|
LE LL.AA.RR. I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA PER LA RICOSTRUZIONE IN ABRUZZO
COMUNICATO
La nostra raccolta in favore delle popolazioni d’Abruzzo si avvia al
termine; con l’aiuto di persone di nostra fiducia abbiamo pensato di
devolvere il nostro contributo ad un progetto di solidarietà per gli
studenti abruzzesi. La casa editrice “Psiche e Aurora” forniva testi
didattici a molte scuole abruzzesi che, per i noti eventi calamitosi,
hanno dovuto rinunciare all’adozione di questi testi per non gravare
ulteriormente di spese le famiglie dei ragazzi. Attualmente le classi interessate sono 21 per un totale di 382 studenti.
In particolare la nostra associazione è chiamata ad aiutare la Scuola
Media Dante Alighieri dell’Aquila (per 350 libri) e l’Istituto
Comprensivo di S.Demetrio ne’ Vestini (per 32 libri). Il costo di ogni
libro è di Euro 9,90; da parte sua la Casa Editrice devolverà gli utili
della vendita all’Orfanotrofio di S.Gregorio (Aq), e realizzerà, nelle
due scuole citate, iniziative didattiche.
L’operazione deve essere terminata entro la fine del mese di marzo;
purtroppo non abbiamo ancora raggiunto la cifra occorrente e vi
chiediamo un ultimo piccolo sforzo! Siamo consapevoli che ci sono state
tante emergenze in quest’ultimo anno e conseguentemente tante richieste
di aiuto, ma ci affidiamo al grande cuore di tutti voi. Naturalmente, sarete tenuti al corrente dell’esito di questa iniziativa. GRAZIE!
Amedeo e Silvia di Savoia Aosta
c/c intestato a “Comitato Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi” Banca Intesa San Paolo, Ag. 10 di Firenze IBAN IT12H030690281810000002275 Con causale: DONAZIONE PRO TERREMOTATI D’ABRUZZO
|
| DATA: 07.02.2010 |
LUTTO NELLA CASA IMPERIALE D'AUSTRIA-UNGHERIA
E' deceduta S.A.I. e R. l'Arciduchessa Regina di
Sassonia-Meiningen,consorte di S.A.I. e R. l'Arciduca Otto d'Asburgo.
L'U.M.I. si unisce al cordoglio di quanti ricordano la nobile figura
della illustre scomparsa , alto esempio di dignità regale.
|
| DATA: 07.02.2010 |
LO STORICO FRANCESCO PERFETTI AL CIRCOLO REX
Lo storico Francesco Perfetti ha parlato oggi per il
Circolo di Cultura e di Educazione Politica REX sul Risorgimento. Ha
presentato l'Ing. Domenico Giglio; la sala 1 dei salesiani di via
Marsala era affollata; applausi alla Marcia Reale e all'Inno Sardo.
Il prof. Perfetti ha duramente attaccato il revisionismo storico che
tenta di demolire il Risorgimento ed ha tessuto le lodi dei suoi
protagonisti. Lo storico ha esaltato i meriti
determinanti di Casa Savoia nel processo unitario ed ha stigmatizzato i
silenzi e le omissioni dei testi scolastici di storia.
Vivissimi applausi hanno sottolineato la conclusione della conferenza
di Perfetti. E' seguito il dibattito nel corso del quale sono
intervenuti numerosi soci del REX. Il Circolo REX
è, assieme all'U.M.I. la più antica associazione romana esplicitamente
monarchica; è stata fondata in Roma liberata nel 1944. Fra i suoi
presidenti il REX ha annoverato il grande storico Gioacchino Volpe.
|
| DATA:
24.01.2010 |
ONORIFICENZA VATICANA AL GENERALE FRANCO
FASELLA
Apprendiamo con vero piacere che il generale di brigata dei Carabinieri
(Aus.) Franco Fasella, residente a Tortona (Al), già Grand'Ufficiale
dell'Ordine Equestre Vaticano del Santo Sepolcro di Gerusalemme ed
attuale Preside per il Piemonte e la Valle d'Aosta del medesimo ordine,
ha ricevuto la pergamena di nomina a Grand'Ufficiale dell'Ordine
Vaticano di San Gregorio Magno Papa, che Sua Santità il Pontefice
riserva ai laici che si sono particolarmente distinti per benemerenze
acquisite nei riguardi della Chiesa Cattolica.
Si
tratta in effetti di una delle massime onorificenze che lo Stato
Pontificio concede ad un funzionario laico non ambasciatore e non capo
di stato.
Ci congratuliamo vivamente con il
Generale Franco Fasella.
|
| DATA:
21.01.2010 |
VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A
ENRICO D'ASSIA
IL NUOVO LIBRO DI MARIU' SAFIER
“Attraverso queste pagine desidero raccontare il grande amore che provo
per Villa Polissena, il luogo in cui ho passato gran parte della mia
vita”. Enrico d'Assia, secondogenito di Mafalda di Savoia e di Filippo
d'Assia, ha vissuto per molti anni nella villa che era stata dei suoi
genitori e della sua famiglia.
Prima della scomparsa, avvenuta nel
1999, Enrico aveva lasciato all'amica scrittrice Mariù Safier i suoi
ricordi legati a Villa Polissena. E la Safier, con una tecnica efficace
e coinvolgente, in questo volume fa parlare Enrico d'Assia in prima
persona. Gli ambienti della villa rivivono così riportando il lettore
indietro nel tempo, alle persone che l'hanno frequentata. Come la
Regina Elena, Sovrana dalle insospettabili doti pittoriche; Costantino
di Grecia, che vi fu ospite durante l'esilio dopo il golpe dei
colonnelli; Carlo d'Inghilterra, che la visitò in luna di miele insieme
a Diana. E ancora l'attrice Audrey Hepburn, cara amica di Enrico e sua
ospite a Villa Polissena.
La
seconda parte del libro propone una carrellata di immagini della villa,
del giardino e dei personaggi che l'hanno abitata o vi sono stati
ospiti dal 1926, anno di costruzione, ad oggi.
Mariù Safier
VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A ENRICO D'ASSIA
Editoriale Giorgio Mondadori
Collana:
Grandi Libri Illustrati
Pagine: 96
Euro 25,00
ISBN:
9788860522627
|
| DATA:
21.01.2010 |
OPINIONI: DIO ESISTE?
Davanti alla tragedia di Haiti, ognuno di noi, di qualsiasi credo
religioso si è posto questa domanda.
Nelle nostre belle case ci sono arrivati come uno “schiaffo” sul volto,
le immagini dei bambini haitiani, costretti da questa natura così poco
divina ad affrontare un tragico destino. Certo gli aiuti sono
giunti, e continuano ad arrivare da tutto il mondo (anche
l’Italia è coinvolta con mezzi ed uomini), la raccolta fondi è
incessante da una settimana, eppure, siamo allo stallo: macerie nelle
strade, cadaveri ancora da estrarre, feriti, orfani, la popolazione è
senza acqua potabile, luce, e soprattutto senza cibo e
medicinali. Certo la vastità del terremoto è stata immane, colpendo un
paese già sconvolto in passato da uragani, tifoni e quant’altro.
A questo punto ci chiediamo “Dio perché hai permesso tutto questo?”,
perché nella tua infinita bontà “fai morire degli innocenti, rendi
orfani tanti fanciulli, dai così tante tribolazioni ai tuoi figli?”.
Davanti
a tali eventi c’è ben poco da fare in luoghi come Haiti, dopo gli USA
il più antico Stato indipendente delle Americhe, con una storia
politica molto travagliata: dapprima sotto dominio spagnolo, poi
francese, infine nel 1804 l’indipendenza con un susseguirsi di governi
incapaci e “rapaci” delle poche risorse interne. Francia, Stati Uniti e
Germania tra il XIX ed il XX secolo hanno avuti grandi interessi
economici sull’isola, governata da spietate dittature come quella della
famiglia Duvalier.
Più che domandarci se “Dio
esiste”, dovremo riflettere se l’uomo è mai esistito ad Haiti, ma anche
in tanti altre nazioni con eguali problematiche politiche e sociali,
sorte al’indomani di una decolonizzazione frettolosa e pasticciona.
E’ una vergogna morale che la comunità internazionale si sia accorta
delle condizioni di questo Paese solo oggi, è vergognoso che l’ONU,
nella sua inconsistente nullità, non abbia preso provvedimenti seri a
suo tempo, inviando funzionari e soldati in palazzi, i quali come la
sua autorità, sono miseramente crollati!
Quello
che colpisce in questa immane “piaga” umana, sono gli occhi dei bambini
di Haiti, occhi grandi, nerissimi che ci entrano non solo nel cuore ma
nel nostro animo di uomini “occidentali”, di uomini che a poche decine
di chilometri, nelle Antille per esempio, si crogiolano al sole
tropicale in alberghi a 5 stelle...
Le nostre
coscienze si sono immediatamente destate dal torpore di questo inverno
gelido, sollecitando adozioni, affiliazioni, ecc., tutte belle azioni
ci mancherebbe!, tuttavia lo sguardo così composto ed allo stesso tempo
interrogativo dei bambini di Haiti, ci induce ad una riflessione amara:
“Se ci fosse stato l’Uomo ad Haiti, questa tragedia sarebbe stata
minore?”. Il mio augurio che tutti noi monarchici contribuiamo, per
quanto possibile, affinchè i bambini di Haiti possano un giorno nascere
in un Paese ove non solo “Dio esiste”, ma nel quale sia presente l’Uomo!
Giuseppe Polito
Biblioteca
storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
|
| DATA:
20.01.2010 |
L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE
CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE
L’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del
Pantheon ha celebrato il suo 132° anniversario di fondazione.
All’indomani delle solenni e partecipatissime esequie di Vittorio
Emanuele II, scomparso il 9 gennaio 1878, i reduci della prima guerra
di indipendenza – che avevano scortato il feretro del Padre della
Patria il giorno dei funerali – si impegnarono a prestare “in turno il
servizio d’onore della guardia alla Tomba del Re Vittorio Emanuele II
al Pantheon”. Il benemerito sodalizio, posto sotto la presidenza di Re
Umberto I, si sviluppò e consolidò nei successivi decenni divenendo una
delle istituzioni patriottiche della nuova Italia. Eretto con Regio
Decreto 1047 del 1911 Ente Morale, assunse l’attuale denominazione e i
compiti definiti nello Statuto ancora in vigore nel 1932. L’Istituto
può vantare fra i suoi Soci ben 37 medaglie d’oro al valor militare e
fra di esse il Gen. Alberto Li Gobbi (classe 1914) e il Gen. Umberto
Rocca (classe 1940). Superato indenne il referendum del 1946, il
sodalizio svolge l’importantissima funzione di curare le Tombe dei
Sovrani d’Italia nel Pantheon e quelle dei Sovrani ancora sepolti
all’estero in vigile attesa di assicurare anche a Loro il riposo eterno
in Roma, ma anche quella di tenere viva la tradizione del Risorgimento.
Le cerimonie ufficiali della fondazione sono state precedute dal
Consiglio Generale, che per acclamazione ha rieletto Presidente
dell’Istituto il Cap.Vasc. Dott. Ugo d’Atri, che nel 2003 subentrò
all’mm. Div. Nav. Antonio Cocco, cui tanto deve l’Istituto e la Causa
Monarchica.
Il
Presidente d’Atri, unitamente ai Consultori, ha deposto all’Altare
della Patria una corona d’alloro al Milite Ignoto, mentre un picchetto
in armi rendeva gli onori previsti. E’ seguita nel Pantheon una solenne
Santa Messa, presieduta dal Rettore della Basilica Mons. Micheletti
coadiuvato da Mons. Millimaci, cappellano capo dell’Istituto e da altri
sacerdoti Guardie d’Onore. Il rito, officiato in suffragio dei Sovrani
d’Italia e di tutti gli Italiani caduti in guerra, ha visto la
partecipazione dei congiunti delle Guardie d’Onore Filippo Raciti e
Carlo de Trizio (caduto a Nassiria), delle cariche sociali
dell’Istituto e di oltre mille persone fra Soci e simpatizzanti: il
tempio, ove prestava servizio una rappresentanza in uniforme storica
del Primo Reggimento GRANATIERI DI SARDEGNA ( il più antico reparto del
nostro Esercito, fondato nel 1659, e nel quale prestò servizio Umberto
II), si è riempito delle bandiere del Regno d’Italia delle varie
delegazioni provinciali che hanno fatto da suggestiva ala al labaro
della Presidenza Nazionale dell'ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA
COMBATTENTI DECORATI AL VALOR MILITARE, per la prima volta intervenuta
alle celebrazioni delle Guardie
d'Onore, e al vessillo dell'Associazione AMICI DEL MONTENEGRO. Fra le
numerose personalità intervenute si ricordano Gian Andrea Lombardo di
Cumia, Consigliere Nazionale dell'Ass. Naz. Arma di Cavalleria, Stefano
Di Martino, in rappresentanza del Comune di Milano, Carmine Passalacqua
in rappresentanza del Comune di Alessandria, assieme a numerosi
delegati di Sindaci e Presidenti di Provincia. Per
l'Unione Monarchica Italiana era presente, in prima fila, il Segretario
nazionale Sergio Boschiero, accompagnato dal responsabile U.M.I. di
Roma Paolo Rossi. Particolarmente significativi i messaggi
di
adesione del Ministro della Difesa, On. Avv. Ignazio La Russa, e del
Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, che ha auspicato la translazione
delle salme dei Sovrani d'Italia ancora sepolti all'estero e la cui
lettura è stata suggellata da un prolungato applauso dei presenti. Al
termine della funzione il Presidente d’Atri ha deposto corone d’alloro
ai sacelli del Padre della Patria e di Re Umberto I e della Regina
Margherita, benedetti da Sua Beatitudine il Patriarca Michail del
Montenegro.
|
| DATA:
19.01.2010 |
TROPPI I COSTI DELLA POLITICA
Il parere del presidente U.M.I. dell'Umbria
da “Il Corriere dell'Umbria” del 17 gennaio 2010
Amelia- L'Unione Monarchica Italiana, per bocca del presidente
regionale Maurizio Ceccotti, interviene polemicamente su un tema molto
dibattuto, specie in questi ultimi tempi, quello del costo della
politica in Italia. “In concomitanza con le recenti festività natalizie
- afferma Ceccotti - i vertici istituzionali hanno rivolto
agli
italiani appelli accorati, tante parole, buoni propositi, pensieri
fraterni rivolti ai meno fortunati, disoccupati, cassaintegrati,
pensionati. Però hanno omesso di rendere pubblici i rimborsi elettorali
ai partiti politici, resi noti ultimamente. Il criterio è che per ogni
euro di spesa ne vengono riconosciuti cinque. Possiamo ben immaginare,
quindi, i milioni di euro che verranno erogati ai partiti in base a
questo criterio. E che dire poi - prosegue Ceccotti - degli emolumenti
che percepiscono parlamentari, consiglieri regionali, sindaci,
assessori, consulenti? Una continua emorragia di fondi che pesano sulle
tasche dei contribuenti a dispetto proprio delle categorie più deboli
protagoniste di tante belle parole. A questo dobbiamo sommare il fatto
che anche la Presidenza della Repubblica pesa, in maniera
consistente, sulle tasche degli italiani e che notizie dettagliate in
merito a tutte queste spese si possono trovare solo in una apposita
voce di costo di bilancio dello Stato. Ben diversamente da quanto
avviene in Inghilterra o negli Stati Uniti dove il bilancio della Casa
Reale inglese e della Presidenza statunitense sono resi pubblici
attraverso internet e stampa. In quest'ottica – continua Ceccotti –
dobbiamo leggere il messaggio augurale rivolto agli italiani dal
Principe Amedeo di Savoia, con contenuti sobri e motivati solo
dall'amore verso la Nazione ed i concittadini. Lo stesso Principe che
è, da sempre, l'alfiere di una monarchia sul modello spagnolo,
auspicata da molti italiani, per uno Stato meno burocratico, meno
costoso, più funzionale e rappresentativo”.
