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LA “RIVOLUZIONE”? E' MATERIA ESPLOSIVA - LA MASSONERIA E LA GRANDE GUERRA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 24/05/2015
              
                    “Credere, obbedire, combattere”, “Noi tireremo diritto”, “Avanti sino alla meta” e altre giaculatorie analoghe non sono invenzioni del fascismo. Risalgono alla Grande Guerra. Cent'anni dopo, ancora ci si interroga se la conflagrazione del 1914 sia stata frutto di errori politici, diplomatici e militari o sia stata premeditata da un unico responsabile (la Germania, come stabilirono i vincitori quando nel 1919 presentarono il conto ai tedeschi con la “pace” di Versailles). La storiografia autentica (altra cosa dalla propaganda) non si domanda se la guerra e l'intervento dell'Italia siano stati un Bene o un Male, perché essa non pronuncia sentenze, non impartisce assoluzioni né esige “scuse” dai vinti. Cerca di documentare e di spiegare, senza animosità. Non pretende di insegnare ai protagonisti dell'epoca che cosa avrebbero dovuto o non dovuto fare. Si limita a comprenderli. Semmai è lecito domandare a quanti se ne proclamano eredi morali che cosa pensino oggi delle scelte compiute un secolo fa dai loro “antenati ideali”. Questo interrogativo è anche un sommesso invito a meditare bene prima di compiere passi che potrebbero risultare avventati.
Sulla necessità e “bontà” dell'intervento dell'Italia aleggiano due opinioni, rispettabilissime ma poco convincenti. In primo luogo, alcuni dicono che esso mirò a “coronare il Risorgimento”, facendo coincidere i confini politici con quelli “naturali”. E' una affermazione suggestiva, che però presuppone che Qualcuno abbia stabilito dove avessero (e abbiano) diritto/dovere di vivere gli “italiani”: un Soggetto di difficile definizione. Basti ricordare che nel 1915-1918 meno della metà degli abitanti del regno parlava correntemente l'italiano. La “nazione” era il frutto di millenni di storia travagliatissima, scritta nei volti delle persone. Non per caso veniva detto che l'Italia era stata unita “per fare gli italiani”: nel 1861-70 essi non erano affatto una realtà, ma un programma. La seconda affermazione, assai diffusa ma altrettanto opinabile, è che senza Grande Guerra non ci sarebbe stato il balzo scientifico e tecnologico verificatosi nel suo corso. E' una profezia del passato, un provvidenzialismo al rovescio, un fideismo secondo il quale le piaghe sono salutari perché stimolano l'invenzione dei cerotti. Tanto vale elogiare il vaiolo perché senza di esso non sarebbe stato scoperto il vaccino per combatterlo. Senz'alcun bisogno di guerre catastrofiche, scienza e tecnologia ebbero enormi impulsi nell'Ottocento, il secolo della pace. Le geniali invenzioni di Guglielmo Marconi risalgono a prima della conflagrazione; così come il progresso della fisica atomica non ebbe bisogno né di Hitler né di Roosevelt e Truman.
Messa da parte la credulità filosofica, nociva come quella popolare, il Centenario dell'intervento nella Grande Guerra non richiede celebrazioni, deprecazioni o condanne, bensì indagini e domande, talvolta scomode. Tra molte altre, una si impone: le organizzazioni che per secoli avevano predicato la fratellanza tra i popoli e la soluzione pattizia dei conflitti tra gli Stati furono coerenti con se stesse nell'ora decisiva o premettero l'acceleratore verso una guerra le cui catastrofiche conseguenze anch'esse subirono? L'interrogativo riguarda la Massoneria italiana, un protagonista poco noto e tuttavia determinante sul piano storico-politico proprio nel 1914-1915. La sua azione va inquadrata nel decennio dalla conflagrazione al suo scioglimento, nel 1925.
Il 24 maggio del 1915 l'“esercito marciò”. Ma si fermò poco lontano dalla linea di partenza. Poi si susseguirono le “spallate”, costose di vite e di materiali, le offensive dell'Austria-Ungheria nel maggio 1916 e quella austro-germanica nell'ottobre 1917. Il Comandante Supremo, il piemontese Luigi Cadorna, ordinò l'arretramento sul Piave: decisione dolorosa ma necessaria per salvare l'Esercito e con esso l'Italia. Fu sostituito con Armando Diaz, al suo fianco da anni come comandante delle Operazioni, napoletano come Vittorio Emanuele III. Nell'estate del 1918 resse all'ultimo assalto austriaco (i tedeschi ormai erano tutti sul fronte francese) e a fine ottobre passò all'offensiva. Travolse il nemico con una valanga di fuoco. Adoperò tutti i mezzi disponibili, dalla cavalleria ai ciclisti, dagli automezzi all'aviazione, che ebbe un ruolo decisivo (come documenta D'Annunzio soldato curato da Giordani Bruno Guerri e da Luciano Faverzani per l'Esercito Italiano e la Fondazione del Vittoriano, ed. Rodorigo). Vi si distinsero corpi di élite come gli Arditi, vere “macchine da guerra”. Dopo quaranta mesi l'Italia era cresciuta. Vinse per sé e per gli alleati, perché l'Austria ammise il diritto di passaggio in armi attraverso il suo territorio. Ormai con l'acqua alla gola, impossibilitata a difendersi a sud, benché a confini inviolati l'11 novembre la Germania si arrese. Tacquero le armi, ma la storia continuò il suo corso. A zig-zag. In quattro anni si erano intersecate tante e diverse guerre: filosofiche, politiche, economiche, militari, comprensive di evoluzione di scienze e tecnologie, condizioni sociali e costumi, senz'alcun filo univoco. Neppure quello della ricerca di una pace stabile e duratura. Altrettanto accadde dopo il 1945-48. Solenni proclami non fermano atroci conflitti.
Visti da lontano i venti milioni di morti della Grande Guerra paiono appena un'increspatura nell'oceano della storia. In realtà furono la prima fase dei trent'anni di guerra che hanno  segnato il crollo dell'Europa, dei suoi imperi coloniali e di tutte le ideologie sorte dalla Rivoluzione Francese alla Belle Epoque (1789-1914). Essi furono la tomba del liberalismo, perché per combattersi gli Stati soffocarono i diritti civili dei propri cittadini. Il socialismo risultò succubo degli apparati finanziari e industriali degli Stati in lotta. Il suo approdo furono il bolscevismo di Lenin e Stalin in Russia, il nazionalsocialismo di Adolf Hitler e il comunismo di Mae-Zedong e di Ho-ci-minh. Nelle sue diverse denominazioni, il cristianesimo a sua volta si schierò con i governi. Il clero cattolico dei diversi paesi in lotta invocò la protezione divina dei propri combattenti, quasi Dio sia un polipo dai tentacoli benedicenti, uno per ciascuno dei popoli in guerra.
Anche la massoneria - che da duecento anni predicava tolleranza e dialogo - andò in frantumi. Ogni sua comunità si schierò a fianco del governo nazionale e accusò quelle degli altri Paesi di tradimento della Fratellanza universale. Tra fine Ottocento e inizio Novecento la Libera Muratoria aveva promosso molte organizzazioni per fondare la pace sull'amicizia tra i popoli. Nel 1902 venne fondato il Bureau International de Relations Maçonniques (BIRM), con sede in Svizzera, Paese da sempre neutrale ma bene armato e pronto a difendere con le unghie e con i denti la propria libertà. Furono promossi incontri tra massoni francesi e tedeschi e vennero abbozzati progetti per l'autonomia dell'Alsazia, da secoli pomo della discordia. Era matura la Federazione degli Stati Uniti d'Europa, garanzia di consolidamento del Vecchio Continente dinnanzi all'avanzata degli Stati Uniti d'America e del Giappone. Nel luglio 1914 i delegati a un congresso massonico franco-germanico fecero in tempo ad abbandonarlo prima che venissero chiuse le frontiere. Secondo l'annuario del BIRM (in verità incompleto), all'epoca la Massoneria contava nel mondo 23.812 logge e 2.095.627 affiliati. Con le sue 500 logge l'Italia contava circa il 2%  del “popolo massonico”. Ma non aveva affatto un governo unitario, capace di tradurre in atto i suoi principi costitutivi. Non solo. Al vertice di ogni comunità massonica una manciata di uomini decideva per tutti. Per farlo, le bastava chiedere (o meglio ancora imporre) silenzio, riservatezza, fiducia nel Potere Supremo.
Quale fu l'azione della massoneria in Italia? Vi operavano due diverse Comunità, il Grande Oriente d'Italia (GOI, dal 1861) e la Gran Loggia d'Italia (GldI, dal 1908), spesso contrapposte. La massoneria era bersaglio del fuoco concentrico di clericali, socialisti, nazionalisti e di filosofi, come Benedetto Croce, secondo il quale il pacifismo massonico era un'illusione perché la storia è dialettica, è Guerra. Inchiodata da violentissime polemiche giornalistiche (come l'“Inchiesta sulla massoneria”organizzata dall'“Idea nazionale”), la Libera Muratoria era sotto assedio. Il mortale attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 e la dichiarazione di guerra della Monarchia asburgica contro la Serbia offrirono al Grande Oriente l'occasione per uscire dall'angolo e tornare al centro della scena politica e istituzionale. Mentre il governo presieduto da Antonio Salandra dichiarò la neutralità, nell'agosto 1914 il gran maestro del GOI, Ettore Ferrari, repubblicano, progettò un corpo di volontari pronti a irrompere, armi alla mano, oltre confine e provocare il casus belli con l'Austria. Raccolse altri volontari, agli ordini dello Stato: tutti legati da un giuramento segreto, aggiuntivo rispetto a quello di fedeltà al re che pronunciavano i militari e i pubblici impiegati. Il governo, bene informato, lasciò fare ma, sempre più allarmato, sorvegliò. I massoni non erano soli nell'organizzare volontari. Lo fecero anche l'associazione “Trento e Trieste”, i garibaldini, la Carboneria, la “Terza Italia” del torinese Efisio Giglio-Tos, tutti uniti nel minacciare il re: “Guerra o rivoluzione”. Ferrari, insomma, voleva provocare emozioni forti nel Paese per imporre l'intervento. Ma era in grado di controllarne gli effetti? Nei mesi seguenti l'interventismo dilagò, con parole d'ordine nei giornali, con la mobilitazione nelle piazze e infine con la celebrazione dei Mille a Quarto di Genova, il 5 maggio 1915, ove centinaia di labari massonici garrirono in omaggio a Gabriele d'Annunzio, che aveva sempre disprezzato la democrazia, di cui i massoni si proclamavano alfieri e “Cavalieri Templari”.
Il gran maestro del GOI sommò tre obiettivi: anzitutto afferrare le briglie della “lotta ideale” (altra cosa da quella elettorale) e battere sul tempo non solo repubblicani, socialisti riformisti e interventisti cosiddetti democratici (come il confusionario Gaetano Salvemini), ma soprattutto i nazionalisti. In secondo luogo mirò a soffocare in culla le probabili pretese della Santa Sede a sedere al futuro Congresso della Pace, ove avrebbe proposto il riconoscimento dello Stato del Vaticano, mai cancellato, perché nessun pontefice aveva mai riconosciuto la spoliazione del 1859-1870, la debellatio dello Stato Pontificio, l'azzeramento del papa-re. La guerra rischiava di riaprire una pagina fondamentale della storia d'Italia: la questione romana, tutt'uno con quella della Capitale e con quella cattolica. Infine il GOI puntò a mettere fuori gioco la Gran Loggia, contraria alla guerra e pertanto additata al sospetto, quasi tradisse gli interessi nazionali (la sorte riservata a Giovanni Giolitti).
Ferrari andò oltre la cospirazione e la predicazione degli ideali patriottici. Dal settembre 1915 affermò che l'Italia (i massoni anzitutto) ormai dovevano attenersi alla più rigida “disciplina”, senza più chiedere spiegazioni sulle ragioni dell'intervento. Non era più tempo di discussioni, ma di azione. “Credere, obbedire, combattere”, appunto. Proprio per evitare la verifica del consenso, imboccò la scorciatoia: nessuna manifestazione all'esterno, neppure la solita celebrazione di Porta Pia il 20 settembre, rinvio dell'Assemblea generale a guerra finita e rarefazione delle riunioni di loggia per impedire che affiorasse il dissenso. E' impossibile quantificarlo. Sappiamo tuttavia che esso aveva vasto seguito. Contava, per esempio, su Antonio Cefaly, già gran maestro vicario e vicepresidente del Senato, e su Mario Chiaraviglio, deputato radicale, che si dimise dell'Ordine. Poche persone decisero per tutti. Fu il capovolgimento della democrazia.
Era già accaduto altrove. E così avvenne in Italia. Nella bufera tra Imperi, Stati, nazionalità la massoneria risultò afona, come il liberalismo, il socialismo e tanta parte del clero. Solo il 1° agosto 1917, cinque mesi dopo la Rivoluzione russa, papa Benedetto XV deplorò la “inutile strage”. Forse la sua parola sarebbe stata più efficace nel 1914-1915.
L'interventismo del Grande Oriente, allineato sul “sacro egoismo” propugnato dal governo Salandra-Sonnino, non fu condiviso dalla Gran Loggia, il cui sovrano, Saverio Fera, si dichiarò non solo per la neutralità ma per l'immediato ritorno alla pace, in linea con le comunità massoniche degli Stati Uniti d'America, dei Paesi Bassi, di molti Stati dell'Europa settentrionale e dell'America centro-meridionale. Dal canto loro le logge della Germania ruppero i rapporti con il GOI. Il Grande Oriente si illuse di tenere in pugno il governo quando organizzò il fascio parlamentare interventista, comprendente i suoi nemici storici: nazionalisti, repubblicani, appoggiato da quel Mussolini che nel 1914 aveva ottenuto l'espulsione dei massoni dal Partito socialista italiano. Nel congresso delle massonerie dei paesi in guerra e neutrali (Parigi, 28 giugno 1917) le contraddizioni esplosero: ideali nazionali da una parte, appetiti imperiali dall'altra. Un disastro. Neppure dieci anni dopo, nel 1925, la massoneria venne messa fuori legge e fu costretta a sciogliersi. La palma dell'“interventismo intervenuto” passò dalle mani dei massoni a quelle del massonofago Benito Mussolini, duce del Partito nazionale fascista, un uomo solo al comando.
Il centenario dell'intervento offre motivo di interrogarsi senza reticenze. Fu saggio minacciare il re: “Guerra o rivoluzione”? Fu lungimirante lasciare che si tramasse alla vita di Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, favorevole alla neutralità vigile e armata? Tempo è venuto per un esame pacato, documenti alla mano. Non si tratta di “chiedere scusa” per scelte forse affrettate di un secolo fa, ma di capirne le conseguenze ultime, anche per regola o almeno monito nella condotta odierna, mentre la pace è, come sempre, in pericolo.
Aldo A. Mola
(*) Di Massoneria e Grande Guerra si è trattato nel convegno internazionale di Roma (23 maggio) organizzato dalla Gran Loggia d'Italia con specialisti quali Antonio Binni, suo gran maestro, il gesuita José A. Ferrer Benimeli, André Combes, Antonino Zarcone, Aldo Ricci, Valerio Perna, GianPaolo Ferraioli, Giorgio Sangiorgi, Giovanni Guanti, Giovanni Rabbia, Guglielmo Adilardi, Luca Fucini, Barbara Nardacci e il nostro editorialista Aldo A. Mola.
DATA: 24.05.2015

OMAGGIO ALLA MEMORIA DEL RE SOLDATO E ALL' ITALIA NEL CENTENARIO DELL'INTERVENTO NELLA GRANDE GUERRA LO STATO  RESTITUISCA  AGLI ITALIANI LE SALME DEI RE

Aldo Mola    Nel Centenario della dichiarazione di guerra all'Impero austro-ungarico, la Consulta dei Senatori del Regno rende omaggio alla memoria di Vittorio Emanuele III di Savoia, capo supremo dello Stato, alle Forze Armate e a tutti gli italiani che, messa da parte ogni precedente opinione sull'opportunità dell'intervento, si batterono per la Vittoria, conseguita dopo quarantun mesi di sacrifici.
   La prova di unità nazionale data in quegli anni sia d'esempio per riaffermare gli ideali supremi additati dal Re Soldato dal Quartiere Generale il 26 maggio 1915 -  quando, “nell'ora solenne delle rivendicazioni nazionali”, assunse “con sicura fede nella Vittoria” il Comando supremo della Quarta guerra per l'Indipendenza -  e ribaditi il 9 novembre 1918, nel  Proclama della Vittoria con parole di viva attualità:
   “L'Italia, ormai ricostruita nella sua infrangibile unità di nazione, intende e vuole cooperare fervidamente per assicurare al mondo una pace perenne, fondata sulla giustizia. Ma intanto, o soldati e marinai, già vi benedicono i Martiri antichi e recenti e i commilitoni che caddero al vostro fianco, perché per voi non fu sparso invano il loro sangue; e la Patria intera vi esalta, perché per voi fu raggiunta la sua meta; e il vostro Re, con profonda emozione di affetto, vi esprime la parola di gratitudine che si eleva a voi dal cuore di tutto il popolo d'Italia”.
  Nel Centenario dell'intervento nella Grande Guerra, la Consulta chiede ancora una volta allo Stato di restituire agli italiani le Auguste Salme del Re Soldato e della Regina Elena, accanto a quelle del Padre della Patria, Vittorio Emanuele II,  di Umberto I e della Regina Margherita.

    Roma, 23 maggio 2015
                                                                                      
                                                                    Aldo Alessandro Mola
                                               Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 21.05.2015

24 MAGGIO 1915: UNO SPARTIACQUE NELLA STORIA D’ITALIA

   Il 24 maggio del 1915 l’Italia entrava in guerra contro gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano), e al fianco della Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia), dopo il cambio di alleanza propugnato dal Re Vittorio Emanuele III ed eseguito dal Governo Salandra, con la firma del Patto segreto di Londra del 26 aprile del 1915. Con quel Patto l’Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese contro l’Austria-Ungheria che possedeva le nostre terre irredente del Trentino, dell’Alto Adige, di Trieste, di Gorizia, dell’Istria e di parte della Dalmazia. Ma il 24 maggio del 1915 rappresenta anche la data di inizio della fine di un’epoca, quella dell’era liberale, e del tramonto di una classe politica che aveva avuto il merito indiscusso, con la nascita del Regno d’Italia nel 1861, e con le annessioni del Veneto nel 1866, dello Stato pontificio e del Lazio nel 1870, di aver unito, grazie al Re Vittorio Emanuele II, il popolo italiano sotto una stessa bandiera. Curiosamente il suo declino iniziò proprio nel momento in cui quella classe politica aveva conseguito i maggiori risultati in termini di miglioramento della qualità della vita, di ammodernamento dello Stato, e di acquisizioni territoriali, quest’ultime realizzate proprio con la vittoria della Grande Guerra del 1915-1918 che portò l’Italia all’unità definitiva. Anche l’allargamento della base elettorale, con l’introduzione del suffragio universale maschile nelle elezioni del 1913, ad opera del Governo Giolitti, fu un successo innegabile, perché esso contribuì a rendere più democratico il giovane Stato italiano, mettendolo al passo con le altre democrazie europee. A cent’anni dall’ingresso nel conflitto però, la confusione sulle interpretazioni di quegli avvenimenti che precedettero l’entrata in guerra dell’Italia, e le motivazioni per cui quella classe politica liberale non riuscì a sopravvivere a quegli eventi nonostante la vittoria del 1918, regna sovrana. Facciamo un po’ di luce. Innanzitutto va detto che al momento dell’entrata in guerra, l’Italia, non era sufficientemente pronta per affrontarla, sia militarmente, che economicamente, per non parlare poi del popolo italiano che non era affatto scontato che avrebbe seguito le Istituzioni nell’avventura bellicistica essendo la prima volta che esso veniva chiamato a rispondere ad un prova così impegnativa. Ma l’Italia, appunto, cosa ne pensava? e soprattutto, cosa intendeva fare la politica a quasi un anno dallo scoppio del conflitto? Tra coloro che non erano d’accordo per l’entrata in guerra dell’Italia (i neutralisti), e coloro che invece ribollivano per entrarci (gli interventisti), prevalsero i secondi, spinti da gruppi e partiti dalla sinistra democratica, ovvero: i repubblicani custodi della tradizione garibaldina, i radicali , i socialriformisti di Bissolati, le associazioni irredentiste e il sindacalismo rivoluzionario; e sull’opposto schieramento: dai nazionalisti, oltre che dai molti intellettuali come: Luigi Einaudi, Giuseppe Prezzolini, Gabriele D’Annunzio….. Più graduale invece fu l’adesione alla causa dell’intervento da parte di quel gruppo dei liberal-conservatori che avevano la loro espressione più autorevole nel “Corriere della Sera” di Luigi Albertini e di cui erano i principali referenti politici il Capo del Governo Salandra e il Ministro degli Esteri Sonnino. Tra i neutralisti, che rappresentavano la stragrande maggioranza in Parlamento, figurava il quattro volte Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, il quale, profondo conoscitore della macchina dello Stato, riteneva la scelta di entrare in guerra dell’Italia un azzardo, ed era perciò più orientato a risolvere la questione delle terre irredente con l’Impero austro-ungarico attraverso un accordo diplomatico, dal quale, secondo lo Statista di Dronero, si sarebbe potuto ottenere molto. Anche i cattolici appartenevano allo schieramento dei neutralisti, ma per tutt’altri motivi rispetto ai liberali giolittiani. Il mondo cattolico infatti, di indole pacifista, era decisamente ostile all’intervento con qualche eccezione, inoltre Papa Benedetto XV, appena asceso al soglio pontificio, vedeva più di buon occhio la cattolica Austria-Ungheria che l’anticlericale Francia, con cui però in virtù del Patto segreto di Londra appena firmato dal Governo italiano eravamo impegnati. Nello schieramento neutralista figurava anche il Partito Socialista (esclusi i rivoluzionari) che rispecchiava il pacifismo delle grandi masse operaie e contadine, nonostante però in tutta Europa le maggiori forze socialiste erano di ispirazione patriottica. Ma oramai il fuoco purificatore invocato dal Vate D’Annunzio era acceso, ed era destinato ad alimentare il braciere della storia. L’odio dei nazionalisti verso il parlamentarismo, a loro dire, trasformista, corrotto e pusillanime, di stampo giolittiano, era destinato a far soccombere l’anziano Statista piemontese e a travolgere la classe politica liberale di cui egli era il suo massimo esponente. Nelle famose “radiose giornate di maggio” nelle quali i nazionalisti con le consuete orgie oratorie inneggiavano alla guerra, si assistette ad un vero e proprio stillicidio di insulti e di infamie nei confronti del leader liberale. Scavalcato ed intimidito dalla piazza, l’ignaro Parlamento a maggioranza neutralista venne svuotato delle sue funzioni. L’Assemblea parlamentare infatti, non fu messa a conoscenza dei contenuti del Patto di Londra con cui l’Italia si impegnava ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa, ne venne informata solo a giochi fatti, e a quel punto dovette concedere i pieni poteri al Governo per evitare una crisi Istituzionale. Furono il Capo del Governo Salandra con il Ministro degli Esteri Sonnino in accordo con il Re, di fatto, a decidere l’entrata in guerra dell’Italia, sostenuti da una minoranza del Paese: la piazza. Fu colpo di Stato? Venne salvata la forma, ma non la sostanza (il tutto infatti si concretizzò nel rispetto di quanto sancito dall’art. 5 dello Statuto, che consentiva al Re di decidere una guerra senza l’obbligo di consultare il Parlamento). Nel centesimo anno dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si può oramai affermare con certezza, che le dinamiche che ne indussero il suo ingresso, furono determinate sia da motivazioni di politica estera, riconducibili alla volontà dell’Italia di rendere redente le terre irredente, sia da fattori fisiologici interni alla società di quel tempo, che, anche a causa dell’introduzione del suffragio universale maschile nelle elezioni del 1913, radicalizzò il quadro politico complessivo, anche se i liberali rimanevano ancora saldamente maggioranza in Parlamento (seppur si trattava di una maggioranza più divisa ed eterogenea rispetto al passato). Un episodio che testimonia il clima di tensione e di estremizzazione del quadro politico, fu quello registratosi ad Ancona nella settimana tra il 7 e il 14 giugno del 1914 (la cosiddetta settimana rossa), dove tre dimostranti giunti ad una manifestazione antimilitarista, furono uccisi dalle forze dell’ordine suscitando insurrezioni in tutta Italia. Nelle Marche, in Romagna e in Toscana, a seguito di quegli incidenti, repubblicani, anarchici, e socialisti rivoluzionari, assaltarono edifici pubblici e sabotarono le ferrovie. Solo l’attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e di sua moglie Sofia a Sarajevo il 28 dello stesso mese, che innescò la scintilla della conflagrazione europea, distolse l’attenzione dai fatti di Ancona, che altrimenti avrebbero potuto sfociare in altri focolai insurrezionali. In conclusione, la vecchia classe politica liberale alla vigilia della Grande Guerra sembrò sempre meno in grado di controllare la radicalizzazione politica che si stava consumando. Ma non fu tanto una questione di numeri usciti dalle urne del 1913 come scrisse lo stesso Giolitti nelle sue memorie, a far si che il quadro politico si inasprisse, dopotutto le urne avevano confermato, bene o male, la maggioranza ai liberali, piuttosto fu la qualità dei politici eletti che non seppero essere all’altezza della situazione. Sta di fatto comunque, che lo sviluppo del nazionalismo, l’accresciuto peso dei cattolici, e il prevalere dell’ala più rivoluzionaria dei socialisti, fece segnare la progressiva crisi della politica giolittiana, che con lo scoppio della Grande Guerra ne decreterà la sua fine. Ad onor del vero però, va affermato, che furono soprattutto i gruppi e i partiti della sinistra democratica a trascinare l’Italia verso l’intervento e non come erroneamente spesso si afferma i nazionalisti (che in realtà erano più rumorosi che numerosi), con l’appoggio determinante del Governo e del Re. Va riconosciuta a Giolitti la volontà di aver voluto difendere il Parlamento dalle sue prerogative, contro la prepotenza dell’esecutivo. Uno Stato moderno infatti, qual era divenuto lo Stato italiano, nato dal Risorgimento, non poteva che riconoscersi, oltre che nella Corona, anche in una Assemblea rappresentativa espressione della volontà popolare. Il bilancio a guerra conclusa fu si la vittoria, con la conseguente acquisizione delle terre irredente (per la verità non tutte quelle promesse dai fatui accordi di Londra negoziati da Sonnino), ma con un costo in termini di perdite di vite umane enorme: 680.000 morti e quasi un milione di mutilati, e un Paese sull’orlo della bancarotta. Il popolo italiano che partì per il fronte nel 1915 diede prova di abnegazione per la Patria andando incontro impavido al nemico, al grido: “Avanti Savoia!”, e questo dimostrava che quanto fatto dalla Monarchia Sabauda e dalla classe politica liberale dal 1861, non fu poca cosa. Per Salandra e Sonnino il conflitto sarebbe dovuto durare solo pochi mesi, invece si protrasse per tre anni e mezzo, ma a loro discolpa, va detto, che non erano veggenti, forse solo intimamente golpisti. Onore a tutti i caduti martiri della Patria. I tre partiti politici dominanti che si affacciarono alla storia d’Italia all’indomani della Grande Guerra, e che iniziavano a configurarsi come veri e propri partiti di massa, furono: quello socialista (poi dal 1921 la scissione e la nascita del partito comunista), quello cattolico, e quello fascista, quest’ultimo nacque come reazione al biennio rosso del 1919-1920, e dalla paura generalizzata che la rivoluzione bolscevica russa del 1917 potesse far breccia anche in Italia, nonché anche dalla convinzione di una parte dell’opinione pubblica (i nazionalisti ma anche altri settori della popolazione), che solo Mussolini avrebbe potuto porre fine al caos generatosi dal dopoguerra e riscattare anche quei territori che ci spettavano in virtù della sottoscrizione del Patto di Londra del 1915 ma che ci erano stati negati dai nostri alleati al Congresso di Pace di Parigi. Il fascismo però, nel corso della sua evoluzione, tradirà il Risorgimento travisandone gli ideali di Patria e libertà, pur riuscendo a nazionalizzare le masse, ma uscirà sconfitto dalla seconda guerra mondiale dopo aver messo un po’ d’ordine, e dopo aver realizzato alcune importanti riforme, fino a quando, una serie di leggi liberticide, l’alleanza con la Germania di Hitler, e le dimissioni di Mussolini impostegli dal Re, ne decreterà la sua fine. Al partito cattolico e a quello comunista-socialista, pur così diversi tra loro, va riconosciuto il merito di essere riusciti a ricostituire lo Stato italiano all’indomani della sconfitta nella seconda guerra mondiale, dopo che il Re Vittorio Emanuele III, trasferitosi a Brindisi nel 1943, ne aveva garantito la sopravvivenza insieme ai nuovi alleati. L’aiuto determinante degli americani fece il resto. I loro cospicui aiuti economici infatti (Piano Marshall), diedero un impulso vitale alla nostra economia, che negli anni sessanta del novecento si trasformerà in un vero e proprio motore per la rinascita dell’Italia. Entrambi i partiti, però, fallirono nell’obiettivo di ricostruire un autentico sentimento patriottico negli italiani. Infatti, con la nuova Carta Costituzionale repubblicana andata in vigore dal 1948 scritta prevalentemente dai partiti del C.L.N. (che tradotto in numeri alla Costituente rappresentavano circa l’80 per cento dei seggi tra forze cattoliche, comuniste e socialiste), risultò chiaro che i valori della resistenza e dell’antifascismo dovevano essere gli unici principi su cui poter ricostruire un Paese uscito a pezzi dalla catastrofe della seconda guerra mondiale. Ma dal momento che null’altro poteva legare la Democrazia Cristiana al Partito Comunista e Socialista, essi decisero che solo il consociativismo e la spartizione del potere (sia politico che culturale), con l’occupazione sistematica delle Istituzioni a qualsiasi livello potevano sorreggere l’Istituzione repubblicana e farne da collante, dando però origine, così operando, ad un sistema corruttivo diffuso che coinvolse la maggior parte dei partiti politici nati con l’avvento della repubblica. Erano i partiti che si mangiavano lo Stato. Era la repubblica dei partiti che diede inizio alla partitocrazia che si sostituì allo Stato. Del resto, che i due più grandi movimenti politici consolidatisi nell’Istituzione repubblicana non avessero niente in comune lo dimostrava la storia fin dal Risorgimento, e anche il fatto che ognuno apparteneva ad uno schieramento opposto dei due grandi blocchi usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, e cioè: la Democrazia Cristiana a quello dei paesi sotto l’influenza degli Stati Uniti, e il Partito Comunista a quello dei paesi sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Tutte e due le formazioni politiche rimasero sepolte sotto il crollo del muro di Berlino, e quasi tutti i partiti repubblicani sprofondarono sotto i colpi di Mani Pulite. Ma i su detti grandi partiti di massa che si erano affermati dal primo dopoguerra, in realtà, fallirono tutti nella loro missione di ricostruzione di un sano sentimento patriottico negli italiani: chi travisandolo e stravolgendolo (il fascismo), chi non riuscendoci affatto (i partiti repubblicani costituenti), perché avevano insiti un vizio all’origine, e cioè quello di aver voluto cancellare dalla memoria la cultura liberale risorgimentale, prima, e la Monarchia, poi, cancellando nello stesso tempo anche quell’idea d’Italia, e quindi le sue radici. Quell’Italia Monarchica e liberale che nel bene o nel male era riuscita a dare una casa agli italiani e a creare una Nazione tra mille difficoltà, dando origine ad un sentimento: l’amor patrio, che suscita e fortifica senza dittatura, di cui la Monarchia Sabauda ne era l’incarnazione. Ma dopo il fallimento delle ideologie e dei partiti del novecento, ed il conseguente vuoto politico creatosi fino ai nostri giorni, non sarebbe il caso di riscoprire la nostra cultura liberale risorgimentale che rappresenta le nostre vere radici?
 Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 20.05.2015

POLONIA: IL PROF. GIULIO VIGNOLI PRESENTA I SUOI LIBRI SULL'OLOCAUSTO DEGLI ITALIANI DI CRIMEA

POLONIA: IL PROF. GIULIO VIGNOLI PRESENTA I SUOI LIBRI SULL'OLOCAUSTO DEGLI ITALIANI DI CRIMEA  Su invito dell'Università Jagellonica di Cracovia (ricordiamo che gli Jagelloni furono i sovrani autoctoni della Polonia prima della trasformazione della Polonia in Regno elettivo) si è tenuta l'11 maggio scorso la presentazione dei due libri del prof. Giulio Vignoli: "L'olocausto sconoscito. Lo sterminio degli Italiani di Crimea"
e "Gli Italiani di Crimea. Nuovi documenti e testimonianze  sulla deportazione e lo sterminio", editi entrambi da Settimo Sigillo di Roma.
La presentazione è avvenuta in occasione delle Giornate di cultura Italo-polacche a cura dell' Istituto italiano di cultura di Cracovia, nell'Aula Magna dell'Università Jagellonica, quale introduzione al Convegno sulla situazione
politica attuale nell'Est europeo. Al Convegno hanno partecipato illustri studioni polacchi ed italiani che hanno
illustrato le motivazioni del conflitto fra Russia ed Ucraina, la situazione nei Paesi Baltici, in Russia,  in Moldova e Georgia. Tutti gli oratori, compreso il prof. Vignoli, hanno condannato l'attuale imperialismo russo, che cerca anche di comprare la stampa occidentale per sostenere tesi a suo favore e foraggia pseudostudiosi pronti ad accettare sovvenzioni da Mosca.
Il tutto si è concluso con la visita della splendida Cracovia, il centro culturale più illustre della Polonia. Gli ospiti italiani sono rimasti colpiti anche dalle numerose targhe in latino.  Sull'ingresso della grande Fortezza che include la cattedrale di cui fu vescovo il futuro papa Giovanni Paolo II, si legge la scritta: "Senatus populusque Cracoviensis".
DATA: 20.05.2015

MA QUALE “BUONA SCUOLA”? E' SOLO ARIA FRITTA 

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17/05/2015
              
                    A differenza di quanto accade, nel 750° della nascita Dante Alighieri (1265-1321) fu ed è  per ciò che scrisse e soffrì. La recita folkloristica della sua “Comedia” è uno “sgravio di coscienza”. Va ricordato che da Firenze il Sommo Vate scampò di misura,  ne fu condannato a morte, si spense esule a Ravenna, testimone della sorte di uno spirito libero. Nel 1921 gli rese omaggio l'Esercito Italiano con il bronzo che ne decora il sacello: le Forze Armate, nerbo dell'Italia. Dante va ricordato perché non esitò a cacciare all'Inferno i papi simoniaci e corruttori, i tiranni sanguinari, i faziosi e i settari di tutti i tempi, inclusi Federico di Svevia e Maometto. Senza bisogno di giuristi e di costose corti internazionali, vedeva e valutava. Dante è il paradigma della libertà per un Paese che ne era carente sin dalla decadenza dell'Impero romano. L'Italia risalì la china con l'unificazione, tra il 1848 e il 1918, grazie alla dinastia di Savoia, ma poi, tra una guerra  prima guerra mondiale vinta sul campo ma perduta nei conti economici e una seconda del tutto catastrofica, via via declinò. Tra le sue istituzioni, la Scuola resse ancora un quarto di secolo, ma dal 1967 rotolò lungo una china inarrestabile. Si era esaurita la linfa di quanti vi erano entrati decenni prima: il progetto filosofico dal quale era nata e che l'aveva alimentata. L'humus era inaridito. La scuola decadde da Cultura a conteggio di impieghi.  Mentre un tempo venivano messe a concorso cattedre si passò a corsi abilitanti per oves et boves con esami collettivi, a sanatorie, a immissioni in ruolo indiscriminate. L'insegnamento venne valutato a ore, per prestazioni, come i braccianti. Stavano meglio i pedagoghi dell'Antica Roma. Schiavi, liberti, ma almeno apprezzati. Invece  docenti e prèsidi finirono disprezzati.
  Di che cosa si discute oggi? Tanto chiasso su poco. Il disegno di legge sulla “Buona Scuola” all'esame del Parlamento non ha alcuna filosofia né un progetto culturale. Non è affatto “epocale”. E' l'ennesimo cerotto sulla piaga aperta nell'Istruzione (a gestione pubblica o privata) aperta dagli Anni Settanta del secolo scorso. Con i famigerati decreti delegati del lontano 1974, cioè con un'operazione dell'esecutivo, venne abbattuto il sistema costruito dal 1848 al 1923, con una straordinaria continuità dei governi e dei ministri che via via furono titolari dell'Istruzione. Almeno alcuni di quei nomi vanno ricordati per raffrontarli con quelli susseguitisi nell'ultimo trentennio. Carlo Bon Compagni di Mombello, autore della riforma scolastica nel regno di Sardegna, era fiduciario di Camillo Cavour. Il conte Gabrio Casati, che dette il nome alla prima legge scolastica organica del regno d'Italia, affiancò Alfonso La Marmora e Urbano Rattazzi nel governo-ponte del 1859-60. Michele Coppino (che varò l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita nel 1877) e Francesco De Sanctis, il sommo storico della letteratura italiana, furono ministri con patrioti quali Agostino Depretis,  Benedetto Cairoli e Francesco Crispi. Vittorio Emanuele Orlando lo fu con Giovanni Giolitti. Nel suo V e ultimo governo (1920-1921) questi ebbe all'Istruzione Benedetto Croce e lo giudicò “un uomo di buon senso”, perché come lui anche il grande storico e filosofo aveva “senso dello Stato”. Fece licenziare in tronco il funzionario che incrociandolo al Ministero non si levò il cappello: uno sgarbo non alla sua persona ma al Ministro, allo Stato.
   Furono Giolitti e Croce a preparare la riforma condotta in porto da Giovanni Gentile nel 1923. Alla base essa ebbe l'avvento della Nazione attraverso la durissima prova della Grande Guerra (1915-1918: 680.000 morti, 1.200.000 mutilati...) e la legge sull'obbligo dell'istruzione del 1921, molto superiore quella sull'istruzione obbligatoria del 1877. Poiché ha il diritto di voto, il cittadino ha il dovere di studiare, di sapere, di capire per esercitare al meglio la sua quota di sovranità. E ha il diritto-dovere di chiedere di votare per tutte le istituzioni e gli organi che lo rappresentano: comuni, province (all'epoca non esistevano le oggi assai screditate Regioni) e Camera, composta dai rappresentanti della Nazione, non di un partito o di una quota di elettorato.
   Il sistema scolastico aveva dunque il compito di “informare”, di consegnare cognizioni, nel rispetto della libertà degli scolari e studenti e delle loro famiglie. Nella quarta elementare, che era l'ultimo anno della scuola obbligatoria, si insegnavano persino i diritti e doveri coniugali. L'insegnamento di italiano, storia, geografia, matematica era completato con nozioni di igiene e di agraria sperimentale, molta educazione fisica, giochi di squadra, canti corali e tornei artistici: poesia, pittura...
  Ora anche il segretario della Conferenza episcopale italiana esorta a evitare il “muro contro muro” per tirare la scuola fuori dal pantàno. Ma come ci è finita? Chi ve l'ha messa?
Nell'Otto-Novecento, da Casati a Croce, rimase aperto il dibattito sulla demarcazione tra istruzione ed educazione. Se educare significa liberare da vincoli ancestrali, inclusa la riottosità dei genitori all'istruzione dei figli, lo Stato e/o gli enti sotto-ordinati non hanno diritto di inculcare o addirittura di imporre a scolari e studenti un proprio credo, una “filosofia”. Il patriottismo non è nazionalismo. La conoscenza non è catechismo. La scienza è ricerca, non è devozione a ordini superiori. Anzi, all'opposto, è libertà. L'Otto-Novecento lo disse in tutti i modi possibili, anche empiendo le piazze di monumenti a eretici, a frati sconsacrati e arsi vivi come Arnaldo da Brescia e Giordano Bruno, riproposto da Massimo Bucciantini in Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto (Einaudi). Non fu l'Italia liberale ma la sua caricatura a covare il “Libro di Stato” partorito dalla “riforma Bottai” del 1939, forse rimpianto da chi ridicolizza la funzione del presidente del Consiglio facendo smorfie alla lavagna per spiegare che due più due fa tre o cinque.
  L'Istruzione aveva una struttura solida: il Ministero, il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, i Provveditorati agli Studi, i prèsidi, i docenti, i direttori didattici e gli insegnanti elementari, tutti formati da studi severi e filtrati da concorsi pubblici rigorosissimi. Ogni scuola aveva un nome evocativo di grandi spiriti della cultura e della storia politica, civile e militare, da rievocare in forme rituali per mostrare agli allievi il solco nel quale l'Italia era risorta dopo secoli di dominio straniero: un cammino costato cospirazioni, condanne a pene gravissime, patiboli, guerre per l'indipendenza.
  Tutte le leggi dell'Otto-Novecento (1848-1923) ripeterono che l'organo di governo della scuola è il collegio dei docenti, aperto dal preside, primus inter pares, autorevole per cultura e capacità e al tempo stesso garante della legge all'interno della scuola e nei suoi rapporti con la catena provveditorato-ministero. Questa certezza venne messa in discussione, erosa e infine annientata con una sequenza di norme e di circolari che via via hanno svuotato l'Istruzione pubblica (a gestione sia pubblica sia privata: modesta, quest'ultima, per ignavia della borghesia parassitica). Quando il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione scrisse relazioni critiche sull'azione del Ministero, la titolare dell'Istruzione, Franca Falcucci, decise di non pubblicarle più. Eppure “la Falcucci” va ricordata come un gigante rispetto ai suoi successori, come Giovanni Gallone, Sergio Mattarella, Rosa Russo Jervolino, Giancarlo Lombardi, sino al fazioso Luigi Berlinguer, che fece scempio dei programmi di storia. Tramite i costosissimi e discussi IRRSA (meritevoli di un poema satirico), vennero predicate formulette squallide: Impresa, Internet, Inglese e altre giaculatorie per tavolette rotonde e convegni con immancabile finale gastronomico.
  Questa Buona Scuola  di Renzi e Giannini raccatta i relitti dell'edificio diroccato. Si occupa di immissione in ruolo di precari, di riassettare la facciata scrostata del Mausoleo, ma non entra nel sancta sanctorum: la filosofia dell'istruzione-educazione oggi. Né può farlo avvalendosi dei cosiddetti dirigenti scolastici oggi in servizio, perché questi, secondo la normativa che da decenni ne regola il “reclutamento” (termine pessimo, ma adatto al caso), non sono filtrati per meriti culturali ma per cognizioni amministrative. Sono il punto di arrivo di una carriera che potrebbe così essere sintetizzata: bidello, segretario, dirigente. Dov'è la filosofia dell'Istruzione/Educazione?
  Piaccia o meno, nella scuola questa è divenuta  patrimonio di frangia. Ed è curioso constatare come essa oggi venga difesa da parlamentari schierati su posizioni diversissime, persino opposte, ma che ancora si rifanno ai fondamentali della cultura, alle ragioni che dettero vita alla Terza Italia e che dopo la catastrofe del 1940-1945 hanno consentito di risalire la china sino a quando la piazza ha ripreso il dominio: dapprima nella forma più scontata (manifestazioni, cortei, tafferugli...) poi in quella più sofisticata: i discorsi dell'imbonitore tramite i “media”, come fa ora Renzi Matteo, costretto a rimediare in prima persona ai pasticci della ministra dell'Istruzione e alle improvvide sortite antisindacali di quella per le Riforme, Boschi Maria Elena. Quegli opposti sono tenuti insieme dalla memoria della storia d'Italia, che non è solo Illuminismo e Risorgimento, ma affonda radici nei classici e nella Romanità: fondata sul Diritto dopo le tre altre “rivelazioni”, il Corpo degli Egizi, il Verbo degli Ebrei, la Bellezza dei Greci. Dopo il Diritto dei Romani, la Filosofia della Germania. E l'Italia?
  L'Istruzione/educazione è la misura di un grande Paese. Perciò in questo dopoguerra anche governi che sembravano solidi in Italia  caddero proprio in dibattiti sulla Scuola, che vale più di labili indici sull'andamento del “prodotto bruto”.
Aldo A. Mola
DATA: 17.05.2015

STORIA IN RETE: IL PROF. ALDO MOLA SI OCCUPA DELLA STORIA DEI SAVOIA-AOSTA

STORIA IN RETE: IL PROF. ALDO MOLA TRATTA LA STORIA DEI SAVOIA-AOSTA  Nel numero di aprile 2015 (pagg. 76-90) del mesile "Storia in Rete", diretto da Fabio Andriola, il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Prof. Aldo A. Mola si occupa dei Savoia-Aosta, partendo dal libro "Cifra Reale".
Riproponiamo integralmente il servizio.
SANGUE REALE, GLI AOSTA PRIMA E DOPO
Una biografia originale ripropone la figura di Amedeo d’Aosta, che si definisce «un uomo normale che ha potuto vivere eventi straordinari e conoscere persone straordinarie». Un’occasione per ripercorrere le vicende di una famiglia che ha dato all’Italia uomini d’arme, alpinisti, marinai, eroi. E a Spagna e Croazia anche due re. Che potrebbero diventare tre se anche da noi tornasse la Monarchia. Infatti Amedeo d’Aosta contende al cugino Vittorio Emanuele, figlio di Umberto II, il ruolo di Capo di Casa Savoia.


DATA: 15.05.2015

ROMANZO: COLPO DI STATO - 8 GIORNI A NATALE
UNA STORIA DI FANTA POLITICA DI MASSIMO NARDI

Massimo Nardi, romanzo: "Colpoi di Stato - 8 giorni a Natale"  Molte volte la fantasia anticipa la realtà. Prendiamo ad esempio Jules Verne, classe 1828, prolifico autore di libri d’avventura, fra i quali basti ricordare Dalla Terra alla Luna e Ventimila leghe sotto i mari. L’esclamazione che giustamente usciva dalla bocca del lettore di questi romanzi poteva solo essere: «Però, ne ha della fantasia questo Verne!». Una fantasia che, nel 1969 – più di cent’anni dopo –, divenne realtà, coi primi passi di Neil Armstrong sul suolo lunare. Colpo di Stato: 8 giorni a Natale 2016 vuole essere semplicemente questo: un libro di “fantapolitica”; con la speranza che i fatti narrati si rivelino solamente un messaggio premonitore, ma che mai si realizzino.
La trama, racchiusa in un periodo assai breve – otto giorni appunto –,si svolge prevalentemente in Italia, in particolare tra Modena e Roma, oltre che nella limitrofa Città del Vaticano, e, per il restante, nel vicino Medio Oriente e negli Stati Uniti, in particolare a Langley, in Virginia, nella sede della CIA.
I protagonisti – essendoci più personaggi che svolgono un ruolo importante, da “protagonisti” appunto – sono di pura fantasia. Qualsiasi riferimento a persone vissute o viventi è del tutto casuale. Legati tra loro da un filo rosso – il tentativo di un colpo di stato e altri episodi secondari che a esso fanno da contorno –, i personaggi sono militari (in prevalenza appartenenti all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato, oltre che all’Esercito), politici e civili (uno dei protagonisti è un libraio modenese) italiani, prelati della Chiesa Cattolica in Vaticano, servizi segreti di diverse Nazioni (CIA e Mossad su tutte), hezbollah, pasdaran e basiji. Colpo di Stato trae spunto da alcuni accadimenti che viviamo
oggigiorno: in primis, la grave crisi economica che ha colpito l’Italia, unitamente ad altri Paesi dell’Unione Europea; il flusso, oramai ininterrotto, di stranieri sul nostro territorio; le proposte d’integrazione avanzate quasi quotidianamente da un’area politica, forte dell’appoggio degli organi d’informazione, in molti casi manipolati da quelli che possono definirsi in astratto i “poteri forti”. E ancora, il default, con la conseguente uscita dall’Unione Europea e il legarsi, per la sopravvivenza, ai Paesi arabi, fornitori di energia; legame che viene però pagato con la concessione, sul nostro territorio, di usi e costumi che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione.
A fianco della situazione nella nostra penisola, prende forma lo scenario, per così dire, “internazionale”, riguardante il Medio Oriente. Qui troviamo lo Stato di Israele sempre più isolato; l’Iran, che ha completato i suoi siti nucleari, avrà a breve a disposizione ordigni nucleari. L’aspetto forse più preoccupante è dato, tuttavia, dal fatto che sciiti e sunniti siano arrivati a una tregua, anche se fragile. Risultato di ciò, negli Stati del Golfo Persico – eccettuati solamente l’Arabia Saudita e il Qatar –, è la caduta dei governi filo-occidentali, sostituiti da altri di matrice religiosa; fatto che
ha permesso la nascita della Federazione Islamica.
Volutamente mi sono proposto di adottare una prosa semplice, quasi giornalistica, e, per quanto mi auguro, accattivante, vibrante. È un libro pensato per una platea di lettori di tutte le età: dai giovani, oggigiorno alquanto refrattari alla politica e disinteressati agli stravolgimenti del mondo che li circonda, sino ai più anziani, che già tante esperienze hanno vissuto – dopo gli orrori della guerra, il progressivo mutare dello Stato italiano, ormai in una situazione di endemica crisi, sotto le spinte della globalizzazione che, ai giorni nostri, ha investito l’intero globo terraqueo. Tutto ciò con la viva speranza di suscitare nel lettore la voglia e il desiderio di riflettere.

