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NUOVA STORIA CONTEMPORANEA E LA PRINCIPESSA MAFALDA

Il prestigioso bimestrale "Nuova Storia Contemporanea", edito da Le
Lettere e diretto dal Prof. Francesco Perfetti, dedica il numero
di luglio-agosto alla Principessa Mafalda di Savoia-Assia, morta
durante la seconda guerra mondiale nel lager nazista di Buchenwald. Nella
rivista troviamo un lungo articolo del Prof. Massimo de Leonardis dal
titolo: "Germania nazista e Monarchia italiana - La cattura della
Principessa Mafalda di Savoia" in cui il noto accademico milanese
ripercorre le fasi storiche che portarono all'internamento della figlia
del Re d'Italia in quel fatale campo di concentramento. De Leonardis
analizza anche la concezione nazista dello Stato, dimostrando come
quell'ideologia sia in totale antitesi con l'Istituzione monarchica.
In Nuova Storia Contemporanea vi sono anche degli interessanti articoli
fra cui spicca un "liberalismo e cristianesimo" a firma di José Maria
Aznar, "Katin e gli occidentali" di Alberto Indelicato, "La missione
Frobenius in Eritrea" di Dario Biocca e "Il Msi e Augusto De Marsanich"
di Marco Iacona. In edicola e in libreria: 10,50 €
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| DATA: 31.08.2010 |
IL BRIGANTAGGIO SCOPERTO DUE VOLTE
di Giuseppe Galasso - da Il Corriere della Sera di domenica 29 agosto 2010

E' duro, ormai, leggere certe cose sul Risorgimento e sull' unità
italiana. Lasciamo stare le tante amenità sentite sull' identità
italiana; o le riduzioni ideologistiche del Risorgimento a una cortina
fumogena di tutt' altre cose che la nazione italiana e la sua unità; o
le manie e le smanie revisionistiche che rimpiangono la vecchia Italia
e i suoi vecchi Stati (tranne, meno male, lo Stato della Chiesa). Il
punto è un altro. Voi credevate al Risorgimento fatto contro l'
Austria, contro la Curia romana, contro le dinastie e contro le classi
dirigenti legate all' assetto italiano di prima del 1861? Vi
sbagliavate. Il Risorgimento fu fatto contro i contadini, contro il
popolo e (ora si è scoperto) contro tutti: lombardi, veneti, toscani,
gli stessi piemontesi, e, in specie, contro i meridionali. Non parliamo
poi dei lager sabaudi, del milione di morti della «guerra nazionale»
napoletana nel Sud (con totale disprezzo per tutte le statistiche
demografiche dal 1860 al 1870), delle rapine piemontesi (specie al Sud)
e di tanto altro. Ma come si fa a credere che tutte queste siano
«scoperte» e coraggiose «rivelazioni» che ora finalmente vengono fatte
emergere? Non c' è, infatti, molto di ciò che si gabella oggi per nuovo
e inedito che non abbia dietro di sé una rispettabile anzianità. Il
Risorgimento non era neppure terminato, e già si iniziò a processarlo,
in storia e in letteratura. La «conquista regia»? il peso marginale
delle classi popolari nel moto e nella sistemazione finale? La natura
borghese dell' ordine sociale uscito dal 1861? L' assorbimento
finanziario e l' unificazione tributaria a danno del Mezzogiorno? La
scelta del centralismo anziché del federalismo o dell' autonomismo? L'
indiscriminata unificazione legislativa? Ebbene, proprio questo e altro
è ciò di cui si è parlato con successivi approfondimenti e con grande
varietà di racconto e di giudizi in un secolo e più di studi, come sa
chiunque abbia letto Cattaneo e Nitti, Oriani, Gobetti, Rosselli,
Salvemini, per non parlare dei «soliti» Chabod o Romeo, o del grande
lavoro di storia sociale del Risorgimento e dell' unità svolto dagli
storici «gramsciani» e da quelli «cattolici» dopo il 1945. Prendete il
caso del brigantaggio. Se ne è parlato sempre. Esso non nacque affatto
nel 1861. Era un grave problema, endemico e storico, del Mezzogiorno.
Nel 1817 e nel 1821 con dure campagne di guerra il governo borbonico ne
attenuò la portata, e in seguito cercò di controllarlo, ma non riuscì
mai a eliminarlo, come dimostrano le sue cronache giudiziarie fino al
1860. Giustino Fortunato raccolse al riguardo un' enorme quantità di
materiale. Ne discussero negli Anni 30 Omodeo e altri. Dopo la guerra
un libro di Franco Molfese ne fissò alcuni tratti fondamentali.
Convegni e seminari, talora di alto livello, ne hanno via via
riproposto il tema. Ora sembra che tutto si scopra come una terra
vergine, sempre nascosta dal solito imputato di tali misfatti, la
«storiografia ufficiale», un monolite inesistente. Dopo la guerra si
parlava di Bronte e dei relativi, tragici e crudeli massacri. Oggi si
parla molto di Pontelandolfo, altra storia di tragici e crudeli
massacri. Scoperte? Colpevoli silenzi? Di Bronte si fece un film di
forte efficacia rappresentativa quanto discutibile in punto di storia.
Di Pontelandolfo si parlò molto già al tempo dei fatti, e non se ne è
mai taciuto. Sia a Bronte che a Pontelandolfo non si ebbe un semplice
caso di brigantaggio, bensì, piuttosto, di questioni di altro ordine,
come quelle poi inviperite dallo spregiudicato uso politico antitaliano
del brigantaggio da parte borbonica e clericale dopo il 1860. Ma tant'
è. Il giudizio sul Risorgimento, nel caso migliore, è quello,
inverosimile, espresso in un romanzo (per me) di assoluto fascino, Il
Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla. Perché tutto ciò?
Bisognerà parlarne a parte. Per ora, indulgo a un sogno. E se, fra
tante scoperte e rivelazioni, qualcuno scoprisse e rivelasse di nuovo
il grande senso di rivoluzione e di modernizzazione politica, culturale
e morale del Risorgimento e dell' unità? Se si scoprisse che non è
stato il Risorgimento a inventare l' Italia e la nazione italiana,
bensì la nazione italiana a fare il Risorgimento e l' unità? Se si
rivelasse il mondo dei «nobili affetti» e delle «generose passioni»
proprio al Risorgimento e al moto nazionale? Se qualcuno riscoprisse il
grande e faticato travaglio che ha portato l' Italia da realtà
marginale nell' economia mondiale a Paese dei dieci o dodici oggi più
avanzati? Anche queste cose, come quelle dette di sopra, hanno dietro
di sé un secolo di studi, ma gli studi vi sono per essere proseguiti,
approfonditi e rinnovati, non per essere sostituiti da «scoperte» e
«rivelazioni», che non apportino ad essi, come è auspicabile, ma accade
di rado, effettivi, nuovi contributi. Giuseppe Galasso
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| DATA: 31.08.2010 |
GLI AUGURI DELL'U.M.I ALLA REGINA DI GIORDANIA
L'Unione Monarchica Italiana volge gli auguri di buon compleanno alla
Regina Rania di Giordania, fulgido esempio di donna votata al bene
comune e di Sovrana amata e apprezzata.
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| DATA: 31.08.2010 |
VOGUE: INTERVISTA A S.A.R. LA PRINCIPESSA OLGA DI SAVOIA-AOSTA
 "Per me monarchia oggi significa soprattutto mettersi al
servizio degli altri. Lavoriamo. Non vogliamo finire sui giornali
solo per il nome che portiamo, ma per qualcosa che abbiamo
realizzato" Il suo matrimonio religioso con Aimone di
Savoia-Aosta, avvenuto il 27 settembre 2008 sull'isola di
Patmos, in mezzo all'Egeo, è stato celebrato con liturgia ortodossa
nel suggestivo santuario cinquecentesco della Panaghia Diasozousa,
proprio nel cuore della chora bianca sovrastata dal turrito
monastero di San Giovanni. Un matrimonio intimo, raccolto. L'abito empire d'oro pallido Prada - catalizzatore
di luce e buon augurio - con strascico di evocazione ellenica, un
diadema di spighe come Demetra e un simbolico bouquet di rami
d'olivo. Le scarpe, Christian Louboutin le aveva
ornate con applicazioni di farfalle di pasta, in omaggio allo sposo
italiano. Una cerimonia con non più di quaranta invitati, sobria e
gioiosa, ma anche fedele, come non si vedeva da tanti anni nelle
corti europee, alle antiche consuetudini regali, essendo i
contraenti ambedue esponenti di famiglie reali. Una duplice ermeneutica che racconta molto di
Olga, affascinante secondogenita del
principe Michele di Grecia e Danimarca, autore di
raffinati libri storici, e della pittrice e scenografa greca Marina
Karella. Olga, 38 anni, è madre felice di Umberto, nato il 7 marzo 2009.
Radici ancestrali, il sangue, le intricate vicende di buona parte
del gotha della vecchia Europa, nonchè una visione giovane,
dinamica e contemporanea della realtà si intrecciano nella sua
personalità complessa: scuole primarie in Inghilterra,
laurea alla Princeton university e diploma al prestigioso
corso di architettura, pianificazione e conservazione della
Columbia. "Olga è straordinariamente caparbia, di una tenacia irriducibile",
racconta Aimone, suo marito, "da vera indomita greca. Ma
paradossalmente è una grande sognatrice. Sono io, nella coppia,
quello che tiene i piedi per terra. Credo di non aver mai
conosciuto nessuno con il suo senso estetico, con la sua capacità
di vedere e creare il bello. Un'esigenza quotidiana, per lei
irrinunciabile e basilare come respirare".
Cesare Cunaccia, tratto da Vogue Italia, Luglio 2010 (n. 719), p.
146 - 157
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| DATA: 20.08.2010 |
LETTERE AL DIRETTORE: SUCCESSIONE DINASTICA
Pubblichiamo una lettera scritta dal Prof. Maurizio Duce Castellazzo, già autore del libro "Che cos'è la Monarchia?" (Editrice UNI Service 2007), indirizzata a Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I. e direttore dell'Agenzia di Stampa FERT.
Caro Boschiero,
Le scrivo brevemente riguardo
alla questione della successione dinastica in Italia, per avere un Suo parere.
La restaurazione pare (purtroppo) ancora lontana, ma in queste cose non si può
mai dire… In Francia, per es., dopo la caduta di Napoleone III, si arrivò
improvvisamente vicinissimi alla restaurazione borbonica con il Conte di
Chambord, come Ella m’insegna, il quale aveva perfino ottenuto di dar vita ad
una struttura monarchica costituzionale, e non parlamentare, per poter incidere
maggiormente a livello politico; fu ‘solo’ la questione della bandiera a far
sfumare quella prospettiva. Comunque, se guardiamo alla storia, le fasi
repubblicane non sono che brevi parentesi fra periodi lunghissimi di monarchia.
È sempre stato così – e, personalmente, sono incline a credere che debba
continuare così anche per l’avvenire… Però, in Francia, si era fatta
chiarezza sulla successione, nel momento in cui l’erede legittimo degli Orléans
aveva riconosciuto la precedenza a Enrico V di Borbone. Da noi questa chiarezza
manca ancora, perciò è lecito – a mio modesto giudizio – pensare che sia da
tale circostanza che derivi gran parte dello scetticismo che ancora circonda
l’idea di un ritorno alla monarchia come soluzione degli inveterati mali
italici del dopoguerra. Prima ci vuole un pretendente al trono riconosciuto
dalla stragrande maggioranza dell’aristocrazia, da presentare al popolo; poi si
può cominciare a discutere di monarchia e repubblica. Non avendo alcuna competenza in
materia di successione al trono, sono andato a vedere un po’ di documenti che
si trovano on line, tanto sul sito
ufficiale del Principe Vittorio Emanuele di Savoia, quanto sul Vostro sito
dell’UMI: siccome mi è parso di scorgere una sottolineatura forse importante,
gliela sottopongo, perché possa darmi un Suo illuminato parere. Riassumendo, per come sono
capace, il pensiero del prof. avv. Sandro Gherro, che difende le prerogative di
V. E., sembrerebbe che, parlando della questione del mancato assenso di Re
Umberto al matrimonio del figlio, sia da considerare che le regie patenti di
Casa Savoia, cui il Re faceva riferimento nelle sue missive, essendo state
promulgate in un periodo di monarchia assoluta, non potessero più avere
efficacia già dopo l’entrata in vigore dello Statuto Albertino, che ne avrebbe
annullato la validità, per mantenere in
vigore senza eccezione alcuna la sola Legge Salica. Di conseguenza, Umberto II,
quando nelle sue lettere ricordò al figlio il pericolo di perdere la
successione, avrebbe fatto ricorso ad un diritto di censura che non gli
spettava più. Scrive infatti il prof. Gherro: «Vero è che in alcune minute
di lettere scritte (o da scrivere) al figlio quando intendeva contrastare
un di lui progetto matrimoniale, il Re si riferiva alla regola del consenso
regio e lo faceva mancare prefigurando anche le conseguenze negative che la
disobbedienza avrebbe determinato in ambito successorio: cioè la perdita delle
prerogative dinastiche e la trasmissione di queste ad altri (a S.A.R. il Duca
d’Aosta). In proposito, tuttavia, supposta, – ma non pianamente concessa –, l’autenticità
formale e ideologica degli scritti, forse non si potrebbe dire: “Rex plus
dixit quam voluit; ma certo si dovrebbe dire: “Rex plus dixit
quam potuit”. Né infatti poteva vantare, in materia, la vigenza di una
norma che non c’era; né tale norma poteva lui promulgare per far valere
sanzioni al figlio, per mutare la legge di successione e diseredarlo: in
proposito non poteva infatti che subordinare la sua volontà al fatto di
averlo generato». In realtà, però, tale norma c’era
da molto tempo – credo almeno dal 25 giugno 1865. Certo è che nelle due
edizioni che ho tra mani in questo momento del Codice civile del Regno d’Italia,
una pubblicata a Milano da Ulrico Hoepli nel 1901, così come in quella
pubblicata a Firenze da G. Barbera Editore nel 1923, all’art. 69, comma secondo, si legge testualmente: «Per la validità dei matrimoni dei principi
e delle principesse reali è richiesto l’assenso del re». Tutto questo non è
stato mai abrogato, ma è confluito nell’art. 92 dell’attuale codice civile, che
contiene infatti la stessa norma, attualizzata dopo l’incoronazione ad
Imperatore di Vittorio Emanuele III (tant’è che se uno va oggi a consultarla,
non vi legge: “norma abrogata”, bensì: “Articolo divenuto inoperante” – ovvero:
“Omissis”). Non Le pare, dunque, Cavaliere,
che questa sia una base di appoggio anche migliore di quella offerta delle
Regie Patenti, risalenti al XVIII secolo? Infatti, nel momento in cui si parla
di successione al trono italiano, non
possono che contare anzitutto le norme italiane,
tanto più se ancora vigenti. Ebbene:
queste prevedono ancora oggi il consenso regio ai matrimoni dei principi. Di
conseguenza, quando S. M. Umberto II, che
mai abdicò, ha fatto presente al figlio, Vittorio Emanuele, che senza il
suo consenso il diritto di successione sarebbe passato al cugino Amedeo, Duca
D’Aosta, faceva riferimento a prerogative fondate
fino ad oggi nella legislazione nazionale. Grato in anticipo per un Suo
cortese cenno di riscontro, Le rinnovo i sensi della mia più profonda stima.
Maurizio Duce Castellazzo   Caro Professore,
la Sua lettera sulla successione dinastica, soprattutto nella seconda
parte, incontra il mio plauso più caloroso e convinto.
La pubblichiamo integralmente. Il Suo riferimento al Codice Civile del
Regno d’Italia (art. 69 – comma secondo, confluito successivamente
nell’art. 92 del Codice Civile), rinvigorisce gli argomenti sostenuti
da tanti monarchici. Sergio Boschiero
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| DATA: 19.08.2010 |
LA SCOMPARSA DI FRANCESCO COSSIGA
 L'Unione
Monarchica Italiana si inchina
alla memoria di Francesco Cossiga, scomparso oggi dopo un breve
ricovero ospedaliero. Cossiga era un repubblicano convinto ma si è
sempre dimostrato rispettoso nei confronti della storia del nostro
Paese e non ha mai censurato il valore e l'importanza del Regno
d'Italia. Ricordiamo che sulla scrivania teneva una bandiera con il
Tricolore sabaudo, che si è pubblicamente espresso a favore del
rientro delle salme dei Sovrani in Italia e che si rivolgeva ai
Principi Reali di Casa Savoia con il titolo che Loro spetta.
Un personaggio cardine della storia
moderna della nostra Italia a cui, nonostante le divergenze di
vedute, non possiamo che rivolgere con commozione il nostro pensiero.
Roma, 17 agosto 2010 LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DEL PRESIDENTE EMERITO FRANCESCO COSSIGA
La Consulta dei Senatori del Regno rende omaggio all’opera e alla
memoria del Senatore Francesco Cossiga, già Capo dello Stato.
Nobiluomo, cattolico e liberale, spirito universale, nel solco di
Antonio Rosmini il Presidente Emerito Francesco Cossiga visse il senso
dello Stato anche nei suoi aspetti drammatici, sulla traccia di Re
Carlo Alberto di Sardegna, che dopo meditato silenzio varò riforme,
promulgò lo Statuto e assunse la guida dell’unificazione italiana.
Le esortazioni di Francesco Cossiga ad ammodernare lo Stato caddero nel
vuoto; anzi suscitarono contro di Lui le imputazioni più gravi. La Consulta auspica che la Sua eredità politica fecondi l’Italia ventura e la restituisca agli Italiani. Roma, 17 agosto 2010 Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo Alessandro Mola
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| DATA: 17.08.2010 |
IL PRINCIPE AMEDEO AL CAFFE’ DELLA VERSILIANA