Elisabetta Pevarello
|
| DATA:
19.01.2010 |
IL SANTO NATALE DEL PICCOLO PRINCIPE
Il Principino Umberto di Savoia (nelle foto) ha festeggiato il primo
Santo Natale della Sua vita con i Genitori Aimone e Olga. A Mosca ha
visto la Sua prima neve.

|
| DATA:
19.01.2010 |
FOLLA AL PANTHEON: I 132 ANNI DELLE
GUARDIE D'ONORE
Oltre 1.000 persone hanno presenziato, domenica 17 gennaio 2010, nel
Pantheon di Roma alla solenne funzione religiosa promossa per ricordare
il 132° anniversario della fondazione dell'Istituto per la Guardia
d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Pubblichiamo alcune foto che
anticipano il commento e la cronaca a firma di Francesco
Atanasio. Rileviamo la presenza del rappresentante del Sindaco di Roma
Alemanno, che ha letto un messaggio, e i rappresentanti dei sindaci di
Alessandria (il Consigliere Carmine Passalacqua), di Asti (Giorgio
Calvagno), della
Provincia di Asti Davide Cavallero), di Sergio Boschiero per l'U.M.I.
Molte le bandiere
con lo stemma sabaudo. Significativa la presenza del labaro nazionale
dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro e di un picchetto dei
Granatieri di Sardegna. Bene organizzate le Guardie d'Onore accorse da
ogni parte d'Italia, coordinate dal loro Presidente Nazionale dott. Ugo
D'Atri. Fra tutte le delegazione delle Guardie, la più numerosa è stata
quella di Asti, guidata dal Delegato Provinciale Cav. Giovanni
Triberti. Significativa la presenza delle Principesse India e Luciana
Pallavicini Hassan d'Afghanistan, dell'Ambasciatore del Montenegro e ad
un alta personalità della Chiesa Ortodossa montenegrina.

Guardie d'Onore schierato al Pantheon il 17 gennaio 2010.
|
| DATA:
17.01.2010 |
|
LUTTI
Il giorno 13 gennaio u.s. Si è spento serenamente il Nobile Prof. Mario
Lucifero dei Marchesi di Aprigliano, Prof. Emerito nella Università di
Firenze. Alla moglie Ludovica Susanna di St. Eligio e alla famiglia le
più sentite condoglianze dell'U.M.I.
***
L'Unione Monarchica Italiana volge con
riguardo il
pensiero alla figura del giornalista e storico Gigi Speroni, spentosi
sabato 15 gennaio all'ospedale di Luino (Va), dopo breve ed improvvisa
malattia. Fra le sue opere numerose biografie di membri di Casa Savoia.
Alla moglie Mirella e alla famiglia le più
sentite condoglianze.
|
SE IL COLLE SI ABBASSA...
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il
Giornale del Piemonte" del 17.I.2010
Tra due mesi e mezzo i nodi verranno al pettine. Rinnovati i
consigli di quattordici regioni su venti, i nodi da sciogliere
torneranno le grandi riforme attese da decenni. I cittadini non sono
grulli e la loro pazienza non è illimitata. Perciò vogliono
sapere da ora se l’opposizione concorrerà o (come dice Bersani) si
metterà di traverso, alla faccia del riformismo di sinistra!
Nel frattempo qualche cosa di utile molti possono fare, nell’ambito
delle proprie competenze. A cominciare dal presidente Giorgio
Napolitano. Il Vecchio Piemonte ha dato tre presidenti alla Repubblica:
Einaudi, Saragat e Scalfaro. Se aggiungiamo Segni e Cossiga, metà dei
Primi Cittadini vennero espressi dall’antico regno di Sardegna. Come
esercitarono il mandato? Sino a metà della presidenza Cossiga
si
attennero scrupolosamente alla Costituzione. Parlarono poco, perché
il presidente “rappresenta l’unità nazionale”. Solo quando ve
n’è
davvero bisogno “può inviare messaggi alle Camere”: un atto solenne, un
mònito da ascoltare in piedi, non in un Aule semideserte e
nell’indifferenza degli italiani come poi accadde.
La Costituzione non prevede che il capo dello Stato dica cose
sensazionali due o tre volte al giorno sugli argomenti e le
figure più diversi. Spese ogni giorno, le sue parole
fatalmente
si logorano, cadono nel tritacarne della cronaca. Perciò, per esempio,
è molto atteso il suo discorso su Craxi, benché la figura e l’opera del
leader socialista non abbiano bisogno di condanne né di assoluzioni da
parte di nessuno ma di un serio dibattito storiografico, come quello
consegnato da Ugo Finetti al bel saggio Storia di Craxi: miti e realtà
della sinistra italian (Ed. Boroli), che è quanto di meglio sinora sia
stato scritto sull’argomento.
Meno ancora bisogna
attendersi che il primo cittadino dica se le riforme vanno fatte a
colpi di maggioranza. Che per approvare una legge basti un voto solo di
maggioranza è ovvio. Un paio di voti in più rispetto al 50% bastarono
per eleggere Marini e Bertinotti a presidenti di Camere dalla breve
durata e Napolitano stesso a capo della Repubblica. La riforma della
Costituzione richiede la maggioranza qualificata, ma le leggi ordinarie
vanno fatte, e in fretta. I numeri ci sono.
Invece di ripetere appelli destinati a cadere nell’indifferenza,
Napolitano potrebbe regalare ai parlamentari una copia dei Discorsi
della Corona, pronunciati dai re di Sardegna e poi d’Italia tra il 1848
e il 1939: concordati ogni volta con i presidenti dei governi in
carica. Sono discorsi sobri, limpidi, rivolti all’esecutivo, alle
Camere, al Paese senza preoccupazioni di corto respiro. I
sovrani assistevano alle grandi manovre, inauguravano
mostre e convegni di studio, ospedali e scuole,
visitavano
città... ma non interferivano ogni giorno nella cucina
politico-parlamentare.
Tra qualche mese l’Italia
avrà bisogno di un Presidente al di sopra delle parti, di un Colle
davvero più alto. In Italia il Capo dello Stato è figura irripetibile.
I presidenti dei due rami del Parlamento presiedono le Camere e basta.
Non sono un secondo o un terzo semicapo dello Stato. Non hanno alcun
potere di mandare messaggi, interpretare, ammonire. Sono liberi di
scrivere libri, dipingere, tuffarsi negli abissi, scalare vette, farsi
i fatti privati in pubblico o anche solo tacere, ma non hanno alcun
ruolo costituzionale, né un primato pedagogico-didattico sulla vita
politica. Perciò ci si attende che all’ imminente stagione
delle
riforme il presidente Napolitano non arrivi logorato dal
chiacchiericcio quotidiano al quale i suoi altrettanto giornalieri
interventi rischiano di esporne il ruolo. Diversamente qualcuno si
domanderà se la formazione ideologica e la pluridecennale militanza
partitica non continuino a pesare troppo su chi, dopotutto, non si
oppose alla richiesta dei gruppi parlamentari del Partito comunista
italiano di incriminare il Presidente Cossiga per alto tradimento della
Costituzione (5 dicembre 1991): l’ultima spallata della decennale
offensiva dell’Estrema sinistra contro i partiti democratici.
Aldo A. Mola -
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
|
| DATA:
17.01.2010 |
PRINCIPI VERI E NOMI D’ARTE.
ONORIFICENZE E PATACCHE
Ritengo opportuno
ribadire -quale giurista e storico dei Savoia e ideologicamente
repubblicano- con precise indicazioni la posizione
nei confronti della Dinastia sabauda dei signori Vittorio Emanuele di
Savoia e del suo figliolo Emanuele Filiberto, in considerazione della
continua attribuzione loro, nell’ambiente dei giornalisti e del Carro
di Tespi delle nostre televisioni, di titoli nobiliari ch’essi non
possiedono.
In particolare in occasione delle varie
“performance” televisive del signor Emanuele Filiberto di Savoia,
spesso e volentieri egli viene chiamato col titolo di principe da
personaggi dello spettacolo oramai suoi colleghi di lavoro.
Orbene, Vittorio Emanuele di Savoia,
avendo contratto matrimonio senza l’assenso del Sovrano, è decaduto da
ogni prerogativa reale e di appartenenza alla Real Casa.
Il signor Vittorio Emanuele ha violato
tutta la normativa regolante la sua Casa in materia. A cominciare dalla
regie patenti del 1780, mai abrogate durante il Regno né da Umberto II
durante l’esilio (lo Statuto Albertino si limita a indicare la legge
salica in tema di successione, cioè esclude le donne dalla Corona) per
finire all’ art. 92 del Codice civile in tema di matrimoni
reali. Norma mai abrogata in modo esplicito, ma semplicemente
inapplicabile per la sopravvenuta forma repubblicana dello Stato.
La violazione della normativa dinastica
in caso di matrimonio non approvato e le conseguenze relative,
è stata fatta presente da Umberto II al figliolo nelle due
famose lettere del Re dal contenuto inoppugnabile: “Tale legge, io 44mo
Capo famiglia, non intendo e non ho diritto di mutare. Ma se anche
mancassi al mio dovere, sarebbe vano, perché nessuno potrebbe
riconoscere valido il mio operato”. Il
tuo matrimonio comporta “la tua decadenza da ogni diritto di
successione (…) perdendo i tuoi titoli e il tuo
rango e riducendoti alla situazione di privato cittadino. Perciò tutti
i diritti passerebbero immediatamente a mio nipote Amedeo, Duca d’Aosta.
Più chiaro di così!
Il signor Vittorio Emanuele è, come si
è detto, decaduto da ogni prerogativa reale e quindi di
appartenenza alla Real Casa di Savoia con perdita di ogni titolo
conseguente. In parole povere il personaggio in questione è
privo di ogni titolo nobiliare.
Indubbiamente Vittorio E. , in quanto
figlio di Umberto II, fa parte della famiglia Savoia intesa in senso
privatistico, ma non ha più alcun titolo come bene indica
anche l’Annuario della nobiltà italiana nella sua ultima edizione.
Passiamo al signor Emanuele Filiberto di Savoia. Essendo egli figliolo
di un comune cittadino è privo di ogni titolo anch’esso e non
appartiene alla Famiglia Reale, intesa come istituzione. Ovviamente,
invece, egli fa parte della famiglia privata Savoia.
Si aggiunga ancora: ovviamente anche sua
madre, la signora Marina Doria, non appartiene alla Famiglia Reale e
quindi non gode assolutamente del titolo di Altezza Reale,
che Umberto II non le ha mai conferito. E’ una comune cittadina anche
la moglie del signor Emanuele Filiberto.
Il preteso titolo di “Principe di
Venezia” col quale si fa chiamare e si lascia chiamare Emanuele
Filiberto non risulta nell’elenco delle concessioni nobiliari di
Umberto II, né si conosce l’esistenza di documenti firmati dal Re
relativi alla concessione del titolo. Non esiste. Possiamo
quindi concludere che eventualmente la dizione “Principe di Venezia” è
un nome d’arte, un “nom de plume”, del signor Emanuele Filiberto di
Savoia.
Ovviamente il titolo di “Principe di
Piemonte” di cui il signor Emanuele Filiberto anche talvolta si
ammanta, e che avrebbe ricevuto dal babbo, non sussiste in
quanto Vittorio Emanuele, non facendo più parte della Famiglia Reale,
ha perso ogni “fons honorum”. Si aggiunga “ad abundantiam”
che di questa pretesa concessione di titolo non è mai stata precisata
né la data, né la formalità.
Il titolo appartiene ora al figlio di
S.A.R. il principe Aimone, S.A.R. Umberto, principe di Piemonte, in
ossequio al provvedimento regolarmente emesso con tutti i
crismi dal Capo della Real Casa di Savoia, S.A.R. Amedeo di Savoia.
Curiose e stravaganti, insussistenti e
inconcludenti sono le tesi contrarie (spesso anche
contraddicentesi fra loro) a quanto sopra affermato, espresse dai due
interessati e da loro amici e legali a volte retribuiti dai due
personaggi.
Una prima tesi, assai comica in
verità per le sue conseguenze, è che l’ordinamento
giuridico della Repubblica ha abrogato tutte le norme regolanti la
Dinastia. Ebbene, non si riesce a capire dove i due signori e i loro
sodali vogliono andare a parare. La Repubblica Italiana infatti non
riconosce nessun titolo nobiliare (art. XIV delle disp. trans. e fin.
della Cost.), non riconosce ovviamente nessuna norma che riguarda la
Dinastia, ne consegue che appunto, per la Repubblica, i signori
sopramenzionati sono due semplici cittadini. Insomma, se
applichiamo le norme del Regno i due personaggi sono semplici
cittadini, avendone violato le norme, se applichiamo le norme della
Repubblica il risultato non cambia.
Non si comprende quindi in base a quale
titolo i due personaggi dispensino a dritta e a manca onorificenze a
ingenui o a compiacenti.
Una seconda tesi è che Umberto
II avrebbe successivamente riconosciuto il matrimonio del figlio
contratto civilmente a Las Vegas, dicesi Las Vegas, e religiosamente in
Persia, al quale il Re non partecipò, né la Regina, né nessun membro
della Famiglia Reale per ordine del Sovrano, solo perché otto mesi dopo
sarebbe andato al battesimo del nipotino e perché -parole di Emanuele
Filiberto in una delle tante sue comparse televisive nel Carro di
Tespi-, egli conosceva il nonno suo. E gli altri (Giordano Bruno Guerri
nel caso specifico) non l’hanno mai conosciuto.
Ora, siccome chi scrive ha conosciuto il
Nonno molto più del bambino Emanuele Filiberto (come ha conosciuto il
suo babbo prima che si sposasse con sua madre), fa presente che i
riconoscimenti di cose delicate come è la successione in una Casa
Reale, richiedono atti scritti, ben documentati e non una presenza a
battesimi privati che rientrano nell’ambito strettamente familiare e
domestico.
Altra tesi sarebbe che lo Statuto
Carloalbertino prevede, come si è già
detto la successione salica (cioè solo per i maschi). Ma , si
risponde, il trasferimento al ramo Aosta della successione (saltando
Vittorio E. e Emanuele F. per i motivi sopra espressi) è avvenuta
proprio nel rispetto della legge salica.
Un’altra tesi è che il Duca Amedeo sarebbe stato per anni
zitto. In verità più volte, senza clamori (che è invece lo stile dei
cugini) rivendicò i suoi diritti. Chi afferma il contrario conosce ben
poco la storia di questi anni. Basti pensare alla ferma posizione
assunta dall’UMI alla morte del Re. Chi scrive era nella assemblea che
respinse con forza le interessate pressioni di alcuni Papaveri e
riaffermò, a sensi delle leggi della Dinastia, l’esclusione di Vittorio
Emanuele e del figlio dalla successione e all’unanimità
indicò in Amedeo il continuatore della Dinastia.