Il libro è disponibile presso:

LIBRERIA L.A. MURATORI IN VIA EMILIA CENTRO 289 MODENA

C LAUDIANA S.R.L. LIBRERIA DI ROMA IN PIAZZA CAVOUR 32 ROMA

LA FENICE LIBRERIA IN VIA MAZZINI 15 CARPI

LIBRERIA EDITRICE CORSO GIUSEPPE VERDI 67 GORIZIA

DATA: 14.05.2015

RESISTENZA COMUNISTA: IL PROF. GIULIO VIGNOLI SCRIVE A MATTARELLA

Giulio Vignoli        Rapallo, 11 maggio 2015.
  


   Al Presidente della Repubblica Italiana                Raccomandata
   Prof.  Avv. Sergio Mattarella
   Palazzo del Quirinale
   Roma
 

   Ill. mo Signor Presidente,
sono il prof Giulio Vignoli già docente di Diritto dell'Unione Europea e di Organizzazione Internazionale nell'Università di Genova, ora in pensione per raggiunti limiti di età.
  Sono stato anche molto amico dei Suoi cugini Buccellato che abitavano a Palermo in via Sciuti, in particolare di Nino. Fui due volte a Palermo ospite in casa loro. Ci eravamo conosciuti in Austria dove studiavamo il tedesco, io, Nino, suo fratello ed altri due amici di Palermo. Poi ci siamo persi di vista.
   Desidero farLe alcune considerazioni.
   La Resistenza partigiana, da Lei da ultimo commemorata, ha tre elementi fortemente negativi:
-era egemonizzata dai comunisti, in allora stalinisti e quindi tutt'altro che pensosi della libertà e della democrazia in Italia.
-Fu presente, con componenti scarsissimi (certo il 25 aprile il numero cambiò) in un terzo d'Italia, inoltre se si tolgono i comunisti resta quasi nulla.
-i comunisti compirono efferati delitti.
   Tutto questo Lei naturalmente lo sa.
   Orbene, non credo che diffondere cose non vere contribuisca alla salute della Repubblica.
   Su queste basi non si può costruire uno Stato oppure si può costruire uno Stato dalla vita grama e stentata come è quella della quasi settantenne Repubblica Italiana.
   Si cerchino nella millenaria storia della Nazione (intesa secondo Renan) altri elementi atti a tenere unita questa Repubblica in apparente disfacimento.
   Mi è venuto il dubbio che fra i partigiani che La ascoltavano in Parlamento ci potesse essere un assassino sfuggito alla giustizia umana. Qui in Liguria, a Savona, una bambina di 13 anni fu seviziata, violentata da più partigiani comunisti e uccisa perché accusata di essere una spia. I responsabili non furono mai individuati.  A Bavari, sulle colline di Genova, un Maresciallo dei Carabinieri fu legato da partigiani comunisti ad una stufa rovente, gli vennero tolti gli occhi con una forchetta e ucciso. Quando furono scoperti dopo anni i colpevoli, tutto era prescritto. Naturalmente l'ANPI fece fuoco e fiamme per difendere gli assassini. C'è una lettera della Presidente dell'Anpi di Savona, semplicemente vergognosa.
   Napolitano, se non ricordo male, nel suo discorso di insediamento parlò anche di aberrazioni. Lei mi pare abbia taciuto.
   Naturalmente non so se leggerà mai questa mia, chissà quanti filtri dovrà superare.
   Con vivo ossequio
   
   prof. Avv. Giulio Vignoli                       

DATA: 12.05.2015

L'ITALIA EUROPEA IERI E OGGI: L'ASSE CULTURALE PIEMONTE/MEZZOGIORNO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10/05/2015
              
                C'è da secoli un asse culturale, di filosofia della storia, tra il Vecchio Piemonte e il “Napoletano”, due terre europee secoli prima che albeggiasse questa Unione, fatta di  piccole idee e di piccoli uomini, scricchiolante non per la Grecia da anni sull'orlo del fallimento, ma per la vittoria di Cameron in Gran Bretagna, sorprendente solo per chi non conosce gli inglesi. Le due principali Storie d'Italia scritte nel settantennio dalla seconda guerra mondiale e tuttora insuperate furono pubblicate a Torino, culla dell'unificazione e crogiolo delle idee guida della vita politica nazionale La prima, diretta da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti ed edita da Einaudi, iniziò nel 1972 con I caratteri originali. Romano lavorava da anni all'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, a fianco di Fernand Braudel. Giulio Bollati, autore di L'Italiano, capitolo conclusivo di quel volume, anni dopo lasciò la Casa Madre per fondare la Bollati-Boringhieri. Giuseppe Galasso vi pubblicò l'ampio  saggio su Le forme del potere, classi e gerarchie sociali. Lo ripropose poi in robusto trattato e andò oltre. Nel 1979 pubblicò L'Italia come problema storiografico, introduzione  alla Storia d'Italia in 24 libri (più il suo), da lui diretta per la Utet di Torino, la Casa del celebre Dizionario Universale e di tante prestigiose collane, orgoglio di biblioteche pubbliche e private. Mentre la “Storia Einaudi” procedette per epoche cronologiche, disposta per grandi sezioni (storia politica, storia economica, la cultura e l'Italia fuori d'Italia) e continuò con l' Atlante e volumi tematici, Galasso chiamò a raccolta le storie degli stati preunitari. Non fu un omaggio alle “regioni” (che sono una caricatura dei “popoli d'Italia”) ma un fermo richiamo ai caratteri originali, libero dall'ossessione del centralismo postunitario.
  Ruggiero Romano e Giuseppe Galasso ebbero in comune l'esperienza di Casa Croce e dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici. Galasso vi entrò a 25 anni e ne divenne segretario: incipit di una carriera accademica, politica (la “Legge Galasso” per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale è tra i vanti della Prima repubblica, strenua difesa del patrimonio naturale e culturale, dopo quella di Giuseppe Bottai del 1939), di docenza e di magistero civile, anche attraverso migliaia di articoli in testate nazionali. 
Romano e Galasso insegnarono a guardarsi attorno dal piedistallo di decine di volumi, sintesi ognuno di migliaia di opere. Appunto. Il futuro? Non è una formuletta da accalappiavoti. Esso è innovazione nella consapevolezza critica. Non si costruisce sulle macerie ma, semmai, con le reliquie del tempo, affioranti dalla polvere dei secoli, portate alla luce con studi severi, con la cultura (coltivare con devozione, onorare), che è fatica durissima.
  Lo insegnano i quarant'anni dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), presentato nella sede  dell'Accademia dei Lincei, in Roma, il 27 maggio 1975. L'Istituto Italiano per gli Studi Storici creato da Benedetto Croce nell'avito Palazzo Filomarino della sua “Napoli nobilissima” era stato vivaio dei massimi storiografi della seconda metà del Novecento, come il valdostano Federico Chabod e il siciliano Rosario Romeo. Dopo decenni di subordinazione strumentale della filosofia a regimi, a partiti e a “poteri” occorreva tornare al pensiero teoretico, alla filosofia. La presenza di Elena Croce e Giovanni Pugliese Carratelli tra i suoi fondatori bastò a dissipare ogni maliziosa contrapposizione tra il nuovo e il glorioso Istituto di “don Benedetto”. Suo animatore fu dall'inizio Gerardo Marotta, l' “avvocato” che gli mise a disposizione la sede in via Calascione e la sua ricchissima biblioteca. L'Istituto divenne subito approdo di studiosi di talento, dall'Italia e dall'estero. Il repertorio delle sue iniziative occupa molti e imponenti volumi: collane di classici, saggi, seminari, lezioni, rassegne, una miriade di eventi in una Capitale, qual è Napoli, che visse anche le breve illusione di un Secondo Rinascimento ma presto sperimentò il ritorno cupo dell'omologazione. Senza bisogno di roghi in piazza, il regime si impone con la cortina del silenzio, col diniego dei fondi  dovuti, col sussiegoso rinvio di decisioni urgenti. Lo ebbe chiaro Galasso, che, appena eletto consigliere comunale nelle file del Partito repubblicano italiano (quello di Ugo La Malfa, ben inteso), rinunciò all'offerta della carica di sindaco di Napoli.   
   Dal 1983 l'Istituto di Studi Filosofici passò a Palazzo Serra di Cassano, sacro alla memoria di Gennaro, il patriota decapitato ventenne nell'attuale Piazza Martiri, come gli altri maggiori esponenti della Repubblica napoletana del 1799, decollati e afforcati: a conferma del loro valore e, al tempo stesso, della gelida ferocia di quanti avevano e nei tempi ebbero e hanno chiaro che per eliminare “pensieri pericolosi” bisogna sbrigativamente uccidere i pensatori: filosofi, storici, letterati, poeti, artisti e anche gli “uomini semplici”, i popolani, se appena si mostrino indocili al regime. Fu la sorte degli “illuministi napoletani”, una dirigenza di irripetibile valore. Con le mani lorde di sangue, vinse la tirannide del trono e dell'altare contro la cultura, il razionalismo, le riforme fondate sulla scienza. Vinsero le superstizioni fondate su feste, farina e forca, a beneficio delle oligarchie. La eliminazione cruenta della dirigenza illuminata bloccò la storia d'Italia e impoverì il Mezzogiorno. Dopo il breve regno di Gioacchino Murat, dopo la rivoluzione costituzionale del 1820-21 e quella 1848, la dirigenza liberale delle Due Sicilie finì parte incarcerata parte costretta all'esilio. A bene andare, riparò nel Piemonte di Vittorio Emanuele  II e di Camillo Cavour (Guglielmo Pepe, Poerio, Settembrini, Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini...). Molti tra i patrioti di spicco si erano formati nell'altra istituzione fondamentale trasmessa dal regno di Napoli alla Nuova Italia, la Scuola Militare della Nunziatella (il suo motto è “preparo alla vita e alle armi”), che opera in convergenza con l'Istituto Filosofico, anche per assicurare degna sede alla sua celebre biblioteca. 
  Nei solenni saloni dell'Istituto di Napoli dalla sua fondazione si susseguirono Eugenio Garin, Hans-Georg Gadamer, Karl Popper, Tullio Gregory, Ilya Prigogine, Carlo Rubbia, Rita Levi Montalcini... e un'infinità di altri. Jacques Derrida dichiarò di non aver mai conosciuto nessun'altra istituzione così aperta e tollerante, proiettata verso l'avvenire e al tempo stesso rispettosa della tradizione.
   L'Istituto (che vien detto “di Marotta”, per brevità e per doveroso omaggio a chi gli ha dedicato la vita e i suoi stessi averi) continuò nel tempo a saldare l'asse tra Napoli e il Piemonte, passando anche attraverso l'eredità di Comunità, il movimento nel quale investì idee e risorse Adriano Olivetti, in un'Italia all'epoca all'avanguardia (anche nell'informatica) perché mirava a conciliare modernizzazione e umanesimo.
   L'imminente Salone Internazionale del Libro di Torino (14-18 maggio), apparentemente è l'opposto di un Istituto di studi. In realtà esso esprime una delle intuizioni originarie dell'illuminismo: divulgare (che non vuol dire involgarire) i frutti della ricerca, imboccando la scorciatoia della sua comunicazione diretta con i potenziali fruitori, attraverso la moltiplicazione delle “vetrine” dei grandi e piccoli editori (dagli istituzionali, come le Forze Armate, a quelli di nicchia e persino di cripta, come quella, da anni  ricorrente, della Gran Loggia d'Italia). Centinaia di lezioni, tavole rotonde, presentazioni, monologhi (in un contesto sempre a volume troppo alto) costituiscono appunto la Fiera, una festa espositiva, uno scambio antico e innovativo.
  La sua è una sorte per vari aspetti analoga a quella dei premi letterari, che a loro volta non sono affatto laboratori di ricerca ma di analisi: di anno in anno tastano il polso al sistema arterioso e venoso collegante gli studi e l'editoria. Lo fa da quasi mezzo secolo il premio Acqui Storia con le sue tre sezioni: scientifica, divulgativa e romanzo storico, voluta, quest'ultima dal suo responsabile esecutivo, Carlo Sburlati, convinto che la narrativa abbia fatto fare alla storia più cammino di tanti trattati e saggi. Bastino, per stare ai classici, i nomi  di Hugo, Stendhal, Manzoni, Tolstoj... Non per caso i regimi temono poeti e romanzieri più che i dissidenti politici. E mirano a tenere saldi gli artigli sui “media”. Malgrado tutto, vi è ancora un'Italia per la quale nessuna Parigi vale una messa. Lo insegnarono e lo insegnano proprio i Maestri dai quali siamo partiti: Benedetto Croce (ripubblicato da Adelphi con la direzione di Galasso),  Ruggiero Romano,  Gerardo Marotta, ora affiancato da Antonio Gargano, da Aldo Tonini, che da decenni orchestra centinaia di Scuole di alta formazione in tutta Italia, da suo figlio, Massimiliano, animo dell'Istituto di Studi Politici.
  Quella era ed è un'Italia europea. Come europeo fu Giordano Bruno, il cui nome e le cui opere vennero rivendicato dagli hegeliani di Napoli, da Giovanni Gentile (il grande filosofo assassinato nel modo e per gli oscuri motivi perlustrati da Luciano Mecacci in La ghirlanda fiorentina,  ed. Adelphi, Premio Acqui Storia 2014), dall'Istituto di Marotta, sia per il valore intrinseco del “frate domenicano” sia quale emblema di chi costruì l'Italia una, indipendente e libera per sottrarla a ogni forma di oscurantismo. Di quella lunga e sempre attuale battaglia l'Acqui Storia è da anni vessillo. Lo confermano la vasta partecipazione di concorrenti e il sereno equilibrio delle sue scelte: bersaglio di polemiche pretestuose, come è ovvio accada a chi ha per unica regola la libertà di ricerca, di giudizio e di parola.
Aldo A. Mola
DATA: 10.05.2015

BULGARIA: INTRODOTTA LA PREGHIERA PER LO ZAR NELLE PREGHIERE DELLA CHIESA ORTODOSSA MA LA REPUBBLICA FRENA

        Il 1° maggio il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa bulgara ha deciso di ripristinare la preghiera per il Re nella Liturgia pubblica. La decisione, adottata su proposta del Metropolita di Plovdiv Nicola, consiste nel reintrodurre nelle orazioni pubbliche durante i riti religiosi la preghiera per il Re Simeone II di Bulgaria, rivolgendosi a lui come: “Sua Maestà Simeone II, Zar dei Bulgari”, come era tradizione della Chiesa Ortodossa. Il 2 maggio a Pliska si sono svolte le celebrazioni per il 1150mo anniversario del Battesimo cristiano della Bulgaria sotto il Re Boris I, Sovrano di Bulgaria dall'852 all'889. Il Patriarca Neofit ha celebrato come deliberato dal S. Sinodo, conferendo al Re Simeone la più alta onorificenza della Chiesa Ortodossa bulgara.
A pochi giorni di distanza il presidente della repubblica bulgara, Rossen Plevneliev, ha chiesto al S. Sinodo di ritrattare questa decisione in quanto genererebbe confusione, facendo credere che in Bulgaria vi siano due Capi di Stato, oltre al rischio, secondo lui, di divisioni nel Paese tra monarchici e repubblicani.  Ricordiamo che Re Simeone II, figlio della Regina Giovanna di Savoia e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele III, divenne Re dei Bulgari a soli 6 anni nel 1943, dopo la morte del padre Boris III, e venne affiancato da un Consiglio di reggenza. In seguito all’abolizione illegale della Monarchia in Bulgaria, nel 1946, quando ormai la Bulgaria era caduta sotto la dittatura comunista, il Re Simeone II partì per l’esilio senza mai abdicare. Rimane quindi formalmente ancora Re dei Bulgari.
La repubblica non ha alcun titolo per entrare nel merito delle decisioni liturgiche della Chiesa Ortodossa bulgara. Attendiamo sviluppi.
DATA: 05.05.2015

FERMARE LA DERIVA AUTORITARIA: I DEPUTATI CI METTANO LA FACCIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 03/05/2015
              
                Sergio Mattarella è il Capo dello Stato d'Italia. Promulga le leggi, ma non è al di sopra della legge. La sovranità è dei cittadini e dei suoi organi supremi. Mattarella lo sa perché è stato giudice nella Corte Costituzionale. E sa, come tutti, che la Corte ha sonoramente bocciato la “legge Fornero”, che per quattro anni ha scippato a sei milioni di italiani la perequazione delle loro pensioni alla svalutazione. Nata dal delirio di alcuni docenti  avvolti nei panni di “statisti”, quella “riforma” impoverì il mercato e castrò l'economia italiana. Fu tra gli ingredienti che avvelenò ulteriormente il brodo di cultura di fallimenti, suicidi di imprenditori e modesti impresari, svalutazione e stasi dei beni immobiliari: il tutto al coperto di una fiscalità burocratica, miope, umida di bave autoreferenziali, come quelle grondanti dai pistolotti di chi dovrebbe far ben altro che salmodiare quotidianamente luoghi comuni. Un buon numero di quei pensionati, improvvisamente e arbitrariamente impoveriti “per legge”, si è sentito derubato ed  ha ingrossato il parco dell'astensionismo: a chi dovevano ormai credere?
  Ma la “legge Fornero” fece ancora di peggio. Scrollò la fiducia di milioni di italiani non solo verso  il governo - cinico e baro: via uno, avanti un altro-, ma soprattutto nei riguardi di Napolitano Giorgio, non tanto come persona (era stato votato solo da metà dei “grandi elettori”) ma quale “presidente della Repubblica”, cioè come garante supremo dei diritti dei cittadini. La ministra lugente  che si mordicchiò il palmo mentre lasciava con un palmo di naso sei milioni di poveri cristi con una pensione da ridere, adesso si trincera dietro la “responsabilità collegiale” del governo, avallata proprio da Napolitano.  
  Il precedente dev'essere tenuto ben presente se mai la legge elettorale venisse approvata domani da un'aula sorda e cieca rispetto alle attese dei cittadini. Se per sventura d'Italia la Camera varasse la riforma voluta da Renzi Matteo per distrarre gli italiani dai problemi che li assillano e garantire lunga vita al potere a se stesso e alla sua banda, l'argine non è un referendum (extrema ratio, lunga, macchinosa; tra un passaggio e l'altro occorrono anni!), vi è una sola speranza: il rifiuto della firma da parte del presidente Mattarella.
  Quando Umberto II stava per lasciare l'Italia per il Portogallo, le poche persone di senno gli sibilarono sino all'ultimo: “Maestà, non parta!”. Andò. Se ne videro e se ne scontano le conseguenze. Perciò, si può ripetere quanto il 30 aprile Ferruccio de Bortoli ha scritto ai lettori nel “Rendiconto” di direttore del “Corriere della Sera”: “Presidente, non firmi!”. Prima di farlo, faccia fare un onesto sondaggio dell'opinione pubblica. Già un altro capo di Stato novant'anni orsono si trincerò dietro lo Statuto. Disse che le Camere erano i suoi occhi e i suoi orecchi. E così regalò vent'anni di potere a Mussolini. Fu re statutario, ma concorse a mandare in rovina l'Italia e la monarchia stessa. All'epoca non v'era alcuna istanza superiore al sovrano (che tale ancora era “per grazia di Dio”). Ora c'è la Corte Costituzionale, che si pronuncia sulle “accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione” e sicuramente si attende che qualsivoglia nuova legge elettorale non sia in conflitto con i criteri che essa stessa indicato.
* * *
  In attesa del poi, un punto va fissato: i cittadini hanno diritto di conoscere per nome e cognome come voteranno i deputati, domani, sulla legge che modifica la formazione della prossima Camera, l'unico organo dello Stato rimasto a elezione diretta. Perciò la votazione dev'essere fatta a scrutinio palese, senza ripari per crisi di coscienza  (spesso pelosa) e i sotterfugi consentiti dal voto segreto. Vediamo perché. Occorre una premessa doverosa. L'attuale Camera è stata eletta il 26 febbraio 2012 con il cosiddetto “Porcellum”, che già ha concesso al Partito Democratico un cospicuo premio di maggioranza. Quella legge è stata bocciata dalla Corte Costituzionale il 3 dicembre 2014. Ancorché geneticamente incostituzionale, la Camera è rimasta in funzione e ha continuato a legiferare come nulla fosse. Non bastasse, gli schieramenti partitici attuali non corrispondono affatto a quelli espressi dagli elettori. Quasi 200 parlamentari hanno cambiato casacca, un via vai da un gruppo all'altro come se le Camere fossero le Folies Bergères. Il poco rimasto di Scelta Civica è entrato a vele spiegate nel Partito democratico, inclusa la ministra della (ex) Pubblica Istruzione, che ora si lagna di essere fischiata. E' un mistero l'effettiva consistenza del Nuovo Centro Destra, del Centro democratico, dell'Area popolare: un magma poco incandescente ma molto condiscendente alle direttive del presidente del Consiglio e segretario del PD, Renzi  Matteo. Lo stesso, del resto, vale per gli altri gruppi parlamentari: M5S, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega. I sondaggi sono sondaggi. Si sono rivelati inattendibili persino in Israele. Del doman non v'è certezza in un Paese che registra il 40% di astensioni alle elezioni politiche e persino il 60-70% alle amministrative. Tra un mese vedremo l'esito delle regionali.
  L'unico dato sicuro è questo: alle elezioni dei deputati al Parlamento europeo del maggio 2014, il Partito democratico - un minestrone di correnti, clans, tendenze, una cassata sformata con gli ex di almeno cinque o sei partiti della Prima Repubblica (comunisti, socialisti, democratici di unità proletaria, democristiani: aderì persino un ex liberale) – ottenne il 22% degli aventi diritto al voto, risultato sbandierato da Renzi Matteo e dai suoi sicofanti (prevalentemente prèfiche) come fosse il 41% degli italiani: una menzogna spudorata. Ma si sa che, ripetuta mille volte, anche la bugia più smaccata alla fine viene creduta, complici i due pilastri portanti della oclocrazia (cioè del dominio della piazza): la credulità popolare e l'indifferenza, impastata di cinismo opportunistico e di rassegnato scetticismo. “Consulo quieti meae...” diceva anche Erasmo da Rotterdam in tempi di guerre feroci e di roghi.
   Ora siamo al dunque. Renzi ha salutato il secondo voto di fiducia con il garbo che lo contraddistingue: “Abbiamo stravinto. Li abbiamo distrutti”. Parlava sia delle opposizioni, sia dei dissenzienti del PD. In un Paese normale per fermare un “capo” così bisognerebbe richiamare in servizio l'ambulanza nella quale Vittorio Emanuele III fece ricoverare Mussolini dopo avergli imposto le dimissioni il 25 luglio 1943. Uno che gongola a questo modo per un voto estorto con la minaccia della crisi di governo (a conferma della confusione albergante nella sua visione delle istituzioni), mentre le opposizioni escono dall'Aula e molti parlamentari del suo stesso partito recalcitrano, è oggettivamente inquietante. Che cosa c'è da aspettarsene il giorno in cui ottenesse la maggioranza dei voti nel duello finale contro un avversario impresentabile, come prevede la legge in votazione? Questa, detta Italicum (nome calzante solo se si ricorda che “Italia” sta per “terra dei vitelli”: evitiamo, per una volta, parità di genere), dati gli umori elettorali prevalenti oggi e per un futuro prevedibilmente lungo, porterà al ballottaggio tra PD e M5S, con buona pace di tutti gli altri partiti, lontanissimi dalla soglia del 20% (Forza Italia, Lega e compagnia cantante). Vinte le elezioni, Renzi Matteo (che a quel punto, se concederà di candidarsi, sarà persino deputato) farà la cosa  più ovvia: l'epurazione dei pochi dissidenti sopravvissuti alla rottamazione e alle uscite di scena già avvenute (D'Alema, Veltroni...), a quella annunciate (Bindi) e a quelle in cantiere (i vari Fassina, Cuperlo, Civati,...). Sarà la militarizzazione della maggioranza. Da relativa essa (il “partito unico”, spacciato come partito della Nazione) diverrà assoluta, perché potrà formare il Senato a propria immagine e somiglianza e poi eleggere il presidente della repubblica gradito, senza dover mercanteggiare con nessuno, a differenza di quanto Renzi Matteo fece ancora quest'ultima volta con cespuglietti sradicabili alla prima occasione.
  La legge domani in votazione è incostituzionale né più né meno di quella vigente. Ma da anni i governi mettono in bilancio di essere bocciati dalla cosiddetta Consulta. Tanto, quando la Corte li chiamerà a rendere conto, i responsabili del malfatto manco sono più  parlamentari e mica dovranno rifondere di tasca propria i guai causati dalla loro protervia.   
   Per tutti questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere come domani voteranno i deputati. Se ne ricorderanno se e quando verrà loro concesso di tornare alle urne. Già, perché questo incombe: l'abolizione dell'esercizio del voto diretto, dai consigli provinciali al Senato e ai consigli dei piccoli comuni, tenuti in piedi per finta (sono tutti alla canna del gas) e presto costretti a intrupparsi. La prossima elezione diretta dei deputati potrebbe essere l'ultima. Lo diciamo non per drammatizzare, ma sulla scorta del passato, che ripercorriamo sinteticamente, anche perché in questi giorni troppi hanno evocato a vanvera la “legge Acerbo” (18 novembre 1923, n. 244). Come andò  novantadue anni orsono?  In breve. La Camera contava 535 deputati. I fascisti erano appena 37, un'inezia. Mussolini, nominato presidente di un governo di coalizione dei costituzionali il 31 ottobre 1922, aveva assolutamente bisogno di conquistare la maggioranza. La Camera in carica era stata eletta nel 1921 con il riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai vari partiti in lizza, la “maledetta proporzionale” come ricorda Dario Fertilio nel saggio pubblicato dai Comitati per le Libertà (www.comitates.org). Vi si formarono quattordici gruppi parlamentari. Roberto Farinacci, “il più fascista” (che di politica capì sempre poco), voleva il ritorno ai collegi uninominali perché, da “ras” di  Cremona, era sicuro di vincere a manganellate. Molto più scaltro, Mussolini puntò invece al maggioritario. Il sottosegretario alla Presidenza, Giacomo Acerbo, massone, il 9 giugno 1923 presentò il disegno di legge illustrato in Aula dal duce che disse chiaro e tondo: “Il potere lo abbiamo e lo teniamo. Qui è la rivoluzione, in questa ferma volontà di tenere il potere”. Non aggiunse banalità, tipo “Oggi inizia il futuro” perché aveva ancora il senso del ridicolo. L'esame del disegno di legge venne affidato a una commissione presieduta dall'ottantunenne Giovanni Giolitti e formata da due rappresentanti per ognuno dei nove partiti. Ne fecero parte i deputati più illustri: Salandra, Orlando, Bonomi, Turati e il fascista dissidente Michele Terzaghi, che ne scrisse nello spassosissimo “Il Fascismo e la Massoneria” (Forni ed.). Giolitti approvò in pieno la proposta Acerbo-Mussolini. I liberali amavano il proporzionale come il fumo negli occhi. Il vero ostacolo erano i popolari. Il 19 maggio Alcide De Gasperi, loro capogruppo alla Camera, propose al duce di assegnare i 3/5 dei seggi a chi avesse ottenuto il 40% dei voti. Mussolini abbozzò, ma lavorò per altre vie. L' “Osservatore Romano”, quotidiano della Santa Sede, lo assecondò. Il 10 luglio don Sturzo si dimise da segretario del partito. Più tardi venne spedito negli Stati Uniti. A don Minzoni era andata peggio. I popolari finirono allo sbando: parte stava bussando alle porte del Partito nazionale fascista, parte era incerta, solo una pattuglia contraria. A decidere fu l'alto clero, che fece sentire la sua voce come ha fatto recentemente il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, che ha deplorato la “giustizia a orologeria” quando la candidata di Renzi alla Regione Liguria risultò indagata.
  La riforma Acerbo (che a buon diritto andrebbe detta “legge Giolitti”) il 21 luglio ebbe 223 voti favorevoli contro 123: il 42% dei deputati.  Il “democratico” Ivanoe Bonomi si astenne. Il liberale Alfredo Falcioni votò a favore. Il teosofo Amendola mutò due volte idea in poche ore. Il socialista Turati concluse che le opposizioni avevano consegnato la vittoria a Mussolini. Al Senato la legge passò con 165 si e 41 no. La riforma stabilì che 2/3 dei seggi andassero a chi otteneva almeno il 25% dei voti: il resto sarebbe stato suddiviso proporzionalmente tra i partiti concorrenti. Insicuro del responso delle urne il PNF si premurò di mettere in campo liste fiancheggiatrici.
   Il 6 aprile 1924 il Listone nazionale fascista (comprendente Enrico De Nicola e Vittorio Emanuele Orlando) e i fiancheggiatori ottennero il 66%  dei voti e i 2/3 dei seggi. Non rubarono nulla. Quella  stessa Camera il 17 marzo 1928 deliberò la legge presentata dal ministro della Giustizia Alfredo Rocco, che abolì la libera competizione tra partiti. Gli elettori vennero chiamati a dire “si” o “no” a una unica lista preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo. Non fu abolito il diritto voto. E neanche quella di scelta. Venne solo abolita la libertà. A favore del governo votò quasi il 90% degli aventi diritto. Anche Mussolini poté dire: “Abbiamo stravinto. Li abbiamo distrutti”.  Da poco aveva avuto la benedizione della Santa Sede per il Trattato del Laterano, detto anche “conciliazione”. A votargli contro fu una esigua pattuglia di senatori, capitanati da Benedetto Croce er il quale “Parigi non vale una messa”. Da tempo, del resto, era stato messo il bavaglio alla libertà di stampa e di associazione politica. Poiché il totalitarismo non ne ha mai basta, con la legge 19 gennaio 1939, n.129 la Camera, così ridicolmente elettiva, fu sostituita con quella dei Fasci e delle Corporazioni, la più numerosa e stolida della storia d'Italia, tutta di “nominati”.
  Venne spazzata via a fine luglio del 1943. Ma i guai ormai erano fatti.
  Qualcuno aveva avvertito il re sul rischio di identificare la monarchia correva con un governo autoritario, troppo autoritario e, in definitiva, antimonarchico: “Simul stabunt, simul cadent”. Il re era rigorosamente statutario: non metteva mano nella bassa cucina delle leggi elettorali. Né aveva alcun Organo al di sopra di sé. Ora l'Organo Supremo è la Corte Costituzionale, che può cassare le leggi promulgate dal Presidente della Repubblica. Orbene: il Presidente Mattarella non può ignorare che la legge elettorale in votazione replica molti dei vizi di quella vigente, dichiarata anticostituzionale dalla Consulta. 
Staremo a vedere se è come adempirà al mandato...
Aldo A. Mola
DATA: 03.05.2015

MONTALTO MARCHE: PRESENTATI GLI ATTI DEL CONVEGNO SU PAPA SISTO V

MONTALTO MARCHE: PRESENTATI GLI ATTI DEL CONVEGNO SU PAPA SISTO V
        Proficua, produttiva e positiva la presentazione degli Atti del Convegno “Il Papa ‘nSisto 2014”, quinta edizione, avvenuta giovedì 23 aprile in mattinata a Montalto Marche, nella splendida cornice della Concattedrale di Santa Maria Assunta.
Un nutrito gruppo di studenti delle classi quarto e quinto del Liceo Classico montaltese e dell’Istituto dè Liguori di Sant’Agata dei Goti in provincia di Benevento con i vari docenti intervenuti, insieme ad un altrettanto numeroso pubblico adulto, hanno attentamente seguito lo svolgersi dell’incontro, grazie ad interlocutori del calibro di Mons. Vincenzo Catani, del dott. Aniello Gatta e della dott.ssa Simona Musilli, del m° d’arte Rosina Bruni, del prof. Giarmando Dimarti e del prof. Claudio Lubrano. Il tema, non a caso: Sisto V.
Grazie all’eterogeneità dei temi affrontati, la platea è stata letteralmente rapita: dalla politica estera di Sisto V durante il Sacro Romano Impero Germanico al tributo riservato all’artista Ubaldo Ferretti, nella sua ultima opera, “Un busto per Sisto V”; dalla presentazione e spiegazione della Bolla in Coena Domini alla descrizione delle incisioni a bulino di Giovanni Guerra con una mostra allestita a tema dall’appassionato Alessandro Ciarrocchi, che ha curato anche la parte video, con un bel Video-Story del Convegno avvenuto nella città sannita nel maggio 2014. Mostra che sarà permanente al Museo Sistino montaltese fino al 20 agosto, per poi essere presentata al primo appuntamento delle “Giornate Sistine 2015”, il 23 agosto presso il Teatro dell’Arancio a Grottammare.
Come non notare quindi l’unione tra la Città di Montalto Marche e la Città di Grottammare? Rapporto reso ancora più forte dalla presenza, in cordialità ed amicizia, dei due Sindaci Raffaele Tassotti ed Enrico Piergallini, che hanno aperto la mattinata con un saluto davvero speciale.
Legame che ha visto collegati anche il parroco della Basilica Minore don Lorenzo Bruni, tutta la comunità parrocchiale con a capo gli insostituibili Luciana, Remo e Daniela; la Direttrice dei Musei Sistini del Piceno dott.ssa Paola di Girolami, il Presidente della Proloco Emanuele di Stefano e la Città di Fermo con il dott. Gabriele Spinucci e la presenza infine anche se da lontano, della Città Eterna, Roma, con la prof.ssa Erina Russo de Caro, responsabile nazionale Cultura dell'Unione Monarchica Italiana.
Gruppo Sistino quindi, che mette in cantiere ancora tanti altri lavori che saranno presentati nelle prossime edizioni, miranti a preparare il vasto pubblico di appassionati, storici e semplici curiosi all’evento del 2021: il 500° anniversario dalla nascita di Felice Peretti, poi Papa Sisto V.
DATA: 30.04.2015

RIFLESSIONI A MARGINE DEL 25 APRILE: A QUANDO UNA FESTA DELLA NAZIONE?

di Salvatore Sfrecola, dal blog "Un sogno Italiano"
        Il 25 aprile, appena ricordato nel settantesimo anniversario dell’insurrezione contro i tedeschi invasori e la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.), è senza dubbio una ricorrenza che nella storia d’Italia è certamente più importante di quanto sia stata e sia vissuta nella contrapposizione politica che l’ha caratterizzata per essersene, fin dall’inizio, impossessati alcuni partiti, in particolare il Partito Comunista Italiano. Sarebbe stato tutto sommato più semplice ricondurre la rivolta e la sua conclusione nei termini esatti che certamente gli storici, negli anni a venire, le riconosceranno come una reazione, diffusa in vasti strati delle popolazioni del Nord Italia, contro l’occupazione tedesca e il Governo di Salò. Variegate sono state, infatti, le componenti del movimento partigiano, in parte riconducibili a partiti, il comunista e il democristiano, in primo luogo, altre più “patriottiche”, come quelle che Eugenio Scalfari su La Repubblica di ieri definisce “monarchiche”, che più semplicemente si riferivano allo stato nazionale, strumentalmente definito “Regno del Sud”, più esattamente il Regno d’Italia. Erano reparti formati da militari che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che, mantenendo fede al giuramento prestato al Capo dello Stato, si erano mobilitati sulle montagne per sfuggire ai bandi di arruolamento della RSI e combattere gli invasori. Reparti sui quali si è tentato di stendere il velo del silenzio, proprio perché non riferibili a partiti politici, nonostante il loro sia stato un apporto certamente significativo alle operazioni militari per l’ovvia ragione che erano gli unici inquadrati ed addestrati all’uso delle armi.
In una visione realistica e corretta degli avvenimenti che hanno preceduto la rivolta contro gli invasori e la Repubblica di Mussolini (del cui ruolo gli storici scriveranno ancora per ricordare le azioni violente delle Brigate Nere, ma anche per segnalare che la repressione tedesca è stata in qualche misura condizionata e a volte frenata dalla presenza dell’alleato fascista), non si può fare a meno di riandare a quel 25 luglio del 1943 quando il Re mise fine al Governo fascista dopo un voto del Gran Consiglio sull’ordine del giorno Grandi concordato, com’è noto, con il Ministro della Real Casa, Duca d’Acquarone e con lo stesso Sovrano che il suo ministro aveva autorizzato a trattare con i dissidenti del regime.
Il fatto ha un ruolo cruciale nella dinamica degli avvenimenti successivi. Perché se l’Italia non avesse avuto un Re che, nonostante fosse stato abbandonato dalle forze politiche antifasciste fin dal 1922, impersonava comunque lo Stato e manteneva l’autorità suprema sulle forze armate, la defenestrazione di Mussolini non ci sarebbe stata. Se, cioè, l’ordinamento costituzionale fosse stato come quello della Germania nazista, con un Capo dello Stato asservito completamente al regime, anzi espressione del regime, l’Italia non avrebbe potuto giungere all’armistizio e definire una pace separata con gli alleati. In proposito vale la pena di ricordare le ricorrenti sollecitazioni di Hitler a Mussolini di “sbarazzarsi” della monarchia.
Questo quadro sfugge a molti perché non fa comodo, perché a quanti (Sturzo, Turati) non avevano voluto, alla vigilia della Marcia su Roma, assumersi la responsabilità di un governo che fermasse la rivoluzione fascista, è tornato agevole far ricadere su Vittorio Emanuele III le loro responsabilità, fino a definire “fuga” l’abbandono di una Roma militarmente indifendibile e possibile oggetto di rappresaglie degli anglo-americani e dei tedeschi. Anche dal Vaticano, oggi è accertato, erano venute significative sollecitazioni perché il Sovrano ed il Governo lasciassero la Capitale per evitare di farne un campo di battaglia che avrebbe portato alla distruzione dei più straordinari monumenti della civiltà romana e della cristianità.
Ma quella bandiera ammainata a Roma è rimasta a sventolare nei territori non occupati dai tedeschi e, ben presto è tornata a sventolare al Nord dove i reparti dell’esercito avevano formato le prime formazioni della resistenza antinazista. È un dato storico che non può essere ignorato e, del resto, nei giorni scorsi i documentari con i quali le televisioni hanno ricordato gli eventi di 70 anni fa, molti dei reparti che sfilavano a Torino, a Milano, a Bologna erano preceduti dalla bandiera nazionale, quella delle guerre del Risorgimento e della liberazione di Trento e Trieste. Ed anche dai balconi delle città in festa sventolava la stessa bandiera.
Queste considerazioni inducono a riflettere sulla circostanza che l’Italia, a differenza di altri nazioni, non ha una festa nazionale ma ricorda tante diverse occasioni della storia, il 25 aprile, ad esempio, il 4 novembre, ribattezzato festa delle forze armate, il 2 giugno, data del referendum che ha data la vittoria alla repubblica. Solamente nel 2011, nel centocinquantesimo dell’unità d’Italia fu ricordato il 17 marzo 1861, data della proclamazione ufficiale del Regno d’Italia. Quella deve essere la Festa della Nazione Italiana perché quel giorno il Parlamento subalpino, divenuto italiano, ha votato la legge che ha proclamato la costituzione dello Stato nazionale unitario succeduto agli stati che avevano disegnato la geografia politica della penisola dopo il Congresso di Vienna.
Quella data, solo quella, può dare il senso dell’unità della Nazione, così contribuendo a superare i particolarismi culturali ed economici che negli anni successivi al 1861 e ancora oggi alimentano contrapposizioni, anche di interessi, che è necessario superare in un’ottica di sviluppo economico e sociale all’interno dell’Unione Europea.
Salvatore Sfrecola
DATA: 29.04.2015

IL GIORNALE INTERVISTA IL CAPO DI CASA SAVOIA
"Ho voluto i Savoia in Italia e mio cugino me le ha suonate"

IL GIORNALE INTERVISTA IL CAPO DI CASA SAVOIAIl principe Amedeo di Savoia Aosta sembra il ritratto del gentiluomo di campagna. Alto più di uno e novanta, magro e ancora atletico, accoglie in maglione i visitatori nel bel casale di Castiglion Fibocchi, a pochi chilometri da Arezzo. Da qualche anno ha venduto ai Ferragamo la storica tenuta del Borro, dal 1904 di proprietà di famiglia.
           "La crisi non è iniziata ora. La proprietà era enorme, 500 ettari, avevamo una ventina di dipendenti, producevamo vino ma non eravamo né gli Antinori né i Frescobaldi. Si faceva sempre più fatica a tener dietro a tutto". Si è trasferito a pochi chilometri di distanza e a 71 anni compiuti si divide con la seconda moglie Silvia Paternò di Spedalotto tra la Toscana e Pantelleria, l'isola dove ha una casa e dove coltiva la sua grande passione, la botanica. È diventato un grande esperto di piante grasse ed è presidente della Fondazione siciliana Herborarium. Parla volentieri della sua famiglia e dei suoi incontri: "Nella mia vita non ho fatto molto ma ho visto molto. E ho conosciuto persone davvero straordinarie. È la fortuna di essere nato in un palazzo reale". Si rabbuia per un attimo solo quando gli si chiede del cugino Vittorio Emanuele. "Non mi fa particolarmente piacere parlarne... È che abbiamo tutti combattuto perché il suo esilio finisse e potesse tornare in Italia. Il modo poteva essere diverso".
Oggi che rapporti ha con lui?
"Per fortuna non ci sono rapporti particolari. Dico per fortuna perché visto quel che è successo l'ultima volta che ci siamo incontrati..."
Ci scappò quasi una rissa.
"Eravamo al matrimonio del Principe Felipe, oggi Re di Spagna, il figlio di Juan Carlos. Ho visto mio cugino, era voltato, gli ho battuto con la mano sulla spalla per salutarlo. Lui si è girato e mi ha mollato all'improvviso due cazzotti. Io non ho reagito, è arrivata Marina Doria, che ha portato via il marito".
Vittorio Emanuele l'ha anche denunciata per l'uso del nome Savoia.
"Mi è capitato di firmare dei documenti come Amedeo di Savoia e la sua tesi è che né io né mio figlio Aimone abbiamo diritto di chiamarci Savoia. Faccio notare che Savoia Aosta è molto semplicemente il mio cognome, su tutti i documenti questa è la dizione ufficiale. Ho trovato la vicenda un'assurdità".
Lei però produceva vini a marchio Savoia Aosta e in primo grado è stato condannato.
"Il fatto è che mio cugino ha registrato come marchi e brevetti commerciali i nomi legati alla storia della famiglia. Io e mio figlio siamo stati condannati in primo grado a un risarcimento di 164mila euro a testa. Poi però in appello a Firenze sono stato assolto e adesso stiamo aspettando un terzo giudizio che dovrebbe arrivare entro l'anno. Certo, non è una bella storia. Io ho ancora i conti correnti bloccati, mio cugino è arrivato a dire che avrebbe chiamato Savoia Aosta i suoi maiali...".
E poi c'è il nodo centrale, quello della successione dinastica: la Consulta dei Senatori del Regno ha dichiarato che è lei il legittimo pretendente al trono e suo cugino ha perso ogni diritto per aver sposato Marina Doria. Vittorio Emanuele ha dichiarato invalida la pronuncia e sciolto la Consulta. Adesso di Consulte ce ne sono due e ognuna sostiene il proprio candidato.
"Ci sono delle lettere molto chiare di re Umberto. Quando Vittorio Emanuele stava sposando una sua precedente fidanzata gli ricordava la necessità del suo consenso, pena il rischio di perdere i diritti ereditari. Perché il nodo è questo: non il fatto di aver sposato una borghese ma l'obbligo del consenso paterno. Guardi Felipe di Spagna: ha sposato una borghese, Juan Carlos si è affrettato a dare il suo via libera, Felipe ha sposato chi ha voluto e adesso è re".
E in questo caso il consenso non c'è stato?
"Re Umberto era così profondamente contrariato dal matrimonio che proibì a tutti i parenti di partecipare alla cerimonia. Quanto alla Consulta c'è solo quella voluta e nominata da re Umberto per dirimere le questioni dinastiche. L'altra è una sorta di associazione privata voluta da mio cugino. Tenga presente comunque che qui non si parla di una successione a un trono che non c'è più".
Che cosa intende?
"Crede che sia realisticamente possibile che l'Italia torni ad essere un regno, almeno in tempi prevedibili? Tra l'altro io stesso, come ufficiale di marina, ho giurato fedeltà alla Repubblica. Qui non c'è in gioco nessuna corona ma il ruolo di capo della Casa, il custode di valori di una tradizione, quella dei Savoia, che ha fatto la storia d'Italia. Di questo si parla".
E da sempre il ramo dei Savoia Aosta è stato un po' una spina nel fianco dei Savoia regnanti.
"Ma no, in Italia siamo sempre al Coppi contro Bartali. Siamo portati a vedere ovunque dualismi e rivalità. E se non ci sono le si creano. Il mio bisnonno Amedeo, primo Duca d'Aosta, fratello di re Umberto, fu chiamato a diventare re di Spagna, Dopo tre anni abdicò e tornò in Italia portando alcuni suoi ex sudditi spagnoli, che gli si erano affezionati e che continuavano a chiamarlo Maestà. Bastò per alimentare il pettegolezzo di corte: era considerata una mancanza di rispetto".
Nella sua famiglia non mancano comunque le personalità spiccate. Per esempio i figli del re di Spagna Amedeo di cui stavamo parlando: Emanuele Filiberto, comandante della Terza armata durante la Prima guerra mondiale, detto il «Duca invitto» perchè i suoi soldati non conobbero sconfitte. Oppure il fratello Luigi Amedeo, l'esploratore.
"In famiglia non siamo mai stati “ingessati”. Abbiamo sempre avuto grande rispetto per la tradizione ma anche grande modernità. Luigi Amedeo, per esempio, è più conosciuto all'estero che in Italia per le sue spedizioni in mezzo mondo: dall'Uganda all'Alaska, fino alla Siberia. Conquistò un numero impressionante di vette, tutte, ovviamente dati i tempi, senza maschere di ossigeno. Solo Messner un secolo dopo è riuscito ad eguagliarlo".
Poi la storia di famiglia continua con suo zio Amedeo, nella Seconda guerra mondiale comandante delle truppe italiane in Africa orientale, l'eroe dell'Amba Alagi, e suo padre, Aimone, per poche settimane re di Croazia.
"Mio padre era ufficiale di marina. Nel 1941 Mussolini e il capo degli ustascia croati Ante Pavelic si accordarono per assegnare a un principe italiano la corona di Zagabria. Venne scelto lui, che non voleva assolutamente saperne. Diceva di non avere ambizioni politiche, di non parlare croato, di non sapere nulla dei croati e della Croazia. Accettò solo per senso del dovere dinastico. Poi gli eventi della guerra gli impedirono di andare a prendere possesso del trono. E con l'8 settembre ricevette l'ordine di unirsi al resto della famiglia reale nel Sud Italia".
Sua madre invece rimase a Nord.
"Mia madre era a Firenze e poche settimane dopo l'armistizio, il 27 settembre del 1943, sono nato io. Per mesi mio padre non seppe nemmeno se ero vivo. I tedeschi ci rinchiusero a Innsbruck. Per mia mamma fu un periodo durissimo anche se non eravamo proprio in un campo di concentramento perché io ero una preda interessante. A Berlino si valutò la possibilità di creare una nuovo regno d'Italia e io avrei dovuto esserne il re. La prospettiva gettava nella disperazione mia madre: non voleva tradire la dinastia, e di fronte a un'offerta formale avrebbe dovuto fare una scelta drammatica. Solo a guerra finita nel maggio del 1945 incontrai per la prima volta mio padre".
In futuro il titolo di Duca d'Aosta passerà al suo figlio maschio, Aimone, che fa il manager.
"Sì, ormai da molti anni vive in Russia. Era andato a Mosca a lavorare per la Merloni e poi è rimasto. Adesso è presidente della Pirelli russa. Ha vissuto il ritorno della tradizione pre-sovietica, il recupero dell'aquila imperiale, delle cerimonie sfarzose, con l'ostentazione dei simboli di un passato zarista. Forse anche per questo è per molti versi più tradizionalista di me".
A proposito di tradizione, non sembra un grande momento per le monarchie. Le corone di Juan Carlos e la regina Elisabetta, entrambi suoi cugini, hanno visto periodi migliori. In Spagna pesano gli scandali. A Londra una successione legata a una figura enigmatica come il principe Carlo.
"Felipe è preparato e in gamba. Ha già fissato paletti precisi per migliorare la moralità della vita pubblica. Quanto al principe Carlo ci andrei piano con i giudizi. La storia è piena di eredi circondati dallo scetticismo generale che poi si sono rivelati grandi sovrani. Aspettiamo e vedremo".
DATA: 27.04.2015

