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LE LETTERE D’AMORE

Le lettere d’amore fanno solo ridere! Così cantava qualche anno fa Vecchioni in uno dei suoi celeberrimi brani musicali. Ma  se non fanno piangere possono far ridere sul serio ma d’un riso mesto ed amaro quasi sghignazzato per esorcizzare un gatto vivo nello stomaco. Lo sa bene il nostro beneamato (si fa per dire) presidente del consiglio. Qualche giorno prima dichiara che l’Italia, la sua Italia quella dell’anno primo dell’era renziana, non è più un sorvegliato speciale dell’Europa. Nemmeno pochi giorni dopo ecco arrivare una cortese, ma ferma, lettera di richiamo da Bruxelles. Se ne deve dedurre che se la sorveglianza era venuta meno o era una lettera d’amore o qualcosa non va. In amor si sa vince chi fugge ed il ministro dell’economia ha ben pensato di trascurare il dictat che imponeva una risposta a breve giro entro 24 ore. Farsi desiderare è arte del sedurre e quindi la risposta è stata inviata con piccante ritardo! Come cambiano le cose alle volte! Venuta meno la sorveglianza ecco la corrispondenza appassionata! A quando una sensuale serenata sotto i balconi europei? Ci si arriverà ma non subito prima c’è da cambiare l’Italia e così dopo aver snaturato il Senato, la millenaria camera saggia ormai strozzata, bisogna fare caos nel mondo del lavoro (il premier è stato chiaro ha fatto sapere che a suo avviso il problema della disoccupazione si risolverebbe se ognuno si trovasse un impiego..non è geniale quest’uomo?) e poi c’è da dare gli 80 euro alle neomamme e da qui a poco, conseguentemente, istituire i figli della Leopolda, gli avanguardisti del nazzareno e la gioventù matteiana. Quanto lavoro per far sembrare che l’Italia cambi. C’è qualcosa di gattopardesco in questo cambiare tutto per non cambiare niente. Ma in fondo è un giudizio ingeneroso non è vero che non cambia nulla perché i servizi (vittime di tagli continui) perdono efficienza, nel privato non si lavora più con buon senso ed il paese si sfalda. Appunto qualcosa cambia visto che va decisamente peggiorando. Ma non importa perché quello che conta è scrivere, scrivere ed ancora scrivere. Tristi lettere d’amore in un paese che muore.
 Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 30.09.2014

DISORDINE MONDIALE: RUGOSA GIOVINEZZA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26/10/2014

    L'Europa si ribellò a chi voleva imporre l'Ordine Nuovo, un motto polivalente: dall'estrema sinistra di Gramsci all'estrema destra: due volti di un'identica medaglia, rifiutata da chi non ama farsi inquadrare, né farsi tosare. Eppure oggi tanti fremono all'annuncio del Nuovo Ordine da parte di Henry Kissinger.
  Molti anni prima dei videogames c'era il caleidoscopio. I bambini ci passavano ore. Ogni impercettibile movimento apriva scenari nuovi, fantasmagorici. Insistendoci si rischiava di avere allucinazioni o addirittura apparizioni transumane. Colori, forme, tutto in movimento, poi tutto come prima: “L'aiola che ci fa tanto feroci” esclamò Dante Alighieri. Così è della cosiddetta Comunità Internazionale. C'è e non c'è. Presuppone l'esistenza di Stati sovrani. Ma che cosa sono gli Stati? Una brillante  invenzione o funzione giuridica? La coltre  di Poteri oscuri?
  A formare la Comunità dovrebbero essere i comites, “compagni”, quelli che “vanno insieme”. Da dove verso dove? La Comunità implicherebbe unitarietà. Ma questa richiederebbe anche con-cordanza, cioè comunità di cuori, di sentimenti, di obiettivi. Al di fuori dei libri di fiabe, chi l'ha mai vista?
  La Comunità internazionale è il pacifismo assoluto.  Anziché realizzato solo in un eremo inarrivabile, sulla sommità della colonna abitata dallo stilita, dovrebbe essere norma universale. Un sogno inattuato (del doman non v'è certezza, ma il passato non lascia bene sperare), che sotto traccia nasconde una prospettiva inquietante: la Comunità starà davvero in pace quando sarà dominata da un Impero assoluto, che imporrà a ogni essere umano regole di con-vivenza, sicure se ognuno le adotterà per sé: non solo leggi emanate dai “governi” mondiali, continentali, statuali, regionali, comunali, di quartiere, condominiale.  L'obiettivo ultimo di codesta Comunità internazionale sarebbe un “codice etico”, pessimo nome per pessima cosa, giacché non è mai esistita e non esisterà mai alcuna “etica” universale. Sono solo con-venzioni, cioè accordi tra persone che decidono (spesso “obtorto collo”, cioè del tutto malvolentieri) di andare (o stare) insieme, ancorché non si amino  affatto o addirittura si detestino. E' la base della con-vivenza. Non è il massimo, s'intende, ma è meglio di quanto è scritto nei grandi miti fondanti: Caino che ammazza Abele, Romolo che uccide Remo,  Mararamaldo che accoppa Francesco Ferrucci e via continuando da una all'altra guerra civile .
  Nessun impero arrivò mai a dominare né un intero continente (Europa, Eurasia, etc.) né meno ancora il pianeta. Gli stessi Stati Uniti d'America, che da qualche decennio sono il potere militare  dominante, fondato sul primato dell'informatica, rivelano quotidianamente crepe sempre più gravi, potenzialmente destabilizzanti. Anche perché dall'origine sono un conglomerato e si ricostituirono attraverso la Guerra di Secessione, primo conflitto industriale dell'età contemporanea. Gli Stati del Nord vinsero, ma molti cittadini di quelli del Sud, sconfitti, si occultarono, si mimetizzarono. Sotto le nuove giubbe, indossate per sopravvivere, tennero un lembo dell'antica bandiera. Sotto la cenere dell'Impero covò il fuoco della ribellione.
  Vi sono stati imperi d'ogni genere e ribellioni di tutti i tipi. Di quando in quando qualcuno annuncia la fine della storia. Gli opinionisti gli corrono dietro. Poi si ricrede e il coro gli fa eco. I fatti narrano una realtà diversa: la Storia procede a zig-zag. Vi sono Stati di svariatissimo genere. Anche i minuscoli contano, o perché sono paradisi fiscali o perché sono grumi di criminalità: terrorismo, produzione e spaccio di droghe, siti strategicamente rilevanti. Solo le Nazioni Unite fingono che gli staterelli infimi pesino come quelli che hanno da mezzo miliardo di abitanti all'insù. Del resto l'ONU impiegò decenni a riconoscere che la Cina non era Formosa (o Taiwan che dir si voglia), succuba degli Stati Uniti d'America, ma quella di Mao-Ze-Dong, che oggi ha altro volto, altri “capi”, ma, come ognuno vede, contava e conta. Lo stesso vale per  popoli senza Stati e che non vogliono affatto costituirsi in Stati  come li conosciamo in Occidente (fondati leggi, decreti, ordinanze di stati, governi, amministrazioni locali) perché si basano su Rivelazioni, su re-ligioni (legami tra osservanti, tra devoti, cioè tra quanti si votano insieme a una Norma superiore).  
  La storia, insomma, non è quella degli studiosi di diritto internazionale né dei funzionari delle istituzioni comunitarie, ma quella impastata di sangue e di loto che ha percorso i secoli a noi noti. C'è oggi un Ordine Mondiale? I fatti ci dicono che siamo in pieno dis-ordine. Un tempo vi erano alcune internazionali: i congressi  dei diplomatici (euro-americani), convinti di essere il motore immobile della storia universale. Era normale fosse così.  Kant, Fichte, Hegel e i loro discepoli, sia della mano destra, sia della sinistra, parlarono in nome della Ragion Pura, dell'Idea che si fa realtà. Le lezioni di filosofia della storia di Hegel sono tra le letture più gratificanti (o spassose) per chi voglia dormire sonni tranquilli o percepire che la storia non è una  ninna nanna consolatoria.  Altre internazionali sono state inventate appunto dagli europei: quella “rossa” (o socialista) ha avuto tre edizioni in Europa, e una quarta in Cina contro l'URSS, che era stata il prodotto della terza Internazionale di Lenin, Trotzky, Stalin. Anche l'internazionale “azzurra” ha avuto tre versioni: il pacifismo di primo Novecento, che è finito col bagno di sangue della Grande Guerra; la Società delle Nazioni (una mesta finzione, a servizio dell'imperialismo anglo-francese) e, appunto, l'Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha prodotto una montagna di programmi, documenti e di missioni di pace mai risolutive. Nel migliore dei casi ha impedito alcuni circoscritti eccessi (per esempio a Cipro), ma troppe altre volte ha voltato le spalle alla realtà: non vide per insipienza, finse di non vedere per opportunismo, fu complice di atrocità. Malgrado tutto, grazie al diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza or l'una or l'altra delle sue tre potenze effettive (USA, Russia, Cina: la Gran Bretagna conta meno, al Francia quasi nulla) hanno impedito che la bandiera dell'ONU sventolasse su imprese sciagurate, come la guerra contro Assad, che in Siria era ed è meglio rispetto al caos nel quale è stata precipitata quell'area del Vicino oriente, quasi non bastassero i guasti causati dalla leggendaria “primavera araba”, eterodiretta da chi aveva interesse a imporvi le mani.
 Vi sono poi altre internazionali. Alcune alla luce del sole. E' il caso delle Chiese, che predicano, invocano, pregano. Non solo la Cattolica apostolica romana, ma tante altre confessioni e “fedi” con seguito in tutti i continenti. Su tutte e/o al di fuori di tutte vi sono infine poteri soprannazionali, che non sono una fiaba, ma una realtà oggettiva: la produzione e spaccio di messaggi suadenti, il dominio su produzione, comunicazioni, mercato, non tanto per il valore dei prodotti di scambio ma per quello della finanza: un valore immaginario e tuttavia vitale.
   Che cosa riserva il futuro? Muovendo poco poco il caleidoscopio s'intravvedono scenari paradisiaci, terrificanti, illusori: il “New Order” di Henry Kissinger, lo statista bersaglio di molteplici incriminazioni varie per implicazioni in complesse vicende, affascina ma può anche spingere alla rivolta: capillare, diffusa, travolgente. Basta leggere la Bibbia per ricordare che gli imperi hanno basi d'argilla. Kissinger dovrebbe saperlo meglio di altri. 
   A cospetto del futuro incombente e delle sue possibili visioni, un'unica constatazione s'impone: l'insegnamento della storia nel sistema scolastico italiano d'ogni ordine e grado rimane chiuso in un ghetto provinciale, inchiodato alle chiacchiere su vicende nostrane composte e decomposte, alle diatribe su destra e sinistra, su fascismo e antifascismo, sulla contabilità dei morti ammazzati in schermaglie narrate come guerre civili mentre in massima parte furono solo risse da cortile. Questa visione è frutto tardivo dell'inguaribile italocentrismo,  malattia infantile di un Paese giunto tardi all'unità, mai  giunto  alla maturità, sempre corrivo a cantare “Giovinezza”, malgrado le rughe evidenti. 
Aldo A. Mola
DATA: 30.10.2014

ANGELO SQUARTI PERLA: TITOLI E NOBILTA' NELL'UMBRIA

Angelo Squarti Perla: Titoli e Nobiltà nell’UmbriaE' uscito il nuovo libro del conte Angelo Squarti Perla, già autore del trattato araldico-giuridico "In nome del Re", in cui si tratta scientificamente della successione dinastica in Casa Savoia.
Il libro vanta l'autorevole prefazione del Capo di Casa Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo.
La nuova pubblicazione contiene l'elenco dei patriziati, delle nobiltà, dei titoli, dei predicati e delle qualifiche delle famiglie umbre, o estere con titoli umbri, con riferimento al singolo Decreto originario di Concessione o all’anno di Aggregazione o, in carenza, all’indicazione della partecipazione della Famiglia all’Amministrazione Municipale (alla Suprema Magistratura, ai Consigli Generali o tutte le altre pubbliche cariche appannaggio del solo Ceto Nobile o Patrizio), aggiornato al XXI secolo.
Intermedia Edizioni, 2014. ISBN: 978-88-103-3
€ 35,00
DATA: 30.09.2014
    
LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO A LUIGI MARUCCI PER LA SCOMPARSA DELLA MAMMA TERESA

    L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno al Presidente dell'O.S.P.O.L. Luigi Marucci, già figura di rifermineto per l'Unione Monarchica Italiana e strettissimo collaboratore di Sergio Boschiero, per la scomparsa della madre Teresa che aveva da poco raggiunto il traguardo del secolo di vita.
    A Marucci, memoria storica dell'attivismo degli anni d'oro del Fronte Monarchico Giovanile, sono giunte le sentite condoglianze
del Presidente nazionale Alessandro Sacchi, del Presidente Onorario Sergio Boschiero e del Segretario nazionale Davide Colombo.
    Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno in memoria della signora Teresa ed esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia. Le esequie di terranno alle ore 14.30 di mercoledì 29 ottobre a Paliano (FR)
.
DATA: 28.10.2014

LEOPARDI: IL GIOVANE FAVOLOSO

Il giovane favolosoGiacomo Leopardi è uno tra i più celebri poeti e scrittori italiani riconosciuti a livello mondiale.  Nato a Recanati nella Marca nel 1798,  morì a Napoli nel 1837. Fu il poeta tormentato del “pessimismo cosmico”, ma è, e rimarrà soprattutto, uno dei geni italici che ci farà sentire per sempre orgogliosi di essere italiani. Non altrettanto memorabile è il Film che viene proiettato in questi giorni nelle maggiori sale italiane, dal titolo: “Il Giovane Favoloso” dedicato proprio alla figura del poeta recanatese. Il regista napoletano Mario Martone infatti nel ricostruire la vita e le opere del poeta marchigiano sembra non riconoscerne pienamente il ruolo di precursore del Risorgimento italiano, che a mio parere invece ebbe Giacomo Leopardi. Con la Canzone “All’Italia” infatti, opera scritta a Recanati nel 1818,  il poeta intendeva risvegliare gli animi patriottici ormai assopiti del popolo italico, esortandoli ad imbracciare le armi e a liberarsi dal servaggio straniero, riconquistando la libertà perduta, prendendo ad esempio gli antichi romani campioni di amor patrio. Non è affatto vero inoltre, come risulterebbe dal film, che Leopardi nutrisse disinteresse verso la politica, il suo infatti può essere definito più un pessimismo politico di tipo esistenziale, egli pensava cioè che è l’uomo come singolo individuo che sarebbe infelice perché è la stessa natura che lo avrebbe fatto nascere in questo modo, per cui non esistendo un individuo felice sarebbe impossibile che esista una massa felice, di conseguenza è la politica ad essere inutile come la vita umana e tutte le sue vicende. Più che di rifiuto della politica, nel pensiero leopardiano semmai si può avvertire un senso di disgusto della politica in quel travagliato contesto storico in cui egli visse. Non mancano infatti nello “Zibaldone” feroci critiche verso le istituzioni e le leggi, quest’ultime secondo il poeta non erano ancora state codificate in modo universalmente accettabile, in più il rammarico del giovane poeta stava nel fatto che nonostante il progresso nel campo legislativo nessuno ancora aveva pensato a fare un codice che raggruppasse leggi civili e criminali. Sempre nello “Zibaldone” Leopardi stabilisce il nesso esistente tra lingua e identità nazionale, constatando inoltre che se una nazione non ha una capitale non potrà avere neanche una lingua e una letteratura moderna, che servirebbe invece a cementare un’autentica comunità nazionale. Proprio la mancanza di questi legami universali che fanno si che un popolo diventi nazione, spingono il Leopardi a teorizzare un modello di società dove l’individuo, tendenzialmente egoista, potrà creare un rapporto di “fratellanza” con i suoi simili solo creandosi un nemico comune al di fuori dei suoi confini di interessi. Questo nemico che è rappresentato dallo straniero invasore sarà colui che farà nascere la fratellanza del popolo italico. L’evoluzione di questa teoria si avrà con la penultima lirica di Giacomo Leopardi “La Ginestra”, dove il poeta marchigiano riconoscerà, in modo ancor più pessimistico, che per costruire la vera “fratellanza” che vada oltre il  popolo italico non sarà più sufficiente solo crearsi un nemico esterno (umano e storico come può essere un invasore), quello che potrà affratellare veramente l’umanità tutta, sarà un nemico metafisico e assoluto: la natura inimica. Questa “fratellanza” connotata da solidarietà reciproca (dunque ancor più forte di quella precedente) nasce dalla comune soggezione di tutti gli uomini alle violenze e alle minacce della natura. Quelle violenze che non sono rappresentate solo dalle grandi calamità naturali, ma anche da quelle interiori umane patite da noi esseri umani destinati all’infelicità, perché proprio così siamo venuti al mondo. Il film di Martone pur essendo rimasto tendenzialmente fedele alla realtà dei fatti storici a mio avviso sottovaluta l’importanza del messaggio politico-patriottico del pensiero leopardiano, per molti aspetti ancora utile ed attuale.
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 22.09.2014
   
PESCARA: IL PRESIDENTE SACCHI INCONTRA I QUADRI DIRIGENTI

PESCARA: IL PRESIDENTE SACCHI INCONTRA I QUADRI DIRIGENTISabato mattina, 18 ottobre il Presidente Nazionale dell'Unione Monarchica, Avvocato Alessandro Sacchi, è "calato negli Abruzzi" dove ha incontrato, presso una sala del Comune di Pescara, alcuni dirigenti dell''U.M.I. di Pescara e altri amici di fede monarchica, onoratissimi di accogliere per la seconda volta, in poco più di un semestre, il loro Presidente. Dopo una breve introduzione del presidente provinciale U.M.I., Rag. Camillo Savini, il Presidente Sacchi ha preso la parola e ha spiegato ai presenti (una rappresentanza piccola, per motivi contingenti, ma agguerrita e rappresentativa di maggiori forze) l'importanza della grande manifestazione nazionale che si terrà a Roma sabato 8 novembre, occasione più unica che rara per rilanciare il movimento, ora che, come ha detto Sacchi, sembra che si sia aperta una finestra spazio temporale nella quale è giocoforza inserirsi. Con la sua solita simpatia, spesso ironica e sempre sorniona, il Presidente (per noi monarchici potrebbe sembrare una brutta parola, ma non lo è....) ha saputo catturare l'attenzione dei presenti, e anche fugare qualche dubbio o perplessità di alcuni presenti sulle vicissitudine storiche legate alla monarchia e sulle condizioni attuali del movimento.
L'incontro si è chiuso con la promessa di tutti i presenti di ritrovarsi a Roma l'8 novembre, e una foto rituale che ha immortalato la presenza nella "ciàà dannunziana" del Presidente, stretto tra i due Consiglieri Nazionali di Pescara, Camillo Savini e Claudio Agostini e alla presenza dell'Avvocato Biondi, che accompagnava il Presidente Sacchi, e degli altri intervenuti all'incontro.
DATA: 21.09.2014
   
IL PROFILO DEL PRINCIPE AIMONE SUL CORRIERE DELLA SERA

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera di mercoledì 15 ottobre 2014, pag. 13 - Esteri

Aimone di Savoia-Aosta Articolo pubblicato sul Corriere della Sera di mercoledì 15 ottobre 2014, pag. 13 - Esteri
DATA: 19.10.2014
 
LO STORICO ROBERTO VIVARELLI E IL “SECOLO INFINITO”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 19/10/2014

Roberto Vivarelli  Roberto Vivarelli, cittadino e Maestro di storiografia, è paradigma del “secolo infinito”, della lunga tragedia italiana. Il 22 giugno la Giuria della sezione scientifica dell'Acqui Storia 2014 (*) gli conferì il Premio alla carriera (Medaglia del Capo dello Stato). Morì il 14 luglio. La sua vicenda umana e culturale è di forte attualità: il Parlamento, la sovranità degli italiani, contano o non contano?  Vivarelli si occupò dell'Italia di novant'anni orsono, appena uscita dalla catastrofe della Grande Guerra. All'epoca votavano i maschi. Adesso che al diciottesimo anno maschi e femmine sono elettori, i cittadini decidono più o meno di allora? Questo è il punto. Oggi il diritto di voto è messo in un angolo: lo vediamo dalle Province e sarà paggio se verrà varata la nefasta riforma del Senato, approvata da uno dei rami di un Parlamento per fortuna ancora bicamerale.
  L'Italia è davvero sull'orlo dell'abisso? Se Piero Fassino, ex parlamentare, ex presidente dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani e sindaco di una città metropolitana, afferma che “se il Parlamento chiude sei mesi forse nessuno se ne accorge”, vuol dire che la democrazia ha un piede e mezzo nella fossa. Non le basteranno né gli “interventi non convenzionali” della BCE né la respirazione bocca a bocca della “troika” (pessimo nome per pessima cosa). Dopo anni di governi paracadutati dal Quirinale, l'Italia ha bisogno urgente di politica vera, tanto più che la Corte Costituzionale dichiarò che questo Parlamento fu eletto in violazione della Costituzione. Aprì uno scenario che oggi si finge di non vedere. La divaricazione tra Parlamento e Paese non è una novità. E' stata appunto al centro di settant'anni di studi di Roberto Vivarelli (Siena, 8 dicembre 1929 - Roma, 14 luglio 2014): uno storico che rimarrà nel novero degli italiani che hanno avuto coraggio, lo stoicismo che libera dai sentimentalismi, come insegna Gianfranco De Turris nella nuova edizione di Il Cammino del cinabro di Julius Evola (Ed. Mediterranee). Lo storico documenta, spiega, propone. Ciascuno poi valuta secondo criteri propri. Come il chirurgo non si fa appannare la vista dal sangue che sgorga dal suo intervento, così lo storico regge lo spettacolo delle centinaia di milioni di esserei umani massacrati nei modi più atroci  dai loro simili nel corso dei pochi millenni di storia a noi noti. Coraggio non significa sottovalutare le difficoltà, disprezzare l'avversario. E' sinonimo di onore (intreccio di Regole e di Ordini), capacità di fare i conti con sé stessi, di interrogarsi sulle vicende personali e confrontarle con quella della propria gente, dell'ecclesia, dello Stato, della comunità internazionale. E quanto, appunto, ha fatto Vivarelli. Laureato a Firenze nel 1954, allievo di Federico Chabod all'Istituto Italiano per gli Studi Storici (Napoli), conobbe Gaetano Salvemini, ne curò gli Scritti sul fascismo (Feltrinelli, 1961-1973) e ne continuò la ricerca sul fallimento del liberalismo e sulle origini del fascismo. In mezzo secolo di Unità l'Italia compì enormi progressi. Ma il suo regime era davvero  liberale? E se sì,  perché crollò? Salvemini se lo era domandato nell'esilio e concluse che a forza di combattere Giovanni Giolitti, campione della monarchia statutaria, garante degli equilibri, anche i “democratici” avevano concorso a spianare la strada a Mussolini. Sulle sue orme camminò Vivarelli. Si dice, non a torto, che il genio passa gli anni a rifare il capolavoro prodotto in gioventù. Nel 1967 pubblicò Il dopoguerra in Italia e l'avvento del fascismo.  Nei decenni l'“idea” dell'Italia è profondamente mutata. Da una parte sono rimasti quasi immobili gli “istituti” che ne hanno imbalsamato la narrazione. Dall'altra alcuni storici hanno attraversato il deserto con la borraccia dell'indipendenza e la sacca dei documenti. Qualcuno, più fortunato, ha giganteggiato. Fu il caso, per sua stessa ammissione, di Renzo De Felice. Quando ruppe gli argini del conformismo, egli divenne fiduciario di quanti gli affidarono cumuli di “carte” affinché la verità risplendesse. Il suo archivio personale dava più garanzie  di quello dello Stato, che (spiega il suo sovrintendente emerito Aldo G. Ricci)  oggi sembra venir meno al compito di tutelare e far studiare le carte in sua custodia. A differenza di Renzo De Felice, che ebbe la ventura di “sforare il video”, Vivarelli si è tenuto lontano dai “media”. A distanza di vent'anni uno dall'altro ha pubblicato i tre volumi della Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma: pietre miliari. Autore anche di un manuale scolastico (La Nuova Italia, 1996) a fine Novecento d'un tratto sostò e narrò La fine di una stagione. Memoria 1943-1945 (il Mulino), sofferta meditazione sulla sua scelta di entrare a soli tredici anni nelle Brigate Nere. Era l'agosto del 1944. Suo padre, volontario, nel 1942 era stato ucciso dai partigiani jugoslavi. Suo fratello, Piero, si arruolò sedicenne nella Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Il il 9 aprile 1945 venne inviato al fronte di guerra. La spiegazione di sé a sé stesso doveva giovare agli italiani. Alcuni invece la aggredirono con falsa indignazione. Eppure un filosofo come Norberto Bobbio aveva già narrato perché si fosse rivolto a Mussolini per propiziare la propria carriera accademica e avesse taciuto a cospetto delle leggi razziali. Quella era l'Italia: dolente.
  Roberto Vivarelli, storico e cittadino, dette lezione di alta moralità. Nell'ottobre 2012 pubblicò il volume conclusivo della trilogia. Vi affermò che non ci fu alcuna “marcia su Roma”.  Come in un volume di poco precedente documentammo, gli “squadristi” entrarono nella Città Eterna nella notte del 30 ottobre, il 31 sfilarono preceduti dalla banda musicale e la sera furono rispediti a casa con treni speciali allestiti dal governo di unità nazionale presieduto da Benito Mussolini (Mussolini a pieni voti? Ed. Capricorno). A differenza di quanto ripetono orecchianti, non fu affatto “subito regime”, bensì un governo di coalizione nazionale. De Gasperi assicurò alla Camera dei deputati il sostegno del partito popolare a Mussolini, che ottenne a Montecitorio 307 voti contro 116 e al Senato 187 contro 19, quando i senatori fascisti erano appena due su quasi 400. Preso a ceffoni da Mussolini per altri quattro anni, quel Parlamento abdicò al proprio ruolo. Si può essere o meno d'accordo con molte tesi di Vivarelli, ma non le si può ignorare. Narrati gli eventi con onesto distacco critico, nell'Epilogo del terzo volume, come fosse il “cantuccio” che Alessandro Manzoni si riservò per dire la sua a commento del Conte di Carmagnola e dell'Adelchi, lo storico affermò che “la ragione di fondo della crisi dello stato liberale” fu l'assenza della “formazione di cittadini responsabili”: tesi che riecheggia Salvemini. Non mi pare risponda al vero. Infatti dal Risorgimento alla grande guerra la Nuova Italia compì il massimo sforzo pedagogico sino ad allora attuato, sia con la scolarizzazione sia con l'educazione e il servizio militare obbligatorio: un progetto civile discusso da Cavour a Michele Coppino, da Francesco De Sanctis a Vittorio Emanuele Orlando e via sino a Balbino Giuliano e Giovanni Gentile. Certo i liberali non spezzarono tutte le catene. Ma partivano da un Paese profondamente arretrato: cinque milioni di arcadi e 17 milioni di analfabeti, scrisse Pasquale Villari.  Vivarelli concluse che “con l'avvento del fascismo gli italiani rimisero la loro sorte nelle mani di un uomo”, un fatto che “rivela la vocazione al gregge e che rende sempre attuale e controversa la questione del consenso”: parole amare. Dovettero certo costare molto a chi era partito tredicenne per arruolarsi nelle Brigate Nere. Vanno meditate perché il liberalismo non fallì tra il 1860 e il 1914, ma tra il 1914 e il 1925, quando il Parlamento rinunciò a controllare l'esecutivo.
    Nel 2011 Vivarelli pubblicò un altro bilancio del suo lavoro: Italia 1861 (il Mulino, 2011). Confidava che si prendesse coscienza della tragicità di un Paese arrivato tardi all'unificazione nazionale, lacerato in sanguinose guerre civili e tuttora in cerca del proprio destino. Per non mostrare ancora una volta “vocazione al gregge”, gli italiani debbono rivendicare il diritto di eleggere i propri rappresentanti al parlamento, Camera e Senato, nei consessi locali. Non furono gregge i milioni di italiani che hanno versato il sangue per la Patria; mentre i loro discendenti oggi vengono dissanguati da una fiscalità non compensata dai servizi pubblici.
  Se un premio storiografico serve quale monito, questo è il caso dell'Acqui Storia 2014, con la regia di Carlo Sburlati.
Aldo A. Mola
(*) Ne sono componenti Massino de Leonardis, Giuseppe Parlato, Francesco Perfetti e Gennaro Sangiuliano.
DATA: 19.10.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO A SIMONE BALESTRINI PER LA SCOMPARSA DEL NONNO FRANCESCO

    L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno al commisario straordinario del Fronte Monarchico Giovanile Simone Balestrini per la scomparsa del nonno Francesco, classe 1927.
    A Simone, che ha il fondamentale compito di coordinare i giovani monarchici, speranza per il futuro, sono giunte le sentite condoglianze
del Presidente nazionale Alessandro Sacchi, del Presidente Onorario Sergio Boschiero e del Segretario nazionale Davide Colombo.
    Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno in memoria di Francesco Balestrini e esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia.

DATA: 14.10.2014


QUANDO LA POLITICA BRINDAVA ALLE TERME. GUERRE BREVI PER PACI DUREVOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 12/10/2014

                  Il 1° luglio 1914, tre giorni dopo il magnicidio di Sarajevo, il ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, comunicò  al presidente del Consiglio, Antonio Salandra, che avrebbe lasciato la canicola di Roma per Fiuggi. Lì, gli assicurò, aveva il “telefono diretto con la Consulta”, com'era detto il suo Ministero prima del trasferimento nella faraonica “Farnesina”. Forte di prestigio europeo, San Giuliano era debole nelle vie interne. Ciglio asciutto, appena saputo che Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede della corona dell'impero austro-ungarico, era stato assassinato, aveva informato Salandra che così la vecchia contesa sulla proprietà di Villa d'Este era avviata a soluzione. Acque, fanghi, sali: riti di purificazione. Come da anni egli temeva, il magnicidio scatenò il macello dell'Europa, il “secolo lungo” che ha preparato l'attuale, più atroce ancora. Provato da drammi domestici insuperabili, con animo stoico San Giuliano conciliava i casi propri con quelli della Grande Politica. L'8 luglio lo ribadì netto a Salandra: “A cagione della mia salute non posso più ritardare la mia partenza per Fiuggi”. Gli dette carta bianca per le decisioni di minor conto, ma “se per altre ragioni serie occorre una mia corsa a Roma posso sempre farla; sono solo due ore di automobile”. Non c'erano autostrade, ma neppure  l'affollamento e le code di oggi. Nessuno poteva sospettarlo di trascurare l'ufficio, a differenza di Tommaso Tittoni che, ambasciatore a Parigi, nel bel mezzo della crisi europea esplorava i fiordi della Norvegia e risultava irreperibile.
   San Giuliano era un antico frequentatore di Fiuggi. Ci aveva passato l'agosto del 1911 col presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti. Le Terme divennero il laboratorio della guerra dell'Italia contro l'impero turco-ottomano. I due si fecero fotografare mentre passeggiavano bonariamente, riparanti dal sole cocente con ampi cappelli, vestiti di tutto punto, bastone in una mano, bicchieroni di acqua diuretica nell'altra, come si conviene a chi non patisce né il caldo, né il freddo, perché conosce il peso della storia mentre ne decide il corso: il drammatico passaggio dalla pace alla guerra, dalla vita alla morte di tante persone  note, meno note, del tutto sconosciute, gettate nella fornace dei Grandi Eventi nel sogno di conflitti brevi per dare pace durevole a un continente in ebollizione. 
  A sua volta da tempo alle prese con l'uricemia (tre anni dopo affrontò un radicale intervento chirurgico), Giolitti apprezzava la quiete delle città termali. Bene sapeva che da secoli  erano le quinte di decisioni drammatiche. Nel luglio 1870 la partita tra la Francia di Napoleone III e il regno di Prussia fu giocata da due luoghi di “loisir”: l'Imperatore, già afflitto dal male che poi lo costrinse a tentare l'operazione dall'esito fatale, era a Biarritz, ove aveva fatto edificare il sontuoso palazzo a “E” per l'imperatrice Eugenia di Montijo. Il re di Prussia estivava a Ems. Lì l'ambasciatore di Francia, conte Benedetti, chiese che la “Germania” dichiarasse in via definitiva che non avrebbe mai più candidato un principe tedesco alla corona di Spagna. Spazientito il re, che quel pomeriggio voleva stare in pace, non lo ricevette: uno sgarbo alla petulanza della persona, non allo Stato. Il Cancelliere Bismarck manipolò la sua risposta in modo da renderla offensiva per la Francia stessa. Indignato, Napoleone dichiarò guerra, senza averla preparata. I Prussiani, che da tempo l'attendevano al varco, in poche settimane lo sbaragliarono, anche perché, contro tutte le previsioni dei diplomatici francesi, ebbero il sostegno della Baviera e di altri Stati germanici. Le acque d'Europa, non solo le termali, rosseggiarono di sangue. Come intuì Nietzsche, fu la sinistra anticipazione della Grande Guerra, con tanto di “Commune” proletaria a Parigi. 
  Ma quante storie grandi e piccole hanno veduto e possono narrare la città termali d'Europa: Ourense, Beth, Karlovy Vary, Bursa, Bagnoles-de-l'Orne (teatro dell'assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli), Evian (le lunghe trattative franco-algerine), Montecatini, Baden-Baden, Daruvar, Techirgiol...., consociate nella  Associazione europea storica delle città termali (EHTTA). Tre tutte spicca Acqui.   
  Nell'estate 1911 Giolitti e San Giuliano le preferirono Fiuggi perché era l'osservatorio migliore per decidere la guerra alla Sublime Porta senza innescare la conflagrazione europea, scansata di misura nel 1908, ma sempre incombente.  Giolitti vi sarebbe forse andato volentieri, ma le Terme di Acqui, malgrado il fervore di energie pubbliche e private, non erano ancora al meglio. Non solo. Acqui gli evocava Giuseppe Saracco, presidente del Senato e del Consiglio, scalzato proprio da lui nel febbraio 1901. Per di più nel  settembre 1904 Giolitti sfilò a Saracco il remunerato ruolo di “notaio della Corona” nel solenne rogito della nascita del Principe Ereditario, celebrato nel Castello di Racconigi: 40.000 lire dell'epoca per un atto dovuto. 
   Schivo di contatti con giornalisti e fotografi, che solitamente affollavano gli Stabilimenti in caccia di prede ghiotte, a quelle italiane lo Statista preferiva le francesi, in specie Vichy, da lui definita “il paradiso dei medici”. Vi evitava tutti, come non gli sarebbe stato possibile in patria, e specialmente se fosse andato alla  “Bollente”, che (a buon diritto) non mancava di elencare e vantare i visitatori illustri, come si vide soprattutto dopo la Grande Guerra, nella stagione di maggior lustro, quando ospitò personalità diversissime e persino antagoniste, costrette a sfilare in pubblico una a fianco dell'altra, anche se si detestavano. Fu il caso del Maresciallo Pietro Badoglio, futuro duca di Addis Abeba, e del Maresciallo dell'Aria Italo Balbo...
  Luoghi di storia, dunque, sono le Città Termali; e quindi anche di trame occulte, propiziate dal clima ovattato e rasserenante delle Acque, che scorrono sulle vicende più tempestose e sulle pietre aguzze lasciano muschi benefici  nei millenni. Come le parole dell'Ecclesiaste. Se tutto è vanità, evviva la vanità.
  Oggi le acque termali costituiscono una risorsa inimmaginabile ai tempi di Plinio o del grande clinico Malacarne.  Negli Anni Venti-Trenta del secolo scorso Acqui ospitò congressi di medici insigni (tra i molti vi furono relatori Mario Donati, Ferdinando Micheli, Dogliotti, Morelli e il grande Nicola Pende); oggi la “Bollente” può essere anche altro: da un canto i fanghi tradizionali, dall'altro, chissà?, l'avveniristico teleriscaldamento. Il futuro non è in mano di  uno Spiritello maligno: appartiene alla scienza, alla capacità di prevedere e bilanciare risorse e fantasia, urgenze e lungimiranza.
  Non per caso l'imminente Convegno internazionale di  Acqui Terme “Cafè dell'Europa” (*) si intreccia con il Premio Acqui Storia, i cui vincitori sommano  tragedie e speranze con opere sull'assassinio di Giovanni Gentile (indagato da Luciano Mecacci), il sogno degli Armeni di avere un giorno indipendenza, unità, libertà (narrato da Vasken Berberian); la vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce (esplorata da Giancristiano Desiderio, e la grandezza di un papa che soffriva di gotta, San Pio X (riproposto da Gianpaolo Romanato). Quasi ottantenne quel pontefice poté far poco per impedire il “guerrone” esploso cent'anni orsono;  però riorganizzò la chiesa, preparandola al difficile transito verso la modernità. E dire che nell'opinione comune Papa Sarto rimane il pontefice anti-modernista (vi insiste Oscar Sanguinetti  nel denso saggio Pio X. Un pontefice santo alle soglie del “secolo breve”, edito da Sugarco con prefazione di Roberto Spataro). La “revisione” storiografica fa bene: depura dalle scorie dei pregiudizi, ci ricorda che “come lo stolto così muore il saggio” e tutto sarà dimenticato, anche le polemiche sterili di chi, poco sapendo fare, cerca di intralciare la Grande Opera altrui.
Aldo Mola
(*) Alle 16 di venerdì 17 ottobre al Grand Hotel Nuove Terme di Acqui ha luogo il convegno internazionale della EHTTA  “Cafè dell'Europa”, con interventi di Carlo Sburlati, Augusto Grandi, Federico Martini, Carlo Prosperi, Giovanni Rebora, Lionello Archetti Maestri, Michel Thomas Penette  e Annunziata Berrino, che presenta “Andar per Terme”.
 Alle 17.15 di sabato 18, al teatro Ariston di Acqui, segue la Premiazione dell'Acqui Storia 2014 condotta da Franco Di Mare e Antonia Varini, che presentano i vincitori, i Testimoni del Tempo (Livio Berruti, Lorella Cuccarini, Mario Orfeo ed Enrico Vanzina) e il Premio alla Carriera (Medaglia del Presidente della Repubblica),  conferito all'insigne storico Roberto Vivarelli, deceduto poco dopo la designazione: tutto con il fattivo concorso della  Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria.

DATA: 12.10.2014


I NAZIONALISTI PER GLI IMPERI CENTRALI E SONNINO DA NEUTRALISTA AD “ALBANESE”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 05/10/2014

Sidney Sonnino               La “narrazione”, tutt'altra cosa dalla storiografia, non sempre ricorda la verità dei fatti. Spesso deforma, nasconde, cancella e...inventa un racconto del tutto diverso  dalla realtà. Anziché accertare la complessità  degli eventi, li imbalsama, e partendo dalla loro fine, appiccica alla loro sequenza, segmentata e spesso caotica, conclusioni di comodo. E' il caso delle drammatiche settimane dell'estate 1914, dal magnicidio di Sarajevo agli ultimatum e alle dichiarazioni di guerra. A cose fatte i nazionalisti rivendicarono la primogenitura dell'intervento dell'Italia a fianco della Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e impero di Russia) e spinsero in un angolo i neutralisti, senza troppo distinguere tra neutralisti “assoluti” (cioè pacifisti, in Italia quasi inesistenti) e neutralisti “condizionati” (cioè pronti a entrare nel conflitto se e quando l'Italia avesse potuto esercitarvi un peso determinante e con la certezza che  esso sarebbe stato breve). Da giornali e da pennivendoli senza scrupoli  i neutralisti vennero persino marchiati come traditori della Patria e additati al pubblico disprezzo. Fu il caso di Giovanni Giolitti, che aveva appena concluso vittoriosamente l' “impresa di Libia”.
  Così si formò, e perdura, una visione distorta dei fatti. La “narrazione” prevalse sulla verità. Il resto lo fece la fusione dei nazionalisti nel Partito Nazionale Fascista, nel 1922-23, con la benedizione dei “produttori di guerra”. I nazionalisti (parte monarchici, parte imperialisti, tutti ferocemente nemici di socialisti e democratici di varie derivazioni e denominazioni) finsero di non vedere quanto socialismo serpeggiava nelle file del fascismo, mentre dal canto loro i gerarchi del PNF non rinvangarono  le posizioni effettivamente tenute da molti nazionalisti dinnanzi alla crisi europea del 1914. Fu un compromesso sulla memoria storica, al ribasso.
  Ecco, invece, e in sintesi, i fatti nudi e crudi. I socialisti massimalisti (tra i quali Benito Mussolini, ammiratore di Sorel) erano francofili, repubblicani e rivoluzionari, più affini agli anarco-sindacalisti che al “partito”. Puntavano sulla piazza e bollavano il Parlamento come sentina di corruzione al servizio del potere più detestato: la monarchia.  I nazionalisti invece, antidemocratici e germanofili, volevano una monarchia più monarchica: l'Impero. Per Alfredo Rocco, che ne fu esponente di spicco, l'Austria era il baluardo della civiltà occidentale contro lo slavismo, sinonimo di barbarie. Scrisse: “Se per ipotesi la Francia sparisse dalla carta d'Europa, noi non proveremmo dispiacere (…) ma avremmo ragione di esserne ben lieti”. Altrettanto valeva per l'Inghilterra, “il cui dominio pesa a tutte le nazioni marittime”, quale doveva essere l'Italia, proiettata alla costruzione di un nuovo impero.
  Per i nazionalisti gli interessi dell'Italia coincidevano pertanto con quelli della Germania  e dell'Austria stessa, che garantiva  la libertà di Trieste dall'avanzata degli slavi. Il 26 luglio 1914, vigilia della catastrofe, la Giunta dell'Associazione nazionalista romana invocò la “coesione e la disciplina della Nazione”, a fianco degli Imperi Centrali. Quando la concatenazione di ultimatum, mobilitazioni e dichiarazioni di guerra completò il quadro delle potenze in lotta, i nazionalisti si domandarono perché l'Italia fosse stata ai margini del grande gioco e conclusero che Germania e Austria-Ungheria non l'avevano voluta al loro fianco perché non l'apprezzavano  affatto: sentimenti e risentimenti che tornano nell'acuto saggio di Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l'Europa (Mondadori). Come tutti gli innamorati trascurati e respinti, dal 6 agosto optarono per la mobilitazione. La “neutralità” dichiarata dal presidente del Consiglio, Antonio Salandra, doveva essere “armata”: preparazione  della guerra.  Contro chi? A fianco di chi? Con quali mezzi? Nessuna risposta precisa. Men che meno sul peso economico dell'intervento in una guerra di dimensioni mai viste. Nelle settimane seguenti lo scenario assunse colori e caratteri più netti. Allora i nazionalisti si schierarono per il dominio italiano sull'Adriatico: non contro l'Impero austro-ungarico ma per assicurare ciò che Vienna non garantiva più, cioè l'esclusione degli slavi dal mare “latino”. Il 15 agosto Rocco affermò: “Noi possiamo, per contingenze momentanee, stipulare alleanze. Ma non illudiamoci. Gli alleati sono soci, non sono amici”. Giusto. Ma quel rude principio valeva anche per gli Stati che erano o sarebbero divenuti alleati dell'Italia, mai suoi amici. Lo stesso Luigi Albertini, comproprietario e direttore del “Corriere della Sera”, che poi prese l'avanguardia dell'interventismo, il 2 agosto asserì: “Se l'Inghilterra scende in campo noi dobbiamo marciare o coll'Austria o contro”. Non fu lui a decidere la posizione. Fu la guerra a imporgliela. Poi spacciò la costrizione come sua lungimirante libera scelta.
  Il caso forse più emblematico di volubilità è quello di Sidney Sonnino. Già due volte presidente del Consiglio, capo della destra conservatrice, il  5 luglio 1914 prese atto che la Camera dei deputati era stata “prorogata” a novembre. Era la Camera eletta il 26 ottobre 1913, la prima a suffragio universale maschile: la più sciagurata e inetta della storia d'Italia. Da Roma Sonnino si trasferì al Romito, Villa a strapiombo sul Tirreno a sud di Livorno. L'Italia doveva “cercare pacificazione e localizzare conflitto. Ma comunque deve mantenere scrupolosa e leale fede alle alleanze e agli impegni presi”, a fianco degli Imperi Centrali dunque. Invitato a Roma da Salandra, ribadì: “dubitavo molto della saviezza della nostra neutralità: le probabilità erano che vincessero la Germania e l'Austria, meglio preparate (…) Come saremmo rimasti noi? Ci vedevo la fine della grande politica per l'Italia (…). Il paese evidentemente non voleva la guerra: e neanche il re”.
   Ancora il 22 del 23 settembre a Salandra, che si stava orientando per l 'intervento contro l'impero austro-ungarico, Sonnino disse tondo che “una campagna d'inverno non la possiamo fare, e tanto meno in montagna, poiché non abbiamo i vestiti  e cappotti da inverno per soldati e quanto occorre per farli svernare in campagna (…) Ma si potrà fare qualcosa di più in primavera? (…) I militari dicono di no, che ci vogliono anni (...)”. Non era lontano dalle convinzioni del ministro della Guerra, Domenico Grandi, costretto alle dimissioni da Salandra perché dubitava che il Paese, fucina dell'Esercito, avrebbe seguito il governo sulla via dell'intervento.
  Solo il 25 settembre Sonnino saltò il fosso. Secondo lui bisognava occupare Valona, in Albania, come fosse l'ombelico del mondo, mentre l'Europa era in fiamme da mesi con ben altre poste in gioco: “Conviene agire senz'altro  e subito senza più chiedere niente a nessuno”. Non solo. Raccomandò a Salandra di organizzare il colpo su Valona senza parlarne al ministro degli Esteri, San Giuliano, “che all'ultimo momento”. Una linea eversiva destinata ad approdare al colpo di Stato.
   Il 29 agosto Sonnino era ancora convinto che “agitazioni personali o di gruppo, sia di nazionalisti o di repubblicani, sarebbero ora fatali al paese”; e aggiunse: “Che tutta l'opinione del paese sia favorevole ad una guerra all'Austria non è esatto. Ricevo molte lettere in senso contrario”. Nominato ministro degli Esteri  in successione a San Giuliano (morto il 16 ottobre), cambiò registro. Il primo ministero Salandra era stato per la neutralità vigile, non troppo diversa dalla neutralità  vigile ed armata raccomandata da Giolitti. Il secondo imboccò invece la via della guerra. Il 30 ottobre Sonnino incalzò. Consapevole che non era facile rinviare la decisione definitiva, domandò: “Ma possiamo noi entrare in guerra presto, date le nostre deficienze militari? O queste sono ancora così gravi da sconsigliarlo  in modo assoluto pel momento, a meno di esserci forzati da un'aggressione esterna' Che cosa rispondono i militari a queste domande?”
   I militari non furono affatto interpellati. Cadorna fece il possibile con i pochi mezzi messi a disposizione dal governo. Consolidò le difese verso la Francia e studiò che cosa fare contro l'Austria, mentre rimaneva in programma l'invio di un'armata sul Reno per aiutare la Germania contro la Francia. I militari dovevano pianificare senza conoscere le decisioni supreme del governo: scelte politiche compiute senza basi tecniche, né misure economiche e finanziarie adeguate alle necessità. Solo in via incidentale il 5 maggio Cadorna apprese che venti giorni dopo l'Italia sarebbe entrata in guerra.
  Di sicuro con San Giuliano agli Esteri, anziché Sonnino, la storia avrebbe avuto altro corso. Ma l'anziano ministro degli Esteri morì proprio quando ve n'era più bisogno. A giudizio del piemontese Giovanni Giolitti, ancora forte in parlamento ma escluso dal governo (che non lo informò delle trame in corso, né della loro conclusione: il Patto di Londra del 26 aprile 1915) il cambio di alleanze e l'intervento in guerra fu un “colpo di governo”. Secondo il calabrese Antonio Cefaly, massone e vicepresidente del Senato, fu un “colpo di Stato”. Per l'Italia fu una catastrofe. L'indebitamento venne nascosto in mille modi. Ma corrose e pesò sul Paese ancor più che quarantun mesi di guerra di trincea. Non bastasse, come ricorda Gianpaolo Romanato nel Pio X vincitore dell'Acqui Storia 2014 (ed. Lindau), l'articolo XV del Patto escludeva la Santa Sede dal futuro Congresso della Pace. A quel modo veniva riattizzata  la “questione romana” proprio quando il paese aveva bisogno dell'unanimità dei cittadini, quasi tutti cattolici. Fu una pessima idea (*).
Aldo A. Mola
(*) Del drammatico scontro tra neutralisti e interventisti e delle contraddizioni del 1914-1915 si parlerà nel Convegno  “Il liberalismo italiano alla prova” organizzato dal Consiglio Regionale del Piemonte sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica (Palazzo Lascaris, Torino, 24 ottobre, h. 9), diretto da Domenico Tomatis e  con interventi di Guido Pescosolido, Tito Lucrezio Rizzo, Valerio Castronovo, Antonino Zarcone, Cosimo Ceccuti, Giovanni Scirocco, Romano Ugolini, Mario Caligiuri, Valerio Zanone, Nerio Nesi e Roberto Einaudi.
DATA: 05.10.2014
   
1864 DA TORINO A FIRENZE: LABORATORIO POLITICO DELLA TERZA ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28/09/2014

             Dal 15 settembre 1864  il destino di Torino fu segnato. Non fu più la capitale del regno d'Italia, costruito  dal  e nel Vecchio Piemonte decennio dopo decennio:  Pellico, Santa Rosa, Gioberti, Carlo Alberto morto esule a Oporto... Quel giorno i plenipotenziari di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II sottoscrissero a Parigi la Convenzione  che patteggiò il ritiro dei militari francesi da Roma con l'impegno dell'Italia ad assicurare l'incolumità dello Stato pontificio, ridotto a Roma e al Lazio, e con il trasferimento della capitale da Torino a un'altra città del regno, indicata dal re. A Roma le truppe francesi erano arrivate nel 1849. Vi annientarono la Repubblica capitanata dal triumvirato (Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini), ancor oggi spacciata, senza prove convincenti, quale emanazione della massoneria universale. Vi rimasero dopo la guerra del regno di Sardegna contro Pio IX (settembre 1860), l' annessione di Marche e Umbria alla corona di Vittorio Emanuele II, re costituzionale, e l'aggressione sabauda al regno delle Due Sicilie, senza dichiarazione di guerra (ottobre). La spedizione di Garibaldi del luglio-agosto 1862 (“Roma o morte”), disapprovata da tutti gli Stati europei, rinviò la soluzione diplomatica della “questione romana”, impostata da Camillo Cavour che il 27 marzo 1861 fece votare Roma Capitale  d'Italia dal primo parlamento nazionale. L'improvvisa morte del Gran Conte, il 6 giugno, interruppe il disegno.
  L'Italia ebbe un'infanzia difficile: dodici governi nel primo decennio di vita, un turbinio di maggioranze e di ministri dagli orientamenti più disparati. Nell'agosto 1864 il presidente del Consiglio, il bolognese Marco Minghetti, solo a trattative bene avviate informò il re. Vittorio Emanuele ne fu contrariato.  Si domandò che cosa avrebbe detto Torino. Appena quattro anni per ottenere la Lombardia  aveva rinunciato alla Savoia, culla della dinastia, e a Nizza sabauda dal 1388  Il trasferimento della capitale avrebbe sicuramente scontentato, anche perché gran parte dell'opinione voleva, si, il coronamento del Risorgimento (il Triveneto,  l'Istria, Fiume e Mantova, rimasta all'Austria dopo la pace di  Zurigo del novembre 1859), ma soprattutto chiedeva Roma.
  Il 21-22 settembre 1864 popolani torinesi che protestavano pacificamente contro il trasferimento della capitale vennero falciati da militari inesperti, comandati da graduati inetti. Un “omicidio colposo”. Non una “strage di Stato”: formula raccattata nella pattumiera del complottismo. Quei tragici “fatti” determinarono la sostituzione di Minghetti con il generale Alfonso La Marmora, una garanzia per la Corona e per il Vecchio Piemonte. Ne uscì male il quarantaduenne ministro dell'Interno, Ubaldino Peruzzi. Fiorentino, dal 1862 ripeteva  che la Camera nazionale era solo un  Parlamento subalpino ingrandito e bisognava “italianizzare quanto più si possa l'amministrazione”: polemica  nei confronti dell'egemonia dei piemontesi nei governi seguiti alla morte di Cavour: presieduti dal toscano Bettino Ricasoli e dall'alessandrino Urbano Rattazzi.
 Nel novembre 1864 il dibattito parlamentare sulla Convenzione di settembre fu decisivo nella storia politica italiana. Da un canto vide la nascita della Associazione Liberale Permanente, erroneamente detta Permanente Subalpina (in realtà era nazionale,  come ricorda  Valerio Monti nel robusto volume Torino@Italia.eu, ed. Centro Studi Piemontesi), dall'altro segnò la definitiva divisione della Sinistra. L'Estrema rimaneva repubblicana, venata di protosocialismo e di libero pensiero, corriva a metodi cospirativi e rivoluzionari. Proprio nel dibattito parlamentare sul trasferimento della capitale Francesco Crispi saltò il fosso. Da tempo aveva dichiarato che non era né mazziniano né garibaldino (anche se era stato il numero due della “spedizione dei Mille”ed anzi era stato proprio lui a spingere Garibaldi all'azione descrivendogli una situazione del tutto diversa da quella vera) ma crispino. Ora andò oltre. Pronunciò la frase famosa: “La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”. Era il rigetto non solo della cospirazione  mazziniana ma anche del federalismo di  Carlo Cattaneo, sempre fermo nel rifiuto del seggio parlamentare e polemicamente residente in Svizzera. Da quel momento la maggior parte della Sinistra scelse il confronto con la Destra all'interno delle istituzioni: Camere, consigli provinciali, comunali, dibattito nei giornali e nei congressi, meetings e banchetti politici, all'epoca in voga.
  Sul lato opposto il trasferimento della capitale spinse una parte importante della Sinistra piemontese ad arroccarsi a fianco di esponenti della Destra. La Permanente comprese personalità eminenti quali il cavouriano Gustavo Ponza di San Martino, il sindaco di Torino e dal 1865 deputato Emanuele Luserna di Rorà, Casimiro Ara, Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, Pier Carlo Boggio, l'albese Michele Coppino e molti  massoni  monarchici, come Carlo Michele Buscalioni, Felice Govean direttore della “Gazzetta del Popolo”, Riccardo Sineo, Tommaso Villa (genero di Angelo Brofferio), Achille Plebano...: tutti  disposti a rinunciare a Torino, ma solo in cambio di Roma.
   I governi susseguitisi dopo i fatti di Torino dettero molto spazio ai piemontesi. Dopo due ministeri La Marmora e un governo Ricasoli (1866-67, che resse alle sconfitte militari nella  Terza guerra d'indipendenza, a Custoza e a Lissa, ma crollò per l'esito delle elezioni politiche del marzo 1867) alla presidenza tornò l'alessandrino Urbano Rattazzi, che portò al governo Giovanni Thaon di Revel e Coppino.
    Il secondo governo Rattazzi  finì male. Il primo era caduto dopo il ferimento di Garibaldi ad Aspromonte. Il secondo crollò con il fallimento della spedizione di Garibaldi dell'ottobre-novembre 1867, chiusa con la sconfitta dei volontari a Mentana. Il presidente non poteva non sapere. Doveva favorire il colpo di mano sfidando l'Europa o impedirlo sul nascere. Da tre anni Firenze era la capitale. Non era scritto in alcun libro del destino che a tirarci fuori dall'impiccio sarebbe stato il il principe Otto von Bismarck che nel luglio 1870 provocò Napoleone III sino a fargli dichiarare guerra alla Prussia: un suicidio, perché i tedeschi vinsero a Sedan, il secondo Impero crollò e il governo italiano corse a Roma per evitare che vi nascesse una Terza Repubblica come quelle del 1798 e del 1849, su imitazione di quella sorta a Parigi.
  Da capitale Firenze divenne laboratorio politico, anche tramite la Loggia massonica “Universo”, che si radunava alla Camera dei Deputati. Torino era stata la terra degli ideali. Sulle rive dell'Arno si passò alla prosa. Alcuni  ex mazziniani e garibaldini di diverse regioni dettero vita al Terzo Partito, capitanato da Antonio Mordini e da Angelo Bargoni, massoni: pochi  ma  decisivi per tenere in sella i tre governi del generale Luigi Federico Menabrea. Nel 1869 questi cedette il passo al ministero presieduto da Giovanni Lanza, di Casale Monferrato, con il biellese Quintino Sella  alle Finanze. Cinque anni dopo le Convenzioni di settembre  del 1864 il Vecchio Piemonte tornò al potere. Nel frattempo fu varato il nuovo catasto, venne introdotto il corso forzoso della moneta, fu imposta la tassa sulla macinazione delle farine (sul pane dei poveri, fu detto, non a torto), sul sale, su tutto, mentre la redditizia tassa sui tabacchi venne ceduta a una società privata che anticipò il capitale di cui lo Stato aveva urgente bisogno. S'aggiunse l'obbligo del servizio militare in terre che non lo conoscevano da secoli.
  Anni difficili, insomma. Ne ha scritto  Giovanni Marongiu in La politica fiscale dell'Italia liberale dall'Unità alla crisi di fine secolo (ed.Olschki). Molti rimanevano convinti che l'Italia non ce l'avrebbe fatta. Gli elettori erano mezzo milione. A votare andava il 51-53% degli aventi diritto. Occorreva tempo prima che gli italiani si facessero “assennati sul serio”, come scriveva  Bettino Ricasoli al fratello Vincenzo. Ma l'unità  non era in discussione (Ricasoli, Gli scritti a cura di Barrotta, Bertoncini e Ricci, ed. “Libro Aperto”). Quell'Italia aveva progetti grandiosi: persino colonie in terre lontane. Puntò soprattutto su istruzione, commerci, impresa. Furono anni di entusiasmo e di libertà di parola come oggi non immaginiamo. Basti rileggere i Giambi ed Epodi di Giosue Carucci che si firmava Enotrio Romano o i Postuma di Lorenzo Stecchetti, che pubblicava con lo pseudonimo di  Argia Sbolenfi. Fu la Terza Italia, dopo quella dei Consoli e dei Cesari, dei Comuni e delle Signorie. Fu l'Italia dei re sabaudi e dei patrioti, fossero della Permanente o del Terzo Partito, della Destra o della Sinistra storica. Uniti da un ideale: l'Italia e, come si diceva, la Patria. Un modello per l'Europa di ieri e di oggi, perché assicurò indipendenza, unità e libertà al “volgo disperso”.
Aldo A. Mola      
(*) Sui “fatti di Torino” del settembre 1864 si è svolto un equilibrato Convegno al Consiglio regionale del Piemonte, promosso dal Centro Studi Piemontesi  con interventi di Domenico Tomatis,Albina Malerba, Rosanna Roccia, Georges Virlogeux, Giansavino Pene Vidari, Gustavo Mola di Nomaglio,  Elena Gianasso e altri.
DATA: 01.10.2014

IL NUOVO VOLANTINO DELL'U.M.I.
COMPARAZIONE TRA I COSTI DELLA REPUBBLICA E LE MONARCHIE


VOLANTINO UNIONE MONARCHICA ITALIANA    Con il mese di settembre l'Unione Monarchica Italiana ha cominciato una campagna di sensibilizzazione nelle piazze di varie città italiane, con dei punti informativi nell'ambito dei quali viene distribuito materiale e l'Associazione si presenta ai cittadini.
    Il volantino concepito per questa campagna mette a confronto i costi della Presidenza della Repubblica Italiana e di quella francese con le Monarchie europee. Il dato, già noto da tempo ma che va ribadito, risulta sempre sorprendente: il Quirinale repubblicano costa sei volte più di Buckingham Palace. La riflessione che sorge spontanea è che le Monarchie fruttano ai propri paesi in quanto diventano motivo di attrazione anche turistica mentre alle repubbliche questo aspetto manca completamente. Quindi quando ci sentiremo dire: "Perché dovremmo mantenere un Re?" la risposta sarà semplice: "Perché qualsiasi Re costa di gran lunga di meno della nostra Presidenza della Repubblica!", senza contare tutti gli altri vantaggi.

DATA: 25.09.2014

MILLE NON PIU’ MILLE

Il medioevo fu molto più dell’epoca oscura che molti libri di storia ci hanno insegnato. Non mancò l’arte, non mancò la cultura, ne sparirono la filosofia od il pensiero anche se ai più, disgraziatamente, erano poco accessibili. Lontani da qualunque forma d’illuminismo i popolani sopravvivevano tra la fede condizionata da una ferrea dottrina e le credenze, per lo più quasi mute e striscianti per terrore dell’inquisitore, e leggende che fiorivano tra i campi faticosamente dissodati. Si diffuse, quindi, il celeberrimo “mille non più mille” dalle dubbie origini dibattute in numerose teorie. Per i più significava il terrore che allo scoccare dell’anno mille, cioè il millesimo dalla nascita di Cristo, il mondo finisse e così il corso dei tempi. L’apocalisse ovviamente non ci fu ed al contrario abbiamo passato, pur a fatica, i duemila. Curiosamente il “mille” è tornato alle cronache dal momento che il nostro gioioso capo del governo ci ha illustrato le sue promesse per l’avvenire. Eravamo rimasti ai primi “cento giorni” poi ci siamo scordati che cosa ci aveva ventilato allora, adesso siamo passati ai prossimi “mille giorni” che Renzi ci ha molto ben spiegato pensando, probabilmente, di rispiegarceli quando passeranno. L’imbonitore conosce bene l’arte sua! Ma si sa che in Italia la politica ha ritmi piuttosto vivaci ed i governi, di massima, durano poco soprattutto quando, realizzata se si riuscirà la legge elettorale, la loro reale missione verrà meno. Siamo sereni nel 2018 non ci sarà bisogno di spiegarci il perché le promesse non saranno state mantenute. L’esecutivo cambierà senz’altro prima. In politica vale ancora l’espressione “mille non più mille” visto che a Palazzo Chigi nessuno ha mai tagliato cinque panettoni e cinque colombe. Per lo meno mai tutti e tutte in fila!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 23.09.2014
    
TUSCANIA (VT): XX ANNIVERSARIO DELL’INTITOLAZIONE DEL GIARDINO COMUNALE AL RE UMBERTO II

TUSCANIA (VT): XX ANNIVERSARIO DELL’INTITOLAZIONE DEL GIARDINO COMUNALE AL RE UMBERTO II21 settembre 2014 - In occasione del ventesimo anniversario dell’intitolazione del parco del comune di Tuscania (VT) al Re Umberto II di Savoia, la delegazione viterbese dell’Istituto delle Guardie d’Onore al Pantheon, guidata dal dott. Aldo Quadrani, ha organizzato una commemorazione dell’evento.
Il Parco fu voluto dall’allora Amministrazione Comunale a testimonianza e ringraziamento al Re Umberto II che inviò i primi aiuti umanitari, tramite il ministro della Real Casa Falcone Lucifero, alla cittadina di Tuscania sconvolta dal terremoto del 17 febbraio 1971.
L’intitolazione del Parco avvenuta il 25 settembre 1994 ebbe una grande risonanza a livello nazionale in quanto fu il primo sito pubblico ad essere intitolato, in periodo repubblicano, al quarto Capo dello Stato Italiano: Re Umberto II.
I promotori hanno invitato ufficialmente tutte le associazioni monarchiche e l’Unione Monarchica Italiana era presente nelle persone del Segretario Nazionale Davide Colombo, del Presidente regionale dell’Umbria Maurizio Ceccotti, del Dr. Pier Luigi Leoni del Club Reale di Orvieto, della Dott.ssa Virginia Flavia Pellegrini Pacchiani dell’U.M.I. di Viterbo e della Prof.ssa Danila Annesi.
Alle ore 10.00 i presenti si sono ritrovati nei giardini Umberto, davanti al monumento che raffigura il Sovrano, dove Aldo Quadrani, Franco Ceccarelli, già promotore dell’intitolazione dei giardini nel 1994, e il Presidente delle Guardie d’Onore Ugo d’Atri hanno ricordato l’iter che portò alla cerimonia di vent’anni prima e reso omaggio al Sovrano. Presenta l'Assessore alla Cultura, Dott. Franco Ciccioli, che ha portato i saluti dell'Amministrazione comunale. Il ricordo si è concluso con la deposizione di una corona di fiori ai piedi del monumento. E’ poi seguita, presso il Duomo di Tuscania, una Santa Messa in memoria del Re Umberto II, nel corso della quale è stata letta la preghiera dedicata al Sovrano. La giornata si è conclusa con un incontro conviviale presso un ristorante tipico nel centro dello splendido borgo.
TUSCANIA (VT): XX ANNIVERSARIO DELL’INTITOLAZIONE DEL GIARDINO COMUNALE AL RE UMBERTO II
Da sinistra: il monumento al Re Umberto II, Davide Colombo, Pier Luigi Leoni, Aldo Quadrani, Maurizio Ceccotti, Ugo d'Atri, Franco Ceccarelli, Franco Ciccioli.
Nella prima foto un momento della cerimonia.