Altra tesi è che
condannando all’esilio i due personaggi, la Repubblica ne riconosce i
diritti. Questa è comicità pura. Al momento dell’entrata in vigore
della Costituzione repubblicana Vittorio E. non si era ancora sposato a
Las Vegas di nascosto al padre. Aveva 10 anni… La Repubblica pensava
che il figlio sarebbe stato degno del padre di cui temeva l’enorme
prestigio, la grande dignità e probità.
Faccio venia di altre cervellotiche tesi.
Bisogna prendere atto
che il ramo principale della Dinastia si è estinto e che la
Dinastia continua nel ramo Aosta.
I sigg. Vittorio e Filiberto
lascino perdere le pretese araldiche, si mettano il cuore in pace.
Spero vivamente che questo mio appunto sia chiaro e contribuisca a
rincuorare i fedeli di Casa Savoia, smarriti e sgomenti da anni per le
ripetute cadute di stile (diciamo così) dei due Personaggi.
Essi sono dei semplici cittadini, liberi
di fare quello che vogliono, essi non coinvolgono la Casa Reale . La
millenaria, gloriosa Dinastia continua nelle LL. AA. RR. il principe
Aimone e il piccolo Umberto (III), Principe di Piemonte.
Prof. avv. Giulio
Vignoli
|
| DATA:
15.01.2010 |
IL PIU’ GRANDE ITALIANO DI TUTTI I TEMPI?
Così
si chiama il nuovo programma in prima serata di RaiDue che inizierà il
prossimo 20 gennaio, acquistato dal format inglese “100 Greatest
Britons” andato in onda sulla BBC. Sono previste 4 puntate,
con
la produzione di Bibi Ballandi, in diretta dallo studio 3 di Cinecittà.
Presentato dal “scoppiettante” Francesco Facchinetti proveniente da X
Factor, il programma nasce per individuare il nostro connazionale più
famoso ed amato di tutti i tempi, votato poi grazie al
televoto.
Storici ed esperti in studio commenteranno le vite e le scelte del
pubblico da casa. Circola in rete una lista di 50 “Italiani famosi” :
dal Petrarca a Dante, da Falcone a Borsellino, da Enzo Ferrari e
Massimo Troisi, da Benigni a Pirandello, da Cristoforo Colombo a Sophia
Loren, da Caterina da Siena a Giovanni XXIII, da Pascoli a Carducci, da
Padre Pio a Mastroianni, ecc.ecc., come personaggi politici e storici
vi sono Sandro Pertini, Mazzini, Cavour e Garibaldi.
Naturalmente
non sono in elenco personaggi scomodi (assassini, dittatori ecc.) che
potevano provocare “casi politici”, né tantomeno c’è Vittorio Emanuele
II di Savoia (il primo Capo dello Stato del nostro Paese) o la prima
Regina d’Italia, Margherita, né il pronipote Umberto II,
l’ultimo
sovrano sabaudo, o la martire Mafalda von Hessen. Pochissime le donne,
abbiamo detto della Loren, poi Santa Caterina, la Levi
Montalcini, la Magnani e Mina.
Il programma
inizialmente avrebbe dovuto presentarlo un discendente della più antica
dinastia d’Europa, il quale ha preferito cambiare canale…
A pochi mesi dalle celebrazioni…?, per il 150° anniversario della
nascita dell’Italia, ci saremmo aspettati scelte coraggiose, veramente
intelligenti, e non la solita classifica di “nani e ballerine”, ma la
cultura storica nel nostro Paese non è della televisione pubblica,
purtroppo.
Viva il Re, Viva gli Italiani, quelli
veri però!
Giuseppe Polito
Biblioteca
storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
|
| DATA:
14.01.2010 |
ORDINE DEL GIORNO DELL’ASSEMBLEA
REGIONALE SICILIANA: I RE E LE REGINE D’ITALIA AL PANTHEON
L’Assemblea
Regionale Siciliana, nella seduta del 17 dicembre 2009, su proposta dei
deputati regionali Caputo, Pogliese e Vinciullo, ha approvato
all’unanimità un ordine del giorno che impegna il Governo della Regione
Sicilia “AD INTERVENIRE PRESSO IL GOVERNO NAZIONALE AL FINE DI
CONSENTIRE ALLE SALME DELLE LL.MM. VITTORIO EMANUELE III, ELENA DEL
MONTENEGRO, UMBERTO II E MARIA JOSE’ L’INGRESSO IN ITALIA E IL
SEPPELLIMENTO PRESSO IL PANTHEON DI ROMA”.
L’Unione Monarchica Italiana plaude alla nobile iniziativa promossa dai
deputati regionali Caputo, Pogliese e Vinciullo, da sempre vicini alla
nostre battaglie, e auspica che il nuovo anno, fausto anniversario
dell’Impresa dei Mille e dei plebisciti celebrati al grido di ITALIA E
VITTORIO EMANUELE, lanciato dalla Società Nazionale guidata dal
siciliano La Farina, possa vedere finalmente ricomposte nel Pantheon di
Roma, indicato dal siciliano Francesco Crispi come ultima dimora dei Re
d’Italia, le spoglie dei Sovrani ancora sepolti all’estero.
|
| DATA:
13.01.2010 |
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO
RICORDA IL DUCA BOREA D'OLMO
In
memoria
del Duca Guido Orazio
Borea d’Olmo.
La
Consulta dei Senatori del Regno addita alla memoria degli Italiani la
fulgida Figura del proprio componente, Duca Guido Orazio Borea d’Olmo,
esempio di limpida fedeltà agli Ideali, custode generoso, promotore e
innovatore della tradizione storica del Ponente Ligure e
d’Italia, umanista e Maestro di color che sanno.
Alle esequie (San Remo, Basilica di San Siro, h.14.30) la Consulta è
rappresentata dall’avvocato Luca Fucini.
Roma,
31 dicembre 2009
Il Presidente della
Consulta S.R.
Aldo
Alessandro Mola
|
| DATA:
31.12.2009 |
SANREMO: LA SCOMPARSA DEL DUCA ORAZIO
BOREA D'OLMO
E' mancato, all'età di 84 anni, il Duca
Guido Orazio
Borea d’Olmo. Ne danno il triste annuncio le figlie Maria Cristina e
Lysabel con le loro famiglie. I funerali sono stati celebrati giovedì
31
dicembre alle ore 14,30 nella Basilica Concattedrale di San Siro. In
rappresentanza dell'U.M.I. la Coordinatrice del Club Reale "Duca
Bacicin" Wilma Curti che ha portato ai famigliari le condoglianze del
Presidente Gian Nicola Amoretti.
Guido
Orazio Borea d'Olmo era un punto di riferimento per la comunità
sanremese, uomo di inestimabile cultura, monarchico fervidisso, membro
della Consulta dei Senatori del Regno e attivo
partecipante alla vita del Club reale U.M.I. locale "Duca Bacicin". Nel
1951 fu nominato Console del Mare e nel 1980 ricevette anche il titolo
Cittadino Benemerito. La sua era una famiglia di marchesi, ma per
decreto del re Umberto II venne poi nominato duca. Lascia due figlie,
oggi sposate con altri nobili e residenti fuori Sanremo (la moglie è
deceduta già da alcuni anni).
LA SUA VITA
Nasce il 25 Aprile 1925 a San Remo e viene battezzato in una cappella
del Palazzo di famiglia. Si trasferisce a Roma con i genitori nel 1928,
e nel 1933 riceve la prima Comunione e la Cresima nella Chiesa di
Trinità dei Monti. Sempre a Roma compie i suoi studi, ottenendo la
maturità scientifica ne1 1943. Alla visita di leva viene assegnato
all'Arma di Cavalleria. Durante i nove mesi dell’occupazione nazista a
Roma è renitente alle chiamate alle armi, e fa perdere ogni sua
traccia, incorrendo nella pena di morte e collaborando attivamente con
l'organizzazione clandestina della Regia Aeronautica, con il compito di
ufficiale informatore. Nella notte antecedente la liberazione della
Capitale, viene incaricato della mobilitazione dei vari ufficiali
facenti parte della sua Unità, affinché prima dell'arrivo delle truppe
alleate si provveda ad occupare e presidiare alcune sedi di comando
militari Italiani. Svolge funzioni di Polizia Militare in Roma
liberata, fino all’arrivo dal Sud ed all'insediamento dei Carabinieri
Reali. All'inizio di I.luglio 1944 si arruola volontario, e viene dallo
Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano inviato al fronte della 8a
Armata Britannica, come ufficiale di informazioni, esplorazione e
guida. Destinato presso il 12° Reggimento di Lanceri Inglesi, e
raggiunta sufficiente esperienza nell'attività di pattuglia ed
avanscoperta, ottiene dai Superiori comandi di potersi dedicare al
reperimento in loco di elementi volontari, in massima parte partigiani
Italiani, per un loro attivo impiego tattico, sotto il suo comando,
nelle operazioni belliche in corso. Nel
periodo dal
Luglio 1944 al Gennaio 1945 ha quindi la grande soddisfazione e l’onore
di essere il primo a liberare numerosi centri abitati dell'Umbria,
delle Marche e della Romagna. Al comando di una squadra di volontari
Italiani, penetra per primo profondamente oltre la linea Gotica, dopo
aver guadato il fiume Foglia, effettuando la liberazione del villaggio
- Caposaldo di Certalto (PS), ove ordinò l’alzabandiera sulla dominante
torre campanaria; come pure partecipa alla prima pattuglia esplorativa
di quattro volontari, attraverso il fiume Ronco, nel suo corso
inferiore. Per quest’insieme di fatti d’arme viene decorato della
Medaglia di Bronzo al Valor Militare sul Campo, e della croce al Valore
Polacco "Krzyza Walencznich". Viene pure proposto per la decorazione al
valore Inglese "Military Cross", che però non gli viene concessa, a
causa del perdurare “formale” dello stato di guerra fra quel Paese e
1’Italia.
A metà Gennaio 1945 rimane gravemente
ferito, e non può riprendere il servizio attivo, prima del termine del
conflitto. Nella tarda primavera, estate ed autunno del 1945 ottiene
finalmente di poter riprendere servizio, sempre alle dipendenze dello
Stato Maggiore, Ufficio Informazioni, e viene assegnato presso unità
militari Alleate, di stanza in Venezia Giulia. Nel Dicembre 1945 viene
chiamato a prestare servizio presso la Casa Militare del Luogotenente
Generale del Regno, e poi Re d’Italia, con mansioni di Ufficiale di
Collegamento con le Autorità Militari Alleate. Il giorno stesso della
partenza di Sua Maestà dall’Italia rassegna le sue dimissioni
dall'Esercito. Nell’estate 1946 lascia Roma per trasferirsi nella sua
città natale, da cinque secoli residenza principale della sua famiglia.
A San Remo, e per alcuni periodi all'estero, svolge attività
successivamente, nel campo della pesca professionale,
bancario,
delle importazioni-esportazioni, e rappresentanze commerciali, ed
assicurative.
Dal Maggio 1953 è Agente Generale
Procuratore della TORO Assicurazioni S.p.A., dimettendosi dall'incarico
solo il 30/4/1987, dopo 34 anni.
Nel 1947 e 48,
ottenuta l’autorizzazione del Sovrano, viene eletto presidente della
sezione della Provincia d’Imperia del Movimento Federalista Europeo,
partecipando al primo Congresso Nazionale tenutosi nel Castello
Sforzesco di Milano. Viene nominato per più anni “Console del Mare”
antica carica onorifica con mansioni di collegamento fra la gente di
mare di San Remo e le Autorità Costituite. Nel 1952 e nel 1953 è l’
ideatore ed il realizzatore rispettivamente di una raccolta di firme e
di una sottoscrizione popolare pro Porto Turistico di San Remo,
ottenendo lo scopo prefisso col rapido finanziamento da parte del
Governo per l'inizio dei lavori di ampliamento ed ammodernamento
portuale. Dal 1960 tutela gli interessi dei sudditi Danesi nella
Provincia di Imperia, dapprima come Vice Console Onorario e dal 1978
come Regio Console onorario, carica da cui si dimette il 31 Dicembre
1986. Nel 1970 pubblica, a cura dell'Istituto Internazionale di Studi
Liguri il “Manoscritto Borea”, compendio di notizie storiche e di
cronaca di San Remo e dell’estremo ponente Ligure, raccolte dalla sua
famiglia nei secoli, e da lui trascritte ed ordinate con la
collaborazione di tre amici, studiosi di storia locale.
E' stato più volte eletto nel Consiglio della Federazione Provinciale
di Imperia dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro, di cui ricopre
attualmente e da più anni la carica di Presidente della Corte d’Onore.
Dietro sua iniziativa si è realizzato il gemellaggio dei Decorati al
Valor Militare della sezione di San Remo con i membri del sodalizio fra
decorati Francesi della “Medaille Militaire” sezione di
Mentone.
Nel 1955 è Vice Presidente fondatore del Lions Club San Remo,
ricoprendo vari incarichi negli anni successivi in seno a questo
sodalizio Internazionale, che nel 1995 gli conferisce la propria più
alta decorazione internazione la: “Melvin Jones fellowship”.
Il 9 Ottobre 1958 si è sposato a Bruxelles con S.A.S. Marie Elisabeth
Principessa e Duchessa d’Arenberg, ed ha come testimone di nozze S. M.
il Re d’Italia. Dalla loro unione, nel 1959 e nel 1963, nascono due
figlie: Maria Cristina e Lydia Isabella.
Nel 1960
costituisce, e ne viene eletto Presidente, il Comitato Permanente “pro
Mare San Remo”, composto dai più qualificati uomini di mare del luogo e
dai responsabili di attività sportive ed economiche attinenti alla
nautica.
Negli anni 60 è l'ideatore e Presidente
del Comitato Promotore del Parco Naturale Internazionale delle Alpi
Marittime, il primo del genere in Europa. Nel 1966 fonda e presiede per
un triennio la sezione della Provincia di Imperia dell’Associazione
"Italia Nostra" . Nel 1974 gli viene conferito il trofeo "Romeo Salesi"
del Club Alpino Italiano “per l'opera che egli da lungo tempo svolge,
con alto senso civico, in favore della realizzazione di un Parco
Internazionale delle Alpi Liguri e Marittime”.
Nel 1975 è stato nominato, dal Ministro della Pubblica Istruzione,
Presidente della Commissione di Stato per la Tutela delle Bellezze
Naturali della Provincia di Imperia.
Nell’Aprile 1959, in una delle
sue relazioni e conversazioni al Lions Club di San Remo, sostiene,
motivandola, la necessità e l'urgenza di dar vita in Italia a degli
Istituti Tecnici per il Turismo e ad una Facoltà Universitaria di
Scienze Turistiche, indicandone, nelle linee generali, le
principali materie di studio. Questa proposta, resa nota alla
Commissione Centrale per il Turismo, e da questa alle principali
Autorità politiche ed amministrative competenti in materia, è stato
realizzato in pieno a distanza di pochi anni.
Negli anni ’80 è stato eletto Vice Presidente del Corpo della Nobiltà
Ligure, nonché della Commissione Regionale Araldico-Genealogica, con
sede a Genova.
Nel 1977, ravvisando la necessità di armonizzare le
due caratteristiche essenziali di San Remo: l'industria del fiore ed il
turismo, propone la realizzazione di una esposizione permanente di
fiori e piante, nel pieno centro cittadino, suggerendo quale
eventuale prima sede l'atrio monumentale del Palazzo della sua famiglia.