LA GIORNATA DEL 25 APRILE

        Lo scorso 25 aprile, dando uno sguardo alle principali agenzie stampa sui fatti del giorno, molte sono state le notizie che ci hanno offerto spunti di riflessione. Il capo dello stato, uomo mite e silente forse scelto perché l’ombra del Quirinale non tolga il sole a Palazzo Chigi, nega ogni equiparazione tra le parti (si mettano il cuore in pace i sostenitori della doverosa concordia nazionale poiché la damnatio memoriae per i caduti RSI non viene meno) ed invoca la festa di tutti. Quanta differenza dalle parole che ebbe il Capo di Casa Savoia in una celeberrima intervista nella quale, saggiamente, invocava la pace tra le parti ed il superamento di antichi rancori! Seguono l’illustre presidentessa della camera ed il cooptato presidente del consiglio. Qualche dubbio sulle loro letture a tema, non ce ne vogliano, viene. Sul tardo pomeriggio l’Adnkronos che mette maggiore tristezza: A Milano fischiati i combattenti della Brigata Ebraica. Fischiati, temo, da masse di giovanotti avvolti in bandiere rosse o palestinesi invasati da rancori ed odio immotivati. Se andassimo a chiedere loro dell’Organizzazione Franchi, della Brigata Majella o di Sogno piuttosto che di Martini Mauri non saprebbero dare risposta. Del resto per loro chi non era nelle Garibaldi aveva la coscienza sporca. 25 aprile 2015 altra occasione perduta. Chi aveva il dovere di parlare di riconciliazione e memoria condivisa ha ritenuto utile tenere ben alti i muri e ben profondi i fossati che ancora dividono un popolo che ormai, per la maggiore, non c’era a quei tempi e non ha vissuto. Spesso, purtroppo, nemmeno sa. Del resto i padroni del vapore repubblicano non capiranno mai, o mai vorranno capire, che la gioiosa giornata primaverile sarà festa per tutti quando nei cortei e nelle celebrazioni potranno esserci le bandiere monarchiche, liberali, cattoliche, azioniste, repubblicane, israelite e via discorrendo. Quelle di chi la resistenza la fece con il cuore in mano e senza secondi fini. Loro c’erano ma oggi farebbero la fine che fece Paolo Brichetto della Franchi. Fischiati e calunniati nella migliori delle ipotesi. Bastonati dallo squadrismo dei “gendarmi della memoria” nella peggiore. In Italia il 25 aprile si vive così: Se va bene da separati in casa se va male volano i piatti!
Alessandro Mella – Consigliere Nazionale UMI
DATA: 27.04.2015

IL COMANDANTE SUPREMO LUIGI CADORNA QUEL SOLCO TRA POTERE POLITICO E POTERE MILITARE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26/04/2015
              
Gen. Luigi Cadorna              Parafrasando Alessandro Manzoni, si può dire “Brutta cosa è perdere la guerra, italiano mio”, anziché “brutta cosa  è nascere povero, Renzo mio”, come ruvidamente scrisse “don Lisander”. Dunque: la resistenza, la guerra  partigiana, l'antifascismo? E' retorica, spesso divisiva, come ha ricordato Dino Cofrancesco in “Il Giornale”. Nel “Corriere della Sera” Aldo Cazzullo ha deplorato il “silenzio a volte calato sulle figure dei liberali e dei cattolici”, ma non ha scritto una parola sui monarchici, sui militari, sul Corpo Italiano di Liberazione, su Vittorio Emanuele III, il sovrano che impose a Mussolini le dimissioni e salvò l'Italia sull'orlo della debellatio, della spartizione tra i vincitori, come quella della Germania dal 1945 al 1990. A unire gli italiani, ma in negativo, è invece il Trattato di Pace sottoscritto a Parigi alle 11.15 del 10 febbraio 1947. Lì tutti gli italiani furono accomunati: nella sconfitta e nell'umiliazione del loro Stato. L'ambasciatore, marchese Antonio Meli Lupi di Soragna, firmò con la propria stilografica e impresse sulla ceralacca il suo sigillo personale. L'Italia protestò con forza contro condizioni imposte senza negoziato, destinate a comprometterne il futuro con la privazione non solo delle colonie acquisite prima del 1922 ma anche con l'amputazione del territorio nazionale, a ovest e soprattutto a est. I vincitori (tra i quali figurarono  l'Austria, nel 1938 smaccatamente filohitleriana, la Repubblica di Bielorussia, l'Etiopia, la Nuova Zelanda, il Brasile, il Canada, la Jugoslavia di Tito...) non riconobbero alcun valore al sacrificio di antifascisti, resistenti, partigiani. Ribadì le durissime condizioni imposte il 3 e il 29 settembre 1943, quando il governo italiano a malapena ottenne che fosse accettata la sua richiesta di “resa incondizionata” e si pose rassegnatamente in ginocchio a cospetto delle Nazioni Unite. Si rialzò, ma di poco, grazie a Vittorio Emanuele III e alle Forze Armate (incluso il Corpo Volontari della Libertà comandato nell'Alta Italia dal generale Raffaele Cadorna, figlio di Luigi), che rappresentavano la continuità dello Stato, ma a guerra finita fu rimesso in castigo. 
   La narrazione corrente sulla “liberazione” è storiograficamente inconsistente. Ed è anche diseducativa, perché non aiuta a capire quale sia stata e rimanga la condizione effettiva dell'Italia: un rapporto dispari con gli alleati dotati di arsenale nucleare e in specie con gli USA, che fanno il bello e il cattivo tempo, come insegnano tante vicende tristi e mortificanti. Dal 1949 l'Italia fa parte di un'Alleanza senza il cui scudo cadrebbe preda del primo incursore. Ma la condivisione della NATO non può far dimenticare perché Benedetto Croce e altri grandi spiriti della Terza Italia votarono contro il Trattato di Pace: un diktat “immorale” proprio perché pretendeva di “insegnare la morale” ai Paesi vinti, come l'Italia, e si impancava a spiegare che cosa possano o non debbano fare i sovrani e i governi per i propri popoli. Nessuno tra i vincitori aveva diritto di ergersi a campione di morale internazionale: non gli Stati Uniti d'America, che avevano chiuso la guerra col Giappone a colpi di bombe atomiche; non la Gran Bretagna, che aveva assecondato la Germania di Hitler; né l'Unione Sovietica (a Stalin mancò solo il Nobel per la pace; per il resto ebbe elogi  di tutti i tipi, come ne ottenne Kruscev quando nel 1956 spianò l'insurrezione ungherese con i carri armati, applauditi da tanti comunisti rampanti quali Giorgio Napolitano).
   Alla catastrofe del settembre 1943 l'Italia arrivò dopo anni di divaricazione tra potere politico, arrogante, supponente e fatuo (incarnato da Benito Mussolini, da Galeazzo Ciano, dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, una pletora di “nominati” che conoscevano a malapena gli interessi della loro categoria), e potere militare, che aveva il merito di aver comunque vinto la Grande Guerra, pacificato la Libia, conquistato l'Etiopia, combattuto in Spagna con merito riconosciuto. Nelle imprese coloniali i militari usarono  anche metodi duri, non peggiori, però, di quelli impiegati dalle “democrazie” o dal “civilissimo” Belgio, che nel 1960 lasciò il Congo senza che neppure un congolese avesse raggiunto un diploma di scuola superiore o il grado di ufficiale. Per Bruxelles i negri dovevano rimanere in stato permanente di inferiorità.
   All'origine dei nostri guai vi fu proprio la divaricazione tra potere politico e Forze Armate: dilettanti da un lato, professionisti delle armi dall'altro. Per capirlo, occorre ricordare che gli ultimi a volere guerre sono proprio i militari perché ne conoscono i rischi, a differenza di quanti ne chiacchierano ignari, come certi ministri dei giorni nostri: quello degli Esteri, dalla gentiloniana zazzera al vento, o della Difesa (rigida nell'andatura più che nella sostanza), corrivi a esternazioni subito corrette e smentite. Discorrere anziché pensare è' vizio antico dei “politici”. Per bloccare l'azzardo di Mussolini, che smaniava di entrare in guerra a fianco della  Germania di Hitler, furono i militari: approntarono la famosa “lista del molibdeno”, cioè la chilometrica richiesta di aiuti materiali di cui l'Italia necessitava per prepararsi a scendere in campo,si, ma solo nel 1942. Sennonché nel giugno 1940  il “duce” ebbe fretta nell'illusione che la partita stesse finendo. Pretese di farvi da arbitro, ma entrò in gara  anziché rimanere nella posizione di neutralità vigile e armata raccomandata da Giolitti nel 1914-1915. Da arbitro divenne giocatore e non senza ambiguità. Finì nel disastro. E' del tutto secondario continuare a domandarsi se a intervenire il duce sia stato spinto o indotto per suggestione di Churchill o del presidente della repubblica francese. Sbagliò. E pagò caro, di persona. Ma purtroppo a subirne le conseguenze furono gli italiani. Per decenni. Lo scontano ancora oggi con tragici effetti collaterali delle guerre condotte dal loro alleato dominante. Perciò, consce della propria irrilevanza, anziché rivendicare il controllo della politica estera, le Camere discutono del sesso degli angeli e a occhi bendati votano leggi che (ed è il caso dell' “Italicum”: mai nome fu scelto peggio) derubano il cittadino della poca residua sovranità. E il Presidente della Repubblica? Starà solo a guardare stringendosi nelle spalle?
   Il dramma in corso arriva da lontano, dal “colpo di Stato” del maggio 1915. Luigi Cadorna (1850-1928), Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, solo il 6 maggio 1915 apprese che l'Italia doveva scendere in guerra entro il 26 seguente: tre settimane per affrontare l'esercito austro-ungarico, tra i più forti d'Europa. In carica dal 10 luglio 1914, da  mesi Cadorna aveva chiesto al governo la mobilitazione generale con tre obiettivi: assicurare il numero adeguato di uomini per affrontare l'impresa; organizzare la logistica; preparare gli animi dei combattenti. Le sue insistenti e ragionate richieste non furono prese in considerazione dal governo, presieduto da Antonio Salandra, con Sidney Sonnino agli Esteri, perché i “politici”giocavano su due tavoli. Se avesse dichiarato la mobilitazione  generale (competenza  del potere politico, non dei militari) uomini e mezzi sarebbero stati concentrati non nell'Italia nord-occidentale, verso la Francia, ma nel Lombardo-Veneto, contro l'Impero di Francesco Giuseppe d'Asbuurgo. E quindi sarebbe risultato palese che le trattative per ottenere “compensi” in cambio della neutralità servivano solo a prendere tempo, cosa che del resto Vienna e Berlino sapevano ma fingevano di non vedere mentre si preparavano ad affrontarne l'assalto .
   Il governo consentì la “mobilitazione occulta”, cioè frenetici preparativi studiati e messi a punto da Cadorna, affiancato dal suo vice, Carlo Porro, che fu tra i massimi protagonisti della guerra ma a torto viene dimenticato, come accade a chi “porta la croce”. La “logistica” è molto diversa dalle piazzate, dai discorsi dal balcone, dagli articoli di giornali e riviste, dall'eccitazione artificiosa che dominò gli umori in Italia nella primavera 1915. Essa si sostanzia nel provvedere alla immensa preparazione materiale della guerra: armi e munizioni, caserme, viveri, mezzi di locomozione (dai quadrupedi, di cui l'Italia difettava e che furono acquistati a peso d'oro nelle Americhe, agli automezzi), vestiario, rete di comunicazioni (telegrafo, telefono, ascolto del nemico nelle diverse lingue, uffici cifra...). Non solo: occorreva affilare le armi dello spionaggio e del controspionaggio, tanti mobili della guerra vera, che non è fatta solo di bombardamenti, fucileria, assalti alla baionetta, cariche di cavalleria..., ma anzitutto di informazione e disinformazione.
   Cadorna ebbe, tra altri, due assilli fondamentali: la carenza di armi e l'impreparazione degli animi, due facce di una stessa medaglia. Dall'agosto 1914 la guerra aveva mostrato il suo volto nuovo: la necessità di enormi dotazioni di bocche da fuoco e di proiettili. Nel 1915 la macchina industriale italiana produceva appena 2500 fucili al mese e un numero modesto di cartucce. L'esercito era dotato in massima parte di armi antiquate. Doveva passare da 300.000 ad almeno 800.000 uomini. Per fornirgliene, e di moderne, in misura minima, a quel ritmo sarebbero occorsi molti anni per armarlo a dovere. Non solo. Mancavano soprattutto cannoni a tiro rapido e mitragliatrici (l'arma principe della Grande Guerra). I reparti di prima linea difettavano persino di cesoie per tagliare i reticolati nemici, i famosi “cavalli di Frisia”, operazione necessaria per aprire varchi e lanciare reparti destinati a spezzare la resistenza nemica.
  L'altro verso della medaglia era l'addestramento delle truppe, che a sua volta comportava la  preparazione tecnica e il coinvolgimento ideale e psicologico dei combattenti nella Guerra della Nazione. L'esercito combattente sarebbe stato composto da una marea di reclute prese dai campi, dalle valli, dai centri urbani (con eccezione degli  addetti alle industrie dichiarate “ausiliarie”: in generale alfabetizzati e più aggiornati sulle vicende politiche), dal terziario e dal piccolo impiego. Vennero mobilitati anche “seminaristi” in età di servizio militare, dispensati dal combattimento ma a contatto quotidiano con l'atrocità della guerra: i feriti, i moribondi, il conforto dei condannati a morte, con lo straziante “rosario” degli ultimi minuti. Per inquadrare gli uomini occorrevano ufficiali inferiori e sottufficiali, di cui però l'Esercito difettava. Il “mestiere delle armi” non è frutto di improvvisazione. Men che meno lo è la preparazione “morale”: l'accettazione dell'attacco nella quasi certezza della morte. Occorse  molto tempo prima di ottenere, come accadde, che la truppa uscisse dalle trincee gridando “Savoia!”e piangendo al tempo stesso, agli ordini di ufficiali e graduati che si esponevano per primi, perché dovevano essere di sprone con l'esempio.
    Non fu Cadorna a volere la guerra. Fu il governo. Da Capo di Stato Maggiore asceso a Comandante Supremo, egli e i suoi stretti collaboratori, a cominciare da Emanuele Filiberto duca di Aosta, comandante della III Armata e oi Luigi Capello, comandante della II Armata, fecero del loro meglio. Il governo no. Soprattutto non provvide a finanziare lo sforzo economico al quale il Paese era chiamato. L' “accordo di Londra” del 26 aprile 1915, che decise l'intervento  dell'Italia a fianco dell'Intesa, ebbe come corollario un prestito di 50-60 milioni di lire, sufficienti ad alimentare la macchina militare per poco più di un mese. Nel corso del conflitto l'Italia spese più di 5 miliardi, cento volte di più di quanto previsto. L'industria bellica impostò la produzione (in specie di cannoni e di aerei) a proprio carico, un anno prima che venissero stipulati  i contratti per la consegna dei materiali. Invece, quando a suo tempo preparò la guerra, per fronteggiarla uno statista vero quale Camillo Cavour elevò subito le imposte dirette, come nel 1914 fece la Gran Bretagna. Il ministero Salandra-Sonnino, invece, lanciò un Prestito Nazionale decennale, cioè indebitò lo Stato a vantaggio dei sottoscrittori (che erano ovviamente gli abbienti), anziché imporre loro il concorso con il ruvido aumento delle tasse.
  Come osservò il generale Angelo Gatti, storico obiettivo, in sintesi il governo disse al Comandante Supremo: “Prendi l'esercito come è, e vinci la guerra”. I “politici” non fecero da cinghia di trasmissione tra il Paese e le Forze Armate, costrette a far fuoco con la poca legna fornita dal governo. Poiché fu l'Italia a scendere in campo, l'Esercito doveva  attaccare e, al tempo stesso, doveva prepararsi alla controffensiva, scongiurare il pericolo che l'impero asburgico (cioè austriaci, ungheresi, croati, sloveni, boemi, una ventina di etnie...) irrompessero nei suoi confini e arrivassero a Verona. Sarebbe stata la fine della monarchia e dell'unità nazionale. Le lancette della storia sarebbero tornate indietro di secoli. Convinto che la  partita si sarebbe chiusa in pochi giorni, nel giugno 1940 Mussolini (che si credeva anche uno stratega) decise l'intervento a fianco di Hitler ma ordinò la difensiva su tutti i fronti, tranne che in Africa Orientale:un piano contraddittorio. Il governo Salandra-Sonnino esigeva invece vittorie napoleoniche, l'avanzata  travolgente, senza sapere o capire che, con le Alpi alle spalle, agli austriaci bastava un velo di uomini per fronteggiare gli italiani, il cui esercito aveva appena una mitragliatrice per ogni chilometro, un uomo ogni 20 metri di fronte e pertanto non era in grado di sferrare alcun colpo di maglio decisivo.
   Il 2 giugno 1915 Salandra pronunciò in Campidoglio un discorso prolisso e vacuo, “manifesto” del “sacro egoismo”, secondo lui; in realtà specchio della sua miopia. Il Paese, egli disse, si sarebbe battuto per l' “Italianità” (che nessuno metteva in discussione), per “un confine militare sicuro”, che non era affatto minacciato, per “una posizione strategica nell'Adriatico meno malsicura”. Erano parole che nascondevano la realtà. I “termini naturali” rivendicati da Cadorna non erano affatto quelli contenuti nell' “accordo di Londra”, che omise Fiume e incluse invece terre dalla “italianità” indimostrata.  Del resto il governo non consultò mai il Comandante Supremo sugli obiettivi dell'intervento. Ma lo scopo vero di Salandra era preminentemente di politica interna, come bene spiega Luigi Compagna nel saggio “1915. La guerra contro Giolitti” (ed. Rubbettino). Dopo un anno di braccio di ferro con Cadorna, Salandra cadde; il governo seguente, presieduto da Paolo Boselli, non fu all'altezza del compito. I “politici” profittarono della ritirata dall'Isonzo al Piave per sostituire Cadorna con Armando Diaz. Il nuovo presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, si spinse a dire al nuovo Comandante Supremo che una nuova sconfitta era meglio della stasi: una pretesa allucinante, giustamente ignorata da Diaz, al quale va il merito della Vittoria. Diversamente l'Italia sarebbe finita come poi accadde nel 1943-47. Brutta cosa è perdere una guerra; poi è duro risalire la china: richiede l'unità morale che, oggi non meno di ieri, non si fonda su chiacchiere vanesie. Ma chi si interroga sullo strumento militare della Quarta Italia?
Aldo A. Mola
DATA: 26.04.2015
     
1915: MAGGIO RADIOSO O COLPO DI STATO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 19/04/2015
              
Calendario Reale 2015           Il 28 luglio 1914 Ferdinando Martini (1841-1928), deputato dal 1876, già ministro dell'Istruzione nel primo governo Giolitti (1892-1893), governatore dell'Eritrea (1897-1907) e ministro delle Colonie nel primo governo Salandra, decise di tenere un Diario per ricordare “ciò che ho detto ed ho fatto, ciò che fu detto o fu fatto da altri e da me insieme”. “Siamo sotto la minaccia di avvenimenti gravissimi – annotò -. L'orizzonte si fa ogni giorno più oscuro (…) L'Europa rischia di divenire un compiacente morto alla mercé dell'America e dei popoli dell'Estremo Oriente. (…) Che ne sarà di noi? (…) In sostanza il problema è questo e pare, e forse è, insolubile; l'Italia non può fare la guerra e non può non la fare (…). Salus patriae suprema lex”: la salvezza della patria è legge suprema. Il regno d'Italia aveva appena 53 anni. La capitale era Roma da soli 44. Pochi per una persona, appena un'increspatura nel corso della storia perché l'Italia fosse già uno Stato maturo. Come ricordano i suoi biografi Guglielmo Adilardi e Carlotta Lenzi Iacomelli, fu proprio Martini a coniare la famosa formula “fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani”, attribuita a Massimo d'Azeglio.
   Contro le previsioni dei tedeschi e dei germanofili, pur avendo aggredito il Belgio per aggirare le difese francesi, Berlino non piegò Parigi con una “guerra lampo”. L'Austria-Ungheria prevalse sulla Serbia, ma la Russia resse. A metà settembre 1914 fu chiaro che la conclusione della partita era rinviata almeno all'anno seguente. Non era più un conflitto tra sovrani, governi, eserciti, ma tra sistemi politici, che facevano leva sui propri abitanti e sulle proprie risorse: le “nazioni”, gli imperi, i domini coloniali. Da quando entrarono in campo, i singoli Stati non s'interrogarono più sui motivi della guerra, ma su come uscirne vittoriosi. Un'efficace sintesi del quadro europeo è offerta da Jean-Jacques Becker in 1914. L'anno che ha cambiato il mondo (ed. Lindau).
    A loro volta i Paesi neutrali si domandarono sino a quando sarebbe potuto durare il loro “stato di grazia”. Fu il caso dell'Italia, che aveva colonie di scarso rilievo economico, un sistema produttivo ancora modesto, dipendente dall'acquisto di materie prime all'estero, e risorse alimentari insufficienti. Prima o poi si sarebbe dovuta schierare. L'Italia, è vero, era legata dall'alleanza difensiva con Vienna e Berlino dal 1882, ma anche da accordi con la Gran Bretagna (1887), da un patto di non aggressione con la Francia (1902) e da un'intesa con la Russia per tutta l'area balcanica (1909). Per ripianare le spese enormi e impreviste della sovranità sulla Libia e per avvicinare le condizioni del Mezzogiorno e di tante plaghe arretrate alle aree meglio attrezzate, l'Italia aveva bisogno di pace. I pericoli però non provenivano solo dall'esterno, cioè dalla possibile aggressione da parte di uno dei due blocchi in lotta per accaparrarsi territori e risorse e assicurarsi la vittoria. Ve n'erano anche all'interno. Alcune minoranze rumorose (nazionalisti, repubblicani, settori dei radicali e di socialisti rivoluzionari...) chiedevano a gran voce di agire armi alla mano, come prova di virilità, per ottenere il “confine naturale”. Al coperto agivano associazioni che avevano un piede sulla soglia delle Istituzioni, un altro nel magma della cospirazione. Era il caso del Grande Oriente d'Italia e della Carboneria, tornata improvvisamente attiva.
   Il 16 settembre 1914 Martini confidò al Diario: “o la guerra o la rivoluzione”. Il giorno prima aveva esortato Salandra a predisporre il cambio di alleanze, con “preparazioni diplomatiche, intese particolari e non incerte stipulazioni”. Il 4 ottobre 1914, inguaribilmente malato, il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, neutralista ma al tempo stesso deciso a mettere in sicurezza il Regno, comunicò a Salandra “i punti sostanziali dell'accordo da stipulare fra l'Italia e le potenze della triplice Intesa” in lotta contro gli Imperi Centrali, alleati di Roma. La salus Patriae imponeva di guardare lontano e di non scartare nessuna via. Il suo Memorandum si apriva con la richiesta che gli anglo-francesi creassero il casus belli, cioè la ragione della rottura tra l'Italia e l'impero austro-ungarico con una operazione navale nell'Adriatico, suscitando negli italiani l'onda emotiva che ancora mancava. San Giuliano non voleva che Roma fosse giudicata destabilizzatrice della poca pace ancora in atto. Salandra ne ponderò il piano, lo fece esaminare dal segretario generale del ministero degli Esteri, Giacomo De Martino, da Sidney Sonnino, futuro ministro egli Esteri, e da Martini, che era orgoglioso di aver chiesto l'intervento a fianco dell'Intesa (“l'atto più importante della mia vita politica”), ma lo tenne nel cassetto: una riserva in attesa degli eventi. L'imminenza dell'autunno e l'impreparazione dell'esercito escludevano passi avventati.
   Il 5 novembre Salandra e i ministri del suo secondo governo prestarono giuramento al re, insolitamente di “buon umore”. Ai margini della cerimonia, Sonnino confidò a Martini che  se a guerra finita l'Italia non avesse acquisito le terre “irredente” (Trento, Trieste, l'Istria...), la monarchia sarebbe stata spacciata, travolta dall'insorgenza di nazionalisti e repubblicani. Ma che cosa pensava davvero Vittorio Emanuele III? Rimaneva un enigma. Lo era dall'inizio della crisi. Il 29 luglio del 1914 il re assisté al Pantheon alla messa nell'anniversario dell'assassinio del padre e lasciò subito Roma per Sant'Anna di Valdieri. Ma il 1° agosto, anche se la sua salute non era ottimale, tornò nella calura della capitale perché in quei frangenti v'era bisogno di lui. Molti “monarchici” si impancavano a dire che cosa il re avrebbe dovuto pensare e fare. Fu il caso di Martini.
   Il 26 aprile 1915, dopo otto mesi di dubbi ed esitazioni, il governo sottoscrisse a Londra l'accordo, scritto in francese, che impegnò l'Italia a entrare in guerra contro “tutti i nemici” della Triplice Intesa entro un mese dalla firma. Il re, però, rimaneva taciturno: attendeva che il governo ottenesse il favore del Parlamento. Ma alla Camera l'interventismo era debolissimo. Anche secondo Salandra esso contava appena 120 voti sicuri su 508, per di più poco rappresentativi delle regioni più industrializzate e popolose, nelle quali erano invece fortissimi i socialisti, i cattolici e i seguaci di Giolitti, tutti favorevoli alla neutralità e a trattative diplomatiche per ottenere compensi senza l'azzardo della guerra. Il 24 aprile Martini annotò: “Il Re ha il difetto d' esser troppo... come debbo dire? moderno. Non crede egli stesso alla Monarchia o almeno all'avvenire delle monarchie; nato borghese, sarebbe stato repubblicano e forse socialista. E' intelligente e colto; ma a furia di non credere nella propria forza ha finito col perderla. (…) Oggi nessuno si occupa di lui, di sapere, in momenti così gravi, quale sia la sua opinione, a quale meta egli miri, quale via sia per battere: se alcuno pensa a lui è per lagnarsi ch'egli non si faccia valere, che si nasconda anzi...”. Per il 5 maggio, per chiamare alla guerra, gli interventisti programmarono a Quarto di Genova la celebrazione della partenza dei Mille garibaldini. Sventolarono centinaia di labari massonici. A Salandra, che gli chiese di prendervi la parola, Vittorio Emanuele rispose gelidamente: “se devo andare, andrò, ma quanto a discorrere discorrerà lei o uno dei suoi colleghi... io no di certo”. Non amava la retorica.
   Il 1° maggio, mentre a Torino e in altre città si svolgevano imponenti manifestazioni contro l'intervento, Sonnino - mentendo sapendo di mentire - dichiarò in Consiglio dei ministri di temere che le trattative in corso con l'Intesa divenissero note, e che, “per questione anche morale”, l'Italia doveva “aver tolto i legami con le Potenze centrali” prima di compiere il salto della quaglia. Informò che i nuovi accordi erano “avanzatissimi”. In realtà, come detto, erano già stati sottoscritti a Londra. Solo il 6 maggio il ministro degli Esteri notificò ai colleghi che l'Italia doveva “entrare in campagna non oltre il 25 o 26 del mese” per accordi il cui contenuto, però, non comunicò.
   Da quel momento il governo si trovò tra l'incudine e il martello. Aveva bisogno del consenso del Parlamento, ma per ottenerlo doveva scatenare la “piazza”, intimidire i rappresentanti della nazione, metterli con le spalle al muro e ottenere i pieni poteri. Il 10 maggio 1915, quando ormai era troppo tardi, l'ex presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, fautore della “neutralità vigile e armata”, arrivò a Roma in treno. Accolto da una manifestazione ostile orchestrata da politici malavitosi, l'11 fu ricevuto dal re ed espose lealmente il proprio pensiero: sostegno al governo nel solco della neutralità, trattative a oltranza con Vienna per ottenere “compensi”. Informato genericamente dell'intesa stipulata a Londra, osservò e fece osservare che essa era un “accordo”, non un “trattato. Pertanto tutt'al più vincolava il governo in carica, non lo Stato. Senza avallo delle Camere l'accordo non era vincolante.
   Secondo una persistente leggenda, a quel punto Vittorio Emanuele avrebbe dichiarato di sentirsi invece personalmente impegnato e che piuttosto di sconfessarlo avrebbe abdicato. Questa affermazione è ripetuta anche da Frédéric Le Moal nell'importante biografia Victor Emmanuel III (Parigi, Perrin, 1915), ma è priva di fondamento documentario. E' una diceria che ha trovato credito sia per giustificare le azioni successive del “re soldato”, sia per dipingere Salandra come salvatore del trono, sia, persino, per giustificare la rinuncia di Giolitti, ligio alla monarchia e al sovrano, a riprendere la presidenza del governo, offertagli dal sovrano: tutte argomentazioni che si contraddicono da sé. Di sicuro va detto che, se mai avesse abdicato, a differenza di quanto narra la leggenda, il trono non sarebbe affatto passato a suo cugino, l'aitante Emanuele Filiberto duca di Aosta. In forza dello Statuto e delle regie patenti risalenti a Vittorio Amedeo III, in caso di morte o abdicazione del sovrano la Corona sarebbe passata al principe ereditario, Umberto di Piemonte.  Vittorio Emanuele III poteva disporre per sé, ma non poteva decidere per il Principe ereditario, i cui diritti al trono erano inviolabili. Poiché questi aveva solo 9 anni, sarebbe stato vegliato da un “reggente del regno”: carica assegnata per Statuto al “prossimo parente nell'ordine della successione al trono” (e quindi il Duca di Aosta o, di seguito, uno dei principi del sangue).
   Il nodo venne reciso alla radice, perché gli interventisti scatenarono l'inferno, soprattutto in Roma. Non solo chiassose e violente dimostrazioni di piazza e l'irruzione intimidatrice alla Camera dei deputati. Eccitati da Gabriele d'Annunzio che invocava il “fuoco purificatore”, migliaia di scalmanati cercarono di assalire l'abitazione di Giolitti, in via Cavour. Superato il cordone della polizia (dipendente da questore e prefetto, governativi) vennero fermati da uno squadrone di cavalleria e dai carabinieri: lo Stato. Ma di ora in ora la situazione di aggravò. Il massone Salvatore Barzilai informò il confratello Martini che “veramente in società segrete s'era deliberata e giurata la morte di Giolitti”. Alle sue proteste, non con argomenti umanitari “che non sarebbero stati neppure ascoltati” ma per calcolo politico, gli venne risposto: “Oramai...”. “Tutto dunque era pronto e si stava per eseguire. Erano le quattro (del 17 maggio ): ci fu tempo a provvedere e Giolitti partì (da Roma) due ore dopo”. Fischiato a Torino e persino all'arrivo a Cuneo, si ritirò a Cavour con imperturbabile senso della dignità di Statista autentico.
   La “piazza” vinse contro il Parlamento, che ne uscì irrimediabilmente umiliato. Eppure esso, esso solo, rappresentava la Nazione dinnanzi al re. Il clima da “colpo di Stato” venne descritto dall'esagitato Francesco Paoloni in Il Giolittismo. Partito tedesco in Italia, pubblicato nel marzo 1916 con prefazione di Benito Mussolini che era stato aiutato da finanziamenti di varia matrice a fodnare “Il Popoloo d'Italia” dopo il passaggio dal socialmassimalismo all'interventismo. La “carriera” di Paoloni (Perugia, 1875-Roma, 1965) è lo specchio della confusione culturale di mezzo secolo di storia politica italiana: garibaldino, repubblicano, marxista, mazziniano e anticlericale in gioventù, passò poi dal socialismo integrale all'interventismo. Redattore del mussoliniano “Popolo d'Italia” (1919-1923), iscritto al Partito nazionale fascista nel 1923, elogiatore dei Patti Lateranensi e deputato dal 1929 per tre legislature, il 6 febbraio 1943 venne creato senatore del regno e lo rimase sino all'epurazione (1948). Al primogenito dette nome Goliardo, al terzo Galileo. Non risulta massone: un peso in meno per la memoria della massoneria italiana...
  Il 20 maggio il governo Salandra-Sonnino ottenne carta bianca dalle Camere, del tutto ignare dei contenuti dell'accordo di Londra, che conteneva un articolo dirompente, non previsto dal Memorandum di San Giuliano del 4 ottobre 1914: l'esclusione della Santa Sede dal futuro Congresso di Pace. Ormai l'Italia non poteva più non fare la guerra; ma quando il 24 maggio 1915 aprì le ostilità contro l'Austria-Ungheria era davvero pronta a vincerla?
Che cosa ne pensava Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito?
Aldo A. Mola
DATA: 21.04.2015

CONSIGLIO NAZIONALE U.M.I.: NUOVI CONSIGLIERI NAZIONALI E AMPLIAMENTO DEL F.M.G. FINO AI 30 ANNI

Simone Balestrini Fronte Monarchico Giovanile        Sabato 18 aprile 2015, alle ore 10.30, si è riunto in Perugia, presso il centro congressi del Perugia Park Hotel di via Volta, il Consiglio nazionale dell'U.M.I.
Il Presidente Sacchi ha aperto i lavori dell'Assemblea parlando della campagna per l'abrogazione dell'articolo 139, con i risultati politici ottenuti dalla campagna di sensibilizzazione dei rappresentanti delle Istituzione. Si sono trattate le fase organizzative delle prossime manifestazioni nazionali in programma. Essendo giunte al Presidente le dimissioni, per motivi personali, di due Consiglieri nazionali, il Presidente Sacchi ha proposto all'Assemblea la cooptazione in Consiglio nazionale del Dott. Nicola Valcarcell di Aversa (NA) e del prof. Gaetano Minenna di Bitonto (BA). Essendo i due iscritti sostenitori in regola con il tesseramento 2015 ed essendo disponibili ad assumere l'incarico, l'Assemblea ha deliberato all'unanimità l'entrata dei due soci nella stessa.
Sono stati presentati all'Assemblea, in seguito alla ratifica della Giunta esecutiva, i nuovi Consiglieri nazionali del Fronte Monarchico Giovanile eletti nell'Assemblea tenutasi in Roma il 21 marzo 2015: Simone Balestrini Segretario nazionale F.M.G., Alfonso D'Iorio Vicesegretario nazionale F.M.G., Matthias Buccianti, Mattia Buonaiuto, Stefano Terenghi e Alessio Trentin componenti F.M.G. nel Consiglio Nazionale U.M.I. L'assemblea ha tributato loro una calorosa accoglienza, visti l'entusiasmo e la determinazione dimostrati.
Il neo segretario nazionale F.M.G. Simone Balestrini ha fatto un intervento programmatico, relazionando l'Assemblea sulle attività dei giovani e proponendo una modifica all'articolo 15 dello Statuto per l'età massima di appartenenza al FMG proponendo di innalzarla dai 27 ai 30 anni, dato che la società odierna è notevolmente cambiata rispetto a quella di qualche decennio fa. L'Assemblea ha approvato all'unanimità le variazioni alla fascia d’età quindi i ragazzi potranno far parte del Fronte Monarchico Giovanile fino ai trent’anni.
Nella foto Simone Balestrini durante il Consiglio Nazionale.
DATA: 20.04.2015

IL CORDOGLIO DELL'U.M.I. PER LA SCOMPARSA DI ELIO TOAFF

L'Unione Monarchica Italiana rende omaggio alla figura dell'ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, scomparso il 19 aprile scorso all'età di 99 anni.
Toaff è stato un personaggio raro nel panorama italiano, che si è contraddistinto per il rispetto portato verso gli interlocutori, pur nella fermezza delle sue posizioni.
In un incontro con Sergio Boschiero, una ventina di anni fa, si era amabilmente intrattenuto a parlare dell'ottimo legame tra Casa Savoia e la comunità ebraica sin dai tempi di Re Carlo Alberto, evitando di sollevare polemiche per i drammatici eventi del 1938, come è ormai moda fare per attaccare la Monarchia.
Il mondo politico e la società civile si stanno giustamente mobilitando per rendere omaggio ad una così bella figura che andava oltre al suo ruolo religioso.
Il Presidente nazionale dell'U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, esprime la sua personale vicinanza e quella dell'Associazione a tutte le comunità ebraiche italiane.

Roma, 19 aprile 2015
DATA: 19.04.2015

L'“ACCORDO” DI LONDRA (APRILE 1915) TRA DOPPIEZZE E AMBIGUITÀ

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 12/04/2015
              
http://ilquotidianoinclasse.corriere.it/wp-content/uploads/2014/12/dd01b15322c3c10c6564810342e0c32d-300x256.jpg              Siamo ormai prossimi al centenario dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra: un evento, sappiamo bene, che segnò tutta la storia seguente e pesa ancora oggi. In un Paese afflitto da emotività cronica, l'attenzione va ad aspetti certo drammatici ma del tutto secondari rispetto alle dimensioni di un conflitto che causò non meno di 680.000 morti, un milione e più di mutilati e feriti, l'indebitamento dello Stato, il crollo del potere d'acquisto della moneta e quanto ne seguì sul piano sociale con il declassamento della media e piccola borghesia, nerbo della Terza Italia.
Tra le molte, due domande s'impongono. In primo luogo, vi fu una vera intesa tra il governo presieduto da Salandra e le Forze Armate? Inoltre, l'esecutivo fece davvero gli interessi dell'Italia quando decise di entrare in guerra?
Per rispondere al primo interrogativo occorre analizzare i rapporti tra il governo e il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, sul quale ricadeva la responsabilità di tutte le Forze Armate. Il secondo quesito  impone  l'esame sintetico del percorso dell'esecutivo nel passaggio dall'alleanza difensiva con gli Imperi Centrali (Austria-Ungheria e Germania) a quella offensiva a fianco dell'Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia).
In premessa va ricordato che il “dialogo” tra il governo e il Capo di Stato Maggiore era un intrico irrisolto sin dalla promulgazione dello Statuto del regno di Sardegna, poi vigente nel regno d'Italia. Il re, organo supremo dello Stato, comandava le forze di terra e di mare. I  ministri  della Guerra e della Marina erano espressione diretta del sovrano, anche quando, caso unico dal 1848 al 1920, nel 1907 venne nominato un borghese, il torinese Severino Casana.
Il Capo di Stato Maggiore sovrintendeva alla macchina militare senza conoscere tempi e modi del suo impiego. Era un “tecnico”. Alla morte improvvisa di Alberto Pollio, dopo un duro braccio di ferro tra diverse candidature, nel luglio 1914 venne nominato Luigi Cadorna, già scartato nel 1908 perché aveva fatto sapere che, in caso di guerra, non avrebbe ammesso interferenze nel comando effettivo delle operazioni, a differenza di quanto era accaduto dal 1848 al 1866, quando il re era stato “al campo”, condizionando sia i piani delle operazioni sia la loro esecuzione. All'inizio della conflagrazione europea, Cadorna propose al governo di scendere subito in lotta a fianco degli alleati e di attaccare la Francia, non sul crinale alpino, però,  poco risolutivo, bensì sul Reno, accanto ai tedeschi. A quel modo l'Italia avrebbe dato un contributo decisivo alla vittoria della Triplice Alleanza e avrebbe ottenuto adeguati compensi. Il re e il governo optarono invece per la neutralità: una decisione che consentì alla Francia di concentrare le sue forze contro l'avanzata germanica e costrinse l'Austria-Ungheria a tenerne sul confine con l'Italia anziché lanciarle tutte contro Serbia e Russia. Come poi scrisse in La guerra alla fronte italiana (*), Cadorna ritenne allora che bisognava  entrare  in guerra contro l'Austria, tutta sbilanciata su altri fronti, tanto meglio se fosse scesa in campo anche la Romania. Il governo non degnò di risposta i piani di Cadorna, come fossero esercitazioni letterarie di un comandante svagato.
Nel settembre-ottobre del 1914 lo scenario bellico e quello interno mutarono profondamente. La “guerra lampo” progettata dalla Germania fallì. A prezzo di enormi sacrifici, i francesi tennero duro sulla Marna. Sul fronte orientale, la partita degli austro-ungarici contro russi e serbi rimase incerta. Il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, varò un secondo ministero, profondamente diverso dal precedente e ormai orientato per l'intervento a fianco dell'Intesa. Doveva rimanere un “segreto” ma presto le trattative vennero risapute. Il ministro della Guerra, Domenico Grandi, che si domandava se il Paese avrebbe seguito il governo in una grande guerra, fu sostituito con il generale Vittorio Zupelli, istriano e quindi un “irredento”: un “messaggio” assai allusivo. Il prudente ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, morì proprio quando v'era più bisogno della sua saggezza e fu sostituito con Sidney Sonnino, che nell'estate 1914 era stato favorevole all'intervento a fianco degli Imperi Centrali ma poi si era incaponito nell'idea di una guerra “italiana” per sostituire l'Austria nel dominio sull'Adriatico, contro  l'avanzata degli slavi. A quell'epoca tutti ragionavano in termini di “razze”: bianchi, negri e gialli. La Storia va capita per come davvero fu,  non sulla base di quanto oggi alcuni o molti ritengono linguisticamente corretto.
Fiutato il vento, l'11 dicembre 1914 Cadorna inviò a Sonnino tre appunti sulle auspicate modifiche del confine italo-austriaco, a vantaggio dell'Italia ventura. Ancora una volta rimase senza risposta. Salandra dette la priorità alla convocazione della Camera per l'approvazione dei bilanci. La seduta del 5 dicembre fu dominata dalla rivelazione di Giovanni Giolitti circa la dissuasione nel 1913 esercitata dal governo italiano su Vienna che stava per aggredire la Serbia.
Capo riconosciuto della maggioranza costituzionale formata con le elezioni del 26 ottobre-2 novembre 1913, Giolitti non era né un pacifista (cioè pregiudizialmente contrario alla guerra), né un neutralista assoluto, né il fautore di una supina alleanza con gli Imperi Centrali, né, infine, un avversario del segreto diplomatico di cui il governo si valeva per esplorare i pro e i contro di ogni passo dell'Italia nel groviglio di alleanze e controalleanze nell'intricato percorso approdato alle dichiarazioni di guerra. Il neutralismo propugnato da Giolitti non ha dunque nulla da spartire né con quello dei democratici “umanitari” (esigua minoranza), né dei socialisti, poi espresso nella nota formula di Costantino Lazzari “Né aderire, né sabotare”, né dei cattolici, sia quelli allineati con la condanna della guerra in sé, ripetutamente pronunciata da papa Pio X e dal suo successore, Benedetto XV, sia quelli inclini a proporre la “questione romana” nel futuro Congresso di pace.
Come è esistito il pacifismo assoluto, predicato e praticato da quanti rifiutarono sempre e comunque il ricorso alle armi (fu il caso di Lev Tolstoj, al quale non per caso non fu conferito il Premio Nobel né per la pace né per la letteratura), così vi furono pacifisti “condizionati”, come Ernesto Teodoro Moneta, Premio Nobel per la pace nel 1907 ma poi nettamente favorevole sia alla guerra dell'Italia contro l'impero turco-ottomano per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica, sia all'intervento italiano  a fianco dell'Intesa nel 1914-1915.
Anche Giolitti condivise la richiesta all'Austria di “compensi” per gli ingrandimenti che avrebbe ottenuti vincendo la guerra: una via impraticabile perché Francesco Giuseppe d'Asburgo non aveva  motivo di cedere terre in Italia prima di averne ottenute altrove  e guardava con sdegno trattenuto la pretesa italiana di agguantare “molto” (o “parecchio”, come auspicò Giolitti stesso nella lettera a Camillo Peano pubblicata da Olindo Malagodi in “La Tribuna”), solo perché rimaneva neutrale.
Privo di contatti diretti e indiretti con i principali attori politici, diplomatici e militari (Salandra, Sonnino e Ferdinando Martini, ministro delle Colonie, massone nel Grande Oriente d'Italia, la rete degli ambasciatori e degli Alti Comandi), Giolitti non ebbe alcun sentore dei termini effettivi della  svolta a favore dell'Intesa decisa dal governo a metà febbraio 1915. Il 3 aprile, nel timore che un cambio di alleanze rendesse “nemiche irreconciliabili Germania e Austria” senza assicurare vera amicizia di Francia e Russia, lo statista scrisse:“La slealtà ha sempre torto”.
Dopo lunghe tergiversazioni, che si illudeva rimanessero ignote a Vienna e a Berlino, Salandra avviò la stretta finale del cambio di alleanza.  Dopo una notte insonne, il 16 marzo 1915 confidò a Sonnino i suoi dubbi: si stava correndo rapidamente verso una completa rottura con gli Imperi centrali senza l'assenso preventivo del re, “senza essere sicuri che il paese, e per esso, la Camera, lo vogliano, senza che l'esercito sia pronto se non a fine aprile – come dicono i militari – il che vuol dire forse un mese dopo, non certo prima; senza aver avuto alcun affidamento, o cenno d'affidamento, da parte della Triplice Intesa”.
Perciò agli ambasciatori venne detto di fingere di trattare con l'Austria, mentre da tempo era stata scelta esclusivamente Londra (più riservata rispetto alla pettegola Parigi) quale sede di sondaggi riservatissimi in vista del cambio di alleanza. Il 20 marzo le trattative presero corpo. Con istruzioni segrete fu stabilito il modus procedendi e vennero comunicate le “condizioni minime” dell'Italia: il Trentino sino al Brennero, Trieste, Istria, Dalmazia, Valona in Albania, “congrua parte nella eventuale spartizione della Turchia”, indipendenza dello Yemen, Luoghi Santi e Arabia, nonché indennità di guerra ed esclusione del Pontefice da qualsiasi conferenza di pace. Anche se non vi figurava Fiume, erano  pretese  sicuramente in conflitto con gli interessi della Serbia e del suo potentissimo alleato, la Russia, contrarie ad accettare che l'Adriatico divenisse un lago italiano.
Salandra e Sonnino proseguirono tramite l'ambasciatore a Londra, Guglielmo Imperiali di Altavilla. Ribadirono la necessità di mantenere il segreto. Dal canto loro Londra e Parigi lasciarono abbastanza lenta la fune delle trattative sino a quando l'Italia non poté più tirarsi indietro.
Il 6 aprile 1915, però, quando ormai il governo italiano aveva bruciato molte navi alle spalle, il primo ministro inglese Herbert Henry Asquit ripeté a Imperiali (affinché ne riferisse a Roma) che “qualora si giungesse all'accordo”, l'Italia era impegnata a “non concludere pace separata ed aderirebbe all'analoga dichiarazione firmata nel settembre 1914  fra le tre potenze alleate”, Regno Unito, Francia, Russia. “Due volte ripeté il Primo Ministro che in una guerra come la presente non vi potrebbero essere limited liabilities”, cioè impegni parziali. L'accordo vincolava sino in fondo: guerra totale sino alla vittoria, senza armistizi separati.  Nella seconda parte del colloquio il sottosegretario permanente agli Esteri, sir Arthur Nicolson, posò ruvidamente sul tavolo il nodo ancora insoluto della trattativa in corso: l'Italia continuava a parlare di guerra solo contro l'Austria e la Turchia, senza menzionare mai la Germania. Imperiali cercò di svicolare e osservò che l'Italia s'impegnava a combattere anche contro chi fosse andato in aiuto delle potenze alle quali Roma dichiarava guerra, cioè avrebbe combattuto contro la Germania solo se e quando questa avesse aiutato direttamente l'Austria-Ungheria mandando uomini e armi contro l'Italia: un argomento contorto e capzioso, che mise Londra sull'avviso.
L'Italia, dunque, non risultò un alleato a tutto tondo. Avrebbe fatto la guerra propria, non quella dell'Intesa. E questa, quindi, l'avrebbe aiutata solo se e quando la “guerra italiana” avesse avuto rilievo agli occhi di Londra, Parigi e della lontana San Pietroburgo, le cui sorti premevano meno alle potenze occidentali.
Tra la firma del “Patto di Londra” (26 aprile 1915), che impegnò l'Italia a entrare in guerra entro trenta giorni contro gli Imperi Centrali e quello turco-ottomano, e la denuncia della Triplice (3 maggio), l'Italia rimase nell'imbarazzante situazione di alleata con tutte le potenze in guerra: vaso di coccio tra vasi di ferro, nell'opinione di chi conosceva l'andamento e la sostanza delle trattative.
Il 4 maggio Sonnino informò l'ambasciatore d'Italia a Berlino, Riccardo Bollati: “(...) nei riguardi della Germania non è nostra intenzione prendere iniziativa alcuna”. Quattro giorni dopo il ministro degli Esteri trasmise a Bollati l' “infinito ringraziamento” di Vittorio Emanuele III a Guglielmo II per gli sforzi compiuti dall'imperatore di Germania per la soluzione pattizia dei contrasti tra l'Italia e l'Austria-Ungheria. Non gli disse, però, che nel frattempo il governo il suo governo aveva sottoscritto l'accordo con l'Intesa obbligandosi a scendere in guerra contro i tedeschi.
Così l'Italia ebbe nuovi  “alleati” ma non acquistò alcun vero “amico”.
Solo il 6 maggio Cadorna fu informato, quasi casualmente, che l'Esercito doveva “marciare” entro venti giorni. Nella infondata illusione che la guerra sarebbe stata brevissima, il governo non provvide né a misure finanziarie e fiscali proporzionate, né alle provviste indispensabili per i soldati: le munizioni da fuoco e quelle, non meno necessarie, “da bocca”, come ricorda il generale Iireste Bovio nella “Storia dell'Esercito italiano” pubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.
Il “sacro egoismo” propugnato da Salandra e Sonnino si ispirò a una visione miope della tragedia in corso in Europa e nel mondo.
Aldo A. Mola
(*) La nuova edizione delle introvabili  Memorie di Cadorna (Ufficio Storico SME-Centro Giolitti) vengono presentate il 17 aprile all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli) e il 21 aprile ai Martedì Letterari del Casinò di San Remo, con interventi del Comandante della Regione Militare Nord, gen. Paolo Bosotti, dei curatori e del prof. Tito Lucrezio Rizzo.
DATA: 13.04.2015

