposte sono condivisibili. Spero che il suo movimento non degeneri».
Lei si è soffermato sulla lotta tra il vecchio e nuovo. Bersani e Berlusconi incarnano l’Ancien Regime contrapposto alla presa della Bastiglia?
«Bersani e Berlusconi reiterano uno schema logoro che ingessa il quadro politico, bloccando le novità. I due dovrebbero lasciare il passo, aprirsi maggiormente, dovrebbero guardare verso l’alto, al nuovo Papa, meraviglioso esempio di rinnovamento nella tradizione».
E Napolitano, il suo ruolo sta crescendo enormemente…
«Napolitano sta colmando un vuoto, un pauroso vuoto istituzionale, altrimenti qui la crisi avrebbe raggiunto livelli terribili, coi rischi che possiamo intuire: depressione, disperazione, rabbia sociale, povertà».
I 10 saggi (una visione leggermente aristocratica) sono arrivati nel momento giusto?
«Ho condiviso la sua scelta di nominare 10 saggi, con l’obiettivo di predisporre una base programmatica, spunto bipartisan per costruire un nuovo governo condiviso, anche se penso che la cosa sia molto più difficile di quanto si possa pensare e di quanto il capo dello Stato stesso possa pensare».
Stiamo marciando verso una Repubblica presidenziale?
«Sì, è vero siamo in una Repubblica presidenziale de facto».
Altezza, lo dica con franchezza: qui è tutta una vacatio. Possiamo permetterci come il Belgio di non avere a lungo un esecutivo?
«Il Belgio ha dimostrato che se c’è una società civile coesa, se c’è un apparato statale e burocratico che funziona, si può andare avanti anche senza governo. E consideri le tremende divisioni etniche tra fiamminghi e valloni. Ma lì c’è la monarchia ad unire».
In conclusione, se siamo alla fine dell’impero romano, quali barbari arriveranno?
«I nuovi barbari che potrebbero invadere l’Italia potrebbero non essere tribù di vandali, ma barbari di altro tipo: che arrivano tramite Internet, tramite rete, figli della crisi economica».
DATA: 04.04.2013
 
UN NUOVO DIRETTORIO?

Quando la rivoluzione francese volgeva alle sue ultime fasi Paul Barras inventò una nuova forma di governo che assunse il nome di Direttorio. De facto si trattava di una commissione di 5 membri posti alla guida della martoriata ed assai divisa Francia. Il destino del potere esecutivo e dei ministri della neonata repubblica si trovarono nelle mani dei direttori. Ebbe comunque vita breve perché nell’arco di pochi anni la curiosa istituzione fu liquidata dal Bonaparte nel celeberrimo rovesciamento del 18 Brumaio. Curiosamente la storia ci pone sempre di fronte a strane somiglianze. Oggi in Italia dieci saggi devono proporre come uscire da una crisi istituzionale la cui soluzione non è certo all’orizzonte. Una crisi, occorre aggiungere, che sembra nascere anche da un sistema che, a differenza di quanto propostoci per anni, è tutt’altro che infallibile. Ma nessuno ha fatto caso che in Belgio (dove il sistema ha retto perfino di fronte ad un biennio senza un governo in carica), in Spagna, in Olanda, nel Regno Unito ed in altre nazioni queste cose sembrano non accadere? Non ci sono semestri bianchi a complicare tutto. Eppure nessuno si sognerebbe di negare a questi Paesi l'essere democrazie complete. Misteri della storia! Intanto un nuovo, un poco rinforzato nei numeri, direttorio tenta di uscire dal tunnel oscuro in cui si è cacciata l’Italia sperando che qualche mente illuminata riesca a risollevare gli animi per produrre, almeno quello, una dignitosa legge elettorale. 
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 03.04.2013
 
70 ANNI DI REPUBBLICA NON PROCLAMATA


Alcide De Gasperi, illegittimo capo provvisorio dello statoSe parlassimo del referendum istituzionale del ’46, la vulgata popolare ci insegnerebbe che si tratta di una delle più grandi manifestazioni di democrazia. Per la prima volta si applicava il suffragio universale, soprattutto finiva una dittatura durata un ventennio, nonché la guerra. Eppure non è un opinione, bensì un fatto, che la repubblica italiana non sia mai stata proclamata!
Quindi non c’è troppo da meravigliarsi delle vergogne della “prima repubblica”, di tangentopoli, dei finanziamenti ai partiti, o di Craxi a Tunisi; non c’è nemmeno da inorridire della “seconda repubblica” – piuttosto che la “terza”, si comincia a perdere il conto – che se nessuno se ne fosse accorto molti dei suoi protagonisti sono quelli di ieri. Non c’è poi da alterarsi per i governi passati, per i Prodi o Berlusconi, ne del presunto o meno colpo di mano “tecnico”, o da ultimo di Grillo. Davvero non bisogna stupirsene, perché la nostra amata repubblica è nata sulla menzogna! Quante volte documentari storici ci hanno riproposto il racconto della liberazione che si poteva respirare nell’aria, finita che fosse la guerra, segnata che fu la monarchia. Quante volte si è potuto ascoltare quella registrazione che, richiamando ancora nel tono un radiocronista dell’istituto luce, trionfalmente gridasse “ha vinto la Repubblica”! Non si vuole star qui a parlare di brogli, non verrà speso tempo a immergersi in diatribe fra storici (faziosi per definizione), ne a dilungarsi sulle fughe piuttosto che atti nobili dell’ultimo Re. Si vuole però, questo sì, smentire quanto testi scolastici ed insegnanti ci hanno sempre tramandato; infatti uno dei padri della Patria, oltretutto venerato dalla chiesa cattolica come “servo di Dio”, il buon Alcide De Gasperi, non fu mai ufficialmente nominato capo dello Stato! Accadde che solo tre giorni dopo la comunicazione dei risultati provvisori (!) del referendum istituzionale, ossia il 13 giugno del ’46, in barba alla legge istitutiva del referendum, il governo conferì in maniera del tutto arbitraria al suo presidente (Il De Gasperi appunto) “l’esercizio delle funzioni” di capo dello stato. Lo stesso giorno Umberto II lasciò l’Italia, che pertanto ebbe due “sovrani”: il Re e un facente funzione di capo dello stato. Giustamente molti avranno da ridire, anche perché andando banalmente sulla pagina di Wikipedia (ma andrebbe benissimo qualsiasi altro sito Web), alla voce del fondatore della DC, si può tranquillamente leggere: ” Nel 1945 fu nominato presidente del consiglio dei ministri, l’ultimo del Regno di Italia. Durante tale governo fu proclamata la Repubblica, e perciò fu anche il primo capo di governo dell’Italia repubblicana, e guidò un governo di unità nazionale, che durò fino alle elezioni del 1948″. Peccato chela notizia non risulti corretta. Questo perché il 18 giugno la Corte Suprema di Cassazione comunicò l’esito del referendum, ma -appunto- senza proclamare la Repubblica! La legge istitutiva del referendum infatti non lo prevedeva, non essendo il quorum necessario mai stato raggiunto (!); in realtà su 28.000.000 aventi diritto al voto la Repubblica ebbe 12.700.000 suffragi, che si traduce nel 42 per cento, un tantino meno rispetto alla metà… Certo poi sarebbe anche curioso parlare del fatto che l’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti negò la verifica delle schede, asserendo che “forse” erano già state distrutte (ma si sa, un attimo di distrazione nel buttare la posta inutile, la pubblicità, come volere che non capiti per sbaglio di gettare anche qualche milione di schede…). Interessante anche la dichiarazione di Massimo Caprara, che di Togliatti fu segretario, e che, testimone diretto dei fatti, scriveva di “parto difficile che va aiutato”.
Tutto questo dovrebbe far riflettere; ci si potrebbe perfino chiedere cosa sarebbe accaduto se avesse “vinto” la monarchia, ma la storia – è risaputo – non si fa con i se.
Guido Rossi
DATA: 03.04.2013
  
3 APRILE: L’U.M.I. AL COLOSSEO PER SOLIDARIETA’ AI MARÒ PRIGIONIERI IN INDIA

MARÒ: VERGOGNOSA ARRENDEVOLEZZA DI QUESTA REPUBBLICA
       L’Unione Monarchica Italiana aderisce ufficialmente al gesto simbolico promosso dal Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, che mercoledì 3 aprile 2013 farà spegnere le luci del Colosseo e per la prima volta anche quelle dei Fori imperiali, del Foro romano e dei Mercati Traianei, per rinnovare la vicinanza di Roma ai due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, prigionieri in India. Essere presenti è un atto doveroso verso due italiani che con dignità e rispetto stanno subendo un’inconcepibile ingiustizia.
Invitiamo gli amici monarchici a ritrovarsi nei pressi del Colosseo verso le ore 19.30.
Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.
Roma, 2 aprile 2013
DATA: 02.04.2013
      
RICCARDO III : FINE DI UN MISTERO

Riccardo III       Leicester – Il corpo di Riccardo III, il Re maledetto di shakespiriana memoria, l’uomo che avrebbe dato il suo reame per un cavallo, all’occasione di una sconfitta onde preservare la sua vita dopo aver soffocato i bambini di Eduardo, irriverente verso lo zio gobbo, troverà un mausoleo degno di un sovrano e del suo prestigioso lignaggio dopo aver soggiornato a lungo sotto un parcheggio di Leicester. Ancora una volta, come nel caso della testa di Enrico IV di Francia, si deve alla prova del DNA l’identificazione di questo corpo. E questo richiederà pure una rivisitazione della storia da parte degli storici. (ARF – 06/02/2013)
DATA: 02.04.2013
  
L'INSOLITA DECISIONE DI NAPOLITANO

L'Unione Monarchica Italiana apprende con preoccupato stupore della nomina da parte del Capo dello Stato di alcune commissioni di "saggi", al fine di elaborare le riforme che tutti attendono. La Costituzione Repubblicana, rigida, anzi inflessibile nelle intenzioni dei Costituenti, si piega, in pieno semestre bianco, delegando al Presidente Poteri di indirizzo che non gli appartengono.
Alessandro Sacchi
Presidente nazionale U.M.I.
Roma, 30 marzo 2013

 
DATA: 31.03.2013
  
NIENTE RESURREZIONE SENZA PURIFICAZIONE: GRILLINI E GRULLINI

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 31/03/2013
 
Resurrezione è la speranza universale, il  Patto tra l’umanità (peccatrice) e il suo Redentore. La redenzione-resurrezione però richiede esame di coscienza e pentimento: passa attraverso il rito di purificazione. L’opposto di quanto fanno i “grullini” del Pd e i grillini del M5S, fermi al “tanto peggio, tanto meglio”. Qualunque governo nasca, ci vorranno tempo e  pazienza per scendere da questo  Calvario e sperare, se non nella resurrezione, almeno nella rianimazione.  Per capirlo, bisogna ricordare la radice dei guai attuali. Il punto di partenza è la Costituzione che un ben remunerato comico celebra come “la più bella”. In realtà, a differenza dello Statuto (modificabile per regio decreto o per legge ordinaria), essa è più rigida di un baccalà. Tutti si aspettano che il nuovo governo, qualunque sia, compia il grande miracolo da anni chiesto a gran voce dai più: dimezzare i parlamentari, abolire le province, restituire dignità internazionale all’Italia e sicurezza ai cittadini,  alla proprietà privata, ai risparmi… Ma per farlo…Partiamo dai primi due punti. Mentre  Zagrebelsky Gustavo e altri poetini vaneggiano di utopie movimentistiche, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province passano obbligatoriamente attraverso la modifica  degli articoli 56, 57 e 114 della Costituzione. Se poi si vuole conferire  più poteri al presidente del Consiglio bisogna mettere a soqquadro una buona metà della Carta del 1948.  Poiché la modifica di ogni articolo richiede la doppia approvazione da parte dei due terzi dei parlamentari (art. 138) con intervallo di almeno tre mesi tra la prima e la seconda lettura, anche a fare svelta questo Parlamento (questo, non un altro forse da eleggere entro due mesi o poco più), col bicameralismo perfetto imperante, ha bisogno di un annetto di tempo, mentre la repubblica è al capolinea e il Paese affonda. Tanto vale indire un referendum per abolire l’art. 139  e modificare la forma dello Stato, perché è questa che, così com’è, scricchiola.  La costituzione è il sarcofago della repubblica, che è solo una delle possibili forme dello Stato perché, come insegnò Gian Domenico Romagnosi, ogni generazione ha diritto di darsi lo Stato che vuole. Un costituzionalista  garbato come Michele  Ainis  ha ricordato l’inettitudine del parlamento sciolto e la paralisi dell’attuale, con movimenti dilaniati da scissioni latenti (i “montiani”)  o dediti all’ “onanismo democratico” (il M5S):  un  eufemismo che non ha bisogno di traduzioni in gergo corrente. E’ ormai mezzo secolo che certi  partiti, i più estinti, altri ormai esausti, lo praticano ai danni dei cittadini, in un paese che ha “perso la testa, letteralmente” (Ainis). I grilli e le cicale vanno bene sulle siepi e sugli alberi secondo le stagioni. Ma non durano. L’Italia ha invece bisogno urgente di redenzione/resurrezione. Non ha tempo da perdere in ricorrenti biennali delle utopie. La democrazia affonda perché si  chiacchiera anziché governare. Ricordiamo allora l’ottobre 1922. L’unico a tenere la testa sul collo fu Vittorio Emanuele III, che, in mancanza di alternative praticabili, affidò a Benito Mussolini  la presidenza di un governo di coalizione nazionale, con ministri capaci che lavorarono bene. Per uscire dal pantano partitocratico, venne varata la legge elettorale (detta “Acerbo” dal nome del suo relatore) che previde l’assegnazione del 66% dei seggi al partito che avesse raggiunto almeno il 25% dei voti. Fu voluta dal massimo statista liberale, Giovanni Giolitti, e venne approvata da nazionalfascisti, liberali (Einaudi, De Nicola, Croce, Olando, Salandra…) e democratici, con l’astensione dei popolari (cioè dei cattolici). A mali estremi, estremi rimedi. Alle urne si presentarono  133 liste e andarono 7.615.000 dei 12.000.000 di aventi diritto (il 64%: niente affatto spinto a manganellate, malgrado fatue leggende). Il “listone” del Partito nazionale fascista ottenne non il 25 ma il 66% dei voti e due terzi dei seggi, ma appena 227 deputati iscritti ai fasci, in buona parte all’ultimo minuto. Dunque il “fascismo” vinse con un magro 40% di  deputati veramente “suoi”; il resto glielo regalarono gli elettori, arcistufi  delle manfrine, dell’“onanismo democratico”. E’ una lezione da ricordare, perché la resurrezione, ripetiamolo, passa attraverso morte e purificazione, che non significa oblio, cancellazione della memoria, bensì, all’opposto, presa di coscienza del proprio vissuto e assunzione di responsabilità.
Aldo A. Mola 
DATA: 31.03.2013
  
QUANDO RIVARCHEREMO IL TICINO?

Carlo Alberto       Il 29 Marzo del 1848 Carlo Alberto di Savoia, Re di Sardegna, alla testa dell’Armata Sarda varcava il Ticino gettando il guanto di sfida all’Austria. La storia ci consegnò l’immagine, forse alle volte un poco ingrata, di un Sovrano indeciso e tentennante, ma fu lui a concedere il celeberrimo Statuto che ne portava il nome e, soprattutto, a passare all’azione ed avviare quella stagione luminosa rappresentata dalle patrie battaglie per l’indipendenza. L’esisto di quella guerra fu sfortunato perché  l’esercito dei nostri padri, allora ancora piemontese e non italiano, ebbe infine  la peggio. Tuttavia il merito di quell’impresa non venne meno perché fu l’inizio d’un percorso coraggioso e tale da rianimare le più nobili coscienze della penisola. Oggi, a distanza di così tanti anni, prestando la dovuta attenzione, è possibile notare qualche curioso parallelismo. Un'Italia avvilita nello spirito, soffocata nei suoi sogni e nelle sue ambizioni, umiliata dai mercati internazionali e dagli scivoloni diplomatici si dimena in una morta gora di rara memoria. Quando la società e la politica troveranno il coraggio di cambiare le cose? Quando apriranno gli occhi e capiranno che questo sistema s’è rivelato sempre più inconcludente ed incapace di arginare una crisi che non è solo politica, ma anche e soprattutto morale? I patrioti ed i cuori nobili non mancano, forse gocce nel mare di questa dilagante mediocrità, e non sono certo sordi al rinnovato “grido di dolore”. Sfortunatamente nelle istituzioni oggi manca la guida, manca la figura sopra le parti, manca un vero Padre della Patria che sia il motore di un indispensabile rinnovamento. Quando varcheremo il nuovo, ideale Ticino?
Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 29.03.2013
  
L'ITALIA CHE VORREI

L'ITALIA CHE VORREI       Farò alcune considerazioni di politica generale forse un poco impopolari ma lontane dalla partitica. Nel 2008 ebbi a dire, e molti mi contestarono tale tesi in preda ad una passione sfrenata per il bipolarismo americaneggiante, che l’ingresso di pochi partiti in parlamento non solo non era risolutivo ma non era garanzia di stabilità. Sostenni che già la legislatura successiva si sarebbe tornati alle coalizioni di più forze. Questo perché l’Italia è un paese in cui a tenere fuori dal parlamento quei movimenti che raccolgono due o tre milioni di voti si genera disagio essendo la penisola un coacervo di idee, tradizioni, pensieri e culture spesso molto diversificate tra loro e tutte meritevoli di attenzione ed espressione. Sommando le varie organizzazioni tra loro, da sinistra a destra o viceversa, si ottengono numeri che dimostrano come un corposo quantitativo di elettori italiani finisca per rischiare non essere rappresentato. Ciò contribuisce, ma non è l’unica causa è evidente, ad allontanare la gente dalla politica e, quand’è peggio, ad alimentare pericolose tentazioni di extraparlamentarismo le quali sono già vivacizzate da certi toni piuttosto rancorosi. Non è il numero di partiti il problema, non è l’età media dei parlamentari la questione, nemmeno la sigla di riferimento. Il problema è la moralità, la preparazione, la capacità, le competenze e via discorrendo dei singoli individui. Questo è al centro di tutto perché si può essere galantuomini o zotici a qualunque età, con qualunque tessera in tasca, in un grande o piccolo movimento, a destra come a sinistra e così via. Ciò che l’italiano medio deve riscoprire, fuori e dentro le aule parlamentari, sono i valori alla base di quella moralità che permette ad una comunità una serena convivenza nel reciproco rispetto. È indubbio che molti politici siano ipocriti e spesso dediti ad attività truffaldine ma è anche vero che molti altri si impegnano con anima e corpo. Sostenere che “tanto tutti sono uguali” è il primo velo dietro a cui i peggiori possono nascondersi. E d’altra parte, troviamo il coraggio di dirlo, anche questo è solo parte del problema nazionale. Gli italiani sono privi, troppo spesso, di quel senso civico basilare. Pongo un piccolo esempio. Se in un ufficio pubblico si rende necessario cambiare la maniglia di una porta ogni dieci anni a causa dell’inevitabile logoramento è un costo. Se tocca cambiarla quattro o cinque volte l’anno a causa dell’incuria con cui se ne fa uso (sfido chiunque a farlo a casa propria) è un altro. Spesso non ci accorgiamo che anche solo gettando una carta sul marciapiede noi arrechiamo un danno al paese contribuendo ad aumentare sensibilmente la spesa pubblica. Queste piccole cose, decuplicate ed anche più, quotidianamente su tutto il territorio nazionale concorrono a far lievitare la già difficile situazione. I sacchi dei rifiuti abbandonati lungo una strada vanno rimossi e questo è un ulteriore costo per lo stato. Spesa che si sarebbe risparmiata se l’incivile autore dello scarico avesse provveduto la dove previsto. Mi si può replicare che sono esempi minuti ma moltiplicateli più volte ed immaginate quale danno arrechino al benessere comune distraendo fondi e denari pubblici che, con un atteggiamento minimamente più civile, si potrebbero destinare a più importanti fini. La politica ha fallito in decenni di cattiva gestione della cosa pubblica con una vistosa accelerata nell’ultimo ventennio ma anche la popolazione dovrebbe ricordare che spesso contribuisce con un briciolo di inconsapevole masochismo che, ad esempio, ad un cittadino svizzero, parrebbe paradossale. Qualcosa che ricorda molto il gioioso personaggio televisivo Tafazzi di qualche anno fa (per chi ha buona memoria). Chiaramente non sono tutti così ma obbiettivamente la maggior parte degli italiani sottovaluta questi fattori. La rinascita materiale di questo paese e la sua sanificazione possono passare solo da una rinascita ideale e morale. Senza queste premesse continueremo, per anni ed anni, ad eleggere troppi mercanti di aria fritta nei quali i politici rispettabili si perderanno, impotenti, come gocce nel mare. Fintanto che tutti noi non ritroveremo un poco di sano amore per quella nostra Italia, che non scordiamolo è nata anche sul sangue di tanti patrioti in ogni tempo e d’ogni colore e pensiero, gli appuntamenti elettorali saranno solamente la vetrina od il palcoscenico dei peggiori farabolani ed ammaliatori. Poi potremmo dibattere da ogni lato, da ogni schieramento e discutere su come perseguire il bene comune e quel minimo di giustizia sociale di cui sentiamo la mancanza ma questo quando sapremo mettere il bene comune davanti alle miserie personali ed ai singoli egoismi. Non servono grida ne sedicenti rivoluzioni basta un poco di cuore e buon senso per tornare a sperare, a lavorare, a costruire ed anche soprattutto e finalmente a poter sognare una patria migliore. L'Italia che sta sulle rive del Piave, del Don o del Cernaia; sulle pietraie del Kossovo e dell'Amba Alagi, tra le mura ferite di Nassirya, tra la sabbia di Kandhaar e di El Alamein, tra gli arbusti verdi di Cefalonia, di Montelungo e di Solferino; nei canti gioiosi della liberazione di Alba, tra le piazze e le strade delle Quattro giornate di Napoli. Che sta tra le speranze del verde, tra il candore del bianco e tra il rosso appassionato d'un tricolore sfilacciato. L'Italia che ha ancora voglia di sognare il suo avvenire, quella fanciullina piena di ricordi che si specchia melanconica in una piccola lacrima e, malgrado tutto, vuole sorridere ancora.
Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 24.03.2013
  
CORDOGLIO DELLA  CONSULTA E DELL'U.M.I. PER LA MORTE DEL SENATORE MICHELE PAZIENZA

Senatore Michele Pazienza       La Consulta dei Senatori del Regno esprime profondo cordoglio per la morte del Collega Consultore avvocato Michele Pazienza (Napoli, 7 gennaio 1928- Roma, 24 marzo 2013).
    Monarchico sempre, Senatore della Repubblica, fu membro del Consiglio Nazionale del Movimento Sociale Italiano nato dalla fusione tra questo e i monarchici, accanto ad Achille Lauro, Giorgio Almirante, Gino Birindelli e Alfredo Covelli.
    Componente della Consulta dei Senatori del Regno dal 9 febbraio 1981 fu e rimane modello di rigore, equilibrio, lungimiranza.
    Ne ricorderemo sempre la parola pacata e il sorriso sereno, velato dalla malinconia di chi, pur senza speranza di esito immediato ma con profonda fede nell’Ideale, si prodigò per il ritorno della Monarchia e delle Salme dei Nostri Re: ne continueremo l’Opera con identico impegno.

    La Consulta dei Senatori del Regno partecipa al lutto della Sua Famiglia.

Torre San Giorgio, 25 marzo 2013
                          
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola

DATA: 24.03.2013
  
BEL PAESE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 24.03.13

Italia Belpaese di Aldo MolaMalgrado  il peggior ministro degli Esteri del sessantennio repubblicano,  l’Italia rimane il Bel Paese. Riscoprirlo in questo pur tardivo inizio  di primavera ha effetto balsamico.  Sono passati i barbari, i saraceni, le dominazioni straniere. Sta passando persino il disastroso “governo tecnico” di Monti Mario che nel “Corriere della Sera”  sponsorizzò  il  “podestà forestiero”, cioè se stesso.  Veniva poi solo da Bruxelles, ov’era stato mandato da Roma. Mentre è buio fitto  sul futuro politico e nero sull’economia si spalancano vecchi castelli e palazzi e dimore storiche. “O patria mia, vedo le mura e gli archi (…), ma la gloria non vedo” scriveva Giacomo Leopardi  due secolo orsono…. Siamo sempre lì. In assenza di gloria, contentiamoci dei monumenti, che (come dice il nome) “ammoniscono”, insegnano, educano. Il centenario della  prima legge organica su monumenti e  belle arti (1909-1913), dovuta al genio di Giovanni Giolitti (grigio solo per chi non lo capisce), fa riflettere su ciò che dura e, se ci mettiamo mano, durerà. Ogni Opera è Storia, carne e sangue di chi l’ha ideata, edificata, pagata,  difesa, restaurata. Spesso è intreccio di vicende drammatiche. La vera lezione delle Opere non sta nella loro  astratta “bellezza”, ma nei sentimenti che suscitano. Non solo in ciò che sono, ma per quanto creano. Ogni epoca ha creato, distrutto, dimenticato, recuperato, inventato. Cultura è rispetto della  pluralità: una scelta niente affatto scontata. Gli islamici radicali abbattono i Budda e i templi di Timboctù. Non scandalizziamoci troppo. Altrettanto fecero i cristiani  d’Oriente, iconoclasti  per influsso incrociato di gnostici e islamici, gli evangelici e i protestanti nel Cinquecento, i giacobini in   Francia a fine Settecento. Famelici come i seguaci di  Marat e di  Robespierre, quando irruppero in Italia i francesi di Napoleone Buonaparte fecero meno danni solo perché il loro comandante ordinò di predare anziché di distruggere.
   La Nuova Italia ebbe una storia diversa, meritevole di memoria. All’unificazione, tra il 1860 e il 1870, il giovane regno si trovò a corto di danaro. Invece di  taglieggiare i risparmi, che ancora erano pochi e andavano incoraggiati, il governo impose il corso forzoso: cioè la non convertibilità della carta moneta in metalli preziosi (oro e argento) nella quantità corrispondente al valore stampigliato. Un furto gigantesco. Non solo. I governi spogliarono gli Ordini religiosi  dei loro beni e li vendettero. Fecero cassa, come già Filippo IV il Bello re di Francia e papa Clemente VI a spese dei Templari all’inizio del Trecento. Però i liberali italiani risparmiarono cinque  monumenti davvero grandiosi: le abbazie di Cava de’ Tirreni, Montecassino, Santa Maria delle Scale, Monreale e  la Certosa di Pavia. Era il 1867. Il governo era presieduto da Urbano Rattazzi, genio dell’amministrazione. Ministro dell’Istruzione era Michele Coppino, cresciuto nel seminario di Alba, iniziato massone nella loggia “Ausonia” di Torino.  Quell’Italia si arrestò dinnanzi alla maestà della  Storia. Sapeva  quanto costino il bello, il buono e il vero: proprio come la carità, che certo può essere esercitata anche da chi non ha nulla ma è più efficace se è “ricca”(congregazioni, confraternite, ordini, amministrazioni pubbliche). Lo Stato italiano non nacque per opprimere ma per liberare. Ebbe un progetto: la cittadinanza. Poi vennero i regimi, le ideologie, il fanatismo, la prevaricazione della burocrazia sulla vita, l’ottusa pretesa di ingabbiare  la creatività in schemi, i piani regolatori concepiti come cappe di piombo sulla fantasia, come  negazione della storia dell’arte, anzi dell’arte stessa, che è continuo divenire.     
I cinque capolavori di Storia Sacra non statizzati dalla Nuova Italia sono una lezione  per i giorni attuali. Vale d’esempio l’ambone della chiesa della Badia di Cava de’ Tirreni,  mirabilmente ricomposto dal certosino Giovanni Iannelli  intorno al 1880. E’ la sintesi di tanti secoli e di diversi stili. Quando venne edificato l’Occidente era sotto assedio, assalito e devastato, come tante volte nei secoli. Malgrado tutto, esso dura: ricco, ammaliante. E’ emblema di vita eterna. L’immenso patrimonio storico conforta mentre il Paese pare sull’orlo di una crisi irreversibile. Ci dice che gli italiani possono farcela. Due secoli addietro Ugo Foscolo insegnò a cercare la speranza tra i Sepolcri. E’ l’ora di tornare alla storia, di contemplarla, per esempio, dall’alto della Sacra di San Michele, mirando la cupola e la volta di Vicoforte, dinnanzi a una delle migliaia di simboli riflettenti Opere e Giorni di chi ha forgiato questo Bel Paese: tutto da custodire. 

Aldo A. Mola
DATA: 11.03.2013
      
CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO: IL GOVERNO SCREDITA L’ONORE DELL’ITALIA

Mario Monti e i due Marò   La Consulta dei Senatori del Regno deplora il governo della Repubblica italiana, presieduto dal senatore Mario Monti, per la condotta, confusa e contraddittoria, tenuta sulla sorte dei due militari italiani imputati di omicidio in India. Dall’inizio della vicenda, il governo non ha affermato il diritto dello Stato, non ha ottenuto il sostengo dell’Unione Europea né dell’Alleanza Atlantica, né di altre Istanze internazionali efficaci. In carica per l’amministrazione ordinaria, il governo  scredita l’Onore dell’Italia. 
   Se le dichiarazioni e gli atti sinora noti del Ministro degli Affari Esteri lasciano costernati, la Consulta evidenzia che la responsabilità di ogni ministro coinvolge sempre quella del presidente del Consiglio (al quale compete semmai di chiedere la revoca del Portafoglio di chi non sia all’altezza del compito) e che le sorti dei Militari sono tutt’uno con quelle del presidente della  repubblica, capo delle Forze Armate.
   Con amara preoccupazione, la Consulta  esprime solidarietà nei confronti delle Forze Armate, vulnerate dalla mancata tutela di due suoi Uomini in missione e chiede che, salvi gli interessi dello Stato, il governo pubblichi subito i documenti su una vicenda che da un canto potrebbe gettare ombra sulla credibilità dell’Italia e dall’altro incrinare la fiducia tra chi giura di servire la Patria (a prezzo della vita, nel caso dei militari) e le Istituzioni.

 Roma, 24 marzo 2013
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 24.03.2013
  
IL TRATTAMENTO DEL GOVERNO VERSO I MARÒ: VERGOGNA!

I maròVergogna!
Il Governo italiano ha calpestato ancora la dignità di tutta la Nazione riconsegnando i nostri Marò al Governo Indiano.
La maggior parte dei media (quelli sempre proni ad assecondare chi comanda) hanno tenuto a sottolineare come l’India abbia garantito che non verrà applicata la pena di morte ai nostri Marò! Ma ci rendiamo conto che, per come viene presentata la vicenda, i nostri soldati vengono dati sostanzialmente per colpevoli, ma chi lo ha stabilito?
Ma ci siamo dimenticati che i nostri soldati erano in missione internazionale per contrastare la pirateria, e che, al momento dei fatti, erano in acque internazionali e che gli indiani hanno posto in essere “artifici e raggiri” per arrestare illegittimamente i nostri Marò?
Ma che garanzie può dare una nazione che calpesta il diritto internazionale e che viola anche la convenzione di Vienna limitando la libertà del nostro ambasciatore?
Tutti i politicanti non fanno altro che richiamare e ricordare la Costituzione, ma se lo ricordano l’articolo 27 al quarto comma ove si legge “Non è ammessa la pena di morte”? Pertanto consegnare i nostri soldati ad uno stato che ammette la pena capitale, che potrebbe anche trovare applicazione in un caso come questo, vi sembra legittimo?.
Su qualche sito internet viene adombrata l’ipotesi che la decisione di riconsegnare i nostri Marò all’India sia dovuta a motivi squisitamente economici, meglio mi sento! Non c’è affare non c’è commessa internazionale che giustifichi l’abbandono dei “propri figli”, questo modo di fare è un atteggiamento tipico di degenerati come degenerata è la nostra politica.
Una parte dell’opinione pubblica su questo tema non sembra tanto sensibile, da un lato è dovuto ai media che non danno il giusto risalto a questa vicenda, dall’altro la responsabilità di ciò è dei comunisti e dei democristiani che con i loro “aventi causa” politici hanno calpestato, dal dopoguerra ad oggi, senza ritegno e con sistematica determinazione la Patria i suoi valori e i suoi simboli, diseducando tanti cittadini italiani all’amor patrio. Dal PD, infatti, è arrivata l’immancabile dichiarazione che sottolinea la correttezza della decisione di riconsegnare i nostri soldati agli indiani anche se, dicono, è stata sofferta.
Questi sono gli stessi politici nemici della Patria che ci stanno bombardando da anni con il sogno europeo, la moneta unica e altre fandonie che sono servite solo a farci rinunciare alla sovranità nazionale e alla sovranità monetaria ed a portarci a partecipare a consessi internazionali come l’Unione Europea o la Nato che da alleanza difensiva si è trasformata in un club di guerrafondai. Ma queste organizzazioni di cui facciamo parte, in nome delle quali tanti nostri soldati stanno svolgendo missioni pericolose in tante parti del mondo con altissimo senso del dovere coraggio e grande efficienza, non ci stanno fornendo nessun aiuto per tutelare i nostri Marò, che fino a prova contraria sono soldati di una Nazione dell’Unione Europea e della Nato. I nostri soldati sono solo buoni a morire e a sacrificarsi ma quando si tratta di tutelarli i nostri “alleati” sono capaci solo di voltarsi dall’altra parte.
Libertà per i nostri Marò! Fuori dall’Europa, fuori dalla Nato!  Viva l’Italia, Viva la Monarchia!
Paolo F. Rossi de Vermandois
Vicesegretario Nazionale U.M.I.

DATA: 23.03.2013
  
QUESTIONE MARÒ: UNA TESTIMONIANZA SULL'AMBASCIATORE MANCINI

L'Ambasciatore ManciniHo avuto la fortuna di lavorare per anni accanto all’attuale Ambasciatore italiano in India e di questo mi sento profondamente onorato. La sua preparazione e le sue capacità sono fuori discussione, ma quello che non tutti possono conoscere è il suo lato umano: Daniele Mancini è un Uomo, un capo nel vero senso del termine, un comandante che ha a cuore i suoi uomini e che li difende davanti a tutti. Pretende molto l’Ambasciatore, ma si può essere certi che nessuno sarà mai lasciato indietro, si può essere sicuri che chiunque sia affidato alla sua responsabilità troverà in lui l’accoglienza di un senso dell’onore granitico.
E’ questa l’unica consolazione in tutta questa triste vicenda nella quale il nostro Paese non si è risparmiata nessuna vergogna, quest’amara storia dove ha dato ripetuta prova di essere ancora la “serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”.
Questa Italia abbandona i suoi uomini, il suo popolo no!
Raccogliamo noi il nostro orgoglio e portiamo le nostre bandiere sotto l’ambasciata indiana.
Paolo Bagalà, Consigliere nazionale
DATA: 22.03.2013
  
MARÒ: VERGOGNOSA ARRENDEVOLEZZA DI QUESTA REPUBBLICA

MARÒ: VERGOGNOSA ARRENDEVOLEZZA DI QUESTA REPUBBLICASiamo rimasti basiti nell'apprendere dal viceministro Staffan de Mistura che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone siano ripartiti la scorsa notte alla volta dell'India, dopo che il Governo avrebbe ricevuto un “un documento da un autorevole organismo indiano” che ha fatto cambiare idea per l'ennesima volta sulla sorte dei due fucilieri di marina. Questo Governo, ormai agli sgoccioli dopo le consultazioni dei partiti con Napolitano, non poteva chiudere il proprio mandato in maniera più indegna e vergognosa (come se non fossero bastate le politiche economico-sociali adottate finora).
Questa repubblica, come al solito, non ha le idee chiare e ci fa incassare delle figuracce a livello internazionale, ridicolizzando l'Italia... Ma in questo caso ci vanno di mezzo le vite di due nostri ragazzi che, con alto senso di responsabilità e senza mai aver tenuto un comportamento o una dichiarazione fuori posto, hanno dato una lezione del valore di un vero militare italiano.
Consentire l'arresto di due connazionali in un paese in cui vige la pena di morte e subire l'umiliazione del trattamento serbato al nostro Ambasciatore non sarebbero state cose tollerabili da nessun altra potenza mondiale. Ma in Italia no, sebbene sia stato stabilito che l'incidente con i pescatori sia avvenuto in acque internazionali, il Governo italiano ha dimostrato tutta la sua debolezza e incapacità di fare valere i propri diritti. Vergogna!
Consideriamo che l'Italia rappresenta un'importante fonte di guadagno per il mercato indiano, sarebbe bastato discutere su questo punto, senza sfociare in eccessi.
Non ci rimane che sperare nel nuovo nebuloso Governo: avrà la forza e l'autorevolezza di gestire seriamente questa crisi per far tornare al più presto i due Marò a casa? I dubbi rimangono e i due nostri ragazzi rimangono in India.
Davide Colombo, Segretario nazionale
DATA: 22.03.2013
  
REPUBBLICA SOTTOSOPRA E “SCONSACRATA” DALLA NASCITA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 16.03.13

Le istituzioni si stanno avvitando su se stesse, con effetti drammatici. Imperversa una crisi di Ordini e di valori dagli sbocchi imprevedibili anche per l’economia e, di conseguenza, per la vita sociale e l’armonia tra i cittadini. Il Paese assiste attonito e preoccupato. Persino il presidente Giorgio Napolitano, a lungo svettato al di sopra della mischia quale  garante per superare un turbine finanziario dai risvolti anche cupi e truculenti, da tempo è finito in trincea, costretto a inviare precisazioni ai giornali.
I due  nodi che abbuiano l’orizzonte e rendono improbabile una soluzione normale sono in primo luogo la mancata riforma della costituzione, premessa indispensabile e vincolante per qualunque nuova legge elettorale, e la carenza una “riserva strategica” di personalità da mettere in campo, in via eccezionale, alla guida di un governo “di scopo”, che attui quanto che il deludente governo Monti  non ha saputo fare. L’ impoverimento del quadro venne implicitamente ammesso ed evidenziato da Napolitano, quando, morta Levi Montalcini, annunciò che non avrebbe nominato i due senatori a vita ancora di sua competenza. Prese atto dell’assenza di cittadini illustri non vincolati a partiti ma politicamente credibili. Mancano, insomma, un cenacolo di cittadini che funga da partito dello Stato, i “templari della democrazia”, e persino  i “moschettieri del re”.
Vengono  tutti insieme al pettine i nodi  irrisolti di quasi settant’anni di una repubblica che visse al riparo della contrapposizione ideologico-militare durata dalla cortina di ferro a ieri, grazie allo scudo della Nato e poi nella falsa speranza che l’“Europa” risolvesse i suoi  guai anziché, causarcene, come ora accade.
C’è forse un vizio d’origine. Per coglierlo basta ripercorrere una vicenda apparentemente minore, o secondaria, e tuttavia emblematica, come tutto ciò che ha a che vedere con le Istituzioni: le quali vivono se dotate del tanto di sacralità sufficiente a imporre e ad esigere rispetto e adesione. E’ il caso dell’emblema dello Stato. La sua genesi mostra come la repubblica sia nata dalla sovversione e sia rimasta un sottosopra  mentre la Monarchia costituzionale, durata da Carlo Alberto a Umberto II, si fondò sulla “riserva aurea” del Senato di nomina regia e vitalizio.
Ma andiamo per ordine. Il nostro è certo un Paese paradossale. In questi giorni le Poste italiane hanno emesso un francobollo per ricordare Gabriele d’Annunzio e un altro per i cinquant’anni della morte di Paolo Paschetto (1885-19663). Chi era costui? Figlio di un pastore valdese e passato alla chiesa battista, professore di Ornato all’Istituto di Belle Arti di Roma, Paschetto è noto quale vincitore del concorso per l’emblema della Repubblica italiana. Il concorso ebbe due fasi (1946-1948), tutt’e due vinte da lui. Nella prima egli propose una specie di città turrita, con tre ondine e una stelletta in cielo. Decisamente brutto e tuttavia vincitore. Nella seconda, su incalzante suggerimento della commissione giudicatrice, si approssimò all’emblema vigente con un bozzetto in bianco e nero, approvato dalla Costituente all’ultimo minuto utile. Venne poi colorato e decretato  nell’aprile 1948 dal presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, che lo trangugiò con qualche amarezza. Come da direttive, la commissione giudicatrice e i costituenti s’accordarono  su un punto: l’emblema poteva contenere, come contiene, di tutto, stellone, o pentalfa, iscritto su cinque raggi di una ruota troppo dentata, cartigli e rami di quercia e di olivo (quest’ultimo, osservò la Consulta araldica, evoca la…pace eterna), ma non doveva contemplare in alcun modo una croce. Desacralizzato, l’emblema della repubblica precorse insomma il Trattato di Lisbona,  che ignora le radici cristiane dell’Unione Europea a vantaggio di non meglio definite “eredità culturali, religiose e umanistiche”.
 Ma chi era il Paschetto due volte vincitore del misterioso concorso? Aveva una lunga  esperienza come disegnatore, incisore, xilografo, pittore, bozzettista tuttofare: aveva disegnato le vetrate del Ministero della Pubblica Istruzione di Viale Trastevere e quelle del Tempio Valdese di Roma, ex libris e pubblicità commerciali.  Fu anche autore dei bozzetti di vari francobolli: quelli di Vittorio Emanuele III e per la conquista della Libia. La corona turrita, che orna la testa dell’Italia in uno dei suoi francobolli più famosi di  età monarchica, nel 1947 venne capovolta e divenne la  città cinta di mura, chiusa in se stessa o… una   “tinozza”, come venne sprezzantemente liquidato quel suo primo bozzetto vincitore. Paschetto fu anche autore della tessera del Partito repubblicano italiano e, da giovane, di una incisione che Benito Mussolini usò nel suo Hus il veridico, libretto ferocemente anticattolico del 1912.  Ma come mai vinse proprio lui?  Della Commissione che  consigliò e premiò Paschetto faceva parte Duilio Cambellotti, molto apprezzato “a sinistra” nel 1945-48. Era  lo stesso che aveva istoriato l’esaltazione di Benito Mussolini nel Palazzo della Prefettura di Ragusa, ma ora godeva della piena fiducia dei comunisti Umberto Terracini e Palmiro Togliatti. Suo tramite le sinistre appiopparono all’Italia un emblema che però, a differenza dello scudo sabaudo (Bianca Croce di Savoia…) è improponibile nel tricolore.    
Dunque, i filatelici ora  possono collezionare un francobollo celebrativo di Paolo  Paschetto. Niente francobollo, invece, per Umberto II, quarto re d’Italia, capo dello Stato, né, del resto, per Vittorio Emanuele III che fu re per 46 anni: neppure per lui né un francobollo, né una commemorazione ufficiale. 
Certo è significativo che né il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, né altre istituzioni abbiano sentito il dovere di ricordare Umberto II nel trentennale della morte (Ginevra, 18 marzo 1983). Anche i quotidiani nazionali hanno finto di non sapere, di non ricordare, di non vedere. Così ci ha pensato la provincia di Cuneo, presieduta da Gianna Gancia, che ha un alto senso dello Stato (“onore e fedeltà”) e si è raccolta attorno ai Principi Amedeo, Duca di Aosta, e Aimone, Duca delle Puglie,  e alla Principessa Maria Gabriella di Savoia, che incarnano la continuità della Casa secondo le sue regole millenarie. E’ un segnale: i cittadini prendono l’iniziativa dove lo Stato è assente. Ma prima o poi quegli stessi cittadini si domanderanno a  chi allora versare i tributi  per far funzionare la macchina amministrativa e la società. Il governo centrale è quanto meno latitante, assente, in ritardo…, tantoché la provincia di Cuneo ha deciso di citarlo in giudizio per clamorose inadempienze.
Malgrado la primavera imminente, tira davvero una brutta aria.
Aldo A. Mola
DATA: 11.03.2013
  
POLVERE DI STELLE

Doveva succedere ed è successo (forse un po' troppo presto): qualche lupo è uscito dal branco e si è trasformato in cagnolino da salotto pronto ad afferrare il biscottino generosamente lanciatogli. E si può anche capire... sono belli gli stucchi e i velluti, tanto belli che pare proprio un peccato poterne godere solo per due mandati. Ora che si respira questo buon profumo di potere, forse conviene guardarsi un po' intorno, visto anche che qui sono tutti così carini con i "grillini", li chiamano, li vogliono. Conviene forse anche spegnere un attimo quella telecamerina, che quella lucina rossa disturba un po' e non permette di concentrarsi bene. Dopo magari si potrà dire che si è votato il meno peggio, che si è fatta trionfare la lotta alla mafia sull'illegalità, tanto con questa cosa si sono sciacquati la bocca in tanti, e ha sempre funzionato! Magari nessuno si accorgerà che è stata eletta la seconda carica dello Stato, il vice Presidente della Repubblica, non si farà  caso al fatto che sia stato conferito al PD il potere di decidere l'agenda di tutto il Parlamento, il potere cioè di scegliere tutto quello che si discute o non si discute alla Camera e al Senato, la facoltà, in altre parole, di accantonare qualsiasi provvedimento non risulti gradito. No, non se ne accorgeranno... si farà un tale baccano con la libertà  di coscienza e si alzerà un gran polverone con la mancanza di democrazia nel M5S, che nessuno ci farà  caso. E mentre tutti discuteranno, piano piano le telecamere passeranno di moda, e gli ex-lupi neo-volpini avranno acquistata la loro certificazione di maturità e affidabilità, pronti a sganciarsi dai volgari moti di popolo per assumersi adeguatamente la grande (e sicuramente ben remunerata!) responsabilità di eleggere un Capo dello Stato che sia nel solco profondo della continuità stantia e polverosa.
Paolo Bagalà, Consigliere nazionale U.M.I.
DATA: 18.03.2013
 
XXX ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI RE UMBERTO II

Trentennale scomparsa Umberto II
Trentennale scomparsa Umberto II
DATA: 18.03.2013
  
LA GIOIA DELL’U.M.I. PER L’ELEZIONE DI PAPA FRANCESCO

Papa Francesco
Il mondo ha focalizzato l’attenzione sui lavori del Conclave e si è letteralmente fermato nell’attesa del sacro rito dell’Habemus Papam. Il Vaticano è una Monarchia elettiva, l’ultima Monarchia assoluta presente nel mondo occidentale, e come tale è già intrinseca di un fascino regale. L’aspetto spirituale la ammanta ancora di più di una particolarità che rende l’elezione di un Pontefice un qualcosa di unico. Constatiamo con piacere la popolarità che la millenaria Istituzione ha dimostrato ancora in questi giorni e ci uniamo all’unanime coro benaugurale nei confronti di S.S. il Papa Francesco.
DATA: 15.03.2013
  
RITROVATA LA LAPIDE DELLA SORELLA MINORE DELLA BELLA ROSINA


Vittorio Emanuele II e la Bella rosinaIl Borgo di Mirafiori ha identificato nel suo piccolo cimitero di corso Unione Sovietica 650 la tomba della sorella minore e meno fortunata della «Bella Rosina». Si chiamava Adelaide, ma la salutavano come «Donna Adele». Perché, anche se nata priva di titoli nobiliari, era diventata cognata di Re Vittorio Emanuele II. Il sovrano aveva sposato sua sorella Rosa Vercellana, che aveva nominato Contessa di Mirafiori e Fontana Fredda. Ma Adele aveva dovuto accontentarsi di quello che era: la discendente di una vecchia famiglia di Moncalvo d’Asti, più ricca di ambizioni che di risorse. Ebbe l’onore di diventare madrina di Vittoria, la primogenita di Rosina e del Re, ma la vita non le riservò molto di più. Nata a Chambéry il 18 aprile 1831, morì a 64 anni, a Torino, il 25 marzo 1895. Sposò il primo amore, Giacomo Vasario, che la lasciò giovane vedova. Passò a nuove nozze con un impiegato delle ferrovie, Filiberto Bovio. Aveva dieci anni più di lei: era nato a Nizza Monferrato il 13 maggio 1821. Fece qualche carriera. Da addetto alle biglietterie di una stazioncina nei pressi di Genova divenne ingegnere e si avviò alla pensione con il grado di ispettore. Fu nominato Commendatore dell’Ordine Mauriziano e «Governatore onorario del Real Castello di Moncalieri». Visse da onesto, piccolo borghese, come la moglie. Videro le luci del trono, ne colsero forse qualche vantaggio, senza approfittarne. Come massima gioia ebbero un figlio. Lo chiamarono Carlo Filiberto. Morì a 10 anni, il 9 marzo 1855. Lo seppellirono nella tomba di famiglia dei Vercellana, al Cimitero Generale. Qui lo seguì prima il padre, il 27 marzo 1891 e poi la madre, quattro anni dopo.
Ma era a Mirafiori che avevano vissuto i più bei momenti della loro vita. Era il feudo di famiglia, che Rosina aveva in vario modo beneficato. Qui lei stessa riposava dal 1888, in quel piccolo Pantheon costruito in strada del Castello, copia in miniatura di quello di Roma, che nel 1878 aveva accolto le spoglie di Vittorio Emanuele II. Così i familiari decisero che anche Adele, Filiberto e il loro piccolo qui trovassero nuova sepoltura. Scelsero un angolo del cimitero che il Borgo aveva costruito a proprie spese nel 1876, a pochi passi dal torrente Sangone. Il 9 gennaio 1901 le tre salme furono riunite sotto un fazzoletto di terra, segnato da una bianca lapide di marmo. Qui li ha rintracciati Aldo Ratto, pensionato di Mirafiori, innamorato della storia del borgo. La lapide, divorata da un secolo d’intemperie, era illeggibile. Ma è stata ripulita. Un altro pensionato, Andrea Taverna, restaurerà le lettere dell’epigrafe. Con loro collabora Maurizio Trombotto, presidente della Circoscrizione 10. «Questo cimitero - dice - è memoria storica da tutelare. Le sepolture in terra non sono più concesse da trent’anni. Ma finché si conserveranno le tombe di famiglia non potrà mai essere smantellato». All’interno si presenta come un lindo salotto della memoria. Anche se i graffitari hanno lordato il muro esterno e le prostitute hanno ricavato giacigli notturni sul retro. «C’è altro» nota Trombotto. Indica i palazzi privati costruiti a pochi passi dal cimitero. Le loro facciate di cristallo danno luce ad uffici con affaccio sulle tombe. «Mi chiedo scandalizzato - dice Trombotto - come il Comune abbia potuto permettere una cosa del genere». Accadde il 30 novembre 1990. Quel giorno fu rilasciata dal Municipio la concessione edilizia numero 1136. Recava la firma del socialista Domenico Mercurio, assessore all’edilizia, nella giunta guidata dal sindaco liberale Valerio Zanone. 
DATA: 12.03.2013
  
UMBERTO II, L’ ITALIA INNANZI TUTTO TRENT’ANNI DOPO, A VICOFORTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 3.03.13

Umberto IIL’ “Italia innanzi tutto” fu il motto di Umberto II di Savoia (Racconigi, 15 settembre 1904- Ginevra, 18 marzo 1983): un monito di viva attualità.  Il Paese attraversa tempi difficili, ma ne ha veduti di peggiori. Ce l’ha fatta e ce la farà, se saprà superare divisioni artificiose e recuperare lo spirito del Risorgimento. Con quegli ideali due generazioni di patrioti tra il 1820 e il 1870 fondarono l’Unità d’Italia. Altre due generazioni portarono a Vittorio Veneto e alla Ricostruzione. Di padre in figlio. Tra errori e riscosse, peccati ed espiazioni. Questo è l’insegnamento che viene da Umberto II, quarto e, per ora, ultimo re d’Italia.  La sua figura sintetizza la tragica grandezza  della Nuova Italia: un’Idea che si è fatta storia e che resiste nelle tempeste.
   Unico maschio dei cinque figli di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro, Umberto venne educato da futuro Re d’Italia: studi giuridici, politici, storici, letterari e soprattutto il severo “mestiere delle armi”. Appena maggiorenne all’avvento del governo Mussolini (che inizialmente fu di unione nazionale, non un “regime”), da ufficiale nel novembre 1922 giurò fedeltà al padre, Capo delle Forze Armate. Estraneo agli affari politici ma non alla vita del Paese,  al rovesciamento del Duce e alla proclamazione dell’armistizio era comandante delle Armate Sud. Pur con molti dubbi, il 9 settembre 1943 seguì il Re da Roma a Brindisi. Ispezionò il fronte della  guerra  di liberazione in missioni rischiose che gli meritarono plausi e decorazioni degli avari anglo-americani. Con effetto dalla liberazione di Roma (5 giugno 1944) Vittorio Emanuele III gli trasferì tutti i poteri della Corona, “nessuno escluso”. Da Luogotenente del Regno, Umberto operò per la liberazione e la ricostruzione e, malgrado velenosi attacchi giornalistici, si guadagnò la stima di ex nemici e di molti politici pur prevenuti nei confronti della monarchia.
Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdicò e partì per Alessandria d’Egitto. Quarto Re d’Italia, Umberto II percorse febbrilmente il paese, soprattutto l’ “Alta Italia”, riscuotendo ampia simpatia. Il 2-3 giugno 1946 i cittadini si pronunciarono  sulla  forma dello Stato ed elessero l’Assemblea costituente. Pochi giorni prima del voto, il re annunciò da Genova che, se la monarchia fosse prevalsa, la costituzione sarebbe stata  proposta a referendum: prova d’appello per la forma dello Stato.
  Su circa 28.000.000 di cittadini idonei al voto, al referendum quasi quattro milioni non poterono votare: interdetti per motivi politici, ancora prigionieri di guerra (finita dal 2 maggio 1945) o “non rintracciati”.  Come previsto dalla legge istitutiva del referendum, il 10 giugno 1946 la  Corte Suprema di Cassazione comunicò che la repubblica aveva ottenuto circa 12.700.000  voti; la monarchia 10.700.000. Le schede bianche erano 1.500.000.  Però mancavano ancora i dati di molte sezioni.  A norma di legge, la Corte si riservò di pronunciarsi in via definitiva  il 18. Ma la notte fra il 12 e il 13 giugno, con gesto rivoluzionario,  il governo conferì le funzioni di capo dello Stato al presidente del consiglio, Alcide De Gasperi, che accettò. Fu un colpo di stato.  Per non provocare la guerra civile l’indomani Umberto II lasciò Roma in aereo alla volta del Portogallo, ove sin dal 5 aveva mandato la regina e i quattro figli. Partì senza riconoscere la repubblica, che del resto ancora non c’era (“nacque” solo il 19 giugno). Sciolse chi l’aveva pronunciato dal giuramento verso la monarchia ma non alla Patria. La sua partenza rese superflua la verifica delle schede (nulle, annullate, non attribuite, manipolate).  Il 18 giugno i dati veri del referendum erano ancora in confusione totale. La repubblica prevalse con un magro 42% del corpo elettorale: nacque minoritaria. Umberto partì Re e tale rimase sino alla morte. Dall’1 gennaio 1948 la Costituzione vietò l’ingresso e il soggiorno in Italia agli “ex  Re d’Italia, alle loro consorti” e ai loro discendenti maschi. Vittorio Emanuele III morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto, ove è sepolto. Umberto II visse esule trentasette anni, apprezzato da Capi di Stato e dai Pontefici per saggezza e sapienza. Agli italiani mandò sempre messaggi di pacificazione, attualissimi scanditi da: “Italia innanzi tutto”.  La repubblica non gli concesse di rientrare in Patria neppure per spirarvi: una crudeltà e una macchia indelebile. Riposa accanto alla regina Maria José ad Altacomba, in Savoia, meta di pellegrinaggi sempre più radi. I suoi genitori giacciono pressoché dimenticati, uno ad Alessandria d’Egitto l’altra a Montpellier. Unico Stato in Europa, solo l’Italia non ha traslato in Patria le salme dei propri sovrani. E’ un paese in ritardo con l’esame di coscienza. Ma siamo in Quaresima…  
Umberto II è tutt’uno con la storia della Nuova Italia, grande e tragica. Nel trentennale della morte, mentre nubi gonfie di incertezze si addensano sul paese, la sua figura e la sua opera vengono ricordate nel cuore del Vecchio Piemonte, a Vicoforte, ove sorge il Santuario ideato da Carlo Emanuele I (1580-1630) come Mausoleo della Casa di Savoia.
La presidente della Provincia Granda, Gianna Gancia, ricorda che nel 1849 Carlo Alberto partì per l’esilio come conte di Barge, Vittorio Emanuele III nel 1946 andò in Egitto quale conte di Pollenzo e Umberto II predilesse il Castello di  Racconigi ove nacque il 15 settembre 1904. Nell’esilio, aggiunge la principessa Maria Gabriella di Savoia, il re ricordava ogni dettaglio della sua terra. Conoscere meglio  Umberto II, profeta di un’Europa di popoli uniti nella pace e nella libertà, significa farsi carico della storia nazionale, con le sue ombre (poche) e le sue luci (molte). E’ l’ora di farlo per andare oltre.
Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno.