E' socio fondatore dello Yacht Club San Remo ed è socio del Circolo
“Società del Casino” di Genova. E' iscritto alle Associazioni
Nazionali sia dei Mutilati ed Invalidi di Guerra, che ad honorem delle
Associazioni Nazionali dei Combattenti e Reduci, dei Carabinieri e
degli Alpini, nonché del locale Club Unesco.
E’
insignito della Commenda dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, del
Cavalierato di prima classe dell'Ordine Reale Danese del Dannebrog.
Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta, dal
settembre 1977 al novembre 2003 Capo Missione della Rappresentanza
diplomatica del Sovrano Ordine presso l’Istituto Internazionale di
Diritto Umanitario. Il quale il 13 Settembre 1980 nel proprio decimo
anniversario di fondazione, gli assegna una “Plaque of Appreciation”,
quale riconoscimento “del suo alto contributo, assistenza ed
incoraggiamento nell'organizzazione del Congresso sulla “Solidarietà
Internazionale e le Azioni Umanitarie”. In seguito, l’Ordine Sovrano
gli riconosce il rango di Cavaliere di Gran Croce Pro Merito Melitense.
Con
Regie Lettere Patenti del 20 Ottobre 1978 Sua Maestà il Re d'Italia gli
conferisce il titolo di Duca “ad personam”.
Il 13 Ottobre 1980 è stato proclamato dal Comune di San Remo, nel corso
di una suggestiva cerimonia, “Cittadino Benemerito”, con la seguente
motivazione: “Continuando la tradizione storica della famiglia, ha
dedicato ogni attività alla Patria ed alla sua San Remo”.
Il 4 ottobre 1985 la figlia maggiore Donna Maria Cristina si sposa con
Bernardo Nodari Mocenigo Soranzo (il cui nonno Gian Giacomo Gallarati
Scotti fù insignito dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata).
Nel 1993 lascia la Presidenza effettiva del “Consiglio per gli Affari
Economici” o “Consiglio d’Amministrazione” del Santuario Mariano di N.
S. della Costa in San Remo dopo oltre trenta anni di appassionato
servizio, che lo hanno visto animatore e promotore del più grande ciclo
di restauri che il Santuario ha goduto dai tempi della sua costruzione.
Il Vescovo di Ventimiglia San Remo lo ha nominato “Presidente d’Onore”
dello stesso Consiglio.
Il 5 giugno 1996 la
figlia secondogenita donna Lidia Isabella si sposa con Carlo dei baroni
Cultrera di Montesano.
La moglie Maria Elisabetta
d’Arenberg ha raggiunto il Signore nella sua gloria e nella sua gioia
il 7 novembre 1996.
Circondato dall’affetto delle
sue Figlie e dell’intera famiglia oltre che dal devoto personale,
all’alba del 30 dicembre 2009 - ore 5,40 - nella dimora abitata
ininterrottamente da 500 anni dalla sua Famiglia, ritorna
alla
Casa del Padre confortato da Gesù Eucaristico consumato per il Santo
Natale, all’età di 84 anni e 8 mesi.
|
| DATA:
29.12.2009 |
TRISTI ANNIVERSARI: I PERSIANI
RIMPIANGONO LA MONARCHIA
Nel nome di Dio misericordioso e
compassionevole….,
ma anche di internet, twitter e dei videotelefonini! Pochi mesi orsono,
profeticamente, avevamo ricordato il XXX anniversario dell’esilio dello
Shahan Shah, Re dei Rei, Luce degli Ariani: Mohammad Reza Pahlavi,
sull’onda della rivoluzione khomeinista del 1979. Ricordammo pure che
gli analisti e gli addetti ai lavori hanno negli ultimi anni rivalutato
la figura dello Scià, il quale seppur con errori e debolezze, seppe
trasformare una società quasi primitiva in un Paese moderno ed
industrializzato grazie ai proventi del petrolio, investendo in
infrastrutture: strade, ponti, città, ecc., trascurando tuttavia il
comparto commerciale e manifatturiero, timoroso dei cambiamenti e
conservatore, legato agli ambienti tradizionalisti, il quale si fece
influenzare dal clero sciita, con promesse che rimasero poi miseramente
sulla carta. Amico dell’Occidente, nonché di Israele, l’aviazione
iraniana era all’epoca una delle più temibili dell’area grazie ai
consiglieri militari israeliani ed ai famosi “Mirage”, la monarchia
erede di Dario e Cambise, venne lasciata sola a gestire il malcontento
di una generazione, la quale con la modernità sentiva perdere le
proprie tradizioni e la sua religione. Né gli Stati Uniti di Jimmy
Carter, né la Francia di Valery Giscard d’Estaing, aiutarono il regime
dei Pahlavi, nonostante le numerose commesse ed i milionari contratti
economici, anzi, i Francesi ospitavano da anni in un sobborgo parigino
l’Ayatollah Khomeini e la sua corte corrotta!
Orbene,
sono proprio i figli ed i nipoti di quella generazione che cacciò lo
Scià, ad essere scesa in strada per gridare a gran voce
“LIBERTA’
E DEMOCRAZIA”, immolando giovani vite per questo, una per tutta, la
povera martire Neda. Una generazione che accusa i padri di aver
accettato di far precipitare il Paese indietro di millenni! Modernità
non significa tradire la tradizione, significa adattare e plasmare la
storia millenaria di un popolo al mondo nel quale si vive, significa
rispettare la religione nella tolleranza e nella fraternità, evitando
impiccagioni pubbliche perché si ha un credo politico, religioso o
sessuale, considerato “diverso”. E’ l’ignoranza, la paura dell’altro,
che causa problemi come notiamo anche sulle pagine dei nostri
quotidiani ogni giorno. Leggendo per esempio, il “Corano”, il testo
sacro rivelato da Dio al Profeta, possiamo comprendere che l’Islam è
una religione come il Cristianesimo e l’Ebraismo, figlia anch’essa del
Patriarca Abramo, avendo molte analogie teologiche con la Bibbia.
Le
rivolte di questi giorni nelle piazze delle principali città iraniane
con il sacrificio di tante giovani vite, ci inducono a sperare che il
regime teocratico abbia i giorni contati, che una nuova era, una nuova
alba di speranza possa sorgere sull’Iran, e che la nuova classe
dirigente non tradisca le aspettative, e che una monarchia
costituzionale possa ritornare ad unire, non a dividere, questo popolo
dopo anni di tragedie! Insha’Allah!
BIBLIOTECA REGINA
MARGHERITA
IL
DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
|
| DATA:
29.12.2009 |
FIOCCO ROSA
E' nata, il 24 dicembre, vigilia di
Natale, la
piccola Irene Maria Gabriella Sacchi, terzogenita del nostro
Vicepresidente Nazionale, Avv. Alessandro, e della Sig.ra
Daniela.
Ai genitori ed alla nuova arrivata gli
auguri di tutta l'Associazione!
|
| DATA:
28.12.2009 |
MESSAGGIO
DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA IN OCCASIONE DEL SANTO NATALE E
DEL NUOVO ANNO 2010
Cari
Italiani,
è un anno molto difficile quello che ci lasciamo
alle
spalle, denso di eventi spesso drammatici che hanno toccato parecchi
ambiti della nostra vita e del Paese. La grave crisi economica e le
congiunture internazionali che ne sono derivate, hanno
certamente leso la serenità del quotidiano, con pesanti ripercussioni
sul mondo del lavoro.
Le
nuove povertà, i problemi del Welfare sostenibile e il divario tra Nord
e Sud rappresentano la sfida e il traguardo che si pone prioritario.
Turismo, difesa del paesaggio, del clima, dell’ambiente e
valorizzazione e tutela dei beni culturali devono continuare ad essere
per l’Italia motivo di orgoglio e di impegno.
Certo non mancano ombre: la criminalità
organizzata e
il riapparire di forme di terrorismo potrebbero, ma non devono,
intimidire il popolo organizzato nelle strutture libere e democratiche
che si è costruito negli ultimi centocinquanta anni.
La nuova consapevolezza del valore del
principio di sussidiarietà deve guidare il
Legislatore e l’azione dei Governi; mentre la Magistratura deve trovare
la sua forza nell’autorevolezza di giudizi equi e indipendenti.
Questo
era nell’aspirazione dello scomparso ultimo nostro Sovrano, del Re
Umberto II che avrebbe voluto rivedere la Sua Patria rifiorita dopo la
guerra intorno ai valori più alti e non lacerata da scontri ideologici,
politici, istituzionali, come talvolta appare. Il Suo breve regno è
stato sicuro esempio del senso del dovere, come ha dimostrato con il
suo sacrificio personale a torto dimenticato.
Per
guardare con fiducia al futuro occorre consapevolezza del passato,
degli esempi personali e dei valori positivi che ci ha dato e che è in
grado di darci ancora.
In
Italia il futuro è ancora una volta affidato alla nostra responsabilità
di persone partecipi di una Comunità che ha radici nel passato e che
non ha esaurito le sue risorse morali. Quando, invece, si tende a
travisare la propria storia; quando si assiste all’iconoclastia dei
simboli più amati, alla rimozione del Crocefisso senza rendersi conto
che per noi italiani non capirne il messaggio di amore e di speranza
significa non emancipazione culturale ma ignoranza; allora vuol dire
occorre riconsiderare i valori che hanno formato e sostenuto l’Italia
unita e in primo luogo il senso dello Stato, che ne ha permesso la
coesione.
Occorrono riforme coraggiose, quelle che vengono promesse e non attuate
da almeno quindici anni. Gli Italiano lo meritano.
Nel
chiudere questo messaggio, il mio pensiero partecipe va alle Famiglie
di tutti i Caduti civili e militari, a quelle di chi ha perso la vita
sul lavoro, alle tante famiglie che hanno subito un lutto a causa delle
calamità naturali che hanno sconvolto il nostro Paese- come non pensare
all’Abruzzo ed a Messina!-.
Ed
un pensiero riconoscente infine va alle nostre Forze Armate ed a quanti
si impegnano all’estero nelle missioni di pace, ed alle Famiglie, che
più di ogni altra istituzione possono tramandare forza, serenità,
principi e valori: quelli che impediranno il declino e favoriranno,
come sempre, la via della rigenerazione.
Amedeo di
Savoia
|
| DATA: 26.12.2009 |
GLI
AUGURI ALLE LL.AA.RR. I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA SU RAIUNO
Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia
di Savoia hanno partecipato, in diretta dalla Loro residenza di
Castiglion Fibocchi, mercoledì 23 Dicembre 2009, al programma
televisivo di Raiuno "La Vita in Diretta". E' stata
un'occasione, in compagnia della giornalista Ilaria Grillini, di
formulare gli auguri di Natale.
|
| DATA: 23.12.2009 |
LUTTO
L’Unione Monarchica Italiana si unisce
al dolore
della famiglia per la scomparsa di Anna Maria Capone, monarchica
fedelissima, sorella del Colonnello Mario Capone, esponente nazionale
U.M.I.
I funerali avranno luogo sabato 19 dicembre, alle ore 10.30, nella
Chiesa di “Gesù Divino Lavoratore” in via Oderisi da Gubbio (piazzale
della Radio) a Roma.
|
| DATA: 18.12.2009 |
L'AGGRESSIONE A SILVIO BERLUSCONI
L'Unione
Monarchica Italiana, nel deplorare il gesto vile e
sconsiderato di cui è stato vittima il Presidente del Consiglio dei
Ministri, On. Silvio Berlusconi, esprime la massima solidarietà al Capo
del Governo, ricordando a tutti gli italiani che la violenza, da
qualunque parte essa provenga, è da isolare.
L'UMI ricorda ancora la via del dialogo e della dialettica democratica
quale unico mezzo di contrapposizione ammissibile nel consesso civile.
Il
Presidente Nazionale
Gian Nicola Amoretti |
Il
Segretario Nazionale
Sergio Boschiero |
Il
Vicepresidente Nazionale
Alessandro Sacchi |
|
| DATA: 14.12.2009 |
L'AGGRESSIONE A
BERLUSCONI E I PRECEDENTI STORICI
In qualità di Monarchico fervente prima
di tutto e
di Consigliere Comunale eletto nella lista di Forza Italia - PdL
esprimo il mio sdegno per il vile attentato al quale è stato sottoposto
il nostro Premier Berlusconi, situazione simile a lontane Nazioni in
via di sviluppo sudamercane o asiatiche, dove la legge della violenza
prevale sul dialogo e sulla democrazia.
Vergogna per la nostra Nazione che fin dagli antichi Romani è stata per
vocazione culla del Diritto e della Dottrina Cristiana, ridotta così
all'esasperazione per mano di chi ora viene giudicato soltanto un
"povero" soggetto affetto da disturbi della psiche.
Ricordo che non molto lontano da Milano, esattamente il 29 Luglio del
1900 davanti alla Villa Reale di Monza, una mano indegna di Anarchico
colpì a morte il Sovrano costituzionale , Re Umberto I° detto "il Re
Buono" , secondo Capo di Stato di questa Penisola da poco riunificata;
già allora si parlò di soggetto affetto da disturbi psichici, il quale
terminò la sua triste vita in carcere e suicida. Ancora oggi sono molti
gli studiosi che affermano quale fu la vera causa dell'omicidio, e
soprattutto molti sono i sospetti riguardo i Mandanti che armarono
quella folle mano!
Si voleva destabilizzare lo
Stato unito, la nuova Nazione che una certa stampa
dileggiatrice,
chiamava con disprezzo "l'Italietta" , nonostante il progresso avvenuto
in soli 39 anni dalla proclamazione del Regno unito sotto Casa Savoia.
Il nuovo Sovrano Vittorio Emanuele III graziò l'anarchico Bresci dalla
pena di morte, come in uso allora secondo le leggi dell'epoca,
trasformando la detenzione in ergastolo; si preoccupò dell'anziana
Madre che ebbe un vitalizio per sostentamento, e rifiutò le dimissioni
del fratello dell'anarchico omicida dal proprio lavoro di appartenente
al Regio Esercito, il quale si vergognava di portare tale cognome.
Ancora oggi nella nostra Italia si possono vedere gli effetti nefasti
di questo clima di violenza e di sopraffazione, anche con esempi di
vergognoso ricordo, come ad esempio il monumento a Bresci , mai
terminato dal suo scultore, ma esposto di fronte all'ingresso del
cimitero di Carrara, esaltandone la figura storica, o peggio ancora a
Torino, l'antica capitale sabauda, l'intitolazione di una via nella
zona Dora, all'anarchico De Rosa, attentatore fallito dell'allora
Principe di Piemonte, poi diventato Re Umberto II, in quel di Bruxelles
nel 1929 in visita per ufficializzare il suo fidanzamento con la
Principessa Maria Josè del Belgio, ad opera della Giunta
socialcomunista torinese.
Unendomi ai messaggi di
affetto per il nostro Presidente Berlusconi, propongo subito la
cancellazione di ogni simile tentativo vergognoso di "santificare" e
lodare l'operato di quel ragazzo nella giornata di Santa Lucia 13
dicembre a Milano.
Carmine
Passalacqua
Vicesegretario nazionale U.M.I.
|
| DATA: 14.12.2009 |
4
DICEMBRE: SANTA BARBARA, PATRONA DELLA MARINA MILITARE
Anche Alessandria è stata protagonista
di questa
ricorrenza, in quanto il gruppo locale dell’Associazione Nazionale
Marinai d’Italia ha rivolto come consuetudine gli onori alla propria
patrona.