13 Agosto 2010 - In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, al
Caffè la Versiliana, nell’ambito della trentunesima edizione del
Festival della Versiliana, si è tenuto un incontro sul tema “150 anni
di conquiste”, con l’obiettivo di affrontare i passi fondamentali che
hanno caratterizzato il processo di unificazione nazionale sotto un
unico tricolore. Ospite principale della manifestazione è stato S.A.R.
il Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, che ha aperto la
discussione citando S.M. Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria,
al quale volgere lo sguardo come primo Sovrano di un’Italia unita.
Il Principe Amedeo ha altresì sottolineato che
dall’affermarsi dell’Istituto repubblicano in Italia, fino ad oggi, è
venuto inevitabilmente meno il senso di Stato, lamentando la differenza
con il senso di citoyenneté dei francesi e il profondo senso di
rispetto dei britannici nei confronti delle forze dell’ordine; “si
dovrebbe andare oltre il calcio per avere voglia di esporre il
tricolore” ha asserito il Duca d’Aosta. Sui giovani della nuova
generazione di italiani il Principe ha mostrato fiducia, facendo
presente che in Italia vi sono tantissimi giovani, soprattutto in sud
Italia, che dimostrano grande serietà che ambiscono a ricoprire ruoli
nelle forze dell’ordine affinché possano dare il proprio contributo per
la salvaguardia dell’ordine dell’Italia, “ma questi giovani –
sottolineava il Duca 
d’Aosta – non appaiono mai nei programmi della Maria de Filippi, forse
non sono abbastanza interessanti”. Il Principe Amedeo, in occasione di
alcune insidiose domande rivoltegli riguardo la sua opinione
sull’Istituto repubblicano, ha citato l’esempio del ruolo fondamentale
che la Corona belga ha sull’unità nazionale del Belgio, spiegando il
ben risaputo attrito fra la comunità vallona e quella fiamminga. “Carlo
Azeglio Ciampi è stato uno degli unici presidenti che si sono attivati
per rivalutare il tricolore e l’inno nazionale – spiega il Principe –
valori dimenticati a causa della guerra persa e, soprattutto, dopo la
caduta del fascismo si censurò la storia etichettando come tutto
cattivo, pure i militari venivano visti come guerrafondai. Ciampi ha
cercato di ripristinare i valori di un’Italia con la “i” maiuscola;
anche Einaudi fece una buona rappresentanza del Paese.” Infine il Duca
d’Aosta ha parlato del suo breve periodo di prigionia in Germania e del
periodo di permanenza al Palazzo di Atene, dove scoprirà la sua
passione per gli animali e le piante. I 150
anni d’Italia, argomento cardine dell’incontro, è stato affrontato con
indiscutibile bravura, dal Prof. Cosimo Ceccuti, Professore di Storia
del Risorgimento e del giornalismo dell’Università di Firenze, che ha
illustrato nello specifico tappe storiche determinanti come la
spedizione dei mille, l’affascinante figura di Giuseppe Garibaldi,
Giuseppe Mazzini e la repubblica romana, la triste vicenda di Goffredo
Mameli, la potenza dell’Esercito borbonico rivelatasi poi insufficiente
di fronte alle strategie dei garibaldini. Infine Enrico Dei, noto
esperto d’arte, ha parlato della mostra “Italia sia” sui dipinti che
raffigurano le tappe fondamentali del Risorgimento italiano,
sottolineando la doverosa presenza predominante dei Macchiaioli,
ubicata in Seravezza presso il Palazzo Ducale. 
L’incontro si è concluso con la delicata ed insidiosa domanda di Romano
Battaglia, conduttore dell’evento, al Principe Amedeo, ossia se fosse
convinto su un ritorno in Italia della Monarchia: “Fin’ora ho sentito
parlare di Prima e Seconda repubblica – risponde il Duca d’Aosta – ma
siamo sempre alla Prima Monarchia”. Di ulteriore appoggio alla
costatazione del Principe, una persona del pubblico ha chiesto la
parola e, rivolgendosi a Sua Altezza Reale, ha incoraggiato il Principe
raccontando l’aneddoto riguardante Padre Pio, il quale ha previsto che
il figlio del Duca d’Aosta, Aimone di Savoia, sarebbe diventato un
giorno Re d’Italia. All’evento, contraddistinto
dall’usuale successo di pubblico, ha partecipato il Presidente
dell’Unione Monarchica Italiana, Gian Nicola Amoretti, accompagnato dal
coordinatore del Club Reale “Carlo Felice” di Rapallo, Sebastiano
Quaglia. Il quotidiano “La Nazione”,
nell’edizione del 13 agosto (pag. 30, sez. Cultura & Società, il
caffè Estate), ha pubblicato un articolo a firma del Principe Amedeo,
in cui sono stati affrontati i punti salienti del processo di Unità
Nazionale. Lorenzo Virginio Teucci
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| DATA: 15.08.2010 |
RISORGIMENTO DIMENTICATO: POLITICA E POLITICI
“L’imposta è dunque una porzione di entrata tolta a ciascun cittadino
dal governo per le pubbliche necessità: ovvero il governo è come un
altro cooperatore della produzione che insieme coll’operaio, col
capitalista e col possidente viene a prendere la sua rata nel riparto
del prodotto netto”. (Marco Minghetti-1859).
“Le maggioranze parlamentari non acquistano forza e
prestigio se non sono tenute strette ed unite da un principio, da un
programma, da comunanza di viste, di idee e di opinioni nelle questioni
più importanti fra i vari deputati che le compongono”. (Dal giornale
“l’Opinione” del 1862).
“Mi sono persuaso che, quantunque riuscissi a
salvare il mio prestigio, perderei l’Italia. Ora, mio caro Nigra, ve lo
dichiaro senza enfasi, preferisco veder scomparire la mia popolarità,
perdere la mia reputazione, ma vedere fare l’Italia. Ora, per fare
l’Italia in questo momento, non bisogna mettere in contrasto Vittorio
Emanuele e Garibaldi.
Garibaldi ha una grande forza mortale, gode di un
immenso prestigio, non soltanto in Italia, ma soprattutto in Europa.
Avete torto, a mio avviso, a dire che siamo messi tra Garibaldi e
l’Europa. Se domani venissi in lotta con Garibaldi, potrei avere pure
dalla mia parte la maggioranza dei vecchi diplomatici, ma l’opinione
pubblica europea sarebbe contro di me, e l’opinione pubblica avrebbe
ragione, perché Garibaldi ha reso all’Italia i più grandi servigi che
un uomo potesse renderle: ha dato agli Italiani fiducia in se stessi,
ha dimostrato all’Europa che gli Italiani sapevano battersi e morire
sui campi di battaglia per conquistare una patria”. (Lettera del conte
di Cavour a Costantino Nigra del 5 agosto 1860)
“Non è ancora penetrata nelle nostre abitudini, la
persuasione che il governo è parte di noi stessi, che non è nostro
nemico il fisco, che, il contrario, è il nostro aiuto principale e che
è quello, senza il quale non avremmo sicurezza, protezione, strade,
istruzione, non avremmo nulla... Il Piemonte ha tassato, ha tassato
spietatamente. Ma, persuaso della necessità di svolgerne la vita
economica, ha contemporaneamente costruito ferrovie e strade ordinarie,
le ha ampliate, insomma ha impresso alla vita economica quell’impulso
che solo poteva essere dato sotto la direzione di quella mano vigorosa,
di quelle mente elevatissima che era il conte di Cavour”. (Quintino
Sella-1863).
“La scarsa popolarità di Cavour è innanzitutto
l’esito naturale della scarsa conoscenza-popolarità che da noi ha il
Risorgimento, cioè quella parte della nostra storia che riguarda la
nascita della nazione….Tutte le culture politiche dell’Italia del
Novecento (dal fascismo all’azionismo, dal cattolicesimo al socialismo,
al comunismo gramsciano, e fino al leghismo) sono nate da una critica
più o meno radicale al Risorgimento e in particolare proprio alla
soluzione cavourriana di esso, sprezzatamente definitia “moderata”.
Perpetuando l’equivoca confusione tra liberalismo e moderatismo che
continua a pesare come un macigno sulla nostra vita pubblica. Si
aggiunga la dissociazione da ogni dovere collettivo e il disprezzo
qualunquistico-anarcoide verso lo Stato in quanto tale che nutre tanta
parte del Paese, comprese le sue classi elevate. In misura
significativa l’impopolarità di Cavour non è altro che l’impopolarità
presso tanti Italiani dello Stato Italiano…Non ha forse bisogno
l’Italia di ritrovare il senso originario della sua esistenza come
Stato libero e moderno? Lo so bene: invocare un ritorno a Cavour suono
solo patetico, prima ancora che vano. Almeno sia consentito, però, di
sentirne fino in fondo una disperata nostalgia e ripeterne con
gratitudine il nome per trasmetterlo a chi in futuro si dirà ancora
italiano, nel duecentesimo anniversario della nascita”. (Ernesto Galli
Della Loggia – Corsera 10 agosto 2010).
GIUSEPPE POLITO
DIRETTORE BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
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| DATA: 13.08.2010 |
A SETTEMBRE USCIRA' IL NUOVO LIBRO DI DOMENICO FISICHELLA SUL RISORGIMENTO