All’ “Incontro Umberto II, Trent’anni dopo” (Santuario di Vicoforte, 16 marzo h.10), organizzato da Provincia di Cuneo, Comune di Vicoforte, Centro Giolitti, Fondazione Cassa Risparmio di Saluzzo, Unione Monarchica Italiana, Istituto  Studi Filosofici, Istituto per la Storia del Risorgimento, Ex Allievi Nunziatella, Gruppo Croce Bianca e altri, intervengono Massimo De Leonardis, Francesco Perfetti, Aldo G. Ricci, Tito Lucrezio Rizzo, Alessandro Sacchi, Antonino Zarcone, Marco Grandi e Sergio Boschiero. Presenziano la Principessa Maria Gabriella e Amedeo di Savoia, Duca di Savoia, con la Consorte Duchessa Silvia. 
Alle 15.30 Messa Memoriale celebrata dal Vicario diocesano mons. Meo Bessone, con il coro “La Balconata “ e il complesso di fiati “Umberto II”.

I SAVOIA RE D’ITALIA
Umberto II fu il discendente diretto di Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano (1798-1849), sul trono dal 1831, dopo Carlo Felice che morì senza figli maschi ed era suo parente in tredicesimo grado. Carlo Alberto capitanò la prima guerra per l’indipendenza: una lotta impari tra il regno di Sardegna e l’impero d’Austria. Abbandonato da Pio IX e da Ferdinando II di Borbone, inizialmente alleati, fu sconfitto a Novara (23 marzo 1849) abdicò e morì esule a Oporto. Nel ventennio seguente suo figlio, Vittorio Emanuele II (1820-1878), costruì il regno d’Italia (1861), ottenne il Veneto (1866) e annetté Roma (20 settembre 1870). Con lui l’Italia entrò nel concerto delle potenze europee. Re Vittorio meritò il titolo di Padre della Patria, come è ricordato al Pantheon. Suo figlio, Umberto I, saldò l’alleanza con Vienna e Berlino all’amicizia con la Gran Bretagna e con l’impero di Russia, suggellata con le nozze di suo figlio, Vittorio Emanuele principe di Napoli, con Elena di Montenegro. Venne assassinato a Monza il 29 luglio 1900. Vittorio Emanuele III (1869-1947) legò il nome all’epoca della massima prosperità della Nuova Italia, dall’età di Giolitti agli anni Trenta, quando Mussolini raggiunse il massimo consenso: Conciliazione con la Santa Sede nel 1929, superamento della crisi economica, impresa di Etiopia nel 1935-36. Con quella del Belgio, la monarchia italiana fu l’unica sopravvissuta alla Grande Guerra, che si tradusse nel crollo di quattro imperi e nell’avvento del comunismo di Lenin e Stalin nell’URSS.
Dal 1940 l’Italia intervenne nel nuovo conflitto europeo: una “guerra parallela” a quella della Germania di Hitler, via via divenuta mondiale. Esaurite le risorse, con la resa incondizionata del settembre 1943 il governo di Roma accettò la sconfitta ma evitò la debellatio dello Stato e fu riconosciuto dagli esosi vincitori, che imposero il cambio al suo vertice tra Vittorio Emanuele III e suo figlio, Umberto Principe di Piemonte.

DATA: 11.03.2013
  
IL PRINCIPE UMBERTO A 3500 M SUL ROCCIAMELONE COL SUO BATTAGLIONE DI FANTERIA

In attesa della commemorazione ufficiale che si terrà il prossimo 16 marzo alla presenza della Famiglia Reale a Vicoforte (CN), pubblichiamo delle rare foto dell’archivio Maurizio Lodi che ritraggono l’allora Principe di Piemonte sul Rocciamelone con il suo battaglione di Fanteria, il 90°.
IL PRINCIPE UMBERTO A 3500 M SUL ROCCIAMELONE COL SUO BATTAGLIONE DI FANTERIA
Il 2 agosto 1928 il Principe, partito il giorno precedente da Susa, raggiunse la sommità del Rocciamelone l'inconfondibile vetta piramidale che domina le Valli di Susa del Cenischia di Viù e dell'Arc. Per secoli il Rocciamelone fu considerato la montagna più alta d'Italia e d'Europa. Anche per tale motivo fu scalata sempre dal versante valsusino da vari Duchi e Principi di Casa Savoia: nel 1418 dal Duca Amedeo VIII che volle consacrare le sue terre alla Vergine del Roccianelone. Il 5 agosto 1659 dal Duca Carlo Emanuele II con sua moglie Giovanna Battista di Nemours il quale indicò su una lapide lasciata sul posto poi scomparsa lo scopo dell'ascensione cioè "per adorare dal più alto de'suoi sati la Vergine Sua Protettrice". ll 27 luglio 1838 dal Principe futuro Re d'Italia Vittorio Emanuele II col fratello Ferdinando Duca di Genova accompagnati dal Principe Eugenio di Carignano. Nel 1859 dal Principe di Piemonte futuro Re d'Italia Umberto I col fratello Amedeo Duca d'Aosta che sarà Re di Spagna (1870/1873).
 (Articolo de LA STAMPA di Torino del 4 agosto 1928)
 
IL PRINCIPE UMBERTO A 3500 M SUL ROCCIAMELONE COL SUO BATTAGLIONE DI FANTERIA
IL PRINCIPE UMBERTO A 3500 M SUL ROCCIAMELONE COL SUO BATTAGLIONE DI FANTERIA
 "Il Principe che segue attivamente tutte le operazioni del suo Battaglione il 90°Fanteria ha partecipato al campo d'arma e sarà presente alle manovre. Chiudendo il campo di montagna Sua Altezza ha compiuto una notevole ascensione insieme al suo Battaglione formato da tutti i disponibili del 90°.Fanteria.
Partito alle 4 dal Truc di Pampalù il Principe ha raggiunto rapidamente la Cima del Rocciamelone a 3538 m e alle 13,30 era già di ritorno al luogo di partenza col Battaglione in perfetto ordine senza dover lamentare alcun incidente e senza ritardatari. La magnifica resistenza del Principe che ha guidato a passo veloce i suoi soldati da fanteria in alta montagna compiendo con matematica regolarità l'itinerario previsto è stato vivamente ammirata negli ambienti militari e segnalata come altissimo esempio alla truppe della Brigata.
Giovedì sera alle 22 il Principe scendendo a Susa fu accolto da una entusiastica manifestazione di popolo. La Piazza IV Novembre era gremita di folla e di rappresentanze di associazioni con bandiera . Ieri mattina ha visitato l'Asilo Infantile e gli scavi dell'Anfiteatro Romano nei poderi dell'Istituto delle Povere Figlie di Maria ossequiato dal Vescovo Mons. Rossi"

DATA: 05.03.2013
  
NELLA CHIESA DELLA MAGIONE A POGGIBONSI IL 25° DI NOZZE DEI PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA AOSTA

Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di SavoiaDomenica 10 Marzo nella Chiesa Magistrale di “San Giovanni in Jerusalem” nel Castello della Magione di Poggibonsi verranno celebrate le nozze d’argento del Principe Amedeo di Savoia Aosta, Capo della Casa Reale d’Italia, con Donna Silvia dei Marchesi Paternò di Spedalotto.
Alle ore 11 verrà celebrata la S. Messa giubilare dal rev.mo Padre Abate Dom Michael John Zielinski, della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, latore di una speciale benedizione papale e di una lettera di saluto e di augurio dell’Arcivescovo di Siena Mons. Antonio Buoncristiani, nonché del rescritto della Penitenzieria Apostolica di concessione dell’Indulgenza Plenaria per i Principi Reali e per tutti i presenti al sacro rito.
Al termine, nel salone del Pallegrinaio, verrà servito un pranzo in onore dei Principi Reali.
Parteciperanno le più alte cariche dell'U.M.I.
DATA: 05.03.2013

GOVERNO DI EMERGENZA: STRADA STRETTA  SENZA ALTERNATIVE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 3.03.13

La proposta di un governo di emergenza è e rimane la più sensata.Con fiuto e saggezza di politico, il presidente Berlusconi l’aveva prospettata già prima del voto. Ora essa s’impone per tre motivi chiari e senza appello. In primo luogo a questo risultato elettorale si è arrivati perché con veti incrociati i  vecchi partiti non hanno varato nessuna delle riforme necessarie, attese e implorate dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano (gliene va dato atto). Monti non fu la medicina giusta per quella malattia (del resto era stato nominato solo per occuparsi dell’economia  e dette risultati oggettivamente negativi).   Niente nuova legge elettorale, niente riforma del bicameralismo perfetto, nulla sul nuovo bilanciamento dei  poteri tra organi e ordini costituzionali. Nessun cenno di riduzione dei “costi della politica”. Ora i nodi vengono al pettine, tutti insieme. Con l’incubo di una stretta finanziaria, economica, sociale dalla portata e dalle conseguenze  imprevedibili.
Un punto è certo: riforme come quelle urgenti e indispensabili  richiedono il consenso di due terzi non solo delle Camere ma anche dell’opinione pubblica,  comprendente  anche il 25% di astenuti molti dei quali non sono andati alle urne non  per indolenza o capriccio ma in attesa di un segnale di ravvedimento e di svolta di una dirigenza parte egocentrica, parte incapace, parte  peggio.
In secondo luogo il governo, qualunque esso sia, dovrà fare i conti con un Soggetto ignorato dai “ragionamenti” (?) di Beppe Grillo e dello stesso Pierluigi Bersani: la macchina dello Stato e della pubblica amministrazione.  Essa esiste, ha la sua “inerzia”, ma infine si impone anche a chi si agita e pensa che essa abbia solo grilli per la testa, che sia solo ottusa burocrazia. Lo stesso vale per la macchina  fiscale: non si aboliscono le tasse solo perché pesano. Bisogna dire come si provvede alle spese ordinarie e straordinarie, obbligatorie e facoltative, ma quasi sempre   inderogabili.
Infine  il responso delle urne non è agghiacciante come è stato e viene dipinto. Esso dice che, al netto di estremismi e convulsioni agitatorie, circa il 65% degli elettori si colloca in area moderata: socialriformisti, centisti moderati, destra euro-nazionale. E’ pura cecità attribuire a Berlusconi, Alfano, Lupi… e a buona parte della Lega  stessa pregiudizi  antieuropeistici: in realtà vogliono una Europa che risponda davvero alle richieste dei cittadini, che li rappresenti e che assuma un volto politico: l’Europa dei popoli, perché le nazioni e le identità non sono invenzione fatua, ma il il risultato del flusso della storia, come  insegnano le vicende della penisola balcanica, dalla Grecia alla Croazia, i  tanti nodi irrisolti  dell’Europa orientale dalla Turchia europea all’ex  Unione Sovietica.
Ora  gli eletti al  Parlamento sono dinnanzi alla scelta: o un governo d’emergenza (lo si denomini come meglio si vuole: l’importante è che lo sia dichiaratamente) per fare in poche settimane le riforme davvero urgenti  o si precipita in una serie di convulsioni che portano al coma della  democrazia parlamentare.
Vi è un precedente illuminante: nel 1921-22 il sistema “liberale”, comprendente i cattolici moderati del partito popolare italiano, i radicali, i socialriformisti alla Turati, si trovarono  nella necessità di darsi un governo di larghe intese per fermare l’avanzata del fascismo come antiparlamento. Si oppose don Luigi Sturzo, segretario del PPI, che rifiutò il ritorno di Giovanni Giolitti al governo. Don Sturzo era capo di un partito ma non era deputato. Giocava dal di fuori. Causò il crollo del sistema. Infatti, il risultato del suo “”veto” è ben noto: la lunga agonia dei due governi Facta, la mobilitazione dello squadrismo, la spallata di fine ottobre, il ministero  Mussolini, che fu di coalizione nazionale ma ormai dominato dal PN Fascista, e, dopo due anni di incertezze, l’inizio del regime. Una democrazia impotente, incapace di governare  non è una democrazia, perché non risponde ai cittadini ma li opprime e quindi li spinge  a barattare un po’ di libertà con un po’ più di sicurezza e di benessere.
Questa è la condizione dell’Italia attuale. Chi lavora contro le larghe intese si assume la responsabilità del ritorno alle urne a legge elettorale immutata e del probabile crollo delle istituzioni rappresentative.  Dalla crisi si può uscire varando infine una costituente provvisoria, che in tre mesi delinei la riforma dello Stato, come aveva proposto Marcello Pera, filosofo della scienza ed ex presidente del Senato. L’Italia, appunto, ha urgenza di una cura di storia e filosofia, non di altre piazzate.

Aldo A. Mola

DATA: 25.02.2013
      
STEINBRÜCK E LE OFFESE ALL'ITALIA

Pubblichiamo una lettera che un nostro iscritto ha fatto recapitare a Peer Steinbrück, tramite il consolato generale tedesco a Milano, in merito alla sua dichiarazione sui “due clown”.
PEER STEINBRÜCKMilano, 28.02.2013
Sig. Peer Steinbrück,
Candidato SPD alla carica di Cancelliere Federale
come italiano ex (deluso) germanofilo devo purtroppo confessarLe che la sua brutale dichiarazione relativa alle elezioni italiane mi ha profondamente irritato e messo in agitazione. 
Che Lei, come privato cittadino, abbia il diritto di dire ad alta voce tutto quanto le passi per la testa, non glielo voglio negare io.  Ma se Lei pretende di rivestire il ruolo ufficiale come successore della Signora Merkel, Lei allora ha il dovere di misurare le parole, soprattutto quando si tratta di un’indebita intromissione negli affari interni di uno stato membro della CE.
Personalmente, desidererei dirLe: meglio due clowns che un pittore fallito, ma in considerazione dell’adagio latino “PARCERE SUBIECTIS ET DEBELLARE SUPERBOS ”, prendo volutamente le distanze da ogni polemica. 
In ogni caso ha perso la preziosa occasione, Signor Steinbrück, di tenere nascosta la sua ignoranza (senza offesa, non conoscenza) dei nostri problemi, al fine di evitare la figura del fessacchiotto che ha fatta.
senza rispetto ma con debiti saluti
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
DATA: 28.02.2013
  
ELEZIONI: L’IMPOTENZA DEL CAPO DELLO STATO
NECESSITA’ DELLA MONARCHIA


Dichiarazione del Presidente Nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, in merito alle proiezioni dei risultati elettorali:

    ELEZIONI: L’IMPOTENZA DEL CAPO DELLO STATO"La caotica situazione che si sta delineando dai risultati elettorali ci fa paventare, salvo improbabili e forzate alleanze, una situazione di totale instabilità. Già esponenti del centro-sinistra invocano di tornare alle urne. Trovandoci a pochi mesi dalla fine mandato del Capo dello Stato, siamo in pieno semestre bianco e per legge il Presidente della Repubblica non ha il potere di sciogliere le nuove Camere. Questo è l’ennesimo sintomo della debolezza delle attuali Istituzioni repubblicane. Un Sovrano non avrebbe questi problemi e non dovrebbe aspettare un nuovo accordo tra le parti per cercare di risolvere una situazione come quella odierna, in cui qualsiasi Governo non potrà avere legittimità popolare.  La Monarchia rimane una soluzione per sanare la crisi nella quale ci siamo venuti a trovare."
Alessandro Sacchi
Roma, 25 Febbraio 2013
DATA: 25.02.2013

ITALIA ED EUROPA DEI POPOLI

Il risultato che esce delle urne dello scorso 25 e 26 Febbraio è quello di un Paese ingovernabile. Nel sistema parlamentare italiano (bicameralismo) per poter governare non è sufficiente ottenere la maggioranza in un solo ramo del Parlamento ma bisogna averla in entrambe le assemblee parlamentari. I numeri al Senato non ci sono, le forze politiche prevalenti si sono spartite l’elettorato in modo pressoché equivalente creando così l’impossibilità oggettiva di raggiungere una maggioranza numerica se non con alleanze eterogenee. Un solo sconfitto risulta esserci dall’ultima tornata elettorale ed è Mario Monti il tecnico. Come sappiamo egli non fu voluto dagli italiani ma ci fu imposto dall’alto scranno per difendere gli interessi finanziari dell’Europa della Merkel, delle oligarchie e dei poteri forti ma gli italiani hanno deciso di mandarlo a casa. Comunque vada a finire questa nuova legislatura un dato è certo, gli italiani vogliono essere governati da un Presidente del Consiglio non imposto dall’alto o dall’Europa. La guerra a cui assisteremo nei prossimi mesi sarà quella che vedrà di fronte due concezioni dell’Europa, uno di tipo rigorista e ficcanaso nei confronti degli Stati membri capitanata dal Cancelliere tedesco Merkel, e una “nuova” concezione dell’Europa come unione di popoli sovrani che non ammetterà più i diktat della Germania e che non sarà più disposta a svendere la propria sovranità a favore di altri Paesi. Mai come ora le Nazioni hanno bisogno di riconoscersi prima di tutto in se stesse, mai come oggi le Nazioni vogliono ritornare alle proprie origini, all’identità! È anche questo il messaggio che giunge dalle elezioni del 25 e 26 Febbraio scorso, è questo che gli italiani hanno dimostrato di volere, è questo che presto le altre Nazioni d’Europa vorranno.
Roberto Carotti,  Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 28.02.2013
  
LA SCOMPARSA DEL SENATORE LUIGI NATALI

L'U.M.I. china le abbrunate Bandiere del Regno in memoria del Senatore Luigi Natali, recentemente scomparso. Per sua espressa volontà, durante le esequie, il feretro è stato coperto da un Tricolore con lo scudo sabaudo, ultimo gesto di amore verso l'Italia da parte di un vero monarchico. Per rendre omaggio al Senatore, pubblichiamo il Comunicato della Consulta dei Senatori del Regno, della quale Natali era membro.
LA SCOMPARSA DEL SENATORE LUIGI NATALI

CORDOGLIO DELLA CONSULTA PER LA MORTE
DEL SENATORE LUIGI NATALI


Senatore Luigi Natali   La Consulta dei Senatori del Regno esprime cordoglio per la morte del Collega Consultore Luigi Natali ( Rotella, Ascoli Piceno, 2 giugno 1915-Ascoli Piceno, 24 febbraio 2013) e partecipa al lutto della Sua Famiglia. 
   Commissario di Rotella (AP) su nomina del Comitato di Liberazione Nazionale, avvocato di chiara fama, consigliere comunale di Ascoli e consigliere regionale  alla Regione Marche per il Movimento sociale italiano,  eletto al Senato della Repubblica  il 27 marzo 1994 nelle liste di Alleanza Nazionale, con limpida coerenza e devozione alla Patria Luigi Natali fu da un decennio Componente insigne e della Consulta dei Senatori del Regno.
   La Consulta serba viva memoria del suo rigore professionale e della sua probità intellettuale e civile e del suo alto senso dello Stato.
  Sull’esempio di Re Umberto II, anche il Senatore Luigi Natali ripeteva e  insegnava: “l’Italia innanzi tutto”.
   Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola
Roma, 26 febbraio 2013
DATA: 19.02.2013
  
ROMA: PRESENTATO IL LIBRO “AQUILE E CORONE” DI LUIGI PRUNETI

ROMA: PRESENTATO IL LIBRO “AQUILE E CORONE” DI LUIGI PRUNETIRoma - Venerdì 22 febbraio 2013, presso la Sala Conferenze della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Celio è stato presentato il libro del Prof. Luigi Pruneti “Aquile e Corone - L’Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di Vittorio Emanuele III ed Elena al governo Mussolini”, Ed. Le Lettere - Firenze 2012. All’evento, che ha visto una nutrita partecipazione di pubblico, erano presenti varie autorità politiche e civili montenegrine tra cui il Ministro della Cultura Branislav Mićunović, il viceministro della Sanità e S.E. l’Ambasciatore del Montenegro in Italia Vojin Vlahovic. A coordinare i lavori del convegno il Prof. Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno e autore dell’introduzione del volume. Nel corso dell’incontro sono intervenuti, oltre a Mola, il Prof. Milovan Draskovic esperto in relazioni italo-montenegrine, il Colonello Antonino Zarcone Capo UfficioROMA: PRESENTATO IL LIBRO “AQUILE E CORONE” DI LUIGI PRUNETI Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, il già citato Branislav Mićunović Ministro della Cultura del Montenegro e l’Autore Prof Luigi Pruneti, Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia. Moltissimi i temi trattati durante la presentazione: dalle origini del Monenegro, alla storia moderna con l’annessione al Regno di Jugoslavia, fino all’indipendenza. Grande spazio è stato dedicato alla Regina Elena, ricordandone cenni biografici, la conversione al cattolicesimo prima del matrimonio, l’impegno profuso nelle opere di carità (il Palazzo del Quirinale trasformato in ospedale da campo) e l’italianità espressa dalla Sovrana di origine montenegrina. Il Prof. Mola ha poi tracciato un parallelismo tra il Montenegro che già nel 1989 ha riportato in patria le salme dei suoi Sovrani esiliati, mentre in Italia ancora oggi rimane questa gravissima mancanza. Questa considerazione ha fatto partire un applauso spontaneo da parte dei montenegrini presenti, al quale si è subito aggiunto quello degli italiani che rimpiangono le salme dei Sovrani all’estero.
All’incontro era presente una delegazione dell’U.M.I. guidata dal Presidente Onorario Sergio Boschiero, il quale è stato calorosamente accolto dai presenti.
ROMA: PRESENTATO IL LIBRO “AQUILE E CORONE” DI LUIGI PRUNETI
Nelle foto in alto il tavolo degli oratori durante l'intervento di Aldo Mola, una visione della sala, Sergio Boschiero e il Vicepresidente nazionale Vincenzo Vaccarella in prima fila.

DATA: 26.02.2013
  
VOTARE PER LA PRIMAVERA ITALIANA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 24.02.13
L’Italia è alla prova. Deve  scegliere: la stola viola di Mario Monti per chissà quanto tempo o la Primavera? Per risollevarsi ha bisogno di un governo stabile. L’unico possibile è un governo fondato sul centro-destra.  Come l’ebbe con Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi nel 1945-53. Quelli non erano politici-fai-date. Erano l’ “usato sicuro”. E’ quanto occorre oggi. Lontano dai Narcisi vanesi.   “Tot capita, tot sententiae”, dicevano gli Antichi Romani. E’ l’ora di sentenziare.
Sono i cittadini a decidere. Salvare l’Italia o mandarla a picco. Ci sono pochi margini. Le elezioni non sono la sagra di paese con rottura di pignatte. E’ in corso da anni la terza guerra mondiale. I suoi artefici altrove bombardano. In Europa si limitano a mettere in ginocchio i Paesi non ancora sottomessi. La Grecia è allo stremo. La Spagna è sotto scacco. Per piegarla viene attaccata frontalmente la monarchia, senza la quale crolla in pezzi. Adesso è la volta dell’Italia. Chi da un ventennio (dai tempi del “conclave” sul “Britannia”) vuole comprarla all’ingrosso e al minuto nell’estate del 2011 puntò sul “governo tecnico” di Monti Mario. Quindici mesi di Tristizia con contorno di Furbizia. Un baccalà nella Terra dei Limoni. Una cappa viola mentre il Mediterraneo vuole la Primavera: quella sua, non certo quella …araba.  Monti Mario? Dice e si contraddice. Il presidente della repubblica ha infranto uno dei  suoi ultimi giochetti: proclamarsi fautore della rielezione di Napolitano per carpire qualche voto in più con le adunche mani che ci hanno precipitato nella stagflazione (stagnazione e inflazione= catastrofe), in combutta con la ministra lagrimosa.  Alla disperata, i catatrofisti alla Monti Mario sperano  nell’onda anomala, nell’uragano Grillo, gonfiato dai “media”: quelli che annunciano nevicate siberiane mentre  piove o splende il sole, convinti che le persone siano “visionarie”. Del resto siamo il Paese che ha il record mondiale di complottismo e di  frottole.    Non da oggi l’Italia è sotto bombardamento. Lo fu nella “Stupida guerra” del 1943-45, quando i “liberatori” distrussero l’Abbazia di Montecassino per far capire chi erano, che non avrebbero rispettato niente e nessuno, che tutti si dovevano piegare ai loro diktat  bestiali. Quell’Italia subì tre anni di distruzioni, conclusi con il trucco del referendum istituzionale, che sostituì la monarchia con una repubblica dai magri consensi. La Ricostruzione venne sorretta da due stampelle, il cattolico Alcide De Gasperi, che si assunse la gravissima responsabilità del “gesto rivoluzionario” di proclamare la repubblica prima che fossero noto l’esito del referendum, e il liberale Luigi Einaudi. Ma chi erano De Gasperi ed Einaudi? De Gasperi era deputato alla Dieta di Vienna dal 1911, poi a quello italiano dal 1919. Conosceva la storia. Ed Einaudi? Era senatore del regno dal 1919. Nel 1922 De Gasperi votò a favore del governo Mussolini, che nella lista dei ministri incluse Einaudi, perché il grande economista piemontese voleva tagli alle spese, non l’aumento delle tasse. Alla vigilia del referendum istituzionale  del 2 giugno 1946 Einaudi spiegò perché votava monarchia. Rimase sempre fedele alla sua terra. In un celebre articolo in “Il Ponte” ricordò che quando dalla sua Carrù si andava a Torino si diceva “Vado in Piemonte” e se si proseguiva per Roma si aggiungeva “Vado in Italia”. Era un monarchico, liberale, federalista ma non certo separatista. Piemontese, pensava in europeo. Non scommise  sulle Nazioni Unite, come non aveva creduto alla Società delle Nazioni: troppi appetiti, troppa retorica. Vedeva i problemi.
 Ecco, dunque. Quando l’Italia voltò pagina col fascismo e con l’atroce guerra civile, gli elettori elessero uomini sperimentati  come Einaudi e De Gasperi e persino, piaccia o meno, Palmiro Togliatti, che si era fatto le ossa alla corte di Stalin, nella guerra di Spagna, prendendosi  legnate in carcere dalla polizia francese, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Randolfo Pacciardi, tutte persone consapevoli che non si scherza con la storia, perché prima o poi questa presenta il conto. Le malefatte si pagano. Nel 1946-48, spazzata via una classe dirigente, anche con la “macelleria messicana” di Giulino di Mezzegra e di Dongo, deplorata persino da Ferruccio Parri, l’Italia contò su una classe dirigente di riserva: vera, credibile, collaudata, devota alla Patria. Niente grilli per la testa. Niente autoipnosi di mari e monti. La macchina dello Stato e della pubblica amministrazione oggi è logora, ma, a differenza di quanto asserito dalla polemica sulla “casta”, che ha confuso la parte con il tutto, non è affatto né marcia né evanescente.  L’Italia c’è.  L’Italia è nata dall’assemblaggio di sette  Stati preesistenti. Altre volte fu in grosso affanno. Nel 1922-24 e nel 1945-48 essa venne rimessa in sesto  con pezzi di ricambio presi dall’Officina Grandi Riparazioni  della Patria,  colma di uomini seri, responsabili, come Alberto De Stefani, Giovanni Gentile, Luigi Federzoni…e poi,  appunto,  Einaudi, De Gasperi a tanti altri nella Ricostruzione.
Quei precedenti insegnano: anziché sfregare la lampada di Aladino (che tante volte riserva fregature), meglio, molto meglio, puntare sull’ “usato sicuro”: il centro-destra conta tante persone che hanno governato bene e hanno titoli (veri, non inventati) per  guidare il Paese, con ampia apertura a giovani capaci e meritevoli. La lezione viene anche dall’altra sponda del Tevere, che sta affrontando problemi molto maggiori rispetto ai casi nostrani e certo non si identifica con le residue pretese di chi per decenni si è ostentato cattolico verace, ma da abusivo. Dunque, “tertium non datur”: o una maggioranza stabile incardinata sul centro-destra o il caos. Chi rifiuta il  “tanto peggio, tanto meglio”, caro alla sinistra e ai catastrofisti che da decenni svendono l’Italia al primo che passa per intascare la tangente, deve fare la propria parte. Col voto: mai come questa volta un diritto-dovere.

Aldo A. Mola

DATA: 25.02.2013
 
LE NOZZE ALCHEMICHE DI VITTORIO EMANUELE III ED ELENA DI MONTENEGRO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17.02.13
  Aquile e Corone  - Luigi PrunetiOtto giorni prima del voto gli italiani si domandano chi abbia le chiavi della sovranità nazionale, della loro stessa essenza . Il presidente della repubblica esprime giudizi molto discutibili sui partiti. Lo fa dall’estero. Come da Parigi disse che Monti non era candidabile perché senatore a vita: opinione confutata non solo da costituzionalisti ma dai fatti, che in politica sono tutto.  D’altronde, senza essere personalmente candidato Monti Mario sta ostentando una protervia che rende difficile intese future e pregiudica negativamente proprio il ruolo di tessitore che Napolitano dovrà svolgere in caso di pareggio o di frammentazione-frantumazione delle Camere. Nella  sua spocchia Monti Mario si mostra impolitico assoluto. Più Grullo che Grillo. Stupisce la ristrettezza di vedute di quest’Italia che va a farsi benedire dall’estero: oltre Tevere, oltre Atlantico, oltre le Alpi… E’ la solita solfa: “Sono buono perché lo dice la  mia tata”, “dobbiamo fare così perché che lo chiede l’Europa (quale?), la BCE (chi rappresenta?), il FMI…. Come al tempo delle crociate: “Deus vult…”. Con la differenza che, detto in latino, quell’appello lasciava libertà di scelta. Che cosa voleva il Dio delle Crociate?  prendere o donare? E che cosa invece vogliono questi nuovi dèi? L’ “Europa”, la Nato, gli USA troppo pretendono da un paese in declino e pochissimo restituiscono. Lo dice chiaro lo smantellamento eterodiretto dei capisaldi dell’imprenditoria italiana. Perciò a chi dall’estero irrompe nella campagna elettorale gli italiani rispondono rivendicando la vera priorità: recuperare la  sovranità nazionale,  non una banale “identità” ma la filosofia della storia, la ragion d’essere della Nuova Italia, un paese laico nel senso autentico, cioè garante della libertà  dei suoi cittadini. Come argomenta Antonio Casu nelle acute pagine su Il potere e la coscienza, lo chiarì bene Francesco Cossiga meditando su Thomas More (ed. Rubbettino).  Per arrivarci, bisogna sottrarre la politica estera ai “missi dominici” dei potentati stranieri.
Ancora una volta balza evidente la differenza tra questa e l’Italia che fu e che potrebbe tornare a essere.
   Il 1896 fu per l’Italia un anno nerissimo. Il 1° marzo le orde del negus Menelik travolsero ad Abba Garima le divisioni di Oreste Baratieri. Una catastrofe, non solo per i caduti sul campo, le mutilazioni e le umiliazioni inflitte ai prigionieri ma perché sembrò che l’Italia fosse cancellata da protagonista della storia. Il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, si dimise senza affrontare il voto. In Senato andò ad abbracciarlo Giosue Carducci, il grande patriota, che non volle dare il calcio dell’asino a chi prima era stato osannato e poi fu crocifisso.  Dovette ripetere: “Questa Italia è vile …”. Nell’agosto dello stesso anno il Principe ereditario Vittorio Emanuele andò a Cettigne per prendere in sposa Elena Petrovic Niegos. Era la figlia del Principe Nicola, Re dal 1910, uomo di ferro, discendente da guerrieri che per secoli avevano resistito all’islamizzazione. Mentre la Francia di Francesco I e di Luigi XIV trescava con la Sublime Porta turco-ottomana, i cristiani della penisola balcanica (Montenegro, Albania, Macedonia…) resistevano soffrendo nelle carne. Lo documenta il bel saggio di Luigi Pruneti, Aquile e Corone. L’Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di Vittorio Emanuele III ed Elena al governo Mussolini (Le Lettere).  Elena crebbe a San Pietroburgo: fucina culturale internazionale.  Lo splendore della Chiesa  Ortodossa vi si fondeva con l’avanguardia della filosofia, delle arti e delle scienze dell’Europa Occidentale.  Sacralità e modernizzazione furono le cifre dell’unione alchemica tra il Principe di Napoli ed Elena di Montenegro.  Vittorio Emanuele aveva alle spalle novecento anni di una Casa intrecciata con tutte le Corone d’Europa. I Savoia contavano persino un Papa, Felice V, già duca Amedeo VIII. I Petrovic Niegos erano il pilastro della cristianità lacerata: cattolici apostolici romani a occidente, ortodossi a oriente, una divisione che perdura da mille anni, è il vero nodo irrisolto della cristianità ma è rimasta ai margini dal dibattito in corso sulla rinuncia di Benedetto XVI a Vicario di Cristo.
  Un ruolo decisivo nella storia del Montenegro, documenta Pruneti, ebbe la massoneria, che faceva da ponte tra le due Europe. Lo narrò già Leone Tolstoj in Guerra e pace. La Massoneria fu alle radici della nascita degli Stati nati dalla plurisecolare lotta contro il dominio turco-ottomano: Romania, Bulgaria, Serbia…, e, appunto, il Montenegro.
      Nel 1914-1915 l’Italia si trovò a un bivio drammatico. Decise l’intervento a fianco dell’Intesa (l’infida Francia, l’esosa Gran Bretagna, la generosa Russia di Nicola II) per salvare i serbi dal tracollo, ma non ne venne affatto ripagata. In un gioco sinora appena sfiorato dagli studi storici il Montenegro fu sacrificato all’ invenzione del Regno di Jugoslavia (Serbia, Croazia, Slovenia) voluto dalla Francia, col sostegno del suo Grande Oriente governativo-nazionalistico, in combutta con la Russia di Lenin in funzione anti-italiana. 
 L’Italia, documenta Pruneti, salvò, ospitò e organizzò un corpo militare di montenegrini, acquartierati in attesa di un futuro che venne deciso a Versailles, da alleati non amici. In poco tempo il Fato si portò via Nicola, il 28 giugno 1921, sacro all’emblematico San Vito, e nel 1923  la regina Milena, entrambi sepolti nella chiesa ortodossa di San Remo, sino alla traslazione nella loro terra (29 settembre 1989): modello di civiltà rispetto a questo povero grigio Paese, che ancora lascia all’estero le salme dei suoi Re.  La Gran Loggia d’Italia fece la sua parte intitolando una sua Officina al “Montenegro” (8 aprile 1920). Non bastò, come non bastò la diplomazia personale di Vittorio Emanuele III.  Ma il Montenegro continuò a credere e scommette su una Italia capace di guardare a 360 gradi intorno a sé, come aveva fatto quella di Crispi. Nel 1894 Roma era vincolata a Vienna e a Berlino dalla Triplice Alleanza, ma il presidente del Consiglio, siciliano di remote ascendenze albanesi, e Re Umberto I, capirono che  bisognava sparigliare le carte. Perciò puntarono sulle nozze tra il Principe ereditario e la principessa montenegrina: una decisione non immemore dell’Esarcato di Ravenna e della Repubblica di Venezia. L’Italia c’era stata e doveva continuare a esserci. La Vera Luce viene da Oriente.
Con le sue antenne, quali, appunto la rete delle logge massoniche, crogiuolo di conoscenze e di esperienze lungimiranti, quell’Italia aveva raggiunto l’unità nazionale, ma  non per rimanere seduta a contemplare il vuoto. Mazzini aveva detto che essa ha una missione civile in tutto il Mediterraneo e oltre. Garibaldi dedicò l’ultimo decennio della vita a predicare che bisogna cacciare i turchi al di là del Bosforo. Vittorio Emanuele III ed Elena camminarono in quel solco. Forse non è per caso che il 9 settembre 1943 si trasferirono da Roma a Brindisi: la porta dell’Oriente, la terra dei Templari, come ci ricorda Roberto Giacobbo in “Voyager”. La storia narrata da Luigi Pruneti è viva e attuale, come tutte quelle vere (*).
Aldo A. Mola
(*) Il volume di Pruneti viene presentato a Roma alle 16 di venerdì 22 nella Basilica dei SS. Giovanni e Paolo al Celio.
DATA: 22.02.2013
  
I SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA A TORINO

I SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA A TORINOSu invito della Delegazione dell'Ordine di Malta del Piemonte e della Valle d'Aosta, dal 9 all'11 febbraio, il Re Simeone II e la Regina Margherita hanno visitato Torino accompagnati dal Delegato dell'Ordine, Conte Ing. Alessandro Antonielli d'Oulx e signora Gabriella; dagli Ambasciatori dell'Ordine presso la Santa Sede, Alberto Leoncini Bartoli e signora Laura, e presso la Bulgaria, Camillo Zuccoli e signora Ursula; dal Console onorario di Bulgaria per il Piemonte e la Valle d'Aosta, Gianni Stornello e signora Ingela; e dal Comm. Matterino Dogliani  e signora Marina.
Nella storica Basilica di Superga il Re e la Regina hanno assistito al rito religioso celebrato dal Rettore, Mons. Venanzio Ramasso, in suffragio dei Sovrani e dei Principi di Casa Savoia e in comune preghiera per il Popolo bulgaro, ed hanno poi visitato gli storici appartamenti Reali illustrati con appassionata competenza culturale dalla Dott.ssa Raffaella Campagna.   Re Simeone ha quindi deposto un cuscino di fiori alla tomba del Re Carlo Alberto - trisnonno della Regina Giovanna - ultimo Re sabaudo sepolto a Superga. Successivamente Re Simeone e la Regina Margherita hanno visitato la Scuola Materna "Vittorio Emanuele II", accolti dal Presidente Franco de Rege di Donato,  dal Direttore Emanuele di Rovasenda e dalla Suore. Questa Scuola da quasi 200 anni - gestita prima direttamente da Casa Savoia e poi,  dal 1946 ad oggi,  dall'Ordine di Malta -  educa,  nei tre anni precedenti alle scuole elementari,  un centinaio di bambini senza distinzione di fede religiosa e di nazionalità. Il Re e la Regina si sono quindi recati al Palazzo Reale, nel centro della Città, dove sono stati ricevuti e guidati nella visita dal Direttore del Palazzo Arch. Daniela Biancolini, artefice degli accurati restauri e della valorizzazione dello stupendo edificio ove sono stati ripristinati, con gli stessi arredi, i locali abitati dai Sovrani sabaudi fino al Re Umberto II  - fratello della Regina Giovanna -  e alla Regina Maria José. Da Palazzo Reale la visita è proseguita a Palazzo Carignano, sede del Parlamento che, il 17 marzo 1861, proclamò il RegnoI SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA A TORINO d'Italia  - i cui 150 anni, nel 2011, sono stati celebrati in tutto il Paese -  e dove è allestito il meraviglioso Museo del Risorgimento italiano di cui è anima, propulsore e Direttore il Dott. Roberto Giachino che ha illustrato agli ospiti,  nelle varie sale,  i preziosi documenti e i cimeli che consentono di ricostruire il lungo percorso, dal 1848 al 1861, durante il quale l'Italia occupata e divisa divenne, con Casa Savoia, una Nazione libera e unita. Ultima tappa dell'itinerario storico è stata la splendida Reggia sabauda di Venaria Reale, anch'essa opera dell'Architetto Juvarra, riaperta da alcuni anni dopo un restauro ultradecennale: essa si è trasformata nel quarto sito più visitato lo scorso anno in Italia tanto che, come ha osservato il Conte Tomaso Ricardi di Netro, membro del Direttivo della Reggia, la Città di Torino, che è oggi in crisi e recessione industriale, grazie alle meravigliose opere architettoniche e artistiche realizzate da Casa Savoia  - fin dal 1563 quando divenne Capitale del Ducato e poi del Regno - può essere un polo internazionale di eccellenza culturale, accademica e turistica,  con le ricadute economiche e commerciali che danno respiro e prospettive per l'avvenire.
La visita alla Reggia si è conclusa con lo spettacolo della meravigliosa imbarcazione fluviale - si tratta dell'ultimo Bucintoro originale esistente al Mondo -  voluta dal Re Carlo Emanuele III, che Casa Savoia utilizzava nel 1700 per andare da Torino a Venezia, presentata con un suggestivo e coinvolgente contesto di recite e musiche interattive che affascinano i visitatori.
DATA: 19.02.2013
  
ASSISI: I SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA ALLA CITTA' RENDONO OMAGGIO ALLA REGINA GIOVANNA

ASSISI: I SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA ALLA CITTA' RENDONO OMAGGIO ALLA REGINA GIOVANNALo scorso 8 febbraio il Re Simeone II e la Regina Margherita si sono recati ad Assisi per rendere omaggio alla Tomba della Regina Giovanna nella Cappella dei Frati Francescani.
Ricevuti dal Sindaco della Città, Ing. Claudio Ricci, e dal rappresentante del Consiglio Comunale, Dott. Daniele Martellini, il Re e la Regina si sono raccolti nel ricordo della amata Regina la cui esemplare figura di cristiana, di donna, di sposa, di madre e di Sovrana che ha dedicato la vita alla Bulgaria, è stata rievocata e benedetta dal Vicario Generale del Sacro Convento di San Francesco, Padre Egidio Canil, accompagnato da Padre Loreto Del Piano.
Dopo il rito religioso al Cimitero, il Re e la Regina si sonno raccolti in preghiera sul Sepolcro di San Francesco – Apostolo della carità e della pace – ed hanno quindi condiviso la mensa con il Ministro Generale dei Frati Francescani Minori Conventuali (OFM) Padre Marco Tasca, con il Custode del Sacro Convento, Padre Giuseppe Piemontese, e con 300 Frati provenienti da 50 paesi, tra i quali la Bulgaria, riuniti in Assisi per il 200° Capitolo Generale dell’Ordine che ha rieletto, per la seconda volta, 119° Successore di San Francesco Padre  Marco Tasca.

ASSISI: I SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA ALLA CITTA' RENDONO OMAGGIO ALLA REGINA GIOVANNA
Davanti alla Tomba della Regina Giovanna, da sinistra: il Prof. Massimo Zubboli, il Sindaco di Assisi Ing. Claudio Ricci, il Re e la Regina, Padre Egidio Canil, l’Amb. Camillo Zuccoli, la signora Grazia Fabbri, il Prof. Arcangelo Trovellesi, e Padre Loreto Del Piano.

ASSISI: I SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA ALLA CITTA' RENDONO OMAGGIO ALLA REGINA GIOVANNA
Nel Sacro Convento di San Francesco, il Re e la Regina con il Ministro Generale dell’Ordine Padre Marco Tasca, il Custode del Convento Padre Giuseppe Piemontese, il Padre bulgaro Vladimiro Penev, il Parroco di Pleven Padre Eugeniusz Rozanski, il Sindaco Ing. Claudio Ricci, il Consigliere Comunale Dott. Daniele Martellini, e l’Ambasciatore dell’Ordine di Malta in Bulgaria, Camillo Zuccoli.
DATA: 16.02.2013
  
BARI: L’U.M.I. PARTECIPA AD UN CONVEGNO SULLA VIOLENZA DOMESTICA

BARI: L’U.M.I. PARTECIPA AD UN CONVEGNO SULLA VIOLENZA DOMESTICASabato 2 febbraio 2013, presso l’Aula Consigliare dell’Ordine degli Avvocati di Bari, il Lions Club Bari Host ha organizzato un convegno sul tema "VIOLENZA IN FAMIGLIA", in cui è stato denunciato il silenzio che spesso nasconde gli eventi di violenza sui minori e sulle donne. Lampante il successo di pubblico che ha contato la partecipazione di oltre trecento persone. L’U.M.I., invitata ufficialmente, era rappresentata dal Vicesegretario Nazionale Rag. Oronzo Cassa il quale ha preso la parola, ringraziando il presidente Lions Club di Bari dott. Ercole Gennari per l'invito fatto all'U.M.I., ed ha portato il saluto del Presidente Nazionale Avv. Alessandro Sacchi e del Segretario Nazionale Davide Colombo ai relatori presenti ed agli intervenuti.
Cassa, anche nelle vesti di Coordinatore del Club Reale "Savoia" di Corato, facente parte della Consulta della Cultura della città di Corato, ha sottolineato quanto per i soci dell'U.M.I. e del Club Savoia l'argomento del convegno fosse importante e rientri tra i tanti temi delle attività già svolte, in cui la famiglia ha un ruolo speciale. La figura della donna rimane il fulcro della famiglia e nella realtà associativa dell’U.M.I. le donne rivestono un ruolo primario, essendo numerose. Il Vice Segretario ha comunicato ai presenti che verrà fatto tesoro del convegno anche per il qualificato livello degli oratori. Cassa ha ringraziato in particolare l’avv. Vincenzo Sabini che ha fatto da tramite tra l’U.M.I. e l’organizzazione.
Nella foto l'intervento del Vicesegretarionazionale Oronzo Cassa.
DATA: 14.02.2013
  
CAMPAGNA TESSERAMENTO U.M.I. 2013

Unione Monarchica ItalianaE' aperta la campagna tesseramento 2013 all'Unione Monarchica Italiana!
Le quote per l'anno in corso sono fissate in euro 30 per i soci ordinari e 120 per i soci sostenitori.
La figura del socio sostenitore, prevista dall'articolo 5 dello Statuto, consente di accedere agli incarichi nazionali.
Il bollino che attesta l'iscrizione va richiesto alla Segreteria nazionale o agli organi periferici.
Per fare pervenire il contributo bisogna effettuare un bonifico bancario con i seguenti dati:
CODICE IBAN
BANCA UNICREDIT  - agenzia Roma PULLINO (30026)
UMI - UNIONE MONARCHICA ITALIANA
IT 28N02008 05053 000400524502
Codice BIC Swift UNCRITM1A99 (per l'estero)
oppure tramite assegno o versamento in contanti presso la Sede nazionale.
Abbiamo bisogno del contributo di tutti per portare avanti la campagna monarchica!
DATA: 12.02.2013
  
L’AMBASCIATORE DELLA CONCILIAZIONE: DE VECCHI DI VAL CISMON

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10.02.13

Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon  Verso le tre del mattino del 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo, “organo delle Rivoluzione”, decise a stragrande maggioranza di chiedere al Re, Vittorio Emanuele III, di esercitare tutti i poteri  che lo Statuto gli riservava. Il Sovrano doveva rimuovere da capo del governo Benito Mussolini, ingombrante “primo maresciallo dell’Impero”, sostituirlo con un uomo adeguato all’emergenza nazionale, e  afferrare le redini della conduzione della guerra, secondo la tradizione: governo militare in armonia con il capo di stato maggiore generale, senza interferenze di corpi estranei, quali il partito e la milizia volontaria di sicurezza nazionale. Non vi erano due Italie, la “diarchia”, ma la Monarchia. A quella riunione alcuni gerarchi, tutti militari di lungo corso, andarono armati. Poteva finire in tragedia.  Qualcuno portò la pistola, pronto a reagire all’irruzione di uomini chiamati da Mussolini per disperdere i “cospiratori”. Cesare Maria De Vecchi conte di Val Cismon (dal 1925), infilò in tasca una bomba a mano. All’occorrenza bisogna vendere cara  la pelle e dare un ultimo esempio gli italiani.  Mussolini lo considerava un “Re di complemento” perché De Vecchi era anzitutto fedelissimo di Casa Savoia.  Dal 1920 egli aveva aderito ai fasci di combattimento perché vi vide l’incarnazione del patriottismo, non una caotica rivoluzione permanente. Come tanti politici del suo tempo era cresciuto alla svelta. Nato a Casale Monferrato nel 1884, un anno più giovane di Mussolini,  nel 1915 De Vecchi era in servizio militare. Due lauree (in giurisprudenza e lettere e filosofia, tra il 1906 e il 1908), era stato l’animatore della Società Promotrice di Belle Arti di Torino, con ruolo strategico nel Cinquantenario del Regno d’Italia: celebrazione della centralità della monarchia per la nascita del Regno e per formare gli italiani.  Tre medaglie d’argento e due di bronzo  per la valorosa condotta nella grande guerra, amico dell’editore Angelo Fortunato Formiggini (ebreo e massone) e di Ezio Maria Gray, conosciuto  e apprezzato da Vittorio Emanuele III  che ogni giorno visitava le prime linee,  per tutti De Vecchi era “Barbisùn”,  per gli imponenti baffoni, che, secondo l’uso dell’epoca, arricciava col ferro arroventato. Un’arte. Sommersa da decenni di invettive e polemiche retrospettive, quell’Italia riaffiora dagli archivi e, sulla  distanza, merita giudizi più equilibrati rispetto a quelli d’ antan,  soprattutto per  capire  la sua differenza rispetto l’attuale. Quella aveva una riserva di grandi ideali e di dedizione generosa, sintetizzata nella monarchia; la seconda annaspa in cerca di appigli per non sprofondare nell’abisso che le si spalanca sotto i piedi.  Così, De Vecchi torna sulla tolda del Vascello Fantasma della grande storia, di un’Italia molto diversa da quella narrata nei manuali o piegata nelle pagine di testimonianze di parte, spesso distorte. E’ il caso del Diario di  Galeazzo Ciano, che ne scrisse sprezzanti giudizi (salvo però ostentargli amicizia, anche  nel ricordo di suo padre, Costanzo, che era stato con De Vecchi vicesegretario  del partito fascista). Nelle settimane decisive per l’avvento del governo Mussolini (nominato il 30 ottobre 1922, insediato il 31 e al lavoro dal 1 novembre), De Vecchi svolse una parte fondamentale. Quadrumviro delle squadre che dovevano convergere su Roma per determinare l’avvento di un governo di unione nazionale comprendente i fascisti, dieci giorni prima della “marcia” portò  Emilio De Bono e Italo Balbo  in visita alla regina Margherita, a Bordighera, per sottolineare che il fascismo era monarchico. Fautore della sostituzione di Facta con il liberale Antonio Salandra, avrebbe appoggiato anche un terzo governo Facta o persino un sesto governo Giolitti, l’ottantenne statista dal 23 ottobre si era pubblicamente dichiarato favorevole all’ingresso dei fascisti nell’esecutivo. Nelle ore convulse della partita finale,  De Vecchi accettò  a malincuore la presidenza Mussolini,  decisa dal re perché era la soluzione più netta e sbrigativa per parlamentarizzare la crisi. Al governo ebbe un incarico minore, prese le redini della Milizia per evitare che fosse una sorta di contro-Esercito.  Governatore della Somalia dal 1923 al1928 (inglobò la Migiurtina e l’Obbia), senatore  dal 1925 (una prima proposta era stata bloccata  dalla Camera Alta, molto orgogliosa della propria autonomia), nel 1929, dopo la firma dei Patti Lateranensi da parte del Duce e del Cardinale Gasparri (la Conciliazione che segnò la convergenza oggettiva tra regno d’Italia e Santa sede, tra quella Italia e quella Chiesa…), De Vecchi fu il primo Ambasciatore del re in Vaticano.  Governatore di Rodi dal 1936 al 1940, in rotta di collisione con i “più fascisti (come Roberto Farinacci e Achille Starace, entrambi massoni), dal 1940 De Vecchi rimase defilato. Tornò protagonista appunto nella preparazione  del 25 luglio  con Dino Grandi, Luigi Federzoni, Giacomo Acerbo, Alfredo De Marsico, Giuseppe Bottai, Gaelazzo Ciano, anche per i contatti con Domenico Maiocco, un misterioso  personaggio ora biografato da Antonino Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico dello tato Maggiore dell’Esercito. Dopo la nomina di Badoglio, suo conterraneo come il maresciallo Ugo Cavallero, parimenti di Casale Monferrato, De Vecchi riuscì a evitare la sorte dei gerarchi arrestati da Mussolini, processati e fucilati anche se il  rango di senatori comportava che il processo fosse celebrato dal Senato costituito in Alta Corte. Scampò grazie ai salesiani, che poi riuscirono a fargli raggiungere l’Argentina. Vi rimase sino al 1947, quando rientrò in patria per vivervi serenamente. De Vecchi non fu affatto il soldataccio dipinto da certa polemistica. Come presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento e Accademico dei Lincei dette impulso a una lettura nazionale della storia d’Italia, che fa iniziare il Risorgimento con la vittoria di Eugenio di Savoia e Vittorio Amedeo II a Torino contro i francesi di Luigi XIV: vittoria dell’Italia contro  gl’invasori stranieri (francesi una volta, “tedeschi”, o austriaci, un’altra).
A differenza di certi ex comunisti, De Vecchi non attese il 2013 per scoprire che  vi era una terza via: né Berlino né Mosca, non il nazismo hitleriano, né il bolscevismo di Stalin. L’Italia era la terra del Risorgimento e il suo “fascismo” (come quello di Alberto Beneduce, Guido Jung….) coronava il sogno di “fare gli italiani” con l’ educazione nazionale (Balbino Giuliano), senso dello Stato (Pietro Gazzera), opere pubbliche, bonifiche, patriottismo… E’ curioso che sia stato proprio il quadrumviro De Vecchi  a rivalutare il suo conterraneo Giovanni Lanza, il presidente del consiglio che con Quintino Sella  e Marco Minghetti assicurò il pareggio di bilancio del neonato regno d’Italia: un obiettivo nuovamente raggiunto, per l’ultima volta, proprio nel 1929.  Piaccia o meno,  per tanti e anche nobili motivi merita dunque di essere ricordato, e non solo nel Museo Nazionale del Risorgimento di Torino

Aldo A. Mola
DATA: 03.02.2013
 
LE DIMISSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI: DICHIARAZIONE DI ALESSANDRO SACCHI

Alessandro SacchiDichiarazione del Presidente nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, Avv. Alessandro Sacchi:
"La pratica delle dimissioni ricorre di rado nella storia della Chiesa cattolica tanto che, quando ciò accade, ha una eco universale e si avvia un processo rigeneratore anche quando la Chiesa affronta un periodo di crisi. Papa Benedetto XVI ha annunciato le proprie dimissioni per il 28 febbraio, poi il Conclave, i nuovi Cardinali, la solennità rituale. Le motivazioni con la stanchezza, l’età avanzata o le delusioni possono essere accolte. Il Papa lascia ed ha fatto onore ai suoi 86 anni. Anche la Regina Beatrice d’Olanda ha fatto lo stesso, pochi giorni fa, per seguire da vicino il figlio Friso in coma da mesi. Le Monarchie hanno dimostrato di avere coscienza di quando giunge il momento di lasciare il passo al nuovo. I Presidenti invece sembrano correre incontro all’eternità.
Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.
Roma, 11 febbraio 2013"

LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO DINNANZI ALL’ABDICAZIONE DI PAPA BENEDETTO XVI

Papa B16  Il Verbo si fece Carne. E la Carne, nella Persona di Sua Santità  Papa Benedetto XVI, oggi ha annunciato la restituzione  delle Insegne di Vescovo di Roma e di successore di Pietro al Sovrano Collegio dei Cardinali di Santa Romana Chiesa dal prossimo 28 febbraio 2013.
  Lo ha fatto nell’anniversario dell’Apparizione della Madonna a Lourdes, una data già scelta per la firma dei Patti Lateranensi tra il Regno d’Italia e la Santa Sede.
  La decisione di Papa Benedetto XVI, per imperscrutabile “libera sponte”, è  motivo di riflessione e di esempio

Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
Roma, 11 febbraio 2013

DATA: 11.02.2013
  
USCITO NELLE LIBRERIE "I MONARCHICI E LA POLITICA ESTERA ITALIANA NEL SECONDO DOPOGUERRA"

Monzali - Ungari -I MONARCHICI E LA POLITICA ESTERA ITALIANA NEL SECONDO DOPOGUERRA"Segnaliamo in anteprima un’importante novità editoriale che si occupa della  politica monarchica e che sarà presto nelle librerie.Questo libro colma una lacuna nell’indagine storiografica sull’atteggiamento dei monarchici nei confronti delle scelte di politica estera dei governi italiani nel secondo dopoguerra. Attraverso un’attenta analisi della stampa legittimista e dei documenti archivistici, il volume ricostruisce la posizione che il movimento monarchico mantenne sulle vicende internazionali che coinvolsero il paese in quegli anni: il Trattato di pace, la questione delle colonie e del confine orientale, l’adesione all’Alleanza Atlantica e al processo di integrazione europea. Nel far ciò, l’analisi di uno dei più autorevoli rappresentanti del mondo legittimista, l’ambasciatore Raffaele Guariglia, permette di ben individuare l’influenza che la folta schiera di diplomatici ebbe nell’orientare le scelte di politica estera della dirigenza del Partito nazionale monarchico.