Si è trattato di una cerimonia sobria nel classico stile
militare. Alle ore 11, presso il monumento ai caduti in mare sito in
piazza Valfrè (L.go Marinai d’Italia) è stata deposta una corona per
commemorare le vite di coloro che hanno donato al mare l’estremo
sacrificio ed altri che, come è consuetudine tra i marinai, considerare
in “pattugliamento perenne”.
Terminate le fasi
della cerimonia, culminate con il suono del silenzio e della lettura
della “Preghiera del Marinaio”, il presidente del Gruppo, l’ing.
Alessandro Borgoglio, ha espresso il proprio ringraziamento agli
intervenuti, in particolare, S.E. il Prefetto di Alessandria, la
dott.ssa Rita Rossa, vicepresidente della giunta provinciale, Giovanni
Barosini, Presidente del consiglio provinciale, Carmine Passalacqua, in
rappresentanza del comune di Alessandria, e i labari delle Associazioni
d’arma che si sono unite alla cerimonia. Tra loro un ringraziamento
particolare è stato rivolto al Gen. Turchi, che da molto tempo si
adopera per il coordinamento tra le varie associazioni, al fine di
relazionare le istituzioni, con coloro che in passato hanno servito a
vario titolo la Nazione.
Al termine della
cerimonia, il Gruppo e gli intervenuti si sono trasferiti nella
parrocchia di S. Pio V dove è stata celebrata la S.Messa in onore della
Santa, officiata da Don Stanchi congiuntamente con Don Angelo.
|
| DATA: 12.12.2009 |
DOCUMENTI: IL RE UMBERTO II E
L’U.M.I.
Iniziamo la pubblicazione di documenti che testimoniano il costante
interesse per la Causa Monarchica del Re Umberto II durante l’esilio.
Il messaggio del 13 giugno 1946 pose le basi per invalidare i risultati
truffaldini del referendum istituzionale e per dare l’indispensabile
carattere di legittimità all’azione del Re non abdicatario e al ruolo
privilegiato dell’U.M.I. nella visione dell’instaurazione monarchica.
Il Sovrano, tramite la costante azione del Suo Ministro Falcone
Lucifero, indicò costantemente nei decenni l’U.M.I. come la casa di
tutti i monarchici; decine i suoi messaggi ai congressi dell’U.M.I. ed
alle iniziative pubbliche del Fronte Monarchico Giovanile.
Il Re sosteneva oltre 80 sedi dell’U.M.I. e si faceva sempre
rappresentare alle grandi manifestazioni dei giovani monarchici.
Umberto II volle la Consulta del Senato del Regno e la volle impegnata
sempre con l’U.M.I.
L’Unione Monarchica Italiana, forte della legittimità storica ricevuta
dal Sovrano, guarda avanti senza obliare e senza tradire.
MESSAGGIO DI S.M. IL RE UMBERTO
II PER L’OTTAVA ASSEMBLEA NAZIONALE DELL’U.M.I. (ROMA, 19-20 MARZO 1959)
Cari Amici dell’Unione Monarchica
Italiana!
nel giorno in cui
si raduna la vostra Assemblea Nazionale desidero vi giunga il mio
affettuoso saluto.
La vostra Unione rappresenta tutti i Monarchici di ogni partito e
quelli indipendenti da qualsiasi partito. Ai cimenti delle forze
politiche militanti, essa, dunque, non partecipa direttamente: suo
carattere essenziale resta la disinteressata rivendicazione dei
principi che si concretarono nell’opera della mia Casa e dei grandi
patrioti del risorgimento per l’unità, l’indipendenza e la libertà
della Nazione. Così l’Unione può considerarsi una vivente immagine di
ciò che fu, politicamente,in tempi più sereni, l’Italia; ma essa vuole
essere altresì la guida di quella vasta corrente di opinione pubblica
che segue tutt’ora la bandiera della fedeltà, poiché sente che i
principi, dei quali parlavo, possiedono una vitalità e un’attualità
perenni.
Gravi prove e vicende non hanno stancato
la vostra costanza nel credere e nell’operare sul terreno della
perfetta legalità. La stessa composizione del vostro sodalizio è un
richiamo alla necessità della riconciliazione fra gli italiani. Avete
custodito il culto delle supreme idealità della patria, senza le quali
non è concepibile la vita spirituale di un popolo; avete difeso la
verità della storia contro vecchie leggende settarie e nuove e
tendenziose lacune. Esiste un mirabile patrimonio comune di tradizione
e di glorie, che costituisce la premessa insostituibile della coscienza
nazionale. Deviare da esso significherebbe rinnegare le origini e il
valore della nostra civiltà storica e morale.
Vi
sono grato di ciò che avete fatto e di ciò che farete. Particolarmente
ringrazio i valorosi amici che hanno governato fin qui con generoso
fervore ed esemplare devozione patriottica l’attività dell’Unione. A
coloro che ne assumeranno la successione auguro che, in condizioni
forse più propizie, essi possano sviluppare un’azione di sempre
maggiore efficacia per illuminare pienamente gli italiani oltre che
sugli eventi del passato, anche e più sui problemi del domani.
A questo proposito, quanto ho più volte detto durante il mio lungo ed
amaro esilio, parmi che resti tutto ancor oggi valido. Ed è tempo che i
problemi della congiuntura, soprattutto disoccupazione ed aree
depresse, vengano affrontati senza ulteriori indugi, con provvedimenti
e mezzi idonei.
Per il raggiungimento di questo
fine confido che molto sia per giovare la Consulta, che state per
istituire intorno al gruppo dei Senatori del regno, prezioso gruppo per
l’indiscutibile autorità e la profonda competenza dei suoi componenti.
Gli studi e i pareri di cotesti insigni servitori dello Stato
porteranno un utile contributo all’esame delle numerose e complesse
questioni di diritto pubblico, di economia, di politica estera e
interna, che dovranno essere prossimamente avviate a soluzione.
Sarà fecondo il vostro lavoro, perché sarà ispirato esclusivamente alla
volontà del bene per il Paese, che è la espressione più pura della vera
fede monarchica.
Viva l’Italia!
UMBERTO
Cascais,
16 Marzo 1959
|
| DATA: 11.12.2009 |
CENT’ANNI ORSONO LO ZAR E IL
RE D’ITALIA A RACCONIGI LA GRANDE POLITICA
Editoriale di Aldo A.
Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 6.XII.2009
E’passata quasi sotto
silenzio la visita del presidente della Federazione Russa
alle due Rome: il Quirinale e la Città del Vaticano. Eppure gli accordi
ora stipulati tra Italia e Russia e tra Mosca e la Santa Sede sono
d’importanza storica. Fedele alleato della Nato, il governo di Roma,
che per primo si è dichiarato pronto ad aumentare in misura elevata il
proprio contingente nella missione Nato in Afghanistan, è lo stesso che
da anni opera con calcolata iniziativa sia verso la Federazione Russa,
sia verso l’altra sponda del Mediterraneo, specialmente la Libia. Così
vogliono storia e geografia.
Non solo per il riflesso delle date, torna alla memoria
l’incontro di Racconigi, cent’anni orsono, tra Vittorio
Emanuele III di Savoia e lo Zar di Russia, Nicola II Romanov. Dal 1882
il Regno d’Italia era legato dall’alleanza difensiva con
gl’Imperi di Germania e di Austria-Ungheria. L’“Intesa cordiale” tra
Gran Bretagna e Francia e quella tra Russia e Inghilterra
sulla ripartizione delle zone d’influenza in Asia (specialmente
sull’Afghanistan) dal 1907 riportò in primo piano i vecchi
nodi della crisi europea. Con azioni aggressive e accordi segreti
Francia, Gran Bretagna e Spagna si spartivano la costa
africana da Gibilterra a Suez. L’Italia aveva bisogno della “quarta
sponda”: Tripolitania e Cirenaica, soggette all’Impero turco. Nel 1908
Vienna incorporò Bosnia ed Erzegovina. In Italia i nazionalisti
chiesero rumorosamente compensi sul confine orientale, in
realtà non dovuti. La debolezza dell’Impero turco-ottomano era sotto
gli occhi di tutti, ma nessuno aveva fretta che crollasse nel timore
che ne nascesse una guerra europea. La Russia però vedeva con
preoccupazione la “marcia verso Oriente”, cioè l’espansione
tedesca (e austriaca) sintetizzata nella ferrovia delle “quattro B”:
Berlino-Belgrado-Baghdad-Bassora.
In quello scenario nacque il colpo di coda in politica estera del
governo presieduto da Giovanni Giolitti. Dopo accurata
preparazione diplomatica, lo Zar “Nicolò II” (come all’epoca in Italia
era detto) arrivò in Italia. Non nella Città di Pio X, che il Patriarca
di Mosca non riconosceva né riconosce quale capo della cristianità, né
in altre città emblematiche, quali Venezia o Bari. Anche per motivi di
sicurezza venne scelta la Real Racconigi. Lo Zar arrivò in treno dalla
Francia il 23 ottobre e ne ripartì due giorni dopo. Il 24 i ministri
degli Esteri Tommaso Tittomi e Isvolsky si scambiarono “lettere” che
segnarono la svolta: Italia e Russia si sarebbero consultate sulla
sorte dei Balcani. Gli “accordi di Racconigi” non cancellarono la
Triplice ma ne precisarono i contorni. Il tramonto della Sublime Porta
di Istanbul non doveva danneggiare né San Pietroburgo né delle
legittime aspirazioni italiane.
Alla base degli accordi di Racconigi vi furono gl’interessi oggettivi
permanenti di due potenze e dei rispettivi popoli e soprattutto le
personalità dei Sovrani: Vittorio Emanuele III conosceva Nicola II dal
1896, aveva sposato Elena di Montenegro, che si era formata proprio a
San Pietroburgo, e nel 1902 in una visita di Stato
nell’Impero Russo aveva posto le premesse per nuovi scenari. A
Racconigi Nicola II non portò con sé la Zarina, Alessandra, Principessa
di Assia. Perciò nella “foto ricordo” a fianco della Regina
sedette la Contessa Guicciardini, che al primo scatto non seppe
trattenere un sorriso, sicché la fotografia dovette essere ripetuta. In
effetti l’orizzonte era fosco. La ancor oggi troppo celebrata Guerra di
Crimea contro la Russia era il passato remoto. Intuizione
felice? Un errore?
Il 24 ottobre 1909 a Racconigi il Vecchio Piemonte offrì quinte
solenni per la Grande Storia. Era la terra di
Joseph de Maistre, autore delle Serate di
San Pietroburgo, di
Cesare Balbo, Silvio Pellico, Alessandro Manzoni e dei tanti che per
secoli additarono l’unità dei cristiani quale fondamento dell’Europa
dall’Atlantico agli Urali: il loro era un cristianesimo
nutrito di pensiero greco-latino e ormai conciliato con i Lumi, con il
liberalismo e la democrazia.
Il centenario degli accordi di Racconigi però è passato quasi
inosservato. Come del resto sta accadendo del 150° della nascita del
Regno d’Italia.
|
| DATA:
07.12.2009 |
SIRACUSA: CELEBRATA LA
BATTAGLIA DI CULQUABER
IL MESSAGGIO DI AMEDEO DI SAVOIA
Un numeroso e
qualificato pubblico ha partecipato al convegno promosso dalla
Delegazione Provinciale GG.OO. e dalla Federazione Prov.le
dell’Istituto del Nastro Azzurro di Siracusa per ricordare la campagna
1940-1941 nell’Africa Orientale Italiana e in particolare la battaglia
di Culquaber (6 agosto- 21 novembre 1941). Il Circolo Ufficiali del 34°
Gruppo Radar ha ospitato il significativo evento, principiato con la
lettura della motivazione della M.O.V.M. concessa alla bandiera
dell’Arma dei Carabinieri per i fatti di Culquaber e del messaggio
inviato da S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia e i saluti dell’On.
Prof. Vincenzo Vinciullo, che ha portato l’adesione dell’Assemblea
Regionale Siciliana, e del Dott. Michele Mangiafico, Presidente del
Consiglio Provinciale di Siracusa. L’Avv. Francesco Atanasio, vice
segretario naz. Umi, ha poi presentato l’evento e i due relatori: l’Avv.
Antonello Forestiere, direttore del civico Museo della Piazzaforte di Augusta e saggista di storia militare, e il
Generale di Brigata dei Carabinieri Dott. Nicola
Snaiderbaur. Il ciclo delle operazioni militari in Africa Orientale,
presieduto da Amedeo di Savoia, Viceré d’Etiopia, seppe cogliere
significative vittorie impegnando il nemico costretto a dirottare verso
il giovane impero italiano ingentissime risorse: Gallabat, Cassala,
Cheren, Amba Alagi, Gondar e infine Culquaber. La resa degli onori
militari ai nostri soldati da parte degli Inglesi sancì per sempre il
valore di chi combattè al comando del Duca d’Aosta. Il convegno si è
concluso con la consegna di un attestato di beneremenza al sig. Michele
Garro, reduce di Gondar.
MESSAGGIO
DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
ALL'ISTITUTO
DEL NASTRO AZZURRO DI SIRACUSA
NEL
RICORDO DELLA BATTAGLIA DI CULQUALBER
Amici del Nastro Azzurro,
plaudo all' iniziativa di ricordare, dopo tanti anni, la battaglia di
Culqualber che rappresenta, nella sua tragicità, una pagina luminosa di
eroismo dei nostri soldati in Abissinia.
In
quella battaglia si immolarono, quasi nella loro totalità, i componenti
il I Gruppo dei Reali Carabinieri, degli "zaptié" ai loro ordini ed un
battaglione di Camicie Nere.
Per il sacrificio e
per la fierezza che contraddistinsero i Reali Carabinieri nell'arduo
combattimento, alla Bandiera dell'Arma è stata concessa la Medaglia
d'Oro al Valor Militare mentre, ai pochi sopravissuti. gli inglesi
riservarono, ammirati, l'onore delle armi.
Ricordare i Caduti per la Patria è un dovere cui nessuno può esimersi.
Voi oggi, ricordando quell'evento, rivolgerete un commosso pensiero
anche all'ultimo reduce di Culqualber: il carabiniere Abelardo Vallò,
scomparso nel marzo di quest'anno.
Con questo
spirito, nel ricordo di chi ci ha preceduto sulla via dell'onore e del
sacrificio, mi è gradito far pervenire a voi tutti "azzurri", per il
tramite del vostro Presidente avv .Francesco Atanasio, il mio più
cordiale saluto.
Da Castiglion
Fibocchi, 28 nvembre 2009.
Amedeo di Savoia
|
| DATA:
02.11.2009 |
MINARETI: SUL TRICOLORE
ITALIANO, DAL 1848 AL 1946, LA CROCE GIA’ C’ERA…
Dichiarazione del Segretario nazionale
dell’Unione
Monarchica Italiana (U.M.I.) Sergio Boschiero:
«Non ho nulla contro i minareti e i simboli religiosi ma, di fronte
alla grottesca polemica in corso, indice di intolleranza e ignoranza,
ricordo ai politici epuratori che la bandiera italiana conservò fino al
giugno 1946 lo scudo dei Savoia, che il Re Carlo Alberto volle ben
visibile sul bianco del Tricolore.