Pubblichiamo in anteprima la copertina dell'ultimo lavoro del Prof.
Domenico Fisichella, già autore di "Elogio della Monarchia".
Il volume ripercorre, con linguaggio chiaro e non
accademico, le vicende che nei secoli hanno condotto allo sviluppo di
un profilo unitario - sul piano culturale (religione, lingua,
tecnologia) e materiale (commercio, produzione, tecnica) - del popolo
italiano.
In tale quadro, il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo
processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi
precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto
dell'iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono
riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare
nell'arena europea. Ampia parte del saggio analizza l'incidenza del
principio di nazionalità, l'ipotesi federalista, il ruolo di
personalità come Carlo Alberto, Cavour, Vittorio Emanuele II,
Garibaldi, Mazzini, Pio IX, Gioberti, Cattaneo, nonché il rilievo degli
elementi elitari, popolari, dinastici, internazionali che hanno
condotto al 1861 (nascita del Regno d'Italia), con la sua ineludibile
appendice di Porta Pia (1870).
Da settembre in tutte le librerie.
Il Miracolo del Risorgimento - La formazione dell'Italia unita.
Domenico Fisichella
Carocci editore, 2010. euro 15.00
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| DATA: 11.08.2010 |
INTERVISTA AD AIMONE DI SAVOIA-AOSTA SULLA RIVISTA
ECONOMICA "IL MONDO"
Il Principe presto in Italia.
Riportiamo l’intervista a S.A.R. il
Principe Aimone di Savoia-Aosta, pubblicata
sul numero 32 (6 agosto 2010) del settimanale economico del gruppo Rcs
“Il
Mondo”, a firma della giornalista Enrica Roddolo.
Nella pregevole intervista, il Principe sabaudo dà conferma alle
insistenti
voci che corrono riguardo ad un Suo trasferimento nel nostro Paese,
dopo un
lungo e apprezzato periodo di lavoro a Mosca come rappresentante della
Pirelli.
Ecco il testo:
DALLA RUSSIA (CON
PIRELLI)
II lavoro è eticamente obbligatorio, come un
servizio da
rendere alla comunità di cui si fa
parte. A prescindere dai risultati
che si raggiungono». Aimone di
Savoia-Aosta, figlio del duca Amedeo d'Aosta (a sua volta imprenditore
agricolo
in Toscana), lavora per Pirelli. Anzi, è l'uomo
Pirelli in Russia. Riservatissimo, sposato con Olga di Grecia,
accetta però di parlare con il
Mondo.
Domanda. Come
inizio I'avventura in Russia,
principe?
Risposta. Lavoro in Russia
dal 1993, e ci vivo dal 1994. E uno dei motivi per cui
sono venuto in questo affascinante Paese è stato
proprio perché
volevo capire cosa sarei riuscito a fare in un ambiente che non aveva nessun tipo di pregiudizio nei
confronti del mio cognome (positivo o negativo).
D. Una sfida. E una brillante carriera.
R. Diciamo che quella che è
iniziata come avventura di un 26enne alle prime armi è diventata, senza che me ne
accorgessi, una bellissima carriera.
Ho lavorato per società di
ingegneria, con le quali ho viaggiato tantissimo in molte regioni
russe, per
poi approdare in Pirelli nel 2000.
D. Tornerà in Italia?
R. Comincio ad avere molta
voglia di tornare in Italia, dopo 16 anni, anche se mi rendo conto che molta parte della mia professionalità
è
relativa a questa parte del
mondo, e questo complica un po' le cose,
ma a me stesso ho già provato di
valere, adesso basterà convincere
gli altri. Ironia a parte, penso di aver sempre portato valore in tutti
i
lavori e progetti che ho
seguito, e quindi sono sicuro che la mia
carriera mi porterà presto in Italia.
D. Senza
rinunciare al lavoro. Come lei, oggi
molti nobili sono anche bravi professionisti. Un
cambio di stagione?
R. Non solo gli
aristocratici di oggi hanno saputo rivelarsi ottimi
professionisti, bisogna sfatare il
mito dell'aristocratico escluso dall'attività
professionale manageriale. Attingendo dalla storia di famiglia posso
portare l'esempio del duca degli
Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia (fratello minore di mio bisnonno) che dedicò gran parte della vita alla
Marina e alle esplorazioni geografiche,
attività che richiede
qualità di management non comuni.
D. E
poi?
R. Luigi Amedeo lasciò quindi
l'Italia e negli anni '20 fondò la Società agricola Italo Somala che,
ottenuta una concessione per 90 anni, gestì nell'area di Johar (Somalia) circa 25 mila
ettari di terreno dove negli anni Trenta si potevano vedere strutture
sociali,
dalle scuole agli ospedali, realizzate per i lavoratori: arrivarono
infatti ad
abitarci quasi 10 mila persone.
D. E come
finanziò
quest'impresa?
R. I soldi, circa 25
milioni di lire, li prese in prestito,
restituendo poi tutto e facendo
quindi fruttare l'investimento con qualità
manageriali di tutto rispetto. Qualità che fecero sì che
si potessero lavorare fino a 3 mila quintali di canna da zucchero al
giorno con
macchinari moderni, perlopiù
alimentati dalla combustione dei gas naturali ricavati dagli scarti
fermentati.
I prodotti venivano lavorati in loco e poi spediti via ferrovia a
Mogadiscio
dove erano venduti per l’export.
Enrica Roddolo
LEGGI L'ARTICOLO IN FORMATO .PDF
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| DATA: 06.08.2010 |
“TANTI NEMICI, TANTO ONORE”
Così dice un vecchio adagio popolare, ed è la
sintesi di quello che da mesi per non dire anni assistiamo davanti agli
attacchi, spesso solo provocatori, all’epoca risorgimentale ed ai suoi
protagonisti.
Se sul mensile amico “Storia in rete” il giornalista
Gigi di Fiore, attenua le sue tesi antirisorgimentali, poi si
rallegra quando la propria casa editrice ha deciso di ristampare tra
qualche mese il saggio indubbiamente meno moderato, scritto nel
2007.
Giordano Bruno Guerri dalle colonne del “il
Giornale” esalta invece un altro libro: “Terroni” di Pino Aprile che
abbiamo nei mesi scorsi ampiamente criticato per sua forte carica
antisabauda e non solo, tra i più venduti negli ultimi tempi (?),
sperando che diventi il “…testo sacro di una futura Lega Meridionale…”;
non solo, il Guerri pubblicizza il suo ultimo libro sul’argomento
risorgimentale che darà alle stampe a fine anno dalla Mondadori,
invitando i lettori a partecipare il 5 agosto prossimo, a Monopoli, ad
un dibattito nell’ambito del progetto Cantiere Cultura ove
parteciperanno tra gli altri Pino Aprile e Marcello Veneziani. Lo
storico prosegue l’articolo, elencando il suo punto di vista sul
Risorgimento, ecco alcune “perle”: ..L’annessione del Sud fu una guerra
di annessione e di conquista, spietata e brutale. Il Regno delle Due
Sicilie non era il paradiso in terra, certo, ma neppure l’inferno. Il
paternalismo borbonico permetteva pure ai più poveri di vivere
decentemente anche nelle condizioni di arretratezza feudale con le
quali venivano gestite le terre coltivabili. La vita culturale, almeno
quella alta, era di tutto rispetto. Le industrie, in particolare quelle
metalmeccaniche e tessili, erano all’altezza, e a volte superiori, a
quelle del Nord. Soprattutto, le casse dello Stato e la circolazione
monetaria erano più ricche che nel resto d’Italia messo insieme.
Denaro, terre ed industrie facevano gola ai Savoia, molto meno
romantici di patrioti…A rimetterci fu il popolo, che d’improvviso si
vide sconvolta l’esistenza da invasori (i cosiddetti plebisciti furono
una truffa di Stato)…Fu così che nacque il fenomeno sprezzantemente
definito “brigantaggio”….A volte erano veri banditi, ma oggi li
chiameremmo partigiani. Fu una guerra civile….”, vi risparmio altre
amenità storiche!
E’ triste leggere da bravi opinionisti e
giornalisti, queste “oscenità storiche” le quali non fanno altro
che “cavalcare” la moda del momento, “scimmiottando” il più becero
leghismo, nato non dimentichiamo, dalla sordità dei partiti
tradizionali alle istanze del cittadino settentrionale e dal tradimento
delle vecchie ideologie da parte di coloro che dovevano non solo
difenderle ma adeguarle ai tempi.
Come monarchici e custodi dei valori risorgimentali
dobbiamo impegnarci per contrastare in ogni modo queste opinioni, non
demonizzando nessuno, ma neppure esaltare quegli Stati pre-unitari che
non vollero credere nella libertà e nella democrazia come invece fece
il Regno di Sardegna ed il suo sovrano!
PS.: Poco dopo la stesura di questa riflessione, il
Prof.Pietro Craveri, storico, nipote di Benedetto Croce, sulle colonne
del Corriere del Mezzogiorno ha "stroncato" definitivamente da un punto
di vista storico-politico la moda del revisionismo risorgimentale con
un articolo a titolo "Terrorismo neoborbonico".
GIUSEPPE POLITO
DIRETTORE BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
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| DATA: 07.08.2010 |
SAVOIA CAVALLERIA