DATA: 21.09.2014

LE ALPI TRA SQUADRA E COMPASSO: GLI IMPERVI SENTIERI DELLA FRATELLANZA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/09/2014

Aldo Mola             L'Europa era più unita nel Settecento che adesso? Per molti aspetti, non lo era affatto. Il Potere era come le “bolle d'acqua”: una forza della natura. Come il “dito di Dio”, colpiva duro qui e là, in tempi e modi imprevedibili. Travolgeva e annientava o risparmiava. Molti morivano in fasce, i più avevano una speranza di vita di circa vent'anni. Taluni, fortunatamente ai margini della Storia, morivano decrepiti, con gli occhi infossati nei ricordi. La generalità della popolazione era stanziale. Contadini e montanari campavano dove nascevano. La maggior parte degli abitanti delle città, quasi tutte murate, di rado usciva dal proprio quartiere. Lì aveva il necessario, per il corpo e soprattutto per la  salute eterna. La parrocchia era la misura della vita, cadenzata da campane, preghiere, processioni, pellegrinaggi al santuario fuori porta per le feste annuali in cerca di miracoli. L'unità del continente aveva il volto della guerra: invasioni, scorrerie, armate in transito da un capo all'altro dell'Europa, specialmente attraverso i valichi alpini, come il “cammino degli spagnoli”:  migliaia di soldati che, come cavallette, divoravano le risorse dei territori via via percorsi, mentre gli ufficiali si facevano ospitare dai notabili, lasciando alle spalle sgradevole memoria delle loro “dragonnades”.
  Da parafulmine funzionava un reticolo di “società”: ordini e confraternite religiose, corporazioni di mestiere, congreghe di affari e militari, un universo disgregato con l'avvento degli Stati nazionali tra Otto e Novecento. La prima spallata fu data a metà Settecento, con l'offensiva che nel 1773 costrinse papa Clemente XIV a sciogliere la Compagnia di Gesù, 460 anni dopo la condanna dei Templari da parte di Clemente VI, in combutta con Filippo IV il Bello, re di Francia.
  Le grandi rivoluzioni di fine Settecento hanno sostituito la persona con il cittadino. Un'operazione abile. Iniziò con la promessa dei diritti dell'uomo. Continuò con l'imposizione di obblighi e di divieti, che si sommarono agli asfissianti precetti delle chiese. I secondi prevalsero sempre più sui primi. Alla fine il cittadino si ritrovò, come si trova,“statizzato”: identificato con Destini e Alte Missioni volute da altri e chiamato al sacrificio di sé in nome di scelte non sue. Vano ribellarsi. Un tempo il Principe appaltava la riscossione di tasse e imposte a esattori che provvedevano a spennare la popolazione. Nella Sardegna da poco annessa, un ministro di Carlo Emanuele III di Savoia si rese talmente temuto e odiato che ancora nel secolo scorso per spaventare i bambini le mamme minacciavano: “Chiamo Bogino!”. Adesso la tassazione neppure bussa alla porta: arriva come intimazione e minaccia di  vessazioni ulteriori. Il cittadino scopre di non avere riparo tra sé e il Moloch. Cerca di arrabattarsi.
  Nel Settecento, quando lo Stato moderno cominciò ad affacciarsi con la sua gabbia  di doveri e di divieti, proprio per salvaguardare la  dignità alla persona e la sua partecipazione a una “ecclesia”  più universale delle chiese, l'una contro l'altra armate, e mettersi al riparo dai poteri regi, più esosi di quello Imperiale, ormai al crepuscolo, cominciò a diffondersi una associazione poi discussa e sospettata: la Massoneria. Che cos'era? Che cosa volle essere? Ne sono state date decine di spiegazioni. Tra le molte, una pare più aderente alla realtà storica: inserire la persona in una catena d'unione, sia tra i soci di un gruppo territoriale, la “loggia”, sia nella galassia delle logge sparse sulla superficie del globo, da Scozia e Inghilterra alle Indie, dal Mediterraneo alla Nuova Inghilterra, quelle Colonie che nel 1776 rivendicarono l'indipendenza con un atto firmato quasi esclusivamente da massoni, a cominciare da George Washington. Ogni loggia si dette le sue regole all'interno della fratellanza universale, ma a ben vedere gli obblighi (charges) si riducono a uno solo: fare agli altri quel che vorresti fosse fatto a te. Rispetto, silenzio, benevolenza.     
  Nuova nelle forme, antica nei principi costitutivi, la nuova associazione rese meno invalicabili i confini tra gli Stati, propiziò il dialogo, la tolleranza, la ri-conoscenza.  Lo si vide tra Piemonte e Provenza, due versanti di un mondo che le Alpi avevano sempre unito negli scambi d'ogni genere. Ne ha scritto Yves Hivert-Messeca negli studi preparatori della poderosa opera L'Europe sous l'Acacia (ed. Dervy). Come la squadra e il compasso, l'archipendolo e il grembiule di lavoro, l'acacia, arbusto gentile, tenace e universale, è tra i simboli più eloquenti della Massoneria.  
  Intorno alla Massoneria, che è un Ordine iniziatico, sono fiorite e perdurano leggende nerissime, in parte spiegabili anche per la condotta dei “fratelli” (come i massoni si chiamano reciprocamente, sull'esempio degli ordini religiosi medievali, dei cristiani delle origini e dei filosofi antichi), spesso corrivi a dichiararsi padri naturali o almeno putativi di tutte le rivoluzioni, come il regime franco-napoleonico, salvo pagarne alto prezzo con persecuzioni e scomuniche. A ben vedere la Massoneria assunse i colori delle diverse età e dei distinti paesi nei quali allignò. In tal modo via via perse l'identità originaria e moltiplicò gli equivoci sul proprio conto. Tra le cause di maggior confusione vi fu la convergenza di una parte dei massoni, occasionale e strumentale, con  la Carboneria, che di suo era una babele di correnti, alcune sovversive, altre cristiane e conservatrici, tutte ai margini della legge comune.         
   Mentre in Francia regnava Luigi Filippo d'Orléans, il “re borghese”, il Piemonte  di Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1831-1849) avviò graduali riforme, coronate con lo Statuto che nel marzo 1848 proclamò l'uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi e frenò la rivoluzione repubblicana, esplosa un mese in Francia e poi repressa da Napoleone III.
   La Massoneria liguro-subalpina risorgente da quegli anni ebbe tre anime: una  monarchica; una repubblicana e quella di Garibaldi, che prese per insegna “Italia e Vittorio Emanuele”, fece da trait-d'union fra le altre due e avviò la massoneria  italiana a impegnarsi sui problemi della società, sul modello del Grande Oriente di Francia e  della Gran Loggia di Francia. Ruolo eminente in tale processo ebbero piemontesi di caratura internazionale, quali Carlo Michele Buscalioni, ex allievo del seminario di Mondovì, Felice Govean, nativo di Racconigi, Costantino Nigra, Bartolomeo Casalis e, sul versante ligure, la “Trionfo Ligure”  di Genova (direttamente all'obbedienza del GOF) e la loggia di San Remo, animata da GioBatta Calvino, nonno di Italo, l'autore di Il Barone rampante, fiaba massonica inneggiante alla libertà della vita secondo natura, come ha documentato Luca Fucini. La centralità della Francia per i “fratelli d'Italia” si manifestò nell'adozione del rito francese da parte del nascente Grande oriente italiano, poi  “d'Italia”, perché risultava generalmente noto e praticato, più del Rito scozzese antico e accettato che aveva  una delle sue “capitali” a Parigi, ove il 16 marzo 1805 fu costituito il Supremo Consiglio “per l'Italia”.  Dopo la proclamazione dell'unità nazionale e l'annessione di Roma (1861-1870) la Massoneria italiana accettò la monarchia (lo fecero antichi mazziniani e garibaldini:Adriano Lemmi, Federico Campanella, Aurelio Saffi,.., sino a Giosue Carducci, Ernesto Nathan, sindaco di Roma, il pastore protestante Saverio Fera, fondatore della Gran Loggia d'Italia)  proprio quando la  massoneria francese si schierò invece per la repubblica. L'opzione istituzionale fu come il pendolo: quando la Francia andava una direzione, l'Italia oscillava dall'altra; e viceversa.
    Le tensioni tra i due Stati, sempre più acute sia nella politica estera e coloniale, sia nelle prospettive della stabilità europea, si ripercossero sulle rispettive organizzazioni massoniche. Le logge non si occupavano esplicitamente di questioni politiche e religiose, men che meno delle beghe doganali che intralciavano i commerci e ritardavano la realizzazione delle opere pubbliche necessarie ad avvicinare i popoli, a superare antiche e nuove barriere. Però non fermarono la marea montante del nazionalismo che serpeggiava nei quotidiani, nelle riviste, nelle caserme e soprattutto dilagò nelle aule, ove gli scolari furono indottrinati e incitati a considerare nemico qualunque straniero, come nei secoli avevano fatto i chierici che marchiavano i non osservanti come eretici, dannati sin da vivi alle pene dell'inferno.   
   Le logge liguro-piemontesi svolsero un ruolo decisivo per attutire le ripercussioni sulla popolazione dei conflitti tra i governi di Roma e di Parigi. Fu soprattutto il caso del Ponente Ligure e del Nizzardo, le cui Officine ebbero relazioni dirette, non sempre gradite a Roma, sia nel primo Novecento, sia nei mesi difficili della neutralità, nel 1914-15. L'intervento dell'Italia nella Grande Guerra  a fianco della “sorella latina” e della Gran Bretagna risolse tanta parte del contenzioso, ma nel dopoguerra le nubi tornarono ad addensarsi, con conseguenze di lungo periodo. La svolta venne solo durante la lotta di liberazione. Nel 1945-48 la Francia tornò a essere presa a modello, ma in una visione ormai europea, anzi euro-mediterranea: un processo lungo, tuttora  incompiuto, perché il nazionalismo (caricatura deformante della Nazione) sopravvive allo svuotamento di poteri degli Stati nazionali. E' anch'esso un virus mutante, difficile da isolare e, ancor più, da debellare. (*)
Aldo A. Mola
(*) Di “Alpi tra squadra e compasso” hanno parlato ieri al Castello di Serralunga Giancarlo Guerreri, Yves Hivert-Messeca, Bruno Camillo Gino, Jo Carletto, Gianni Rabbia, Renato Ariano, Mario Abrate e altri nel quarantennale della “Pietro Musso” (Gran Loggia d'Italia). Sul tema rimane fondamentale  Logge e massoni in Piemonte e Val d'Aosta di Vittorio Gnocchini, con pref. di Fulvio Basteris  (ed. Polografico)
DATA: 20.09.2014
  
REFERENDUM PER L'INDIPENDENZA DELLA SCOZIA: IL COMPIACIMENTO DELL'U.M.I.

La regina Elisabetta e la Scozia    A seguito del risultato referendario del 18 settembre, con il quale gli scozzesi hanno detto “NO” all'indipendenza dal Regno Unito, l'Unione Monarchica Italiana esprime vivo compiacimento per il significato politico espresso da questo evento.
    Sebbene la Monarchia non sia mai stata messa in discussione (Elisabetta II sarebbe rimasta anche Regina della Scozia indipendente), la Corona si è ulteriormente rafforzata per l'altro valore unitario dimostrato. È indicativo che la nascita del nuovo Royal Baby, secondo i sondaggi, avrebbe influenzato il voto tanto è l'affetto degli scozzesi nei confronti della Famiglia Reale.
    La Scozia non ne esce indipendente ma, anche grazie alla vittoria misurata dei NO, si rafforza politicamente ed economicamente. Il Governo di Sua Maestà, con in prima persona il Premier David Cameron, si è impegnato a venire incontro alle richieste scozzesi in ambito di autonomia e devolution.
    Le Monarchie moderne sono dei baluardi di unità nazionale, assicurando il pieno rispetto e la valorizzazione delle realtà territoriali. Caso esemplare ne è il Belgio dove il paese rimane unito principalmente grazie alla presenza della Corona che garantisce l'armonia tra le diverse popolazioni.
    Il referendum scozzese sia d'esempio per le altre realtà europee dove uno stato con piena consapevolezza di sé, come solo una Monarchia può essere, sia il massimo baluardo dell'unità, ridimensionando le pericolose richieste di secessione che possono giungere dai territori che richiedono maggiore autonomia.

Avv. Alessandro Sacchi
Presidente nazionale U.M.I.
Davide Colombo
Segretario nazionale U.M.I.

        Roma, 19 settembre 2014


DATA: 19.09.2014

LA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO: NELLA STORIA NEI MONUMENTI NEI MUSEI

Roberto Carotti    Il 18 settembre del 1860 si combattè nei pressi di Castelfidardo (AN) la celeberrima battaglia nella quale si scontrarono l’esercito sardo-piemontese di re Vittorio Emanuele II guidato dal generale Enrico Cialdini e quello di Papa Pio IX agli ordini del generale La Moricière del quale furono impegnati prevalentemente reparti comandati dal generale Pimodan. La battaglia fu vinta dall’esercito sardo-piemontese che poteva contare oltre che su un esercito più numeroso anche su armi più moderne oltre che su soldati meglio addestrati e più coesi. Il giorno 29 dello stesso mese l’epilogo, assediato per terra e per mare capitolava anche il presidio pontificio di Ancona, al quale si erano uniti nel frattempo anche i superstiti della battaglia Castelfidardo guidati dal generale La Moricière, che attesero invano dall’Adriatico il soccorso degli austriaci. Il 3 ottobre sbarcò nel porto di Ancona il re Vittorio Emanuele II accolto da una città festante in un tripudio di bandiere tricolori al vento che garrivano per la gioia dell’avvenuta liberazione. Il popolo anconetano percepì subito la portata storica dell’evento appena realizzatosi. Il plebiscito del 4-5 novembre 1860 infatti sancì a larghissima maggioranza l’unione delle Marche e dell’Umbria al Regno di Sardegna e la volontà di avere Vittorio Emanuele II di Savoia re costituzionale. La battaglia di Castelfidardo fu una tappa fondamentale per la costruzione del futuro Regno d’Italia, in quanto con l’annessione delle due regioni si univano i territori già conquistati al sud da Garibaldi con quelli del Regno di Sardegna, che nel frattempo aveva annesso anche la Toscana e l’Emilia Romagna. Figura determinante per la riuscita dell’impresa militare oltre a quella del re Vittorio Emanuele II e del generale Cialdini, fu quella dell’allora Capo del Governo Camillo Benso conte di Cavour. Fu proprio di quest’ultimo infatti il merito di aver scongiurato, grazie alle la sue doti diplomatiche, un possibile intervento francese a fianco delle truppe papaline, e anche quello a vittoria ottenuta, di non aver voluto clamori per la grande impresa. Tutto infatti doveva passare sotto traccia, bisognava tenere un basso profilo e fare in fretta per non irritare quelle nazioni cattoliche europee che vedevano nello Stato Pontificio un punto di riferimento per gli equilibri generali. La strategia di Cavour fu produttiva di effetti e pose le basi anche per una futura annessione di Roma e del Lazio, al momento impossibile, ma in futuro fattibile! Il capolavoro diplomatico di Cavour, esattamente dieci anni dopo la battaglia di Castelfidardo, infatti, diede i suoi frutti. [....]

DATA: 19.09.2014


INDIPENDENZA SCOZZESE, I RISCHI PER L’EUROPA

Giovedi 19, tra poche ore quindi, il popolo scozzese sarà chiamato ad una storica decisione: restare unito con l’Inghilterra o andare per la propria strada.
Secondo un recente sondaggio, i sostenitori dell’indipendenza della Scozia sarebbero in lievissimo vantaggio tanto che perfino la Regina Elisabetta, che fino a pochi giorni fa aveva mantenuto la più stretta neutralità, si è pronunciata limitandosi ad auspicare che gli scozzesi “riflettano molto bene”.
Ma quali sarebbero le conseguenze di una Scozia indipendente? Quali sarebbero i rapporti con l’UE, con la Corona inglese, con la moneta unica? Vediamoli, in estrema sintesi.
Rapporti con la UE
Gli indipendentisti scozzesi hanno condotto la loro campagna referendaria rassicurando l’elettorato circa un’automatica permanenza (o adesione) della Scozia all’UE. Così non è. Lunedì scorso, infatti, la Commissione di Bruxelles ha ribadito la propria posizione e cioè che la Scozia indipendente dovrebbe uscire dalla UE e poi ripresentare una domanda di adesione. Ulteriore conseguenza sarebbe poi la probabile fuoriuscita della stessa Inghilterra dall’UE quando, venuto meno l’elettorato tendenzialmente più europeista della Scozia, nel 2017 si celebrerà il referendum promesso da Cameron sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione.
Politica monetaria
Varie sono le opzioni relative alla moneta circolante nel futuro Stato scozzese indipendente.
C’è chi ritiene che la sterlina continuerà a essere la moneta ufficiale, ma la Banca d’Inghilterra non sembra essere dell’avviso. Altri ritengono che la sterlina sarà ufficiosamente la moneta della Scozia, come lo è il dollaro per alcuni piccoli stati centro americani, ma anche questa opzione non sembra percorribile. Quello che è certo è che sia la Royal Bank of Scotland sia il Lloyds Banking Group, in caso di vittoria degli indipendentisti, sposteranno le loro sedi a Londra abbandonando la Scozia. Stessa intenzione hanno espresso alcuni dei più grandi gruppi industriali scozzesi quali i giganti petroliferi Royal Dutch, Shell e BP.
Difesa
La Gran Bretagna dispone di quattro sottomarini con testate nucleari Trident ancorati nella base navale di Faslane in Scozia. Gli indipendentisti hanno già dichiarato che, in caso di vittoria, i sommergibili dovranno lasciare la Scozia. I costi di un tale trasloco sono stati calcolati in svariati miliardi di sterline, con conseguente taglio di migliaia di posti di lavoro presso le ex basi.
Irlanda del Nord
L’indipendenza scozzese potrebbe anche destabilizzare l’Irlanda del nord. Sebbene l’accordo di pace del 1998 abbia posto fine a anni di violenze, l’Irlanda del nord rimane profondamente divisa tra cattolici, fautori di una riunione con l’Irlanda, e protestanti, in maggioranza favorevoli a restare con l’Inghilterra. L’eventuale vittoria degli indipendentisti scozzesi potrebbe riaprire un “fronte” che si pensava ormai pacificato.
Capo dello Stato
L’eventuale vittoria degli indipendentisti non muterebbe nulla, allo stato, in merito alla posizione della Regina Elisabetta a Capo dello Stato scozzese. L’Unione delle due corone (scozzese ed inglese) è di cento anni anteriore alla unione tra i due stati. Le corone di Scozia ed Inghilterra si unirono infatti nel 1603, con la morte dell’ultima Stuart, Elisabetta I, mente i due regni rimasero formalmente separati fino al 1707.
Solo successivamente, probabilmente, gli scozzesi saranno chiamati ad un nuovo referendum per pronunciarsi sulla forma di stato da dare alla loro nuova nazione, ed anche in tal caso si può ritenere che l’opzione monarchica sarà prevalente. In ogni caso rileviamo che l’ultima discendente degli Stuart, la Duchessa d’Alba (Caytena Fitz James Stuart) ha già dato la propria disponibilità a regnare sulla Scozia.
Secessionismi europei
L’Europa guarda con apprensione alla situazione scozzese, ma la Spagna è il paese più interessato. Il Governo di Madrid si è infatti opposto a che si tenesse in Catalogna un referendum simile a quello scozzese, ma gli indipendentisti catalani terranno comunque una consultazione non vincolante.
L’eventuale vittoria degli indipendentisti scozzesi darebbe sicuramente più coraggio ai catalani, ma anche ai baschi, ai fiamminghi…. e forse anche ai veneti.
L’Unione Monarchica Italiana, ovviamente, auspica che la Scozia rimanga unita con l’Inghilterra, sia per evidenti ragioni economiche, sia per motivi storici ed ideali.
Una cosa però è certa, l’indipendentismo di ricche e nobili regioni quali la Catalogna o il Veneto non si potranno, nel lungo periodo, contrastare solo con la retorica patriottica, ma dovranno intervenire profonde riforme economiche che consentano, a quelle popolazione, di fruire e beneficiare del frutto del loro lavoro. Solo così verranno sconfitti antistorici movimenti secessionistici.
E proprio di riforme economiche parlerà l’UMI a Torino, il 29 novembre p.v….
Ma questa è solo un’anticipazione, il programma seguirà.
Edoardo Pezzoni Mauri - U.M.I. Torino
DATA: 16.09.2014

REDIPUGLIA: L'OMAGGIO DI PAPA FRANCESCO AI CADUTI DEL SACRARIO
I SAVOIA IN PRIMA FILA

Amedeo, Aimone, Silvia di Savoia, Alessandro Sacchi e Aldo Mola a Redipuglia
(fotogramma tratto dalle riprese del Centro Televisivo Vaticano - da sinistra Aldo Mola, Silvia di Savoia, Amedeo di Savoia, Aimone di Savoia, Marco Grandi, Alessandro Sacchi)
La mattina di sabato 13 settembre 2014 si è tenuta la visita del Papa al Sacrario di Redipuglia (GO). Nonostante la pioggia battente nella prima parte della mattinata, oltre quindicimila persone hanno affollato quei luoghi sacri alla Patria e si sono raccolte in preghiera durante la Santa Messa celebrata dal Pontefice.
In prima fila il Capo della Famiglia Reale Italiana, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia, la consorte S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia, Duchessa di Savoia, e il Principe ereditario S.A.R. Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e Duca delle Puglie. Ad accompagnare i Principi sabaudi il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Prof. Aldo A. Mola, con il Segretario della Consulta Ing. Gianni Stefano Cuttica e il Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi. Il Santo Padre ha personalmente consegnato al Capo di Casa Savoia, come alle altre autorità civili, religiose e militari presenti, la lampada "Luce di San Francesco". La lampada donata è stata offerta dal Sacro Convento di Assisi, e l'olio dall'Associazione Libera di Don Luigi Ciotti.
I ragazzi del Fronte Monarchico Giovanile Stefano Terenghi di Lecco e Andrea Zacchigna di Varese hanno fatto garrire sotto la pioggia il tricolore del Regno d'Italia e, al termine della funzione religiosa, si sono recati sulla tomba dell'Eroe della III Armata, il Duca d'aosta Emanuele Filiberto, a rendere omaggio al valoroso militare.
A breve pubblicheremo un dettagliato resoconto della giornata.
Omaggio a Emanuele Filiberto del F.M.G.
F.M.G. - Stefano Terenghi e Andrea Zacchigna rendono omaggio alla tomba del secondo Duca d'Aosta.
DATA: 13.09.2014

REDIPUGLIA, “PRESENTE!” - IL PEGNO DELLA NAZIONE ITALIANA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 13/09/2014

          Redipuglia. Silenzio. E' Sacrario della Patria. Centomila salme dei 680.000 italiani morti nella Grande Guerra. Sessantamila non identificate. Quarantamila in ordine alfabetico, con l'insegna “Presente”. Lì è l'Italia. La Nazione, che nell'Italia dei re, di Garibaldi, Cavour, Mazzini... non significò né significa  nazionalismo.E' l'Italia: quella di allora e di oggi. Al centro riposano Emanuele Filiberto, Duca di Aosta, comandante della III Armata dal primo all'ultimo giorno del conflitto, e i generali che gli furono accanto.
  Redipuglia. Silenzio Fuori Ordinanza. Groppo in gola, occhio asciutto. Come ad Aquileia, ove giacciono i militi tra i quali venne scelto il Soldato Ignoto tumulato all'Altare della Patria. Come a Montecassino. Come dinnanzi a ognuna delle ottomila lapidi che in altrettanti comuni ricordano i caduti per l'Unità nazionale, nelle imprese coloniali, nella Grande Guerra e nel Secondo conflitto mondiale, i militari e i civili morti  dal 1945 a oggi nella difesa dell'ordine interno e internazionale. 
 A Redipuglia non si va a insegnare la storia a chi vi è sepolto. Non si va per dire quel che sarebbe stato meglio fare. Si va per capire perché e come è accaduto. Per sentire il brivido della storia. La guerra. Non l'avevano voluta né i centomila militari schierati nel silenzio che chiede rispetto, né il Duca d'Aosta. Quando però il governo gettò il loro Paese nel conflitto, gli italiani si batterono con determinazione crescente. Nata come Stato unitario da appena mezzo secolo, con immani ritardi, dovuti parte  a tare proprie, parte a dominazioni straniere, assediata da alleati e da nemici l'Italia entrò nella lotta, illusa che sarebbe durata tre mesi, non quarantuno, e sarebbe costata poche migliaia di vittime, non oltre due milioni, e un indebitamento spaventoso (come alcuni, per altro, avevano previsto). La guerra aleggiava da tempo, ma non solo da allora e non solo perché tutti gli Stati europei fossero armati sino ai denti. Tutti i libri sacri sono pieni di guerra. Molti militari portavano in tasca la Bibbia, che è zeppa di atrocità, e la Divina Commedia, che stilla sangue da tutte le sue Cantiche: i dannati, gli espianti, i salvi, spesso martiri. Dopo l'avanzata austro-germanica dell'ottobre 1917 anche chi inizialmente era contro la guerra dichiarò che la Patria era in pericolo. La Patria era sul  Piave: lo dissero socialisti, cattolici e lo stesso Giovanni Giolitti, che nel 1914-1915 aveva fatto il possibile per  scongiurare l'intervento nel momento sbagliato.
   Redipuglia. Le spoglie dei militari italiani parlano anche per quelli degli altri Paesi, dell'uno e dell'altro fronte. Ci interrogano. E' ovvio, oggi, dire che la Grande Guerra fu una “inutile strage”. Lo esclamò accorato Benedetto XV, ma solo nel 1917, quando ormai la Russia era nel baratro della rivoluzione che condusse Lenin al potere. Lo affermò quando l'Austria-Ungheria, storicamente privilegiata dalla Santa Sede che sino al 1903 subì il veto all'elezione di un papa sgradito a Vienna, era allo stremo; e dopo che torbide trame avevano lambito il Sacro Soglio.   
   Grande Guerra e intervento dell'Italia appartengono al passato. Non vanno strumentalizzati. Vanno capiti e spiegati, perché questo è l'ufficio dei monumenti  (dal latino “monere”: ammonire) e della Storia, che non è né giustiziera né assolutoria, ma apprende e spiega. Ormai tutti convengono  che la Grande Guerra fu un errore catastrofico. Ma è vano criminalizzare chi lo compì, chi governò o non seppe governare. Tutto è passato.  Quel passato non attende “sentenze” ma pietà. Ogni fiore sul tumulo è bene accetto. Chi lo depone, però, non può aggiungere una “sentenza”. 
  Vale anche per il Capo dello Stato della Città del Vaticano. Nel settembre 1870 Pio IX ordinò al proprio esercito di resistere in armi a quello italiano che assediava Roma.  Aveva diritto/dovere di farlo. Molti caddero  morti o feriti da entrambe le parti. Lo stesso era accaduto nel 1860 quando i pontifici resistettero valorosamente  sino a Castelfidardo e ad Ancona, contro l'invasione di Umbria e Marche da parte di Vittorio Emanuele II. Senza i metodi  del cardinale Egidio Albornoz e di Cesare Borgia, figlio naturale di papa Alessandro VI, i Pontefici  non avrebbero presidiato la Cattedra di San Pietro mentre esplodeva la Riforma di Lutero, di Calvino, di Enrico VIII, autoproclamatosi capo della chiesa anglicana. Papa Giulio II invocò la guerra contro i francesi all'insegna “Fuori i barbari”, che erano i francesi del cristianissimo Francesco I. Nel 1527 Papa Clemente VII dovette rifugiarsi in Castel  Sant'Angelo mentre Roma veniva saccheggiata dai lanzichenecchi luterani.
   E' cosa buona e giusta che il papa esorti alla pace da Redipuglia. Quel sacrario fa parte anche della sua storia, come documenta il “foglio matricolare n. 15543 bis” di suo nonno, Giovanni, caffettiere, classe 1884, naso aquilino, dentatura guasta,  soldato di leva di I^ categoria,  mobilitato  nel 1913, in zona di guerra dal luglio 1916, in congedo assoluto dal 1923 (*). Ma altrettanto dovrebbe fare un giorno a Porta Pia.
    Da Redipuglia centomila mani tese ripetono “Presente” e al tempo stesso chiedono la pace nel rispetto del diritto delle genti. Quel diritto, va ricordato senza spiriti polemici ma proprio per capire, fu per secoli calpestato dall'Impero asburgico che sino al 1918 rifiutò agli italofoni una università, autonomie vere, parità dei diritti riservati ad austriaci (germanofoni), ungheresi (un'oligarchia che teneva la propria gente in condizioni miserrime), slavi e ad altre minoranze, quali i boemi. Quel diritto gli italiani lo riscattarono a prezzo altissimo. Perciò venne elevato il Sacrario di Redipuglia: per ricordare e far ricordare. Quel diritto fu nuovamente conculcato al termine della seconda guerra mondiale, quando l'Istria, Fiume, Pola vennero lasciate in preda alla Jugoslavia e Trieste, mutilata, rimase occupata da ingorde e ottuse “potenze”, ora in disgregazione, come il regno di Gran Bretagna e Irlanda che sta perdendo la Scozia.
  La Guerra dei Trent'anni (1914-1945) è ancora in corso, sia pure “a pezzetti”, come ha riconosciuto papa Bergoglio. Senza retorica, bisogna capire quali sentimenti animarono la pur esigua pattuglia di chi nel 1914-15 aspirava al riconoscimento dell'italianità di terre italofone. Si comprende l'emozione di chi, come l'allora giovane alfiere Luigi Gratton, nel 1954 tornò in Trieste innalzando la bandiera italiana. Alle spalle aveva l'Italia di Vittorio Veneto. Liberi da ogni fatua tentazione nazionalistica quella deve essere l'Italia di allora e di oggi. Con profondo rispetto per i caduti di tutte le genti in tutte le guerre, ma anche della storia, anzitutto della propria, tutta  intera. A Redipuglia, dopo il  Silenzio Fuori Ordinanza, si ode sommessa la voce dell' “itala gente da le molte vite”.
Aldo A. Mola
(*) Stampata da Antonio Nacca, la copia del Foglio Matricolare di Giovanni Bergoglio, in elegante custodia, è stata donata a papa Francesco in missione a Redipuglia venerdì 13 ottobre 2014.
DATA: 13.09.2014
    
1946: L’ANNO DEGLI IMBROGLI

Fiumi d’inchiostro e migliaia di carte sono stati usati per tracciare, nero su bianco, gli avventi di quelle infauste giornate e tenebrose notti dove, per il gioco di alcuni “politici” pronti a svendersi per una poltrona, nel modo più tragico l’Italia perse la corona.  Eppure, come ben sappiamo, quel “referendum” fu una truffa colossale, in cui migliaia, o meglio milioni, di Italiani con l’anima ancora fedele al Re si trovarono imbrogliati ed imbavagliati da “fedeli di Mosca”  in una “repubblichetta” nata all’Italiana. Si parlò (e si parla) di brogli, taciuti, insabbiati e nascosti dal fragile apparato repubblicano che, attraverso menzogne e soprusi sempre più grandi, ha voluto (e vuole) conservarsi per non venire abbattuta da una lieve bava di vento: tutto ciò è vero! Vi chiederete: “Si va bene, ma come possiamo, nel 2014, valutare i voti effettivi?” La risposta è molto semplice: “consultiamo gli archivi comunali!”, quei depositi di scartoffie dalla aria viziata contengono un “Santo Graal” che permetterebbe, a distanza di anni, il rovesciamento delle “decisioni” prese 68 anni fa. Bisogna sapere che nel sistema di voto italiano (che da 68 anni ad oggi non è cambiato) sono presenti tre tipologie di registri, contenenti sostanzialmente le regole ed i risultati dello spoglio delle sezioni appartenenti, da compilarsi in triplice copia, per un totale di 9 formulari cartacei, di cui sei copie rimangono agli atti del comune, mentre tre copie vengono inviate a Roma al Ministero dell’Interno; così fu fatto anche per il nefasto 2/VI, sicché ogni comune (tranne -forse- quelli più “compromessi” con Mosca) ha depositati, nei propri archivi, registri sopra registri di quelle votazioni e dei successivi scrutini. L’avere tanto materiale informativo, permetterebbe (con insolita e moderata pazienza) la ricostruzione dei voti e dei risultati i quali, una volta calcolati, permetterebbero un paragone con quelli “ufficiali” e la loro (sicura) confutazione.(*) Se vogliamo trovare la verità per smascherare, con i suoi errori, questa repubblica mai nata, creata mentendo e che attanaglia nelle sue spire gli italiani, dobbiamo unirci e metterci alla ricerca dei voti reali di quel referendum, scrutinando i registri che da anni giacciono sepolti negli archivi di ogni comune; certo, ci vorrà pazienza e tempo, ma il risultato sarà grande: ridare all’Italia la sua Corona.

(*) Una prova che, già di per sé, confuterebbe i risultati ufficiali, seppur sia “una goccia nel mare”, viene dal mio comune di residenza ovvero Casatenovo (LC) paese che dal 1946 ad oggi non ha mai visto, se non per poco tempo, una giunta comunale con idee “nel centro o verso destra” e dove, noi monarchici, siamo salutati con frasi del tipo: “Ecco il fascista” oppure “Per fortuna che siete in pochi se no mettiamo un’autobomba” e via andare. Nei giorni scorsi, ho avuto l’accesso agli archivi comunali e, con minuta perizia, ho cominciato a “scrutinare” i verbali di 4 sezioni (I - II - III - IV) elettorali del comune:

i risultati:

Sezione

I

II

III

IV

Votanti

933

800

832

786

Votanti Effettivi

868

734

796

746

Monarchia

520

378

457

312

Repubblica

296

325

282

372

Totale:

Monarchia

1667

Repubblica

1275


 
Come si evince dal risultato, la Monarchia era in netto vantaggio vincendo (fortunatamente) in tre seggi su quattro. Infatti, su un totale di 3144 elettori,  il 53,02% ha votato per la Corona. Da qui, si evince che la maggior parte dei casatesi era di fede monarchica, o almeno, propensi ad Umberto. Il fatto, fa più scalpore al giorno d’oggi dove, dopo quasi settant’anni di dittatura repubblicana, la fede per il Regno è scemata fino a trasformarsi “quasi” in odio. Per questo torno a ribadire la necessità di “scrutinare ancora” tutti i verbali e registri delle operazioni di voto, sarà un lavoro lungo e complesso ma che porterà finalmente alla caduta di questo regime repubblicano, muffo come i muri degli archivi.

Stefano M. Terenghi - U.M.I. Lecco

DATA: 09.09.2014

I DUBBI DEL MINISTRO MILITARE DOMENICO GRANDI: “IL PAESE SEGUIRA'?”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 07/09/2014

Domenico Grandi        Prima di buttarsi in avventure belliche dalle conseguenze imprevedibili, meglio ascoltare e consultare chi ne capisce, a cominciare dai generali di sicura competenza. Perché non è affatto vero che i militari siano...”militaristi”, chiusi nei cortili delle caserme e insensibili alle voci del Paese, né, meno ancora, che siano istintivamente guerrafondai, pronti sempre a menare di sciabola. Essi, anzi, commisurano meglio di altri le mire dei governi con le risorse effettivamente disponibili. Sanno che il “mestiere delle armi” è il più rischioso, spesso mortale. Sono consapevoli che si sa quando si entra in guerra ma non quando, né come, se ne esca. A differenza di quanti dell'arte bellica parlano da orecchianti, sin da ragazzi la studiano in appositi Collegi e Scuole. Ne conoscono ogni risvolto. Perciò solitamente hanno per regola la prudenza. Nella seduta dello Stato Maggiore Generale del 9 aprile 1940 Pietro Badoglio, che forse non è il più amato tra i comandanti italiani, osservò: “Solo gli inesperti abbreviano i tempi”; ma poi prese atto della “assoluta volontà del duce di intervenire” nella guerra ancor solo europea iniziata il 31 agosto 1939. Il 30 maggio aggiunse: “a partire dal giorno 5 giugno, dobbiamo essere pronti”. A fare che cosa? “Stretta difensiva, per terra, per aria, e in tutti in settori” fu la direttiva. “Difensiva”, perché le Forze Armate non erano affatto pronte  ad attaccare. Dichiarare guerra è una cosa, farla davvero, e farla bene, è tutt'altro. Duca di Addis Abeba, Badoglio lo sapeva. Eppure rimase al suo posto. Dal 22 luglio 1933 Mussolini aveva assunto in prima persona il ministero della Guerra, per quattro anni retto da Pietro Gazzera (Bene Vagienna, 1879-Ciriè, 1953), l'antico cuneese che aveva portato l'Esercito al massimo grado di efficienza. Dal settembre 1939, cioè subito dopo la conflagrazione bellica, sottosegretario era Ubaldo Soddu, sottocapo di stato maggiore. Così il cerchio si chiudeva. Tra il capo del governo e la macchina militare non vi era la mediazione di un ministro. A giocare la partita erano in tre. Al vertice figurava il re, che nominalmente comandava tutte le forze, ma di fatto non esercitava i poteri statutari. Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo gli chiese di farlo. E quanto meno il re ottenne la resa salvando lo Stato. 
  Del tutto diverso fu lo scenario dell'estate 1914. Ministro della Guerra era Domenico Grandi. Morto improvvisamente Alberto Pollio (vittima di miocardite, non di un complotto dei servizi segreti militari italiani decisi a capovolgere le alleanze come qualcuno asserisce senza prove convincenti), capo di stato maggiore era Luigi Cadorna, che per mesi continuò l'opera del predecessore: rafforzamento del fronte alpino occidentale e della macchina militare, descritta da Oreste Bovio nella esauriente Storia dell'Esercito italiano, 1861-1990 (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito). Grandi era militare tutto d'un pezzo. Nato a Roma nel 1849, a vent'anni uscì sottotenente dalla Scuola Militare di Modena. L'anno dopo partecipò alla presa della Città Eterna. La famiglia era di Corinaldo, pochi chilometri da Senigallia, la città di Pio IX. Dal 1860 le Marche avevano votato per Vittorio Emanuele re costituzionale: senza rimpianti. Era la storia. Del resto quello era stato il sogno, neppur tanto nascosto, di Giacomo Leopardi. Nessuna doppia lealtà, dunque; come accadde per il garibaldino Enrico Cosenz, Domenico Primerano e Pollio, già allievi della Nunziatella di Napoli, o per il partenopeo Armando Diaz, a sua volta allievo a Modena.
   Nel 1890, nel corso di una delicata missione in Eritrea, Grandi annotò che “quest'Africa è ovunque pessima per noi, perché non mi pare opportuno fare tante spese per un posto che ci renderà poco o niente”. La pensava come Ferdinando Martini, ministro dell'Istruzione nel primo governo Giolitti e governatore civile della Colonia, da lui poi descritta nel divertente e dotto memoriale Nell'Affrica italiana.
   Nello stesso 1890 Grandi tentò l'elezione a deputato. Un “onorevole” in divisa? Dalla nascita il regno d'Italia ebbe un Parlamento formato dai protagonisti della vita pubblica, professionale, culturale, imprenditoriale. Contò anche qualche sacerdote di valore. Naturalmente, su quasi 450-500 deputati vi fu qualche “mariuolo”: ma furono eccezioni. Il Senato ne rimase sempre immune. Alla Camera vennero eletti e in Senato furono nominati anche anche molti ufficiali di terra e di mare. Bastino i nomi di Alfonso La Marmora, di Giuseppe Garibaldi, generale di Vittorio Emanuele II, Nino Bixio e un lungo eccetera di cui scrisse Alberto Rovighi. Grandi rimase sconfitto. La lista vincente era capitanata dal colonnello a riposo Augusto Elia. Però nel 1892 Grandi venne eletto nel collegio di Senigallia, sbaragliando il principe Emanuele Ruspoli. Rieletto il 26 maggio 1895, decadde perché promosso colonnello ma fu subito confermato. Nelle elezioni del 1897 venne sconfitto dall'avvocato Stanislao Monti-Guarnieri, spalleggiato dal nuovo presidente del consiglio, il siciliano marchese Antonio Starabba di Rudinì, aspro avversario del conterraneo Francesco Crispi, al quale Grandi rimase fedele. Nel giugno 1898 presidente del consiglio divenne il generale Luigi Pelloux, deputato da lunga data e ministro della Guerra con Giolitti nel 1892-93. Ai margini della vita politica, Grandi passò i quindici anni seguenti tra studi e ruoli operativi da un capo all'altro dell'Italia, sino al comando del X corpo d'armata, a Napoli, con rango di tenente generale (settembre 1911), proprio quando da lì partirono le truppe contro l'impero turco per affermare la sovranità su Tripolitania e Cirenaica. Vi conobbe a fondo Emanuele Filiberto duca d'Aosta, cugino primo del re, Vittorio Emanuele III.
  Nel marzo 1914 fu nominato ministro della Guerra nel governo presieduto da Antonio Salandra, dai più ritenuto una parentesi tra l'uno e l'altro ministero Giolitti, dominatore del Parlamento. Mentre altri subordinava la nomina alla certezza di enormi stanziamenti, Grandi sapeva che l'impresa di Libia aveva esaurito le risorse e non si poteva chiedere molto di più, se non sacrificando gli investimenti a favore del Mezzogiorno e della pace sociale. L'Italia aveva bisogno di raccoglimento. Da ministro fece il necessario. Si meritò la stima del precedessore, Paolo Spingardi, già comandante generale dei Carabinieri, giolittiano di acciaio.
  All'indomani della conflagrazione europea dell'agosto 1914, mentre Cadorna faceva il possibile per adeguare lo strumento militare ai rischi incombenti, in risposta a Salandra che gli domandò che cosa occorresse per la mobilitazione generale (premessa dell'intervento, sull'uno o l'altro fronte), Grandi rispose che occorreva “un miliardo”, cioè quasi il doppio di quanto pochi mesi prima prospettato da Carlo Porro e da Alfredo Dallolio. Ormai, svanita l'illusione di “vittorie lampo”, per lui era chiaro che la guerra sarebbe stata di proporzioni gigantesche e di durata imprevedibile. Sicuro che l'esercito avrebbe fatto “come sempre, il proprio dovere”, Grandi scrisse che lo avrebbe fatto “tanto meglio quanto più nell'eventuale impresa, esso si sentisse sospinto ed accompagnato dal consenso del Paese, poiché del Paese l'Esercito nostro è la più schietta emanazione”. Era l'esercito fondato sulla leva militare obbligatoria, ribadita dalla Costituzione repubblicana secondo la quale “è sacro dovere del cittadino difendere la patria” (un articolo sul quale si astennero Giulio Pastore e Aldo Moro). Grandi lasciò a Salandra di valutare le “condizioni dello spirito pubblico in Italia al pari delle alte esigenze politiche del momento”. Ragionava da militare: sciabola al fianco sino a quando davvero conviene estrarla e menare il fendente giusto dalla parte giusta, nell'interesse supremo della Nazione. Risultò scomodo per la manciata di politici che puntavano all'intervento in guerra, scommettendo su non si sa quale “stellone”. A ottobre Salandra fece il rimpastone di governo. Sostituì Grandi con il generale Vittorio Zupelli, il lombardo ministro delle finanze Giulio Rubini, contrario al cambio di alleanze e zio dell'industriale siderurgico Giorgio Enrico Falck, con il “fratello” Edoardo Daneo. Morto l'insuperabile Antonino di San Giuliano, agli Esteri andò Sidney Sonnino, eccellente studioso di Dante Alighieri, sino al 1918 convinto che Impero austro-ungarico sarebbe sopravvissuto alla catastrofe, solo perché perché così gli piaceva credere nelle sue romitiche meditazioni. La guerra ebbe tutt'altro corso. Intorno al 5 maggio 1915 Cadorna apprese “per caso” che l'Italia doveva entrarvi venti giorni dopo. Grandi la visse a fianco del duca d'Aosta, come documenta il nipote, Marco, in Da Giolitti a Umberto II. La storia che torna (ed. Centro Giolitti, www.giovannigiolitti.it). Da militare fece il suo dovere per la Vittoria, come ogni altro neutralista leale. La Patria è una; e quando è in gioco si va sino in fondo.
   Cadorna, che non lo amava, ne ottenne l'esonero, il 1° giugno 1917. Nessuno poté quindi imputargli neppure un millesimo della successiva disfatta di Caporetto, tutta gravante sulle spalle del Comandante Supremo, responsabile dell'azione propria e dei suoi subordinati, a cominciare da Luigi Capello, comandante della Seconda Armata.
   Nel dopoguerra, dopo il fallimento di sei governi e di altrettanti ministri della Guerra, spesso chiacchieroni e vanesi, Mussolini ascese al governo. Il re gli impose a fianco Armando Diaz, Duca della Vittoria, e Thaon di Revel, futuro Duca del Mare. Ma il duce, che si atteggiava a vindice delle Forze Armate, osteggiò l'elezione di militari alla Camera. Si considerava stratega inarrivabile. Grandi mori a Corinaldo il 31 gennaio 1937. Sappiamo che cosa accadde dopo: l'autolesionistico patto d'acciaio con la Germania di Hiter, l'intervento intempestivo del 10 giugno 1940, la catastrofe.
   Alla Camera occorrono anche esperti veri del mestiere delle armi, non succubi di partiti né portavoce di ideologie, sibbene espressione degli interessi generali permanenti del Paese e pronti a dire la cruda verità, perché quello è il dovere di chi consiglia il “sovrano”: dirgli non quello che potrebbe fargli piacere, ma quello che in scienza e coscienza risponde alla realtà.
Aldo A. Mola
(*)  Domenica 7 settembre, a Corinaldo, Domenico Grandi è al centro del convegno: “1914: neutralità o intervento?” con relazioni di Francesco Perfetti, Massimo Mazzetti, Giovanni Marongiu, Marina Casagrande e Aldo A. Mola.
DATA: 01.09.2014

REDIPUGLIA: I SAVOIA E SACCHI PRESENZIERANNO ALLA VISITA UFFICIALE DEL PAPA AL SACRARIO

REDIPUGLIA: I SAVOIA E SACCHI PRESENZIERANNO ALLA VISITA UFFICIALE DEL PAPA AL SACRARIOGrande fermento in Friuli Venezia-Giulia per la visita di Papa Francesco al Sacrario di Redipuglia, in programma per il prossimo sabato 13 settembre, in occasione del centenario della scoppio della grande guerra.  La visita era stata annunciata dallo stesso Pontefice lo scorso 6 giugno, durante l’Udienza con i Carabinieri per il 200° anniversario di fondazione dell’Arma: “Desidero annunciare che il prossimo 13 settembre intendo recarmi pellegrino al Sacrario militare di Redipuglia, in provincia di Gorizia, per pregare per i caduti di tutte le guerre. L’occasione è il centenario dell’inizio di quella enorme tragedia che è stata la Prima Guerra Mondiale della quale ho sentito tante storie dolorose dalle labbra di mio nonno, che l’ha fatta sul Piave…”.
All’evento parteciperà la Famiglia Reale Italiana: oltre al Capo di Casa Savoia ed alla consorte Silvia, per l’occasione verrà dalla Russia S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca d’Aosta e Duca delle Puglie. Assieme alla Famiglia Reale sarà presente anche il Presidente Nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi. Il Papa verrà accolto dal Premier italiano Matteo Renzi all’aeroporto di Ronchi dei Legionari verso le 8.40, si recherà poi a pregare presso il cimitero austroungarico e alle 9.30 giungerà presso il Sacrario di Redipuglia dove, alle 10.00, celebrerà una funzione religiosa in memoria dei caduti sul fronte.
In occasione della visita papale la cappella sulla cima del Sacrario di Redipuglia (quella nota con le tre croci) è stata trasformata in chiesa dedicata alla Regina della Pace e all'Europa.
DATA: 04.09.2014

GIOVANNI XXIII APPRENDISTA PAPA IN BULGARIA
FRATELLANZA CRISTIANA NEGLI ANNI DI FERRO


Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 31/08/2014

Giovanni XXIII        Vivere “in minoranza” talora spinge al fanatismo; altre volte, invece, induce a temperare il rigore con la comprensione, primo passo verso la tolleranza e la fratellanza. Questo fu il caso di Giuseppe Angelo Roncalli. nel 1925 inviato Visitatore  della Santa Sede in Bulgaria. Il futuro papa visse dieci anni “in trincea”. In Bulgaria i cattolici erano esigua minoranza: 40.000 contro 42.000 israeliti, 600.000 islamici, 5.500.000 abitanti. Lì Roncalli, mobilitato nella guerra del 1915-18, fece la sua parte giorno dopo giorno. La Bulgaria si era da poco messa alle spalle il governo dell'allucinato Stamboliski, filosovietico, che finì assassinato. Tra mille insidie, il giovane zar dei Bulgari, Boris III, prese le redini del potere. Autoritario? Si, Ma come reggere altrimenti un Paese celebre per complotti e delitti politici?
  Tra gli Stati sconfitti nella Grande Guerra del 1914-1918 la Bulgaria fu quello che subì meno danni. La pace di Neuilly  (27  novembre 1919) ne ridimensionò il territorio, ma i vincitori capirono che esso era una garanzia, sia per l'area balcanica, dagli equilibri precari, sia per l'intera Europa. Dopo l'avvento dei bolscevichi di Lenin e Trotzky, l'ex impero di Russia era lontano da pacificazione interna e da relazioni normali con gli altri Stati. Perciò i vincitori lasciarono Istanbul e gli Stretti alla Turchia (pace di Sèvres, agosto 1920). Nell'ex impero austro-ungarico si sommarono  l'effimero regime comunista di Bela Khun a Budapest e il caos sociale a Vienna, ove, per campare, anche migliaia di borghesi si rassegnarono a praticare il “mestiere più antico del mondo”, come riferì a Roma il capo della missione militare italiana a Vienna, generale Roberto Segre, biografato da Antonino Zarcone in un documentato volume dell'Ufficio Storico dello SME. In quel quadro drammatico, con la Germania squassata da crisi politica, sociale ed economica, e con la  Polonia e la Repubblica cecoslovacca dall'incerto futuro, la Bulgaria tornò ad avere il ruolo che le era stato assegnato quando essa era stata costituita in Principato autonomo con lo sfortunato Alessandro di Battenberg (1879-1886), cui seguì Ferdinando di Saxe-Coburgo-Gotha, imparentato con tutte le Case regnanti d'Europa, zar dei Bulgari dal 1908.
  La pace di Neuilly salvò la Bulgaria e la dinastia, “assolta” con l'abdicazione del germanofilo Ferdinando a favore del figlio, Boris III, che nel 1930 sposò Giovanna di Savoia, ultimogenita di Vittorio Emanuele III e della regina Elena: lui ortodosso, lei cattolica. Prima delle nozze con l'allora principe di Napoli e futuro re d'Italia (1896), Elena, figlia di Nicola Petrovic Niegos, sovrano del Montenegro, lasciò la confessione ortodossa per la cattolica. Secondo lo Statuto del 1848 la cattolica apostolica romana era “la sola religione dello Stato”. La regina, pertanto, doveva essere di culto romano, nel solco della tradizione della Casa di Savoia (con beati, santi e persino un papa, Felice V). Lo scorrere della sabbia nella clessidra del rapporto tra sovrano e popolo in molti Stati aveva però invertito l'applicazione del principio assolutistico “cuius regio eius et religio”: non erano più i popoli ad adottare il culto osservato dal sovrano ma era il monarca ad adeguarsi a quello del popolo. Nel 1933 lo ricordò il capo del governo bulgaro, Nicola Musanov, in un colloquio con il Delegato Apostolico a Roncalli, che subito lo riferì al papa: “il re non appartiene a se stesso ma alla nazione, e quanto concerne la sua famiglia tocca gli interessi dello Stato”. Le nozze “miste” tra Boris III e Giovanna di Savoia, previa speciale autorizzazione papale, furono celebrate con rito cattolico nella Basilica di San Francesco ad Assisi (25 ottobre 1930). Seguì la “benedizione” con rito ortodosso nella chiesa di  Sant'Alexander Nievskij a Sofia: causa di profonda apprensione in Vaticano e della deplorazione di Pio XI perché la funzione ebbe la solennità di un secondo sposalizio.
  La Santa Sede non intendeva rinunciare a nessuna anima, senza distinzioni di classe o di status; men che meno a quella dei figli di un matrimonio regale. Il 13 gennaio 1933 la Corte di Sofia fu allietata dalla nascita della primogenita, Maria Luisa. Contro ogni previsione e senza esplicito consenso della madre, il re fece battezzare la principessa con rito ortodosso. Era scontato che il successore al trono sarebbe stato ortodosso (fu appunto il caso di Simeone), ma  secondo la Santa Sede la principessa doveva essere cattolica. Per Pio XI quel battesimo fu un trauma. Secondo lui Boris III aveva mancato di parola. A farsi interprete della  severa condanna pontificia fu  Angelo Giuseppe Roncalli (Sotto il Monte, Bergamo, 1881-Roma,1963), il futuro “papa buono”. Sacerdote dal 1904, già segretario personale del vescovo di Bergamo, Giacomo Maria  Radini Tedeschi,  dopo anni di formazione alla Propaganda Fide in Roma, nel 1925 fu creato vescovo di Areopoli (nell'odierna Giordania) da papa Pio XI Ratti e inviato Visitatore in Bulgaria. Elevato a Delegato Apostolico nel 1931, vi  rimase sino al 1934, quando fu assegnato alla Delegazione apostolica per la Turchia e la Grecia, con sede a Istanbul. Nel 1944 Pio XII lo creò Nunzio a Parigi, liberata dal dominio germanico. Vi rimase sino alla nomina a Patriarca di Venezia e cardinale. Come già Pio X, da lì ascese alla Cattedra di Pietro. Nei pochi anni di pontificato segnò la storia, sia con la convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II - sempre più al centro di dispute dottrinali e storiografiche su genesi, corso e  conseguenze -,  sia con l'attenzione riservata all'evoluzione in atto nell'Unione Sovietica dopo il XX congresso del PCUS e malgrado la sanguinosa repressione dell'insurrezione ungherese del 1956. Alcuni eventi apparentemente minimi ebbero rilievo emblematico. Fu il caso della visita in Vaticano del genero di Kruscev,  Alexei Adzubei, direttore del quotidiano moscovita “Izvestja”, ricevuto dal papa nella biblioteca privata.
  Giovanni XXIII non era affatto nuovo a percorrere sentieri impervi. Sulla scorta di un'imponente documentazione inedita lo dimostra Kiril Plamen Kartaloff, consigliere per gli Affari religiosi dell'Accademia Bulgara delle Scienze, nell'eccellente saggio su La sollecitudine ecclesiale di monsignor Roncalli in Bulgaria (1925-1934), pubblicato con prefazione di Massimo de Leonardis dalla Libreria Editrice Vaticana. (*)
   Il battesimo ortodosso della principessa Maria Luisa suscitò una serie di contraccolpi che oggi potrebbero sembrare sconcertanti. Venne persino soppressa la preghiera rituale per il re; ma poi fu proprio Roncalli a sollecitarne il ripristino. Nel groviglio di cristiani ortodossi, cattolici di rito orientale e di rito latino, antichi bogomili (o pauliciani), protestanti, ebrei, musulmani egli ebbe chiaro che re Boris doveva fronteggiare pericoli ben più assillanti: l'URSS da una parte, la Germania di Hitler dall'altra. L'Italia era amica, ma imprevedibile, lontana, con una politica estera ondivaga e infine rovinosa, come documenta Ciro Paoletti nell'esemplare saggio Dalla non belligeranza alla guerra parallela. L'ingresso  dell'Italia nella Seconda guerra mondiale per paura dei tedeschi, 1938-1940 (scaricabile gratuitamente dal sito della Commissione Italiana di storia militare). Non solo. Kartaloff documenta che mons. Roncalli ebbe  dal re informazioni precise sulle mene del Grande Oriente di Francia ai danni del trono e della Bulgaria, anche tramite l'affollata loggia di Sofia. Per attestare la sua simpatia per il Paese delle Rose, quando stava per lasciarlo alla volta della Turchia egli chiese al Papa il cambio della diocesi di titolarità: non più Areopoli ma Mesembria, antica sede arcivescovile della Tracia, a ridosso di Costantinopoli. In Bulgaria, insomma, papa Roncalli approfondì il valore dei “simboli” e della memoria storica, al di là di conflitti artificiosi, retaggio del passato remoto. Fu un apprendistato fondamentale per il Magistero Petrino. Per passare dal Caos all'Ordine occorrono pazienza, costanza, il passo del contadino-montanaro, irremovibile nei princìpi, duttile nella pratica:...“Dare a Cesare quel che è di Cesare...”.
Aldo A. Mola
(*) Finalista al Premio Acqui Storia 2014.
DATA: 01.09.2014

PAPA FRANCESCO ED I NUOVI POSSIBILI PICCOLI STATI: EUROPA INGOVERNABILE

Domenico Giglio - Circolo REXSpesso “repetita juvant” per cui ritorniamo a parlare di separatismi, secessionismi e simili che sembrano la principale preoccupazione di alcuni movimenti politici in Spagna, Gran Bretagna, Belgio ed Italia e questo in un’Europa in fase di recessione economica e di sempre più scarso peso a livello mondiale ed è con soddisfazione aver letto, qualche tempo fa una pacata, ma netta dichiarazione di Papa Francesco, di disapprovazione delle tendenze separatiste esistenti in vari stati dell’ Europa.
C’ è infatti chi, per giustificare l’attuale richiesta di separazione o indipendenza si richiama, per la Catalogna, alla guerra di successione spagnola del 1714, chi all’atto di unione della Scozia del 1707, chi ai nostri plebisciti del 1860, per non parlare di chi contesta la liquidazione della Repubblica di Venezia nel 1797 e del Sacro Romano Impero nel 1806 per mancanza del “numero legale” dei deliberanti, problemi tutti anche interessanti, se non affascinanti dal punto di vista storico, ma non politico e totalmente fuori dall’attuale realtà. Che sia amaro doverlo riconoscere, ma il primato dell’Europa, pur partendo dall’Atlantico per finire agli Urali, è nella fase discendente, anche se non mancherebbero intelligenze, capacità e mezzi per poter fermare tale declino, anticipato peraltro un secolo or sono da Spengler, declino oltretutto demografico perché sommando tutti i 27 stati dell’U.E. ( 501.100.000 abitanti ) e gli altri fuori dell’Unione, compresa Ucraina e Russia, (totale abitanti Europa 811.543.167) non si raggiunge che un quinto degli abitanti dell’Asia (4.055.957.043) e meno della metà degli abitanti della Cina e dell’India, per non parlare dell’incredibile incremento di alcuni paesi dell’Africa, che supera ormai complessivamente il miliardo di abitanti, quale ad esempio la Nigeria con 152.217.000 abitanti e l’ Etiopia con 88.013.000.
Sentire perciò un uomo anziano, che per l’anzianità si dovrebbe ritenere saggio, come può parlare di una Catalogna indipendente, con i suoi sette milioni e mezzo di abitanti, anche se magari unita al resto della Spagna, da un unico Sovrano, a conferma del valore rappresentativo e coagulante dell’Istituto monarchico, come in fondo era stata l’unione dinastica dell’ Austria-Ungheria, lascia oggi molto perplessi perché pare dimenticare tutto quello che avviene nel mondo e le trasformazioni continue nei più vari settori. Ignorare che nel terzo mondo la prevalenza è dei giovani, privi di un qualsiasi retroterra storico e culturale, per cui l’Europa non incute loro né timore né rispetto e pensare che queste ondate migratorie possano essere meglio gestite da staterelli regionali e non da stati nazionali coordinati in una unione europea, già adesso zoppicante essendo costituita da 27 stati, se gli stessi diventassero oltre trenta, è solo segno di voluta e mancata conoscenza dei problemi mondiali e ciò malgrado che oggi, grazie alla tecnologia ed alle comunicazioni ,frutto della civilizzazione di stampo occidentale, il cittadino europeo medio dovrebbe avere invece un livello di informazioni, come mai avvenuto prima, e come non avevano forse nemmeno gli uomini di stato e le classi dirigenti di un secolo fa, vedi il “sonnambulismo” del luglio 1914, per cui suscita un sentimento di profonda tristezza, se non di commiserazione vedere, come qualche tempo fa in Catalogna, proprio dei giovani ballare e saltare auspicando la separazione dal resto della Spagna, quasi fosse la caduta del muro di Berlino o la fine di qualche dittatura, e recentemente in Spagna, dopo l’abdicazione del Re Juan Carlos, richiedere la repubblica, dopo e malgrado le tristi esperienze repubblicane della sua storia.
Domenico Giglio, Presidente Circolo REX
DATA: 01.09.2014
     
OMAGGIO ALLA PRINCIPESSA MAFALDA DI SAVOIA NEL 70° DELLA SCOMPARSA

Mafalda di Savoia

Nel 70° anniversario della scomparsa della Principessa Mafalda di Savoia, avvenuta il 28 agosto 1944, pubblichiamo una raccolta di trenta fotografie (alcune inedite) che la ritraggono in vari momenti della vita, dalla fanciullezza al matrimonio. Le preziose immagini provengono dall’archivio del noto collezionista Maurizio Lodi che ha gentilmente messo a disposizione dell’U.M.I. le immagini del suo archivio.





