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CIRCOLO REX: PANARITI SI È OCCUPATO DELLE DONNE DURANTE IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE

CIRCOLO REX: PANARITI SI È OCCUPATO DELLE DONNE DURANTE IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE   Domenica 7 febbraio 2015, nell'ambito del 68° ciclo di conferenze del Circolo Rex, il presidente emerito del sodalizio, l'Avv. Benito Panariti, ha parlato di “Donne italiane nella grande guerra”. L'argomento, per quanto fondamentale non solo da un punto di vista storico ma soprattutto sociale, viene spesso tralasciato dalla storiografia e l'Avv. Panariti ha svolto una meritoria opera trattando questo tema. L'appuntamento, come di consueto, si è aperto con l'esecuzione della marcia reale italiana e dell'inno sardo, seguito della lettura da parte dell'Ing. Domenico Giglio, Presidente del circolo Rex, di un messaggio che il Re Umberto II inviò ai parlamentari iscritti all'Unione Monarchica Italiana nel 1966.
Panariti, con la classe e la pacatezza che lo contraddistinguono, ha iniziato il suo discorso ricordando che nel Sacrario militare di Redipuglia vi sono sepolti centomila soldati italiani e una sola donna che simbolicamente rappresenta le diecimila partite per il fronte: Margherita Kaiser Parodi, crocerossina presso la terza Armata, morta durante un bombardamento e decorata al Valore Militare. Panariti ha asserito che quello era un conflitto di soli uomini nel quale alle donne era stato voluto serbare un ruolo secondario. A quei tempi si pretendeva l'inferiorità della donna, relegata unicamente al ruolo di una madre subordinata al capo famiglia. Nel giugno del 1915 ci si rese conto di quanto furono gravi le necessità di una guerra e si fece molto affidamento sul Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa, che avevano nella Regina Elena un modello d'esempio. La Regina infatti volle trasformare il Quirinale nel primo ospedale da campo e riservò alla Duchessa d'Aosta il ruolo di ispettrice nazionale della Croce Rossa. Il mondo maschilista di allora venne sconvolto perché ci si rese conto dell'importanza fondamentale delle donne, non solo sui campi di battaglia come crocerossine, ma nella vita civile dove le donne, per necessità dovettero sostituire gli uomini occupati al fronte. L'esempio della Regina esortò le donne a prendere parte attivamente alla vita del paese che portò ad uno sconvolgimento sociale e all'affermazione di nuovi costumi. Anche se lontane dal fronte le donne lavoravano per la Patria, arrivando addirittura ad entrare nelle fabbriche, nei negozi, a guidare i mezzi pubblici.
Sul fronte invece la crocerossina era stata catapultata in un mondo a lei sconosciuto nel quale si è dovuta arrangiare da sola. Furono ben 44 le crocerossine morte durante il servizio e 3 vennero fatte prigioniere.
Panariti ha ricordato anche la figura delle Portatrici carniche, donne che sul confine orientale si riempivano la gerla di munizioni e andavano a rifornire i soldati dove i mezzi non potevano arrivare. Spesso mosse dalla fame e dalla disperazione, per una lira e cinquanta (l'equivalente di 4 euro odierni), sfidavano il fuoco nemico e portavano munizioni e conforto ai nostri soldati. È stata ricordata Maria Plozner Mentil, uccisa da un cecchino austriaco mentre si fermò per una breve pausa mentre trasportava una gerla pesantissima. A tutte le Portatrici carniche venne conferita la croce di Vittorio Veneto per il lavoro insostituibile che portarono a compimento.
Panariti ha voluto dedicare l'incontro a tutte quelle donne che si sono sacrificate per l'Italia e che non hanno avuto mai nemmeno un monumento.
All'appuntamento ha partecipato il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, accompagnato dalla responsabile cultura Erina Russo de Caro, che ha ringraziato l'Avv. Panariti a nome di tutte le donne dell'U.M.I., dal presidente regionale Campania Giannandrea Lombardo di Cumia e dal consigliere nazionale Roberto Carotti. Presenti anche la Sig.ra Maria Satta dell'Associazione Amici del Montenegro e il Sen. Domenico Fisichella, oltre a molti monarchici.
Nella foto l'Avv. Benito Panariti con Erina Russo de Caro.
DATA: 08.02.2016