Il numero 4 (luglio- agosto 2010) della rivista IL NASTRO AZZURRO,
edita dall’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al
Valor Militare – www.istitutonastroazzurro.org
- presenta a pag. 34 una rievocazione del reggimento “Savoia
Cavalleria”, il cui stendardo venne decorato da S.M. il Re Vittorio
Emanuele III della M.O.V.M. per le gloriose giornate del 21-30 agosto
1942 sul fronte russo. Dopo il referendum del 2 giugno 1946, il col.
Alessandro Bettoni Cazzago, ultimo comandante di “Savoia” volle
riconsegnare a Umberto II il glorioso stendardo del reggimento. Per
volontà del Sovrano il vessillo è oggi custodito nel Sacrario delle
Bandiere dell’Altare della Patria.
Il numero 4 (luglio-agosto 2010) della Rivista di
Cavalleria, edita dall’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria – www.assocavalleria.it
– presenta a pag. 37 una rievocazione delle celebrazioni del secondo
centenario ( 1682-1892) della fondazione del Reggimento “Savoia
Cavalleria” con foto e documenti storici.
SAVOYE BONNE NOUVELLES
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| DATA: 06.08.2010 |
IL PREMIO CARDUCCI PER LA SAGGISTICA A S.A.R. LA
PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA
 Il Premio
Letterario Giosue Carducci
2010 per la saggistica storica è stato conferito a S.A.R. la
Principessa Maria Gabriella di Savoia. Gli altri premiati sono il
poeta Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le Garanzie
nelle Comunicazioni, la medievista Chiara Frugoni per la critica
d’arte ed Enrico Tiozzo, docente all’Università di Goteborg e
autore dell’opera sul Premio Nobel e la letteratura italiana (ed.
Olschki).
La giuria, presieduta dallo scrittore Raffaello
Bertoli, ha premiato Maria Gabriella di Savoia perché con i propri
studi e quale presidente della Fondazione Umberto II e
Maria José ha salvaguardato un patrimonio documentario e
bibliografico di fondamentale importanza e propone alla storiografia
italiana temi a lungo trascurati. Con una decina di volumi tradotti
in varie lingue e con la collaborazione a rassegne e ad opere
insuperate ( Casa Savoia. Diario di una monarchia, 1861-1946,
l’ Album di guerra, 1915-1918 di Vittorio
Emanuele III, Gioielli di Casa Savoia e Il Parlamento
italiano, 1861-1993
(24 voll .), la Principessa ha concorso e contribuisce
alla rilettura dell’unificazione italiana. Per gli approfondimenti
critici originali di figure a lungo dimenticate, quale Antonio
Rosmini, e per la promozione di ricerche scientifiche di ampio raggio
la Principessa Maria Gabriella di Savoia avrebbe attratto il plauso
che Giosue Carducci riservò alla Regina Margherita: emblema
dell’eterno femminino regale quale misura della crescita civile di
tutti i cittadini.
Due anni orsono, il suo volume Manti
Regali a Corte. Dal corredo della Regina Maria José (Daniela
Piazza ed. Torino, 2008) ha accompagnato un evento di richiamo
europeo realizzato nel Castello della Venaria Reale, in vista del
150° della proclamazione del regno d’Italia. Allieva di Oskar
Kokoschka, la Principessa è anche apprezzata acquerellista. Una
Mostra delle sue opere è stata allestita alla Fondazione Bismarck in
Parigi ed è in programma in Spagna e a Istanbul. Verrà poi la volta
del Piemonte?
Aldo Alessandro Mola
Alla
presenza di circa 600 persone, il
sindaco di Pietrasanta, dottor Domenico Lombardi, ha invitato la
Principessa a compiere una visita ufficiale alla Città e la
Prencipessa ha accettato.
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| DATA: 04.08.2010 |
IL REGICIDIO DI MONZA NON FERMO’ LE LIBERTA’
Editoriale
di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 1 Agosto.
Unico quotidiano a livello nazionale che abbia ricordato il regicidio
di Monza.
Non sempre la
fine luglio
annunciò l’inizio delle vacanze. In molti casi fu infausta. Nel
1848 in quei giorni l’Armata di Carlo Alberto si ritirava su
Milano, incalzata da Radetzky. Nel luglio di dieci anni dopo Vittorio
Emanuele II, “per quello che lo riguardava” accettò l’armistizio
di Villafranca tra Napoleone III e Francesco Giuseppe d’Asburgo.
Parve la fine del sogno. Il 20 luglio 1860 nella battaglia di Milazzo
solo rischiando la vita Garibaldi superò lo scoglio più
difficile della guerra di Sicilia. Sei anni dopo, alla stessa data
vinse gli Austriaci a Bezzecca, sulla via di Trento, ma venne fermato
dall’armistizio e telegrafò “Obbedisco”.
Tra i giorni più
lugubri della storia d’Italia rimane il 29 luglio 1900, quando
Gaetano Bresci assassinò Umberto I. Dieci anni fa il regicidio venne
rievocato nel Duomo di Monza, che conserva la Corona Ferrea,
simbolo della regalità in Italia. Migliaia di persone sfilarono
sino alla Villa Reale con Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta. Il
presidente della repubblica dell’epoca non aderì, quasi il
Quirinale appartenga a una storia diversa da chi l’abitò dal 1870
al 1946.
Questo 110°
anniversario del regicidio è passato sotto silenzio. Eppure quella è
una data fondamentale. Infatti il cinquantaseienne torinese Umberto I
era il simbolo della fedeltà della Corona allo Statuto, “legge
fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia” da
“assoluta” divenuta “rappresentativa”.
Caposaldo dello Statuto
promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto fu la ripartizione dei
poteri in legislativo, esercitato congiuntamente dal Re e dalle
Camere, ed esecutivo, riservato al Re tramite il governo,
responsabile dinnanzi alla Corona. Lo Statuto affermò l’uguaglianza
dei cittadini dinanzi alle leggi, l’inviolabilità del domicilio,
la libertà di stampa e di adunanza pacifica.
Fondamentale fu
l’elettività della Camera dei deputati, scelti dai collegi
elettorali e rappresentanti della Nazione liberi da “ mandato
imperativo” rispetto agli elettori, affiancata dal Senato di nomina
regia e vitalizio. Per lo Statuto la giustizia, emanata dal re, era
amministrata in suo nome dalla magistratura, che era dunque un
“ordine”, non un “potere” contrapposto a legislativo e ad
esecutivo.
Sin dall’età di
Cavour per rimanere in sella i governi non poterono più
accontentarsi del favore del re. Dovettero assicurarsi la maggioranza
in Parlamento e il sostegno degli elettori, unici veri giudici del
potere politico. Le libertà statutarie ressero a innumerevoli scosse
tra il loro avvento e il regicidio. Anche la crisi di fine Ottocento,
pur segnata da tumulti, dal ricorso allo stato d’assedio e dalla
repressione dell’opposizione, non intaccò le libertà statutarie.
Nel giugno 1900 la Camera venne sciolta e rinnovata per la quinta
volta in soli dieci anni. Il presidente del consiglio, Luigi Pelloux,
un generale, cedette il passo all’ottantenne Giuseppe Saracco,
originario di Bistagno (Acqui), presidente del Senato, che varò un
programma di riforme. L’assassinio di Umberto I avvenne dunque
quando la presunta “svolta autoritaria” era ormai alle spalle e
la Monarchia aveva ripreso il corso tradizionale, come suggerito da
Giolitti e Zanardelli contrari a chi, come Sidney Sonnino, proponeva al
Re di arroccarsi isolandosi dal “Paese che lavora”.
La conferma venne
proprio con l’ascesa al trono del trentunenne Vittorio Emanuele
III. Il giovane Sovrano enunciò il programma: massima libertà
politica, ma chi rompe paghi. Libertà nell’ambito delle leggi,
dunque, non contro le leggi. Libertà come legalità, non come
arbitrio. Seguirono quindici anni di progresso economico e di
sviluppo civile. Meno fazioni, meno estremismi, meno personalismi e
più confronto tra istituzioni e cittadini tramite le Camere e le
amministrazioni locali, impegnate nell’attuazione delle leggi
speciali a sostegno delle regioni arretrate e sottosviluppate. Quel
quindicennio vide anche l’avvento del socialriformismo, l’elezione
di deputati cattolici, i blocchi popolari alla guida di città e
province, la mediazione prefettizia nei conflitti di lavoro, una
crescita economica senza precedenti, il prestigio dell’Italia nella
Comunità internazionale. Anche per l’Italia fu la Belle
époque. Per il Vecchio Piemonte volle dire l’ascesa
della
Fiat e le celebrazioni a Torino del Cinquantenario del Regno.
Inconfrontabile con questo sommesso 150°...
Aldo A. Mola
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| DATA: 04.08.2010 |
L'U.M.I. IN LUTTO PER LA SCOMPARSA DI CARLO ROSSI
L'Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) china le bandiere del Regno per
la scomparsa del Dott. Carlo Rossi di Vermandois, già
Coordinatore del Club
Reale U.M.I. di Arezzo, luminosa figura di italiano e di monarchico.
Ne diamo
notizia ad esequie avvenute, porgiamo le più sentite condoglianze
ai familiari, in particolare al fratello Paolo, guida dell'U.M.I. di
Roma.
Sono
pervenute molte telefonate di cordoglio; fra i primi messaggi quello di
S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta.
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| DATA: 03.08.2010 |
NEL PANTHEON RICORDATO IL RE UMBERTO I A 110 ANNI
DAL REGICIDIO

Roma, 29 luglio 2010 – Come ogni anno l’Istituto Nazionale per la
Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha organizzato una Santa
Messa per ricordare il Re Umberto I, nell’anniversario dell’infausto
regicidio. In occasione del cento decimo anniversario della scomparsa
del “Re buono” la cerimonia è stata particolarmente toccante per la
solennità della funzione. La Santa Messa di suffragio si è conclusa con
dei canti sacri in lingua latina, eseguiti a cappella, fra i sacri fumi
dell’incenso, sotto la tomba dell’Eroe di Villafranca. Molte le Guardie
d’Onore romane e non presenti con il Presidente dell’Istituto, il
Capitano di Vascello Ugo d’Atri.
Erano presenti il Segretario
nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero e il Vice
presidente del Circolo REX Domenico Giglio.
L'omaggio davanti alla tomba di Re Umberto I

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| DATA: 30.07.2010 |
GETTATA A TERRA LE CORONA ITALIANA SULL’EX BALKAN