DATA: 28.08.2014
   
ALESSANDRO SACCHI ADERISCE ALLA ICE BUCKET CHALLENGE


Il Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, dopo la nomina fatta dal Commissario straordinario U.M.I. per la Sicilia Avv. Michele Gagliardi Pivetti, ha aderito alla campagna "Ice Bucket Challenge" contro la sclerosi laterale amiotrofica. La "sfida" consiste nel fare una donazione economica alla AISLA - Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica e farsi riprendere da un telefonino mentre ci si rovescia addosso un secchio di acqua gelata. Alla "Ice Bucket Challenge" hanno aderito tantissimi personaggi famosi e non e l'AISLA ha già raccolto più di 250.000 euro da destinare alla ricerca. Il video è un modo simpatico di dimostrare il proprio sostegno alla causa ma quello che importa è il contributo di ciascuno, indipendentemente dal "quantum", che è possibile donare tramite il sito dell'AISLA.
Per ogni altra informazione e per le donazioni: www.aisla.it

DATA: 25.08.2014
   
DA GIOLITTI A UMBERTO I: LA STORIA CHE TORNA
UN NUOVO VOLUME DEL CENTRO GIOLITTI


Atti convegni Vicoforte - Aldo Mola     E' disponibile il volume Da Giolitti a Umberto II: la storia che torna, a cura di Aldo A. Mola (Centro Stampa della Provincia di Cuneo, luglio 2014, pp.204), comprendente  gli Atti di due Convegni organizzati dal Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato con la collaborazione di diversi enti e istituti.
La prima sezione, aperta da un messaggio di S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca delle Puglie, pubblica le relazioni svolte  nell' “Incontro Umberto II. Trent'anni dopo” (Vicoforte, 16 marzo 2013, promosso dalla Consulta dei Senatori del Regno di concerto con la Provincia di Cuneo e il Comune di Vicoforte): Tito Lucrezio Rizzo (Il primato della legge morale nell'incertezza di quella civile), Massimo de Leonardis (Umberto di Savoia, Principe di Piemonte), Aldo Giovanni Ricci (I rapporti tra Umberto II e il governo De Gasperi), Aldo A. Mola (Sul referendum istituzionale del giugno 1946: brogli, trucchi e colpi di stato...contro la lingua italiana, 2-18 giugno 1946. Umberto II partì da re e re rimase), Marco Grandi (Ricordi di re Umberto II), Antonino Zarcone (La notte in cui morì il Maresciallo Cavallero), Sergio Boschiero (Un ricordo di Umberto II), Gianna Gancia (Casa Savoia nella memoria della Granda).
I lavori, come documentano le illustrazioni inserite nel volume, si sono svolti alla presenza delle LL.AA.RR. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia e di Aosta, Capo della Casa di Savoia, e Consorte Duchessa Silvia. Al termine, dopo la Messa Memoriale celebrata da mons. Meo Bessone, Rettore del Santuario-Basilica della Natività di Maria Regina del Monte Regale,vicario della Diocesi di Mondovi, le LL.AA. RR. hanno reso omaggio alla tomba di Carlo Emanuele I, duca di Savoia (1580-1630), accompagnate dalla Presidente della Provincia di Cuneo, Signora Gianna Gancia, da numerosi Consultori (guidati dal presidente, Aldo A. Mola,  dal vicepresidente, conte Cremonte Alessandro Pastorello, e dal segretario, Gianni Stefano Cuttica), dal presidente dell'Unione Monarchica Italiana, Alessandro Sacchi, dal presidente onorario, Sergio Boschiero, e dal Segretario nazionale, Davide Colombo.
La seconda parte dell'Opera raccoglie le relazioni svolte  nella XV Scuola di alta formazione su “Mito e realtà del diritto di voto dall'età giolittiana al regime” organizzata nel Centenario della prima elezione  della Camera dei deputati a suffragio universale maschile (Cuneo-Dronero-Alessandria, 9-11 novembre 2013) dal Centro Giolitti, in collaborazione con le Province di Cuneo e di Alessandria, l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), l'Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella, il Centro studi Urbano Rattazzi  (Alessandria), il Centro Studi Piemontesi e l'Associazione di studi sul Saluzzese.
Aperta dal presidente del Consiglio provinciale di Cuneo, Giorgio Maria Bergesio, la sezione  comprende la lezione introduttiva del vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli (Cause ed effetto delle leggi elettorali: mito e realtà), l'intervista rilasciata dal sen. Calderoli ad Aldo A. Mola (Quale legge elettorale oggi più conviene all'Italia?) e le relazioni di Tito Lucrezio Rizzo (Il Parlamento tra rappresentanza nazionale e direttive europee: un problema di priorità costituzionali), Antonino Zarcone (I militari nel Parlamento del regno d'Italia), Dario Fertilio (Oltre le mitologie sui sistemi elettorali), Juan José Morales Ruiz (Il Parlamento spagnolo nella transizione dal franchismo alla democrazia:dalla speranza al disincanto),             Giorgio Sangiorgi (Le elezioni politiche italiane dal 1913 ai plebisciti del fascismo nella cinematografia), Aldo Giovanni Ricci (Elezioni e parlamenti nell'ideologia della sinistra radicale), Aldo A. Mola (Il capolavoro di Giolitti, Ministro della buona vita. Diritto di voto e Parlamento dalle leggi Giolitti, 1912-1913, alla riforma Rocco, 1928), Oscar Sanguinetti (Il diritto di voto e i cattolici dall'età giolittiana al regime) e Luigi Pruneti (Il dilemma elettorale e gli orizzonti della democrazia).
Entrambi i convegni si sono valsi del fondamentale contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, il cui presidente, Gianni Rabbia, nella Premessa al volume esplica il filo conduttore che annoda questa alle molte altre imprese realizzate dal Centro Giolitti in quindici anni di operosità, nel solco della riscoperta dell'età liberale (che sarebbe riduttivo qualificare solo come “giolittiana”), avviata dagli Anni Sessanta del secolo scorso e, più intensamente, dopo il convegno nazionale organizzato dal Centro Studi Piemontesi e dalla Provincia di Cuneo nel cinquantenario della morte di Giolitti (Mondovì-Cuneo-Dronero-Cavour, novembre 1978, Atti editi dal Centro Studi piemontesi a cura di Aldo A. Mola, Torino, 1979).
Il volume è corredato da decine di illustrazioni, anche inedite. Alcune documentano l'ampia e qualificata partecipazione di pubblico ai convegni.
L'Opera, approntata con rigore professionale dal Centro Stampa della Provincia di Cuneo (Roberto Marengo e suoi collaboratori) verrà presentata nel corso del Convegno internazionale L'Italia nella Grande Guerra: 1914-1915, l'anno delle scelte (Cuneo-Cavour, 14-15 novembre 2014).
Sino a esaurimento delle copie, il volume viene inviato in cordiale omaggio a quanti  ne facciamo richiesta (studiosi, docenti, studenti, cittadini interessati alla storia patria...), con priorità per i Signori componenti della Consulta dei Senatori del Regno, gli Enti e gli Istituti promotori.


DATA: 22.08.2014
 
 
GIANNA  GANCIA E ALDO MOLA RIEVOCANO I “PATTI DI SARETTO” (31 MAGGIO 1944), FONDAMENTO DELL'EUROPA DEI POPOLI

Gianna Gancia e Aldo MolaBorgata Saretto, Acceglio, 11 agosto 2014 -  Folta e attenta partecipazione di cittadini, giunti anche da molto lontano, alla rievocazione dei Patti di Saretto tra resistenza italiana e francese contro ogni dittatura, firmati a Casa Arrigoni  nella Borgata Saretto di Acceglio 70 anni orsono (31 maggio 1944). Voluta dalla Provincia di Cuneo (il Commissario Giuseppe Rossetto ha inviato un fervido intervento sulla “necessità di unire le forze per la battaglia contro  gli invasori”), dal Centro Giolitti di Dronero-Cavour e dell'Associazione di studi sul Saluzzese, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, la giornata è stata aperta dal Consigliere regionale Gianna Gancia, che ha sottolineato l'attualità dei principi ispiratori di quei Patti: edificare l 'Europa dei cittadini, libera dai “poteri forti” che due volte l'hanno  precipitata nella fornace di guerre fratricide.
   Aldo A. Mola, direttore del Centro Giolitti, ha evidenziato il nesso tra la figura di Giolitti, fautore della sovranità dei cittadini attraverso il libero voto e proprio perciò “venduto” dai colleghi cuneesi al governo di Roma in cambio di finanziamenti per opere pubbliche (era il dicembre 1925), e la lotta di liberazione che nel 1945 ripristinò l'elezione  dei rappresentanti dei cittadini nei consigli comunali e provinciali e alle Camere dei deputati e dei senatori: la “sovranità popolare”, insomma, proclamata fondamento della democrazia italiana sin da Umberto II e poi ribadita dalla costituzione repubblicana. 
   Purtroppo nel dopoguerra prevalsero la guerra fredda, il bipolarismo, rivendicazioni e divisioni per motivi arcaici. Proprio perciò i Patti di Saretto furono e rimangono la stella polare del Movimento Federalista Europeo,  dell'europeismo vero: quello del Manifesto di Ventotene, della Carta delle Autonomie di Chivasso, del Progetto di Costituzione confederale europea elaborato da Duccio Galimberti  e da Antonino Rèpaci.
  Casa Arrigoni ha conservato la genuinità originaria: il rude tavolo attorno al quale i Patti furono discussi e firmati è ancora lì, a testimoniare fisicamente un mondo che merita di essere meglio conosciuto, soprattutto dai giovani: meta raccomandata per gite scolastiche come tutte le Valli del Cuneese, popolate da “uomini liberi, nemici della retorica, capaci di ideali” (come scrisse Dante  Livio Bianco). E' la terra originaria di Giovanni Giolitti (“La nostra era una famiglia di contadini-montanari, che deve avere vissuto per secoli in quella vallata che ebbe sempre una fiera indole democratica” scrisse egli stesso nelle Memorie  della mia vita), di Gustavo Ponza di San Martino, Luigi Einaudi, Marcello Soleri e di tanti altri artefici della Terza Italia. Terra di cultura vera.
  Al termine dell'incontro di Saretto Aldo A. Mola ha consegnato a Gianna Gancia la prima copia del volume  Da Giolitti a Umberto II: la Storia che torna, comprendente gli atti dei convegni di Vicoforte  (Incontro Umberto II trent'anni dopo) e di Cuneo-Dronero-Alessandria (Mito e realtà del diritto di voto all'età giolittiana al regime), pubblicato dal benemerito centro Stampa della Provincia di Cuneo e di imminente diffusione.
  La rievocazione dell'11 agosto 2014 rimane agli atti anche grazie al folder, curato da Giorgio Arrigoni, e all'apposito annullo che l'Ufficio Filatelico della Posta Centrale di Cuneo rilascerà a richiesta nei modi consueti.
DATA: 12.08.2014
   
LUTTO: L'U.M.I. RICORDA L'EX CONSIGLIERE NAZIONALE FEDERICO ORLANDO

Federico Orlando - Consigliere nazionale UMI


L'on. Federico Orlando ci ha lasciati, giornalista e storico, fedele amico del già consigliere nazionale U.M.I. Indro Montanelli, parlamentare per più legislature. Egli fu un monarchico convinto al punto di essere eletto consigliere nazionale U.M.I. al Congresso del 1984. Fu successivamente anche Capo della Commissione Stampa dell'Unione monarchica italiana. Al cordoglio espresso da tutto il mondo del giornalismo si è aggiunto quello dei monarchici tra cui quello del presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, del presidente onorario Sergio Boschiero e del segretario nazionale Davide Colombo. 

DATA: 11.08.2014

LIBERAZIONE LIBERALE: 7-8 AGOSTO 1944 UNIONE DEI MODERATI, L'OCCASIONE MANCATA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10/087/2014

      La maggior parte degli italiani che lottarono contro l'occupazione tedesca non si batté per spianare la strada all'Armata Rossa, né a Palmiro Togliatti, il capo del Partito comunista inviato da Stalin in Italia per piegarla agli interessi dell'Unione Sovietica. La lotta di liberazione fu promossa dal Partito d'Azione, deciso a impedire che le libertà politiche e civili diventassero “strumento di partiti e di gruppi, che della libertà si avvalgono con il proposito di distruggerla”; da socialisti riformisti, democristiani, liberali e da tanti monarchici, come il generale Giuseppe Perotti, capo del Comitato militare regionale piemontese, catturato, torturato e fucilato al Martinetto di Torino nell'aprile 1944. A differenza di quanto  si è fatto credere, i comunisti non furono né i più numerosi,  né, meno ancora, i più patriottici. Per comprenderlo va ricordato, per esempio, il Patto della Certosa di Pesio che il 7-8 agosto 1944 unì cinque “divisioni” partigiane: due nate su impulso del Partito d'Azione, una (ideologicamente composita) guidata da Piero Cosa, Dino Giacosa e Aldo Sacchetti, e due organizzate dall'ufficiale di Stato Maggiore Enrico Martini, “Mauri”, monarchico e liberale, come Guido Verzone, primo prefetto di Cuneo alla liberazione.
   L'Accordo della Certosa, prolisso come un atto notarile, tra tante altre cose (forse troppe)  ne disse due molto chiare: “Intendiamo  impegnare tutte le forze contro l'instaurazione e la conservazione di qualsiasi regime totalitario e dittatoriale, di qualsiasi tipo e colore. Siamo perciò contro la dittatura della reazione (grosso capitale, alta finanza, agrari, militaristi) non meno che contro quella del proletariato e di qualsiasi altra classe o gruppo; siamo contro tutti i nazionalismi e gli imperialismi, e, senza per  nulla rinnegare l'alto valore umano e storico dell'ideale nazionale, e della tradizione patriottica italiana, auspichiamo una federazione di liberi popoli del nostro continente, che lasciando intatta nei tratti essenziali la fisionomia delle singole nazioni, realizzi una vera comunità europea, sola via per assicurare una pace duratura e garantire le migliori possibilità di progresso”. Erano concetti già enunciati il 30-31 maggio a Saretto (Acceglio, in Alta Valle Maira) dagli accordi tra partigiani italiani  e resistenti francesi: “instaurazione delle libertà democratiche e della giustizia sociale in una libera comunità europea”. (*). 
    Il Patto della Certosa, fortemente voluto da Arturo Felici (“Panfilo”, cioè “amico di tutti”), fu sottoscritto da Dante Livio Bianco (figlio di massone), Leo Scamuzzi (massone), dal capitano Piero Cosa e dal maggiore Mauri, da quel momento comandante di cinque divisioni “Giustizia e Libertà” (Verzone aveva proposto “Libertà e Giustizia”).
   Dante Livio Bianco, uno tra i più pensosi protagonisti della lotta di liberazione,  si era laureato in giurisprudenza a Torino a ventun anni con un tesi su “Borghesia e formazione del mondo moderno”, apprezzata anche da Benedetto Croce, tuttora inedita. Nelle lettere a Giorgio Agosti, alto esponente del Partito d'Azione, egli affermava che “l'alleanza coi militari ha un sapore disgustoso di fronte bianco”, ma “l'alleanza coi garibaldini (cioè i partigiani del Partito comunista) vuol dire mettersi insieme con lavativi di prima forza, i quali non pensano ad altro che a fregare l'alleato”. Poi, di sua iniziativa, Bianco optò per l'accordo con gli “Autonomi”, cioè proprio con i “militari”:operazione da rafforzare con l'insegnamento di “semplici punti di orientamento per ignoranti e imbecilli come sono, politicamente, il 90% dei partigiani”: gli “ometti”, homunculi vulgares o anche “biru” come li definì in altre lettere.
   Grazie all'accordo della Certosa i “moderati” del Partito d'Azione, i monarchici e il composito Gruppo di Cosa (poi “Formazioni R”, cioè Ricostruzione) sommarono a circa 8.000 uomini: equivalenti ai reparti dei garibaldini, ma -  aggiunse Bianco - sicuramente superiori “in armamento, disciplina ed efficienza”.
   Pochi giorni prima del Patto, Enrico Martini era stato catturato dai tedeschi. Fu subito rilasciato: una vicenda complessa, che va inquadrata nell'ambito dei rapporti tra militari che già guardavano a quanto sarebbe avvenuto dopo la guerra. I governi dei singoli Stati avevano sbagliato molto, ma occorreva salvaguardare i popoli. La guerra è un “mestiere” duro, spesso crudele, cancella vite;ma deve rimanere una parentesi. Bisognava dunque puntare alla ricostruzione, anzitutto morale.
   Il 5 giugno gli americani arrivarono a Roma e continuarono l'avanzata. Molti si convinsero che presto sarebbero sbarcati in Liguria. Anche Agosti, solitamente bene informato, prevedeva che i tedeschi si sarebbero ritirati dalla pianura padana e  arroccati sull'arco alpino, dalla Svizzera alle Alpi Giulie. Pertanto la liberazione  del Piemonte dall'occupazione germanica era questione di giorni. Già si poteva pensare all'assegnazione delle cariche pubbliche. Forse proprio in quest'ottica, il Patto della Certosa finì sugli scogli. Secondo Duccio Galimberti, comandante delle formazioni Giustizia e Libertà di Piemonte e Valle d'Aosta, esso era politicamente impresentabile  e inaccettabile perché  equiparava la “dittatura del grosso capitale” a quella “del proletariato”, che era e sarebbe rimasto l'obiettivo dichiarato del Partito comunista e dei suoi alleati. Inoltre Mauri era sotto inchiesta perché aveva fatto fucilare alcuni garibaldini, che a loro volta avevano la mano pesante contro i partigiani “militari”: una deriva allarmante per i molti ufficiali in servizio effettivo o di complemento entrati nelle “G.L.” e negli Autonomi (Ezio Aceto, Aldo Sacchetti,  Benvenuto Revelli, Icilio Ronchi, Faustino Dalmazzo ….).
  Solo dalla seconda metà del 1944 il verme dell'ideologia rose il vasto fronte dei moderati e ne spinse molti a farsi succubi dei pifferai della “rivoluzione”.
  A guerra finita Bianco scrisse che il Patto della Certosa fu “una occasione mancata”. In effetti sino a quel momento i moderati ebbero l'egemonia della lotta di liberazione. Poi essa divenne guerra civile, cruda, senza risparmio di vite. Ma questo accadde perché contrariamente alle attese (o illusioni) i “liberatori” non  sbarcarono affatto in Liguria, sibbene in Provenza. Non fu la prima volta che si presero gioco degli italiani. Nel settembre 1943 al governo Badoglio avevano lasciato intendere che sarebbero sbarcati sulla costa adriatica, dalle parti di Rimini, e nell'Alto Tirreno e avrebbero paracadutato una divisione nei pressi di Roma. Naturalmente toccava agli italiani garantirne l'incolumità. Come?  Riducendo Roma a campo di battaglia? In realtà sbarcarono a Salerno e vennero bloccati dai tedeschi.
  Due giorni dopo i Patti della Certosa, Bianco espresse ad Agosti la sua profonda perplessità: “E 'sta situazione generale, com'è? Il tempo passa e non si vede tanto vicina la fine. L'estate volge al termine, e gli alleati sono a Firenze, Che casino è questo? (…) Noi qui non capiamo più niente (…) Al diavolo gli inglesi e chi li ha inventati. Se si va di 'sto passo, quelli che fra noi sopravvivranno spareranno decisi sui primi alleati che verranno: ed avranno ragione”. La guerra stava prendendo una piega brutta: generò un clima nettamente diverso da quello dei Patti del 7-8 agosto, solennemente festeggiati con un banchetto a San Bartolomeo di Chiusa Pesio, una ventina di  chilometri da Cuneo, del  tutto indisturbato da tedeschi e  repubblicani e  concluso con il canto della “Badoglieide”  da parte di Bianco e dei giellisti per far dispetto a Mauri.
   Era ancora la “grande vacanza”, come Bianco scrisse in una lettera del 1947. I Patti della Certosa costituiscono dunque una pagina paradigmatica della guerra partigiana  come lotta contro tutte le dittature. Perciò il loro 70° è stato lasciato sotto silenzio da tanti istituti di storia della resistenza....
Aldo A. Mola  
(*)  Per iniziativa della Provincia di Cuneo, del Centro Giolitti e della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, alle ore 11 di lunedì 11 agosto i Patti di Saretto  vengono rievocati da Gianna Gancia  nell'albergo di Saretto ove furono discussi e firmati il 30-31 maggio 1944. Da Presidente  della Provincia di Cuneo, Gianna Gancia auspicò una storia della lotta di liberazione che ricostruisca la verità di fatti, libera dalle incrostazioni ideologiche che per decenni ne ha avvolto la “narrazione” rendendola ostica, soprattutto ai giovani.
DATA: 10.08.2014

GRANDE GUERRA E “PROGETTO ITALIA”: LE RAGIONI DELLA NEUTRALITA' GIOLITTIANA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 03/087/2014

Vittorio Emanuele III   La Grande Guerra è e rimarrà al centro dell'attenzione almeno sino al centenario dell'intervento dell'Italia, il 24 maggio 2015. Sin d'ora, a un secolo esatto dall'inizio della catastrofe (28 luglio-4 agosto1914), si possono fare alcune considerazioni su certe stranezze interpretative dilaganti. Ma in primo luogo va constatato che negli anni recenti la storiografia italiana non ha prodotto alcuna opera innovativa e memorabile né sul “più grave disastro  dell'umanità dopo il diluvio universale” (come il premier britannico David Lloyd George definì  il “guerrone”) né sulla partecipazione dell'Italia. Certo perdura l'efflorescenza di volumi, saggi, articoli su aspetti specifici. Alcuni editori (Gaspari, Leg,...) meritano gratitudine giacché da decenni propongono studi pregevoli, ma quasi sempre su eventi circoscritti. Mancano invece  opere paragonabili a quelle prodotte dalla storiografia britannica, che ancora una volta si impone grazie a una politica culturale  assente in Italia, ove le maggiori Case editrici sono più inclini ad acquistare titoli stranieri che a sorreggere studi nostrani.
   Da qualche tempo – ed è questa la seconda  considerazione – si affaccia l'accusa che proprio l'Italia sia stata la vera responsabile della Conflagrazione europea. E' la tesi centrale di La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo. Come l'Italia provocò la prima guerra mondiale di Franco Cardini e Sergio Valzania (Mondadori). Secondo i due  autori il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, nel settembre 1911 mosse guerra all'impero turco-ottomano per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica per meschini calcoli di politica interna, senza rendersi conto che indebolire la Sublime Porta avrebbe scatenato i nazionalismi balcanici e portato fatalmente alla guerra generale. All'opposto di quanto essi asseriscono, per altro senza citare la fonte documentaria, nell'incontro segreto del 17 settembre al Castello di Racconigi non fu Giolitti a ottenere il consenso di Vittorio Emanuele III: fu il re stesso a fissare il calendario dell'impresa. Ma a parte dettagli, perché mai il tardivo  imperialismo italiano, sino a quel momento concretatosi nella costituzione delle colonie di Eritrea (1890) e Somalia (1907), terre già incluse nei labili confini dell'impero turco, sarebbe più “colpevole” di quello di Francia (che nel 1911 all'Algeria e alla Tunisia aggiunse il Marocco), Gran Bretagna, Germania (che possedeva Camerun, Togo, Tanganika, Africa Sud-Occidentale: usiamo volutamente i termini dell'epoca), Paesi Bassi, Belgio...? E perché mai l'Italia avrebbe destabilizzato l'Europa più di quanto non stessero facendo le altre potenze che da decenni usavano la Sublime Porta per i propri calcoli imperialistici con forniture militari, controllo dei partiti (fu il caso dei “Giovani Turchi”) e dell'economia (inclusa la mitica ferrovia Berlino-Belgrado-Bagdad-Bassora). 
 In terzo luogo sempre più si fa strada la sopravvalutazione di taluni “effetti collaterali” della Grande Guerra, che trasformerebbe l' “inutile strage” (Benedetto XV) in calamità benefica. Secondo tale interpretazione, astigmatica e miope, è vero  che il conflitto costò, più o meno, venti milioni di morti ammazzati e altrettanti o più di mutilati, feriti, istupiditi; è vero che dette la stura ai totalitarismi (a cominciare dai bolscevichi di Lenin, i primi a vincere la partita con la conquista del potere in Russia, la liquidazione dello zar Nicola II; e poi il fascismo in Italia, il Partito nazionalsocialista del lavoro di Hitler); però – viene insinuato - senza la guerra non si sarebbe verificata la spettacolare accelerazione di scienze, tecnologie e diffusione dei loro benefici. L'aviazione non avrebbe compiuto il grande balzo se non avesse  avuto  Francesco Baracca e  il “Barone Rosso”  von Richtofen. Non solo. Senza centinaia di migliaia di corpi umani maciullati da rimettere in sesto alla bell' e meglio, la chirurgia non avrebbe fatto tanti e rapidi passi avanti. Questa cieca fiducia nelle “umane sorti e progressive”, già fustigata da Giacono Leopardi, è corroborata dalla convinzione che l'eliminazione di quattro imperi (Russia, Austria-Ungheria, Germania e turco-ottomano) abbia spianato la via a maggiore libertà e benessere per tutti. L'identificazione di guerra, rivoluzione e progresso è una forma di fatalismo che giustifica qualunque aberrazione con la vaga promessa (o speranza) di un futuro sicuramente migliore. Ne abbiamo avuto un recente saggio con la nefasta apertura di credito verso la catastrofica “Primavera araba”. In realtà, ben prima della Conflagrazione europea del 1914 le scienze avevano compiuto passi da giganti senza bisogno di un'ecatombe umana e del caos finanziario e monetario generato dalla guerra. Diversamente, tanto varrebbe sostenere che senza lo sterminio delle popolazioni indigene le Americhe sarebbero non sarebbero progredite e senza i conflitti tra opposti fanatismi (islamici contro cristiani e viceversa) il commercio nel Mediterraneo sarebbe stato meno intenso.
  Il sotterraneo elogio della Grande Guerra (un prezzo che l'umanità doveva pagare per divenire adulta: una sorta di deflorazione dell'Europa della Belle Epoque, altrimenti adolescente  precocemente avvizzita) sottintende quello del comunismo sovietico, del fascismo e del nazionalsocialismo quali regimi  acceleratori della modernizzazione. In tale visione, il modello politico prebellico era grigio, fatalmente “condannato dalla storia”: formula, codesta, buona per tutti gli usi.
  Per spazzare via la confusione delle valutazioni sulla Grande Guerra merita riflettere  proprio sul “caso Italia”. Secondo alcuni essa non non aveva alcun vero progetto e nella guerra entrò a occhi bendati. I documenti dicono l'opposto. I suoi protagonisti  furono il re, Vittorio Emanuele III,  e Giolitti.  Filobritannico, nell'aprile 1901 re Vittorio  aveva  conferito il collare della Santissima Annunziata a Emile Loubet, presidente della laicistica Francia. Malgrado la viscerale avversione contro Vienna (largamente ricambiata), Vittorio Emanuele condivise il disegno del presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, sulla necessità di evitare avventure e battere la via della costruzione del Paese: opera gigantesca dopo secoli di dominazioni straniere e la lunga vicenda del brigantaggio  meridionale, rievocata da Francesco Pappalardo in Dal banditismo al brigantaggio. La resistenza allo Stato moderno nel Mezzogiorno d'Italia, ed. D'Ettoris).
  In una lettera sinora inedita, l'11 ottobre 1908 Giolitti spiegò a Luigi Facta, ministro delle Finanze, quanto occorreva fare dinnanzi ai venti di guerra suscitati dall'annessione della Bosnia Erzegovina da parte dell'Impero d'Austria-Ungheria: lavorare: “Il fatto che il movimento contro la politica estera  (del governo) viene ora capitanato dal partito repubblicano va fatto risaltare dai giornali monarchici. Evidentemente si vorrebbe suscitare un movimento irredentista senza riflettere ai gravi pericoli. Una tale politica renderebbe indispensabile un enorme aumento dei bilanci militari ai quali non si potrebbe far fronte se non sospendendo le opere pubbliche in corso, rinunciando all'esecuzione di tutti i provvedimenti  a favore dell'Italia meridionale, ricacciando cioè l'Italia di mezzo secolo indietro. Con tutto ciò il fine non si otterrebbe e l'unico effetto sarebbe una agitazione a favore del partito repubblicano con enorme danno delle classi popolari e del mezzogiorno”. Appare quindi fuorviante l'opinione di Vittorio H. Beonio Brocchieri secondo il quale Giolitti fece dell'Italia “una (quasi) grande potenza, forse senza neppure volerlo”(Giovanni Giolitti, ed. “Il Sole 24 Ore”). In realtà sia lui sia il re avevano un progetto alto e lungimirante e cercarono di blindarlo con  nuovi accordi, come di Racconigi tra Vittorio Emanuele III e Nicola II di Russia (ottobre1909). 
  Lo Statista della Nuova Italia invero era un pacato illuminista, riscaldato dalla fiducia nella ragionevolezza (che non è fatuo razionalismo: tiene conto delle passioni, ma anziché lasciarle a briglie sciolte le governa), come era stato a suo tempo il principe Clemens von  Metternich, che  - ne scrive Luigi Mascilli Migliorini nella accurata biografia edita da Salerno (*) - fondò la pace durevole sull'equilibrio tra le grandi potenze (vincitori e vinti): un “concerto” incardinato su trattati politici, militari e sull'unitarietà di intenti morali.
   La vera grande vittima della guerra dei Trent'anni (1914-1945) non fu solo un centinaio di milioni di vite umane ma soprattutto la Morale Pubblica. Perciò, più che ingenuo, è falso asserire che senza la Prima guerra mondiale non avremmo la rifondazione della Comunità internazionale su principi etici. Non ne furono e non ne sono garanti né la pilatesca Società delle Nazioni né questa  inconcludente Organizzazione delle Nazioni Unite. Prima della Conflagrazione europea la Comunità Internazionale aveva le sue regole e i suoi strappi, ma misurati e controllati, tutt'altra altra cosa rispetto al ricorso alla guerra quale “sola igiene del mondo”, foriera, secondo i suoi profeti, di progresso, modernizzazione, purificazione, catàrsi...: tutti miti accecanti come la fiducia gnostica che dal Male nasca sempre il Bene.
Aldo A. Mola 
(*) Metternich. L'artefice dell'Europa nata dal Congresso di Vienna, finalista al premio Acqui Storia 2014.
DATA: 03.08.2014
   
PRESENTAZIONE  LIBRO  "DITTATURA  E  MONARCHIA"  DI   DOMENICO  FISICHELLA

Domenico Fisichella - Dittatura e MonarchiaDopo  le  numerose  presentazioni  avvenute  in  varie  città  d'Italia , la sera  del  18  luglio , per  iniziativa  del  Sindaco  di Santa  Marinella (provincia  di  Roma), Roberto  Bacheca, si  è'  tenuta  presso  la  sede  della  Biblioteca  Civica , un  incontro  con  l' Autore , che  ha  ampiamente  illustratto  i  punti  salienti  della  sua  più  recente  opera  storica  "Dittatura  e  Monarchia" (editore  Carocci), che  conclude  la  trilogia  sulla  storia  d'Italia , iniziata  con  "Il  Miracolo  del  Risorgimento"  e  proseguita  con  "Dal  Risorgimento  al  fascismo". Presente  un  numeroso  e  quaklificato  pubblico , al  terminne  dell'esposizione  del  prof ,
Fisichella  si  aperto  un  ampio  dibattito  con  le  esauriente  risposte  e  gli  approfondimenti  richiesti   da  parte  di  Fisichella , che  ha  poi  firmato  le  numerose  copie  del  libro  acquistate  dai  presenti.
DATA: 03.08.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO AD ALBERTO BUONGIORNO PER LA SCOMPARSA DELLA MOGLIE ELISABETTA

L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno al Consigliere Nazionale U.M.I. e responsabile regionale per il Molise Biagio Alberto Buongiorno, per la scomparsa della moglie Elisabetta.
Il Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, legato da fraterna e ultraventennale amicizia ad Alberto e ad Elisabetta, si è recato personalmente in Molise per manifestare il cordoglio dell'Associazione alla famiglia.
Ad Alberto, punto di riferimento monarchico per gli Abruzzi, sono giunte le sentite condoglianz
e, oltre che del Presidente nazionale Alessandro Sacchi, del Presidente Onorario Sergio Boschiero e del Segretario nazionale Davide Colombo.
Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno in memoria della Signora Elisabetta e esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia.

DATA: 28.07.2014

PAPA PIO X IL “NAZIONALISTA DI SAN PIETRO”?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27/07/2014

Papa Pio X   “La c'è la Provvidenza” fece dire il conte Alessandro Manzoni a Renzo Tramaglino nei Promessi Sposi (lettura raccomandata nelle piovose notti d'estate). C'è il Fato. C'è il Caso. Secondo i punti vista. Per la storia vi sono i Fatti. Un fatto è che sino al Ferragosto del 1914 papa Pio X (Riese, Treviso, 2 giugno 1835- Roma, 20 agosto 1914) stava abbastanza bene, malgrado un po' di gotta e di nefrite, del tutto compatibili con la vita che aveva condotta e l'età, per quei tempi già venerabile. D'improvviso fu assalito da un'infezione bronchiale. Morì nel volgere di due giorni. Da poche settimane l'Europa era precipitata nel “guerrone” che egli da tempo temeva e non poté scongiurare.
    La chiesa di Roma non era mai stata così isolata. Pio X non celava predilezione per gli unici stati ancora dichiaratamente cattolici: l'Austria di Francesco Giuseppe, ma anche del Sacro Romano Impero (da oltre un millennio croce e delizia dei papi) e l'Ungheria di re Santo Stefano. Il quadro generale era fosco. In Portogallo dilagava l'anticlericalismo feroce, che aveva contagiato Messico e  America centro-meridionale e che non si fece intenerire dalle apparizioni di Fatima. La cattolicissima” Spagna era preda di spinte rivoluzionarie inneggianti a Francisco Ferrer  y Guardia, martire del Libero Pensiero (fucilato per complotto anarchico). Dopo la visita del presidente Emile Loubet a Vittorio Emanuele III in Roma (1904) e le leggi laicistiche di Emile Combes, che annientarono le congregazioni religiose, la “cristianissima” Francia e la Santa Sede ruppero i rapporti diplomatici. La Germania era un mosaico di chiese luterane, con l'eccezione della Baviera. Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, ecc.,...erano luterani. V'era poi l'Impero russo, ortodosso, come la Grecia ove la “Gazzetta Ufficiale” pubblicava gli atti dei vescovi come fossero di Stato.  Il Belgio, mezzo cattolico e mezzo calvinista, non era certo determinante. La Gran Bretagna era anglicana e teneva sotto le unghie la cattolica Irlanda. Non più felice era la cattolica Polonia, spartita fra lo zar di Russia, la Prussia e l'Austria, che, quando si trattava di dominio, dimenticava Roma per Vienna. I Balcani? Il Mediterraneo? Era un lago dominato da inglesi, francesi e, solo dal 1911-12) dall'Italia di Vittorio Emanuele III, agnostico, e di Giolitti, cattolico senza ostentazione: appena un velo di ricristianizzazione in un mondo ancora prevalentemente islamico, fermato ma non sconfitto a Lepanto nel 1571: una battaglia di arresto, com'era stata Poitiers  otto secoli prima.
   Pio X visse di tempi angoscianti. Primo dei dieci figli di due sposi poverissimi, seminarista da bambino, ordinato sacerdote a 22 anni, vescovo di Mantova a 49, nel 1893 fu preconizzato Patriarca di Venezia ma ebbe il regio “exequatur” solo il 5 settembre 1894. Originariamente contrario alla partecipazione dei cattolici alle elezioni (incluse le amministrative), considerava la massoneria “una setta infame”, una “congrega infernale”. Però capì che con massoni quali Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Domenico Farini la Chiesa doveva confrontarsi. In via riservatissima lo aveva fatto anche il suo predecessore, Leone XIII, affiancato dal segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro, un autentico Principe della Chiesa, lungimirante e fattivo, sospettato di iniziazione segreta e sicuramente a contatto con il “fratello” Crispi tramite il direttore della Biblioteca Vaticano.
   “Curato di campagna” (come lo definì Pio XII che lo elevò alla gloria degli altari, proclamandolo santo), Pio X era un pragmatico. Perciò a Venezia sostenne senza  chiasso un'amministrazione di cattolici-liberali, con ciliegina massonica. V'era di peggio. E nel 1895 rese omaggio al 25° di Porta Pia. Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza, il 29 luglio 1900 (un anniversario tuttora motivo di riflessione e di indagine storiografica), c'era poco da scegliere. I cattolici erano nei consigli comunali e provinciali, nelle casse di risparmio e rurali e in Senato (era il caso di Alessandro Rossi, laniere di Schio, per esempio), ma non ancora alla Camera, perché vigeva il “non expedit”, il “né eletti né elettori” di don Giacomo Margotti. Pio X  capì che era meglio appoggiare liberal-moderati e ottenere l'elezione di cattolici deputati (non deputati cattolici, rappresentanti di un “partito dei cattolici”, fatalmente riduttivo) anziché lasciare via libera ad anticlericali, socialisti rivoluzionari e radicali cristianofaghi. Così, a passi felpati, nel 1913 l'Unione elettorale cattolica del conte Gentiloni concorse all'elezione di oltre 200 deputati, anche massoni.
   Mentre tutti i Paesi si chiudevano a riccio e col pretesto (o  nel timore) di attacchi altrui si armavano a ritmi forzati (valga il caso della  Francia dopo l'affaire Dreyfus; ma altrettanto avvenne in Germania, Russia, Gran Bretagna e persino in Italia...) anche Pio X alzò palizzate per difendere l'identità della Chiesa cattolica apostolica romana. Cominciò col liberarla dal “diritto di veto” che l'Austria aveva esercitato ai danni dell'elezione di Rampolla nel conclave del 1903: residuo di medioevo.
Nel  corposo volume Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo ( Ed. Lindau) (*) Gianpaolo Romanato, membro del pontificio Comitato di studi storici e già autore di una biografia di papa Sarto nel 1992, giustamente  osserva che, quando accettò l'elezione al Sacro Soglio e, come d'uso, scelse il nome, Pio X non aveva in mente  Mastai Ferretti (Pio IX) ma forse i  papi vittime della Rivoluzione: Pio VI e Pio VII. Probabilmente, aggiungiamo, si rifece a Pio V, papa Antonio Ghislieri,  di Bosco Marengo, a sua volta di poverissima famiglia, domenicano, grande  riformatore, come il francescano Sisto V, a sua volta di umili origini. Come i Papi della Controriforma, anche Pio X serrò le file contro gli eretici antichi e nuovi. Non esitò a scomunicare i “modernisti” con l'enciclica Pascendi del 16 settembre 1907. Per tanti illustri cattolici la condanna fu un dramma  enorme, che aprì ferite profonde perché scese per rivoli sotterranei e a volte colpì anche per motivi meno nobili. Nel suo importante studio Romanato cita una sola volta monsignor Umberto Benigni, che fondò il “Sodalitium Pianum”, una sorta di servizio segreto mirante a scovare il nemico dappertutto e che seminò la mala erba dell'antisemitismo. Non furono tempi facili.  Se gli anticlericali erano a volte assai rozzi e persino Ernesto Nathan da sindaco di Roma fece affermazioni sconvenienti, anche tanti preti e clericali non furono da meno. Il catechismo (che richiese anni di lavoro e durò sino a Giovanni Paolo II), l'impostazione del nuovo codice di diritto canonico (promulgato da Benedetto XV nel 1917 e comprendente  scomuniche  basate su sospetti più che su documenti) e altre riforme, a cominciare dalla musica sacra (canto gregoriano, non più sguaiataggini) furono espressione di un sorta di “nazionalismo della chiesa di Roma”. Da una parte se ne coglie l'aspetto conservatore, dall'altra il vasto respiro,  la  forza e la lungimiranza. Certo a quel modo Pio X non si procacciò amicizie. Gli Stati Uniti d'America, presieduti da una fitta serie di massoni come ricorda Roberto Giacobbo in “Voyager”, continuarono a non avere relazioni diplomatiche con la Santa Sede.
   Quando nel 1915 dalla neutralità passò all'intervento a fianco dell'Intesa  (Francia, Gran Bretagna e Russia) il governo di Roma (che nell'estate 1914 aveva garantito la libertà del conclave) ebbe buon gioco a ottenere nel Patto di Londra l'esclusione  della Santa Sede dal futuro Congresso della pace.  Le due rive del Tevere rimanevano lontane. Pio X fu davvero il papa della modernità o risultò ancora debitore verso il Sillabo  di Pio IX e dei pontefici persecutori di ugonotti, streghe e filosofi scomodi, come Giordano Bruno, arso vivo a Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600? Certo, papa Sarto non poté appiccare roghi per “avversari”. Ma la condanna dei modernisti bruciò nelle coscienze. Bastino, tra i moltissimi, i casi di Ernesto Bonaiuti e di Antonio Fogazzaro, l'autore del celebre Il Santo, che si contrì pubblicamente e così facendo (lo ha documentato Enrico Tiozzo in un bel volume edito da Olschki)  fu escluso dal Premio Nobel per la letteratura, assegnato al massone  Giosue Carducci. Ma il Maestro e Vate d'Italia stentò sempre a vendere più di 1000-200 copie delle sue raccolte poetiche. Lo stesso d'Annunzio di rado superò le 5.000 copie. I libri di edificazione promossi dalla chiesa di Pio X circolavano invece in centinaia di migliaia di copie. Di esemplare rettitudine personale e riservatezza, il pacato papa Sarto guardò lontano. Tra i successori due ne ripeterono il nome: e sopravvissero ai totalitarismi. Senza Pio XI e Pio XII la Chiesa avrebbe fatto poca strada: ma alle spalle essi ebbero appunto il solido “curato di campagna” che seppe adattare la Buona Novella ai  tempi nuovi, mai tentato da toni istrionici.   
Aldo A. Mola
(*) Il volume di Gianpaolo Romanato è finalista nella sezione scientifica del Premio Acqui Storia 2014.
DATA: 28.07.2014
   
CHIUSURA ESTIVA SEDE NAZIONALE


La sede nazionale dell'U.M.I. rimarrà chiusa dal 21 al 28 luglio compresi. Saremo operativi per tutto il mese di agosto. Durante questa settimana non garantiamo la risposta alle mail in tempo utile. Per qualsiasi necessità si prega di telefonare al 348.0440960. Buone vacanze!
DATA: 19.07.2014
 
SENATUS MALA BESTIA?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/07/2014

  “Senatori boni viri, Senatus mala bestia”. Lo si sa dall'Antica Roma, che governò i popoli dell'immenso Impero. Vi sedevano i membri di famiglie secolari. Se una loro coppia non aveva figli, ne adottava all'interno della casta. Emblematico il caso di Paolo Emilio, nel 168 a. Cr. vincitore su Perseo, re di Macedonia. Dei due figli avuti in seconde nozze, uno morì poco prima del suo trionfo, l'altro subito dopo, sicché il suo nome sarebbe scomparso. Ma dei due maschi avuti dalla prima moglie il primo era stato adottato dai Fabi, il secondo dagli Scipioni (due famiglie senza eredi) e divenne Scipione Emiliano Publio Cornelio, Numantino Africano Minore: il condottiero-filosofo che distrusse Cartagine e ne cosparse le rovine di sale affinché non vi crescesse mai più nulla.
   Il Senato era la Continuità. Vi entrava chi dall'adolescenza aveva appreso a servire la Patria. Senatus PopulusQue Romanus (SPQR) fu l'insegna delle Legioni, un emblema che incuté timore e al tempo stesso insegnò  il diritto. Benché sconfitte una volta dal germanico Arminio, le legioni tennero per altri secoli i barbari fuori dall'Impero.
   Non esiste civiltà senza una dirigenza consapevole del proprio compito: non abbattere (o rottamare) ma progredire, aggiungere mattoni sui muri esistenti, pietre levigate su quelle, a volte più rozze, posate dai padri; edificare, con scienza e coscienza.
   Il segreto del governo, che è Arte Reale, fu la classe dirigente ampia e diffusa: “patres conscripti” in Senato non furono solo gli esponenti dell'aristocrazia originaria, come accadeva nei regimi teocratici dell'Oriente, ma anche i cavalieri, cioè la plebe, ovvero il popolo. Organo collegiale, sacro (espresso nei simboli, come il laticlavio, l'anello d'oro...), quando necessario il Consesso decretava il “senatus consultum” che autorizzava azioni estreme, nel rispetto dei diritti perpetui dei cittadini. Perciò il console Marco Tullio Cicerone, uomo di pensiero più che di azione, poiché fece strangolare in cella gli avversari politici senza processo, fu condannato all'esilio. Marco Antonio lo fece uccidere.
   Quel modello fu assunto da tutti gli Stati moderni man mano che si emanciparono dalla barbarie e dall'assolutismo mascherato come monarchia amministrativa o consultiva. Dal 1848, con lo Statuto di Carlo Alberto di Savoia, nel regno di Sardegna il Senato fu ideato come cenacolo di anziani (dovevano avere almeno quarant'anni, che per i tempi erano parecchi): personalità di alto senso dello Stato e accertata  esperienza nei diversi campi della vita pubblica, culturale imprenditoriale. Lo Statuto previde anche la nomina di “illustrazioni della Patria”: persone sprovviste di beni ma di genio e benemerenze  indiscusse. Se ne contarono appena un centinaio in un secolo. Persino Giuseppe Verdi e Giosue Carducci divennero senatori non solo per fama ma anche per altri meriti. 
  Fra il 1848 e il 1947, il Senato ebbe poco più di 2400 componenti, nominati dal re in numero illimitato, vitalizi e senza compenso alcuno. Rappresentare la Patria è un onore. Nessuna persona di vero valore rimase esclusa dal regio Senato.
   Quello è il passato remoto. Nel 1948, quando venne eletto il primo Senato della Repubblica, furono nominati circa 100 senatori “di diritto”. Per motivi diversi essi costituirono l'anello di congiunzione tra il nuovo e l'antico regine. Quei 100 senatori (liberali, democratici, nessun clericale, molti dichiaratamente monarchici)  obbligarono il democristiano Alcide De Gasperi a formare il governo comprendente liberali, repubblicani e socialdemocratici.  La Democrazia cristiana aveva la maggioranza alla Camera dei deputati ma in Senato no. Si capì subito quanto fosse importante la Camera Alta. Molti politici di lungo corso preferirono rimanere sino all'ultimo a Montecitorio. Ricordavano che Giovanni Giolitti rispose “piuttosto mi dimetto da uomo” a chi gli chiese, a nome di Mussolini, di lasciare la Camera per assumere la presidenza del Senato. Eppure parecchi deputati di rango passarono in Senato. Fra i tanti bastino Ferruccio Parri, Giovanni Malagodi, Francesco Cossiga.
  Il Senato fu sempre organo di garanzia. Come è tuttora, visto che persino il governo attuale ha dichiarato che affida al Senato l'onere di correggere gli “errori” introdotti in alcune leggi da Montecitorio. Il Senato, però, può svolgere meglio la sua funzione se è espressione diretta dei cittadini, come recita la Costituzione vigente. Da anni si aggrovigliano progetti difformi su un Senato nuovo. Sedicenti illuminati proposero un Senato delle Scienze, dimenticando che in Italia Università e Accademie sono discusse per il clientelismo baronale e la pochezza che le ha fatte scivolare nelle classifiche planetarie della produttività scientifica. D'altra parte, perché mai l'Italia dovrebbe avere una Camera dei Saggi e una...degli Imbecilli? Perciò molti pensano che, ferma il superamento del bicameralismo perfetto 8che è tutt'altro discorso), entrambe le Camere debbano essere elette dai cittadini. Molti temono il crepuscolo dell'elezione dei rappresentanti, come è accaduto per i Consigli e presidenti delle Province: enti che debbono continuare a svolgere le funzioni di legge ma al momento sono commissariate, con assessori allo sbando e quattro spiccioli a disposizione. In autunno ne vedremo le conseguenze. Con chi se la prenderanno i cittadini per le inadempienze e per la sempre più deprecata “assenza” dell'amministrazione pubblica  e dello Stato, sicuramente in aumento?
   La fatua polemica contro la casta avrà per effetto l'impennata del corporativismo e la proliferazione delle congreghe, ovvero di “associazioni non riconosciute” di vario genere. L'Italia ne conosce alcune, ma ne vedrà molte molte altre, a cominciare da quelle delle minoranze etniche, a parte le chiese (quella cattolica è solo una fra tante e non è detto che nei decenni prossimi rimarrà dominante: registreremo il contraccolpo dell'ordinazione episcopale femminile decisa dalla chiesa anglicana e il dilagare di islamismo, buddhismo e culti sincretistici, che evocano l' Asino d'Oro di Apuleio).
   Un'ultima considerazione: il Senato di Roma era espressione del popolo, come poi fu quello della monarchia, poiché i suoi componenti erano nominati dal Re, che tale era “per grazia divina” e firmava i decreti “per volontà della nazione”. Quello di età repubblicana sinora è stato eletto direttamente dai cittadini. Quando mai venisse deliberata la sua formazione su basi diverse, l'attuale risulterebbe politicamente e moralmente azzerato. Se anche non fossero stati eletti sulla base di una legge  dichiarata non costituzionale (l'abbiamo dimenticato?), i senatori in carica risulterebbero delegittimati. Ma è proprio questa  la “necessitas ultima” dell'Italia odierna? Bene si comprende che, se i senatori sono “boni viri” (quasi tutti, suvvia), nell'insieme il Senato possa reagire da “mala bestia” a chi ne vuole la formazione su lla base di meccanismi e conteggi confusi e dagli esiti politici arcani.
   Oggi, semmai, l'Italia ha urgenza di una nuova Assemblea Costituente. Appena insediato alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta formò una Commissione di Saggi (certo meno arrogante di Renzi Matteo, meno avvenente di Boschi Maria Elena e discutibile come tutto ciò che è umano), insediata e più volte ricevuta da Giorgio Napolitano. In tempi rapidi elaborò un progetto concreto. Che fine ha fatto? Esso conteneva in nuce l'elezione di una Costituente, chiamata a deliberare una nuova Carta (processo lungo e complesso, separato dall'esecutivo), per dare forma alla Nuova Italia: Repubblica presidenziale? semipresidenziale? un Principato? una federazione nell'ambito dell'Europa sempre albeggiante e sempre più lontana? A decidere, infine, dovrebbero comunque essere i cittadini, con un referendum confermativo. Nella realtà e nel mito il Senato di Roma durò più o meno 1500 anni. E' un precedente: un monumento per i “boni viri” chiamati a decidere le sorti della “mala bestia”.  

Aldo A. Mola
DATA: 19.07.2014
     
ISRAELE, SENZA SE E SENZA MA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 13/07/2014

                    La guerra nel Vicino Oriente ha un'unica soluzione possibile: il riconoscimento franco, definitivo, “senza se e senza ma” dello Stato di Israele da parte non solo dei governi dei Paesi arabi e islamici, ma anche dei “movimenti” religiosi, politici, militari che lo vogliono distruggere (Hamas è solo uno dei tanti, e neppure il più pericoloso, anche se è in prima fila per motivi territoriali). In sua assenza, lo Stato di Israele ha motivo di difendersi con tutti i mezzi disponibili, come qualunque popolo farebbe per la propria sopravvivenza. Israele ha una ragione in più. A differenza di tutti gli altri Stati della comunità internazionale, conta quattromila anni di storia, e la ricorda tutta, secolo dopo secolo, anno dopo anno, morti dopo morti. Israele non si batte per qualche chilometro quadrato in più o in meno, ma per la sua stessa esistenza. A cospetto degli scontri in corso nel Vicino Oriente, l'Europa mostra quello che è: non esiste. È in preda a una crisi acuta di afasia e di impotenza senile. Dal canto suo l'Italia farfuglia, annaspa, latita. Si volta dall'altra parte. Del resto non ha alcuna politica estera, né militare. È irrilevante.
  I cittadini dello Stato di Israele hanno diritto di vivere in pace. Non sappiamo quali sviluppi avrà questa fase di un conflitto che dura da settant'anni. Si sa come cominciano le guerre, mai come finiscano. Da regionali possono divenire continentali, mondiali. Con gli attuali mezzi di distruzione, possono iniziare come operazioni di polizia e terminare con la pulizia del pianeta. Un punto sul quale occorre avere idee chiare è che Israele combatte per la vita del popolo ebraico. Per comprenderlo vanno ricordate le radici recenti e remote di questa lunga guerra e domandarsi se la Comunità internazionale abbia fatto il minimo sufficiente per risolverla. Sintetizziamo l'inizio del conflitto tra lo Stato ebraico (che non vuol dire “israelitico”) e quelli confinanti e viciniori. Israele nacque in due tempi: il voto dell'Assemblea delle Nazioni Unite per la formazione di due Stati, l'ebraico e il palestinese (29 novembre 1947), e la fine del mandato della Gran Bretagna sulla Palestina (14 maggio 1948), quando l'Assemblea nazionale proclamò l'indipendenza di Israele con ben Gurion presidente. Dal 1917 la Dichiarazione Balfour aveva prospettato il “focolare ebraico”, non un Paese sovrano. Dal 1948, invece, gli ebrei ebbero la loro Patria, solennemente garantita dalla Comunità internazionale, ma subito aggredita militarmente da Egitto, Iraq, Siria, Giordania e Libano intenzionati ad annientarla. Circa 750.000 “palestinesi” (caleidoscopio di genti semitiche, come semiti sono gli ebrei) furono incitati ad abbandonare i territori precedentemente abitati con la promessa che Israele sarebbe stato spazzato via dalla Lega Araba e sarebbero tornati trionfatori. Si aprì la ferita mai rimarginata. Per gli ebrei Israele è la Terra Promessa ma ha ordinamento di Stato di diritto. Per gli islamici la “terra” è della comunità, fondata sulla religione: questione connessa a quella, altrettanto complessa, del califfato. Sono due posizioni radicalmente contrapposte, inconciliabili, fonte di guerra senza mediazione possibile. Se ne esce solo se tutte le parti in conflitto scelgono di ragionare da Stati. Israele lo ha fatto e lo fa (come del resto Egitto, Siria, Giordania e Libano) con relazioni diplomatiche “normali” con la comunità internazionale. Però non può averne con quanti (Stati e/o “organizzazioni”, movimenti, fronti...: ricordiamo l'OLP di Arafat? al-Qaeda di Osama bin Laden? L'Iran del precedente governo?) si propongono il suo annientamento. Questo è il punto. Al riguardo gli “occidentali”, Italia compresa, si sono condotti e di conducono con ambiguità: per opportunismo, per ignoranza e per non fare i conti con la propria stessa storia, nell'oscura consapevolezza di avere ormai nel proprio spazio una chissà quanto numerosa e forte presenza di integralisti islamici, accolti e vezzeggiati come “profughi”, migranti, ecc. ecc. Se fosse stato detto o se venisse affermato chiaro, tondo e una volta per tutte che Israele ha diritto di esistere, i suoi nemici (alcuni Stati anche remoti e il magma del fondamentalismo islamico) non si sarebbero sentiti e non si sentirebbero incoraggiati a scommettere sulla realizzabilità del loro obiettivo: buttare a mare gli ebrei del Vicino Oriente. Se Israele si sentisse davvero garantito dall'Occidente, al suo interno gli integralisti avrebbero avuto e avrebbero meno peso di quanto invece hanno conquistato in un Paese che si sente assediato e che pertanto al proprio interno sprigiona comportamenti belluini (come recentemente dimostrato dal criminale assassinio di un giovane palestinese).
  Lo Stato d'Israele è la cattiva coscienza dell'Occidente. Gli abitanti dell'Italia dovrebbero ricordare che il Colosseo (un mattatoio a cielo aperto) venne eretto da Vespasiano dopo l'annientamento del regno ebraico e la distruzione del Tempio di Salomone (una guerra culminata con la tragedia di Masada) e che, malgrado l'amante ebrea Berenice, suo figlio Tito (ricordato nell'arco che ne celebrò la vittoria del 70 d. Cr.) fu “clemente” dopo aver fatto terra bruciata. Nel 135 d.Cr. l'imperatore Adriano annientò l'ultima ribellione ebraica, guidata da Simon bar Kokhba. Gli ebrei della diaspora vissero quasi due millenni alla mercé di romani, cristiani e musulmani. La loro emancipazione arrivò solo con la proclamazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, cioè con la Rivoluzione francese del 1789, che abolì la discriminazione, ripristinata in Italia con la Restaurazione del 1814-1815. Nel regno di Sardegna gli ebrei ebbero diritti civili e politici solo dopo lo Statuto di Carlo Alberto di Savoia (1848), ma a Roma il ghetto fu definitivamente eliminato solo dopo l'annessione dello Stato Pontificio all'Italia (1870). Sessantotto anni dopo gli ebrei vennero retrocessi a cittadini di serie B con le leggi razziali del 1938, sulla cui base furono poi attuate le razzie del 1943-1945. Sono pagine ancora imbarazzanti, come ricordano Avagliano e Palmieri in Di pura razza ariana (Baldini e Castoldi).
  Parlare di questione ebraica significa fare i conti con l'intera storia dell'Otto-Novecento. L'Italia ebbe ebrei pionieri dell'apertura delle comunità israelitiche verso i valori universali dello Stato di diritto (fu il caso del cuneese Lelio della Torre) e contò patrioti non ebrei che si spesero per l'emancipazione degli israeliti. Tra questi meritano memoria il medico e parlamentare Giovanni Battista Borelli (Boves, 1813-Torino, 1891), autore di La questione semitica e la sua possibile soluzione (1883) e il grande calabrese Benedetto Musolino (Pizzo di Calabria, 1809-1885), autore di Gerusalemme ed il popolo ebreo. (*) Nel 1799 suo padre venne trafitto da trenta pugnalate e gettato dal balcone da masnadieri della Compagnia di Santa Fede del cardinale Ruffo. Sopravvisse. Ma nel 1848 fu assassinato dagli sgherri di Ferdinando II di Borbone, che ne fucilarono un figlio. Il suo palazzo venne dato una seconda volta alle fiamme. La moglie e un altro figlio morirono di crepacuore. Già fondatore con Luigi Settembrini dei Figli della Giovane Italia (nulla a che vedere con Mazzini), neocarbonaro, ateo, poi massone e senatore del Regno d'Italia, Benedetto scampò all'estero. In quella temperie ideò la restituzione alla terra natia (quella cantata da Giuseppe Verdi nel “Nabucco”) a “un popolo senza patria, disseminato su tutt'i punti, abitante sotto tutt'i climi... il popolo ebreo”. Se la “questione ebraica” fu tutt'uno con quella italiana (indipendenza, unità, libertà), dalla nascita, nel 1948, lo Stato di Israele è l'unico bastione dei diritti dell'uomo in Asia. Con tutte le differenze evidenti, esso ricorda la resistenza dei Templari a San Giovanni d'Acri. La sua caduta nelle mani degli islamici ebbe conseguenze epocali: centocinquant'anni dopo i turchi entrarono in Costantinopoli. E vi rimangono.
  L'Occidente ha dato e dà innumerevoli prove di miopia, inconcludenza, inerzia, pavidità. Non può però attendersi che Israele si rassegni e si lasci sacrificare. A un suo re, Salomone, sono attribuiti i Proverbi e il Cantico dei Cantici: poesia sublime. L'Ecclesiaste rimane un vertice del pensiero universale. Ma i suoi profeti hanno anche scritto l'Apocalisse. Israele ha almeno 70 delle 16.000 testate nucleari “pronte per l'uso” dell'arsenale planetario. Hamas dice che può battersi per mesi. Gli ebrei lo fanno da millenni.
   Chi disinnescherà la miccia? Anziché assicurare maggiore stabilità planetaria, da decenni USA e occidentali fomentano il disordine (dall'Afghanistan alla Libia, dall'Egitto alla Siria...). È ovvio che, in assenza di alleati affidabili e di amici veri, Israele senta di dover provvedere da sé alla propria sopravvivenza.
Aldo A. Mola
(*) Pronto dal 1851 il volume Gerusalemme ed il popolo ebreo fu pubblicato da Dante Lattes nel 1951 con prefazione di Gino Luzzatto ed è ora riproposto nelle edizioni Libri Liberi con introduzione di David Meghnagi.
DATA: 14.07.2014

A LUINO (VA) DEDICATO UN PIAZZALE AD EDGARDO SOGNO

A LUINO (VA) DEDICATO UN PIAZZALE AD EDGARDO SOGNOLunedì 7 luglio l’amministrazione comunale di Luino ha dedicato un nuovo piazzale alla meravigliosa figura di Edgardo Sogno, Medaglia d’Oro al Valore Militare e celeberrimo liberale monarchico. Una cerimonia breve ma toccante che, malgrado il violento temporale, ha raccolto i luinesi attorno alla lapide posta in prossimità delle due scuole superiori della cittadina, così che i giovani possano ricordare l’eroismo del caro Eddy e magari, spinti da curiosità, cercare di conoscerne meglio i valori e le imprese. Con questo spirito, ha spiegato il consigliere di maggioranza dott. Alessandro Franzetti, si è scelta questa particolare collocazione. Il sindaco avv. Andrea Pellicini ha a sua volta espresso il proprio apprezzamento per l’iniziativa da lui sostenuta manifestando il rammarico per le proteste di alcuni ambienti dell’ANPI  del tutto inopportune. Lo stesso sodalizio, tra l'altro, ospita la biografia del comandante della “Franchi” sul proprio sito. AllaA LUINO (VA) DEDICATO UN PIAZZALE AD EDGARDO SOGNO figlia Laura Sogno è stato chiesto di voler scoprire la targa dedicata all’eroico genitore. Presenti per l’U.M.I . da Torino, città del mitico Sogno, il commissario straordinario provinciale Alessandro Mella con l’Avv. Edoardo Pezzoni Mauri e da Lecco il giovane militante del F.M.G. Stefano Terenghi. L’avv. Mauri è intervenuto portando il saluto dell’Unione Monarchica Italiana e quello, applauditissimo e da tutti particolarmente apprezzato, del Capo di Casa Savoia il Principe Amedeo di Savoia. Egli ha inoltre portato anche i saluti del presidente nazionale UMI avv. Alessandro Sacchi e dell'ex ministro prof. Francesco Forte presidente del Comitato per le Libertà "Edgardo Sogno".
E' stato letto il messaggio del presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Prof. Aldo A. Mola, di cui riportiamo il testo:

LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO
SI ASSOCIA ALL'OMAGGIO A EDDY SOGNO


A LUINO (VA) DEDICATO UN PIAZZALE AD EDGARDO SOGNO   La Consulta dei Senatori dei Regno plaude all'iniziativa di dedicare al conte Edgardo Sogno Rata del Vallino uno spazio pubblico a Luino, come già in altre città: tributo doveroso a chi si batté contro l'avvento dei comunisti al potere in Spagna, a chi organizzò e comandò la “Franchi”, all'indomabile coerente “alfiere della monarchia”, prima e dopo la partenza di S.M. Umberto II da Ciampino il 13 giugno 1946 (ove fu tra i pochi  salutarlo di persona).
   All'omaggio  dei colleghi Consultori e ai complimenti per l'U.M.I. e per il Comune di Luino, aggiungo il mio personale, per il privilegio conferitomi da Eddy Sogno, che mi volle tra gli esecutori del suo testamento politico a continuazione dell' “operazione verità” (avviata negli anni più difficili della persecuzione), con la pubblicazione del suo memoriale “Fuga da Brindisi”.
   In attesa che una biografia scientifica, costruita sulla base del suo archivio personale e sulla traccia del volume dedicatogli dal Consultore Luciano Garibaldi, ce lo restituisca a tutto tondo, ne serbiamo il testimone e ci impegniamo a continuarne l'Opera, anche nel ricordo della Contessa Anna, sua indomita Consorte.
Aldo Alessandro Mola                    
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

Nelle foto: i luinesi sotto la pioggia seguono la cerimonia; il gruppo U.M.I. con la figlia di Sogno e il Cons. Franzetti, promotore dell'iniziativa; la targa del nuovo "Largo Sogno".