Luciano Monzali insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli studi di Bari Aldo Moro.Fra le sue opere ricordiamo: Italiani
di Dalmazia 1914-1924 (Firenze 2007) e Mario Toscano e la politica estera italiana nell’era atomica (Firenze 2011).

Andrea Ungari, insegna Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e Storia delle relazioni internazionali presso la Luiss-Guido Carli. Con Rubbettino ha partecipato al gruppo di lavoro su I liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica.

Luciano Monzali - Andrea Ungari
I monarchici e la politica estera italiana nel secondo dopoguerra
Rubbettino EditorE
Euro 18.00
ISBN 978-88-498-3628-8

DATA: 08.02.2013
 
TORINO: MOSTRA SU CASA SAVOIA

Mostra Casa SavoiaÈ stata inaugurata a Torino il 23 gennaio scorso la mostra dal titolo "I Savoia ed i loro simboli" presso la sede della Biblioteca della Regione Piemonte in via Confienza 14, con il patrocinio del Consiglio regionale piemontese, che mette in evidenza la collezione di Mauro Giacomino Piovano, l'introduzione riportata nel catalogo è dello scrittore subalpino conte Gustavo Mola di Nomaglio, mentre la prefazione da parte del Presidente del Consiglio dott. Valerio Cattaneo.
L'esposizione è molto ricca di pezzi di antica fattura e rinnovata bellezza sotto le luci delle vetrinette prestate per l'occasione; vi sono lame ed armamenti che hanno segnato la vita militare dell'Esercito Sardo, poi diplomi, medaglie ed onorificenze per ricompense al valore. I ritratti e le cartoline d'epoca di alcuni rappresentati della Dinastia, a partire dal Padre della Patria fino ai più recenti discendenti. Tante scritte che recano inni alla Casa di Savoia con epici gloriosi momenti storici immortalati. Ci desta ammirazione e profonda devozione il coraggio del Conte di Torino, il quale sfidò a duello il Principe Enrico d'Orleans per difendere l'onore italico, tempi diversi da quelli odierni!
Accanto alla celebrazione della Dinastia anche il rilievo per tutti i territori dello Stato di allora comprendente la Val d'Aosta, la Contea di Nizza e naturalmente la Savoia, dalla quale la capitale fu trasferita a Torino, lasciando per sempre Chambery proprio 450 anni orsono.
A ricordo del nostro amatissimo Re Umberto II si può notare l'astuccio contenente quei famosi gemelli con la "U" in argento e smalto che venivano omaggiati agli Ufficiali meritevoli, dall'allora Principe di Piemonte il vero gran Signore dell'epoca bella della Monarchia!
Carmine Passalacqua , Consigliere nazionale U.M.I.

- il 13 febbraio la docente e saggista Claudia Bocca svolge la conferenza “7 febbraio 1563, Emanuele Filiberto di Savoia entra in Torino: 450 anni da capitale”;
- il 20 febbraio gli storici Roberto Sandri Giachino e Mola di Nomaglio parlano di “Segni d’onore, di battaglia e di carità. Gli ordini cavallereschi dei Savoia, storia e distintivi”.
La mostra è aperta fino al 28 febbraio dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16. L’ingresso alle conferenze (fino a esaurimento posti) e alla mostra è gratuito.
DATA: 06.02.2013
  
CIRCOLO REX: SALVATORE SFRECOLA SI OCCUPA DI CORRUZIONE E SPRECHI

CIRCOLO REX: SALVATORE SFRECOLA SI OCCUPA DI CORRUZIONE E SPRECHIDomenica 3 febbraio 2013, nell’ambito del 65° ciclo di conferenze del circolo di cultura e di educazione politica REX, il Presidente della Sezione giurisdizionale di Torino della Corte dei Conti, Avv. Prof. Salvatore Sfrecola, ha tenuto una conferenza sul tema: “La Corte dei conti: 150 anni contro gli sprechi e la corruzione”. Il Magistrato, che è anche direttore del sito internet www.unsognoitaliano.it, ha esordito ricordando le origini della Corte dei conti che non si limitano al 1862 ma affondano le proprie radici nel XIII secolo con la Camera di Conti. Sfrecola ha analizzato la situazione del debito pubblico di 150 anni fa, constatando che il Regno di Sardegna aveva un alto debito pubblico a causa delle guerre d’indipendenza ma che da altri stati preunitari venne ereditato un debito imputabile al malgoverno. L’oratore ha poi attualizzato il discorso andando ad individuare i compiti della Corte dei Conti che consistono in primis nell’individuazioni degli sprechi di denaro pubblico e nella ricerca di elementi che lascino presagire corruzione. Sono stati poi portati esempi lampanti di come il denaro pubblico venga dissipato inutilmente come, ad esempio, affittando per milioni di euro gli immobili destinati agli uffici pubblici quando lo Stato italiano è proprietario di un patrimonio immobiliare inutilizzato che non ha pari al mondo. L’incontro ha dato il via ad un interessante dibattito che ha permesso ai convenuti di conoscere una realtà tanto importante quanto poco approfondita come quella della Corte dei Conti. L’incontro è stato moderato dall’Avv. Benito Panariti, Presidente del Circolo REX e dall’Ing. Domenico Giglio che ha, come consuetudine, letto un messaggio di Re Umberto II all’inizio dell’incontro (il messaggio ai Senatori del Regno del 1955). Presenti il Sen. Domenico Fisichella, Sergio Boschiero, il Duca Hardouin di Gallese e il Segretario U.M.I. Davide Colombo.
Nella foto l'intervento di Salvatore Sfrecola con Benito Panariti.

IL VIDEO DELLA CONFERENZA



DATA: 05.02.2013
   
PANTHEON: RICORDATO MOHAMED ABDIRIZZAK AD UN ANNO DALLA SCOMPARSA

PANTHEON: RICORDATO MOHAMED ABDIRIZZAK AD UN ANNO DALLA SCOMPARSA
Roma, venerdì 1 febbraio 2013, alle ore 17.00, nel Pantheon è stata celebrata, ad un anno dalla scomparsa, una Santa Messa in ricordo del compianto Prof. Mohamed Abdirizzak, fervente monarchico di origine somala, già collaboraore di FERT e di Sergio Boschiero. Ad officiare il rito Mons. Micheletti, Rettore della Basilica del Pantheon. Attorno alla vedova, Sig.ra Gerardina Cuomo e alla figlia Tania, si sono stretti tanti amici monarchici tra cui molte Guardie d’Onore. L’U.M.I. era rappresentata dal Presidente onorario Sergio Boschiero, stretto amico di Abdirizzak, dal Segretario nazionale Davide Colombo e dal Vicepresidente nazionale Vincenzo Vaccarella.
Nella foto gli esponenti UMI con la Sig.ra Gerardina e la figlia Tania.
DATA: 05.02.2013
  
ALLE URNE CON L’OCCHIO ALLE STATISTICHE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 03.02.13

 Gli elettori sono “adulti”. Alla stretta finale, forse hanno residui dubbi su chi votare, ma di sicuro sanno chi non va votato e va cacciato da una posizione che non ha per merito suo ma per decisione del presidente della  repubblica.  E’ il caso di Monti Mario e di questo governo scadente. Il cittadino oggi è meglio informato sull’andamento dell’economia reale di quanto fosse un tempo. Per capirlo, del resto, non ha bisogno di spiegazioni accademiche né di sofisticate elaborazioni informatiche. Gli basta confrontare le proprie entrate con le uscite, di mese in mese. L’andamento dei prezzi, l’effettivo potere d’acquisto della moneta, il valore dei beni (a cominciare dagli immobili e dai risparmi, che il perfido “redditometro” considera “indizio di reato”) parlano da soli. Gli indicatori statistici riecheggiano la litania lugubre imperante da un anno e tre mesi. Insediato da Napolitano, con mandato circoscritto e per breve durata, il “governo dei tecnici”, cioè Monti e compagnia salmodiante, spiegò che gli italiani debbono “cambiare vita”. ( La Fornero sprizzò addirittura lacrime mordicchiandosi: diranno i chiromanti se addentò il Monte di Giove o quello di Venere). Dopo aver massacrato il potere d’acquisto degli italiani, ora “il professore”  annuncia che, se rimarrà al potere, farà l’opposto di quanto cocciutamente perseguito sinora. Perché mai bisognerebbe credergli? Le statistiche dicono chiaro e crudo com’era l’Italia dell’estate 2011 e qual è il tragico presente. Le statistiche sono il metro dei governi: annunciano i trionfo e  il crollo dei regimi (ne riparleremo).    Oltre a quella dell’andamento economico vi è un’altra statistica decisiva: quella dei “sentimenti”. Gli italiani non sopportano i piagnoni. Alle spalle hanno millenni di paganesimo e di  tenace capacità di risalire la china.  E’ la terra dell’ “ora et labora” che fece la differenza tra gli eremiti menagramo d’Oriente e i frati d’Occidente (conventuali e mondani, esoterici ed  essoterici, dai benedettini ai francescani, ai gesuiti stessi, dai massoni all’Opus Dei). Quando i profeti di sventure esagerano, i concittadini  raccolgono fascine, come nella Firenze di fine Quattrocento. Gerolamo Savonarola fu breve spettrale parentesi tra Lorenzo de’ Medici e il ritorno della Primavera.  Spento fra’ Gerolamo, le volte delle chiese tornarono a popolarsi di immagini opulente, icone del benessere, della conciliazione tra la Terra e il Cielo, che non è punitivo, ma generoso, indulgente, accogliente: meno Agostino più Tommaso, meno Pascal più Calasanzio, Filippo Neri, Alfonso de Liguori… Al voto si va dunque per rimuovere, statistiche alla mano, chi ha sbagliato e chi vuol fare peggio, a partire da una patrimoniale senza riduzione della spesa pubblica: pauperismo a braccetto col giustizialismo.  Anche il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Crociata, quando mette in guardia dagli “imbonitori” sicuramente pensa proprio a chi, come Monti, da un anno e mezzo promette ricette salvifiche ma deprime e così impedisce qualsiasi riscossa.  Alle urne si va anche pensando al “poi”: sommare stabilità e ripresa, creatività e interessi generali di lungo periodo. E’ la proposta avanzata da Berlusconi già alla vigilia delle elezioni del 2008:  una maggioranza di unione nazionale per affrontare il nodo dei nodi. Occorre superare il bicameralismo perfetto che paralizza il Parlamento; fissare confini chiari tra poteri (presidenza della repubblica, esecutivo, legislativo, ordine giudiziario…) e tra  responsabilità politiche (lo sono anche le amministrazioni regionali, provinciali, comunali: espressione del voto, e quindi sovrane), impresa economica e magistratura (il caso Ilva insegna). I due maggiori cartelli politici  (PDL,  Lega e alleati minori da un canto; il solo PD dall’altro) hanno i requisiti storici per assumere l’onere di salvare l’Italia dalla babele dei dialetti elettorali. Hanno anche la forza necessaria ad assorbire la spinta del movimento di Grillo, risolvendola in una salutare “eresia” liberista e in bastione contro la peggiore forma di antipolitica: la presunzione dei “tecnici”, spacciatori di ricette alchemiche che alla prova dei fatti risultano velenose. Gli italiani non vogliono far da cavie alla sperimentazione selvaggia di chi ha causato  disastri come gli “esodati”, l’impennata della disoccupazione, il crollo del mercato immobiliare e dell’occupazione nell’edilizia (madre di sviluppo o, quando si ferma, di recessione), la stagnazione delle grandi opere, il malessere psicologico dilagante, soprattutto nei giovani inoccupati. Giustamente diffidenti verso un’Unione Europa gonfia di Staterelli inventati, mezza eurozona e mezza no, senza vera politica estera e militare, gli italiani hanno motivo di rivendicarsi protagonisti di Storia. Non vogliono degradare a pascoli per Monti né per Monti de’ Pascoli. Alle urne diranno la loro.

Aldo A. Mola
DATA: 03.02.2013

SULLA TRAGEDIA DELLE FOIBE L’ANPI PREFERISCE SCHIERARSI CON TITO

di Gloria Sabatini - da Il Secolo d’Italia del 30 gennaio 2013

Tito“Tito maresciallo assassino” era il ritornello di una canzone della compagnia dell’Anello molto amata dai giovani di destra a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Oggi c’è ancora chi nel nome dell’antifascismo militante e della resistenza partigiana, invece, fa il tifo per l’ex presidente jugoslavo. Dalle parte dell’Italia? Meglio Tito. A dieci giorni dalla “Giornata del ricordo” istituita nel 2004 per «non dimenticare» la tragedia dell’esodo  giuliano-dalmata e lo scempio delle foibe titine, si riaffacciano qua e là i nostalgici della guerra civile, i negazionisti, gli irriducibili del braccio di ferro ideologico. “In fondo se lo sono meritata – è la vulgata della resistenza torinese guidata dall’Anpi – le vittime delle foibe sono criminali di guerra e non meritano il riconoscimento dello Stato italiano”.  Complice la campagna elettorale che non risparmia toni duri e colpi bassi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia ha organizzato proprio per il 10 febbraio a Torino l’immancabile presidio “antifascista per la pace e la democrazia” con una mostra fotografica tutta ispirata all’equazione genocidio italiano uguale reazione legittima alle violenze fasciste. Peggio dell’oblio, siamo alla riedizione dell’odio ideologico contro il male assoluto da estirpare con tutti i mezzi.  Tra i primi a reagire il consigliere Maurizio Marrone, classe 1982, capogruppo pidiellino al comune di Torino oggi arruolato in Fratelli d’Italia: «È una provocazione che giustifica il genocidio antitaliano e uccide le vittime per la seconda volta». «Quando avremo anche la capacità di rispettare i martiri senza strumentalizzazioni, saremo finalmente un popolo», dice Giorgia Meloni. Non è retorica di parte ricordare la storia di migliaia di italiani, legate col filo spinato, passate per le armi e precipitate ancora vive nelle foibe. E non è la favoletta raccontata dalla destra nostalgica e passatista. Basta andarsi a rileggere le parole pronunciate da Giorgio Napolitano in occasione del 10 febbraio 2006 che attribuiscono l’origine delle foibe a «un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Basta fare tesoro dell’appello alla memoria condivisa di un ex comunista come Luciano Violante quando nel lontano ’96 da neopresidente della Camera disse che «per condiscendenza nella storia scritta dai vincitori gli eccidi titini erano stati cancellati dalla memoria collettiva italiana». Da allora molto si è fatto e molto resta da fare per la costruzione di una identità nazionale comune: la provocazione degli ex Partigiani torinesi è un salto all’indietro che non fa bene alla comunità. Le cronache degli scorsi anni sono piene di distrazioni e strane dimenticanze.  Il sindaco di Pistoia che interpretò la Giornata del Ricordo distribuendo nelle scuole della città un volume sull’argomento dal vago sapore giustificazionista. E il primo cittadino di Napoli, Luigi De Magistris al quale sfuggì di inserire le celebrazioni nel calendario Comune, salvo poi rimediare con un improvvisato incontro con gli studenti.  Immaginate se il sindaco di Roma avesse dimenticato il giorno della memoria nel ricordo della Shoah.


DATA: 31.01.2013

L’ABDICAZIONE DELLA REGINA D’OLANDA A FAVORE DEL FIGLIO GUGLIELMO ALESSANDRO

La Regina d'Onalnda e il futuro ReLa terra dei Mulini a vento, dei Tulipani di van Gogh assisterà alla terza abdicazione della sua storia, rafforzando il valore della stabilità dei Paesi Bassi. L’amatissima Regina Beatrice ha infatti annunciato in diretta su tutti i canali radio e tv del Nos (Nedelands Omroop Stiching) che il prossimo 30 aprile, “Koninginnedag” ovvero il giorno della Regina, lascerà il ruolo di Capo dello Stato al figlio Guglielmo Alessandro. Il Principe, probabilmente, salirà al Trono con il nome di Guglielmo IV.  L’annuncio è stato fatto al popolo olandese plaudente e la Regina, dopo trentatré anni di Regno, ha proclamato il motto degli Orange: “Io manterrò la virtù e la nobiltà, l’onore e la fede.”
DATA: 29.01.2013
  
PARLAMENTO EVANESCENTE NELLA CRISI MONDIALE PERMANENTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27.01.13

Monti - Italia for sale Il Parlamento in scadenza svapora, come anche il governo Monti-Bifronte, purtroppo ancora in carica per discutibile decisione del presidente Napolitano. Le Camere sciolte sono formate in parte da chi non vi tornerà, e quindi da tempo guarda altrove, e in parte da chi, per rientrarvi, è solo a caccia di voti. Perciò le Aule  risultano lontanissime dalle urgenze vere del Paese. Questa sciagurata paralisi del Legislativo durerà sino a quando non si avrà un governo stabile. I miracoli, proprio perché sovrannaturali, sono sempre possibili. Ma la politica è scienza, non scommessa (solo un ministro “strano” come Fornero Elsa può definire “una scommessa” la legge cui lega il nome). Anziché darsi al gioco d’azzardo, la politica deve battere il ritmo al lavoro delle istituzioni. In presenza della crisi politico-militare in corso tra Africa Equatoriale e Mediterraneo,  con uno scatto di residua dignità il Parlamento deve aprire il dibattito sulla politica estera, che porta con sé quella militare. Non basta la tragica lezione della Libia? Sino a quando si terranno gli occhi bendati sulla catastrofica “primavera araba” e si continuerà ad  andare dietro il carro di decisioni altrui, con conseguenze prevedibilmente gravissime sulla vita quotidiana di ogni cittadino? Per motivi storici dal 1848 il Parlamento è stato quasi sempre al di sotto delle sue responsabilità. Lo fu in specie nel  1896, nel 1915 e nel 1940. Ma la  storia non aspetta che i ministri  dimissionari e  gli aspiranti parlamentari risolvano i propri affari. Gli italiani hanno diritto di sapere oggi dove può trascinarci l’attacco francese in Mali, senza alcun voto parlamentare, né del consiglio di sicurezza dell’Onu, né della Nato. Ce  lo chiede l’Europa?  Quale Europa? Di patacche l’ “Europa” ce ne ha già rifilate troppe perché si possa continuare a rimanerne succubi silenziosi.  Mancano quattro settimane al voto. Di giorno in giorno il clima si fa plumbeo. Ma il peggio ha da venire. Per un anno Monti e i suoi ministri raccontarono favole: nuova legge elettorale, la luce in fondo al tunnel, la ripresa nel 2013, eccetera eccetera, tutte omelie mortifere  che hanno scandito un anno di disastri. Non staremo a ricordare gli imprenditori e i licenziati suicidi per disperazione e/o dignità offesa, gli “esodati”, gli attempati senza speranza di reimpiego e i giovani preparati (né schizzinosi né bamboccioni) invano in attesa che il merito venga riconosciuto anziché costretto a svendersi. Lo storico guarda con occhio asciutto queste e altre tragedie. A preoccupare davvero, invece, è l’evanescenza del Parlamento, sciolto si, ma in carica sino alla convocazione del prossimo: strozzato dall’emergenza artificiosa dell’estate 2011 e dal governo Monti vissuto a colpi di slogan da fiera paesana, salva-italia, cresci-italia,… Le Camere gli hanno porto il collo, votando cinquanta e più volte la fiducia al governo con riserve mentali e “maldipancia” sempre più dolorosi. E adesso si rischia il tutti contro tutti.  I 169  specchietti per allodole proposti agli elettori non sono la fine del bipolarismo o del bipartitismo imperfetto o del gioco dei quattro cantoni tra i partiti grandi medi piccoli piccolissimi. Sono la certificazione che questo sistema è morto: l’equilibrio tra Capo dello Stato, governo, parlamento e cittadini è infranto. Non poteva accadere in modo più convulso. Quando Napolitano si rassegnò ad ammettere che il governo di sua invenzione non aveva più la maggioranza, sciolse  le Camere e indisse le elezioni, tanti non capirono che non si trattava solo di anticipare il voto di un mesetto. La cosa era, è e sarà molto diversa. In realtà venne certificato il crepuscolo  del Parlamento. Che cosa è il Parlamento?  Esso esercita la funzione legislativa (art. 70 della Costituzione), che non va delegata al governo  se non “per tempo limitato e per oggetti definitivi” (art. 76), esclusi lo stato di guerra e i trattati internazionali, che sono materia esclusiva non del governo né del capo dello Stato ma delle Camere, espressione degli elettori. Il Parlamento è la sede del potere in cui  gli eletti devono trovare la sintesi delle pulsioni dei cittadini e deliberare sui loro interessi generali permanenti.  Il problema dominante oggi non è che cosa farà il Parlamento prossimo ma da chi verrà formato, quale governo potrà esprimere e chi esso eleggerà capo dello Stato (una scadenza fissata  già sette anni orsono). Lo stesso, più o meno, vale per i consigli di regioni non del tutto secondarie come Lazio e Lombardia. Questa è l’Italia a quattro settimane dal voto. Con troppi aspiranti che si azzuffano per la spartizione del potere a colpi di “agende” intortate di faccenduole locali mentre il Mediterraneo è in fiamme e l’Africa sub-sahariana è sconvolta da una guerra a carte scoperte perché finalmente non si chiacchiera più di missioni umanitarie ma si parla di lotta per le materie prime e per l’acqua,  come ricorda Giancarlo Elia Valori  in Il futuro è già qui. Gli scenari che determineranno le vicende del nostro pianeta (Rizzoli). Mentre viene a galla la spugna informe e nauseabonda della collusione tra ingordigia di boiardi, finanza privata, interessi internazionali e apparati di potere drappeggiati con dalmatiche e  piviali ideologo-religiosi, una volta tanto riesce difficile inventare un mostro per distrarre l’opinione pubblica: a differenza di quanto avvenne nel 1981 con la panzana della “P2”, nel 1992 con Tangentopoli, dal 2008 con la polemica sulla casta dei politici, quasi banchieri e industriali siano mammolette. La crisi per ora è in un tunnel scurissimo. Forse saranno gli elettori ad accendervi una luce, almeno fioca, con le propria scelta: non votare, votare, per chi votare. Perciò mai come oggi urge il “voto utile”, per salvare il Parlamento dalla pochezza di tanti suoi componenti, per sottrarre  l’economia alla voracità di chi la gestisce per interessi personali e di clan e per governare davvero il Paese, altrimenti condannato a sparire del tutto come Stato sovrano. Chissà, infine, se il Presidente Napolitano deciderà di decidere di lasciare davvero un segno con il  sinora disatteso messaggio alle Camere? (*)
Aldo A. Mola
Giovedì 24 la rievocazione torinese di Gianni Agnelli si è svolta all’insegna dell’oblio. A quanti ripetono che l’avvento del governo Mussolini, il 31 ottobre 1922, fu subito regime e  “male assoluto” va ricordato che il 1° marzo 1923 Vittorio Emanuele III nominò senatori a vita 23 “patres”, tra i quali Giovanni Agnelli senior, Ugo Ancona, Leonardo Bistolfi, Alessandro Casati, Ferdinando Martini, Giorgio Pitacco, Francesco Pistoia (anche ebrei dunque),…e ministro dell’industria era il giolittiano torinese conte Teofilo Rossi di Montelera. Tutti malfattori?
DATA: 29.01.2013
  
“MUSSOLINI A PIENI VOTI?” PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO LIBRO DI ALDO MOLA A ROMA

“MUSSOLINI A PIENI VOTI?” PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO LIBRO DI ALDO MOLA A ROMASi è tenuta presso l’Aula Magna dell’Università “Guglielmo Marconi” di Roma la presentazione dell’ultimo libro del Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Prof. Aldo Alessandro Mola, dal titolo “Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce - Inediti sulla crisi del 1922” (Edizioni del Capricorno, 2012). Moderatore dell’incontro è stato il Prof. Aldo Giovanni Ricci, già Sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato, che ha analizzato il lavoro di Mola soffermandosi sulla suddivisione dei diversi periodi storici, sull’importanza della pubblicazione dei verbali dei governi Facta e della prima seduta del Governo Mussolini e affrontando gli eventi salienti dell’ottobre 1922 che ben differirono da quelli degli anni successivi. Ricci, lodando l’operato di Mola, ha affermato che per fare storia bisogna guardare i documenti e non basarsi su leggende che abbondano in riferimento a quel periodo. Ha poi preso la parola il saggista Marco Bertoncini, il quale ha voluto periodicizzare l’esperienza governativa mussoliniana in diversi gabinetti, caratterizzati non tanto da politici ma da tecnici. Bertoncini ha fatto notare che il primo governo Mussolini è stato un governo di coalizione con solo 35 parlamentari fascisti. Il saggista ha concluso soffermandosi sul peso che la Burocrazia aveva anche a quei tempi, fattore che si evince dai“MUSSOLINI A PIENI VOTI?” PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO LIBRO DI ALDO MOLA A ROMA documenti. Il Colonnello Antonino Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha approfondito il tema dei rapporti tra l’Esercito e il Fascismo nel 1922, focalizzandosi sull’esempio della situazione fiorentina, città che ha sempre dimostrato un particolare attaccamento al Partito Fascista. Zarcone ha analizzato le figure di alti ufficiali ed ha dimostrato che il Fascismo traeva maggior consenso dalle truppe, non dagli ufficiali. Pochi furono i generali presenti alla Marcia su Roma. Ha concluso quindi affermando che nella fase iniziale si potevano escludere i rapporti tra Fascismo e Forze Armate e che l’Esercito, se ce ne fosse stata necessità, poteva tenere tranquillamente la situazione sotto controllo. Per chiudere il convegno è intervenuto l’Autore, il quale ha iniziato raccontando al pubblico la genesi del libro (durata un anno e mezzo) e i fattori che lo hanno portato a concretizzare la pubblicazione (si stavano diffondendo libri faziosi che approfondivano l’argomento con grossolani errori). Tra gli aspetti toccati da Mola vi è quello che gli italiani hanno accettato Mussolini non per vocazione al gregge ma per necessità di un governo (il precedente governo Facta aveva fatto riunire il parlamento solo il 9 agosto 1922, per ottenere la fiducia). Mola ha parlato in maniera approfondita sul ruolo che il Re ebbe in quel periodo, non decretando uno stato d’assedio non necessario che avrebbe prodotto una guerra civile. Mussolini ha giurato davanti al Re con un tradizionale passaggio di consegne con il suo predecessore, non è quindi giunto al potere con un gesto rivoluzionario come si è voluto far credere. All’evento ha partecipato, tra un numeroso pubblico, il rappresentante dell’Assessore Teodoro Buontempo della Regione Lazio, una delegazione dell’U.M.I. composta dal Presidente Onorario Sergio Boschiero, dal Segretario nazionale Davide Colombo, dal Vicepresidente Vincenzo Vaccarella e dal consigliere nazionale Roberto Carotti e il Vicepresidente del Circolo REX Ing. Domenico Giglio.
DATA: 24.01.2013
  
IL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE APPROFONDISCE LE DIFFERENZE TRA MONARCHIA E REPUBBLICA

IL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE APPROFONDISCE LE DIFFERENZE TRA MONARCHIA E REPUBBLICAIl sito del Fronte Monarchico Giovanile dell'U.M.I. ha pubblicato un articolo a firma Edoardo Tuzi Gallo (23 anni, studente di ingegneria e rappresentante del FMG in Consiglio nazionale U.M.I.) in cui si raffrontano i comportamenti delle Monarchie e delle repubbliche di fronte alla crisi, partendo dai dati ufficiali di spesa delle due forme istituzionale. Inutile dire che la Monarchia ne esce vincente. Il Fronte Monarchico Giovanile, rappresentato dall'universitario Amedeo de Dominicis, ha iniziato un'intensa attività divulgativa, utilizzando i social network (facebook e twitter) per diffondere tra i giovani l'Ideale monarchico.


DATA: 23.01.2013
  
SERBIA: LA SALMA DEL RE PIETRO II È ORA A PALAZZO REALE

SERBIA: LA SALMA DEL RE PIETRO II È ORA A PALAZZO REALEBelgrado, 22 gennaio 2013 - La Salma del Re Pietro II di Jugoslavia è arrivata all’aeroporto di Belgrado alle 14 di oggi.   Suo nipote, il Principe Alessandro, ha accompagnato la bara nell’ultimo viaggio. All’aeroporto erano ad accoglierlo le LL.AA.RR. il Principe Alessandro,  la moglie Principessa Caterina, i Principi Pietro e Filippo e la figlia della Principessa Caterina, Sua Eccellenza Ivica Dacic, Primo Ministro di Serbia  ed  il prof. Oliver Antic, Consulente del Presidente della Repubblica che si trova in visita di Stato all’estero,  Sua Grazia il Vescovo Vicario,  la Guardia d’Onore dell’Esercito Serbo  ed altri. La Salma è stata tumulata nella Cappella del Palazzo Reale scortata dalla polizia con un gran numero di cittadini che la salutavano lungo il percorso.   Il feretro era sormontato dalla bandiera Serba con le insegne regali. Giunto alla Cappella è stato officiato un Requiem da Sua Santità il Patriarca Irinej di Serbia, concelebrato con altri tre Vescovi.   Era presente anche il Muftì di Serbia Muhamed ed altri capi religiosi. Dopo il Requiem sono seguiti i discorsi del Primo Ministro, del Rappresentante del Presidente della Repubblica, il quale ha detto che il Presidente era presente in spirito ma obbligato da tempo per una visita di Stato all’estero.
Il Principe Alessandro ha infine ringraziato tutti i presenti;  tra gli altri l’Ambasciatore di Serbia negli Stati Uniti ed il Console Generale di Serbia in Chicago, che evidentemente avevano curato i dettagli del Trasferimento.


DATA: 23.01.2013
  
GERMANIA: DOPPIA NASCITA REALE

GERMANIA: DOPPIA NASCITA REALE
Lieta sorpresa nella Casa Imperiale di Germania: il Principe Giorgio Federico e Sua moglie, la Principessa Sofia (nata Isemburg ), sono sono diventati genitori di due gemelli,  il Principe Carlo Federico (Erede al trono)  ed il  Principe Luigi Ferdinando,  nati il 20 gennaio in Brema.
DATA: 23.01.2013
   
FRANCIA: COMMEMORATO LUIGI XVI

FRANCIA: COMMEMORATO LUIGI XVI
Un centinaio di persone si sono riunite a Nantes per celebrare il 220 anniversario della morte del Re Luigi XVI. Ci sono stati interventi dell’Abate della Cappella di Cristo Re e dei rappresentanti del’Unione Realista Bretagna – Vandea,  dell’Action Francaise e di Rinnovamento Francese.
DATA: 23.01.2013
   
LA NUOVA RACCOLTA DI POESIE DI ALFREDO LUCIFERO

Alfredo Lucifero Riflessioni lungo il mare Albatros - NuoveVoci - Le Piume, 2012 euro 9,90 ISBN 978-88-567-6227-3E’ uscita la nuova raccolta di poesie dell’Avv. Alfredo Lucifero, nipote prediletto del già Ministro del Real Casa Marchese Falcone. Riflessioni lungo il mare è anzitutto un ripiegamento del poeta nella memoria, al fine di far emergere ricordi che solo in apparenza si presentano disordinati alla mente, ma che in realtà sono vere e proprie schegge di sapienza, verità consolidatesi nell'animo attraverso l'esperienza del vissuto ragionato e maturo. Si tratta di illuminazioni progressive, di lampi che squarciano il cielo prima del deflagrare dei tuoni, di frammenti di emozioni, epifanie che riempiono le pagine di immagini da interpretare e che si prestano a una duplice lettura: una più immediata, oserei dire meramente letteraria, propria di chi è abituato a fermarsi alla superficie estetica delle cose; una più profonda, analitica, complessa, in grado di palesarsi solo al pensiero di colui che, uscito dalla caverna delle ombre, ama graffiare la conoscenza, scavare lasciando sanguinare le unghie per attingere alla fonte pura della saggezza.
Alfredo Lucifero
Riflessioni lungo il mare
Albatros - NuoveVoci - Le Piume, 2012
euro 9,90
ISBN 978-88-567-6227-3
DATA: 22.01.2013

135° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DELLE GUARDIE D'ONORE

135° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DELLE GUARDIE D'ONOREDomenica 20 gennaio 2013 si è tenuta a Roma la cerimonia per il 135° anniversario di fondazione dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore al Pantheon. Centinaia le Guardie d'Onore convenute nella Capitale da tutta Italia e dalle delegazioni estere. La mattina si è è stato reso omaggio al Milite Ignoto, poi un corteo si è snodato per le vie del Centro per raggiungere il Pantheon dove si è celebrata una Santa Messa. Al termine della funzione religiosa, presso Palazzo Santa Chiara, l'Avv. Francesco Maria Atanasio ha tenuto la commemorazione ufficiale. Durante il Consiglio del sabato precedente, è stato riconfermato alla guida dell'Istituto il Cap. Vascello Dott. Ugo d'Atri al quale sono giunte le congratulazioni dell'U.M.I. Presente alle cerimonie il Presidente Onorario U.M.I. Sergio Boschiero, accompagnato dal Vicepresidente nazionale U.M.I. Vincenzo Vaccarella.
135° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DELLE GUARDIE D'ONORE - Sergio Boschiero e Vincenzo Vaccarella
Nelle foto il corteo per le vie del centro; Sergio Boschiero e Vincenzo Vaccarella assistono alla commemorazione e Palazzo Santa Chiara. (© foto Carmine Passalacqua)

DATA: 22.01.2013
  
LA PARTECIPAZIONE DELL’U.M.I. DI TERAMO ALLA VISITA DEL CARDINALE SCOLA

LA PARTECIPAZIONE DELL’U.M.I. DI TERAMO ALLA VISITA DEL CARDINALE SCOLATeramo, sabato 19 gennaio 2013 - Il Presidente regionale dell’U.M.I. abruzzese, prof. Berardo Tassoni, in occasione della visita del Card. Scola nel capoluogo aprutino, ha partecipato al pontificale solenne presieduto dall’Arcivescovo di Milano, già seminarista a Teramo ove fu ordinato sacerdote. La domenica successiva, prima della Lectio Magistralis tenuta dall’alto prelato, in una straripante immensa sala del Parco della Scienza in Teramo, il Prof. Tassoni ha ufficialmente portato portato il saluto anche dell'U.M.I. ai convenuti.
Nella foto il Prof. Tassoni riceve la comuniione dal Cardinale Scola.
DATA: 21.01.2013
  
L’ETERNA DEBOLEZZA DELLA “TERZA FORZA”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20.01.13

La “terza forza” è un’antica debolezza della politica in Italia. I partiti maggiori nacquero e disparvero sulla spinta di eventi epocali. Gli altri, quelli intermedi, aspiranti “ago della bilancia”, risultarono e sono concrezioni inizialmente scintillanti, come le “rose del deserto”, ma inconsistenti e condannate a tornare polvere. In una visione di lungo periodo, come s’impone abbracciando i  centocinquant’anni dalla nascita del regno a oggi, possiamo ormai distinguere tra partiti e agglomerazioni transitorie, somme di velleitari in ritardo con la storia anch quando sembrano volerne prendere la guida.    Sino alla Grande guerra non vi furono in Italia partiti veri, bensì solo ampie ripartizioni su singole priorità. A distanza di oltre un secolo la differenza tra Destra e Sinistra Storica appare sempre più labile. Entrambi quei “partiti” avevano per base  unificante la priorità della fragile Unità nazionale. Questa era assediata da nemici esterni e interni: le potenze ostili (come l’impero austro-ungarico e dagli Anni Ottanta anche la Francia, che intralciò in tutti i modi l’espansione coloniale italiana e spinse Roma all’alleanza con Vienna e Berlino) e forze interne eterodirette, come i clericali, dipendenti dal papa-re sino a quando nel 1904 Pio X depose le armi nel timore dei social-rivoluzionari, e gli internazionalisti, che avversarono il “socialismo della cattedra”, cioè le grandi riforme attuate in Germania da Bismarck e in Italia da Giolitti. In quella contrapposizione si formò lo spazio per terze forze: i conservatori di Antonio Rudinì e quelli di Sonnino e, infine,  i radicali, “senza chiesa né classe” come ne ha scritto Giovanni Orsina.
   Alla nascita, nel 1904, il partito radicale fu subito altra cosa da qual era stato con Agostino Bertani, Felice Cavallotti, Malachia De Cristoforis, Adolfo Engel, Carlo Romussi: tutti massoni e in parte sospettati di subordinazione al francesizzato Enrico  Cernuschi. Già a quel tempo  proprio l’avanguardia politico-partitica aveva contatti non sempre limpidi con l’estero  (interessi finanziari, industriali e imperialistici, impetuosi dopo il congresso spartitorio di  Berlino del  1885). Il nuovo radicalismo fu più “meridionale” e subito a contatto col socialismo riformistico (a sua volta massonizzato)  di Errico De Marinis e Alberto Beneduce. A differenza di quanto si è sempre detto, dalla Grande Guerra non nacquero affatto partiti italiani durevoli. Non lo fu il cattolico Partito popolare, guardato con diffidenza da  Benedetto XV e dal suo successore, Pio XI. La segreteria di Stato vaticana preferì trattare direttamente con Vittorio Emanuele Orlando e con Benito Mussolini, che rispose infischiandosi dell’anticlericalismo di ras del partito  nazionale fascista (Michele Bianchi, Roberto Farinacci,  il massone Italo Balbo…).  Né lo fu il Partito comunista d’Italia, che poi contò tanto perché espressione locale dell’Unione Sovietica e iniziò a decomporsi non per virtù dei miglioristi (come Giorgio Napolitano) ma col tracollo della “casa madre”. Dal canto suo l’antico partito socialista nacque e rimase coacervo di personalità, alla stregua dei “liberali”. I “partiti personali” non sono invenzione recente: lo erano già ai tempi dei clan parlamentari identificati con Giolitti, Sonnino, Salandra, Andrea Costa, Turati, Bissolati, Matteotti, Serrati…, come poi Nenni e Craxi.  L’inconsistenza dei partiti e una legge elettorale sciagurata, la proporzionale, nel 1919-1921 vide ascendere temporaneamente capiclan che per autoipnosi si credettero giganti: fu il caso di Nitti, Ivanoe Bonomi, Luigi Facta… e di una miriade di parlamentari di seconda terza fila susseguitisi  al potere in una stagione che in pochi anni vide mutare sei-sette diversi  titolari di ministeri chiave (per esempio gli Esteri e la Guerra, che l’Italia odierna  scopre importanti dopo decenni di stolida demonizzazione e di ottuso ripiegamento nelle beghe locali) sino a quando Mussolini rimise un po’ d’ordine, d’intesa con il Re e con le maggiori forze del paese. Lo fece con ministri che erano a un sol tempo uomini politici di vasto respiro, e quindi attenti agli umori dei cittadini, e professionalmente preparatissimi: un governo davvero italiano, formato da Alberto De Stefani, Giovanni Gentile, Luigi Federzoni, Teofilo Rossi di Montelera, il duca Antonio Colonna di Cesarò, Aldo Oviglio, il popolare Stefano Cavazzoni… A quel punto il terzo partito si sfarinò e  nel volgere di un decennio  i suoi maggiorenti si riconobbero direttamente o indirettamente nelle linee portanti del governo. Lo spiega bene  Massimo Furiozzi  in Giovanni Ciraolo e l’Unione Internazionale di Soccorso (Centro Editoriale Toscano). Calabrese e massone come il suo conterraneo, Antonio Cefaly, diadoco di Giolitti nel Mezzogiorno (con Tommaso Senise e altri), Ciraolo fu deputato radicale. Alla guida della Croce Rossa Italiana ne fece una  straordinaria macchina di unione e crescita civile.  Il suo nome non figura nella matricola del Grande Oriente d’Italia ma sappiamo che divenne presidente del Rito Simbolico Italiano, tra i cui dignitari vi fu  il genero di Giolitti, Mario Chiaraviglio, deputato radicale dal 1911 al 1919, quando si ricandidò senza successo e, non molto dopo, migrò in Argentina con la moglie, Enrichetta, e i quattro figli dai nomi altisonanti di romanità: Curio, Tito, Sergio, Marcella.  Messo da parte il caduco anticlericalismo, il senatore Ciraolo lavorò a progetti di respiro internazionale, come appunto  l’Unione Internazionale di Soccorso, la cui filosofia  precorre le missioni umanitarie dei decenni recenti, con la differenza che aveva  una radice umanistica, non quella ostentatamente affaristico-militare  che oggi rende sgradevoli anche le imprese più nobili.
  Ciraolo ebbe parte nell’ascesa accademica di suo nipote,  Attilio da Empoli, il cui padre, Antonio, era massone nella loggia “ Stefano Romeo” di Reggio Calabria: tra quelle più “progressiste” dell’epoca (vi lavoro Oreste Dito). Allievo di Einaudi, economista geniale, cresciuto   alla Fondazione Rockefeller, apprezzato da Achille Loria (“bestia nera” di Antonio Gransci), da Empoli insegnò a Messina e a Bari. Deputato alla Camera dal 1934 al 1943, combattente, monarchico, nel dopoguerra venne epurato, come documentano i saggi rccolti da Massimo Di Matteo e Ernso Longobardi in Attilio d Empoli  1904-1948). Un economista partecipe del suo tempo (Ed. Angeli). Morì per un improvviso attacco di appendicite, con dolore profondo di chi, come Einaudi, ne conosceva la generosità di mente e di cuore. L’Italia non aveva bisogno di terze forze destinate a rivelarsi debolezze, ma di grandi coalizioni per obiettivi davvero vitali. Allora come oggi.