I Dalmati italiani del Mondo di Trieste e la Lega Nazionale lamentano
che nottetempo sia stata gettata a terra, dopo aver reciso con una
tronchesina il filo di ferro e la catenella la sorreggevano, la corona
deposta solennemente sull’ex Balkan “in ricordo del sacrificio del ten.
Luigi Casciana ferito a morte il 13 luglio 1920 dagli jugoslavisti del
Narodni Dom che proteggeva a capo di un gruppo di soldati e di regi
carabinieri”.
Evidentemente, ha dichiarato l’on.
Renzo de’Vidovich, qualcuno a Trieste – nonostante la volontà della
stragrande maggioranza degli italiani e degli sloveni di restaurare una
solida amicizia tra i popoli nel rispetto delle rispettive memorie
storiche – ancora infastidisce quanti non vogliono ricordare che, senza
le bombe ed i colpi di arma da fuoco sparati sui dimostranti dal
Narodni Dom, nulla sarebbe successo, come è dimostrato dal fatto che le
altre sedi jugoslaviste presenti in città furono regolarmente protette
da un imponente servizio d’ordine.
È
incredibile – conclude de’Vidovich – che un nastro tricolore sull’ex
Balkan faccia saltare i nervi a quanti vorrebbero che l’incendio
dell’Hotel fosse per forza attribuito agli italiani e ignorano che ben
quattro sono gli italiani caduti per mano jugoslavista, prima degli
disordini degli anni ’20. Trieste,
19 luglio
2010
Il Presidente On. Renzo
de’Vidovich
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| DATA: 29.07.2010 |
RITRATTO DI RIPRAND MARIA FRANZ VON ARCO-ZINNEBERG
Nonostante il nome indichi perentoriamente
l’originario casato tedesco, il conte Riprand Maria Franz von
Arco-Zinneberg, nato il 25 luglio 1955 a Monaco di Baviera, ha nelle
sue vene molto “sangue” italiano. Figlio del conte Ulrich e della
contessa Maria Theresia von Preysing-Lichtenegg-Moos, egli discende da
entrambi i genitori da quella Maria Beatrice d’Este (1750-1829) erede
del ducato di Modena e Reggio nonché del Ducato di Massa, figlia del
duca Ercole III Rinaldo che sposa dell’Arciduca Ferdinando Carlo
d’Absburgo-Lorena (1754-1806) figlio cadetto dell’Imperatrice Maria
Teresa d’Austria e di Francesco III Stefano di Lorena, in base agli
accordi sottoscritti tra lo stesso duca Ercole III e Maria Teresa,
diede inizio alla “Tertur-genitur” d’Austria-Este non essendoci
eredi maschi legittimi.
Una delle figlie di
questa coppia, l’arciduchessa Maria Leopoldina (1776-1848) rimasta
vedova nel 1799 del primo marito, il Principe Elettore Karl IV Theodor
di Baviera si risposò nel 1804 con il conte Ludwig von Arco (1773-1854)
discendente di un’antica famiglia trentina la quale nei secoli si è
imparentata con le maggiori casate austro-tedesche ma anche con i
Gonzaga di Novellara.
Da Maria Leopoldina,
sorella minore del duca Francesco IV di Modena e della regina Maria
Teresa di Sardegna, moglie di re Vittorio Emanuele I di Savoia, il
conte Riprand discende molte volte così come dallo stesso duca di
Modena implicato nel complotto carbonaro di Ciro Menotti.
Tra i suoi antenati annoveriamo pure la principessa Gabriella
Maria di Savoia-Carignano (1748-1828) sposa dal 1769 del principe
Ferdinand von Lobkowicz duca di Sagan (1724-84). La parentela più
illustre del conte Riprand è con Luigi III di Wittelsbach, ultimo
sovrano di Baviera, sposo dell’arciduchessa Maria Teresa
d’Austria-Este, nipote diretta di Francesco IV di Modena e di Maria
Beatrice Vittoria di Savoia, sua nipote, figlia del già citato Vittorio
Emanuele I e di Maria Teresa d’Austria-Este!
Quando nella cattedrale di Chartres il 26 aprile 1980 il conte
Riprand si unì in matrimonio, alla presenza dell’ultima Imperatrice
d’Austria, Zita di Borbone, della contessa di Parigi, di Isabella
d’Orléans principessa Murat e di Anna duchessa d’Aosta e di altre
illustri teste coronate, con l’arciduchessa Maria Beatrice
d’Absburgo-Lorena, nata nel 1954, figlia primogenita dell’arciduca
Roberto duca di Modena e della Principessa Margherita di Savoia-Aosta,
nipote diretta dell’Eroe dell’Amba Alagi e Vicerè d’Etiopia, Amedeo
duca d’Aosta, e di Carlo I Imperatore d’Austria e Re Apostolico
d’Ungheria, gli sposi potevano rivendicare di essere tra le
coppie principesche con più “sangue” italiano nelle vene, ed in
particolar modo sabaudo-estense!
Il conte Riprand
svolge la sua attività professionale nel settore finanziario negli
Stati Uniti, ma appena può con la famiglia si rifugia nella splendida
residenza a Punta Cana nella Repubblica Dominicana. La coppia
principesca ha messo al mondo 6 figlie tra il 1981 ed il 1997: Anna
Teresa, Margherita, Olympia, Massimiliana, Maria Gabriella e Georgiana.
Un fratello di Maria Beatrice è l’arciduca Lorenzo, attuale duca
di Modena, sposo della Principessa Astrid dei Belgi, figlia di re
Alberto II e della regina Paola.
GIUSEPPE POLITO
DIRETTORE BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
|
| DATA: 29.07.2010 |
STORIA IN RETE DI LUGLIO-AGOSTO E' IN EDICOLA!

Storia in Rete di questa estate si sofferma sui temi agghiaccianti
degli “anni di piombo”, interpretabili come una strategia di
destabilizzazione o di intimidazione ai danni del nostro paese da parte
di potenze straniere: gli Stati Uniti e l’URSS nella logica della
Guerra fredda, ma anche Israele, i palestinesi dell’FPLP e altri
insospettabili alleati, gli inglesi e i francesi, contro i quali si è
giocata una partita a scacchi per il dominio del Mediterraneo. Torniamo
quindi su Cavour, con la riproposizione di un’intervista al grande
storico Rosario Romeo, un’intervista allo storico neoborbonico Gigi Di
Fiore – esponente del revisionismo scientifico e non revanscista – e
una panoramica sul contributo di cattolici e sacerdoti al Risorgimento
italiano. Continua quindi la storia dell’avventura italiana nello
spazio, con un’intervista a Roberto Somma, ingegnere protagonista di
molte imprese scientifiche in Tricolore. Storia in Rete va quindi a
colloquio con Chiara Frugoni, medievista, che mostra ai lettori come i
“secoli bui” furono tutt’altro che oscuri e che il Medioevo ha tanto da
insegnarci. Con un balzo avanti – poi – si ripercorre la vicenda
pirandelliana dello Smemorato di Collegno, che appassionò l’Italia sui
suoi quotidiani. Per la serie “the Bonapartes” è il turno della prima
sorella dell’Imperatore dei Francesi, Elisa, mecenate in Toscana e
abile politica. Infine la vicenda del processo a Giovannino Guareschi,
condannato per diffamazione di De Gasperi su un argomento
delicatissimo: le carte di Mussolini sottratte a Dongo… Tutto questo e
molto altro su Storia in Rete di luglio-agosto!!
In edicola - euro 6,00
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| DATA: 28.07.2010 |
RAI TRE: BELLE LE IMMAGINI… SUPERFICIALI I
COMMENTI