AUGURI AL DUCA GIANNANDREA LOMBARDO DI CUMIA PER LA NASCITA DEL NIPOTE

AUGURI AL DUCA GIANNANDREA LOMBARDO DI CUMIA PER LA NASCITA DEL NIPOTE   Domenica 7 febbraio 2015, all'appuntamento del Circolo REX con l'Avv. Benito Panariti, abbiamo trovato il Duca Giannandrea Lombardo di Cumia, presidente regionale della campania dell'Unione Monarchica Italiana, particolarmente  felice. Ci ha comunicato, con somma gioia, che nella notte precedente è venuto alla luce il figlio di suo figlio Marcello, al quale è stato dato il nome di Giannandrea junior.
 È il primo nipote maschio che porta il nome di Lombardo di Cumia, gli altri nipoti del duca sono figli delle figlie, quindi il titolo verrà tramandato negli anni. Al caro Duca, monarchico di provata fede, vanno i più sentiti auguri da parte di tutta l'Associazione.
Nella foto il Duca Giannadrea Lombardo di Cumia con l'Avv. Benito Panariti, il Consigliere naz. UMI Dott. Roberto Carotti e il Segretario nazionale UMI Davide Colombo.
DATA: 08.02.2016

ANCHE I MONARCHICI SPINGONO PER IL RECUPERO DI VILLA PRETAROLI

Articolo pubblicato sul quotidiano "La Città", inserto provinciale di Teramo de "Il resto del Carlino" di  venerdì 5 febbraio 2016, pag, 17

ANCHE I MONARCHICI SPINGONO PER IL RECUPERO DI VILLA PRETAROLI
   Silvi – anche per i monarchici il recupero di Villa Pretaroli a Silvi Marina è urgente e necessario. Dopo l’articolo pubblicato ieri sulle pagine del nostro quotidiano, a dare il suo contributo alla causa è Berardo Tassoni, “Villa Pretaroli potrebbe ridare, assieme al salvataggio del pochissimo rimasto del passato silvarolo, un’idea permanente della marina di Silvi di un tempo e anche di quella futura – afferma il Presidente regionale dell’UMI Tassoni – basterebbe che il sindaco facesse sua l’iniziativa del giornalista Federico de Carolis.  Condivido in toto quanto affermato nell’articolo e aggiungo che dopo un decennio anche io non me la sono sentita più di rimanere in via Dante e ho venduto l’appartamento. Scempi di ogni genere, costruzioni impersonali ammassate con orrido gusto, non mi hanno fatto identificare più con quella che era “la marina per le vacanze” e che non è neppure diventata “degli affari”- aggiunge - Solo una coraggiosa iniziativa d’identità potrà salvare Silva Marina dal diventare definitivamente un’appendice periferica di Pescara.
DATA: 05.02.2016
   
ALESSANDRIA: UN SONDAGGIO PER DEDICARE IL PONTE SUL TANARO A FRANCESCA CALVO

Mafalda di Savoia Alessandria   Ci teniamo a segnalare l’iniziativa del quotidiano alessandrino “Il Piccolo” il quale ha lanciato un sondaggio per fare scegliere ai propri lettori i nomi a cui potrebbero essere intitolati il teatro comunale e il ponte sul fiume Tanaro. Siamo felici nel vedere che attualmente, per la scelta del nome del ponte, al secondo posto ci sia il nome di Francesca Calvo, l’ex sindaco di Alessandria, prematuramente scomparsa, che ha governato dal 1993 al 2002. Francesca Calvo è stato un sindaco amatissimo e che ha affrontato con maestria il drammatico evento dell’alluvione che sconvolse la città nel 1994. In occasione della scomparsa della Regina Maria José il 27 Gennaio 2001 la Calvo fece osservare una settimana di lutto con esposizione delle bandiere ufficiali Tricolore Europea e Regione Piemonte a mezza asta listate a lutto ed invio di Corona di fiori ai funerali ad Hautecombe con tre Vigili urbani di picchetto e due Assessori Paolo Bobbio e Manuela Ulandi.
Durante il suo mandato il 27 maggio 2001, grazie all’iniziativa di Carmine Passalacqua, Alessandria dedicò una piazza, con uno splendido monumento, alla Principessa Mafalda di Savoia alla presenza di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia e la nipote della martire di Buchenwald, S.A.R. la Principessa Mafalda d’Assia. Sergio Boschiero fu l’oratore ufficiale dell’evento.
Oltre al grande valore politico della Calvo, al bel ricordo lasciato negli alessandrini per il suo buon Governo, per la memoria di una grande donna che ci ha lasciati troppo presto, saremmo felici che la città la ricordasse con un’opera simbolica quale è il ponte sul Tanaro, evidente ricordo e monito dei drammi causati dalla piena delle acque.
Invitiamo pertanto gli amici alessandrini e chiunque abbia a cuore il ricordo si un Sindaco che è stato così importante anche per noi, a scrivere al Piccolo una mail ( direttore@ilpiccolo.net ), entro le ore 12 di giovedì 11 febbraio, indicando l’intenzione di dedicare il ponte a Francesca Calvo nell’ambito del sondaggio indetto dalla testata.
DATA: 05.02.2016
   