LUTTO REALE: LA SCOMPARSA DI S.A.R. IL PRINCIPE KARDAM DI BULGARIA

La morte di Kardam di BulgariaLa mattina di martedì 7 aprile si è spento a Madrid S.A.R. Kardam di Bulgaria, Principe di Tărnovo e Duca di Sassonia, primogenito di S.M. il Re Simeone II e della Regina Margherita. Il Principe Kardam, spentosi prematuramente all'età di 52 anni, lascia la moglie Miriam e i due figli Boris (1997) e Beltram (1999).
Dal 2008, in seguito ad un grave incidente automobilistico, nel quale era stato coinvolto assieme alla moglie, versava in gravissime condizioni di salute.
Alla Famiglia Reale di Bulgaria sono giunte le condoglianze dell'Unione Monarchica Italiana.
Ricordiamo che S.M. il Re Simoene di Bulgaria è nipote del Re Vittorio Emanuele III, in quanto figlio della sua quartogenita Principessa Giovanna, divenuta Regina dei Bulgari in seguito al matrimonio con il Re Boris.
DATA: 07.04.2015

PARLAMENTO MORIBONDO DI IERI E DI OGGI PROMESSE, DELUSIONI E IDEA DI ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 05/04/2015
              
              “Prometter lungo e mantener poi corto” era la linea di papa Bonifacio VIII, che Dante Alighieri cacciò a testa all'ingiù nelle fiamme perenni delle Malebolge. È quanto fa il governo. “Così va il mondo!” è l'esclamazione sconsolata di chi apprende rivelazioni e smentite quotidiane sul malaffare che ammorba la vita istituzionale, politico-parlamentare, amministrativa e imprenditoriale, senza risparmiare alte cariche dello Stato e persino qualche magistrato. Secondo il giudizio corrente e sempre più radicato non c'è nulla da fare: il “potere” corrompe. Quindi anche chi vi arrivi senza macchia è condannato a esserne infettato e si comporterà di conseguenza. Però, più che giudizio codesto è pregiudizio. Dare per scontata la disonestà è manicheo: contrapposizione perenne del Male, delle Tenebre (i potenti, appunto) alla Luce, alla Purezza (sudditi, schiavizzati, impotenti). Significa dare per scontato il primato della “docta ignorantia”, la superiore virtù dei semplici e, tutt'al più, la genuinità residua dei “tecnici”, sempre moralmente superiori ai politici, che sarebbero invece tutti intrinsecamente corrotti e mestatori.
   Il fetore nauseabondo che esala dalle cronache della straripante marea di inchieste avviate dalle procure da un capo all'altro d'Italia sarà appena mitigato tra un mese quando, con l'inaugurazione dell'Expo di Milano, assente il presidente Sergio Mattarella, si celebrerà (come pare ormai ineluttabile) la Grande Incompiuta: vetrina delle magagne più che delle virtù della Repubblica fondata sul lavoro.
   Paradossalmente, il clima di profonda sfiducia viene alimentato non tanto dai ritardi e dalle difficoltà oggettive nelle quali s'imbatte da anni la “ripresa”, quanto dai frettolosi annunci di trionfali successi ripetuti dal presidente del Consiglio, dottor Renzi Matteo, e da suoi sicofanti femminili e maschili. Come il ragazzotto della fiaba, che perse la credibilità per aver troppe volte gridato “Al lupo, al lupo!” e ne finì sbranato, così chi da mesi assicura che la crisi è alle spalle, che la ripresa è in atto e addirittura, per bocca del cooperativista ministro Poletti, dà per certo un milione di assunzioni in più nel volgere di pochi mesi, non porta a trovare soluzioni vere per uscire dal pantano e sbugiarda sia il suo stesso governo, sia la maggioranza parlamentare che lo sostiene, sia l'intero sistema istituzionale, inclusi i vertici supremi. È quanto hanno compreso le opposizioni più motivate, che infatti si tengono lontane da ogni corresponsabilità diretta o indiretta con l'esecutivo, pronte a presentarsi all'incasso al suo collasso finale con le mani libere da patti più o meno occulti col governo.
   La ripercussione più drammatica della depressione in atto non è solo economica. È “morale”. Consiste nell’opinione ormai consolidata che questa Italia sia nata con un “peccato originale” irredimibile e quindi sia condannata a finire male: affetta da malattie congenite, da troppi mali oscuri, da tanti “dati nascosti”, che le impediscono di raggiungere la maturità e di affermarsi protagonista tra i Paesi della Comunità internazionale. Nel 150° della proclamazione del regno d'Italia, appena quattro-cinque anni addietro, l'Italia investì molte risorse e tempo per evocare le ragioni del suo Risorgimento e dell'unificazione nazionale: un percorso avviato con il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini (1805) e di Giuseppe Garibaldi, orchestrati dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, ma con esiti più retorici che coinvolgenti. La riscoperta delle ragioni profonde dell'unità si sarebbe dovuta saldare con la riflessione su quelle dell'intervento nella Grande Guerra e sulle sue ripercussioni nella Nazione: ma nel centenario del 24 maggio 1915la visione unitaria della storia d'Italia rimane ancora confusa sull'orizzonte. La cupa condanna dell'“inutile strage” del 1914-1918 si sta risolvendo nella deplorazione dei governi di guerra e dei vertici militari: Luigi Cadorna (ogni giorno bersaglio di nuove polemiche), Luigi Capello, lo stesso Armando Diaz, oltre, naturalmente, a Pietro Badoglio e alla lunga serie di comandanti di armata, di corpo d'armata, di divisione, di brigata silurati a conflitto ancora in corso da comandanti poi messi alla gogna dall' “Inchiesta su Caporetto” (*), il tritacarne mediatico che screditò il Comando Supremo, vincitore della guerra, e mandò assolti politici tenerari e inconcludenti, che rischiarono di precipitare il Paese nella guerra civile.
   Anche Giorgio Napolitano nei tanti discorsi pronunciati nel 2010-2011 riecheggiò lugubre il richiamo ai “vizi d'origine del nostro Stato unitario” (Roma, Lincei, 12 febbraio 2010, e Campidoglio, 20 settembre 2010) e alle “antiche tare” (Parigi, 29 settembre 2010): eco del pensiero di Antonio Gramsci e, al tempo stesso, dei clericali. A questi ultimi lo stesso Napolitano tese la mano con il discorso al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini (21 agosto 2011), presenti, egli tenne a dire, i “cari amici Maurizio Lupi ed Enrico Letta”. Se Silvio Berlusconi in analoga circostanza aveva esortato a studiare le opere di Angela Pellicciari (che l'allora presidente del Consiglio forse non ha mai letto), Napolitano vi denunciò il “divario tra Nord e Sud, tara profonda, non mai apparso avviato a un effettivo superamento”. Erano gli anni del successo di Terroni di Pino Aprile e dalla pletora di saggi inneggianti a briganti e brigantesse, espressione postunitaria delle insorgenze controrivoluzionarie.
   Mentre l'“idea di Italia” si sta sfarinando e ognuno ormai bada al proprio “particulare” (secondo il costume da Francesco Guicciardini deplorato 500 anni orsono) va allora detto pacatamente che, a parte ovviamente l'Impero d'Austria e i suoi vassalli (il granduca di Toscana e quello di Modena) e i sovrani di Borbone (il re delle Due Sicilie e il duca di Parma e Piacenza), l'unificazione nazionale ebbe un unico vero, costante e accanito nemico: i clericali. Non già, va precisato a scanso di equivoci, i cattolici in quanto tali. Unitari furono infatti il teologo Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Alessandro Manzoni, Pellegrino Rossi... e migliaia di ecclesiastici che salutarono con entusiasmo la guerra per l'indipendenza e l'unificazione degli italiani: l'abate di Montecassino Luigi Tosti, il gesuita Carlo Curci, il teologo Carlo Passaglia, deputato alla Camera. All'opposto, il sanremasco don Giacomo Margotti (studiato con equilibrio da Oscar Sanguinetti) nell'“Armonia” e in altri giornali da lui diretti denunciò l'avvento del regno d'Italia quale frutto velenoso di un complotto dell'internazionale massonica: una cantilena ripetuta in centinaia di articoli, in parte raccolti nelle oltre mille pagine delle sue “Memorie per la storia de' nostri tempi (1856-1866)”, meritoriamente ripubblicate da Ares in tre volumi che però mancano di adeguata introduzione critica.
   Ma né Margotti, né i suoi emuli (molti Scrittori della “Civiltà Cattolica” di allora), né la pletora di autori di libri scandalistici, come la Storia dei ladri del Regno d'Italia da Torino a Roma. Fatti cifre e documenti (1872) o i Misteri di polizia di Emilio Del Cerro (Niceforo), né i libelli di Pietro Sbarbaro riuscirono a screditare davvero la classe politica del tempo. Certo anche vari presidenti del consiglio, ministri, parlamentari, alti burocrati, giornalisti, scrittori, militari, ecc. non sempre erano specchiatissimi. Ciascuno aveva un proprio passato, a volte con ombre pesanti. Fu il caso di Mazzini, che verso Giuditta Bellerio e il loro pargolo, Giuseppe Adolfo, non tenne affatto una condotta esemplare; di Francesco Crispi e di un lungo elenco di “patrioti” discussi e discutibili, inclusi Luigi Castellazzo, da Alessandro Luzio marchiato come delatore ai danni dei Martiri di Belfiore, a cominciare da don Enrico Napoleone Tazzoli, sconsacrato e impiccato come cospiratore; e Giovanni Nicotera che misteriosamente scampò alla strage dei seguaci di Carlo Pisacane. Però i risultati dell'azione di quella dirigenza si vedevano e vincevano ogni dubbio o sfiducia.
   Lì è la differenza profonda tra quanti costruirono l'Italia e quanti oggi paiono occuparne le posizioni di potere esclusivamente o prevalentemente per trarne vantaggio personale.
Nel 1940 Giovanni Battista (Titta) Madìa (Petilla Policastro, 1894-Roma, 1976), giornalista e penalista di fama, direttore del mensile “Gli Oratori del giorno”, pubblicò la sua opera più famosa, la Storia terribile del Parlamento italiano, in cui staffilò i deputati dall'Unità all'“Italietta” giolittiana, per esaltare le Camere di età fascista che lo ebbero deputato dal 1924 al 1939 e poi Consigliere nazionale. Anche per lui (come del resto per la generalità dei gerarchi del regime) la polemica contro il passato era funzionale a una Pasqua di Resurrezione del parlamento italiano, chiamato a impersonare la Nazione. Vi elogiò l'antiparlamentarismo di Mussolini (e di Hitler). In effetti il Duce sopportò la Camera dei deputati solo dal 1929, quando ne nominò i componenti tramite il Gran Consiglio che decideva l'elenco dei 400 componenti da presentare al voto degli italiani: prendere o lasciare. Il 14 dicembre 1938 la Camera, suicida, votò per acclamazione (e subito dopo a scrutinio segreto) la leggina di tre righe proposta da Giacomo Acerbo: “La Camera dei deputati è soppressa. È istituita in sua vece la Camera dei Fasci e delle Corporazioni”. Una settimana dopo, la riforma fu approvata dal Senato, presieduto da Luigi Federzoni, due giorni dopo sostituito da Giacomo Suardo.
   Il fascistissimo Madìa (bisononno dell'attuale Ministro del Partito democratico, Marianna) a ben vedere calcò il modello di Ferdinando Petruccelli (1815-1890) che si autoattribuì il predicato “della Gattina” dal nome di un suo podere. Figlio di carbonaro, vicino al massone Benedetto Musolino, medico, giornalista, romanziere, saggista, eletto all'Assemblea napoletana nel 1848, costretto all'esilio in Francia per scampare alla vendetta di Ferdinando II (da lui bollato come “Pulcinella sanguinario” quando revocò la costituzione: e non era la prima volta per un Borbone), condannato a morte in contumacia,  Petruccelli visse a lungo a Parigi. Autore di libri ferocemente critici contro i papi dell'Ottocento, in specie Gregorio XVI e Pio IX, e delle scandalizzanti Memorie di Giuda (1867), “Pierre Oiseau de la Petite Chatte”, come era detto scherzosamente in Francia, dovette la sua fama non tanto all'elezione alla Camera (nel 1861 per il collegio di Brienza, in provincia di Potenza, poi per quello di Teggiano, in provincia di Salerno, dal 1874 al 1882) ma al suo subito celebre volume I moribondi di Palazzo Carignano. Memorie di un ex deputato pubblicata in “Inferno, per i tipi di Lucifero”, nel 1862. Petruccelli vi descrisse al vetriolo i componenti della prima Camera unitaria del regno, quella che il 14 marzo 1861 proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia “per grazia di Dio e volontà della Nazione”.
   Mentre ne sferzava i componenti (che nel 1862 già riteneva “scadenti”: ma rimasero in carica altri tre anni), Petruccelli scrisse, invero, l'elogio delle Camere: “in Italia esso esprime l'unità (…). Il Parlamento è il cuore che palpita ed indica in Europa che l'Italia una vive, pensa, parla, vuole ed è pronta ad agire. Se il Parlamento italiano non esistesse, l'Italia una per l'Europa sarebbe un'utopia, un sogno e forse un attentato da cospiratori. (...) Sopprimete il Parlamento – questo crogiuolo della vita italiana – e l'Italia scomparirà. (…) L'esistenza del Parlamento è il faro su cui si poggiano e riposano gli occhi di tutte le province: esso è la fede, la sua coscienza. (…) Cuore e cervello, dal Parlamento sgorga la vita, la volontà, il pensiero e la coscienza, la forza, la fede: procede da tutti, ed è tutto. Esso è la legge. (...) La missione del Parlamento non è tanto legislativa ed amministrativa. Al punto in cui si trova l'Italia essa è affatto politica, è sovranamente nazionale”. Non a caso i suoi lavori venivano solennemente inaugurati dal re, che non si esprimeva tanto con le parole quanto con i fatti. Tratteggiato da un repubblicano come Petruccelli, il panorama dei parlamentari a ben vedere costituiva l'elogio della Monarchia, garante dell'unità nazionale.
  Deluso dalla mancata nomina a senatore, Petruccelli tornò per sempre in Francia, accudito dalla moglie, un'inglese colta e affezionata. “Così va il mondo” fu anche la testata di uno dei giornali da lui fondati. Con poche pennellate indelebili sintetizzò la decomposizione dei parlamentari: “Garibaldini, mazziniani, repubblicani, federalisti, oltramontani, autonomi, liberali indipendenti e dipendenti, misteriosi, indecisi, quelli che portano il broncio, gli esploratori del campo nemico, gli uccelli di passaggio, gli smarriti per via, gli scettici, dottrinari, pretendenti”. Forse la Sinistra o il Partito d'azione erano meglio? Niente affatto a suo giudizio: risultavano già allora “un esercito di generali senza soldati”.
   Epperò v'era all'epoca  l' “idea di Italia”. In suo nome furono ordinati e vennero accettati  immensi sacrifici, coronati dalla ascesa nella Comunità internazionale, dal pareggio del bilancio da un progresso  materiale e civile che ciascuno fu in grado di vedere e di apprezzare. Quando invece le promesse del governo rimangono parole vuote, la sfiducia corrode tutto e il cittadino bada solo più a se stesso.
Aldo A. Mola
(*) L'Inchiesta è stata ripubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'esercito e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo per il Centenario della Grande Guerra.
DATA: 07.04.2015

LA SICUREZZA PRIORITA’ PER L’ITALIA E PER L’EUROPA

        Locked. Porta bloccata. Ma il “nemico” era all’interno della cabina di pilotaggio dell’aereo schiantatosi sulle Alpi francesi. Era il copilota, si chiamava Andreas Lubitz, ventotto anni, seicentotrenta ore di volo alle spalle. In alta quota, era pronto a fare i conti con se stesso e con la sua depressione. A casa c’era stato un litigio con la fidanzata, i suoi occhi che non vedevano più come una volta, una dannazione per un pilota che aspirava a diventare Comandante. Ambizioni svanite. Una vita che passa davanti veloce tra le nuvole dei cieli provenzali,  poi, la drammatica decisione: il suicidio. Il Comandante, che guidava insieme a lui l’Airbus della Germanwings, si era assentato per pochi minuti, pare, per un impellente bisogno fisiologico, ma al suo ritorno in cabina trovò la porta chiusa dall’interno, e quella strana scritta sullo sfondo rosso, locked. Solo pochi istanti di assenza, ma sufficienti perché la tragedia si consumasse in maniera ineluttabile. Vani sono risultati i tentativi del volenteroso Comandante di aprire quella maledetta porta, che rimase sul rosso, cioè locked. Le urla, il frastuono, poi l’oblio. Centocinquanta in tutto i morti. Una tragedia umana, tante le famiglie distrutte. A volte il “nemico” è dentro di noi, o può nascondersi perfino nelle nostre case, ma spesso non sappiamo che è lui, perché non lo riconosciamo. Così è la vita, così è accaduto l’irreparabile. La paura di volare, dopo l’11 settembre 2001, si è fatta sempre più palpabile tra il numeroso popolo dei viaggiatori. Chi di noi, non ha pensato, anche solo per un istante, che la tragedia dell’Airbus tedesco fosse stata provocata da un uomo assoldato dell’ Isis, o da Al-Qaida? Non si tratta di isterismo ingiustificato, è normale che ciò avvenga in tempi di terrorismo internazionale di matrice jihadista. Viaggiare in aereo, oggi, può mettere in ansia chiunque, sia chi decida di farlo per lavoro, che per piacere. Ma il maligno non si nasconde solo nei cieli, o nella casualità di un evento, come nel caso dell’Airbus, esso ci viene incontro anche via mare, o per via terra, come dimostrano gli ultimi attentati terroristici avvenuti nel cuore dell’Europa. Il vero nemico, oggi, quello più evidente, è il fondamentalismo islamico. Ma l’Europa, quali misure di prevenzione sta adottando, per difendersi dal terrorismo fondamentalista? La risposta più logica sembrerebbe essere: nessuna prevenzione, perché in realtà la tanto decantata Europa non esiste affatto, se non solo sulla carta. Come si pretende infatti di porre in essere una politica difensiva europea, se non esiste un’unità politica dell’Europa? In passato, un nemico esterno, rappresentava comunque, già di per se, un collante per le nazioni, le quali, potevano anche allearsi per sconfiggerlo. Oggi nonostante il nemico sia palese per la maggioranza delle nazioni di tutto il mondo, sembra che nessuno lo voglia combattere. Papa Bergoglio, solo pochi giorni fa, si chiedeva perché le stragi dei cattolici a cui stiamo assistendo, stiano passando sotto il totale silenzio e senza che nessuno faccia qualcosa. Ma allora, viene da chiedersi: “ Se nemmeno la nostra sicurezza e le nostre radici cristiane (anche se molti negano che esse esistano) non sono valori fondanti per la costruzione di un’unione di popoli europei, su quali altri valori potremmo puntare ai fini della costruzione di una casa comune?” Quali sono cioè i muri maestri su cui costruire il tetto? Ad oggi, sembra impossibile rispondere a queste domande. In ogni caso, prima che sia troppo tardi, e prima che l’Europa venga invasa dai jihadisti, si faccia qualcosa, e al più presto. L’Italia faccia la sua parte e pretenda subito la convocazione di un Summit straordinario sulla sicurezza europea, che decida il da farsi. Altrimenti, meglio prepararsi a sprangare le nostre porte di casa e a sbarrare le nostre finestre. Locked. 
 Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 07.04.2015
 
COSA NON SI FA, PER UNA MANCIATA DI VOTI
Se non si conoscessero i reali problemi della bella città di Napoli, camorra, disoccupazione, spazzatura, ecc ecc, non varrebbe la pena di scrivere quest’articolo.  Essendone al corrente, però, ci dobbiamo porre qualche domanda. Che cosa fa l’amministrazione comunale per risolverli? Lavora notte e giorno? L’attuale sindaco della città, tal Luigi De Magistris eletto nel 2011, come si pone di fronte a questa situazione. Ci s’immaginerebbe un uomo che vive dentro Palazzo San Giacomo, giorno e notte, tutto teso a risolvere i problemi sopra esposti. Infatti, ma si sta nella sede comunale per decidere che è giunto il momento di togliere la via dedicata al Re Vittorio Emanuele III. Grande gioia fra le file dei neoborbonici, un po’ meno fra i monarchici pro sabaudi. Solo alcune considerazioni, perché non possiamo fare la storia del Regno di Vittorio Emanuele III. Umberto I, padre di Vittorio Emanuele si recò nella città partenopea duramente colpita dal morbo del colera nel 1884 e fu accolto da una folla entusiasta. Il re visitò ospedali e rioni distribuendo aiuti ai malati e ai bisognosi, dal suo fondo personale. Resta famosa una sua frase detta, prima di partire per la città, declinando l’invito di un sindaco del nord - A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Io, vado a Napoli -. Un pizzaiolo dedicò alla regina Margherita uno dei piatti gastronomici più famosi nel mondo, la pizza Margherita, basilico (verde), mozzarella (bianca), pomodoro (rosso). Tre colori, come la bandiera nostra. Vittorio Emanuele III nasce a Napoli e il titolo nobiliare, prima di essere il terzo capo di stato dell’Italia Unita, fu quello di principe di Napoli. Vittorio Emanuele a Peschiera, mentre gli alleati premevano perché l’esercito italiano si ritirasse ulteriormente dopo la sconfitta di Caporetto, impose con fermezza (magari lo fosse stato con Badoglio l’8 settembre 1943), che il fiume Piave sarebbe stato la linea difensiva. Durante il referendum monarchia-repubblica, il popolo napoletano scelse a grande maggioranza la monarchia. Ci furono morti (9) e feriti (150), fra i giovani monarchici in via Medina, che protestavano contro i presunti brogli. Per oltre un decennio, la città fu governata dai monarchici di Achille Lauro. Aggiungo che il lascito di Elena d´Aosta (souvenir, ricordi di viaggio, riconoscimenti, fotografie etnologiche africane ecc.) si trova nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Elena è sepolta nella Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio di Napoli insieme alla nuora Anna d'Orléans, moglie di suo figlio primogenito Amedeo, medaglia d’Oro al valor militare. Mi scusi signor Sindaco, ma con tutti i problemi che ha la sua città, lei, non ha altro a cui pensare che cambiare il nome ad una via? Io, se fossi un napoletano, sarei molto preoccupato. Poi, mi permetta di suggerirle un’ultima cosa: essendo la sua una famiglia di magistrati fin dal 1860, forse in casa ha una bandiera con lo stemma sabaudo. Sì, proprio di quella dinastia che adesso lei vuole cancellare dalla toponomastica. Faccia il bel gesto: la restituisca agli eredi, magari al Duca Amedeo d’Aosta.
Massimo Nardi
DATA: 02.04.2015
   
IL MAGISTERO  SCOMODO DI LEONARDO SCIASCIA CONTRO IL CONFORMISMO TOTALITARIO, ROSSO O NERO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/03/2015
              
Leonardo Sciascia                 “Penso che i comunisti abbiano imboccato la strada di un suicidio ineluttabile”. Lo scrisse Leonardo Sciascia, che nel 1978 a Nico Perrone dichiarò: “Non sono mai stato comunista, però ho pensato e agito secondo comunismo” e con amara preveggenza aggiunse: “Ora non c'è che la sinistra per fare una buona politica di destra”. All'epoca il Partito comunista italiano (PCI) implorava il “compromesso storico”. Nell'“affare Moro” si schierò “dalla parte della morte”. Adesso, trentacinque anni dopo la lucida profezia di Sciascia, il politologo Ernesto Galli della Loggia descrive un Partito Democratico scalato dal malaffare, mentre secondo il saggista Massimo Franco il PD romano è “marcio” e sin dalle primarie del 2013 Marianna Madia, oggi ministro, denunciò le “piccole associazioni a delinquere sul territorio” che avevano in pugno il partito. “A questo punto”, sentenzia della Loggia, “non servono le parole e neppure l'accetta. Serve il lanciafiamme”: che un po' ricorda il “fuoco purificatore “ invocato da Gabriele d'Annunzio. Sappiamo come finì nel 1915-1925. Con radici affondate nel conformismo, nell'opportunismo e nella menzogna sistematica, l'albero del totalitarismo rosso, come fece quello nero, dà nel tempo i suoi frutti velenosi.
   Sciascia previde il collasso civile dell'Italia: un destino millenario, probabilmente irrimediabile. Chi ha in mano il mazzo del potere, fa il solito gioco delle tre carte. Regola numero uno? Intossicare la comunicazione, usando anziché l'italiano il gergo straniero: oggi anglicizzante, come un tempo fu francofono “à merci” e germanofono durante l'occupazione, quando l'obiettivo primario dei più non fu riscattare l'indipendenza ma il compromesso, scamparla anche a costo di vendersi.
   Oggi il Potere - che non è più “nazionale”, cioè controllato dai cittadini e dal Parlamento, bensì soprannazionale - straripa: entra nel foro domestico, nell'intimità delle comunicazioni personali col pretesto di tutelarci. “All'ombra dei palmizi/san far mille esercizi”, scriveva il supposto poeta della Scuola Siciliana. Oggi a “far mille esercizi” sono i retori dell'imbonimento. Da una parte criminalizzano la ricerca libera, bollandola come “negazionismo”; dall'altra pretendono l'oblio, se e quando il ricordo può dare fastidio. La prevaricazione del potere sui cittadini fu possibile prima dell'avvento di internet. Ora è inaccettabile. La rivendicazione del “diritto all'oblio” viene accampata con argomenti e per faccende del tutto banali, ma il suo vero obiettivo è ben altro: imporre il silenzio su fatti e misfatti dei potenti di turno affinché nessuno ne veda e ne metta a nudo la pochezza.
  Questo accade in un Paese miracolato nel 1860 con l'unità nazionale: un sogno finito nel 1945 con l'istituzione delle regioni a statuto speciale e poi polverizzato con la cessione all'Unione Europea (senza contropartite) della sovranità sui suoi conti economici: unica indipendenza residua per uno Stato che già aveva perduto l'autonomia in politica estera e quindi militare. Aveva margini di libertà nella vita culturale, ma per Mario Scelba, democristiano repubblicano, gli studiosi erano solo “intellettualoidi”. Il “centro” cedette alla sinistra il controllo dell'informazione delle cattedre in cambio dell'oblio sulle sue connivenze col regime e del monopolio della torta.  
  Nei secoli dei secoli, lo sappiamo bene, i “potenti” non solo nascosero molte malefatte ma, nani su piedistalli altissimi, si affrettarono a oscurare la memoria dei loro predecessori più illustri. Quando era una cosa seria, l'antica Roma ritraeva busti e statue di consoli, Cesari e imperatori in fattezze veridiche. Poi, più l'Impero decadde, più venne ingigantita l'effigie del Capo. Gli ultimi imperatori furono raffigurati con fronti inutilmente spaziose, pupille fisse e teste tanto enormi quanto vuote. L'attuale confusione concettuale esasperata dal braccio di ferro, anzitutto lessicale, tra memorialisti, negazionisti, oblivionisti (congreghe settarie che poco hanno a che fare con il senso alto della Storia) fa rimpiangere il Magistero di Leonardo Sciascia, evocato da Nico Perrone in La profezia di Sciascia. Una conversazione e quattro lettere (ed. Archinto). (*)
   Di piccola borghesia, Sciascia (Racalmuto, 1921- Palermo, 1989) si diplomò maestro a vent'anni. Impiegato “all'ammasso del grano” della cittadina natia, nel 1948 vinse la cattedra di insegnante nella scuola elementare ove era maestra sua moglie, Maria Andronico. Nel 1957 ottenne un incarico modesto al ministero della Pubblica istruzione a Roma. Non cercò  mai alcuna cattedra universitaria. Scrittore dall'infanzia, studiò, pubblicò, assunse e resse orgogliosamente cariche amministrative e politiche per voto dei cittadini. Il 15 giugno 1975 fu eletto consigliere comunale di Palermo nella lista del PCI (non era tesserato), con Renato Guttuso e Achille Occhetto. Alzi la mano chi non ha votato almeno una volta “a sinistra” o non ha scommesso che una sinistra davvero nuova, liberale e “occidentale”, potesse arginasse i clericali (alla Oscar Luigi Scalfaro, per intenderci) contrari al divorzio e ad altri diritti di libertà. Dai non casti connubi degli opposti fanatismi nacque il populismo catto-comunista, corrivo a sostituire gli organi dello Stato con l'assemblearismo: una Camera sola, meno elezioni possibili, un soviet  e un Capo che decidono per tutti, espellendo i dissidenti e, nell'impossibilità di suppliziarli, li cancellano dalla storia.
   Sciascia andò in pensione nel 1970. Aveva 49 anni. Senza bisogno di leggere Il Capitale di Karl Marx aveva sempre pensato che l'uomo non è nato per fare da rassegnato anello della produzione capitalistica. La sua aspirazione originaria è la liberazione dalla fatica, dal “sudore della fronte”, cui venne condannato con la cacciata dal Paradiso Terrestre: una meta da conseguire con l'invenzione e il controllo scientifico della “seconda natura”. Avrebbe considerato delirio puro prolungare l'età lavorativa solo perché si vive più a lungo: capovolgimento e negazione della emancipazione dell'uomo dalle sue condizioni ferine.
  Malato di mieloma multiplo, Sciascia combatté sino all'ultimo, con l'unica arma a sua disposizione: la parola. Sempre meno accetta, però. Prima che a scrivere, passò la vita a meditare. Le parole gli venivano come a Giovenale: “Facit indignatio versum”. Ne pubblicò tante: romanzi, racconti, saggi, poesie, articoli, sceneggiature teatrali. Cominciò con la collaborazione a un periodico democristiano, passò a vari fogli nazionali, raggiunse la celebrità con il “Corriere della Sera”, passò a “La Stampa” di Torino. Apprezzato all'estero, soprattutto a Parigi, in patria dava fastidio e poco a poco venne messo in un canto, soprattutto da quando denunciò l'opacità dell'“affare Moro” e mise alla gogna i “professionisti dell'antimafia”, che ci campavano e ci campano. Fu investito da un uragano di invettive. Non era un moralista. Era una persona perbene. Non aveva bisogno di codici etici per tenere la schiena dritta.
  Convinto che il Paese avesse (e ha) bisogno di una classe politica capace di confrontarsi con la storia profonda e di varare le riforme conseguenti, Sciascia fece credito una tantum al Partito comunista italiano. Quando constatò che il PCI in realtà era conservatore lo abbandonò in maniera limpida e lineare. Nel 1986 scrisse a Bettino Craxi di aver votato per il partito socialista italiano.  Come ricorda Perrone, fu Marco Pannella a “sdoganarlo”. Candidato alla Camera dei deputati e al Parlamento europeo nelle liste dei radicali, nel 1979 Sciascia venne eletto e tenne il seggio di deputato a Montecitorio. L'Italia aveva (e ha) urgenza di respirare a pieni polmoni. Mentre i partiti si arroccavano nella difesa delle loro cause perse (scomparvero tutti), Sciascia rivendicava il non conformismo: il diritto alla ricerca, alla verità. Rimase un solitario in fuga dal “potere” per difendere la libertà di pensiero, che è altra e più nobile cosa dai sedicenti “liberi pensatori”, inclini a imporre alla maggioranza la loro credulità razio-fideistica.
  Sciascia volle per sé funerali con rito cattolico e portò nel feretro una crocefisso d'argento: Storia e Memoria. Tutt'uno con la sua Sicilia, che era ed è un continente. Per capirla, a parte i millenni delle altre civiltà che vi ebbero stanza, occorre almeno commisurarla, come egli fece, con la Spagna di Carlo V  e Filippo II  d'Asburgo e via sino a Carlo III di Borbone. Il Piemonte di Vittorio Amedeo II, re di Sicilia per soli cinque anni , non mostrò molta sensibilità nei confronti dell'autore del Giorno della Civetta e di Toto Modo (stroncato da “Civiltà Cattolica”). Erano gli “anni di piombo”, L'Italia nord-occidentale era la trincea di una guerra civile a bassa intensità. Venne risolta con la “marcia dei quarantamila” ma subito dopo vi esplosero le fantasie sulle “identità” localistiche, un municipalismo senza capo né coda, che confonde la Storia con le sfilate in costumi carnevaleschi.
   Sciascia fu messo all'indice “in una sorta di inespressa lista nera” - come dice Perrone - e bevve sino in fondo il calice della sua scelta: l'isolamento. Del Partito comunista scrisse: “Ma no, tutto passato. I grandi guadagni fanno scomparire i grandi principi, e i piccoli (guadagni, NdA) fanno scomparire i piccoli fanatismi”. Capì che il PCI, che era stato di Bordiga e di Gramsci, di Togliatti e di Secchia, sarebbe divenuto la carta assorbente della democrazia cristiana.
   Nel Consiglio d'Egitto Sciascia scrisse una massima di straordinaria attualità, puntualmente citata da Nico Perrone: “Come può un uomo simile costruire dal niente tutto un periodo di storia che, bene o male, io non sono non grado di verificare?”. Chi ha il potere impone il silenzio ai dissenzienti (spacciati per negazionisti o deviazionisti), l'elogio (o l'oblio) delle imprese sue e della sua cerchia, secondo che siano fatte bene o male.
La democrazia? La sovranità popolare? Chiacchiere. Basta spingere i cittadini nella delusione e alla rinuncia del suo esercizio. Basta rinviare sine die le elezioni, profittando del caos nel quale sprofondano i partiti, le sigle, le “istituzioni”. Nel centenario dell'immenso sacrificio umano, civile e finanziario imposto agli italiani con l'intervento nella Grande Guerra, riflettere sull'opera di Sciascia non significa abbandonarsi a divagazioni letterarie. Vuol dire riprenderne la vera lezione: l'impegno civile. Per farcelo conoscere meglio Nico Perrone pubblica l'intera “intervista” (in realtà  frutto di colloqui “in libertà” durati un paio di giorni) che Sciascia gli rilasciò nel 1978 per “Il Manifesto” (il quotidiano che ne pubblicò solo una sintesi, grazie a Rossana Rossanda, che vinse molte riluttanze) e quattro lettere di dieci anni dopo, quando lo cercò, ma invano, una seconda volta. Ormai anche su Sciascia incombeva la Grande Visitatrice. Il suo “testamento”?   Sta in due frasi. Una è sua: “Chi scrive libri è meglio che continui a farlo lontano, fisicamente lontano, dai luoghi in cui si celebra la democrazia come forma”. Un'altra è di Auguste de Villiers de L'Isle-Adam: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. La volle come epitaffio.
  Ci ricorderemo di Leonardo Sciascia...? Se ne andò senza rimpianti: “Qui sta avvenendo un suicidio nella stupidità: una cosa che mi fa spavento”. Per la prima volta nella storia gli anziani non rimpiangevano di non essere giovani e provavano pena per i bambini, condannati a vivere in un mondo vuoto e artificioso:“Questo vuol dire - concluse- che anche noi, anche io, anche la mia generazione entra nell'orbita suicida”.
Aldo A. Mola
(*) Nico Perrone è autore di saggi storici su Alcide De Gasperi, Enrico Mattei, Liborio Romano (finalista al Premio Acqui Storia), Barack Obama (due edizioni) e sulla Loggia dei Filadelfi. Ha insegnato all'Università di Bari e in Danimarca.
DATA: 30.03.2015

2015: GIUBILEO ANCHE PER I MASSONI?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21/03/2015
              
              Dall'Equinozio con Eclissi alla festa delle Palme. Una Primavera ancora senza rondini, con tanti punti interrogativi. Domenica prossima sarà la festa del Perdono. Sappiamo, però, come finì quella volta. Ultima Cena, cattura proditoria, supplizio. Ma poi la Resurrezione, il Riscatto dell'umanità. Un tempo erano d'obbligo la visita ai Cinque Sepolcri e la meditazione sulle Stazioni della Via Crucis. Quei quadretti un po' lugubri furono tra le prime vittime della furia iconoclastica postconciliare. Non si armonizzavano con l'irruzione nei riti ecclesiastici di chitarre, pianole e schiamazzi, che in pochi anni spazzarono via i canti gregoriani e le solenni note di organi secolari.
    Papa Francesco (coraggioso come il leone, astuto come il serpente, secondo l'insegnamento della Bibbia) ha annunciato il Giubileo dal prossimo 8 dicembre 2015. Un anno di “pace nella giustizia” presuppone la cognizione dei mali e l'indulgenza plenaria per i pentiti. Nel secolo scorso se ne susseguirono molti. Tra i più solenni vi fu il Giubileo del 1925, indetto da papa Pio XI. La Grande Guerra aveva lasciato alle spalle rovine spaventose. La Santa Russia era divenuta l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, con tutti i suoi orrori. Però la Terza Internazionale di Lenin e Stalin fu realisticamente accettata da Londra, Parigi e anche dalla Roma di Mussolini, ove Mosca aprì l'Ambasciata nel 1924 con solenne ricevimento dei maggiorenti del governo fascista e significativa esclusione di socialisti e comunisti: la politica degli Stati (tanto più se Imperi) si serve delle ideologie per falciare nel campo dei vicini, ma non ne rimane succubo.
   In quel Giubileo del 1925 papa Achille Ratti (umanista insigne, fondatore dell'Accademia Pontificia delle Scienze) concesse l'assoluzione speciale ai massoni pentiti di essersi fatti iniziare alla “sinagoga di Satana” (come la Libera Muratoria era stata marchiata da Pio IX), colpevole (a sua detta) di cospirare contro la Chiesa. Nel 1900 papa Leone XIII non era stato così indulgente. I suoi successori, Pio X e Benedetto XV, erano stati altrettanto severi. Per la Chiesa la Massoneria rimaneva “Il Nemico” per eccellenza, come ribadito dal Codice di diritto canonico nel 1917. Pio XI imboccò invece una via nuova. Ne aveva motivo. A inizio Novecento la massoneria in Italia sembrava trionfante. Il Grande Oriente d'Italia si era insediato a Palazzo Giustiniani, alle spalle del Senato (ora è la “casa madre” dei senatori a vita). Circondato da un alone di mistero il Serpente Verde (come la massoneria era definita sulla traccia di Goethe) era considerato onnipotente. Guadagnava credito proprio dai romanzetti di padre Antonio Bresciani, pubblicati a puntate nella “Civiltà Cattolica”, e da quelli truculenti di Léo Taxil. Più era bersagliata, più cresceva: nel mito, se non nei fatti. Un quarto di secolo dopo, nel 1925, in Italia la massoneria era invece agonizzante. Dai fasti al tracollo. Una storia strana, ancora da documentare. Quasi incomprensibile, se non fosse che questo è il paese delle contraddizioni, uso a passare dall'Osanna al Crucifige. Vale per tutti, come insegnano cronache recenti: i Francescani dell'Immacolata, Comunione e Liberazione, Ordini religiosi inquieti o ingombranti. Non è affatto una novità. Da qualche anno anche molti cattolici cantano le lodi dei Templari, militi indomiti della Fede Verace. Di questa riesumazione storiografica quanto si rallegreranno i Cavalieri torturati atrocemente e arsi vivi sette secoli orsono per ordine di Filippo IV il Bello col benestare del papa succubo, Clemente V?
Nel 1925, dunque, il Papa aprì una delle due porte girevoli in quell'anno socchiuse per i massoni resipiscenti: quella per l'ingresso a coda bassa nelle file del regime sul piano politico-partitico e quella del ritorno nella “vigna del Signore”. Per parte sua Pio XI concesse un'assoluzione speciale, più sbrigativa di quella canonica. L'altra la offrì il governo. Tra il maggio e il novembre di quell'anno il Parlamento (non “il Duce” ma le Camere) varò la legge sull'appartenenza dei pubblici dipendenti ad associazioni. In quel testo la parola “massoneria” non compare. Però tutti sapevano che era il vero bersaglio. Da annientare. Lo disse Benito Mussolini nella presentazione del disegno di legge e lo ribadirono il ministro della Giustizia, Alfredo Rocco, nazional-fascista, e i loro caudatari, incluso lo storico Gioacchino Volpe.
   Novant'anni orsono il Parlamento dette una pedata alla storia d'Italia. Costrinse la massoneria a sciogliersi. All'epoca vi erano due corpose Comunità massoniche, il Grande Oriente d'Italia (circa 25.000 affiliati) e la Gran Loggia d'Italia (circa 10.000), forti di riconoscimenti esteri e fresche di plausi da parte delle massime autorità: il re, il comandante supremo dell'esercito. Il ministro della Marina, Paolo Thaon di Revel, faceva parte del Consiglio Supremo del Rito scozzese antico e accettato d'Italia. Tra gli affiliati la massoneria contava ministri, alti dirigenti, diplomatici (Fulvio Suvich era iniziato alla “Propaganda massonica”), militari di altissimo grado (il generale Luigi Capello e Ugo Cavallero, tra gli altri).  In pochi mesi a danno e a beneficio dei “Fratelli” (come i massoni sogliono appellarsi, sulla scia degli Ordini religiosi) si sommarono l'annientamento da parte dello Stato e la mano tesa del Giubileo. I Rotary Club, presidente onorario Sua Maestà Vittorio Emanuele III, accolsero i massoni non refrattari al dialogo con il nuovo regime e divennero il volano della classe e dirigente imprenditoriale di livello internazionale. La repressione della massoneria era il chiodo fisso di clericali, nazionalisti e di Mussolini, che nel 1914 ne aveva ottenuto l'espulsione dal partito socialista. Lo stesso fece da “duce” del fascismo. Uomo di partito anziché vero statista, fu sempre ossessionato dal timore di cospirazioni interne. Visse di rivalità e di rivalse. Confidò più in un'amica (poi travolta nella sua sventura personale) che nell'Istituzione suprema dello Stato.
  L'offensiva fascista contro la massoneria fu ufficializzata dal Gran Consiglio (un consesso privato, cupola di una delle tante “leopolde” della nostra storia) nel febbraio 1923. Pochi mesi dopo, il 2 maggio 1923, il trentenne Domenico Maiocco venne iniziato nella loggia “Vita Nova” di Alessandria. Ma chi fu mai e perché merita memoria? Nato a Cuorgnè nel 1893, laureato in giurisprudenza a Torino nel 1914, ufficiale degli alpini nella Grande Guerra, in congedo per malattia invalidante, nel 1917 Maiocco si mise a disposizione di Giolitti per ammodernare l'Italia: “un braccio che cerca un capo” gli scrisse. Aveva 24 anni.  Direttore ad Alessandria della Cassa Nazionale delle Assicurazioni sociali (poi Istituto nazionale previdenza sociale) Maiocco assisté sgomento alla guerra civile strisciante: socialisti, popolari, nazionalisti, fascisti e dissidenti. Il Piemonte visse anni drammatici, dall'occupazione delle fabbriche del settembre 1920 al conflitto sanguinoso del 1922-1923, con punte proprio nell'Alessandrino, prima socialista poi fascista, con “bastonature esemplari” dei fascisti dissidenti.
   Quando bussò alla porta del Tempio, Maiocco sapeva di rischiare. Navigò a vista. Colpito da provvedimenti restrittivi (il ritiro del porto d'arma, offensivo per un ufficiale dell'esercito) e già sottoposto a sorveglianza speciale, nel 1936 venne fermato e condannato  a cinque anni di confino di polizia perché socialista, antifascista e massone. Fu tradotto ad Amantea a spese sue. Amnistiato, tornò in servizio, ma degradato. Visse quindi in povertà con la moglie e le due figlie. Però non abdicò mai al giuramento del 1923. Il 7 giugno 1943 il cinquantaquattrenne Maiocco fu eletto Gran Maestro della massoneria italiana unificata, costituita nel marzo precedente. Erano i giorni dei contatti prudenti ma intensi tra il re e i “revenant” dell'antifascismo (Soleri, Ivanoe Bononi, Meuccio Ruini...) e della messa a punto della grande operazione: liquidazione del regime con l'estromissione di Mussolini da capo del governo, azzeramento del Partito, che si rivelò una bolla d'aria, e uscita dalla guerra con la resa senza condizione pretesa dalle Nazioni Unite. Il PNF non aveva mai avuto tanti iscritti come nel 1942-1943. Non ebbe quasi alcun difensore dopo il 25 luglio. Poi ne ebbe parecchi, ma nella versione repubblicana e quando, divisa in due, l'Italia centro-settentrionale fu occupata dai tedeschi. Maiocco rimase fedele alla missione originaria: ora occorreva fare da pilastro portante tra le Istituzioni supreme e gli anglo-americani, garanti delle libertà rinascenti. Nel “Diario di un anno” Ivanoe Bonomi sotto la data del 24 luglio 1943 scrisse: “Oggi alle 17 viene da me un noto antifascista, il piemontese dottor Maiocco, che è in molta intimità con il quadrumviro De Vecchi”. Come scrive Antonino Zarcone nella sua biografia (*), Maiocco fu “il messaggero del colpo di Stato”: una triangolazione tra componenti del Gran Consiglio (monarchici), antifascisti contrari ad avventure rivoluzionarie e alti gradi delle Forze Armate, il tutto al riparo della Corona, unica interlocutrice dei vincitori.
   Come Ettore Busan, Giovanni Nalbone e altri personaggi poco noti e tuttavia fondamentali, Maiocco svolse un ruolo tanto occulto quanto efficace. Promotore della Massoneria Italiana Unificata (fusione tra Grande Oriente e Gran Loggia in nome della Fratellanza) venne scelto quale referente privilegiato della Massoneria degli Stati Uniti d'America: coerente e credibile. La sua Obbedienza fu e per molti anni rimase la sola italiana riconosciuta da John H. Cowles, Sovrano del potentissimo Rito scozzese antico e accettato di Washington (Giurisdizione Madre del mondo), quando presidente degli USA era il massone Harry Truman.
Mentre in Italia al governo erano partiti fondamentalisti (comunisti, socialisti e democristiani, ossessionati dall'odio contro la massoneria, bollata come “partito della borghesia” e della depravazione “occidentale”: erano gli anni della “Madonna Pellegrina” e di culti ancestrali spacciati per devozione cristiana), Maiocco fu il perno per ammodernare l'Italia, come Dunstano Cancellieri e altri a lungo dimenticati. Alcuni furono il punto di congiunzione di fili ad alta tensione: Giuseppe Cambareri, per esempio, con un piede in Italia e uno in Brasile, referente occulto di Pietro Badoglio, poi a contatto con Lopez Rega. La sua eredità venne raccolta da Licio Gelli, tra Brasile, Uruguay, Argentina, passando anche dal Cile, s'intende.
   Anche grazie a quei fili la Chiesa visse e vive. Nel luglio 1974 il prefetto della Congregazione della dottrina della fede, Ferenc Seper, concluse che i cattolici possono benissimo sedere in logge che non cospirano contro la Chiesa. Chissà se nel corso del Giubileo, quasi mezzo secolo dopo quella eminente pronuncia, papa Francesco dirà una parola chiara sulla compatibilità tra pratica dei sacramenti e logge massoniche o al popolino si lascerà ancora credere che i grembiulini massonici nascondono chissà quali enormità? Tra l'ondeggiare di rami di palme e di olivi, v'è motivo di sperare che la festa del perdono sia anzitutto esame di coscienza delle antiche condanne, pronunciate senza prove, per calcolo, per partito preso. O per gli oscuri “motivi a noi noti”, citati da Clemente XII nella Costituzione apostolica del 1738, prima condanna dei massoni e preludio all'Editto del cardinale Ecole Firrao, che a carico dei “fratelli” comminò la pena di morte, la confisca dei beni e la demolizione delle case nelle quali si radunassero. Novant'anni dopo il forzato autoscioglimento della massoneria, è un tema sul quale riflettere, anche alla luce della vita esemplare di Domenico Maiocco, grande invalido di guerra, pluridecorato, sodale di Placido Martini (uno dei tredici massoni fucilati alle Fosse Ardeatine), morto a Roma il 17 maggio 1969 .
Aldo A. Mola
(*) Domenico Maiocco: lo sconosciuto messaggero del colpo di Stato (pref. di Luigi Pruneti, ed. Annales, cooperativaannalles@gmail.com). Il volume è pubblicato con il concorso della Fondazione Cassa  di Risparmio di Saluzzo, del Centro Giolitti e dell'Associazione di studi sul Saluzzese, in omaggio ai rapporti tra Maiocco e Marcello Soleri, documentati con carte inedite.
DATA: 21.03.2015

LUTTO: LA SCOMPARSA DELLA SIGNORA CECILIA ROMANO

Abbiamo appreso con dolore che la Sig. Cecilia, madre del Prof. Tommaso Romano, punto di riferimento per la cultura monarchicha di Palermo, ci ha lasciati lo scorso 19 marzo.
I funerali si sono svolti venerdì 20 marzo, nella chiesa di S. Pietro e Paolo a Palermo.
Il Presidente Alessandro Sacchi ha fatto giungere all'amico Prof. Tommaso Romano, anche a nome dell'Associazione, le sue più sentite condoglianze..
L'U.M.I. partecipa al cordoglio e si stringe attorno alla famiglia Romano in questo delicato momento di dolore.