Aldo A. Mola 
DATA: 19.01.2013
       
MONARCHIA E LIBERALISMO

MonarchiaAlcuni luoghi comuni sulla nostra storia patria vorrebbero che la classe politica liberale fu responsabile dell’ascesa del fascismo al Governo del Paese o quantomeno di non averne previsto i suoi effetti nefasti, (facile dire con il senno di poi…), e che il Re Vittorio Emanuele III  fu responsabile di averne nominato il suo capo Benito Mussolini alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1922. Chi conosce bene la Storia del nostro Paese(?) sa benissimo che in realtà le responsabilità furono suddivise  con la maggior parte della classe politica dirigente di allora che era rappresentata dai democratici, demosociali, liberali, socialriformisti e la quasi totalità dei popolari. Anche i partiti di opposizione (socialisti e comunisti) non contribuirono alla soluzione della crisi di Governo infischiandosene del tutto dei destini dell’Italia e giocando allo sfascio sfruttando il malcontento popolare dovuto alle pessime condizioni economiche e sociali in cui versava l’Italia da poco uscita dal primo conflitto mondiale. La verità invece stava nel fatto che il frazionamento eccessivo della classe politica scaturita soprattutto dalla nascita dei nuovi movimenti di massa (Partito popolare e Partito socialista che con le elezioni del 1919 rappresentavano più della metà del Parlamento), e i personalismi dei suoi leader, non permisero alla classe dirigente di quel tempo di esprimere un candidato condiviso per la guida dell’Italia. Appurata l’inconcludenza delle forze politiche nel prendersi le proprie responsabilità (Vittorio Emanuele III esortò vanamente Facta allora capo del Governo a convocare le Camere per ricondurre la crisi in Parlamento) il Re, anche per il timore di una possibile svolta in senso bolscevico del nostro Paese(rivoluzione bolscevica russa nel 1917), diede l’incarico di formare il nuovo Governo a Benito Mussolini visto da tutti oramai come l’unico capace di riportare ordine in un Paese contrassegnato da nuove contrapposizioni sociali e visto anche come colui che poteva riscattare l’Italia dalla delusione della vittoria(mutilata) della grande guerra. Nella seduta del 16 Novembre del ’22 il Parlamento votò la fiducia al leader del fascismo con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti, al Senato 186 voti a favore e solo 19 contro. Una maggioranza schiacciante!, i fascisti erano appena 35!. Chi fece la frittata dunque non furono i liberali o il Re (che regnava ma non governava) bensì tutta una classe politica incapace di vederci chiaro in quel frangente storico e che permise al duce del fascismo di essere nominato a capo del Governo, tanto che il liberale e statista Giovanni Giolitti (che subì il veto del popolare don Luigi Sturzo per la propria candidatura alla guida del Paese) ebbe a dire: “l’Italia ha il Governo che si merita!”. Eppure quando si votò nel 1946 sulla scelta tra Monarchia o repubblica questi luoghi comuni ebbero un peso determinante nel far cadere la Monarchia e nel ridimensionare la classe politica liberale, colpevoli secondo la presunta maggioranza degli elettori (presunta perché non tutti gli italiani furono messi in condizione di votare) di aver portato l’Italia alla disfatta della seconda guerra mondiale. Un binomio fortunato invece quello  Monarchia – classe politica liberale che ebbe il merito di aver unificato l’Italia dopo un lungo servaggio ai popoli stranieri, di aver modernizzato il Paese e di aver migliorato la qualità di vita del nostro popolo con statisti liberali e illuminati come Cavour, Crispi e Giolitti. Una Monarchia liberale che pensava europeo ma senza asservimento alle altre Nazioni come invece accade oggi con il binomio Napolitano - Monti (repubblica - Partito delle tasse) che non ha nulla di liberale e che ha svenduto la nostra sovranità a vantaggio di quella di Germania e Francia. Di grandi liberali ce ne furono anche all’inizio della ormai claudicante repubblica, erano Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, nelle loro idee e nelle loro azioni erano presenti i concetti di primato del mercato (ma senza dimenticare i più deboli), di sovranità condivisa in Europa ( che non era asservimento). Essi immaginavano un continente europeo di stampo federalista con una politica estera comune e ad una difesa comune del proprio territorio, che è proprio quella visione mancante oggi per fare realmente l’Europa. Forse è questo il vero motivo per cui oggi l’Italia si ritrova smarrita e confusa, perché di “veri” liberali oggi non ce ne sono. Non c’è più una Monarchia che garantisca unità e progresso, quella “forza storica e potere posto al di sopra delle parti”, come la definì Luigi Einaudi in un suo articolo apparso sul quotidiano l’”Opinione” il 24 Maggio alla vigilia del Referendum del ’46 dal titolo: “Perché voterò per la Monarchia!”.
Roberto Carotti  Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 18.01.2013
  
NAPOLITANO: BASTA SENATORI VITALIZI. NESSUNO ILLUSTRA PIU’ LA PATRIA?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 13.01.13

Napolitano al Senato della repubblicaDavvero le “illustrazioni della Patria” sono anche inesorabilmente “di parte”? Giorgio Napolitano vede buia l’Italia; ma è proprio lui a spegnere l’ultima luce. Al direttore della “Stampa”, Mario Calabresi, il presidente della Repubblica ha infatti dichiarato di non poter  nominare due senatori a vita “con la dovuta ponderazione e serenità a così breve distanza dalla fine del settennato”. Dunque, su sessanta milioni di cittadini non ve n’è un paio degni del laticlavio “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” (comma 2 dell’art. 59 della Costituzione) senza che la loro nomina turbi la “politica”? Il fatto è che i tre senatori vitalizi viventi lo sono per meriti “partigiani”: Giulio Andreotti ed Emilio Colombo, veterani della partitocrazia, e Mario Monti, nominato poco prima di ricevere l’incarico di presidente del consiglio. Il laticlavio doveva vestirlo da pater dell’Italia e farne l’erede al trono di Napolitano stesso. Però, buttandosi cocciutamente nella  lotta per il potere e  mostrando più vanità che una visione politica condivisibile, Monti si è cinto i fianchi col gonnellino di gladiatore; mena fendenti e ne riceve. Ora Napolitano scuote il capo, sconsolato, dinnanzi al fallimento della “sua” repubblica: partiti blindati, sindacati totalitari, movimenti coatti,…Perciò, senza che nessuno glielo imponga (ma forse per scrollarsi di dosso  pressioni indebite), dichiara che non ci sono le condizioni minime per conferire il laticlavio a  due “illustrazioni della Patria” senza rischiare un pandemonio di polemiche. Involontariamente infligge un vulnus alle prerogative della Presidenza, messa “al di sotto” degli umori partitici proprio quando la politica ha bisogno  di un colpo d’ala. Vengono alla memoria, per contrasto, i 34 senatori vitalizi nominati da Vittorio Emanuele III  il 6 febbraio 1943 per svuotare dall’interno la dittatura di Mussolini.  Qualcuno osserverà che la decisione di Napolitano è un atto dovuto perché i senatori vitalizi, quali essi siano, potrebbero risultare  decisivi nella futura Camera Alta, ove  la coalizione  Partito democratico-Sel (Pierluigi Bersani-Vendola) non vi avesse  maggioranza sicura e quindi quattro- cinque voti potrebbero giocare tutto, inclusa l’elezione del futuro capo dello Stato. E’ un ragionamento realistico ma vale solo se si ritiene che  i senatori per altissimi meriti fossero anche ineluttabilmente schierati per questa o quella parte, come potrebbe accadere per ex ballerine della Scala, camaleontici direttori di giornali, docenti o scrittori echeggianti ideologie anziché vere glorie civili, al di sopra della mischia.   Comprendiamo però gli argomenti che in Repubblica sviliscono alla radice la nomina di senatori a vita: il deprimente spettacolo dato dai patres vitalizi (inclusi presidenti emeriti), accorsi a votare per questo o quel governo, per questo o quel candidato a cariche supreme. Brutti precedenti, nati però non dalla Costituzione ma dal settarismo dilagante. Per correggere non v’è bisogno di sospendere le prerogative del Capo dello Stato.  Basterebbe che i senatori vitalizi si sentissero davvero rappresentanti di 60 milioni di concittadini e uscissero dall’Aula quando il voto rischia di dividere invece di unire.  Nominati a rappresentare la Patria, debbono esercitare la loro funzione originaria: attestare l’universalità di scienza, arte, lettere. Ma siamo un Paese imbarbarito. Lo prova proprio la decisione di Napolitano, che trasmette al successore “ogni valutazione e decisione” sui due seggi vitalizi vacanti: una decisione amara per il Piemonte, che ha perduto due senatori  a vita (Pininfarina e Levi Montalcini). Questo accade proprio quando l’Italia settentrionale potrebbe  trovarsi all’opposizione rispetto al governo centrale: una situazione anomala, del tutto inedita, zeppa di incognite. Va ricordato infatti che l’ “Alta Italia” non è una invenzione di Napoleone, di Metternich o di Gianfranco Miglio. Fu l’insegna del  Comitato di Liberazione  Nazionale  costituito a Milano in contrapposizione a quello Centrale, i cui componenti vissero ben riparati in San Giovanni in Laterano e conventi vari mentre nell’Alta Italia si combatteva e si moriva. Senza mettere alle corde la fantasia, neppure oggi sarebbe difficile trovare un paio di cittadini meritevoli del laticlavio senatoriale senza pregiudizi di parte. Sarebbe una speranza in più. I gesti esemplari erano normali quando i senatori erano nominati dal Re. Negli anni da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele III  quasi nessun italiano di vero valore rimase al di fuori del Senato, tra i cui membri  furono anche i due primi presidenti della repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi. Poi a capo dello Stato vennero eletti Gronchi, sottosegretario di Stato con Mussolini, e altri: tutti uomini di parte o sospettati  di esserlo  anche quando cercarono di rappresentare l’Italia intera anziché i partiti che li avevano eletti. E così si è arrivati a spegnere le luci sulle illustrazioni della Patria… Ma presto i cittadini diranno se ancora vogliono l’Italia una, indipendente, libera e capace di federalismo, promesso e mai attuato.
Aldo A. Mola 
DATA: 14.01.2013
  
LEGGIUNO: OMAGGIO A GIUSEPPE VERDI

Concerto Epifania LeggiunoIl 6 gennaio 2013 si è tenuto a Leggiuno, splendida località della provincia di Varese affacciata sul Lago Maggiore, il tradizionale concerto lirico dell'Epifania organizzato dall'Assessorato alla Cultura. In occasione del bicentenario della nascita è stato fatto un omaggio a Giuseppe Verdi, simbolo della cultura e dell'Italia stessa. Gli artisti che si sono succeduti sul palcoscenico sono stati il soprano Antonella Romanazzi, il baritono Domenico Balzani, il tenore Francesco Piccoli e il noto pianista Marco Cadario. A presentare la serata il Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana Davide Colombo che, da anni, anima l'appuntamento culturale leggiunese. Colombo si è soffermato sul ruolo avuto da Giuseppe Verdi nel processo risorgimentale ed ha portato all'attenzione delle trecento persone che hanno affollato il Teatro San Carlo di Leggiuno, una nutrita rosa di aneddoti sulla vita del compositore di Roncole di Busseto. Il Sindaco di Leggiuno Adriano Costantini e l'Assessore alla Cultura Mauro Ossola hanno voluto sottolineare l'importanza che la Cultura ha nelle amministrazioni locali e l'impegno a non venire meno al sostegno, nonostante la crisi in cui gli Enti locali versano. Al concerto era presente il Presidente onorario U.M.I. Sergio Boschiero che ha accompagnato Colombo nel viaggio sul Lago Maggiore.
Nella foto Davide Colombo con gli artisti.
DATA: 06.01.2013
 
LA COMETA? PORTA BENE SE ARRIVA DA DESTRA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 06.01.13

stella cometaSfavillerà il 28 novembre 2013 l’attesissima “Ison”, la cometa forse più luminosa da secoli. Porterà Vera Luce o precorrerà le Tenebre, preludio al Grande Ghiaccio della Caina? Che mondo rischiarerà? Sul messaggio occulto delle comete dura da secoli il braccio di ferro fra chi le crede augurio  di Ordine Nuovo e chi le teme portatrici di sventura. I “passaggi” della più famosa, la cometa di  Edmund Halley, sono sempre stati associati a  catastrofi. Il 1682,  il più celebre, annunciò l’assedio di Vienna da parte dei turchi. Vinsero i cristiani, anzi i cattolici di  Leopoldo d’Asburgo, grazie ai polacchi di Giovanni Sobieski. Bene per l’Occidente, male per  gli “altri”, che del resto meritavano la sconfitta perché, comunque la si metta, erano e restano Il  Peggio. Con buona pace degli scettici, dalla remota antichità e con poche eccezioni l’apparizione delle comete seminò il terrore. Sappiamo bene che calamità e atrocità si susseguono anche senza apparizioni celesti. Però quella pennellata di polveri e vapori che s’incendiano mano a mano che la cometa  s’avvicina al Sole è troppo suggestiva per non spingere a confrontare la grandiosità dell’Universo, l’ “aiuola che ci fa tanto feroci” (come Dante icasticamente definì il Pianeta) e la pochezza degli uomini, l’Infinito di Leopardi,  che scrutando il Cielo s’interrogava  “A che tante facelle?”,  e i calcoli di chi riduce la storia a registro contabile. “A che tante  facezie?” si domanderanno nelle prossime settimane i cittadini arcistufi delle liti da comari che di notiziario in notiziario rimbombano, saturandone la pazienza.  Torna allora alla memoria l’incontro tra fine gennaio e inizio febbraio del 1918 nel Castello di Versailles tra  il generale Luigi Cadorna, capodelegazione dell’Italia al comando dell’Intesa, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando  e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, in carica dal 1914. Della guerra non aveva capito nulla, ma non si sapeva con chi sostituirlo. La  testa un po’ china  e un triste sorriso all’angolo della bocca il barone Sonnino, di famiglia ebrea ma protestante, cadenzò: “Ho letto che questa guerra mondiale deriva dal passaggio dell’ultima cometa presso la terra. La cometa ha avvelenato la terra. Qualche volta ho  pensato a questa spiegazione. Qualche cosa che travolga le nostre volontà ci deve essere in questi anni nel mondo. Stiamo diventando tutti pazzi. La follia sola, sterminata, è padrona degli uomini. Allora come pretendere di guidare il destino?” Tutti tacquero. Annuirono? Lo sterminio durava da quasi cinquanta mesi. L’Europa rosseggiava. A fine maggio del 1917,  sei mesi prima di Caporetto, Emanuele Filiberto di Savoia, duca d’Aosta e comandante della Terza Armata, sintetizzò al colonnello Angelo Gatti la sua visione della guerra: sarebbe durata  sino a quando non si fosse verificata una battaglia dall’esito apocalittico, con centinaia di migliaia prigionieri, centomila morti in poche ore, “qualche cosa di catastrofico”. Per prepararla occorreva un tempo molto lungo: “E questo tempo molto lungo si avrà?, domandò il Duca. I popoli sono stufi: e saranno loro che daranno, presumibilmente, la via da seguire ai condottieri. E’ da credere che a un certo punto essi insorgano e dicano: basta”. Lenin era ancora in Svizzera, ma milioni di europei non ne potevano più di esser costretti non solo a vestire la divisa e a rischiare  la vita nelle trincee o dietro la feritoia di cecchino ma di un’esistenza ritmata  da pesi e contrappesi artificiosi: tante calorie al giorno per tante energie da consumare, sesso una tantum, coi minuti contati, nei postriboli organizzati dai comandi, sentimenti zero, ideali sottozero. Una cometa era passata nel 1910. Non bastasse il devastante terremoto di Reggio e  Messina del 1908,  in Italia essa si accompagnò a una terribile eruzione dell’Etna,  un’epidemia colerica, terremoti,… come già era accaduto con quella di Halley, nella descrizione che ne dette Pier Francesco Frassineti: “Mi fa temere di gran mortalità, guerre, depopolazioni, e morti, ò per via del fuoco, e per Epidemia, Febbri acute, e pestilenze, morbo, e febbre contagiosa…”. Ma quale direzione seguiva la Cometa?
Per comprenderlo  bisognava mettersi come fecero i Re Magi quando videro la “loro”: essa correva da Oriente verso Occidente, come è ritratta nel mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna; e si misero in viaggio verso la Meta con traiettoria opposta a quella cent’anni orsono intrapresa da Guido Gozzano verso l’India,  “la cuna del Mondo”, un Oriente  grande e rosso che  abbacina senza illuminare. E’ come la strisciata verde-rossa-bianca  della lista Monti. Se ci si mette con le spalle al polo sud e gli occhi alla Polare, si vede che, all’opposto di quella dei veri Re Magi, la cometina dei novelli maghetti procede da occidente a  oriente: il cammino del sangue, dei contro-iniziati. Chi li segue crede di salire, ma, preda di autoipnosi, infine perde ogni appiglio e  precipita nel vuoto.
Aldo A. Mola
p.s. Nella generalità dei presepi ancora in uso, la cometa è abolita (non è politicamente corretta, perché è una Stella mentre molti vorrebbero la Mezza Luna)  o si schianta in picchiata sulla Capanna oppure ha la coda  da Occidente  verso Oriente. Urge un corso accelerato di cultura iniziatica…
DATA: 06.01.2013

RIDIMENSIONATI DALLE ELEZIONI VENTURE: MONTI, BAGNASCO, NAPOLITANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23.12.12

Monti Bagnasco - dal sito uaarDopo il “podestà forestiero” l’Italia ha anche il “cappellano straniero”. Infatti, non solo il  presidente della conferenza episcopale italiana, mons. Angelo Bagnasco, violando il Concordato, plaude a Monti Mario, capo di un modesto cartello partitico, ma altrettanto fa il quotidiano della Città del Vaticano, cioè di uno Stato sovrano, (unica monarchia assoluta nel mondo).  E così, dopo tante chiacchiere di Napolitano Giorgio e di altri sul 150° dell’unità d’Italia, su Camillo Cavour che volle Roma capitale, su Garibaldi che la difese contro i papisti, su Vittorio Emanuele II scomunicato dal papa-re, a tacere di Mameli (quello del cosiddetto “inno nazionale”) che morì per la Repubblica romana, contro francesi, austriaci e malgoverno dei preti, adesso siamo alla comica di un presidente del consiglio in carica che aspira a chissà che con tanto di benedizione dell’ “Osservatore Romano”, quotidiano della Santa Sede. E’ vero che Monti  nega di essere l’ “uomo della provvidenza”; gli però si dichiara pronto ad assumere le  “responsabilità” che “in certe circostanze” gli venissero affidate dal Parlamento. Quali? Senatore a vita e presidente del consiglio Monti già lo è grazie a Napolitano. A che altro aspira, dunque? Al di sopra ha solo due cariche: Capo dello Stato o Santità, magari  col plauso del Gran Muftì di Gerusalemme. Sarà per questo  che il suo governo, senza avallo parlamentare, si è schierato all’ONU a favore dello Stato Palestinese? Aspettiamo e vediamo, come egli  biascica in inglese mentre s’offre. Però ancora esiste il diritto di voto. Tra meno di due mesi gli italiani diranno  la loro e forse le cose andranno diversamente da come molti l’immaginano. Comunque si può già fare un primo bilancio se non dei possibili vincitori  quanto meno degli sconfitti. In primo luogo, da presidente di un governo che contò la più ampia maggioranza parlamentare della storia d’Italia ora Monti si è ridotto a giocare a cubetti con spezzoni di partitini. Di suo concede una gamba per il Senato ma solo mezza per la Camera. Inaugura l’età d’oro della sgambata in politica. Come le marionette, lascia intravvedere, immaginare, sognare… E’ una posizione che rende sul piano verticale e ancor più sull’orizzontale, sempre che il burattinaio non decida di mollare  i fili e interrompere il balletto. A ogni modo l’“agenda Monti” è priva di riferimenti ai cardini veri di uno Stato sovrano: zero politica estera (in specie Mediterraneo e Vicino Oriente), niente politica militare, nulla sui valori culturali e storici costituitivi dell’Italia, non per caso assente dalle sigle dei partiti che la fanno propria (Udc, Fli, etc.).  E’ un elenco di conti in sospeso. In secondo luogo, proprio mentre benedice i listini pro-Monti (che potrebbero raccogliere dal 10 al 15% dei voti) la chiesa  di Roma impensierisce l’85-90% di votanti. Forse dimentica che l’anglicana a Gran Bretagna, mai entrata nell’Euro (come Svezia, Repubblica Ceca, ecc. ecc.),  sta rompendo gli ormeggi dall’Unione Europea e che la partita planetaria in corso è molto più ampia di come la si vede dal vicariato di Roma e va molto oltre i guai finanziari dei Salesiani.  D’altronde, a parte il Barbagianni della Comunità di Sant’Egidio quanti tra i candidati delle liste pro-Monti sono davvero modelli specchiato dei precetti di santa madre chiesa? Infine, a risultare molto appannato in questa affannosa vigilia del voto è il presidente della repubblica, proprio a conclusione del mandato. Napolitano intralciò (eccome!)  l’azione legislativa del Governo Berlusconi, nominò Monti senatore a vita, lo insediò presidente del consiglio e poi asserì che non poteva  candidarsi, ma al sua “creatura” sale in campo a comodo proprio, mostrando nei fatti in quale opinione  ne tenga i sermoni. Anziché recitare un’omelia a reti unificate, per lasciare davvero un segno Napolitano potrebbe ancora valersi del  “messaggio alle Camere” (art. 87, comma 2 della Costituzione): i temi non mancano, a cominciare dalla mancata riforma della costituzione e della legge elettorale. Il grande cattolico liberale risorgimentale Francesco Cossiga lanciò il guanto di sfida in faccia a partiti e a lobbies, rassegnando anticipatamente le dimissioni, con una dura denuncia della degenerazione del sistema partitico, corruttivo delle istituzioni. Ma non ottenne eco perché il Partito comunista già ne aveva chiesto l’incriminazione per attentato alla Costituzione e la Democrazia cristiana correva verso l’autodistruzione. L’esito della lotta elettorale appena iniziata è apertissimo, ma ha già lasciato sul campo tre vinti: Rodo-Monti, nettamente ridimensionato; il cardinale  Bagnasco, che lustra la rombante crocerossa centrista ma dimentica che Pio IX benediceva l’Italia intera non un partitino qualunque; e il presidente della repubblica al crepuscolo. In attesa che gli italiani dicano la loro andando alle urne o magari disertandole, ricordiamo le parole di Socrate a chi lo condannò a bere la  velenosa cicuta: “io vado a morire, voi a vivere; chi di noi vada verso il meglio è ignoto a tutti fuorché al dio” . Così è degli italiani dinnanzi al bicchiere velenoso di elezioni condizionate da anni di interferenze straniere d’ogni genere e dalla spocchiosa pretesa di alcuni bonzi autoreferenziali di disporre del potere a prescindere dal voto popolare.  Non per questa strana idea di Italia generazioni di cittadini sacrificarono la vita e i beni nel Risorgimento, nelle due guerre mondiali, negli anni di piombo, per la costruzione e la difesa della sovranità nazionale.
Aldo A. Mola
p.s.  In Italia dilagano le lacrime. Piangono “in diretta” i ministri che annunciano i sacrifici (dai quali peraltro essi  si esentano), altissimi magistrati che “si spostano” in politica, segretari di partiti. Nell’età doro della sgambata in politica va di moda l’ostentazione spudorata dei sentimenti. Va allora ricordato che gli statuti comunali del Vecchio Piemonte vietavano il pianto pubblico persino ai funerali.

DATA: 30.12.2012
      
NAPOLI: RIUNITA LA GIUNTA ESECUTIVA DELL'U.M.I.

NAPOLI: RIUNITA LA GIUNTA ESECUTIVA DELL'U.M.I.Domenica 23 dicembre u.s. si è riunita, presso la sede dell'U.M.I. di Napoli, la Giunta esecutiva nazionale per fare il punto della situazione sull'anno del Congresso e per discutere sulle linee guida della nostra associazione per l'anno che verrà. Diversi i punti all'ordine del giorno tra cui la convocazione del consiglio Nazionale per il giorno 26 gennaio a Roma, l'indicazione dei delegati del Fronte Monarchico giovanile da inserire nel Consiglio nazionale (ai sensi dell'art. 23 dello Statuto), le delibere riguardanti la sede nazionale di Roma, la situazione amministrativo-contabile e un'analisi della situazione politica italiana. È stata altresì deliberata un'interessante e innovativa iniziativa da tenersi in estate tra le coste francesi e quelle liguri. I ragazzi indicati per far parte del Consiglio nazionale sono Alfonso d'Iorio, Edoardo Tuzi Gallo e Mattia Bonaiuto. La Giunta, che ha visto la partecipazione del Presidente Alessandro Sacchi, del Segretario Davide Colombo, del Segretario F.M.G. Amedeo de Dominicis, del Vicepresidente Fabio Fazzari e dei Vicesegretari Oronzo Cassa e Paolo Rossi de Vermandois, è stata allargata al Consigliere nazionale Fabrizio Ilari per discutere ampiamente della situazione monarchica nella Capitale. Il Vicepresidente Vincenzo Vaccarella, impossibilitato a partecipare alla riunione, ha seguito i lavori in videoconferenza.

DATA: 27.12.2012
   
ITALIA ED EUROPA: UNIONE DI POPOLI O IMPERO ANTIDEMOCRATICO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23.12.12

La Battaglia di LipziaQuale Europa vogliamo? L’impero di un solo Stato su tutti gli altri e di forze fuori controllo democratico o la libera unione di popoli? Siamo alla svolta. La crisi di governo è salutare perché mette al centro dell’attenzione la vera partita in corso: il conflitto fra diverse concezioni dell’Unione Europea. E’ una lotta che ha assunto caratteri nuovi dall’avvento della  Repubblica francese (settembre 1792) ed è tuttora aperta. Nell’estate 1792 i giacobini lanciarono l’allarme: “La Patria è in pericolo”. Vinsero le elezioni. Scatenarono un’offensiva universale con l’insegna: “La Repubblica o la morte”. Chi non accettava i principi rivoluzionari andava eliminato. Per galvanizzare i propria adepti ghigliottinarono Luigi XVI e la regina Maria Antonietta. Le altre potenze, ottuse, risposero tardivamente. Divampò una guerra feroce, che divenne più dura con il colpo di Stato di Napoleone,  prima console, poi imperatore. La Francia sconfisse ripetutamente tutti gli Stati all’epoca esistenti, ne spazzò via i sovrani, costrinse Francesco II d’Asburgo a rinunciare al titolo di Sacro romano imperatore. Napoleone  ne sposò la figlia in seconde nozze. Da Berlino proclamò il “blocco continentale” contro l’impero economico della Gran Bretagna, già forte di un impero coloniale, la cui forza non comprese mai a fondo. Aveva conseguito successi travolgenti perché in ogni Paese ebbe seguaci  del principio costitutivo della Nuova Era: la Nazione. Rimane paradigmatica l’ode in cui Ugo Foscolo lo cantò “Liberatore”. Altrettanto fece Vincenzo Monti. Illusi e vanesi, anziché veri “poeti” nazionali. Sennonché  Napoleone  identificava l’Europa con la supremazia  di una sola potenza su tutti i popoli. I Francesi incorporarono terre indipendenti da secoli, come Piemonte e Liguria cui imposero la propria come lingua ufficiale. Napoleone creò stati vassalli e ne elevò a sovrani i membri della sua famiglia (i suoi fratelli Giuseppe in Spagna, Luigi in Olanda, Gerolamo nel Wuerttemberg, i cognati Murat a Napoli, Baciocchi in Toscana, Camillo Borghese governatore a Torino, il maresciallo Bernadotte principe adottivo in Svezia). Però proprio l’ideale nazionale alimentò la rivolta generale contro il suo dispotismo. Se ne ebbe la prima prova quando nel 1812 i  russi di Alessandro I  incendiarono Mosca per rendergliela invivibile e lo costrinsero alla disastrosa ritirata. L’epilogo si ebbe nella gigantesca battaglia di Lipsia (16-18 ottobre 1813) che lasciò sul campo quasi 100.000 uomini tra morti (60.000) e prigionieri. Tutti contro i “francesi”. Tra i caduti  vi fu il ventiduenne tedesco Teodoro Koerner, poeta e soldato. Divenne il simbolo del pensiero che si fa azione, della cultura che diviene lotta contro il dispotismo. La sue liriche furono pubblicate postume col titolo “La lira e la spada”. A lui  Alessandro Manzoni dedicò “Marzo 1821”,  l’ode tenuta forzatamente nel cassetto sino al 1848 e poi assurta a espressione della guerra per l’indipendenza, l’unità e la libertà d’Italia. Manzoni non predicò il nazionalismo. Esortò i dominatori ad andarsene: “O stranieri, nel proprio retaggio/ torna Italia e il suo suolo riprende;/o stranieri strappate le tende/ da una terra che madre non v’è”. Ai “germani”, accampati sull’Italia, proprio appellandosi all’esempio di Koerner, Manzoni rinfacciò il tradimento degli ideali che erano stati alla base della vittoria di Lipsia su Napoleone, la “battaglia delle nazioni”. L’Italia, “Gran Madre delle genti”, non aveva e non ha bisogno né di dominatori né di “podestà forestieri”, a differenza di quanto sostenne Mario Monti. Vuole e sa governarsi da sé.     Quel conflitto tra liberta unione di popoli e dominio di un unico potere egemonico (un tempo militare, poi meramente finanziario, ma non meno opprimente) ha mutato vesti e forme  di espressione e di strumenti di lotta ma rimane aperto. La voragine della prima guerra mondiale  risucchiò Carlo d’Asburgo, le cui contraddizioni sono perlustrate da Roberto Coaloa in L’Ultimo imperatore (ed. il Canneto, Geova). Ed ora come allora i popoli europei si logorano senza conseguire vera unità politica (cioè dei sistemi difensivi e di politica estera). Si consumano  mentre altre potenze giorno dopo giorno un po’ la acquistano e un po’ la conquistano con un’invasione  più insidiosa perché silenziosa.  Riecheggiato da Pellico, Balbo, da suo genero Massimo d’ Azeglio e da tanti patrioti d’ogni regione Manzoni era convinto che l’Italia sarebbe stata la profezia dell’Europa dei popoli: fratellanza di popoli liberi, ma non sotto il  giogo opprimente di un despota ma nella libertà né dei carri amati sovietici a Budapest approvati dai comunisti duri e puri d’antan. Quella era e rimane una partita aperta. I suoi capisaldi dànno (o dovrebbero dare) senso e dignità al confronto elettorale imminente.

Aldo A. Mola 
DATA: 23.12.2012
 
LA TRILOGIA DI DOMENICO FISICHELLA

Domenico Fisichella - Elogio della MonarchiaQuando nel luglio del 1995, edito da Vallecchi, uscì un piccolo libro “Elogio della Monarchia” del professore Domenico Fisichella, grande fu la sorpresa per questo titolo, prima ancora del suo contenuto,perché da quasi trenta anni non si parlava più in Italia di Monarchia, come se la stessa non fosse mai esistita e che dal 2 giugno 1946 una pietra tombale fosse stata calata su questa istituzione,impersonata dalla millenaria casata dei Savoia, anche per la scomparsa nel 1972 dell’unico partito politico che alla stessa si richiamava .”Habent sua fata libelli” (anche i piccoli libri hanno una loro fortuna ) per cui dato il successo avuto e l’interesse suscitato, nel 1999, editore Marco, uscì una nuova edizione, arricchita da una significativa premessa,datata 4 marzo 1999,sottolineando che detta data ricordava il 151° anniversario dello Statuto Albertino, e da una appendice nella quale era riportato l’articolo di Luigi Einaudi,pubblicato sul numero del 24 maggio 1946 del quotidiano “L’Opinione”,alla vigilia del voto referendario, dal titolo inequivocabile “Perché voterò per la Monarchia”. Passati gli anni,nell’approssimarsi del 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia,nel luglio 2010, usciva, edito da Carocci,un nuovo libro di Domenico Fisichella,dal fascinoso titolo “Il miracolo del Risorgimento “ sottotitolo “La formazione dell’Italia Unita”,dal contenuto rigidamente storico,dove,  dopo una rigorosa analisi della storia degli italiani, dal medioevo al XVIII secolo,passando dalle Signorie, al Rinascimento ed al secolo dei “lumi”,si spiegava sia il ruolo avuto anche prima del Risorgimento, dalla Casa Savoia,e dal 1848 da Carlo Alberto,con Statuto,adozionIl miracolo del Risorgimentoe del Tricolore,guerra all’Austria,sia pure sfortunata, e come nel giro di due anni,dall’inizio delle Seconda Guerra d’Indipendenza, il 29 aprile del 1859 al 17 marzo 1861, proclamazione di Vittorio Emanuele II,Re d’Italia, si era compiuto il più grande evento della storia d’Italia,dopo quasi 1400 anni dalla caduta dell’ Impero Romano d’ Occidente. Ora con “Dal Risorgimento al Fascismo”, edito da Carocci, Fisichella completa una trilogia indispensabile per chi oggi voglia riproporre il problema istituzionale nella sua forma monarchica. In un periodo in cui si pubblicano libri di tanti storici improvvisati, il libro del professore Fisichella, mai titolo accademico fu più appropriato, si pone in una posizione di assoluta scientificità ed obiettività,dove le convinzioni monarchiche dell’Autore, sono corroborate e documentate dai fatti ed hanno una struttura razionale, ben lontana dal sentimentalismo,sia pure nobile e degno del massimo rispetto, attribuito in genere ai monarchici italiani. Nell’analisi del sessantennio che va dal 1861 al 1922, nulla è tralasciato, dalla situazione dell’Europa ed i relativi confronti con le altre potenze europee ai dati statistici attestanti i progressi del giovane Regno nei vari settori, all’esame delle istituzioni rappresentative, dal Parlamento alla stessa Monarchia,senza tacere le crisi dell’ultimo decennio del XIX secolo e le conseguenze dell’astensionismo dei cattolici terminato solo con le elezioni politiche del 1913, nonché le vicende della nostra politica estera, coloniale e sociale con il sorgere e diffondersi di ideologie e movimenti che caratterizzarono gli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per giungere infine, dopo la pur vittoriosa Guerra 1915-1918, al drammatico triennio 1919-1922. Di questo periodo, caratterizzato nel Parlamento, dall’emergere dei partiti di massa socialista e popolare, quest’ultimo appena nato Fisichella - Dal Risorgimento al Fascismoad opera di don Luigi Sturzo, presenza favorita dall’adozione del sistema elettorale proporzionale, unitamenta al suffragio universale maschile, già concesso da Giolitti nel 1912, e nel Paese dall’esplosione della violenza da parte della sinistra, Fisichella rileva da un lato la debolezza dello stato liberale e dall’altro le responsabilità enormi che gravano sui due partiti di massa (il Partito Comunista nacque solo nel 1921 da una scissione del partito socialista ) che consentirono entrambe ad un movimento, il Fascismo,nato nel marzo 1919, i cui inizi stentati ed elettoralmente irrilevanti non facevano prevedere un grande avvenire, di diventare invece il principale avversario della violenza socialista e di acquisire così un ruolo ben superiore alla sua forza parlamentare e di permettere al suo capo, Mussolini, di arrivare legalmente al potere.
Le pagine dell’ultimo capitolo del libro, dal titolo “ Nessuno immaginava nel 1922 “ per la loro chiarezza didascalica e per la loro rigorosa e spietata elencazione delle reciproche responsabilità dovrebbero essere lette, rilette e meditate come un testo di studio, perché dopo novanta anni non si ripetano errori e colpe.
Domenico Giglio 

DATA: 22.12.2012
 
EURONEWS SI OCCUPA DI MONARCHIA

Stéphane BernIl canale televisivo Euronews, nel programma "I Talk" condotto da Alex Taylor, ha intervistato il giornalista monarchico Stéphane Bern, esperto di Case Reali. Il titoolo dello speciale è: "Monarchia in Europa: anacronistica?". Ne è venuta fuori una semplice, cristallina e veritiera immagine degli stati coronati. Il montaggio, con domande fatte da telespettatori di varie nazionalità, ha evidenziato un'analisi degna di nota. La riproponiamo con la traduzione in Italiano dal sito di Euronews.

DATA: 21.12.2012
 
MONARCHIA GIAPPONESE E REPUBBLICA ITALIANA

Il candidato Ambrosoli, pur ricordando con rispetto l’incontro all’UMI dei suoi genitori che lo hanno chiamato Umberto, dichiara ai giornali di non vedere più l’utilità della monarchia nell’Italia di oggi. Potremmo dimostrargli il contrario confrontando la reazione del Giappone monarchico e dell’Italia repubblicana davanti ad una crisi perfettamente simile nei due Paesi. Anche il Giappone, dopo Fukushima, ha dovuto affrontare un enorme aumento dei costi energetici, insopportabile per un Paese manifatturiero. Il governo del Partito Democratico Giapponese ha infatti chiuso quasi tutte le centrali nucleari ed affrontato l’acquisto di energie alternative a quella nucleare con pesantissime tasse, come dovette fare il governo Amato dopo il referendum del 1987, ed ancor più il nostro Governo a partire dal 14 giugno 2011. L’analoga scelta del governo del Giappone ha strozzato la sua industria, ha fatto crollare la sua borsa, ed esasperato i costi del pagamento del suo debito pubblico, enorme come il nostro. Quel Governo ha anche annunciato l’uscita completa dal nucleare entro il 2039. L’opposizione giapponese di centro-destra non ha fatto ostruzionismo su quegli urgenti aumenti delle tasse però, avendo potuto liberamente confrontare la linea governativa con il rilancio del nucleare da essa propugnato, ha chiesto ed ottenuto elezioni anticipate perché il potere di decidere fra le due opzioni tornasse nelle mani del popolo. Il 16 dicembre sono stati ridotti i seggi del Partito Democratico a 57 dai 230 che erano, ed il solo partito principale di opposizione ha conquistato 294 dei 480 seggi totali senza contare altri seggi disponibili, ma ormai inutili, dall’estrema destra.  L’effetto si è visto: la borsa giapponese è ora ai massimi dall’anno scorso, gli interessi sul debito annichiliti, l’industria in rilancio. Cosa pensi di questa e di qualsiasi altra vicenda politica il Sovrano del Giappone è considerato, ufficialmente e concretamente, un segreto di Stato.  Esattamente al contrario si sono comportate le nostre istituzioni repubblicane nel gestire analoghe scelte ansiose per lo stesso incidente giapponese. L’esito del nostro referendum  non dipendeva dalla conta dei sì e dei no, bensì dal raggiungimento del quorum, ovviamente. A parte l’illegittima eccezione deliberata nel 1946 dal Governo e dalla CGIL contro la nostra Corte di Cassazione sui risultati della scelta fra Monarchia e repubblica, è poi sempre stato così: la nostra Costituzione lega il diritto del popolo di approvare o respingere la proposta del mezzo milione di firmatari alla sua decisione di andare o non andare a votare, altrimenti spaccherebbe in due il fronte dei contrari alla proposta, svantaggiandoli ingiustamente contro il fronte dei proponenti.  Ebbene, il Presidente della Repubblica che ci ritroviamo non si è affatto chiuso nel segreto, anzi, ha esternato ben più che la propria legittima opinione. Interrogato dai giornalisti se sarebbe andato a votare al referendum, ha risposto letteralmente: “Ho sempre fatto il mio dovere di elettore”.  Lasciando così intendere a chi pendeva dalle sue labbra che far superare il quorum fosse un dovere di tutti i cittadini, come in effetti lo sarebbe andare a scegliere i propri rappresentanti nelle elezioni. Così non è nei referendum, ovviamente, ma nessuno ha obiettato a questa fuorviante risposta del presidente, ed il quorum è stato raggiunto anche grazie a questa sua pesante sponsorizzazione del mezzo milione di firmatari, vuoi bersaniani, dipietristi o grillini che fossero. Naturalmente si è ben guardato invece dal precisare, nei tanti suoi appelli affinché restiamo in Europa nonostante le sofferenze,  che il vigente trattato Euratom obbliga ogni contraente a “sviluppare una potente industria nucleare”, proprio per evitare che le guerre commerciali connesse alle sorgenti energetiche distruggano prima noi che non possediamo le più economiche e poi tutta la costruzione europea. Infatti il quesito referendario proponeva di abrogare solo la sospensione di un anno al programma di rilancio del nucleare, e tutte le altre remore inserite dopo Fukushima nel Decreto Omnibus. Quella paradossale vittoria referendaria rende più rapidamente e più facilmente attuabile il vigentissimo programma nucleare che il Governo ha approvato a Luglio 2009, quando il nostro spread scese ai suoi minimi, e nulla di quel che ci affligge oggi poteva minacciarci. 
Al popolo italiano è stato tolto non solo il potere di decidere, ma anche la conoscenza su come si decide, e comunque su cosa avrebbe potuto decidere. Dato che quasi nessuno lo conosce, vorrei riportare il testo del quesito referendario per esteso qui, ma per brevità invito a ritrovarlo nei pochissimi siti web che lo riportano, ad esempio cliccando http://www.archivionucleare.com/files/cirn-ripartenza-dopo-referendum-atti-convegno.pdf e poi andando direttamente a pagina 9 in calce.  Su questi gruppi d’opinione grava una Rimozione perfettamente analoga a quella che circonda i gruppi monarchici. Questa duplice Rimozione converge nel bloccare la crescita della nostra economia, come dimostro nel libro ora pubblicato dall’Editore Armando “Crescita economica italiana. Questione psicologica?” Sono meccanismi che incutono paura nella popolazione, ma si possono disinnescare. La psicologia è nata e cresciuta affrontando l’incapacità di amare che era endemica cento anni fa. Oggi può affrontare l’incapacità di lavorare che soffoca il nostro Paese attraverso meccanismi psicologici collettivi non diversi da quelli di allora. Non fu solo e non fu tanto il lavoro dei nostri predecessori nei loro studioli con i loro pazienti: fu piuttosto l’offerta di psicologia al grande pubblico quella che capovolse un’intera cultura, e colpì quella Rimozione alle sue radici. I colleghi europei, nella nostra ultima assemblea ad Istanbul, hanno accettato queste premesse insieme alla mia proposta di ospitare nel contesto dell’EXPO 2015, intitolato all’energia, il nostro Congresso Europeo di Psicologia, presso la Bicocca, strutturalmente evocante la prematura de-industrializzazione italiana. Inviteremo anche Ambrosoli molto presto, che diventi o meno Governatore.
Pierangelo Sardi, membro della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 20.12.2012
  
GLI ESORCISTI DELLA REPUBBLICA

benigniNon c’è più ombra di dubbio, deve essere il momento dei comici quello attuale. All’assenza della politica oramai ci eravamo quasi abituati ma ecco che dalle fitte nebbie del nulla sopraggiungono con passo clownesco i tiranni della risata, i saltinbanchi del buon umore, sì perché sono proprio loro ad occupare la scena politica odierna e a colmarne i suoi vuoti. Giunti in soccorso della morente repubblica stanno tentando di rianimarla a colpi di sketch e battute. Mi riferisco a Roberto Benigni, venuto in soccorso della Carta Costituzionale proprio ieri sera. Sembrava essersi trasformato più in un esorcista, impegnato nello scacciar via gli spiriti maligni che vorrebbero cambiare la Costituzione. L’interprete del film “Il Piccolo Diavolo” sembrava proprio voler dire: “vade retro riformisti, la nostra Costituzione non si cambia, non si tocca!”, il comico premio Oscar in realtà non deve  aver faticato molto ad esorcizzare chi con intenti mefistofelici vorrebbe cambiare il nostro reticolato costituzionale, il nostro Paese infatti può contare su un nutrito Esercito tra coloro che si oppongono al cambiamento e a qualsiasi tipo di riforma in senso costituzionale. Ma a proposito... di quale repubblica parlava ieri sera il comico toscano? Della prima, della seconda o della terza? Perché è proprio questo il punto: oggi si sente spesso parlare di terza repubblica quindi si presuppone che ne sia esistita una passata e cioè una seconda e prima di questa una prima, ma le cose non stanno così… purtroppo. In realtà come ben sappiamo esiste solo una repubblica e una sola Carta Costituzionale quella “andata” in vigore nel 1948.  In Francia, ad esempio, ha senso parlare di prima, seconda, terza, quarta e quinta Repubblica francese perché qui ad ogni Costituzione succedutasi è sempre seguita l’abrogazione della precedente e la nuova Costituzione andata in vigore cambiava radicalmente rispetto a quella pregressa. Tutto questo non è avvenuto in Italia. Quando con troppa enfasi (era più che altro uno spot della nuova classe politica emergente) si è parlato di seconda Repubblica nel 1993 in realtà non ci si riferiva affatto alla riforma della Carta del 1948 ma solo al ricambio di una classe politica con la conseguente nascita di nuovi partiti dopo che i vecchi furono travolti dalle inchieste di mani pulite. La modifica della legge elettorale per le politiche seguenti del 1994 (voluta dal popolo italiano grazie al Referendum!) fu solo uno strumento tecnico per concretizzare tale cambiamento. Con il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario il sistema politico italiano si ritrovava così sostanzialmente bipolare. Certo, non si può negare che grazie alla nuova legge elettorale (che comunque ha rango di legge ordinaria e non costituzionale) si è spazzato via un antico modo di fare politica, quel modo consociativo e partitocratico di gestire la cosa pubblica (iniziato nel 1948 e finito nel 1989 con la caduta del muro di Berlino) ma comunque tecnicamente non sufficiente ad affermare che si era in presenza di una seconda repubblica in quanto non fu abrogata nessuna Costituzione precedente e tantomeno non fu varata nessuna riforma costituzionale! Siamo dunque sempre fermi alla prima repubblica (quella di cui parlava Benigni!) la stessa del 1948, quella sorta sulle rovine del secondo conflitto mondiale e dalla guerra civile, quella nata dal sangue di via Medina e dalle contrapposizioni ideologiche. Ma nel frattempo il mondo è cambiato sono caduti i muri, i modelli di vita sono cambiati, è cambiato il modo di pensare al mondo. E’ ora quindi di riformare anche la nostra Costituzione (con buona pace dei clown) per renderla più liberale, più moderna e soprattutto più democratica senza amputazioni pregiudiziali, senza cesure con la nostra storia patria, iniziando quindi dall’abrogazione dell’art. 139 della Costituzione che non permette ai nostri cittadini di scegliere la propria forma di Stato.                                                                    
Roberto Carotti Consigliere Nazionale U.M.I.

DATA: 18.12.2012
   
ANCHE MARCELLO PERA AUSPICA LA PARLAMENTARIZZAZIONE DELLA CRISI

Marcello PeraDopo la Consulta de Senatori del Regno (v. Comunicato del 16.12.2012)  anche l'ex Presidente del Senato, Marcello Pera, filosofo e politico insigne, chiede l'immediata parlamentarizzazione  della crisi.
("Libero", 18 dicembre 2012, pag. 7 "Qualcosa non va. Quirinale e Palazzo Chigi dimenticano la Costituzione"). E' vero che la Carta, come scrive Pera,  " è  diventata un canovaccio per spettacoli comici" e non ci stracciamo certo le vesti se la Repubblica crolla; ma se il suo crollo comporta, o rischia di comportare, anche quello dello Stato d'Italia, allora sentiamo il dovere di intervenire. Non possiamo consentire in silenzio veri e propri colpi di Stato: l'eclissi del Parlamento e l'indifferenza delle istituzioni nei confronti dei diritti sovrani dei cittadini. Ai presidenti della repubblica e del Consiglio dei ministri ricordiamo che a metà ottobre del 1922 Re Vittorio Emanuele III chiese a Facta di parlamentarizzare la crisi di governo, ormai palese. Sappiamo come andò a finire.... La storia insegna.

DATA: 18.12.2012
   
PIERO OPERTI E LUCIANO CANFORA

Nello scorso mese di agosto il Prof Luciano Canfora, dalle colonne del Corriere della Sera, con un elzeviro dal titolo "Gli strafalcioni del giornalismo" pubblicizzava un manuale di scrittura pubblicato da Ugo Cardinale. Fin qui nulla di male se non fosse che l'autore dell'elzeviro abbia preso di mira lo storico Pietro Operti, da lui definito "dimenticato", ridicolizzandone la figura e l'opera. La cosa non è sfuggita al vulcanico Prof. Giulio Vignoli che, forte degli approfondimenti sugli studi dell'Operti, ha voluto replicare a Canfora. Pubblichiamo la lettera di rimostranze del Prof Vignoli con qualche fotografia risalente al maggio 2005, quando a Genova venne posta una targa per rendere omaggio alla figura di Piero Operti a trent'anni dalla scomparsa. Alla cerimonia hanno partecipato molti monarchici liguri, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia e la commemorazione ufficiale fu tenuta proprio dal Prof. Giulio Vignoli.

La targa dedicata a Piero Operti  Caro Collega,
con ritardo ho letto il Tuo articolo “Gli strafalcioni del giornalismo” in “Corriere della Sera” del  30/8/2011, ma mi pare che a proposito di Piero Operti gli strafalcioni li faccia Tu.
Prima di tutto Operti non era un giornalista, ma uno studioso, insegnava storia in un prestigioso liceo torinese e ha scritto molti interessanti volumi e articoli che trovo più attuali e fondati dei Tuoi. Soprattutto fu studioso dell'istituto monarchico di cui era convinto assertore. Ma quel che è grave è che Tu metti in dubbio il suo impegno antifascista durante il fascismo. Tu di Operti mi sa che ne sai poco o niente, cosa un po' grave per uno storico noto (stante anche per lo spazio che Ti ha dato la Sinistra).   Se Tu avessi letto la famosissima “Lettera a Benedetto Croce”, sapresti che Operti fu più volte sospeso dall'insegnamento, che ebbe perquisizioni domiciliari e che infine venne trasferito per punizione da Torino, dove abitava, a Napoli dove frequentò la casa di Croce. E questo durante la dittatura, non a fascismo caduto. Non fu perseguitato ulteriormente perchè grande invalido e medaglia al valore della Grande Guerra. Dopo l'8 Settembre fu rappresentante del P.L. nel CLN Piemonte. Certo, caduto il fascismo, non si unì alla canea urlante dei sedicenti antifascisti, prima adulatori del Duce, e per questo fu emarginato, con la congiura del silenzio, dalla cultura marxista trionfante.  Quanto alla collaborazione giornalistica di Operti durante il fascismo, dovresti sapere che moltissimi dei tuoi compagni di fede (come si fa ad essere o essere stati comunisti è un mistero. Come minimo una mancanza di buon senso) hanno collaborato a giornali ben più compromettenti di quelli di Operti, compagni servi sciocchi del fascismo e poi voltagabbana  riveriti dalla “cultura” del nuovo regime. Avresti fatto meglio a tacere sul punto. Quanto ai bisticci su femminile e maschile, per dimostrare che Operti “strafalcionava”, guarda che Kampf va tradotto più come lotta, conflitto, combattimento che come battaglia come dici Tu e che Kultur vuol dire cultura e poi anche civiltà (è uno dei pochi vocaboli tedeschi d'origine latina). Mi sa che di tedesco ne sai pochino, altro che far le bucce ad Operti che “ di suo strafalcionava” solo perché non avrebbe saputo che Kampf è maschile. A me basta leggere i giudizi che diedero di Operti Croce e Vittorio Enzo Alfieri. “Mio caro Operti (risponde Croce alla “Lettera aperta” opertiana), la sua lettera, o meglio la sua analisi della nostra condizione presente e della storia nostra recente, è quale io dovevo attendermi da lei, dalla sua profonda rettitudine, dalla sua sincerità, dalla sua colta e lucida intelligenza, dalla sua valentia di scrittore che sa dire tutto quello che vuol dire”.   E Alfieri: “Un uomo di carattere, una pura e alta coscienza morale: tale appare Piero Operti a chi, avendolo conosciuto di persona o anche solo attraverso i suoi scritti, mediti oggi sulla nobiltà e sulla coerenza di quella vita”. Insomma i Tuoi giudizi su Operti (che forse sono stati dati per motivo politico: Operti era antifascista durante il fascismo, ma liberale e monarchico, tu comunista e antifascista a Duce morto, non foss'altro per motivi anagrafici) sono avventati, errati e poco degni e invece di “disotterrare il giustamente dimenticato  Piero Operti”, come affermi con scarsa eleganza, dovresti sotterrarTi Tu per l'incompetenza sul personaggio. Come Ti sei permesso di negarne la memoria a tanti anni dalla morte? Pensa a non essere dimenticato tu.  Non vorrei che di canfora si ricordasse solo quella che si mette contro le tarme. Sarebbe un vero peccato per la scienza storica!
Distinti saluti.
 Prof. Avv. Giulio Vignoli

Giulio Vignoli tiene il discorso ufficiale per la posa della targa a Piero Operti
Giulio Vignoli tiene il discorso ufficiale per la posa della targa a Piero Operti a Genova il 7 maggio 2005

La Principessa Maria Gabriella di Savoia scopre la targa dedicata a Piero Operti
La Principessa Maria Gabriella di Savoia scopre la targa dedicata a Piero Operti

L'evento venne accolto con entusiasmo dai monarchici liguri che accorsero con le Bandiere del Regno
L'evento venne accolto con entusiasmo dai monarchici liguri che accorsero con le Bandiere del Regno

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella con Gian Nicola Amoretti
S.A.R. la Principessa Maria Gabriella con Gian Nicola Amoretti

DATA: 17.12.2012
  
PORTARE IN PARLAMENTO LA CRISI DEL GOVERNO PER EVITARE IL COLLASSO DELLO STATO

Monti e Napolitano  La Consulta dei Senatori del Regno esprime profonda  preoccupazione per l’opacità che avvolge lo Stato d’Italia. Il capogruppo di uno dei partiti della maggioranza ha dichiarato chiusa l’esperienza del governo in carica. Il presidente del Consiglio dei ministri ha preannunciato le dimissioni, ma per un giorno indeterminato. Per trar conforto ha quindi incontrato dapprima esponenti di istituzioni estere poi il Capo dello Stato d’Italia.  
  In presenza di una crisi di governo annunciata ma nebulosa nella remota genesi e nel suo viluppo, vengono ventilate diverse date per lo scioglimento delle Camere e il loro rinnovo.
   A oggi un solo fatto è certo: la crisi attende il vaglio del Parlamento. Essa non è né può essere risolta come partita privata tra notabili fuori controllo dei cittadini.
   Memore di drammatiche vicende remote, la Consulta dei Senatori del Regno chiede con fermezza che il presidente del Consiglio dei ministri affronti la crisi in Parlamento, espressione dei cittadini, ai quali Re Umberto II affidò la sovranità nazionale. Tocca al presidente della repubblica far rispettare e rispettare la costituzione, celebrata fatuamente e fuori tempo da un comico mentre tanti cittadini vivono il dramma dell’impoverimento e la politica estera deraglia senza alcun voto parlamentare.    
   Sin d’ora la Consulta si domanda quale rappresentatività avrebbe un Parlamento eletto da una modesta partecipazione degli aventi diritto al voto. Per evitare il collasso dello Stato la crisi va portata subito in Parlamento.
Il presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola

DATA: 16.12.2012
  
L’UOMO NERO

L'uomo neroMolte generazioni di bambini, non solo italiani ma di tutto l’occidente, hanno convissuto per tutta la vita con l’incubo ricorrente dell’uomo nero… Lo spauracchio, agitato nella prima infanzia in tutte le circonstanze in cui il malcapitato infante fosse stato recalcitrante ad ottemperare ai propri doveri, dal rifiuto di andare a dormire a quello di mangiare la minestrina, si ripresentava  a più riprese negli incubi ricorrenti perfino nell’età adulta. A quanti sarà capitato di svegliarsi di soprassalto, dopo essere stati in sogno inseguiti da una gigantesca lettera H, ghignante, o da una creatura antropomorfa dal rantolo enfisematoso. Da bambini si poteva trovare facile asilo nel lettone dei genitori e, da adulti, si potrà sempre ritrovare il senso della realtà sorridendo davanti ad una fumante tazza di caffè. Ma un nuovo ricorrente incubo si insinua nelle notti di molti, troppi italiani: lo Spread. Fino a pochi anni fa il termine era conosciuto soltanto a chi, prima di sottoscrivere un contratto di mutuo a tasso variabile, l’avesse letto con attenzione. Oggi la preoccupazione dominante dei cittadini è data dal non proter prevedere quale sarà lo spread dell’indomani.
Già nell’atto di coricarsi alla sera sono riconoscibili sui volti degli italiani, i segnali dell’ambascia, subliminalmente alimentata dall’ultimo notiziario ascoltato. E così, al mattino, ci si sorprenderà a cercare nelle notizie diffuse dal primo notiziario, lo spread del giorno, con le temperature massime e minime delle grandi città e l’oroscopo. Non mi pare che i grandi eventi che hanno segnato la nostra storia, recente e meno recente, frutto di decisioni di uomini determinati, siano stati mai sovrastati da tanta preoccupazione che rasenta il desiderio di un vaticinio. Le ultimissime riflessioni sulla imminente caduta del governo Monti, diffuse dal Colle politicamente più alto di Roma, trovano un precedente forse nell’osservazione del volo degli uccelli o nello studio dei colori e composizione dei visceri degli animali sacrificati. E l’attenzione sugli effetti delle scelte della Politica, effetti soltanto eventuali, è evidentemente falsata da variabili condizionate da movimenti della macroeconomia, la quale, occupata del generale, trascura il particolare. E nell’imperversare delle notizie diffuse (in buona fede?) sulle sentenze emesse dalle agenzie di rating che, è utile ricordare sono dei soggetti privati, attendiamo fiduciosi il prossimo bollettino meteorologico per farci una ragione sulle scarse quotazioni del ghiaccio, tanto abbondante è la neve. Pertanto sotto l’albero, questo Natale, il padre di famiglia sul lastrico cercherà di spiegare che Babbo Natale ha la slitta vuota perché le renne sono state colpite da un attacco di spread!
Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale U.M.I.