Lo scudo sabaudo riproduceva una gran
croce bianca in campo rosso, nella cornice azzurro Savoia.
Giosuè Carducci, un repubblicano serio, dedicò alla bandiera stemmata
la celebre poesia “Bianca croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re!”.
I Sovrani sabaudi, avendo partecipato alle Crociate, potevano fregiarsi
del titolo di “Re di Cipro e di Gerusalemme”.
Il Re Vittorio Emanuele III, nel corso della vista in Libia, Eritrea e
Somalia, visitò più moschee che il Gran Muftì di Gerusalemme».
Roma, 1 Dicembre 2009
Sergio
Boschiero
|
| DATA:
01.12.2009 |
I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI
SAVOIA AL PREMIO PROFILO DONNA 2009

Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia hanno partecipato, lo
scorso 31 ottobre a Modena, al premio “Profilo Donna 2009”,
l’importante evento che da anni si pone l’obiettivo di
valorizzare i talenti delle donne nel mondo delle scienze, dell'arte,
delle professioni e dell'impegno sociale.
In
questa edizione sono state premiate, fra le altre, S.A.R. la
Principessa Wijdan Fawaz Al-Hashemi, Ambasciatrice del Regno Di
Giordania, la Presidente di Italia Cinema Marina Cicogna, il soprano
Carmela Remigio, la giornalista Silvana Giacobini e Marinella di Capua,
fondatrice dell’Associazione Solidarietà Ovunque Subito.
I Principi sabaudi erano accompagnati
dal Vicesegretario nazionale U.M.I. Massimo Nardi.
Nella Foto le LL.AA.RR. in compagnia di
Cristina Bicciocchi, Presidente del Premio Profilo Donna.
|
| DATA:
30.11.2009 |
GIUSTIZIA PER VIA PLEBEA? LA
NUOVA “EPURAZIONE”
Editoriale
di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale
del piemonte" del 29.XI.2009
Torna la giustizia “per via plebea”? Che cos’è? Vediamo. Il
4 maggio 1944 il governo Badoglio affrontò il
nodo dell’ “epurazione”, cioè la punizione di un reato che non
esisteva nel codice. Il
governo decise di punire quanti avevano “sorretto il fascismo e reso
possibile
la guerra”. Molto vago, il capo d’imputazione si prestava alle
interpretazioni
più varie. Il ministro della Giustizia, Vincenzo Arangio Ruiz, liberale
e giureconsulto
di grande serietà, obiettò che l’epurazione introduceva in Italia la
retroattività delle leggi e ricordò che il 30 ottobre 1922 Mussolini
era stato
nominato capo del governo dopo una delle tante crisi extraparlamentari
della
storia d’Italia ed era poi stato approvato dalle Camere. Da quale
momento il
fascismo era divenuto fascismo? La definizione del fascismo era ed è
una questione
di storia. Gli epuratori però miravano ad annientare chi non si
allineava alle
direttive del Partito comunista italiano, sorretto dal socialista Nenni
e da
una parte del partito d’azione, un cui esponente, Adolfo Omodeo, si
schierò
infatti a favore della retraoattività e invocò anzi una “legge più dura
e
rivoluzionaria”.
Da poco rientrato in Italia dall’Unione
Sovietica, il capo
del partito comunista, Palmiro Togliatti, dettò la linea al governo:
l’epurazione andava attuata “per la via giuridica o per la via plebea”.
Lo
ribadì in Epurazione e cretinismo giuridico.
In molti casi l’epurazione prevedeva la pena capitale.
Il liberale Benedetto Croce, ministro senza portafoglio, domandò se la Nuova Italia
dovesse
o meno conservare la pena di morte. Togliatti gli replicò che essa era
una
“precisa esigenza politica”. I “giacobini” del Partito d’azione
plaudirono.
Il clima era torbido. Nei mesi seguenti vennero compilati lunghi
elenchi di categorie
di persone che andavano passate per le armi “a vista” e furono
istituiti “tribunali
del popolo” autorizzati a decidere con sentenza sommaria, senza
appello. I “fatti
irreversibili” si moltiplicarono.
L’epurazione non riguardò solo i
gerarchi del Partito
nazionale fascista e i vertici della
Repubblica sociale italiana, ma anche il Senato del Regno, i cui
componenti
furono dichiarati decaduti dal rango e dal titolo e privati dei diritti
politici e civili. Altrettanto avvenne nelle amministrazioni pubbliche
incluse
le Università e nelle Accademie, come documenta Paolo Simoncelli nel
libro
bello e amarissimo L’epurazione
antifascista all’Accademia dei Lincei (Ed. Le
Lettere).
Infrattati nei partiti rivoluzionari
molti epuratori fecero
dimenticare alla svelta i propri trascorsi,
incluso il giuramento di fedeltà al regime fascista e alla RSI, e fecero il bello e il
cattivo tempo anche
nei confronti di chi aveva rinunciato alla cattedra per non piegarsi al
regime.
Con l’avallo, purtroppo, di Croce
avvenne l’inverosimile. Il
comunista Concetto
Marchesi tuonò contro
i “corruttori della scienza e traditori della patria” e concluse: “Noi
chiediamo
la loro testa”. Come andavano formate le nuove Accademie? “Da un comitato politico
con criteri
politici” ordinò Marchesi. Uscito dalla finestra il totalitarismo
rientrava
dalla porta. Anziché nera la camicia divenne rossa: ma sempre camicia
era.
Quei precedenti hanno condizionato i
sessant’anni seguenti
della storia d’Italia anche per
stolida
sottovalutazione del “culturame” da parte dei democristiani. La “via plebea
all’epurazione” è stata usata
dal terrorismo politico (Brigate Rosse e affini). Oggi essa usa altri
metodi:
non l’eliminazione fisica, ma l’ esclusione dalla rappresentanza
politica sulla
base di imputazioni degradanti, che comportano la “morte civile” di chi
ne è
bersaglio. Anziché della verità politica
(il voto dei cittadini e
la maggioranza
parlamentare), della verità
storica (la
storia è scomoda perché presuppone libertà di giudizio) e di quella
giudiziaria
(troppo spesso una chimera), la “via plebea” si serve della opinione
comune,
manipolata ad arte.
In Italia Togliatti non giunse dal paradiso terrestre ma
da decenni di
connivenza con Stalin nella guerra di Spagna e
nella liquidazione dei partiti fratelli.
Concetto Marchesi aveva giurato fedeltà
al regime, ma autorizzato dal PCI, che si autoassolse da tutto e si
elevò a
depositario della morale pubblica e privata, con il prono assenso di
tanti
“democratici” dalla coda di paglia. Ne dette un saggio nel 1991 quando
i gruppi
parlamentari comunisti incriminarono il presidente della Repubblica,
Francesco
Cossiga per attentato alla Costituzione con imputazioni risibili e per
reati
inesistenti. Ora il nodo torna al pettine. Alla giustizia si
sostituisce il
giustizialismo, alla via giudiziaria quella plebea: fondata su accuse
che
contengono sentenza ed esecuzione immediata: l’esclusione dal consorzio
civile.
Oggi però la “via plebea” trova ostacolo
nel presidente
della Repubblica e nei cittadini, che, in caso di crisi, semmai
chiedono di
tornare alle urne.
|
| DATA:
30.11.2009 |
BARI: INCONTRO DELL’U.M.I.
PUGLIESE
Giovedì 26 novembre 2009, presso la prestigiosa sede dell’Unione
Monarchica Italiana di Bari, coordinati dal presidente regionale Comm.
Peppino Interesse, si è svolta una riunione del comitato
U.M.I.
delle Puglie, alla presenza del vicepresidente nazionale U.M.I. Avv.
Alessandro Sacchi.
Durante l’incontro si è a
lungo analizzata l’attuale situazione politica nazionale e si è
discusso sui punti programmatici associativi da realizzare
nell’imminente 2010.
Presenti, fra gli altri, il
coordinatore del Club Reale “Savoia” di Corato Rag. Oronzo Cassa e
l’Ispettore nazionale Domenico Fata. L’Avv. Sacchi ha portato
all’assemblea il saluto del Presidente nazionale Gian Nicola Amoretti e
del Segretario nazionale Sergio Boschiero.
|
| DATA:
27.11.2009 |
QUANDO FUNZIONA
L’APPELLO DIRETTOAGLI ELETTORI: L’ESEMPIO DEL “PROCLAMA DI MONCALIERI”
Editoriale di Aldo A.
Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22 Novembre 2009
“Ho promesso di salvare la nazione dalla tirannia
dei
partiti, qualunque siasi il nome, il grado, lo scopo degli uomini che
li compongono. Questa promessa, questo giuramento li adempio
sciogliendo una Camera divenuta impossibile, li adempio convocandone
un’altra immediatamente; ma se il paese, se gli elettori mi negano il
loro concorso, non su me ricadrà la responsabilità del futuro; e nei
disordini che potessero avvenire non avranno a dolersi di me,
ma
avranno a dolersi di loro”. E’ il passo più forte del
Proclama
firmato da Vittorio Emanuele II nel castello di Moncalieri il 20
novembre 1849. Un ultimatum non ai deputati ma agli elettori.
Il
Regno di Sardegna versava in condizioni drammatiche. Il 23 marzo
l’Armata sarda era stata sconfitta a Novara. Carlo Alberto aveva
abdicato a favore del figlio. A fine luglio si era spento a
Oporto. Al celebre clinico mandato ad assisterlo sussurrò “
Riberi, vi voglio bene ma muoio”. Il trattato di pace con l’Austria
(Milano, 6 agosto) aveva imposto al Piemonte una forte
indennità,
ma non toccava lo Statuto, che garantiva la monarchia
rappresentativa, cioè con Camera e Senato, libertà di stampa,
elezione dei consigli comunali e divisionali, né le altre
riforme
introdotte dal re defunto: il tricolore al posto della coccarda
sabauda, la parità dei regnicoli quale ne fosse la
confessione
religiosa. Sino alla firma del trattato gli austriaci
sarebbero
rimasti in armi ad Alessandria: una spina nel cuore, a metà strada tra
Torino e Genova, che spegneva sul nascere i sogni dell’Italia
indipendente e una.
Dalla prima elezione del 27 aprile
1848 la Camera dei deputati era stata sciolta e rieletta due
volte. Al primo governo, presieduto da cesare Balbo, ne erano
seguiti una decina: una girandola che stava screditando le istituzioni
parlamentari, diffondendo scetticismo, allontanando dalle
urne
persino l’esigua minoranza ammessa al diritto di voto. Il 16
novembre su proposta di Carlo Cadorna la Camera rinviò la
discussione sul trattato sino a quando il governo non avesse ottenuto
dall’Austria il riconoscimento della cittadinanza sarda agli emigrati
lombardo-veneti rifugiatisi in Piemonte durante o dopo la guerra: una
condizione inaccettabile da parte dell’Impero. Anche Massimo d’Azeglio,
presidente del consiglio dal 7 maggio 1849, osservò che non si poteva
pretendere di trasformare il vincitore in vinto. Di lì la coraggiosa
decisione del re: sciogliere la Camera e appellarsi al corpo elettore.
Il Re invocò l’elezione di uomini ragionevoli, seri, disposti
a
lavorare non per ideologie ma per l’interesse del regno, che
per
risollevarsi aveva urgenza di voltar pagina con la guerra.
Vittorio Emanuele II, Azeglio e i “moderati” vinsero la scommessa.
Mentre nelle elezioni del 22 gennaio e del 15 luglio 1849 l’affluenza
alle urne era scesa di circa 15 punti assestandosi intono al 50%, il
9-11 dicembre 1849 salì quasi al 65% con un picco in Savoia (il 76%)
mentre l’opposizione crollò in Sardegna e in Liguria,
roccaforti
dei critici più severi della Corona.
Come documenta l’Epistolario di
Massimo d’Azeglio, curato da Georges Virlogeux per il Centro Studi
Piemontesi (è ora in stampa il volume VII, dall’ottobre 1851
al
novemnbre 1852) con quel voto iniziò la ripresa del Regno: a
conferma che l’appello diretto agli elettori è una carta vincente
quando occorre smuovere le coscienze, porre ciascun cittadino
dinanzi alle sue responsabilità, far capire senza giri di parole che
alla fin fine ciascuno dovrà dolersi di se stesso se non sa mettere
ragione nell’ora suprema e assicurare la stabilità di governo. Il 9
gennaio 1850 la nuova Camera approvò il trattato di pace con 112 si, 17
no e 7 astenuti; il Senato lo fece con 50 si e 5 no.
Vittorio Emanuele II aveva 29 anni e da tanti era considerato poco più
che un soldataccio a caccia di selvaggina e gonnelle. Però
sulle
condizioni dello Stato e sulle sue prospettive aveva idee più chiare di
tanti politici fini. Dieci anni dopo guidò la seconda guerra
d’indipendenza e il 17 marzo 1861 venne proclamato Re d’Italia “per
grazia di Dio” (la “volontà della nazione” venen aggiunta solo per la
firma delle leggi). Col proclama di Moncalieri il Re impartì una
lezione sempre attuale sul rapporto tra istituzioni e
cittadini: Simul
stabunt, Simul cadent.
|
| DATA:
23.11.2009 |
MOSTRA A ROMA SULLA
PRINCIPESSA GRACE KELLY
La Fondazione Memmo ospita fino al 28 febbraio 2010 la mostra “GLI ANNI
DI GRACE KELLY, PRINCIPESSA DI MONACO, voluta da S.A.S. il Principe
Alberto II di Monaco. Abiti, ritratti, fotografie, gioielli, oggetti
personali, lettere narrano la favola che entusiasmò il mondo negli anni
50 del secolo scorso quando una famosa e splendida attrice,
protagonista di film indimenticabili, sposò il Principe Ranieri di
Monaco e portò l’antico Stato sul Mediterraneo a una nuova rinascita.
Lasciate le scene, Grace Kelly seppe interpretare il ruolo di Sovrana
meglio forse di altre donne nate sui gradini di un trono nel dedicarsi
alla famiglia, ai suoi sudditi, alla Croce Rossa e a numerose
iniziative di beneficenza e di promozione della cultura che fanno di
Lei un personaggio ancora tanto amato.
|
| DATA:
20.11.2009 |
IL POTERE E LA GRAZIA. I
SANTI PATRONI D’EUROPA
Il
Museo di Palazzo Venezia ospita fino al 20 gennaio 2010 la mostra
dedicata ai Santi Patroni degli Stati d’Europa. Organizzata dal
Comitato San Floriano di Illegio, sotto il patronato del presidente
della Repubblica e dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. I 100
capolavori esposti raccontano le storie dei 77 Santi protettori dei 49
Stati europei. Fra i Santi tanti i Sovrani e i Principi, elevati nel
corso dei secoli alla gloria degli altari: San Luigi di Francia, San
Casimiro per la Lituania, San Vladimir per la Russia, Santo Stefano per
l’Ungheria, San Leopoldo per l’Austria, Santa Cunegonda imperatrice per
il Lussemburgo… Religione cattolica e istituzioni monarchiche sono
stati i pilastri della civiltà europea e questa mostra ne dà un’ampia
visione fra arte e devozione.
|
| DATA:
20.11.2009 |
NUOVA STORIA CONTEMPORANEA:
SAGGIO DI DE LEONARDIS SULLE FF.AA. DEL REGNO
E’ in edicola il
numero 5 del 2009 della rivista “Nuova Storia Contemporanea”, diretta
dal Prof. Francesco Perfetti. Fra i numerosi e interessanti contributi
segnaliamo in particolare l’articolo del Prof. Massimo de Leonardis “
LA GUERRA DI LIBERAZIONE E LE FORZE ARMATE DEL REGNO”. L’articolo
riproduce la relazione presentata al Convegno “I motivi di una scelta.