FILATELIA: ANCHE IL MONTENEGRO HA DEDICATO UN FRANCOBOLLO ALLA REGINA ELENA

FILATELIA: ANCHE IL MONTENEGRO DEDICA UN FRANCOBOLLO ALLA REGINA ELENA   Anche se con un po' di ritardo abbiamo scoperto che nel 2013 il Montenegro ha dedicato un francobollo all'amatissima  Regina Elena. La stampa ripropone un celebre ritratto della seconda Regina d'Italia, sormontata dalla scritta "Elena di Savoia".
    Nello stato balcanico è molto vivo il culto della Regina Elena poiché, con le sua nozze celebrate a Roma il 24 ottobre 1896 con l'allora Principe di Napoli Vittorio Emanuele (futuro Re Vittorio Emanuele III), il piccolo stato balzò agli onori della cronaca internazionale per l'interesse della notizia.
    L'Italia nel 2002, in occasione dei 50 anni della scomparsa della Regina Elena, emise un francobollo a lei dedicato che contribuì alla raccolta di fondi per la ricerca contro i tumori al seno. Il francobollo montenegrino riprende lo stesso ritratto della Sovrana utilizzato 11 anni prima dalle Poste Italiane, grazie all'allora Ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri, su proposta di Sergio Boschiero.
    Proponiamo la fotografia del francobollo montenegrino.
DATA: 05.02.2016


RICORDO DEL DUCA D'AOSTA, EROE DELL' AMBA ALAGI, MORTO IN PRIGIONIA IL 3 MARZO 1942

RICORDO DEL DUCA D'AOSTA, EROE DELL' AMBA ALAGI, MORTO IN PRIGIONIA IL 3 MARZO 1942
   Monumento ad Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta e Viceré d'Etiopia (Torino 1898 - Nairobi 1942).
   Si erge a Gorizia  presso l'Aeroporto militare. Il monumento, opera di Paolo Caccia Dominioni, alto 5 metri, in travertino, raffigura il Duca e Viceré in divisa da aviatore col volto rivolto verso l'Africa.
   Fu inaugurato nel 1962 alla presenza del Presidente della Repubblica Antonio Segni e di S.A.R. Anna di Francia, Duchessa d'Aosta Vedova e già Viceregina d'Etiopia.
   La figura di Amedeo è circondata da 10 cippi che rievocano le imprese militari del Duca di Ferro.
DATA: 05.02.2016
   
PORTA A PORTA: L’ITALIA RECLAMA IL SUO “PRIMO SOLDATO”