DATA: 11.12.2012
  
IL DIAVOLO E IL CANTO NAZIONALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10.12.12

il diavoloIl Diavolo si nasconde nei dettagli dicevano spaventati gli antichi, quando ancora si distinguevano il nero dal bianco, il rosso dal verdicchio, i Renzi dalle Lucciole…Se nelle miniature dei codici non tutto balzava chiaro, ci si aiutava col chiaretto. L’8 novembre scorso, verso l’ora dell’ombretta che precede il crepuscolo, il Senato della Repubblica (prima? seconda? terza? Se ne sta perdendo il conto) ha messo a segno il colpo grosso: con 208 voti favorevoli, 16 contrari e 2 astenuti ha varato le norme sulla “acquisizione di conoscenze e competenze in materia di  ‘Cittadinanza e Costituzione’ e sull’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole”.
   E’ una legge dalle cifre diaboliche. Perciò sono  in allarme i  satanisti sfrenati e i cattointegralisti accaniti. Entrambi ne hanno valide ragioni. La legge  ha assorbito la n. 3256  sull’istituzione della Giornata dell’Unità d’Italia  (17 marzo) e sin da questo  2012-2013 prevede “percorsi didattici, iniziative e incontri celebrativi finalizzati a informare e a suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonché sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’inno di Mameli e della bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione anche alla luce dell’evoluzione della storia europea”. Il tutto a costo zero per lo Stato e le amministrazioni locali.  Tanto, tantissimo per la retorica d’occasione; troppo, davvero esagerato, per  un’analisi seria  del cosiddetto “inno di Mameli” e dei suoi “fondamenti storici e ideali”. Riparleremo del suo contenuto. Per ora ci fermiamo alla sua cornice: satanica, come abbiam detto. La legge ha infatti numero 3366. Et  voilà: il 33, come tutti sanno, è il grado supremo del Rito Scozzese Antico e Accettato, cioè della Massoneria che ha per insegne i motti “Ordo ab Chao” e “Deus Meumque jus”. Il suo doppio (33 x due) fa 66, abbreviativo di 666, notoriamente la cifra del Diavolo. Perciò il dibattito parlamentare è stato concitato. Per ore si è sentito in Aula il battito delle ali di Satana. La relatrice, Garavaglia (Partito democratico), benché di nome faccia Maria Pia,  sovrastando il “brusio” dei colleghi ha piazzato al 1848 la nascita dell’ “inno” (che invece, a strafare, è del 1847), forgiato da “due eroi morti giovanissimi”. Mameli, in effetti, morì a Roma ventiduenne il 6 luglio 1849 (non il 3 giugno come invece asserito dal piddino Soliani), ma Michele Novaro (Genova,1818-1885), cioè l’autore della vibrante musica dell’ “inno,   morì vecchio e povero in canna nel 1885, dimenticato da tutti. Il dibattito sul Canto Nazionale non figurerà tra le pagine edificanti della repubblica. Ne citiamo tra virgolette alcune frasi: “Questa  è un’aula di silenti e ignavi pecoroni” (senatore Aderenti), … “non mi sono mai sentito italiano…; il Risorgimento italiano è stato voluto dalla massoneria inglese” (sen. Castelli),… “L’inno di Mameli è tato scritto e musicato a Genova…Genova è la città del tricolore…” (sen. Pinotti);  “Cambiamo per lo meno il testo… sono ‘merdacce queste musiche”( sen. Soliani, leghista,  severamente richiamato dalla presidente di turno, Emma  Bonino (“Non siamo in una bettola”). Alla fine la Maria Pia Garavaglia ha constatato che “Pochi sono stati i discorsi  che abbiamo sentito davvero alti”. Per elevarne il tono ha fatto mettere a verbale scampoli di ricordi personali: “Mia  mamma era bellissima, longilinea, non mi assomigliava…”. A ragione il sen. Giai ha concluso “Oggi non è certamente una bella giornata nel nostro Senato”.  Lo dicevano già gli antichi Romani: “Senatori boni viri, Senatus mala bestia”. Già la Grande Bestia, Satana.  Assente il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, il sottosegretario Peluffo (quello che ha seccamente negato di essere massone)  ha tentato di omologare l’insegnamento scolastico del cosiddetto inno di Mameli come sua “costituzionalizzazione”  de facto, ma è stato smentito dalla Bonino stessa.  Dunque, dopo la pubblicazione della legge 8 novembre, n.3366, il Canto Nazionale verrà (forse) insegnato, senza oneri aggiuntivi, ma rimane quello che è: la sua musica è sicuramente di Michele Novaro,  le parole sono forse del padre scolopio Atanasio Canata. Tirato per i capelli a commentarle, Giosue Carducci sbottò che l’ “elmo di Scipio”  è roba  “da panche di scuola”.  Con ciò il Maestro e Vate non era certo anti-italiano. Voleva solo dire che la Nuova Italia aveva (come anche oggi ha) ben altre priorità. Musica per musica, le bastava la Marcia Reale, che non figurava nello Statuto, così come nella Costituzione non vi è l’“inno nazionale” e non se ne sente affatto bisogno mentre è in discussione il concetto stesso di Stato-Nazione. Chiuso il dibattito, nell’Aula di Palazzo Madama l’8 novembre permase un sentore di zolfo. I più colti tra i patres presenti avranno certo ricordato che gli italiani amano zufolare in libertà ma, se si sentono costretti a cantare su ordinazione e a manifestare sentimenti che non provano, rispondono come il diavolo Malacoda  alle linguacce dei suoi compari satanici: “ed elli avea del cul fatto trombetta” (Dante Alighieri, Inferno, Canto XXI, verso 139: tre cifre arcane: 1,3 e 9, proprio  come quelle della legge 3366).

Aldo A. Mola 
DATA: 10.12.2012
  
NUOVI POSSIBILI PICCOLI STATI: EUROPA INGOVERNABILE

Europa  Spesso “repetita juvant” per cui ritorniamo a parlare di separatismi, secessionismi e simili che sembrano la principale preoccupazione di alcuni movimenti politici in Spagna, Gran Bretagna,Belgio ed Italia e questo in un’ Europa in fase di recessione economica e di sempre più scarso peso a livello mondiale. C’è chi si richiama alla guerra di successione spagnola del 1714,chi all’atto di unione della Scozia del 1707,chi ai nostri plebisciti del 1860, per non parlare di chi contesta la liquidazione della Repubblica  di Venezia nel 1797 e  del Sacro Romano Impero nel 1806 per mancanza del “numero legale” dei deliberanti,problemi tutti anche interessanti,se non affascinanti dal punto di vista storico,ma totalmente fuori dall’attuale realtà. Che sia amaro doverlo riconoscere,ma il primato dell’Europa,pur partendo dall’Atlantico per finire agli Urali,è nella fase discendente,anche se non mancherebbero intelligenze,capacità e mezzi per poter fermare tale declino,anticipato peraltro un secolo or sono da Spengler, declino oltretutto demografico perché sommando tutti i 27 stati dell’U.E.(501.100.000 abitanti) e gli altri fuori  dell’Unione, compresa Ucraina e Russia,(totale abitanti Europa 811.543.167) non si raggiunge che un quinto degli abitanti dell’Asia (4.055.957.043) e meno della metà degli abitanti della Cina e dell’India,per non parlare dell’incredibile incremento di alcuni paesi dell’Africa,quale ad esempio la Nigeria con 152.217.000 abitanti e l’ Etiopia con 88.013.000.
Sentire perciò un uomo anziano,che per l’anzianità si dovrebbe ritenere saggio,come Pujol parlare di una Catalogna indipendente, con i suoi settemilioni e mezzo di abitanti,  anche se magari unita al resto della Spagna, da un unico Sovrano, a conferma del valore rappresentativo e  coagulante dell’Istituto monarchico, come in fondo era stata l’unione dinastica dell’ Austria – Ungheria,lascia oggi molto perplessi perché pare dimenticare tutto quello che avviene nel mondo e le trasformazioni continue nei più vari settori. Ignorare che nel terzo mondo la prevalenza è dei giovani,privi di un qualsiasi retroterra storico e culturale,per cui l’Europa non incute loro né timore né rispetto e pensare che  queste ondate migratorie  possano essere meglio gestite da staterelli regionali e non da stati nazionali coordinati in una unione europea,già adesso zoppicante essendo costituita da 27 stati,se gli stessi diventassero oltre trenta,è solo segno di ignoranza  dei problemi mondiali e ciò malgrado che oggi,grazie alla tecnologia ed alle comunicazioni, frutto della civilizzazione di stampo occidentale,il cittadino europeo medio dovrebbe avere invece un livello di conoscenza,come mai avvenuto prima, e come non avevano forse nemmeno gli uomini di stato e le classi dirigenti di un secolo fa, per cui suscita un sentimento di profonda tristezza,se non di commiserazione vedere,come recentissimamente in Catalogna, proprio dei giovani ballare e saltare auspicando la separazione dal resto della Spagna,quasi fosse la caduta del muro di Berlino o la fine di qualche dittatura.
Domenico Giglio

DATA: 05.12.2012
  
IL PATRIOTTISMO DELL’U.M.I. DI ASTI

Il labaroi dell'U.M.I. di Asti  Domenica 4 novembre 2012 alle ore 18.00 la Sezione U.M.I. di Asti, con il Presidente Rag. Luigi Caroli, il Segretario Rag. Antonio Ambrosino e una decina di soci, con il labaro della Sezione, ha partecipato presso l’Insigne Collegiata di San Secondo, in Asti, ad una cerimonia, con Santa Messa, in suffragio degli Ufficiali defunti appartenenti a nobili famiglie astigiane di antica tradizione militare e dei defunti di Casa Savoia organizzata dal Comm. Giovanni Triberti, Delegato Provinciale di Asti delle Guardie d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Sono stati ricordati il leggendario Ammiraglio Umberto Cagni, i Generali dei Carabinieri Cosma e Ferdinando Manera, il Generale dei Granatieri di Sardegna Manfredo Cagni, i Colonnelli Giorgio Cagni, Vittorio Lucrezi, Giovanni Trapassi, i Capitani Corrado Lucrezi, Umberto Manera, Manfredo Manera, il Maresciallo Fernando Manera, il Maggiore Luigi Manera, i Tenenti Cesare Cagni, Aldo Lucrezi, Paolo Cagni, Giovanni Cagni e la Crocerossina Vivina Manera. Alla cerimonia, officiata da Don Giuseppe Gallo, Guardia d’ Onore e Rettore della Collegiata, erano presenti autorità civili e militari e le associazioni combattentistiche e d’ arma con labari e bandiere.

DATA: 05.12.2012
  
LA MONARCHIA CI UNISCE LA REPUBBLICA CI DIVIDE

Oltre la repubblica  Francesco Crispi non aveva le travecole quando nella seduta del Parlamento del 1° Maggio del 1864 pronunciò la famosa frase: “La Monarchia ci unisce la Repubblica ci dividerebbe”, erano anni difficili quelli, proclamato il Regno d’Italia solo tre anni prima c’era il bisogno di tenerlo a briglia il nuovo Stato, le forze antagoniste erano ancora forti, si rischiava di capitolare, si rischiava lo sfaldamento del Regno specialmente al sud. Personaggio multiforme il patriota Crispi, mazziniano e repubblicano si convertì al monarchismo non per sentimento ma per buon senso. La sua conversione suscitò le ire del suo maestro Mazzini, il quale cercò di redarguirlo ma senza successo. Francesco Crispi fu garibaldino convinto, si dice che fu proprio lui ad ispirare la spedizione dei Mille ma raggiunta l’unità si rese subito conto che l’unica istituzione che potesse mantenerla era proprio la Monarchia Sabauda. Quasi 150 anni dopo il dualismo Monarchia-Repubblica sembra riprendere corpo. Abbandonate le ideologie del ‘900 con la caduta del muro di Berlino con esso le differenze politiche tra Destra e Sinistra sono andate quasi scomparendo, l’unica vera dicotomia oggi rimane quella tra Monarchia e Repubblica. Il tecnico Monti in questo ultimo anno ha più volte paragonato la difficile situazione attuale a quella del dopoguerra cioè a quella della ricostruzione post-bellica, allora la nuova Carta Costituzionale fu fondata sui valori dell’antifascismo (e quindi sorta contro qualcosa e non per qualcosa) e della Repubblica, eliminando del tutto l’alternativa monarchica (e con essa quel sentimento che legava il popolo italiano al Re e alla Patria) con legge costituzionale. Una Repubblica che poi con il passare del tempo ha logorato proprio se stessa con i disvalori della corruzione, dell’individualismo sfrenato e delle ruberie. Oggi non c’è nessun fascismo a cui contrapporsi, c’è invece l’esigenza di contrastare le nuove oligarchie del denaro responsabili di dividere il Paese tra ricchi e poveri  e colpevole di aver fatto sprofondare la classe media a livelli mai visti nella storia d’Italia. E’ il momento di rifondare il nostro Paese con una nuova Carta Costituzionale in senso monarchico, per renderlo più unito e più giusto, di rifondare il Regno d’Italia, ma non in nome dell’anti-qualcosa o qualcuno, ma per qualcosa. Per l’Italia e per gli italiani. Oggi come allora l’Italia rischia lo sfaldamento ed è proprio di quel buon senso che ebbe Crispi e cioè quello di capire che solo la Monarchia è capace di tenere unito il Paese che gli italiani avrebbero bisogno. Italiani convertitevi!!!
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.

DATA: 02.12.2012
  
LA REGINA ELENA, IL MESSAGGIO DELLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO E IL PRESUNTO PLAGIO

Pierfranco Quaglieni  Pierfranco Quaglieni, professore in pensione, monarchico in gioventù, poi con minace cappello frigio e onusto di croci repubblicane, sempre riflesso nei premi conferiti dal centro  intitolato al monarchico liberale e per niente giacobino Mario Pannunzio, ha celebrato la Regina Elena nel 60° della morte utilizzando paro paro il comunicato della Consulta dei Senatori del Regno.
Lo avrà scritto egli stesso? Avrà pensato le medesime cose della Consulta con le stesse parole? Lo avrà citato? O si tratta di una mistificazione giornalistica? Attendiamo conferme. Per ora manifestiamo stupore. Grande è la confusione sotto la Mole...

DATA: 02.12.2012
 
VECCHIO PIEMONTE: IL LIBERALE GIUSEPPE FASSINO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02.12.12

Giuseppe Fassino            Dopo il maltempo torna il sereno. E’ quanto accade in natura. Nella storia, invece, se sanno e se vogliono, i popoli in più ci mettono del loro. Non si rassegnano alla  meccanica alternanza degli eventi. Nel 1925-28, ormai prossimo alla morte, ci rifletteva Giovanni Giolitti. Sconfitto in Parlamento, costretto alle dimissioni persino da presidente del Consiglio provinciale di Cuneo (alla sua età non gli andava di cantare “Govinezza”…), isolato a Cavour lo statista leggeva le cronache di millecinquecento anni di invasioni e dominazioni straniere e constatava che, malgrado tutto, la popolazione italica si riprese, risorse, aggiornando via via la regola di Benedetto da Norcia “ora et labora”, in silenzio operoso, senza  bisogno di quotidiane prediche di noiosi “priori”. 
  Quando riemerse dagli anni dell’ideologia totalitaria, nel 1943-1945 l’Italia fece leva su liberali veri, da Benedetto Croce a Marcello Soleri, Leone Cattani, sino a Manlio Brosio, Bruno Villabruna, Emanuele Artom… Chi monarchico, chi repubblicano, qualcuno federalista, tutti europeisti perché i liberali italiani lo erano dal Settecento, un secolo prima  dell’Internazionale di Marx e duecento anni avanti la Terza Internazionale di Lenin, erede dell’imperialismo zarista anziché del mite  socialismo umanitario.  Aristocratico nelle idee e popolare nelle adesioni, come la monarchia (che saldò istituzioni e popoli d’Italia, fusi nella nazione), il liberalismo postbellico contò su giovani come Vittorio Badini Confalonieri e Giuseppe Fassino (Busca, 13 ottobre 1924-27novembre2012), sodale di Giuliano Pellegrini, a sua volta congiunto di Luigi Einaudi. Il Paese  contava una miriade di cittadelle liberali, bersaglio della Democrazia cristiana, ancora profondamente clericale, arcaica, anti-occidentale, diffidente nei confronti degli inglesi (anglicani), degli americani (che neppure avevano un’Ambasciata nella Città del Vaticano ma solo un incaricato d’affari), e della  Francia (gallicana, napoleonica, “barbetta”). Iscritto al Partito liberale italiano dal 1945, suo segretario provinciale per quindici anni, finanziatore del settimanale “Il Subalpino”, palestra di giovanissimi talenti (Elio Ambrogio, Claudio Massa…), consigliere comunale a Busca, consigliere regionale dal 1970 al 1975 e vicepresidente del Consiglio regionale, senatore al 1979 al 1993, Fassino dovette farsi carico di innumerevoli uffici e missioni, in una fase d’emergenza. Nel 1979 al Senato il PLI contò due soli seggi: il suo  e quello di Giovanni Malagodi. Alla Camera aveva appena nove deputati contro i trentanove del 1963. Erano però giovani  pugnaci. Con Raffaele Costa, Valerio Zanone, Salvatore Valitutti e altri Fassino fu tra quanti mostrarono che senza il pilastro liberale l’Italia sarebbe stata povera cosa. Aveva appreso grammatica, logica e filosofia politica accompagnando nei comizi Modesto Soleri. Sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi  Cossiga e Fanfani e alla Difesa con Craxi, Fassino varò la riforma della scuola elementare: lingua straniera, musica, disegno, educazione fisica: formazione della Persona, prima che del “cittadino” (un’ astrazione che spesso è costrizione). All’epoca nessuno immaginava che di lì a poco in Italia si sarebbe scatenata la gara a chi è più liberale, anzi a chi è più liberista. Le cose invero stanno molto diversamente, come insegnano gli autori del Dizionario del liberalismo italiano (Ed. Rubbettino) coordinato da storici e politologi quali Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Fabio Grassi Orsini, Francesco Forte, Roberto Pertici.
 Gentiluomo, umanista, probo, “vir bonus, dicendi peritus”, monarchico e membro della Consulta dei senatori del regno,  Fassino sapeva di essere una sorta di ghiaccio vagante nell’Artico. Come Giolitti (che tra gli amici fedelissimi ebbe il napoletano Pietro Rosano e il calabrese  Antonio Cefaly), anch’egli ebbe amici dal Mezzogiorno (che altro è Gerardo Marotta se non un liberale irriducibile?) alla Sardegna di Cocco Ortu, dalla Liguria di Alfredo Biondi alla Romagna di Patuelli, editore di “Libro Aperto”,  e  in altri lembi d’Italia, all’insegna del liberalismo autentico, insegnato da Giovanni Cassandro: “tot capita tot sententiae”, ognuno è padrone del proprio pensiero ma generosamente antepone l’interesse generale a quello personale.
  Il liberalismo –  lo affermò Giolitti e lo ribadì  Croce – è prepolitica. Non ha bisogno di una forma-partito. E’ Luce. Perciò tanti sacrestani han cercato di spegnerlo con lo smoccolatoio delle ideologie e delle inquisizioni.  Ma la fiammella si rianima come lo Spirito che, recita il Vangelo di Giovanni, “soffia dove vuole”.  Finiscono liquefatti solo i ghiacci artificiali. Gli altri, tutt’uno con la rupe sulla quale sorgono o galleggianti nel gelo polare,  durano e indicano la via.  E’ la lezione di Giuseppe Fassino: fare la propria parte, qui e ora. Proprio perché sono tempi difficili.
Aldo A. Mola 
DATA: 02.12.2012
 
DOMENICA 18 NOVEMBRE 2012 CERIMONIA MONARCHICA ALESSANDRIA

DOMENICA 18 NOVEMBRE 2012 CERIMONIA MONARCHICA ALESSANDRIA  Come di consueto il gruppo alessandrino monarchico, composto dalla sigla UMI ed il suo Club Reale sabaudo dedicato al ricordo di Re Vittorio Amedeo II, primo Sovrano dell’allora Regno Sardo e fondatore della Cittadella; unitamente alla Delegazione dell’Istituto per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Roma ed al Convegno di Cultura “Ven.Maria Cristina di Savoia”, ha organizzato una cerimonia religiosa molto particolare nella centralissima chiesa di N. S. di Loreto, meglio conosciuta come S. Rita, retta dai Padri Domenicani. L’occasione è sempre nobile di sentimenti profondi per ricordare i Sovrani ancora in esilio, Umberto II e Maria Josè, Vittorio Emanuele III ed Elena, quest’ultima nella ricorrenza dei 60 anni dalla scomparsa in Montpellier; ai quali sono stati aggiunti la memoria del Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, eroico tra i suoi soldati in Africa Orientale, e la Ven. Regina Maria Cristina di Savoia, Regina di Napoli, nel bicentenario della nascita a Cagliari. Da  sempre il gruppo monarchico locale ricorda nel mese di novembre i Caduti per la Patria insieme ai propri Soci ed Amici scomparsi nel corso dell’anno.
Ad allietare il servizio liturgico era presente la Corale “don Angelo Campora” di Lobbi diretta dalla prof. Pinuccia Pavese, unitamente al trombettiere M° Giulio Tortello, mentre il rito è stato consacrato dai sacerdoti cappellani della Guardia d’Onore, rev. don Simone Ghersi e don  Gianluca Gonzino. Preceduti dalla recita del S. Rosario da parte di Padre Angelo. Presenti le Bandiere sabaude con le Guardie ed i delegati di Alessandria, prof. Paola De Andrea, e di Novara, Cav. Marco Lovison, inoltre il gruppo calabrese “S. Francesco di Paola” con l’amico Mario Cuzzetto ed il gruppo sardo “Maria Teresa Cau” in costume folkloristico. Tra le Autorità civili il vice presidente della Regione Piemonte dott. Ugo Cavallera, il vice presidente del Consiglio comunale alessandrino, dott. Fabrizio Priano, il vice sindaco di Altavilla Monferrato, dott. Alessandro Traverso, rispettivamente con fascia.; il delegato alessandrino dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Comm. Annibale Gilardenghi, le socie del Comitato femminile della Croce Rossa Italiana, la prof.ssa Carla Moruzzi Bolloli per l’Istituto del Risorgimento, la rappresentante della Federazione dei Maestri del Lavoro, nob. Michelangela Zonca e tante persone convenute in segno di rispetto e preghiera per l’occasione. Dopo la cerimonia, il gruppo seguito con cura da Carmine Passalacqua, ha continuato la serata presso il vicino ristorante DOC in buona compagnia.

DATA: 30.11.2012
  
NEL CENTENARIO DELLA MORTE: GIOVANNI PASCOLI POETA ED ORATORE CIVILE

Giovanni Pascoli  Nella grande produzione poetica e letteraria di Giovanni Pascoli,una parte non secondaria è dedicata ai protagonisti del Risorgimento ed agli eventi dell’Italia unita. Iniziato infatti con toni agresti, elegiaci, inframmezzata di ricordi, sia familiari, in primo luogo l’assassinio misterioso del padre Ruggero, sia dell’infanzia, via via l’orizzonte poetico del Pascoli si allarga, e nel mentre si affievoliva lo slancio vitale del suo grande maestro Carducci, Pascoli, quasi sentisse il dovere morale e civile di mantenere alta la memoria del Risorgimento, dei suoi protagonisti e dei suoi valori e di sottolineare eventi e personaggi contemporanei,si dedica come poeta ed oratore a questo impegno civile,senza mai scendere nella polemica politica. Abbiamo così l’inno “Al Re Umberto”, all’indomani del suo assassinio, dedicato “….al partito dei giovani, cioè ai giovani senza partito, cioè ai giovani ancora liberi che vogliono conservare la libertà dei palpiti del cuore. Si che il loro cuore può… alzare il medesimo inno al muratore che cade dal palco ed all’artigliere che spira abbracciato al suo  cannone…”, inno che inizia “In piedi sei morto tra i suoni – dell’inno cui bene si muore –nel cuore, colpito nel cuore..” e dopo aver sottolineato poeticamente gli episodi salienti della vita del Re, termina con l’auspicio dedicato al nuovo Sovrano “Va !..all’ideale la barra! -…Va, Principe giovane  e giovane - Italia! va dove s’incontra e s’indora –con questa che sembra una sera, -la subita aurora! “E poi per la spedizione al Polo Nord, l’inno “Al duca  degli Abruzzi e ai suoi compagni”, dove il poeta prende spunto da questo generoso tentativo per esaltare il genio italico,”….O pionieri…noi siamo – l’opre di tutta la terra – popolo indomito e gramo,… e che riprende la strada – col piccone e la bisaccia..” per terminare  “Eccolo o duca latino, -eccolo il pane di farro, -pane pel nostro cammino – gloria, gloria,gloria, gloria !”.E sempre collegato alla spedizione del Duca degli Abruzzi, un altro inno dedicato al principale collaboratore del Duca, ”A Umberto Cagni”, per non dimenticare l’inno dedicato  “Alle batterie siciliane”, che si erano battute valorosamente nella sfortunata battaglia di Adua, composto per l’inaugurazione a Messina del monumento alla batteria Masotto, poesia particolarmente significativa perché denota la passioneGiovanni Pascoli nazionale di un uomo amante della pace, ma al tempo stesso consapevole della missione civilizzatrice dell’Italia, concetto che ritroveremo nel famoso discorso tenuto a Barga, il 26 novembre 1911, conferenza il cui profitto era destinato ai morti e feriti della guerra di Libia che inizia : ”La grande Proletaria si è mossa” e prosegue “..Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo solo cinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; ….al suo materno ufficio di provvedere  ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono,lavoro..” per poi concludere “…nel sacro cinquantenario, voi (soldati e marinai) avete provato, ciò che era voto dei nostri grandi…., avete provato che sono fatti anche gli italiani.”Questo concetto del cinquantenario “sacro”,lo ritroveremo in due altri discorsi del Pascoli, uno del 9 gennaio 1911, a Bologna, nell’Aula Magna dell’Università, ”Nel  cinquantenario della Patria” che inizia “E’ l’anno  santo… Santo io ripeto. Quello che noi  facciamo e il popolo italiano fa,non è una festa e  una commemorazione civile, ma è una cerimonia religiosa. Noi celebriamo un rito della religione della Patria… Ora il sentimento di Patria è quello che più ci accumuna e a più; ed è perciò religione… che segue ed accompagna anche quelli che la rinnegano..”, temi che ritroveremo, insieme ad una profonda riflessione storica nel discorso tenuto il successivo 9 aprile, a Livorno, all’Accademia Navale, ai giovani allievi :”…L’Italia!   E’ la prima e la sola! La storia dell’Italia vivente come Italia,comincia cinquant’anni or sono…. E’ cominciata in quel giorno di marzo e  in  quell’anno 1861 la storia della nostra Italia….cinquant’anni soli..” ed a Roma,quando nel 1871  si ”…accoglieva la prima volta il Parlamento della Nazione,..il primo Re d’Italia annunziava :l’opera  a cui consacrammo la nostra vita è compiuta..” e poi ancora la rievocazione del 5 maggio 1860,pubblicata il 5 maggio 1910 da “Il Secolo XIX”  di Genova. Tornando poi alla poesia come possiamo dimenticare “I Poemi del Risorgimento” dove si celebra Garibaldi,il Re dei carbonari e Mazzini  ed altre odi quale “ A Ciapin” in memoria di  Giuseppe Galliano, l’eroe di Makallè, morto poi ad Adua il 1 marzo 1896,e quella “A riposo” del 1909 dedicata al valoroso tenente Asinari di Bernezzo, combattente e mutilato a Custoza, che aveva chiusa la sua carriera come Generale. Ed è interessante sottolineare come il poeta “romagnolo” onori con la sua poesia piemontesi e siciliani,come il toscano Carducci aveva onorato il Piemonte ed il Cadore, a dimostrazione  e conferma del bene ineguagliabile costituito dall’ Unità,che oggi dopo 150 si vuole rimettere in discussione al sud come al nord,dimenticando la nobilissima conclusione di un discorso del Carducci:  “L’ Italia avanti tutto ! L’Italia sopra tutto !”
Domenico Giglio

DATA: 28.11.2012
  
XII CONGRESSO NAZIONALE U.M.I: IL MESSAGGIO DI PIERCARLO FABBIO

Carmine Passalacqua, Sergio Boschiero e Piercarlo FabbioTra i tanti messaggi augurali giuntici, pubblichiamo quello del Dott. Piercarlo Fabbio, amico dell'U.M.I. e già Sindaco di Alessandria. Durante il Suo mandato, grazie alla presenza in Consiglio comunale del responsabile U.M.I. Carmine Passalacqua, l'Amministrazione alessandrina si è resa promotrice di svariati eventi atti a valorizzare la storia italiana e locale.

  L’amico Carmine Passalacqua non ha mancato di invitarmi al vostro Congresso. Lo ringrazio caldamente per la sua generosità indiscussa e soprattutto faccio voti augurali di buon lavoro a chi oggi, con infaticabile applicazione, pensa ancora che l’Italia sia un patrimonio incredibile e straordinario per l’umanità, per la storia e per l’economia e non solo un insieme d’individui utili solo a subire costantemente le vessazioni di una classe politica che, richiamandosi all’alto nome della democrazia, impone a loro un sistema di spesa pubblica inarrestabile ed oggi francamente inaccettabile. So che ragionerete non solo sulla memoria, ma anche sulla speranza che oggi deve far premio sulla recessione economica e sulla depressione psicologica nella quale tecnici poco disposti a valutare i destini dei cittadini come persone, ma assai più quelli della burocrazia come vorace macchina tritarisparmi, ci hanno cacciati.
Grazie di nuovo e all’amico Boschiero, sempre pronto a ricordare la vera dimensione della storia patria, invio un caro, particolare saluto.
Piercarlo Fabbio
Sindaco emerito di Alessandria
Alessandria, 24 Novembre 2012

Nella foto Carmine Passalacqua, Sergio Boschiero e Piercarlo Fabbio durante una cerimonia ad Alessandria.

DATA: 28.11.2012
   
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RICORDA
GIUSEPPE FASSINO DECANO DEI LIBERALI D’ITALIA


Giuseppe Fassino  La Consulta dei Senatori del Regno partecipa al lutto per la morte del proprio componente, il senatore prof. Giuseppe Fassino (Busca, CN, 13 ottobre 1924- 28 novembre 2012), faro di  Vera Luce.
  Monarchico, Giuseppe  Fassino fu e rimarrà espressione del liberalismo storico della Provincia Granda, quello di Giovanni Giolitti e di Marcello Soleri, condiviso da Benedetto Croce: lo Stato è garante dei più deboli, lontano dall’astrattezza del liberismo dottrinario.
   Consigliere comunale a Busca, consigliere regionale del Piemonte, senatore del collegio Cuneo-Saluzzo (1979-1992), sottosegretario di Stato all’Istruzione e alla Difesa, Senatore Giuseppe Fassino partecipò alle sedute della Consulta sino a quella a Vicoforte, nel cui corso raccomandò la traslazione in Italia delle Auguste Salme (6 ottobre 2012).
   La  Sua lezione non andrà perduta.

Roma, 28 novembre 2012
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatiori del Regno

DATA: 28.11.2012
  
SI INCHINA ALLA REGINA ELENA NEL SESSANTESIMO DELLA MORTE
GLI ITALIANI FARANNO QUEL CHE NON FANNO LE “ISTITUZIONI”


La Regina ElenaRicorrono 60 anni dalla morte della Regina Elena. Si spense a Montpellier ove è sepolta. Figlia di Nicola Petrovic Niegos, principe del Montenegro, venne presa in sposa da Vittorio Emanuele, principe di Napoli. Era il 1896.
Divenne regina d’Italia perché  il 29 luglio 1900  Umberto I fu assassinato a Monza  in un tuttora misterioso “complotto anarchico”.
Madre di cinque figli, tra i quali Umberto II, Elena conquistò l’affetto degli italiani, sia durante la Grande Guerra, quando allestì al Quirinale l’Ospedale Territoriale n.1, sia con opere filantropiche, sia con il contatto diretto con i poveri.
Il suo nome fu (e rimane) tra quelli più diffusi, proprio in suo ricordo.
E’ sepolta a  Montpellier, pressoché dimenticata. Vittorio Emanuele III è nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto, dimenticato.
La Consulta dei Senatori del Regno lancia un appello: le Istituzioni sono indifferenti.  Ma i cittadini faranno la loro parte per portare in patria le salme della Regina Elena e di Vittorio che lasciò l’Italia col titolo di “conte di Pollenzo”.
E’ un impegno che non potrà lasciare indifferenti né il Piemonte né la Nazione.
     La Consulta dei Senatori del Regno si inchina dinnanzi alla Regina Elena nel 60° della morte (Montpellier, 28 novembre 1952).   
  Unita dalle nozze (1896) all’Italia di Vittorio Emanuele, Principe Ereditario e Re dal  1900, la Regina Elena ebbe ammirazione universale, Regina della Carità.
   La sua Salma giace all’estero, come quella del Re d’Italia, sempre più a rischio ad Alessandria d’Egitto.
   La Consulta dei Senatori del Regno deplora l’inerzia delle istituzioni dello Stato d’Italia, più volte e invano sollecitate a congiungere in Italia le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena.
  La Consulta depreca l’indifferenza delle istituzioni, ostentatamente indifferenti nei confronti della Memoria Storica.
  Quanto non hanno fatto né fanno i Capi pro tempore dello Stato d’Italia  né i transitori governi gli  Italiani sapranno fare da sé.
   Viva la Memoria di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Viva l’Italia!

Roma, 27 novembre 2012
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatiori del Regno   

DATA: 27.11.2012
  
LA CONSULTA E L’UMI 23 25 NOVEMBRE 2012: PIENA OPEROSA CONVERGENZA

Aldo Mola  La Consulta dei Senatori del Regno ha partecipato all’acclamazione a Presidente dell’Unione Monarchica Italiana nella persona di Alessandro Sacchi, componente della Consulta, e di Sergio Boschiero a Presidente Onorario dell’UMI ad vitam.
  La Consulta ha condiviso tutte le fasi del XII Congresso dell’UMI, presieduto da propri componenti (senatori  Basini, Vaccarella, Lombardo di Cumia, Sacchi), con  interventi del Presidente, Aldo A. Mola, e di molti suoi componenti (Pansini, Sardi, Vignoli…).
  Il Presidente, ricambiato dal Presidente dell’UMI, Alessandro Sacchi, ha ribadito la piena convergenza operosa tra la Consulta e l’UMI nello spirito dettato da S.M. Re Umberto II.
  Roma, 25 novembre 2012

DATA: 27.11.2012
  
IL PRESIDENTE ALESSANDRO SACCHI INTERVISTATO DA "IL TEMPO"

da "Il Tempo" di sabato 24 Novembre - Pagina 2

Alessandro SacchiAlla presenza dei Principi di Savoia e di altre autorità civili e politiche, il presidente ad interim dell'Umi, l'avvocato Alessandro Sacchi, si propone di traghettare il movimento in una nuova epoca. Guardando non solo all'aspetto organizzativo («basta organismi pletorici e riunioni in pompa magna, l'era di internet ci impone strutture più snelle e costi meno elevati») ma soprattutto all'impianto ideologico e programmatico. «Sono passati ormai troppi decenni dalla vecchia Unione Monarchica Italiana - spiega Sacchi - sono scomparse le vecchie generazioni e i vecchi motivi che ci univano. La nostra ottica ora è quella di guardare al futuro, senza più ancorarci a vecchie battaglie del passato». L'intento è chiaro: basta polemiche o ricostruzioni inedite su quanto accadde in quel lontano 2 giugno 1946, quando la forma repubblicana delloStato fu preferita alla monarchia nel referendum istituzionale. Meglio concentrarsi su quello che potrà essere in futuro: «Noi ci riproponiano di ripristinare la monarchia - sostiene il presidente - perché nei Paesi dove è presente questa istituzione, vi è un baluardo all'unità nazionale che sovrasta qualsiasi divisione. Pensi a quanto accade in Belgio, dove Valloni e Fiamminghi si scannerebbero se non fosse per la figura del re che rappresenta l'unico comun denominatore. Solo un monarca può rappresentare davvero una figura "terza", super partes. Non, come accade in Italia, un presidente della Repubblica che per decenni fa parte di un partito e poi si finge neutrale». Ovviamente Sacchi parla di monarchia costituzionale («sarei pazzo se intendessi altro») e cita tutti gli «esperimenti», dalla Norvegia all'Inghilterra fino alla Spagna, in cui la presenza di una casa reale ha contribuito a mantenere forte il legame tra cittadinanza e istituzioni anche nei momenti più difficili. «In Italia tutti parlano di scollamento, tutti si limitano a indicare la malattia. Noi proponiamo la medicina». Che, per Sacchi, si chiama Amedeo di Savoia Duca d'Aosta. «È a lui che spetta il compito di riunificare il senso della nazione in Italia», dichiara Sacchi. Il convegno dei monarchici si concluderà domani con l'elezione dei nuovi organi statutari e la proclamazione degli organi eletti. Nel suo discorso il presidente Sacchi spiegherà anche come l'Umi, forte dei 70mila iscritti in Italia, intenderà far valere il suo appoggio nelle prossime elezioni politiche. «Nessuna lista - conclude - ma il sostegno alle persone per bene che ci daranno il buon esempio». E che, presumibilmente, daranno la disponibilità a rimettere in discussione l'articolo 139 della Costituzione italiana, quello che impedisce la revisione della forma repubblicana dello Stato. Per chi fosse interessato, è possibile consultare il sito www.monarchia.it.Car. Sol.

L'articolo sul sito de "Il Tempo"

DATA: 26.11.2012
 
COSÌ NIZZA DIVENNE FRANCESE
di Giulio Vignoli

   Per comprendere appieno la tragedia della cessione alla Francia di Nizza e della sua Contea, è necessario effettuare un breve excursus della sua storia.
   Qual’era la situazione giuridica e la composizione etnico-linguistica della Città quando nel 1388 chiese l’annessione allo Stato sabaudo?
   Nizza, col suo territorio, era una città autonoma che riconosceva l’alta sovranità del Sacro Romano Imperatore, similmente ai Comuni italiani dell’Italia Settentrionale. Circa la popolazione questa era di antica ascendenza ligure e parlava un dialetto a base occitana, con forti influenze piemontesi e liguri. Il latino era la lingua ufficiale come allora in tutta Europa.
   La dazione di Nizza e Circondario era in funzione antifrancese e antiprovenzale. Francia e Provenza ambivano infatti ad allargarsi e la Municipalità ne temeva l’espansione. Il composito Stato sabaudo era una media potenza che avrebbe difeso validamente la Città, e al tempo stesso non ne avrebbe minato l’autonomia, sia perché esso raggruppava numerosi territori autonomi e ne riconosceva gli statuti (Contee di Savoia, di Aosta, Principato del Piemonte, ecc.), sia perché non era così potente da essere in grado di opprimere impunemente una grande (per allora) città come Nizza.
   I Savoia eressero in Contea il Nizzardo e ne riconobbero gli Statuti di autonomia e giurarono che mai avrebbero ceduto Nizza a Signori stranieri. A ogni successione il giuramento venne rinnovato dal nuovo sovrano e così fu per 461 anni (1388-1849).
   Così i Savoia ottennero lo sbocco al mare e la loro nuova sovranità venne riconosciuta dall’Imperatore e dalla Francia.[...]

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

DATA: 21.11.2012
  
MUSSOLINI A PIENI VOTI? DOCUMENTI INEDITI NEL NUOVO LIBRO DI ALDO A. MOLA

Aldo A. Mola - MUSSOLINI A PIENI VOTI? DA FACTA AL DUCE. INEDITI SULLA CRISI DEL 1922Perché e come nacque il Governo Mussolini? Quale ruolo vi ebbe Vittorio Emanuele III? Le Forze Armate fiancheggiarono i fascisti o difesero lʼordine pubblico? Quanto pesò la politica estera sulla svolta? La risposta è nei documenti: negli inediti verbali della Presidenza del Consiglio del 1922 e in altre carte qui pubblicate per la prima volta.
È in uscita il nuovo libro di Aldo Alessandro Mola “Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922” (Ed. il Capricorno) in cui vengono analizzate, per la prima volta in maniera completa, le giornate e gli eventi che porarono Mussolini al Governo. L’opera si contraddistingue per l’abbondanza di documenti, molti dei quali inediti, provenienti dal diario della Casa Militare del Re, dai verbali dei primi due mesi del governo Mussolini e dai dispacci dell'Ufficio Cifra.
Il 28 ottobre non vi fu affatto la marcia su Roma. Quel giorno il presidente del consiglio dei Ministri, Luigi Facta, si dimise; il 30 Vittorio Emanuele III affidò aMussolini l’incarico di formare il governo che comprese fascisti, nazionalisti, liberali, popolari (cattolici), demosociali, democratici, nazionalisti: una coalizione nazionale. Il governo si insediò il 1° novembre, quando le «squadre fasciste», entrate a Roma la mattina del 31 ottobre, ne erano partite su treni speciali dopo una sfilata rumorosa ma pacifica da piazza Venezia alla stazione Termini. Poi Mussolini si presentò al Parlamento. Con quale programma? Liberista, pragmatico, concludente. Il Parlamento lo approvò a pieni voti. Nessuno previde il seguito...

INTERVISTA ALL'AUTORE di Luciano Garibaldi

MUSSOLINI A PIENI VOTI? DA FACTA AL DUCE. INEDITI SULLA CRISI DEL 1922
a cura di Aldo A. Mola con la collaborazione di Aldo G. Ricci e saggi di Antonino Zarcone e Gian Paolo Ferraioli
Edizioni del Capricorno, 2012
pagg. 376 - Euro 25,00
ISBN 978-88-7707-121-7

DATA: 18.11.2012
  
E DOPO “RE GIORGIO” QUANTE ALTRE REPUBBLICHE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/11/2012

XII CONGRESSO NAZIONALE U.M.I.  Gli italiani sono seriamente preoccupati del futuro. Come fa intendere Mario Draghi, le giaculatorie di Napolitano e di Monti (oggi rigore, ripresa chissà quando) non bastano più. Napolitano ha avuto un momento magico: quando affidò il governo a tecnici che, voilà, in tre mesi avrebbero salvato e rilanciato lo sviluppo dell’Italia. Miracolo di Piedigrotta. Da qualche giorno Monti ripete che bisogna dire le cose come stanno. Ammette anche di aver compiuto errori. Lo avevano capito tutti. Il suo errore principale è di non aver governato. Un anno addietro gli italiani gli hanno creduto senza conoscerlo: hanno presa per buona la parola del Capo dello Stato considerato al di sopra dei partiti. Vedremo che cosa “Re Giorgio” farà nei prossimi mesi: verso il solstizio d’inverno e l’opaca primavera 2013. L’incantesimo sembra spezzato…
  Tramontate due repubbliche quante altre ne avremo prima di riformare davvero lo Stato? Contrariamente a quanto sostiene Sergio Romano nella risposta a un lettore del Corriere della Sera, la monarchia non va affatto identificata con la lunga agonia di un partito monarchico. In realtà, come avvertì Giosue Carducci (mazziniano, garibaldino, cantore della Regina Margherita quale Eterno femminino regale, un uomo che si guardava attorno e dentro), nell’Italia erede di Roma, di Comuni, Signorie e staterelli pre-unitari l’unico puntello dell’unità non è un canto nazionale imposto  nelle scuole  ma un Istituzione al di sopra delle parti. Lo fu la Monarchia. Lo fa altrettanto la repubblica?
  La storia non è una fiaba. Ha un compito severo: collocare uomini e fatti nel loro tempo. Documentarli e comprenderli, in tutti i loro risvolti, con serenità e “pietas”: cioè rispetto  nei confronti di chi comunque “fa fatto”, è ormai “passato. Non si indigna. Non sentenzia, non benedice. Com-patisce.  Con il Sapiente dell’antichità latina ripete: poiché sono uomo penso che nulla di quanto fanno gli uomini mi sia estraneo. Un bell’esempio di come una vicenda possa essere letta in prospettive storiche totalmente diverse è offerto da Prove di unità. Unità alla prova. Gli antefatti del Risorgimento e i moti del 1821, un utile libretto curato da Giuseppe Busso per l’Unitre Piemonte.  Con i medaglioni di Santorre di Santa Rosa, Riccardo Sineo, dei Piemontesi in Argentina dopo il moto liberale, Alberico Lo Faso di Serradifalco vi pubblica robuste pagine su Piemonte 1821. Una storia da riscrivere. A qualcuno sembreranno una requisitoria contro i  costituzionali (o rivoluzionari), ai quali, egli  scrive tondo tondo, nessuno aveva chiesto di servire in armi Vittorio Emanuele I e vanno quindi considerati traditori del giuramento verso il Capo dello Stato. Se non erano d’accordo dovevano dimettersi. Il tema è attualissimo: la doppia lealtà dei funzionari dello Stato. La repubblica ha via via esentato i suoi “servitori” dal giuramento di fedeltà. Il ventre molle è stata la scuola. Presidi e docenti vennero sciolti dalla “promessa solenne”, da pronunciare all’ingresso in carriera, e  dal giuramento, all’immissione in ruolo: in piedi, dinnanzi a testimoni. Da un certo punto (sappiamo quale) ognuno fece della cattedra il pulpito delle proprie ideologie.  Si susseguirono ministri, un po’ rassegnati un po’ complici del disastro, quasi tutti  esponenti della sinistra democristiana, poi confluita nel PD. Per un po’ continuò a giurare il personale amministrativo: i segretari e i bidelli…, non i presidi e i docenti. Giuravano su una Carta costituzionale che tutti chiedono di riformare, ma rimane com’è perché i parlamentari si occupano di tutt’altro. Le Camere vivacchiano a suon di voti  di fiducia, voti segreti, con esiti a volte paradossali, talora per soddisfare clientele o interessi personali.  Non sappiamo se la Monarchia oggi assicurerebbe la salvezza. Vediamo però che in Europa i Paesi retti da Sovrani (Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia, Norvegia, la stessa Spagna che ci sta bagnando il naso in molti settori…) se la passano meglio dell’Italia. I Re hanno meno poteri dei presidenti di repubbliche (USA, Francia, ) e i popoli “monarchici” hanno più coscienza e più fiducia in se stessi.
  Non sappiamo se quando e come si andrà a votare. Non sappiamo chi quando e come eleggerà il prossimo capo dello Stato. Siamo però certi che il futuro presidente avrà una missione molto più difficile di quella vissuta per anni da Giorgio Napolitano, bonariamente appellato “Re Giorgio”. Non basteranno due prediche al giorno. Dovrà incarnare la volontà di sessanta milioni di italiani affacciati su un Mediterraneo nuovamente in fiamme. Ad accreditarlo non basteranno pochi voti di scarto, come avvenne per Napolitano, Marini e Bertinotti. Lì ci vorrà l’Italia. Ma se al voto di primavera andrà meno del 60% degli aventi diritto (grillini compresi, funzionali al sistema a ben vedere) o addirittura meno della metà, come è accaduto in Sicilia, vuol  dire che l’Italia è in cerca di una forma di Stato diversa dall’attuale. Ognuno dovrà trarne le conseguenze (*).
 Aldo A. Mola 

(*) Il tema  è al centro del Congresso Nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (Roma. Hotel Massimo d’Azeglio, 24-25 novembre), fondata con il benestare di Umberto II. Sono in programma interventi di Marco Pannella e di molti che nel referendum 1946 votarono Monarchia, come Giulio Andreotti ed Eugenio Scalfari.  
DATA: 17.11.2012
  
FAMIGLIA REALE ALBANESE: LA SALMA DI RE ZOG IN VIAGGIO VERSO TIRANA

FAMIGLIA REALE ALBANESE: LA SALMA DI RE ZOG IN VIAGGIO VERSO TIRANA
Riproponiamo una foto, diffusa dal Principe Ereditario d’Albania Leka II, della cerimonia che questa mattina ha visto l’inizio del viaggio della salma del Re Zog dalla Francia verso il Paese Natale. Domani, 16 Novembre 2012, le spoglie del Re Zog arriveranno a Tirana. Il programma ufficiale della cerimonia, organizzata dal Governo albanese in occasione del 100° anniversario dell'indipendenza, prevede l’arrivo delle spoglie da Parigi a Tirana il 16 novembre e il 17 novembre, anniversario della liberazione di Tirana, è programmato un omaggio al Palazzo delle Brigate di Tirana, seguito da una solenne cerimonia di Stato nell’ambito della quale si svolgerà la tumulazione dei resti di Ahmet Zogu nel ricostruito Mausoleo Reale. 
DATA: 15.11.2012
  
ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA

ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITARoma, 11 novembre 2012 - Nell’ambito del 65° ciclo di conferenze del Circolo di Cultura e di educazione politica REX, presso la Sala Uno della casa Salesiana di via Marsala, è stata ricordata la figura del Re Vittorio Emanuele III, nel 143° anniversario della nascita.
L’incontro si è aperto con l’esecuzione della Marcia Reale e dell’Inno Sardo e la lettura, da parte dell’Ing. Domenico Giglio, del messaggio di Re Umberto II nel 50° anniversario dello sbarco del Re Vittorio Emanuele III a Trieste, il 10 novembre 1918.
Il Presidente del Circolo REX, l’Avv. Benito Panariti, ha tenuto la conferenza dall’emblematico titolo: “Il tempo ha reso giustizia al Re Vittorio Emanuele III?”.ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA
Nel suo intervento Panariti ha ripercorso in maniera dettagliata la vita del terzo Re d’Italia dalla nascita a Napoli, nel periodo in cui solo un 18% degli italiani parlava la lingua nazionale, passando per tutte le tappe fondamentali: il matrimonio con Elena di Montenegro, l’assassinio del Padre, l’esperienza della prima guerra mondiale passata in prima linea sul fronte, l’avvento del fascismo, la conquista dell’Albania, l’esperienza dell’Impero, fino alla seconda guerra mondiale, la morte della figlia Mafalda, la partenza per l’esilio e i solenni funerali di Stato organizzati dal Regno d’Egitto. Panariti si è soffermato su alcuni aspetti del Re tra cui il carattere, la sofferta questione delle leggi razziali e la partenza per Brindisi dopo l’armistizio. La conclusione dell’intervento è stata che la storia non ha reso giustizia a Vittorio Emanuele III, a cominciare dalla tumulazione della slama che ancora riposa in terra straniera.
All’incontro erano presenti anche il Segretario Nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero e il Sen. Prof. Domenico Fisichella.
ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA Sergio Boschiero Domenico Fisichella
Nelle foto dall'alto: l'intervento di Benito Panariti, Domenico Giglio legge il messaggio di Re Umberto II, il Sen. Prof. Domenico Fisichella con Sergio Boschiero.
DATA: 11.11.2012
   
CON NAPOLEONE I. LA GRANDE TRAGICA CAMPAGNA DI RUSSIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11.11.12

Campagna di Russia            Il 2012 non è ancora chiuso, ma già si può dire che la rete degli studi storici anche quest’anno porta a riva poche opere memorabili. Non  mancano ottimi saggi di approfondimento  né aggiornamenti di opere già di ampio respiro, come quelle segnalate e premiate all’Acqui Storia, selezionate tra quasi  duecento  candidate.  Però sono state lasciate tra parentesi alcune date fondamentali. Forse i centenari sono ormai un rituale al crepuscolo. Il 150° del regno d’Italia  (smemorata, incapace di riforme vere, pronta ora a intonare un Canto Nazionale il cui autore rimane da stabilire: molto probabilmente  padre Atanasio Canata anziché il ventenne Goffredo Mameli…)  ha forse esaurito il fascino delle  ricorrenze, retrocedendole a passione filatelica. Si avverte un bisogno di oblio: basta commemorazioni; basta orazioni e/o conferenze. Semmai, come diceva Carducci, ci vorrebbero Discorsi.  In questo dolce naufragar della memoria, chi vuol ricordare qualcosa se lo rammemori da sé, a prescindere  da “istituti” sorti per celebrare anziché per studiare.
     Eppure il 2012 era (è?) offriva occasione per ampliare gli orizzonti.  Qui abbiamo già ricordato che quell’anno iniziò la rivoluzione delle colonie spagnole nell’America centro-meridionale contro il secolare dominio di Madrid: un moto storico profondo, che subito attrasse l’attenzione degli studiosi più acuti, come Carlo Botta, autore della celebre Storia della guerra d’indipendenza  degli Stati Uniti d’America(Parigi, 1809), ripubblicato per iniziativa di  Guido Massimo Arri, sindaco  del suo nativo comune di  San Giorgio Canavese (pref. Di  Ugo Cardinale, Rubbettino, 2010, voll. 4).
   Lo stesso 1812 fu anche l’anno dell’aggressione di Napoleone I (Ajaccio, Corsica,1768- isola di Sant’Elena,1821) alla Russia di Alessandro I Romanov (Pietroburgo,1777-Taganrog, 1825). La Grande Armée reclutò italiani dalle terre incorporate nell’Impero (Piemonte e Liguria), nel regno d’Italia (Lombardo-Veneto ed Emilia), nelle regioni  annesse o sotto controllo (ex Stato pontificio), mentre la potente cavalleria (circa 80.000 uomini) fu comandata da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e re di Napoli. Per i militari italiani fu un’esperienza politica e culturale di portata storica, sia per quanto videro, sia per come si condussero. Mostrarono di sapersi battere con valore non inferiore ai veterani dell’imperatore. Anzi, ne suscitarono l’ammirazione.  Nel 1818 il ventenne Giacomo Leopardi (Recanati, 1798- Napoli,1837) riecheggiò l’impresa nell’ode  All’Italia, chiusa con versi profetici:  “ O numi, o numi,/ pugnan per altra terra itali acciari,/ Oh misero lui che in guerra è spento,/non per li patrii lidi e per la pia/ consorte e i figli cari,/ ma da nemici altrui/ per altra gente e non può dir morendo:/Alma terra natia, /La vita che mi desti ecco ti rendo”. Silvio Pellico
    Analoghi concetti espressero negli stessi anni il trentenne Silvio Pellico, redattore del “Conciliatore”, e quanti, come Alessandro Manzoni, anche senza aver preso parte di persona al suo percorso politico-militare, ritenevano che l’età franco-napoleonica aveva fatto capire agli italiani che non dovevano più dividersi a servizio degli stranieri né attendere liberatori da Oltralpe, perché “Il forte si mesce col vinto nemico,/col novo signore rimane l’antico;/ l’un popolo e l’altro sul collo vi sta./ Dividono i servi, dividon gli armenti,/ si posano insieme sui campi cruenti/ d’un volgo disperso che nome non ha”.  Era l’ora di emancipare la patria con la guerra per l’indipendenza.  Non si comprendono le due generazioni seguenti (i cospiratori delle sette, quali massoni, carbonari, federati, adelfi…; la Giovine Italia di Mazzini, il Primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, il Quarantotto, la Società Nazionale di Daniele Manin e Giuseppe La Farina…) se non partendo da quelle esperienze che insegnarono l’eroismo come regola quotidiana, il sacrificio per l’ideale superiore.   L’oblio riservato dall’editoria  di ampia diffusione e dai “media” nei confronti  degli eventi di due secoli orsono, specialmente alla Campagna di Russia  del 1812, fondamentale per la coscienza nazionale e universale, non fa bene sperare sulla preparazione del massimo centenario incombente: la conflagrazione europea dell’agosto 1914 e l’intervento dell’Italia  il 24 maggio 1915. Forse è il caso di rileggere, intanto, Guerra e Pace di Leone Tolstoi.
Aldo A. Mola 
DATA: 11.11.2012
 
ALBANIA: FINE DELL’ESILIO DEL RE ZOG I

Il Re Zog I d'AlbaniaIl prossimo 17 novembre il popolo albanese accoglierà a Tirana la salma del Re Zog I, unico Re eletto d’Europa e fondatore del moderno Stato d’Albania. La cerimonia si terrà nello storico Palazzo delle Brigate, ove vengono organizzate le manifestazioni ufficiali. Le spoglie del Sovrano avranno gli onori militari oltre i rituali colpi di cannone e verranno tumulate nel cimitero dove riposano gli altri membri della Famiglia Reale. Le cerimonie ufficiali avverranno con il patrocinio del Governo Albanese, mentre l’organizzazione del rientro in Patria è stata affidata all’Ambasciatore albanese in Francia, paese ove il Re è morto ed è stato sepolto nel 1961. Alle esequie, oltre al popolo stretto attorno all’attuale pretendente al Trono S.A.R. il Principe Leka II, interverranno anche le scuole albanesi e delegazioni provenienti da tutto il paese, dal Kossovo, dalla Macedonia, etc. Il 24 novembre a Tirana verrà scoperta una statua raffigurante il Re. Zog I ha regnato in Albania dal 1925 al 1939, modernizzando il paese e, dopo l’invasione italiana e sovietica, aveva scelto come residenza l’Egitto prima e Parigi poi, dove nel 1961 sarebbe morto. Moglie di Re Zog è stata la Regina Geraldina, celebrata per il suo amore verso i poveri e per la sua bellezza magiara.
Nel mese di dicembre 2011, alla morte del Principe Leka I, figlio di Re Zog, lo Stato ne ha organizzato le esequie solenni.
E l’Italia? I politici litigano e rubano, mentre i nostri Sovrani restano in esilio.
Sergio Boschiero
DATA: 08.11.2012
  
PROFILO STORICO-CULTURALE SUI RAPPORTI TRA ITALIA E MONTENEGRO

di Giulio Vignoli    I rapporti del Montenegro con l’Italia, ma anche col mondo occidentale, avvennero per secoli tramite Venezia ed anche la Repubblica di Ragusa. I domini veneziani della Dalmazia del sud delimitarono infatti, per quasi 400 anni, il confine meridionale del minuscolo principato. Per il resto, attorno, il Montenegro era circondato dai Turchi coi quali fu sempre in feroce e strenua lotta.
   Le città e cittadine della costa dalmata della Serenissima (Cattaro, Perasto, Budua, ecc.) costituivano l’unico sbocco sulla civiltà europea dei Montenegrini, circondati per il resto dai territori dell’Impero Ottomano. In particolare i contatti fra Venezia e il resto d’Italia  e Montenegro avvenivano a Cattaro. Discendevano i Montenegrini la vertiginosa scalinata (tutt’ora esistente) che dai monti portava alla città veneziana e si accampavano fuori della porta destra (guardando il mare), detta Porta di Suragno, per vendere le loro mercanzie. Necessariamente non solo rapporti economici nascevano con i ben più civili vicini quando i Montenegrini ottenevano il permesso di entrare in città. Essi venivano a contatto con un diverso modo di vivere.
   Dai volumi di Vesna Lipovac Radulović(1) risulta chiaramente come i nomi degli oggetti che denotano una certa civiltà, una certa raffinatezza, sono degli italianismi, segno evidente che gli oggetti stessi, sconosciuti un tempo ai rozzi Montenegrini vennero poi in uso presso di questi grazie al contatto con la civiltà italiana.  Ma non solo, anche in altri campi è evidente l’influenza italiana sulla parlata montenegrina, arricchitasi per osmosi di vocaboli, proverbi, modi di dire d’origine veneta e italiana, migliaia. [...]
DATA: 07.11.2012
 
LA VITTORIA DI OBAMA

ObamaDopo la Francia di Hollande, ora gli Stati Uniti d'America eleggono il Presidente, al momento ancora l'uomo più potente del mondo, con il 50,1% dei voti espressi, che a loro volta, dato l'astensionismo, risultano essere di molto inferiori al 40% degli elettori. Dopo le elezioni, il candidato vincente dichiara che sarà il Presidente di "tutti" ed il candidato sconfitto, negli U.S.A. è consuetudine, si congratula con il vincitore, ma la spaccatura a metà del paese esiste e rimane e gli sconfitti, specie nella  base elettorale, non si sentono rappresentati dal nuovo Presidente.
Egualmente avverrebbe a risultati capovolti, anche con una aggravante nel caso americano, quando i democratici sconfitti da Bush jr., si distinsero per una costante campagna denigratoria nei suoi confronti. In genere infatti la sinistra o i cosiddetti "progressisti", se sconfitti accettano la sconfitta con minore "sportività", e di questo abbiamo avuto esempi anche in Italia. Queste considerazioni fanno risaltare il ruolo di Regine e di Re, dove vige il sistema monarchico, dove a prescindere ed al di là dei poteri politici, i Sovrani, rappresentano la legittimità del potere, il simbolo delle tradizioni, della storia e dell'unità nazionale nei quali  tutto il popolo si rispecchia e non il 50 ,1% !
Domenico Giglio
DATA: 07.11.2012
  
CORONIAMO L’ITALIA! INTERVISTA A SERGIO BOSCHIERO A POCHE SETTIMANE DAL CONGRESSO U.M.I.