Convegno storico per una memoria condivisa”, svoltosi lo scorso 3
giugno a Roma per iniziativa della Fondazione Le Forze Armate nella
guerra di liberazione 1943-1945. L’autore, direttore del Dipartimento
di Scienza Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di
Milano, esamina le ragioni ideali, politiche, militari e diplomatiche
di chi, dopo l’armistizio con gli Anglo – Americani del settembre 1943,
rimase fedele al giuramento prestato al Re e decise di combattere per
la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista. Le storie e i
destini di uomini come Bergamini, Sogno, Li Gobbi, Fecia di
Cossato…sono rievocate con particolare acume e danno il senso quasi
tattile delle straordinaria rilevanza “a posteriori” di quanti scelsero
la strada ardua, difficile e certamente non redditizia di lottare nel
nome della continuità delle istituzioni risorgimentali e prima fra
tutte della monarchia sabauda, fatto oggetto di un duplice attacco da
parte della Repubblica di Salò e dei partiti del C.L.N. . Ricco
l’apparato bibliografico, che offre al lettore un compendio delle
pubblicazioni scientifiche e delle fonti memorialistiche su uno dei
momenti epocali della nostra storia unitaria. L’autore
conclude ritenendo che “ il Regio Esercito ( ma con esso anche la
Marina e l’Aeronautica – n.d.a. - ) ritornato in linea dopo l’8
settembre” fu “ in piena continuità con gli anni precedenti” e respinge
la tesi della c.d. “morte della Patria”, tanto caro a una certa
storiografia faziosa. “Non morì il patriottismo, ma si ruppe l’unicità
di una Patria condivisa e inizio la esasperata
partitizzazione dell’idea di nazione”.
Francesco Atanasio
|
| DATA:
17.11.2009 |
CHIOGGIA: COSTITUZIONE NUOVO
CIRCOLO
Si
è costituita in Chioggia una associazione apolitica e apartitica
denominata: “ Laboratorio di storia patria e cultura: Mafalda di Savoia
“.
L'associazione, che ha
sede in via Cesare Battisti n. 264/A, sotto la presidenza di
Gennaro Belladonna intende promuovere incontri e dibattiti
sulla storia d'Italia risorgimentale e contemporanea con
particolare attenzione a questioni inerenti la Casa Savoia.
L'associazione si riunisce con soci ed interessati in conviviali
culturali a scadenze prestabilite e si avvalerà della presenza
di
ospiti di rimarcata valenza culturale e notorietà.
|
| DATA:
17.11.2009 |
| A PARIGI MOSTRA IN RICORDO
DELLA REGINA MARIA JOSE', CURATA DA S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA
GABRIELLA DI SAVOIA
|
| DATA:
16.11.2009 |
IL CALENDARIO 2010 DELLE
FORZE ARMATE PER IL 4 NOVEMBRE
Lo Stato Maggiore della Difesa e il
Ministero della
Difesa, in occasione del fausto anniversario della vittoria del 4
Novembre, Festa delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale, faranno
omaggio a quanti lo richiederanno del Calendario delle Forze Armate per
il 2010. I mesi del calendario sono dedicati ai valori dell’Etica
militare, rappresentati da splendide immagini fotografiche.
Modalità per richiederlo:
numero verde 800 224.664 – da lunedì a domenica dalle ore 9.00 alle ore
19.30
L’UNIONE MONARCHICA ITALIANA plaude all’importante iniziativa, si
stringe con amicizia ai Soldati d’Italia, ricorda reverente i Caduti
della Grande Guerra e invoca la sepoltura nel Pantheon di Roma di
Vittorio Emanuele III, primo artefice della Vittoria del 4 novembre
1918 assieme agli altri Sovrani ancora tumulati in terra
straniera.
|
| DATA:
03.11.2009 |
PLACIDO E LA STORIA SBAGLIATA
CHE FAZIO NON VUOLE CORREGGERE
dal corriere della sera del 2 XI 2009 - di Ernesto Galli della Loggia
Sabato sera, ospite della trasmissione
di Fabio
Fazio «Che tempo che fa», Michele Placido, dopo aver rievocato le
proprie origini lucane ha fornito la sua versione di ciò che secondo
lui accadde nell’Italia meridionale nel 1860 e subito dopo. Ripeto a
memoria, ma sicuro di ricordare più o meno alla lettera (del resto
esiste di certo una registrazione): «Quando ci fu l’annessione
arrivarono dal nord le truppe italiane… piemontesi, e cominciarono
subito i massacri. Migliaia e migliaia di giovani furono messi al muro,
così, e fucilati. Paesi interi distrutti: queste cose nessuno le sa ma
vanno finalmente dette. Fu una strage». Altro che Unità d’Italia.
Piuttosto una specie di anticipazione dell’arrivo in Bielorussia delle
WaffenSS , si direbbe. Il tutto proclamato con tono ispirato, dopo
essersi girato sulla poltrona verso il pubblico bue che, sollecitato
dal condiscendente sorrisino del presentatore, non ha fatto mancare il
suo caloroso applauso alle scempiaggini appena udite.
Alla fine, però, Michele Placido non ha colpa più di tanto. Che obbligo
ha, lui, infatti, di sapere, come sono andate veramente le cose? E cioè
che subito dopo l’Unità ci fu nel Sud una sollevazione contadina,
sobillata anche dal clero reazionario e dai borbonici, contro i
«piemontesi» sì, ma anche contro tanta parte migliore della società
meridionale? che, come capita sempre in queste circostanze, la ferocia
fu da ambo le parti? che se i bersaglieri fucilavano, i loro avversari
decapitavamo, mutilavano, castravano? Ma che ne sa Placido di tutto
questo? Egli è solo uno dei tanti italiani che ha una conoscenza
raffazzonata e per sentito dire della storia del suo Paese, intessuta
della panzane politico-ideologiche che gli è capitato di leggere sui
libri sbagliati e più probabilmente di orecchiare. La controparte
meridionale della cultura del leghismo.
Quello
che è grave — mi verrebbe da scrivere vergognoso, ma lasciamo perdere —
è che a questa ignoranza presti i suoi mezzi il servizio pubblico
televisivo: «italiano», fino a prova contraria. Con i suoi presentatori
non saprei dire se più ignoranti o più timorosi di opporsi, sia pure
con una sola parola, ai luoghi comuni accreditati.
|
| DATA:
23.10.2009 |
SU "PANORAMA" IL MEMORIALE
SEGRETO DI VITTORIO EMANUELE III
Sul numero di Panorama oggi in edicola
(n° 44 del 29
Ottobre 2009 - Euro 3,00), in un articolo che porta la prestigiosa
firma dello storico Aldo A. Mola, vengono analizzati gli appunti di
S.M. il Re Vittorio Emanuele II, scritti su un quaderno nel lungo
periodo che va dal 1896 fino al 1946 e mai resi noti. Il quaderno è
stato custodito dl nipote Conte Pierfrancesco Calvi di Bergolo e, in
120 pagine, descrivono 50 anni di storia d'Italia.
Mola, nell'articolo pubblicato nelle pagine 176-180, ripercorre gli
avvenimenti principali descritti delineando un inedito ritratto del
terzo Sovrano d'Italia.
|
| DATA:
23.10.2009 |
LETTERA AI NEMICI DEL
RISORGIMENTO E DI CASA SAVOIA
A tutti coloro che in queste settimane
continuano a
denigrare il Risorgimento ed i suoi protagonisti, in primis Casa
Savoia, ricordo queste poche righe che molto intelligentemente il
Dottor Aldo Cazzullo ha voluto ricordare nel suo editoriale sull'ultimo
numero del Magazine del Corriere della Sera: righe estrapolate da una
lettera inviata da Re Vittorio Emanuele II, alla vigilia della sua
partenza sui campi di battaglia della seconda Guerra d'Indipendenza, a
Costantino Nigra, Segretario di Stato, diplomatico e uomo di fiducia
del Conte di Cavour:
"Io parto domattina per la campagna con l'Esercito. Ecco il mio
testamento: se sarò ucciso voi l'aprirete e avrete cura che tutto ciò
che vi si trova sia eseguito. Io procurerò di sbarrare la via di
Torino; se non ci riesco e se il nemico avanza, ponete al sicuro la mia
famiglia e ascoltate bene questo: vi sono al museo delle armi quattro
bandiere austriache, prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848
e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria.
Abbandonate tutto, al bisogno; valori, gioie, archivi, collezioni,
tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle
bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve come i miei figli. Ecco
tutto quello che vi chiedo: il resto non conta".
Giuseppe Polito
Biblioteca
storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
|
| DATA:
19.10.2009 |
IL
GOVERNO ALBANESE ANNUNCIA LA SEPOLTURA IN PATRIA DI RE ZOG I, CHE AVEVA
LASCIATO L’ALBANIA A SEGUITO DELL’INVASIONE ITALIANA DEL 1939
Il Governo albanese, presieduto da Sali
Berisha, ha
deciso all’unanimità di accogliere le numerose istanze pervenute che da
anni chiedono la sepoltura in patria delle spoglie di Hamed Zog I, il
Re costretto all’esilio dall’invasione dell’Italia fascista avvenuta
nel 1939.
Le spoglie del Sovrano, descritto dai media come “il fondatore dello
Stato albanese moderno”, saranno accolte con i massimi onori e saranno
sepolti sulla collina dominante Tirana, avendo alle spalle la
“residenza reale delle aquile”.
In Albania già
risiede il figlio di Zog, Re Leka I, con il figlio Leka II, un giovane
serio e colto che il Governo ha inserito nella equipe che affianca il
Ministro degli esteri.
Re Zog, al quale – anche con il voto dei
socialisti – è stata intitolata una delle più importanti vie della
Capitale, aveva sposato nel 1938 una Principessa ungherese, Geraldina,
appartenente ad una famiglia che poteva vantare 600 anni di storia. E’
morta in Albania qualche anno fa.
Il segretario
nazionale dell’U.M.I. (Unione Monarchica Italiana) Sergio Boschiero,
nel sottolineare il grande significato civile del gesto del Governo
albanese, ha dichiarato: «Sarebbe l’ora che l’esilio post-mortem che
colpisce i Re e le Regine d’Italia avesse termine, magari nel quadro
delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia che, per
rispettare la storia, sarebbe corretto definire il “150° anniversario
della proclamazione del Regno d’Italia con Vittorio Emanuele II come Re
costituzionale”.»
|
| DATA:
14.10.2009 |
XXVIII CONGRESSO NAZIONALE
Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor
Militare
Il 16 ottobre avrà inizio in Bologna il
XXVIII
Congresso Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti
Decorati al Valor Militare: è la massima assise del sodalizio,
convocata per il rinnovo degli incarichi associativi nazionali e la
programmazione della futura attività.
All’indomani della Grande Guerra, che aveva visto il popolo italiano,
senza distinzione di ceto e di origine, teso con ogni sforzo verso la
Vittoria, la nobile schiera dei decorati al valor militare non volle
far disperdere quel patrimonio di eroismo, sacrificio ed abnegazione
che aveva così duramente segnato la Nazione. Ecco che allora S.M. il Re
Vittorio Emanuele III con Regio Decreto del 21 marzo 1923 riconosceva
la costituzione del sodalizio, eretto poi in Ente Morale con Regio
Decreto del 31 maggio 1928. In oltre ottanta anni di storia il
sodalizio ha riunito quanti fra gli Italiani hanno servito la Patria
senza riserve e dubbi, spesso immolatisi fino al sacrificio estremo, su
tutti i campi di battaglia e a volte anche in tempo di pace per la
difesa delle istituzioni, così come avvenne per il Reale Carabiniere
Scapaccino, il primo militare dell’allora Regno di Sardegna ad essere
decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare, istituita nel 1833 da
Re Carlo Alberto.
L’Unione Monarchica Italiana,
che nei suoi 65 anni di vita associativa ha avuto fra i suoi Soci e
Dirigenti numerosi decorati al Valor Militare, nel ricordo delle sei
medaglie d’oro riconosciute ad altrettanti Principi di Casa Savoia
(Vittorio Emanuele II, Eugenio di Savoia – Carignano,Umberto I,
Amedeo
di Savoia-Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Amedeo di
Savoia-Aosta, Viceré d’Etiopia), formula vivi voti augurali
all’Istituto del Nastro Azzurro e saluta con particolare gratitudine a
stima il suo Presidente Nazionale uscente, il Comandante Giorgio
Zanardi, Ufficiale della Regia Marina, pluridecorato al Valor Militare,
eccezionale esempio dall’alto delle sue 96 primavere di patriottismo e
senso del dovere.
|
| DATA:
14.10.2009 |
URBANO RATTAZZI: DECENTRARE
MA CONTROLLARE
Editoriale di Aldo A.
Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 4.X.2009
Il celebre motto di Massimo d’Azeglio “Fatta l’Italia bisogna fare gli
italiani” rispecchia solo in parte la realtà storica. Non solo gli
scrittori politici e gli storici ma anche scienziati, mercanti,
manifatturieri aveva da secoli un’idea unitaria dell’Italia.
L’accelerazione verso l’unione venne con l’irruzione di Napoleone
Buonaparte e di filofrancesi che tra Sette e Ottocento ripresero il
rinnovamento civile cui era giunto con l’illuminismo: quelle, per stare
al Piemonte, di Radicati, del monregalese Vasco e di tanti novatori.
La creazione del Regno d’Italia con capitale a Milano (1805)
e di
quello di Napoli con Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat (1808)
mostrò che l’Italia non era solo un’espressione geografica. Per battere
i francesi e i loro alleati interni anche l’inglese lord Bentinck, che
“tutelava” in Sicilia Ferdinando di Borbone e in
Sardegna
Vittorio Emanuele di Savoia, inventò una costituzione per l’Italia.
Dopo la Restaurazione il processo di unione riprese con i moti del
1820-21, del 1831 e altre cospirazioni sino a quando Massimo d’Azeglio
pubblicò il Manifesto per un’opinione nazionale che segnò la svolta:
basta col terrorismo politico di Giuseppe Mazzini,
si
riforme per mettere insieme moderati e democratici.
A
tirare le somme furono Camillo Cavour e Urbano Rattazzi che nel
febbraio 1852 dettero vita al centro-sinistro (sic), la grande alleanza
tra le due forze fondamentali non solo del Parlamento Subalpino ma
dell’Italia intera, liberali e democratici.
L’ago
della bilancia fu Vittorio Emanuele II che aveva una vita
privata
vivace ma nei passaggi decisivi fu Testa Coronata e sovrano popolare.