Rai Tre per la trasmissione GLI ARCHIVI DELLA STORIA ha trasmesso
venerdì 16 luglio u.s. una puntata avente per tema le figure di
Vittorio Emanuele III e di Umberto II e delle loro rispettive consorti.
Il presentatore, fin dai suoi esordi, ha “inquadrato” i telespettatori
concentrandosi solo sul problema delle “leggi razziali” del 1938, e
sulla c.d.”fuga di Pescara”, mentre lo storico presente in sala da par
suo nel commentare questi due avvenimenti si è limitato a ripetere i
soliti luoghi comuni… Ci si è dimenticati ad esempio di personaggi come
Antonello Trombadori (intellettuale e partigiano comunista) o Carlo
Azeglio Ciampi, che hanno considerato Pescara un legittimo e
improrogabile trasferimento del vertice dello Stato in un territorio
italiano libero, come ci si è dimenticato di contestualizzare le odiose
leggi sugli Ebrei nel particolare momento politico che l’Italia stava
vivendo tralasciando la lezione di De Felice… Forse si voleva mettere
subito in allarme quanti si fossero fermati a vedere le immagini
successive… che in maniera eloquente hanno testimoniato del forte
consenso di cui godeva Casa Savoia in Italia, anche dopo la tragedia
della II guerra mondiale quando, ad esempio, il 10 maggio 1946 i
romani affollarono la piazza del Quirinale per salutare Umberto II,
appena salito al trono, così come avevano fatto dopo la vittoria nel
novembre del 1918, per la translazione del Milite Ignoto all’Altare
della Patria, per le varie cerimonie di corte, per l’apertura delle
sessioni parlamentari, per le nozze dei Principi Ereditari nel 1930,
per la visita di Pio XII nel 1939, alla pari degli altri Italiani, che
a Napoli, a Torino, a Venezia, in Sicilia, a Tripoli, a
Mogadiscio…ovunque si assiepavano per salutare il Re e i Principi
sabaudi. Il commentatore, che non mancava di inserire note inadeguate
(il generale Armando Diaz, qualificato come un ignoto collaboratore del
Re) e di commettere errori imperdonabili (la proclamazione dell’Impero
del 9 maggio 1936 spostata di tre mesi…), non poteva però non riferire
della magnificenza e della solennità del cerimoniale di una dinastia
che vantava 1000 anni di storia o dell’ampia risonanza che le visite
dei Reali avevano in tutta Italia, pur con un Fascismo imperante e
ostile soprattutto negli ultimi anni ’30. Incomprensibile poi che
alcuni avvenimenti cruciali della c.d. “diarchia” fra Vittorio Emanuele
III e Mussolini (ad esempio il conferimento del doppio maresciallato
dell’Impero o la visita di Hitler) siano stati ricostruiti
esclusivamente su quanto quest’ultimo, rancoroso, ebbe a scrivere
nel 1944 in forma anonima in alcuni articoli apparsi sul “Corriere
della Sera”…. E’ incomprensibile che sia stata del tutto taciuta la
preziosa e importante opera svolta da Umberto di Savoia dopo
l’armistizio del 1943 per la rinascita delle Forze Armate, la
liberazione dell’Italia, la ripresa della vita democratica nella
Nazione, che tutti i contemporanei, anche quelli di parte avversa (da
Churchill a Parri) hanno riconosciuto essere stata svolta dal Principe
Ereditario, che dal 5 giugno 1944 adempì con alto senso dello Stato il
delicato compito di Luogotenente Generale del Regno. Anche la sua
disinteressata decisione di lasciare l’Italia il 13 giugno 1946 dinanzi
all’assunzione dei poteri di Capo dello Stato da parte di De Gasperi
prima della pronuncia della Corte di Cassazione, unanimente apprezzata,
è stata equivocata…
Le complesse vicende italiane
dal 1900 al 1946 andrebbero lette finalmente con serenità perché gli
Italiani possano giudicare conoscendo tutti gli aspetti e tutte le
responsabilità del tempo… Perché ad esempio non dire che il primo
governo Mussolini ebbe la fiducia del partito popolare di De Gasperi e
che il futuro Presidente della Repubblica Gronchi era uno dei
Sottosegretari? Perché non ricordare che Hitler invase la Polonia
grazie all’accordo con Stalin e che Francia e Inghilterra non
attaccarono la Germania dopo la dichiarazione di guerra?
Con rammarico deve notarsi che, a differenza di alcuni anni addietro
quando questi avvenimenti venivano affrontati con serenità e
oculatezza, stiamo assistendo a una rinnovata ostilità preconcetta che
alla domanda del giornalista “Oggi cosa rimane del mito monarchico?” fa
rispondere allo storico presente in trasmissione un “Nulla”. Forse che
è stato abbattuto l’Altare della Patria alla pari delle statue di
Vittorio Emanuele II e del fregio che adorna la Sala dei Deputati di
Montecitorio o i codici civile e penali, emanati da Vittorio
Emanuele III, sono stati abrogati ? O forse il complesso di legittimità
che ha angustiato la Repubblica, tanto da introdurre nel testo
costituzionale la norma che vietava ai Sovrani e ai loro discendenti
maschi di rientrare - ora anche da morti - in Italia, fra i rinnovati
scandali, sia tornato a pungere?
Francesco Atanasio
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| DATA: 27.07.2010 |
ALESSANDRO SACCHI, INTERVISTATO DAL QUOTIDIANO
"IL ROMA", RICORDA IL RUOLO FONDAMENTALE DELLA MONARCHIA
 Nell’assordante
silenzio delle istituzioni e nell’approssimarsi della scadenza del
centocinquantennale dell’Unità Nazionale, l’Unione Monarchica Italiana
alza il dito, a mezzo del suo vicepresidente nazionale, l’avvocato
Alessandro Sacchi (nella foto): il 17 marzo 1861 la Camera dei Deputati
appena eletta approvò una legge, la numero 1, che citava “il Re
Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di
Re d’Italia”. Così nasce una nazione, con la proclamazione di un regno.
È un fiume in piena, l’avvocato Sacchi, leader storico dei monarchici
con un forte seguito personale a Napoli e in generale in tutto il
Meridione.
«Il risorgimento – spiega – fu un movimento di idee
e di azioni espresse da uomini di varia tendenza
e formazione».
Come si pone l’Unione
Monarchica Italiana nei confronti del centocinquantennale?
«Noi ricordiamo a tutti gli italiani il ruolo fondamentale ricoperto da
Vittorio Emanuele II che non esitò a mandare in prima linea i figli
Umberto - allora principe ereditario – e Amedeo I Duca D’Aosta nelle
battaglie delle guerre d’indipendenza. Solo i falsari, in buona o in
mala fede, possono negarlo: senza l’intervento dei Savoia, l’Italia
sarebbe ancora una galassia coloniale».
Forse in molti hanno
dimenticato.
«La Repubblica Italiana è stata ingenerosa verso una dinastia che non
ha mai avuto paura dei repubblicani, inaugurando monumenti, strade e
piazze a Mazzini e a Cattaneo. Negli ultimi 50 anni, sistematicamente,
si è cercato di cancellare il ricordo e di recidere le radici, e un
paese che rinnega il proprio passato non ha futuro».
A proposito di futuro,
pensate ad un partito?
«Mai più un partito monarchico. Se la monarchia unisce, i suoi
sostenitori non possono essere espressione di una parte. Molti dei
nostri iscritti militano in tutti i partiti politici che danno loro
spazio. I nostri elettori scelgono i galantuomini».
E Berlusconi?
«È l’effetto, non la causa».
Qual è il vostro programma
per celebrare il centocinquantennale?
«Stiamo promuovendo su tutto il territorio nazionale manifestazioni e
convegni di carattere storico, per sottolineare il ruolo della
monarchia, che seppe unire un coacervo di staterelli e ne fece una
nazione a pieno titolo, inserito nel contesto europeo e mondiale».
E il vostro programma
politico?
«L’Unione Monarchica Italiana indica un percorso: la monarchia è un
meccanismo costituzionale che dove c’è, funziona alla perfezione. In
Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra o Norvegia, la funziona
rappresentativa del capo dello stato è affidata ad un arbitro terzo e
imparziale».
Ritenete applicabile
questo principio anche all’Italia?
«L’Italia ha avuto 80 anni di monarchia costituzionale. Il sentimento e
la tradizione monarchica sono tutt’oggi fortemente radicati nella
gente».
Quale re?
«Amedeo di Savoia Duca D’Aosta».
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| DATA: 26.07.2010 |
I COLORI DELLA NOBILTA' - LA LEGGE SALICA
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" dell'11 luglio 2010
I mesi estivi propiziano i viaggi. Non solo per
mettere alla
prova le ghiandole sudoripare ma anche a beneficio di quella dimensione
che per
brevità diremo “spirito”. Tra le sue soddisfazioni v’è la ricerca dei
colori, dominio
della vista: il senso oggi più sublimato. E’ l’occasione per fermarsi a
riflettere sulla miriade di segni che riassumono la storia millenaria
storia
religiosa, politica e militare del Piemonte. Il viaggiatore che voglia
leggere
emblemi e stemmi dispone oggi di un atlante eccellente, il
Blasonario
delle famiglie piemontesi e subalpine di Federico Bona, curato da
Gustavo
Mola di Nomaglio e Roberto Sandri-Giachino
e pubblicato dal duo Regione-Centro
Studi Piemontesi al quale si
debbono opere rigorose e sontuose come Le
lame del Re. Sabri e spade dell’Armata
Sabauda dal 1560 al 1831 di Maurizio Lupo
e Bandiere e stendardi dell’Esercito
sardo di Enrico Ricchiardi.
Sino a pochi anni
addietro araldica e scienze sussidiarie sembravano innocenti manie di
residui cultori
di un passato morto e sepolto. Poi,
molti simboli di recente confezione
risultarono stinti e vennero rimossi senza bisogno di alcun “25
luglio”. Dietro
tanti scudi v’era il nulla. Quello della Democrazia Cristiana, il
partito di de
Gasperi, Aldo Moro e Antonio Segni (antico Patrizio genovese) finì in
proprietà
di un tal Pizza, che ne trattò liberamente la cessione.
Un altro
formidabile portolano per riscoprire il fascino della storia è il
poderoso
volume Prosopografie storiche italiane.
Libro d’oro della nobiltà, realizzato dalla Società Italiana di
scienze
Ausiliarie della Storia e dall’Archivio
Centrale
dello Stato che custodisce i trenta volumi di 199 bifogli
nei quali vennero registrati in oro
i nomi vagliati dalla Consulta Araldica:
bersaglio di un velenosissimo sfogo di Giosue Carducci, non ancora
soggiogato
dalla Regina Margherita di Savoia. L’opera riproduce i due primi volumi
del
Libro d’Oro, con saggi introduttivi di Aldo G. Ricci, dedicatario
dell’impresa,
Aldo Pezzana (sulle famiglie nobili ebraiche italiane, in buona parte
piemontesi), Errico Cuozzo e di de’ Giovanni-Centelles
sulla Consulta araldica del regno nella costruzione
dello Stato-nazione Il problema che si pose dopo la proclamazione del
regno
d’Italia fu, infatti, il “riconoscimento” della nobiltà pre-unitaria:
operazione
complessa che si sostanziò nella identificazione della nobiltà quale
Ordine
morale al servizio dello Stato, senz’alcun
privilegio ma tanti doveri.
La prima pagina del
Libro d’Oro chiude la fatua disputa sul cognome di Amedeo di Savoia, V
Duca
dìAosta e discendente da “S.A.R. il principe Amedeo di Savoia duca di
Aosta”,
secondogenito di Vittorio Emanuele II, re di Spagna (1871-73) e padre
di
Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele, Luigi Amedeo e Umberto, tutti
membri
della “Famiglia di Savoia Aosta”, senza alcun trattino né incertezze
sul fatto
che fossero “Savoia” perché tali erano il padre, il nonno, il
capostipite del
ramo, Tomaso principe di Carignano, e i suoi antenati via via sino a
Umberto dalle
Bianche Mani.
Poiché i dilettanti
a volte pasticciano col passato, va anche detto che la nobiltà del
regno
d’Italia ebbe per cardine la legge salica, propria della Casa di
Savoia, cioè
la successione di maschio in maschio, non certo per indulgenza al
maschilismo
(men che meno a quello “fascista”) ma per la concezione
politico-militare del suo
ruolo quale classe dirigente tenuta a servire la Monarchia in
sinergia
con il sacerdozio, a sua volta esclusivamente maschile.
Se ne ebbe la prova
alla morte di Carlo Felice, nel 1831. Dei dodici figli di Vittorio
Amedeo
III e Maria Antonietta di Borbone di
Spagna solo tre giunsero alla successione al trono, ma l’unico ad avere
discendenti, Vittorio Emanuele I, ebbe cinque femmine e un unico
maschio, morto
a tre anni. Perciò proprio Carlo Felice,
il più conservatore dei sovrani sabaudi, riconobbe che la successione
spettava
a Carlo Alberto, parente di tredicesimo grado. Quelle erano le norme
della Casa
e nessuno aveva titolo per mutarle, neppure dopo lo Statuto promulgato
da Carlo
Alberto, che anzi blindò la successione
in forma chiara e immodificabile.
Contrariamente alla leggenda, il Gran Consiglio del fascismo (1928) non
ebbe
alcun titolo a interferire nella successione, che era e rimase fondata
su legge
salica, regie patenti del 1780-82 e Statuto. D’altronde, solo chi
rispetta le
norme può ergersi a fons honorum e a stella
polare per la condotta altrui. Da queste opere
emerge che la nobiltà non è ballerina ma garante di
stabilità; né tende a
spogliarsi. Semmai, come insegna Federico Bona nel Blasonario,
ammanta la propria identità e il proprio onore con divise
e colori distintivi. Il Piemonte ne conta migliaia, per il piacere
degli occhi
e della mente...
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| DATA: 14.07.2010 |
S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA
FINALISTA PER LA STORIA AL PREMIO NAZIONALE CARDUCCI
di Aldo A. Mola

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia è finalista per la
saggistica storica al Premio Nazionale Giosue Carducci, con l’egida
della Presidenza del Senato. Lo ha deciso all’unanimità la giuria
presieduta dallo scrittore e poeta Raffaello Bertoli. La Principessa è
stata designata sia per le sue opere (Gioielli di Casa Savoia e Vita di
Corte in Casa Savoia, Ed.Electa; Manti a Corte, Ed. Piazza), sia quale
presidente della Fondazione Umberto II e Maria José, che ha concorso e
concorre alla realizzazione di studi di alto livello scientifico sulla
civiltà europea. Con la Principessa sono finalisti per la saggistica
storica Roberto Pertici (Stato e Chiesa in Italia dalla Grande Guerra
al nuovo
Concordato, il Mulino) e Rosanna Roccia, che ha curato l’Epistolario di
Camillo Cavour (Olschki) e sta completando quello di Urbano Rattazzi
(Istituto per la Storia del Risorgimento).
Per la
poesia sono stati selezionati Corrado Calabrò (La stella promessa,
Mondadori), Carla Cantini (La strada della betulla, Moretti e Vivaldi)
e Giuseppe Cordoni (Città dell’anima, La Mimosa) mentre per la
saggistica d’arte la scelta è tra Gillo Dorfless (L’inviato alla
Biennale, Scheiwiller),Chiara Frugoni (La voce delle immagini, Einaudi)
e Francesca Cernia Slovin (Aby Warburg. Un banchiere prestato
all’arte,Marsilio). Per la saggistica letteraria sono finalisti il
carduccista Marco Sterpos (L’Ottocento alfieriano, Mucchi), e Attilio
Brilli (Viaggio in Oriente, il Mulino ed Enrico Tiozzo (La letteratura
italiana e il Premio Nobel, Olschki), prima storia documentata del
premio più ambito del pianeta, anche se da tempo declinante, come tutti
gli “ideali”.
I vincitori saranno proclamati il
24 luglio e verranno premiati alla Versiliana di Marina di Pietrasanta
(h. 17 del 27 luglio).
In precedenti edizioni il
Premio Carducci è stato assegnato a Claudio Magris, Alberto Arbasino,
Francesco Perfetti e al capo dell’0Ufficio Storico dello Strato
Maggiore dell’Esercito, Antonino Zarcone.
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| DATA: 13.07.2010 |
UN EROE DIMENTICATO: CARLO FECIA DI COSSATO
 21°
gradi sotto zero dei mari del Nord ai 40° delle temperature dei mari
caldi a sud dell’equatore, il Tazzoli, affonda 18 navi, restando in
mare per 80 giorni consecutivi. Il Comandante era sempre il primo a
dare l’esempio, per stare sveglio mangiava pochissimo, dormiva su una
amaca in torretta, oltre alle sue virtù guerriere destavano ammirazione
tra il suo equipaggio anche la sua totale assenza di odio nei confronti
del nemico, memorabile è la notte di Natale del 1942, festeggiata in
mare aperto nel sottomarino con l’equipaggio e tre marinai di due
piroscafi nemici. Il 1º febbraio 1943, i mitraglieri del Tazzoli
abbatterono un quadrimotore inglese che aveva attaccato il
sommergibile. Per questa missione a Carlo Fecia di Cossato venne
conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente
motivazione.
Medaglia d’Oro al Valor Militare: «Valente e ardito
comandante di sommergibile, animato, fin dall’inizio delle ostilità, da
decisa volontà di successo, durante la sua quinta missione di guerra in
Atlantico affondava quattro navi mercantili per complessive 20516
tonnellate ed abbatteva, dopo dura lotta, un quadrimotore avversario.
Raggiungeva così un totale di 100.000 tonnellate di naviglio avversario
affondato, stabilendo un primato di assoluta eccezione nel campo degli
affondamenti effettuati da unità subacquee. Successivamente, comandante
di torpediniera, alla data dell’armistizio dava nuova prova di superbo
spirito combattivo attaccando con la sola sua unità sette navi
germaniche di armamento prevalente che affondava a cannonate dopo aspro
combattimento, condotto con grande bravura ed estrema determinazione.
Esempio fulgidissimo ai posteri di eccezionali virtù di comandante e di
combattente e di assoluta dedizione al dovere.» Il 28
Febbraio 1943 il Comandante Fecia di Cossato viene trasferito al
comando dell’avviso scorta Aliseo, l’equipaggio viene smembrato e il
sottomarino viene affondato il 20 Maggio 1943. L’otto settembre, il
Comandante è tra i primi a mantenere il giuramento di fedeltà al Re e
la sua nave affonderà diverse unità dei nemici tedeschi. Per la sua
fedeltà gli si affida il compito di trasferire l’Aliseo, prima a
Palermo e poi a Malta scortando S.A.R. il Principe Aimone di
Savoia-Aosta. Si trovava nella base di Taranto quando, nel maggio del
1944, il
nuovo governo Bonomi si rifiutò di giurare fedeltà al Re; la Marina si
adeguò alla scelta ministeriale, e Carlo Fecia di Cossato, di fronte
alla richiesta dell'ammiraglio Nomis di Pollone (comandante delle
siluranti) di riconoscere con giuramento di fedeltà il nuovo Governo
del Sud ed uscire in pattugliamento, fu il solo a rifiutarsi, dicendo
di non riconoscere come legittimo un governo che non aveva prestato
giuramento al Re e che pertanto non avrebbe eseguito gli ordini che
venivano da quel governo. <<No Ammiraglio, questa volta non
dobbiamo obbedire. E domani la mia nave non uscirà !>> .
Conoscendo l’ascendente di cui godeva tra gli equipaggi, i burocrati
della Marina del Sud, decidono di allontanarlo dal comando e mandarlo
in licenza per tre mesi. In pochi mesi vedeva crollare tutti i valori
nei quali aveva sempre creduto: la Monarchia, la Patria, la Regia
Marina. Non potendosi trasferire nella sua casa natia si trasferisce a
Napoli a casa di un amico, gli rifiutarono persino l’ingresso al
circolo ufficiali . Il 27 agosto 1944 il comandante Carlo Fecia di
Cossato, sparandosi un colpo di pistola alla tempia, si suicida, unica
testimonianza del suo gesto, una toccante lettera che scrisse alla
madre. Un gesto per molti incomprensibile, per gli storici moderni una
follia, ma per altri, l’estremo gesto del Comandante Fecia di Cossato,
non può restare come esempio di fedeltà e di coerenza e di non
scendere a compromessi. All’amico che l’ospitava scrisse <<
..Agli amici che te ne domanderanno il motivo, dirai che per
continuare a vivere non basta avere affetti, successo, denaro, ma
occorre qualcos’altro che io non ho più…>>. Quel qualcos’altro
era
l’onore per mantenere fede al giuramento alla Patria e al Re.
A.G.
Mamma
carissima,
quando
riceverai questa mia lettera
saranno successi dei fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di
cui sarò
il diretto responsabile.
Non
pensare che io abbia commesso quello
che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti
procuro.
Da nove
mesi ho molto pensato alla
tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa
ignominiosa
della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci é stata
presentata come
un ordine del Re, che ci chiedeva di fare l'enorme sacrificio del
nostro onore
militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento
della pace.
Tu conosci
cosa succede ora in Italia e
capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver
commesso un
gesto ignobile senza alcun risultato.
Da questa
constatazione me ne è venuta
una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che
più conta,
un profondo disprezzo per me stesso.
Da mesi,
mamma, rimugino su questi fatti
e non riesco a trovare una via d'uscita, uno scopo nella mia vita.
Da mesi
penso ai miei marinai del
Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio
posto è con
loro.
Spero,
mamma, che mi capirai e che anche
nell'immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa,
saprai
capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato.
Tu credi
in Dio, ma se c 'è un Dio, non
è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati
puri e la
mia rivolta contro la bassezza dell'ora.
Per
questo, mamma, credo che ci
rivedremo un giorno.
Abbraccia
papà e le sorelle e a te,
Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato.
In questo
momento mi sento vicino a
tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete.
Carlo
Bibliografia
Rastelli
A., Carlo Fecia di Cossato
, l’uomo , il mito e il marinaio , Ed.Mursia Milano 2001
PRECISAZIONE
Le
spoglie del Corsaro dell’Atlantico riposano oggi a Bologna, e credo sia
opportuno ricordarlo perché fu proprio Rè Umberto II ad occuparsi, a
proprie spese, del trasferimento della salma dal Poggioreale a Bologna,
dove già riposavano altri membri della famiglia Fecia di Cossato (una
famiglia Biellese, da sempre molto legata a Casa Savoia); qui venne poi
tumulato in una tomba fattagli costruire dall’amato Sovrano.
Secondo il Rastelli, Rè Umberto II fu molto turbato
dalla scomparsa del Comandante, e dall’avere appreso, quando ormai era
troppo tardi, che lo stesso Fecia di Cossato aveva cercato più volte
udienza durante i travagliati giorni passati a Napoli. Tali richieste
non vennero mai fatte pervenire al Sovrano.
Fabio Fazzari
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| DATA: 13.07.2010 |
L'U.M.I. DI ASTI HA PARTECIPATO ALLE
COMMEMORAZIONI DELLA BEATA MARGHERITA DI SAVOIA-ACAIA