DATA: 08.07.2014
    
ROMA IN FESTA PER LE NOZZE DEL PRINCIPE AMEDEO DEL BELGIO

ROMA IN FESTA PER LE NOZZE DEL PRINCIPE AMEDEO DEL BELGIORoma - Sabato 5 luglio, presso la Basilica di Santa Maria in Trastevere, si sono svolte le nozze tra S.A.I. e R. l’Arciduca Amedeo d’Austria-Este e la giornalista Elisabetta Rosboch von Wolkenstein, figlia di Ettore Rosboch von Wolkenstein e della Contessa Lilia de Smecchia. Lo sposo, discendete diretto del beato Imperatore Carlo I d’Austria, porta il nome del bisnonno Amedeo di Savoia, terzo Duca d’Aosta e Viceré d’Etiopia. All’evento era presente tutta la Famiglia Reale del Belgio a cominciare dal Re Filippo con la Regina Matilde, oltre al Re Alberto con la Regina Paola. Amedeo, figlio di S.A.I. e R. l’Arciduca Lorenz di Austria-Este e di S.A.R. la Principessa Astrid del Belgio ha il titolo di Principe del Belgio e rientra nella linea di successione al trono. Per Casa Savoia presenti S.A.R. la Principessa Bianca con il marito e la figlia del Viceré d’Etiopia Margherita, nonna dello sposo. Ad officiare la cerimonia Sua Eminenza il Cardinale Godfried Danneels, Arcivescovo di Malines-Bruxelles e Primate del Belgio.
Oltre 450 gli invitati da diverse famiglie Imperiali, Reali e Principesche europee.
DATA: 07.07.2014

IL COMUNE DI LUINO (VA) DEDICA UNA PIAZZA AD EDGARDO SOGNO

Edgardo SognoLunedì 7 luglio 2014, ore 18.00, a Luino (Varese), alla presenza della figlia, C.ssa Laura, verrà dedicata una Piazza alla M.O.V.M. Edgardo Sogno.
Su iniziativa del Consigliere Comunale, dott. Alessandro Franzetti, il Comune di Luino, dopo analoghe iniziative di Canelli, Varese e Milano, ha deciso di rendere omaggio all'eroico comandante Franchi, combattente per la Libertà e la vera democrazia.
Antifascista e anticomunista, Sogno ha speso tutta la sua vita combattendo per l'affermazione di valori tra i quali era l'ideale monarchico. Perseguitato per il suo anticomunismo, finalmente oggi, anche grazie ad iniziative come quelle del valoroso comune di Luino, la sua figura inizia a ritrovare la giusta collocazione tra i Padri della Patria.
L'U.M.I. che sarà presente con una delegazione ufficiale composta da Edoardo Pezzoni Mauri, Alessandro Mella, Simone Balestrini (FMG) ed altri, porterà il saluto il del Capo della Casa, S.A.R. Il Principe Amedeo il quale, raggiunto telefonicamente, si è rammaricato di non poter essere presente ma ha unito, a quello dell'UMI, il suo plauso all'iniziativa.
I monarchici della zona sono ovviamente invitati a partecipare.
DATA: 05.07.2014

   
PERCHE' L'INTERVENTO DEL 1915? L'ORA DELLE SCELTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 06/07/2014

                  L'insegnamento fondamentale dei Mondiali di calcio in corso in Brasile è che da metà degli Stati Uniti d'America alla Patagonia si parla europeo: spagnolo o portoghese. Come nella Chiesa cattolica (l'unica chiesa cristiana effettivamente universale) si parla latino o italiano. Va constatato mentre gli Stati Uniti d'America festeggiano l'Indipendenza. Una volta gli USA erano la profezia del mondo libero. Promettevano la felicità. Poi, piano piano, anche i più ingenui hanno smesso di credere alle fiabe: dietro l'insegna al neon la realtà era ed è diversa. Gli Stati Uniti furono una variante dell'Europa sino a quando l'Europa si buttò nella voragine della Grande Guerra, combattuta con prestiti contratti indirettamente e direttamente con gli USA, tramite centrali finanziarie di Parigi e di Londra, a tacere di Olanda e Svizzera e altri depositari e mediatori dell'affarismo planetario. Garbuglio di fanatismi cresciuti come pilastri uno dall'altro separati e sconnessi  gli Stati Uniti sono il Tempio della tolleranza o un labirinto di cunicoli incomunicanti? Da quando nel 1917  intervennero nella Guerra Europea gli Stati Uniti non hanno fatto molto per meritare la gratitudine dell'Antico Continente. Negli altri hanno combinato guai oggi  sotto gli occhi di tutti. I turisti che affollano il Vietnam e la Cambogia, plaghe oggi meno pericolose di qualunque paese africano, ci vanno mettendo tra parentesi guerre e orrori di cui furono corresponsabili. Forse perché bisogna saper dimenticare. L'oblio è un rito di passaggio: può condurre alla sapienza, oppure alla smemoratezza, alla cecità.
 Assopiti da quasi settant'anni di pace immeritata, gli abitanti dell'Europa occidentale hanno smarrito la percezione della drammaticità della storia. Quando crollò l'Unione Sovietica (travolta dalla guerra in Afghanistan, che combatteva anche per l'Europa, e dalla catastrofe di Cernobyl) dilagò l'illusione che trionfasse la pace perpetua. Ve n'è una sola: quella dei morti.  Nel mondo, infatti, divampò la rivolta, dall'America centro-meridionale all'Asia e al Vicino e Medio Oriente, mentre rimane irrisolto (anzi di anno in anno sempre più si complica) il nodo della proliferazione delle armi nucleari e di altri micidiali sistemi di annientamento del “modo di vivere” (altra cosa da “civiltà”) faticosamente conquistato malgrado decenni di sprechi. Da quasi settant'anni viene rinviata la grande guerra materiale: fatte le debite proporzioni con la progressione dei mezzi di distruzione è un arco di tempo corrispondente a quello  tra la guerra franco-germanica del 1870 e la Grande Guerra del 1914.  
   Perciò merita riflettere sulla conflagrazione europea di cent'anni orsono e sulla condotta tenutavi dall'Italia. Da anni la domanda non era se o quando la guerra sarebbe scoppiata ma su quanto sarebbe durate e quale delle due coalizioni l'avrebbe vinta. Nell'aprile 1917, allarmati dal collasso della Russia e dai progressi del Giappone in Cina, anche gli Stati Uniti d'America scesero in campo. La guerra fu davvero mondiale. Finì con la catastrofe di quattro imperi: venti milioni di morti, la promessa della Lega delle Nazioni, della Federazione europea. In realtà, la pace punitiva contro la Germania, ottusamente voluta dalla Francia che trainò al seguito la Gran Bretagna, generò la seconda fase della nuova Guerra dei Trent'anni (1914-1945). 
 Dall'estate 1914 anche l'Italia dovette fare i conti con la conflagrazione, subito violentissima, tra gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria, ai quali dal 1882 essa era legata da alleanza difensiva) e l'Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia, tutrice della Serbia). Che fare? Re Vittorio Emanuele III, il governo, presieduto da Antonio Salandra, la generalità dei parlamentari e, con poche eccezioni, le maggiori forze politiche, economiche e culturali erano per la prudenza. In quella guerra l'Italia non aveva poste in gioco dirette. Rimanendo neutrale essa avrebbe pesato di più nelle trattative per il ritorno al “concerto delle grandi potenze”, durato in Europa dal Congresso di Vienna e bene o male in vigore dal 1815 e, forse, avrebbe ottenuto “compensi” per via diplomatica (il Trentino e garanzie per gli italofoni di Trieste e dell'Istria).
    Dopo le prime gigantesche battaglie, esose di vite e di risorse, la guerra divenne “di logoramento”. Incapaci di vittorie decisive, gli eserciti sprofondarono nei campi trincerati, dai quali milioni di uomini vennero sospinti in assalti mai risolutivi.
    Dall'ottobre 1914 alcuni membri del governo presieduto da Antonio Salandra si domandarono sino a quando l'Italia, la cui economia dipendeva largamente da importazioni, soprattutto nei settori vitali (cereali, carbone, minerali ferrosi,...), avrebbe potuto rimanere neutrale. Sulle scelte pesarono non tanto gli interventisti (nazionalisti, democratici, rivoluzionari...: con le gote gonfie di chiacchiere) e riviste di modesta circolazione, quanto la posizione geografica e la vulnerabilità del sistema difensivo, che la esponevano ad aggressioni, sia dall'Intesa, sia dall'Austria-Ungheria. A parte la Svizzera, l'Italia confinava con la Francia e con il Mediterraneo (lago franco-britannico) e solo per un tratto con l'Austria. Perciò  Roma avviò trattative segretissime proprio con la coalizione per lei più incombente: l'Intesa. Con il Patto sottoscritto a Londra il 26 aprile 1915 il governo s'impegnò a entrare in guerra contro gli Imperi Centrali. Il 3 maggio denunciò l'alleanza con Vienna e Berlino e il 24 maggio scese in campo contro l'Impero austro-ungarico.
   Fu la Quarta guerra d'Indipendenza? Coronò il Risorgimento?
   Il paradosso dell'intervento dell'Italia è questo: se la guerra fosse stata risolta in poche settimane, come era accaduto in tutti i conflitti dell'Ottocento (fu il caso del 1859, del 1866 e di quello  franco-tedesco del 1870) o comunque entro il 1914, l'Italia sarebbe rimasta alla finestra, come la Spagna, la Svezia, l'Olanda, la Danimarca... Non aveva alcun motivo profondo di scendere nella fornace ardente né di contesa vitale, men che meno con la Germania. Ma la guerra durò e col passare dei mesi sì impose l'interrogativo angosciante: che cosa avrebbe fatto il vincitore nei confronti di un Paese che, pur a buon diritto dichiarandosi neutrale, si era sfilato da un'alleanza trentennale?
  Nata da appena mezzo secolo (1861), l'Italia era vulnerabile, assediata. La decisione le fu imposta dalla durata della guerra: il cui prolungamento ebbe poi  conseguenze devastanti in ogni ambito della vita pubblica e privata. Le ripercussioni della guerra in un Paese rimasto neutrale sono percorse da Fernando  Garcia Sanz  in un libro documentato e acuto, Espana en la Gran Guerra. Espias, diplomaticos y traficantes (Barcellona, Galaxia Gutenberg), meritevole di tempestiva traduzione in italiano.
 La conflagrazione europea e l'intervento furono frutto di un complotto soprannazionale massonico? La leggenda circolò e qualcuno di quando in quando la riesuma confondendo l'apparenza con la realtà e accreditando le vanterie delle mosche cocchiere.
  L'unico tentativo di fermare l'Italia sull'orlo dell'abisso fu compiuto da Giovanni Giolitti, quattro volte al governo tra il 1901 e il 1914. Secondo lo Statista era possibile ottenere “molto” per via diplomatica: grigia, forse, ma meno onerosa e drammatica di quella militare. Profondamente  religioso, ma senza l'ostentazione dei baciapile più avidi  di beni terreni che dell'aldilà, Giolitti aveva senso austero e severo della fede e del costo salato che la storia impone a chi la prende alla leggera.  “El que algo quiere, algo le cuesta” dicono gli spagnoli: chi cerca qualcos'altro, paga qualcosa in più. A volta dove e come meno se l''aspetta.   
   Anche se non è magistra vitae, la conoscenza  del passato impone responsabilità nelle decisioni odierne. Le scelte del 1914-1915 e quelle del 1939-1940 mostrano che gli errori si pagano per decenni, a volte per secoli.  Quelli del Novecento l'Italia li sta pagando ancora e li pagherà per chissà quanto tempo: bene o male salvò l'unità, ma vi perse l' indipendenza, che tanto era costata ai suoi padri fondatori, e quella libertà che pochi avevano assaporato e, quindi, dai più non venne e non viene rimpianta (*).  
Aldo A. Mola
(*) Sul 1914-1915 il 14-15 novembre si svolgerà a Cuneo e a Cavour un convegno internazionale di studi organizzato dal Centro Giolitti  di concerto con l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito e il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo. Per rimborsi spese ai neolaureati e docenti partecipanti  informazioni in www.giovannigiolitti.eu.
DATA: 05.07.2014

ANTONIO TAJANI ELETTO VICEPRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO

Antonio Tajani e Sergio BoschieroScorrendo stamani le agenzie stampa abbiamo appreso una felice notizia per tutti i monarchici italiani. Antonio Tajani (nella foto con Sergio Boschiero), già militante e vice segretario nazionale del Fronte Monarchico Giovanile ed  oggi europarlamentare di Forza Italia, è stato eletto vicepresidente del parlamento europeo a Strasburgo.
Abbiamo avuto il piacere di averlo con noi, malgrado i molti appuntamenti ed impegni legati alle scadenze elettorali, a maggio in occasione del 70° anniversario di fondazione dell'Unione Monarchica Italiana. Uomo di grande coerenza e lealtà, in politica come nella vita, ha sempre rivendicato con orgoglio le sue radici politiche e le entusiasmanti esperienze della sua gioventù. In un paese in cui molti nascondono il proprio passato, Tajani ha invece il coraggio di condividerlo a testa alta. All'amico di sempre, al compagno di tante battaglie del passato, sono giunti gli auguri e le congratulazioni del Presidente Onorario UMI Sergio Boschiero, del Presidente Nazionale UMI Alessandro Sacchi, del Segretario Nazionale Davide Colombo e di tutto il consiglio nazionale UMI cui si aggiungono, con piacere, quelli dello scrivente. Buon lavoro dunque al neo eletto vicepresidente del parlamento europeo!

Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 02.07.2014
    
MARIANNE NON SORRIDE PIU’

Ammettiamolo, anche se era un periodo in cui l’Italia si faceva qualche magra figura, i sorrisi imbarazzanti della Merkel e di Sarkozy ci diedero non poco fastidio. Forse perché per un briciolo di spirito diplomatico se li sarebbero potuti risparmiare, motivati o meno che fossero, evitando di stuzzicare l’amor proprio dei cugini italiani. Ma pazienza, alla fine ci passammo su, come quando borbottammo per le dichiarazioni talvolta affrettate ed ingrate della prima donna di Francia, una italianissima Carla Bruni, naturalizzata francese. Pazienza Sarkò e famiglia non hanno mancato di farci arrabbiare nemmeno quando, quasi unilateralmente, la Francia attaccò con i suoi aerei la Libia in fiamme. Di norma spetta ai paesi un tempo colonizzatori occuparsi delle grane delle proprie ex colonie. È diffusa e consolidata convenzione internazionale ed a Tripoli sarebbe dunque toccato all’Italia intervenire con materna attenzione per ristabilire pace ed ordine. Quell’Italia che faceva sorridere, di fronte ai flash dei giornalisti, Angela e Nicolas. Ma il petrolio libico forse faceva gola? Tanto ardore e poi stamani sui giornali ci tocca leggere che l’ex presidente francese è stato fermato perché accusato di concussione. Proprio ora, guarda caso, che Sarkò toccava l’idea di tentare un ritorno all’Eliseo dopo la catastrofica esperienza del buffissimo, quasi simpatico, Hollande. Che ne esca innocente o colpevole il colpo è grave! Il centrodestra francese si trova all’improvviso mutilato del laeder mentre di lontano la bionda Marine si sfrega le mani. Un pericoloso avversario di meno e la strada verso Parigi si fa, per il Front National, in discesa come mai lo fu. È vero la Francia è enorme ed eterogenea e già De Gaulle, che sosteneva che forse forse ci andasse di nuovo la monarchia per tenerla insieme, si era trovato a concludere che fosse piuttosto difficile governare un paese con duecentoquarantasei tipi di formaggio! Ma ora come ora quei sorrisini ingombranti fanno quasi sorridere noi. La politica francese, sorpresa spesso a flirtare con la Merkel, ha smesso con le risatine filoalemanne scoprendosi, poverina, fin troppo italiana! 
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 01.07.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO ALLA FAMIGLIA LA MONICA PER LA SCOMPARSA DEL DOTT. PIETRO

    L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno alla Famiglia La Monica, con particolare vicinanza alla moglie Sig.ra Caterina, per la scomparsa del Dott. Pietro, da tanti anni iscritto al Club Reale "Savoia" di Corato (BA).
La notizia della scomparsa di Pietro ci è giunta dal Vicesegretario nazionale U.M.I. Oronzo Cassa, ed alle sue si sono unite le le sentite condoglianz
e del Presidente Onorario Sergio Boschiero, del Presidente nazionale Alessandro Sacchi e del Segretario nazionale Davide Colombo.
Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno in memoria del Dott. La Monica ed esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia.

DATA: 01.07.2014

IMPERATORI PAGANI E PAPI SANTI DOMINANO L'ACQUI STORIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/06/2014

Premio Acquistoria              L'Acqui 2014 traccia  alcune linee luminose nel cielo immenso della storiografia: dal Mantello di Porpora di Giuliano l'Apostata, l'imperatore filosofo pagano e tollerante indagato da Luigi De Pascalis (ed. La Lepre), alla Sollecitudine ecclesiale in Bulgaria del futuro Papa Giovanni XXIII, documentata da Kiril Plamen Kartaloff (Libreria Editrice Vaticana); dalla Catastrofe 1914 ricostruita passo passo da Max Hastings (Neri Pozza) alla Fine del Terzo Reich di Ian Kershaw (Bompiani).  Paradossi? Di sicuro è una sfida ai luoghi comuni.
   Scegliendo fior da fiore nella moltitudine delle opere a concorso le Giurie hanno individuato i cardini di un discorso che tiene incastonano i secoli fissati dal bando (dal XVIII a oggi) nella storia universale.
   Dopo l'illuminismo (l'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert fu anche un grande affare economico per i suoi editori), le rivoluzioni oltre Atlantico e in Francia e i conflitti  dell'età napoleonica, l'Europa cercò equilibrio nel concerto tra le potenze. Dopo l'orrore delle guerre, assaporò la pace. Ogni Stato rimase in armi, ma le contese furono circoscritte in aree periferiche: la penisola iberica, la Grecia (che riuscì a strappare l'indipendenza dal giogo turco), qualche lembo d'Italia. Niente di più. Fu la Grande Pace disegnata da Clemens von Metternich, solitamente dipinto come bieco reazionario perché incarcerò i patrioti (Silvio Pellico, Federico Confalonieri...). Che cos'altro poteva/doveva fare il Cancelliere di un Impero che non era più “Sacro Romano” (il papa era stato detronizzato due volte benché fosse sceso a patti con Napoleone)? In realtà, ricorda Luigi Mascilli Migliorini nella sua biografia (ed. Salerno), Metternich era un conservatore: per lui l'Ordine non era la realtà esistente, ma un obiettivo da perseguire giorno per giorno con pazienza.
  Quando il suo sogno di “concerto delle potenze” fosse crollato, l'Europa sarebbe ripartita dalla Rivoluzione, fatalmente sanguinosa. Questa ebbe tre fasi. La prima fu l'affermazione dei diritti dell'uomo  e del cittadino. Poi vennero i diritti delle nazioni. Lo si vide nella “Primavera dei Popoli” del 1848-1849, dall'Italia all'Ungheria (la Polonia aveva già dato...), da Vienna a Praga, ove costituzione e questione nazionale  si aggrovigliarono. La repressione rinviò l'appuntamento per tutti, tranne che per l'Italia. L'unificazione nazionale italiana, come ha scritto Domenico Fisichella nel primo volume della sua imponente trilogia, fu un “miracolo”, fondato sulla monarchia che resse anche all'offensiva del regime, come egli stesso ripete nell'eccellente terzo libro, Dittatura e monarchia. L'Italia tra le due guerre (Carocci). In quello stesso Quarantotto l'Europa mise la maschera della Medusa anguicrinita e visse convulsamente la terza fase della rivoluzione: l'uguaglianza delle classi, annunciata a fine Settecento da Caio Gracco Babeuf nella Cospirazione degli Uguali. Tutta la dirigenza europea (imperatori, re, presidenti di  nuove repubbliche, come Lamartine in Francia) fu d'accordo nell'esorcizzare il Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels.
  Il mezzo secolo dal Quarantotto alle soglie del Novecento non ha suscitato saggi meritevoli di entrare nelle cinquine dei finalisti dell'Acqui 2014. Fu l'età della borghesia, del positivismo, dell'ottimismo sfociato nel sogno di un'Europa davvero in pace grazie alla Corte dell'Aja, alle Esposizioni Universali, alle Olimpiadi moderne, all'Esperanto, ai Nobel per la Pace (conferiti alla Croce Rossa, all'italiano Teodoro Moneta, poi interventista), negli Stati Uniti d'Europa nel 1902 enunciati da Giacomo Novikow in La missione dell'Italia. Furono gli anni della formazione e dell'esordio della Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce ripercorsa da Giancristiano Desideri (Liberlibri). Nel suo pessimismo, Croce sferzò le illusioni umanitaristiche e massoniche ricordando (sulla scia di Eraclito ed Hegel) che l' essere è guerra.
   Lo si vide poco dopo. Tra le molte opere finaliste dell'Acqui 2014 lo attesta la tragedia degli Armeni sterminati dai turchi (un centenario da non dimenticare: ce lo ricorda Vasken Berberian in Sotto un cielo indifferente, Sperling & Kupfer). Per l'Italia fu l'inizio di una guerra civile strisciante, che divise generazioni e fratelli all'interno di una stessa famiglia, come narra Pietro Neglie nel dolente Ma la divisa di un altro colore (Fazi). Tra i suoi frutti più tossici vi fu il deragliamento dalla guerra di liberazione in guerra civile, costellata di azioni militari a viso aperto e di attentati orditi per provocare rappresaglie e di veri e propri delitti. Fu il caso dell'assassinio di Giovanni Gentile, generoso organizzatore di cultura, un monumento dell'intelligenza italiana, assassinato il 15 aprile: un'infamia che ebbe il plauso scrosciante di Palmiro Togliatti e di pochi altri, come ricorda Luciano Mecacci nel meditato La ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi): opera innovatrice, non già perché metta sulle tracce di mandanti ed esecutori, ma perché mette a nudo la pluridecennale ambiguità di tanti  “intellettuali” che tutto dovevano al filosofo ma poi  furono preda di strane amnesie.
   Risalire la china, ritrovare le ragioni profonde dell'unità non fu impresa facile dopo  due guerre mondiali e una guerra civile: un milione di morti, quasi due di feriti e mutilati, un milione e più di prigionieri e “internati” (l'aggettivo mutò di poco la sostanza). Molte, troppe ferite rimangono aperte. Parecchie ottusità perdurano. Ecco perché, sulla lunga durata, è pregevole il Pio X. All'origine del cattolicesimo contemporaneo (ed. Lindau) di Gianpaolo Romanato. Il papa che scomunicò i modernisti rinnovò dalle fondamenta la Chiesa di Roma. Se per alcuni rimane solo il pontefice del “catechismo”, in realtà, con le cautele di chi era pastore di un gregge universale (assalito da laicisti e regimi ferocemente anticristiani). Pio X  promosse il confronto fra la dottrina della chiesa e le scienze. L'Italia gli deve il placet all'affluenza dei cattolici alle urne per le elezioni politiche dal 1904 a quelle del 1913: i deputati eletti col loro voto in nove anni passarono da 3 a quasi 300 (massoni inclusi). Aveva colto bene che il nemico era altrove: nella rivoluzione, nella guerra, in quella che il suo successore, Benedetto XV, bollò come inutile strage.
   Con la libertà che è riservata ai romanzi storici (sezione ideata da Carlo Sburlati, stratega dell'Acqui Storia) in Terre selvagge (Rizzoli) Sebastiano Vassalli ci ricorda che le tragedie del Novecento non sono le uniche. La difesa di Roma, capitanata dal console plebeo Caio Mario contro i Cimbri, è paradigma del cammino storico: la pianura padana, insegna Vassalli, è una lavagna sulla quale sono state scritte molteplici storie che poi il tempo ha cancellato per lasciare spazio ad altre.
   Vanitas vanitatum et omnia vanitas... Ma, si domanderà qualcuno, le opere selezionate dalle Giurie rispondono al principio ispiratore dell'Acqui? La risposta non va cercata nella scorza ma nella linfa: ed è affermativa. La tragedia di Cefalonia e Corfù, come ha tante volte ripetuto Massimo Filippini, nacque dal disordine degli ordini impartiti da Roma ai comandi, specialmente al generale Gandin. Dalle opere  in gara per i Premi emerge che le istituzioni debbono governare, con maggior senso di responsabilità proprio nei passaggi più difficili. Diversamente il loro tempo è segnato. Ce lo ricorda il col. Antonino Zarcone nella biografia del generale Roberto Segre, edita dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, un'opera di prim'ordine per merito e metodo.

Aldo A. Mola
DATA: 27.06.2014

 
ALBERTO POLLIO, IL CAPO DELL'ESERCITO MORTO IMPROVVISAMENTE TRE GIORNI DOPO SARAJEVO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/06/2014

Generale Alberto Pollio           “Lo Spirito soffia dove vuole...”. E la Storia degli uomini è imprevedibile. Perché ogni uomo è di creta. A volte va in frantumi proprio quando più è necessario. Accadde in Italia il 1° luglio 1914. Tre giorni prima la “Mano Nera”, organizzazione terroristica dei bosniaci miranti all' unione con la Serbia, assassinò a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede della corona dell'Impero austro-ungarico. L'Europa entrò in fibrillazione. L'Italia aveva una certezza: Alberto Pollio, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Era stato nominato il 1° luglio 1908 quando l'Europa fu sull'orlo della guerra perché, come previsto dalla pace del 1878, dopo trent'anni di protettorato Vienna inglobò nell'impero Bosnia ed Erzegovina. Pollio era una garanzia. Di concerto con  il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, e con il ministro della Guerra, Paolo Spingardi, già comandante generale dei Carabinieri, re Vittorio Emanuele III voleva capire se, in caso di guerra, il capo di stato maggiore avrebbe preteso il comando delle Forze Armate, di cui per Statuto era capo il re.  Luigi Cadorna, di due anni più anziano di Pollio, figlio di Raffaele, “conquistatore” di Roma, e nipote di Carlo, erroneamente ritenuto massone perché aveva collaborato con Camillo Cavour e Urbano Rattazzi nella statizzazione dei beni ecclesiastici e nella lotta a muso duro contro i clericali, fece sapere che avrebbe fatto da sé. Perciò gli venne preferito Pollio: quarto Capo di SME. Dopo il garibaldino Enrico Cosenz e Domenico Primerano, fu il terzo Comandante Supremo cresciuto alla Nunziatella, Reale Accademia Militare di eccellenza fondata a Napoli da Ferdinando IV di Borbone nel 1787: così prestigiosa che ne furono allievi Vittorio Emanuele III e il Duca d'Aosta. Nato a Caserta nel 1852, Pollio vi entrò a 8 anni. Passò poi all''Accademia di Modena e ne uscì sottotenente di Artiglieria pochi mesi prima che Raffaele Cadorna irrompesse in Roma. Ottimo tra i migliori, aiutante di campo di Umberto I nel 1887, nel 1893 Pollio andò addetto militare a Vienna e vi prese in moglie Eleonora Gurmarsz, ebrea di piccola nobiltà. Nel maggio 1898 fu tra quanti a Milano ritennero che lo Stato non può lasciare spazio a insurrezioni. L'ordine non è repressione. E' “forza alla legge”. Dopo il comando delle Divisioni di Cagliari e di Genova, nel 1908 ascese al vertice dell'Esercito.  Nel 1882 l'Italia aveva stipulato con gli Imperi di Germania e di Austria Ungheria l'alleanza difensiva contro i loro potenziali  nemici: da un canto la Francia, dall'altro la Russia, quando ormai l'Alleanza fra i Tre Imperatori  (Russia, Germania, Austria-Ungheria) si stava sfilacciando.
   Il 1908 fu un anno di crisi. Vittorio Emanuele III odiava gli austriaci. Mirava a completare il disegno dell'avo Carlo Alberto e di suo nonno, Vittorio Emanuele II: coronare il Risorgimento, facendo coincidere i confini politici con quelli geografici, ed elevare l'Italia a potenza europea. Le risorse, però, non erano adeguate alle speranze, come ricorda il gen. Oreste Bovio in In alto la bandiera (ed. Bastogi). Occorreva attendere e vedere. Prepararsi per l'ora propizia. Pollio era l'uomo giusto. Di solida formazione scientifica e tecnica, aveva studiato a  fondo le campagne di Napoleone I e la sfortunata  battaglia di Custoza del 1866. Quando egli assunse il comando dello SME, capo delle forze armate germaniche era Alfred von Schlieffen, che predispose il piano di attacco contro la Francia: attraversare il Belgio per scendere come un martello a sud-ovest di Parigi, chiudere in trappola l'esercito francese e annientare per secoli il nemico storico. Capo dello Stato Maggiore austro-ungarico era Franz Conrad von Hoetzendorf che dal canto suo programmò la guerra preventiva contro l'Italia. Si disse, anzi, che avrebbe voluto scatenarla all'indomani del terremoto che devastò Reggio e Messina, quando l'esercito italiano, mobilitato nei soccorsi, sguarnì il debolissimo fronte.   
  Nulla di strano. Le forze armate di ogni Paese hanno il compito di tutelare lo Stato. In due  modi: progettare attacchi, prevenire aggressioni. E' il potere politico (il Re e il governo, cioè l'esecutivo; e il Parlamento, cioè il legislativo, che procaccia i mezzi) a stabilire come e quando attuare i piani. Pollio fece il suo dovere: osservare e organizzare.
  Nel settembre-novembre 1911 fu colto di sorpresa dal governo Giolitti, che decise la guerra contro l'impero turco-ottomano per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica “a fari spenti”, perché sapeva quanto le forze armate fossero sotto osservazione da parte di alleati e avversari (a cominciare dalla Francia).
  Senza mai mettere  piede in Libia (ove invece ebbero comandi Luigi Capello e Armando Diaz), Pollio orchestrò la macchina militare, sempre più costosa. La vittoria non andava cercata nella conquista di oasi ma nella dimostrazione che l'Italia disponeva di mezzi bellici innovativi: dalle comunicazioni all'aviazione, che vi ebbe il battesimo del fuoco, alla Marina, che svolse un ruolo di primo piano nell'occupazione di Rodi e delle Sporadi (o Dodecanneso). 
  Nel 1913 Pollio andò osservatore alle grandi manovre dell'esercito germanico in Slesia. Era un triplicista fanatico? In realtà fece l'unica cosa saggia per il Capo di Stato Maggiore dell'Italia: vedere e coltivare le buone relazioni con il comandante tedesco Helmuth von Moltke il Giovane e con quello austriaco. Nel giugno 1914 sovrintese alle esercitazioni nei pressi di Torino, con speciale attenzione per le prove di tiro al Poligono di Ciriè. Sofferente da tempo, ebbe un collasso e morì al Turin Palace di Torino. Secondo Giovanni d'Angelo la sua “strana morte” fu causata da avvelenamento, messo a segno dai servizi segreti militari, decisi a eliminare un “triplicista”, per di più massone (insinuazione assurda anche perché i massoni si schierarono per l'Intesa), filosemita (per via della moglie?) e anti-islamico: un “romanzo” suggestivo ma privo però di basi documentarie convincenti, come del resto conviene il suo stesso autore.  
  La sequenza dei Capi di Stato Maggiore ha altri motivi di fascino: dalla vigilia della conflagrazione europea alla fine della Grande Guerra al Comando Supremo si susseguirono il casertano Pollio, allievo della Nunziatella, il piemontese Luigi Cadorna, che a dieci anni entrò nella Scuola militare di Milano, e il napoletano Armando Diaz, di antica famiglia spagnola giunta in Italia al seguito di Carlo III di Borbone. Congiunti  uno con l'altro come fossero tenuti insieme dai “Nodi di Savoia”, quei tre Comandanti sono sintesi della storia d'Italia, una conferma di quanto ormai fosse salda l'unità del Paese che aveva per Re Vittorio Emanuele Gennaro, nato a Napoli nel 1869, e per erede il principe di Piemonte, Umberto Nicola. Quell'Italia fece il doppio miracolo di reggere  quarantuno mesi di Grande Guerra e di vincerla. Molti la credevano un' “Italietta”. A guerra conclusa risultò la più forte  monarchia del Continente.

Aldo A. Mola
DATA: 21.06.2014
  
L’ALLEGRA FATTORIA!

Che la politica italiana sembrasse sempre più un’allegra fattoria ci avevamo fatto caso da un pezzo. Negli ultimi anni si era potuto assistere, nei palazzi romani, all’incessante parata di bestie d’ogni tipo: molti asini e somari, qualche mucca e qualche maiale, molti polli, parecchie vipere nascoste in ogni cantuccio scuro di Montecitorio, perfino un giaguaro prima da smacchiare e poi da impallinare però agli animali mitologici mai eravamo arrivati! Evviva! Altro primato raggiunto! Un gattopardo, che par uscito dalla penna vivace di Tomasi di Lampedusa, circola tra i vicoli stretti della capitale sussurrando ai politicanti: “Cambiare tutto per cambiare nulla!”. Ed ecco mille colletti bianchi invocare a gran voce il presidenzialismo per cambiar l’abito alla partitocrazia e nasconderla agli sguardi, tutt’altro che benevoli, d’un popolo esasperato e rancoroso. Gioco semplice far credere alla gente di scegliersi un capo dello stato già deciso ai tavoli beceri di cupi uffici! Candidati scelti dai partiti, provenienti dai partiti, con lunga storia personale tra gli scranni dei palazzi e magari con militanza politica di lungo corso. Perfetti per amministrare e tutelare, dagli alti colli dell’Urbe, gli interessi della casta. Verrebbe voglia di fuggire, saltare su un bus ma senza cantare il gioioso motivetto di Benigni “Allo Zoo” perché da quello andiam fuggendo disperati. L’Europa ci guarda, dicono, e che pena sale a pensarlo. Fuggiamo sì! Gloriosi anacronismi ci attendono per indicarci l’esempio: Olanda, Belgio o Spagna giusto per citare qualche faro di democrazia che si è rinnovato e ringiovanito da sé. Ah vero quelle sono le vetuste, antiche e superate monarchie. Che amarezza questa allegra fattoria!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 20.06.2014

 
OGGI IN SPAGNA, DOMANI IN ITALIA...

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/06/2014

Il Re Filippo VI di Spagna           “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Adottiamo il motto di Carlo Rosselli che nel 1936 vide nella Spagna la profezia dell'Europa democratica. Ci andò, vi scoprì l'orrore della guerra civile, constatò che i comunisti massacravano i libertari più che i fautori di Francisco Franco. Ne tornò disgustato. Oggi la Spagna impartisce lezione di lungimiranza. Mentre l'“Europa” stenta a darsi un Commissario (quali interessi serve?), le Cortes di Madrid hanno approvato in un battibaleno la legge organica: alle  10.30 di giovedì 19 giugno il Principe delle Asturie diverrà Filippo VI re di Spagna in successione al padre, don Juan Carlos I di Borbone. Presto lo vedremo istoriato nella Plaza Mayor di Salamanca. Il cambio è maturato in mesi di contatti discreti tra la Casa regnante, il governo e i partiti, concordi nell'anteporre a tutto l'interesse nazionale permanente dei cittadini. Anche  molti autonomisti catalani si schierano per la monarchia. Persino il presidente del Paese Basco assisterà all'incoronazione. Se non bastasse, in vista del referendum per l'indipendenza della Catalogna, papa Francesco ha detto che l'unione nata non da conquista ma dalla storia è meglio di secessioni artificiose. 
   Nel Novecento la Spagna ha avuto la saggezza di non buttarsi nella fornace delle due guerre mondiali. Ebbe, sì, il governo  autoritario di Miguel Primo de Rivera, la sanguinosa guerra civile che sancì la vittoria del gallego Francisco Franco sui “repubblicani” (caotico mosaico di partiti rissosi, eterodiretti da potenze straniere), il lungo regime, che alternò  repressione e caute aperture. Ne uscì con la restaurazione della monarchia parlamentare, incarnata nei Borbone, la “dinastia storica”, come recita la Costituzione del 1978. La transizione fu guidata da statisti di respiro europeo come Manuel Fraga Iribarne (che apprezzammo a Roma nel 1962, al Congresso dell'Unesco sulla libertà di stampa) e Adolfo Suárez, che il 13 febbraio 1981 rimase ritto mentre gli altri deputati si nascondevano sotto i banchi quando il colonnello Antonio Tejero irruppe alla Camera, pistola alla mano.
  La Spagna c'è. Negli anni vi si sono susseguiti socialisti, come l'andaluso “Pepe Gonzales” e Luis Rodríguez Zapatero, e popolari quali Aznar e Rajoy. Nelle ore difficili, conservatori e socialisti sono scesi in piazza fianco a fianco, in nome dell'unità nazionale contro il terrorismo. Unico Paese europeo, la Spagna ha vissuto la tragedia di Atocha: 200 morti per un attentato fondamentalista islamico. Col tempo si sono stemperati anche gli eccessi umorali e antistorici, come la “legge sulla memoria” che pretendeva  di cancellare i monumenti, e l'anticlericalismo assolutamente minoritario...
  La Spagna di Filippo VI concorre alla stabilità dell'Europa di concerto con le altre Corone del Continente: Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia,... Gli Stati monarchici non paiono affatto paesi incivili.
 Oggi in Spagna, dunque, domani in Italia? 
 Qui assistiamo a uno spettacolo inedito di arroganza e di impotenza.  Il presidente del Consiglio attuale, Renzi Matteo,venne nominato dal presidente della repubblica su mandato del direttivo di un Partito (democratico solo nell'aggettivo), che dall'oggi al domani sfiduciò Enrico Letta, “presidente per caso” in successione all'ormai dimenticato Monti Mario, a sua volta insediato  da Napolitano Giorgio, previa “sacra unzione” a senatore vitalizio: una vicenda ingarbugliata, neoplasia antidemocratica. 
  Oggi il non onorevole Renzi Matteo – che per ora va ricordato solo perché nel discorso d'insediamento si rimescolava con le mani in tasca – accampa di valere il 41% degli italiani. Premesso che ha divorato gli alleati di governo (ormai nullità) e che gli mancherebbe comunque il 10%  per essere maggioranza, va precisato che il suo partito (non lui) ha ottenuto quasi il 41% del 58% degli aventi diritto al voto: 11.2000.000 voti su 49.250.000 elettori. In concreto conta meno del 22% degli aventi diritto al voto, cioè meno di quanto valesse il Partito comunista italiano di Togliatti Palmiro nel remoto 1953 e il 50% in meno di quanti ne ebbe nel 1984. Con una differenza abissale. Per quanto criminale politico e politico criminale (se ne veda il ritratto nell'eccellente saggio di Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi sulla Dissoluzione del socialismo, ed. Mondadori, e nel numero speciale dedicatogli da “Nuova Storia contemporanea”, diretta da Francesco Perfetti), Togliatti non si sognò mai di cambiare la costituzione da solo. Per farlo non bastano né il 41 né il 51%: occorrono i due terzi dei voti dei parlamentari. Chi lo spiega a Renzi e ai suoi polli?
  E questo è il punto oggi all'ordine del giorno. Da anni (con l'opaca connivenza di “giornaloni” che hanno discettato e discettano su quale sarebbe il migliore Senato possibile) si continua a mettere il carro avanti ai buoi: la riforma per legge ordinaria delle regole elettorali per la Camera Bassa e, come niente fosse, della formazione e della funzione della Camera Alta. 
  Questa repubblica sta sbandando nel silenzio colpevole di chi conciona quotidianamente su tutto ma tace sul punto. Già è stata artatamente abolita l'elettività dei consigli provinciali (eppure le Province esistono sino a quando non verranno cancellate dall'art. 114 della Costituzione). Ora si pretende di abolire l'elettività diretta del Senato e di ridurlo a una Camera di serie B. E chi non è d'accordo, peste lo colga. Gli italiani  non hanno dato un milione di morti nelle due guerre mondiali del secolo scorso, non hanno sofferto una guerra civile, non si lasciano svenare da tasse e sovrattasse a beneficio di una partitocrazia inetta, per accettare adesso supinamente “riforme” capricciose, chiunque le pretenda o le patteggi, tese a decurtare ulteriormente la loro libertà di scegliersi i propri rappresentanti.
 Lo Stato, per quel poco che ne rimane dopo la sciagurata devoluzione di poteri sovrani all'Unione europea (altra cosa dall'inconsistente Parlamento europeo), deve rimanere patrimonio dei cittadini. L'arroganza potrà certo piegare i servili. Ma non avrà mai il consenso di chi conserva il senso alto della dignità nazionale, della storia d'Italia. Per chi ancora lo coltiva, non resteranno che la protesta e l'esilio per non farsi travolgere dalla fatale miscela di  “fattismo” e sorrisi ebeti.
  V'è bisogno di un Senato elettivo con pieni poteri: Camera degli anziani, anzi dei Vecchi, come erano i senatori dell'antica Roma, sessantenni, avvolti nel laticlavio e con anello d'oro. Costruirono l'impero più grande e durevole del mondo, non per vastità dei confini ma per solidità del suo impianto: le leggi. “Senatus populusque romanus” non è un'insegna qualunque.
  Prendiamo dunque esempio dalla Spagna, “sorella latina”. Francesco Crispi, repubblicano a fianco di Mazzini e di Garibaldi e strenuo fautore delle libertà dei Comuni e delle Province, disse: “la monarchia ci unisce, la repubblica di dividerebbe...”. Era il 1864, 150 anni orsono.

Aldo A. Mola
DATA: 14.06.2014
     
SPECIALE DI OLTRERADIO SULL'APERTURA DELL'ANNO PARLAMENTARE INGLESE: IL DISCORSO DELLA REGINA ELISABETTA

OltreradioSegnaliamo lo speciale di OLTRERADIO, un'emittente radiofonica diretta da Francesco De Leo,  sull'apertura dell'anno parlamentare inglese. Oltreradio ci propone, senza commenti integrativi, il discorso tenuto da Sua Maestà ed è interessante vedere come tocchi i più svariari argomenti, parlando dei progetti messi in candiere dal Suo Governo.
La regina Elisabetta II ha inaugurato l'anno parlamentare con un discorso a Westminster, in cui ha illustrato l'agenda del governo conservatore del primo ministro David Cameron nell'ultimo anno del suo mandato prima delle elezioni del 2015. Tra le misure annunciate ci sono modifiche ai piani pensionistici, una legge che rende più semplice la possibilità di richiamare deputati indisciplinati e un provvedimento che introdurrebbe una tariffa obbligatoria di 5 penny per ogni sacchetto di plastica acquistato al supermercato. Il piano prevede inoltre leggi a sostegno delle persone che offrono aiuto a chi è in difficoltà, in modo da proteggerle in caso di eventuali azioni legali relative ad azioni intraprese in situazione di emergenza. Cameron e il vice premier Nick Clegg hanno definito il programma del governo come "spudoratamente pro lavoro, pro imprese e pro aspirazioni". Migliaia di turisti si sono radunati nel centro di Londra per ammirare la parata delle carrozze nella speranza di intravedere la monarca. La regina ha superato la distanza tra Buckingham Palace e Westminster su una nuova carrozza prodotta in Australia in occasione del suo giubileo di diamante.


DATA: 09.06.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO A LIBERO PASTORE PER LA SCOMPARSA DELLA MOGLIE CECILIA

L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno al responsabile U.M.I. di Bologna Libero Pastore per la prematura scomparsa della moglie Cecilia.
A Libero, fulgido esempio di entusiasmo monarchico in una terra difficile, sono giunte le sentite condoglianz
del Presidente nazionale Alessandro Sacchi, del Presidente Onorario Sergio Boschiero e del Segretario nazionale Davide Colombo.
Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno in memoria della Signora Cecilia e esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia.

DATA: 08.06.2014
  

TORINO CAPITALE DELL'EDITORIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/06/2014

        Torino è per tre giorni capitale mondiale dell'editoria dell'informazione. Un evento memorabile anche perché ferve il dibattito a calor bianco su fini e limiti della libertà di sapere e di comunicare. Da  lunedì a mercoledì si svolge al Lingotto il 66° Congresso  della WAN (World Association of Newspapers), nata nell'immediato dopoguerra come Federazione Internazionale Editori Giornali  (WAN-IFRA dal 2009). L'informazione, sappiamo, è il caposaldo della libertà: una battaglia antica e sempre attuale. Per vincerla non basta però combatterla in solitudine. Occorre, appunto, una Federazione o Associazione: un fronte universale, come i Diritti dell'Uomo (1948). La prima edizione italiana della WAN risale al 1950, tre anni dopo il Piano Marshall, quando il mondo era diviso in due e la ricostruzione appena albeggiava. Seguirono quelle di Napoli (1957), Venezia, Montecatini. L'ultimo, a Roma, nel 1988, ebbe tra i relatori Gianni Agnelli, Edilio Rusconi, Piero Ottone, Arrigo Levi...  
  A Torino il Congresso arriva dopo quelli di Bangkok, Kiev, Vienna, Amburgo, Hyderabad (India), Goteborg, Cape Town, Mosca.... Vi si alterneranno relatori  di fama mondiale, direttori di importanti quotidiani nazionali, il Rettore dell'Università di Torino.
   Torino ha molti titoli per ospitare questa edizione fortemente innovativa, con fari puntati su hackers, developers, tecnologie d'avanguardia e persino l'illusionista Walter Rolfo, organizzatore del campionato internazionale di magia in programma in Italia l'anno prossimo. Ma l'informazione non è un “gioco di prestigio”, ben inteso. E' una dura realtà. Lo sanno bene Torino e il Piemonte che in merito vantano un primato.
   Nel novembre 1847, cinque mesi prima della promulgazione dello Statuto, re Carlo Alberto di Savoia varò la libertà di stampa. In poche settimane pullularono dozzine di quotidiani, bisettimanali,  riviste... Non nacquero per caso. Da decenni ferveva l'industria tipografica, con prodotti di eccellenza e, altrettanto importanti, enciclopedie popolari ed edizioni di classici in vendita per pochi centesimi, accessibili a tutti, non solo insegnanti e studenti ma anche operai specializzati, già alfabetizzati.  Scolarizzazione ed editoria marciarono di pari passo. Le legge che nel 1877 dichiarò obbligatoria e gratuita l'istruzione elementare in Italia fu voluta dal ministro Michele Coppino, un albese di umili origini, già Rettore dell'Università di Torino. Era chiaro che la libertà di pensiero e di parola non è nulla se non si traduce in libertà di comunicazione con tutti i mezzi disponibili. Un tempo era la stampa, oggi vi sono le infinite altre frontiere aperte dall'informatizzazione, dalla “rete” che ha appena iniziato a dare i suoi frutti.  Alcuni sono stati eccellenti, altri mediocri, parecchi catastrofici come si è veduto da “primavere” presto sfiorite e da tante forme di mobilitazione organizzati “a tavolino”, senza radici profonde. Chiamate in piazza solo con messaggini anche migliaia di persone sono destinate al fallimento se non  esprimono un retroterra vero: ceti, classi, nazioni. La storia non concede scorciatoie.
  E' è la lezione fatta propria dalla WAN sin dalla fondazione, quando il mondo era diviso in due: da una parte l'Occidente, con tanti limiti ma con le dimostrate  possibilità di progresso nelle libertà; dall'altra  il totalitarismo fondato sulla repressione del dissenso. E' significativo che a inaugurare il Congresso di Mosca nel 2006 siano stati Vladimir Putin e Mickail Gorbacev. In mezzo secolo la libertà di espressione ha fatto qualche passo in avanti a livello planetario. Non si può avere tutto e subito. E' da supporre che in una delle edizioni venture tra i relatori vi sarà anche la Chiesa di Roma, già presente alla Biennale di Venezia e, con tanta solennità, al Salone del Libro di Torino. Alle celebri Edizioni Pomba (che, discendendo per li rami  divennero la UTET, quella dell' Enciclopedia seconda solo alla Treccani) don Giovani Bosco rispose libro su libro, rivista su rivista, tipografia su tipografia. Sulla sua traccia Giacomo Alberione varò le edizioni intitolate a San Paolo, apostolo delle genti. Il confronto è apertissimo. Questo Congresso torinese della WAN-IFRA (15.000 siti web, 3.000 compagnie in 120 paesi) è, a suo modo,  il Cortile dei Gentile propugnato dal Cardinale Gianfranco Ravasi.  
   La storia non ha fretta. L'importante è assecondarla. Molti giornalisti l'hanno fatto pagando il duro prezzo che verrà ricordato a Torino: doveroso omaggio a storie di coraggio, sacrifici, censure. Superfluo aggiungere che tanti giornalisti e fotoreporter  hanno pagato il loro diritto-dovere di informare con sciocchi processi per diffamazione, carcere (spesso accompagnato da efferate torture), attentati e con la vita stessa. Il Forum di Torino  affronta temi scottanti, quali la proprietà intellettuale e copyright (una contesa aperta tra le due sponde dell'Atlantico) e il “diritto all'oblio”: una pretesa insopportabile per chi si occupi di informazione e ancor più per chi scava nella storia, che non è un ossario di fantasmi bensì magma incandescente.       
   Direttrice del progetto esecutivo del 66° Congresso Mondiale  è una cuneese, Elena Perotti: una italiana ascesa a Parigi al vertice della WAN-IFRA, senza mai dimenticare il gatto di casa, le sciate sulle piste dell'infanzia, le nuotate nel Mare Nostrum. E' l'emblema di un'Italia cresciuta in un liceo di provincia e all'Università di Torino con gli occhi aperti sul mondo: prendendo avvio dal Movimento studentesco per l'organizzazione internazionale, attiva sulle rive del Po e nelle Antiche Provincie, e lavorando sodo. Visto dall'alto il Piemonte non è una catena di monti insormontabili: è crocevia d' Europa, appunto. Si va e si torna. Più informati, consapevoli, liberi. 

Aldo A. Mola
DATA: 05.06.2014

SPAGNA: INTELLIGONEWS INTERVISTA IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA


Amedeo di SavoiaAmedeo D’Aosta: “Felipe più preparato di tanti politici, alla Spagna non serve il referendum”
Il principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, ha commentato su IntelligoNews l’abdicazione di Re Juan Carlos di Spagna, il cui posto posto verrà preso dal figlio, il principe Felipe.
Una decisione questa che non lo sorprende, visti anche i recenti precedenti, dal Belgio al Vaticano.
Un’occasione per parlare delle prerogative della monarchia, tra tutte quella di unire gli Stati. Venendo alla figura del nuovo Re di Spagna, Amedeo di Savoia non risparmia poi una frecciatina ai politici…
L’abdicazione di Re Juan Carlos era prevedibile o la ha sorpresa?
«Non è sicuramente un qualcosa di rivoluzionario visti i precedenti più o meno recenti. La prima fu la Regina Guglielmina che abdicò nel 1948, e nell’ultimo anno ciò è avvenuto in Belgio e in Vaticano.
In qualche maniera ci si poteva aspettare questa decisione, anche perché Re Juan Carlos ha preso fin da subito questo incarico con grande serietà e credo fosse davvero stanco. Non è facile fare i Capi di Stato, oggi come nel passato, e non lo è soprattutto nell’area del Mediterraneo».
Lei ha citato diversi esempi in cui i sovrani hanno deciso di abdicare. Questi automatismi proprio della Monarchia fanno un po’ invidia alla Repubblica? Si parla spesso di cambiamenti, ma raramente si riesce a farlo davvero…
«Non sono ancora automatismi, ma lo stanno diventando pur non essendoci alcun obbligo.
A prevalere è dunque il buonsenso dei monarchi che evidentemente pensano di aver regnato già abbastanza e di avere l’età giusta per cedere il passo a un figlio più al passo con i tempi, più emancipato».
Nel caso di Felipe siamo dinanzi a un principe particolarmente preparato…
«E’ stato preparato molto bene a diventare il Re di Spagna. Un percorso iniziato quando era addirittura bambino, che lo ha portato prima a laurearsi e poi ad avere due master in Canada e negli Stati Uniti. Ha girato il mondo, saprà fare bene in un Paese di primo piano come la Spagna».
Forse meglio di tanti politici meno preparati?
«Sicuramente, e senza essere soggettivo in quanto vicino alla monarchia. Questo è certo».
Migliaia di spagnoli sono scesi in piazza invocando il referendum per poter scegliere la forma di governo. Ammesso che vi siano i numeri in Parlamento per questa operazione, è questa la strada migliore per tutti?
«Anche guardando nel modo più oggettivo possibile la questione, non vedo comunque necessario al momento il referendum. La monarchia unisce e rafforza gli Stati, non viceversa.
Basti pensare al Belgio quando dovette affrontare tentazioni separatiste tra fiamminghi, francofoni e addirittura tedeschi. La monarchia allora vinse il referendum perché ancor prima che la forma di governo, prevalse il desiderio di restare uniti. La monarchia è un collante».
Andrea de Angelis
DATA: 05.06.2014

COMUNICATO STAMPA: L’ABDICAZIONE DEL RE DI SPAGNA

    Nel giorno dell’abdicazione del Re Juan Carlos, l’Unione Monarchica Italiana rende omaggio alla fulgida figura del Sovrano spagnolo che ha saputo traghettare il proprio paese verso una completa e funzionale democrazia. Nei trentanove anni di Regno ha garantito l’unità della Spagna contro ogni forma di indipendentismo ed è sempre stato una garanzia per il suo popolo, dimostrando coraggio e adeguatezza al ruolo, soprattutto nei momenti di difficoltà in cui la nazione si è venuta a trovare.
    I monarchici italiani da sempre hanno guardato il Sovrano spagnolo, nato a Roma, come un modello di riferimento.
    Al nuovo Re di Spagna, Felipe VI, i più fervidi auguri con la certezza che saprà regnare offrendo un alto esempio di dedizione e di patriottismo.
    Anche nel caso spagnolo, come recentemente avvenuto nei Paesi Bassi e in Belgio, le Monarchie dimostrano la capacità di rinnovarsi per il bene supremo della Patria.

Il Presidente nazionale
(Avv. Alessandro Sacchi)
Il Segretario nazionale
(Davide Colombo)
Roma, 2 giugno 2014

DATA: 02.06.2014

VIVA EL REY!

Come il Belgio e l’Olanda prima, anche la Spagna dimostra la capacità delle monarchie europee di ringiovanirsi e rinnovarsi. Lo fanno da sole mentre le repubbliche rieleggono presidenti sfiniti ed affaticati anche dall’età avanzata. Juan Carlos lascia il trono ed abdica in favore di suo figlio. Rimpiangeremo questo grande Sovrano che ebbe il coraggio di traghettare con la dovuta misura la Spagna da una dittatura alla democrazia. Lui che con quello stesso coraggio guidò la repressione del golpe totalitarista del 1983. Lui che sosteneva che “Lo Zio Bepo (Umberto II nda) che ha perso il trono mi ha insegnato a fare il Re!”. I media repubblicani diranno peste e corna perché nonostante tutto cercheranno qualche sciocchezza per parlare male di questo grande uomo prima che grande Re. Lui che anche i rapporti segreti americani elogiavano: Il re Juan Carlos è ben disposto verso gli Usa, ma egli agirà secondo quello che ritiene sia il miglior interesse della Spagna. Dove gli interessi di Spagna e Usa coincidono, lui sarà un formidabile alleato. Ma magari è bene ricordare loro l’opinione che espresse un socialista irriducibilmente repubblicano e certamente non filomonarchico, un certo Sandro Pertini:  Si vogliono escludere nazioni come la Spagna e il Portogallo per la questione degli agrumi, del vino. Questo è un ragionare da mercanti, non è più ragionare da uomini politici che hanno a cuore veramente le sorti dell'Europa e quindi del mondo intero. Io sono molto amico del Re di Spagna, che è nato qui, è vissuto qui in Italia, un giovane coraggioso, che ha saputo - e questo è il suo merito - fare il trapasso da una dittatura durata 40 anni alla democrazia senza spargimento di sangue; che è riuscito a bloccare il ''golpe'' che si era messo in atto per abbattere la democrazia. Io lo conosco. Mi onoro di essergli molto amico. Ed egli è amareggiato perché la Spagna viene tenuta fuori dalla comunità europea. Come si può parlare quindi di unità dell'Europa quando si tengono fuori dall'Europa due nazioni come la Spagna e come il Portogallo? Ecco; forse la stima di questo avversario di ieri dovrebbe far pensare qualcuno. In ogni caso: Ora e sempre Viva el Rey! Quel Re che la busta paga se la ridusse in tempi di crisi pochi mesi fa. Quando altri, invece, se l’aumentavano!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 02.06.2014
       
  
MESTO 2 GIUGNO : RINUNCE, DEPOSIZIONI DAL QUIRINALE A SAN PIETRO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/06/2014

        Chi cederà per primo? E' l'interrogativo dominante di questo parsimonioso 2 giugno. Giorgio Napolitano lascerà il Quirinale prima che Francesco scenda dal Soglio pontificio? Sin dall'insediamento il presidente della repubblica dichiarò di aver accettato il secondo mandato solo per veder varare la riforma della legge elettorale e le riforme istituzionali da anni chieste a gran voce dai cittadini. Dal canto suo il pontefice annuncia che potrebbero esserci “altri papi emeriti”. Il Princeps dello Stato d'Italia conosce bene poteri e limiti del Quirinale: vaglia i disegni di legge e può rinviare alle Camere anche leggi approvate. Sa però che a legiferare è il Parlamento. Quando accettò la rielezione Napolitano scommise che, strigliate a dovere, le Camere avrebbero risposto ai suoi moniti. Peccò di ottatività. Del resto conosceva la legge sulla cui base era stato formato il Parlamento: la stessa che aveva generato le Camere dalle quali era stato eletto nel 2006.  Se già non fosse stato chiarissimo, nel dicembre 2013 lo sentenziò la Corte Costituzionale, che bocciò il Porcellum e condizionò pesantemente qualunque altro sistema, incluso l'attuale “Italicum”, del tutto insoddisfacente e comunque riguardante solo la Camera dei deputati: un groviglio di serpenti a sonagli. 
   Da allora si accumularono nuvole di parole, che generarono pioggerelline. Nulla di concludente. Ma il temporale  ingrossa.  La “politica” discetta sul colore degli infissi e sulla forma delle tegole anziché concentrarsi sulle fondamenta e sui muri maestri: la riforma della costituzione. Di votazione in votazione il tempo passa e tutto sta com'era. In attesa di vedere come finirà, ricordiamo che la pretesa di riformare il Senato porta jella. Il Senato del Regno sopravvisse a Benito Mussolini che ne decretò l'abolizione e solo nel novembre 1947 l'Assemblea Costituente (eletta il 2-3 giugno 1946) lo cancellò con la legge costituzionale n.3, ma i senatori regi e vitalizi dichiarati decaduti dall' Alta Corte per le sanzioni contro il fascismo ricorsero in Cassazione, vinsero e tornarono in carica, membri di un Senato ormai inesistente. La domanda incalzante è dunque: sino a quando Napolitano reggerà? E' alla sua ultima parata? L'interrogativo, però, non è affatto angosciante. L'art. 86 della Costituzione prescrive infatti che cosa occorra se il presidente non può adempiere le funzioni (accadde quando Cesare Merzagora  se ne fece carico per la “malattia” di Antonio Segni) e in caso di impedimento permanente, morte o dimissioni. Entro quindici giorni il presidente della Camera indice la elezione del successore.
   Del tutto diversa è la rinuncia del papa al Sacro Soglio. Lo spiega il torinese Valerio Gigliotti in La Tiara deposta. La rinuncia al papato  nella storia del diritto e della Chiesa (Olschki), una delle rare opere che meritano di essere lette, rilette e tenute a portata di mano per densità di documentazione, rigore dottrinale e forza suggestiva. Il papa non è un  mero “supremo magistrato”, non è solo il sommo funzionario di un ordinamento giuridico riconosciuto come Stato dalla comunità internazionale: è fulcro della Chiesa come Corpo Mistico. Un imperatore o un re sono, sì, persone sacre, e possono anche spacciarsi per santi o essere celebrati tali (Luigi IX di Francia, ultimo “crociato”, per esempio), però  derivano il loro carisma dall' Unzione Sacerdotale: impartita direttamente o indirettamente dai papi, che derivano il loro  potere da Pietro, Vicario di Cristo. Chi lo nega o lo viola compie sacrilegio e ne paga lo scotto. L'inglese Elisabetta I fece decapitare Maria Stuarda ma un suo successore, Carlo I, fu a sua volta decapitato. Poi la corona d'Inghilterra, finì a noleggio di pirati, mercanti, banche, poteri occulti.  Gli antichi sudditi sono accampati a Londra e divorano chi inventò l'Impero. Lo aveva previsto Karl Marx, infatti fautore del colonialismo quale acceleratore del Capitalismo, pedana per il balzo verso la società senza classi.   
   La rinuncia alla Tiara è altra cosa, perché altra cosa da una semplice corona è il Triregno papale. Gigliotti passa in rassegna i casi più remoti della sua “deposizione”, da Clemente Romano a Marcellino, da Ponziano, Cornelio e Liberio alle tragiche vicissitudini del secolo XI ed evoca quesiti complessi. Per esempio, la rinuncia è “del papa” o “al papato”? Tanta parte dell'opera è dedicata, e giustamente, a Pietro da Morrone,  il celebre Celestino V. Fustigato da Dante Alighieri, secondo il quale l'eremita “fece per viltade il gran rifiuto”, quel papa (spiega Gigliotti) si condusse con rigore teologico e giuridico, sino alla declaratio che legittimò l'elezione del suo successore, Bonifazio VIII (condannato alle peggiori pene dell'inferno dal severo Dante, che nel canto XXXIII del Purgatorio marchiò la chiesa dei suoi tempi come “puttana” infoiata del “gigante che delinque”, ovvero Filippo IV il Bello ).
  Altrettanto importante fu però anche il “caso” di papa Felice V, al secolo Amedeo di Savoia  (1383-1451), duca dal 1416, abdicatario nel 1434 a favore del figlio Ludovico ed eletto papa nel 1440 dal Concilio di Basilea. Nel 1449 cedette la Tiara a Niccolò V, che lo riconobbe Primo cardinale.
  Dopo Pio VII, papa dal 1801 al 1823, sul soglio di Pietro si susseguirono pontefici durati dall'elezione alla morte. Sembrava ovvio, naturale. Pio VII era stato deposto da sovrano dello Stato pontificio su ordine di Napoleone I e tradotto nell'Impero (Savona, ove fu relegato, ne faceva parte). I successori ressero a tutto: Pio IX alla Repubblica romana del 1849 e all'irruzione dell'Italia in Roma nel 1870; Pio XII all'occupazione germanica di Roma nel 1943-44, Giovanni Paolo II al tuttora oscuro attentato in Piazza San Pietro... Ma la possibilità della rinuncia si affacciò già con Pio VI, quando la prima Repubblica romana (1798) ne mise in forse la libertà. Il papa, fu chiaro, non poteva essere vassallo di un sovrano, come erano stati i pontefici ad Avignone, nella Francia succuba dei Capetingi e devastata dalla Guerra dei Cent'anni  tra Francia e Inghilterra. Le ipotesi della rinuncia (non più “horrenda”) si susseguirono sino alla decisione di Benedetto XVI, dichiarata l'11 febbraio 2013  (sacro alla Apparizione di Lourdes molto più che alla Conciliazione tra Stato d'Italia e Chiesa cattolica, firmata da Mussolini e dal cardinale Gasparri)  ed efficace dal 28 seguente.
  Nel solco di Celestino V, Benedetto XVI ha ribadito i cardini della rinuncia: la consapevolezza del declino del “vigore sia del corpo sia dell'animo”, indispensabile per l'esercizio del magistero petrino, e la piena libertà della decisione di rimettere integralmente ai Padri Cardinali la potestà affidata “pro tempore” alla sua persona ma derivante dal “suo Sommo pastore, Nostro Signore Gesù Cristo”.
     Non basta abitare un palazzo dei papi per acquisirne il carisma. Casa Savoia al Quirinale arrivò avendo in famiglia un pontefice generoso come Felice V e un lungo corteggio di cardinali e beati. Era di casa. I presidenti della repubblica, invece, vi furono insediati da un referendum dai risvolti mai chiariti. Il passato a volte consola, altre volte dà affanno. Una volta si diceva “Morto un papa, se ne fa un altro”. Ora un pontefice di piena potestà coesiste con un papa emerito, al quale altri potrebbero aggiungersi: ecclesia e communio. E lo Stato d'Italia?  Se Napolitano restituisse a queste fragilissime Camere il dovere di eleggergli un successore che cosa accadrebbe? In tempi migliori si diceva “Il Re è morto, viva il Re”. Ma oggi è davvero tutto diverso.

Aldo A. Mola
DATA: 02.06.2014

MALGRADO L'EUROPA. QUANDO L'ITALIA SEPPE FARSI DA SE'...