Sergio Boschiero      Boschiero, perché un Congresso?
Il mondo e la società di oggi stanno vivendo dei profondi cambiamenti evidenti in ogni ambito. L’Unione Monarchica Italiana ha origini lontane, ben 68 anni di storia alle spalle, e siamo giunti al punto di svolta dove bisogna adeguarsi ai tempi, rinnovarsi profondamente e proiettare la nostra battaglia nel futuro. Negli ultimi 50 anni abbiamo raggiunto traguardi importanti, organizzato manifestazioni memorabili, fatto sentire la nostra voce ma ora è necessario offrire al nostro Ideale un qualcosa in più. Il XII Congresso nazionale stabilirà la rinnovata linea programmatica dell’Associazione e le modalità di azione per armonizzare il nostro movimento politico con il nuovo millennio. E’ un progetto ambizioso ma abbiamo la forza e la volontà per realizzarlo, basandoci sull’ottima esperienza passata e per contare concretamente nel panorama italiano. Sono supportato dall'aiuto di tanti monarchici, in primis l'ottimo Presidente Alessandro Sacchi, motori indispensabili per la realizzazione del progetto e dell'innovazione.

    Lei è sempre stato il protagonista dei grandi eventi monarchici. Come inquadra questo congresso?
Il Congresso che ci accingiamo ad affrontare non avrà nulla a che vedere con le manifestazioni da noi organizzate sia in tempi recenti che più lontani. Non vi sarà spazio per celebrazioni o nostalgie -non sarà quello il luogo- né sarà un semplice rinnovo delle cariche statutarie. Mi permetto di definirlo un evento epocale, senza dubbio il momento di confronto tra monarchici più importante degli ultimi 10 anni. Il risultato del confronto e delle discussioni sarà decisivo per il messaggio con cui l’U.M.I. si presenterà all’Italia di oggi.
 Oltre la repubblica
    In 50 anni di militanza come sono cambiati i Monarchici italiani?
Quando nel 1962 venni a Roma alla guida del Fronte Monarchico Giovanile mi trovai di fronte ad un mondo monarchico che era nato sotto il Regno e lo amava, avendolo vissuto. Per ovvie ragioni anagrafiche la maggior parte dei monarchici di oggi ha conosciuto il periodo del Regno solo sui libri di storia o per testimonianze. Ma hanno conosciuto la repubblica e sanno quanto poco si sia fatta amare. Ci troviamo di fronte ad una base che guarda con interesse più alle attuali dieci Monarchie europee, rispetto al vivere di ricordi per la realtà che unì l’Italia. Nel pieno ed imprescindibile rispetto della nostra storia patria, questo è un bene perché il messaggio che vogliamo portare è anche e soprattutto politico, non solamente storico. Le due anime oggi sono ben armonizzate e ci portano grandi soddisfazioni.

    La società di oggi, radicalmente differente rispetto a quella dei decenni passati, come si pone dinnanzi alla questione monarchica?
Nonostante siano passati 66 anni dalla fine della Monarchia, paradossalmente oggi vi è un terreno meno ostile rispetto a qualche decennio fa. Sono caduti molti tabù e molti pregiudizi abilmente pilotati dal potere costituito. Spesso capita sentire nei discorsi di persone non monarchiche “si starebbe meglio con un Re”. Questa che vuole essere una battuta d’effetto si basa però su una costatazione importante: le cose così come sono non vanno. Sono stati fatti dei sondaggi televisivi in cui, senza un minimo di “campagna elettorale” svolta da noi, significative percentuali degli intervistati si dichiaravano favorevoli al ritorno della Monarchia. E queste non sono cose casuali.

Umberto II con Sergio Boschiero    Rispetto all’ideale monarchico che ruolo ha la politica contemporanea?
La grave situazione in cui versa l’Italia oggi, con una drammatica crisi politica e sociale, è dettata essenzialmente dalla mala gestione degli ultimi 66 anni dello Stato repubblicano. Le crisi economiche sono in gran parte pilotate da altri fattori e non sono circoscritte solo al nostro Paese, esattamente come il “boom economico” degli anni ’60 non si è verificato solo in Italia per merito della classe politica. La politica, fallendo miseramente nel suo compito e non riuscendo più a governare il Paese, dovendo sottostare ad un governo di burocrati, ci dimostra quotidianamente come un’Istituzione diversa sarebbe una valida alternativa a questo sistema.

    La Famiglia Reale oggi in che rapporti è con l’UMI?
La Famiglia Reale, come sempre ha fatto sin dai tempi dell’esilio di Re Umberto, dimostra interesse verso l’U.M.I. e segue costantemente le nostre attività. S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia e la moglie Silvia partecipano spesso alle manifestazioni culturali che organizziamo e hanno un’agenda ricca di impegni dove, invitati principalmente da Amministrazioni Comunali, Università o Associazioni patriottiche, vengono accolti con tutti gli onori, al pari di Capi di Stato. S.A.R. la Principessa Maria Gabriella, pur vivendo in Svizzera, si tiene aggiornata telefonandomi spesso. Lei è la Principessa maggiormente interessata agli aventi culturali, vuole sempre avere anteprime sui libri in uscita e la cosa ci fa molto piacere. S.A.R. il Principe Aimone, avendo un ruolo professionale di primaria importanza in una multinazionale (è Amministratore Delegato per la Scandinavia della Pirelli ndr) e essendo sempre in viaggio, si tiene aggiornato tramite il sito internet su tutto quello che facciamo. Rimango piacevolmente colpito quando, parlando con Lui al telefono riguardo ad una qualche nostra attività, mi sento rispondere: “Sì, ho letto sul sito!”. Questo dimostra e ribadisce un notevole interesse ed un solido legame con Casa Savoia.

    Vede una concreta possibilità di ritorno alla Monarchia?
Oltre che auspicarlo ci credo perché l’attuale situazione italiana richiede un radicale cambiamento che sia non violento ma al tempo stesso strutturale. Solo una Monarchia può offrire simili garanzie. La Storia ci ha abituato a “sorprese” inaspettate e situazioni che qualche tempo prima potevano sembrare impossibili ai più, si sono tradotte in importanti realtà. Non vogliamo farci trovare impreparati, non a casa lo slogan del nostro prossimo congresso sarà: “Coroniamo l’Italia!”.
FERT
DATA: 06.11.2012
    
RICORDO DI PINO RAUTI

Bandiere listate a lutto in via della Scrofa      È morto a 85 anni a Roma l’On. Pino Rauti. Fu coerentemente fedele alle sue idee di duomo di destra, subì persecuzioni giudiziarie, fu calunniato e sempre assolto. Domenica 4 novembre 2012 il Segretario Nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero si è recato presso la camera ardente, allestita nella sede della Fondazione Alleanza Nazionale di via della Scrofa, dove ha reso omaggio a Rauti e ha portato personalmente le condoglianze alla figlia Isabella e al genero Gianni Alemanno, Sindaco di Roma. Boschiero così ricorda il leder della destra scomparso: “Nel 1990 Pino Rauti, allora Segretario nazionale del MSI-DN, intervenne per far pubblicare da «Il Secolo d’Italia» un mio articolo dedicato ai giovani monarchici caduti nel giugno 1946 a Napoli in via Medina. L’articolo, pubblicato in prima pagina, era accesamente filo monarchico tanto che aveva incontrato vivaci opposizioni negli ambienti della destra. Solo Rauti poteva autorizzarne la pubblicazione e lo fece. Rendiamo omaggio alla sua figura, serbando vivo il nostro memore ringraziamento.”
Nella foto le bandiere a lutto in via della Scrofa e Pino rauti durante un comizio.
Pino Rauti
DATA: 04.11.2012
  
FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX      Nella Sala Uno della Casa Salesiana di via Marsala a Roma, come è consuetudine da anni, domenica 4 novembre 2012 si è inaugurato il 65° Ciclo di Conferenze organizzate dal benemerito Circolo di cultura e di educazione politica REX. L’incontro si è aperto con l’esecuzione della Marcia Reale, dell’Inno Sardo e della canzone del Piave, ricorrendo la Festa delle Forze Armate. Al termine degli inni l’Ing. Domenico Giglio, vice presidente del REX, ha letto il messaggio di Re Umberto II del 4 novembre 1968, in occasione dei 50° della Vittoria. L’avvocato Benito Panariti, Presidente del REX, ha esordito ricordando che in questi 65 anni il Circolo REX ha fatto tanto per sciogliere le nubi presenti attorno all’Idea di Monarchia ma che vi è ancora tanto da lavorare.FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX Panariti ha ringraziato le Guardie d’onore presenti con il delegato di Roma Colonnello Paolo Caruso e ha ricordato che se oggi in Italia si può ancora parlare di Monarchia è grazie al lavoro svolto in tanti anni da Sergio Boschiero, applauditissimo dai presenti. È toccato all’autorevole Prof. Sen. Domenico Fisichella tenere la prima conferenza di questo nuovo ciclo, trattando il tema “dal Risorgimento al Fascismo” (titolo del suo ultimo libro edito da Carocci). Fisichella dopo una riflessione su perché sia importante studiare la storia, ha esposto le motivazioni che lo hanno portato ad approfondire il tema: anche se il periodo trattato sembra lontano è “la nostra storia” e non può essere studiata con superficialità. Il Professore ha analizzato la politica italiana, definita “oligarchica” dalla storiografia imperante, ma addirittura all’avanguardia se confrontata con le altre realtà europee. Le conquiste raggiunte dall’Italia in 30 anni sono state raggiunte dalle storiche altre potenze europee in secoli. Fisichella si è appellato ad una contestualizzazione di qualsiasi evento storico, per non avere una visione di parte come troppo spesso viene diffusa. L’Italia oggi è vittima di un bombardamento storiografico che non ha nulla a che vedere con la storia nazionale e questo perché condizionato dalla politica. Come studioso si è sentito in dovere di dare spazio ad una storia nazionale (come già fatto con il libro “Il Miracolo del Risorgimento”, Carocci 2011) perché ultimamente sono state dette troppe cose sbagliate o manipolate. L’intervento si è concluso con un allarme verso un analfabetismo di ritorno che sta prevalendo in una società sempre più insensibile alla vera cultura e che scambia cose secondarie per tale. E’ seguito un dibattito.

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
L'intervento dell'Avv. Benito Panariti

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
L'intervento dell'Ing. Domenico Giglio

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
Sergio Boschiero in frima fila

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
Il Sen. Prof. Domenico Fisichella

DATA: 04.11.2012
   
PRESIDENTI MONARCHICI?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04.11.12

Quirinale         Volge al termine il settennato di Giorgio Napolitano sul “Colle più alto”. Ed ecco in libreria Parla il Capo dello Stato, suggestivo titolo dell’opera libro di stringente attualità, Sessant’anni di vita repubblicana attraverso il Quirinale,  di Tito Lucrezio Rizzo (ed. Gangemi ) (*). Nei ritratti a tutto tondo di  undici presidenti della Repubblica l’autore mette a fuoco i poteri della suprema carica dello Stato e i modi nei quali vennero gestiti. L’autore illustra efficacemente la “ricucitura sartoriale” esercitata dai Capi dello Stato nella crescente confusione di ruoli fra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, con interpretazione “a  fisarmonica” delle loro prerogative, come già osservò Giuliano Amato, citato da Rizzo. In filigrana vi si colgono le attese riposte dai cittadini nel Presidente quale garante dell’Unità, non solo, ovviamente, al di sopra dei partiti, ma anche di corporazioni e di  ordini, quale la stessa magistratura,  che è, si, un “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma, appunto,  non è un potere “sovraordinato” allo Stato.
   La cornice sottintesa da questo importante volume è che i primi due presidenti della repubblica furono monarchici, il napoletano Enrico De Nicola, presidente della Camera all’avvento di Mussolini (31 ottobre 1922), Senatore del Regno, inventore della Reggenza nel 1944 per propiziare il passaggio da Vittorio Emanuele III a Umberto II; e il piemontese Luigi Einaudi, nel 1922 ministro in pectore del governo Mussolini, Senatore del Regno, governatore della Banca d’Italia, ministro con De Gasperi, universalmente apprezzato quale salvatore della lira. Non solo. Degli undici capi di Stato susseguitisi dal giugno 1946 sei provennero dall’antico Regno di Sardegna: Einaudi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro. La sequenza dei presidenti sino agli Anni Sessanta ricalcò il modello regio, alternando un principe di Piemonte e uno di Napoli: De Nicola prima di Einaudi, il napoletano Giovanni Leone dopo il subalpino Saragat.  La Toscana contò due esponenti in sessant’anni, Giovanni Gronchi, già sottosegretario nel governo Mussolini, e Carlo Azeglio Ciampi, “un cittadino europeo nato in terra d’Italia”, come scrive Rizzo, ed europeista perché profondamente italiano, patriota, mazziniano, orgoglioso di aver concorso a tener viva l’Italia nel Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943 (altro che “morte della Patria”!) e di averne riproposti i valori fondanti nel suo settennato. Il Tricolore, il Canto nazionale (che intonava ogni 1° gennaio), il pellegrinaggio dall’una all’altra provincia furono asse portante della sua presidenza, perché Ciampi sapeva che la storia non è acqua e l’Italia era, è e rimarrà delle “cento città”: un mònito attualissimo mentre, sulla scia del predecessore e in nome di un risparmio tutto da accertare, il governo Monti sforbicia la storia con l’abolizione di decine  di province dalla vita secolare e l’invenzione di città metropolitane, che daranno molto lavoro ai tribunali amministrativi e poche soddisfazioni ai cittadini. La cosa peggiore è però l’abolizione dell’elezione diretta dei presidenti delle province da parte dei cittadini, una tra le poche novità funzionanti della presto avvizzita Seconda Repubblica e quindi invisa alle oligarchie che così recidono il cordone ombelicale tra elettori e istituzioni: esempio insigne di miopia autodistruttiva.  Il bel saggio di Rizzo ci ricorda che in sessant’anni immense aree del Paese non sono state rappresentate al vertice dello Stato: il Lombardo-Veneto, l’antico Stato pontificio, incluso il  Lazio (quasi ai romani debba bastare l’altra riva del Tevere ), tre su quattro regioni dell’antico regno di Napoli e la Sicilia: un “continente”, quest’isola, in attesa del riconoscimento di quanto le sue genti hanno fatto per l’unità nazionale (dal 1848 al 1860, con Crispi, Vittorio Emanuele Orlando, San Giuliano di Paternò,  don Sturzo, Scelba e via continuando). Nel novero dei Capi dello Stato Rizzo include giustamente Cesare Merzagora, uno tra i padri della patria, “un gigante di passaggio al Quirinale” nei mesi difficili della malattia di Antonio Segni, quando verso il Colle saliva la marea delle accuse di golpismo, che durò dalla torbida estate 1964 alla incriminazione di  Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione presentata dai parlamentari del Partito comunista italiano: una tra le pagine più tristi della storia d’Italia. Come già non avesse sofferto l’indicibile quando da ministro dell’Interno patì il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, Cossiga dovette bere anche quell’amaro calice.
  Tito Lucrezio Rizzo, Consigliere Capo Servizio della Presidenza della Repubblica, passa in rassegna i Capi dello Stato sulla scorta di vasta letteratura, copiosa documentazione e con il rigore di giureconsulto e docente in Scienze criminologico-forensi alla Sapienza di Ronma,  autore di  saggi quali Le ragioni del diritto (Gangemi), tradotto anche in cinese. Nella prefazione Gaetano Gifuni ricorda che Vittorio Emanuele Orlando  deplorò la “specie di sfiducia anticipata” dei costituenti nei confronti del Capo dello Stato, tanto che “si può dire che non rappresenti più nulla”. Eppure il Quirinale rimane “una sorta di faro nella tempesta” in un Paese che, dicono i “sondaggi”, ha sempre meno fiducia nei partiti (vecchi, nuovi, novelli, novizi…) e sempre più attende un “Principe”, come scriveva Niccolò Machiavelli. La diffusa fiducia  dei cittadini nel Capo dello Stato  evoca quella d’antan verso la Monarchia: un bisogno profondo di certezze che la subordinazione del Colle ai partiti (sinora scongiurata) manderebbe  in polvere.
Aldo A. Mola  
(*) L’opera di Tito Lucrezio Rizzo viene presentata alle 18  dell’8 novembre a Roma (Palazzo Alfieri, p.za del Gesù 49) da Mario Segni, Nicola Merzagora, Paolo Leone e Fabio Grassi Orsini.  
DATA: 03.11.2012
  
IL SECOLO D'ITALIA INTERVISTA ALESSANDRO SACCHI

IL SECOLO D'ITALIA INTERVISTA ALESSANDRO SACCHI
A pagina 6 (con richiamo in prima) dell'edizione di giovedì 31 ottobre 2012 del quotidiano "Il Secolo d'Italia" è pubblicata un'intervista fatta dalla giornalista Désirée Ragazzi al Presidente Nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi.
Dal 23 al 25 novembre si terrà a Roma il congresso nazionale dell'Umi. Il presidente Alessandro Sacchi: «Seguiamo l'esempio delle democrazie più riuscite del mondo».
DATA: 31.10.2012
  
4 NOVEMBRE FESTA DELL’ ITALIA E DEGLI ITALIANI

4 Novembre      Il masochismo storiografico e giornalistico in questi ultimi decenni ha dimenticato di celebrare la ricorrenza del 4 Novembre 1918 o quanto meno ne ha ridotto il suo significato. Nell’immaginario collettivo colpisce di più la sconfitta di Caporetto. In effetti essa rappresenta la disfatta per eccellenza, anche nel gergo comune è divenuto sinonimo di sconfitta. Ma perché quando vinciamo una partita o una competizione sportiva non diciamo “E’ stata una vittoria di Vittorio Veneto”?. La spiegazione è semplice: siamo masochisti! Preferiamo ricordare le cose che ci fanno più male, è un vizio italiano quello di piangerci addosso e di non godere delle vittorie. Ma è solo masochismo?... Cerchiamo di sviscerare bene la questione. La data 4 Novembre 1918 rappresenta la tappa finale di un epopea risorgimentale che  portò l’Italia all’unità geografica, quella degli odierni confini per intenderci. La vera e definitiva unità si realizzò proprio in questa data, è solo dopo questa data che ci potemmo sentire liberi dallo straniero e ci potemmo sentire una Nazione a tutti gli effetti. Il popolo italiano diede buona prova di sé in quel frangente, è vero ci fu anche Caporetto ma fu solo una tappa, poi l’Esercito italiano si ricompattò e vinse la guerra. I soldati che combatterono quella guerra provenivano da diverse regioni d’Italia, parlavano dialetti differenti ma avevano una idea in comune, scacciare lo straniero oltre il confine, fu una straordinaria prova di unità quella... ma allora perché non celebrare degnamente quella data così gloriosa? È possibile che ci sia solo del masochismo? Si dice da più parti che la sua trascuratezza sia dovuta al fatto che oramai quei fatti sono troppo lontani nel tempo e non importi più a nessuno ricordarli, una spiegazione questa poco convincente a mio avviso perché come si fa a non ricordarsi delle proprie origini? La spiegazione va ricercata sul piano delle motivazioni strettamente contestuali a quel periodo e su chi la realizzò quell’unità. Essa infatti fu voluta e realizzata dal Re Vittorio Emanuele III che andò a combattere in prima persona quella guerra, e la vinse! Forse è questo il vero motivo per cui non si vuole ricordare quella data? Perché quella data rappresenta una vittoria della Monarchia? Come al solito si preferisce accusare Vittorio Emanuele III di aver contribuito a portare il fascismo al governo (cosa peraltro non veritiera in quanto fu il parlamento che votò la fiducia al fascismo, il Re non poteva che prendere atto della nuova situazione), ma non si vuole riconoscere che fu proprio lui a ultimare l’unità d’Italia. In periodi come quelli che stiamo vivendo contrassegnati da un generalizzato degrado morale e uno scarso attaccamento alla Patria ricordare il 4 Novembre, può rappresentare un deterrente e un monito a quelle spinte separatiste e disfattiste presenti oggi nel nostro Paese. Per questi motivi il 4 Novembre deve ritornare festa nazionale perché è festa dell’Italia e degli italiani.
Roberto Carotti - Coord. Prov.le U.M.I. Ancona
DATA: 31.10.2012
  
DRAPPO NERO SULLA TARGA IN MEMORIA DI RE UMBERTO

comunisti contro Re Umberto      Roma - Il neonato Largo Umberto, a meno di 48 ore dall’inaugurazione, è già stato testimone di un gesto tanto improvvisato quanto patetico. Esponenti di un’associazione di sinistra vicina al movimento di Vendola, tale Roma Futura, hanno coperto la targa commemorativa del quarto Re d’Italia con un drappo nero e con un cartello dove si definiscono antifascisti, antimonarchici e amanti della Costituzione. Ognuno ha i propri valori, per carità! È già andata bene che non abbiano imbrattato la targa o, peggio ancora, divelta come è solita fare la sinistra extraparlamentare quando scende in piazza. Il problema sono le dichiarazioni, ricche di semplicistica retorica e triviale pressapochismo storico, diffuse per rivendicare il gesto simbolico:  «I Savoia hanno condiviso con il fascismo i peggiori crimini del Novecento. Hanno tenuto a battesimo il regime mussoliniano, dissociandosi dal comune destino soltanto a guerra persa. È inaccettabile quindi che Roma Medaglia d'Oro della Resistenza intitoli ad esponenti monarchici luoghi pubblici. Alemanno può annoverare tra le vergogne del suo mandato anche l'omaggio a figure che hanno contribuito a scrivere le peggiori pagine della nostra storia. Nella nostra idea di Roma futura non ci saranno spazi per ricordare le vergogne del Ventennio».
I “dotti” contestatori, evidentemente, non hanno la minima idea di chi siano stati Umberto II e Maria José e lo dimostrano con le insensate dichiarazioni. Senza dubbio ignorano anche che Roma, nel 1946, votò compatta per la Monarchia con una netta maggioranza tanto nel Comune quanto nella provincia. Ma l’importante è protestare, anche quando si prende un’evidente cantonata.
DATA: 30.10.2012
  
ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ

ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ      Lo scorso 27 ottobre, l’Amministrazione Comunale di Roma Capitale ha dedicato agli ultimi due Sovrani d’Italia, il Re Umberto II e la Regina Maria José, un largo ed un viale all’interno del parco di Villa Ada, già Villa Savoia. All’interno del parco, a poche centinaia di metri dal neo piazzale Umberto II, si erge magnifica Villa Savoia, ora sede dell’Ambasciata d’Egitto per volontà di Re Umberto II che così ringraziò il Re Farouk per aver dato ospitalità al Re Vittorio Emanuele III, riparato nello stato nord-africano dopo l’abdicazione. Piazzale Umberto II è adiacente ad uno dei cancelli di ingresso del parco sulla via Salaria ed il viale dedicato alla Regina vi è attiguo.ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ
 La cerimonia di intitolazione ha visto la partecipazione del Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, oltre che di numerosi romani. Anche se tardivo, in una Roma dove si dedicano vie, piazze e ponti a chiunque, fa piacere che qualcuno si sia ricordato di figure primarie per la storia d’Italia come Re Umberto e la Regina Maria José… Certo, una via la si rende viva quando qualcuno vi dimora o quando qualche attività vi ha sede. Così non sarà per questi seppur suggestivi e caratteristici spazi del secondo parco più grande di Roma. Siamo certi che per i romani che affollano quelle zone, soprattutto nei giorni festivi affinché possano stare in contatto con la natura, sarà un’immagine piacevole e pacificatrice. Vada quindi il nostro plauso ai promotori dell’iniziativa ma non possiamo ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉnon rammaricarci per il fatto che “Villa Savoia”, già acquistata dal Padre della Patria nel 1872 e dimora della Famiglia Reale dal 1904 al 1946, continui a venire chiamata “Villa Ada”, nome di transizione utilizzato per qualche decennio alla fine dell’800, e prontamente ripristinato nel dopoguerra per eliminare ogni riferimento alla Dinastia che fece l’Italia. In un’ottica di questo genere l’intitolazione dei due “sentieri” ai Sovrani italiani sarebbe stata più credibile e rispettosa della storia, così invece ne viene svilito il significato.

ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ
Villa Savoia, oggi sede dell'Ambasciata d'Egitto.
In alto il largo dedicato ad Umberto II.
DATA: 29.10.2012
 
90 ANNI DOPO LA “MARCIA” CHE NON CI FU
MUSSOLINI: UN GOVERNO DI UNIONE NAZIONALE


Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28.10.12
 
Marcia su Roma     Il 28 ottobre del 1922 non ci fu affatto la “marcia su Roma”. Contrariamente a quanto tanti ripetono (è il caso di Emilio Gentile, E fu subito regime, Laterza; e  Antonio Di Piero, Il giorno che durò vent’anni, Mondadori) neppure il 30 ottobre 1922, quando il re nominò il governo,  segnò l’avvento della dittatura (mai esistita in Italia), di totalitarismo, leggi razziali del 1938 e tutto quello che viene addebitato al fascismo quale “Male Assoluto”: una giaculatoria infantile.
  Il 28 ottobre il governo era presieduto da, Luigi Facta, un avvocato di Pinerolo dalla mentalità di contabile, ed era formato da liberali, cattolici (partito popolare) e democratici sociali, guidati dal siciliano Antonio  Colonna di Cesarò, un duca massone e appassionato di teosofia come il “fratello” Giovanni Amendola,  ministro delle Colonie. Dopo quattro anni di guerra civile strisciante l’Italia era al bivio. Le sinistre (comunisti, socialmassimalisti e socialisti unitari di Filippo Turati e Giacomo Matteotti) continuavano a ripetere  litanie contro lo Stato reazionario e borghese. Il fascismo era un caleidoscopio di uomini  e idee senza capo né coda, a parte il trentanovenne Benito Mussolini, già socialmassimalista, che alternava azzardo e cautele. A metà ottobre Mussolini mobilitò i “fasci di combattimento” per ottenere l’ingresso al governo. Re Vittorio Emanuele III chiese invano a Facta di convocare il Parlamento che si era radunato solo il 7 agosto per dare una striminzita fiducia al suo secondo governo. Il 27 le squadre fasciste passarono all’azione, ma l’Esercito attuò le misure pronte da un mese e le fermò a ottanta chilometri da Roma. Era autorizzato  a usare le armi e ad arrestare i capi dell’eventuale insurrezione.
   Ma la sera del 27 il governo decise di dimettersi. Poi i ministri, Facta e Soleri in testa, andarono a dormire. Tirati giù dal letto in piena notte deliberarono di proporre al re la proclamazione dello stato d’assedio, comportante Tribunali Militari Straordinari e codici di guerra, lo diramarono a prefetti e alti comandi e lo affissero alle cantonate. Una follia, sia perché l’ordine pubblico era sotto controllo sia perché i fascisti volevano la restaurazione della dignità dello Stato. Fatta la frittata, Facta portò il decreto al re, che rifiutò di firmarlo, non per timore del duca d’Aosta o di dubbia lealtà dei militari. In realtà non ce n’era alcun bisogno. A quel punto il presidente dimissionario dovette smentire se stesso: un caso senza precedenti.  Vittorio Emanuele III fece fronte da solo. Non poté contare su Giovanni Giolitti, l’unico statista veramente capace, invitato a Roma solo il 28 mattina. Ottantenne, raffreddato, rimase a Cavour, aggirato da Facta. Altrettanto fece il cattolico Filippo Meda, fermo a Milano. Nessun socialriformista o democratico si fece vivo col re. Tutti  i politici da lui consultati  dissero che bisognava formare il governo con i fascisti. Dopo varie tergiversazioni, il sovrano chiamò a Roma Mussolini, che vi arrivò il 30 mattina, la sera gli presentò la lista dei ministri. In viaggio depennò  il socialista Gino Baldesi e il liberista Luigi Einaudi. Il 31 prestò giuramento.
  Il Governo Mussolini fu di unità nazionale. Oltre al duce comprese appena tre fascisti, affiancati da nazionalisti, liberali, come il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera, popolari, democratici sociali e l’indipendente Giovanni Gentile, tutti costituzionali, incluso il sottosegretario Giovanni Gronchi futuro presidente della Repubblica.  All’opposizione rimasero repubblicani, socialisti, comunisti e qualche liberale malcontento. Lo stesso giorno, finalmente ammessi in Roma e preceduti dalla Banda musicale della Città Eterna come in una sagra di paese, gli squadristi sfilarono da Piazza del Popolo alla  Stazione Termini e se ne partirono. Marcia su Roma
 Il 1° novembre  il governo si insediò.  Mussolini  assicurò che entro 24 ore tutto sarebbe tornato nella norma.  Dette dieci giorni di tempo ai ministri per presentare il programma dei rispettivi dicasteri: tagli alle spese. Veri e subito.  Il governo ottenne i pieni poteri per riformare la pubblica amministrazione, invano chiesti da Giolitti. Per aumentare lo stipendio dei magistrati rinviò la fusione della quadriga in bronzo solo molto deopo issata sul Palazzaccio di Giustizia (oggi sede della Corte di Cassazione).  Rifiutò la nominatività dei titoli.
 In due mesi con Giovanni Gentile all’Istruzione e De Stefani alle Finanze, il governo fece quel che non era stato fatto in quattro anni. Ebbe il consenso di industriali, banche, chiesa cattolica, sindacati. Di tutto fu regista Vittorio Emanuele III che evitò la guerra civile. Il 4 novembre all’Altare della Patria l’Italia festeggiò l’anniversario della Vittoria  senza bisogno di d’Annunzio, messo fuori scena dalle cannonate di Giolitti su Fiume e dall’abilità di Mussolini, il “lesto-fante” (appellativo dannunziano) che lo surclassò. Il 5 il re tornò a San Rossore. L’Italia era tranquilla. Il 16 novembre la Camera eletta il 15 maggio 1921 dette 306 voti al governo Mussolini: stragrande maggioranza. Così fece il Senato. Era la continuità dello Stato, non il “regime”, che  albeggiò due anni  dopo.  Mussolini si affermò per   anni di errori altrui, molto più che per superiorità propria. E sino al 3 gennaio 1925 la partita rimase aperta. 
Aldo A. Mola 
(*) Martedì 30 ottobre viene presentato ai Martedì Letterari del Casinò di Sam Remo il libro curato da Aldo A. Mola Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922 (Edizioni del Capricorno), che pubblica i verbali sinora inediti dei governi Facta e dei primi mesi del governo Mussolini, telegrammi dell’Ufficio Cifra del Ministero dell’Interno, il  diario della Casa Militare del Re: giorno dopo giorno, ora dopo ora la vita di Vittorio Emanuele III e saggi di Antonino Zarone e GianPaolo Ferraioli. Una novità ghiottissima.  
DATA: 28.10.2012
 
INDIMENTICABILE PASCOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21.10.12
 
Giovanni Pascoli     Furono il toscano Giosue Carducci e il romagnolo Giovanni Pascoli a scrivere i versi più memorabili sul Vecchio  Piemonte, quello che “fece l’Italia”  con i suoi re, i cospiratori e gli esuli, mazziniani e  garibaldini, giovani e meno giovani  dalla vita un po’ disordinata  ma che, al momento giusto, accettarono le redini e le staffe della monarchia: il siciliano Francesco Crispi  e gli emiliani e  romagnoli Luigi Carlo Farini, Manfredo Fanti, Enrico Cialdini. Malgrado sorrisi ironici, l’ode  Piemonte sopravvive al crepuscolo della scuola.
  Ma  chi è “Zvanì” Pascoli?  Poeta sommo della Nuova Italia, forse tra i più sublimi del Novecento. Vittima, con tutta la sua famiglia,  dell’assassinio di suo padre Ruggero, amministratore della tenuta dei principi Torlonia a San Mauro, il 10 agosto 1867. Venne ammazzato da chi voleva prenderne il posto e allo scopo usò due manutengoli, drappeggiati da repubblicani. Liberate dal giogo del Legato pontificio, le Romagne ne subivano un altro: la guerra sociale strisciante contro proprietari e uomini d’ordine.  Quelle plaghe rimasero teatro di delitti  e infamie. Profondo Nord. Non per caso, il primo maxiprocesso della storia d’Italia non fu celebrato  in Sicilia ma a Bologna contro la “associazione di malfattori”,  iceberg della “setta degli accoltellatori:  un mondo che arrivava e sarebbe andato lontano  drappeggiando come anticlericalismo l’ odio contro la borghesia e la ricerca di profitto personale a soddisfazione di istinti inferiori.
  Giovanni  Pascoli rimase schiacciato dall’assassinio del padre, che quasi portò Oltretomba sua moglie e molti dei dieci figli.  Una tragedia. Sopravvissero lui, Ida, Maria (Mariù) e Raffaele (Falino),  che ebbe vita disordinata.  Nel collegio dei padri Scolopi a Savignano sul Rubicone  e all’Università di Bologna, ove studiò lettere grazie alla meritata borsa di studio Giovanni bevve calici amari. Come ad Andrea Costa, internazionalista ma  dal 1882 primo deputato “rivoluzionario”,  fu folgorato dal socialismo, il “sol dell’avvenire”: insegna  dieci anni prima ideata da Giuseppe Garibaldi. Socialismo per Pascoli significava libero pensiero, progresso civile, soccorso ai  bisognosi e “dimenticati”, come egli si sentì’ per tutta la vita. Allievo a Bologna di Giosue Carducci, che in pochi anni  ridestò  l’Università e ne fece faro della Terza Italia, con altri giovani Pascoli cercò di spiegare le radici dell’attentato al re compiuto dal cuoco Giovanni Passannante con un innocuo coltellino. Arrestato, detenuto  tre mesi e processato, Zvani fu assolto. Riprese gli studi e divenne…Pascoli. Dalle cattedre liceali di Matera, Massa e Livorno passò alle universitarie e nel 1905 ereditò a Bologna quella di Carducci, alla cui morte prese sulle spalle la “canzone dell’Italia”, altrimenti  monopolio di Gabriele d’Annunzio. Lavorò ai Poemi del Risorgimento, un’opera dimenticata  nel 150° dell’unificazione italiana, forse perché  prova  che il socialismo umanitario otto-novecentesco non è  antinazionale ma capace di patriottismo, come già avevano insegnato Garibaldi e  Carducci. Pascoli non ebbe nessuna tessera se non  quella di Poeta, cioè la tessera dell’Universo, contemplato  a Livorno, a Castelvecchio di Barga, nel breve ritorno a San Mauro, nella sua “Romagna solatia”. Anziché subire la tessera di partiti-chiese (cioè vincolanti), Pascoli  cinse i fianchi con il grembiale di massone, nella loggia “Rizzoli” di Bologna. Venne iniziato con procedura  speciale (settembre 1882, un anno prima dell’ingresso di Andrea Costa nella “Rienzi di Roma) perché in partenza pe Matera, da operaio della parola. Libero pensatore portò sempre con sé quel breve passaggio tra le colonne: da un luogo qualsiasi all’Universo, un “pavimento” bianco e nero e la volta stellata. Come ricorda Adele Cencetti  in  Giovanni Pascoli: una biografia critica (Le Lettere), tante volte  Zvanì lasciò trapelare  la conoscenza del cifrario massonico. Lo dicono i versi sull’incontro tra Garibaldi e Mazzini: “Tre colpi all’uscio. Era un fratello. Avanti…”.
Carducci scrisse che le “sette” erano state necessarie all’unificazione. Pascoli andò oltre. Celebrò Carlo Alberto di Savoia  come“re dei Carbonari”. Cercò documenti. Colse bene la dimensione europea del liberalismo. E capì che esso doveva fondersi con il socialismo umanitario. Lo disse nel discorso sulla guerra per la sovranità dell’Italia su Libia e Cirenaica: “La grande proletaria si è mossa…”. Era il 1911, l’anno in cui scrisse  in latino l’ Inno a  Roma.
Pascoli  solo “fanciullino”? In quale senso? Le sue grandiose visioni della storia, l’identificazione di Napoleone con Pan, la Natura, la Vita vanno molto oltre la piccola Belle Epoque che mescolò  egoismi con esordio della finanza internazionale, la prima crisi borsistica con ricadute sulla produzione industriale, conflitti sociali esasperati, lo sciopero generale del 1904, la rivoluzione russa del 1905…. Esse additano mete, grondanti di sangue e di duri sacrifici, come era stata la sua vita. Malgrado lo sforzo linguistico  talora affatichi l’efficacia poetica dei suoi componimenti “storici” (è il caso dei Poemi italini e canzoni di Re Enzio) Pascoli rimane voce vivida. Perciò è davvero  singolare che, appena insediato al ministero dei Beni Culturali, Ornaghi, già rettore dell’università Cattolica, si sia affrettato ad azzerare il progettato Comitato nazionale per il centenario  della morte di Pascoli, un omaggio che poteva essere a costo zero per un gigante che non ebbe il Nobel ma vinse  tredici medaglie d’oro ai concorsi di poesia in latino banditi dall’Accademia di Amsterdam. Ne vendette alcune  per acquistare la casetta nel verde di Castelvecchio per sé e la sorella Mariù, due passi dalla cappella ove i due infelici riposano: cattolicissima lei,  libero pensatore lui, passato all’Oriente Eterno senza bisogno di speciale viatico. L’aveva avuto dalla vita.
Malgrado l’oblio del ministero (che poi vuol dire del governo, dello Stato!), non tutti dimenticano il grande poeta della memoria individuale e collettiva , dei popoli e dell’umanità. Chissà se vorrà ricordarsene il Vecchio Piemonte  che gli ispirò  Ciapin, commossa evocazione del maggiore monregalese  Giuseppe Galliano, eroe di Macallè, morto ad Adua come i generali Giuseppe Arimondi, di Savigliano, e Giuseppe Ellena, saluzzese?  (*)
Aldo A. Mola 
(*) Ieri Giovanni Pascoli è stato evocato nella sua nativa San Mauro in un convegno promosso dalll Gran Loggia d’Italia con relazioni dell’ex sindaco Gianfranco Miro Gori, Antonio Faeti, Umberto Sereni,  Sergio Ciannella e Aldo A. Mola (Pascoli oratore e massone: costituzione e destino della Terza Italia). Conclusioni di Luigi Pruneti.
DATA: 25.10.2012
  
L’ITALIA PRENDA ESEMPIO: IN SERBIA TUMULATE LE SALME DEI REALI SEPOLTI ALL’ESTERO

La solenne cerimonia in Serbia
La Serbia ha dato una dimostrazione di evoluzione e di pacificazione nazionale accogliendo ufficialmente e con tutti gli onori le salme del Principe Paolo Karadjordjevic, reggente del Regno di Jugoslavia dal 1934 al 1941, della moglie Principessa Olga e del figlio Principe Nicola.
Lo scorso 6 ottobre a Belgrado le salme Reali, che finora riposavano nel cimitero di Bois-de-Vaux a Losanna, sono state accolte dalla Famiglia reale di Serbia, guidata da S.A.R. il Principe Alessandro, dal Presidente serbo Tomislav Nikolic, da molti parlamentari, da rappresentanti della Chiesa Ortodossa Serba e da autorità civili e militari. Al solenne evento vi è stata un’imponente partecipazione popolare. I Principi sono stati tumulati a Oplenac, nella Serbia centrale vicino alla città di Topola ,nella Chiesa di San Giorgio che è il mausoleo della Famiglia Reale Serba. Le bare che trasportavano i resti dei Principi erano coperte dalla Bandiera Reale e scortati da militari dell’esercito serbo in alta uniforme.
Al termine del solenne rito funebre, prima della tumulazione, si sono tenuti dei discorsi commemorativi. Il Presidente Serbo che ha sottolineato che la Serbia, con questa tumulazione, si è sollevata di un gran peso. S.A.R. la Principessa Elisabetta, figlia del Principe Paolo e della Principessa Olga, ha ringraziato Nikolic per aver risolto la grave ingiustizia dell’esilio delle salme.
Il Capo della famiglia Reale Serba, S.A.R. il Principe Alessandro, ha detto: “Questo è un momento storico sia per la nostra famiglia che per la nostra nazione. Il mio defunto padre, il Re Pietro II, che  purtroppo ancora riposa all'estero, parlava sempre con gentilezza e affetto del Principe Paolo e della Principessa Olga. Ho cari ricordi d’infanzia legati agli incontri avuti con loro. Oggi, con questo solenne e triste evento, dobbiamo tutti stringerci in preghiera, ai piedi della bara di questo grande statista e patriota, per l'unità e la prosperità della nostra Serbia”.
DATA: 19.10.2012
 
LA BANDIERA DEL REGNO SULLA CIMA DEL KILIMANGIARO

La bandiera del Regno aulla Cima del Kilimangiaro
La gloriosa Bandiera del Regno d’Italia ha raggiunto una nuova ambitissima vetta: quella del Kilimangiaro che, con i suoi 5895 metri di altezza, è la montagna più alta del continente africano.
Il merito di aver portato il vessillo sabaudo in Tanzania è di Manfredi Landi di Chiavenna, che si è recato in compagnia dell’amica Ana Relic lo scorso 10 agosto sulla cima del famoso monte.
Manfredi è figlio dell’On. Giampaolo Landi di Chiavenna, già deputato per due Legislature e già
Segretario regionale lombardo della Gioventù Monarchica del PDIUM, da sempre amico dell’U.M.I. Un ringraziamento alla Marchesa Margherita Landi di Chiavenna, che ci ha inviato la foto che ritrae il figlio e complimenti ai giovani per l’alto valore simbolico dell’impresa!
DATA: 18.10.2012
  
IN LIBRERIA: UN PRINCIPE NELLA BUFERA
IL DIARIO DI FRANCESCO di CAMPELLO

Un Principe nella Bufera - Le lettereUfficiale di ordinanza di Umberto di Savoia dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944, il conte Francesco di Campello, amico d’infanzia del Principe, gli fu sempre vicino raccogliendone le confidenze e sollecitandolo a recitare una parte attiva. Il diario è un documento eccezionale su Umberto, uomo e principe, ma anche una testimonianza suggestiva su tutto un mondo, monarchico e conservatore, cresciuto nel culto degli ideali risorgimentali e della tradizione liberal-nazionale.
Le pagine dedicate all’8 settembre e ai giorni successivi costituiscono una fonte attendibile, la più puntuale e minuziosa, ricca di particolari inediti, forse quella definitiva, sugli avvenimenti che portarono al trasferimento del Re e del governo nel Sud. Esse, al tempo stesso, offrono una drammatica e colorita rappresentazione del clima caotico, della confusione, del senso di smarrimento, delle paure che regnavano in quelle ore, a tutti i livelli, nelle alte sfere governative, nelle gerarchie militari, negli ambienti della Corte. Esse, mettono in luce, fra l’altro, l’emarginazione di Umberto da ogni scelta decisionale e ne sottolineano il dramma interiore di fronte alla partenza precipitosa da Roma decisa da Badoglio. Campello rivela in proposito come fosse stato persino predisposto un piano per il rientro in aereo di Umberto a Roma, che non fu possibile portare a termine per l’opposizione dei Sovrani e di Badoglio.
Illuminanti sono anche le pagine che rivelano i giochi politici durante il Regno del Sud e svelano le trame per cercare di imporre al Re la reggenza: un progetto, questo, poi superato con la Luogotenenza. Non meno suggestive le annotazioni, fitte di giudizi in qualche caso impietosi, sui comandanti e sulle autorità alleati oltre che su uomini politici italiani di tutti gli schieramenti.

Francesco di Campello (1905-1983) appartenente a una illustre famiglia legata alla Casa Reale seguì la carriera militare, dapprima, in Cavalleria e, poi, nella Regia Aeronautica. Al fianco di Umberto nel periodo del Regno del Sud, rifiutò di prestare giuramento alla repubblica nel 1946, si occupò della Federazione Pugilistica Italiana e fu presidente del Circolo della Caccia, una delle istituzioni più antiche e simboliche della Capitale.