DATA: 21.03.2015

IL RE UMBERTO II: 32 ANNI DI ESILIO OLTRE LA MORTE

Il Principe Umberto n divisa di Primo Esploratore d'Italia mentre al Vittoriano nel 1916 decora della Medaglia al Valor Civile della Fondazione Carnegie il Gagliardetto della Sezione Corpo Nazionale Guide ed Esplorator d'Italia di Verona
Il 18 marzo 1983 moriva in esilio il quarto Re d'Italia, Umberto II. A distanza di 32 anni le sue spoglie ancora riposano in terra straniera. Oltre che a Lui anche a Vittorio Emanuele III, alla Regina Elena e alla Regina Maria José è negato di riposare nella terra sulla quale hanno regnato, mentre tutti gli altri paesi dove non vi è più una Monarchia (anche quelli ex comunisti) hanno fatto rientrare le salme dei propri Sovrani con tutti gli onori. Vergogne italiane.
    Quest'anno non vogliamo ricordare Umberto II con un'immagine dell'esilio ma con questo raro scatto che raffigura il Principe Umberto in divisa di Primo Esploratore d'Italia mentre al Vittoriano nel 1916 decora della Medaglia al Valor Civile della Fondazione Carnegie il Gagliardetto della Sezione Corpo Nazionale Guide ed Esplorator d'Italia di Verona (archivio Maurizio Lodi).
    Il Re è morto, Viva il Re!
Unione Monarchica Italiana          
    Roma, 18 marzo 2015



A UMBERTO II

UMBERTO II

Fratello, nutrito da questa terra,
Sorella, difesa da questo lido,
Padre, non cercare solo la guerra,
Madre, ridona amor al nostro nido.

Ricordate, da qui siamo venuti,
non scordate che qui dobbiam tornare
per donar i nostri attimi vissuti
e partir verso la meta finale!

Chi siamo noi per negar tale riposo
A colui che, per amor dei suoi figli,
sacrificò sé con fio sì gravoso?

Partì per l’eterno pellegrinaggio
tre veglie dinnanzi alla primavera,
ma sempre sarà il mio Re di Maggio!

Matthias Buccianti                           

DATA: 18.03.2015
 

17 MARZO: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE U.M.I. ALESSANDRO SACCHI

Alessandro Sacchi




Il  17 marzo 1861, gli italiani ebbero, con la proclamazione del Regno unitario, gli stessi diritti e gli stessi doveri, da Aosta a Santa Maria di Leuca.
Popoli che avevano visto tirannidi e prigionie, conobbero le libertà costituzionali garantite, libere Istituzioni e libere elezioni parlamentari.
Nell'anniversario l'Unione Monarchica Italiana ricorda che il 17 marzo si celebra la proclamazione di un Regno e la nascita dell'Italia moderna.

Avv. Alessandro Sacchi
Presidente Nazionale Unione Monarchica Italiana

Roma, 17 marzo 2015

DATA: 16.03.2015

17 MARZO 1861 E IL NEGAZIONISMO REPUBBLICANO

Il 17 marzo 1861 venne pubblicata nella Gazzetta Ufficiale la legge approvata il 14 marzo dello stesso anno che recitava: “Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia”. In questa data, dunque, veniva proclamato il Regno d’Italia. Un fatto storico incontrovertibile. Ma così, a quanto pare, leggi alla mano, non è. Con la legge del 23 novembre 2012 n. 222 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 18 dicembre 2012 ed entrata in vigore il 2 gennaio 2013, al terzo comma si dice infatti, che la repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell’anno 1861, dell’Unità d’Italia, ”quale giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”. Il 17 marzo del 1861 quindi, secondo la repubblica italiana, è la festa dell’Unità d’Italia, e non della proclamazione del Regno d’Italia, come la storia asserisce (festa tra l’altro declassata, in quanto, sempre secondo la stessa legge, lo Stato non dovrà spendere nemmeno un euro per manifestazioni e iniziative). Trattasi di negazionismo storico o solo della volontà di non pronunciare la parola Regno? L’Unità d’Italia infatti, (quella degli attuali confini per intenderci), fu realizzata da Vittorio Emanuele III solo nel 1918, con la vittoria della prima guerra mondiale. Festeggiare l’Unità d’Italia il 17 marzo, oltre a negare che in quella data nacque il Regno d’Italia, significa anche non aver capito il valore del 4 novembre, data commemorativa ed effettiva dell’Unità d’Italia. La stessa legge del 23 novembre 2012 oltre a riconoscere, erroneamente o volutamente, nella data del 17 marzo l’Unità d’Italia, si impone di festeggiare anche la Costituzione repubblicana, che nel 1861 non esisteva. Davvero un capolavoro! Che sia un tentativo da parte del legislatore di appropriarsi di una ricorrenza che non gli appartiene? Ma se si voleva festeggiare l’Unità d’Italia come si evince dalla legge in questione, storicamente, non era più azzeccata la data del 4 novembre? E nel caso, perché non renderla a tutti gli effetti la festa di tutti gli italiani, dandogli il rango che merita, superiore anche al 2 giugno, che invece rappresenta una data divisiva?
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.  
DATA: 16.03.2015

CELEBRAZIONE DEL 17 MARZO


Nacque in terre dolci, su amate colline di un Regno antico incominciò a sventolare;
sacri colori di speranza gloriosa portò in seno dal primo suo momento.
Vessillo limpido e puro al centro s’era messo: di Savoia il simbolo, d’Italia l’amore.
Gravido di sangue, ma di vittorie alte, progredì fino all’Urbe e al Tirreno, dove è Partenope
la bella, che al suo grido la mano hai teso.
Pace e concordia nell’Italia novella, al vero di non facile governo, hai sempre recato lo
sguardo materno e dolce e noi, verso te, simbolo del nostro Sovrano, ponendo l’orecchio
ascoltavamo il tuo canto che anelar voleva a far d’Italia la congiunzione eterna.
E venne il dì, venne il momento in cui, amato esempio dei popoli latini, verso l’alpe scura e
il fiume viola t’avviasti per compiere l’opera che consacrò l’Italia al suo destino di Nazione:
del parlar slavo ed allemano diventasti figlia e quel vessillo di Sabaudo genio riconquistò,
per la nostra patria, il suolo che al dolce parlar angelico poneva i lamenti.
Ore buie, tempeste nere s’abbatterono su di te, al suono di giovani canzoni e di militari
parapigli issata eri e la Marcia dei Sovrani, che tu rappresenti, ultima luce ti teneva in vita;
in quel periodo fosco che, nella notte di una guerra ingiusta, gettò il tuo spirito nel sangue ribelle.
Arrivò l’alba, il tormento della notte scura era finito; il vigore dei tuoi figli ti fè rialzare, gioire
e sperare: di Savoia il vessillo splendeva, nella calda primavera di un anno infausto.
Amare parole, strani incontri ti fecero precipitare e vile gente dimentica e pazza, volle
strapparti dal seno lo scudo sacro che ti accompagnò da sempre.
Umiliata, scarnificata e rozza, la tua sembiante accompagna un paese schiavo, servo e
vile che disprezza ogni cenno di novità e alternative; specchio è il suo decoro, ogni angolo
d’Italia è macchiato di stracci al vento, strani esempi di pazzie scellerate.
 
Tu, Bandiera tricolore Regia figlia adorabile del Nostro alto Sovrano, seppur (quasi)
nascosta ai più, sventoli ancora, in alto, nel cielo lucido del giorno compiuto! E nel cuore di
ogni Vero Italiano, aleggi come lo spirito della gloria e della Vittoria, segno tangibile del
nuovo e dell’alternativa che da sempre, sventolando altera e fiera, vuoi.
Con ampie e gaudiose lodi, osannar dobbiamo la Bandiera Regia che nel giorno odierno,
gloriosa, aulica e perenne scrive con dorate parole sul marmo bianco e lucido:

Viva l’Italia, viva il Re, viva la Patria.

Colgo l’occasione per augurarvi buon 154° Anniversario dalla Nascita del Regno d’Italia.

 Stefano M. Terenghi - UMI Lecco
DATA: 16.03.2015

PER ESPORRE... I PANNI DELLA VERA STORIA D'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/03/2015
              
           L'Esposizione Universale in programma a Milano dal 1° maggio 2015 è anche (o potrebbe essere) l'occasione per ricordare agli italiani la loro vera storia, assai diversa da quella, spesso approssimativa e caricaturale, narrata sommariamente da applauditi scrittori stranieri. L'evento ormai imminente ha due importanti precedenti, sui quali merita tornare brevemente: le Esposizioni del 1911 (Roma e Torino), allestite nel cinquantenario del regno d'Italia, e quella programmata a Roma per il 1942, ventennale dell'avvento del governo Mussolini. Come balza evidente, le due massime Esposizioni italiane furono davvero disuguali. La prima volle mostrare il cammino percorso dal Paese in mezzo secolo di unità politica. Ideatori e organizzatori sapevano di non poter gareggiare con le Esposizioni universali realizzate in altri Paesi: a Londra, ripetutamente, e a Parigi nel 1900, quando la Ville Lumière ospitò centinaia di convegni, come quello sulla logica matematica che segnò l'incontro tra Giuseppe Peano e Bertrand Russell. Tuttavia il progresso dell'Italia venne opportunamente inquadrato in quello dei Paesi più avanzati e nel confronto con le civiltà extraeuropee. Del resto l'Italia vantava due primati che la rendevano particolarmente sensibile e culturalmente attrezzata per misurarsi con gli altri “mondi”: l'universalità della Chiesa cattolica e quella dei suoi scienziati, organizzati in Accademie dalla vita plurisecolare e di prestigio indiscusso, a cominciare dai Lincei.
   L'Esposizione del 1911 (a Roma ma anche a Torino per non far torto all'antica capitale) coincise con la dichiarazione di guerra all'impero turco-ottomano. A metà settembre il re, Vittorio Emanuele III (*), e il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, anche su pressante consiglio del ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, decisero in pochi giorni di usare le armi e proclamare la sovranità dell'Italia sulla “quarta sponda”, prima che vi arrivassero i francesi o chissà chi altri: necessità, fatalità, come spiegò lo stesso Giolitti il 7 ottobre al Teatro Regio di Torino, ove avrebbe dovuto rendere omaggio all'Esposizione, ma virò il discorso sul conflitto in corso e sulle sue ragioni storiche. Quella guerra dette la più alta prova di indipendenza dell'Italia dalla sua nascita a oggi. Finì bene (inclusa l'occupazione/liberazione di Rodi e del Dodecanneso) perché il governo, trovata l'intesa con i Senussi, in un anno ottenne la resa della Sublime Porta. Quattro anni dopo, in coincidenza con l'inaugurazione del Canale di Panama, a San Francisco venne celebrata una fastosa Esposizione Universale. Partecipe in tono minore, l'Italia venne rappresentata dall'ex sindaco di Roma, Ernesto Nathan.
  Finì malissimo, invece, la seconda grande Esposizione del Novecento. Dopo la Mostra del Decennale del fascismo (1932), tuttora interessante (come ricordato dalle grandi rassegne sull'Italia culturale ed economica tra le due guerre, organizzate a Milano e a Roma negli Anni Ottanta), l'appuntamento venne fissato per il Ventennale: il suo acrostico, EUR, cioè Esposizione Universale di Roma, suonava bene perché strizzava l'occhio all'Europa: la giovenca rapita e posseduta da Giove (non è il massimo, come “mito fondante”, ma calza bene con certe Istituzioni comunitarie odierne, di mercanti e mezzani). Con profonda delusione dei suoi promotori, nel 1942, Roma e tutto il Vecchio Continente avevano altre urgenze: da tre anni vi divampava la guerra, mondiale dal dicembre 1941, e l'Italia, completamente perduta l'Africa Orientale, passava dall'una all'altra sconfitta, con troppe armate all'estero (dal fronte russo all'Africa settentrionale) e sfiducia crescente all'interno.
   Quella è comunque storia remota. Motivo in più per interrogarsi sul legame profondo tra l'Italia attuale e la sua irripetibile epoca di fondazione: dall'Unità nazionale alla vigilia della Grande Guerra. Oggi vengono presentate come novità assoluta e cifra di modernità lungimirante la tutela dell'“ambiente”, l'attenzione per la qualità e quantità degli alimenti, la preoccupazione per la salute... Va ricordato, tuttavia, che tali odierni obiettivi non sono affatto nuovi. Lasciando da parte la legislazione dell'Antica Roma, fondata sulla sacralità della natura (boschi, fonti, fiumi, spiagge...), la Terza Italia dette il meglio di sé proprio nella strenua valorizzazione delle risorse della “Gran Madre di cavalli e di biade”, per dirla con Virgilio. Rimboschimento e tutela delle acque furono assi portanti dei governi, sorretti da scienziati, giuristi, capitani d'impresa e dai tanti che, all'epoca, quando venivano eletti deputati ed erano richiesti di indicare la loro professione, non esitarono a dichiararsi “ agricoltori”. Lo fecero due personalità molto diverse ma al tempo stesso molto simili: Giuseppe Garibaldi (marinaio, invero, prima di dedicarsi a Caprera) e il principe Leopoldo Torlonia. A differenza di quanto affermato da Giuseppe De Rita (“La politica è inerme senza burocrazia”, Corriere della Sera, 10 marzo 2015, p. 28) Giolitti (come già Depretis e Crispi) si valse non solo di prefetti ma di una dirigenza diffusa: migliaia di “impiegati” orgogliosi di servire lo Stato e le amministrazioni locali per stipendi modesti, compensati dal prestigio del rango di “pubblico ufficiale” (valeva anche per insegnanti e docenti). La legge sulle precedenze tra le varie cariche e dignità a Corte e nelle pubbliche funzioni inglobava in una stessa categoria, la VIII^, gli ispettori del Genio civile, i presidenti dei tribunali civili e penali, i commendatori degli Ordini Cavallereschi, gli Accademici e i sindaci di capoluoghi superiori ai 60.000 abitanti. I professori di liceo e degli istituti tecnici erano compresi nella stessa categoria (la XII^) dei giudici, dei sostituti procuratori, dei capitani e luogotenenti di vascello... Tutti insieme costruivano la Nuova Italia.
   Quanto all'attenzione dei “politici” per l'alimentazione (tutt'uno con l'educazione) degli italiani, quel passato non sfigura certo nel confronto con il presente. Nelle Memorie della mia vita (1922) Giovanni Giolitti ricorda ripetutamente l'impegno dei governi da lui presieduti per migliorare in Italia la “pianta uomo”, come a suo tempo aveva auspicato Vittorio Alfieri. Altrettanto emerge dai suoi discorsi elettorali, dalle relazioni illustrative dei disegni di legge e dal Carteggio (pubblicato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Saluzzo, cura di Aldo G. Ricci, 2009-2010, oltre 2000 pagine).
  La dirigenza del suo tempo si formò negli anni della “Inchiesta Jacini sulle classi agrarie” (1878-1884), nel cui ambito fu pubblicata l'indagine sulle condizioni dei “contadini” nel Piemonte: realtà che deputati quali Michele Coppino, Giolitti, Teobaldo Calissano e tanti altri conoscevano bene, sia perché ne provenivano e vi vivevano parte dell'anno, sia perché furono sindaci o membri dei consigli provinciali, veri e propri laboratori politico-amministrativi, oggi scioccamente depauperati di rappresentatività (Giolitti fu consigliere provinciale dal 1885 al 1925: quarant'anni spesi bene). L'Inchiesta mise su carta quanto era ben noto: situazione igienico-sanitaria di profonda arretratezza, pessima alimentazione, orari di lavoro massacranti (sino a 18-20 ore al giorno nelle stagioni “di punta”), diffuso alcoolismo (specie nelle valli), contro il quale Giolitti invocò ripetutamente misure preventive e correttive. Nel suo primo intervento alla Camera (1884) egli chiese con forza la diminuzione della tassa sul sale per favorirne il consumo, essenziale per migliorare le condizioni di salute delle popolazioni subalpine, affette da cretinismo endemico. Al tempo stesso osteggiò l'apertura di strade per collegare terre che a memoria d'uomo non avevano comunicato e non ne sentivano il bisogno. Da Ministro del Tesoro e delle Finanze nel governo Crispi (1889-1890) dedicò speciale attenzione alla promozione dell'educazione fisica (in linea con la politica dei ministri dell'Istruzione Michele Coppino e Francesco De Sanctis, letterati e scrittori, di Guido Baccelli, illustre clinico, e degli igienisti, come Luigi Pagliani, nativo di Genola, nel Cuneese, al quale si deve la prima legge sanitaria del Regno d'Italia, e Angelo Mosso, fisiologo di fama.
   Da presidente del Consiglio, valendosi di ministri di alta preparazione tecnica e di assoluta dedizione civile (Pietro Lacava, Luigi Rava, Francesco Cocco-Ortu, Francesco Saverio Nitti), Giolitti dedicò speciali cure agli indigenti e agli inabili al lavoro, ai malati e ricoverati, agli alluvionati; egli puntò altresì sul miglioramento della rete di strade e ponti nazionali per agevolare il trasporto delle merci e specialmente delle derrate alimentari, mentre il Paese subiva i contraccolpi della guerra doganale con la Francia, a detrimento dell'esportazione di bestiame, vino, ortaglie.
  Tornato al governo col presidente Giuseppe Zanardelli (1901-1903) e poi da primo ministro  (1903-1905; 1906-1909; 1911-1914) Giolitti impostò un vasto piano normativo a sostegno dei principali ospedali del Paese (Santo Spirito in Sassia e Ospedali Riuniti di Roma, Umberto I di Napoli, Mauriziano di Torino, Ospedali siciliani, etc), alla bonifica dei terreni incolti e malsani, alla fabbricazione e vendita di vaccini, sieri, virus, tossine e prodotti affini; nonché a culture specializzate (risicoltura, cerealicoltura, produzione viti-vinicola, etc.). Speciale impegno i governi giolittiani posero a favore dell'infanzia abbandonata, sino all'abolizione della “ruota” e alla “ricerca della paternità” dei bambini abbandonati (1908).
  Effetti poderosi ebbero le leggi speciali per la Sicilia, la Sardegna, le Calabrie, per  l'Acquedotto Pugliese e molte altre norme che incrementarono la produzione agro-alimentare. Altrettanto significativo il risanamento di Napoli, dopo la celebre “Inchiesta Sagredo” (1908), il riordino delle Farmacie e degli Ordini sanitari, che richiesero anni di elaborazione normativa e di impegno parlamentare. Negli anni 1906-1909 e 1911-1913 il governo assunse importanti misure per dotare di acqua potabile i Comuni che ancora ne erano privi (in molte frazioni rurali l'acqua “potabile” era attinta da pozzi profondi pochi metri e spesso inquinati da liquami e deiezioni) e per potenziare la costruzione di ospedali comunali e  consorziali.
   Nel 1908, tre anni dopo le Esposizione agrarie riunite, allestita [singolare o plurale?] a Cuneo nel 1905, e tre anni prima delle feste cinquantenarie del Regno, il re e il presidente del Consiglio vararono l'Istituto Internazionale di Agricoltura, vero fiore all'occhiello della Nuova Italia, remota premessa della FAO, che non per caso ha sede a Roma. Alle spalle vi erano decenni di studi, avviati sin dai tempi dei Congressi degli Scienziati Italiani (che a loro volta affondavano radici nei Georgofili e in analoghi sodalizi scientifici ed economici) e nei “poderi modello” di Carlo Alberto di Savoia, in gara con quelli di altri sovrani coevi, da Ferdinando II di Borbone al Granduca di Toscana, Leopoldo II d'Asburgo.
   Negli stessi anni venne combattuta la fase apicale della battaglia contro la malaria (che colpiva indiscriminatamente tutte le classi sociali), le malattie da malnutrizione (la pellagra), e la tubercolosi, che affliggeva anche le popolazioni costiere. Le statistiche offrono un quadro desolante delle condizioni di vita degli abitanti di tanta parte dell'antico Lombardo-Veneto e del delta del Po. Gianpaolo Romanato ha riproposto con l'efficace titolo L'Italia della vergogna alcune cronache di Adolfo Rossi (1857-1921) sulle condizioni di partenza dei migranti italiani e dell'inferno vissuto nelle terre di approdo: Brasile, Stati Uniti, Sud Africa(ed. Longo).
   Punto di arrivo della Nuova Italia fu la legge “sulla cittadinanza” (1912) che preluse idealmente a quella sull'“obbligo dell'istruzione”, impostata nel 1920-1921 da Giolitti con Benedetto Croce ministro della Pubblica istruzione: istruzione obbligatoria intesa non solo come istruzione obbligatoria ma anche come educazione nazionale, progresso e dignità civile.
   All'inaugurazione dell'Ospedale per l'Infanzia, intitolato in Cuneo alla Regina Elena, nel 1914 Giolitti disse lapidariamente che due generazioni di cittadini ben alimentati e bene educati avrebbero portato l'Italia alla pari con i paesi che da più secoli si erano incamminati sulla via del progresso, grazie all'unità politica raggiunta quando gli italiani ancora erano “volgo disperso che nome non ha”.
   Per la riorganizzazione civile all'indomani della catastrofe finanziaria e sanitaria causata dall'intervento nella Grande Guerra Giolitti dedicò l'opera del suo quinto Governo (1920-1921), anche con disegni di legge sulla trasformazione del latifondo e la colonizzazione interna: premessa delle grandiose bonifiche realizzate dal governo Mussolini nei decenni successivi. Identico impegno pose nella lotta contro la svalutazione del potere d'acquisto della moneta, che si ripercuoteva sul tenore di vita. Risale a quel suo governo l'istituzione del Consiglio Nazionale del Lavoro, la cui validità, confermata nei decenni seguenti, venne ribadita nella Costituzione della Repubblica, ma adesso viene cancellata. C'è chi sostituisce il CNEL? Un bel saggio, ancora inedito, di Luigi Rizzo, condotto su documenti inediti, spiega che cosa fu davvero la politica sociale dei governi Giolitti.
   Il cauto entusiasmo che circonda l'imminente Expo riflette le indecisioni di una linea di governo che sempre più si sfarina, passando dal decisionismo degli annunci alle lentezze della routine. E' il caso, clamoroso, della “Buona Scuola”, annunciata con trionfalismo e ora incanalata nei binari della prassi antica, con tanto di invenzione di due nuove figure di docenti, il “mentor” e lo “staff”, ulteriore pacchiano cedimento alla servile anglicizzazione del Paese. Non ce lo chiede nessuna Europa. E' solo la prova della pochezza italica trionfante.
 Aldo A. Mola
 (*) Se ne veda la nuova importante biografia di Frédéric Le Moal, Victor Emmanuel III. Un roi face à Mussolini, Parigi, ed. Perrin (titolo riduttivo, invero, perché l'opera, sulla quale torneremo, abbraccia l'intera vita del sovrano e la sua epoca).
DATA: 15.03.2015

CORRIERE DELLA SERA: INTERVISTA A S.A.R. IL PRINCIPE AIMONE DI SAVOIA

Articolo pubblicato su "Il Corriere della Sera" del 6 marzo 2015, pagina 8 "In primo piano"

CORRIERE DELLA SERA: INTERVISTA A S.A.R. IL PRINCIPE AIMONE DI SAVOIAAimone di Savoia il veterano della «comunità»: segnale positivo
MOSCA È stato uno dei cinque imprenditori e manager che hanno preso la parola durante l'incontro che Matteo Renzi ha avuto con i rappresentanti delle imprese italiane in Russia. Aimone di Savoia Aosta, 47 anni, è un veterano della comunità italiana in Russia. Figlio di Amedeo d'Aosta, Aimone (ha ripreso il nome dell'avo che fu conte d'Aosta e Signore della Savoia all'inizio del Trecento) è il capo della Pirelli Russia, società che ha nel paese due stabilimenti produttivi a Kirov e Voronezh, con un totale di tremila dipendenti.
Savoia-Aosta giudica con favore la visita di Renzi nella capitale russa: «E' un segnale molto positivo», dice. E potrebbe significare molto per le imprese italiane che faticano a far andare avanti gli investimenti avviati in questi anni. «Noi ce la caviamo grazie all'export: abbiamo iniziato a inviare in Europa gli pneumatici costruiti in Russia», spiega il Ceo della Pirelli Russia. L'investimento e le due fabbriche erano state pensate quasi unicamente per il mercato russo, in forte espansione: «II progetto originario è nato in buona parte sulla produzione di gomme invernali e chiodate, proprio per le particolari condizioni delle strade russe», dice Savoia-Aosta. Ma le sanzioni, la crisi del rublo e il crollo della domanda interna hanno spinto Pirelli Russia a cambiare strategia, almeno temporaneamente. Grazie anche al rublo, il costo del lavoro è basso, praticamente come in Cina. «Così le gomme realizzate con materie prime acquistate direttamente in loco ora prendono in parte la via dell'Unione Europea».

DATA: 12.03.2015

GIOVINEZZA: IERI E OGGI TRA RETORICA E REALTA'

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/03/2015
              
        Lupercalia. Capri, lupi e altro. Sul Palatino a Roma. A Primavera la vita rifiorisce, sacra a Juventas, dea della giovinezza, alla giovinezza stessa, juventus. Nessuno l'ha cantata meglio di Lorenzo de' Medici, il Magnifico (1449-1492), nel Trionfo di Bacco e di Arianna: “Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia!/ chi vuol esser lieto, sia:/di doman non v'è certezza/.../ Ciascun apra ben gli orecchi:/ di doman nessun si paschi: /oggi siam giovani e vecchi/ lieti ognun, femmine e maschi;/ ogni tristo pensier caschi;/facciam festa tuttavia./ Chi vuol esser lieto, sia/ del doman non v'è certezza...”
Da quando inizia e quando termina la Giovinezza? Non ne esiste una concezione identica sempre. Varia da civiltà a civiltà, dall'uno all'altro Paese, secondo i tempi. Oggi se ne ha una percezione confusa, perché i “media” hanno appiattito e sempre più sconvolgeranno la visione della crescita fisiologica con l'imposizione ossessionante del corpo umano in ogni sua fase e in ogni suo aspetto. In un paio di minuti di pubblicità allo spettatore disorientato, dall'infante al vecchio cadente, vengono proposti i pannolini per il pupetto, gli assorbenti (non solo femminili) per tutte le età, gli adesivi per dentiere di (si suppone) anziani e altri rimedi per morituri, indotti ad atteggiarsi a giovani aitanti.
Poiché le nostre sono radici greco-latine, malgrado l'oblio dei Trattati dell'Unione Europea, giova ricordare che gli Antichi Romani avevano concetti e vocaboli opportuni per scandire ogni fase della vita: lasciata alle spalle l'infanzia e superata l'adolescenza il puer e la puella mettevano alla prova la pubertà (evidenziata dalla natura) con riti solenni e un poco selvaggi (i lupercalia, appunto) e a 20 anni divenivano giovani. Lo rimanevano sino al 40° anno. In quel ventennio gli juvenes prestavano servizio militare. Erano viri (adulti), cittadini di pieno diritto. Da puellae a 20 anni le femmine divenivano mulieres (mogli, madri e un giorno matrone).
A 40 anni il giovane diveniva senex, cioè anziano. Poteva sedere in Senato (che non sta per senile, cioè “vecchio”, meno ancora “bacucco”, aggettivo nato per deformazione di abacuch ebreo e sinonimo di decrepito). Del resto tra i 40 e i 60 anni i seniores erano ancora “riservisti” nell'esercito e, alla bisogna, prendevano le armi in difesa della res publica perché “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, come recita l'articolo 52 della Costituzione, applicata solo quando fa comodo.
I latini da juvenes derivarono juvenculus, che significa giovincello ed anche torello, il maschio nella pienezza dell'energia riproduttiva; e per juvenca intesero la giovenca, la giovane che sta al torello come la ragazza in fiore, l'irripetibile flos iuventutis. Col favore propiziatorio dei lupercalia, la mulier sarebbe divenuta mater familias, perno della continuità per germe o per adozione.
I  romani antichi avevano una visione limpida e rasserenante della vita. “Giovane” ha la stessa radice di “giovare”: aiutare. Nei confronti del giovanilismo, però, i Patres avevano molta comprensione. Atteggiamento giovanile sta per immaturo, spensierato, eccessivo,  non sempre meditato. Nell'uso corrente “errore di gioventù” allude a una “felix culpa” rimediata alla meno peggio.
Giovanilismo, spensieratezza, audacia. Ma chi aiuta gli Audaci? La Juventas, dea della Giovinezza, spesso è giovanilmente distratta. Secondo i classici interviene allora la Fortuna, che però assegna o concede i suoi favori a occhi bendati. Garanzia zero. O la va o la spacca. Giovanilismo, appunto. Che va bene quando si rischia in proprio: il balzo attraverso il cerchio di fuoco, il cammino sui carboni ardenti, il salto nel buio, il tuffo dallo scoglio senza vedere il fondale e altre follie; ma a patto di non compromettere vite e beni altrui.
Un pensiero oggi dilagante insinua che le grandi scosse telluriche nel corso della storia furono impresse dai giovani. E' quanto venne e viene detto anche da un presidente del Consiglio ormai quarantenne e quindi senex, ma circondato da collaboratori e da ministre che s'atteggiano a elfi e a puellae più che a juvenes. All'opposto, le civiltà classiche imponevano la gravitas: comportamenti e atteggiamenti da adulti, da chi reggeva i pesi (munera) delle cariche pubbliche. I Faraoni adolescenti per apparire degni del trono aggiungevano sul volto i segni della conseguita maturità. La barba accomunò tutte le civiltà classiche: dagli Assiri-Babilonesi agli Ittiti, ai Persiani, ai Greci, ai Cartaginesi. I Romani non ebbero altrettanta una chiarezza di rasoio. L'“onor del mento” cominciò ad avere successo con Nerone, Lucio Anneo Seneca (il filosofo che dal suo discepolo, Nerone appunto, fu costretto a uccidersi), Marco Aurelio (imperatore e filosofo) e via continuando sino a Giuliano l'Apostata.
Tra decadenza, età di mezzo e rinascita la storia venne fatta da barbe nere, barbe grigie, barbe bianche. La barba dilagò anche negli Ordini monastico-cavallereschi che (per motivi pratici e igienici) prescrivevano di radere il cranio. Se mettiamo a fuoco la storia d'Italia vediamo che giovani e anziani si rasarono sino al Cinquecento. Carlo V d'Asburgo, sovrano del Sacro Romano Impero, al potere da giovanissimo, prese invece a modello Marco Aurelio: come lo dipinse Tiziano Vecellio nel celeberrimo ritratto a cavallo alla battaglia di Muhlberg. Da quel momento papi e re (in primis l'agliofago Enrico IV di Francia), granduchi, principi e via discendendo, si ornarono di barbe, fedine, baffi: tutto un fiorire di peli che fece il tormento dei pittori e l'estasi degli ammiratori. Sempre un po' esagerato, Ivan IV il Terribile, zar a tre anni, effettivamente sul trono a diciassette, impose invece ai boiardi di Russia sia di radersi il volto sia di tagliarsi le maniche all'orientale. I dissenzienti vennero eliminati. Parecchi furono bolliti vivi, talvolta più d'uno nello stesso pentolone: un supplizio che dura più a lungo del rogo, in uso nell'Occidente per eretici, streghe, sodomiti e altre colpevoli di “peccati” all'epoca considerati sacrileghi.
I giovani dettero alcuni scossoni alla storia europea e italiana negli ultimi tre secoli. Dopo la straordinaria stagione degli illuministi, fucina indimenticabile del pensiero liberale - come ricorda l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici che ha sede nel Palazzo dal quale Gennaro Serra di Cassano uscì appena ventenne per essere decollato in Piazza Martiri -, l'età franco-napoleonica (1796-1815) alzò il coperchio del conservatorismo più ottuso e consentì anche a molti aristocratici e, ben s'intende, alla miriade di borghesi, di edificare un Nuovo Mondo, mentre al di là dell'Atlantico conservatori come George Washington sconfiggevano gli inglesi e creavano gli Stati Uniti d'America. Napoleone I, imperatore a trentacinque anni e re d'Italia a trentasei, nel 1805 insediò a Milano come viceré il giovanissimo figlio adottivo Eugenio Beauharnais, circondato però da ministri e consiglieri attempati e saggi.
Dilagarono le sette segrete, popolate di cospiratori che a trent'anni erano già considerati anziani, le associazioni studentesche (celebri quelle germaniche, i cui affiliati erano orgogliosi di ostentare sul volto gli sfregi delle ferite subite nei duelli all'arma bianca), i moti insurrezionali. Carlo Alberto di Savoia concesse al regno di Sardegna la Costituzione di Cadice nel 1821. Aveva appena ventitré anni, ma da un decennio “studiava da re”. Perciò nel 1848 non esitò a promulgare lo Statuto, poi rimasto in vigore sino al 1947. Quando Carlo Alberto nel 1831 salì al trono, il ventiseienne repubblicano Giuseppe Mazzini lo sfidò idealmente a duello: per “fare l'Italia”. Poi fondò la Giovine Italia, basata sull'esclusione degli ultraquarantenni, e la Giovine Europa. Nel 1834 il ventisettenne Giuseppe Garibaldi, fallita sul nascere la cospirazione di Genova, riparò in esilio. Rientrò in Italia nel 1848, quarantunenne. Senex. Quando nel 1860 guidò la spedizione dei Mille, venne ritratto benevolmente come aitante condottiero; in realtà ormai soffriva di artrite, faticava a salire a cavallo e da molti era considerato il Nonno della Rivoluzione. Al suo seguito i ventenni accorsero in massa, come già avevano fatto in difesa della Repubblica romana nella primavera del 1849 (Mameli, Manara, Fabrizi...). Nel 1859 i giovani inneggiavano alla “Bella Gigogin”, una tra le canzoni più scatenanti della storia d'Italia: “A quindici anni facevo l'amore/ a sedici anni ho preso marito/ a diciassette mi sono spartita/ dàghela avanti un passo/ delizia del mio cuor...”.
“Fare gli italiani” – come raccomandò Massimo d'Azeglio – non fu impresa facile e non andò neppure nella direzione giusta, perché mirò a “nazionalizzare” i “popoli d'Italia”, la “itala gente da le molte vite” cantata da Giosue Carducci. Con duemilacinquecento anni di storia alle spalle, gli abitanti del Paese Italia (“Terra dei vitelli”: e le andò bene di non prendere nome di “Ausonia” che sta per “terra dei maiali”) erano euromediterranei dall'epoca dell'Impero romano. Tornarono ad esserlo combattendo per secoli a muso duro l'avanzata degli islamici: dagli Ottone di Sassonia alle Crociate. Lo furono con i Templari, gli Angiò, gli Aragona e ai tempi di Carlo V d'Asburgo e Filippo II di Spagna, quando nel 1557 Emanuele Filiberto di Savoia si rimeritò il Ducato vincendo i francesi a San Quintino e Vespasiano Gonzaga combatteva in Spagna sognando Sabbioneta.
L'Italia dette la suprema prova di indipendenza nel 1911 quando Vittorio Emanuele III (42 anni) e il governo presieduto da Giovanni Giolitti (69 anni) dichiararono guerra all'impero turco-ottomano e proclamarono la sovranità su Tripolitania e Cirenaica. Fu l'ultima dimostrazione di forza della Terza Italia “indipendente sempre, isolata mai”. Poi, dopo l'intervento in due guerre che da europee divennero mondiali (1915-1945), gli italiani rimasero intimiditi. L'Operetta “Addio giovinezza” di Sandro Camasio e Nino Oxilia non fece più sorridere, dopo l'abuso di “Giovinezza, giovinezza/ primavera di bellezza...” da parte del regime. Dall'estero erano arrivati solo guai. L'Europa era piccolina: Francia, Benelux, mezza Germania e un'Italia stremata. Bisognava contentarsi della “politica di casa”: difendersi dalle mire degli Stati confinanti, che la privarono delle colonie e le sforbiciarono territorio nazionale a ovest e soprattutto a est: terre italiane, come Fiume, l'Istria... Del resto, quando il 10 febbraio 1947 firmò controvoglia a Parigi il punitivo trattato di pace, l'Italia dovette ricordare che tra i vincitori vi erano l'Australia, l'India, la Nuova Zelanda, il Sud Africa e le repubbliche socialiste di Ucraina e di Bierolussia...!
La seconda guerra mondiale in Italia ebbe anche la tragica “appendice” della guerra civile. Combattuta tra giovani, essa non si esaurì con il loro sacrificio, spesso strumentale. Durò negli odii prolungati e nel silenzio perché così era stata progettata: per dividere gli italiani più a lungo possibile. Perciò il filosofo Benedetto Croce disse che l'unico dovere dei giovani è di invecchiare: capire il passato e farsi carico della stolidità dei loro predecessori, giovinastri imbaldanziti. Non era un messaggio disperato, ma l'invito a ritrovare la forza degli ideali giovanili, altra cosa dal rimbambimento senile. (*)
Aldo A. Mola
 (*) Di “Voler volare. I giovani alla conquista del futuro” hanno parlato alla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo i saggisti Dario Fertilio, Armando Torno, Angelo Gazzaniga e Gianni Rabbia,nel convegno organizzato dai Comitati per le Libertà, editori, tra altro, di “Fatti più in là. I giovani, i vecchi e la rottamazione” (www.libertates.com).
DATA: 08.03.2015
 
ROMA: PRESENTATO IL DIZIONARIO DEL PENSIERO LIBERALE

ROMA: PRESENTATO IL DIZIONARIO DEL PENSIERO LIBERALE        Martedi 3 marzo 2015, presso la Sala della Regina alla Camera dei Deputati, si è tenuta la presentazione del II volume del “Dizionario del liberalismo italiano”, edito dalla casa editrice Rubbettino.
All’evento era presente una delegazione dell’U.M.I. composta dal Presidente Nazionale, Avv. Alessandro Sacchi, dal Segretario Davide Colombo e dal Presidente del Collegio dei Probiviri, Avv. Edoardo Pezzoni Mauri.
A curare il Dizionario sono stati Giampietro Berti, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Elio d’Auria, Eugenio Di Rienzo, Francesco Forte, Tommaso Edoardo Frosini, fabio Grassi Orsina, Roberto Pertici.
Il Dizionario include 404 personalità di spicco del pensiero liberale italiano. Muove dai precursori del liberalismo (Foscolo, Leopardi), che ne hanno rappresentato l’antefatto romantico, e via via elenca i grandi pensatori, che ebbero anche ruoli politici, e che sono da considerare padri del Risorgimento (Rosmini, Gioberti, Balbo, Mamiani, Farini), i grandi statisti dell’Italia Unita (Cavour, Ricasoli, Rattazzi). Figurano i primi ministri dell’Italia liberale (Depretis, Cairoli, Crispi, Giolitti, Di Rudinì, Saracco, Zanardelli, Luzzatti, Nitti, Orlando, Salandra, Facta), gli statisti più eminenti (Visconti Venosta, di Sangiuliano, Tittoni, Sforza). Sono poi presenti le biografie di militari (La Marmora, Cadorna, Menabrea, Pelloux), grandi musicisti, artisti, economisti che hanno avuto un rapporto col Risorgimento o con l’Italia liberale, mantenendo vivo lo spirito liberale durante il periodo fascista.