Il 26 di giugno 2010, su invito della delegazione di Savona
dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del
Pantheon, l’U.M.I. di Asti ha partecipato insieme alla delegazione
delle Guardie di Asti, alla manifestazione per la posa di un busto
dedicato alla Beata Margherita di Savoia-Acaia nella Cripta del
Santuario di N.S. del Carmine a Giovo Ligure – Pontinvrea - a
commemorazione dei 600 anni da cui l’allora Principessa Margherita di
Savoia-Acaia, Marchesa del Monferrato fece visita al Castello Delfino a
Giovo.
La
commemorazione è iniziata alle ore 10,30 con una Santa messa ufficiata
in memoria della Beata Margherita di Savoia-Acaia e dei defunti Re e
Regine ancora sepolti in terra straniera.
Nell’omelia è stato fatto
un cenno storico della Beata, il cui corpo riposa nel Monastero delle
Clarisse di Alba (CN), la cui Madre Badessa ha fatto pervenire per la
circostanza la reliquia.
Alle ore 12,30 è seguito un pranzo
conviviale presso il ristorante “La Pineta” di Pontinvrea durante il
quale il Conte Cornero di Genova ha offerto una medaglia raffigurante
la Beata Margherita come gentile omaggio a tutti i presenti.
Alla
cerimonia erano presenti varie Associazioni d’Arma, Autorità Civili,
Militari e Religiose locali, tra cui il delegato delle GG.DD.OO di
Savona il dott. Pastorino, il Conte Cornero di Genova ed il
Presidente dell’U.M.I. di Savona.
Da Asti è giunto un pullmino
con una ventina di persone portanti Labari e Bandiere, di cui una
decina associati dell’U.M.I. accompagnati dalla Presidente rag.
Stella Blasco e dal segretario Federico Bollito, una decina di persone
associati alle GG.DD.OO. di Asti accompagnati dal Delegato Cav.
Giovanni Triberti e dal Cav. Giancarlo Bussi, la Città di Asti è stata
rappresentata dall’assessore Franco Ingrasci che indossava la
fascia tricolore in sostituzione del Sindaco Giorgio Galvagno.
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| DATA: 08.07.2010 |
ALESSANDRIA: INAUGURATO UN BUSTO RAFFIGURANTE IL
SENATORE DEL REGNO TERESIO BORSALINO

E' stato scoperto casualmente mesi fa: alcuni addetti del gruppo
Amag di Alessandria stavano compiendo uno scavo nei pressi di un tratto
dell'acquedotto cittadino. Fin da subito ha attratto l'interesse di
molti e questa mattina è avvenuta la sua presentazione ufficiale.
Stiamo parlando di un busto raffigurante Teresio Borsalino.
Personalità di spicco del passato alessandrino, ha collaborato in modo
determinante alla modernizzazione della città negli anni successivi
alla prima guerra mondiale. Nel 1924, grazie al suo contributo
fondamentale in denaro, iniziò la costruzione del primo acquedotto
degno di nota nella storia di Alessandria. Già nel 1927 la parte
principale del progetto fu completata: oltre al centro, anche i
quartieri Orti e Cristo vennero raggiunti dall'imponente rete di
condutture.
In questo modo, la maggior parte
delle famiglie, anche quelle meno abbienti, riuscì ad ottenere un
allacciamento, grazie soprattutto al prezzo di fornitura veramente
concorrenziale (0.50 lire al metro cubo). Fu per espressa volontà di
Teresio Borsalino che l'acquedotto divenne proprietà comunale e gli
utili furono devoluti in beneficenza per finanziare la cura dei malati
di tubercolosi. Con grande spirito di solidarietà e umanità, Borsalino
si accollò tutte le spese dell'acquedotto che ammontarono ad oltre 5
milioni di lire, una cifra colossale a quei tempi.
Non contento, il benefattore decise di finanziare anche i lavori
per la costruzione di un nuovo impianto fognario cittadino: circa 2,7
milioni di lire che permisero la realizzazione di ben 8 lotti
complessivi. L'intera opera fu ultimata in un decennio, dal 1926 al
'37: Alessandria si è così ritrovata a poter disporre di un impianto
idrico e fognario efficiente, completo, all'avanguardia.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la benevolenza di
Teresio Borsalino: grazie a lui la città ha potuto svilupparsi,
crescere, evolvere nel migliore dei modi durante tutto il Novecento
fino ai giorni nostri. Vale la pena, dunque, fare una visita a Palazzo
Rosso e ammirare nell'atrio il busto di questo personaggio che, insieme
al padre Giuseppe, ha contribuito a far grande Alessandria agli occhi
dell'Italia intera e non solo.