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 25/05/2014

Frederick C. Schneid in La Campagna franco-piemontese del 1859        L' “Europa” non ha mai voluto l'indipendenza, l'unità e la libertà degli italiani. Gli italiani se la sono conquistata con generazioni di patrioti che lottarono contro i dominatori stranieri. L'Italia è nata malgrado l'Europa. E' risorta  dal passato perché dopo secoli di servitù rifiutò di essere ancora a noleggio (“Franza e Spagna pur che se magna”), prona agli Asburgo, ai Borbone, alla Germania, agli Inglesi e alle scorrerie dei “turchi”... Gli italiani  scoprirono  di essere italiani. Vollero esserlo. L' “europeismo” attuale è una menzogna, perché esclude l'immenso spazio della Russia, che è europea  non meno (e forse più) di  tante plaghe dell'Occidente. Questa Europa rimane vittima della divisione che le venne imposta da Stalin e dagli Stati Uniti d'America. Perciò le attuali istituzioni “europee” sono screditate. L'“Europa” che oggi chiede il voto dei cittadini è meno unita di quanto lo fosse  due secoli fa, ai tempi di Napoleone I e di Alessandro I di Russia. E' la peggiore possibile: nessuna politica estera unitaria e quindi nessuna politica militare. Lo vediamo  da quanto abbiamo fatto (o non sappiamo fare) dall'Africa  centro-settentrionale al Vicino e Medio Oriente. Questi sono i fatti. Oggi sono i cittadini a poter imprimere una  svolta. Con il voto.  
  Veduta dall'alto l'Italia è una piccola parte dell'“aiola che ci fa tanto feroci”. I suoi abitanti ci vivono tanto bene da divenire indifferenti al giudizio che ne danno gli stranieri. Così, però, lasciano che la memoria e l'attualità del loro Paese vengano retrocesse a sipario per le imprese di attori stranieri.  E' l'Italia che si sbrana e si espone allo scherno altrui: quella dei manzoniani “polli di... Renzi”.
  Ce lo ricorda Frederick C. Schneid in La Campagna franco-piemontese del 1859, poderosa opera pubblicata dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (*). Secondo gli storici di lingua inglese – oggi dominanti, anche attraverso la divulgazione televisiva e i supporti informatici –  l'Ottocento ha avuto due soli eventi dominanti: la Guerra di Secessione negli Stati Uniti e quella franco-germanica del 1870-71. la seconda guerra mondiale. Le vicende europee, inclusa la prima guerra mondiale, suscitano scarso interesse: una babele di Imperi decadenti, stati fantoccio, popoli d'incerto profilo, movimenti ideologici, un caleidoscopio che spazientisce chi cerchi una sintesi elementare.    
   In quell'ottica rimane del tutto marginale la guerra che nell'aprile-luglio 1859 gettò le basi del regno d'Italia. Secondo i più, fu un conflitto meramente franco-austriaco. Il regno di Sardegna  non vi compare affatto o figura solo quale comparsa. Non perché così siano i fatti, ma perché non li abbiamo saputi raccontare, spiegare, valorizzare nella loro esatta portata, a differenza di quanto fecero gli storici e i memorialisti (politici, militari, diplomatici) d'Oltralpe: dal prussiano Helmuth con Moltke  allo svizzero Ferdinand Le Comte, al francese César Bazancourt  che ne scrissero “a ferro caldo”. La Relazione ufficiale “italiana” comparve mezzo secolo dopo.  
   Schneid non si lascia invischiare dal mito e dalle ideologie. Fissa i capisaldi per una lettura rigorosa degli eventi. Compresa e messa a frutto la sconfitta nella guerra  del 1848-1849, il Regno di Sardegna lavorò sodo a preparare la riscossa: diplomazia, organizzazione del territorio (fondamentale la rete ferroviaria), ricerca di credito bancario e soprattutto ammodernamento dello strumento militare. A differenza di quanto si narra nei manuali, la guerra non fu affatto “improvvisata”. Gli accordi di Plombières tra Camillo Cavour e Napoleone III furono perfezionati con un'imponente  sequenza di convenzioni militari e di intese diplomatiche, incluso il trattato segreto franco-russo del 3 marzo 1859, generalmente trascurate dalla storiografia che tace o sottovaluta il ruolo di Vittorio Emanuele II (non  solo come persona, ma anche  quale Istituzione, la monarchia: interlocutrice unica degli altri sovrani d'Europa) e sopravvaluta invece cospiratori, avventurieri, mestatori.
  Dopo il 1849 Vienna continuò ad avere nel Lombardo-Veneto più consensi di quanti ne avesse in Ungheria, Boemia, Polonia... Il fallimento del moto milanese del 1853 lo confermò.  Per raggiungere indipendenza e unione (lega degli Stati? federazione? Unificazione?...) l'Italia dunque non poteva “fare da sé”.  Schneid  documenta la pianificazione e la preparazione della campagna d'Italia. Napoleone III doveva mostrare che la Francia non era più quella sconfitta a Lipsia e a Waterloo (1813-181) ma una potenza capace trasferire in pochi giorni 150.000 uomini nella pianura padana e di battervi l'esercito più potente d'Europa. Non gli occorreva troppo spargimento di sangue. Perciò, a differenza di quanto era avvenuto in tutt'Europa nel 1848-1849, la guerra non venne combattuta nelle città: niente insurrezioni, espugnazioni, barricate. Bastava dimostrare l'efficienza della macchina militare, sia con l'impiego di reparti di élite (trasferiti mesi prima dall'Algeria: dovevano combattere contro soldataglia usa alle peggiori efferatezze), sia con il dominio nella comunicazione e l'impiego dell'artiglieria, decisamente superiore a quella austriaca: come si vide a Montebello e, ancor più, a Magenta e a Solferino.
  A San Martino, il 24 giugno 1859, il regno di Sardegna provò che gli italiani sapevano battersi. Avevano il loro progetto. Allarmato dalla mobilitazione del regno di Prussia  sul Reno, Napoleone III puntò immediatamente all'armistizio con Francesco Giuseppe d'Asburgo. Cavour non comprese che quell'Italia non poteva fare da sé. L'Europa voleva certezze e poteva averle solo dal monarca e dai militari, compreso Giuseppe Garibaldi che per assumere il comando dei cacciatori delle Alpi aveva indossato la divisa di generale. La pace di Zurigo fu trattata da diplomatici, non da cospiratori. 
  Contrapposte dai rispettivi interessi le grandi potenze rimasero paralizzate. In quell'incertezza si incuneò l'iniziativa politico-diplomatica-cospirativa che in pochi mesi condusse ai plebisciti del marzo 1860, all'impresa garibaldina del maggio 1860 e all'irruzione di Vittorio Emanuele II nello Stato pontificio e, di seguito, in quello di Francesco II di Borbone, i cui elettori pochi giorni dopo dichiararono di volere “l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele  re costituzionale  e suoi legittimi discendenti”.  La “Borbonia Felix”  (di cui scrive  Renata De Lorenzo, ed. Salerno) aveva concluso il suo corso.  Profittando dell'inerzia dell'Europa gli italiani seppero fare e farsi da sé e in mezzo secolo compirono progressi giganteschi. L'Italia si levò di dosso i panni carnevaleschi che per secoli le erano state imposti dai dominatori stranieri e si erse protagonista di storia. grazie soprattutto allo strumento militare. Garibaldi presiedette l'Istituto Nazionale del Tiro a Segno: punto d'incontro tra monarchia, istituzioni e volontariato.
   E' importante che a ricordarcelo sia uno storico d'oltre Atlantico come Frederick Schneid in quest'opera dedicata al figlio, Craig, che “ha camminato con lui a Solferino e a San Martino”. Un esempio da imitare.
Aldo A. Mola
(*)  Voluta dal Capo dell'Ufficio Storico SME, col. Antonino Zarcone, l'Opera è in lingua inglese e in italiano: a doppio taglio.   
DATA: 23.05.2014
    
RE RAMA IX E IL “COLPO DI STATO”: FAZIOSITÀ ITALIANE O REALE PERICOLO?

Re Rama IX di ThailandiaNel Regno di Thailandia si è aperta un stagione che gli storici sono soliti chiamare “colpo di stato”. Sarà veramente tale? Nessuno nega che la nazione Thailandese attraversi un crisi profonda dove, schierati su fronti diversi, si scontrino “ideali” democratico/riformatore e ideali che potremmo definire “conservatori”. Ma il pericolo di un “golpe” che oggi è stato annunciato è reale od è solo una locuzione “del tutto Italiana” per adombrare la figura di Re Rama IX? Quel Sovrano che, dal 1946 ad ora, tiene saldo ed unito il trono del Sud-Est asiatico e con deciso vigore ha traghettato la sua Nazione verso un Monarchia democratica e costituzionale nel 1990, avendo la forza di resistere/esistere sul trono durante le quindici giunte militari che si sono succedute nel paese. Le informazioni, o meglio, le disinformazioni che i giornali e telegiornali italiani hanno voluto diffondere sono quelle atte ad adombrare la figura del Sovrano, senza riportare i suoi pensieri, il suo operato ed i suoi discorsi in questo periodo che lo vede per la sedicesima volta di fronte ad un crisi di governo, facendo passare i “fatti Siamesi” (il vecchio nome del regno è Siam) come l’ennesima lotta in un “Regnetto da quattro da soldi con nessuno a capo”. Sarebbe interessante immaginare come i nostri “giornalisti” dipingerebbero una possibile vittoria di Grillo in Italia che, stando ai fatti, potrebbe portare la situazione italiana quasi ai livelli thailandesi. Succederebbe come stiamo vedendo oggi in Thailandia dove il Re non viene considerato o i nostri operatori della stampa si appellerebbero a Napolitano considerandolo il “Deus ex Machina”? In conclusione a questo volo sul trono “Siamese”, che forse ha lasciato più domande che risposte, si potrebbe concludere con un’ulteriore domanda, forse dal sapore un po’ Crispiano: “La Monarchia unisce anche in periodi di crisi forti ed istituzionali salvando lo Stato, la Nazione e l’identità, e la repubblica?”
Stefano M. Terenghi - U.MI. Lecco 
DATA: 21.05.2014

LA POLITICA DELL’INSULTO E LA FAVOLA BELLA

A parole siamo tutti liberali. Va di moda, salvo poi scagliarsi contro l’avversario alla prima occasione, perché non la pensa come noi. Da Torino a Palermo passando per Napoli è questo il lietmotiv di questa campagna elettorale per il rinnovamento del Parlamento europeo. Non solo, ci si insulta anche, si va sul personale, si rischia la querela.  Quello che sta accadendo in questi ultimi giorni di campagna elettorale ha dell’incredibile e dello sconcertante. Invece di preoccuparsi di illustrare ai propri elettori le proprie proposte per far si che l’Europa divenga davvero un’unione di popoli, i nostri leaders preferiscono insultarsi al più non posso, sperando, così facendo, di guadagnare uno 0,5 in più dell’elettorato. Mai come in passato in queste elezioni europee assisteremo ad un vero e proprio Referendum sull’euro, colpevole secondo molti di essere la causa dell’attuale stagnazione economica in cui versa l’Italia. Ma veniamo alle proposte. Sono essenzialmente due le posizioni in campo, con diverse sfumature. Da una parte gli euroscettici per così dire costruttivi, quelli cioè che vorrebbero riformare L’Europa e l’attuale sistema monetario dall’interno del palazzo di Bruxelles, dall’altra gli euroscettici disfattisti di natura più populista che, con una più semplicistica e avventuristica soluzione, vorrebbero uscire dalla moneta unica e ritornare alla lira. La cosa che accumuna tutti i partiti è invece quella di volere tutti l’unità politica dell’Europa, e cioè un Europa dove la sua banca centrale garantisca i debiti sovrani degli Stati membri, dove ci sia una politica estera comune, un Esercito comune, una politica sull’immigrazione comune. Una vera unione dei popoli insomma. Il problema vero a mio avviso è più una questione sui tempi. Qualsiasi bella teoria se a lungo andare non si realizza diventa favola fumosa. Di unione di popoli infatti non se ne fa che parlare fin dal 1948 senza averla mai sostanzialmente realizzata. Per completare il quadro “Europa” in più, la crisi economica proveniente dagli Stati Uniti non ha fatto altro che suscitare nei cittadini europei un sentimento avverso nei confronti dell’Europa e dell’euro visto da molti quest’ultimo, come la causa dell’impoverimento generale. Ma la verità a mio avviso, come spesso accade, sta nel mezzo e cioè che non è tutta colpa di un euro sicuramente troppo forte e troppo su misura della Germania se oggi ci troviamo ad essere tutti più poveri, ma è dovuta appunto anche dalla crisi finanziaria proveniente da oltreoceano che ha travolto l’economia reale del nostro Paese e anche dalle mancate riforme che l’Italia non ha saputo implementare negli ultimi 40 anni. Se i nuovi eletti al Parlamento europeo sapranno battere i pugni sul tavolo e sapranno usare l’arma dell’euro minacciando anche un’uscita concordata dalla stessa insieme a quei Paesi più simili al nostro dal punto di vista economico (l’unione fa la forza), potrebbe anche essere la volta buona che l’Europa dei popoli si faccia davvero ed in breve tempo, e non rimanga solo una favola bella.
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 21.05.2014

I PERVERTITI DELLA STORIA

Ci risiamo! Non riusciremo mai ad abituarci a chi stupra la Storia senza pietà per interessi politici o di parte. Sono anni che ci battiamo contro questi maniaci afflitti da un’attenzione morbosa per i fatti del “tempo che fu” nel desiderio di dar loro un colore diverso dal vero. Non è arte bensì meschinità e talvolta ipocrisia. Sabato a Torino abbiamo potuto assistere ad una nuova performance di questi curiosi soggetti proprio in piazza Castello e proprio in una città che la lotta per la libertà l’ha vissuta sulla pelle viva scrivendone la storia anche, drammaticamente, con il sangue di molti cominciando da quello dei Martiri del Martinetto. Noi che di storia e di politica ci interessavamo quando certi agitatori di folle rancorose ancora stavano sui palcoscenici, dando forse il meglio di se stessi come artisti della risata prima di guastarsi improvvisandosi politicanti, non abbiamo potuto digerire certe affermazioni. Non si può dichiararsi “oltre Hitler” nel capoluogo sabaudo e soprattutto non si può sostenere che la libertà della Germania sia da attribuirsi a Stalin. Perché solo le folle giacobine possono accettare di ricevere l’idea che l’orrore nazista sia stato eliminato non tanto da un concorso di forze democratiche occidentali ma piuttosto, secondo il colorito oratore, dalla contrapposizione violenta tra due regimi totalitari e sanguinari ugualmente criminosi come furono il Terzo Reich e l’Unione Sovietica stalinista. Forse qualcuno dimentica che allo sforzo dell’Armata Rossa, che nessuno nega minimamente, seguirono però uccisioni, stupri, deportazioni e violenze d’ogni genere comprese forme di pulizia etnica ed in ultimo regimi filosovietici tutt’altro che libertari. Non si violenta la Storia! Il nazionalsocialismo fu sconfitto da uno sforzo mondiale che raccoglieva la monarchia britannica, la Francia libera di De Gaulle, i coraggiosissimi soldati polacchi del generale Anders, i combattenti americani e brasiliani ed i tanti “resistenti” liberali, monarchici, cattolici, repubblicani e via discorrendo. Schultz quindi non ha da ringraziare Stalin ma, se crede, il mondo intero compresi quei tedeschi che nel luglio 1944 diedero la vita per dimostrare, con l’attentato ad Hitler, che c’era perfino un’altra Germania. Torino non può, non vuole, non accetta che nelle sue piazze in cui camminavano gli eroi dell’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno e tanti altri combattenti per la vera libertà si esaltino satrapi assassini come Josif Stalin. Lasciate in pace la Storia, non toccatela più è vecchia e stanca. Ha molto da raccontare ma non fatene più l’oggetto delle vostre perversioni. La libertà non passa mai attraverso chi, parafrasando Gaber, ne è portatore sano. Cioè non l’ha però pretende di portartela.
Alessandro Mella – UMI Torino         
DATA: 21.05.2014

QUALE EUROPA VERRA'? TOCCA AI  CITTADINI FARSELA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/05/2014

        L'Europa è ancora il mondo. Ha tremila anni di storia: greci, fenici, latini. Mezzo millennio addietro sono stati i suoi navigatori a scoprire e a descrivere le Indie Nuove e quelle antiche. All'avanguardia furono gli italiani Cristoforo Colombo, i Caboto, Giovanni da Verrazzano, che per primo s'affacciò sulla baia dell'attuale New York. L'America  prese nome  da Amerigo Vespucci, “piloto mayor” del re di Spagna. Ad allacciare il mondo con secoli di sacrifici sono stati gli europei, da Vasco de Gama ad Abel Tasman e James Cook. Ci vollero secoli per conoscere a fondo l'Africa, l'Australia, l'Antartide e raggiungere i Poli: una gara entusiasmante che vide in prima linea Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi.  
  Non furono né i cino-giapponesi né gl'indiani a doppiare il Capo di Buona Speranza, risalire sino allo stretto di Gibilterra e irrompere nel Mediterraneo. Furono gli europei a navigare verso est o a buscare  l'Oriente da Occidente, a circumnavigare il mondo: il portoghese  Ferdinando Magellano, che ci morì, e Antonio Pigafetta, che narrò l'impresa. Dunque questo mondo, così com'è, incluse colonizzazioni spietate e decolonizzazioni feroci, lo si deve al Vecchio Continente e ai suoi cugini d'oltre Atlantico. Alla radice dei loro progetti e dell'espansione scientifica e tecnologica, oggi così impetuosa, gli europei ebbero la filosofia che li autorizzava o induceva a scrivere, essi soli, le Storie universali: decine di volumi nei quali dare conto del tutto, dalla preistoria ai giorni nostri, continente per continente, razza per razza, popolo per popolo.
   Forti di quel  patrimonio, gli europei hanno saputo sognare anche tra le macerie delle due grandi guerre che hanno insanguinato il pianeta causandovi più o meno ottanta milioni di morti.  Vi si scontrarono due opposti disegni:  da una parte il Nuovo Ordine Europeo progettato dalla Germania di Hitler (“Germania, Germania, al di sopra di tutti  nel mondo”: un programma  che arriva da lontano e che dura); dall'altra la federazione di popoli affratellati nella libertà.
   Proprio il Piemonte, anzi la Provincia Granda, culla della dinastia sabauda, ebbe un vero primato nella visione dell'Europa dei popoli. Grazie a storici e filosofi (Renzo De Felice e Lucio Colletti), a ricercatori tenaci (veterani come Giampaolo Pansa e pionieri come  Ernesto Zucconi...) e a politici (da Giorgio Pisano a Giano Accame) oggi nessuno più racconterebbe la lotta di liberazione come una fiaba, tutta perfetta. Costellata anch'essa di tante atrocità, finì con la mattanza dei vinti (spesso ingiustificata). Come affermò Gianna Gancia nel discorso d'insediamento a presidente della Provincia Granda (medaglia d'oro al valore civile), occorre passare da “narrazioni” a una storia documentata, equilibrata, capace di dare a ciascuno il suo. In questa visione rasserenante spicca  l'intuizione della federazione europea che si affacciò sin dagli anni da Giuseppe Garibaldi a Luigi Einaudi, passando attraverso l'utopia di Giacono Novikov.  I trattati di pace del 1919 -1920 misero il coperchio su una realtà ribollente, impedirono che la Società delle Nazioni divenisse realtà, seminarono i germi dei totalitarismi e prepararono la seconda grande guerra che due anni dopo da europea divenne mondiale. Nel suo corso non mancarono voci meritevoli di rispetto e di  memoria. Bastino due esempi, entrambi piemontesi.    
   Nell'estate del 1943 Duccio Galimberti e Antonino Repaci scrissero il Progetto di Costituzione confederale europea ed interna, per riannodare il legame tra le “sorelle latine”, Italia e Francia,  nel quadro della Federazione dei popoli europei. Nel maggio 1944  lo stesso Galimberti e Dante Livio Bianco, delle formazioni  partigiane “Giustizia e Libertà”, istituirono rapporti con la Resistenza francese e stipularono intese politiche  e militari di vasto respiro (“Patti di Saretto”, 30-31 maggio 1944).
   Gli anglo-americani  faticavano ad arrivare a Roma. L'Europa era ancora una “fortezza” sotto dominio tedesco. L'Italia e la Francia avevano un passato tempestoso, segnato dalla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 (una “pugnalata alle spalle” secondo alcuni, mentre, a ben vedere, proprio l'intervento italiano dette ai francesi il pretesto per chiedere l'armistizio e inventare la Repubblica di Vichy, tenendo i tedeschi lontani dal Mediterraneo). Nel 1944, però, non era più tempo di rinfacciarsi il passato. Occorreva cambiare strada: puntare alla fratellanza tra i popoli, all'insegna della giustizia internazionale e della libertà. 
   L'iniziativa fu degli italiani: Galimberti agiva su delega di Ferruccio Parri, comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà”; e Dante Livio Bianco su mandato del Partito d'Azione e per il Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte.
  Bisognava evitare che la guerra attizzasse nuovi nazionalismi, smania di conquiste territoriali, il miope spostamento di confini,  attuato nel 1945-1947, con la francesizzazione forzata degli italofoni: una vicenda tuttora da documentare. Occorreva invece costruire l' “Europa dei popoli”, liberi dai “poteri forti” che avevano alimentato la Guerra dei Trent'anni (1914-1945). Galimberti e Bianco  non si amavano affatto: figlio di un parlamentare liberal-conservatore, Galimberti irrideva Bianco (“Cavour II”), manipolato da Giorgio Agosti (“Cavour I”), e il comandante del III settore, Ezio Aceto (“Napoleone”).  A loro volta Bianco e Agosti schernivano la “gloriosa ferita” che Galimberti si era provocata e la sua sete di protagonismo, gonfio di ambizioni per il dopoguerra (in realtà Duccio finì assassinato il 3 dicembre 1944, in circostanze tuttora oscure). Ma quelle era piccinerie che non debbono oscurare la visione generale  di eventi generosi.  
   Punto di arrivo della convergenza ideale  tra i movimenti di liberazione delle “sorelle latine”, i “Patti di Saretto” ebbero modesta efficacia pratica. Lo stesso Partito d'azione, lacerato in correnti, ne dette interpretazioni molto diverse, come fecero gli altri  partiti del CLN del Piemonte. In particolare fu sconfessata l'affermazione secondo la quale anche per gli italiani la forma di stato più adatta sarebbe la  repubblica: affermazione incauta mentre i socialcomunisti (Togliatti e Nenni) erano da poco ministri del governo Badoglio, cioè del Re.
   Successivamente, il governo di Parigi  presieduto dal generale Charles De Gaulle mirò a “punire” l'Italia e nel 1947 i “vincitori” imposero una pace iniqua, di cui tuttora l'Italia nord-occidentale paga il prezzo (e il Cuneese più di altre province).
   Tuttavia i principi ispiratori dei “Patti di Saretto” documentano gli ideali dei fondatori della Nuova Europa. Sono gli stessi poi assunti a base degli accordi della Certosa di Pesio (7 agosto 1944: dieci giorni prima dello sbarco franco-americano in Provenza). Le Formazioni “Giustizia e Libertà” (Bianco, Leo Scamuzzi, Arturo Felici) e gli “Autonomi” comandati dai monarchici Enrico Martini (“Mauri”) e Mario Bogliolo e dai repubblicani Piero Cosa, Dino Giacosa e  Aldo Sacchetti si dichiararono “contro la dittatura della reazione (grosso capitale, alta finanza, agrari, militaristi, ecc.) non meno che contro quella del proletariato o di qualsiasi altra classe o gruppo” e  “contro tutti i nazionalismi e gli imperialismi”. “Senza per nulla rinnegare l'alto valore umano e storico dell'ideale nazionale e della tradizione patriottica italiana”, auspicarono una “federazione  di liberi popoli del nostro continente”.   
  Per passare dalle celebrazioni a senso unico alla verità storica occorrono  ancora molti anni di lavoro; però forse siamo sulla strada giusta: più forza agli studi indipendenti; meno fieno alle botteghe interessate. L'Europa che verrà dipende dal voto dei cittadini. Nel 1944 i Galimberti, i Bianco e i maquisards erano una manciata di combattenti lungimiranti. Ora tocca a milioni di cittadini: liberi di farsi male o, se invece lo vogliono, di costruire l'Europa dei popoli.
Aldo A. Mola 
(*) Per documentare il contributo della “Granda” al Movimento Federalista Europeo la presidente  della Provincia di Cuneo, Gianna Gancia,  ricorda con un Quaderno il 70° dei Patti di Saretto (30-31  maggio 1944).   
DATA: 21.05.2014
  

I DIMENTICATI: SEMPRE ATTESA LA VERA STORIA DEGLI ITALIANI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11/05/2014

      La storia – si dice - viene scritta dai vincitori, che però, sul lungo periodo (a volte ci vuole poco), talora  risultano vinti. Così accade che i trionfatori di un tempo chiedano scusa per le vittorie lontane, declassate e imprese scellerate. Recentemente anche i papi hanno chiesto fervorosamente scusa: per le crociate (eppure fu un papa, Urbano II, a bandirle proclamando “Deus vult, Dio lo vuole!”...), per lo sterminio degli amerindi e via continuando. Attendiamo scuse per lo sterminio dei càtari, per certe   scomuniche e spiegazioni per l'attesa in sala d'aspetto a lungo imposta a Rotary, Lions...,  e (anche) per l' “invenzione” del limbo e del purgatorio... La storia non ha fretta. 
  Vincitori e vinti, in realtà, sono esigue minoranze trainanti: ognuna porta acqua al suo mulino fattuale e storiografico. Di mezzo vi sono le moltitudini alle quali poco importa di “essere nella storia”. Ambiscono a campare alla meno peggio e di non fare agli altri quello che non vorrebbero fosse fatto loro. Ma la Storia, sappiamo, ci arriva addosso anche se non la cerchiamo e, anzi, proprio quando vorremmo scansarla.
   Lo studio della “terra di mezzo”, di quella che l'insuperato Renzo De Felice definì la “zona grigia” per indicare quanti nel 1943-1945 non si schierarono né con il governo della RSI né con le bande partigiane (men che meno con quelle “rosse), costituisce la grande sfida per la storiografia italiana del Terzo Millennio, tanto più nel crepuscolo dell'Università quale soggetto creativo di cultura e di imprese editoriali come quelle svettanti negli Anni Settanta del secolo scorso.
  Un ruolo eminente spetterà a Fondazioni promotrici di studi (ma sono attrezzate per  valutarli?) e ai Premi  non ideologicamente schierati. E' il caso dell'Acqui Storia, orchestrato da Carlo Sburlati e sorretto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e da enti pubblici. Con quasi duecento opere candidate alle sue tre sezioni (scientifica, divulgativa, romanzo storico), è il Premio storiografico più prestigioso, capace di rinnovarsi di anno in anno, senza pregiudizi, libero da condizionamenti di qualsivoglia natura. 
  Certo un Premio non è in sé un laboratorio di ricerca. Con le sue scelte, però, esso registra i mutamenti, segnala i ritardi, offre suggerimenti, fornisce lezioni di indipendenza. Ve n'è bisogno a cospetto della ripetitività  che ha caratterizzato eventi quali il 150° del regno d'Italia quasi sempre ridotto al quartetto Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi, Cavour, mentre il suo avvento fu molto più tormentato, vario e ricco.
  L'intelligente saggio di Umberto Bottazzini e Pietro Nastasi La patria ci vuole eroi (Zanichelli) perlustra ora il contributo dei matematici alla vita politica nell'Italia del Risorgimento. Molti arrivavano dalle cospirazioni, da quelle “ sette segrete” che quando non ci sono vanno inventate, ed erano stati protagonisti dei Congressi degli Scienziati Italiani (1839-1847), il cui magistero continua attraverso  la benemerita Società Italiana per il Progresso delle Scienze. Anche i linguisti fecero la loro parte. Lo ricorda Alfredo Stussi  in Filologia e linguistica dell'Italia unita (il Mulino). Il meglio delle scienze, delle arti, delle lettere (da Giosue Carducci a Giovanni Verga)  venne immesso nel Senato del  regno, che era di  nomina regia e vitalizio per assicurare la massima libertà ai suoi componenti: un mondo talmente elevato che tutt'oggi non ne abbiamo alcun profilo organico. Qualche improvvisatore oggi vorrebbe addirittura abolire il Senato, un “grande dimenticato”, senza che se ne conosca la storia, almeno a grandi linee.
  Ma tanti sono “i dimenticati”, rimasti ai margini anche  dalle ripetitive “celebrazioni” del 150°. A riscattarli ci ha pensato monsignor Antonio Fappani, promotore di una rassegna iconografica poi condensata in un corposo volume, che, se ancora ci fossero, dovrebbe stare in ogni bibliotechina di classe: Preti, donne e popolo:i più dimenticati. Rassegna di testi e illustrazioni (editing di Lucio Bregoli), pubblicato dalla Fondazione Civiltà Bresciana (vicolo San Giuseppe 5, Brescia).
   Novant'anni compiuti, mons. Fappani è un formidabile animatore di cultura. Sempre inappuntabile sotto il profilo erudito, documenta le Cento Città, il Risorgimento delle Cento Voci (come scrisse Giuseppe Massari), ripropone i volti delle migliaia di  persone, più o meno celebri, che hanno dato corpo a duecento anni di storia d'Italia, o meglio “degli italiani”: molti per unirli, altri per tenerli chiusi  negli antichi steccati di lotte faziose. Se da un canto vi sono le Compagnie di Santa Fede del cardinale Gaetano Ruffo, dall'altra il mazziniano don Enrico Napoleone Tazzoli sale il patibolo agli Spalti di Belfiore (Mantova). Il barnabita garibaldino Ugo Bassi è abbattuto dal plotone di esecuzione asburgico mentre ecclesiastici di rango (Riario Sforza, arcivescovo di Napoli) e tanti sacerdoti di seconda e terza fila, rimangono vicini al loro gregge, borbonico non perché ottuso ma perché a suo modo conservatore. Dal cardinale  Angelo Mai (venerato da Giacomo Leopardi, rispettoso dei valori supremi)  di generazione in generazione il volume di  mons. Fappani conduce a don Tullio Calcagno, fondatore di “Crociata italica”, ai cappellani partigiani e al seminarista Rolando Rivi, seviziato a morte dai “rossi”, come decine di  sacerdoti, assassinati dagli stalinisti nostrani.
  Fappani non parla di “cattolici”, di “ecclesiastici”, di “clero”. Una il termine forte: preti, quello più esposto ai sorrisi e ai sarcasmi. Eppure è il più efficace. Non è una sfida. E' un invito a riflettere su chi ha confortato i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera quando nel vallone di Rovito guardarono l'ultima volta il cielo prima di essere fucilati, su chi ha lasciato (quasi sempre temporaneamente) l'abito talare per precorrere la Chiesa sulla via della “conciliazione col mondo moderno”, deprecata dal Syllabus del 1864, e sin dal 1861 considerarono positiva e irreversibile l'unità politica degli italiani: molti gesuiti, come Carlo Curci, e Luigi Tosti, abate di Montecassino.
    Il “popolo”, in un secolo cresciuto da “volgo disperso che nome non ha” a “nazione italiana”, è la terza stazione della via crucis storiografica proposta da mons. Fappani. Di mezzo vi sono “le donne”: giacobine, carbonare, patriote, brigantesse,..., promotrici di congregazioni religiose o fautrici dell'emancipazione femminile anche attraverso partiti e sindacati: un mondo composito e complesso (le giovani fasciste, le partigiane, le ausiliarie della RSI, le deputate elette alla Costituente...),  tutto visitato con rispetto.
  Questa Rassegna  arriva in buon punto, mentre  si discute dei confini tra storiografia scientifica, divulgazione e romanzo. La storia vi risulta Poesia (lo scrisse Benedetto Croce): arte, sia quando viene fatta sia quando viene narrata. Epopea. Da lì occorre ripartire per ritrovare le radici genuine del rapporto tra l' “Itala gente da le molte vite”, l'Europa (oggi intirizzita) e la comunità internazionale nuovamente sull'orlo del burrone. Vi cade se ci si distrae dalle moltitudini e se ne affidano le sorti a una manciata di apprendisti stregoni.
Aldo A. Mola
(*) Venerdì 9 maggio le radici e le ragioni del Premio Aqui Storia sono state illustrate per iniziativa del Consiglio Regionale del Piemonte al Salone del Libro  di Torino da Carlo Sburlati, Vittorio  Sgarbi, Marcello Veneziani, Giordano Bruno Guerri. Mario Bernardi Guardi e Augusto Grandi.
DATA: 16.05.2014

INTERVISTA DE "IL TEMPO" AL CAPO DI CASA SAVOIA

Da "Il Tempo" di mercoledì 7 maggio 2014, pagina 7

INTERVISTA DE "IL TEMPO" AL CAPO DI CASA SAVOIAL'INTERVISTA - Amedeo di Savoia: «Tornino le salme dei sovrani. E magari anche la monarchia»


«I fatti di Napoli hanno confermato quello che penso da sempre: la funzione della monarchia è quella di garantire l’unità nazionale e mai come in questo momento in Italia ce n’è grande necessità».
Nel giorno in cui il segretario della Lega Matteo Salvini viene «cacciato» da Napoli da manifestanti che espongono bandiere borboniche, Amedeo di Savoia, quinto Duca d’Aosta, sembra rimpiangere i tempi in cui la figura del Re rappresentava il minimo comun denominatore per il popolo italiano. E mentre il governo Renzi valuta modi e opportunità di un ritorno delle salme dei Savoia sul suolo patrio, fa suo l’appello di tanti monarchici per un gesto di «pacificazione» nazionale.
Amedeo di Savoia, è arrivato il momento di far rientrare in Italia le spoglie dei sovrani?
«È un diritto dei defunti ma è soprattutto un dovere del governo. Anche se avvenisse domani mattina sarebbe comunque tardi. Troppi anni sono passati, basterebbe pensare a quanto successo con Re Faruq, morto a Roma ma subito tumulato nel suo Egitto, o con la Regina Federica, morta a Madrid ma poi sepolta in Grecia. Dobbiamo accettare che Atene e Il Cairo siano più democratiche di Roma?».
Come si spiega l’eccezione italiana?
«Sono state date tante di quelle ragioni che ormai, ogni volta che se ne parla, si dimentica quella precedente. Il fascismo, le leggi razziali... Ma la monarchia non ha avuto solo aspetti negativi. E non mi pare che i Papi cattivi li abbiano gettati nel Tevere. Magari c’è anche altro...».
Cosa?
«Non so, penso che fino a che è stato in vita l’ultimo costituente, forse si è voluto impedire il ritorno dei Savoia in Italia per paura. Come se ci fosse ancora la coscienza sporca per quanto avvenuto con il Referendum istituzionale».Intervista Amedeo di Savoia IL TEMPO
Accettereste una soluzione di compromesso come una sepoltura a Superga?
«Le salme dei Savoia vanno tumulate al Pantheon. La storia è la storia, non mi piacque Ciampi quando disse che tra monarchia e Repubblica c’era stata un cesura: fu poco corretto e poco cristiano. La continuità tra monarchia e Repubblica andrebbe ripristinata anche per avere una storia unita dell’Italia, che non vada studiata su due libri differenti».
Non crede che i Savoia, da questo punto di vista, debbano rimproverarsi qualcosa? In passato non sono sembrati così convinti nel riconoscere la Repubblica...
«Riconoscere o meno non c’entra nulla, io ho giurato fedeltà alla Repubblica, anche se continuo a discutere il modo in cui è nata, i brogli che segnarono il referendum e che anche la storiografia ha ormai accertato. Ma, ripeto, a questa Repubblica ho giurato fedeltà e ho anche fatto il servizio militare. D’altra parte, tanti dei Presidenti della Repubblica passati per il Quirinale avevano giurato in giovinezza fedeltà al Re. Se vogliamo avventurarci in questo discorso, rischiamo di continuare all’infinito».
A Napoli il leghista Salvini è stato respinto da manifestanti con le bandiere borboniche. Che effetto le ha fatto?
«La funzione della monarchia è stata sempre quella di unire. Stiamo diventando un melting pot, alle "vecchie" autonomie, comprese quelle linguistiche, se ne stanno aggiungendo tante altre. Pensi a tutti gli arabi che stanno prendendo la cittadinanza italiana».
E cosa c’entra questo con la monarchia?
«In Belgio, ad esempio, hanno scelto democraticamente lo Stato monarchico. Non perché ci fosse chissà quale sentimento ideale, ma perché era l’unica garanzia di tenere insieme fiamminghi e valloni. D’altronde, il sovrano è per antonomasia al di sopra delle parti».
In che senso?
«Il presidente della Repubblica viene da un partito, mentre quando si regna non si ubbidisce a nessuna fazione. Inoltre, si è educati fin da bambini al destino che si concretizzerà in futuro. Manca quel sentimento negativo che è l’ambizione, anzi, a volte il fatto che da grandi bisognerà regnare è vissuto come una condanna. E poi, ormai, la differenza tra un Re e il Presidente della Repubblica è davvero poca. Entrambi quasi non hanno poteri. Se si eccettua Napolitano, che negli ultimi tempi ha allargato il suo raggio d’azione».
È un rimprovero?
«Assolutamente no, se lo ha fatto è solo perché l’emergenza glielo ha imposto».
Si offende quando il Capo dello Stato viene chiamato «Re Giorgio»?
«No, per carità. Semmai, conoscendo i suoi ideali, forse si offende lui».
Per l’Unione Monarchica Italiana è lei l’unico possibile pretendente al trono. In un angolo della sua mente conserva ancora la speranza di essere, un giorno, il Re d’Italia?
«Non parlerei di speranza. Piuttosto, dati anche i tempi difficili che viviamo, lo definirei un dovere. È molto difficile che avvenga, ma non impossibile. Fino a qualche anno fa se in treno qualcuno parlava di monarchia, le persone non ascoltavano nemmeno. Oggi, al di là di come la pensino, per lo meno ascoltano».
Carlantonio Solimene

DATA: 07.05.2014

AMEDEO DE DOMINICIS LASCIA LA GUIDA DEL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE ED ENTRA NEL CONSIGLIO NAZIONALE U.M.I.
SIMONE BALESTRINI COMMISSARIO STRAORDINARIO F.M.G.


Amedeo de DominicisNel corso del Consiglio Nazionale U.M.I., tenutosi in Roma il pomeriggio di sabato 3 maggio 2014, il Segretario nazionale del Fronte Monarchico Giovanile Amedeo de Dominicis ha manifestato, con una lettera di dimissioni, la propria intenzione a lasciare la guida del F.M.G. poiché gli impegni lavorativi non gli consentono di avere a disposizione il tempo necessario per coordinare a livello nazionale il movimento dei giovani monarchici. De Dominicis lascia, dopo più di dieci anni di militanza, un F.M.G. del quale ha seguito tutte le tappe da quando, nel 2002, venne rilanciato da Sergio Boschiero e Gian Nicola Amoretti. Rivolgendosi al Consiglio Nazionale Amedeo ha ringraziato pubblicamente Sergio Boschiero per il supporto avuto da sempre e il Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi per il vivo entusiasmo che ha portato nell’Associazione.
Dopo il toccante discorso di commiato, su proposta del Segretario Nazionale U.M.I. Davide Colombo, il ConsiglioSimone Balestrini Nazionale ha acclamato l’ingresso di De Dominicis a far parte dello stesso. Il giovane riuscirà così a seguire attivamente l’U.M.I. a livello nazionale, seppur con l’onore meno gravoso del Consigliere.
Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi, ai sensi dell’articolo 26 dello Statuto,  ha nominato Simone Balestrini Commissario straordinario del F.M.G.
Balestrini, saronnese, studente di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano, 21 anni appena compiuti con già alle spalle un’esperienza politica in ambito lombardo, avrà il compito di coordinare i giovani monarchici italiani e di guidarli verso un Congresso che ne eleggerà la classe dirigente.
Ad Amedeo de Dominicis è giunto dalla dirigenza nazionale il più sentito ringraziamento per il lavoro svolto per la Causa in tanti anni ed a Simone Balestrini un sincero augurio di buon lavoro, certi che il F.M.G. ci serberà sempre maggiori soddisfazioni.
         
DATA: 05.06.2014
 
IL GENERALE ROBERTO SEGRE  STELLA D'ITALIA E DI DAVIDE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04/05/2014

Roberto Segre    Il Venti Settembre 1870 l'Esercito italiano entrò in Roma attraverso Porta Pia. Per  quella stessa breccia dal Vaticano i preti sciamarono nel Paese, più forti di prima. La Città Eterna rimase qual era da secoli, scettica e rassegnata. L'Italia divenne più bigotta: non per fede, ma per opportunismo. La superstizione ebbe e ha la meglio sulla ragione. Lo intuirono gli assalitori quel Venti settembre 1870. Perciò tennero un profilo basso e prudente. Bisognava aprire il fuoco contro perché Pio IX aveva fatto sapere che avrebbe ceduto solo alla violenza. Ma chi doveva assumere un compito per tanti sacrilego? Toccò al capitano d'artiglieria  Giacomo Segre (Saluzzo, 1839-Chieri,1894), comandante della  5^ batteria pesante del 9° reggimento di artiglieria del Corpo d'Esercito  comandato da Raffaele Cadorna.  Tirò la prima cannonata alle 5.20 del mattino. Contrariamente alle attese, i pontifici, però, non stettero affatto a guardare. Mieterono parecchie vittime con fuoco di precisione. Perciò il generale Enrico Cosenz, garibaldino, mandò in soccorso i tiratori scelti del 34° battaglione bersaglieri: quelli che poi attraversarono la Breccia. Tra gli altri alla liberazione di Roma partecipò anche il sanremasco GioBernardo Calvino, detto “Italianissimo”, massone come suo figlio, Mario, celebre botanico, e nonno di Italo, lo scrittore. La carriera dell'artigliere Giacomo Segre tutto sommato fu modesta: colonnello e commendatore dell'Ordine della Corona. Lavorò all'Arsenale ai forti di Tenda. Lasciò il servizio pochi mesi prima di morire, appena cinquantacinquenne.
  Suo figlio, Roberto (Torino, 1872 - Milano, 1936), ne seguì le orme: italiano di valori civici, israelita di religione. La sua è una vicenda paradigmatica. La racconta il colonnello Antonino Zarcone  in Come una granata spezzata nel tempo, edito dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. (*)
   Allievo a tredici anni nel Collegio militare di Milano, quando il padre era direttore dell'Arsenale di Torino, Roberto Segre percorse la carriera militare, alternando studi e servizio. Capì tra i primi in Europa che l'artiglieria non era solo un supporto della fanteria. L'Arma Dotta aveva un compito proprio. Energico e resistente alla fatica fisica e mentale, Segre dette ottime prove nell'impresa di Libia e  nella Grande Guerra. Si distinse al seguito del Duca d'Aosta, Emanuele Filiberto, e poi dalla liberazione di Gorizia (1916) alla battaglia del Solstizio (giugno 1918), quando i pezzi da lui comandati furono risolutivi. Aveva però carattere spigoloso. Esigente con sé e con gli altri, molto fiero e talora tagliente anche con i superiori, come accade a chi deve spendere il doppio per ottenere riconoscimenti normali.  
  Dopo l'armistizio del 4 novembre 1918 venne inviato Capo della Missione Militare Italiana a Vienna: oltre cento ufficiali e 400 uomini dai compiti disparati. Perfettamente padrone del tedesco, affrontò di propria iniziativa ruoli delicatissimi: il recupero di opere d'arte trafugate dagli austriaci (ne venne esposta una rassegna a Roma nel 1923), l'assistenza agli orfanotrofi viennesi. Compì missioni in Ungheria e in Polonia.  Per motivi prudenziali, “parcheggiò” su un conto personale un'ingente somma anticipata dal governo comunista di Bela Kun  per forniture,  sempre dandone informazione ai superiori. Però Vienna era meta di “servizi” strani e di giochi complessi volti a sminuire il ruolo dell'Italia. 
  Da bravo artigliere, Segre guardava lontano e agiva d'intuito. Calpestò qualche piede, sia di diplomatici sia del ministero della Guerra. Inviato in ispezione il generale Meomartini ne ordinò l'immediato rientro in Italia, in violazione delle procedure e senza interrogatorio: sorte riservata ad altri membri della missione. Il 20 maggio 1921 Segre fu arrestato a Milano e tradotto a Firenze. Iniziò un lungo calvario che si concluse con la piena assoluzione sua e degli altri imputati.  Nel frattempo, però, era stata deturpata non solo la sua immagine personale, ma anche quella della meritoria Missione italiana a Vienna. Una perdita secca per il Paese. Tutto avvenne nel clima torbido alimentato dalla squallida “Inchiesta su Caporetto” che, pronubo il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, mise alla gogna i vertici militari, per compiacere clericali e socialisti. Particolarmente velenosi furono gli articoli pubblicati nel quotidiano socialista “Avanti!” dall' argentino  Schweide. Finalmente assolto nel processo celebrato a Pistoia, molto seguito dall' “Idea Nazionale” e dal mussoliniano “Il popolo d'Italia”,  Segre ascese a generale di Divisione, con comando a Brescia. Chiese invano di essere trasferito a Milano, ove aveva la famiglia. Collocato a disposizione, fu assegnato ad attività di studio, che del resto erano la sua passione.
   “L'invidia gli troncò la carriera e l'esistenza” ne scrisse il Maresciallo Pecori Girardi, senatore del regno. Fu vittima di una inchiesta pessimamente condotta. Ma, come scrisse il generale Luigi Cadorna, “le inchieste servono troppo spesso a colpire qualcuno predestinato e a salvare qualche altro, confondendo la verità”.
La Vicenda militare ed umana  di Roberto Segre è narrata da Antonino Zarcone, Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito in quasi 600 pagine, fitte di documenti inediti (da lui stesso acquisiti all'Ufficio) e di interrogativi incalzanti, arricchite da centinaia di accuratissime schede biografiche. L' Autore  vi pone la domanda fondamentale: il merito è davvero rispettato o a volte prevalgono invidie, gare, piccinerie? Un commento “a caldo” fu scritto a Segre dal capitano Riccardo Gigante, fiumano, intellettuale di rango, senatore del regno, assassinato dai partigiani comunisti di Tito: gli era toccato “il solito premio che l'Italia sa dare ai propri figli migliori, l'ingratitudine e l'umiliazione di un carcere ingiusto”, una “infamia commessa dal governo cinico e malvagio, lo stesso che tradì la Dalmazia e insanguinò la mia sfortunata città”.
   Il 21 settembre 2000 la Città di Chieri, il Consiglio provinciale di Torino e l'Associazione Nazionale Bersaglieri murarono a Chieri una lapide a ricordo di Giacomo Segre, il cannoniere  di Porta Pia. In attesa che l'Italia faccia altrettanto per memoria del figlio, che aveva tutti i requisiti per ascendere al vertice delle Forze Armate d'Italia (traguardo raggiunto dall'altro celebre artigliere, Piero Badoglio), la biografia scrittane da Zarcone ne è il miglior monumento. Va fatta conoscere, anche per ricordare che gli israeliti furono emancipati da Carlo Alberto di Sardegna nel marzo-aprile 1848: primavera d'Italia e dei Popoli.
Aldo A. Mola
(*) Il volume viene presentato alle h. 14 di venerdì 9 maggio 2014 allo Stand delle Forze Armate  nel Salone Internazionale del Libro di Torino, nell'ambito di un ampio programma di presentazioni di opere delle diverse Armi.  Alle 12 dello stesso giorno è presentata la ristampa di Dall'Isonzo al Piave, 24 ottobre-9 novembre 1917, cioè la  famosa “Inchiesta su Caporetto” (Roma, 1919) ora edita dall'Ufficio Storico dello SME  col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, del Centro Giolitti (Dronero-Cavour) e dell'Associazione di studi sul Saluzzese.
DATA: 05.05.2014

      
VOTARE. VOTARE BENE PER LA SOVRANITA' DEI CITTADINI.

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27/04/2014

    “Votare necesse”. Votare bene, prima che venga azzoppato il diritto di voto. Quindi, nessun voto alla sinistra, né ai suoi compari, né a chi, lo voglia o meno, magari attestato sull'altra sponda, ne fa il gioco. Il diritto di voto era ed è da secoli la bandiera di chi vuole il progresso vero: la libertà dei cittadini di scegliersi il governo centrale e gli amministratori locali. Valeva in passato. Altrettanto vale oggi. Chi non vota non può poi lamentarsi del governo che si trova. Dopo anni di torbidi, le urne possono fare chiarezza: ora alle “europee” (un test anomalo); prima possibile alle “politiche”. Il voto giudicherà chi per vent'anni ha impedito al centro-destra di attuare le riforme promesse. Il centro-destra mancò l'obiettivo (anzitutto la riforma dell'amministrazione della giustizia) perché è stato intossicato e paralizzato da quinte colonne. Ricordiamo Marco Follini? E Fini Gianfranco? Ricordiamo che, vittoriosa (???) per circa ventimila voti, nel 2006 la maggioranza di Prodi Romano occupò tutt'e tre le cariche supreme dello Stato con Napolitano al Quirinale, Marini al Senato, Bertinotti alla Camera? Oggi la partita è molto più dura, perché la sinistra ha paura del voto e vuole trasformare uno striminzito 30% dei voti validi (cioè meno del 20% degli aventi diritto) in potere assoluto a tempo indeterminato. Perciò vuole abolire  l'elettività del Senato. 
   Al momento, però, il partito più forte in Italia non è affatto il Partito democratico, né il  M5S di Grillo. Il “partito” più numeroso è quello di chi dice che non andrà alle urne, seguito a ruota da chi non sa per chi voterà. E' il partito dei delusi. Conta quasi il 50% degli aventi diritto: cittadini sconcertati dalle giravolte di politici più o meno famosi. Delusi, perché la verità è elusa con giochi di parole in barba alla sbandierata trasparenza.   
  Con poche eccezioni, il ventaglio dei simboli in lizza, sempre più pasticciati, e delle sigle, sempre meno leggibili, fanno delle elezioni un suk di cianfrusaglie. L'eccesso di offerta sconcerta il “mercato”e mette in fuga la domanda. Proprio quando milioni di elettori cominciarono a salire sul colle dell'astensionismo, per esprimere il loro disgusto verso il “teatrino” della politica politicante, quale risposta hanno dato la sinistra e i suoi accoliti? Complici alcuni quotidiani, hanno scatenato l'offensiva mediatica contro la “casta”, cioè la dirigenza elettiva: non, però, per migliorarne la qualità della dirigenza ma per abolire il metodo della sua scelta.
  E' stata creata una confusione mortale per la democrazia: riducendo il fine (cioè la politica) a puro metodo ( le arzigogolate leggi elettorali). Così, dopo quello di Monti Mario e di Letta Enrico (nato dall' emergenza post-elettorale) siamo al terzo governo non espresso dal voto dei cittadini ma deciso dal Quirinale.
  Privo di adeguata maggioranza politica e lontanissimo da quella indispensabile per varare una qualunque riforma della Costituzione  (checché ne sorrida la fatua  ministra Boschi) il duo Renzi-Delrio ha cocciutamente voluto l'abolizione dell'elettività dei consigli provinciali e dei loro presidenti: primo grave e ingiustificato esproprio del diritto dei cittadini di eleggere i propri amministratori. Semmai occorreva azzerare in via prioritaria le circoscrizioni comunali e una miriade di consessi fittizi, rappresentativi del nulla, sottobosco per portaborse e fonte di sprechi e di abusi speculari a quelli delle regioni, anzitutto a statuto speciale, causa principale della rovina finanziaria,  e la proliferazione dei tribunali amministrativi regionali che, rendendola caotica, hanno accelerato la paralisi della giustizia.
   Ora, mentre astensione dalle urne e indecisione delle opzioni si avvia al 50% e più degli elettori, il Partito democratico si incaponisce a chiedere l'abolizione dell'elettività del Senato. Che la Camera Alta debba essere differenziata da quella Bassa è noto da quarant'anni. Ma quanto il Senato sia necessario è balzato evidente proprio in questi giorni: quando il governo ha chiesto (e ottenuto) la fiducia alla  Camera dei deputati per la legge sul lavoro (qualificante), rimettendo però esplicitamente al Senato il compito di modificarla. Ma se non fosse eletto dai cittadini, con quale autorevolezza il Senato potrebbe modificare leggi votate dai deputati? Per ora, piaccia o meno, proprio questo bicameralismo salva dal baratro il governo e chi dal Quirinale ne regge le dande. 
  Ogni Stato ha la sua storia, la propria fisionomia e le istituzioni conseguenti. L'Italia non è né un Paese “centralista” (qual è la Francia, repubblica presidenziale), perché è bacato dal regionalismo; non è un Paese federale (a differenza della Germania); né una monarchia costituzionale (Gran Bretagna, Spagna, Olanda, Danimarca,...). Oggi è nel caos; e al bivio. La Costituzione è un vetro sottile incastonato nel 1946 nel fragile telaio della minoranza che votò repubblica (il  42%). A sorreggere quel vetro fu il mastice della partecipazione al voto, inclusi i quasi undici milioni che avevano votato monarchia. Gli italiani hanno detto la loro in modo franco e netto nel 1948, quando il Fronte popolare socialcomunista fu sbaragliato. Lo hanno ripetuto nel 1994 quando, a sorpresa, le sinistre vennero fermate da  Forza Italia e Buon governo. Da lì la diffidenza delle sinistre nei confronti del libero voto e la sua inconfessata speranza che sempre meno italiani usino la scheda elettorale: arma fondamentale di autodifesa contro poteri incontrollati.
Perciò è fondamentale votare e votare bene, prima che, col pretesto che forse governarli e amministrarli costerebbe meno, lo Stato e gli enti locali vengano dati in appalto a una ditta qualunque. Si comprende che una compagnia di trasporto aereo, un tempo orgoglio nazionale, finisca nelle mani di qualche emiro. Ma la sovranità dei cittadini? Per non rimanere irretiti come uccelli di passo, agl'italiani non resta che l'arma  dei veri liberali: ogni testa un voto. Ragionato. 

Aldo A. Mola
DATA: 05.05.2014
 
MESSAGGIO DI RE UMBERTO PER LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

UMBERTO II      “Combattenti della Guerra di Liberazione!

A Voi, nell'Annuale della Liberazione, torna l'animo riconoscente e memore dei cittadini.
Allorché tutto sembrava perduto, Voi mostraste cosa possano l'amore per la Patria e la fede nel suo avvenire.
E, con il Vostro eroismo, avete arricchito l'epopea italica di nuove gesta.
Rapidamente riordinati, i soldati di una guerra pur sempre eroicamente combattuta tornarono primi all'attacco; i marinai continuarono a tener alta sul mare la Bandiera mai ammainata; gli aviatori ripresero con l'antico sprezzo della morte, i combattimenti nel cielo, a tutti affiancandosi con fraterna gara di patriottismo, di dedizione e di audacia, i partigiani che ben sapevano di coinvolgere nella lotta anche le loro famiglie.
Queste forze vive ed eroiche diedero alla vittoria delle potenti armi alleate un contributo ogni giorno più evidente e sicuro, ogni giorno più lealmente riconosciuto.
Quando un popolo in così aspro travaglio non cede di fronte alla immensità della sciagura ed alla avversità del destino, ma trova nelle fibre profonde della stirpe il coraggio per non disperare e la forza per lottare ancora, quel popolo può alzare la fronte davanti a tutto il mondo e affermarsi degno di un migliore avvenire.
E questo l'Italia lo deve a Voi, soldati, marinai, avieri e partigiani.
La Patria vi ringrazia. Viva l'Italia”
(Roma, 25 aprile 1946 - Umberto di Savoia)                
             
DATA: 23.04.2014

      
25 APRILE 2014: SIAMO DAVVERO PIU’ LIBERI?

      A chi non è mai capitato di riflettere sul concetto di libertà? Nella storia dell’umanità esso è sicuramente uno degli argomenti più dibattuti. Ne hanno discusso filosofi, teologi, politici, artisti ma anche persone comuni fin dalla notte dei tempi. Nella musica ad esempio sono molti i cantanti che si sono cimentati su questo argomento. Secondo Giorgio Gaber ad esempio “La libertà non è stare sopra un albero”,  Vasco Rossi si chiedeva: “Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa, chissà cos’è”. Ma nel nuovo millennio come può essere definita la libertà? Secondo i migliori dizionari della lingua italiana la libertà può essere definita come: ”La condizione in cui un individuo può decidere di pensare esprimersi e agire senza costrizioni usando la propria volontà  ma senza ledere le libertà altrui”. Ma esistono dei coefficienti per calcolare quanto siamo liberi oggi? Certamente no, ognuno di noi potrebbe fare presto due conti ed arrivare alla conclusione se ci sentiamo liberi o no, ma quando si tratta di stabilire se un popolo è libero o non lo è, la cosa diviene più complicata. Che l’Italia di oggi sia un Paese libero sono in molti a dubitarne, del resto le classifiche ci condannano agli ultimi posti quanto a libertà di stampa, libertà economiche (più che altro per la zavorra burocratica di cui sono vittime gli imprenditori) e non andiamo bene neanche quanto a diritti civili. Ma quello che davvero ci condanna a farci dire che il nostro popolo non è un popolo libero è la questione della sovranità. Se è vero infatti che un popolo è tanto più libero quanta più sovranità ha all’interno delle sue istituzioni non faremmo una bella figura neanche in questa classifica. E’ forse sovrano un popolo che non può scegliere i propri rappresentanti nelle istituzioni ma gli vengono imposti dai partiti? E’ forse sovrano un popolo che non può scegliere di non far parte di una moneta unica impostaci soprattutto dai Paesi più ricchi (soprattutto la Germania) con il solo obiettivo di diventare più ricchi loro e più poveri noi? (non avremmo il diritto di decidere in concerto con Nazioni a noi simili di avere un’altra moneta più a nostra misura?) E’ un popolo libero e sovrano quello che non può scegliere la propria forma di Stato? A proposito, secondo gli ultimi indici sono le democrazie del nord Europa a primeggiare quanto a grado di libertà godute dai propri popoli e guarda caso sono tutte monarchie! Mentre ci apprestiamo a festeggiare la ”Liberazione” dell’Italia dal regime fascista una riflessione si impone: E se i liberatori fossero stati e sono i nuovi carcerieri? Meglio non pensarci….. liberi,liberi siamo noi, però liberi da che cosa, chissà cos’è.
Roberto Carotti  Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 23.04.2014

LO CHIESERO VINCITORI E PARTITI: QUANDO VITTORIO EMANULE III CEDETTE I POTERI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/04/2014

         
    La Pasqua di settant'anni orsono l'Italia fu spogliata della veste indossata dal Risorgimento all'unificazione, dalla grande guerra alla resa incondizionata del settembre 1943. Senza che i cittadini lo sapessero, Vittorio Emanuele III rimase Re ma senza poteri. La sovranità? Un fantasma vagante in cerca di un corpo nel quale incarnarsi. Lo imposero gli anglo-americani col sostegno dei partiti del Comitato di liberazione  nazionale (CLN). Gli uni e gli altri dichiararono di parlare a nome della “opinione pubblica”, cioè di quanto scrivevano e dicevano essi stessi, tramite i giornali e la radio, sottoposti al filtro della Commissione alleata di controllo. 
   Il 10 aprile 1944, giorno di Pasqua, il generale Noel Mason-Macfarlane, capo della delegazione anglo-americana, “chiese udienza” per le 11 dell'indomani a Vittorio Emanuele III che dimorava a Ravello. Di fatto, si autoinvitò. Portò con sé i delegati civili degli Stati Uniti d'America, Robert Murphy, e della Gran Bretagna, Harold Macmillan, appena rientrati dalle rispettive capitali, e Noel Charles, inviato a sostituire Macmillan. I quattro si presentarono in maniera irriguardosa. MacFarlane comunicò ruvidamente al Re che doveva rinunciare immediatamente al trono. Sarebbe stata istituita la Luogotenenza, affidata a suo figlio, Umberto di Piemonte. Attendeva risposta, ovviamente affermativa, entro le 16.  In caso contrario i governi alleati avrebbero preso “severe misure nei confronti del popolo italiano”. A sostegno dell'arrogante pretesa, l'americano asserì che l' “opinione pubblica italiana (era) decisamente contraria alla sua permanenza sul trono”.
    Ma che cosa davvero pensavano gli italiani? A metà febbraio gli Alleati rasero al suolo l'abbazia di Montecassino. Il 23 marzo-25 marzo Roma visse la tragedia dell'attentato in via Rasella e della rappresaglia alle Fosse Ardeatine. Gli anglo-americani segnavano il passo. I partiti però erano in fermento. Via Algeri arrivò a Napoli Palmiro Togliatti, “Ercoli”, da un ventennio fedele segugio di Stalin, dittatore sanguinario. Annunciò la “svolta partecipazionistica”, cioè l'ingresso del Partito comunista in un governo di unità nazionale contro la Germania e i suoi alleati, inclusa la Repubblica sociale italiana. Per l'Italia o per l'URSS? L'importante per lui era ridurre la Monarchia a pura apparenza.
   Mosca aveva giocato di anticipo gli anglo-americani riconoscendo il governo Badoglio. Dal canto loro gli Alleati avevano bisogno che in Italia la guerra divampasse sempre più per inchiodarvi il maggior numero di tedeschi mentre essi preparavano il futuro “sbarco in Normandia”, chiesto a gran voce da Stalin che sino a quel momento aveva sopportato il grosso dell'offensiva germanica sul proprio territorio e sulla pelle dei “russi”. Continuò insomma l'inganno del settembre 1943 quando gli anglo-americani avevano fatto credere al governo di Roma che, in cambio della resa senza condizioni, avrebbero immediatamente liberato l'Italia dall'occupazione tedesca e, anzi, l'avrebbero compensata per il concorso alla loro vittoria. 
 A spianare la strada degli Alleati nell'annichilire Vittorio Emanuele III  furono i partiti del Comitato di liberazione nazionale che sin dall'ottobre 1943 disconobbero il governo Badoglio e nel “congresso” di Bari del gennaio 1944 chiesero rumorosamente l'abdicazione del Re. Anche l'umorale Benedetto Croce si associò al chiasso. Enrico De Nicola, presidente della Camera dei deputati nell'ottobre 1922, candidato nel listone nazionale mussoliniano il 6 aprile 1924, ideò la Luogotenenza. A sua volta Badoglio fece il gioco delle tre carte per succedere a sé medesimo alla guida di un governo “politico”. In pochi giorni la tragicommedia arrivò all'epilogo. Il 15 aprile fu assassinato a Firenze  Giovanni Gentile che (e perché) predicava la riconciliazione  nazionale: forse su mandato di ambienti inglesi e del partito d'azione, come adombra Luciano Mecacci in La ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi)? Dopo un lungo braccio di ferro, il 21 aprile i partiti del CLN formarono un governo. A Ravello , tra le 15.20 e le 15.45 del 24 aprile, i ministri giurarono “sul proprio onore”, anziché per fedeltà al Re e ai suoi successori. A parole s'impegnarono a non fare nulla per cambiare le istituzioni.
  Il governo comprese Togliatti, il socialista Pietro Mancini, il democristiano Giulio Rodinò, il repubblicano Carlo Sforza,  Collare dell'Annunziata e sedicente conte, Croce e una manciata di alti funzionari, con l'obiettivo di affidare la forma istituzionale a una assemblea costituente. A inizio maggio il principe Umberto cadde nella trappola di un' intervista al corrispondente della Reuter a Napoli, Cecil Spriggs. Dichiarò che Mussolini era entrato in guerra per scongiurare l'invasione germanica dell'Italia e che nessuno si  era opposto all'intervento. Fu tacciato di filofascismo. Vittorio Emanuele III scosse la testa: un Capo di Stato non rilascia interviste né manda lettere ai quotidiani. 
   All'indomani del glaciale colloquio con il quartetto anglo-americano, il 12 aprile Vittorio Emanuele accettò di passare al figlio tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, ma solo dopo la liberazione di Roma, ove contava di rientrare da Sovrano che aveva salvato la continuità dello Stato e da una sorte peggiore. Gli venne negato. La liberazione di Roma, il 4-5 giugno, rimase la quinta trionfale dell'americano Mark Wayne Clark, comandante della CV Armata, primo attore come fosse a Cinecittà, in gara col britannico maresciallo Alexander.  Il 5 giugno Vittorio Emanuele III conferì tutti i poteri al figlio. Non andò meglio a Badoglio, rifiutato dal CLN e sostituito da Ivanoe Bonomi, sotto la ferula di Togliatti, che liquidò Benedetto Croce come rottame dell'Italia intrinsecamente antidemocratica. Il 27 luglio Croce si dimise da ministro senza portafoglio.  Come documenta Giancarlo Lehner  con Francesco Bigazzi nell'eccellente e imperdibile Lenin Stalin Togliatti. La dissoluzione del socialismo italiano (Mondadori), “Ercoli” non aveva avuto remore nel far fuori (anche fisicamente) molti compagni di partito. Figurarsi se ne sentiva per annientare gli avversari.
  Il 25 giugno il Luogotenente Umberto firmò il Decreto che rimise la forma dello Stato al voto degli italiani. Il fantasma della sovranità prese corpo: nei partiti, però, non nei cittadini.
  Vittorio Emanuele aveva chiaro tutto da tempo. Il 12 aprile confidò all'aiutante di campo, Paolo Puntoni: “Non si può dire che da quando si è formata l'Italia le cose siano andate proprio bene per la mia Casa! Solo mio nonno ne è uscito bene. Carlo Alberto dovette abdicare, mio padre fu assassinato. Non avevo alcuna intenzione di succedere a mio padre (…) ma fu ucciso e io, in quella tragica ora, non potei rifiutarmi di salire sul trono. Se l'avessi fatto  avrebbero detto che ero un vile”. Prospettò anche la propria partenza per l'esilio: in Egitto (ove in effetti andò il 9 maggio 1946 col titolo di conte di Pollenzo, la terra a lui cara: ma chi ve lo ricorda?) o in  Portogallo. Non previde che il figlio l'avrebbe seguito, esule senza ritorno. Ma con un R\e senza poteri l'Italia dei partiti l'Italia fu davvero più libera? In realtà fece via via (e fa) quanto le veniva dettato. Come si vide col punitivo Trattato di pace del 10 febbraio 1947. Il resto seguì e segue.  
Aldo A. Mola
DATA: 20.04.2014

PACIFICAZIONE NAZIONALE

      C’è qualcosa di curioso negli Italiani. Od almeno c’è da un settantennio circa venuto meno un certo collante nazionale. Siamo divisi e facciamo di tutto per trovare nuovi spunti per dividerci. Una guerra mondiale ci unì, quando tra il 1915 ed il 1918 per la prima volta tutti gli Italiani si videro da vicino ascoltandosi e condividendo sulla pelle viva le difficoltà di quel momento, un’altra guerra mondiale ci spaccò e mai trovammo davvero un nuovo spunto per ricompattarci interamente anche perché, a differenza di altri, trovammo comodo usare la demagogia per tirare a campare piuttosto che fare realmente i conti con noi stessi. Nel nuovo millennio, incapaci di guardare all’avvenire, siamo arrivati perfino a mettere in discussione il Risorgimento con una storiografia che non mira ad analizzarne luci ed ombre ma ha come finalità un revisionismo per lo più ridicolo quando non becero e fantasioso e spesso rancoroso. Altro autolesionismo. Ma non basta perché ancora ci prendiamo per i capelli quando parliamo, spesso a sproposito e senza cognizione, di fascismo ed antifascismo. Una contrapposizione che Covelli, con una pensata geniale, si limitò a definire “una rissa tra fantasmi”. Basta farci del male! Basta sfruttare la grande Storia che gli Italiani sconoscono, o conoscono molto poco, per dividere un popolo e fare, ancora, altri danni. La Storia patria studiamola, facciamone un riferimento prezioso per capire e capirci ma non come arma per imprese suicide ma come bussola per andare avanti verso il futuro con una guida sicura. Mentre l’Italia soffre, si dimena nel dolore anche fisico, mentre si impoverisce e spesso si uccide per la disperazione ci si fossilizza su polemiche improduttive ed inutili. Andiamo avanti per la carità e magari, per fare un saltino migliore, facciamo due passi indietro e poi saltiamo verso ciò che abbiamo davanti a noi con buona memoria e non con le tasche piene di polemiche e di leggende. La Storia, quella vera, è un’altra cosa.
Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 18.04.2014
 

25 APRILE: TORINO RENDERA' OMAGGIO AD EDGARDO SOGNO, ALFIERE DELLA MONARCHIA

25 APRILE: TORINO RENDERA' OMAGGIO AD EDGARDO SOGNO, ALFIERE DELLA MONARCHIAVenerdì 25 aprile 2014 alle ore 11.00, in via Donati 29 a Torino, il “Comitato per le libertà EDGARDO SOGNO” e “l’UNIONE MONARCHICA ITALIANA” celebreranno la ricorrenza della Liberazione con la deposizione di una corona di alloro dinnanzi la casa natale del partigiano, M.O.V.M. EDGARDO SOGNO.
Subito dopo l’armistizio, in vista dell’inevitabile lotta, Sogno nascose le armi del 91° Rgt Fanteria nella cantina della sua casa in via Donati trasportandovi, con un autocarro di fortuna, ben trecento fucili, oltre a diverse mitragliatrici, tutto coraggiosamente prelevato in piazza d’Armi. Il pericoloso arsenale rimase lì occultato per tutto il conflitto e le SS, giunte a perquisire la residenza di “Franchi”, non lo trovarono, anche grazie al coraggio eroico del custode, Carlo Capra, che nemmeno dopo un feroce pestaggio rivelò il segreto. Andarono però perdute le carte del primo comitato resistenziale piemontese (gli “eroi del Martinetto” guidati dal celeberrimo generale Perotti) cosa che addolorò moltissimo Edgardo Sogno.
In questa ricorrenza, il “Comitato Edgardo Sogno” e “L’Unione Monarchica Italiana”, oltre ad onorare la memoria del Comandante Franchi, intendono ricordare anche il custode Carlo Capra che, a rischio della sua stessa vita, evitò che i tedeschi si impadronissero di armi che sarebbero poi state usate contro gli italiani.
Gli organizzatori, in considerazione dell’importanza storica della casa di Via Donati 29, segnalano l’opportunità che la stessa venga inserita nel percorso museale diffuso del Museo della Resistenza.