La delegazione dell’U.M.I. era presente, invitata dai curatori, avendo il socio Edoardo Pezzoni Mauri contribuito all’opera redigendo la voce “Edgardo Sogno”.
Anche in tale contesto la dirigenza della nostra Associazione ha ricevuto spontanee manifestazioni di stima ed apprezzamento per l’opera che sta svolgendo, raccogliendo inaspettate adesioni alla grandeROMA: PRESENTATO IL DIZIONARIO DEL PENSIERO LIBERALE battaglia liberale che l’U.M.I. sta conducendo per l’abrogazione della norma più illiberale del corpo normativo vigente, l’antidemocratico art. 139 della Costituzione che, in contrasto con l’art. 1 della stessa Carta, sancisce l’eternità della forma repubblicana dello Stato, e ciò prescindendo dalla volontà delle nuove generazioni. Su tale tematica il Presidente Sacchi ha registrato l’adesione di importanti intellettuali e giuristi intervenuti alla presentazione, anche non monarchici o addirittura dichiaratamente repubblicani, che pure hanno ritenuto di aderire alla battaglia per puro spirito di Libertà.
DATA: 05.03.2015
   
LIBERALI? PER LIBERARE IL FIUME CARSICO DELLA STORIA D'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/03/2015
              
        “Ut unum sint”, come recita il motto dei gesuiti?” . E perché mai? I liberali sono... liberali. Ogni liberale si sente ed è cittadino, ma col diritto al proprio  “hortus conclusus”: un giardino pieno di fiori, la casa colma di libri, sovrano nello Stato, mai automa ai suoi “ordini”. Nel 1921 Giovanni Giolitti versò la quota al gruppo liberale-democratico della Camera di cui faceva parte. Sul pezzetto di carta “liberale” era cancellato. Rimase il “democratico”. I liberali non erano più di moda. Quando nel 1924 Marcello Soleri gli mandò il conto della campagna elettorale, Giolitti, cinque volte presidente del Consiglio, gli rispose che lo trovava eccessivo. Viveva della pensione di dipendente dello Stato. Secondo lui, come scrisse Nino Valeri e ricorda Fabio Grassi Orsini nel succoso profilo che ne ha scritto nel “Dizionario del Liberalismo” (*), l'idea liberale non ha bisogno di partiti, con tessere, distintivi, vessilli, parate, comizi, sedi, scrivanie e magari persino fasulli codici etici. La Libertà per Giolitti e la classe politica del suo tempo erano la Monarchia rappresentativa, le Camere, il governo, la macchina dei poteri pubblici, dalla Capitale al più remoto comunello. Parafrasando gli Antichi Romani, “Ubi italianus, ibi Status”. La libertà, dunque; e dunque il liberalismo era tutt'uno con l'unico Stato esistente, che era anche l'unico possibile: il regno d'Italia.
  Nel 1924 il regime era alle porte. Della sua pesante realtà oggi non si ha più percezione, perché la  massificazione ha ispessito la pelle e i pori si sono chiusi all'ossigeno della libertà: “Intender non la può chi non la prova”. Ma subito dopo il crollo del fascismo, nel 1943-1945, anche Benedetto Croce (“un filosofo di buon senso” secondo Giolitti che lo volle ministro della Pubblica istruzione nel 1920-1921) pensava che ingabbiare i “liberali” in un partito non avrebbe giovato né ai suoi militanti né al liberalismo. Avrebbe immiserito l'Idea nella burocrazia di partito, come fossero comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, tutti gli antichi “settari”, inguaribili nemici della Nuova Italia. 
   Eppure tra defenestrazione di Mussolini, “un uomo solo al governo”, e Costituente (1943-1946) dalla Lampada di Aladino balzò fuori il Partito liberale italiano. Era stato una fiammella prima dell'avvento del regime. Tornò subito minoritario. Ancora nel 1919-1921, pur divisi in varie denominazioni, bene o male i liberali aveva racimolato un 25% dei consensi. Alla Costituente tra Unione democratica nazionale e Blocco nazionale i “liberali” ottennero meno del 10%. Del resto non si erano messi d'accordo neppure sulla forma dello Stato, che è il cardine della Politica. Quanti erano i monarchici all'epoca? Secondo il referendum truccato del 2-3 giugno 1946 sommavano a dieci milioni e settecentomila.  Quanti ne captarono i “partiti liberali”?  Una infinitesima parte. Meritavano di vivere?
  Il Partito liberale campò un quarantennio con consensi elettorali modestissimi. Risucchiato dalla Democrazia cristiana nella battaglia contro il Fronte popolare socialcomunista, cui si aggregarono schegge dell'ex partito d'azione, nel 1948 raggranellò il 3,8% dei voti. Balzò al 7% nel 1963: ultimo tentativo di bloccare l'avvento del centro-sinistra organico e le sue derive successive (dopo averlo spasmodicamente voluto, Ugo La Malfa fu tra quanti subito pensarono che occorreva andare oltre, guardare al Partito comunista: come Aldo Moro). Ma in breve il Pli rotolò verso il baratro: l'1,3% nel 1976, l'1,9% tre anni dopo, il 2,9% nel 1983... Era al lumicino. In Senato contò due soli seggi: Giovanni Malagodi e Giuseppe Fassino. Ma davvero in Italia i liberali erano così pochi? Il Pli tornò al governo nel pentapartito, che oggi può sembrare una formula strana, anche se, a ben vedere, il quadro politico-parlamentare-governativo attuale è molto più opaco di quello della cosiddetta Prima Repubblica.
 Il Partito liberale finì sommerso, come altri, dai marosi di Tangentopoli. Ma i liberali (anche senza aver letto Croce o chissà quali testi sacri nostrani e stranieri) in Italia erano tanto più numerosi di quanti lo votavano. Erano cattolici, socialisti, persino comunisti e chissà che cos'altro. Molti erano i monarchici che brancolavano in ordine sparso in attesa del Re Dormiente. Perciò, proprio quando il Partito liberale cessò di esistere, quasi per paradosso, nel 1994 il Polo della libertà e il Buon governo fermarono la vittoria delle sinistre, data per sicura sino a poco prima. L'Italia era divenuta improvvisamente liberale? Anno dopo anno quasi tutti i fondatori del Partito d'antan si spensero o passarono su altre sponde, persino nel Partito democratico. Il liberalismo però continuò a serpeggiare come fiume carsico.
   Venne il tempo di tracciare il bilancio storico delle idee e degli uomini. Proprio quando sembrava tutto fosse sommerso  sotto le sabbie della Dimenticanza, prese corpo il Dizionario  del liberalismo italiano. Il primo volume passò in rassegna le idee, i movimenti, le epoche, le stagioni, gli eventi e le diverse forme del liberalismo, incluse associazioni composite, come la massoneria, che meriterà di meglio. Poiché le idee camminano con le gambe degli uomini, la seconda corposa parte dell'Opera (1200 pagine) passa ora in rassegna 404 personalità rappresentative dei molti modi di essere liberali in Italia (tutti maschi: e anche questo è motivo di riflessione). Da quando a quando? Vengono biografati quanti morirono entro il 30 giugno 2013, giorno di conclusione dell'Opera (l'esperienza insegna che dei viventi non si sa mai: basti, tra i tanti casi, un'anguilla come Giovanni Ansaldo). L 'abbrivo è più lasco, il primo Ottocento: la  Restaurazione, quando, orfani delle illusioni coltivate nell'età franco-napoleonica, i patrioti italiani capirono di dover fare fuoco con la legna propria: organizzati in “sette segrete”, valendosi di prudenti contatti con la Gran Bretagna, ottimisticamente considerata culla del liberalismo, con i francesi  (Benjamin Constant, un nome tra i molti) che avevano osteggiato il Tiranno Napoleone I ma nei Cento Giorni avevano scommesso sull'Impero liberale e la Svizzera cara a Simonde de Sismondi, biografato con Giandomenico Romagnosi da Aldo G. Ricci. Furono gli anni di Federico Confalonieri, Silvio Pellico, Alessandro Manzoni...: liberali? Cattolici? Cattolici liberali? Intossicati dal retaggio illuministico? “Misteri del cuore umano” direbbe “don Lisander”.
   Come nel Settecento dei Lumi, anche dopo la Restaurazione l'Italia ebbe essenzialmente due poli, con una differenza profonda, però. L'Illuminismo aveva avuto le sue “centrali” a Napoli (la città che catalizzava le menti migliori del regno: Galliani, Pagano, Filangieri...)  e Milano. L'annessione del Lombardo-Veneto all'Impero asburgico, con i processi e le condanne a morte e al carcere duro contro i dissenzienti, regalò al Piemonte la palma del liberalismo dell'Italia centro-settentrionale. Lo si vide dal 1820-21, quando Napoli e Torino ottennero la proclamazione della Costituzione spagnola del 1812. Era un prodotto di importazione e venne sconfessata dai sovrani (più nella Napoli dei Borbone che a Torino, ove a promulgarla con riserva fu il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia, principe reggente tra Vittorio Emanuele I, che abdicò per non concederla, e Carlo Felice, che la rifiutò). Nel  1848-49 Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, Pio IX, gli Asburgo granduchi e duchi a Firenze e a Modena, e il Borbone di Parma regalarono al Piemonte il primato del liberalismo in Italia. Costretti dalle circostanze storiche e vestire i cappucci di cospiratori e a imbracciare i fucili di rivoluzionari, dopo le regie patenti del 1847 e dopo la promulgazione dello Statuto del 4 marzo 1848 nel Piemonte di Carlo Alberto e di suo figlio, Vittorio Emanuele II, i liberali insegnarono la via delle grandi riforme: libertà di stampa, Parlamento bicamerale con una camera elettiva e votazione dei consigli comunali e provinciali. Le guerre per l'indipendenza e l'unificazione degli italiani in un solo regno (1848-1860), un miracolo che sempre più appare somma di scommesse e di fortune, trasferirono il sistema sabaudo all'intera Italia. Ne nacque una dirigenza diffusa, migliaia e migliaia di persone le cui biografie sarebbe impossibile concentrare in un libro, se non rischiando di ripetere quanto già si legge per i suoi notabili nell'Enciclopedia Italiana, nel Dizionario biografico degli italiani (sin dove è giunto), nella benemerita Storia del Parlamento in 24 volumi (Ed. Nuova Cei, fermata da un carica istituzionale proprio all'ultimo miglio, per motivi oscuri) e in altri repertori regionali e provinciali o di istituti storici vari, lasciando fuori la moltitudine, che è poi quella che davvero fece la grande storia, come insegnarono gli scrittori sommi, da Manzoni a Giosue Carducci (che sintetizzò in due parole i millenni dell' “itala gente da le molte vite”) e a Riccardo Bacchelli.  
     Chiuso questo secondo volume del Dizionario del Liberalismo, si rimane come mirando le basiliche bizantine o le volte dei cupoloni barocchi: ogni personaggio ha la propria identità ma campeggia su un fondale, in  un cielo dai colori vividi e accomunanti, ma non sovrastanti. Ciascun volto conserva la propria peculiarità. Ma il protagonista vero di due secoli, al di là delle comparse, è appunto l'ideale della libertà, anzi delle libertà, di generazione in generazione, tra conquiste ed errori, sino ai giorni nostri. Ne emerge il primato del Vecchio Piemonte, con le sue figure eponime: Camillo Cavour (firmato da Roberto Pertici), Giovanni Giolitti (di Fabio Grassi Orsini, direttore dell'Ispli, tenace animatore dell'Opera con Dino Cofrancesco, Luigi Compagna,  Francesco Forte, Giovanni Orsina e altri): non perché i piemontesi (“buzzurri” vennero detti a Roma) fossero migliori, ma perché decisero per tutti. Erano la sintesi del Paese Italia. Torino, che aveva costretto all'esilio i “compromessi del 1821” e i cospiratori del 1830-1834, Giuseppe  Mazzini e Giuseppe  Garibaldi, i Durando, Massimo Cordero di Montezemolo e Vincenzo Gioberti, teologo di corte, dal 1840 li richiamò in patria e nel 1848 accolse tutti i profughi politici che preferirono il Piemonte sabaudo a Londra o a Parigi, perché era da lì che bisognava ricominciare l'impresa: in Italia, per gli italiani, senza la protezione di potenze straniere e/o di internazionali. E chi rimase nelle carceri dei Borbone o di Pio IX sapeva che in Piemonte il fuoco covava sotto le ceneri. Lo si vide non solo nei mesi decisivi per l'unificazione ma nei decenni seguenti, quando alla presidenza del Consiglio ascesero uomini di tutte le regioni, dal toscano Ricasoli all'emiliano Minghetti, dai piemontesi  Rattazzi, e Lanza e Depretis al pavese Cairoli, al siciliano Crispi e poi ancora Rudinì, palermitano, Pelloux, savoiardo, Saracco, di Bistagno vicino ad Acqui (sempre in attesa di una biografia vera come ripete il Premio Acqui Storia da anni), e ancora Zanardelli, bresciano, e Sandrino Fortis, Sidney Sonnino,...via via continuando. Alle loro spalle una quantità di ministri, a cominciare da Michele Coppino, albese (biografato nel Dizionario da Valerio Zanone), all'irpino Francesco De Sanctis, prescelto da Camillo Cavour, e diplomatici (il subalpino Niccolis di Robilant e il siculo-normanno Antonino di San Giuliano), militari (come i Cadorna: quattro generazioni al servizio dell'Italia), scienziati, letterati, artisti...
   Il caleidoscopio delle biografie dei liberali pone alcuni interrogativi. Il principale scaturisce dal confronto tra il manifesto degli intellettuali favorevoli al governo Mussolini, che stava volgendo in regime fascista, capitanati da Giovanni Gentile, e quello degli intellettuali antifascisti, guidato da Benedetto Croce: Romolo e Remo di una stessa Lupa  liberale (entrambi giustamente annessi nella Galleria del Dizionario) o espressione di visioni radicalmente divaricate, contrapposte, fatalmente conflittuali. Fratricide? Quando il liberalismo dette davvero il meglio di sé? Con i governi di inizio Novecento presieduti da Giolitti, il più fattivo statista della Nuova Italia, o nella lunga “traversata del deserto”, quando pochissimi antichi liberali si astennero da contaminazioni con il “regime”? 
   Nel quindici anni tra il 1925 e l'intervento dell'Italia nella seconda guerra mondiale in Italia non arrivarono affatto gli Hyksos: non ci fu alcuna invasione straniera. Gli italiani, molti liberali compresi (e anche socialisti, "democratici", come Ivanoe Bonomi, che nel “pantheon” liberale sta solo per generosa estensione del termine), si adattarono nella certezza di modificarlo dall'interno. Non previdero, non videro e quando videro decisero di non vedere quanto stava accadendo. Avvenne all'epoca, avviene spesso. Da quel quindicennio i liberali (che non vuol dire l'idea liberale) si riproposero con nomi antichi e forze nuove. E con grovigli irrisolti. Fu la “morta gira” come scrisse Marcello Soleri, a sua volta in attesa di una biografia scientifica, come del resto tanti e tanti liberali sinteticamente proposti dal Dizionario.
  Il secondo interrogativo investe l'identità dei liberali e quanto ne venne e viene scritto: la loro posizione sulla questione istituzionale. Nel 1946 il partito liberale decise di non decidere sulla forma dello Stato. Fu l'annuncio della sua irrilevanza futura. Il Piemonte si divise tra Manlio Brosio, repubblicano, ed Edgardo Sogno, monarchico: un suicidio. Nel 1948 i monarchici votarono compatti per la Democrazia cristiana di Alcide  De Gasperi,  killer della monarchia come, pur da lontano, don Luigi Sturzo, il “prete intrigante”, come ne disse Giolitti.
   Morto Soleri, dopo la stagione di Luigi Einaudi, il partito espresse molte figure di alto valore culturale e morale e il liberalismo continuò a essere il metro di una dirigenza politica e culturale: risalendo alle sue sorgenti, esso promosse l'europeismo (erba rara: ma basti il nome di Gaetano Martino), la comunità internazionale, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, le carte che via via nacquero in quel solco e le tante battaglie civili seguenti. Ma... come la nebbia estiva che rapida si dissolve, così il liberalismo divenne lieve rugiada di un Paese che confonde l'egocentrismo con la libertà e preferisce l'anarchia al grigio “senso dello Stato”. 
   Quando si visita un palazzo storico, una galleria d'arte, un paesaggio disegnato con secoli di fatiche si esce ammirati dalle singole opere, dalle memorie di quanti vi hanno posto mano. Lo stesso vale per cattedrali, monasteri, certose. Non sempre, però, ci si domanda  quale Principio abbia ispirato e reso possibile gli uni e gli altri. Come sarebbe impossibile un Dizionario del movimento cattolico senza i Vicari di Cristo, così la panoramica dei liberali italiani rimane incompleta se non comprende i re d'Italia. Con tutti i loro limiti, essi ebbero il merito storico di aver dato la patria al “volgo disperso che nome non ha”. Tutto il seguito sta come il meno sta nel più. Lo intuirono i massimi spiriti di fine Settecento, che per comprensibili motivi cronologici non vengono ricordati nel Dizionario: Vittorio Alfieri, Carlo Denina, i piemontesi, che predicarono le “Rivoluzioni d'Italia”, civili, umanistiche, altra cosa dalle “giornate parigine” del 1789-1794, spesso espressione  di follia e foriere di sangue.
  Il Liberalismo italiano ebbe appunto il pregio di fondarsi sulla filosofia della storia che rifiuta gli eccessi e tutto comprende, perché la Nottola di Minerva si leva al tramonto e, insegna l'Ecclesiaste, tutto è vanità. Compreso il sogno della libertà, ultima ratio, sintesi di stoicismo e illuminismo: un viatico, come questa grande Opera orchestrata da Fabio Grassi Orsini, da meditare mentre l'Occidente si inabissa, smemorato.
Aldo A. Mola        
(*) Il Dizionario del Liberalismo italiano (ed. Rubbettino)  viene presentato il 3 marzo alla Camera dei Deputati, ove furono pronunciati i Discorsi della Corona: un inno continuo ai principi di libertà, giustizia, incivilimento. L'avv. Giovanna Giolitti, bisnipote dello Statista,  presenzia per il Centro “Giolitti” (Dronero-Cavour), che ha pubblicato l'innovativa Opera “Giolitti al Governo, in Parlamento nel Carteggio”(5 volumi).
DATA: 04.03.2015
   
L'INGRESSO DELL'ITALIA NELLA GRANDE GUERRA: DISTRAZIONE DEL GRANDE ARCHITETTO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/02/2015
              
     Ma la Massoneria fu anche responsabile dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra? L'interrogativo è in attesa di risposta. Nel Centenario del “maggio radioso” tempo è venuto di verificarlo, documenti alla mano. Una prima considerazione si impone: quando si parla di Massoneria bisogna sempre distinguere tra apologia e denigrazione. Soprattutto vanno rese con le molle le “rivelazioni”, spesso fantasiose e strampalate, dei “massoni pentiti”, solitamente “a noleggio” come tutti i prezzolati che entrano ed escono in chiese e associazioni più o meno segrete come in una giostra. Va aggiunto che la domanda iniziale (il peso effettivo della Libera Muratoria nell'ingresso dell'Italia in guerra) è un quesito subordinato all'interrogativo più generale: chi davvero volle la prima guerra mondiale? Ci fu proprio un regista occulto? I fatti veri sono a volte così evidenti che pochi li vedono. I più preferiscono concentrarsi sui coni d'ombra, rovistare nei dettagli, cercare l'insetto sotto il sasso arrotondato dai secoli.
   La constatazione più immediata è che l'Europa non era mai stata così bene come all'inizio del Novecento: grazie alla Santa Alleanza del 1815 (che andrà pure ricordata nel suo bicentenario), il Vecchio Continente aveva avuto un secolo di scossoni (cospirazioni, moti, insurrezioni, mezze rivoluzioni, qualche repubblica aleatoria nel 1848-1849, in Francia, a Venezia, a Roma...) ma nessuna guerra generale. Anche quella franco-tedesca del 1870-1871 fu pallida cosa rispetto ai conflitti del ventennio franco-napoleonico e delle coalizioni che, guidate dalla Gran Bretagna, avevano martellato sino a sconfiggere Napoleone I, deportato a Sant'Elena.
   La Santa Alleanza coniugò la Tradizione con l'Ordine, gli Imperi con le Fratellanze, la legittimità (che è un principio sacramentale) con la regolarità (che invece è contrattuale). Dopo Leone XIII, papa Pio X prese atto - ma obtorto collo e senza  proclamarlo - che anche la Chiesa cattolica doveva fare i conti con il mondo moderno. Perciò impose silenzio ai modernisti: ad aggiornare la chiesa per lo stretto necessario (dalla musica sacra al catechismo) bastava il pontefice, proclamato infallibile in materia di fede nel luglio 1870, proprio mentre il suo potere temporale stava crollando per riflesso della guerra tra Napoleone III e la Prussia di Bismarck, che costrinse l'Italia ad accorrere a Roma prima che a compromettere lo scenario vi scoppiasse un'insurrezione mazziniana, eterodiretta dalla Francia repubblicana, lesta a ereditare la protezione pelosa accordata ai papi sin dai tempi di Pipino il Breve e di Carlomagno.
    L'Europa di primo Novecento si cullava nella Grande Illusione di Norman Angell-Lane (1872-1967), premio Nobel per la pace nel 1933. Pubblicato nel 1909 e fulmineamente tradotto in tutte le lingue con tirature altissime, il libro affermava che il capitalismo vero è liberistico e rifiuta la guerra, giacché essa chiude il progresso nella gabbia dei privilegi. Non avvertì che capitalismo e affarismo, lungimiranza e miopia sono facce di una stessa medaglia: l'accumulazione dei profitti, che per alcuni è volano di libertà universale, per altri è ingorda caccia al bengodi personale. Mentre l'Europa era (o sembrava) in pace con se stessa, che cosa avveniva all'esterno? A parte alcuni scricchiolii periferici (la guerra ispano-statunitense per Cuba e le Filippine nel 1898, quella anglo-boera, atroce, nel Sud Africa, e la russo-giapponese, agghiacciante per numero di morti, nell'estremo Oriente) poco si sapeva e si diceva del mondo extraeuropeo, dipinto con le larghe pennellate di chi (anche dopo la rivolta dei boxers in Cina) gettava l'allarme sul “pericolo giallo”.
    Le altre civiltà? Le altre religioni? Era tutto concentrato nei musei, negli zoo, nei romanzi, nei racconti di viaggio, con le leggende auree aleggianti sulla Transiberiana e sulla Parigi-Pechino. Il mondo era a portata di mano. Anzi, era lì: prono. Schedato nei dizionari enciclopedici e nelle storie universali: territorio conteso tra tedeschi e inglesi, una gara tra sassoni, con la Francia di Larousse in seconda fila e l'Italia ancora più indietro, ferma alle enciclopedie popolari, come la benemerita “Pomba” di Torino, tipica di una nazione che arrivò tardi all'unificazione ed etichettò in inglese tutti i suoi sodalizi, dal Club Alpino, al Touring Club, al Regio Automobile Club…: tutti italiani ma così denominati per un’esterofilia che ne metteva a nudo la dipendenza culturale.
    Chi reggeva le fila della Grande Politica? Oggi, un secolo dopo, gli storici sono ancora incapaci di dare una risposta convincente. La chiesa cattolica era allo stremo. Pessime relazioni con Roma, rotti i rapporti con Parigi dal 1905, la Santa Sede non se la passava meglio con le grandi potenze (Regno Unito, anglicano; Stati Uniti, indifferenti; Impero Germanico, luterano; Russia zarista, ortodossa…). Unica eccezione erano l'Impero austro-ungarico, la Spagna, in declino, e il piccolo Belgio. Ma la Monarchia asburgica era il vero grande malato d'Europa, molto più dell'impero turco-ottomano, ridotto al morto che cammina: quest'ultimo  nominalmente dominava spazi immensi, in realtà era una macchina militare e amministrativa fondata sulla corruzione, sulle interferenze estere (soprattutto tedesche, specialmente per gli aiuti interessati al suo riarmo), condannata a sparire per la ribellione di chi rifiutava il Califfato della Sublime Porta di Istanbul e ne rivendicava altri. L'impero austro-ungarico però non se la passava meglio, per la mancata armonizzazione fra la sua base arcaica e la dozzina di nazionalità soffocate al suo interno, a cominciare dalla minoranza italofona.
    Pacifica a denti stretti, quell'Europa vestiva l'anarchia internazionale con i panni consunti delle conferenze diplomatiche chiamate a rabberciare la Comunità degli Stati. L'unica organizzazione diffusa in tutti i Paesi era la massoneria: un Ordine iniziatico-cavalleresco dalle origini misteriose ma dall’identità abbastanza conosciuta: era l'internazionale della scienza, delle Esposizioni Universali, delle lingue artificiali, come l'Esperanto, della Corte internazionale dell'Aja per la soluzione pattizia delle contese tra gli Stati, della Croce Rossa e di una miriade di sodalizi e associazioni che scommettevano sulla possibilità di conciliare Tradizione e Progresso, gerarchia e meritocrazia. Anche grazie alla diffusione delle logge massoniche, ricalcanti i modelli degli Ordini monastici i cui componenti si chiamano fratelli e sono uniti dal cordiglio, dopo secoli di immobilismo l'Ottocento favorì in quasi tutti i paesi il più vistoso “ascensore sociale” della storia. Per coglierne le dimensioni, basta uno sguardo alla storia d'Italia. Dopo Cavour, che era di recente e piccola nobiltà, i capi di governo in Italia e il grosso dei ministri furono persone che si fecero da sé, a volte coperte da modeste fortune, a volte da nulla o quasi. Che cosa avevano alle spalle Giuseppe Garibaldi o Francesco Crispi, e poi Giovanni Giolitti o Luigi Einaudi? Alto senso dello Stato, come casa di tutti, fondamento di legittimazione e di regolarità (valori poi considerati polverosi e spazzati via). Lo stesso valeva per la Francia della Terza Repubblica, a tacere della Gran Bretagna di David Lloyd George o della Spagna di Práxedes Mateo Sagasta e Antonio Cánovas del Castillo…
    Quando nel 1914 quell'Europa venne messa alla prova, dove guardava il Grande Architetto dell'Universo? È la domanda in cerca di risposta. Massoni erano capi di stato o primi ministri e alte cariche di quasi tutti gli Stati europei. Ma le Idee sono una cosa, il potere un'altra. Anche quando ricoprivano cariche supreme i “liberi muratori” non erano “la” massoneria. Erano addetti alla verifica e al finto collaudo di una macchina dal motore ansimante: lo Stato sovrano, che stava alle dinamiche economiche e culturali come il Syllabus imposto nel 1864 da Pio IX stava al “mondo moderno”. Un contrasto destinato prima o poi a esplodere.
    La geometria degli Stati (politica estera e politica militare) non era un triangolo equilatero. Nel migliore dei casi era isoscele. Diversamente era scaleno. A volte i lati non arrivavano nemmeno a formare un vertice. Rimanevano sbilenchi. In Requiem per un impero defunto François Furet, storico di sommo talento e presidente dei Comitati per le Libertà, asserì che la Grande Guerra rispose al disegno occulto del Grande Oriente di Francia di “repubblicanizzare l'Europa”. C'è del vero, perché quello fu il risultato finale con il crollo di quattro imperi (russo, germanico, turco-ottomano e austro-ungarico) e perché, come deplorò Norman Angel, le paci dettate dai vincitori ai popoli sconfitti (vittime, non complici, dei regimi crollati) avrebbero prodotto una nuova e più atroce guerra generale. Ma quella di Furet è una “profezia del passato”. Documenti alla mano, manca la prova. In realtà, la massoneria è la Grande Assente dalla scena politico-diplomatico-militare continentale nel mese trascorso dall'assassinio di Sarajevo alla conflagrazione europea (28 giugno-1 agosto 1914). Altrettanto, però, va detto della chiesa cattolica e delle altre confessioni cristiane, tutte impotenti a fermare la guerra e poi (con l'eccezione di Benedetto XV) tutte corrive a benedire le armi del proprio paese contro quelle di altre genti cristiane. Cecità? Oggi è facile dirlo, come fa anche papa Francesco quando denuncia l'industria delle armi quale nefasto motore dei conflitti in corso. All'epoca, però, ogni contendente ebbe o pretese di avere la benedizione speciale e celebrò messe al campo. “Gott mit uns” (Dio con noi) non fu solo il motto inciso sui cinturoni di un corpo militare di élite: fu la radicata convinzione dei diversi Stati in guerra. Riecheggiava miti degli Ordini monastico-cavallereschi del Medioevo: Templari, Teutonici, del Santo Sepolcro...
    In quello scenario la massoneria italiana ebbe un ruolo decisivo per l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra? Secondo una diffusa leggenda il Potere era avvolto nelle spire del Serpente Verde e furono proprio i massoni a decidere tempi e modi dell'ingresso in guerra: non per patriottismo, non per coronare il Risorgimento facendo coincidere i confini politici con quelli “naturali” (Trento, Trieste, Fiume, la Dalmazia... e magari anche Nizza, la Corsica, Malta), ma per assoggettare la “politica” all'egemonia del capitale finanziario internazionale e della grande industria e per imporre al paese anni e anni di guerra, una disciplina ferrea nella zona delle ostilità, sommata a  quella del fronte interno, popolato di fanatici. Ma i fatti risposero a questa leggenda? In realtà la massoneria in Italia non se l’era mai passata così male come negli anni 1910-1914: a parte la divisione (dal 1908) tra Grande Oriente e Gran Loggia d'Italia, essa era sotto l’attacco concentrico di cattolici, socialisti e nazionalisti, come documenta Luigi Pruneti in L'eredità di Torquemada. Sommario di storia dell'antimassoneria dalle scomuniche alla P4 (Editoriale Bonanno). Se poi il successo di un disegno occulto (come quello proposto da Furet) si vede dai risultati, non si può non constatare che nel 1941 nell'Europa continentale la Massoneria era proibita in tutti i Paesi sotto pene gravissime (inclusa la deportazione e la morte nei campi di concentramento), con la sola eccezione della Svizzera e della Svezia, gli unici Stati rimasti neutrali. Altrove la Libera Muratoria era stata travolta dai totalitarismi sovietici, fascisti, nazisti, Francisco Franco, il regime croato..., tutti massonofagi. Vendetta della Storia o distrazione del Grande Architetto?
Aldo A. Mola
(*) Di Massoneria e Grande Guerra si parla sabato 28 a Borgo degli Olivi (Riotorto, Piombino) in un convegno con interventi di Antonio Binni, Luigi Pruneti, Valerio Perna, Antonino Zarcone, Giorgio Sangiorgi, Gabriele Gabbricci, Massimo Giuliani, sindaco del Comune, patrocinatore dell'evento, e altri: sulla scorta di documenti inediti.
DATA: 22.02.2015
   
IL “NEGAZIONISMO” ANTISEMITA: BERSAGLIO VERO O  CACCIA ALLE STREGHE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/02/2015
              
IL “NEGAZIONISMO” ANTISEMITA: BERSAGLIO VERO O CACCIA ALLE STREGHE?  “Fratelli d'Italia,/l'Italia s'è desta; /dell'elmo di Scipio/ s'è cinta la testa./ Dov'è la vittoria?/Le Porga la chioma;/ che schiava di Roma/Iddio la creò”. E ora come la mettiamo? Il Canto nazionale è forse apologia dell' “Imperium”, cioè di una Potenza  assoluta (Roma) che domina la Vittoria, sua schiava? Secondo il bucolico e georgico Virgilio Marone, cantore di Augusto, Roma doveva debellare i popoli che le resistevano (i “superbi”), risparmiare i vinti (previo il loro salasso) e reggere il mondo con le leggi. A detta del più realistico Cornelio Tacito, i Romani facevano il deserto dove poi dicevano di aver portato la pace. In casi estremi  spargevano il sale sulle rovine delle città vinte, come sui resti di  Cartagine. Quando soggiogarono la Grecia non ne svalutarono la moneta. Le cambiarono il nome. La ridussero ad Acaia. Perpetrarono stragi efferate, deportarono e annientarono popoli, in gran parte resi schiavi. E se ne vantarono pure. Bastino la Colonna Traiana e quella Antonina: descrizione analitica della guerra, completa di crudeltà, ed esaltazione della Vittoria (schiava di Roma) e dell'umiliazione del vinto, come Decebalo, re dei Daci. Altri sovrani furono trascinati in catene dietro il carro del vincitore nella marcia trionfale e poi assassinati: Perseo re di Macedonia, Giugurta re di Numidia, Vercingetorige, strenuo difensore della libertà della Gallia. Che cosa fare allora? Abbattere quelle Colonne che costituiscono apologia dell'Imperium romano fondato sulle armi e festeggiato con mesi di spettacoli sanguinosi al Colosseo sulla pelle dei popoli sconfitti? Poco distante dall'Arco di Costantino, quello, tanto più modesto, elevato in onore di Tito ricorda che gli ebrei furono combattuti da Vespasiano e sconfitti da suo figlio, che recò in bottino anche l'Arca Santa e la menorah, come narra il bassorilievo lì istoriato. A “finire il lavoro” (secondo la terminologia usata nelle inconcludenti guerre dei nostri giorni) provvide  poi l'imperatore Adriano che abbatté quanto rimaneva di Gerusalemme e determinò la diaspora quasi completa degli ebrei dalla Palestina.
  E come la mettiamo con le “apologie” alla luce del sole adesso che una insulsa leggina approvata dal Senato commina sino a tre anni di galera e 10.000 euro di multa “a chiunque pone in essere attività di apologia, negazione, minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra (…) o propaganda idee, distribuisce, divulga o pubblicizza materiale o informazioni  con qualsiasi mezzo, anche telematico fondati sulla superiorità o sull'odio razziale, etnico o religioso (…) fa apologia o incita a commettere o commette atti di discriminazione, per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” non solo a mezzo stampa, ma anche “utilizzando reti di telecomunicazione disponibili”?
   Approvata in pochi minuti dal Senato con consenso inconsueto (234 voti favorevoli, 8 astenuti e 1 contrario), proprio mentre le statistiche dicono che la libertà di stampa in Italia è crollata sul fondo della classifica planetaria, la leggina conferma che non basta essere senatori per essere saggi. Accolta dall'imbarazzato silenzio dei commentatori (televisioni, quotidiani..., con la coraggiosa eccezione di Salvatore Sechi che ha ricordato il monito di duecento storici professionali contro la sua approvazione), essa passerà ora alla Camera e, complice l'isterismo dilagante, forse verrà persino approvata: fermo restando che può essere impugnata per manifesta incostituzionalità (e meno male che nella Corte siedono storici insigni quali Giuliano Amato). 
   Al momento bisogna sperare che cada nel nulla, come tante altre norme deliranti, perché, come ogni legge dal  doppio e triplo taglio, questa potrà avere conseguenze devastanti per la libertà di pensiero e della sua pubblica espressione. Che fare? Abbattiamo l'arco di Tito? Demoliamo la Mole Adriana? Smettiamo di cantare l'inno di padre Atanasio Canata? Quest'ultima è la  cosa più facile anche perché il Canto Nazionale (“Fratelli d'Italia”) secondo un'altra leggina va studiato a scuola benché non sia mai stato formalmente proclamato “inno nazionale” con apposita norma. Portando la destra sul petto sinistro fingiamo lo sia, ma per ora non lo è affatto. Per coerenza con la leggina sul negazionismo butteremo alle fiamme “Marzo 1821”, l'ode in cui Alessandro Manzoni spiegò che gli italiani sono gente “una d'arme, di lingua, di altare/ di memorie di sangue e di cor”: ritratto a tutto tondo (completo di motivazioni razziali, religiose, storico-memoriali)  di un “popolo eletto”, la cui rivendicazione identitaria per motivi logico-cronologici comporta la discriminazione delle altre genti (da gens: genere, quindi “sangue”)? E strapperemo la “lotta di liberazione” invocata dal gracile Giacomo Leopardi nella “Canzone all'Italia”, inno al volontariato sacrificale (“l'armi, qua l'armi/ combatterò sol io, procomberò...”)? Prima di lui, a metà Trecento l'aveva predicata Francesco Petrarca con i versi quasi due secoli dopo ripresi da Niccolò Machiavelli a  conclusione  del celeberrimo “De Principatibus” : “Virtù contra a furore/ prenderà l'arme; e fia il combatter corto:/ ché l'antico valore/ nelli italici cor non è ancor morto”, vera e propria apologia della guerra di liberazione dal dominio straniero e anche  di annientamento del nemico in nome della superiorità morale, molto più che etnica, virtù contro furore, la spada giusta contro quella belluina, le armi democratiche contro quelle rozze e fanatiche. Tutte tagliano, ma, trafitto il nemico, le prime escono senza macchia,  come la lancia di Achille che ferisce e cauterizza....
  La leggina approvata dal Senato è una imitazione pedissequa di quelle introdotte in altri paesi europei per condannare chi nega o sminuisce (nei metodi e nei numeri) lo sterminio degli ebrei da parte del nazismo. Ove varata, la legge non ha impedito che l'antisemitismo sia dilagato e dilaghi in forme sempre più aggressive né che i governi degli Stati anti-negazionisti facciano affaroni con i regimi che pubblicano, diffondono e insegnano i Protocolli dei Savi di Sion e con altri regimi liberticidi e crudeli e conducano guerre sanguinose dagli esiti incontrollabili. E il caso della Francia, che ha sempre la coda di paglia dell' “affaire Dreyfus” e nel 1940-1945 contò il maggior numero di antisemiti dell'Europa non originariamente nazista.
   Quanti negano la “soluzione finale” della Germania nazista ai danni degli ebrei (o lo sterminio degli armeni da parte dei turchi o i tanti  altri massacri perpetrati nel presente e nel passato prossimo e remoto) vanno confutati, documenti alla mano, messi alle corde e azzittiti sul piano storiografico, senza però farne i nuovi martiri di una libertà di pensiero di segno capovolto. Peggio ancora è immergere lo “sterminio” del 1938-1945 nell' “antisemitismo”, che ha una storia millenaria (va riletta la grande opera di Poliakov!), e  nel brodo indistinto  dei “crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra” definiti dalla corte penale internazionale, che giudica e manda secondo che avvinghia e che tra qualche tempo verrà àdita anche dai Palestinesi contro lo Stato di Israele.
   Le leggi regolano i rapporti tra lo Stato e i cittadini e tra i cittadini: rispondono a necessità. Diversamente sono “grida” di manzoniana memoria. La norma in corso di approvazione in Parlamento non colpisce affatto il bersaglio: è una verbosa deprecazione di alcune tra le molte possibili apologie della guerra e dei suoi effetti collaterali. Ma pretendere di abolire per legge la guerra, l'odio o l'immoralità, peggio che infantile è pericoloso.
  Da un canto dovremmo allora demolire la Basilica di San Pietro voluta da papa Giulio II che promosse la guerra contro gl'invasori francesi al grido di “Fuori i barbari”. Non è forse vero che i francesi di Carlo VIII e di Francesco I di Valois erano infami canaglie, al pari dei lanzichenecchi che saccheggiarono Roma nel 1527 nell'indifferenza di Carlo V d'Asburgo, Sacro Romano Imperatore. Tre anni dopo fu la volta di Firenze, ridotta allo stremo, soggiogata malgrado Michelangelo e restituita ai de' Medici. Ma questo forse non lo si può più dire, perché non è politicamente corretto e non sarebbe gradito a chi pretende mettere la mordacchia sia alla storia documentata sia alla ricerca innovativa.
  A conforto di chi cerca di impantanare la storiografia nella melassa della negazione del negazionismo (un doppio errore, dunque) va ricordato che il mito fondante di Roma, a parte il fratricidio di Romolo e Remo (che poi è meno grave, in fondo, di quello tra Caino e Abele...), fu il ratto delle Sabine, perpetrato dai giovani ringalluzziti romani, come accade oggi in tante infelici regioni del pianeta ove i fedeli di questa o quella “religione” razziano e si spartiscono le femmine per motivi non sempre spirituali.
   Se la leggina  (che modifica l'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n.654 detta “Reale” dal ministro che la propose, il repubblicano Oronzo Reale, nativo di Troia) fosse approvata dalla Camera ed entrasse in vigore costituirebbe terreno di contenzioso vastissimo e, ciò che più va temuto, potrebbe essere piegata a scopi e usi impropri. Non v'è bisogno di scomodare il caso di Julius Evola, che fu perseguito come ispiratore di alcuni “destrorsi” che  forse non ne avevano neppure mai letto le opere o non le avevano capite, come ricorda Gianfranco De Turris nella nuova edizione di “Il Cammino del Cinabro” ( Ed. Mediterranee).
  Più leggi, meno libertà: più spazio ai querelanti, più campo a “interpretazioni” e a “sentenze creative” su libertà di ricerca, di studio, di confronto pacato.  Prima che venga dato un ulteriore giro di vite dell'oscurantismo e del conformismo dilagante, va detto in modo chiaro che il negazionismo non si combatte con una nuova Inquisizione, con una “caccia alle streghe”, mescolando in un unico calderone realtà storiche diversissime e generiche come i “crimini contro l'umanità” e i “crimini di guerra”: fantasmi dinnanzi ai quali lo storico ripete con l'Evangelo “scagli la prima pietra, chi è senza peccato...” .
 Il rischio che un Parlamento mezzo incostituzionale approvi  - dopodomani è il 415° dell'abbruciamento di Giordano Bruno - una legge che potrebbe soffocare le residue libertà di studio è tra i motivi che fanno sperare nella “extrema ratio”: la fine della legislatura, per tanti e anche più importanti motivi ormai al capolinea. Come disse il Verbo: “questi non sanno quello che fanno”.
 Aldo A. Mola (*)
(*) Fondatore del Club Unesco di Cuneo (10 dicembre 1960) e nel 1961 organizzatore, in collaborazione con l'Ambasciata di Israele a Roma, della Mostra su Israele al Palazzo della Provincia di Cuneo: la prima di quel genere in Italia.      
DATA: 16.02.2015

LECCO: CELEBRATO IL “GIORNO DEL RICORDO”. L’U.M.I. PRESENTE

LECCO: CELEBRATO IL “GIORNO DEL RICORDO”. L’U.M.I. PRESENTE
    Martedì 10 febbraio 2015, la cittadinanza lecchese e della sua provincia si è riunita presso la riva Martiri delle Foibe per celebrare il “giorno del ricordo” per commemorare le decine di migliaia di italiani massacrati nelle foibe dai partigiani comunisti di Tito. La manifestazione si è composta di un corteo che dal comune ha raggiunto le rive del lago, molti i partecipanti sventolanti, in rispettoso silenzio, le bandiere di quei territori strappati iniquamente all’Italia i cui abitanti, italiani in tutto e per tutto, sono stati costretti ad abbandonare le loro terre proprio perché erano italiani. Nel corso degli interventi, si è sottolineato come la politica e le istituzioni in primis abbiano taciuto e confutato gli eventi degli “infoibati” per più di sessant’anni; molto toccanti e pieno di patriottismo italiano (scevro da ogni “posizione” sulla forma istituzionale) ha avvolto i convenuti e sulle toccanti parole di alcuni esuli, i quali hanno vivido il ricordo di quei tragici avvenimenti, uno sventolio di tricolori italiani con lo stemma sabaudo e non, di quelle terre (Fiume, Istria, Dalmazia) e di Trieste (fortunatamente ancora italiana) ha accompagnato tante dolorose lacrime; solo il canto degli Italiani ha riacceso il vigore nazionale di tutti i presenti i quali, alla fine dello stesso, hanno gridato a gran voce: “Viva l’Italia!”. Per quanto concerne la rappresentanza monarchica sono intervenuti: Stefano Terenghi del Fronte Monarchico Giovanile (F.M.G.) lombardo in rappresentanza dell’U.M.I. e la Guardia d’Onore Alpino Nicola Viganò. Nutrito il gruppo di giovani curiosi che, a fine manifestazione, si è avvicinata alla bandiera del Regno per chiedere informazioni sull’associazione.
DATA: 12.02.2015

LA LOTTA PER L'EUROPA COMINCIA DALLA LIBIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/02/2015
              
Santorre di Santa Rosa    Ma oggi dove andrebbe un Santorre di Santa Rosa a battersi per la libertà dei popoli? Se volesse difendere le radici greco-cristiane della civiltà occidentale di sicuro non combatterebbe la Santa Russia, Terza Roma e bastione dell'Europa contro la Cina, contro i nostalgici dell'impero turco-ottomano, contro tutti i califfati e, va detto infine, contro l'eccessiva subordinazione dell'Europa centro-occidentale agli egoistici interessi dell'alleato USA, sempre più incline a sgovernare il pianeta a prescindere dall'Europa continentale, come si vide e si vede dall'Iraq alla Siria. Un Santa Rosa di oggi semmai aiuterebbe i governi che dal Marocco all'Algeria, dalla Tunisia all'Egitto di al-Sisi lottano contro il fondamentalismo islamico che ora, a causa della stupidità di chi vi ha provocato il caos (la Francia e gli Stati Uniti d'America più di altri, accorsi a rimorchio), sta sconvolgendo la Libia. Il vero banco di prova dell'Europa non è la razionalizzazione, necessaria, del confine russo-ucraino, dettato dalla geografia e dalla storia: un “caso” sorto dalla frettolosa dissoluzione dell'URSS e dall'illusione che la Russia fosse scomparsa per sempre dal novero delle grandi potenze. La Russia è un impero secolare. L'Ucraina è una uno “spazio”, un “confine” variabile “à merci”.
  Un Santorre di Santa Rosa dei nostri giorni si domanderebbe perché l'Europa sia così strabica: succuba del feticcio monetario, che privilegia alcune plaghe e ne demonizza altre, corriva a destabilizzare aree prossime e remote (i Balcani dopo la morte di Tito); incapace di concorrere a pacificarne altre (il Vicino Oriente, teatro delle pluridecennali guerre fra Israele e i confinanti); complice in guerre costosissime e inconcludenti, combattute in spazi remoti (dopo anni di plausi retorici sull'esportazione della democrazia in Afghanistan sulla realtà effettuale di quel paese è sceso un silenzio imbarazzato: che cosa vi facciamo? Che cosa vi è davvero cambiato? Quanto è costato? Quali veri vantaggi ne hanno tratto la  popolazione e la pace tra le nazioni?
   A cospetto di quanto accade oggi potrebbe  sembrare anacronistico evocare Santorre Annibale Derossi (o De' Rossi), conte di Pomarolo, signore di Santa Rosa (Savigliano, 1783 - Sfacteria, 1825). A prima vista, infatti, la sua figura emblematica poco o nulla ha da spartire con l'Italia odierna, incarnata  da un Parlamento mezzo incostituzionale, da troppo tempo affannato ad approvare riforme istituzionali e leggi elettorali con il malcelato obiettivo di sottrarre ai cittadini la libertà di scegliersi i propri rappresentanti. A ben vedere, tuttavia, la vicenda paradigmatica dell'antico patriota piemontese insegna che la politica estera deve essere sempre al centro dell'attenzione dei cittadini. Così fu infatti per Santa Rosa, che a tredici anni iniziò il servizio militare come alfiere agli ordini del padre, colonnello dei Granatieri, contro l'Armata d'Italia guidata da Napoleone Bonaparte, e partecipò alla battaglia cantata da Giosue Carducci in La bicocca di San Giacomo. Crollato il regno di Sardegna, a 24 anni Santa Rosa fu nominato sindaco (“maire”) di Savigliano, controllata dalla potentissima loggia “La Réunion” del medico Carlo Matteo Capelli. Viceprefetto napoleonico a La Spezia nel 1812, dopo la Restaurazione,nel 1814, entrò capitano dei granatieri nel Reggimento Guardie e combatté in Savoia contro le mire francesi, identiche nei secoli, dai re di Valois e di Borbone a Napoleone III. Entrato in carboneria, nel 1821 Santa Rosa fu tra i cospiratori che chiesero al ventitreenne Carlo Alberto di Savoia di sposare la causa della Costituzione liberale. Il Piemonte non era pronto. Non aveva un programma proprio. Poiché aveva giurato di non concedere alcuna costituzione, re Vittorio Emanuele I abdicò e nominò reggente il principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano, parente in tredicesimo grado, in attesa che da Modena rientrasse a Torino suo fratello e successore, re Carlo Felice. In mancanza di meglio, su pressione dei liberali il principe promulgò la costituzione spagnola (detta di Cadice, dalla città nella quale era stata deliberata nel 1812, come base della guerra d'indipendenza contro l'occupazione francese) con un correttivo fondamentale: la libertà dei culti ammessi.
  Sconfessato dal nuovo sovrano, Carlo Alberto lasciò Torino e raggiunse a Novara il comandante dell'esercito del re. In gioco vi erano le sorti della dinastia che incarnava lo Stato, chiuso nella tenaglia dell'Austria, guida della Santa Alleanza orchestrata dal Cancelliere Clemens von Metternich, e della Francia di Luigi XVIII, entrambe decise a reprimere manu militari ogni focolaio liberale. Nel regno delle Due Sicilie, in Lombardia, in Piemonte le “sette” furono schiacciate. Carbonari, adelfi, federati, massoni, “americani” – tutti i cospiratori, insomma – vennero annientati in battaglia, imprigionati, condannati a morte o a lunga detenzione, costretti all'esilio. Mentre ad Alessandria venne innalzato il tricolore, fiancheggiato da Guglielmo Moffa di Lisio, da Luigi Ornato, da Giacinto di Collegno e forse da Roberto Tapparelli d'Azeglio, il trentottenne Santa Rosa capitanò un governo di guerra che fu subito di emergenza. Dopo lo sbandamento delle sue truppe travolte dagli austriaci tra Novara e Vercelli (5-6 aprile), cedette il campo. Non rimase che l'esilio per scampare alla forca (cui fu condannato, con sentenza eseguita in contumacia sulla piazza di Savigliano che ne porta il nome) e alla repressione dei “compromessi”, che calò come cappa di piombo per un decennio.
   Come altri maggiorenti del moto costituzionale Santa Rosa riparò all'estero. Via Genova, Marsiglia e Lione arrivò a Ginevra: troppo vicino al confine del regno sardo. Su pressioni austropiemontesi la “libera Svizzera” gli intimò di andarsene. Da Losanna passò a Parigi, ove visse in povertà sotto il falso nome di Conti. Già autore delle Speranze d'Italia (poi titolo della celebre e fortunata opera di Cesare Balbo, che esortò all'unità d'intenti politici di tutti i cristiani), apprezzato dal liberale Victor Cousin, vi pubblicò De la Révolution piémontaise, un saggio denso e di immediato successo europeo, meritevole di essere ristampato e riletto. Arrestato a Parigi e cacciato dalla Francia, passò a Londra, ove conobbe Ugo Foscolo, poeta all'epoca celeberrimo in Europa, già avversario a viso aperto di Napoleone (che nel 1797 aveva celebrato quale liberatore dell'Italia) ma ancor più ostile al dominio assolutistico dell'Austria sul Lombardo-Veneto.
  Dopo anni di tristezze e miseria, con Giacinto di Collegno nel novembre 1824 Santa Rosa partì per la Grecia, che era in guerra per l'indipendenza dal secolare giogo turco-ottomano. La libertà non era di questo o di quel popolo: era un ideale universale. Oggi in Grecia, domani in Italia. Santa Rosa si mosse sulla scia dell'inglese George Gordon Byron, il poeta e drammaturgo più famoso nell'Europa dell'epoca, a sua volta volontario contro i turchi e morto di febbri a Missolungi nell'aprile 1824 senza mai imbracciare il fucile.
   Il patriota italiano ebbe l'accoglienza che si attendeva. Messo sull'avviso dagli inglesi, che non gradivano l'interferenza di uomini liberi cresciuti nell'Europa di Napoleone, il governo greco non gli affidò alcun comando: eppure era stato non solo alto ufficiale ma anche ministro della Guerra nel governo provvisorio costituzionale del regno di Sardegna. Nella lotta dei greci per l'indipendenza dai turchi si intersecavano occhiuti appetiti di molte potenze: inglesi e francesi (niente affatto concordi) da una parte, la Russia di Alessandro I dall'altro. Lo zar si valse del più giovane dei fratelli Ypsilanti, Demetrio, e dei due fratelli Capodistria, Giovanni e Agostino. Assunto il nome, riduttivo, di Annibale De' Rossi il conte di Santa Rosa alla fine vestì la divisa di soldato semplice. Dal febbraio 1825 combatté a Patrasso, a Navarino e, da inizio maggio, nell'isoletta di Sfacteria, assalita dagli egiziani di Mehemet Alì, che ufficialmente si batteva per la Sublime Porta ma in realtà mirava a ottenere la protezione proprio dell'Occidente contro il Sultano. Vecchi giochi. Tragedie perenni. Lì Santa Rosa disparve, venne ucciso in combattimento l'8 maggio. La salma non fu rinvenuta. Fu e rimane un “caduto senza croce”: emblema di spirito libero. Lasciò I Ricordi, 1821-1824 e le molte centinaia di lettere alla moglie, amorevolmente riordinate e pubblicate da Antonino Olmo nel 1969 in un volume dal quale derivarono le biografie successive scrittene da Filippo Ambrosini, da Giulio Ambroggio e da altri.
   Insegnò e insegna che - diceva bene re Vittorio Emanuele III - il vero fulcro dello Stato è la politica estera, che reca con sé quella militare. La “politica interna”, che tanto appassiona le grigie cronache, è nient'altro che ordine pubblico, tesoro, finanza, economia: i visceri. La “testa” è la politica estera/militare. Nella vita ordinaria essa si riduce a rissa tra fazioni, intruglio di pastette, mercato di politicanti a noleggio. Nel caso migliore è istruzione, educazione, ricerca scientifica, cioè quanto di più negletto da decenni vi sia nel Paese Italia, che ha appaltato la vita culturale a faccendieri drappeggiati da mecenati. Perciò quello di  Santa Rosa è oggi un nome al tempo stesso inattuale e assordante. Ci dice come si fu e come si deve essere malgrado le condizioni odierne del Paese. I “maggiori” costruirono l'Italia perché non la pensarono guardandola da questa o quella città o regione ma la videro da Parigi, Londra, Berlino, San Pietroburgo, come il geniale Joseph de Maistre, “Eques a Floribus” nella massonica Stretta Osservanza.
   “Quinci trarrem gli auspici...” scrisse Foscolo in “I Sepolcri”. E i garibaldini poi cantarono: “Si scopron le tombe, si levano i morti...”.
    Oggi un Santa Rosa non alimenterebbe conflitti artificiosi all'interno dell'Europa che va dall'Atlantico a Vladivostok. Impugnerebbe invece le sorti del Mediterraneo, a cominciare dalla Libia, che non può essere abbandonata al caos attuale, preda di un pericolosissimo sanguinario “califfato”. Qualcuno deve pur porre rimedio all'insipienza dell'Occidente. E' da credere che questa sia anche cura suprema di Sergio Mattarella, che, quattordicesimo (*) presidente della Repubblica, “ha il comando delle Forze Armate” (art. 87 della Costituzione).
 Aldo A. Mola 
     (*) Non si comprende perché Sergio Mattarella venga detto “dodicesimo” presidente. Dal 13 giugno 1946, quando con un “gesto rivoluzionario” (o “colpo di Stato”) Umberto II di Savoia fu indotto a lasciare l'Italia (senza abdicare alla corona), i capi della Repubblica italiana furono, nell'ordine, Alcide De Gasperi (che si arrogò le funzioni di Capo dello Stato), Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano I, Giorgio Napolitano II (anche se la persona è la stessa, le presidenze sono due) e, appunto, l'attuale: semmai tredicesimo se erroneamente, con argomento da supermercato (paghi uno prendi due), si volesse contare Napolitano un'unica volta. O forse non si vuol dire che Mattarella è il tredicesimo solo perché la cifra porta male?       
DATA: 12.02.2015
   
SULL’ ELEZIONE DEL NUOVO CAPO DELLO STATO.