Del resto doveva gareggiare con Ferdinando II di Borbone che a Napoli
parlava come i lazzari e si faceva ritrarre in veste di pescatore. Dal
marzo 1861 Vittorio Emanuele II firmò i decreti come re “per grazia di
Dio e volontà della nazione”. Come oggi si sentenzia “in nome del
popolo italiano”
A “fare gli italiani” il governo
del Regno di Sardegna non iniziò nel 1861 ma decenni prima della
seconda guerra d’indipendenza (1859) e della proclamazione del regno
d’Italia (17 marzo 1861) con vaste riforme e leggi sperimentate al
proprio interno. Il fatto nuovo dopo il 1848-49, cioè la fine della
“guerra di popolo” e la sconfitta di Carlo Alberto a Novara, fu che gli
artefici del programma nazionale non erano solo cittadini del
regno sardo ma uomini di tutte le regioni accorsi in Piemonte
perché esso era il laboratorio della futura Italia. Alfonso La Marmora
trasformò l’esercito in uno strumento formidabile; Boncompagni e poi il
napoletano Francesco De Sanctis innovarono l’istruzione; Paleocapa la
rete ferroviaria, Pasquale Stanislao Mancini il pensiero giuridico e le
relazioni Stato-Chiesa, riprendendo continuando l’azione di
Giuseppe Siccardi e altri, in antagonismo con Clemente Solaro della
Margarita.
Nel 1859, quando l’Italia non c’era
affatto né si immaginava che potesse nascere così rapidamente, appena
annessa la Lombardia il regno sabaudo varò due leggi strategiche. La
prima fu quella sulla scuola, dovuta al milanese Gabrio Casati,
rispondente al pensiero dei cattolici liberali e dei liberali
cattolici. La seconda fu la riforma degli enti locali voluta da Urbano
Rattazzi che ci lavorò anni sulla traccia degli studi di Pietro de
Rossi di Santa Rosa e Gustavo Ponza di San Martino. Comuni e province
che sino ad allora vivevano sotto stretto controllo del
governo
divennero enti più liberi, ma tenuti al pareggio del bilancio sotto
stretto controllo dei prefetti. Nessuna spesa senza entrata.
Rattazzi (Alessandria,1808-1873) ebbe vita privata difficile, ma questo
non gl’impedì di dedicarsi allo Stato. Avvocato abile e affermato,
deputato e ministro dal 1848, presidente della camera dal 1852, nel
1859 fu il vero capo politico del governo presieduto dal ferreo La
Marmora. Fu presidente del consiglio sfortunato. Nel 1862 legò il nome
ad Aspromonte ove il Regio Esercito fermò Garibaldi con fucilate che
era meglio evitare. Nel 1867 non impedì l’impresa di Garibaldi verso
Roma, schiacciata dai fucili dei soldati papalini a Mentana: troppi
morti, feriti e prigionieri.
Suo nipote,
Urbanino Rattazzi, fu ministro della Real Casa e grande
suggeritore del nuovo centro-sinistro di Giovanni Giolitti e
Giuseppe Zanardelli: il miglior governo possibile prima e dopo
l’assassinio di Umberto I a Monza. Un segno dei tempi che
merita
riflessioni di ampio respiro, la rinnovata sintesi tra il
liberalismo di Cavour e la democrazia di Urbano Rattazzi (*)
Aldo A. Mola,3 ottobre 2009
(*)
Dal 7 al10 ottobre si svolge ad Alessandria il LXIV Congresso
dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, dedicato a “Cavour e
Rattazzi:una collaborazione difficile”. Tra i relatori Valerio
Castronovo, Ennio di Nolfo, Francesco Traniello. Nella Tavola Rotonda
sull’Europa di fronte al nuovo Piemonte presieduta da Carlo Ghisalberti
interventi di Fernando Garcia Sanz e Jean-Yves Frétigné. Sui rapporti
tra i Rattazzi e la massoneria ha scritto pagine documentate
Luciano Tamburini, direttore di “Studi Piemontesi”.Come ricorda
Vittorio Gnocchini in Logge e massoni in Piemonte e Valle d’Aosta (ed.
“Il Giornale del Piemonte”, pref. di Fulvio Basteris) Urbano Rattazzi
non appartenne ad alcuna loggia subalpina.
|
| DATA:
06.10.2009 |
25°ANNIVERSARIO M.O.V.M.
PROVINCIA DI AREZZO
Per iniziativa della Federazione Provinciale di Arezzo
dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Decorati al Valor Militare è stato
celebrato il 25° anniversario del conferimento della Medaglia d’Oro al
Valor Militare alla Provincia di Arezzo, avvenuto il 29 settembre 1984
su proposta del Ministero della Difesa. La massima decorazione,
istituita da Carlo Alberto Re di Sardegna nel 1833 e poi fatta propria
dal Regno d’Italia, veniva a riconoscere l’eccezionale contributo dato
dalla provincia di Arezzo alla guerra di Liberazione: vi furono infatti
oltre 1.100 vittime civili e militari dal 9 settembre 1943 al
3
ottobre 1944, un numero che rappresenta il 10% di tutti i Caduti sul
territorio nazionale. La provincia di Arezzo, che vede decorati anche 5
suoi comuni, può contare in tutta la storia unitaria un numero tali di
decorazioni individuali che ne fanno il territorio italiano che
maggiormente ha dato alla Patria in termine di impegno e sacrificio.
L’Unione Monarchica Italiana, nel ricordo dei Caduti aretini e di Re
Umberto II, che negli anni della guerra di Liberazione seppe essere
alla testa delle ricostituite Forze Armate con le sue elette virtù
civili e militari, pensoso solo delle sorti della Nazione, china
reverente le bandiere della Patria e plaude all’importante iniziativa.
|
| DATA:
06.10.2009 |
IL NUOVO LIBRO DI LUCIO LAMI
LE PASSIONI
DEL DRAGONE. CAVALLI E DONNE: CAPRILLI CAMPIONE DELLA BELLA EPOQUE,
di Lucio Lami - Editore Mursia.
Lucio
Lami, già ufficiale del Savoia Cavalleria e corrispondente di guerra de
“il Giornale” di Montanelli, esperto conoscitore del mondo equestre, ha
dato alle stampe la prima biografia del capitano Federico Caprilli. A
cavallo fra Ottocento e Novecento Caprilli rivoluziò l’arte equestre
adattando l’uomo al cavallo e il cavallo all’uomo, come era stato
invece per secoli. Il suo sistema fu adottato in campo militari dai
reggimenti di tutta Europa e non solo e infine sarebbe divenuto il
fondamento dell’equitazione negli sport moderni. Il prezioso
saggio è arricchito da oltre 200 foto inedite provenienti dall’archivio
personale di Caprilli, salvaguardato in oltre un secolo dalla sua
morte, avvenuta precocemente nel 1907, da diversi esponenti
dell’aristocrazia torinese: esse ritraggono Caprilli durante l’attività
sportiva e didattica, durante corse e concorsi ippici, sempre al centro
della più elevata società del tempo.
Francesco Atanasio
|
| DATA:
06.10.2009 |
IL GENERALE GAZZERA MINISTRO
DELLA GUERRA
IL PIEMONTESE CHE
FERMO’ MUSSOLINI
Editoriale di Aldo A.
Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27.IX.2009
Pietro Gazzera fu il generale che da ministro della Guerra si oppose a
Mussolini sventandone alcuni clamorosi colpi di testa che avrebbero
causato la catastrofe. Ma chi era Gazzera e perché va conosciuto?
Secondo Dante Alighieri nell’Inferno il passato si vede più chiaro del
presente. Tra i rovelli sulla storia d’Italia uno continua a
dominare: tra il 1922 e il 1943 la Monarchia fu o no al carro
del
fascismo? Una importante risposta è data dalla biografia del
generale Pietro Gazzera di Giuseppe Novero (Mussolini e il Generale:
Pietro Gazzera ministro della Guerra lungo le tragedie del Novecento,
ed. Rubbettino), scritta con stile incisivo su documenti di prima mano.
Novero non fa sconti a veri e presunti responsabili di pagine della
storia militare italiana. Va però ricordato che nel 1861, 150
anni orsono, l’Esercito era tutto da fare con pezzi e bocconi degli
antichi Stati e che l’organizzazione del Paese (ferrovie, strade,
porti, scuole, ospedali...) ebbe priorità rispetto alla macchina
bellica, pur necessaria per la sopravvivenza dello Stato.
Pietro
Gazzera (1879-1953) è un paradigma della Nuova Italia. Suo
padre,
modesto lattoniere di Bene Vagienna, nel Cuneese, e la madre,
casalinga ebbero undici figli. Di essi uno divenne prefetto,
l’altro, Pietro, percorse la carriera militare con impegno e onore. Di
grado in grado raggiunse posizioni eminenti. Fu a Villa Giusti ove gli
austriaci firmarono l’armistizio il 3 novembre 1918. Dieci anni dopo fu
nominato sottosegretario alla Guerra, il cui titolare era il presidente
del Consiglio, Benito Mussolini. Ricorda il generale Sergio Pelagalli,
suo acuto studioso, che il “duce” negava al sottosegretario
quello che Gazzera gli chiedeva nell’interesse del ministro, cioè del
presidente del Consiglio, dell’Italia stessa. Una delle tante clamorose
contraddizioni del duce.
Ma all’epoca vi fu in
Italia un “regime assoluto”? In realtà le Forze Armate rimasero fedeli
alla Corona. Il 31 ottobre 1922 Mussolini in persona aveva scritto di
suo pugno che i militari non dovevano osannare pubblicamente la sua
ascesa al governo. Voleva sollecitarle a farlo davvero;
ottenne
il risultato opposto. Del resto Vittorio Emanuele III fu sempre capo
delle Forze Armate, i cui ufficiali vestirono la divisa senza alcuna
camicia che non fosse del colore di ordinanza.
Sottosegretario dal 24 novembre 1928 il 12 settembre
1929 Gazzera
venne nominato ministro della Guerra, lo stesso anno in cui il
fossanese Balbino Giuliano divenne ministro della Educazione Nazionale.
Il Vecchio Piemonte contava. Perché sapeva tenere a freno le
intemperanze del “duce”.
Come appunto fece
Gazzera ripetutamente. Novero ricorda che talvolta Mussolini abbozzò
propositi aggressivi precipitosi contro la Jugoslavia e contro la
Francia. Accadde, per esempio, in coincidenza con le Grandi
Manovre in un’area del Piemonte che ne era teatro da decenni, come la
vendemmia. Gazzera non esitò a mettere il duce dinnanzi alla realtà.
Deplorò la sproporzione tra le fantasie e i fatti.
Consapevole che la storia non si fa con le parole, fu proprio lui a
portate l’Esercito al massimo di efficienza: 34 divisioni
ternarie di fanteria oltre a due divisioni celeri,alpini,
bersaglieri, camicie nere. Negò fucili veri alla Milizia volontaria per
la sicurezza nazionale, cioè al “paraesercito” di partito. I suoi
comandanti se ne lamentarono con Mussolini. Gazzera rifilava
solo
vecchi arnesi indecorosi per le loro parate: “tanto varrebbe dare dei
bastoni da passeggio o dei ceri da chiesa”. Gazzera replicò
che
altrimenti l’Esercito non sarebbe stato pronto in caso di
mobilitazione. Preso tra molti venti nel 1933
Mussolini lo
sostituì. Poi il duce agguantò la carica in vista di altre imprese,
rovinose per l’Italia e per lui.
Gazzera continuò
a fare la sua parte di militare al servizio della Patria. Il Piemonte
iniziò l’amaro declino verso la nuova guerra mondiale e
quella
civile. Caduto prigioniero, finì in un campo nel Tennessee (USA).
Monarchico venne “epurato”, dichiarato decaduto dal Senato e
collocato a risposo. Il 1° marzo il fascio di Roma gli aveva
mandato una tessera “ad honorem”, d’ufficio, ma non fu mai fascista.
Venne tardivamente riabilitato, ma sino a questo libro la sua figura
rimase nell’ombra. La sua vicenda è esemplare per capire la
complessità della nostra storia.
Aldo A. Mola
|
| DATA:
30.09.2009 |
STORICO E PATRIOTA: LA
SCOMPARSA DEL PROF. SCIROCCO
In questo clima “anti-risorgimentalista” a pochi mesi dal
150°
anniversario dell’Unificazione Nazionale e della nascita dell’Italia
non può e non deve passare in silenzio la scomparsa del Prof.Alfonso
Scirocco. Lo storico si è spento l’altra notte a 85 anni nella sua casa
napoletana. Docente di Storia del Risorgimento all’Università “Federico
II” di Napoli, è stato tra i maggiori studiosi di quest’epoca così
cruciale e dell’Unità d’Italia, nonché biografo di Giuseppe Garibaldi.
Autori di molti libri, apprezzati anche all’estero, la sua dedizione
agli studi risorgimentali e la sua onestà intellettuale, anche
contro-corrente ad un imperante revisionismo filo-borbonico, gli
valsero il titolo di “Grande Ufficiale della Repubblica”, conferitogli
nel giugno 2002 dall’allora Presidente Ciampi. Discreto, grande
sostenitore delle fonti di archivio che ogni buon storico dovrebbe
consultare senza mai stancarsi, il Professor Scirocco è stato un
fecondo e strenuo difensore di quegli ideali che portarono il nostro
Paese nel novero delle moderne Potenze. La sua ultima biografia su
Garibaldi, del 2007, è stata tradotta nelle edizioni della prestigiosa
“Princenton University”. Da ricordare anche “In difesa del
Risorgimento” pubblicato nel 1998, e non solo, nonché un’enorme
saggistica sempre e comunque a difesa non solo degli ideali ma anche
dei protagonisti del processo unitario, non celando mai i limiti e le
debolezze della struttura politica, sociale ed economia del Regno delle
Due Sicilie.
Personalmente anni fa ho avuto il privilegio di avere consigli ed
informazioni utili per i vari convegni storici promossi da questo
centro culturale.
L’Italia perde un grandissimo
uomo di cultura, l’UMI e Casa Savoia un raro esempio di lucidità
intellettuale che andrebbe onorato!
Alla sua famiglia, agli amici, ai suoi
studenti di ieri e di oggi, il nostro commosso cordoglio.
Viva l’Italia! Viva il Risorgimento!
BIBLIOTECA STORICA
REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL
DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
|
| DATA:
23.09.2009 |
I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI
SAVOIA IN VISITA A SALO'
Il giorno 19 settembre 2009, le
LL.AA.RR.i Principi Amedeo e Silvia Savoia, dopo aver inaugurato la
manifestazione "Il Garda
Giardino d'Europa",
organizzata dai comuni di Gardone Riviera, San Felice del Benaco, Salò
e Toscolano Maderno, hanno visitato La Fondazione Museo Storico del
Nastro Azzurro.
Il museo si snoda in 4 sale con
vari cimeli dal 1793 al 1945, tratta dei militari decorati al valor
militare di Medaglia d'Oro, d'Argento e di Bronzo.
Erano presenti, la direttrice del museo, prof.ssa Annamaria Salvo De
Paoli Ambrosi che ha fatto gli onori di casa, il vice presidente della
sezione del Nastro Azzurro di Salò, prof. D'Acunto ed il dott. Leonardo
Malatesta, collaboratore scientifico del museo.
All'evento hanno presenziato anche il Sindaco di Salò, avv. Barbara
Botti, l'assessore alla cultura, Bonetti Marina, il direttore
generale del comune, dott. Casali e il comandante della Polizia locale
Stefano Traverso.
Le LL.AA.RR. hanno
apprezzato molto il museo, ripromettendosi di ritornare in quei bei
luoghi, in riva al lago di Garda.
Al termine
della visita, hanno visitato il municipio salodiano e si sono
intrattenuti con i convenuti in un breve buffet, sul lungolago.

Il Principe Amedeo assieme alla direttrice del museo, dott.ssa Salvo De
Paoli e al prof. D'Acunto durante la visita al museo
|
| DATA:
22.09.2009 |
|