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Edgardo Sogno (1915-2000) rappresentò una figura straordinaria nella nostra storia nazionale. Patriota, diplomatico, liberale, monarchico, Ufficiale di cavalleria e combattente. Prese parte alla Guerra Civile in Spagna, alla Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, alla guerra di Liberazione come partigiano monarchico e liberale a capo dell’Organizzazione Franchi, in diretto contatto con le autorità militari angloamericane. Fu proprio durante quel periodo che, con altri combattenti della “Franchi”, tentò di liberare, in uniforme delle SS, il politico Ferruccio Parri che si trovava prigioniero dei tedeschi. Decorato di Medaglia d’Oro al Valore Militare, dopo la guerra fu diplomatico ed Ambasciatore, ma, soprattutto, coerentemente con il suo amore per la libertà, si oppose al comunismo con la stessa determinazione con cui aveva fronteggiato nazismo e fascismo. La sua appassionata lotta ad ogni forma di totalitarismo antidemocratico lo portò anche ad esporsi pericolosamente in prima persona in varie circostanze fino a subire un ingiusto arresto negli anni ’70 perché ritenuto propugnatore di una svolta alla situazione stagnante del paese. Assolto da ogni accusa, venne emarginato per azzittirne la voce coraggiosa. Soddisfazione postuma, le idee di riforma della Costituzione da lui sostenute sono oggi oggetto condiviso del dibattito politico.

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Per info:
Avv. Edoardo Pezzoni Mauri: 335 573 65 65 – edmaol@yahoo.it
Alessandro Mella: 3479655630 – umi.torino@gmail.com
DATA: 14.04.2014

  
1864. QUANDO TORINO NON FU PIU' CAPITALE: UN 150° DA DIMENTICARE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 13/04/2014

          Centocinquant'anni orsono Torino era la capitale del regno d'Italia proclamato il 14 marzo 1861.  In Parlamento  sedevano Alessandro Manzoni, senatore, e Giuseppe Verdi, deputato. Piaccia o meno, a fare l'Italia furono Torino e il regno di Sardegna, uno Stato anfibio (andava dalla Savoia a Nizza, passando per la piana piemontese, da Domodossola a Spezia e alla Sardegna), un Paese da sempre europeo. Quando, per pochi anni, fu re di Sicilia Vittorio Amedeo II ne trasse il meglio per la sua terra:  Filippo Juvara, che vuol dire la Basilica di Superga, e Francesco D'Aguirre, che ammodernò l'Università.  Armi, scienza, religione si sommavano nell'educazione della “nazione piemontese”. Parlavano i Monumenti ecclesiastici e civili, l'ordito delle città e dei borghi, le strade, il paesaggio plasmato nei millenni. Infondevano certezze. 
   Su quelle antiche fondamenta, tra il 1848 e il 1861 Torino divenne capitale d'Italia, non per alterigia ma perché ospitò gli esuli politici accorsivi da tutti gli Stati preunitari. Era una terra di cospiratori e patrioti. Cavour non sarebbe mai stato quel che fu se a Torino in pochi anni non si fossero susseguiti Carlo Emanuele IV di Savoia, i giacobini, il generale Menou, che nella campagna d'Egitto del 1798 s'era convertito all'islam, e Paolina Bonaparte sposa di Camillo Borghese, mentre Carlo Alberto  di Savoia-Carignano era conte dell'Impero. Appena Vittorio Emanuele I vi fu  restaurato (1814) si attivarono carbonari, massoni e adelfi (cioè “fratelli”) collegati con tutta Europa tramite una rete segreta. Molti  protagonisti rimangono tuttora misteriosi: il monregalese Michele Gastone, il principe della Cisterna, nella cui carrozza, perquisita, vennero rinvenuti documenti sui complotti liberali.  
  Torino fu vivaio della Nuova Italia, un'idea che prese corpo col sacrificio di due generazioni. Il regno di Sardegna espresse i sei protagonisti dell'unificazione: Carlo Alberto e suo figlio, Vittorio Emanuele II, Gioberti, Cavour, Mazzini e Garibaldi. Sulla loro scia moltissimi altri patrioti fecero la loro brava parte. Alcuni raccolsero il testimone e continuarono l'impresa. I più si inaridirono, rampicanti su muri cadenti: un groviglio di rami secchi e di foglie precocemente ingiallite, formicolanti di parassiti. Le idee divennero ideologie. Pensiero e azione vennero sostituiti con bolli su diplomi di militanza fasulla. I Mille crebbero a centomila, come poi accadde ad altri  eserciti di “volontari della libertà”, passati da 50 o 80.000 a 800.000 e via via gonfiati.
   Dopo il marzo 1861, dunque, Torino era, rimase e avrebbe pur potuto restare capitale della Nuova Italia. Ma non era gradita all'antico carbonaro Napoleone III, che la considerava una provincia  del suo impero e aveva più caro Pio IX (venerato dall'imperatrice Eugenia di Montijo) che Monsù Savoia e i suoi ministri e collaboratori/conniventi  (Garibaldi e Mazzini, anzitutto). Nel settembre 1864, centocinquant'anni orsono, dopo un anno di trattative, il governo presieduto dal bolognese Marco Minghetti  convenne con Parigi il trasferimento della capitale da Torino a Firenze in cambio della evacuazione dei francesi accampati in Roma a tutela del papa-re (ma ne rimasero a Civitavecchia). 
    Capitale del regno non significava solo governo, parlamento, ambasciate, comandi militari, magistrature supreme, “servizi” (centrali informative), fulcri della vita finanziaria, bancaria, commerciale e giornali di maggior spicco e influenza, né voleva solo dire il vastissimo “indotto” (l'immenso brulichio di chi della Corte e della capitale bene o male campava, e non solo in città ma anche nella sua vastissima “cintura”). Capitale era (è, dovrebbe essere) soprattutto un'Idea.
  Che cosa aveva fatto Firenze per l'unificazione? Dante? Lo aveva esiliato e condannato a morte. Molto avevano dato le province toscane: Pisa, Siena, Arezzo, Pistoia, … Ma Firenze? Eppure anche i vertici delle Forze Armate concordarono nella decisione.  
  Per il Vecchio Piemonte fu la seconda mazzata in pochi anni. Nel 1860 era stato mutilato della Savoia e di Nizza. Ora fu retrocesso a città “non strategica”. La Nuova Italia avrebbe guardato a Napoli e a Palermo più che a Torino. Per quanto tempo? Una generazione? Due? Forse per sempre. Non era scritto in nessun libro del destino quanto avvenne dopo. Nel 1866 Vittorio Emanuele II ottenne Venezia  e Mantova grazie alla vittoria dei Prussiani sull'Austria. Il 20 settembre 1870 l'Esercito italiano entrò in Roma non per virtù dei liberi pensatori ma per la vittoria di Bismarck su Napoleone III a Sédan. Fu la Germania a risolvere i casi d'Italia, costringendo il governo Lanza-Sella a correre a Roma prima che vi trionfassero  chissà quali rivoluzionari. A Parigi era stata proclamata la Repubblica. Che cosa poteva accadere a Roma, ove Pio IX aveva  chiuso in tutta fretta il Concilio Ecumenico che, malgrado le proteste dei Vecchi Cattolici germanici, aveva proclamato l'infallibilità del papa? Un napoleonide di passo? Un socialista utopista? Un profeta evangelico o luterano?  La storia ha molta fantasia... A quel punto, dopo appena cinque anni, la capitale passò da Firenze alla Città Eterna. A Torino molti dissero che allora era valsa la pena fare l'Italia come l'avevano, con Roma capitale. Dopo la catastrofe garibaldina a Mentana (novembre 1867), Vittorio Emanuele II ricevette Isacco Artom, già fido segretario di Cavour con Costantino Nigra: “Nel cuor dell'estate, dall'aperta camicia, si scorgeva il suo fulvo petto leonino. Non dubitate  - disse il sovrano ad Artom, che lo riferì a Beniamino Manzone -, fra breve saremo a Roma!”. Parola di Re. Ma Roma  avrebbe davvero incarnato la Terza Italia?
  Quando il 15 settembre 1864 la Convenzione italo-francese divenne nota, i torinesi protestarono. Piazza Castello e piazza San Carlo furono teatro di gravi incidenti il 21 e di una orribile strage l'indomani: decine di morti nel tiro incrociato tra carabinieri e militari che, nella confusione, spararono gli uni contro gli altri: tensioni comprensibili ma condotta dissennata da parte di chi doveva tenere i nervi saldi, mentre molti fomentavano disordini. Fu una pessima pagina. Forse perciò questo 150° scivola via in un imbarazzato silenzio...  Il 19 novembre 1864, a scrutinio segreto, la Camera approvò la traslazione con 307 “si”, 70 “no” e 2 astenuti: unmomento difficile per tutti. Da non dimenticare.  

Aldo A. Mola
DATA: 14.04.2014

 
IL COLLARE CHE TI FACEVA DIVENTARE CUGINO DEL RE

di Vittorio G. Cardinali, articolo pubblicato su "Torino Cronaca Qui" del 8 aprile 2014, pag. 25

 I COLLARI DELL’ANNUNZIATA ESPOSTI ALLA FONDAZIONE ACCORSI

Chi ne era insignito poteva fregiarsi del titolo di cugino del Re. Solo principi del sangue e alte personalità nazionali e internazionali potevano portare la più importante delle onorificenze sabaude: il Collare della SS. Annunziata. Anche se non riconosciuto dalla repubblica, l’Ordine supremo della SS. Annunziata rimane il maggior ordine cavalleresco della monarchia sabauda e del regno d'Italia, istituito intorno al 1362-64 da Amedeo VI di Savoia detto il “Conte verde” e definitivamente cessato nel 1983 con la morte dell’ultimo re d’Italia, S. M. Umberto II.
Ne parliamo perché torna d’attualità dall’8 aprile al 29 giugno alla Fondazione Accorsi-Ometto di Torino con l’esposizione nella sala degli oggetti montati di sette collari dell’Ordine, tra cui uno proveniente da Palazzo Reale di Torino. L’occasione nasce dal recente acquisto da parte della Fondazione del piccolo collare che appartenne al conte Luigi Cibrario, storico e uomo politico (www.fondazioneaccorsi-ometto.it).
L'Ordine del collare fu in origine una società o fratellanza cavalleresca, come quelle già organizzate alla Corte sabauda per tornei e nel corso di questi 650 anni subì numerose modifiche. Con Vittorio Emanuele II, nel 1869, diventò la suprema ricompensa per i personaggi segnalatisi per eminenti servigi resi nelle alte cariche dello Stato. Nel 1924 Vittorio Emanuele III portò i cavalieri insigniti a 20, esclusi il sovrano, principi, ecclesiastici, personaggi stranieri. Con il titolo di eccellenza e di cugino del re, avevano obbligo di giurare fedeltà secondo la formula costituzionale, diritto alla precedenza sulle cariche dello Stato dopo i cardinali, diritto agli onori militari.
Piccola curiosità. Sembrava che il duca Amedeo d’Aosta e Vittorio Emanuele volessero concedere in prestito i loro collari alla Fondazione. Hanno poi cambiato idea. Forse memori di quanto clamore creò la "questione Collari" nel 1983 dopo la morte di Re Umberto. Nelle disposizioni testamentarie del sovrano tutti i collari erano destinati all’Altare della Patria in Roma. Dopo le dimissioni dei due esecutori testamentari, re Simeone di Bulgaria e il langravio Maurizio d'Assia-Kassel, furono però trattenuti a Ginevra da Vittorio Emanuele. Rispondendo al ministro Ronchey che li reclamava, il figlio del Re disse in un'intervista rilasciata ad Alain Elkann: “I Collari dell’Annunziata sono un ordine prestigioso fondato da Amedeo IV attorno al 1300 e appartengono all’Ordine di cui io sono il Gran Maestro e depositario. Quindi non posso venderli...”
Vittorio G. Cardinali
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Orari di visita: mart.-ven.10-13; 14-18; sab. e dom. 10-13; 14-19, lun. chiuso.
 
DATA: 09.04.2014
    
ITALIA 2014: PROVINCIA CHE VA...

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 06/04/2014

       Chi la fa l'aspetti. Prima le Province, poi lo Stato. L'“abolizione” delle Province è stata approvata da 258 deputati: il 40% dei 630 in carica. Una minoranza.  Del resto il 2-3 giugno 1946 la repubblica ottenne appena il 42% dei voti. Nacque minorata e visse stenta: le regioni sia a statuto speciale sia ordinarie, i comprensori, le comunità montane, le nascenti unioni di comuni, il brulichio di enti inutili e il Parlamento attuale, legittimo a ore alterne. Ora una legge modifica surrettiziamente la Costituzione. Lì è il “golpe”. Fattane una, altre possono seguire: la cancellazione dell'articolo 1 della costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”, che la esprime col voto.
 Ma questa  pasticciata legge “contro” le Province è davvero una novità? No. E' solo la conferma  che l'Italia precipita nel caos.
   Antefatti. Il 4 febbraio  1926 i Comuni con meno di 5.000 abitanti non ebbero più né un sindaco né un consiglio elettivo ma un podestà nominato con decreto reale affiancato  da un consulta  formata da persone segnalate dal prefetto. Tutte le cariche erano gratuite. Il  3 settembre l'ordinamento podestarile fu esteso a tutti i comuni.  In quanto Capitale Roma ebbe un Governatorato. I Consigli provinciali a loro volta furono sostituiti da Commissioni (1927) e poi da Rettorati, tutti nominati per decreto.  Risparmio? Zero. Gli amministratori elettivi dell'Italia liberale non costavano più di quelli nominati nel regime fascista. Però esprimevano gli umori dei cittadini, che dal 1847  nel Regno di Sardegna e dal 1861 in quello d'Italia  avevano l'orgoglio di scegliere i propri rappresentanti. Certo, come in ogni Paese del mondo libero, anche in Italia le elezioni erano (e sono) talora segnate da brogli, ma anche le camarille più organizzate dovevano dare spazio all'opposizione. Don Luigi Sturzo (che può piacere o  non piacere) nel culmine dell'anticlericalismo fu eletto sindaco di  Caltagirone: quell'Italia, monarchica e liberale, propiziò la pluralità e l'alternanza nel rispetto delle regole.  
  Eliminata l'elettività degli amministratori locali, nel 1926-1927 il governo (all'epoca presieduto dal quarantaduenne Benito Mussolini, già socialmassimalista) completò la conquista del potere con tre mosse. In primo luogo sfoltì il numero dei comuni: quelli minori furono ridotti a frazioni dei maggiori (era saggio: vennero reinventati nel 1946); inoltre ampliò i confini dei comuni politicamente strategici (non necessariamente i capoluoghi di regione, già grandi di loro); infine introdusse il collegio unico nazionale al quale presentare una lista confezionata dal Gran Consiglio del fascismo, che era un organo di partito, non ancora dello Stato. Poiché era uomo d'ordine più di quanto mostrasse quando metteva i pugni sui fianchi e ondeggiava sul balcone affacciato su Piazza Venezia, Mussolini  si affrettò a “costituzionalizzare” il Gran Consiglio, “organo della Rivoluzione”. Persino per lui il partito era una cosa, il governo un'altra, lo Stato un'altra ancora. La politica vera era decisa nel confronto quotidiano tra il governo e gli organi dello Stato, come argomenta Domenico Fisichella  nel robusto volume Dittatura e monarchia. L'Italia tra le due guerre (Carocci).
   Come dichiarò l'ottanteseienne Giolitti nel suo ultimo intervento alla Camera il  16 marzo 1928, anche il duce riconobbe che “un grande paese civile, come l'Italia, deve avere, fra gli organi costituzionali dello Stato, una rappresentanza nazionale”.  La monarchia costituzionale arginò l'assalto di Mussolini allo Stato.  Il Senato fu il bastione insuperabile, proprio perché era espressione non dei partiti ma della “politica” alta. Era la meritocrazia: la Camera del “sapere”  ora al centro della riflessione di chi immagina la possibile identità della Camera Alta. 
  Quegli antefatti pongono l'interrogativo secco sulla legge “svuota Province” approvata dal 40% dei deputati: a chi e a che cosa  giova? E' una mano di scialbo passata con la pennellessa su un muro vecchio? Se vecchio, tale rimane il muro, con buona pace del trio Renzi-Delrio-Boschi, che, colme il Mostro dell'Apocalisse, si atteggiano a novatori. Se (posto che davvero ci si arrivi) il nome stesso delle Province verrà cancellato dalla carta costituzionale  ( titolo V, articolo 114),  l'unica novità di questa legge è e rimarrà non la abolizione delle funzioni delle Province ma solo della elettività diretta degli amministratori: uno schiaffo ai cittadini che chiedono di scegliere più liberamente possibile i propri rappresentanti.
   L'elezione diretta dei presidenti delle Province è stata tra le poche novità vincenti della cosiddetta seconda repubblica. Di lì l'ossessione di chi ne ha voluto l'abolizione:  conservatori, anzi reazionari; non riformatori. Conservatori del primato dei partiti, che non sono organi dello Stato, ma associazioni private, ancorché finanziate col danaro anche di chi non va a votare (mettiamo un velo sui sindacati, caso estremo della anomalia italiana).
   L'abolizione della elettività dei consessi provinciali è una perdita secca della democrazia. E' curioso che a menarne vanto sia proprio Renzi Matteo, un ex presidente di provincia; ma è lo stesso Renzi Matteo che da sindaco che non brillò per presenze alle sedute consiliari della città da lui nominalmente amministrata.
   Se poi questa “riforma” avviene in nome del risparmio (forse 500 milioni a prezzo però di un caos dal costo incalcolabile, probabilmente più costoso), per coerenza si possono cancellare non solo il Senato e il CNEL ma migliaia di comuni  piccolissimi, piccoli e medi e, tutto sommato, lo Stato stesso, il cui bilancio complessivo rimane un mistero. Per risparmiare, previa gara internazionale, l'Italia intera può essere data in appalto a un'agenzia di turismo. L' Italia come l' Alitalia. Non a un podestà forestiero, come proponevano Monti Mario e altri nell'estate del golpe 2011, ma a un Emiro o a un Mandarino. Era il sogno di Prodi Romano: fare dell'Italia un tratto della via francigena. Per Jacques Le Goff  il Cammino di Santiago era la riscossa della cristianità occidentale. Per il Mediterraneo attuale esso è invece la pista per la migrazione di massa (o invasione) dal Medio Oriente e dall'Africa all'Europa. Di mezzo vi è l'Italia, “non donna di provincia ma bordello”.
Aldo A. Mola
DATA: 07.04.2014

UNA TERZA REPUBBLICA “SPEEDY GONZALES”

      Che le nostre istituzioni abbiano bisogno di essere riformate è senza dubbio una verità, e che, chi le dovrebbe implementare lo dovrebbe fare anche in maniera celere è altrettanto vero, ma il nuovo Presidente del Consiglio affetto dalla sindrome di “Speedy Gonzales” sembrerebbe stia bruciando tutte le tappe (o si sta bruciando?). Dal giorno della sua elezione a capo dell’esecutivo un solo pensiero frulla nella sua testa, “riformare tutto a qualunque costo e subito”. Qualcuno allora si chiederà: “Beh, cosa c’è di tanto strano nel voler riformare le nostre istituzioni visto che sono almeno 40 anni che nessuno le realizza?”. Già proprio 40 anni verrebbe da dire, all’incirca l’età anagrafica dell’ex Sindaco di Firenze; in quegli anni quando nacque il “fenomeno”, la repubblica versava già in stato comatoso, dilaniata dal terrorismo e dalla crisi petrolifera, pochi anni prima furono messe in funzione le Regioni altra iattura che sconteremo poi negli anni avvenire, allora c’era la partitocrazia con la spartizione politica dei centri nevralgici dello Stato: il male assoluto. Oggi la disoccupazione è maggiore di quella degli anni 70, quasi nulla è cambiato, poche le riforme effettuate, è sempre la stessa repubblica: immobile ed eterna. Quindi perché preoccuparsi se qualcuno vorrebbe riformare le nostre istituzioni? E qui sta il punto, non basta fare proclami, quelli si fanno in campagna elettorale, non basta essere veloci, bisogna sapere di che cosa si parla e di che cosa si vuol fare e soprattutto con quali risorse. Riformare a volte non è sinonimo di migliorare. Eliminare la Camera alta ad esempio, trasformandola nella Camera delle autonomie, come sostiene qualcuno, per il nostro Paese sarebbe una evidente iattura. Un monocameralismo di fatto può sfociare più facilmente in uno Stato totalitario. Nel ventennio fascista (voluto dagli italiani) era proprio il Senato règio che mitigava l’esuberanza del fascismo alla Camera bassa, i senatori di nomina règia erano fedeli prima di tutto alla Monarchia non al fascismo, se non ci fosse stato il Re e il Senato del Regno, l’Italia si sarebbe trasformata da un regime autoritario qual era, a un regime totalitario e avremmo subito la stessa distruzione che subì la Germania di Hitler. Altra cosa sarebbe invece differenziare i compiti delle due camere lasciando la prerogativa legislativa prevalentemente alla camera bassa e differenziando e specializzando i compiti di quella alta, mantenendo invece inalterato il rapporto fiduciario. Altro esempio di riforma deleteria sarebbe quella dell’abolizione delle Provincie, esse sono da sempre le istituzioni più vicine al cittadino perché eliminarle? Con la loro eliminazione inoltre non si guadagnerebbe che pochi danari, perché allora non eliminare le Regioni che rappresentano da sempre dei carrozzoni mangiasoldi? Riformare tutto e subito senza soffermarsi ad analizzare le possibili insidie che alcune riforme potrebbero nascondere, può significare dare il colpo di grazia ad un Paese già provato dalla crisi istituzionale ed economica.
ROBERTO CAROTTI  CONSIGLIERE NAZIONALE U.M.I.
DATA: 07.04.2014
 
I MONARCHICI ROMENI SCENDONO IN PIAZZA PER CHIEDERE L’ASSEMBLEA COSTITUENTE E LA COSTITUZIONE MONARCHICA

Monarchici a Bucarest 5 aprile 2014 Sabato 5 aprile 2014 l’Alleanza Nazionale per la Restaurazione della Monarchia (ANRM) ha organizzato dei cortei nella capitale romena Bucarset e nelle città di Cluj (la più importante città della Transilvania), Timisoara (città principale del Banato) e a Craiova (città più importante dell’Oltenia). Lo scopo di queste manifestazioni era la richiesta dell’elezione di una nuova assemblea costituente che proclami il ritorno della Monarchia e rediga una nuova costituzione monarchica del Paese. A Bucarest la manifestazione ha avuto inizio alle 16.30 dalla piazza della Vittoria per concludersi ai piedi della statua del Re Carlo I, vicino al vecchio Palazzo Reale. Durante la manifestazione i monarchici scandivano vari slogan tra cui: “Maestà Ti amiamo”, “Vogliamo essere una Monarchia”, “Assemblea costituente per il Regno di Romania”, “La Monarchia unisce la Romania”, “La Monarchia salva la Romania”, “Maestà, noi ti vogliamo al Palazzo Cotroceni (attuale residenza del presidente della repubblica)”, “Non vogliamo 10 maggio senza il Re Michele (festa tradizionale del Regno)”, “Il Re e la Patria! Abbasso la repubblica!”. Tanti di loro sventolavano la bandiera romena con lo stemma reale e altri tenevano in mano diversi fiori. Vicino alla statua del Re Carlo I hanno parlato i leader dell’ANRM, guidati dalla nota giornalista televisiva Marilena Rotaru, ma anche l’ex ministro della cultura Teodor Paleologu e il docente universitario Nicolae Constantinescu.
A Craiova i monarchici si sono concentrati nel cortile della cattedrale ortodossa di San Demetrio e si sono diretti verso la statua del Re Carlo I per soffermarsi davanti al Teatro nazionale della città. Si scandivano gli slogan: “Re Michele”, “La Monarchia salva la Monarchia” e “Il Re e la Patria”.
A Timisoara i monarchici si sono ritrovati nella piazza della Vittoria, nei pressi della statua del Re Ferdinando I e hanno chiesto il ritorno della Monarchia e della Costituzione del 1923, sottolineando che la così detta “abdicazione del Re” del 1947 fu un atto forzato, dunque nullo.
A Cluj i manifestanti si sono radunati nella piazza dell’Unità, nei pressi della cattedrale greco-cattolica, e hanno scandito slogan a favore della Monarchia; gli artisti dell’Opera Romena di Cluj hanno cantato l’Inno reale e poi mille palloncini sono stati fatto volare in aria come segno di omaggio e rispetto per S.M. il Re Michele I e la Famiglia Reale romena.
Queste manifestazioni sono state organizzate nel contesto del dibattito per la revisione costituzionale, partito grazie all’iniziativa di alcuni membri del Parlamento che hanno chiesto l’assemblea costituente per decidere sulla forma istituzionale.
Secondo le dichiarazioni del co-presidente dell’ANRM, Catalin Serban, i monarchici hanno presentato una bozza di nuova costituzione che è stata sottoposta anche a S.M. il Re Michele I.
I più recenti sondaggi danno il sostegno per la Monarchia costituzionale attorno al 30% della popolazione, anche se più del 50% ha fiducia nella figura di S.M. il Re Michele I.

VIDEO DEL CORTEO DI BUCAREST


DATA: 07.04.2014
  
ROMA SALUTA LA REGINA ELISABETTA II
La Regina Elisabetta a Roma
      E' in corso la visita della Regina Elisabetta II e del Principe consorte Filippo a Roma. La Regina d'Inghilterra si è recata in mattinata al Quirinale, dove è stata ricevuta dal Capo dello Stato e nel pomeriggio si è recata in Vaticano per incontrare Papa Francesco, settimo Papa da quando è diventata Regina.
    Oltreradio.it, webradio diretta da Francesco De Leo, ha dedicato uno speciale alla Regina che consigliamo vivamente di ascoltare. Interviste e commenti che evidenziano l'importanza della Sovrana e il Ruolo della Monarchia negli stati moderni.
si può ascoltare dalla pagina:
DATA: 31.03.2014

CENTENARIO: MARZO 1914, QUANDO SALANDRA DISSE: “VAI SERENO, GIOLITTI...”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 30/03/2014

Giovanni Giolitti       Quando finì l' “età giolittiana”. Il dibattito dura da un secolo. Per qualcuno lo Statista ebbe le ore contate sin dalla dichiarazione di guerra all'impero turco per la sovranità sulla Libia (ottobre-novembre 1911).Secondo altri fu travolto dalle prime elezioni a suffragio universale maschile, che proprio lui aveva voluto come capolavoro della sua politica. Di sicuro Giolitti finì in un angolo senza prevederlo né capirne bene il perché. Anch'egli, insomma, è tra i Sonnambuli: statisti, diplomatici, militari che (ha scritto Christopher Clark in Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra, ed.Laterza) marciarono verso la fornace ardente trascinandovi o senza fermare i rispettivi popoli. 
  I fatti.  Al governo dal 30 marzo 1911, il 21 marzo 1914 Giovanni Giolitti, piemontese, classe 1842, passò le consegne al nuovo presidente del Consiglio, Antonio Salandra, pugliese, di nove anni più giovane. Quattro volte capo dell'esecutivo, Giolitti aveva vinto le elezioni nell'ottobre 1913. Alla riapertura della Camera ottenne 362 voti contro 90 e 13 astensioni. Ma in Aula alcuni deputati echeggiando umori extraparlamentari: il socialista Orazio Raimondo, il sindacalista Arturo Labriola, il clerico-nazionalista Luigi Federzoni, fiero di aver sconfitto Scipione Borghese nel prestigioso collegio Roma I. Lasciata la moglie a Frascati, Giolitti si ritirò a riflettere in Cavour. Vi condusse vita cadenzata: in piedi alle 7, colazione con caffè-latte e uova, lettura dei giornali, passeggiatina, “lavoro d'ufficio” sino al pranzo delle 12, una partita a tarocchi, una seconda sgambata, lettura, ancora lavoro, una visita ad amici,passeggio nella galleria di casa sino a cena,intorno alle 7, poi una partita a bigliardo e a letto alle 10. “Un gran riposo di cui aveva bisogno” confidò alla moglie. Il 3 febbraio 1914 presentò alla Camera un ventaglio di disegni di legge: anzitutto lavori pubblici per alleviare la disoccupazione e aumento delle imposte sulla ricchezza. Una sfida ai reazionari. Il 4 marzo rivendicò il successo dell'impresa di Libia e chiese fondi per dare “un po' di civiltà” alle popolazioni di Tripolitania e Cirenaica. Ottenne 363 “si” contro 83 “no”. Ma  i radicali, rafforzati alle elezioni, passarono all'opposizione. Chiedevano aconfessionalità dello Stato e lotta contro protezionismo e ipertrofia burocratica e militare. Nulla di diverso da  Giolitti per il quale lo Stato (incompetente in questioni religiose) e la Chiesa cattolica (libera, ma nella sua sfera spirituale) sono due parallele che non debbono né intrecciarsi né intralciarsi; e aveva sempre combattuto ogni forma di spreco e di parassitismo. Però, come poi si disse del Partito d'Azione, i radicali non sapevano bene che cosa volessero ma lo volevano subito.
   Capita l'antifona, il 10 marzo Giolitti si dimise, nella generale convinzione che presto sarebbe tornato al potere, come era accaduto nel 1903-1905, nel 1906-1909 e nel 1911. Invitato da Vittorio Emanuele III a formare il governo (sarebbe stata la sua terza volta) Sidney Sonnino rinunciò. Allora il re incaricò  Salandra, autorevole esponente della Destra liberale: sottosegretario sin dal 1892, più volte ministro del Tesoro e delle Finanze con Crispi, Pelloux e Sonnino. Giolitti stesso convinse il fido Antonino di San Giuliano, marchese di Paternò Castello, a rimanere ministro degli Esteri, pilastro portante della politica nazionale italiana mentre l'Europa era inquieta per le guerre balcaniche e le tensioni tra impero d'Austria-Ungheria e regno Serbia, spalleggiato da Russia e Francia.
  Il nuovo governo comprese ministri di provata esperienza: Ferdinando Martini, ora alle Colonie, era stato all'Istruzione con Giolitti nel 1892, anche Daneo  e Luigi Fera erano stati all'Istruzione. Il nuovo governo era un concentrato della Terza Italia. Ogni ministro era guardato a vista da un sottosegretario che ne bilanciava o correggeva il peso.  Che cosa si attendeva il Paese dal nuovo governo? Nulla di diverso dal precedente. Nulla di  meno rispetto a quello che prima o poi sarebbe seguito. Il 5 aprile Salandra ottenne la fiducia: 303 voti contro 122 (socialisti,repubblicani, radicali) e 9 astensioni.
   Giolitti si concesse una meritata vacanza. Il 3 aprile era già a Parigi. Intendeva visitare Bruxelles, Anversa, Rotterdam. Agli albergatori ordinò di rispondere che “era uscito” a chiunque cercasse di lui. Voleva stare in pace. Visitò Parigi da turista: la Tour Eiffel, il Bois de Boulogne, il castello di Chantilly. Passeggiò a lungo nel “magnifico parco”  di Versailles.
   Era finita l'età giolittiana? Si dimise per un banale conflitto all'interno della maggioranza. Come fosse oggi, quell'Italia era ossessionata dalle gare di partito: congressi politici, giornali, chiacchiere... In secondo luogo nessuno pensava che Salandra sarebbe durato. In giugno esplose una rivolta anarco-socialmassimalista (con aiuti esteri: anzitutto dalla Francia), imbrigliata  grazie alla rete di sicurezza collaudata da Giolitti. Ma d'improvviso, appena un mese dopo, l'Europa precipitò nella guerra generale scongiurata per un secolo. Lì, non prima, finì l'egemonia di Giolitti. A quel punto il liberalismo italiano mostrò la sua profonda debolezza. Aveva puntato sulla liberazione dei popoli dal sistema della Santa Alleanza, si era proposto come modello per le nazioni senza Stato (polacchi, finlandesi, boemi,... ), ma era chiuso nella gabbia del concerto delle grandi potenze: non violini o clarinetti ma rombi di cannone.
  Nelle Memorie Giolitti scrisse che Guglielmo II di Germania era un pacifista convinto. Forse non lo erano per i suoi generali: Schlieffen e Moltke. Non lo erano gli alti comandi dell'Impero austro-ungarico. Non lo erano i generali di Francia, Gran Bretagna, Russia. I più prudenti erano gli italiani. Il ministro della Guerra, generale Domenico Grandi, si domandava se il Paese avrebbe seguito il governo in un conflitto di vaste dimensioni. Rassegnò le dimissioni.  Armamento non  significa necessariamente offensiva preventiva. Perciò, libero dai fastidi dei presidente del Consiglio,  dieci giorni dopo l'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo a  Sarajevo, Giolitti continuò tranquillamente a “passare le acque” a Vichy: “paradiso dei medici”. Si concedeva ogni giorno un bagno purificatore e camminava “tutto il giorno come l'ebreo errante non avendo altro da fare”.
  Di lì a poco l'Europa esplose. Qualcuno pigiò il dito sul detonatore. Nessuno fermò  l'incendio. Molti conclusero che forse l'Universo ha un Grande Architetto ma tanti suoi “apprendisti” seguono una regola affascinante e agghiacciante: l'Ordine nasce dal Caos. Al Bene si arriva con l'accelerazione del Male.
   Messo alla prova, il liberalismo italiano risultò incerto, diviso, una somma di clans regionali e di clientele personali, impari alla prova suprema: la grande guerra. Perdurava lo squilibrio tra la Corona, il governo, il Parlamento. Anzi, proprio la prima Camera eletta a suffragio universale risultò evanescente nell'ora decisiva. Allo scoppio del conflitto, per la prima volta in vita sua Giolitti era a Londra. Si precipitò a Parigi per raccomandare al governo la neutralità; Salandra si dichiarò d'accordo: “Stai sereno, Giolitti...”. Ma pochi mesi dopo avviò di nascosto il cambio di alleanze. “E' stato tutto un inganno...” commentò duro lo Statista della Nuova Italia. (*)
Aldo A. Mola
(*) Per riflettere sul 1914, anno cruciale della storia d'Italia, il Consiglio Regionale del Piemonte  organizza un convegno di studio (24 ottobre) a Palazzo Lascaris: istituzioni, forze politiche, economia, fermenti culturali... Il liberalismo italiano arrivava  da Camillo Cavour, Urbano Rattazzi, i Lamarmora, Sella..., e conobbe una nuova fioritura con Luigi Einaudi. Ma non si epurò mai dalle tossine messe in circolo dalla Grande Guerra.
DATA: 24.03.2014

CANCELLARE MUSSOLINI? MEGLIO STUDIARE CHE DEMONIZZARE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23/03/2014

       Ogni rivoluzione impone un nuovo calendario. Lo fece Cesare, che riordinò il pasticcio imperversante nella Repubblica romana. Nel 1582 papa Gregorio XIII (non sempre i pontefici sono nemici della scienza) aggiornò il calendario cesariano. Giunto al potere, Lenin regolò l'orologio della Russia sovietica su quello occidentale, mentre la chiesa ortodossa continua a celebrare le proprie festività secondo il calendario giuliano. Di più (meglio o peggio?) fecero la Convenzione repubblicana  francese, che pretese di datare la storia dal settembre 1792, sostituì le settimane con decadi e cambiò il nome dei mesi. Per celebrare la Rivoluzione fascista, il 31 dicembre 1922 Benito Mussolini deliberò il conio di monete con il fascio littorio. Poi l' “era fascista” sostituì quella “volgare” (cioè datata dalla nascita di Gesù Cristo), che a sua volta  aveva soppiantato quella “ab Urbe Còndita”, cioè “dalla fondazione di Roma”.  L' “epoca fascista”fu solo una increspatura nella plurimillenaria storia d'Italia. Molti, però, se ne entusiasmarono e acclamarono (non solo in Piazza Venezia e nella contigua piazza Madonna di Loreto, nome  premonitore) “Benito, Benito”, “Duce, Duce”... Era normale per un Paese che usciva da una catastrofe, che oggi il cittadino stenta a comprendere come possa essere accaduta: i 620.000 morti e 1.200.000 mutilati  e invalidi nella Grande Guerra.
  Nel 1924 l'Italia ebbe un governo stabile con il “listone nazionale” che impastò “sansepolcristi” della prima ora, uno diverso dall'altro, fascisti recenti e altri nuovi di zecca, liberali, cattolici, democratici, socialriformisti,  presi a bordo per far massa, comprese personalità di primo piano, come Enrico De Nicola, non ingenui sprovveduti. Il listone ottenne il 66% dei voti e due terzi dei deputati. Fu la grande ora di Benito, che tendeva la mano al Partito socialista dal quale proveniva. Gli tagliò la strada la salma di Giacomo Matteotti: ucciso in circostanze e per motivi tuttora oscuri. Il “petrolio libico” e il “gioco d'azzardo” sono piste suggestive ma per nulla convincenti (lo ricorda Enrico Tiozzo in La giacca di Matteotti  e il processo Pallavicini). Come tanti altri prima e dopo di lui, il “duce” aveva elogiato l'uso della violenza nella lotta politica, ma, ormai capo del governo, non era così sprovveduto da ordinare l'uccisione di un deputato chiassoso ma di peso secondario, come ormai era Matteotti, umiliato alle elezioni nel suo collegio. Le opposizioni si avvolsero nella nebbia dell' “Aventino”: lasciarono l'Aula e così gli spianarono la via, perché un Paese ha comunque bisogno di un governo. Perciò chi non l'aveva già fatto s'affrettò a dichiarare Mussolini cittadino onorario, padre della patria, salvatore della lira, della pace, dell'umanità. Pio XI, predecessore di papa Francesco, lo definì “uomo della Provvidenza”. Quando non parlano ex cathedra anche i papi possono sbagliare.
Ora, nel 2014, secondo alcuni, i Comuni che conferirono la cittadinanza onoraria al duce dovrebbero revocargliela: una proposta destinata a suscitare un vespaio di polemiche insulse e discussioni anacronistiche. Se davvero se ne volesse discutere, si dovrebbe ricordare che non è mai esistita alcuna  “marcia  su Roma”: il 31 ottobre 1922 nacque un governo di unità nazionale perché bisognava voltar pagina con una Camera politicamente inetta, a conferma che il suffragio universale di per sé è un cerotto sulla piaga in assenza di equilibri istituzionali.
 L'Italia odierna non ha tempo da perdere in beghe artificiose, inventate per fini strumentali, in caccia di voti di ingenui. Però la damnatio memoriae è una sorta di febbre terzana. Torna quando meno te l'aspetti. Quasi sempre sotto elezioni e sempre per catturare il consenso degli ignari. Ma se si dovesse usare lo smacchiatore per il passato ingombrante o che “non passa”, domandiamoci perché a Torino, che a Caio Ottaviano Augusto non intitola alcun luogo, vi sono vie dedicate all'imperatore Adriano (colto quanto pervertito), al  generale Antonio Baldissera,  colonialista, e a   Marco Ulpio Traiano, che annientò i Daci, peraltro alcolizzati, e festeggiò  la vittoria con mesi di  sanguigne baldorie al Colosseo. Bologna celebra ancora Stalingrado, il nome di una città che in Russia è stato cancellato mentre da noi è sempre  garanzia dura e pura di “Avanti popolo, alla riscossa/ bandiera rossa la trionferà/evviva il comunismo della libertà...”.  Roma è ancora orgogliosa della via intitolata  a Togliatti, che alla corte di Stalin riteneva giusto far soffrire i militari italiani prigionieri dell'URSS, per togliere per sempre all'Italia la voglia di combattere contro la patria del socialismo? La Capitale ha anche una  stradina dedicata al giurista Gaetano Azzariti. Come ricordano Mario Avagliano e Marco Palmieri nel documentatissimo volume Di pura razza ariana (Baldini&Castoldi), Azzariti  fu presidente del Tribunale della Razza nella fase più tetra del regime e nel 1957 ascese a presidente della Corte Costituzionale  della Repubblica. Da un regime all'altro.
Ogni epoca ha i suoi eroi eponimi. Ma se ogni stagione usa un pennello per cancellare il passato e un altro per dipingere il nuovo, ogni pochi mesi si dovrebbe rifare la toponomastica non solo per presunto cambio di  “repubblica” (siamo alla terza?) ma a ogni legislatura, se non a ogni nuovo governo.
  Montare la memoria a ore, come fosse un orologio a molla, comporta gravi rischi. Da una parte abbiamo i luoghi comuni di cosa. A Torino, per esempio, Piazza Castello quale Castello vuol ricordare? La Reggia dei Duchi e dei Re di Savoia o il castello di carta della Regione Piemonte? Mille anni contro una quarantina, non sempre esaltanti. E a Roma Palazzo Madama, dove ha sede quel Senato che alcuni giovinotti  vorrebbero spazzare via, quale Madama ricorda?
La proposta di cancellare Mussolini da cittadino onorario di Torino dovrebbe accompagnarsi a quella di oscurare via Giulio Cesare, che sottomise i Galli e ne fece assassinare il re, Vercingetorige, e soggiogò la Bitinia ma soggiacque volentieri al suo re, Nicomede.  E così a Roma si dovrebbe raschiare ogni traccia di Augusto (che, con buona pace del FAI, annientò i Salassi nell'attuale Valle d'Aosta e dominò con durezza i Liguri) a tacere di tanti altri personaggi il cui nome è nel libro nero della storia. Anziché di rimozioni del passato, l'Italia attuale ha bisogno di più memoria. Depennare il nome di Mussolini dagli albi dei cittadini onorari è un rito infantile tempo è venuto, invece, di domandarsi perché sia asceso al potere e come, malgrado tutto, ci sia rimasto per vent'anni. E' una domanda che rimbalza sui cattolici dell'epoca e sui comunisti a quel tempo proni a Lenin, a  Stalin, a Trotzky , celebrato anche “a destra” solo perché venne fatto accoppare da Stalin in un duello mortale fra criminali  senza scrupoli. E riguarda anche i “democratici”. Nel 1919-1925 stettero alla finestra, dal 1943-1945 s'inventarono una verginità perduta vent'anni prima e addebitarono la loro pochezza alla perfidia di Vittorio Emanuele  III. D'altronde già immaginiamo con quale “gloria”  finirà questo “salmo” contro Mussolini: nelle fotografie  pubblicate a corredo della richiesta di revocargli la cittadinanza onoraria il duce figura a fianco di Giovanni  Agnelli, quello vero, il fondatore della FIAT, senatore del regno, nel 1945 privato dei diritti politici e civili. Negli ultimi mesi di vita si faceva condurre a sbirciare di lontano la fabbrica alla quale aveva dedicato la vita m dalla quale era stato estromesso. Esule in patria. Tenere in ordine il calendario e le lancette della memoria evita di ridurre la storia a ore piccole e corte: orine, anziché epoche. Nel tempo dell'equinozio di primavera v'è bisogno di aria, luce, pulizia.
Aldo A. Mola
DATA: 24.03.2014

MA QUALE GRANDE GUERRA? FATALITA'? PREMEDITAZIONE? DI CHI LA COLPA?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17/03/2014

Acqui Terme Caporetto    La Grande Guerra non fu affatto il primo conflitto “mondiale”. Nacque europea e lo rimase per tre anni. Se per mondiale (come credono gli eurocentrici) si intende una guerra che coinvolge gli altri continenti, la prima fu quella dei Sette Anni (1757-1763): Francia, Austria e Russia contro Federico II di Prussia, finanziato dagli inglesi  e temporaneamente costretto ad abbandonare Berlino in balia dei russi... Si concluse con la vittoria dei prussiani in Europa e degli inglesi sui francesi dall'America settentrionale all'India. Da lì decollò la prima rivoluzione industriale. Poi ve ne furono altre, sino alla Conflagrazione europea dell'agosto 1914.  Perché questa esplose? Fra tante “spiegazioni” (incluse misteriose influenze astrali) prevalgono due tesi, vecchie di cent'anni. Secondo la più comoda, l'Impero di Germania (imperialista e militarista) voleva dominare il mondo, ma le “democrazie” glielo impedirono. Secondo l'altra, gli Stati europei erano armati sino ai denti, ma per timore più che per bisogno. Dopo la rivolta dei boxer in Cina e la vittoria del Giappone sulla Russia (1905) dilagò l'incubo del “pericolo giallo”. Pronto alla guerra preventiva, nel terrore di essere attaccato, ognuno premette il pulsante sbagliato. Si scatenò il caos. Fatalità?  Disegno premeditato? In realtà  la guerra nacque da un evento scatenante ma in sé del tutto fortunoso: l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo da parte del serbo Danilo Princip  il 28 giugno 1914. Militante della Mano Nera, Princip aveva il mandato di uccidere l'erede al trono dell'impero austro-ungarico. Per una concatenazione di  circostanze del tutto casuali, si trovò il bersaglio a portata di mano quando già aveva rinunciato all'impresa. Sparò. Colpì il bersaglio. Il Magnicidio  di Sarajevo fece  crollare l' equilibrio instabile che (a parte strappi e scosse) aveva retto dal Congresso di Vienna del 1815 e poteva durare a tempo indeterminato, nell'alternanza tra lungimiranza e ottusità, alleanze e controalleanze. La corsa agli armamenti accelerata da fine Ottocento era davvero pericolosa? “Si vis pacem, para bellum” insegnavano i Romani. E' quanto accadde  negli Anni Sessanta del secolo scorso: la pace tra USA e URSS resse sull'“equilibrio nel terrore”. Nessuna superpotenza scatenò la guerra atomica che avrebbe distrutto (e potrà sempre distruggere) non solo vite umane e di altre specie ma la vivibilità stessa. La pretesa “inevitabilità della Prima Guerra Mondiale” è solo una variante della cosiddetta “responsabilità della Germania”, affermata nel congresso di Versailles (1919) dai vincitori, che imposero ai vinti le gigantesche “riparazioni”, come se i conflitti tra gli Stati siano cause civili (ma andò peggio al termine della seconda guerra mondiale quando gli sconfitti furono marchiati anche con una condanna morale). Versailles fu una “pace cartaginese”, distruttiva, fomite del nazionalismo che spianò la strada in Italia a Mussolini e in Germania a Hitler.
  La catastrofe, invero, nacque da una somma di casualità. Ogni Stato era convinto di annientare l'avversario in poche settimane: una gigantesca offensiva, una manovra avvolgente, la resa del nemico, atterrito dalla prospettiva che la guerra investisse le città e innescasse  la terza fase della rivoluzione iniziata nel 1789 (dopo la rivendicazione dei “diritti dell'uomo” e dopo quelli “delle nazioni”, l'uguaglianza delle classi, la rivoluzione del “proletariato”). I contendenti fallirono il bersaglio. Il 1914 fu un anno di offensive e controffensive, con centinaia di migliaia di morti, e le armate impantanate nelle trincee in attesa di rinforzi per lo scatto vincente. L'anno dopo altri Paesi entrarono nel Grande Gioco. Il 24 maggio  1915 l'Italia intervenne con motivazioni anacronistiche, speculari all'ottusità dell'Impero austro-ungarico che negava un minimo di riconoscimento alla componente italofona dell'Impero (Trento, Trieste, l'Istria, Fiume...). Anno dopo anno la voragine si dilatò. Nel 1917 la guerra divenne mondiale: a marzo la rivoluzione spazzò via lo zar Nicola II. Il 6 aprile, con singolare tempismo, gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania e all'Austria-Ungheria in nome di buoni sentimenti presto calpestati da cinici interessi. Appena ebbero le mani libere a oriente (giuntovi tramite i tedeschi Lenin stava liquidando in Russia il sogno della democrazia), gli austro-tedeschi attaccarono l'Italia sull'Alto Isonzo, perché lì era il punto debole del fronte. Lo aveva previsto il “marxista”a Friedrich Engels  dal 1859, perché la geografia fa la storia).Travolti dalla sorpresa tattica del nemico, gli italiani arretrarono sino al Piave. Fu una battaglia perduta, un'eclissi, non le tenebre perpetue. L'Esercito, infatti, risalì la china e l'anno dopo vinse a Vittorio (poi denominata Vittorio Veneto). Però Caporetto divenne un incubo. Lo insegna la Relazione della Commissione d'inchiesta su Gli avvenimenti dall'Isonzo al Piave  (1919),ora ripubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, a cura del suo capo, col. Antonino Zarcone (*).
  Dalle macerie di quattro imperi (Russia, Germania, Austria-Ungheria e turco-ottomano) emersero stati nazionali dai confini labili. Come già la guerra, neppure la pace fu lungimirante. La Società delle Nazioni fallì prima di nascere. L'intera vicenda va ripercorsa con animo pacato, alla luce di quanto accade mentre la geopolitica impone lezioni severe, incomprese dagli euro-occidentali. Governi, partiti, congreghe religiosi e cittadini in Italia si accapigliano disputando su tassazione di interessi finanziari, contratti d'affitto, trattamenti pensionistici, “stato sociale”, salari minimi... Vuol dire che “la gente” sta ancora così bene da rimanere indifferente verso per la politica estera e militare, nerbo della Storia. In questo clima culturale, il Centenario della Grande Guerra rischia di finire come le sagre di paese: fuochi d'artificio e poi l'oblio. I tamburi della storiografia sul 1914-1918 rullano da mesi. Ma presto il tema verrà a noia, come accade quando i fatti eventi sfarinano nei dettagli e vengono elusi  gli interrogativi davvero cruciali? Già avvenne per il 150° del regno d'Italia, rapidamente  dimenticato. La vera domanda è: quale sarebbe stato il corso della storia se nel 1914-1915 il potere di dichiarare la guerra fosse spettato ai Parlamenti anziché ai sovrani o ai soli  governi di loro nomina? In Italia nessuno s'era mai posto la questione. Lo fece Giovanni Giolitti, ma troppo tardi: nell'agosto 1917. Poi l'ordinamento dei poteri rimase immutato e nel giugno 1940 l'intervento nella seconda guerra mondiale fu  deciso in maniera anche più frettolosa e improvvida che nell'aprile-maggio 1915, con conseguenze enormemente più devastanti. Vi meditò Franco Bandini nel robusto volume Tecnica  della sconfitta (1963), ora riproposto  da Florens Press (Firenze).
   Poiché  i fronti di guerra si moltiplicano e il  rombo degli aerei diviene più assordante viene da domandarsi: e ora? La domanda incalza, tanto più che – come sappiamo bene - le guerre oggi si fanno senza dichiarazione alcuna.
Aldo A. Mola
DATA: 17.03.2014

INCONTRO FMG LOMBARDO

INCONTRO FMG LOMBARDO      Varese, 9 marzo 2014 - Presso il Palace Hotel, uno dei più prestigiosi alberghi in stile liberty della Lombardia, si è tenuto un incontro della dirigenza lombarda del Fronte Monarchico Giovanile, alla presenza del Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo. I ragazzi hanno pianificato le attività per la primavera, come il volantinaggio nelle Università milanesi e la partecipazione alle commemorazioni delle battaglie Risorgimentali che si terranno in maggio a Varese. I ragazzi hanno anche accolto con entusiasmo le attività di Roma per il 70° della fondazione dell’U.M.I. e il IV Convegno formativo che si terrà nell’estate. Dopo il Congresso nazionale sono esponenzialmente cresciuti i ragazzi, precedentemente estranei all’ambiente monarchico, che si sono avvicinati all’U.M.I. I Giovani, cresciuti in una repubblica che ha blindato se stessa, richiedono qualcosa di diverso e vedono nell’ideale monarchico un’opzione per uscire dall’impasse in cui l’Italia si trova.
DATA: 12.03.2014

I  SARMATI SONO TRA NOI. L'ACQUI STORIA AMPLIA L'ORIZZONTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 09/03/2014

    Chi la fa l'aspetti. Antica regola aurea. Vale anche per gli Stati, che nascono, si trasformano, muoiono per scelta di popoli o per decisione delle superpotenze. Fioriscono e vanno in polvere, come – insegna l' Ecclesiaste -  tutte le cose del mondo. L'Occidente inventò la Jugoslavia nel 1917-19, nel 1944-45 la regalò al cinico  “Maresciallo” Tito, alla cui morte la frantumò in Slovenia, Croazia, Serbia (includente la Bosnia-Erzegovina), Montenegro, Macedonia: un bagno di sangue, bombardamenti, pulizie etniche e atrocità a pochi chilometri da noi. Nel 2008 l'Occidente ideò il Kosovo, con i riti consueti: manu militari e referendum artefatti. Lo stesso ora accade per la Crimea, che davvero è improbabile possa essere sottratta alla Russia, se non a prezzo di una catastrofe. La Crimea sta a Mosca ancor più che Trieste all'Italia.  Per la Russia vuol dire il Mar Nero e la via al Mediterraneo attraverso gli Stretti, conquiste  e sogni di secoli e secoli. Non si scherza con la geostoria. Lo sapeva Henri Kissinger, oggi ignorato anche a Washington. Il Kosovo è un accampamento militare, senza accesso al mare. Ha appena sei anni. E' un bimbo tenuto per le dande da 2000 militari dell'ONU (200 italiani), che vegliano la tregua armata (sempre precaria) tra le diverse componenti etniche, linguistiche e religiose (nemiche acerrime) di uno “Stato” riconosciuto da una metà  dei componenti dell'ONU e da appena tre dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza: USA, Gran Bretagna e Francia, contro Russia e Cina.
  Anche secondo l'ONU, per ora il Kosovo è solo una provincia autonoma della Serbia (risoluzione 1244 del 1999). E' una landa nella quale la storia passò e ripassò falcidiando vite umane dalle epoche più remote alla fiera resistenza di Skanderbeg contro i turchi ottomani, alle guerre per l'indipendenza dalla Sublime Porta, ai conflitti  balcanici (1912-1913), il cui centenario è passato inosservato nelle terze pagine e nella saggistica italiana, perché troppo evocative di ferite ancora sanguinanti. La “grande editoria” è  provinciale e ripetitiva. Da decenni non compare alcuna opera paragonabile alla Storia d'Italia  di Ruggiero Romano e Corrado Vivanti  (Einaudi), a quella diretta da Giuseppe Galasso per la Utet, alla Storia sociale d'Italia dell'editore Teti. Il 150° della proclamazione del regno d'Italia non ha registrato alcuna novità memorabile. Persino il costosissimo Dizionario Biografico degli Italiani  nella versione cartacea si è fermato a metà strada. E l' “Europa”? Ogni anno ingloba microstati parassitici e ora pretenderebbe di assorbire Ucraina e Turchia come fossero polloni di una medesima radice, ma non ha generato alcuna storia unitaria, a conferma della sua vacuità politico-filosofica. L' “Europa” rimane una giaculatoria, senza contenuto. A maggio vedremo che cosa ne diranno i cittadini...
  Nell'afasia dell'editoria commerciale e di quella istituzionale, uno stimolo a riflettere sui grandi temi e ad ampliare gli orizzonti viene da Soggetti come il Premio Acqui Storia per opere scientifiche, divulgative e narrative (sezione, questa, ideata dal suo stratega, Carlo Sburlati, e subito di vasto successo). Come tutti i Premi, anche l'Acqui ha vissuto fasi diverse. Negli anni recenti, tutto si può dirne tranne che sia stato “fazioso”. Basta scorrere i nomi dei finalisti e dei vincitori: Antonio Pennacchi,  Roberto De Mattei, Sergio Luzzatto, Mauro Mazza, Maurizio Serra, che rappresenta l'Italia all'Unesco, Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci,  Ottavio Bariè dell'Università Cattoluca, Dario Fertilio dei Comitati per le Libertà. Come quelle di tutti i Premi, anche le scelte dell'Acqui  suscitano plausi e delusioni, anche tra i componenti delle giurie, perché ogni approvazione comporta esclusioni.  E' normale. La sua forza riposa però su alcuni cardini: in primo luogo il numero di opere candidate (quasi 200 negli anni recenti, contro le poche decine di  quando vincevano autori di un'unica sponda ideologico-partitica),  presentate da editori di tutte le dimensioni; inoltre la  sua valorizzazione da parte dei media radiotelevisivi (a tutto vantaggio della promozione della storiografia e dell'editoria, che non se la passano bene, e, s'intende, del “territorio”); infine proprio le dispute che di volta in volta lo accompagnano. Anche esse ne confermano la vitalità a livello europeo.  
   La qualità delle opere a concorso non dipende né dalle Giurie (ciascuna delle quali è confortata dal Gruppo dei Lettori), né dagli Enti promotori e dai sostenitori (a cominciare dalla benemerita Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presieduta da Pier Angelo Taverna). Essa è connaturata ai travagli delle università e  degli istituti storici. La ripetitività che attarda gli studi è effetto ormai durevole di tre fattori congiunti: lo smarrimento dell'identità nazionale, la mancata acquisizione di coscienza europea (di un'Europa che va dall'Atlantico agli Urali e agli ex domini coloniali) e la modesta percezione del flusso profondo dei processi storici. Oggi in Italia non viene proposto nulla di paragonabile alle storie universali  prodotte nella seconda metà dell'Ottocento. L'ultima vera grande opera della nostra cultura rimane l' Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile, realizzata ottant'anni orsono in un decennio di straordinario fervore culturale. Se poi – e soprattutto in anni recenti - ci si è smarriti in viottoli e divagazioni non è certo colpa di un Premio che, in quanto tale, non “produce” ma “esamina” (mesi di lavoro per le giurie).  Con l'egida del Consiglio regionale del Piemonte, l'Acqui Storia progetta dibattiti sullo stato di salute e sulle prospettive della storiografia, non solo italiana, proprio per ampliare gli orizzonti e coinvolgere a fondo anche il “territorio”, depositario di una storia millenaria, e non solo “locale”. Dalla sua ideazione il Premio ricorda infatti una Divisione (“Acqui” di nome, italiana nella composizione) la cui tragedia non si consumò in un lembo di Piemonte ma in un'isola dello Ionio, a ridosso dei Balcani, come ha ricordato Elena Aga Rossi in un'opera finalista del Premio. Esso riecheggia un groviglio di vicende che va compreso risalendo ad Aureliano (270-275 d. Cr.), l'imperatore illirico che cinse Roma con le mura che ne ripetono il nome,  e al suo conterraneo  Diocleziano (285-305), che istituì la Tetrarchia. “In illo tempore” Acqui fu presidiata  anche da Sarmati, originari dell'attuale  Ucraina, “ausiliari” inquadrati sotto le Aquile dell'Impero Romano; nel Cuneese i Sarmati erano stanziati al Forum Sarmatorum (Salmour)...  Anche nella terra della “Bollente” la storia fu sempre universale, talvolta scottante: è un caleidoscopio da osservare con pacato disincanto per capire e per evitare altre catastrofi. Una constatazione  s'impone: gli Stati si fondano sulla volizione dei popoli, su processi secolari, non su giochi di palazzo o di “agenzie” più o meno “intelligenti”, spesso fuori controllo.    
Aldo A. Mola
(*) Il bando del Premio Acqui Storia 2014 è disponibile in www.acquistoria.it    
DATA: 10.03.2014
 
CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DALLA SCOMPARSA DEL RE PAOLO DI GRECIA

      La Famiglia Reale Greca ha organizzato ad Atene e Tatoi la commemorazione del Re Paolo I, scomparso 50 anni fa a soli 63 anni. In questa occasione si è presentato il nuovo film documentario sulla vita del Sovrano scomparso a cui hanno partecipato diversi invitati, tra cui tutti i membri della Famiglia Reale Greca, la Regina Sofia di Spagna con le Infante Elena e Cristina, i Reali di Serbia, e diversi amici della Famiglia Reale Greca.
Il nuovo documentario traccia un ritratto del defunto Sovrano utilizzando anche delle interviste con il Re Costantino II di Grecia, con la Regina Sofia di Spagna e con la Principessa Irene di Grecia: i tre figli di Paolo I. Lo storico di famiglia, il principe Michele di Grecia, suocero di S.A.R. il Principe Ereditario Aimone di Savoia, parla di Paolo I come di un Sovrano modello del '900. Il 5 marzo a Tatoi c'è stata una celebrazione religiosa a suffragio del Sovrano defunto a cui hanno partecipato tutti i membri della Famiglia Reale Greca gudati dal Re Costantino II e dalla Regina Anna Maria, la Regina Sofia di Spagna con il Principe e la Principessa delle Asturie e le Infante Elena e Cristina, il Re Simeone II di Bulgaria, il Principe della Corona Alessandro e la Principessa Caterina di Serbia, il Margravio di Baden e la Principessa Tatiana, nipote del Principe Giorgio di Grecia.
Dopo l'inizio della crisi economica in Grecia la Famiglia Reale è meno osteggiata sia dai politici che dai mass-media e la commemorazione del Re Paolo si è svolta con grande rispetto dell'opinione pubblica.
Vogliamo pecisare che il defunto Sovrano greco era lo zio materno di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Capo della Famiglia Reale Italiana.
DATA: 07.03.2014

IL NUOVO CHE AVANZA... DA EST?