    Al di là delle critiche sul metodo di scelta del nuovo presidente della repubblica, fatte dai più, nei confronti del presidente del consiglio Matteo Renzi, e al di la del fatto che comunque, in un sistema repubblicano, l’elezione del suo capo è sempre espressione di un accordo di parte a prescindere anche dalle modalità tecniche della sua elezione (elezione diretta, o indiretta, voto palese o segreto sono solo questioni di lana caprina), le riflessioni che scaturiscono dall’intera vicenda sull’elezione del nuovo capo dello Stato, sono essenzialmente due. Primo: a chi pensava che fossimo giunti nella seconda repubblica e che con l’elezione del nuovo presidente saremmo passati alla terza, si sbagliava di grosso. Il rottamatore (solo a parole) Matteo Renzi, infatti, alla fine, ha preferito imporre alla presidenza della repubblica, un uomo della cosiddetta “prima repubblica”. Quella “prima repubblica”, giova ricordarlo, nata dalle vicende mai chiarite del Referendum del ’46 e sigillata nel ’48 dalla nuova Carta Costituzionale, e dall’accordo tra democrazia cristiana e partito comunista, che se ne spartirono i poteri: alla dc il governo del paese, e al pc la cultura, dando origine, si, alla rinascita economica dell’Italia, ma che con se portò anche il germe della divisione netta della nostra storia patria, da una parte i buoni, i “liberatori”, e dall’altra i cattivi, quelli cioè che non meritavano di essere studiati nei libri di storia, come se la storia non fosse un tutt’uno con le vicende passate, che invece si susseguono a catena. Oggi con l’elezione dell’ex dc Sergio Mattarella a presidente della repubblica quell’accordo viene nuovamente rinsaldato. Ma su quali basi? Esistono più quelle condizioni che sussistevano alla fine del secondo conflitto mondiale? Ha più senso ad esempio, conservare una Carta Costituzionale che ne incarni quei valori? Sicuramente no. Invece, a dispetto dei santi, il profilo del nuovo inquilino del quirinale sembra essere proprio quello di un conservatore della Carta che quello di un suo possibile riformatore. Ne è la controprova, il fatto, che tra chi lo ha votato compaia anche la sinistra più estrema, da sempre refrattaria a qualsiasi cambiamento. La paura di Matteo Renzi di essere falcidiato dai franchi tiratori del suo partito, che lo aspettavano al varco, è stata, infatti, più forte di qualsiasi sua pretesa al cambiamento. Il risultato è che il nuovo presidente della repubblica si guarderà bene dall’avallare drastiche riforme della Carta Costituzionale per non scontentare chi lo ha votato. Nei sistemi politici dove regna un Sovrano, invece, quanto detto, non può accadere. Il Re non viene eletto dai partiti, la sua successione al trono è regolata da leggi dinastiche proprie, quelle della sua casata di appartenenza, di conseguenza non è soggetto a “ricatto” di chi lo ha votato, ne deriva che egli sarà più svincolato da interessi partitocratici. Il Re inoltre viene educato fin da piccolo ad essere imparziale, e non può aver militato in un partito. In Italia ad esempio la Monarchia Sabauda ha sempre incarnato il ruolo di terzietà rispetto alle diverse posizioni in campo. Anche nel tanto vituperato periodo del fascismo il Re fu imparziale, semmai furono gli italiani ad essere fascisti, e che nelle piazze gridavano: duce! duce! duce! Mussolini fu votato dagli italiani (al contrario di Monti, Letta e Renzi), cosa doveva fare il Re, destituirlo contro il volere del popolo? Era un Re costituzionale, non poteva farlo! Lo fece quando il duce del fascismo fu messo in minoranza. Nei frangenti storici in cui il Re è potuto sembrare parziale in realtà non lo fu affatto, o meglio, se lo fu, egli agiva comunque con propria coscienza di sé, in virtù del suo ruolo che rappresentava, sempre fedele allo Statuto, e per il bene dell’Italia, con il solo limite della discrezionalità umana. Quanto detto finora, fa nascere una seconda riflessione che riguarda le vicende politiche susseguitesi negli ultimi tre anni di storia repubblicana, e che va a confermare che un presidente della repubblica non è affatto imparziale. Quando nel 2011 Giorgio Napolitano, a seguito delle dimissioni di Silvio Berlusconi dalla presidenza del consiglio dei ministri, decise di non sciogliere le camere e di non indire le elezioni ma nominò Mario Monti capo del governo, non fu scelta di parte? E i seguenti governi Letta e Renzi, entrambi di sinistra, ed entrambi non legittimati dal popolo, non lo furono? Alla luce di quegli avvenimenti, la lunga militanza nel partito comunista dell’ex presidente della repubblica può davvero non aver influito sulle sue scelte? E ancora, la “dittatura” di Matteo Renzi, non è figlia di scelte parziali fatte dell’ex capo dello Stato? Quindi: Come potrà oggi il nuovo presidente della repubblica Sergio Mattarella, dimenticarsi, che è stato eletto da Renzi?
 Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I. 
DATA: 12.02.2015
   
UN PARLAMENTO IN PARTE NON COSTITUZIONALE HA ELETTO CAPO DELLO STATO IL PROF. SERGIO MATTARELLA
 UN PARLAMENTO IN PARTE NON COSTITUZIONALE HA ELETTO CAPO DELLO STATO IL PROF. SERGIO MATTARELLA                                          
Viva il Re, Viva l'Italia,  
  
   Il Parlamento ha eletto Capo dello Stato il prof. Sergio Mattarella, componente della Corte Costituzionale che il 3 dicembre 2013 dichiarò anticostituzionale l'elezione della Camera dei Deputati. Il Parlamento non varò una nuova legge elettorale in linea con le indicazioni della Corte: anzi ha allontanato e allontana i cittadini dalle Istituzioni con l'abolizione dell'elettività diretta dei consigli provinciali e del Senato.
   La Consulta né esulta né si si deprime per queste increspature dello stagno della Repubblica: nulla rispetto a quanto accadde nel giugno 1946 con il referendum sulla forma dello Stato e ne seguì: la partenza dal suolo patrio del Re Umberto II di Savoia, che recò in salvo la Monarchia, patrimonio storico, morale e civile degli italiani, fondamento della loro unità e della loro libertà.
   Re Umberto II visse trentasette anni all'estero, in esilio dal 1948. Ribadì la regola di Suo Padre, Vittorio Emanuele III: “Italia innanzi tutto, Viva l'Italia”.
   Senza illusioni e senza collusioni, al di fuori e al di sopra delle cronache, la Consulta conosce e addita l'immensa mole di angosce nelle quali vivono gli Italiani e opera per attenuarla e per indicarne i responsabili. Questi vanno allontanati da cariche esercitate a nocumento dei cittadini.
   Dai Sacrari Militari  -anzitutto Redipuglia, ove riposa l'Avo del Capo della Casa di Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia-,  da Aquileia e da ogni lembo della Patria le Salme di quanti dettero la vita per la Patria in questo Centenario dell'intervento nella Grande Guerra ripetono “Presente!”. Non chiedono applausi ma silenzio: vigile e operoso.
   Per la Grande Italia.
                                                           Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
                                                                             Aldo Alessandro Mola
Roma, 31 gennaio 2015
DATA: 01.02.2015
 
CASA SAVOIA AL FRONTE: L'ARCHIVIO DAL MOLIN PUBBLICA UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA
  
CASA SAVOIA AL FRONTE: L'ARCHIVIO DAL MOLIN PUBBLICA UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA    L’Archivio DAL MOLIN, fondato nei primi anni ottanta dall’imprenditore Ruggero Dal Molin di Bassano del Grappa che avvia una vasta collezione di documenti d’epoca della Grande Guerra, in particolare fotografie, oggi considerata una delle principali a livello nazionale, ha pubblicato sul proprio sito una selezione di fotografie d'epoca riguardanti la Famiglia Reale al Fronte. Le foto provengono dalla collezione Maurizio Lodi, nostro iscritto e collaboratore, che ne ha firmato l'articolo. Dalla selezione si vede l'impegno e la passione dimostrata da Casa Savoia durante la Grande Guerra.


DATA: 01.02.2015
 

“ITALICUM”. UNA RIFORMA PIÙ AMARA DELLA “LEGGE ACERBO”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/02/2015
              
  Di buone intenzioni son piene le fosse recita, lugubre, il proverbio memorabile. Lo stesso vale per le leggi elettorali. Sbandierate come garanti di chissà quali miracoli, spesso producono catastrofi. In Italia lo si è veduto molte volte. Perché ricordarlo? Non certo nell'illusione che la storia sia magistra vitae. La conoscenza del passato non dice affatto che cosa occorra fare oggi. Chi pensa di utilizzarla come un “navigatore” per guidatori con l'occhio e l'orecchio fisso ai suoi presunti “insegnamenti” spesso va fuori strada, perché da quando si mette in viaggio tutto è mutato: lo scenario, le persone, egli stesso. Il passato non si ripete mai nell'identico modo. Quindi, conoscerlo non significa poterlo rivivere  e copiarlo pari pari. Semmai aiuta a essere più consapevoli e responsabili, cioè più liberi di decidere quello che occorre fare qui e ora.
 E' quanto vale, appunto, per le leggi elettorali. Secondo alcuni (e tra questi il pur navigato Cirino Pomicino), il cosiddetto Italicum, pessima etichetta per la brutta legge approvata dal Senato in seconda lettura ma destinata a tornare in Aula, evoca la “legge Acerbo” del 1923. Infatti, a differenza di quanto accade nei paesi democratici, essa assegna un premio esagerato al “vincitore”: il 55% dei seggi alla lista che ottiene più del 40% dei voti, un vantaggio di ben 15 punti (altro che la vana “legge truffa” del 1953!). Al tempo stesso ottengono seggi le liste che superano il 3% dei consensi: una soglia bassissima, a favore dei  partiti piccoli e piccolissimi. Non solo: se nessuna lista supera il 40% le due che hanno ottenuto il maggior numero di voti (magari il 25% circa, come PD e M5S nel febbraio 2013) vanno al ballottaggio: una prospettiva pericolosa per l'Italia di oggi, che non è né bipolare né bipartitica, bensì divisa in tre principali schieramenti (PD, M5S,Forza Italia), anzi quattro, perché  l'astensione, vera novità degli ultimi anni, è infatti il primo “partito” con il 35/40% alle “politiche” e ancor più alle “locali”. Molti dunque vedono nell'Italicum una sinistra replica della legge che, a loro giudizio, spianò la via al “regime”. L'affermazione è errata, sia sotto il profilo tecnico, sia, ancor più, dal punto di vista della storia.
  La “legge Acerbo” (18 novembre 1923, n. 2444) nacque per rimediare alle rovine causate dal sistema proporzionale e per assicurare al Paese un governo stabile. Di per sé, però, quella riforma non decretò affatto che il vincitore fosse il blocco conservatore (di centro-destra), anziché un'alleanza socialdemocratica e liberalprogressistica. A decidere in un senso piuttosto anche nell'altro furono le circostanze specifiche, che meritano di essere rapidamente rievocate. Il quadro politico-partitico dell'epoca da sei anni era caotico. Su pressione dei socialisti, dei cattolici e di demovisionari, con legge 15 agosto 1919, n. 1401 era stata introdotta la ripartizione dei 508 seggi in lizza in proporzione ai voti riportati dai partiti nei 54 collegi elettorali del regno. I socialisti e liberal-democratici, entrambi con il 30,7% dei voti, ottennero156 seggi ciascuno; con il 19,7% il neonato partito popolare (cattolici) ne ebbe 100. Il resto andò ad altre formazioni: liberali conservatori, socialisti indipendenti, repubblicani, radicali, combattenti e liste “locali”. La Camera contò undici gruppi, litigiosi e inconcludenti. Diciotto mesi dopo, alle nuove elezioni improvvidamente indette dall'ottantenne Giovanni Giolitti, presidente del consiglio per la quinta volta in trent'anni, scaturì un risultato anche peggiore: quattordici gruppi parlamentari, deboli  e rissosi. Come in tutta Europa i liberali erano in rotta: perdenti sul piano culturale prima ancora che su quello partitico-elettorale. A Giolitti, subito dimissionario, seguirono tre governi in tredici mesi (Bononi, Facta I e Facta II) e, il 31 ottobre 1922, quello di coalizione costituzionale presieduto da Benito Mussolini, tra le cui priorità vi fu proprio la riforma della legge elettorale.
   Presentata dal sottosegretario all'interno, Giacomo Acerbo (massone della Gran Loggia d'Italia), dal quale poi prese nome, la legge assegnò 2/3 dei seggi al partito che ottenesse almeno il 25% dei voti. L'altro terzo sarebbe stato suddiviso in proporzione ai voti ottenuti da liste presenti in almeno tre circoscrizioni. Il Partito nazionale fascista allestì una lista nazionale comprendente tesserati (in larga parte di fresca data) e candidati più o meno amici, simpatizzanti o indipendenti, come Vittorio Emanuele Orlando, “presidente della Vittoria”, ed Enrico De Nicola, che dichiarò di ritirarsi dalla competizione poche ore prima del voto, quando il suo discorso di sostegno a Mussolini era già stato pubblicato nei giornali.
  Nel timore di non fare il pieno di consensi, i fascisti allestirono anche una lista fiancheggiatrice. Risultato? Il 6 aprile 1924 il “listone” ottenne il 65% dei voti e 356 seggi su 535; i “dissidenti” ne ebbero 19. Dunque, broglio più violenza meno (in linea con quanto accadeva in altri Paesi, nulla rispetto all'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), Mussolini stravinse. Se fosse stata in vigore la “maledetta proporzionale” (come Giolitti aveva definito la legge del 1919, voluta da Luigi Sturzo, a sua detta “prete intrigante”) avrebbe ottenuto identico risultato, se non superiore.
  Ma perché venne decisa e chi approvò la legge Acerbo? Semplice. Nelle elezioni del 1921 i partiti avevano raggiunto soglie miserande: il 24% i socialisti, il 19% i popolari. Gli altri seguirono con cifre modeste, in ordine sparso. Il 25% era dunque un traguardo ambizioso.   La “legge Acerbo” non venne imposta a manganellate. Seguì la normale procedura parlamentare. Per esaminarla, alla Camera fu istituita un'apposita Commissione, formata da due membri per ognuno dei nove gruppi di rilievo nazionale. Come ricorda Pierluigi Ballini, storico insigne delle leggi elettorali italiane, Giolitti, suo presidente, era del tutto favorevole alla approvazione della legge, come gli altri “costituzionali”. Contrari furono i repubblicani, i socialisti, i comunisti e i popolari, che poi però in Aula passarono dall'opposizione all'astensione, con molti voti favorevoli.
  La nuova legge, tuttavia, non costituiva affatto una rete di sicurezza per il governo. Constatata la volubilità dell'elettorato, fu messo in cantiere il ritorno ai collegi uninominali, in vigore dal 1848 al 1919: uno specchietto agitato da Mussolini per trarre in inganno le allodole liberali e per spaventare il residuo partito popolare (crollato al 9% con 39 deputati), il cui elettorato era spalmato dappertutto e sarebbe stato vincente solo in poche plaghe. Del resto nel 1922 Mussolini assicurò ad Alcide De Gasperi, presidente dei popolari alla Camera, che avrebbe confermato il proporzionale. Ottenutone un magnifico discorso di sostegno al governo, gli voltò le spalle e puntò al maggioritario. Poiché in politica, come in guerra non contano i metodi, non meno colpevole di chi inganna è colui che si lascia ingannare:  nella propria sconfitta, infatti, egli travolge non solo se stesso ma anche quanti gli hanno affidato difesa e salvezza; e costoro si rivarranno su di lui e sulla sua memoria, come sempre è accaduto.
   Delle urne del 6 aprile 1924 poche gioie ebbe Mussolini. Il rapimento/assassinio di Giacomo Matteotti per gli oscuri motivi indagati da Riccardo Mandelli in Decreti sporchi. La lobby del gioco d'azzardo e il delitto Matteotti (ed. Giorgio Pozzi) recise la mano che  aveva teso verso i socialisti. Non solo. Il “duce” constatò che i deputati iscritti al PNF erano due terzi degli eletti (227); gli altri oscillavano al primo vento contrario. E poi vi era il vero rischio: gli elettori. Perciò, andando per gradi, in un paio d'anni il governo abolì l'elezione dei consigli comunali e dei consigli provinciali, roccaforte di liberali, socialisti e cattolici. I sindaci furono sostituiti con podestà; gli altri con “Prèsidi” e poi con i Rettorati: tutti di nomina governativo/prefettizia. Il gusto innato degli italiani per la competizione venne trasferito dalle elezioni amministrative ad altri campi: l'associazionismo sportivo, le attività ludiche. Lavoro e dopolavoro... Con lo scioglimento coatto dei partiti d'opposizione e dei suoi giornali anche la vita interna del PNF e della Milizia volontaria di sicurezza nazionale fu rigidamente disciplinata. L'informazione finì sotto stretto controllo, secondo regole che erano state sviluppate con minor successo nel corso della Grande Guerra.
    Mussolini pensò di chiudere la partita a tempo indeterminato con la riforma della legge elettorale proposta da Alfredo Rocco, approvata il 17 maggio 1928: al collegio elettorale comprendente l'intera Italia fu presentata una lista di 400 candidati, debitamente selezionati per motivi politici o di rappresentatività (per esempio, una seggio fu riservato al Touring Club Italiano...). Gli elettori vennero chiamati a dire si o no in blocco.
  Nell'ultimo intervento in Aula Giolitti bollò la riforma come cesura definitiva tra il regime liberale, basato sulla libera scelta dei rappresentanti da parte dei cittadini, e quello nuovo, fondato sulla predeterminazione delle candidature, deliberate dal Gran Consiglio del Fascismo. La legge Rocco venne approvata sei mesi prima che la Camera votata nel 1924 elevasse il Gran Consiglio da consesso di partito (e quindi “privato”) a “organo della Rivoluzione fascista”, dotato di un'enorme quantità di competenze, in parte effettive, in parte del tutto immaginarie (fu il caso della successione al trono, sulla quale né esso né il governo ebbero mai alcuna vero potere).
  Ma quali erano le fondamentali differenze tra le leggi di cui si è detto (la proporzionale del 1919, la legge Acerbo del 1924, quella Rocco del 1928) e l'Italicum approvato martedì scorso dal Senato? In primo luogo la monarchia conservò tutti i poteri statutari. Lo si vide il 25 aprile 1943 quando Vittorio Emanuele III comunicò a Mussolini che non era più capo del governo: lo stesso sangue freddo col quale il 9 novembre 1917 disse a Cadorna che non era più Comandante Supremo. Inoltre non vi era solo la Camera dei deputati ma anche il Senato, di nomina regia e vitalizio, sommesso ma non sottomesso e riluttante alla tracotanza del regime. In terzo luogo il presidente del Consiglio/capo del governo non fu anche segretario del PNF: carica che passò da Michele Bianchi a Francesco Giunta, a un quadrumvirato, a un direttorio nazionale, a Roberto Farinacci, Augusto Turati, Giovanni Giuriati, Achille Starace, Ettore Muti, Adelchi Serena, Aldo Vidussoni e Carlo Sforza: una dozzina di cambi in vent'anni, a conferma che anche i partiti “totalitari” procedono a zig-zag. Chi votava per il Listone proposto (o imposto) dal Gran Consiglio (1929 e 1934) o per la formazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (1939) sapeva che se davvero le cose fossero andate male vi erano due bastioni: il Senato e la monarchia.
   L'Italicum, dunque, non è affatto confrontabile con la legge Acerbo. E' peggio. Ora vi sono un presidente della repubblica i cui poteri costituzionali, in presenza di una politica forte, cioè di cittadini partecipi alla vita politica e pubblica, sono poco più che notarili. Ma se davvero dovesse durare la sciagurata abolizione dell'elettività dei consigli provinciali e quella del Senato da parte dei cittadini, l'elezione della Camera risulterebbe vitale per la democrazia rappresentativa. L'idea che il 40% dei voti validi (cioè il 22% circa degli aventi diritto) possa decidere per il restante 60% dei votanti e anche per i non votanti è allarmante. Poiché la Costituzione ancora lo consente, è arrivato il momento di fermarsi a riflettere. Fu il Parlamento a introdurre la proporzionale nel 1919, a votare la legge Acerbo nel 1923, a instaurare nel 1928 il regime crollato nel 1943. Il Parlamento non è affatto infallibile. E non sempre è affidabile. I cittadini hanno diritto di controllarlo e di chiedergli conto di quanto fa, perché non è autocefalico, né può campare  di accordi e patti extraparlamentari, dai contorni e dai contenuti oscuri. Esso nasce dalla volontà espressa nelle urne dai cittadini: a quanto pare, però, non si ha fretta di consultarli.
    Aldo A. Mola            
DATA: 25.01.2015
   

SERVIZIO SULL'U.M.I. DI FAN PAGE: "VIVA IL RE!"
  
    Il popolare canale web di informazione Fanpage, che conta oltre tre milioni di seguaci su facebook, ha dedicato uno speciale al punto di vista dei monarchici, intervenendo al convegno organizzato dall'U.M.I. a Napoli e raccogliendo testimonianze e impressioni dai presenti.

DATA: 30.01.2015

INTELLIGO NEWS: QUIRINALE? PARLANO I MONARCHICI. INTERVISTA A SACCHI: “IL VERO ARBITRO È IL RE”
  
INTELLIGO NEWS: QUIRINALE? PARLANO I MONARCHICI. INTERVISTA A SACCHI: “IL VERO ARBITRO È IL RE”    Nel giorno della prima votazione in Aula per l’elezione del Presidente della Repubblica, IntelligoNews ha deciso di dar voce anche a chi non ama il totonomi sul Quirinale in quanto sostiene che la migliore forma di governo non è la Repubblica, bensì la Monarchia. Il Presidente nazionale dell’U.M.I., Alessandro Sacchi, ha risposto così alle nostre domande…

DATA: 30.01.2015
   
CORSA AL QUIRINALE: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE U.M.I. ALESSANDRO SACCHI
  
CORSA AL QUIRINALE: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE U.M.I. AVV. ALESSANDRO SACCHI    Il Presidente nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), in merito all’imminente elezione del nuovo Capo dello Stato, ha dichiarato:

    “Da ogni parte politica si invoca l'elezione di un Capo dello Stato che svolga la funzione con terzietà ed imparzialità. I nomi circolanti di tutti i candidati emergono dal più fumoso passato della prima Repubblica e tradiscono antiche ed accese militanze di parte. L'Unione Monarchica Italiana ricorda agli italiani che l'unico meccanismo costituzionale al cui vertice sieda un arbitro imparziale è la Monarchia parlamentare, come si evince dal funzionamento delle più evolute democrazie del mondo: le Monarchie europee. Piuttosto che un ritorno agli uomini della prima Repubblica, andiamo verso il Meccanismo della seconda Monarchia.”

Avv. Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.

    Roma, 26 gennaio 2015
DATA: 26.01.2015
   
ROMA: GIGLIO INAUGURA LA SECONDA PARTE DEL 67° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
  
ROMA: GIGLIO INAUGURA LA SECONDA PARTE DEL 67° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REXDomenica 25 gennaio si è svolto un importante incontro del Circolo REX, in occasione dell'apertura della seconda sessione del 67° ciclo di conferenze del sodalizio, presso la sala uno dell'Istituto salesiano di via Marsala in Roma. Oratore il presidente dello stesso Circolo, l'Ing. Domenico Giglio che ha tenuto una dettagliata conferenza sul tema: “Dalla neutralità all’intervento dell’Italia in guerra. 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915”. L'incontro è stato aperto dal Presidente Emerito del Circolo Rex, Avv. Benito Panariti e, prima della relazione, è stato letto il messaggio scritto da Umberto II nel 1965, in occasione del 50° anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia. Giglio ha analizzato la situazione internazionale, soffermandosi sulla triplice alleanza e sulle ragioni che portarono l'Italia a dichiarare guerra all'Austria (e non agli Imperi centrali come erroneamente viene detto, la guerra alla Germania fu una necessità dettata dalle alleanze ma avvenne solo un anno dopo dall'ingresso dell'Italia nel conflitto). Ha elencato le diverse anime della società italiana, divise tra interventisti e neutralisti, dalle formazioni politiche agli organi di stampa. Grande spazio è stato dato al Re Vittorio Emanuele III e a Casa Savoia, in prima linea al fronte. Giglio ha spaziato nell'analisi dei conflitti che hanno attraversato l'Europa dalla metà dell'ottocento, evidenziando il ruolo dell'Italia in ciascuno di essi e sfatando il pregiudizio, in voga anche tra molti storici, che gli italiani siano dei traditori. La Grande Guerra per l'Italia è stata la quarta guerra d'Indipendenza, proprio per sottolineare il modo con cui il nostro Paese si sia approcciato al conflitto, per reclamare le terre irredente e non per fare mero espansionismo. L'incontro si è concluso con la lettura del proclama agli italiani del Re Vittorio Emanuele III per l'ingresso dell'Italia nel conflitto.
All'affollata riunione erano presenti molte anime del monarchismo romano, dal Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, accompagnato dalla responsabile cultura U.M.I. Erina Russo de Caro e dal Presidente U.M.I. Campania Duca Giannandrea Lombardo di Cumia, al delegato delle Guardie d'Onore di Roma Col. Paolo Caruso, alla responsabile del Gruppo Savoia del Lazio Loredana di Giovanni, alla responsabile dell'Associazione Amici del Montenegro Maria Coculo Satta, alla nipote dell'Eroe dei Due Mondi Dott.ssa Anita Garibaldi, all'ex ministro ed ex vicepresidente del Senato Prof. Domenico Fisichella.
DATA: 25.01.2015

CLASSE POLITICA CENT'ANNI FA:GIOLITTI E CAMILLO PEANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 25/01/2015

Camillo Peano                  In Italia c'era una volta una classe politica di prim'ordine. Non dieci, cento, mille, ma decine di migliaia di persone educate a tre idee cardinali: l'Italia non è un mito ma una realtà storica; gli italiani fanno parte della grande famiglia delle nazioni e costituiscono un esempio per i popoli oppressi in cerca dell'indipendenza; loro, i dirigenti, ascesi ad alte cariche per fortune di famiglia o per meriti riconosciuti dallo Stato, che apre la strada ai capaci e meritevoli, operano non per interessi personali o di casta ma per tutti i cittadini, perché ognuno sta meglio in uno Stato più coeso e sicuro. Era un secolo fa. Prima di essere incaricato di “munera”, cioè dei “pesi” delle cariche pubbliche, l'aspirante “politico” faceva tirocinio in uffici minori, nei consigli comunali e provinciali, nelle scuole, nelle caserme... Studiava e si faceva carico dei meno fortunati. Quell'Italia pensava di riuscire a far meglio della Chiesa, che per secoli era stata la trama fondamentale della società. Diversamente, perché mai aver unificato l'Italia e spodestato Pio IX? Cent'anni orsono quel “sistema” entrò in crisi perché la dirigenza non fu all'altezza della sfida impostale dalla conflagrazione europea. Il Parlamento non interpretò la volontà dei cittadini. La frattura avvenne tra il dicembre 1914 e il gennaio 1915. Eccone la fotografia.
   “Caro Amico...”. E' l' “incipit” della lettera inviata il 24 gennaio 1915 da Giovanni Giolitti a Camillo Peano: una missiva importante per il contenuto e per la forma, che è sempre sostanza. A Parlamento chiuso, il settantaduenne Giolitti, quattro volte presidente del Consiglio, intuì che il governo, presieduto da Antonio Salandra, mirava a portare l'Italia in guerra a fianco della Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) mentre era ancora formalmente alleata con la Germania e l'Austria-Ungheria. Il governo (che non significa gli italiani, ignari di quanto avveniva sulla loro pelle) chiedeva a Vienna di cedere subito “compensi” per l'ingrandimento futuro della monarchia asburgica nei Balcani. L'Austria recalcitrava: la guerra, iniziata il 26 luglio 1914, era in corso. Se avesse ceduto territori all'Italia in nome della nazionalità, l'Impero sarebbe deflagrato perché comprendeva austriaci, tedeschi, ungheresi, slovacchi, boemi, polacchi, croati, sloveni, romeni, bosniaci, erzegovini...: un caleidoscopio di genti non solo di diverse confessioni cristiane ma persino di religioni differenti. Semmai poteva promettere, ma in cambio di certezze che l'Italia non prospettò mai in modo sincero. La trattativa tra Roma e Vienna corse per nove mesi sul filo del rasoio. Impostata male dall'inizio, era destinata a finire peggio, a meno di una mediazione, difficile ma necessaria, in nome del buon senso.
   Al “caro amico” Giolitti scrisse per confutare due “leggende”. In primo luogo negò di essere segretamente colluso con il principe Bernard von Bulow, inviato da Berlino ambasciatore straordinario a Roma per ottenere che in cambio della neutralità italiana l' Austria accogliesse con franchezza alcune richieste di Roma (almeno il Trentino e garanzie per la popolazione italofona nell'Impero). Inoltre, ed è quanto più gli premeva, enunciò il principio fondamentale della politica estera di un Paese perbene: “Certo io considero la guerra non come una fortuna (come i nazionalisti) ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando è necessaria per l'onore e per i grandi interessi del paese. Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso gli altri popoli. Per un sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del paese. Ma quando è necessaria non esiterei ad affrontare la guerra e l'ho provato (come fece - osserviamo - contro l'impero turco per la sovranità sulla Libia nel 1911-1912). Credo molto, nelle attuali condizioni d'Europa, molto potersi ottenere senza guerra...”.
  Il 26 gennaio Peano portò la lettera a Olindo Malagodi, antico socialista poi convertito al liberalismo schietto e direttore della “Tribuna”, prestigioso quotidiano di Roma, che la pubblicò il 1° febbraio. Però, pensando di far meglio come spesso accade ai giornalisti, sostituì arbitrariamente “molto” con “parecchio”. “Parecchio” è pronome avverbiale assai vago, derivante dal latino volgare “parìcula”, estraneo alla concretezza piemontese di Giolitti, secondo il quale nella vita e nei rapporti tra gli Stati si ottiene poco, molto o tutto. Malagodi offrì involontariamente il fianco (non suo ma di Giolitti) alla irridente e rissosa polemica subito esplosa contro il “parecchismo”: capo d'accusa degli interventisti (democratici, socialriformisti, radicali, repubblicani, nazionalisti, anarco-sindacalisti, pasticcioni di varie sette), tutti uniti contro lo Statista, marchiato a fuoco perché “si accontentava” di qualche ingrandimento territoriale mentre essi volevano tutto e subito. Sappiamo come finì: l'ingresso in guerra, 680.000 morti, il caos sociale, economico e soprattutto civile e l'interminabile guerra civile strisciante, intrisa di ideologie d'accatto, così incistata che sopravvisse al loro tramonto. Ancora oggi ne rimangono tizzoni ardenti sotto la cenere.
   La lettera di Giolitti a Peano ha però altri motivi di interesse. Anzitutto, per far conoscere all'Italia (e non solo) il proprio pensiero lo Statista non parlò alla Camera (che rimase chiusa dal 9 dicembre 1914 a metà maggio del 1915, come nulla fosse) né scrisse direttamente a un giornale. Aveva sempre cozzato con l'ostilità dei quotidiani: dal milanese “Corriere della Sera” ai romani “Messaggero” e “Giornale d'Italia”. Il proprietario e direttore di “La Stampa” di Torino, Alfredo Frassati, era, sì, suo amico personale, ma doveva tenere conto di molti altri e alti interessi. Perciò Giolitti imboccò il sentiero sassoso della lettera al “Caro amico”. In secondo luogo, nella lettera, confidenziale ma destinata a divenire celebre, egli  si rivolse a Peano con il “lei”. Usò quel pronome anche il 3 aprile 1915 quando da Cavour ribadì: “la slealtà ha sempre torto (…). Lo spettacolo più doloroso però è quello che danno molti uomini politici che cercano di risollevare le antiche gare, che furono la vera peste dell'Italia, parteggiando per nazioni straniere anziché pensare agli interessi veri del nostro paese”.
   Cavour, Giolitti, Einaudi incarnarono il mondo fondato sul rispetto della lingua: pronomi e cognomi. I rapporti tra gli uomini pubblici non erano cementati da complici pacche sulle spalle e dall'accattivante quanto assai spesso forzato “tu” tra persone che non hanno alcun motivo per scambiarselo. Il cittadino era anzitutto un cognome. In principio c'era il Capo dello Stato e poi, via via, la piramide di quanti lo reggevano. Anche con Soleri (che si pretendeva suo delfino) Giolitti passò dal “lei” al “tu” solo nel dopoguerra, a malincuore.
  Ma chi era Camillo Peano? Come mai Giolitti si rivolse a lui? Nato a Saluzzo, un lembo senza sbocchi transalpini della provincia di Cuneo, il 5 giugno 1863, laureato in giurisprudenza a Torino, funzionario dello Stato, tutto ufficio e famiglia come all'epoca usava, a 38 anni raggiunse il grado di ispettore generale. Nel 1906 Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri (un ufficio che contava una decina di impiegati) e ministro dell'Interno, lo volle capogabinetto. Tre anni dopo entrò nel Consiglio di Stato. Dal 1911 tornò a fianco di Giolitti nel “grande ministero”, che varò vere e grandi riforme (l'Istituto nazionale delle assicurazioni, il suffragio universale maschile,...). Il  26 ottobre 1913 Peano si candidò alla Camera nel collegio di Barge, sul confine tra la Provincia Granda e Pinerolo, imbocco delle antiche valli valdesi. Sin dal 21 giugno il deputato uscente, Giovanni Margaria, lo raccomandò agli elettori per la “conoscenza amministrativa e politica” e per “riconosciuta autorità”. Poco prima del voto, in suo onore fu organizzato un banchetto di 700 coperti, preceduto dall'inaugurazione della scuola, “benedetto palazzo donde usciranno i futuri uomini”. Al termine, il colpo di teatro: Peano inaugurò il collegamento telefonico tra Barge e Roma. All'altro capo del filo rispose Giolitti in persona, nel delirio degli astanti. Per l'epoca, il telefono corrispondeva alla “banda larga” che l'Italia odierna, tecnologicamente arretrata, non assicura ai cittadini. Quello era il progresso, non un appariscente “Ballo Excelsior”. Non chiacchiere, ma concretezza. Peano vinse le elezioni a mani basse: 7.636 preferenze su 7.705 votanti e 13.909 aventi diritto, a conferma che il collegio uninominale è la miglior legge elettorale che abbia mai avuto l'Italia, fucina e filtro del ceto politico che in mezzo secolo unificò e fece progredire “il volgo disperso che nome non ha”.
  Peano non venne “paracadutato” dall'alto. Era un notabile che si era fatto le ossa studiando e lavorando di gran lena, come tutta la dirigenza borghese dell'epoca. Cugino di Marcello Soleri (originario della Valle Maira, sindaco di Cuneo, poi deputato e ministro), imparentato con i Buttini di Saluzzo (Bonaventura, deputato nel 1849, suo figlio Carlo, deputato, sottosegretario e senatore) e con i cuneesi Moschetti (un deputato, due presidenti del consiglio provinciale...), Peano era un “servitore dello Stato” con i piedi piantati nelle condizioni della sua terra, di cui conosceva personalmente tutto: laboriosità, frugalità, ma anche povertà e bisogni atavici. Barge echeggiava nella memoria. Quando, sconfitto a Novara, il 23 marzo 1849 Carlo Alberto abdicò alla corona di re di Sardegna, partì per l'esilio col titolo di “conte di Barge”. La storia è trionfo ma anche lacrime e sangue. A Oporto lo raggiunse il protomedico di corte, Alessandro Riberi, originario di Stroppo, in Valle Maira. A lui, agonizzante, il re disse mestamente: “Vi voglio bene, Riberi, ma muoio...”, quasi a scusarsi di non saper profittare delle sue cure.
   Nel dopoguerra Peano ascese a ministro dei Lavori Pubblici con Nitti e nel V governo Giolitti, che contò altri tre cuneesi in plancia di comando: il monregalese Giovanni Battista Bertone, del Partito popolare italiano, il cuneese Soleri e il saluzzese Marco di Saluzzo di Paesana, marchese di Saluzzo (tuttora in attesa di una biografia): un antemurale liberal-cattolico, con vastissimo seguito popolare, opposto ai “rivoluzionari” socialmassimalisti e ai “fascisti”, che avevano per matrice comune e vocazione il disordine e l'assalto al potere, ben remunerato. Peano fu ministro del Tesoro nel primo governo presieduto dal pinerolese Luigi Facta, altro dimenticato della storia d'Italia. Nell'introvabile libro “Ricordi della guerra dei trent'anni, 1915-1945 (ed. Macrì, 1948) il figlio di Camillo, Luigi Peano (che fu prefetto di Perugia alla liberazione, dal 20 giugno 1944 al 10 maggio 1945), pubblicò l'accorata lettera che Giolitti scrisse a suo padre da Vichy il 24 luglio 1922: “mettendo in chiaro le vere condizioni della finanza hai reso al paese un grande servizio. Pur troppo temo che si continuerà nella più spensierata allegria finanziaria; ma il paese a suo tempo ricorderà chi ebbe il coraggio di dire la verità!”. Il 16 ottobre 1922, sul filo di lana che stava per dividere due tempi della storia d'Italia, Peano fu nominato presidente della Corte dei Conti, organo supremo e insindacabile di controllo della pubblica amministrazione. Lo stesso giorno venne creato senatore del regno in una “piccola infornata” di dodici patres comprendente Giuseppe Volpi di Misurata, il cattolico Filippo Crispolti, il generale ed ex ministro delal Guerra Vittorio Puntoni, il duca Giovanni Battista Borea d'Olmo,  Ettore Pais...: tanti volti della Terza Italia.
   Il 1° gennaio 1929 Camillo Peano apprese dal giornale di essere stato collocato a riposo “a domanda”, per avanzata età e per anzianità di servizio. Aveva appena 65 anni ed era nel pieno delle energie fisiche e intellettuali. Ma tutto il mondo dei valori antichi stava crollando. Morì a Roma il 13 maggio 1930, due anni dopo l'ottantaseienne Giolitti. Nei “Ricordi della Guerra dei trent'anni” suo figlio evidenziò l'errore fatale compiuto dai vincitori del 1918 contro la Germania. Alcune monarchie, con in testa l'inglese, cancellarono le altre, senza capire che “non si può essere monarchici in casa propria e repubblicani in casa d'altri”. Nel vuoto creato con l'eliminazione del kaiser sorsero il nazionalsocialismo e Hitler. “L'Italia – egli concluse, ed era il 1948 – è nella situazione di chi, precipitato in un abisso senza fondo, si sia per due volte miracolosamente ripreso, attaccandosi a un cespuglio cresciuto nella voragine; ma sotto di sé non ha più nulla, e la terza caduta sarebbe la fine irreparabile”. Due guerre mondiali orsono. Ora è in atto la terza. Ma troppi si sono bendati gli occhi, per motivi non sempre nobili. Lo scrisse Giolitti a Peano a proposito dei giornalisti che lo attaccavano selvaggiamente: “della maggior parte di tali insolenze è troppo chiara la causa: è gente che bussò a denari ed ebbe da me risposta picche”. La storia, forse, è fatta di corsi e ricorsi. Ma gli effetti delle cadute a volte si scontano per secoli...: quanti ne occorsero all'Italia per riscattarsi da secoli di dominazione straniera.
    Aldo A. Mola            
DATA: 25.01.2015
 
IL CORAGGIO DI OSARE

        Dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano dalla carica di presidente della repubblica, è entrata nel vivo la caccia al nome di chi lo sostituirà nei suoi uffici. Ma quali caratteristiche dovrà avere il nuovo presidente? E quale sarà il suo ruolo futuro? Egli vorrà essere protagonista come lo fu Napolitano approfittando delle vacatio legis che ne regolano le sue funzioni, o si atterrà scrupolosamente alla Carta Costituzione lasciando liberi i governi di governare senza interferire sul loro operato? Per la maggioranza delle forze politiche in campo egli dovrà essere una personalità imparziale e garante di tutti gli italiani e dovrà essere altresì una figura influente anche in ambito europeo. Ma come spesso accade le parole nascondono la realtà dei fatti. Non è forse una contraddizione in termini parlare di imparzialità quando ci si riferisce ad un Capo di Stato repubblicano? Come riuscirà il nuovo presidente a rendersi imparziale visto che la sua elezione è il frutto marcio nato dall’accordo di partiti politici e lobby economiche? Ma veniamo all’altra caratteristica che secondo i
più dovrebbe avere il successore di Napolitano. Secondo il presidente del consiglio Matteo Renzi il nuovo Capo dello Stato dovrà essere anche una personalità riconosciuta all’estero per alti meriti. Ma di quali meriti in ambito europeo parla il nostro Capo del Governo? Quelli di qualcuno che in passato ha assecondato gli interessi della Germania invece che dell’Italia? Chi ci dice che Renzi dopo il suo intervento a Strasburgo per illustrare l’operato (o meglio il non operato) dell’Italia, che la vedeva impegnata alla presidenza di turno del Consiglio UE, non abbia avuto l’ordine dalla signora Merkel, o chi per lei, di candidare un presidente della repubblica a lei compiacente? Quanto ancora dovremmo aspettare per avere un Capo dello Stato che faccia gli interessi degli italiani? Forse dovremmo aspettare che ritorni la Monarchia, visto che nelle nazioni dove regna un Sovrano i cittadini si stringono attorno al proprio Re e che nei momenti di difficoltà egli non si dimentica di loro? Chi potrà in Italia ricostituire quel collante che lega i cittadini alle istituzioni se non un Re imparziale in quanto non eletto dai partiti? A mio avviso il prossimo presidente della repubblica se vorrà veramente essere protagonista (ma nell’accezione positiva), non dovrà più cimentarsi in spericolati e spregiudicati giochi di palazzo alla Napolitano giocando di sponda con Bruxelles e nominare capi di governo imposti dall’Europa privi di un consenso effettivo. Al contrario, il prossimo presidente dovrà ricostituire la fiducia negli italiani verso le istituzione indirizzando la sua azione di Capo dello Stato verso di loro e non verso i grandi potentati europei.
In che modo? Riconsegnando la sovranità al popolo, come ci insegna l’art. 1 della Carta Costituzionale. Il nome che uscirà dall’urna del Parlamento convocato in seduta comune, dovrà quindi essere innanzitutto quello di una persona coraggiosa, che sappia osare, un traghettatore che ci conduca al di la del fiume, un vero picconatore che vorrà cambiare davvero l’Italia, puntando insieme ai cittadini ad unacostituente dove ci siano rappresentate tutte le forze politiche dell’arco costituzionale, anche quelle di ispirazione monarchica, che riformi radicalmente la Carta Costituzionale oramai obsoleta e che modifichi l’art. 138 e cancelli l’illiberale art. 139, (quest’ultimo in contrasto con l’art. 1) contemplando anche la possibilità di indire un Referendum sulla forma di Stato dando finalmente la possibilità ai cittadini di riscoprirsi sovrani e responsabili del proprio destino.
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 18.01.2015

ROMA, CIRCOLO REX: MORMORAVA IL PIAVE?
  