Dichiarazione di Carmine Passalacqua, consigliere comunale e storico
rappresentante dei monarchici di Alessandria:
"In
qualità di Consigliere comunale ho applaudito questa mattina la
riscoperta e posizionamento del busto bronzeo raffigurante il fondatore
della celebre fabbrica di cappelli , Giuseppe Borsalino; apprezzato le
semplici parole dedicate dal figlio Teresio Borsalino ed ammirato la
cifra scolpita sul marmo, rimasto per decenni sotto terra. Stupefacente
è la somma attualizzata oggi , che la Famiglia Borsalino spese
per la nostra comunità, per la fognatura, l'acquedotto pubblico e tutte
le altre opere di carità svolte ed ancora presenti in città , circa 30
milioni di euro ! Come Monarchico convinto voglio ancora una volta
paragonare quella classe politica ed industriale dell'epoca, benemerita
della Nazione, fedele alla Patria, che si rendeva partecipe delle
esigenze della collettività, non solo dei propri operai e delle donne ,
le celebri "borsaline", senza ostentare il proprio cognome, che già era
un pezzo di storia mondiale ! Fu nominato dal Re Vittorio Emanuele III,
Senatore del Regno, il nostro concittadino Teresio, insieme al
fondatore della celebre FIAT, Giovanni Agnelli, rifiutò il titolo
onorifico di Conte, motivandolo come gesto di umiltà , visto che la
Famiglia non vantava ascendenze e blasoni ! Ancora una volta
viene fuori il carattere piemontese, il lavoratore, la "nobiltà
d'animo" e soprattutto la differenza fra chi oggi persegue solo
interessi personali e chi allora spendeva i propri denari per lasciare
un segno indelebile alla propria città , tutto questo accadeva in tempo
di Monarchia liberale e costituzionale , prendendo esempio dal Sovrano
e dalla Sua Sposa, la Regina Elena!"
Carmine Passalacqua
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| DATA: 07.07.2010 |
IL CLUB REALE “SAVOIA” DI CORATO CELEBRA I 150
ANNI DELLA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D'ITALIA
 Bisceglie
(BT) - Sabato 19 giugno 2010, presso la struttura del centro
sportivo-culturale “Sporting Club” di via del Carro, il Club Reale
U.M.I. “Savoia” di Corato, coordinato dal Rag. Oronzo Cassa, con la
collaborazione dello stesso “Sporting Club”, ha organizzato un convegno
per commemorare i 150 anni della proclamazione del Regno d'Italia.
Con questa manifestazione si è dato il via, anche
nelle Puglie, alla lunga serie di iniziative che l'Unione Monarchica
Italiana sta organizzando su tutto il territorio nazionale per
festeggiare l'evento cardine del Risorgimento italiano e che
culmineranno nel 2011.
L'incontro, moderato dall’Avv. Oscar Lojodice, dopo
l'esecuzione della Marcia Reale, è stato aperto dal Dott. Maurizio
Bruni, presidente dello Sporting Club di Bisceglie, e dal Rag. Oronzo
Cassa, Coordinatore Provinciale U.M.I. di Bari, i quali, facendo gli
onori di casa, hanno salutato e ringraziato tutti gli intervenuti,
leggendo inoltre il messaggio che S.A.R. il Principe Amedeo ha mandato
per l’occasione e portando il saluto del segretario Nazionale U.M.I.
Sergio Boschiero.
E' seguito l'intervento dell'oratore principale, il
Vice Presidente Nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, il quale ha
ricordato le figure dei principali artefici dell'unità nazionale,
definiti “i quattro assi del Risorgimento”, ovvero il Re Vittorio
Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini.
Il convegno si è concluso con gli interventi
del Presidente Nazionale dell'Istituto per la Guardia d'Onore
alle Reali Tombe del Pantehon, Capitano di Vascello dr. Ugo d'Atri e
del Vice Segretario Nazionale U.M.I. dr. Vincenzo Vaccarella. 
All'incontro, oltre a tutti i soci del Club Reale
“Savoia”, erano presenti molti iscritti della Provincia di Bari e
Foggia. Particolarmente gradita la presenza del Parlamentare Europeo
On.le Sergio Silvestris, del Presidente Regionale U.M.I. della
Campania, Duca dr. Giannandrea Lombardo di Cumia, del Vice
Presidente Regionale U.M.I. della Campania, Avv. Corrado Biondi,
del Vice Presidente Regionale U.M.I. della Puglia, Prof. Pasquale
Marinaccio, del Presidente della Corte di Appello di Bari, Dott.
Antonio Belsito e dell'Avv. Luciana Ferrante dell’Avvocatura dello
Stato di Bari.
Il Dott. Pasquale Drago, Vice Procuratore della
Repubblica di Bari, ha portato il proprio saluto agli intevenuti.
Dopo gli interventi l'Avv. Alessandro Sacchi ha
consegnato quattro tessere onorarie al Presidente dello Sporting
Club Dott. Maurizio Bruni, all'Avv. Massimo Ingravalle, all'Avv.
Giacinto La Notte e al Dott. Pietro consiglio, notaio in Bisceglie.
Al termine di questa significativa cerimonia, il
Vice presidente nazionale U.M.I. ha consegnato una targa di
gratitudine per l’assidua partecipazione alle attività del Club Reale
“Savoia” di Corato, per la correttezza, la gentilezza e la
disponibilità alla socia Signora Teresa Mangione, la quale ha
ringraziato tutti i presenti e in particolare il coordinatore del Club
Rag. Oronzo Cassa.
A conclusione della manifestazione, presso il
giardino del ristorante dello “Sporting Club”, i soci hanno cenato,
allietati dalla musica di un complesso di giovani pugliesi.
Per l’occasione il Conte Onofrio Spagnoletti Zeuli
ha offerto ai soci del Club Reale “Savoia” delle bottiglie di vino di
sua produzione, che sono state degustate ai tavoli dei convenuti.
Al termine della giornata così ricca di simbologia
patriottico-risorgimentale, il Presidente dello Sporting Club di
Bisceglie ha ringraziato tutti per la bella serata e si è dichiarato
onorato per aver ospitato nello Sporting Club una manifestazione
dell’Unione Monarchica Italiana con i suoi dirigenti, nonché il
Presidente Nazionale delle Guardie D’Onore alla Reali Tombe del
Pantheon Dr. Ugo D’Atri.
Un ringraziamento particolare a Oronzo Cassa e all'Ispettore nazionale
U.M.I. Domenico Fata per aver organizzato la manifestazione.
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| DATA: 02.07.2010 |
CONSIGLI DI LETTURA: IL CARATTERE ITALIANO DELLA
VENEZIA GIULIA E DELLA DALMAZIA
 Il
Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero consiglia vivamente la
lettura di questo interessantissimo volume, scritto a quattro mani da
Valentino Quintana e Vittorio Vetrano di San Mauro.
Questo libro è una guida delle terre d'Istria, del Quarnaro, di
Dalmazia, regioni sottoposte al dominio jugoslavo per decenni. Gli
autori di questo libro hanno deciso di dedicare un viaggio a questi
posti e girando quelle regioni hanno rilevato il grande patrimonio
d'Italianità di quei luoghi. Visitando polverosi archivi, raccogliendo
testimonianze, leggendo riviste e documenti di varie epoche, hanno
deciso infine di scrivere questo libro, che ha lo scopo non solo di
descrivere questi luoghi fino al 1947, ma anche e soprattutto quello di
costituire un saggio italiano per gli italiani. Questo libro non ha
l'obiettivo di affrontare le problematiche inerenti al dominio slavo su
queste terre; l'intento è quello di supplire alla lacuna di guide su
questo territorio in cui l'Italia ha lasciato un'enorme impronta
tuttora presente. Non esistono guide che descrivono queste regioni da
un punto di vista esclusivamente italiano; le poche guide "italiane"
esistenti rivelano sistematicamente un approccio slavo perfino nella
lingua.
Libro Italiano per gli Italiani, come esplicitamente
ricordato dagli Autori, questo poderoso scritto si pone come obiettivo
fondamentale una rivisitazione storica e geografica della Venezia
Giulia e della Dalmazia, con lo scopo di riconoscere le tracce profonde
di un’Italianità che, con troppa superficialità, è stata dimenticata
per tutti quei lunghi anni in cui il “confine orientale” ha pagato un
penoso dazio ad una “correttezza politica” nel senso deteriore del
termine. La gradevole lettura si snoda attraverso appassionate
descrizioni delle bellezze paesaggistiche ed artistiche, cogliendo i
legami con la tradizione Italiana, in particolar modo legata a Venezia
e, con maggiore antichità, alla Roma Imperiale; ma, con cadenza molto
regolare nella sua ripartizione geografica tra regioni, province,
comuni, una serie di brevi ma intense biografie degli Italiani, che
spesso con il martirio testimoniarono il loro amore per l’Italia,
rievoca il senso più puro ed elevato dell’amor patrio che aleggiò ed
aleggia ancora in quelle Terre. Tuttavia, pur calandosi con notevole
precisione nella storia locale ed inquadrandola in più ampi scenari, la
rappresentazione generale è in verità una trasposizione ideale di una
redenzione completa di quelle Terre, mai verificatasi storicamente ma
concettualmente ineccepibile all’interno di una suprema idea di civiltà
italica come prosieguo di una tradizione genuinamente latina, risorta
con l’unità del Regno durante il Risorgimento, cementatasi
con la
Grande Guerra, sviluppatasi vieppiù durante il Fascismo e purtroppo
smarritasi totalmente con la tragedia bellica del secondo conflitto
mondiale, così amaro e devastante per la coscienza nazionale Italiana.
Di particolarissimo interesse in questo senso le cartine delle Province
Giuliane e Dalmate complete della toponomastica comunale, uniche e
create appositamente per il volume.
L’insieme si presenta come una
guida che, accompagnando il lettore lungo un itinerario che abbraccia
la totalità delle terre irredente “orientali”, trasmette insieme
all’entusiasmo per i tesori artistici (in particolare architettonici)
un senso profondo di partecipazione emotiva al paesaggio e alle memorie
storiche di chi a tali terre ha dedicato tutto se stesso.
Traspare
da tutta l’opera un intenso attaccamento alla nostra Patria nel senso
più ampio del termine, un lungo studio documentale, un’eccellente
completezza di informazione che non scivola mai in arida erudizione.
IL CARATTERE ITALIANO
DELLA VENEZIA GIULIA E DELLA DALMAZIA
Valentino Quintana, Vittorio Vetrano
Edizioni QuattroVenti, 2010
25,00 €, pagg. 388
isbn 978-88-392-0879-8
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| DATA: 01.07.2010 |
SANREMO: PRIMO APPUNTAMENTO PER LE CELEBRAZIONI DEI
150 ANNI DALLA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D'ITALIA

Domenica 13 giugno 2010, nella Sala Conferenza del Museo Civico di
Sanremo a Palazzo Borea D'Olmo, il Club Reale U.M.I. “Duca Bacicin”,
presieduto dalla Sig.ra Wilma Curti, ha promosso un convegno nel
ricordo del Duca Guido Orazio Borea D'Olmo, recentemente scomparso, con
il Patrocinio del Comune di Sanremo e della Provincia di Imperia. Il
suggestivo luogo, colmo di Storia Sabauda, è servito come ulteriore
occasione per ricordare anche Giovan Battista Borea D'Olmo, chiamato
affettuosamente dai sanremesi "Duca Bacicin", a cui a dedicato il Club
. Numeroso il pubblico interventuto che ha dimostrato grande interesse
per l'argomento trattato, dedicando alla fine del Convegno un
prolungato e caloroso applauso.
 Molti
gli argomenti trattati dagli oratori intervenuti. L'Assessore al
Turismo e Cultura del Comune di Sanremo, Avv. Giuseppe Di Meco, ha
portato i saluti dell'Amministrazione Comunale e si e complimentato per
la bella e importante iniziativa. Il Presidente nazionale U.M.I. Gian
Nicola Amoretti, dopo aver ricordato il Duca Guido Orazio Borea D'Olmo
- scomparso sei mesi fa - e il Duca Bacicin, ha ampiamente illustrato
il rapporto stretto che esisteva tra la Dinastia sabauda ed il Casato
Borea D'Olmo, con riferimento al movimento che porto all'Unità del
Regno d'Italia di cui il prossimo anno verranno celebrati i 150 anni.
Freddy Colt, fondatore dell'Accademia della Pigna (dal nome del
quartiere dove e ubicata) specialista in Araldica, Storico e  Musicista, ha proiettato immagini e
relazionato sulle presenze a Sanremo di illustri Aristocratici e Teste
Coronate.
L'Avv. Luca Fucini, che esercita la professione Forense a Sanremo,
Storico e apprezzato Autore di numerosi saggi, fa parte del CEHME,
(Centro Studi Storici dell'Università di Saragozza – Spagna), ha
ampiamente illustrato tutto il Casato Borea D'Olmo che anche tramite ii
Duca Bacicin (morto a Sanremo all'età d 105 anni) fu sempre legato alla
Corte dei Savoia, da Re Carlo Alberto a Re Vittorio Emanuele III.
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| DATA:
28.06.2010 |
UMBRIA: L'U.M.I. CELEBRA I 150 ANNI DELL'UNITA'
D'ITALIA

Il Vice Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, il Vice
Segretario nazionale U.M.I. Dr. Vincenzo Vaccarella e il Presidente
regionale U.M.I. per l’Umbria Maurizio Ceccotti, dinanzi ad un numeroso
e attento pubblico, hanno celebrato il 150° anniversario della
Proclamazione del Regno d'Italia. Dopo le note della Marcia
Reale, Ceccotti ha dato lettura del messaggio inviato per l'occasione
da S.A.R il Principe Amedeo di Savoia-Aosta, quindi ha ricordato i
Patrioti Amerini del Risorgimento e la liberazione di Perugia
effettuata dai Granatieri di Sardegna. Inoltre, dopo una severa analisi
della situazione politica attuale, ha  evidenziato
la superiorità della Monarchia quale strumento di
equilibrio istituzionale, senso di appartenenza, giustizia sociale,
insomma uno Stato più moderno meno costoso amico degli onesti,
inflessibile con i malfattori. Di alto profilo storico l'intervento
dell'avv. Alessandro Sacchi che, con la Sua oratoria, ha esaltato
l'operato del Re Vittorio Emanuele II, del Conte di Cavour, di
Garibaldi e di Mazzini. Figura quest’ultima di cui, pur non
condividendo ideali e programmi, i Monarchici per loro stile rispettano
e non censurano o mistificano come altri sono soliti fare. Con un
appassionato intervento il Dr. Vaccarella ha ricordato il clima di
violenze, sospetti ed incertezze con il quale è stata imposta la
repubblica, poi come ex dirigente nazionale UIL ha denunciato la
precarietà dello stato di sicurezza in cui si trovano costretti a
lavorare Operatori delle Forze dell’Ordine, operai e tecnici,
spesso vittime di incidenti mortali. La manifestazione si è svolta
 in Amelia
alla Sala comunale Conti Palladini
il 26 giugno, Bandiere Tricolori con Corona e Stemma Sabaudo e quadri
riproducenti Re Vittorio Emanuele II, il Conte di Cavour, Garibaldi e
Mazzini e un pubblico entusiasta, hanno fatto da cornice ad una serata
che sta a dimostrare che la Monarchia non è solo passato ma è presente
e futuro. Giornalisti presenti hanno intervistato gli oratori
sull'attualità della Monarchia, ed alla domanda "Quale Re"? hanno
risposto in maniera unanime: Amedeo di Savoia-Aosta e i Suoi
Discendenti.
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| DATA:
28.06.2010 |
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