      Il giovane ed instancabile presidente del consiglio non finisce mai di stupirci, solerte portatore di grandi novità, dopo aver annunziato la rimozione del Senato e quella delle province, eccolo di fronte a nuove incredibili avventure! Quanto imbarazzo deve aver provato in una scuola di Siracusa accolto dal gioioso coretto: ““Facciamo un salto, battiam le mani. Ti salutiamo tutti insieme, presidente Renzi”. Che immagine commovente però, la storia si ripete e più che Siracusa pareva Mosca qualche anno fa con quelle belle canzoncine cantate dai bambini ed alle volte immortalate in fenomenali manifesti: “"Grazie, caro Stalin, per i nostri bambini felici" oppure "Grazie a Stalin, il più grande amico di noi fanciulli". Il nuovo avanza e viene da lontano e dovevamo immaginarlo, eliminati gli avversari con metodi da Politburo, scalati i vertici a passo di carica, soffocate le componenti cattoliche del PD con l’abbraccio al PSE si è palesata la sterzata a sinistra del nuovo corso. Ed allora avanti così in un periodo di clima da nuova “guerra fredda” non c’è di meglio che adattarsi all'atmosferà retrò che la geopolitica impone! Nostalgia per nostalgia tanto vale ci si dedichi anche l’Italia. Speriamo almeno che non sostituiscano l’Inno di Mameli con l’Internazionale. Nell’Italia provvisoria, come la chiamava Guareschi, tutto è possibile! Certo il nuovo che avanza ha un sapore un poco stantio, da soffitta delle “botteghe oscure”, un briciolo antico anzi no meglio dire vintage! Onore alla modernità! Ha da tornà baffone anzi renzone!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 06.03.2014
      
LA MADRE AMMALATA: OVVERO LA PATRIA DOLCE CHE MUORE

      In questo periodo “di transizione” governativa, dove anche il Senato, la più antica istituzione di quello che fu il Regno d’Italia, rischia di scomparire, nulla si può aggiungere sullo sfacelo in cui versa la nostra Patria, spaccata, divisa e ammalata, bisognosa di cure mediche, psicologiche e di ideali.  La nostra dolce donna, turrita, col seno scoperto, vestita di verde, bianco, rosso e con quel crocifisso in mano, simbolo della moralità religiosa dell’Itala gente, è ormai ridotta in uno stato di allettamento perenne, con medici più interessati allo stipendio che alla salute della nostra povera “Mater Patriae”; ormai essa è in balia dolci fumi di un  oppio “innovativo”, importato direttamente dalle dolci colline della Toscana; un palliativo, talmente delicato, che perfino ai suoi figli è stato dato; ed essi, come brava progenie hanno assunto dalla stanche braccia materne. La corona di granito della Signora pesa, è appoggiata sul comodino, infranta e crepata in più punti. Essa ripensa all’epoca in cui, vittoriosa e sicura, accompagna i suoi figli verso il futuro, con scettro lucido e corona d’oro; lontani ricordi, che fanno piangere  la dolce madre di ogni italiano. Essa ricorda, il tempo florido della sua giovinezza, di quella gloria giovanile e di quegli errori che, come normale, l’hanno portata a crescere. Sorrideva per ogni suo figlio nato, piangeva per ogni suo figlio disperso o deceduto, il suo splendore era immenso, il suo “serto” sempre chiaro e splendente … Ed ora? Per la negligenza delle “new generation”, Essa è stata ridotta al nulla, ad un semplice corpo nudo, sul letto freddo di un ospedale anonimo, nessuno ha il coraggio di visitarla, tutti hanno paura. Non proprio tutti, la dolce patria, distesa, si gira e vede i veri uomini parti, integri, limpidi e coscienziosi; le portano un dono, un vessillo: quella sacra bandiera che l’ha vista nascere, crescere e che (assolutamente) non vuole vederla morire. La cara madre si ridesta, per un attimo rinviene, benedicendo i suoi (veri) figli, che giammai si dimenticheranno di lei; essa li benedice e li stringe a se, infondendo nel cuore un dolce sussurro: “Và amato figlio, pensa a tua madre e prega per tuo padre che torni, ingiustamente allontanati noi siamo stati, ma tu, eroe del mio cuore, fai rivivere il dolce sogno e il paterno amore del nostro Sovrano.” Nelle repubblica morente di oggi, l’Italia non può più aspettare una cura miracolosa, dobbiamo essere noi a fornirle un appoggio, un aiuto e una medicina! Non dobbiamo più stare rinchiusi nella nostra casa, dobbiamo uscire e farci conoscere, far sapere quanto noi teniamo alla nostra affettuosa madre che, in fondo, è la madre di tutti noi.
Stefano M. Terenghi - U.M.I. Lecco
DATA: 06.03.2014

SENATO? SÌ.  ASSENNATO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02/03/2014

     “Senatores boni viri, Senatus mala bestia”. E' cosa vecchia. Ma oggi in Italia il Senato è necessario. Abbiamo bisogno di un Senato Assennato come quello dell'antico Regno d'Italia: 2400 membri in 100 anni, il meglio delle istituzioni, della politica, delle professioni, delle arti e di vere “illustrazioni della Patria”, con una spesa minima da parte dello Stato. C'è bisogno di Senato oggi in Italia come nell'antica Roma, modello insuperato di equilibrio tra i poteri: genus mixtum scrisse Marco Tullio Cicerone. Non un tiranno, non  una oligarchia, non il dominio della piazza. La Res publica aveva due consoli, plenipotenziari ma solo per un anno e, in via eccezionale, un dittatore, ma al massimo per soli sei mesi; il Senato (comprendente patrizi e homines novi capaci e meritevoli); e i comizi del popolo. Il tutto era riassunto nei labari delle Legioni sormontati dalle Aquile: SPQR, il Senato e il popolo romano.
   Dopo il crollo dell'Impero, in Occidente gli imperatori e i sovrani assoluti  fecero i conti con il potere del “popolo”, un soggetto polivalente come la “nobiltà” e i Comuni. E li fecero soprattutto con gli ecclesiastici, espressione della fonte suprema della legge, il Vicario di Cristo, che “consacrava” i depositari (transitori) del governo (gli imperatori, i re), perché “ogni potere viene da Dio”.
  In Occidente il Potere non ebbe mai la grandezza di quello d'Oriente, non fu mai ierocrazia, Sacerdozio: in Persia, Cina, in Cocincina ( lo si coglie ad Angkor, in Cambogia, il più grande santuario del mondo: spazi immensi, cuspidi e sorrisi ieratici) e in Giappone, ove si tocca con mano la congiunzione tra  la quotidianità e il Sacro, ove ogni dettaglio riverbera l'Eterno. In Occidente il potere decadde a “ufficio”: un'agenzia, un contratto senza sentimenti. Convivenza per convenienza.
  Il declino del Sacro Romano Impero coincise con  l'avvento di dittature parlamentari: quella di Oliver  Cromwell, il Lord Protettore che fece decapitare Carlo I d'Inghilterra, la Convenzione francese del 1792-94, che nacque dalle stragi e ghigliottinò Luigi XVI, Maria Antonietta e i migliori illuministi francesi, l'Assemblea dei Soviet dominati da Lenin e Stalin, la Camera tedesca prona a Hitler...
  A inizio Ottocento, due secoli orsono, l'Europa si trovò a scegliere: la costituzione spagnola (detta “di Cadice”) prevedeva una sola Camera; quella inglese ne aveva e ne ha due, i Comuni e i Lord. Dopo gli sbandamenti del 1820-1821 tutti gli Stati d'Italia optarono per il bicameralismo, garante di equilibrio tra i poteri, un nuovo genus mixtum: da una parte l'elezione popolare dei deputati, dall'altra una Camera dei Pari (l'antico Senato) nominato dal re o espressione di corpi qualificati, il governo e, al di sopra di tutti, il sovrano, garante dell'equilibrio. Era la monarchia costituzionale, fondata sulla ragione, in un Occidente antropologicamente pagano.
  Perciò sconcertano le polemiche in corso nei confronti del Senato quasi la Camera Alta sia la causa del collasso della vita pubblica italiana. Il bicameralismo è una garanzia. Esso è imperfetto se è perfetto, cioè se le Camere svolgono identiche funzioni. E' perfetto, invece, se le Camere si compensano a vicenda. Il male dei mali era, è e sarà il monocameralismo, ovunque e sempre degenerato in dittatura.
  Il  bicameralismo è indispensabile specialmente per un Paese quale l'Italia, storicamente incline al massimalismo. Lo è soprattutto in regime repubblicano, cioè in assenza di un potere davvero super partes “a prescindere” da maggioranze cangianti, come del  resto avviene in una decina di paesi europei  retti da monarchie costituzionali. L'Italia, purtroppo, è da sempre terra  di guerre civili. Non conobbe eresie, rese superflue dalle gare tra cardinali. Ce lo dicono le opere di Mommsen, Gregorovius, von Pastor... Nel 150° del trasferimento della capitale da Torino a Firenze e all'indomani del fratricidio tra due “politici” toscani è d'obbligo  ricordare la sanguigna Firenze dei tempi di Dante Alighieri, spaccata tra Guelfi (filopapali) e Ghibellini (filoimperiali). Quando i Guelfi ebbero la meglio esiliarono i ghibellini ma si divisero tra guelfi neri e guelfi bianchi. Tra questi Dante fu condannato all'esilio e suppliziato in effige. E' sepolto a Ravenna, protetto dalla corona di bronzo dell'Esercito Italiano vittorioso nella Grande Guerra.  La storia insegna che nei regimi monocamerali (la Repubblica romana di Mazzini, la Costituente del 1946-1947...) l'amore diviene umore.
    Il Senato, lo dice la parola, è un'assemblea di Anziani: uomini (sta anche per “donne”) fatti saggi dalla vita, che è anche sempre studio. Tanto più viene abbassata la soglia dell'accesso al diritto di voto (molti vorrebbero anticiparlo a 16 anni, salvo scoprire la drammatica fragilità degli adolescenti), tanto più v'è bisogno di una Camera di “patres”, eletta magari dai quarantenni anziché dai venticinquenni (come oggi avviene) e riservata a quanti ne abbiano almeno cinquanta, ma con poteri non inferiori a quelli della Camera Bassa.
  Questa, non altra, è tutta la differenziazione oggi possibile tra le Camere nella  repubblica attuale. Sognare un Senato del Sapere (come alcuni fanno), oltre tutto di ampia nomina presidenziale, è pura utopia.   Occorrerebbe riscrivere da cima a fondo la Costituzione: evento oggi improponibile se non con una nuova Assemblea Costituente e un referendum sulla forma dello Stato. Le dispute in corso sul Senato in realtà mettono a nudo il nodo irrisolto. Il regime repubblicano ricalca la monarchia costituzionale sabauda, ma con due differenze sostanziali: il capo dello Stato è votato dal Parlamento, a maggioranza talora ampia, a volte risicata. Fatica sempre più a rappresentare i cittadini. Il Senato  non è quello del regno (che fu il meglio del meglio) ma viene eletto da un corpo pressoché identico a quello che vota i deputati. Dunque non vi  è equilibrio tra le Camere, ma replica. Il Legislativo è a sua volta impastoiato da poteri arcani: la Corte Costituzionale, la magistratura ordinaria, i tribunali amministrativi regionali, un  groviglio  che si somma a quello dei super-poteri non nazionali, non  votati dai cittadini e tuttavia incombenti: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Commissione Europea, a tacere della Nato, che comporta la totale subordinazione delle forze armate italiane.
  Sbandierare l' “abolizione del Senato” come toccasana dei mali istituzionali, politici ed economici dell'Italia odierna vuol dire giocare con i soldatini di piombo mentre il Pianeta è in fiamme. La misera polemica contro il Senato riecheggia lo straziante lamento di Cristo: “Padre, perdona loro perché non sanno quel che si fanno”. Infatti non esiste nessuna opera sulla storia del Senato, né del Regno né della Repubblica. Così come sono davvero poche gli studi  sulle Province, altro capro espiatorio degli apprendisti stregoni oggi imperversanti. Anche esse rischiano di scomparire senza che se ne conoscano opere e giorni. E' il punto di arrivo di una repubblica nata da generose illusioni e fondata sulla cancellazione della storia. Scriverlo forse non serve a nulla, ma almeno rimane traccia che non tutti sono ignari e conniventi.
Aldo A. Mola
DATA: 03.03.2014

LA FRITTATA GLOBALE

      Ormai da lungo tempo gli USA esportano “democrazia” quasi fai da te. Gaber diceva che ne erano portatori sani: Non l’hanno però te l’attaccano! Quantomeno ci provano visti i risultati ottenuti in mezzo mondo presidiato dai soldati a stelle e strisce costantemente massacrati per motivi probabilmente molto lontani da quelli “ufficiali”. Intanto a Kiev il popolo ucraino si ribella ed a furor di popolo, non senza colorare le piazze del tetro rosso del sangue, scaccia il dittatore, l’uomo forte che viveva come tanti “colleghi” in una lussuosa villa, quello che fugge in elicottero. La Crimea borbotta e minaccia referendum secessionisti poiché ha il cuore ancora russo anzi probabilmente un poco sovietico con un tocco di sfacciata nostalgia. La nostalgia fa male ma prende il cuore e Mosca non si tira indietro mandando a spasso i suoi blindati per Sebastopoli. Ricorda qualcosa! È un mondo in fermento perenne e la gente dimentica che da qualche tempo i bombardieri Tupolev hanno ripreso a girare costantemente intorno al mondo come ai tempi della guerra fredda. I due grandi leader mondiali si sorridono oggi e si guardano in cagnesco domani. Tutto questo ha un sapore un po’ vintage e l’aroma di qualche revival dei “favolosi” anni ‘50/60. Una parte del mondo reagisce alla grande crisi ribellandosi ai sistemi, alla geopolitica, alla globalizzazione forzata che appiattisce le culture ed i popoli come uno schiacciasassi ingeneroso. Un’altra parte invece reagisce come molte persone nei momenti difficili: Si affida alla nostalgia appunto! A quando i ritratti di Kruscev ed Eisenhower? Altro che distensione qui si sente già odore di bruciato! La frittata globale è sul fuoco ma qualcuno si è distratto! Che canaglia questa nostalgia! Fosse almeno degli esempi migliori che l’Europa pur offre in Belgio, Olanda, Norvegia e così via. Ah già ma quelle sono monarchie democratiche due concetti superati, due anacronismi. Ma si passino pure in fondo per qualcuno anche quella è nostalgia mica qualcosa di futuribile. Intanto cuoce e si brucia, salterà il coperchio e tra poco fumerà nero: Maledetta frittata globale!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 23.02.2014
 

UNA MEDAGLIA D’ORO PER UN’ITALIA DECADENTE

Ettore Viola      Come tutti i giorni ho preso, anche oggi in una gioiosa auto-tortura, a sfogliare i principali quotidiani online e tra una notizia e l’altra emergevano in modo evidente i riferimenti che la società offre ai nostri giovani delle cui sciocchezze ci chiediamo, ingenuamente in verità, molto spesso le motivazioni. Pifferai magici non eletti all’opera nelle aule parlamentari, la demenza di certe tifoserie negli stadi, il gossip sui vari calciatori e, dolce coronamento di questa fiera del trash, la prossima ripresa del Grande Fratello. Tutto ciò che il moderno e democratico illuminismo ha preso a servire ai nostri ragazzi e ragazze smantellando passo passo ogni esempio portatore di buoni valori tacciato, troppo spesso, di retorica superata ed anacronistica. L’ignoranza regna sovrana e se andassi dai miei nipoti a chiedere loro il nome di qualche eroe del Risorgimento non saprebbero elencarmene uno. Eppure proprio oggi 25 febbraio, ma nel 1986, moriva una delle ultime nobili figure della grande guerra che del Risorgimento fu il compimento supremo. Era l’ardito Ettore Viola colui che aveva ispirato un personaggio ad Hemingway e che sul Grappa si era guadagnato quella che Re Umberto II definì “la più bella medaglia d’oro” della Prima Guerra Mondiale. Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia dopo il conflitto capì subito i pericoli che lo squadrismo rappresentava e, voce importante tra gli ex combattenti, vi si oppose subito con coraggio financo recandosi dal Re a San Rossore. Dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti rifiutò perfino un incarico nell’esecutivo del primo ministro Mussolini. Dopo il 1946, Monarchico convintissimo e straordinario patriota popolarissimo tra i reduci, il poi promosso generale Viola militò nel Partito Nazionale Monarchico di Covelli e nel 1969 fu nominato, da Re Umberto in esilio a Cascais, Conte di Cà Tasson. Quanta strada aveva fatto quel tenente fegataccio dalle trincee di tanti anni prima! Fedele alla sua amata Italia, moralmente ineccepibile, egli fu bandiera di tanti Italiani che vollero e seppero dire “no” fuori dal coro. Oggi la nostra gioventù accetta tutto supinamente, passivamente e senza alcun dubbio che sfiori migliaia di adolescenti encefali atrofizzati. Nei libri di scuola di nomi come Viola non c’è quasi mai traccia. Forse sarebbe ora che a ricordarlo non fossimo solo noi che abbiamo il cuore antico e tricolore. Oggi è il 25 febbraio e di chi ha vinto il fallimentare festival di San Remo francamente a me importa poco. Preferisco andare dai miei nipoti e perdere cinque minuti per spiegare loro chi era Ettore Viola incontrando le loro smorfie ma, magari, seminando qualcosa di utile nei loro cuori. Oggi mi guarderanno malamente ma forse domani capiranno dove stanno le idee che fanno di un individuo un Uomo od una Donna degni di questi nomi! Da quei cinque minuti investiti con loro, forse, una gemma fiorirà annunziando una nuova primavera per la Patria. Proviamoci almeno! È la nostra sfida!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 23.02.2014

IL REGNO D'ITALIA DA BRINDISI A SALERNO: CONFERENZA DI DOMENICO GIGLIO AL CIRCOLO REX

      Domenica 23 febbraio 2014, presso la Sala Uno della Casa Salesiana di via Marsala 42 in Roma, il Presidente del Circolo di Cultura ed Educazione Politica REX, ha analizzato la storia del Regno d'Italia dall'Arrivo del Re a Brindisi (1943), allo sbarco alleato a Salerno. Prima dell'intervento l'Ing. Giglio ha ricordato l'On. Alfredo Covelli, nel centesimo anniversario della sua nascita., avvenuta a  Bonito il 22 febbraio 1914.
Alta l'affluenza delle personalità presenti all'incontro, tra cui ricordiamo Sergio Boschiero, Domenico Fisichella Salvatore Sfrecola, Gianvittorio Pallottino
, Anna Teodorani, Benito Panariti, Maria Satta, Ugo d'Atri.
Proponiamo il video integrale della conferenza.


DATA: 23.02.2014

IL FENOMENO E IL FATTORE “G”

Napolitano Renzi      Si chiama Matteo Renzi il nuovo “fenomeno” della politica italiana, è proprio lui secondo i ben pensanti che dovrebbe portare l’Italia fuori dal guado. Ma una riflessione d’obbligo si impone. Come potrà fare il “bischero fiorentino” ad intraprendere una incisiva azione di governo con una maggioranza nata da un accordo di palazzo e non legittimata da una investitura popolare? È lo stesso accordo di palazzo del precedente governo Letta che infatti non ha prodotto nessuna riforma di rilievo. E soprattutto quindi, perché Renzi dovrebbe riuscire là dove Letta ha fallito? Il fatto che sia la bravura o la miopia di un leader di partito ad incidere per l’80 per cento sul risultato finale di una competizione politica è un dato appurato e su questo siamo tutti d’accordo che Renzi sarebbe stato sicuramente un candidato più forte rispetto a Letta in una possibile competizione elettorale, ma in questo caso non si può parlare di nessuna competizione politica per il semplice fatto che egli (ancora una volta come già successo con Monti e Letta) ha avuto l’incarico dal presidente della repubblica senza passare per il voto popolare (quindi perché Renzi sarebbe più forte di Letta?). L’unica legittimazione che il leader del PD ha ottenuto è infatti solo quella del suo partito di appartenenza (almeno apparentemente escludendo futuri regolamenti di conti). Di conseguenza si vuol sollevare una serie di riflessioni ed insieme dei dubbi, ovvero: quale credibilità e quale forza potrà avere nella sua azione politica un leader di governo che rappresenta realisticamente un 30 per cento dell’elettorato totale, ma che potenzialmente poteva rappresentare molto di più di questa percentuale se solo fosse passato per le urne? Non sarebbe stato meglio anche per il Sindaco di Firenze tornare alle urne e catturare anche una parte del voto moderato? Infine la domanda delle domande: quanto può aver pesato il fattore “G”(quello di “Giorgio”) sulle fosche vicende degli ultimi incarichi per la formazione dei governi degli ultimi 2 anni? In attesa di convincenti spiegazioni da parte del Capo dello Stato, un grosso in bocca al lupo al nuovo Presidente del Consiglio incaricato, ma se, come prevedibile non si riuscisse nemmeno questa volta a riformare strutturalmente la casa Italia meglio ritornare al più presto alle urne.
Roberto Carotti Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 23.02.2014

ROMA: VISITA GUIDATA ALLA CHIESA DEL SS. SUDARIO DEI PIEMONTESI

ROMA: VISITA GUIDATA ALLA CHIESA DEL SS. SUDARIO DEI PIEMONTESI      Sabato 22 febbraio, la responsabile cultura dell’U.M.I. Erina Russo de Caro ha organizzato una visita guidata alla Chiesa del SS. Sudario dei Piemontesi, gioiello artistico legato a Casa Savoia. La Chiesa è nata nella prima metà del '500 come confraternita dei Piemontesi Nizzardi e Savoiardi residenti a Roma. Ebbe diversi rifacimenti architettonici fino a raggiungere uno splen-dore 'seicentesco con il famoso architetto Carlo Rainaldi. Nel 1798 la Chiesa fu devastata dalle truppe napoleoniche e chiusa al culto. Nel 1871 passò alla Real Casa Savoia, ora è di competenza dall’Ordinariato Militare. Tra le belle opere presenti, tra cui "San Francesco di Sales" di Carlo Cesi (1665), sono anche raffigurati diversi beati di Casa Savoia come Umberto III, Bonifacio, Margherita. L'interno è a un'unica navata con due altari laterali, vari affreschi dell'ottocentesco Cesare Maccari. Domina su tutto la Santa Sindone, di uguali dimensioni dell'originale, opera della venerabile Maria Francesca di Savoia, figlia di Carlo Emanuele I. I partecipanti hanno potuto apprezzare le meraviglie custodite dalla chiesa, grazie alla chiara e approfondita spiegazione di Erina Russo de Caro, storica del francescanesimo, di Casa Savoia e studiosa del Papa Sisto V.
La chiesa, dopo anni di chiusura, per volontà del rettore è tornata ad essere aperta tutti i giorni e quotidianamente, alle ore 18.30, viene celebrata la Santa Messa.

ROMA: VISITA GUIDATA ALLA CHIESA DEL SS. SUDARIO DEI PIEMONTESI
La riproduzione della Sacra Sindone ad opera di Maria Francesca di Savoia
DATA: 23.02.2014

TEMPLARI OGGI? SETTECENTO ANNI DOPO IL ROGO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23/02/2014

      L'Italia è un immenso giacimento di reliquie dei Templari. Perciò i Milites Christi meritano una mappa aggiornata  della loro diffusione nel Bel Paese.  Sono un Mito al di sopra del tempo. Molti  dicono che proprio oggi v'è bisogno di Cavalieri-monaci, di un Ordine iniziatico militare, per superare le crisi più difficili. Ma secondo altri i Templari sono più o meno stregoni collusi col Baphomet. Chi furono davvero?  E ve ne sono ancora? Domande destinate a rimanere senza risposte precise, anche perché la forza del mito sta nella sua vaghezza, che non è vacuità ma sconfina nel sogno e conduce all “Incontro tra i due Mari”,  dove la cronaca sfuma in leggenda e questa diviene Storia. Epoca dopo epoca anche la favola (rosea o nera che sia all'origine) può divenire buona novella.
   Il 18 marzo del 1314, sette secoli fa, Jacques de Molay, Gran Maestro dell'Ordine dei Templari, e Geoffroy de Charnay, Gran Precettore di Normandia, furono arsi vivi nell'Ile de Paris. Poche ore prima erano stati tradotti ad assistere alla loro condanna al carcere perpetuo: si erano confessati colpevoli delle terribili imputazioni contro il loro Ordine: blasfemia, sodomia, eresia. Ma proprio lì, in faccia ai giudici, d'improvviso de Molay proclamò l'innocenza propria e dei Templari: aveva ammesso solo perché sottoposto ad atroci lunghissime torture. Il processo era falsato dai metodi con i quali era stato condotto. Quella pubblica denuncia avrebbe dovuto imporne un altro, regolare. Il Gran Maestro chiese clemenza per i confratelli. Da anni centinaia di Templari erano stati sottoposti a strazianti torture come peggio non avrebbero saputo fare gli islamici, murati per il resto dei loro giorni, arsi vivi. I più fortunati migrarono in terre remote. Ma invece di ottenere giustizia, quando denunciò la falsità del processo de Molay divenne  “relapso”, cioè  “ricaduto nella colpa”, irredimibile, e quindi fu immediatamente messo sul rogo: sinistro viatico alle fiamme eterne che lo attendevano, secondo la credulità del tempo. Chi aveva titolo per giudicarlo in terra e in cielo? Papa Clemente V, francese e succubo del re di Francia, il 3 aprile 1312  con la bolla “Vox in excelso” abolì l'Ordine dei Templari su pressione di Filippo IV, detto il Bello, lo stesso che aveva mandato Guglielmo di  Nogaret a incarcerare Bonifacio VIII. Secondo la tradizione, Nogaret alzò la mano sul Pontefice: una profanazione applaudita dagli anticlericali fatui, deprecata da chiunque abbia senso del Sacro e dell'Ordine e sa bene che chi semina vento raccoglie tempesta. Ieri, oggi. Sempre.     Chi erano dunque i Templari? Perché la persecuzione? Perché la condanna? E quale fu la loro sorte dopo il rogo del Gran Maestro?     Costituiti nel 1118  per tutelare le vie dei pellegrini in Terra Santa, nel 1099  sottratta con la prima Crociata agli islamici, essi ebbero stanza in un locale prospiciente  la Moschea di al-Aqsa, edificata sulle rovine del Tempio di Salomone. Di lì il nome. La loro regola fu dettata da San Bernardo di Chiaravalle, che ne scrisse anche l'Elogio. I Templari capirono che non bastava  fronteggiare nei pochi chilometri della Palestina le ondate di popoli avanzanti  dall'Asia. Per consolidare la loro libertà nei Luoghi Santi o, se preferisce, il loro dominio sul Vicino Oriente (dall'attuale Turchia a Siria e Palestina), i cattolici dovevano anzitutto organizzarsi in Europa. Facile da dire, impossibile da fare. In primo luogo il Patriarcato di Costantinopoli non riconosceva il primato del papa come vicario di Cristo, esattamente come ancora fanno il Patriarcato di Mosca, cioè la Terza Roma, gli evangelici e i protestanti. Inoltre il Sacro Romano Impero aveva perduto autorevolezza morale e politica. Gli imperatori erano stati ripetutamente scomunicati dai papi, combattuti e vinti da sovrani e Comuni. Per l'eterogenesi dei fini, a quel modo anche i papi indirettamente minarono il Vaticano. Bonifacio VIII, che pretendeva la sovranità spirituale e temporale, perse; l'imperatore Enrico VII non vinse. L'Europa si sgretolò. Svaniti i sogni dilagarono gl'incubi.   Nel 1187 Saladino conquistò Gerusalemme.  Nel 1244 i  cristiani furono sconfitti a Gaza. Nel 1270 Luigi IX di Francia “il Santo” morì a Tunisi mentre intraprendeva l'ultima crociata. Nel 1291 cadde anche San Giovanni d'Acri. Nel frattempo i Templari avevano esteso una immensa rete di Opere in tutta la cristianità occidentale, dal Baltico alla Scozia, dalla penisola iberica alla Puglia. Vi erano molti altri Ordini: i Cavalieri di San Giovanni, Ospitalieri, poi passati a Cipro, Rodi e infine a Malta; i Teutonici, l'Ordine di Calatrava... Ma essi erano e rimasero i migliori. I più valorosi e i più ricchi, i più generosi e i più potenti. Proprio perciò finirono vittime dell' invidia degli dei”, quella malasorte che (osservò già Erodoto) perseguita i popoli più felici e ne causa la rovina. Avido dei loro beni, il 13 ottobre 1307 Filippo il Bello ordinò l'arresto di tutti i Templari tacciandoli dei peggiori peccati e di idolatria. I Cavalieri si votavano alla morte in combattimento sul campo e sapevano che, alla peggio, sarebbero stati suppliziati dal nemico con atroci sofferenze: impalati vivi o scorticati. Non immaginavano di finire torturati per mano dei cristiani. Avevano creato la prima Banca euro-mediterranea, inventato la cambiale, lo sconto. Erano la prima grande organizzazione transnazionale. Pensavano in europeo. Avevano anche capito la favola dei tre anelli...: tutte le religioni contengono una verità, possono coesistere pacificamente. I Templari erano troppo avanti rispetto alla rapace cecità di Filippo il Bello e alla pochezza di papa Clemente V.  Furono sterminati.     “Spesso gli uomini credono quello che vogliono”, scrisse Tacito: non la verità, ma  il pregiudizio, le chiacchiere. Lo sanno bene i manipolatori dell'informazione: “al popolo, questo eterno fanciullone, bisogna proprio contarle grosse perché le beva più facilmente” osservò Gaetano Salvemini. Soprattutto bisogna contarle “all'ingrosso”.
  E' quanto è avvenuto anche in Italia dal 1981 in poi con la demonizzazione degli avversari scomodi: un lungo rosario di accuse e di condanne, confutate cammin facendo, o in giudizi di secondo o terzo grado, quando però irreparabili danni erano già stati fatti e le vittime non potevano più reagire. Come dal 1307 al supplizio di Jacques de Molay, si susseguirono scandali artificiosi e la condanna alla pubblica gogna di persone poi risultate innocenti.
  Leggenda vuole che tra le fiamme de Molay abbia chiamato a sé il papa e il re, subito dopo morti tragicamente. Comunque sia, il suo rogo invita a riflettere sull'amministrazione della giustizia nei tempi moderni. Come insegnò  Giosue Carducci, “Quando  porge la man Cesare a Piero,/ da quella stretta sangue umano stilla:/ quando il bacio si dan Chiesa ed Impero/ un astro di martirio in ciel sfavilla”.
V'è bisogno di Templari? Anzitutto v'è bisogno di conoscenza del passato, di cognizione del mondo d'oggi. Rasate o capellute, occorrono teste di uomini liberi, senza retorica, capaci di ideali, com'erano i Milites Christi: stole disadorne, calzari semplici, un cavallo per due, il Beaussant in una mano, la spada nell'altra e la divisa: “Non a me, Signore, ma a Te dài gloria”, anticipatrice di quella dei Gesuiti,  “Ad maiorem Dei gloriam”.

Aldo A. Mola
DATA: 23.02.2014
 
ANNIVERSARI: RICORDO  DELL’ON. ALFREDO COVELLI

      Nato a Bonito, in provincia di Avellino, il 22 febbraio 1914, Alfredo Covelli, laureato in lettere classiche, giurisprudenza  e scienze politiche, insegnante nei licei, ufficiale di aviazione nella seconda guerra mondiale, aiutante di campo del generale Ferruccio Ranza, inizia la sua attività politica nella segreteria del sottosegretario ai Lavori Pubblici, on. Raffaele De Caro, del Governo Badoglio, come Capo di Gabinetto, incarico nel quale viene confermato dal successivo Ministro Tarchiani, che a conclusione dell’ attività gli indirizza una bellissima lettera di encomio per l’attività svolta. Terminata questa prima esperienza politica Alfredo Covelli, appena trentenne, si adopera, date le sue profonde convinzioni monarchiche, prima del referendum, per l’unione delle formazioni favorevoli al mantenimento della Monarchia, avendo ripetuti incontri con il Ministro  della Real  Casa Falcone Lucifero e con lo stesso Luogotenente, il Principe Umberto. Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente presentatosi nelle lista del “Blocco Nazionale della Libertà“, avente come simbolo la Stella a cinque punte, che riuniva i monarchici del Partito Democratico Italiano e della Concentrazione democratica Liberale, viene eletto nella circoscrizione di Salerno, Avellino, Benevento e dopo il referendum partecipa  alla fondazione del Partito Nazionale Monarchico, simbolo “Stella e corona“, avvenuta nel luglio 1946, a Roma, nel Teatro della Banca d’Italia, in piazza Fontanella Borghese, divenendone il Segretario Nazionale, incarico mantenuto anche nel PDI e  PDIUM, fino alla confluenza  di gran parte dello stesso nel MSI, nel 1972, essendo anche nello stesso periodo Presidente del gruppo parlamentare monarchico alla Camera dei Deputati. Uscito dal Parlamento, dopo l’esperienza non felice di Democrazia Nazionale, nel 1979 avendovi fatto parte ininterrottamente per sette Legislature, dal 1946, ed avuto un nuovo ruolo nella Comunità Europea, Alfredo  Covelli è stato Presidente della Consulta dei Senatori del Regno. Oratore tra i più apprezzati sia alla Camera, anche dagli avversari politici, che nelle piazze gremite,polemista brillante nelle Tribune Elettorali, politico integerrimo, Alfredo Covelli è mancato il 25 dicembre 1998  ed al Suo funerale erano presenti numerosi esponenti di vari partiti politici. La Camera dei Deputati per onorarne la memoria ha pubblicato nel 2011 la raccolta di tutti i Suoi interventi parlamentari.
Domenico Giglio
DATA: 10.02.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO A ROBERTO CAROTTI PER LA SCOMPARSA DELLA MADRE

L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno al Consigliere nazionale Roberto Carotti, responsabile monarchico di Ancona, per la prematura scomparsa della madre. La Sig.ra Marcella ci ha lasciato il 18 febbraio  ed i funerali si sono tenuti a Jesi lo scorso mercoledì.
A Roberto, fulgido esempio di entusiasmo monarchico, opinionista del nostro sito e soprattutto caro amico, sono giunte le sentite condoglianze del Presidente Onorario Sergio Boschiero, del Segretario nazionale Davide Colombo e del Presidente nazionale Alessandro Sacchi.
L'ora di una simile dipartita non può essere compensata dalle parole perché l'amore di un figlio per la madre è un amore unico.
Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno in memoria della Signora Marcella e esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia.

DATA: 20.20.2014

VOGLIA DI MONARCHIA?

Giannelli Corriere della Sera      Anche i repubblicani vogliono il Re! E’ quello che succede oggi sulle fresche pagine del Corriere della Sera, dove un allegro Matteo Renzi, fresco di “nomina dittatoriale” (la repubblica vuole forse diventare l’erede di un stato assoluto?!?), si reca da un Napolitano/Re rassicurandolo sui “punti forti” del suo programma, uscendone con la Corona in capo!  Indipendentemente dalla satira, questa vignetta fa riflettere sullo stato attuale della nostra cara Patria, il cui sfascio è talmente evidente che, perfino i partiti più lontani dalla corona rimpiangono (pur tra le righe, sennò perderebbero credibilità) quel fasto aulico dell’istituzione Regia.
 Non solo, ma i recenti “avvenimenti”, riguardanti S.A.R. l’infanta Cristina di Borbone - Spagna hanno portato l’Italia a prendere consapevolezza della “suprema” democrazia che le monarchie europee possono dare: “La legge è uguale per tutti”, ma proprio per tutti! Vi immaginate un Berlusconi sfilare davanti al giudice, senza godere dei privilegi del “legittimo impedimento”? Il Re, la famiglia reale rappresentano il “bene unico dello stato, essi sono i primi servitori dello stato”, così recitava prima di morire l’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo - Lorena nel lontano 1790; e così è stato, la “democrazia Reale” ha vinto le particolarità della gente e si è presentata come garante unico dell’integrità dello stato, nella persona del Re. Purtroppo nella “Italia Provvisoria” del dopoguerra, delle strutture ministeriali vuote e di un palazzo (il Quirinale, ndr) che, pur non avendo una corte, costa di più dell’Amalienborg di København, la forza di “risorgere” è spenta e asfittica, ostacolata ed irrisa da tutte le parti politiche e amministrative: “Maestra,  ma in Italia c’era il Re?”, questa ed altre domande (forse innocenti) sono all’ordine del giorno nella nostra Terra, nella nostra Patria dove, forse ora più che mai, siamo “calpesti e derisi, perché non siamo popolo, perché siamo divisi”. Ma proprio questa forza demolitrice, che la repubblica imprime, dobbiamo contrastare, istruendo i giovani verso l’obbiettivo di crearli “fari luminosi per un futuro coronato, limpido, unitario e certo.”

Stefano M. Terenghi - UMI Lecco
DATA: 10.02.2014

GOVERNO SI'; MA ANCHE NO!

      Pensavamo in verità che la stagione del “maanchismo” si fosse chiusa un po’ di tempo fa. Ma anche no! Infatti a chiunque avesse un minimo di occhio per la politica non era sfuggito come la stagione renziana del PD fosse piuttosto curiosa. Non ci voleva una cultura da politologo per accorgersi che dietro le molte rassicurazioni si logoravano sapientemente le basi del governo di Enrico Letta. Pochi giorni fa il segretario del PD annunciava, e ribadiva, di non puntare ancora alla premiership pungolando, come al solito, il premier ma quasi spergiurando di non volerne prendere il posto. Premier no, ma anche si! Tuttavia sono stati di parola perché Renzi annunziò di non volere le elezioni ed almeno su questo c’è stata coerenza e la “staffetta” è tutta “home made”. Mi sono scervellato per ricordarmi altri episodi in cui un organo di rappresentanza di un partito, contro la prassi, avesse sfiduciato un governo al posto del voto parlamentare. Mi dispiace ma a memoria ho ricordato solo il Gran Consiglio e la fatidica notte del 24/25 Luglio 1943 anche se il siluramento di Letta mi pare qualcosa di molto meno dignitoso dell’Ordine del Giorno che Dino Grandi anticipò, coraggiosamente e diverse ore prima, al suo principale obbiettivo politico. Hugo sosteneva che la storia si ripete alle volte in modo ridicolo ma io non so se ridere o preoccuparmi. Tento sempre di comprendere i miei avversari politici, cui alle volte sono legato perfino da rapporti di cordialità e stima, ma questa volta proprio non ci riesco e penso che gli amici elettori del PD siano perplessi quanto me. O meglio ci riesco ma non trovo nobili motivazioni e questo scuote il mio spirito diplomatico molto cavouriano e piemontese. Cose che si vedono in queste repubbliche moderne e così democratiche da rendere perfino superflue le elezioni che ancora, curioso, si tengono in tante nazioni europee accusate di essere rette da anacronistiche monarchie. Sarà come dicono forse ma le democrazie moderne ed ultra autonome mi piacciono poco continuo a preferire quelle antiche, molto vintage, con la schedina che scivola ancora nell’urna come nei tempi civili.
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 10.02.2014

DALLA PARTE DI ABELE... NEL DECLINO DELLA DEMOCRAZIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 16/02/2014

    E se, per legittima difesa, Abele avesse ucciso Caino? Staremmo davvero peggio con più pecore e meno officine? E se Remo avesse trafitto il gemello Romolo, anziché esserne ucciso? Quale era il  suo “Progetto Roma”? Forse avrebbe puntato sugli agriturismo anziché sui grattacieli o al dominio sul mare, alleandosi per tempo con gli Etruschi contro i Fenici. E avrebbe procurato la banda larga a un Paese per secoli incerto se denominarsi  Terra dei maiali (Ausonia) o dei Vitelli (Italia).
   Nel 64 dopo Cristo, quando Nerone fece sterminare i cristiani incolpandoli dell'incendio di Roma, molti si domandavano dove andasse il mondo. Tra i grandi saggi del tempo vi era Lucio Anneo Seneca, un settantenne originario  di Cordova, in Spagna. Fatto cauto dalle disavventure (già condannato a morte da Caligola e all'esilio da Claudio), giustificò l'assassinio di Agrippina ordinato da suo figlio, Nerone, la cui educazione l'imperatrice gli aveva affidato. Si ritirò dalla vita pubblica, ma, coinvolto nella congiura dei Pisoni (65 d.Cr.), ricevette la “necessitatem ultimam”: suicidarsi o accettare di essere ucciso. Si fece aprire le vene, imitato dalla moglie. Come già Abele e Remo, aveva capito il flusso della storia: l'accelerazione dello scontro fra Centro e Periferia, tra potere imperiale e istituzioni originarie, arroccate nel Senato.
    Dopo due guerre mondiali, la guerra fredda e la quarta guerra  planetaria tra oligarchia finanziaria transnazionale e Stati, la contrapposizione tra concentrazione del potere e istituzioni garanti dei cittadini sta entrando in una fase nuova. Attraverso guerre guerreggiate (in teatri secondari: Africa Centrale, Medio Oriente,...) e convulsioni politiche (crollo e cancellazione di intere classi dirigenti elettive in molti Paesi europei  e nell'America centro-meridionale), il contrasto tre due opposte concezioni del potere e dei suoi scopi (liberare le persone o ingabbiarle?) entro una decina d'anni raggiungerà la fase critica. Il timore del collasso imporrà scelte drastiche. L'accelerazione ha impulso dal processo che è sotto gli occhi di tutti ma nessuno sa come pilotare: entro quindici anni le megalopoli assorbiranno il grosso della popolazione mondiale. Da lì la necessità di dirottarvi il massimo di risorse (energia, acqua, invenzioni, cibo..) a danno di Abele e di Remo. Neppure gli analisti meglio attrezzati sono però in grado di prevedere come davvero andrà a finire. Nel dicembre 2012 il National Intelligence Council (sezione economica della statunitense CIA) ha pubblicato  il Rapporto Global Trends 2030:Alternative Worlds, subito tradotto dalle Editions des Equateurs ma tuttora inedito in italiano. Il  NIC prevede quattro scenari, diversi secondo fattori che sarebbe ingenuo illudersi di controllare  o scongiurare: guerre di vaste proporzioni coinvolgenti uno o più grandi potenze, conflitti scatenati da incidenti casuali e catastrofi naturali (nel caso dell'Italia la sempre più temuta eruzione del Vesuvio). Secondo le previsioni più ottimistiche, nel volgere di quindici anni il mondo si scrollerà di dosso gli Stati nazionali, costati due secoli di storia. Esso verrà governato dai “poteri dolci”, cioè da organizzazioni non governative (ONG), istituzioni accademiche (Università di prestigio internazionale), plutocrati, circoli transnazionali e, soprattutto, da una rete di sindaci delle grandi città assurti a capi delle rispettive genti. Il governo mondiale, non eletto né nominato, ma autogenerato, sarà  chiamato a soddisfare bisogni di moltitudini disseminate in Paesi riorganizzati come città diffuse (per esempio la costa  adriatica dalla Puglia a Trieste). L'avvento di tecnologie d'avanguardia (il potere  cibernetico) favorirà  l'ascesa di nuovi attori: oligarchie culturalmente ibride, collegate al di fuori e al di sopra delle ideologie nate con l'ascesa della borghesia e, per contrasto, del suo sottoprodotto (la lotta di classe), indifferenti all'alternativa tra liberismo e dirigismo e accomunate nell'ostilità  contro gli Stati sorti a tutela dei cittadini di pieno diritto. Secondo la NIC (e, ben  inteso, la CIA) si affermerà una élite allevata in scuderie installate nei diversi Paesi per plasmarne gli allievi a una visione uniforme del potere e del suo impiego, al di là delle diversità originarie. Sarà essa a orchestrare le risposte alla sfida della povertà e ad assicurare la pace. Gli Stati non scompariranno del tutto, ma “il ruolo dei governi si ridurrà sempre più a vantaggio di coalizioni ibride tra protagonisti statuali e non statuali secondo i problemi dei singoli paesi”. La NIC prevede insomma di risolvere l'antico contrasto tra Abele e Caino, tra  Romolo e Remo con un Fratello Geneticamente Modificato, ignoto alla Bibbia e alla storia, modellato sul mito di Mercurio, Dio dei mercati (e dei ladri). 
  Il fulcro del Paese Italia nei prossimi anni non è dunque la sorte di Renzi, di Letta  o di Napolitano, di questo o quel governo, ma è l'organizzazione del territorio, la scelta tra primato delle megalopoli o difesa del pluralismo. Le Regioni vennero inventate per provvedervi, ma hanno fallito. I Clivi d'Italia sono le Province, forse salvate in extremis  proprio da un sindaco non deputato nominato capo del governo: un caso senza precedenti nella storia d'Italia.
   La mondializzazione, la globalizzazione e le pretese di classificare e ingabbiare le persone in funzione dell'omologazione dovrà però fare i conti con una pluralità di soggetti non rassegnati a subire. Il rifiuto della Svizzera di cedere all'immigrazione incontrollata, l'istituzione della macroregione alpina, la resistenza degli Ungheresi al  modello “europeo” e il rifiuto di molti Stati  europei di gettare la propria moneta (cioè i cittadini) nel tritacarne dell'Euro sono motivo di riflessione. Forse oggi Abele  e Remo dissentono... : l'Utopia si coniuga con la  Speranza.
   Poiché il sangue non fluiva, per affrettare la morte Seneca si fece recidere anche le vene delle gambe. Neppure la cicuta fece effetto. Allora si fece immergere nell'acqua calda. Extrema ratio. Oggi, però, non tutti i filosofi sono disposti a ritirarsi alla periferia del mondo o a dissanguarsi per compiacere tiranni sorgenti sulle rovine generate dalla castoclastìa (distruzione della casta) scatenata da chi abbatté una dirigenza per rimpiazzarla con un'altra,  non sappiamo se meno famelica e inetta.   Perciò la richiesta di restituire la parola ai cittadini non è il gemito di nostalgici dei  “ludi cartacei”: è senso dello Stato, estrema difesa della democrazia, oggi insidiata persino dal puerile mito della “velocità”. Ne fu campione Benito Mussolini, asceso trentanovenne a capo del governo e da Gabriele d'Annunzio infatti appellato“lesto-fante”.

Aldo A. Mola
DATA: 16.02.2014

L’ITALIA PROVVISORIA

     La chiamava così Guareschi: Italia provvisoria! In cui tutto era fragile ed instabile e molto, ma davvero molto, più di prima. E quella sua Italia postbellica era, a conti fatti, molto meno peggio di quella di oggi poiché leggendone le realistiche novelle emerge un paese litigioso ma umano ed ancora ancorato a quei valori che il nuovo corso non aveva potuto cancellare del tutto con un colpo di spugna. A farlo ci hanno pensato anni di demolizione costante di ogni valore residuo a cominciare dalle scuole in cui un finto illuminismo materialista ha scardinato tutto in nome del superamento della retorica. Questa parola tronfia con cui hanno mascherato tutto ciò che di buono era rimasto: etica, valori, riferimenti, pensieri, emozioni, sentimenti e così via. È passato il messaggio che nella repubblica tutto si può e chiunque può ambire a qualunque scranno e da li pontificare lasciando le porte aperte ai facinorosi, ai meschini, ai veri raccomandati, agli imbecilli, ai farabutti ed ai peggiori soggetti che rubano stipendi con cui vivrebbero non poche famiglie. Venuto meno l’ultimo baluardo che, dal colle più alto di Roma, si poneva come esempio ed allegoria delle virtù cui i politici dovrebbero sempre fare riferimento tutto è crollato lentamente. Un mattone dopo l’altro l’Italia postunitaria è andata in pezzi ed oggi, sotto le picconate europee e franco-tedesche, vengono giù gli ultimi frammenti sbrecciati. La sovranità nazionale è quasi del tutto scomparsa, il rispetto della costituzione “più bella del mondo” è a fasi alterne seconda le necessità e gli interessi, i buzzurri occupano posti di potere, i meritevoli sono esuli in Patria e la gente muore di fame. Povera “Italia provvisoria” rimasta orfana tanti anni fa. Orfana d’un padre che sia scudo contro le ingerenze ed il malcostume, contro la cattiveria ed il malaffare e contro i vizi d’un popolo non sempre esemplare. Un genitore che sia motivante e dia l’esempio con sobrietà ed amore. Scriveva, con ragione, Leopardi: Soffri, ne hai ben donde Italia mia!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 10.02.2014
 
LA SOVRANITA'  IN ITALIA: LIBERE ELEZIONI IN LIBERO STATO

Napolitano e Monti     In presenza di sempre più inquietanti informazioni/rivelazioni sulla dinamica della vita istituzionale e politica italiana degli anni recenti, la Consulta dei Senatori del Regno ricorda che fu Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno, a decretare che “la sovranità appartiene al popolo” (DLL 25 giugno 1944, n.151). Tale principio impone al Capo dello Stato il diritto-dovere di esercitare i poteri fissati dalla Costituzione: nulla di meno, ma neppure nulla più.
   Andare in cerca di un “podestà forestiero”mentre il governo è nella pienezza dei poteri e gode della fiducia delle Camere (come sarebbe avvenuto dal giugno 2011) non è in facoltà del Capo dello Stato. Se non per “capriccio”, su quali pressioni venne intrapreso tale percorso? Interne o estere? O da un loro oscuro viluppo?
   Quando il governo non abbia la fiducia delle Camere, sentitine i Presidenti e dopo  consultazioni formali, il Capo dello Stato ha una sola via: convocare i cittadini alle urne.
  Libere elezioni in libero Stato. 

  Roma, 10 febbraio 2014 
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 10.02.2014

FOIBE: IN PIAZZA SAN PIETRO L’U.M.I. AL FIANCO DEGLI ESULI ISTRIANO-DALMATI

FOIBE: IN PIAZZA SAN PIETRO L’U.M.I. AL FIANCO DEGLI ESULI ISTRIANO-DALMATI Domenica 9 febbraio 2014 - In occasione della giornata del Ricordo (10 febbraio) gli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia si sono ritrovati a Piazza San Pietro per seguire l’Angelus di Papa Francesco, con l’intento di sensibilizzare i presenti sulla questione istriano-fiumano-dalmata. Al Pontefice è stata inviata una lettera in cui si esponeva il dramma storico dovuto subire dagli abitanti delle terre irredente, costretti ad un disumano esodo, alla perdita delle proprie case e al genocidio perpetrato nelle foibe. A fianco degli esuli e di Romano Cramer, responsabile del movimento Movimento Nazionale Istria-Fiume-Dalmazia, l’Unione Monarchica Italiana era presente con una delegazione guidata da Davide Colombo, Vincenzo Vaccarella e Paolo Rossi de Vermandois. Da sempre per i monarchici il tema delle terre irredente è fondamentale perché l’Italia, con l’avvento di Tito e la compiacenza della politica del dopoguerra, ha subito una vergognosa umiliazione. La svendita dei territori nazionali, conclusasi nel 1975 per mezzo di quelTrattato di Osimo che metteva la parola fine alla possibilità di ritorno all’Italia delle sue terre, rimane una ferita aperta della nostra storia nazionale.
FOIBE: IN PIAZZA SAN PIETRO L’U.M.I. AL FIANCO DEGLI ESULI ISTRIANO-DALMATI
DATA: 09.02.2014

QUALE IDEA DI ITALIA? EMBLEMI PER LA MEMORIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 09/02/2014

Giorno del ricordo  Il giorno memoriale di Gotama “il Risvegliato” invita a riflettere sul magistero dei simboli. Il Buddha è universale perché non si lascia ingabbiare dalle ricerche erudite. La sua forza sta non in quanto se ne conosce ma in ciò che lascia appena intravvedere oltre i veli del Mito. Quando cominciò a essere raffigurato, molti secoli dopo il suo parinirvana, Buddha ebbe caratteri trascendenti. Indifferenti al fluire del tempo, il suo sorriso è rinascita, promessa salvifica. Rimettere ordine nei simboli è un rito funebre (ma non funereo), è necessario per cogliere il senso profondo della vita, sia dei singoli, sia dei popoli. Dalla cronaca quotidiana, impastata di minuzie avvilenti, i simboli conducono alla contemplazione  della Storia, unica eternità concessa agli uomini.   
   La forza dei simboli è stata ribadita dalla coreografia delle Olimpiadi invernali a Sochi. La Russia vi ha rivendicato la propria identità: non il “secolo breve” dalla Rivoluzione d'Ottobre alla caduta del Muro di Berlino, ma la lunga durata, la fusione di natura e di etnie, le nozze chimiche tra spazio e verticalità. Quella possente rappresentazione pone  l'interrogativo inquietante: quale idea di sé hanno oggi i cittadini del Paese Italia? Quale crisma ricevono dallo Stato e come lo coltivano? La domanda ne sottintende un'altra ancora: quali emblemi esprimono l'idea di Italia? Ve ne sono davvero di nazionali e condivisi o l' Italia è una confusa babele di messaggi contraddittori? La risposta va cercata nel deficit di rappresentatività degli emblemi nazionali oggi in uso: sempre meno riconoscibili. A tacere del vessillo del presidente della Repubblica, di recente invenzione, e della perdurante mancanza di un inno nazionale deliberato per legge, il Tricolore dello Stato ha appena 153 anni (165 se lo si data da quando esso venne adottato da Carlo Alberto per il regno di Sardegna). Lo scudo  sabaudo (la “Bianca Croce di Savoia...” cantata da Giosue Carducci, senatore del regno di formazione mazziniano-garibaldina-romana) aveva invece quasi mille anni quando nel 1946 fu cancellato dal bianco del Tricolore. Spogliato dell'emblema che aveva guidato dalla prima guerra d'indipendenza alla seconda guerra mondiale, dall'impresa dei Mille  (“Italia e Vittorio Emanuele”) ai compi d'internamento in Germania, il tricolore attuale ha appena i sessantotto anni della  repubblica: meno di quelli della Regione Sicilia e della Valle d'Aosta. Pochissimi rispetto alla Union Jack britannica, alla bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti d'America e del tricolore francese, che fuse insieme i colori di Parigi e il bianco dei Borbone e, dopo il crollo di Napoleone, venne rispettato e adottato dai fratelli del ghigliottinato Luigi XVI, poi da Luigi Filippo d'Orlèans e via via da Napoleone III e dalle Repubbliche, patrimonio condiviso dei francesi. Per gli italiani emblemi ancestrali e perpetui non sono certo né le Chiavi di San Pietro né gli stemmi delle Cento Città ma quelli originari di Roma. Roma è il segreto (oggi sempre più oscurato) dell'unitarietà e sacralità della storia d'Italia. Parafrasando Giovanni Evangelista, si può dire che in principio fu Roma e Roma era presso l'Italia e l'Italia divenne Roma: la Roma dei re, dei consoli, dei dittatori, come Cincinnato (“la difesa della patria è sacro dovere del cittadino” recita  il dimenticato art. 52 della Costituzione), la Roma dei tribuni della plebe,come i Gracchi, e dei censori, come Catone il vecchio, la Roma di Caio Giulio Cesare, il cui genio illumina la storia, e degli imperatori. Da Augusta Taurinorum  alla Sicilia, dal Veneto alle Puglie l'Italia è romana. Così venne costruita secolo dopo secolo. E così rinacque  dopo un millennio di dominio straniero, con un percorso costato generazioni di sacrifici e di martiri: rifare l'Italia. Indipendenza, unità, libertà. Un tempo remoto, mentre lo Stato non è più indipendente, si sfarina nella “mola salsa” delle regioni (“pericolosissime e perniciosissime” come già scriveva Quintino Sella) e la libertà è succuba di  magistrature estere e nostrane.
 L'Italia ha per emblemi originari e perenni la Lupa allattante i gemelli e le Aquile di Roma. E' curioso che né l'una né l'altra compaiano  nel primo volume  di Roma, capitale dell'Impero (Mondadori), ove Emilio Quinto molto parla di nettezza urbana, acquedotti, mercati, postriboli,... . E l'idea costitutiva, identitaria? E l'emblema unificante? Le aquile delle Legioni, la Lupa dei Veterani (e dei Lupercalia), la religio?
  Quando nell'Ottocento rinacque, la Terza Italia rialzò le insegne di Roma. In campo vennero schierati due disegni diversi: quello federalista, capitanato dal bolognese Marco Minghetti, e quello unitario, che ebbe i suoi alfieri in Ricasoli,  Rattazzi, Lanza, Sella, Giolitti e, s'intende, nei Re. Lo stesso Giuseppe Mazzini fu sempre scettico nei confronti  del federalismo. Per quanto distanti, quei due progetti ebbero emblemi superiori e unificanti: la Patria, l'idea di Italia e i suoi emblemi, moltiplicati quali insegne degli edifici pubblici, un messaggio quotidiano lanciato ai cittadini: dallo Stato nell'esercizio del proprio magistero civile. L'Italia delle Cento Città  era, come è, un paese povero, dal territorio gramo. Essa era la “terra dei limoni” sono per gli stranieri che vi gozzovigliarono. Era il “giardino d'Europa” solo per chi la conosceva (e la conosce) dalle guide turistiche.
   Eppure quell'Italia rinacque con venticinque anni di sacrifici durissimi sopportati dai regnicoli tra il 1860 e il 1885, durante i quali i governi che imposero tasse sui consumi  essenziali, come il pane, e sui beni immobili. Le tasse colpirono tutti.  Solo così la Terza Italia riscattò i debiti e raggiunse la parità del bilancio di esercizio: un traguardo  toccato un paio  di volte nel lungo cammino dal 1861 a oggi. Ora sprofondiamo nella voragine del debito pubblico e il il pareggio di bilancio è una meta del tutto illusoria. Le riforme e della legge elettorale, di questo o quell'articolo della costituzione e le quotidiane beghe tra parlamentari e tra gli eletti e i loro  presidenti sono chiacchiericcio da bar del commercio.
   La memoria di Gautama l'Illuminato aiuta a ricordare domani, 10 febbraio, la tragedia degli italiani  della  Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia: un grano del lugubre rosario dell'italianità oppressa, da collocare nella storia grande. Non addossiamone la colpa solo a Tito o all'URSS di Stalin, al loro disegno di annientamento di un popolo con la distruzione della sua classe dirigente. Furono i cosiddetti “alleati” (gli anglo-americani, col fervido consenso dei francesi di De Gaulle) a lasciare mani libere alla “Jugoslavia” (funesta invenzione della “pace di Versailles” del 1919) e a mortificare l'Italia, sia sul confine orientale, sia su quello occidentale. Là vennero annientate 12-15.000 vite umane e furono anzitutto distrutti  i simboli della Romanità, gli emblemi dell'idea di Italia. Dalla loro riscoperta occorre ripartire per non smarrirsi nella babele delle lingue, nelle cronache squallide dei tristi baccanali nei quali sprofonda il Paese Italia. 
Aldo A. Mola
DATA: 09.02.2014

2° APPUNTAMENTO CULTURALE DELL'ASSOCIAZIONE LIBERA MENTE IN COLLABORAZIONE CON CLUB REALE U.M.I. "VITTORIO AMEDEO II" DI ALESSANDRIA

 Vi aspetto venerdì 7 Febbraio 2014 alle ore 18 presso il salone di rappresentanza del Soggiorno "Basile" in Alessandria, via Tortona 71, gentilmente concesso per incontri culturali di alto livello.
Dopo il grande successo dell'evento sui problemi dell'Europa unita con gli On. Europarlamentari Tino Rossi e Magdi Cristiano Allam, questa volta avremo il giornalista e scrittore GIGI MONCALVO, conduttore di trasmissioni televisive nazionali, ed autore dell'ultimo volume :
GLI AGNELLI SEGRETI : peccati, passioni e verità nascoste dell'ultima "famiglia reale " italiana, ditore Vallecchi.
Presenta e modera l'incontro il dott. Fabrizio Priano.
Segue aperitivo .
Prossimo evento SABATO 8 MARZO 2014 con grande Ospite d'onore per la città di Alessandria (orario e luogo da definire ).
Carmine Passalacqua
Unione Monarchica Italiana - Alessandria

DATA: 05.02.2014

ROMA: IL CIRCOLO REX SI OCCUPA DI STORIA MILITARE COPN IL PROF RICCARDO SCARPA

ROMA - Domenica  9  febbraio 2014, ore  10,45 , in  via  Marsala  42 , il  prof. avv. Riccardo Scarpa, noto  esperto  di  storia  militare, per  il  ciclo  di  conferenze  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  Politica  Rex, tratterà  il  tema  " Gli  ultimi  soldati  del  Re", sull'opera svolta dopo  l ' 8  settembre  1943, dai  reparti  del  Regio  Esercito, il cui  contributo  alla  guerra  di  Liberazione  è  volutamente  sminuito  se  non  ignorato  per  cui  i  giovani  d'oggi  non  conoscono  i  sacrifici  e  gli  eroismi  dei  nostri  soldati.
dr.ing. Domenico  Giglio - Presidente del  Rex -

DATA: 05.02.2014

KUWAIT: UNA FLORIDA MONARCHIA IN AIUTO DI UNA REPUBBLICA IN CRISI

Un trionfante Enrico Letta, dalla conferenza stampa organizzata a Kuwait City, ha annunciato che l’emirato che si affaccia sul golfo persico stanzierà all’Italia un fondo di mezzo miliardo di euro per gli investimenti. Letta ha ricordato che il fondo Kia, che darà una boccata di ossigeno al nostro Paese, è uno dei più antichi fondi Sovrani al mondo. Non ha ricordato che il Kuwait è una Monarchia perché non ce n’era bisogno, infatti nel pomeriggio il premier italiano ha incontrato l’Emiro, S.A. Sceicco Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, ed il Primo Ministro, S.A. Sceicco Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah. Non solo le dieci Monarchie europee fungono da esempio politico e sociale per questa nostra Italia, dando il buon esempio, ma ora anche le Monarchia extraeuropee (ricordiamo che il Kuwait è una Monarchia costituzionale) ci vengono in soccorso con un ingente finanziamento che permetterà alle aziende italiane di investire tramite il Fondo strategico italiano (Fsi). Ci auguriamo che a furia di vedere il buono e trarre giovamento delle Monarchie, si possa prendere d’esempio anche la forma istituzionale prima che sia troppo tardi.