Circolo REXROMA: DOMENICA 25 GENNAIO RIPRENDONO GLI INCONTRI DEL CIRCOLO DI CULTURA ED EDUCAZIONE POLITICA "REX"

L’Italia che non termina mai una guerra a fianco di coloro con cui l’aveva cominciata, L ‘ Italia traditrice di patti e delle alleanze, l’Italia voltagabbana, a queste ed altre frasi di nessun valore storico o veri e propri falsi storici o luoghi comuni ripetuti senza base alcuna, risponderà, per iniziativa del Circolo di Cultura ed Educazione Politica “Rex”, il dr. ing. Domenico Giglio, domenica 25 gennaio prossimo, alle ore 10,30, Sala Uno, del Cortile Casa Salesiana in Via Marsala 42. Roma, che parlerà sul tema :
“ Dalla neutralità all’intervento dell’ Italia in guerra. 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915 “
Ingresso libero 
DATA: 18.01.2015

OLTRE I VECCHI CONFINI NAZIONALI: IL MODELLO LIGURO-PIEMONTESE-NIZZARDO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/01/2015

                            Se non fosse, come ancora è, poco più che un'accozzaglia di Stati “separati in casa”, l'Unione Europea avrebbe facilitato e promuoverebbe l'avvento delle regioni transnazionali, cioè di quelle vaste plaghe che in un modo o nell'altro sono state ricorrentemente teatro di conflitti e che nei secoli hanno sottratto allo sviluppo civile immense risorse, immobilizzate in costosissime quanto infine inutili opere belliche. L'Europa va rifondata: non sul calcolo e ricalcolo dei bilanci (magari  un po' truccati) dei suoi membri, sulla base della storia precedente degli Stati sorti nell'Otto-Novecento  con le rughe precoci del nazionalismo e sotto tutela di potentati remoti. L'Unione avrebbe senso se davvero si abolissero i vecchi confini, ormai morti e sepolti, e si varasse la federazione dei popoli. Il movimento federalista nacque per andare oltre la catastrofe della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni razziali e a metà degli Anni Sessanta vaticinò regioni sperimentali, come, per esempio, quelle “alpine” e la Regione delle Alpi Marittime, con la fusione di Cuneese, Ponente Ligure e antica Contea di Nizza.
    Nell'immediato dopoguerra, tra i segni della riscossa e della voglia di ricominciare vi fu anche il ritorno delle gare sportive. Ma avvenne con la testa volta al passato: il Giro d'Italia, il Tour de France, la Vuelta in Spagna..., e alcune all'interno dei singoli Paesi, come la Parigi-Roubaix. Risorse anche la Milano-San Remo, classicissima gara ciclistica ideata nel primo Novecento: 293 chilometri dalla Lombardia al Ponente Ligure. La Milano-San Remo era e rimane l'annuncio della primavera, la calamita che attraeva e ancora richiama dalle nebbie al mare. E' anche una sintesi della storia d'Italia, dalle epoche più remote. Il longobardo re Rotari emanò il suo celebre “editto” (codice penale) dopo aver sottratto ai bizantini la costa dal Nizzardo alla Lunigiana. Solo chi ha Genova può egemonizzare l'Italia centro-settentrionale. Milano non basta. Dal canto suo, senza l'intreccio con le Alpi Marittime e la piana transappenninica, senza il Piemonte da un canto e Nizza dall'altro, la Liguria è una costa scabrosa. Lo ebbe chiaro Augusto quando fissò i confini delle due Regioni: Liguria e Transpadania. Nel Cinque-Seicento, al culmine del loro potere sull'Italia gli Asburgo, che dominavano l'Europa dall'Ungheria alla Spagna e un impero coloniale sul quale non tramontava mai il sole, per Genova passarono solo grazie ad Andrea Doria. L'argento che arrivava dall'America vi faceva tappa, per transitare poi a Piacenza e salire verso Milano e la caleidoscopica Europa centro-settentrionale. Come il burro, che sempre un poco rimane sulle mani per le quali passa, così anche quel flusso di preziosi arricchì le terre di transito e insegnò la direzione di marcia.
  A suo modo lo ribadì appunto la Milano-San Remo. Con buona pace di Alessandro Manzoni, per il quale il cielo di Lombardia è così bello quando è bello, quello della Liguria lo è tutto l'anno: un prodigio per chi lo scopra arrivandovi dall'uggiosa valle padana. D'improvviso, forato il Turchino, esplode l'azzurro, intenso, accecante, con il sole riflesso dal mare. Vegetazione, rupi, profumi e soprattutto i colori. I colori conciliano la popolazione con l'habitat, sono alla radice della geoarchitettura. Lo insegnarono “Picatrix” e il “Corpus Hermeticum”, classici del Rinascimento italiano, umanistico e crudele. Vi si abbeverarono Cesare Borgia e, secoli dopo, Lopez Rega, “lo stregone”, autore della “Astrologia esoterica” (1962), alla ricerca della sintesi tra alfabeto, suoni, cromatismo, forme corporee e magia astrale. “In principio era la Luce...”.
   Dopo la feroce seconda guerra mondiale la corsa ciclistica Milano-San Remo annualmente ridestava dal letargo moltitudini di giovani e meno giovani che sentivano invincibile il richiamo della mimosa. Prima che l'autostrada da Ceva a Savona (a una sola carreggiata e dal percorso pericolosissimo) agevolasse il transito, per assistere al passaggio dei corridori chi prenotava camere d'albergo affacciate sul loro tracciato, chi sin dal giorno prima arrancava in auto o in motocicletta per i colli più impervi. Nelle prime ore della mattina del giorno fatidico si muoveva infine la torma dei ciclisti. Ragazzi che da poco avevano appreso a pedalare partivano dal Piemonte per rendere omaggio ai campioni del ciclismo. Su biciclette spesso pesantissime, con la borraccia dell'acqua appesa alla meglio e scorta di pane per quando calavano gli zuccheri, intraprendevano la loro sfida: contro l'inverno, contro la sorte che li faceva vivere nel grigio anziché nell'azzurro, contro i genitori che disapprovavano, ma sotto sotto invidiavano quella mattana. Era durissima. Come tutte le prove della vita. Una versione ammodernata dei lupercalia: un rito di iniziazione, parte da narrare, parte da tenere segreto, come tutti gli intrecci di speranze e di sogni. Per molti subalpini e transpadani la Milano-San Remo fu stimolo alla scelta di abitare il Ponente Ligure, il balzo verso la “seconda casa”.
   Ma come nacque l'aggancio tra le due città? Milano, sappiamo, più e prima che “capitale economica” fu capitale politica dai tempi di Costantino e religiosa da quelli di Sant'Ambrogio. Vale anche per Milano l'antica regola: il commercio segue la bandiera o, come ripeteva Napoleone il Grande, l' “intendenza seguirà”.  Ma perché San Remo? La risposta è nell'impresa realizzata da una pattuglia di uomini politici che si armarono di una filosofia della storia e fecero della città di San Siro la “capitale dell'armonia”. Lo documenta il sontuoso volume “Uno, cento, mille Casinò di San Remo, 1905-2015” (ed. De Ferrari) curato da Marzia Taruffi per ricordare i 110 anni dall'inaugurazione del Kursaal, progettato e realizzato tra il dicembre  1913 e il 14 gennaio 1915 dall'architetto francese Eugène Ferret. Il Ponente Ligure era rimasto vittima sia dell'unificazione nazionale, che distrasse ingenti risorse per dotare l'Italia centro-meridionale delle infrastrutture indispensabili (strade, ferrovie, porti...) e di edifici pubblici, sia dell'irrigidimento dei confini, soprattutto dopo il crollo di Napoleone III e l'avvento della Terza Repubblica, poco amata dall'Italia sabauda e sospetta agli occhi della Chiesa di Pio IX. Solo nel 1892 papa Leone XIII spiegò che la chiesa non fa questione di forma dello Stato ma di sostanza della legislazione: un grosso favore reso proprio alla Francia repubblicana, contro l'Italia dei governi massonici (Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli...) e della regale coppia Umberto I-Margherita di Savoia, sorretta dal “fratello” Giosue Carducci [aggiungerei le virgolette perché qualcuno non pensi che fossero parenti...].
   Sul trono dopo l'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III voltò pagina. Senza cancellare l'alleanza difensiva con Vienna e Berlino, riallacciò i rapporti con “Marianne”. Conferì l'Ordine della Santissima Annunziata al presidente della repubblica francese, l'anticlericale Emile Loubet. Gli rese visita a Parigi e  ne  fu ricambiato nel 1904, il 21 aprile, natale di Roma. Il Ponente ligure divenne il teatro della nuova storia. Tra i suoi più convinti fautori vi furono i socialisti riformisti al governo di San Remo: il sindaco Augusto Mombello e l'assessore all'istruzione Orazio Raimondo (1875-1920), penalista di fama, poi sindaco, deputato dal 1913 alla morte. Nipote dell'onnipotente Giuseppe Biancheri, di Ventimiglia,  parlamentare, ministro, diciotto volte presidente della Camera, stratega delle infrastrutture dell'Italia  nord-occidentale, Raimondo aveva un suo retroterra occulto, documentato da Luca Fucini in studi pionieristici: la Loggia massonica “Giuseppe Mazzini”, comprendente l'avanguardia politico-culturale-sociale collegata alla “Persistenti” di Ventimiglia, alla “Giuseppe  Garibaldi” di Porto Maurizio e alle influentissime logge del Nizzardo. Tra i suoi sodali, spiccavano il pastore valdese Ugo Janni, Adolfo Crémieux e Mario Calvino, il geniale pioniere della floricoltura, che è una filosofia dei colori molto prima di tradursi in attività imprenditoriale di vasto e durevole successo.
   Fu quella dirigenza civica e culturale a volere il Casinò. Per quei socialisti il progresso non nasce dal pauperismo, dalla distruzione delle macchine, dalla lotta contro il capitale ma dalla  modernizzazione umanistica. Il Casinò, dunque, non nacque “per caso”. Fu il frutto di una grande scommessa: puntare sul turismo di qualità. D'altronde, se la Regina Madre, Margherita di Savoia, risiedeva a Bordighera e vi veniva visitato da Vittorio Emanuele III, che non mancò di far  tappa a San Remo, da tempo la città prediletta da Alfredo Nobel era residenza di inglesi, russi, svizzeri..., un microcosmo che negli anni della Belle Epoque vedeva l'Europa lanciata verso sempre nuove conquiste nei settori più disparati delle scienze, della produzione, delle arti.
    Ferret (ricordano nel volume Paolo Portoghesi, fondatore della geoarchitettura e accademico dei Lincei, e Federica Flore, storico dell'arte) aveva alle spalle la realizzazione di importanti edifici a Saigon (all'epoca capitale della Cocincina, poi Vietnam). 
    Altrettanto fece in Piemonte Giuseppe Saracco, nativo di Bistagno, che puntò sulle Terme di Acqui come volano turistico, culturale, economico della sua città e dell'intero Piemonte meridionale collegato alla Liguria dalla linea ferrata da lui tenacemente voluta.
   La scommessa di Raimondo e dei suoi compagni fece i conti ripetutamente con i tornanti della storia. Nella primavera del 1915 il gioco d'azzardo (niente affatto gradito da Giovanni Giolitti e del resto mai formalmente autorizzato) fu severamente proibito. Il Kursaal chiuse battenti. L'intervento dell'Italia nella Grande Guerra era imminente e risultava sempre più difficile controllare non tanto il traffico di danaro quanto il via vai di informatori e di spie. Nel dopoguerra vi fu altro di più urgente e (come ricorda  Riccardo Mandelli in “Al Casinò con Mussolini”, ed. Lindau) anche il  Duce dovette rinviare dal 1922 al 1927 l'autorizzazione formale del gioco d'azzardo, a beneficio, appunto, del Casino di San Remo. Dal suo balcone il 12 novembre 1923 Vittorio Emanuele III s'era affacciato a salutare la folla, dopo lo scoprimento del monumento ai caduti e in partenza per Bordighera ove era atteso dalla Regina Madre.
    Negli anni seguenti il Casinò divenne centro della vita culturale nazionale, con Luigi Pirandello, Marta Abba, Francesco Pastonchi, Pietro Mascagni: a conferma che quelli non furono solo “anni bui” (come ripete lo stanco ritornello sul “regime”). Da lì San Remo ripartì, dopo la chiusura imposta dall'intervento italiano nella seconda guerra mondiale: nuovamente con la promozione di eventi artistici, musicali, scientifici, che – documenta Marzia Taruffi – hanno fatto della “Città dei fiori” il punto di riferimento stabile della vita non solo mondana ma culturale italiana ed europea. Le duecento e più opere d'arte conservate nell'edificio (sculture, a cominciare dalla intrigante e un poco satanica “Cica Cica” di Odoardo Tabacchi, dipinti, arredi..., illustrati nel volume da Federica Flore) aggiungono fascino al Casinò, più volte rimodellato e felicemente incastonato nel paesaggio, fronte al mare, a due passi dal cuore della città e dalla Chiesa Russa di Cristo Salvatore: un “patrimonio di tutti” a giudizio del suo presidente, Gian Carlo Ghinamo, perché “capitale dell'armonia”. Anche quest'anno la Milano-San Remo darà la sveglia: dopo le severe prove del Turchino, di Capo Berta, di Cipressa e l'ultimo strappo sul Poggio, i corridori taglieranno il traguardo in corso Roma, come nelle edizioni classiche: un nome emblematico ed evocativo, un passato che è garanzia di futuro.
    Aldo A. Mola            
DATA: 19.01.2015
   
ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
        Sabato 10 gennaio, presso il Cinema Adriano di piazza Cavour in Roma, il Presidente nazionale dell’U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, è stato invitato dalla Fondazione “Fare Futuro”, presieduta dall’On. Adolfo Urso, alla manifestazione “Sveglia Centrodestra!”. L’incontro è stato motivo di confronto tra varie personalità del centrodestra, per proporre un alternativa vincente sul panorama politico italiano. Oltre ai giovani che si sono succeduti sul palco, tra cui l’amico Giovanni Basini, direttore Comunicazione della Fondazione Fare Futuro che ha parlato di primarie del centrodestra, sono intervenuti personaggi come Raffaele Fitto, Giorgia Meloni, Flavio Tosi, Ignazio La Russa e l’Amb. Giulio Terzi di Sant’Agata (nella foto in alto con Alessandro Sacchi).
Alessandro Sacchi ha assistito ai lavori dell’assemblea in quanto l’Unione Monarchica Italiana, soggetto politico trasversale e svincolata dai partiti, è seriamente preoccupata per l’attuale situazione italiana ed auspica che dall’impasse in cui la politica si è venuta a trovare possa risorgere un soggetto che abbia credibilità e che possa offrire qualcosa di concreto al Paese.

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
Sacchi in platea con Raffaele Fitto

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
Sacchi con il padrone di casa, l'On. Adolfo Urso

DATA: 12.01.2015
   

ARMARSI DI MEMORIA CONTRO TUTTI I FANATISMI E I FALSI BUONISMI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11/01/2015

                        Dopo due guerre mondiali suicide (settanta milioni di morti tra il 1914 e il 1945), dalle quali poco ha appreso, oggi l'Europa centro-occidentale è trascinata in conflitti planetari al traino degli Stati Uniti d'America, bravi a destabilizzare, molte meno a rassettare (solo per caso o per profitto?). Mentre gli USA sono lontani, il Vecchio Continente è nuovamente diviso come 1200 anni orsono tra Maometto e Carlo Magno. Imbottito di illusioni sulla pace perpetua e di altre sostanze stupefacenti, ora tardivamente si scopre alle prese con due guerre che si intrecciano con conseguenze imprevedibili. La prima è l'offensiva dei musulmani radicali contro gli “infedeli”. La seconda e il conflitto, più che millenario, tra diverse correnti  dell'islam. Entrambe sono condotte con ferocia, come tutte le guerre di religione. La prima è meno preoccupante. Il Corano, sia nel testo originario sia nell'ultima interpretazione canonica (che risale al secolo XIV: prima del grande balzo dei turchi ottomani sull'Europa orientale) ordina la guerra santa e l'islamizzazione del pianeta. Ma i suoi credenti hanno sempre fatto e fanno i conti con la realtà, cioè con la reazione altrui. Con rapidità  straordinaria dal VII secolo gli arabi diffusero l'islam sino alla Spagna ma nel 732 furono fermati a Poitiers. Nel 1454 espugnarono Costantinopoli e ne massacrarono gli abitanti, avanzarono nei Balcani e li dominarono sino alla Grande Guerra, lasciandovi il retaggio di odi etnico-religiosi oggi al vaglio del Tribunale Penale Internazionale. Le guerre offensive dell'islam furono e sono semplici. Come tutte le conquiste, perpetrarono orrori, come ricorda la tragedia di Marco Antonio Bragadin, difensore di Famagosta (Cipro), scorticato vivo dopo la resa (1571).  
   Molto più complessa è la guerra che gli islamici conducono al proprio interno: non solo tra sunniti e sciiti ma tra un ventaglio di interpretazioni del Corano e di sette ciascuna delle  quali interpreta il Corano  modo suo e rivendica il monopolio del Libro. Come accade per il cristianesimo, diviso tra chiese d'Oriente e un Occidente, a sua volta frantumato tra cattolici romani, evangelici e riformati, privi di un'autorità universale, anche gli islamici non hanno un'unica Cattedra, sibbene tanti pulpiti. Nella colonizzazione gli europei si sono preoccupati di dominare più che di conoscere. Nella decolonizzazione hanno badato più a corrompere la “dirigenza” di loro invenzione che a comprendere quanta lava si accumulasse sotto la crosta di regimi mercenari, nel vulcano dell'islamismo radicale, in vario modo connesso con quello dei petrodollari, del controllo della borsa e della tecnologia avanzata. Che molti islamici siedano  nei consigli di amministrazione del sedicente Occidente non è nuovo. Dimentichiamo il “socio libico”? 
   Quanto accade è dunque minima cosa rispetto a quanto avverrà o potrà avvenire. Per prevenirlo occorrono i nervi saldi che solo la conoscenza della storia e può fornire. Per comprendere quanto gli islamici pensano, occorre partire da quanto essi apprendono dal loro Libro: anzitutto la legittimità della guerra dei musulmani contro “miscredenti e iniqui” (Sura della vacca, versetto 193).
    Per contrastare i colpi dell'offensiva (e controffensiva) del radicalismo islamico e i contraccolpi della guerra interislamica servono giri di vite all'interno degli Stati europei? Basta, cioè, introdurre misure di sicurezza che limitano le libertà di ciascun cittadino, faticosamente conquistate con secoli di lotte per l'emancipazione contro l'assolutismo tirannico? In specie, serve il ripristino della pena di morte? Si comprende che in uno scatto emotivo qualcuno possa pensare a leggi eccezionali: ma proprio l'esperienza storica dimostra che l'indurimento di prevenzione e repressione giova poco o nulla contro il fanatismo religioso e ideologico. Lo insegna proprio la storia della Francia. Ricordiamone alcune vicende.
  Il 28 marzo 1757, appena 250 anni orsono, Robert Damiens, detto anche Robert le Diable, venne suppliziato a Parigi. Gli rimisero nella mano il coltellino dalla lama di otto centimetri di cui si era armato, gliela bruciarono su piastra rovente, continuarono con zolfo e piombo fuso sino ad ardere l'arto, con tenaglie al calor bianco gli straziarono le carni, suturando le bolle con olio rovente. Infine, fustigati a dovere, quattro cavalli iniziarono a squartarlo per traino. Resse per ore. Recisi nervi e muscoli a colpi di coltellaccio, il suo corpo infine cedette. I popolani festeggiarono e se ne disputarono i brandelli. Fu l'ultimo squartato di Francia. Aveva attentato alla vita di  re Luigi XV il giorno dell'Epifania. Vita disordinata, Damiens condannava la repressione dei cattolici ai danni di giansenisti e convulsionari, sette cristiane rigoriste invise alle gerarchie ecclesiastiche, all'epoca molto accomodanti e spesso condiscendenti. La chiesa di Francia non era quella di Lutero (“pecca forte, ma credi ancora più fortemente”) ma quella gallicano-romana dell'età di Madame de Pompadour (una per tutte). Giacomo Casanova scrisse di aver assistito al supplizio, officiato da un boia e sedici aiutanti. Lo stesso orripilante rito era stato usato il 27 maggio 1610 per suppliziare François Ravaillac, converso cistercense, che il 14 maggio aveva ucciso con due pugnalate Enrico IV di Borbone, ai suoi occhi colpevole di aver autorizzato gli ugonotti (cioè i calvinisti) a praticare il loro culto in quattro città dell'immensa Francia. Sottoposto a torture efferate, volte a fargli confessare complici, non profferì motto. Un fanatico. Come il domenicano  Jacques Clément che il 1° agosto 1589 assassinò Enrico III di Francia, già re di Polonia, non tanto perché il sovrano avesse un parco di amichetti, i famosi “mignons”, ma perché si era accordato con l'ugonotto Enrico di Borbone per pacificare la Francia nell'unico modo possibile: assicurare un pollo a ogni cittadino e divertirsi. Previe torture, Clément venne solo arso vivo. Dopo decenni di lotte accanite tra cattolici e ugonotti (sterminati nella “notte di San Bartoloneo”), il cosiddetto “partito dei politici” diceva basta con il fanatismo. Clément ebbe però la solidarietà della Sorbona: l'Università si schierò con il criminale. Del resto a quel tempo alcuni teologi cattolici approvarono il tirannicidio e predicarono il regicidio, per legittimare a priori l'assassinio di Elisabetta I d'Inghilterra, colpevole di aver fatto decapitare Maria Stuart, cospiratrice contro lo Stato. Pena di morte e prevenzione repressiva non servirono nell'Europa del Cinque-Settecento. Altre severissime misure tra Otto e Novecento non fermarono la mano degli anarchici (una nuova setta di fanatici, abbacinati al sogno di una società universale libera da ogni forma di Potere). In pochi anni essi assassinarono lo zar di Russia, i presidenti degli USA e della Francia, l'imperatrice d'Austria, il re d'Italia, parecchi ministri. Papa Leone XIII deprecò che la prima conferenza internazionale dei servizi di sicurezza dei Paesi più colpiti dal terrorismo si radunasse a Roma, perché rivendicava il suo potere temporale sulla Città Eterna.  
   Mentre riflettiamo sull'offensiva dell'islamismo radicale e sul feroce conflitto  interislamico, ricordiamo che le guerre di religione devastarono l'Europa centro-occidentale da molto prima che nel 1517 Martin Lutero inchiodasse la sua Protesta contro Roma sulla porta della chiesa di Ognissanti a Wittenberg. Da metà Cinquecento divamparono più atroci. Massacri infiniti: tutti contro tutti. Tra i tanti ne fecero le spese gli anabattisti, sterminati senza pietà da cattolici e luterani, mentre Calvino faceva bruciare vivo lo spagnolo Michele Serveto solo perché non credeva alla Trinità. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. L'inquisizione non nacque per annientare in Spagna  ebrei e islamici e i loro discendenti occulti (marranos e moriscos). Arrivava dal Duecento. Fu ideata per estirpare alle radici i càtari (o albigesi) e tutto l'erbario degli “eretici” e poi i cattolici non abbastanza succubi di papi concubinari, simoniaci e predatori. La stessa macchina annientò i Templari. Il cristianesimo si impose nell'Europa centrale con lo sterminio dei “pagani”: lo fecero Clodoveo in Francia, Carlo Magno in Sassonia e contro gli Avari, e via continuando con i Cavalieri Teutonici.
   Le guerre di religione non sono affatto una novità. L'Europa se ne è liberata non già con l'invenzione dello Stato moderno (dal profilo ancora labile e soggetto a continui strappi) e neppure con la troppo elogiata  Rivoluzione francese, che ingiunse “La repubblica o la morte”: formula terroristica usata contro i monarchici all'interno e contro le popolazioni soggiogate all'estero. Quella “repubblica” inventò nuovi dei e nuove dee. Il rigorista Maximilien  Robespierre ne fece sfilare una per Parigi, svestita da Dea Ragione. Una nuova guerra di religione dilagò dalla Vandea all'Italia meridionale.
   Dopo secoli di disastri il Vecchio Continente si è liberato dalle superstizioni o combatte battaglie di retroguardia? L'Europa “laica” ha sostituito il culto della “nazione”, dei “confini naturali”, di simboli spacciati di bronzo o di marmo mentre erano solo gesso. Ha persino ideato il razzismo biologico e quello “culturale”, senza alcuna base scientifica. Demenze generate dalla stolida gara: “dio è con noi”, come se codesta aiuola che ci fa tanto feroci e alcune sue popolazioni o credenze davvero meritino tanta cotidiana attenzione. L'Europa ha vissuto tremendi travagli, ma, in tempi recenti, sprofondata in un presente senza memoria, se ne è dimenticata rapidamente ed ora è frastornata dinnanzi ai contraccolpi delle guerre di religione in corso all'interno dell'islam: un credo basato sull'obiettivo della imposizione sull'intero mondo e risparmia i vinti solo a prezzo della loro sottomissione (dimmitudine), a cominciare da ebrei e cristiani considerati antecedenti inferiori, degni di pietà da parte del loro dio clemente e misericordioso, a patto che si pieghino. Quanti “occidentali” predicano il dialogo dimenticando che l'islam radicale vieta la conversione sotto pene gravissime, compresa la morte? In molti paesi arabi la condizione femminile è ancora medievale e i Protocolli dei savi anziani di Sion è lettura obbligatoria. 
   E l'Italia? Quanti dei dieci comandamenti vi vigono ancora come principi cardine dei codici vigenti? Il Quinto? Si e no, veduta l'applicazione dei codici. Sotto il prato artificiale della rinuncia unilaterale alla propria storia e sotto gli sterpi della rumorosa rivendicazione di una identità di recente invenzione, rimangono indistruttibili pochi germogli del naturalismo pagano (docta ignorantia) e della filosofia: lo stoicismo per i secoli di crisi, la gnosi per quelli  del romitaggio. Grazie a questo antico retaggio, sopravvissuto a secoli di opposti estremismi (prevalenti Oltralpe: la terra del caso Dreyfus e dell'estrema destra), l'Italia è talmente refrattaria al fanatismo da non sentire neppure bisogno dell'anticlericalismo militante, che è a sua volta un fideismo, sia pure capovolto. L'Italia fu  greco-romana. Lucrezio vi insegnò Epicuro. Una esigua minoranza se ne appagò. Questa è la sua identità nascosta, minoritaria: il liberalismo. Ma oggi si annunciano tempi duri, e chissà per quanto. Con riflessi sulla vita quotidiana: viaggiare, andare in un luogo pubblico, aprire la porta...
  Più di un millennio prima di essere bombardata dagli anglo-americani Montecassino fu saccheggiata dagli arabi. A metà del secolo VIII papa Leone IV fece alzare le mura per difendere il poco che rimaneva della Città Eterna contro le incursioni dei saraceni, che devastarono Ostia e mezzo secolo dopo incendiarono Torino. Ricordare il fanatismo di cui per millenni anche l'Occidente fu ora fucina ora vittima può aiutare a fronteggiare quello odierno altrui. Con gli accordi di Cavour sin dal 5 giugno 1561 il Vecchio Piemonte sabaudo, unico Stato in Europa, garantì la libertà ai Valdesi, in deroga al principio “cuius regio, ejus et religio”. Lo decise il duca  di Savoia su suggerimento della moglie, Margherita di Francia. Per quel Duca la donna non era “un campo sul quale potete andare e venire a vostro piacimento” (Sura della vacca, 223). Con lo Statuto albertino del 1848, unico Stato italiano, il regno di Sardegna  assicurò l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi. L'Italia ha dunque un patrimonio storico e civile – la Memoria -  sul quale far leva, mentre la stupidità della storia ci viene a cercare. 
    Aldo A. Mola            
DATA: 12.01.2015
   

STRAGE DI PARIGI

Charlie HebdoDichiarazione di Alessandro Sacchi, Presidente nazionale dell'U.M.I., in merito alla strage avvenuta nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo:

    "L'Unione Monarchica Italiana partecipa sdegnata all'unanime condanna dell'efferato attentato compiuto a Parigi da folli estremisti islamici.
    Tale assurda opera omicida abbatte non soltanto vite umane ma cerca di minare nelle sue basi uno dei principi fondamentali della civiltà democratica: la libertà d'espressione.
    Al popolo francese, ed alle Sue Istituzioni democratiche, giunga il nostro cordoglio, unito alla speranza che i responsabili siano rapidamente individuati ed assicurati alla Giustizia."

    Roma, 7 gennaio 2015
DATA: 07.01.2015
   
CENTENARIO DELLA LEGIONE GARIBALDINA IN FRANCIA (1914-1915):  VOLONTARI PER LA LIBERTA' DEI POPOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04/01/2015

Costante Garibaldi                      Il 6 gennaio 1915 morì in combattimento a Courtes Chausses, nelle Argonne, il ventiduenne Costante Garibaldi, sottotenente in quella che per gli italiani era la “Legione Garibaldina” ma per Parigi era il IV Reggimento della Legione straniera francese. Pochi giorni prima, il 26 dicembre, era caduto a Bolante, poco lontano, suo fratello, Bruno, ventiseienne, al grido di “Viva la Repubblica francese, Viva l'Italia”. E' bene sottolineare: “Viva l'Italia”, non “Viva la Repubblica italiana”. Suo nonno, Giuseppe Maria (Nizza 1807-Caprera 1882), originariamente ispirato dal Nuovo Cristianesimo di Saint-Simon e da Giuseppe Mazzini, aveva indossato la divisa di generale dell'esercito del regno di Sardegna e alzato l'insegna di “Italia e Vittorio Emanuele”.  Bruno e  Costante erano figli di Ricciotti Garibaldi (Montevideo, 1847- Riofreddo, 1924) e di Costanza Hopcraft. In Francia erano accorsi al seguito di Giuseppe (Peppino), il più anziano  (1879-1950), con i fratelli  Ricciotti jr, Sante ed Ezio ((1894-1969), futuro Console Generale della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, deputato dal 1929 al 1939. Nell'agosto 1914 i sei Garibaldi scesero in difesa dei francesi al fuori delle alchimie diplomatiche e di intricate trame governative. Fu eroismo puro. Per loro la Francia non era il regime della grassa borghesia, dei militaristi che avevano montato l' affaire Alfred Dreyfus, dei clericali nostalgici del papato di Avignone, della chiesa gallicana, desiderosi di un pontefice nazionale e magari persino nazionalista, come si vide dal 1914-15. Per i Garibaldi, come per molti radicali, anarco-sindacalisti, cresciuti sulla scia di Georges Sorel, socialisti riformisti, repubblicani e massoni, la Francia era la Rivoluzione, i diritti dell'uomo e del cittadino, lo Stato laico, le leggi garanti delle libertà di tutti i cittadini (“erga omnes” non a favore di questa o quella “setta”), a prescindere da confessioni (o pratiche) religiose e opinioni politiche. Quella Francia era in affanno. Mentre le armate germaniche avanzavano, Parigi viveva l'incubo della terza invasione tedesca in soli cent'anni. Ci erano già arrivati nel 1814-1815, dopo le due sconfitte di Napoleone, e nel 1871, quando, dopo il crollo di  Napoleone III, per riorganizzare la riscossa nazionale  il governo repubblicano riparò a Bordeaux: un precedente da ricordare a quanti deplorano che il 9 settembre  1943 il governo e la Famiglia Reale si trasferirono da Roma a Brindisi anziché lasciarsi catturare dai tedeschi.
   Su mandato di suo padre, Peppino Garibaldi organizzò i volontari italiani. Dopo mesi di faticose trattative con i vertici politici e militari  della “sorella latina”, questi furono autorizzati a indossare la leggendaria camicia rossa garibaldina sotto la giubba della Legione straniera francese. A fornirla furono i massoni di Lione: segno di una fratellanza universale che affondava radici nel volontariato dell'Ottocento, dalle Americhe alla Polonia, alle battaglie per l'indipendenza dei Greci e degli Armeni contro l'efferato dominio turco-ottomano...: una lotta mai finita. Il Reggimento, comandato da Peppino che ebbe il grado di tenente-colonnello, contò 53 ufficiali, 150 sottufficiali, quasi 2.000 soldati. Tra i più giovani vi militò  il sedicenne Kurt Erich Suchert, poi celebre come Curzio Malaparte, iniziato alla Gran Loggia d'Italia pochi giorni prima dello strano assassinio di Giacomo Matteotti. La nuova “Legione garibaldina” si batté contro reparti tedeschi della Pomerania come  nel 1870-71 aveva fatto Giuseppe Garibaldi. A cavallo nella neve di Digione malgrado terribili dolori artritici, l'allora sessantatreenne Generale difese  la neonata repubblica francese contro l'avanzata dei Prussiani. Suo figlio, Ricciotti, strappò a un reparto della Slesia l'unica bandiera perduta dai germanici in quella guerra. Garibaldi non si batté per odio verso i tedeschi, ma per la libertà di tutte le nazioni. Come deplorava l'imperialismo di Bismarck, così sferzò la francese “République à calotte”, una “repubblica con la papalina”. 
  Quello era stato il principio ispiratore del Risorgimento  italiano: una lotta per l'indipendenza, l'unità e la libertà. Poco, semplice, chiaro. Lo avevano  anticipato i cospiratori contro sovrani tirannici e contro il potere temporale del papa-re. Oggi se ne è perduta memoria, perché l'attuale pontefice sembra parlare “alla buona”, come fosse un “fratello”, ma il presente (comunque ancor tutto da verificare) non può cancellare il passato, la realtà effettiva della chiesa di Gregorio XVI e di Pio IX da un canto, dall'altro le battaglie di Mazzini e Garibaldi, del teologo  Vincenzo Gioberti, di Antonio Rosmini, di Carlo Passaglia e dei re d'Italia, tutti convinti che la nazione non fosse incompatibile con la libertà di culto, né, quindi, con il rispetto dovuto al  Vicario di Cristo, e pertanto tutti puntualmente sospesi “a divinis” e scomunicati. Stessa sorte ebbero anche Camillo Cavour e Re Vittorio. 
  Chi voglia meditare sull'origine dell'Italia contemporanea, quella degli ideali e dei principi di libertà, oggi può farlo rimirando la coccarda tricolore di Giovanni Battista De Rolandis, dopo tante traversie offerta da Ito De Rolandis, giornalista e scrittore, al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino. Essa è il germe del tricolore originario, che non fu ideato dall'ondivago abate temporaneamente giacobino Giuseppe Compagnoni il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia (come recita una leggenda avallata acriticamente dai presidenti della Repubblica, Napolitano incluso), ma fu adottato a Bologna  dalla Confederazione Cisalpina il 18 ottobre 1796 ( 27 Vendemmiatore dell'anno IV della Repubblica) e assegnato alla Legione italiana: lo stesso  tricolore nel novembre seguente solennemente consegnato da Napoleone alle sei coorti della Legione Lombardia.
   La conflagrazione europea nel luglio-agosto 1914 pose un severo “caso di coscienza” a chi l'aveva (e all'epoca erano parecchi). Per la libertà interna occorreva battersi anche lontano dalla patria, perché la libertà è dell'Umanità intera o non è. Oggi quei loro ideali appaiono anacronistici o utopistici, ma vanno compresi e rispettati. Alcune esigue minoranze ritennero che fosse l'ora della Quarta Guerra del Risorgimento per assicurare agli italiani i confini assegnati dalla Natura (qualcuno diceva “da Dio”): dalle Alpi alla Sicilia. Dopo tutti i guai del Novecento e a cospetto della pochezza dei tempi nostri, oggi si fatica a capire che gli italiani di allora sentivano nelle fibre il libro Cuore di Edmondo De Amicis e rivivevano  nei versi memorabili di  Giosue Carducci e di Giovanni Pascoli oogni pagina del Risorgimento.
   Quando i sei fratelli Garibaldi vi accorsero volontari, il suolo francese contava circa un milione di loro compatrioti. Venivano guardati con sospetto da chi temeva che, alleata di Vienna e Berlino dal 1882, l'Italia scendesse in guerra contro la “sorella latina”. Il loro gesto generoso giovò ai connazionali, senza che neppure ne avessero percezione. I francesi furono costretti a tenerne conto. Dal canto suo il governo di Roma non aveva molta simpatia per i volontari, tanto più se inquadrati all'estero. Voleva tenersi le mani libere per una guerra fondata sull'egoismo anziché su una visione soprannazionale. Operava secondo i criteri ottusi in forza dei quali la Grande Guerra generò i regimi totalitari e precipitò il mondo in una nuova guerra mondiale e in quarant'anni di bipolarismo intirizzito nell' equilibrio del terrore.
  La Legione italiana  pagò un altissimo tributo di sangue: 93 morti, 337 feriti, 136 dispersi. Più di un quarto degli effettivi. Venne sciolta il 7 marzo 1915. La legge prevedeva che chi servisse in armi all'estero perdeva la cittadinanza e andava incontro a pene detentive severe. Prima che i fratelli Garibaldi iniziassero la loro impresa, un altro capitolo del volontariato  già era stato scritto dagli italiani in Serbia nell'agosto-settembre del 1914. Lo ricorda Antonino Zarcone, capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, nel corposo volume  I Precursori. Volontariato democratico italiano nella guerra contro l'Austria. Repubblicani, radicali, socialisti riformisti, anarchici e massoni  (coopeativaannales@gmail.com). (*).
     Sulla base di vasta documentazione inedita e rara, arricchita da foto inedite, repertori biografici e dal ruolino del Reggimento garibaldino in Francia, Zarcone ricostruisce la vicenda di sette repubblicani massoni che, guidati da Cesare Colizza,  nell'agosto 1914 raggiunsero clandestinamente la Serbia per battersi contro l'Austria, precorrendo le scelte compiute tardi e male dal governo Salandra nell'aprile-maggio dell'anno seguente. A Babina Glava cinque dei sette caddero in combattimento. La loro eroica vicenda verrà ora ricordata da un film  documentario “I sette coraggiosi”realizzato dalla Serbia. La loro memoria rimase ed è opaca in Italia anche perché uno dei due sopravvissuti, Ugo Colizza (1882-1946), pluridecorato nella Grande Guerra, aderì al fascismo, partecipò alla Marcia su Roma, divenne console della Milizia, comandante di battaglione delle Camicie Nere e membro del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Ma la storia, quella vera, non può essere narrata a segmenti, separandone le parti gradite da quelle imbarazzanti o gettandola alle fiamme se qualche sua pagina risulta scomoda. La storia va ripercorsa tutt'intera, con senso critico, ponendosi all'interno dei suoi processi, non al fondo  del suo corso con una paratia di comodo, per filtrare solo quel che piace secondo criteri “politicamente corretti” (ovvero servili nei confronti del potere, a sua volta mutevole). La storiografia non è a noleggio. E' l'ultima isola di libertà. I criteri ispiratori della nuova opera di Zarcone sono quelli da lui adottati per ricostruire la biografia del generale Roberto Segre e, imminente sempre per i tipi della Cooperativa Editoriale Annales, la vita di Domenico Maiocco, il messaggero segreto del colpo di Stato del 25 luglio 1943: una vicenda affascinante.
Aldo A. Mola
 (*) Classe 1962,  dopo varie  misisoni all'estero (Bosnia, Australia, Iraq), e corsi negli Usa e in Gran Bretagna, in veste di Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito Antonino Zarcone ha promosso collane di opere, convegni, mostre. Ha pubblicato numerose monografie, alcuni volumi e ha impostato il programma della rievocazione del Centenario della Grande Guerra in una visione europea per gli anni 2014-2019: un piano che ha già dato importanti frutti, tra i quali la pubblicazione della “Inchiesta su Caporetto”, in collaborazione con il Centro Giolitti di Dronero-Cavour  e dell'Associazione di Studi sul Saluzzese, col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo. Zarcone ha vinto il Premio Giosue Carducci per la critica storica.
DATA: 03.01.2015
 
«SPOSTIAMO I MUNICIPI PER EVITARE L’IMU AGRICOLA»


Berardo TassoniTORRICELLA. Berardo Tassoni, docente ed esponente monarchico di Torricella Sicura, chiede al suo sindaco Daniele Palumbi di evitare ai concittadini il pagamento dell'Imu sui terreni agricoli, esteso dal governo Renzi a tutta una serie di territori che prima ne erano esclusi, con il trasferimento della sede legale del municipio.
È una proposta-appello valida anche per altri comuni con lo stesso problema. «Il recente provvedimento del Governo che limita la definizione di comune montano all’ubicazione del municipio dello stesso sopra i 600 metri è assurda quanto ridicola», dice il professore, «assurda perché un comune è fatto da un intero territorio... ridicola perché basta spostare la sede legale del municipio per "riottenere" la "montanità"...! Non è uno scherzo e in tanti ci hanno già pensato», sottolinea Tassoni. Che continua: «Cosa aspettano i politici di Torricella? Perché non spostano provocatoriamente la sede legale a Valle Piola, 1050 metri, nella decorosa struttura di proprietà del Comune? Si ridarebbe, anche, visibilità all’abbandonata frazione riparando al mezzo secolo di incuria e sciacallaggio. Se fosse troppo ardita la scelta, si potrebbe optare per l'ostello di Monte Fanum... o la ex scuola elementare di Santo Stefano. E' già successo», evidenzia Tassoni, «al paese natale di Sandro Bondi e Dennis Verdini: Fivizzano, sito a meno di 600 metri in provincia di Massa Carrara, ove su proposta del sindaco la sede legale comunale è stata trasferita nella frazione di Sassalbo a 860 metri, così il comune non pagherà l'Imu sui terreni agricoli il prossimo 26 gennaio».
Tassoni conclude: «Chi abita in montagna è già penalizzato di per sé... e i pochi "resistenti" ora hanno anche il Governo contro. L'agro montano di Torricella Sicura è quasi tutto oltre i 600 metri e non accetterà l'inerzia dei politici comunali».

DATA: 02.01.2015

MARINA KARELLA: SUL SITO DELL'ARTISTA VARI RITRATTI DELLA FAMIGLIA REALE ITALIANA

Umberto, Olio su tela, 91x39cm, 2013 da www.marinakarella.fr    La nota pittrice e scenografa Marina Karella, madre di S.A.R.  la Principessa Olga di Savoia, nel proprio sito internet ha pubblicato alcuni ritratti della Famiglia Reale Italiana che abbiamo pensato di riproporre in questa pagina. L'artista che, ricordiamo, vanta l'esposizione di alcuni suoi lavori nelle collezioni permanenti dei prestigiosi Centro Georges Pompidou di Parigi, del Museo Vorres d’Atene e del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, ci ha permesso così di poter seguire  la crescita dei nipotini (le LL.AA.RR. il Principe di Piemonte, il Duca degli Abruzzi e la Principessa Isabella di Savoia) con dei bellissimi ritratti.
    Marina Karella, nata in una delle più facoltose famiglie della Grecia, ha sposato nel 1965 il nipote del Re dei Greci, S.A.R. il Principe Michele di Grecia e di Danimarca e dal matrimonio sono nate le figlie Alessandra e Olga. Quest'ultima, nel 2008 ha spostato il Principe Ereditario Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e Duca delle Puglie.
    La nonna dei principini vanta una carriera artistica iniziata nel 1971 a Milano con una mostra personale, prima esposizione di una lunga serie tenutasi nel vecchio continente e nel nuovo mondo, ma sin da bambina ha dimostrato un profondo amore per l'arte tanto che disegnava ovunque riuscisse a recuperare un pezzo di carta. E' stata allieva dei pittori greci Panayotis Tetsis e Yannis Tsarouchis, oltre che del notissimo pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka. Marina Karella ha realizzato anche costumi e scenografie per numerose rappresentazioni teatrali e cinematografiche.
    Ora vive in Francia ed è probabilmente grazie alla sua influenza che la figlia, S.A.R. la Principessa Olga di Savoia, abbia sviluppato un ammirevole estro artististico. Alla Signora Karella i complimenti dell'U.M.I. E' possibile vedere le sue opere sul suo sito personale all'indirizzo:
www.marinakarella.fr


DATA: 01.01.2015
 
LA CONSULTA: CON IL CAPO DI CASA SAVOIA PER LA RESTAURAZIONE DELL'ITALIA

Aldo A. Mola, Presidente della Consula dei Senatori del Regno        La Consulta dei Senatori del Regno raccomanda alla riflessione il Messaggio agli Italiani di S.A.R. il Capo della Casa di Savoia, Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia e di Aosta: restaurare il senso e la dignità dello Stato, concordia dei cittadini e libertà della Patria, come  dal cuore di Roma insegnano Re Vittorio Emanuele II e il Milite Ignoto.
   Ci attende un anno difficile, forse aspro. Ma gli Italiani hanno superato prove molto più severe.
   Il Centenario della Grande Guerra - che ha veduto a Redipuglia le LL.AA.RR. il Principe Amedeo e Suo Figlio Aimone, Duca delle Puglie salutati dal Sommo Pontefice -  sia motivo di meditazione.
    La Consulta esprime deferente gratitudine a S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia per l'impareggiabile Opera Culturale attuata per la Memoria della Casa Reale e della storia d'Italia.
    Nel 70° della Liberazione rendiamo omaggio a  S.M. Umberto II, Re d'Italia, e alla Regina Maria José. La Storia dirà quanto gli italiani debbono alla Monarchia di Savoia.  
    Con l'augurio che l'Anno Nuovo non travolga le sorti dei cittadini sotto le macerie di un regime fatiscente, una forte stretta di mano e ...Nodi di Savoia per tutti

    Roma, 31 dicembre 2014
Aldo A. Mola                                       
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno            
DATA: 31.12.2014

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
IN OCCASIONE DEL NUOVO ANNO 2015


Messaggio Amedeo di Savoia 2015Italiani,
               buon Natale e buon 2015, con la speranza che l'anno che viene sia almeno un poco migliore di quello che abbiamo vissuto. L'acuirsi delle tensioni politiche e delle difficoltà economiche nazionali e internazionali sono motivo di grandissima preoccupazione. Abbiamo però il dovere di raccogliere tutte le nostre forze, tutte le nostre energie per affrontare con coraggio la sfida di questi tempi duri e difficili, per riuscire a costruire un futuro più sereno per noi e per i nostri figli.
    Per tentare di realizzare questo obiettivo dobbiamo innanzitutto ritrovare il senso smarrito delle nostre radici, della sensibilità morale e della solidarietà civile che devono caratterizzare la vita di un popolo. Non mi stanco e non mi stancherò mai di ripetere che tutto ciò è premessa indispensabile alla rifondazione dello Stato senza la quale la vita politica, sociale ed economica si trasforma in uno scontro di potentati volto esclusivamente alla tutela di interessi particolari, scontro che si risolve sempre, inevitabilmente a favore dei forti e a danno dei deboli.
    Io, mio figlio Aimone, la mia Casa saremo sempre e comunque con Voi, dal posto che la Provvidenza ci ha assegnato e ci assegnerà. Ricordiamo insieme le parole antiche ma oggi più che mai significative e attuali che il grande Re Vittorio Emanuele II pronunciò di fronte ai Senatori e ai Deputati per la prima volta riuniti in Roma capitale: "...risorti in nome della libertà dobbiamo ritrovare nella libertà e nell'ordine il segreto della forza e della conciliazione...".

    Amedeo di Savoia                   
    Castiglion Fibocchi, 31 Dicembre 2014

Amedeo di Savoia, Duca di Savoia
S.A.R. il Principe Amedeo


MESSAGGIO AUGURALE DEL PRESIDENTE NAZIONALE DELL'U.M.I.
AVV. ALESSANDRO SACCHI

Messaggio augurale del presidente nazionale dell'U.M.I.
    A tutti gli iscritti U.M.I., i simpatizzanti e i monarchici italiani ed alle loro famiglie, giunga il mio affettuoso augurio di trascorrere serene festività. L'anno che sta per terminare e' stato il banco di prova per nuove ed entusiasmanti attività; nel 2015 si accelera.
    Preparate le bandiere!

Alessandro Sacchi                   
    Napoli, 31 Dicembre 2014

DATA: 31.12.2014
   
UNA CORONA PER LA CULLA DELLA CIVILTA’

La Grecia con i suoi paesaggi mediterranei, i colori tenui d’un mare magnifico, fu culla della civiltà occidentale. Madre delle arti e della letteratura, della matematica e delle scienze quando il resto d’Europa ancora non conosceva la scrittura. Roma andò a scuola ad Atene prima di fagocitarla e farla propria. Non si diventa grandi dal nulla, prima si ruba il mestiere osservando chi lo conosce già. Se si è giovani e vigorosi forse si diventa più bravi e per l’Urbe fu così. Ma, le tradizioni militari di Sparta lo rammentano, quella terra non fu solo delicatezza e pensiero ma anche ostinazione e coraggio. Lo sperimentarono ancora i nostri soldati aggredendola nel 1940 e restando impantanati sui monti ellenici inchiodati anche dalla disperazione eroica dei soldati greci. Ci vollero i tedeschi per averne ragione e perfino le SS di Sepp Dietrich resero l’onore delle armi agli ultimi valorosi ancora trincerati nelle fortificazioni della Linea Metaxas. Un popolo colto ma inquieto come la sua storia vivace e sempre in corsa. Forse per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, forse per la sua vocazione per il bello ed il grandioso, la Grecia visse sempre il passare dei secoli cavalcandone a suo modo le vicende. Oggi, vittima d’un Europa immemore ed ingrata, il popolo greco soffre per gli errori d’una classe politica impotente di fronte all’assedio monetario imposto dall’asse francotedesco (sbilanciato forse verso Berlino) che nega ogni speranza. E mentre gli estremismi trovano fertile terreno fallisce l’ennesimo tentativo di eleggere un nuovo presidente. La domanda, spontanea, sorge anche in vista delle elezioni del 25 gennaio. Ma prima che ci ripensino i colonnelli non sarebbe più saggio ed utile ricollocare Re Costantino sul suo trono? Figura imparziale, terza, autoritaria con l’Europa e benevola, quasi paterna, con il proprio popolo? Non porterebbe maggiore equilibrio nel caos che domina i palazzi d’Atene? La Grecia è ormai un turbine di generale incertezza ed animi inquieti. L’elemento equilibratore ed armonizzatore c’è. Qualche millennio di storia e cultura l’attendono.
Alessandro Mella – UMI Torino 
DATA: 30.12.2014
   
CAMPAGNA TESSERAMENTO U.M.I. 2015

Tessera Unione Monarchica Italiana 2015

     Si è aperta la campagna tesseramento U.M.I. per l'anno 2015. Un piccolo gesto concreto per sostenere la nostra associazione e contribuire alla realizzazione delle attività monarchiche.
Socio ordinario: 30 euro annuali;
Socio sostenitore: 150 euro annuali;
DATA: 29.12.2014

PROFONDI ROSSI

     Rosso è il colore dell’impeto, del cuore, e del buon vino, della vergogna che appare in volto quando capita di non poterla nascondere. Di colore rosso sono due famosi marchi italiani: la Ferrari e il “Rosso Valentino”. Ma in “rosso” sono anche i conti degli italiani che questi beni proprio non possono permetterseli. Rosse sono le più alte cariche istituzionali attualmente operanti nei palazzi del potere, Giorgio Napolitano (pci, pds, ds, pd) al Quirinale, Pietro Grasso (pd) a Palazzo Madama e Laura Boldrini (sel) a Monte Citorio. Profondi rossi! Anche a Palazzo Chigi siede un rosso (annacquato), non legittimato dal popolo italiano, il ballista Matteo Renzi (pd).
Niente di cui vantarsi del colore dei su detti politici, è solo l’altra faccia del rosso, quella più funesta, la stessa dei nostri conti in banca. Che ci sia un nesso di conseguenzialità tra le politiche nefaste implementate dai governanti veterocomunisti e l’impoverimento degli italiani, sembra essere scontato dal momento che tutti i regimi di sinistra, nel corso della storia, hanno sempre adottato come modello di politica economica quello della ultratassazione dei redditi dei cittadini e delle imprese, attraverso politiche fiscali vessatorie nei loro confronti, con il conseguente arretramento dello sviluppo sociale ed economico. Rosso infatti è anche il colore del sangue, quello versato da centinaia di imprenditori e persone comuni che strangolati da tasse e balzelli hanno preferito lasciarsi andare e farla finita. Sono i morti di tasse, circa mille dall’inizio della crisi, un esercito dimenticato di cui i nostri governanti non provano alcuna vergogna per non aver procurato loro i necessari aiuti. Il rosso in politica porta jella, ma con alcune eccezioni. Esso, come dicevamo, è simbolo d’impeto e rivoluzione. Quella dei mille garibaldini in camicia rossa fu l’impresa eccezionale e fortunata di una rivoluzione andata a buon fine, che portò alla nascita del Regno d’Italia, riconoscendosi in Vittorio Emanuele II di Savoia Re costituzionale. Il colore rosso è anche simbolo di regalità, e della Natività del Re salvatore. Una rivoluzione pacifica, liberale e monarchica è l’auspicio per il nuovo anno, aspettando di nuovo il Re!
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 29.12.2014

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