Francesco di Campello
Un Principe nella bufera
Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944
Prefazione di Francesco Perfetti
Editrice "Le Lettere" - Il filo della memoria
ISBN 9788860875624
Anno 2012 Pagg. 128 € 15,00
DATA: 16.10.2012
 
CAMBOGIA: IL RE SIHANOUK MORTO A PECHINO

SihanoukPhnom Penh, 15 ott. (Adnkronos/Dpa) - Il penultimo Re della Cambogia, Norodom Sihanouk, è morto a Pechino per cause naturali all'età di 89 anni. Il figlio Norodom Sihamoni, attuale Sovrano della Cambogia, si recherà in Cina per accompagnare il rimpatrio della salma, ha reso noto il ministro degli interni Khieu Kanharith. I funerali si svolgeranno in Cambogia. Da anni a Pechino per cure mediche, Sihanouk è stato una figura centrale nella storia del suo Paese per più di 60 anni. Esponente della Famiglia Reale, fu incoronato Re nel 1941 alla morte del nonno, durante il dominio coloniale francese. Dopo la guerra fu fra i promotori dell'indipendenza, che giunse nel 1953. Il suo Regno fu rovesciato nel 1970 dal colpo di Stato di Lon Nol, sostenuto dagli americani. Il Sovrano si appoggiò alle forze della resistenza, la principale delle quali furono i Khmer Rossi, che poi presero il potere nel 1975. Siahnouk ritornò allora a Phnom Penh ma rimase prigioniero nel suo palazzo mentre i Khmer Rossi avviavano un delirante e sanguinario regime filomaoista che porterò alla morte di 1,7 milioni di cambogiani, fra cui diversi membri della Famiglia Reale, deceduti per gli stenti nei campi di lavoro o uccisi nelle carceri. Dopo l'invasione vietnamita del 1979, che mise fine al regime, Sihanouk chiese il ritiro delle truppe straniere e fu una delle figure centrali dell'accordo di pace di Parigi del 1991 che portò alle elezioni due anni dopo. Dopo il voto, Sihanouk tornò sul trono, ma abdicò nel 2004 a causa delle sue condizioni di salute. Da allora ha trascorso lunghi periodi di cure a Pechino. Secondo il vice primo ministro Nhek Bun Chhay, segretario generale del partito monarchico Funcipec, l'ex Sovrano è deceduto per un attacco di cuore. La sua scomparsa giunge proprio in occasione dell'annuale ricorrenza cambogiana in cui le famiglie ricordano i loro morti.
DATA: 15.10.2012
 
VECCHIO PIEMONTE TRA  COSTITUZIONE DI CADICE E DI SICILIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14.10.12
 
Allegoria della Costituzione di Cadice   La Spagna festeggia duecento anni dalla costituzione deliberata a Cadice nel 1812.   Fernando VII di Borbone era stato spodestato dai marescialli di Napoleone, che impose re suo fratello maggiore, Giuseppe. Murat aveva schiacciato la ribellione dei madrileni, passati per le armi come fotografò Francisco Goya nel celebre “Dos de mayo”. Contro il dominio straniero e i suoi alleati (gli “afrancesados”), gli spagnoli insorsero: una guerriglia eroica, feroce, condotta con l’aiuto peloso degli inglesi ai quali interessava la sconfitta di Napoleone, non la libertà della Spagna. Radunati a Cadice, in Andalusia, i deputati (Cortes) discussero e approvarono la Carta che proclamò la sovranità della nazione e istituì un Parlamento monocamerale e invocò l’unione morale tra istituzioni e cittadini, chiamati a essere probi e virtuosi.   Quando già molti pensavano che l’Europa finisca con i Pirenei, la Spagna balzò al centro della vita politica, nel segno delle libertà. Ma con la restaurazione del 1814 Fernando VII sospese la Costituzione.  Cessò di essere il re “Desiderato” e retrocesse a  tiranno, mentre le colonie americane spezzavano le catene e dalla Terra del Fuoco al Messico si battevano  per l’indipendenza guidate da Iturbide, Bolivar, Miranda, San Martin, iniziati in logge lautarine. Nel gennaio 1820 un pronunciamento di militari impose il ripristino della Costituzione di Cadice, L’esempio dilagò, Ne venne positivamente contagiata l’Italia, dove la Restaurazione da cinque anni soffocava  ogni aspirazione di libertà con arresti, torture, carcere duro, supplizi. A differenza della Spagna, nel ventennio franco-napoleonico l’Italia aveva conosciuto una ventina di regimi costituzionali, che avevano lasciato il segno. Ferdinando IV di Borbone su pressione dell’inglese William Bentick nel 1812 promulgò una costituzione che mise su carta il modello inglese, calzante per la Sicilia: parlamento bicamerale (una camera dei comuni e una dei Pari, come i lord  britannici) ma religione esclusivamente cattolica. Dunque non mancavano modelli “locali”. Nel luglio 1820 carbonari (centinaia di migliaia) e  massoni (pochi ma decisi) scatenarono un moto che impose la costituzione di Cadice, giurata da Ferdinando e da suo figlio, Francesco duca di Calabria. La Santa Alleanza rispose con una spedizione per ripristinare l’assolutismo, d’accordo con il re spergiuro. Proprio quando  gli Austriaci, braccio armato della reazione in Europa, stavano irrompendo nel Mezzogiorno, anche a Torino  i liberali si mossero e chiesero la  Costituzione di Cadice. Vittorio Emanuele I di Savoia preferì abdicare. Passò la corona al fratello, Carlo Felice, temporaneamente assente e nominò Reggente il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia, parente  di  tredicesimo ma   successore designato in assenza di eredi maschi. Carlo Alberto  concesse la costituzione, ma con due riserve: successione solo mascolina (legge salica) secondo le leggi della Casa (in vigore tuttora) e  la libertà di  professare i culti ammessi: valdesi (e protestanti) ed ebrei sia pure con tanti vincoli. Santorre di Santa Rosa, ministro della Guerra, avrebbe preferito la costituzione siciliana del 1812,  più equilibrata; ma  la  spagnola sembrò più “democratica” e calzante. Bisognava agire anziché discutere. Sennonché Carlo Felice sconfessò Carlo Alberto e gli austriaci marciarono per reprimere. Per non farsi invadere il regno a tempo indeterminato da un “alleato” ingombrante, anche molti liberali accettarono il ritorno alla monarchia amministrativa, senza costituzione. I compromessi nei moti furono processati. Una settantina vennero condannati a morte, ma solo un paio di militari vennero suppliziati.  Militari,  ecclesiastici, professori e liberi professionisti furono i più colpiti.  I più scamparono in esilio. Fu il caso del saluzzese monsignor Bernardo Marentini, massone, presidente della Giunta di governo del marzo 1821,  che riparò  a Lione. Altri andarono in Spagna e Portogallo per combattere nelle file liberali. Santa Rosa, esule e incarcerato tra Svizzera e Gran Bretagna (ove già era esule Ugo Foscolo), nel 1825andò volontario come lord Byron a difendere i greci in lotta per l’indipendenza contro i turchi e morì a Sfacteria.
Quasi trent’anni dopo, il 4 marzo 1848,  Carlo Alberto promulgò lo Statuto. Più sintetico e limpido della costituzione di Cadice e di quella siciliana del 1812, esso fu incardinato sull’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi. Con un parlamento bicamerale, il regno di Sardegna si candidò a guidare la lotta per l’Italia indipendente, unita, libera. L’esperienza del 1820-21 non era rimasta sterile. Perciò è giusto ricordare anche in Italia il bicentenario della costituzione di Spagna e gli italiani caduti nella campagna di Russia duecento anni orsono, quando, nella tremenda ritirata essi si batterono da leoni (come poi scrisse Giacomo Leopardi, scoprirono di avere una propria patria e di aver bisogno di un re “nazionale” (*).
Aldo A. Mola 
(*) Si conclude oggi a Gibilterra  il XIII Simposio del Centro di studi sulla  massoneria spagnola fondato dal prof. José Antonio Ferrer Benimeli (Un. di Saragozza) e presieduto da José Miguel Delgado Idarreta (Un. della Rioja). Tra i membri del Comitato scientifico Andrew Prescott (King’s College), André Combes e Aldo A. Mola. 
DATA: 13.10.2012
 
LA PRINCIPESSA MARIA JOSE' TRA BELGIO E ITALIA

Regina Maria JoséLa Consulta dei Senatori del Regno, tramite il Presidente Aldo A. Mola, ci ha segnalato l'importante iniziativa culturale, inaugurata in Belgio lo scorso 4 ottobre al Musée du Cinquantenaire (Parc du Cinquantenaire 10, B.1000. Bruxelles): La Princesse Marie José entre Belgique et Italie.
   La Mostra è posta sotto l’egida di S.M. la Regina Paola del Belgio e il Patronato della Fondazione Nazionale Principessa Maria José. Sono esposti abiti, gioielli e documenti relativi alla terza Regina d'Italia.
   Essa è realizzata dalla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, presieduta dal S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, che la Consulta dei Senatori del Regno è onorata di contare tra i propri Componenti.
Per informazioni visitate il sito ufficiale: www.kmkg-mrah.be
DATA: 11.10.2012
  
NOVECENTO DRAMMATICO NEL GRANDE FLUSSO DELLA STORIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 30/09/12

Maria Gabriella di Savoia   Maria Gabriella di Savoia “testimone del tempo” all’Acqui 2012. Un tuffo nostalgico? No. E’ un riconoscimento che fonde storia e metastoria in simboli, come i nodi sabaudi che intrecciano il presente al passato remoto, l’Italia all’Europa. La Principessa ha vissuto la drammaticità del Novecento. Nel settembre 1943, quando aveva tre anni, sua madre Maria José di Piemonte la trasferì di gran corsa dalla Valle d’Aosta in Svizzera con il fratellino e due sorelle, la minore di pochi mesi, sotto l’incubo della cattura ricattatoria de parte di Hitler, mentre Umberto di Savoia assicurava dal Sud la continuità dello Stato. La tragica sorte di Mafalda di Savoia, figlia del Re d’Italia e moglie di Filippo d’Assia, dice quali fossero i rischi: rientrata a Roma dal funerale del cognato, Boris di Bulgaria, fu catturata da Kappler e trasferita in campo di internamento in Germania, ove morì, senza nome sulla tomba. Tre anni dopo, all’indomani del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, Maria Gabriella viaggiò nottetempo dal Quirinale per Napoli e l’esilio in Portogallo. Testimone della storia, dunque; e anche sua custode, con la Fondazione Umberto II e Maria José, fulcro di studi su mille anni di storia.
   L’edizione 2012 dell’Acqui ricorda che le vicende individuali sono segmento di percorsi imprevedibili, tronchi galleggianti nel grande “flusso della storia” come scrisse il maggior romanziere del Novecento, Riccardo Bacchelli. Lo documenta l’opera di Giovanni Tassani su Giacomo Paulucci di Calboli Barone (Le Lettere), per quasi mezzo secolo al servizio della Grande Italia. Massone (all’epoca era valore aggiunto), asceso ai vertici della diplomazia quando Mussolini ne fu apprendista, presidente dell’Istituto Luce, che forgiò l’immagine dell’Italia, nel 1945-46 anch’egli venne iniquamente “epurato” da chi nell’avvento di Mussolini aveva responsabilità di gran lunga maggiori delle sue. Non una semplice biografia, dunque, ma un profilo dello Stato e della sua dirigenza nel secolo di grandi guerre, rivoluzioni, totalitarismi, settarismi. Un mondo che si riflette nell’altra opera premiata dall’Acqui 2012: Vita e pensieri (al plurale!) di Antonio Gramsci (Einaudi), perlustrazione delle lotte tra ortodossi ed eretici della Terza Internazionale moscovita, con riflessi sul maggior partito comunista dell’Europa Occidentale, dapprima per potenzialità sovversiva poi per numero di voti ottenuti allargando le maglie della rete. Giuseppe Vacca, a lungo presidente dell’Istituto Gramsci  e storico del PCI, vi documenta l’uso che dell’opera di Gramsci fece Togliatti (anche per ammaliare ex azionisti e crociani di sinistra e fare  “cassa elettorale”).
  In Sangue romagnolo. I compagni del Duce (Minerva) Giancarlo Mazzuca ricorda che l’Emilia-Romagna è seconda solo al Piemonte per le personalità espresse nell’Otto-Novecento (da Giuseppe Verdi ai dioscuri della rivoluzione: Mussolini e Pietro Nenni), ma, appunto, è terra sanguigna, come narra Dario Fertilio in La notte dei fratelli Cervi (Marsilio). Infine, nel romanzo  L’albero del mondo (Fazi) Mauro Mazza, dal 2009 direttore di Rai 1, trasale alla metastoria investigando la personalità enigmatica di due protagonisti del Novecento, Giaime Pintor ed Ettore Maiorana: il primo caduto mentre tentava di passare il fronte dell’Italia divisa in due, il secondo misteriosamente scomparso.   
  L’aveva già detto Benedetto Croce: la storia (forse) non è scienza ma penetrazione psicologica, intreccio di discipline, opera d’arte. L’Acqui distingue però nettamente la ricerca scientifica, molto spesso sofferta, e la divulgazione meritoria (cioè veridica) da ideologie, polemiche e  banale  cronaca. E’ quanto fa riconoscendo Testimoni del Tempo personalità diverse ma consonanti: Bruno Vespa, Carlo Verdone e Paola Pitagora e premia Mario Cervi con la Medaglia del presidente della Repubblica: un omaggio al giornalismo di classe e all’impegno profuso da Cervi per riscattare l’Italia dalla sconfitta e rianimarvi i principi  cardinali della dignità e della libertà. 
  Neppure quest’anno sono state presentate opere innovative sull’unificazione italiana: un terreno appena sfiorato dal 150° del Regno e ancor tutto da dissodare, come documenta il bel libro di Juri Bossuto e Luca Costanzo, Le catene dei Savoia (Piemonte in Bancarella), confutazione della la strage di militari borbonici prigionieri da parte della Nuova Italia: una leggenda che ha alimentato tante dispute, un po’ come  quella sui fatti di Cefalonia, dramma al quale  Gianfranco Janni ha dedicato un’opera (ed Solfanelli) che meriterà ampio dibattito (*).
Aldo A. Mola
(*) La premiazione, orchestrata da Carlo Sburlati, Assessore alla Cultura, e condotta da Elisa Isoardi e Franco Di Mare, ha luogo alle 18 del 20 ottobre al Teatro Ariston di Acqui Terme.
DATA: 11.10.2012
 
ISACCO ARTOM E I RISORGIMENTI D’ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 23/09/12

Isacco ArtomL’Italia è “a tocchi” disse Vittorio Emanuele III a Mussolini quando gli impose le dimissioni il 25 luglio 1943. Anche oggi par cadere in frantumi e sfarinarsi in polverina. Perciò va ricordato chi la volle una e libera e ne curò la gracilità infantile.  Dalle origini la Nuova Italia ha superato difficoltà enormi, grazie a una dirigenza seria, capace di sacrifici, inclusa la vita. Quel passato fa pegno. Esige rispetto da chi oggi occupa cariche  pubbliche di qualsiasi livello. Farne memoria non è retorica. E’ dovere civile. Quando il 14 marzo 1861 Vittorio Emanuele  II assunse il titolo di Re per voto del Parlamento, lo Stato non aveva alcun riconoscimento estero. Nessuna potenza straniera ne aveva davvero voluto la nascita. Meno di tutti Napoleone III. Nata dalla tenacia di tre generazioni di patrioti, l’Italia avanzò a piccoli passi. Il 27 marzo 1861 il Regno di Gran Bretagna e Irlanda accolse Emanuele Tapparelli d’Azeglio come ambasciatore del Re d’Italia. Venne presto imitato da Svizzera, Grecia e Stati Uniti d’America. La Francia si decise solo il 25 giugno, spaventata dalla morte di Camillo Cavour, nel timore che il Regno neonato venisse azzannato alla gola da repubblicani e rivoluzionari (Napoleone III non aveva dimenticato le bombe di Felice Orsini). Si aggiunsero il Portogallo, anglodipendente, l’impero turco e il Regno di Olanda. Poi la storia segnò il passo. Per l’impero d’Austria l’Italia non esisteva. Lo stesso valeva per Prussia, Russia (antica protettrice dei Borbone di Napoli), che la riconobbero nel luglio 1862, proprio mentre Garibaldi organizzava la sventurata spedizione “Roma o Morte”, che rischiò l’isolamento di Vittorio Emanuele II, accettato solo se garante della pace e dell’ordine. La Spagna (Isabella II era della stessa Casa di Francesco II, lo spodestato Re delle Due Sicilie), i Regni di Sassonia, Baviera e altri attesero tre anni. Mentre cementava il Paese con sforzo titanico oggi dimenticato la dirigenza politica  (Ricasoli, toscano; Minghetti, bolognese;  La Marmora e Quintino Sella, piemontesi; Visconti Venosta, lombardo; De Sanctis e un lungo stuolo di meridionali) seguirono il pensiero di Giuseppe Garibaldi: erigere i muri della casa prima di discuterne i  colori. L’Italia innanzi tutto.  Quella dirigenza alzò antenne e allungò tentacoli per attrarre consensi e amicizie in Europa e nelle Americhe.
  Cavour aveva lasciato in eredità un manipolo di collaboratori di classe, tra i quali meritano memoria speciale Costantino Nigra e Isacco Artom.  Nigra fu una personalità di prima grandezza. Artom (Asti 1829-Roma 1900) non fu da meno. Volontario nel battaglione universitario toscano durante la prima guerra d’indipendenza (1848), intimo di Nigra e amico di Giacomo Dina, giornalista brillante, volontario al ministero degli Esteri dal novembre 1855 tre anni dopo venne scelto da Cavour quale segretario particolare e ne conquistò la piena confidenza. Con David Levi, di Chieri, Artom incarnò il Risorgimento italiano come fascio di Risorgimenti: quello ebraico, il valdese, il liberale classico e, perché no?, il cattolico, che andò oltre gli steccati del curialismo e l’arroccamento a difesa  dei privilegi del clero (tribunali separati, proprietà immobiliari inerti, sovrapposizione della religione allo Stato…). A lungo in missione a Parigi per tutelare una posizione “diplomaticamente assai buona, finanziariamente pessima”, dopo l’annessione del Veneto (1866) Artom si prodigò per conservare la pace ed “evitare il fallimento e il rifiuto di pagare le imposte” da parte di cittadini che non avevano ancora chiaro a che cosa servisse lo Stato unitario. Nel maggio1867 l’Italia fu finalmente accolta nel “concerto europeo” , alla conferenza di Londra  che sancì la neutralità del Lussemburgo: embrione di una pace continentale tre anni dopo travolta dalla guerra franco-germanica che segnò il crollo di Napoleone III (l’imperatrice uscì dalla Reggia al braccio di Costantino Nigra) e l’ingresso dell’esercito italiano in Roma.  Lo aveva promesso Vittorio Emanuele  II proprio ad Artom dopo la tragedia dei garibaldini schiacciati a Mentana dai francesi (1867). Il Re, egli ricordò nel 1898,  lo ricevette con la camicia aperta sul petto villoso e stringendogli con forza la mano gli disse : “Non dubitate, fra breve saremo a Roma!”. “Morto Cavour - aggiunse l’ebreo Artom nominato Senatore del Regno nel 1876-,  Re Vittorio rimase la sola incarnazione dell’unità italiana. E’ giusto proclamarlo altamente. Egli non esitò mai a compiere arditamente la sua grande missione storica”. In mezzo secolo la Nuova Italia, fondata sull’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi qualunque religione professassero, compì progressi di cui all’estero era ritenuta incapace. Lo fece grazie a una moltitudine di persone straordinarie non abbastanza ricordate nel 150° dell’Unità, ripiegato su poche figure, non tutte davvero determinanti.
Aldo A. Mola
DATA: 17.09.2012
 
LA VISITA DEI PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA A RAVENNA

Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it
“Sono arrivati domenica a Ravenna i Principi Amedeo e Silvia di Savoia. La mattina, alle ore 11.30, la partecipazione ad una messa, officiata nella Cattedrale di Ravenna, in suffragio dell'anima del Re Umberto II e della Regina Maria Josè di Savoia, scomparsi rispettivamente nel 1983 e nel 2001. Nel pomeriggio, alle ore 16 il Duca e la Duchessa d'Aosta si sono recati al museo del Risorgimento, in via Baccarini 3 dove sono stati ufficialmente ricevuti dal Vicesindaco Giannantonio Mingozzi a nome dell'Amministrazione comunale.” “Alle 18 il Principe Amedeo e la Principessa Silvia di Savoia hanno assistito all'evento "Note Tricolori: concerto per l'Italia unita" presso la sala Arcangelo Corelli del teatro Alighieri di Ravenna.“


Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it


Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it

Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it


DATA: 24.09.2012

L’8 SETTEMBRE 1943 E VITTORIO EMANUELE III: FU VERA FUGA O DOVEROSO SERVIZIO ALLO STATO?

 
Corriere della sera 8 settembre 1943Leggo con ritardo, complice un breve periodo di ferie, l’articolo di Enrico Mannucci su Sette del Corriere della Sera, dal titolo “Prima del 9 settembre il re preparava la fuga”. La tesi, avvalorata dai ricordi di un giovane sergente, oggi novantenne, torna su un leit motiv un po’ stantio, secondo il quale, il trasferimento di Re Vittorio Emanuele III da Roma a Pescara, per raggiungere poi Brindisi, territorio libero dai tedeschi e senza presenza delle truppe alleate, sarebbe stata una fuga. La tesi non mi ha mai convinto. Anzi ritengo che la figura del Re, che certamente ha compiuto alcuni errori nel suo lungo Regno, ad esempio la firma delle leggi razziali alle quali notoriamente era contrario, costituisca una specie di alibi per fascisti ed antifascisti a giustificazione dei loro errori nel corso del ventennio, fin dalla sua vigilia. È proprio nella tensione sociale e nelle violenze che hanno preceduto per lunghi mesi la cosiddetta “marcia su Roma” che il Sovrano, il quale più volte aveva sostenuto che i suoi occhi e le sue orecchie di Capo di Stato costituzionale erano la Camera ed il Senato, aveva interpellato le forze politiche presenti in Parlamento alla ricerca di una soluzione che desse vita ad un governo, che oggi definiremmo di unità nazionale, per superare la crisi economica gravissima del dopoguerra e le conseguenti tensioni sociali sfociate in violenze in giro per l’Italia, soprattutto nel nord del Paese. Le cronache ed i libri di storia riferiscono che Vittorio Emanuele interpellò ripetutamente i massimi esponenti dei partiti, dai popolari di Luigi Sturzo, ai socialisti di Filippo Turati, passando per i liberali di Giovanni Giolitti, autorevole ancorché anziano. Tutti si fecero indietro. Nessuno ebbe il coraggio di affrontare la bufera. D’altra parte non si intravide un “Monti” ante litteram che, forte di una autorità scientifica, fosse legittimato ad adottare misure severe, necessarie per ristabilire l’ordine pubblico in una condizione di ripresa dell’economia dissestata dalla guerra. In queste condizioni di assenza totale della politica, il Grillo della situazione, forte di un consenso strisciante della borghesia che più di altre classi sociali aveva subito le conseguenze del conflitto, nel quale pure si era impegnata, non ci furono altre soluzioni che l’incarico a Benito Mussolini, una modesta presenza alla Camera, al quale sarebbe stata concessa la più ampia fiducia, come attestano le dichiarazioni di autorevoli esponentiVittorio Emanuele III dei partiti democratici, come Giovanni Gronchi. Di fatto i partiti, che poi si qualificheranno “antifascisti”, diedero via libera al Governo Mussolini e al regime autoritario, al punto da consentirgli di manomettere lo Statuto Albertino, fino a prevedere che la stessa successione al trono dovesse ricevere l’assenso del Gran Consiglio. Una lesione delle prerogative della Corona che Mussolini poté compiere quando fu evidente che il consenso nei confronti del regime, che di meriti in campo sociale comunque ne aveva conquistati, anche per aver aperto a masse di diseredati le pianure laziali e libiche, gli consentiva di sfidare l’autorità del Re. Il quale congedò il Cavaliere (una qualifica ricorrente nella storia d’Italia!) messo in minoranza proprio dal quel Gran Consiglio con il quale riteneva di governare il sistema costituzionale, sfiduciato nella direzione delle operazioni militari, con conseguente restituzione al Sovrano del Comando supremo delle Forze Armate. Eppure Vittorio Emanuele è stato, a mio giudizio un po’ incautamente, accusato di aver addirittura compiuto un colpo di stato nell’accettare le dimissioni del Duce, in assenza di un voto parlamentare. È la tesi, ad esempio, di un giurista di sinistra come Paolo Barile. Eppure quella decisione del Re, che fece gioire tutti gli antifascisti, fu assunta da Vittorio Emanuele nella assoluta autonomia del suo ruolo statutario.
E qui si innesca la polemica sull’8 settembre, sull’esercito lasciato senza ordini in balia dei tedeschi. Ed io mi sono sempre chiesto quali ordini dovessero avere le supreme autorità militari dopo il comunicato del Maresciallo Badoglio che non faceva in nessun modo intendere che dovessero andare “tutti a casa”, come titola un noto film. Forse che un comandate di armata, responsabile di decine di migliaia di uomini ha bisogno di ordini per garantire il controllo del territorio in nome del Governo del Re? Il fatto è che l’8 settembre ha dimostrato l’assoluta inadeguatezza di buona parte della dirigenza militare, quella che sul Carso mandava allo sbaraglio migliaia di soldati, ammassati contro i reticolati e falciati inevitabilmente dalla mitraglia. Quella classe militare che credeva di combattere ancora una guerra stile ‘800, con assalto alla baionetta, quella classe militare che non aveva fatto presente in modo ultimativo al Re ed al Duce l’assoluta inadeguatezza delle nostre Forze Armate, quanto ad armamento (i fucili 91, cioè modello 1891) ed addestramento in una guerra nella quale andavamo a confrontarci con paesi, come la Francia ed il Regno Unito, dotati di soldati addestrati nelle guerre coloniali permanenti. Così un’Italia che, dopo l'eccidio di Dogali e la disfatta di Adua, raro esempio di insipienza dei comandi, si scontrava con gli inglesi che a Khartum avevano subito una durissima sconfitta che non li aveva assolutamente piegati ma anzi determinati a riscattare l’onore delle armi. In queste condizioni, assenti altre autorità dello Stato, senza Governo e senza Parlamento l’unica autorità istituzionale, con specifico compito di guida delle Forze Armate, era il Re. Si sarebbe dovuto far catturare dai tedeschi? Con quali effetti positivi sull’andamento della guerra e sulla gestione dell’armistizio? Nessuno, assolutamente nessuno. Anzi, con la conseguenza di lasciare il Paese, già prostrato dai lutti e dalle distruzioni, assolutamente allo sbando, senza nessuno che potesse, anche nei confronti dei nuovi alleati parlare in nome dell’Italia, in una situazione politica particolarmente difficile, per la diffidenza nutrita nei nostri confronti soprattutto degli americani. La partenza da Roma per Pescara e poi per Brindisi non è, dunque, per un Re che aveva vissuto in prima linea la guerra 1915 – 1918, un gesto di paura. È facile, dunque, immaginare l’angoscia di questo Sovrano, che era salito sul trono all’indomani dell’assassinio del padre, impegnandosi a favorire la pace sociale e lo sviluppo economico che avrebbe caratterizzato il primo decennio del ‘900 sotto la guida sapiente di Antonio Giolitti, vedere la conclusione del suo Regno nelle tristi giornate della sconfitta, militare e politica, dl Paese che tanto ha dimostrato di aver amato, mentre una delle sue figliole, Mafalda, soffriva umiliazioni e angherie in un campo di concentramento tedesco dove si prestava generosamente ad alleviare quelle degli altri. No, Vittorio Emanuele III, che la storia riterrà certamente colpevole di aver firmato le infami leggi razziali, non deve vergognarsi per essersi trasferito a Brindisi, perché quello era il suo dovere di Capo di uno Stato allo sbando, soprattutto nella componente militare, quella di cui dopo il 25 luglio aveva riassunto la guida. Infatti, è stato più volte ricordato, che quell’8 settembre, mentre i comandanti militari dismettevano l’uniforme per darsi alla fuga (i più coraggiosi e fedeli al giuramento al Re per continuare a combattere i tedeschi alla macchia), gli impiegati civili puntualmente si presentavano all’ingresso degli uffici, alle 8 di mattina. Il fatto è che il soldato italiano, che ha sempre dimostrato spirito di sacrificio, capace di atti di eroismo e di gesti di grande umanità, ha spesso avuto comandanti non all’altezza del compito, come hanno dimostrato anche le guerre del Risorgimenti, ove vinte per l’intervento dell’esercito francese ove dai volontari di Giuseppe Garibaldi, come a Bezzecca, a riscattare l’onore delle armi, perduto a Novara o a Lissa. La storia certamente riconoscerà l’obiettiva difficoltà di un Regno nel quale, accanto al Sovrano, è mancata una classe politica adeguata ai tempi e capace di osare nel nome delle libertà statutarie per affiancare il Capo dello Stato nella gestione di un Paese dagli antichi squilibri economici e sociali, fonte di grave malcontento, allora come oggi. Quanto alla testimonianza del "giovane sergente", enfatizzata da Mannucci, si tratta di fatti noti che hanno coinvolto alcuni vertici militari, quelli dei quali poc'anzi riconoscevo l'inadeguatezza e la scarsa dignità.
Salvatore Sfrecola
DATA: 17.09.2012
  
RAVENNA: DOMENICA 23 SETTEMBRE 2012 VISITA UFFICIALE DEI PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA

Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di SavoiaIn occasione della visita a Ravenna delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia, prevista per domenica 23 settembre, questa mattina si è tenuta una conferenza stampa nell’aula del Consiglio comunale della Residenza municipale durante la quale il vicesindaco di Ravenna, Giannantonio Mingozzi, ha ufficialmente presentato il programma della giornata. «Mi fa molto piacere che una delle tappe del Duca d’Aosta sia la visita al Museo del Risorgimento», ha dichiarato il vicesindaco. «Potremo mostrare i segni di quello che la Casa Reale fece a suo tempo: c’è anche una bandiera del 1850, dove c’è un simbolo legato all’impegno di Vittorio Emanuele II. Ad Amedeo d’Aosta va dato il merito di sostenere, anche con questi atti, le proprie idee». «Amedeo d’Aosta ha moltissimi incarichi dal punto di vista sociale. Una settimana dopo, nella stessa sede del Museo del Risorgimento, inaugureremo il restauro di tre quadri su Casa Savoia, Vittorio Emanuele II e Umberto I, per ricordare il loro impegno nella realizzazione dell’unità d’Italia. Riconosco in Amedeo d’Aosta l’unico Savoia degno di poter entrare nel Museo del Risorgimento».
Il programma della visita dei principi Amedeo e Silvia di Savoia Aosta prevede la mattina, alle ore 11.30, la partecipazione ad una messa, officiata nella Cattedrale di Ravenna, in suffragio dell’anima del Re Umberto II e della Regina Maria Josè di Savoia, scomparsi rispettivamente nel 1983 e nel 2001. Nel pomeriggio, alle ore 16 il Duca e la Duchessa d’Aosta si recheranno al Museo del Risorgimento, in via Baccarini 3.  Alle 18 il Principe Amedeo e la Principessa Silvia di Savoia assisteranno all’evento “Note Tricolori: concerto per l’Italia unita” presso la sala Arcangelo Corelli del Teatro Alighieri di Ravenna. «Parlando dell’evento che mi vedrà impegnato il 23 settembre, comincerei col presentare il cast: Gianluca Tassinari, primo oboe dell’Orchestra Cherubini, compagine di giovani musicisti tutti selezionati dal maestro Riccardo Muti; Roberta Montanari, artista versatile, corista nei tour di Cremonini, Lisa Hunt, Elisa, Enrico Brignano e nell’Orchestra Sinfonica di Sanremo; Federica Balucani, vincitrice del Tour Music Fest presieduto da Mogol, apparsa nei nostri teleschermi in collegamento con l’Angelus domenicale di Sua Santità Benedetto XVI», ha detto il pianista Marco Santià, che si esibirà domenica con i colleghi. «Il programma del concerto sarà un alternarsi d'emozioni, prodotte dalle voci o dagli strumenti. Sarà quindi il pubblico a decidere se cedere al ritmo seducente dell’ “Habanera” della Carmen, piuttosto che al timbro sopranile dell’oboe nei brani di Schumann o Saint – Saëns, oppure se scatenarsi allo sfrenato incedere di “Wuthering Heights” di Kate Bush». Concerto Ravenna
Il concerto è a favore del centro per la riabilitazione visiva dell’Associazione nazionale di El Salvador del Sovrano Militare Ordine di Malta (Ingresso euro 16.50, prevendita Teatro Alighieri  -www.teatroalighieri.org, tel. 0544/249244- , presso le filiali della Cassa di Risparmio di Ravenna e presso lo Iat di Ravenna oppure attraverso il circuito Vivaticket - www.vivaticket.it, tel. 899.666.805).
La sera, il Principe e la Principessa saranno  gli ospiti d’onore nel corso di una cena organizzata presso il  Circolo ravennate e dei forestieri. «Il circolo è nato un anno prima dell’unità d’Italia e in centocinquantuno anni non ha mai ospitato  un esponente della Casa Reale, pur essendo punto di riferimento non solo delle maggiori personalità ravennati ma anche di incontro di tutti coloro che venivano a Ravenna», ha affermato il presidente del sodalizio Beppe Rossi. «Ospiteremo nei locali importanti del circolo una cena risorgimentale, per ringraziare il Duca d’Aosta per la sua presenza».
Alla conferenza stampa, è intervenuto anche Simone Ortolani dell’associazione Byron, organizzatrice degli eventi legati alla presenza dei Principi a Ravenna.

DATA: 18.09.2012
 
LA SCOMPARSA DI ROBERTO BENVENUTI, STORICO COLLABORATORE DI FERT

Quando un amico scompare è sempre una tragedia, quando la scomparsa arriva improvvisamente e ad un’età non troppo avanzata al dolore si aggiunge lo sgomento. È appunto con sgomento che abbiamo appreso della prematura dipartita di Roberto Benvenuti, Coordinatore del Club Reale “Mafalda di Savoia” di Torrita di Siena. Roberto era un dirigente attivissimo della nostra Associazione, è stato il primo web master del nostro sito, che ha seguito sin dal 2000, ed ha avuto una primaria importanza per l’Agenzia di Stampa FERT di cui ha curato la stampa per molti anni. L’U.M.I. perde un valido collaboratore e un amico prezioso. Alla moglie Carla e ai figli giungano le più sentite condoglianze di Sergio Boschiero e di tutta l’Associazione. Riposi in pace.
DATA: 17.09.2012
  
ROMA, PRESENTATO IL LIBRO DI JUTI BOSSUTO SUL FORTE DI FENESTRELLE

Teodoro Monescalchi, Antonella Colonna e Ugo d'AtriIn occasione del 108° genetliaco del Re Umberto II, l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha organizzato una serata per ricordare il quarto Re d’Italia, nel corso della quale sono state presentate anche due recenti pubblicazioni. L’Evento si è tenuto presso il ristorante “Antica Biblioteca Valle”, nel cuore di Roma a due passi dal Senato. Il Presidente dell’Istituto Cap. Vascello Ugo d’Atri ha aperto la serata ricordando la figura del Re, soffermandosi sul suo amore per l’Italia e ripercorrendo le fasi salienti della sua vita: la severa educazione, la carriera militare, il Regno e il lungo periodo dell’esilio. Dopo il ricordo di Umberto II la giornalista Antonella Colonna Vilasi ha parlato del suo ultimo libro: “Un eroe italiano”, romanzo ispirato alla vita del monarchico genovese, Medaglia d’Oro al Valor Militare, Ammiraglio Marchese Luigi Durand de la Penne.
Juri Bossuto - Luca Costanzo: Le Catene dei SavoiaIl Dott. Teodoro Monescalchi, appassionato di storia e socio U.M.I., ha presentato in anteprima il libro di Juri Bossuto e Luca Costanzo “Le catene dei Savoia” di imminente uscita e di cui ci siamo più volte occupati. Monescalchi ha analizzato la leggenda del preteso “olocausto napoletano” che mai si verificò ma che predomina in una subdola diffusione sia su carta stampata che sul web. La prima parte del libro è una scientifica trattazione del sistema carcerario dal 1700 all’unità d’Italia, che mette in chiara evidenza il sistema detentivo, i crimini e le punizioni come venivano intese allora. Nella parte finale viene trattato nello specifico la questione del Forte di Fenestrelle, monumentale fortificazione sabauda indicata da una storiografia revisionista come un lager dei Savoia ai danni dello sconfitto esercito del Regno delle Due Sicilie. Gli autori sono andati alla ricerca dei documenti e hanno dimostrato che Fenestrelle non è stato un lager che vide la morte di migliaia di ragazzi napoletani, anzi, dai documenti sono risultati soltanto 40 i morti “borbonici”, perfettamente contestualizzabili con l’alto tasso di mortalità dell’epoca. Monescalchi ha concluso con una riflessione sull’origine di questo revisionismo anti italiano, identificandolo con una rinuncia all’amore patrio e ad una mancanza di orgoglio italiano impostoci politicamente anni addietro. L’intervento di Monescalchi ha offerto spunto al Comandante d’Atri per una riflessione sull’odierno fenomeno neo borbonico che tanto va di moda ma che basa la sua ottica di pensiero su un substrato culturale particolarmente arido e con un’evidente voglia di rivalsa nei confronti di similari movimenti anti italiani presenti al nord Italia.
La serata si è conclusa con un incontro conviviale. A rappresentare il Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero era presente l’Ispettore nazionale U.M.I. Davide Colombo.
Nella foto il tavolo degli oratori durante l'intervento di Teodoro Monescalchi.
DATA: 17.09.2012

NIENTE COLPI DI MANO SULLA SOVRANITA’ DEI CITTADINI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 16/09/12

Monti e Napolitano - foto da internetVarare una nuova legge elettorale politica senza riformare il Parlamento non serve affatto a ricucire Paese e ceto politico- parlamentare.  Sarebbe politicamente controproducente. Nel “Corriere della Sera” Michele Ainis propone la “soluzione disperata”: per costringere le Camere a deliberare, il governo Monti dovrebbe resuscitare per decreto la legge precedente. Peggio che disperata, la proposta di Ainis (declassata a  “provocazione istituzionale” dal “Corriere” stesso) fa a pugni con l’art. 72 della Costituzione, che impone la “procedura normale” per le leggi “in materia costituzionale ed elettorale”. Non solo. Anche in una democrazia smarrita nelle nebbie, quale è oggi l’Italia, i decreti legge vanno controfirmati dal presidente della repubblica, sul quale qualcuno propone dunque di addossare una responsabilità abnorme, ad appena sette mesi dalla fine del suo mandato. Caso mai fosse necessario, va ricordato che tutte le leggi elettorali d’Italia, dal 1848  in poi, sono sempre state decise dal Parlamento, attento alla maturità del Paese. Cent’anni orsono l’Italia di Vittorio Emanuele III e di Giovanni Giolitti conferì il diritto di voto ai maschi maggiorenni. L’elettorato balzò da 2.900.000 a 8.500.000 cittadini. Anche la riforma del 1923 (legge Acerbo), discussa e approvata dalla commissione presieduta da Giolitti, fu approvata dalla Camera eletta nel 1921. Quella del 1928 fu sottoposta al plebiscito del 1929. Una riforma elettorale per decreto legge sarebbe un colpo di mano o, per dirla tutta, un colpo di Stato, tanto più che il suo attore sarebbe un governo non nato dal voto.    Il Parlamento in carica dapprima è stato screditato da campagne di stampa contro la “casta”, poi è stato costretto a subire l’imposizione di voti di fiducia a getto continuo. Un consenso  estorto dura sino a quando cessa la paura o ne sorge una maggiore. La “soluzione disperata” di Ainis sarebbe vissuta quale ricatto, come ha bene colto l’on. Gianfranco Rotondi. Il punto politico è che un governo annunciato quale rimedio temporaneo per obiettivi circoscritti (massimo sei mesi, come la dittatura al tempo dei Romani) si protrae da nove e mostra di volersi trascinare per altri sei, senza che  venga risolto alcuno dei problemi nodali del sistema istituzionale italiano: non tanto le modalità delle votazioni (problema rilevante ma non vitale), né il numero dei parlamentari (se lavorassero al meglio andrebbe bene anche l’attuale), ma le funzioni delle Camere, la rispondenza tra la volontà espressa dagli  elettori e la formazione del governo, gli equilibri tra l’esecutivo e il capo dello Stato. Sono materie complesse, discusse in tempi tranquilli in Commissioni parlamentari dagli esiti inconcludenti. Col vento che oggi tira, mentre la politica interna e l’economica passano in secondo piano rispetto a quella estera e militare, l’ultima cosa da fare è scommettere su “soluzioni disperate”, potenzialmente esplosive. Forse certi  costituzionalisti dimenticano che per l’art. 1 della Carta “la sovranità spetta al popolo…”.  E se i cittadini decidessero di ricordarsene? In attesa che il voto di fine ottobre in Sicilia sblocchi lo stallo, l’importante è la certezza di tornare a votare, quanto meno alla scadenza naturale, nell’aprile 2013, sia pure con la legge vigente, che non è certo il meglio ma, dati storici alla mano, non è affatto mostruosa come invece viene dipinta. Basti ricordare che produsse prima il governo Prodi (2006) poi quello Berlusconi (2008): il cui tarlo non fu il bipolarismo ma la persistenza, all’interno delle rispettive maggioranze, di micropartiti, correnti e smodate e incontrollabili ambizioni individuali. Chiamati alle urne i cittadini decideranno. Nel frattempo si discuta semmai in tutte le sedi possibili, a cominciare dalle scuole, su quale legge oggi meglio convenga  all’Italia. Se poi i  cittadini vogliono altro, bisognerà pur  stare ad ascoltarli. O cento anni dopo il 1912 qualcuno mira ad aggirare la libertà di scelta dei cittadini? E’ quanto traspare anche dalle fumose  chiacchiere sul governo futuro  (“Monti-bis”, “agenda Monti” e loro varianti) prima ancora che le Camere vengano sciolte e che gli elettori siano chiamati a esercitare la sovranità, da troppi oggi spocchiosamente liquidata come “populismo”. Chi prenota il dopo-Monti con un Monti-bis o soluzioni analoghe forse involontariamente dice una cosa chiara: che questo governo ha esaurito la missione per cui venne varato dal Quirinale nel novembre 2011: doveva  essere non già  una “soluzione disperata” ma il rimedio estremo, amaro ma temporaneo come le medicine efficaci. L’eccesso di medicine, però, imposte a tempo indeterminato e a casaccio (come un decreto legge sulla riforma elettorale), portano diritti al collasso…
Aldo A. Mola
DATA: 17.09.2012

IL PRESUNTO LAGER DEI SAVOIA AL FORTE DI FENESTRELLE: UN LIBRO SVELA LA MENZOGNA

Juri Bossuto - Luca Costanzo: Le Catene dei SavoiaTra pochi giorni uscirà nelle librerie: “Le catene dei Savoia” editrice Il Punto, di Juri Bossuto e Luca Costanzo. Dopo un articolo pubblicato si Repubblica, in cui si sfatava il mito dei presunti morti borbonici nel Forte di Fenestrelle, gli Autori riaffrontano con ampiezza e professionalità il tema.
Torino, una mattina domenicale del 1814: Giulia di Barolo udiva le imprecazioni provenienti dalla carceri Senatoriali  e vi entrava per osservare le pietose condizioni di vita in cui scontavano le loro pene i carcerati. La vista delle donne e degli uomini custoditi nella prigione le cambierà la vita per sempre, consegnandola a “quell’oscuro mondo” per portarvi un po’ di luce.
Nello stesso anno in cui la Marchesa di Barolo prendeva coscienza del mondo carcerario, a Fenestrelle i piemontesi riprendevano invece il possesso del forte. Da quell’anno la più grande fortezza d’Europa diventava il luogo carcerario, un bagno penale, in cui rinchiudere forzati, discoli, prigionieri politici e giovani da correggere su invio parentale. Agli inizi degli anni ’50 dell’Ottocento, diventarono protagonisti tra quelle mura i Cacciatori Franchi, corpo disciplinare, ed i prigionieri delle varie guerre risorgimentali (papalini, borbonici, austriaci e garibaldini).
“Le catene dei Savoia” si pone lo scopo di aprire una seconda finestra su quella variegata società sette-ottocentesca, e sull’apparato di controllo costruito nei decenni in cui si affacciava l’industria nel Regno Sardo. Anni di disagio per tutti i non abbienti (come ben narrato ne I Miserabili di Hugo) che si riversavano, dalle campagne del circondario, in Torino facendone dei suoi portici i loro giacigli. Immigrati che giungevano in città da territori che oggi definiremmo della provincia, uomini e donne che ci riportano alla nostra quotidianità fatta di lavavetri ai semafori e poveri dal colore della pelle diverso. “Le catene dei Savoia” permette di confrontare nomi, vicende, luoghi e date. Scrutare tra direttori carcerari e comandanti di fortezze aventi a cuore le sorti dei loro detenuti, seppur nei panni di rigidi carcerieri (personaggi quali Caorsi, Suor Eufrosina, ) e le scelte della classe dirigente monarchica pedemontana, sempre a metà strada tra il futuro ed il passato più remoto. La lunga ricerca d’archivio da cui è nato il libro consegna una possibilità per ricostruire alcune pagine di Storia prendendo le distanze da facili strumentalizzazioni, quali le recenti scaturite da non celate voglie secessionistiche al Nord come al Sud che puntano il dito su immaginari e mai provati genocidi avvenuti a Fenestrelle, ed avvicinandosi alla comprensione dei motivi per cui gli atteggiamenti delle Istituzioni verso quel mondo degli esclusi sembrano mai cambiare davvero nel corso dei secoli.
Juri Bossuto - Luca Costanzo: Le Catene dei Savoia
Editrice Il Punto pagg. 440 - Euro 15,00 ISBN 9788888552880
www.piemonteinbancarella.it
DATA: 13.09.2012
 
ANZICHE' LE PROVINCE ABOLIAMO LE REGIONI: L'OPINIONE DEL SEN. FLUTTERO

di Andrea Fluttero da "Il Secolo d'Italia" del 25 luglio 2012

Consapevole di sostenere posizioni che non godono di grande popolarità in questo periodo, ho però piacere di inviarvi alcune mie piccole considerazioni sul tema dell’eliminazione delle Province. Dal 1985 al 2011 sono stato consigliere comunale e assessore in un piccolo Comune, poi consigliere provinciale, e poi ancora sindaco e consigliere comunale in un Comune di medie dimensioni, vivendo quindi dall’interno il sistema degli enti locali. Semplificando possiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a cinque livelli di governo: l’Europa, lo Stato nazionale, le Regioni, le Province e i Comuni. Tre di questi livelli legiferano, Europa, Stato e Regioni, due amministrano, Province e Comuni. Partendo dal basso mi pare evidente che, escludendo le grandi città metropolitane, gli oltre 8mila Comuni italiani hanno bisogno di un livello sovracomunale nel quale gestire i servizi di area vasta e trovare economie di scala non raggiungibili a livello comunale. Tale livello è naturalmente e storicamente la Provincia, che potrebbe efficacemente diventare un organo di secondo livello, composto dai sindaci dei Comuni che vi apportano i servizi da far gestire. Con tale configurazione dovrebbero essere eliminate tutte le altre forme intermedie di gestione sovracomunale come Ato, Consorzi e Società varie. Le Province così definite non avrebbero la necessità di essere accorpate forzosamente e in modo innaturale, ma seguirebbero la naturale e storica propensione di un territorio di avere come riferimento la città più grande, che, spesso fin dal medioevo, ne rappresenta il capoluogo e ne definisce l’identità culturale e socio-economica.
Partendo dall’alto, invece, lo sviluppo e la concretizzazione del progetto europeo ha reso gli Stati nazionali sempre più “regioni d’Europa” che hanno, e dovrebbero sempre più avere, nella dimensione e nell’omogeneità culturale, linguistica ed economica gli elementi di forza per rappresentare in ambito europeo gli interessi dei propri cittadini. Dopo aver partecipato in fase ascendente alla definizione delle Direttive europee, il Parlamento nazionale si incarica di introdurne i principi nella legislazione. Due livelli che amministrano il territorio, Comune e Provincia, due livelli che legiferano, Europa e Stato nazionale. A me pare, a questo punto, che il livello ridondante sia quello regionale, con 20 Regioni, per altro di dimensioni molto diverse tra loro, che legiferano su svariate materie, creando confusione normativa per chi vuole investire in Italia. Le Regioni sono storicamente poco definite, perché nate per scelta politico-amministrativa negli anni Settanta, e spesso disomogenee da un punto di vista sociale, culturale ed economico. Mi chiedo, per esempio, cosa leghi sotto questi aspetti Cuneo con Novara, Varese con Piacenza o Foggia con Taranto. Inoltre, la vicenda dei trasferimenti di competenze dallo Stato alle Regioni dimostra la scarsa utilità di questi enti. Infatti ogniqualvolta lo Stato ha trasferito competenze, come nel caso delle strade ex Anas o degli Uffici di collocamento, le Regioni hanno rapidamente trasferito queste competenze alle Province. Ancora più incomprensibile la gestione della sanità, che assorbe circa l’80% dei bilanci delle Regioni e che dovrebbe essere uno di quei servizi rispetto ai quali si deve garantire ai cittadini il massimo della omogeneità su tutto il territorio nazionale, anziché modelli qualitativamente diversi per ogni Regione. Le Regioni che “giocano” a fare gli Stati, con presidenti che si credono “governatori” e aprono sedi di rappresentanza all’estero e a Roma, che legiferano in modo caotico e con frequenti conflitti di competenza con lo Stato, che sfondano regolarmente i budget di spesa sanitaria e che si indebitano con mutui per pagare la spesa corrente sono, come dimostra la recente cronaca e come dimostrano i preoccupanti dati di bilancio di molte di esse, non solo al Sud, il vero e grande problema da affrontare. In un’epoca caratterizzata da internet e video conferenze, da facilità di collegamenti aerei e ferroviari, il dialogo tra Europa e Stato, che legiferano, e Comuni e Province, che amministrano il territorio, può essere risolto settore per settore con meccanismi di confronto tra i ministeri dello Stato centrale e coordinamenti di Province che di volta in volta si formano in funzione della materia e non dei confini amministrativi. Capisco che dopo mesi di campagne mediatiche per l’eliminazione delle Provincie possa sembrare strano proporre di eliminare le Regioni, ma eliminando le Province a me parrebbe ancora più strano e discutibile il modello organizzativo nel quale ci verremmo a trovare, con tre che legiferano, Europa, Stato e Regione, e uno solo che amministra, il Comune. Sarà magari perché mi ricorda quelle vecchie barzellette nelle quali in tre dirigono e uno lavora...
Andrea Fluttero
DATA: 11.09.2012
 
PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO AL MARCHESE ALFREDO LUCIFERO

Alfredo Lucifero - AutoritrattoIl poeta e scultore Alfredo Lucifero, nipote prediletto del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, ha conseguito un importante riconoscimento per il suo alto valore artistico: il premio internazionale di poesia Città di Massa. Il riconoscimento viene dato annualmente dall’Associazione Culturale San Domenichino e trae le sue origini nel lontano 1914 quando, in località “Poveromo” di Marina di Massa, un movimento di popolo scendeva ogni anno dal paese di Turano, sobborgo di Massa, per celebrare “S. Domenichino” che per i Turanesi era la prosecuzione, il giorno successivo, della festa del Patrono S. Domenico, ricorrente la prima domenica d’agosto. Lo scorso 26 agosto Alfredo Lucifero ha ricevuto il premio, accompagnato da una medaglia conferitagli dal prefetto di Massa. Al noto artista, da sempre vicino all’U.M.I., i più sentiti complimenti!
Nell'immagine un autoritratto bronzeo eseguito da Lucifero.
DATA: 10.09.2012
  
UN SOGNO PER L’ ITALIA

Che la vecchiaia non sia solo un fatto anagrafico è risaputo, si diventa vecchi soprattutto quando si smette di sognare, di immaginare, di progettare; lo aveva capito bene Vittorio Emanuele II di Savoia che ebbe un grande sogno: unificare l’Italia sotto la Monarchia Sabauda. Essa era come una bella e giovane donna, un sogno, la si voleva,… la si fece; i successivi Re Umberto I e Vittorio Emanuele III solidificarono il giovane Regno fino all’avvento del fascismo e della seconda guerra mondiale, tragedia immane voluta da una classe politica incapace di vederci chiaro che si liberò troppo presto dell’unico statista presente nel panorama politico di allora, Giovanni Giolitti. Che cosa sia rimasto oggi di quell’epopea risorgimentale e di quel sogno realizzato è difficile dirlo, la propaganda repubblicana ha preferito addossare alla Monarchia colpe che non ebbe. Il nuovo corso repubblicano con il passare degli anni ha saputo far dimenticare i meriti dell’età monarchica. Erano gli anni ’60, quelli del boom economico, la gente era spensierata e arrivarono le prime televisioni, le prime automobili alla portata di tutti. Vi era voglia di voltar pagina, di divertirsi di non pensare più al passato; le aziende ricominciarono a produrre a pompare prodotti ma questo non fu merito della nuova forma di stato repubblicana, fu ed è solo legge dei cicli economici! (dopo ogni guerra c’è sempre un periodo di prosperità). Dagli anni ’70 in poi l’inizio del declino, non si sogna più, sono gli anni del terrorismo, delle brigate rosse e nere e della crisi petrolifera, si perde la bussola, non si sa dove andare. Inizia la partitocrazia che sfocerà in tangentopoli nel ’92 e poi più nulla non un progetto non un sogno da realizzare, le leggi della corruzione vogliono che rimanga tutto fermo, il debito pubblico schizza alle stelle, la disoccupazione pure, le aziende chiudono i battenti, le migliori se le comprano i nostri competitor. Il fallimento della democrazia repubblicana è ormai sotto gli occhi di tutti, dobbiamo ritornare a quel sogno originario, rifare l’Italia, che solo un Re liberatore potrà realizzare grazie alla sua forza di persuasione che solo lui può inculcare nelle menti del popolo italiano. Né tecnici né Presidenti della Repubblica, vogliamo un Re vicino al popolo che ci guidi verso nuovi orizzonti e che ci indichi la vera strada da seguire che non potrà essere che il bene dell’Italia.
Roberto Carotti coordinatore U.M.I. Ancona
DATA: 06.09.2012
  
GRAZIE RADETZKY? SÌ, CI “COSTRINSE”A ESSERE ITALIANI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 9/9/12

RadetzkyVa di moda il sadomaso pseudostoriografico con farfallina toponomastica  A Milano, sempre all’avanguardia (?),  un comitato spontaneo  propone  di intitolare una strada a Radetzky, governatore militare del Lombardo-Veneto dal 1831 e anche civile dal 1849 al 1857. In effetti val la pena di ripetere “…via Radetzky!” per onorare i milanesi che nel marzo 1848 lo cacciarono e i paesi annientati con ferocia dai suoi soldati (boemi, croati, ungheresi e “tedeschi”) nella ritirata verso Verona e nella guerra contro il Regno di Sardegna. Ne scrisse Vittorio Emanuele di Savoia alla moglie, Maria Adelaide d’Asburgo: “Quanto era stato detto dell’armata croata (cioè degli Austriaci NdA) è nulla al confronto della verità. Ciò che hanno fatto grida talmente vendetta soprattutto sulle donne e sui bambini che sono sicuro che li si ammazzerà tutti. Essi infilzano  tutti (i) piccoli sulle loro baionette e aprivano il ventre delle donne mettendoci dentro due o tre cartucce, nel (…) e gli davano fuoco e poiché erano riverse esplodevano come una mina…Uccidono tutte le donne e massacrano i bambini che impalano e danno fuoco a tutti i paesi…”. Nessuno contesta i meriti degl’imperatori settecenteschi, Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II d’Asburgo (per esempio la  tolleranza dei culti, israeliti inclusi), ma dopo la Restaurazione del 1814-15 l’Austria lottò contro i diritti dell’uomo e del cittadino e oppresse le nazioni, in specie quella italiana, risvegliata nell’età franco-napoleonica e avviata a conquistarsi indipendenza, unità e libertà. Johann Joseph Franz conte di Radetz, brevius Radetzky (Castello di Trebnice, 1866-Milano, 1858), si formò nelle guerre contro i turchi e la Francia di Napoleone. Fu un militare tutto di un pezzo, ma niente più. Quali i suoi meriti? Sposata Franziska Strassoldo, sorella del governatore  di Milano (ne ebbe otto figli, mentre quattro gliene dette l’amante, la popolana Giuditta Meregalli), Radetzky perseguitò spietatamente i liberali italiani. Nel gennaio1848 represse lo sciopero dei milanesi contro il fumo con metodi polizieschi (sei morti e decine di feriti). Quando Vienna si sollevò, anche  i milanesi e i  veneziani scattarono. Con le Cinque Giornate e a prezzo di centinaia di caduti di tutte le classi, Milano lo costrinse a ripiegare nel Quadrilatero. Lungo la fuga lasciò alle spalle una orribile scia di sangue. Fu la rivelazione: era l’occupante delle terre più popolose e ricche dell’impero. Era lì per sfruttarle. Nel 1849 Radetzky sconfisse a Novara Carlo Alberto di Sardegna e impose durissime condizioni armistiziali al ventinovenne Vittorio Emanuele II. Chiusa nella tenaglia dei reparti di Nugent, Haynau e Appel, Brescia, “leonessa d’Italia”, dopo la resa fu saccheggiata. Haynau le impose una taglia pesantissima e, violando i patti, ne fece fucilare i principali patrioti, incluso l’abate Andrea Gabetti. I sacerdoti liberali, incantati da Pio IX, furono il bersaglio preferito della repressione austriaca in Italia. Il crollo della Repubblica romana  del 1849 finì con la fucilazione del barnabita garibaldino Ugo Bassi, previa sconsacrazione. Lo evocò Giosue Carducci: “Quando porge la man Cesare a Piero,/ da quella stretta sangue umano stilla:/quando il bacio si dan Chiesa ed Impero,/un astro di martirio in ciel sfavilla”.   Alla resa di Venezia nel Lombardo-Veneto seguirono  punizioni “esemplari”: la pubblica bastonatura di “ribelli” (ragazze comprese), un migliaio di supplizi, l’impiccagione di don Giovanni Grioli, l’arresto, la tortura e la  condanna alla forca dei mazziniani don Enrico Napoleone Tazzoli, Carlo Poma e degli altri Martiri di Belfiore: un orrore voluto personalmente da Radetzky, insignito del Toson d’Oro, massima onorificenza dell’ex Sacro Romano Impero. Tutto questo richiede appunto memoria. Da Radetzky gli italiani capirono che per salire da “volgo disperso che nome non ha” a nazione dovevano cospirare, armarsi e combattere. Impararono che per raggiungere indipendenza e unità dovevano darsi uno Stato incarnato nell’unica Casa Reale, i Savoia, pronta a impugnare le armi, ad alzare il tricolore nazionale, a chiamare i cittadini a raccolta al di là delle divisioni in partiti. Giuseppe Garibaldi mise la sua spada a servizio della monarchia e il programma della Società Nazionale, “Italia e Vittorio Emanuele”. Però a militari cocciuti come Radetzky e a sovrani ottusi come Francesco Giuseppe d’Asburgo, che rifiutò le più elementari richieste dei “sudditi” italofoni  mentre vezzeggiava ungheresi, boemi e croati, gli italiani purtroppo debbono anche altro: la degenerazione dell’irredentismo in nazionalismo. La proposta (tra nostalgica e stolida) di intitolare una via a Radetzky incita ad approfondire le radici dell’unificazione italiana, anche in vista del centenario della Grande Guerra e dell’intervento dell’Italia (1914-15): un appuntamento imminente che forse coglierà impreparati per un bilancio sereno. 