DATA: 05.02.2014

ONOREVOLI QUALUNQUI? ITALIA IN BILICO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02/02/2014

Maggio 1899. Un pugno infranse il vetro di un battente dell'ingresso nell'Aula dei deputati. Attraverso l'oblò, un socialista, appena espulso, s'affacciò urlando: “Continua, nevvero, la camorra parlamentare!?” L'intransigente Enrico Ferri parlò cinque ore consecutive per bloccare la riforma del regolamento, che avrebbe tappato la bocca all'opposizione. Affascinato  dallo spettacolo, il poeta Gabriele d'Annunzio lasciò la Destra e volò a Sinistra esclamando “Vado verso la vita”. Dunque, “Nihil sub sole novi”. Ne abbiamo vedute tante e altre ne vedremo. Con sereno distacco. Ci aiuta l'immagine del treno da settimane in bilico sulla scogliera di Andora, in Liguria. E' simbolo del Bel Paese. Reggerà? Cadrà? Verrà recuperato dal monte o dal mare? Sarà rimesso sui binari e trainato alla prima stazione o vivisezionato dov'è? Di certo il convoglio non è andato fuori di testa non da sé ma perché lì un pezzo di Patria gli è franato addosso. Il suo problema non sono i vagoni; è la locomotiva. Proprio come per l'Italia, il cui nodo insolubile non è affatto la nuova legge elettorale (ve ne sono dozzine di modelli, a prezzi di saldo) ma la riforma della Costituzione. Ma questa, anche a farla sveltina, richiede almeno un anno. Più o meno il tempo minimo per esaminare l'accusa di attentato alla Costituzione depositata dal Movimento 5 Stelle a carico del presidente della repubblica, ai sensi dell'art. 90 della Carta repubblicana. Anche questa è una novità vecchia. Più di vent'anni orsono il Partito comunista italiano chiese l'incriminazione di Francesco “Kossiga”. Nel 1978 Giovanni Leone  fu costretto alle dimissioni anticipate dopo anni di sadico linciaggio mediatico. Anche Saragat da un certo momento ebbe pessima stampa. Per molti rivoluzionari proni alla dottrina della sovranità limitata predicata e praticata da Brezvev era tornato il socialdemocratico, quasi social-fascista. Per non parlare di Antonio Segni, bollato come golpista.  Proprio le sinistre hanno insegnato che, fatto un capo dello Stato, già si pensa al prossimo. E' la logica repubblicana. Quanto alla condotta in aula tutti ricordano le zuffe contro l'adesione dell'Italia alla Nato e i lanci di quant'era a portata di mano per impedire la riforma elettorale del 1953 che assegnava due terzi dei seggi a chi avesse ottenuto il 50% più uno dei voti validi (la cosiddetta “legge truffa”). Deragliate presso Andora per la scarica di detriti sui binari e inchiodate sotto l'incubo di un manufatto di prevedibile pericolosità, quella immobile locomotiva e le carrozze dai colori esangui  rispecchiano questo Stato: fermo su un binario morto. Non sempre l'Italia fu così. Anzi.
  La ferrovia da Spezia a Ventimiglia venne progettata dal governo di Camillo Cavour nel remoto1857. Con l'unità d'Italia (1861) i lavori presero slancio e nel 1872 (la capitale ormai era a Roma) la linea fu completata. Un prodigio delle perforatrici ma anche tanto “picco e pala”. Un'impresa audace, ammirata dagli esperti dei Paesi più avanzati nell'ingegneria ferroviaria. Nessuno Stato europeo fece altrettanto in quegli anni. Nessun altro dovette unire Bologna e Firenze forando gli Appennini. Lo fece l'Italia di Vittorio Emanuele II, Quintino Sella, Giovanni Lanza, Giuseppe Biancheri, Agostino Depretis... sino a Giolitti, perché le istituzioni anteposero sempre gli  interessi generali permanenti della nazione a quelli municipali e corporativi. Quello fu il vero liberalismo italiano: promuovere le libertà attraverso il progresso economico e l'istruzione, volano dell'incivilimento. 
Poi però i governi, come il filugello, si chiusero nel bozzolo del parlamentarismo: favori, clientele, congreghe. Non c'erano (come neppure oggi ci sono più) partiti veri, bensì conglomerati di clans regionali, gruppi d'interesse, corporazioni. Con pensieri sempre più sbiaditi. Ne scrisse Vamba (Luigi Bertelli, 1858-1920) in L'onorevole Qualunqui e i suoi diciotto mesi di vita parlamentare (ora ripubblicato da Bairon), scritto nel 1898, quando  il cinquantenario dello Statuto fu oscurato da tumulti scambiati per insurrezioni, represse con eccesso di zelo. La “politica” scaricò sui militari la propria incipiente inconcludenza, come ricorda Oreste Bovio nel succoso profilo del troppo vituperato generale Fiorenzo Bava Beccaris, fossanese.
Ma com'era formato il ceto parlamentare, la celebre “classe dirigente”? 
“L'onorevole Qualunquo Qualunqui  - narra Vamba - rappresenta al Parlamento italiano il secondo collegio di Dovunque e fino agli ultimi tempi ha fedelmente combattuto nel partito dei Purchessisti, propugnando il programma Qualsivoglia o appoggiando cortesemente il gabinetto Qualsisia”. Eletto deputato con programma di sinistra ne aveva sostenuto il capo storico, Depretis, e poi il suo successore, Crispi e quindi Rudinì, che era di Destra  ma aveva votato tante volte con Crispi, e poi Giolitti che era stato ministro con Crispi e alla Camera era entrato per benvolere di Depretis.  E così di seguito Qualunquo Qualunqui avrebbe potuto votare ancora per Crispi, Rudini, Pelloux (già ministro della Guerra con Giolitti) e poi Saracco (al governo con Depretis) e poi nuovamente Giolitti, Fortis, Sonnino, ministro di fiducia di Crispi, Luzzatti (altrettanto) e infine Giolitti: dal 1876 al 1943 e oltre...
E' la Storia: trasformismo senza riforme. Quel Parlamento già si bendava gli occhi dinnanzi al girotondo affaristico staffilato da Vamba:  “La banca popolare di Dovunque navigava in pessime acque. Sorta con un grande capitale nominale, ma con incerto capitale versato, si era avviata  da principio con operazioni  modeste, ma sicure, nella cerchia degli affari di provincia”. Poi si buttò nella speculazione edilizia con prestiti a costruttori che acquistavano l'area ipotecando  il costruendo pian terreno ed edificavano il primo piano ipotecando quello superiore e via via salendo, un piano e un'ipoteca, sino al tetto, senza nulla vendere né incassare, in corsa verso il fallimento, che lasciava la banca con un pugno di mosche a danno dei risparmiatori. Nulla di nuovo sotto il sole. Importante era  privatizzare i profitti e socializzare le perdite, come sintetizzò severamente l'economista Federico Caffè. Eppure l'Italia di Qualunquo Qualunqui ancora aveva un progetto. Lo ricordano Bruno Amoroso e Nico Perrone in Capitalismo predatore. Come gli USA fermarono i progetti di Mattei e Olivetti e normalizzarono l'Italia  (Ed. Castelvecchi).
  Dopo i fattacci del 1898 presidente del consiglio fu nominato il generale Luigi Pelloux, un savoiardo che nel 1861 scelse “Italia e Vittorio Emanuele”. La Camera fu teatro di scontri. Ma poi il governo passò in mani sicure e si ebbe il miglior quindicennio della storia d'Italia. Cominciò con la presidenza dell'ottantenne Giuseppe Saracco, nativo di Bistagno, non lontano da Acqui, e continuò col rupestre Giolitti. Proprio ne 1899 mentre alla Camera volavano pugni e calci e insulti a Torino un gruppo di notabili fondò sulle rive del Po la Fabbrica Italiana Automobili Torino. Quell'Italia guardava lontano perché si fondava sul senso dello Stato: quel “sesto senso” ora posposto a tutti gli altri in un Paese che non vuole né ferrovie né autostrade né “banda larga”, nell'illusione di avere sempre cielo azzurro e sole a picco e di campare di turismo: non Donna di Provincia ma immenso caotico campeggio.
 
Aldo A. Mola
DATA: 04.02.2014
  
TORINO: L’UNIONE MONARCHICA PIANIFICA LE ATTIVITÀ FUTURE

TORINO: L’UNIONE MONARCHICA PIANIFICA LE ATTIVITÀ FUTURESi sono riuniti a Torino, giovedì 30 gennaio 2014, simpatizzanti ed iscritti in una difficilissima giornata resa proibitiva dalla ripresa di un’intensa nevicata sul capoluogo sabaudo che ha reso meno praticabili i collegamenti e costretto parte dei presenti a ritardare o partire con un poco di anticipo. Nel corso della serata si sono avvicendati vari amici ed amiche accolti, tra gli altri, dai consiglieri nazionali Alessandro Pezzana giunto appositamente da Novara, Alessandro Mella recentemente nominato Commissario U.M.I. per la Provincia di Torino e dall’avv. Edoardo Pezzoni Mauri presidente del Consiglio Nazionale dei Provibiri e storica figura dell’U.M.I. piemontese. Il presidente nazionale Alessandro Sacchi, collegato telefonicamente, ha indirizzato il suo saluto a tutti i presenti i quali si sono confrontati sui vari temi più cari al monarchismo militante progettando e pianificando i prossimi eventi sul territorio. Tra le iniziative proposte la celebrazione, d’intesa con il Comitato per le Libertà “Edgardo Sogno”, della Medaglia d’Oro al Valore Militare, e partigiano monarchico e liberale, nonché leggendario comandante dell’Organizzazione Franchi, ed una manifestazione nazionale U.M.I. che si terrà a Torino in autunno. L’U.M.I. torinese mette così in programma un calendario di attività, dimostrando che nella prima Capitale del Regno l’entusiasmo per l’ideale monarchico non viene meno.

DATA: 31.01.2014

A BARI I MONARCHICI AFFRONTANO IL TEMA GIUSTIZIA CON I RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONI

A BARI I MONARCHICI AFFRONTANO IL TEMA GIUSTIZIA CON I RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONIIl disagio espresso dagli operatori della Giustizia, a tutti i livelli ed in tutti i settori della stessa, manifestato in ogni occasione pubblica o privata,  impone delle riflessioni sul sistema giudiziario italiano. L'Unione Monarchica Italiana, al fine di incentivare un dibattito su norme e sistemi, organizza un incontro per affrontare il tema in compagnia del Presidente emerito del Senato Renato Schifani, del Sottosegretario di Stato alla Giustizia Cosimo Ferri, del Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Francesco Paolo Sisto e altri illustri ospiti.
L’evento, che ha avuto il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Bari e di Trani, si terrà presso l’Hotel Excelsior di Bari in via Petroni 15, il giorno sabato 1 febbraio alle ore 17.30.

DATA: 31.01.2014

LUTTO NELL'ASSOCIAZIONE IMMAGINE PER IL PIEMONTE PER LA SCOMPARSA DI SIMONETTA SPERA CARDINALI: IL CORDOGLIO DELL'U.M.I.

L'Unione Monarchica Italiana partecipa al grave lutto che ha colpito l'Associazione Immagine per il Piemonte. Lo scorso 30 gennaio, alle ore 10, dopo lunga e dolorosa malattia ci ha lasciato
Simonetta SPERA CARDINALI, Socio Fondatore e Consigliere dell'Associazione torinese.
All'amico Vittorio G. Cardinali, Presidente dell'Associazione Immagine per il Piemonte e consorte di Simonetta, e alla famiglia sono giunti messaggi di cordoglio da parte dei vertici dell'U.M.I. a nome di tutta l'Associazione.
Il S. Rosario (domenica 2 febbraio alle ore 18.00) e le esequie (lunedì 3 febbraio alle ore 11.30) si terranno nella Chiesa Parrocchiale di Santa Rosa da Lima, in via Bardonecchia 85 a Torino (To).
Lettere e messaggi di condoglianze posso essere lasciati in via Legnano 2/b – 10128 Torino  TO

DATA: 31.01.2014

CUORI FRATELLI E GUERRA DEI TRENT'ANNI (1914-1945) L'UTOPIA DI GIGLIO TOS

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26/01/2014

         
Gli storici liberi da pregiudizi sono d'accordo: nell'agosto 1914 la Grande Guerra esplose, si, per una  somma di cause remote ma anche per fatalità ed errori banali. Non ebbe né una regia univoca né un responsabile morale o politico. Semplicemente, la Storia “scappò di mano” a capi di Stato e a governi, come una vettura lanciata ad alta velocità da un guidatore spavaldo e distratto, convinto di averla sotto controllo solo perché stringe forte il volante e i denti a ogni curva pericolosa. Non era scritto in alcun libro del destino che le potenze, da decenni impegnate in colossali spese militari, si sarebbero azzuffate. Avevano ancora enormi spazi da annettere e da sfruttare. Benché vittorioso sull'impero russo (1905), neppure il Giappone costituiva davvero una minaccia. Dal canto suo, l'impero turco era sì molto indebolito, ma poteva reggere a tempo indeterminato. Il suo collasso non fu affatto causato dalla guerra dell'Italia per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica (1911-1912), né dal groviglio di conflitti  balcanici del 1912-1913. Aveva superato di peggio. Gli Stati erano armati, ma soprattutto per difesa: nessun ingrandimento territoriale pareva sufficiente a scatenare un conflitto generale. Neppure, per stare all'Italia, Trento e Trieste. Il timore di essere assaliti prevaleva sulla volontà di attaccare. In quelle condizioni la pace armata poteva  protrarsi allora come è avvenuto tra le massime potenze (USA, URSS, Cina, India...) dal 1945 a oggi: settant'anni scanditi da conflitti sanguinosissimi ma circoscritti, da sperpero immane di risorse, genocidi, atrocità inenarrabili, sopportati con indifferenza crescente. Lì era anche il tarlo morale dell'Europa dal Congresso di Berlino del 1884-85 per la spartizione del mondo in imperi coloniali. Le riviste illustrate, cioè la televisione dell'epoca, erano zeppe di  immagini degli orrori che si susseguivano dall'uno all'altro continente. La prima strage di  almeno centomila Armeni (1895-1896) non sgomentò l'Europa della Belle Epoque. Solo il garibaldino Giosue Carducci dette voce all'indignazione nei dodici versi di “La mietitura del Turco”, ma solo quando gli Ottomani cominciarono a sterminare i greci della Tessaglia: “Il turco miete. Eran le teste armene/che ier cadean sotto il ricurvo acciar/ (… )/.Il turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà. / I monarchi di Cristo assisteranno/bianchi eunuchi  all'arèm del Padiscià”: come oggi fanno il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e le chiacchiere tra allampanati bonini ministri degli esteri sui conflitti in corso.
   Il rischio che un evento qualunque potesse fare da detonatore del conflitto generale venne sottovalutato da sovrani, statisti, diplomatici, militari e dai cosiddetti intellettuali, vociferanti di cose che non conoscevano o sapevano solo dai libri: il dolore della carne, la barbarie delle carneficine. Tra i pochi a intuire che la catastrofe  era immanente e imminente vi fu uno studente del Vecchio Piemonte, Efisio Giglio Tos, nato a Chiaverano, nel verde Canavese, il 2 gennaio 1870, l'anno della guerra franco-germanica. Mentre suo fratello, Ermanno, compì studi regolari e cresciuto alla scuola del naturalista Michele Lessona, divenne tra i più prestigiosi cultori di ittiologia d'Europa, messo a bottega da ragazzino Efisio conquistò da autodidatta la maturità classica, la laurea di Lettere, quella in Filosofia e s'iscrisse a Giurisprudenza, sempre dispensato dalle tasse per merito: Volere è potere. Dal 1897 diramò in cinquantamila esemplari l'invito agli studenti universitari del globo ad adunarsi in Italia per fondare un'associazione studentesca internazionale Corda Fratres: Cuori Fratelli.  Profittando degli sconti per le feste del Cinquantenario dello Statuto, circa 2000 giovani accorsero dai diversi continenti a Torino e da lì proseguirono per Genova e Roma, ove il 25 novembre 1898 proclamarono la Federazione: nel Foro Romano, presso la Colonna di Foca,  da sempre svettante sulla polvere dei secoli.  Due anni dopo la Federazione tenne il secondo congresso a Parigi, in coincidenza con l'Esposizione universale, e aggiornò il programma con l'istituzione di sezioni per i popoli senza Stato (polacchi, boemi, finlandesi...) e la sezione speciale per gli ebrei. L'idea ispiratrice era nitida: disarmare le coscienze. Se non si fossero affratellati al di sopra dei rispettivi governi, prima o poi gli studenti universitari e i neolaureati, affratellati nella ricerca scientifica e nell'amore per la vita e per la libertà, si sarebbero scannati in una guerra fratricida.
Perciò il colore scelto per il Gonfalone della Federazione fu il bianco, comune a tutte le bandiere.
La Corda Fratres tenne congressi a Liegi, Marsiglia, Bordeaux, L'Aja,  Roma  e a New York, ove ebbe il plauso  del presidente degli USA,  Woodrow Wilson. Ne indisse uno a Montevideo (1915), ma ormai la sua voce era sommersa dalla guerra. Nel 1918  Giglio Tos lanciò dal Campidoglio la parola d'ordine: Pax in iure gentium. La  pace doveva fondarsi sul diritto dei popoli, non col dominio dei vincitori sui vinti.  Era la nuova Grande Illusione, dopo il fallimento di quella predicata dal pacifista Norman Angell. Ma la Società  delle Nazioni, nata stenta, appassì presto sotto l'egemonia franco-britannica. Neppure Giglio Tos capì che nel 1914 era  iniziata una nuova Guerra dei Trent'anni. Le paci di Versailles, Saint-Germain, Neuilly, Sèvres furono punitive contro i vinti (soprattutto la Germania, bollata come responsabile della  guerra e condannata a “riparazioni” enormi e umilianti: una “pace cartaginese”, frutto di dissennata miopia) e avare verso paesi come l'Italia.  Nel 1924 la Corda Fratres tenne a Roma l'ultimo Congresso, con il plauso del presidente del Consiglio, Benito Mussolini, che pacifista non fu mai, e la presenza del giovane principe ereditario, Umberto di Savoia. Nel 1932 Giglio Tos  pubblicò l' Appello per il disarmo e per la pace e i  Documenti sui pionieri della Società delle Nazioni e della Fraternità internazionale: in francese, la lingua  ufficiale della Federazione. Tre anni dopo, nel fervore dell'impresa d'Etiopia,  abbozzò la sceneggiatura di un film su Scipione l'Africano, che gli venne scippata. Il 29 novembre 1938 il suo più entusiasta  e fattivo collaboratore degli anni giovanili, Angelo Fortunato Formiggini, studioso della Filosofia del ridere e geniale editore, si gettò dalla Ghirlandina nella sua nativa Modena per protesta contro le leggi razziali. L'Europa correva a precipizio verso una nuova guerra mondiale. Giglio Tos morì a Torino il 6 gennaio 1941. Fece in tempo a veder l'inizio della seconda fase della catastrofe: cinquanta milioni di morti, in aggiunta ai sedici del 1914-1918. Per distrazione. La pace rimase un sogno. Generoso, niente affatto vano, ma tuttora inattuato. (*)  
Aldo A. Mola
   
(*) Sugli “Studenti del Piemonte: sei secoli di Università a Torino” è in corso una documentata e ghiotta Mostra nella Biblioteca della Regione Piemonte (via Confienza 14), promossa dal collezionista Marco Albera.

 
DATA: 29.01.2014

RIMPATRIO DELLA SALMA DEL RE VITTORIO EMANUELE III: DOPO I DISORDINI IN EGITTO INTERROGAZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO

Vittorio Emanuele IIILa situazione in Egitto si sta facendo sempre più complicata ed aumenta sensibilmente il rischio di atti vandalici nei confronti delle strutture cristiane. Vista la situazione, ormai in caduta libera, l'europalamentare torinese Fabrizio BERTOT (Forza Italia) ha oggi 27 gennaio 2014 depositato un'interrogazione parlamentare in cui si fa appello all'Europa affinché si tutelino le strutture a rischio e che si agevoli il rimpatrio della salma del Re, per sottrarla a possibili profanzazioni. Ecco il testo integrale depositato:
"Premesso che ad una settimana dall'approvazione della Costituzione con il referendum popolare la situazione in Egitto sta diventando sempre più preoccupante e che, non placandosi gli scontri di piazza e gli attentati, continua a crescere il numero di morti, quasi centro negli ultimi giorni, e feriti.
Fabrizio Bertot
Considerato che, fatto allarmante, allo scontro politico si sta aggiungendo quello religioso, con attacchi da parte dei fondamentalisti islamici nei confronti delle comunità di religione cristiana, a cui bisogna aggiungere gli ormai numerosi episodi di profanazioni o danneggiamenti delle tombe nei cimiteri cristiani.
Visto che in Egitto sono sepolti migliaia di soldati europei caduti durante la Seconda guerra mondiale (italiani, tedeschi e inglesi in primo luogo), raccolti principalmente nel Sacrario di El Alamein, e che nella cattedrale di Alessandria d'Egitto sono conservati i resti del re d'Italia Vittorio Emanuele III.
Si interroga la Commissione affinché si adoperi in tutti i modi possibili intraprendendo le strade percorribili  per fare in modo che questi cimiteri vengano protetti dalle profanazioni e, laddove ci vi fosse la reale possibilità che episodi di sfregio possano avvenire a danni delle tombe di illustri cittadini europei, come sta rischiando di accadere per le spoglie dell'ex-sovrano d'Italia, questi vengano immediatamente rimpatriati"
Rimaniamo in attesa di una risposta dall'Europa.
(Nelle foto il Re Vittorio Emanuele III, sepolto ad Alessandria d'Egitto, e l'europarlamentare Fabrizio Bertot, autore dell'interrogazione)

DATA: 27.01.2014

LUTTO: L'U.M.I. SI STRINGE ATTORNO ALLA FAMIGLIA TRIBERTI  PER LA SCOMPARSA DEL CARO LORENZO, SOCIO U.M.I.

Lorenzo TribertiIl 26 gennaio 2014 è scomparso in Asti, all’ età di 69 anni, il Cav. Lorenzo Triberti, Guardia d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon ( Associazione d’ Arma sotto l’ egida del Ministero della Difesa ) e cofondatore nel 2003 della Delegazione di Asti, con il fratello Giovanni, che ricopre la carica di Delegato Provinciale.
Nel 2005 ha collaborato alla fondazione della Sezione U.N.I.R.R. di Asti ( Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia ), presieduta da Giovanni Triberti, Vice Presidente Nazionale.
E’ stato cofondatore, insieme al fratello Giovanni e ad altri amici, della Sezione U.M.I. di Asti.
Imprenditore in età lavorativa, ad alti livelli, si dedicava ora con passione ed interesse alle due Associazioni collaborando attivamente all’ organizzazione delle varie manifestazioni, conferenze e convegni a carattere storico – culturale, indette dal fratello Giovanni, in città e Provincia, per dare risonanza alle Guardie d’ Onore e all’ U.N.I.R.R.
Partecipava attivamente alle varie cerimonie delle Associazioni Combattentistiche e d’ Arma, a cui era invitato, e a cui presenziava con labaro o bandiera.
Anni orsono aveva ricevuto, a Ginevra, l’ onorificenza di Cavaliere dell’ Ordine al Merito dei Savoia.
Ha collaborato con il fratello a promuovere, negli anni, svariate sottoscrizioni benefiche di raccolta fondi per persone indigenti, ristrutturazione parrocchie, santuari e per acquisto apparecchiature mediche ( attualmente in corso sottoscrizione per Reparto Oculistica dell’ Ospedale Cardinal Massaia di Asti ).
Era stimato per il suo comportamento integerrimo e apprezzato da amici e conoscenti per essere una persona veramente perbene.
Una grande e commossa folla ha partecipato mercoledì 29 gennaio alle esequie, alla presenza di molte autorità civili, militari e religiose, delle Associazioni Combattentistiche e d’ Arma, tra cui numerose Guardie d’ Onore e Associati U.N.I.R.R., presenti con labari  e bandiere.
La famiglia commossa ringrazia per la grande dimostrazione di stima e di affetto.

DATA: 27.20.2014

DOMENICO  FISICHELLA  AL  CIRCOLO  REX
"Dittatura  e  Monarchia - L ' Italia  tra  le  due  guerre"


Domenico Fisichella - Dittatura e Monarchia   E'  il  titolo  della  conferenza  che  il  sen.prof. Domenico  Fisichella  terrà  domenica  26  gennaio  alle  ore  10,45, per  iniziativa  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  politica  Rex , a  Roma , via  Marsala  42, ed  è  anche  il  titolo  del  prossimo  libro  del  noto  studioso  di  scienza  e  dottrina  della  politica  e  dello  stato  che  sarà  nelle  librerie  dal  23  gennaio  prossimo.
Con  questo  lavoro  Fisichella , che  è  stato  per  vari  anni  vicepresidente  del  Senato  e Ministro  Beni  Culturali, approfondisce  sulla  base  di  copiosa  documentazione   il  periodo  dal  1922  al  1946  , oggetto  troppo  spesso , ancor  oggi  ad  interpretazioni  di  parte.
Il  volume  segue  due  essenziali  precedenti  contributi  del  prof.Fisichella  alla  comprensione  della  storia  dell' Unità  d' Italia  dal  " Il  miracolo  del  Risorgimentop " ( 2010 )  al  " Dal  Risorgimento  al  fascismo - 1861 - 1922 " ( 2012) entrambi  dell' Editore  Carocci , che  hanno  riscosso grande  interesse   tra  studiosi  ed  uomini  di  cultura. Con  questo  libro  Fisichella  completa  la  riflessione  su  di  un  tormentato  percorso  storico  che  gli  italiani  vivono  spesso  con  passioni  politiche  e  non  storiche.
PRESENTAZIONE AL CIRCOLO REX
DOMENICA 26 GENNAIO 2014

ORE 10.45 - VIA MARSALA 42 - ROMA
DATA: 22.01.2014

NAPOLI, SABATO 25 GENNAIO 2014: LA BEATIFICAZIONE DELLA VENERABILE MARIA CRISTINA DI SAVOIA

Maria Cristina di Savoia   Il prossimo 25 gennaio, nella Basilica di Santa Chiara in Napoli, la Venerabile Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie, verrà beatificata dopo un travagliato processo di postulazione avviato sin dal 1852. All’evento sarà presente il Capo di Casa Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo, accompagnato da vari componenti della Famiglia Reale e dai vertici dell’U.M.I. Ripercorriamo la vita della Principessa, partendo dal comunicato stampa ufficiale della Diocesi di Napoli:
Maria Cristina di Savoia giunse a Napoli il 30 novembre 1832, sposa di Ferdinando II di Borbone, e breve fu la sua permanenza a Napoli, gli ultimi tre anni della sua vita, sufficienti per essere acclamata dalla corte e dal popolo come la "Reginella santa". Dopo un lungo e docu-mentato processo canonico, la Chiesa proclama beata questa giovane e nobile donna, a testimonianza che la "vita buona del vangelo" è possibile in ogni ambiente sociale e che la universale chiamata alla santità è vocazione di ogni battezzato. Maria Cristina nacque a Ca-gliari il 14 novembre 1812, ultima delle figlie di Vittorio Emanuele I di Savoia e di Maria Teresa d'Asburgo. Educata dalla madre e guidata spiritualmente dall'olivetano padre Giovanni Battista Terzi, visse l'infanzia e la giovinezza alla corte di Torino e, dopo la morte del padre, a palazzo Tursi in Genova. La sua avvenenza, la sua cultura e le sue doti morali e spirituali fecero di lei la sposa più am-bita dai sovrani dell'epoca. Il 21 novembre 1832 nel santua-rio di Nostra Signora dell'Ac-quasanta in Voltri (Genova), dopo lunghe trattative ed approfondito discernimento spirituale, Maria Cristina si unì in matrimonio con Ferdi-nando II di Borbone. Accanto al giovane Sovrano, manten-ne le sue religiose abitudini, espressione di una fede con-vinta e matura. Seppe illumi-nare con il consiglio e soste-nere con la preghiera le deci-sioni importanti del re, ap-pellandosi alla legge di Dio oltre che alla giustizia degli uomini. In seno alla famiglia reale e alla corte attuò una missione silenziosa ed efficace di testimonianza cristiana, volta a comporre le divergenze, moderare gli animi, morigerare i costumi. Conquistò il popolo di Napoli con la sua sollecita e straordinaria carità. Attingen-do al suo personale patrimonio, soccorse con prodigalità i poveri, secondo le richieste che le giungevano dalla città e dal Regno. Per far fronte al fiume di elemosine da lei voluto e autorizzato si avvalse della collaborazione dei vescovi e dei parroci per agire in modo equo ed evitare ingiustizie. Con la sua intercessione salvò molti condanna-ti a morte, ottenendo che la pena capitale fosse commutata in una più lieve. Tra le opere sociali da lei promosse, oltre la dotazione delle ragazze povere e la produzio-ne di letti per gli indigenti, va menzionata la riattivazione dell'industria della seta pres-so gli opifici del Real Sito di San Leucio di Caserta, e ciò a vantaggio dei coloni di quelle terre. Dopo aver chiesto insi-stentemente a Dio il dono della maternità, che sembra-va tardare, coronò il suo bre-ve regno con la nascita dell'e-rede, Francesco. Colta da febbre puerperale visse gli ultimi giorni nella piena adesione alla volontà di Dio, disponendo che si provve-desse ai poveri da lei assistiti anche dopo la sua dipartita. Morì nel palazzo reale di Napoli a mezzogiorno del 31 gennaio 1836, ripetendo le parole che erano diventate la sua ultima invocazione: "Credo in Dio, spero in Dio, amo Dio".
DATA: 22.01.2014
 
A LEZIONE DA BUONI MAESTRI

   Sfogliando i quotidiani o seguendo i telegiornali in questi giorni è possibile ad assistere ad una serie di curiose evoluzioni politiche le quali, del resto, faranno molto baccano ma non produrranno i risultati propagandati. C’è chi spera e crede che le riforme si faranno, magari abolendo il Senato che in tempi civili non era un accozzaglia di lacchè ma il tempio dell’intellighenzia nazionale non retribuita e cooptata dal sovrano od abolendo le antiche province, realtà radicata nel territorio da secoli di trazione, facendo finta di dimenticare che gli scandali si scoprono nelle regioni; vere mangiatrici di soldi e monumento alle mangerie nazionali. Ma tra i tanti brusii che si ascoltano uno dei più spassosi è quello secondo cui Berlusconi e Renzi starebbero valutando una potenziale trattativa per la riforma della legge elettorale basando il negoziato sul modello spagnolo da studiarsi. Ma qualcuno li ha avvisati che la Spagna è una Monarchia e stanno prendendo ad esempio un “anacronismo” così terribile? Il buon Renzi, che sprovveduto non pare, non si pone problemi probabilmente perché sa bene che la Corona di Spagna ha avuto un’autorevole sdoganatore proprio da sinistra e parecchio insospettabile il quale, nel 1983, ebbe a dire in diretta televisiva a reti unificate: “Io sono molto amico del Re di Spagna, che è nato qui, è vissuto qui in Italia, un giovane coraggioso, che ha saputo - e questo è il suo merito - fare il trapasso da una dittatura durata 40 anni alla democrazia senza spargimento di sangue; che è riuscito a bloccare il ''golpe'' che si era messo in atto per abbattere la democrazia. Io lo conosco. Mi onoro di essergli molto amico”. A parlare in questo modo riconoscendo che un Re può essere un faro di democrazia e civiltà fu nientemeno che Alessandro Pertini proprio uno che “non ti aspetti”. Cose che capitano in una repubblica che per tentare di sopravvivere va a scuola da buoni maestri: Le monarchie democratiche!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 19.01.2014

GIOVINEZZA, GIOVINEZZA...? MEGLIO LA CONCRETEZZA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 19/02/2014

          “Lo Spirito soffia dove vuole. Tu senti la sua voce ma non sai da dove venga e dove vada...”(Giovanni, 3, 8). Lo Spirito non patisce differenze di razze, lingue, religioni, sessi; né, meno ancora, di età. Lo Spirito atterra e suscita, affanna e consola, come insegnò Alessandro Manzoni  (1785-1874) nelle Pentecoste, in Cinque maggio e poi nella parabola di Renzo e Lucia. La Provvidenza non agisce né su invocazioni o raccomandazioni, ma per imperscrutabili disegni indifferenti all'età anagrafica e agli effetti collaterali. Come le apparizioni mariane, che solitamente privilegiarono bambini (da Lourdes a Fatima e oltre), ma a volte folgorarono anziani. Perciò è davvero infantile chi pretende credito e piazze d'onore in omaggio alla giovane età. Chi vuole spazio e/o potere, piccolo o grande, se lo deve conquistare con le unghie e coi denti, non con il certificato di nascita.
  Quando a 43 anni divenne capo di stato maggiore dell'Esercito spagnolo, il generale Francisco Franco y Bahamonde constatava con amarezza che a 33 Alessandro il Grande era già morto, dopo aver conquistato l'impero persiano, visitato il tempio di Ammone in Egitto e avviata la civiltà ellenistica. Anche l'ambiziosissimo Caio Giulio Cesare dovette mordere il freno sino a 41 anni, quando ebbe mano libera per sottomettere la Gallia e conquistare il potere supremo su Roma: una via lastricata di cadaveri, sino al suo stesso, pugnalato dai congiurati in Senato, sotto la statua del rivale Pompeo.
  Alla sommità del comando i giovanissimi arrivarono solo per successione dinastica, e con esiti non sempre felici. Cleopatra Filopatore affiancò bambina il fratello Tolomeo XII, dodicenne faraone d'Egitto. Pochi anni dopo sedusse Cesare e, di seguito, Marco Antonio. Ebbe più influenza da anziana (e ormai bruttina) che da adolescente. Federico II di Svevia (1194-1250) divenne re di Sicilia a 14 anni e Sacro Romano Imperatore a 26: carica che gli spettava da quando nel 1197 morì suo padre, il crudelissimo Enrico VI. A intralciarlo era stato Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni), eletto papa a 38 anni. Fatto adulto dall'orrore, Federico II, Stupor Mundi, vide il Mediterraneo dalla Sicilia anziché dalla Germania e volle farne un mare di competizione tra culture anziché un abisso di guerre atroci e velenose. Precocissimi talvolta furono anche molti Vicari di Cristo: a parte Giovanni XI, figlio della celebre o famigerata Marozia e di papa Sergio III, e Giovanni XII, eletto pontefice intorno ai 16 anni (ma si era prima dell'Anno Mille), Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, fu cardinale a 18 anni e papa a 38. Non capì bene la Protesta di Martin Lutero (1517). In rotta  con Michelangelo Buonarroti, si concentrava sui capolavori di Raffaello Sanzio. Lo Spirito soffiava altrove...
  A spianare l'ascesa di giovani homines novi, cioè non incardinati nel potere per diritto ereditario, solo le grandi rivoluzioni: non però quelle sempre annunciate ma mai attuate (è il caso italiano, bloccato da una Costituzione che ricorda il baccalà: puzza anche da rigido), bensì quelle che non risparmiano il sangue. L'impiego della violenza segna la differenza profonda tra la guerra d'indipendenza degli Stati Uniti d'America, guidata da un anziano signore come George Washington (1732-1799), comandante supremo all'ormai rispettabile età di 45 anni, e quella di Francia, che nel 1789 travolse il trentacinquenne Luigi XVI. Di anno in anno, dalle stragi del settembre 1792 al Terrore seguente, il potere passò nelle mani di giovani sempre più giovani. Il trentunenne Robespierre venne incalzato da Saint-Just, di dieci anni minore: una deriva bloccata da vecchi saggi, come l'abate Siéyès (1748-1836) e Barras (1755-1829), che, previo colpo di stato, ghigliottinarono i giacobini e fecero leva sul ventottenne Napoleone Buonaparte, che in quattro anni passò da comandante dell'Armata d'Italia a Primo Console, in altri quattro divenne imperatore, cinque anni dopo impalmò la figlia dell'imperatore d'Austria e duellò con lo zar di Russia, Alessandro I (1777-1825), un altro giovane, per di più visionario. Per stare sul trono Napoleone ebbe la lungimiranza di circondarsi, sì, di coetanei eroici e scapestrati, come Murat, ma anche di statisti fatti saggi dall'esperienza, come Maurice Talleyrand di Périgord, già vescovo, poi rivoluzionario, ministro degli Esteri con lui, con Luigi XVIII e poi con Luigi Filippo. Un grande Conservatore, come l'Arcicancelliere dell'Impero Cambacérès: facevano.
 Lo Spirito soffia dove vuole. E' il Tempo. Come i vecchi, i giovani hanno diritto solo a quanto si conquistano, senza chiedere permesso né dire grazie. Vale per la politica, le armi, le lettere e le arti e le scienze. Il genio non conosce età. Vittorio Emanuele II salì sul trono nel 1849. Aveva 29 anni e non si lasciò impressionare da chi, come Mazzini (1805-1872) a 27 anni aveva fondato la Giovine Italia escludendone chi avesse più di 40 anni e dunque ormai ne aveva 45 e quindi sopravviveva a se stesso. Apprezzò invece Garibaldi che a 50 mise la testa sul collo, acquistò una parte di Caprera, vi allevò animali, andava a pesca e cospirò all'insegna “Italia e Vittorio Emanuele”: Longevo (per i tempi) e prolifico anche in età avanzata, badò alla concretezza. Sventolare la giovinezza come carta di credito è puerile. C'è sempre uno più indietro cogli anni. Se si dovesse scegliere una classe dirigente con quel criterio si finirebbe con bambini e rimbambiti e, quando il cerchio si chiude, con vecchi malvissuti. Sono corsi e ricorsi ben noti a chi sente il Vento dalla tolda della Storia, sa che al comando occorre un timoniere esperto e che tra i marosi la rotta non si rimette continuamente  ai voti. 

 Aldo A. Mola
DATA: 15.01.2014


RACCONIGI: L’ORA PRESENTE DI UN REAL CASTELLO

RACCONIGI: L’ORA PRESENTE DI UN REAL CASTELLO    Nel mese di gennaio 2014 un gruppo di ragazzi dell’U.M.I. di Lecco sono andati a visitare il Castello di Racconigi. Pubblichiamo una breve riflessione del giovane Stefano Terenghi (classe 1991) dalal quale si evince una certa amarezza per la mancanza di risorse che potrebbero valorizzare (e far fruttare) un gioiello come quello che abbiamo il privilegio di avere a Racconigi.

Era scontato che, con il referendum del 1946, le residenze della Real Casa Italiana incastonate in quell’angolo d’Italia che noi chiamiamo Piemonte, sarebbero state “relegate” a pura merce turistica, svuotate e prive del loro significato costruttivo.
Attirati dalla curiosità di visitare i luoghi cari alla dinastia e nell’occasione del 110° anniversario della nascita di Re Umberto II, noi giovani monarchici della “delegazione” U.M.I. Lecco ci siamo recati a visitare il Reale Castello di Racconigi; residenza cara a molti Sovrani di Sardegna (tra cui Carlo Alberto) e ai Re d’Italia: qui, infatti, il 15 Settembre 1904 nacque il Re Umberto II.
Non vi racconto la visita perché non riuscirei a rendere l’idea della complessità e della bellezza del luogo, ma voglio soffermarmi su un dato certo e sicuro: la residenza rischia la decadenza; marmi che si frantumano, tappezzerie lacerate e cadenti, crepe nei saloni. All’interno del castello non è più possibile fare una visita guidata poiché a causa della “spending rewiew” regionale, il personale addetto alle guide è stato “dirottato” su altri siti turistici. Attualmente la visita alla residenza, viene fatta dal custode il quale accompagna i visitatori, silenziosamente, verso le sale.
Penso che in nessun Paese, retto da un Re o da una repubblica, un gioiello di tale splendore (Inserito nel patrimonio UNESCO) venga abbandonato e lasciato “al suo destino”; mi sovviene l’esempio Inglese in cui alcuni Castelli Reali, non più utilizzati dalla Famiglia Reale, sono mantenuti con rigore, rispetto e cura o ancora in Russia dove, nonostante le tragiche vicende del secolo scorso, i palazzi e le residenze imperiali sono state mantenute in ordine e curate esteticamente! Solo l’Italia, la terra della perfezione artistica, si permette di abbandonare i suoi punti fermi, i suoi “mattoni” in cui essa è stata ideata e costruita. In ultimo vorrei lanciare una “provocazione”: Andate numerosi a visitare il castello e, come noi senza timore, esibite il glorioso vessillo d’Italia in tutti i suoi ambienti, fondetevi con la residenza per far rinascere la nostra amata Patria.
  Stefano Terenghi, U.M.I. Lecco

RACCONIGI: L’ORA PRESENTE DI UN REAL CASTELLO
I giovani monarchici Andrea Zacchigna e Stefano Terenghi rendono omaggio al monumento dedicato al Re Umberto II. Nella foto sopra la Bandiera del Regno, portata dai giovani U.M.I., sulle scalinate del Castello di Racconigi.
DATA: 17.01.2014

VIVA L’ITALIA ORA PIU’ CHE MAI 

Risorgimento   Ieri sera mi sono imbattuto nell’ennesimo post provocatorio su uno dei tanti social network. Zeppo di scortesie verso i Piemontesi che oggi sono considerati i colpevoli di tutti i mali italici in quanto protagonisti non secondari del Risorgimento il quale viene visto, da masse rancorose, come una sciagura e non più come l’unico “collante nazionale” rimasto a tenerci insieme. A Venezia si è elimintaa la piazza dedicata al generale Farini ed un gruppo di simpaticoni scrivono al capo dello stato invocando la revoca dell’Ordine Militare d’Italia dimenticando che Farini ebbe l’Ordine Militare di Savoia. Da tempo il malessere, le sciagure, le difficoltà di una parte del paese cercavano qualcuno o qualcosa cui dare la colpa per far dimenticare decenni di assistenzialismo selvaggio, di cattiva gestione della cosa pubblica a tutti i livelli e di ruberie generalizzate cui la politica non è stata affatto estranea. Alle leggende del Risorgimento si è creduto utile sostituirne altre più becere e meschine per gridare che prima andava tutto bene  poi s’è fatta l’Italia e sono iniziati i guai. Prima tutto era Bengodi poi vennero “li Piemontesi”. Una vulgata così banale da attribuire al Conte di Cavour dichiarazioni mai fatte, inganno facilmente smascherabile dato il linguaggio moderno tutt’altro che forbito, spacciando foto di vittime del dramma dell’Olocausto per prigionieri del secolo precedente e così via. Cui prodest? A chi giova? Forse a qualche scribacchino? Forse a chi finalmente ha trovato qualcuno da maledire per non riconoscere che siamo tutti colpevoli, come popolo, di non avere l’onesta e la moralità di molti popoli europei? Di aver sfruttato lo stato come gallina dalle uova d’oro per decenni (cassa del mezzogiorno, falsi invalidi, sussidi Inps truffa, etc.. etc.. da Treviso a Messina senza distinzioni territoriali) senza ritegno sapendo di far del male al paese tutto? Siamo allo stremo delle forze, l’Italia è sempre più moribonda, il sistema non è in grado di dare risposte ed i politici (altro utile capro espiatorio su cui scaricare le proprie frustrazioni approfittando della loro palese inettitudine) propongono riforme di fantasia che sfiorano il ridicolo e l’inutilità, l’Europa ci sorveglia dalla torretta con il mitra spianato e noi? Noi non siamo popolo, unito e concorde per guardare al domani. Noi no! Noi ci affidiamo ai populisti ed hai demagoghi d’ogni genere, noi esportiamo il secessionismo da Nord a Sud, noi invochiamo un inutile “tutti a casa” e così via. Io sarò un miserabile illuso ma resto testardamente italiano perché dividerci in mille rivoli litigiosi non ha utilità! Già Garibaldi nel 1848, secondo lo storico britannico Smith, sosteneva che “Gli italiani avevano troppo egoismo personale individuale e troppo poco amore per il loro paese”. La radice di tutti i mali è decisamente datata e ci fu un tempo in cui una bandiera stemmata dai tre colori si dimostrò un discreto farmaco curativo certo non fu la panacea ma scaldò i cuori. Oggi mentre c’è chi insulta Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele io invece di gridare insulti preferisco scandire a voce ben alta le parole vergate dal nipote del primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, nel 1947, in esilio in Egitto: Viva l’Italia ORA più che mai!!!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 17.01.2014

UN RITRATTO DI S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA

UN RITRATTO DI S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA

   S.A.R. la Principessa Maria Gabiella di Savoia, terzogenita del Re Umberto II e della Regina Maria José, per complimentarsi con Sergio Boschiero e manifestare il proprio apprezzamento per il Calendario Reale 2014, ha inviato all'U.M.I. un simpatico biglietto con una Sua fotografia che la ritrae in compagnia dei fidi cani Tania, Totò, Chiprie, Lora e Rowena. Un modo originale per dimostrare il grande amore verso gli amici a quattro zampe della Principessa.
DATA: 15.01.2014

LUNEDI 20 GENNAIO, ORE 12.30, CARMINE PASSALACQUA INTERVISTATO DA RADIO-VOCE-SPAZIO DI ALESSANDRIA

LUNEDì 20 GENNAIO, ORE 12.30, CARMINE PASSALACQUA INTERVISTATO DA RADIO-VOCE-SPAZIO DI ALESSANDRIA   Lunedì 20 gennaio, alle ore 12.30 nel corso del programma radiofonico "RVS Al Vivavoce", approfondimento della radio RadioVoceSpazio, il Responsabile dell'Unione Monarchica Italiana di Alessandria Carmine Passalacqua verrà intervistato sull'essere monarchici oggi. Nell'intervista Passalacqua spazierà dalla storia di Casa Savoia alle popolari monarchie europee, dando un'immagine a 360° del panorama monarchico internazionale.
La trasmissione verrà trasmessa in replica sempre lunedì alle ore 19.30.
E' possibile ascoltare l'iantervista dal sito internet www.radiovocespazio.it
DATA: 15.01.2014

PIU' TRICOLORE, MA VERAMENTE ITALIANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 12/02/2014

          “Non volevo fare la scimmia della Francia”. Così, sotto tortura papalina, Giambattista (Giò) De Rolandis (1774-1796), nativo di Castellalfero (Asti), spiegò perché per le coccarde degl'insorgenti contro il cardinal-legato pontificio dominante Bologna avesse ideato il tricolore verde, bianco e rosso anziché innalzare quello francese. La libertà doveva nascere italiana, non come brutta copia di una caotica rivoluzione altrui. De Rolandis  e Luigi Zamboni, di poco più anziano, erano studenti universitari. Scoperti, tentarono la fuga, furono arrestati. Il 18 agosto 1795 Zamboni morì strozzato in una cella nella quale non stava neppure in piedi. De Rolandis, previe sevizie orrende e l'evirazione, fu impiccato alla Montagnola il 23 aprile 1796. Per affrettarne la morte, il boia maldestro gli saltò sulle spalle. Liberata la città dal governo pontificio, il tricolore venne adottato dal Senato di Bologna il 28 ottobre 1796. Quello deliberato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 fu dunque il terzo. Contrariamente al motto, la terza non fu buona. A proporlo, infatti, fu il romagnolo Giuseppe Compagnoni (1754-1833), ex ecclesiastico, già autore della falsa Corrispondenza segreta  del Conte di Cagliostro (1791) e ripetitore nel Collegio della Viola che ospitò De Rolandis.  All'arrivo dei francesi depose l'abito talare, fece il giacobino a tempo pieno e pubblicò il periodico Mercurio d'Italia (Mercurio, come noto, è il dio dei ladri). Quando irruppero gli austro-russi riparò a Parigi e vi inventò le Veglie del Tasso, dai critici creduloni accolte come autentiche e tradotte in varie lingue. Dopo  il crollo dei franco-napoleonici tornò nella vigna del signore,come attesta il certificato di morte.
  Benché già osannato dal Regime fascista e, con speciale solennità, persino da Giorgio Napolitano il 7 gennaio 2011, che lo concelebrò con Alberto Melloni,elogiatore dei giacobini, il tricolore vero non è  affatto quello francodipendente  proposto a Reggio Emilia da Giuseppe Compagnoni, prete che fece il triplo gioco. Il Tricolore italiano non è la stanca imitazione di quello inventato a Parigi, quando i rivoluzionari fusero il bianco dei Borbone con i colori della Città. Semmai e quello che, trasmesso da un patriota all'altro, venne infine scelto per bandiera nazionale da Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, il 23 marzo 1848. Ma scimmiottare la Francia, patria di giacobinismo e Terrore, è un morbo antico, inguaribile. Francesco De Sanctis donò agli italiani la coscienza della propria identità attraverso la storia della loro letteratura; Giosue Carducci insegnò la lingua italiana;  Giovanni Pascoli fu campione della latinità. Ma spesso e volentieri gli italioti hanno scelto di farsi dire solo dall'estero se e quanto siano bravi. Per essere davvero all'avanguardia bisogna abbeverarsi alla Senna anziché al Tevere. Così fecero  i Liberi Pensatori che francodiretti tennero il loro congresso mondiale a Roma il 20 settembre 1904, come narra  Luca Tedesco in Col solo lume della ragione (Unicopli Ed.). Alcune celebrità oggi dimenticate (Ferdinand Buisson, Ernst Haeckel,  Angelica Balabanoff, Giuseppe Sergi,Luigi Fabbri..) affrescarono su pareti inesistenti i loro motti e levarono al cielo inni e canti, speculari a quelli dei clericali più fanatici. All'inaugurazione i congressisti erano tremila. L'ultimo giorno i trecento residui salirono sul Palatino col cestino della merenda liberopensata. S'affacciarono sul Foro e sul Colosseo. Non notarono che c'è anche l'Arco di Costantino. La data non poteva essere scelta peggio. Il 15 era nato a Racconigi Umberto di Savoia, principe ereditario. La Camera del Lavoro di Milano proclamò lo sciopero generale espropriatore, ispirato da Georges Sorel. Il presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, Giovanni Giolitti, lasciò fare ma garantì l'ordine. Il fuoco di paglia si sarebbe spento da sé. Il 20 rogò in Racconigi l'atto di nascita del principe ereditario. Poco dopo  la Camera fu sciolta. Alle urne stravinsero i moderati. Vennero eletti i primi tre deputati cattolici.
L'Italia più pensante dei liberi pensatori fece quadrato. Al ministro della giustizia che indulgeva a ventilare l'introduzione del divorzio Giolitti intimò di non parlarne più, pena le dimissioni, perché non era in programma. Il governo aveva una voce unica: quella del presidente, uno Statista circondato da uomini eroici, come il napoletano Pietro Rosano. Bersaglio di uno scandalo artificioso, Rosano scrisse a Giolitti di salutare  per lui i colleghi ministri da una settimana e si sparò, per troncare sul nascere la miserabile manfrina dei “democratici duri e puri”, dei socialisti ottusi e dei giacobini, sia  facinorosi, sia miti, che attaccando lui volevano affossare le grandi riforme. Il vezzo di prendere a modello Franza o Spagna, niente affatto nuovo, perdura e si aggrava. Eppure sappiamo come finì Zapatero e vediamo come va Hollande, entrambi dalla fronte inutilmente spaziosa. Moltiplicare ed enfatizzare sul loro esempio proposte strambe e inattuali comporterebbe di impantanare l'Italia in dispute su temi circoscritti dalla cintola in giù, risolubili senza chiasso, mentre il Paese ha  un obiettivo urgente: non sprofondare nel Mediterraneo. Vi giacciono tanti caduti che lo sognarono Mare Nostrum, faro di libertà, non precluso ad altri ma garantito dalle leggi e, quando necessario, governato con forza. Senza retorica, sarebbe il caso che, risparmiando su fatui fuochi d'artificio, i comuni rivieraschi ogni anniversario della morte di Giambattista De Rolandis affidassero alle onde un lumino e una coccarda tricolore a ricordo di chi dette la vita affinché l'Italia fosse unita,  indipendente, terra di uomini liberi, non di...Compagnoni. 

 Aldo A. Mola
DATA: 15.01.2014

SABATO 11 GENNAIO, ORE 17.30, ALESSANDRO SACCHI INCONTRA I MONARCHICI PRESSO LA SEDE NAZIONALE

Monarchici: Alessandro Sacchi, Sergio Boschiero e Davide Colombo   Nel pomeriggio di oggi, sabato 11 gennaio 2014, alle ore 17.30 presso la sede nazionale di via Riccardo Grazioli Lante 15/A in Roma, i massimi vertici dell'U.M.I. incontreranno iscritti amici e simpatizzanti in un incontro informale finalizzato a parlare dei progetti futuri dell'Associazione. Il 2014 si preannuncia come un anno alquanto impegnativo e ricco di eventi che vedranno un imponente dipsiegamento di forze monarchiche su tutto il territorio nazionale. Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Davide Colombo, in compagnia del Presidente onorario Sergio Boschiero, saranno a disposizione dei monarchici per raccogliere proposte e scambiare opinioni. L'incontro sarà altresì occasione per cominciare con entusiasmo questo nuovo anno. L'evento è aperto a tutti.
DATA: 11.01.2014

SALVE PIEMONTE!

Piemonte   Così recitava un passo d'una celebre poesia del Carducci. E vien da dire non solo "salve Piemonte" ma soprattutto "addio Italia!" perché l'odierno annullamento delle elezioni regionali piemontesi è solo l'ultima di una lunga serie di fallimenti di questa seconda repubblica che affannosamente tenta di raggiungere un'ipotetica terza. Non bastavano gli assedi di una parte ormai snervata della popolazione sotto Palazzo Lascaris, non bastava la violenza della crisi economica anche sulle impresi piemontesi, non bastava il degrado generale delle città e dei paesi della regione (un po' per inciviltà di chi le abita ed un po' per le ridotte possibilità delle amministrazioni locali) e non bastavano i mille problemi che, come una zavorra, hanno bloccato una terra severa e generosa come quella piemontese. L'etica è del tutto scomparsa nella regione che ha dato i natali ai più importanti politici dell'Italia risorgimentale e postunitaria. L'Italia dei Cavour e dei Giolitti giusto per citarne due dei più importanti! Ormai la politica è interesse particolare, è egoismo, è arricchimento personale e soprattutto la totale incapacità di mettere in campo azioni concrete per il benessere comune e per garantire un briciolo di giustizia sociale. A primavera, dunque, torneremo al voto ed a rieleggere il governatore della regione ed il consiglio regionale ma poi? Cosa cambierà in un Italia in cui i consigli regionali sono pozzi senza fondo in cui sguazza il malaffare multicolore e bipartisan? Cancelliamo le provincie, le quali hanno radici secolari più volte ricordate anche da grandi storici, mentre nei palazzi del potere collocati nei capoluoghi ci si abbuffa in antistoriche ed innaturali "laute mense" volute qualche decennio fa per spartire le poltrone. Ieri il Lazio, oggi il Piemonte e domani chissà a chi toccherà. E mentre in quest'ultimo si tornano a spendere milioni di euro di gente ormai stremata altri si sfregano le mani pensando al seggio cui ambiscono. La gente muore, si suicida, si deprime e soffre. La politica fa il suo corso lontana dalle strade e dai cantieri dove domina lo sconforto e dove vince, sempre più, la paura del domani. Quando torneranno l'etica e la moralità in Italia? Quando riavremo statisti degni di questo nome a Torino, Roma od ogni altro angolo della nostra bella Italia? Forse quando il vecchio e mai dimenticato tricolore risorgimentale tornerà a sventolare ed accarezzare i cuori della gente!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 10.01.2014

IN RICORDO DEL RE VITTORIO EMANUELE II - 9 Gennaio 1878

Vittorio Emanuele II   Sabaudo Genio oggi si spense.
Padre dell’Italiana gente, fratello e figlio di ognun’uno, riposa.
Sotto la Vostra alta Maestà il grido di angoscia si trasforma in gioia, canti d’onore acclamano il Vostro passaggio!
Galantuomo d’Italia, Principe d’intelletto siete per Noi; la Vostra fortuna arride a chi vi osserva, esempio limpido di virtù governative.
Dal cavallo candido di un incontro fuggente, la Patria pianse e nacque! Divino cavaliere che dall’alta Corte scendeste, spezzate avete infinite dogane! La discesa vittoriosa in un Paese strano è stata ristoro e allegria delle genti.
Noi cari figli del Regno, popoli sparsi che sotto Voi hanno trovato unione, inchiniamo la fronte al viaggio eterno.
Musicanti e compositori hanno tessuto a Voi lodi, novello Cesare di un nuovo Regno.
A Voi Religione e Stato hanno sciolto l’arco, dardo di fuoco trafisse di Vittoria e Presenza il settimo suolo.  
Roma, Urbe eccelsa, che accogli le mortali Sue spoglie, desta gli animi e risveglia il cuore di chi dimenticar non Vuole.
Infine Tu, alma città in cui Lui nacque, Torino delle Alpi infibular sul petto il glorioso tricolore devi! Nel tuo senso rinascere ancora la parola “Risorgimento” deve.

Stefano Terenghi, U.M.I. Lecco
DATA: 09.01.2014

LA CRISI DELLE MONARCHIE SOLERTEMENTE EVIDENZIATA DAI GIORNALI ITALIANI

Corriere della Sera Infanta Cristina di Spagna   Leggendo la prima pagina del Corriere della Sera di oggi, mercoledì 8 gennaio 2014, ho subito notato la foto dell’infanta di Spagna Cristina, secondogenita del Re Juan Carlos, e del marito Iñaki Urdangarín che capeggiava centrale sulla copertina. A fianco il titolo “La Spagna sotto choc per le accuse all’Infanta”. All’interno un articolo su due pagine in cui si riprendeva l’ormai annosa questione sollevata dal giudice Castro su una presunta evasione fiscale operata dal Duca di Palma di Maiorca, aiutato dalla regal consorte. Questa è la terza volta che viene sollevato il polverone sulla vicenda e staremo a vedere se si concluderà al pari delle altre due volte con un nulla di fatto. Però l’articolo descrive la coppia reale come avvezza alla truffa e protetta da un presunto “scudo dell’Infanta”. Il TG2 delle ore 13.00 ha fatto un articolato servizio dove, partendo dalla vicenda, si è passati ad analizzare la presunta impopolarità del Re Juan Carlos, il vivo consiglio di abdicare a favore del Principe Felipe e parole a profusione sulla crisi della Monarchia Spagnola, con riferimenti a gossip di bassa lega. Preoccupato per la questione mi sono precipitato su internet a guardare le versioni on line dei principali quotidiani spagnoli, temendo che la Spagna fosse davvero sotto choc come sosteneva il Corrierone. Parto dall’ABC, mio quotidiano spagnolo di riferimento, e vedo che la notizia viene data in una sezione speciale sul Caso Nóos (il nome della società sotto accusa). Cronaca dei fatti con molti approfondimenti, ma non sembra che il Paese iberico sia particolarmente traumatizzato dall’evento come avevo temuto dai media italiani. Vado anche sul sito del quotidiano “El Pais” dove la notizia viene data come quarta, dopo il dibattito sull’aborto ed altre questioni interne, e con un editoriale, mentre sul sito de “El Mundo” (che nell’edizione cartacea di ieri aveva dedicato la prima pagina) abbiamo esattamente lo stesso trattamento. Giustamente i quotidiani spagnoli se ne occupano e danno il giusto spazio ma è in Italia che una faccenda, senz’altro brutta che mette sotto accusa due membri della Famiglia Reale, è stata eccessivamente evidenziata. Come mai tutto questo interesse per le Monarchie solo quando attraversano un momento di crisi? Non si è riusciti a trattenere l’entusiasmo per la floridissima Monarchia Inglese ma per le altre Monarchie europee (dieci in tutto) gli eventi positivi passano sempre sotto tono quando se ne parla. E sì che di materiale ce ne sarebbe a iosa. C’è una macabra ricerca dello scandalo che fa scadere certo giornalismo quasi in pettegolezzo. Staremo a vedere come andrà a finire la faccenda spagnola, confidando che la Giustizia faccia il suo corso come è già successo due volte. In effetti l’evasione fiscale è un orribile reato. Stiamo forse meglio noi in questa repubblica dove Presidente è stato chiamato a testimoniare per i rapporti Stato-Mafia ed è riuscito a far segretare le intercettazioni che lo vedevano coinvolto? Non lo so, ma credo sia meglio concentraci sulle popolarità delle Monarchie mondiali, modello d’esempio e di rispetto civile.
 Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
DATA: 08.01.2014

ANNO ZERO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 05/01/2014

       Quando comincia l'Anno? Ad accomodarsi impiega un giorno. E quando inizia il Secolo? Se la prende ancora più comoda, perché Seclum (o Saeculum) significa passaggio da una generazione all'altra, un tempo di durata indeterminata, la cesura tra un “poi” e un “prima”, che viene segato via. Tanti, come Publio Virgilio Marone, sognarono che dopo i secoli bui arrivi quello della Luce, il Novus Ordo, annuncio di pace perpetua. Anche oggi a ogni avvento di Secolo molti si attendono requie eterna sin dalla vita terrena. Sarebbe la “fine  della Storia”, perché, come ricorda la cantilena antica ispirata da Eraclito, “Si volta il foglio, si vede la guerra...”. Malgrado le illusioni e a tacere dei tempi andati, da mezzo millennio ogni Secolo nuovo ha partorito mostri. Dopo un ventennio di conflitti, nel 1517 il Cinquecento partorì la Protesta di Martin Lutero: germe di due secoli di guerre fratricide tra sedicenti cristiani. Il Seicento la prese più lunga, ma si rifece abbondantemente con la Guerra dei Trent'anni, dal 1618 al 1648: una catastrofe che rese la Germania un tronco vuoto e rinsecchito, peggio che nel 1945. Il Settecento esordì con la prima delle tre Guerre di Successione (1700-1748), seguite dalla Guerra dei Sette anni (1757-1763): un conflitto  mondiale, combattuto non solo in Europa ma dalle Americhe all'India. Diverso fu l'Ottocento. Dopo i vent'anni delle guerre franco-napoleoniche (1792-1815), aprì il Secolo della Pace, durato dal Congresso di Vienna alla conflagrazione europea dell'agosto 1914. L'Europa era uscita da vent'anni di battaglie senza quartiere, quasi cinque milioni di morti. Se nella guerra dei Sette Anni i Russi erano arrivati a Berlino e nel 1799  avevano invaso la pianura padana,  nel 1814 irruppero in Francia ed entrarono in Parigi, ove furono gettate le basi della grande pacificazione: il trattato di Chaumont, quello di Parigi e infine la pace di Vienna del giugno 1815. L'Europa era stremata. Meglio galere e patiboli per i politicamente scorretti che altre guerre, rovine, morti. 
   La Restaurazione ebbe molti volti. Segnò il ritorno delle dinastie sui troni perduti. Fu l'utopia della Santa Alleanza ideata da Alessandro I, zar di tutte le Russie, suggestionato dalla mistica Barbara von Krudener, ma niente più che “un greco  del Basso Impero” secondo Napoleone il Grande. La Restaurazione si accompagnò al ristabilimento della Compagnia di Gesù, dalla Roma di Pio VII alla Spagna di Fernando VII il Desiderato (ne scrivono José Antonio Ferrer Benimeli e Manuel Revuelta Gonzales in due libri suggestivi: maite@ grupocomunicacionloyola.com). Per l'Italia essa comportò il nuovo dominio degli Asburgo d'Austria da Venezia e Milano a Firenze, sorretti dal clero. Chi non era morto (il tirannicida Vittorio Alfieri) e non era disposto al servaggio (come il voltagabbana Vincenzo Monti) scelse l'esilio o si batté nelle trincee delle società segrete (Carboneria e Massoneria: da Federico Confalonieri a Giandomenico Romagnosi, Pietro Colletta...: insomma il meglio della cultura) e, non potendolo fare in Italia, si sacrificò per l'indipendenza dei greci e le libertà costituzionali in Spagna, Portogallo e nelle Americhe. La Restaurazione divise le famiglie: i figli liberali dai padri reazionari (fu il caso di Prospero e Cesare Balbo); uno  dall'altro fratello. Nel 1815 Silvio Pellico trionfò a Milano con la rappresentazione della Francesca da Rimini. Cinque anni dopo fu arrestato, condannato alla forca e deportato allo Spielberg, in Moravia. Non aveva fatto male a una mosca. Era solo entrato in Carboneria che per lui era sinonimo di fratellanza nella libertà. Suo fratello, Francesco, gesuita, assurse tra gli Scrittori della “Civiltà Cattolica”. Altrettanto avvenne in casa Tapparelli d'Azeglio:  Roberto, erede del titolo, fu liberale; il cavaliere Massimo, politico geniale, fu anche un poco libertino; Prospero (entrato nella Compagnia col nome di Luigi) fu gesuita.
Secolo della pace, dunque, sotto tutela del concerto delle grandi potenze fondata sui Congressi (i G8 dell'epoca) e sugli accordi tra le polizie segrete di Stati divisi in tutto tranne che nella lotta contro la libertà di stampa e, ancor più, contro quella di pensare e di far circolare le idee, la Santa Alleanza mirò alla cancellazione della memoria. I veterani di Napoleone dovevano dimenticare, anzi vergognarsi, di aver vinto a Marengo, Austerlitz, Jena, Wagram, Friedland... sino a Borodino. Invece dovevano ricordare la Beresina, Lipsia e  Waterloo. In Italia i patrioti non potevano rimpiangere il Proclama di Rimini lanciato da Gioacchino Murat per l'unione contro lo straniero e plaudito da Alessandro Manzoni né indignarsi per proditoria fucilazione del re di Napoli a Pizzo di Calabria. Tra guerre circoscritte, moti, insurrezioni, ventate rivoluzionarie, la nascita dell'Italia unita e indipendente (al modico prezzo di conflitti brevi tra il 1848 e il 1870), la Pace resse e sembrava potesse davvero durare a tempo indeterminato, tanto più dopo il regolamento di conti fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d'America (la feroce guerra del 1812-1813, con l'incendio di Washington e la vittoria britannica sugli americani a Crysler's Farm presso Detroit), la rivoluzione dell'America Latina contro Madrid e Lisbona e la dilatazione degli imperi coloniali.
Ma altro ancora, e di diverso segno, registrò il biennio sanguinoso. Nel 1813 Stephenson sperimentò la locomotiva a vapore. L'anno dopo Fulton varò il primo battello a vapore. Entrambi suscitarono l'indignazione degli ambientalisti ottusi. Era l'alba della Grande Illusione: il connubio tra conservazione politica e benessere, tra immobilismo dogmatico e progresso scientifico (ideologicamente neutro?). Però l'intreccio tra  assolutismo politico e riforme economiche non si risolse in conciliazione e rimase sterile. Lo si vide dalla repentina soppressione  proprio del “Conciliatore”, la rivista  che a Milano fuse romanticismo e pragmatismo. Un secolo dopo, tra fine Otto e primo Novecento, i buoni sentimenti regnavano sovrani: Olimpiadi, Esposizioni Universali (da Parigi a San Francisco), Esperanto, Premi Nobel e non solo per scienze e letteratura (ne ha scritto, e bene, Enrico Tiozzo per l'editore Aragno) ma anche per la pace, Corte dell'Aja, congressi del Libero Pensiero... Trionfavano le “magnifiche sorti e progressive” sprezzate dall'amaro Giacomo Leopardi nella Ginestra. Come ricorda  Florian Illies in 1913. L'anno prima della tempesta (Ed. Marsilio), a fine dicembre 1913 la rivista di moda femminile “Die Welt der Frau” pubblicò una poesiola che recitava: “Della guerra mondiale la melodia/funesta risuoni sempre più lontana”. Pochi mesi dopo l'incantesimo si ruppe. Come nel 1517, nel 1618, nel 1700, nel  1792-1815...La storia fa il suo corso. Imprevedibile. Indomabile. Tra i giri di walzer del secolo della pace e la Danza macabra la distanza risultò più breve di quanto immaginassero utopisti e Cancellerie. La linea ascendente verso la sognata pace perpetua si spezzò in segmenti discontinui e il mondo tornò all'anno zero. Forse non fu l'ultima volta: perché il suo corso dipende in parte dagli uomini, in parte da eventi imperscrutabili. Lo insegna Kali, che, ornata di collana e gonnellino di teschi umani, sprigiona vita, ma a prezzo della morte. 
 Aldo A. Mola
DATA: 04.01.2013

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