Aldo A. Mola
DATA: 08.09.2012
 
NELLE LIBRERIE L'ULTIMO LIBRO DI DOMENICO FISICHELLA

Domenico Fisichella - Dal Risorgimento al Fascismo (1861-1922)È uscito oggi, giovedì 6 settembre 2012, l’ultimo libro del Senatore Domenico Fisichella, storico, politico e scrittore, già autore tra l’altro di “Elogio della Monarchia” e “Il Miracolo del Risorgimento”. In questo nuovo libro Fisichella ripercorre le vicende dell’Italia unita dalla nascita e lungo un sessantennio che, pur tra crisi significative, conducono il giovane Stato nazionale a divenire una potenza continentale: questo è il senso del presente volume. In tale quadro, demografia, economia, partecipazione popolare, cultura, politica coloniale, alleanze internazionali, partiti e movimenti, fino alla prova decisiva della Grande Guerra, sono altrettanti tasselli di un processo storico ricostruito in una prospettiva sempre attenta alla comparazione con la realtà europea. I primi passi, le difficoltà, infine il successo del fascismo, il suo confronto con socialisti, liberali, popolari, nazionalisti, comunisti, monarchia, costituiscono i momenti di un percorso il cui svolgimento fa emergere le condizioni, le circostanze e le responsabilità che consentono a Benito Mussolini di conquistare la guida del governo.
Domenico Fisichella
Dal Risorgimento al Fascismo (1861-1922)
Carocci Editore, Sfere (2012)
Pagine 336 - Prezzo€ 22,00
ISBN: 9788843065738
DATA: 06.09.2012
  
LA CALUNNIOSA TESI CONTRO UMBERTO II

Lo scrittore Paolo Tritto ha contestato, con una convincente confutazione, l’ennesima tesi sulla presunta inclinazione sessuale di Umberto II. Tritto non fa parte del mondo monarchico e come storico gode di un’indiscussa autorevolezza e credibilità. Questo il pezzo dello scrittore lucano:

Dictionnaire des Chefs d’Etat homosexuels ou bisexuelsIl “Dictionnaire des Chefs d’Etat homosexuels ou bisexuels”, dizionario dei Capi di Stato Omosessuali o Bisessuali, nel prossimo aggiornamento inserirà Umberto II, ultimo re d’Italia, tra i sovrani gay. Non so perché facciano questa specie di enciclopedia; ma sappiamo quanto grande sia oggi l’esigenza di un’offerta editoriale variegata. Ad ogni modo, la cosa ha provocato la reazione indignata del nipote del re, Emanuele Filiberto. L’indignazione non riguarda la realtà omosessuale, ma il particolare che sia presentato come un fatto storico ciò che invece non ha alcun fondamento.
Si potrebbe risolvere la questione con una battutaccia, dicendo che la smentita dell’omosessualità di Umberto di Savoia potrebbe essere lo stesso Emanuele Filiberto. Ma temo che non serva, anche perché vedo che i redattori dell’enciclopedia, prudentemente, hanno inserito la categoria della “bisessualità”, messa lì proprio per salvare capra e cavoli. La questione dell’omosessualità di Umberto di Savoia è una storia vecchia, che però ha un’origine ben precisa. Uno dei più grandi desideri di Benito Mussolini era quello di togliere di mezzo la monarchia e in effetti fu la prima cosa di cui si sbarazzò all’indomani dell’8 settembre. Se per vent’anni il Duce tollerò la sovranità di Vittorio Emanuele III era perché si rendeva conto che difficilmente avrebbe potuto trovare un altro capo di stato più basso di lui. Ma allo “short man” Vittorio Emanuele sarebbe succeduto lo slanciato Umberto. E questo evidentemente era un problema per Mussolini che diede incarico ai servizi segreti dell’OVRA di raccogliere un dossier su una presunta inclinazione gay dell’erede al trono. Sarebbero queste le “prove storiche” cui fanno riferimento i sostenitori dell’omosessualità di Umberto. Ma quale studioso serio farebbe passare per prove storiche i dossier dei servizi segreti fascisti? Bisogna aggiungere che a questo proposito se ne sono dette veramente di cotte e di crude. Perfino Luigi Pirandello, forse per compiacere Mussolini di cui diceva di voler essere «umile e obbediente gregario», ironizzò poco elegantemente su una presunta incapacità sessuale di Umberto e, per esempio, confidò ad Alberto Moravia la sua convinzione che la consorte Maria Josè avesse fatto ricorso alla fecondazione assistita, non si sa fino a che punto praticabile all’epoca.
La “leggenda gay” di Umberto fu alimentata anche dal fatto che l’esponente di Casa Savoia, al contrario del comune maschio fascista, ben poco si curava di sottolineare la propria virilità. Anzi, non raramente si “lasciava andare” a manifestazioni di compassione, non raramente lasciava trasparire sentimenti di umana pietà. Era uno stile di vita, era un modo di porsi evidentemente molto distante da quello dell’energumeno del littorio. Quando nel giugno del 1944 fu nominato, da Vittorio Emanuele III, Luogotenente del Regno, assumendo di fatto i poteri del re, Umberto destinò il 90% dell’appannaggio a lui riservato in opere di beneficienza e adibì la sua residenza del Quirinale a centro di accoglienza per quanti erano privi di mezzi a causa della guerra. Il palazzo si popolò di orfani, poveri, senzatetto, malati; soprattutto di bambini mutilati di guerra. Il Luogotenente non tralasciò un solo giorno di andare a visitare i suoi sfortunati ospiti. Perfino nei momenti decisivi per le sorti della monarchia, quando tanti gli consigliavano di dedicarsi piuttosto alla campagna per il referendum istituzionale per scongiurare lo spettro dell’esilio, egli antepose l’impegno caritativo a quello politico. Non so se la cosa interesserà il Dizionario dei Capi di Stato Omosessuali o Bisessuali, ma non bisognerebbe dimenticare il significato dell’esempio di Umberto di Savoia, ultimo re d’Italia, se persino un avversario come il repubblicano Ferruccio Parri confessò: «In coscienza, devo riconoscere che sarebbe il migliore dei re».
Paolo Tritto
DATA: 05.09.2012
  
L’ANNO CHE VERRÀ

La Borsa di MilanoI fantasmi del fallimento sembrano dissolversi nel cielo d’Italia. Dando un rapido sguardo alla mole di dati e statistiche pubblicati emergono tre punti importanti e confortanti: i) le risorse ci sono; dai 250 mld di debito in scadenza nel 2012, rimangono da rifinanziare solo 174 mld, ovvero il 38% del totale. ii) Le emissioni nette, escluso il rifinanziamento del debito in scadenza dovrebbero essere circa 48 mld, contro un’attesa di deficit di 27.7 mld, sbagliata, a mio giudizio, di una decina di miliardi, ma ampliamente nel limite dei 48 mld detti prima. iii) la proprietà estera dei titoli del debito pubblico italiano è scesa a circa il 40%, anzi, al netto del detenuto dalla BCE, la percentuale è ancora più bassa; gli italiani, i risparmiatori, sono saliti al 30%, sono i più attivi finanziatori del proprio paese, e questo è sicuramente un bene, è un indice di’autonomia del paese stesso. Il 2013 si appresta dunque ad essere più leggero, la quota di debito a medio lungo termine in scadenza è materialmente più bassa, e chissà che questo possa dare alle banche la possibilità di usare liquidità per finanziare il sistema produttivo e non solo per far fronte alle necessità di rifinanziamento dei propri patrimoni e del debito pubblico. Allora dice bene Monti che intravede la luce in fondo al tunnel? No, nessuna luce all’orizzonte, perché la sfida più impegnativa per l’Italia non era questa, sarà quella dei prossimi anni, in cui il paese deve trovare la giusta rotta verso la crescita e la sostenibilità degli equilibri virtuosi tra gli elementi della domanda e quelli dell’offerta. Sapete qual è il dato più inquietante in cui mi sono imbattuto? Quello relativo al costo medio per unità di lavoro nel decennio 2001/2011. Siamo al 39.6% del fatturato unitario medio; in Spagna è il 30.4%, in Francia il 26.6%, in Germania il 5.3%. Questi dati ci dicono che se un’azienda italiana riuscisse a trovare la forza per far ripartire in maniera materiale il proprio fatturato, non riuscirebbe comunque ad essere competitiva nel breve. Da qui una serie di problematiche che ogni giorno sentiamo commentare da più o meno eloquenti esperti. Si dice che i salari italiani siano fermi ormai da troppo tempo; ma come è possibile aumentare ancora il costo del lavoro senza di fatto uccidere la competitività delle nostre aziende? Il tema è dunque complesso, e non v’è tempo né spazio per le faziosità. La lotta di classe è sospesa. C’è solo la lotta per l’Italia, e gli italiani, siano essi imprenditori, insegnanti o esperti operai di filanda debbono essere uniti per l’Italia; pronti alla rinuncia, senza eccezioni e distinzioni. Purtroppo, questi giorni ricchi di nauseabonde polemiche già sentite, di interventi sterili e di ostruzionismi senza prospettiva, infondono nuova rabbia e nuovo odio tra cittadini di pensare o di vivere diverso; esse sono la triste conferma che i sogni di compattezza sociale rimarranno tali ed il paese è sempre più infestato dal morbo del Rizoma. Niente paura, non si tratta di un morbo mortale; il Rizoma è una pianta infestante che cresce nei fossi, così arrovellata che quando la si prende in mano non ci si rende conto dov’è la radice e dov’è l’apice, tutto si confonde, non ci sono differenze, si perdono le gerarchie. E’ così è l’Italia della confusione odierna, l’Italia che rinnega spergiurando la memoria dei propri padri e ne costruisce di nuovi; ma i padri no si scelgono, non si cambiano. Il padre è la storia: elimini il padre, elimini la storia, con la conseguenza della perdita delle radici individuali, del senso di appartenenza soggettivo alla comunità, dello spirito di sacrificio per il bene comune. Come di fronte a ragazzini disorientati non basta un ordine, un comando, ma è necessario riportare in essi la serenità di chi riconoscendo la propria guida vede nell’ordine e nel comando non l’imposizione ma una regola che rassicura e semplifica il loro vivere, così gli italiani hanno bisogno di ritrovare nelle loro radici la serenità del fidarsi di chi li guida; specie in questo tempo di profonda corsa alla delegittimazione collettiva. Amici, un po’ impauriti e un po’ divertiti mi chiedono spesso: ma cos’è questa monarchia di cui parli? Come puoi di fronte a quanto avviene oggi nel mondo parlare di monarchia, di medioevo? La Monarchia non è medioevo, non è un anacronistico e nostalgico pensare ma è proprio l’elemento collante e garante di cui oggi avrebbe bisogno l’Italia. La Monarchia è la memoria e l’insegnamento dei padri. E’ quel fulcro inamovibile che garantisce il corretto bilanciamento delle parti. La Monarchia è il sole attorno al quale ruotano le stagioni della politica e che dà continuità nei secoli all’indipendenza, alla giustizia, all’identità ed alla dignità di un popolo. Non è dunque anacronistico parlarne, perché il nostro paese ha bisogno di riforme urgenti, riforme pesanti che scontenteranno molti e non possono essere fatte se il popolo Italiano non avrà di fronte a se la garanzia di un progetto che vada oltre le stagioni dei partiti, un progetto che se pur richieda sacrificio, lo renda fiero di parteciparvi. Gli Italiani vogliono essere liberati dal sospetto che qualcuno stia approfittando di loro, rassicurati dalla presenza del padre e orgogliosi delle proprie radici. Il peggio è passato, ma il difficile sta per arrivare. Incominciamo dalle cose semplici: restiamo uniti per la Patria e per il Re.
Fabio Fazzari - U.M.I. Monza
DATA: 05.09.2012

IL RUOLO DEI MONARCHICI NELLA RICOSTRUZIONE DELL’ITALIA 1946-1961
(Dedicato ai  nati  dopo  il  1961 )


Domenico GiglioLa storia della repubblica italiana, almeno per i suoi primi anni, è una strana storia sulla quale vale  la  pena di soffermarsi.La repubblica voluta e votata da una maggioranza “ ufficiale “ di 12.717.923 elettori vedeva in questo numero complessivo una presenza dei partiti  comunista e socialista con voti 10.087.471, degli altri partiti decisamente repubblicani, a cominciare proprio dal P.R.I., e cioè Partito d’Azione, Concentrazione Democratica  Repubblicana, con voti 1.430.748, per un totale di 11.518.219, per cui rimaneva ai democristiani repubblicani ed qualche  liberale  e  qualunquista  egualmente  repubblicani  il  residuo di  1.199.704  voti .Appare  evidente  che  in  pratica  la   repubblica  aveva  ricevuto  poco  più  di  2.600.000   voti  da  elettori  non  social comunisti ,tanto  da  far  pensare ,  e  questo  può  essere  accaduto  nel  mezzogiorno  d’ Italia, a  svariati  voti  dati  da  questi  elettori  alla  Monarchia,essendo  eccessivamente  ridotto  il  numero  di  votanti  democristiani  per  la  repubblica ,solo  se  si  considerino  gli  iscritti  alla  DC ,che  nel  congresso  nazionale  prima  del  referendum  avevano  espresso  la  loro  scelta  per  la  forma  repubblicana .Senza  dubbio  quanto  sopra  espresso  a  grandi  linee  potrebbe  essere  verificato  circoscrizione  per  circoscrizione  confrontando  i  dati  del  referendum  con  quelli  della  Costituente, ma  l’interesse  è  nel  quadro  complessivo e  nelle  sue  conseguenze  politiche. Dal  momento  che  i  due  partiti  di  sinistra  PSIUP  e  PCI  furono  estromessi  dal  Governo  nel  1947  per  non  più  rientrarvi  nel  quindicennio  preso  in  esame ,la  ricostruzione  dell’ Italia  ,l’ adesione  alla  Nato, l’ ingresso  all’ ONU, l’ ottenere  di  essere  sede  delle  Olimpiadi  Invernali  nel  1956  a  Cortina  d’ Ampezzo  e  nel  1960  di   ospitare  a  Roma  la  XVII  Olimpiade, quando  invece  oggi  ci  si  ritrae  anche  dal  presentare  la candidatura  per  il  2020, la  restituzione  di  Trieste  all’ Amministrazione  italiana,il  miracolo  economico  e  la  grande  manifestazione  di  “ Italia  ’61 “, a  Torino ,di  cui  ricordiamo  il  grandioso  padiglione  conclusivo  con  le  enormi  bandiere  tricolori  con  lo  stemma  sabaudo , il  merito  a  chi  va  attribuito?  Solamente  a  De  Gasperi ,di  cui  in  questo  periodo  si  fa  un  gran  parlare  per  spartirsene  l’eredità, o  anche  al  lavoro  di  milioni  di  “ formichine “ ,che  nel  1946  avevano  votato  per  il  mantenimento  dell’ ‘ istituto  monarchico  e  che  ora  ,assicuravano  in  tutti  gli  organi  dello  Stato ,nelle  altre  amministrazioni  periferiche ,nelle  istituzioni ,nelle  Università  ,la  continuità  delle  stesse   con  alto  senso  di  responsabilità ,di  cui  si  sono  perse  successivamente  le   tracce ,anche  se  già  allora  vi  furono  diversi  scandali  attribuibili  però  alla  nuova  classe  politica. Oltre  alle  “ formichine “,compresi  quei  militari  che ,malgrado  il  Re ,nel  Suo  messaggio  all’atto  della  partenza  per  l’ esilio ,avesse  sciolto  dal  giuramento  di  fedeltà  alla  Sua  Persona, ma  non  quello  alla  Patria ,si  erano  egualmente  dimessi  in   segno  di  rivolta  morale  per  le  vicende  del  referendum , iniziando  una  faticosa  vita  ed  un  non  facile  reinserimento  nella  vita  civile , vi  furono  figure  di  spicco , di  convinzioni  monarchiche ,che  contribuirono   in  maniera  determinante  alla  rinascita , “ in  primis “  Luigi  Einaudi  per  la  parte economica  e  finanziaria  e  successivamente  Giuseppe  Pella  sempre  in  questo  fondamentale  settore ,Raffaele   Cadorna  ed  Efisio  Marras  per  le  Forze  Armate , Giuseppe  Pagano  e  Massimo  Pilotti  per  la  Magistratura , Luca  Pietromarchi ,  Amedeo  Guillet  ed  Edgardo  Sogno  per  la  diplomazia ,Ettore  Paratore, Luigi  Origone ,Orazio  Condorelli  e  Giuseppe  Menotti  De  Francesco  per  le  Università, elenco  indicativo ,ma  non  certo  esaustivo . Questi  sono  uomini  e  fatti  sui  quali  meditare  e  da  far  conoscere  alle  generazioni  più  giovani, unitamente  per  la  parte  più  propriamente  politica ,all'atteggiamento  ed  all'azione  responsabile  dei  monarchici  di  “ Stella  e  Corona “  in  Parlamento ,specie  in  momenti  critici  e  determinanti  dal  governo  De Gasperi  senza  i  social comunisti , alla  adesione  al  Patto  Atlantico  ed  ai  primi  passi  della  comunità  europea ,coerenti  e  fedeli  alle  parole  del  RE :  “…rivolgo  l’esortazione  a  voler  evitare  l’ acuirsi  dei  dissensi  che  minaccerebbero  l’ unità  del  paese… “ e  confrontarlo  con  quello  dei  repubblicani  nei  primi  decenni  successivi  alla  proclamazione  del   Regno  d  ‘ Italia . Il  confronto  nei  termini  di  un  atteggiamento,sia  pure  a  volte  duramente  critico  nei  confronti  delle  istituzioni  repubblicane, ma  mai  fautore  del  “ tanto  peggio , tanto  meglio “  è  favorevole  ai  monarchici  in  maniera  netta  rispetto ai  repubblicani ,solo  si  pensi  ai  moti  di  Palermo  del 1866  dove  i  repubblicani ,per  avversione  alla  monarchia ,non  esitarono  ad  unirsi  nella  protesta  ai  borbonici , al  caporale  Barsanti ,ed  alle  tante  altre  manifestazioni ,tra  le  quali  ricordiamo  il  tumulto  all’ Università  di  Bologna ,contro  Carducci   “traditore “,perché  nel  1891 ,cioè   a  trent’anni  dalla  proclamazione  del  Regno,  aveva  “ osato “  tenere  a  battesimo  con  un  suo  discorso  il  gagliardetto  del  Gruppo  studentesco  Savoia,al  che  il  Carducci ,al  quale  non  mancava  certo  la  vena  polemica  seppe  dare  una  risposta  adeguata ,dando  una  lezione  di  patriottismo  ai  repubblicani , il  cui  dovere  era  di  rispettare  la  volontà  popolare  che  aveva  accettato  la  monarchia  dei  Savoia  e  di  non  dire  mai  “…perisca  la  Patria  purché  trionfi  la  parte…"   E  questo  mentre  da  parte  della  Monarchia  non  vi  era  preclusione  alcuna  nei  confronti  di  repubblicani  che  lealmente  servissero  lo  Stato ,come  non  lo  era  stato  per  chi  aveva  servito  fedelmente  negli  Stati  preunitari ,accettando  poi  il  grande  fatto  dell'Unità.
Domenico  Giglio
DATA: 05.09.2012

IL CASO DEL “FILOSOFICO” DI NAPOLI CREPUSCOLO DELL’UNITA’ D’ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26.08.12
 
Manifestazione UMI all'Istituto Italiano per gli Studi FilosoficiGran parte della biblioteca dell’Istituto italiano per gli studi filosofici (Napoli, www.iisf.it) è finita in scatoloni. Nel migliore dei casi, non sarà consultabile per anni.  Fuggiti i buoi,  si cerca di chiudere la stalla. Per salvare la faccia e tacitare la polemica contro la loro ignavia, esplosa anche all’estero, gli Enti locali promettono qualche rimedio. Il MIUR tace. Poiché non è né una scuola materna né una Università, l’Istituto è fuori competenza. E i Beni Culturali? Sarebbe falso ridurre il caso a mera distrazione burocratica nell’erogazione dei fondi vitali per il “Filosofico,  che non è volano di voti ma tempio della libera ricerca. Il suo crepuscolo in realtà mette a nudo la faglia che da anni si è aperta sotto la crosta dell’unità nazionale e che ora rischia di inghiottire tutto. Il paese conta moltissime biblioteche  con i libri bene ordinati negli scaffali, cataloghi accurati, ma senza personale e quindi  chiuse: un incubo da “sepolto vivo”.  Ma il suo caso supera ogni altro.   Lo scorso anno una mostra fotografica documentò che il Salone di Palazzo Serra,  sede  del “Filosofico”, ospitò l’ultimo rito dell’Italia politica e imprenditoriale  capace di guardare in volto i grandi della Terra senza complessi di inferiorità perché forte della  propria cultura. Per fermarne il declino, dalla sua fondazione, nel 1975, l’Istituto per gli studi filosofici ha promosso in Italia e all’estero migliaia di convegni, seminari, conferenze e pubblicato altrettanti volumi e opuscoli. Con impegno assiduo Aldo Tonini orchestra annualmente centinaia di Scuole in tutte Italia, anche grazie ad antenne, presenti nell’area liguro-piemontese da Asti  e Acqui Terme a Cuneo e Imperia. Perciò la sorte della sua biblioteca investe  la vita culturale dell’Italia intera. A suo sostegno occorre la mobilitazione dell’Italia civile. Non è retorica d’occasione. Come l’Istituto italiano per gli studi  storici, creato da Benedetto Croce nel 1947, poi diretto  da Federico Chabod e vivaio di storici illustri, così il “Filosofico”, noto anche col nome del suo fondatore e presidente, Gerardo Marotta, si muove nel solco dell’Italia che trae linfa vitale dai Lumi e dal Risorgimento.  Bastino pochi nomi: Pasquale Stanislao Mancini docente di Giovanni Giolitti all’Università di Torino, Francesco De Sanctis ministro dell’Istruzione con  Camillo Cavour e poi a fianco dell’albese Michele Coppino nella  modernizzazione dell’Istruzione pubblica dalle elementari alle Università. Era l’Italia di Quintino Sella e dei fratelli Silvio e Bertrando Spaventa, degli hegeliani di Napoli che dettero nerbo ideale allo Stato unitario: un magistero dialettico che mezzo secolo fa  ha veduto tre uomini del Mezzogiorno alla guida della riflessione  sulla memoria nazionale: Rosario Romeo biografo di Cavour, Ruggiero Romano (Storia d’Italia Einaudi), Giuseppe Galasso (Storia d’Italia Utet).
 Nel 150° del regno d’Italia l’Istituto di Marotta dedicò al presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi “che ha ravvivato la memoria  del nostro Risorgimento”  l’antologia  La nascita dell’Italia unita, curata da Antonio Gargano e Arturo Martorelli: panorama equilibrato ed esauriente di testimonianze e pensieri che alimentarono l’unificazione e ne fecero il cemento d morale dei “popoli d’Italia”, da Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II  di Savoia a Mazzini e Marx, da Melchiorre Gioia a Settembrini e Pisacane…    Con l’ Appello alla filosofia  sottoscritto da Hans-Georg Gadamer, Edgar Morin, Giovanni Pugliese Carratelli, Marotta e altri e fatto proprio dal Parlamento Europeo e dall’ONU, vent’anni orsono l’Istituto ammonì: senza filosofia politica non vi è politica, come senza economia politica non vi è politica economica ma solo l’affanno  di “decreti” scadenti a grida manzoniane, cerotti su piaghe cancrenose come da decenni accade.   La vicenda della Biblioteca del “Filosofico” meriterà di far da appendice all’Inchiesta Saredo su Napoli, opportunamente ripubblicata dall’Istituto per ricordarci che, se i mali sono antichi, non mancano intelligenze ed energie per sconfiggerli. Non è dunque tempo di rassegnazione, ma di azione, come nel 1848  scrisse De Sanctis nel Discorso ai giovani pubblicato da Giuseppe Catenacci per l’Associazione ex Allievi della Nunziatella e per il Filosofico. L’Italia e l’Istituto simul stabunt, simul cadent: vivranno o crolleranno insieme, perché l’Italia nacque da un’idea, spenta la quale torna a essere terra per invasioni e scorrerie.
Aldo A. Mola  
DATA: 05.09.2012

DON GIACOMO MARGOTTI DA SAN REMO - ELETTI ED ELETTORI: I CATTOLICI E LO STATO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02.09.12
 
Il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, auspica che i cattolici in politica siano “molti, preparati, con coerenza”. E’ una battaglia antica. Lo spiega Oscar Sanguineti, direttore  della rivista “Cultura e identità”, in  Cattolici e Risorgimento. Appunti per una biografia di don Giacomo Margotti, con prefazione di Marco Invernizzi (Ed. D’Ettoris, Crotone): grumo di una futura biografia scientifica. Don Giacomo Margotti (San Remo, 1823- Torino, 1887) a 25 anni concorse a fondare in Torino il foglio cattolico “L’Armonia”, che raccolse la sfida offerta dalle regie patenti di Carlo Alberto di Sardegna sulla libertà di stampa (novembre 1847). Da secoli i cattolici pubblicavano periodici nei Paesi a maggioranza  protestante o evangelica. Da metà Settecento la chiesa di Roma e alcuni suoi Ordini di élite, a cominciare  dalla Compagnia di Gesù, erano stati bersaglio di campagne di stampa ben coordinate. Non seppero reagire. Finì con lo scioglimento dei gesuiti e Pio VI cacciato da Roma, mutata in repubblica giacobina (1798).  Dopo la Restaurazione, a filosofie, ideologie, dottrine politiche e governi dichiaratamente antipapisti, anticattolici e antireligiosi la chiesa di Pietro rispose con laici ed ecclesiastici impegnati in trincee avanzate (Giuseppe Cottolengo, Giovanni Bosco, Francesco Faà di Bruno, Tancredi e Giulia di Barolo…) e con chierici dalla penna aguzza e svelta, come don Margotti. A metà Ottocento si registrarono due eventi che segnarono i centocinquant’anni seguenti. Nel 1848 il tentativo di Pio IX di ammodernare lo Stato pontificio cadde con Pellegrino Rossi, pugnalato da chi voleva rendere impossibile il dialogo tra la chiesa e il mondo moderno. Pio IX lasciò Roma per Gaeta, all’epoca nel Regno delle due Sicilie, il cui sovrano, Ferdinando II di Borbone, si atteggiò a protettore suo e della Fede. I Gesuiti, memori, lo arginarono. La Repubblica Romana del 1849 fu certo ispirata da nobili ideali, ma in Europa repubblica evocava lo spettro del Terrore. Perciò Gioberti, Rosmini e persino Cesare Balbo, Silvio Pellico, Massimo e Roberto d’Azeglio (oltretutto con un fratello gesuita, come lo stesso Pellico) finirono ai margini della storia.    Don Margotti rifiutò ogni compromesso e si batté con irruenza contro  i neogiacobini, che  pretendevano il monopolio della scuola e delle coscienze spacciandolo come progresso liberale. Staffilò anche la vita privata del re e lo pagò. Secondo Filippo Crispolti Vittorio Emanuele II conservò il bastone rotto sulla sua testa la sera del 27 gennaio 1856 presso il torinese caffè “Il Progresso”, perché aveva accennato alla Bella Rosina, futura moglie morganatica del sovrano.    Nel 1857 si registrò la seconda crisi.  Don Margotti fu eletto deputato nel collegio  di Oristano, come altri quattro canonici,  ecclesiastici senza cura d’anime e quindi eleggibili. Per sconfiggere la Destra, capitanata da Clemente Solaro della Margarita e da Ottavio Thaon di Revel, Camillo Cavour fece dichiarare ineleggibili i canonici deputati. Vinse ma spaccò il Paese, con ripercussioni sull’Italia seguente. Secondo Margotti, infatti, all’arbitrio politico i credenti dovevano rispondere disertando le elezioni politiche: né eletti, né elettori, una linea durata sino al “Patto Gentiloni” del 1913 quando per sconfiggere i socialmassimalisti rivoluzionari i cattolici votarono candidati liberali e persino massoni e viceversa.    Il governo Cavour-Rattazzi colpì ripetutamente “L’Armonia” con sequestri, multe, processi, condanne. Nel 1859 ne ordinò la chiusura. Cinque anni dopo la Conciliazione dell’11 febbraio 1929, nell’ Enciclopedia Italiana don Giuseppe De Luca sentenziò che “come scrittore (don Margotti) non ha più interesse” (1934). Oggi  invece il prete integralista è considerato  tra i campioni del caleidoscopico movimento cattolico. Qualche volta esagerò, ma la sua Storia dei ladri nel regno d’Italia da Torino a Roma (1872) sembra il ritratto dell’Italia odierna. Don Margotti voleva gl’italiani liberi di professare le proprie convinzioni nell’ambito delle leggi.  Il vero avversario non era comunque nei Palazzi ma nei “petrolieri”, come si vide dal 1871 con la Comune di Parigi.      Quel trauma è documentato nei due ottimi studi di Ercole Camurani 1810-2010. Duecento anni di liberalismo e  Padre Francesco Saverio Bruniani. La via difficile all’Unità Italiana per un cattolico liberale (ed. Mattioli 1885: www.mattioli1885.com) e nel bel libro di Cristina Siccardi Il Cardinale Massaja missionario in Africa (ed. San Paolo), scritto sulla scia di p. Antonino Rosso.  Il saggio di Sanguineti sul sanremasco don Margotti ricorda anche che vi sono tanti archivi ricchissimi ma poco studiati benché preziosi per capire i nodi irrisolti dell’Italia odierna.
Aldo A. Mola  
DATA: 05.09.2012
  
NAPOLI: LO SPOSTAMENTO DELLA BIBLIOTECA DELL’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI

Palazzo Serra di Cassano è stato la sede di diverse manifestazioni organizzate dall’U.M.I. di Napoli alle quali anche le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia hanno preso parte. L’U.M.I. si associa alle parole del Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Aldo Mola, che in veste di Direttore del Centro Giolitti ha diramato un comunicato per deplorare l’accaduto. Eccone il testo:

Napoli - L'Avv. Gerardo Marotta e il Principe Amedeo a Palazzo Serra di CassanoL’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), apprezzato in tutto il mondo quale motore della cultura in Italia, deve immagazzinare la biblioteca (350.000 volumi) a decine di chilometri da Palazzo Serra di Cassano, ove ha sede: un patrimonio straordinario viene sepolto lontano da studenti e docenti.
   Orgoglioso della sua originaria libertà, che è tutt’uno con la Cultura, l’Istituto non riceve da anni i finanziamenti indispensabili per la sua attività. E’ la conferma del tracollo della vita scientifica in Italia e dell’indifferenza dei “poteri” nei confronti degli studi non servili.
   L’assenza di una visione  filosofica comporta quella di un disegno politico. Perciò i “governanti” annaspano nelle immondizie.
   Da Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, uscì il ventenne Gennaro, decapitato con i Martiri del 1799: credeva nell’Italia libera e grande, nella civiltà dei Lumi. Come ha fatto e fa, con il fondatore e presidente dell’Istituto, Gerardo Marotta, il generoso cenacolo di quanti nell’Istituto e per l’Istituto lavorano.
   Il Centro “Giolitti” esprime profonda solidarietà all’Istituto e deplora quanti lo stanno afforcando per soffocarne il Magistero.
Aldo A. Mola
Direttore del Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato

Nella foto Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con S.A.R. il Principe Amedeo ad una manifestazione UMI tenutasi a Palazzo Serra di Cassano.
DATA: 24.08.2012
 
PROVINCE  TRANSALPINE PER L’EUROPA DEI POPOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “IL Giornale del Piemonte” del 19/08/12

Perché non varare province europee almeno nelle Alpi Occidentali? Ne offre occasione il “riordino” delle amministrazioni locali. Posseduti dal demone di apparire, da anni governi e politici incolti sparano a zero contro Comuni e Province, cioè proprio contro l’unica realtà amministrativa seria, frutto di storia millenaria, a differenza delle regioni che sono invenzione recente, artificiosa, costosissima e fonte di contenziosi indistricabili e paralizzanti. Province e Comuni rispondono direttamente ai cittadini, mentre le regioni “giocano a fare gli Stati con presidenti che si credono Governatori”, come osserva tagliente il senatore Andrea Fluttero. Se davvero vogliamo “riordinare” le Province senza distruggerne la funzione secolare, scopriamo che l’Italia pre-unitaria era più europea di quanto lo sia oggi. Il Regno delle Due Sicilie faceva grande politica estera. Perciò gl’inglesi ne vollero la distruzione. Lombardo-Veneto, Toscana e Modena erano parte dell’Impero d’Austria. Col il Papato l’Italia Centrale era fulcro del mondo. Il Regno di Sardegna era transalpino e anfibio, andava dalla Savoia a Nizza, passando per Aosta e Torino e arrivava a La Spezia.  Il sabaudo Cesare Balbo scriveva sommari di storia universale. Come gli Azeglio, gli Alfieri e Pellico, pensava in grande molto prima di Cavour.  E’ quanto manca alla riflessione sul riordino dell’Italia: il salto di qualità dal provincialismo alla lungimiranza, fondata sulla cognizione del passato.  Il direttore di questo Giornale del Piemonte, Fulvio Basteris, propone di tenere in vita in Piemonte le due province storiche (Torino e Cuneo) e accorpare il resto in “Piemonte Orientale”: Alessandria, Casale, Novara…, plaghe dai confini incerti, sabaude appena dal Settecento, attratte da Genova e da Milano assai più che da Torino. La presidente della “Granda”, Gianna Gancia, si schiera invece per l’unione di Cuneo con Imperia, la città inventata per pacificare Oneglia e Porto Maurizio. Si può guardare anche più lontano. Lo fece decenni orsono il Movimento federalista europeo proponendo la provincia transfrontaliera Cuneo-Imperia-Nizza, che esisteva prima del 1861, nell’ambito della regione Rodano-Provenza-Alpi Marittime. Sono cose arcinote. Tuttavia vanno ripetute, perché oggi le istituzioni supreme parlano in italiota anziché in europeo. Di conseguenza anche il 150° della proclamazione del Regno d’Italia è passato come acqua sulle pietre: retorica arida, luoghi comuni. Ne è conferma la produzione storiografica. Da anni il Premio Acqui Storia non include tra i finalisti saggi sull’unificazione nazionale: non per pregiudizio ma perché non se ne scrivono di validi. L’Italia ha urgenza di ripensarsi in prospettiva europea per non far la fine dell’antico ducato di Parma e Piacenza: né internazionale né nazionale, ma a noleggio, affidato a sovrani palesemente “a tempo”, come la lussuriosa Maria Luisa d’Asburgo e il tirannello Carlo III di Borbone. Non è facile, ma si può tentare. Certo, per superare le asperità del passato bisogna mettersi in due. I subalpini se la sentono di tornare transalpini? E i francesi credono nell’europeismo dell’Italia o come da Carlo VIII a De Gaulle continuano a considerarla terra per invasioni? Quante bandiere francesi si vedono salendo da Cuneo a Tenda e quante italiane scendendo verso Nizza? Eppure dovrebbe essere più facile pensare in europeo sulle Alpi Occidentali che al confine con la Svizzera, l’Austria, la Slovenia, ove tanti conti rimangono aperti. La storia non fa sconti. L’Europa dei popoli rimane lontana. Non la avviciniamo cancellando qualche provincia o un po’ di comuni all’interno dei confini nazionali. Occorre una rivoluzione culturale vera. Invece di scandalizzarci per quanto accade nel Vicino Oriente  meditiamo sull’imminente centenario della guerra dei trent’anni (1914-1945, con l’intervallo di tensioni tra il 1918 e il 1939) nei quali i popoli fratelli si scannarono senza pietà. Per fare un passo avanti vanno create province transalpine o regioni transfrontaliere, almeno dove possibile, anche per salvaguardarne le lingue. Lo proponemmo nel 1963 ad Anversa, alla fondazione del Partito federalista europeo, mentre in piazza fiamminghi (calvinisti e di lingua olandese)  e valloni (cattolici e francofoni) si bastonavano di (poco) santa ragione. Ma da allora il cammino dell’Europa è rimasto al palo, accecata dal luccichio di una deludente unione monetaria rimasta a mezz’asta.
Aldo A. Mola 
DATA: 20.08.2012
  
L’U.M.I. DI ASTI AL TEMPIO DELLA FRATERNITÀ (PV)

L’U.M.I. DI ASTI AL TEMPIO DELLA FRATERNITÀ (PV)Il 24 giugno 2012 la Sezione U.M.I. di Asti, con il labaro, e molti iscritti, ha partecipato a Cella di Varzi (PV), presso il Tempio della Fraternità, ad una manifestazione organizzata dal Presidente  dell’ U.N.I.R.R., Sezione di Asti, Comm. Giovanni Triberti, con la partecipazione anche delle Guardie d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Asti, Valmaira (CN), e Reggio Emilia. Erano presenti altresì associazioni combattentistiche e d’arma, con bandiere, ed autorità civili, militari e religiose. In occasione dell’inaugurazione di una targa in onore ed in memoria del Cav. Pietro Aguzzi già Presidente dell’Associazione Carristi della Regione Lombardia e fedele sostenitore del Tempio della Fraternità, l’ U.M.I. ha voluto partecipare alla celebrazione per commemorare tutti insieme  i caduti e dispersi in Russia e i defunti di Casa Savoia. Il Tempio della Fraternità, costruito con le rovine raccolte dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato fondato da Don Adamo Accosa, ricordato durante la funzione, quale momento di riflessione sulla necessità di costruire un avvenire di pace, collaborazione e fratellanza, tra gli uomini e le nazioni. Inoltre è stato ricordato il Beato Don Carlo Gnocchi, già reduce di Russia, nonché cappellano militare durante la guerra e fondatore di istituti di riabilitazione. Sono stati letti alcuni messaggi di saluti pervenuti da autorità, tra i quali è stato molto apprezzato ed applaudito quello del nostro grandissimo Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero. La Sezione U.M.I. di Asti ringrazia i suoi iscritti per la partecipazione e rivolge un ringraziamento particolare al Comm. Giovanni Triberti, per l’ottima organizzazione dell’evento.
Il Presidente U.M.I. Cav. Luigi Caroli
Il Vice Presidente U.M.I. Cav. Giancarlo Bussi
Il Segretario Rag. Antonio Ambrosino
DATA: 14.08.2012
 
UNA NUOVA BIOGRAFIA DELLA PRINCIPESSA MARIA CRISTINA DI SAVOIA

Maria Cristina di SavoiaUn racconto originale e storicamente documentato della vita di una “sovrana Venerabile” strettamente legata alla terra sarda, pubblicato in occasione del secondo centenario della nascita.
Un volume che getta nuova luce sul processo di beatificazione ancora in corso, arricchito da documenti inediti e materiali di archivio.
Sono gli anni turbolenti dell’avventura napoleonica che rimescola le carte politiche di un intero continente. I Savoia, cacciati dal Piemonte, si rifugiano in Sardegna, nella capitale del regno ricevuto nel 1720. E qui, a Cagliari, una mattina del 1812, vede la luce Maria Cristina di Savoia. Figura speciale di donna – ritenuta in odore di santità già in vita –, la sua vicenda terrena è ripercorsa con dovizia di particolari, tratti da fonti e documenti contemporanei, in un racconto storico affascinante che fa ampio riferimento al suo epistolario e alle testimonianze di chi l’ha conosciuta. Maria Cristina, divenuta poi regina delle Due Sicilie, moglie di Ferdinando II e madre di Francesco II, è considerata infatti esempio di “perfezione” nella “normalità della vita” poiché con le sue virtù, con la sua pietà e il soccorso che sempre ha devoluto verso i deboli, si è ben presto conquistata presso i suoi sudditi l’appellativo di “reginella santa”. In questo volume Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano – proponendo in appendice alcuni documenti inediti – ripercorrono le vicende biografiche della “figlia del Regno di Sardegna”, offrendo così ai lettori una nuova e originale cronaca in occasione della ricorrenza del secondo centenario della nascita della Venerabile, il cui processo di beatificazione sarà riavviato al più presto.

Maria Cristina di Savoia. Figlia del regno di Sardegna, regina delle due SicilieMario Fadda (Iglesias, 1977), si è diplomato in Studi Filosofici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Con Ilaria Muggianu Scano ha pubblicato Iomàn: Diario della Mandorla Amara (CTE, 2010) e Diario del Risorgimento sardo. Pietro Domenico e Gavino Scano: sangue diviso tra Chiesa e Stato (Arkadia, 2011).
Ilaria Muggianu Scano (Meana Sardo, 1977) è giornalista ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana), si è diplomata in Studi Filosofici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. È redattrice di diverse testate di divulgazione religiosa e collabora a progetti editoriali di salvaguardia della cultura tradizionale. È stata consulente alla sceneggiatura del film di Giovanni Columbu Su Re.


Maria Cristina di Savoia
Figlia del Regno di Sardegna, Regina delle Due Sicilie

di Ilaria Muggianu Scano e Mario Fadda - Introduzione di Alessandro Fadda
Arkadia Ed. Collana Akademia ISBN 978-88-96412-66-4 - Pagine 240 - Euro 17,00
DATA: 14.08.2012
 
FIOCCO ROSA IN CASA U.M.I.

Oronzo Cassa

       Il giorno 6 agosto, presso la Clinica “La Madonnina” di Bari, è nata Aurora Cipri, nipote del Cav. Oronzo Cassa, consigliere Nazionale U.M.I. e coordinatore del Club Reale" Savoia di Corato. La bellissima bambina è figlia di Loredana Cassa, primo Dirigente dell' Ufficio Amministrativo della Confagricoltura di Bari e moglie del Capitano dell'Arma Aereonautica Militare Luigi Cipri, in Servizio a Gioia del Colle. Congratulazioni al nonno e ai genitori per il bellissimo evento!

Nella foto Oronzo Cassa, nonno della piccola Aurora e motore inossidabile dei monarchici pugliesi.
DATA: 14.08.2012

DEMOCRAZIA COL VELO?

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 12/08/12

Ragion di Stato, da Cesare Ripa, "Iconologia"Ogni capo politico e militare ha diritto di fare qualsiasi cosa per il proprio popolo. Anche la più nefanda. Ne risponderà all’Altissimo o, più prosaicamente, alla Storia, cioè al corso degli eventi e alla Memoria. Lo spiegò Benedetto Croce, quando votò contro il trattato di pace che sforbiciò l’Italia a ovest e la privò di terre e genti italianissime a est. Per chiudere la guerra con il Giappone e imporsi potenza mondiale suprema nel dopoguerra, gli USA gli sganciarono addosso due bombe atomiche. Non se ne sono mai “scusati”. Azione politico-militare e “morale” (e quale, poi?) sono mondi separati. Ora qualcuno vorrebbe revocare l’onorificenza conferita dalla Repubblica italiana al presidente della Siria, al-Assad, anticipando il giudizio morale e storico su eventi ancora ignoti. Ma chi mai ne ha titolo? Forse gli inglesi o i francesi che a Versailles nel 1919-1920 si spartirono l’Impero turco, Siria inclusa, per sfruttarne le risorse? Obama e Clinton vanno fieri del premio Nobel “per la pace”. Quale? Molto si discute di Ragion di Stato e segreti di Stato: disputa fondata sull’ingenua identificazione fra democrazia e “trasparenza” (abolizione di ogni segreto) e su un equivoco lessicale: la confusione fra “segreto” (ritenuto necessariamente malvagio, criminale) e “riservato”, cioè “limite invalicabile dai non addetti”. In realtà non esistono segreti assoluti. Anche l’azione più tenebrosa è nota almeno a chi la compie.  E vi è certo separazione tra sacro (cioè riservato ai sacerdoti, “congiurati”) e profano, cioè i “laici” (il “popolo bue”, insomma). Senza bisogno di scomodare i segreti politico-diplomatici-militari, basti un esempio elementare: è bene che solo gli addetti governino l’acquedotto cittadino, altrimenti preda chi potrebbe avvelenarne gli utenti. Lo stesso vale per una miriade di azioni quotidiane, che sarebbe strambo considerare penalmente perseguibili solo perché necessarie alla salute dello Stato, legge suprema. La gente va in vacanza sperando di viverla tranquilla. Malgrado i gufi che, invece di rimediarvi governando, profetizzano un autunno terribile (è il caso della ministra Elsa Fornero), le vacanze saranno serene solo grazie all’immensa rete di tutori dell’ordine e “congiurati”. Essi sono il velo di cui ha bisogno anche la democrazia più avanzata. Lasciamoglielo.
Aldo A. Mola  
DATA: 14.08.2012
 
«LE SALME DEI SAVOIA TORNINO IN ITALIA»: RICCARDO MIGLIORI (PRES. OSCE) SCRIVE A MONTI

On. Riccardo Migliori       Riportare in Italia le salme di Vittorio Emanuele III e dei Reali come «gesto di umanità e patriottismo» in vista del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale: è questo ciò che il Presidente dell’Assemblea Parlamentare dell’Osce (Organizzazione del la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), On.le Riccardo Migliori, chiede in un’accorata lettera scritta al Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti. Eccone il testo:
«Nell’avvicinarsi del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale varie organizzazioni internazionali, tra cui l’Assemblea Parlamentare dell’Osce che ho l’onore di presiedere, stanno programmando iniziative che a partire dal Sarajevo 2014 ricordino all’Europa i passati lutti come insegnamento perenne per evitarli in futuro».
«In questo contesto, sono in ponte progetti di integrazione e pacificazione soprattutto in Europa centrale e nei Balcani».
«In questo spirito, una volta sopite le polemiche politico-culturali al riguardo, mi permetto di considerare estraneo ad un clima di riunificazione storica, soprattutto dopo il felice esito delle celebrazioni del 150° anniversario della nascita dello Stato unitario, il permanere della sepoltura all’estero degli ultimi due Re d’Italia Vittorio Emanuele III e Umberto II e delle loro consorti».
«Alessandria d’Egitto, Altacomba, Montpellier non rappresentano, come il Pantheon, l’essenza della storia unitaria dell’Italia, né risulta comprensibile per il suo ruolo decisivo rivestito nel corso della prima guerra mondiale l’esilio della sepoltura di Vittorio Emanuele III».
«Il suo Governo che, per composizione e maggioranza parlamentare, è in grado di essere al di sopra di stanche polemiche sul corso della nostra storia nazionale, può autorizzare la traslazione delle salme dei Reali».
«Auguro a Lei ed all’Italia che vi possano essere oggi le condizioni per un gesto di umanità e patriottismo».
Già nei giorni dell’insediamento del Governo Monti, l’U.M.I. ha chiesto al nuovo esecutivo la sepoltura nel Pantheon dei Sovrani esiliati. La nostra Associazione plaude all’iniziativa dell’On. Migliori, che da sempre ci è vicino con fattiva collaborazione.
 
I Sovrani in esilio
DATA: 09.08.2012
 
FUNERALE “MONARCHICO” PER IL SAGRESTANO DI DON CAMILLO

Il funerale di Vittorio GiannelliBrescello: la bandiera sabauda sul feretro di Vittorio Gianelli, che ha curato la chiesa di Brescello per 59 anni.
BRESCELLO. Un lungo applauso ha sottolineato l’uscita del feretro di Vittorio Gianelli dalla chiesa di Santa Maria Nascente, ieri pomeriggio gremita per i funerali. Occhi lucidi e molta commozione hanno fatto da cornice all’ultimo saluto al sagrestano brescellese in servizio da 59 anni, le cui esequie sono state celebrate da cinque sacerdoti, tutti a lui molto legati: oltre al parroco, don Giuliano Davoli, hanno presenziato don Giuliano Cugini, don Evandro Gherardi (che si insedierà a Brescello a settembre, in sostituzione di don Davoli che partirà per una missione in Africa), don Pietro Paterlini e il diacono Andrea Cristalli. In ossequio alle ultime volontà del 78enne – fervente monarchico – la bara era avvolta dal tricolore con il simbolo sabaudo, così come avvenne nel film “Don Camillo”, per i funerali della maestra Cristina. Ma più di tutto, a colpire, è stata la commozione nei volti di chi ha voluto salutare per l’ultima volta Vittorio nella “sua” chiesa, che ogni giorno curava e puliva con un’attenzione quasi maniacale. La sua meticolosa disponibilità è stata sempre apprezzata dalle varie generazioni che hanno potuto conoscerlo, come testimoniano le presenze in chiesa: tanti anziani, ma anche persone di mezza età e giovani, ai quali Gianelli era molto legato. E’ stato don Cugini a ricordarlo con parole commosse: «Con la morte di Vittorio, non perdiamo solo un sagrestano ma un amico di tutti i brescellesi, che ha vissuto una vita degna di essere raccontata in una biografia. Va ricordato che il suo ineccepibile servizio era compiuto con grande religiosità, accompagnato da una preghiera assidua e da vita eucaristica intensa. Lo vediamo ancora qui, intento a suonare le campane, a servire messa e a pulire. Era una persona divertente come suo padre Mario, poi negli ultimi mesi, a causa della malattia, si era fatto più aspro e severo, e nelle mansioni aveva iniziato a farsi aiutare da altre persone, che erano onorate di prestargli servizio. Sempre pronto a provvedere anche al divertimento dei ragazzi, era un esempio anche per i seminaristi, i quali apprendevano da lui come fare il prete. Resta in me un desiderio irrealizzato: mi sarebbe piaciuto che il vescovo lo nominasse accolito permanente. Gli mancavano gli studi, ma abbondava di pietà e competenza per esercitare questo ruolo, che gli affiderà il Signore. Nei giorni scorsi, quando gli ho chiesto se voleva che gli impartissi l’estrema unzione, pur faticando, mi ha sorriso. Un sorriso che non mi dimenticherò mai e che mi fa capire che Vittorio era pronto per il regno dei cieli». Il feretro di Gianelli è stato tumulato nel cimitero locale.
Andrea Vaccari
DATA: 08.08.2012
  
IL TRICOLORE DEL REGNO ALLE OLIMPIADI DI LONDRA

IL TRICOLORE DEL REGNO ALLE OLIMPIADI DI LONDRA
 Non poteva mancare ai XXX Giochi olimpici di Londra la presenza del tricolore con lo stemma sabaudo. Più volte, per merito del giovane Michele Migliori del Fronte Monarchico Giovanile di Firenze, le gare dei nostri atleti sono stati accompagnate dalla bandiera sotto la quale si è compiuto il Risorgimento. Migliori ha fatto sventolare il nostro glorioso vessillo in occasione della finale vinta da Jessica Rossi nel tiro a piattello,nella partita di Pallavolo contro l'Algeria e nella marcia 50 km femminile.  Nella foto che pubblichiamo il Tricolore alla ringhiera a Westminster, in occasione della marcia. Complimenti per l’iniziativa!
DATA: 08.08.2012