PORTA A PORTA: L’ITALIA RECLAMA IL SUO “PRIMO SOLDATO” Maria Gabriella di Savoia   L’educatissimo Bruno Vespa ci sta abituando bene. Di nuovo, nella tarda serata di giovedì 28 gennaio, le celebri porte del salotto di “Porta a Porta” si sono schiuse per accogliere S.A.R. Maria Gabriella di Savoia.
    Il rimpatrio delle salme dei Sovrani sepolti all’estero, in particolare di Vittorio Emanuele III ed Elena, è stato il tema di quello che è sembrato più un colloquio amichevole che un’intervista, fatto di ricordi, curiosità, sorrisi ed emozioni, e concluso da Vespa con un commovente «grazie Altezza», degno di un gran signore quale egli è.
    Come già aveva fatto per il rientro dall’esilio dei signori Vittorio E. ed Emanuele F., anche per questa battaglia di civiltà, pacificazione e carità cristiana, Bruno Vespa ha prestato la sua voce e il suo celebre programma a vantaggio sì di Casa Savoia, ma soprattutto dell’Italia, della dignità d’Italia.
    Com’è stato ricordato nel corso della puntata, quella per il rimpatrio e la degna sepoltura dei nostri ultimi due Monarchi – per ora – e delle loro consorti, è una campagna che ha visto impegnati in campo in formazione armonica e compatta sì la Principessa, oltre che il Duca di Savoia, ma anche l’Unione Monarchica Italiana che da anni da il suo significativo contributo, anzi indispensabile, concretamente ed efficacemente rappresentato, come reso noto durante la trasmissione, dalla lettera indirizzata, sempre allo scopo di cui sopra, al presidente del consiglio Renzi.
    Il trasferimento della salma di Vittorio Emanuele III è un dovere che si è reso ancora più stringente a causa dell’avanzata delle milizie islamiche – che di islamico hanno veramente poco – le quali danno a ferro e fuoco ogni Chiesa Cristiana nella quale si imbattono durante la loro barbara marcia sanguinaria – dimentichi che nel Corano i Cristiani sono detti i migliori amici nella fede dei musulmani. I resti del Re Soldato, che riposano nella Cattedrale di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto, rischiano ogni giorno sempre più di essere profanati e distrutti, e questo l’Italia non lo vuole e non lo può permettere. Detti resti devono al più presto, questo l’appello della Principessa, di Vespa e ovviamente dell’U.M.I., trovare degna sepoltura; la domanda che sorge quindi spontanea è: “Dove?”.
    La posizione dell’U.M.I., com’è stato precisato durante la trasmissione, è chiarissima: il Pantheon. Tale Tempio fu designato dal comune di Roma, in occasione della morte del Padre della Patria Vittorio Emanuele II, quale luogo di
PORTA A PORTA: L’ITALIA RECLAMA IL SUO “PRIMO SOLDATO” sepoltura dei Sovrani d’Italia; tuttavia la Principessa, mossa a questo suo appello principalmente da ragioni di carattere affettivo, ha precisato che al limite anche Torino andrebbe bene, la cosa fondamentale è che i resti tornino in Patria il prima possibile.
    Degni di nota sono stati i vari servizi nei quali, pur per sommi capi ma in modo splendido ed efficace, sono stati delineati i tratti dei due Sovrani e del Loro servizio svolto per il bene del Paese. Finalmente dopo anni di oscurantismo, menzogne di regime ed anche atti vandalici, viene alla luce la verità che finalmente raggiunge gli italiani attraverso una trasmissione di tanto prestigio quale appunto “Porta a Porta”. Quanto ai contenuti, il consiglio spassionato è quello di prendere visione direttamente della puntata: un riassunto inevitabilmente comporterebbe la perdita di qualche elemento importante, e non sarebbe certo cosa buona vista la qualità dei servizi.
    È bello e molto soddisfacente, soprattutto per chi milita nell’U.M.I. e si batte da anni per questa ed altre battaglie, ma anche per tutti gli altri soci, oltre che per ogni buon italiano, vedere che una lotta di civiltà portata avanti con le armi della diplomazia dell’educazione e del rispetto può essere vinta. È bello e infonde molta speranza, soprattutto in noi giovani, renderci conto che in questa nostra Italia, prostrata e umiliata da oramai settant’anni di mal governo repubblicano, si può ancora combattere per un ideale e vincere, pur restando dei galantuomini, sull’esempio del nostro Re Umberto, definito proprio dallo stesso Vespa un vero galantuomo, anche quando ad opporcisi sono soggetti tutt’altro che galanti – e a volte viene anche il dubbio che siano veri uomini.
    L’U.M.I., più volte citata nel corso della serata, continuerà a sostenere sempre ogni tipo di iniziativa a favore dell’Italia e della Monarchia; sempre accanto alla Famiglia Reale, sempre pronta e fedele ma soprattutto sempre ispirata al principio trasmesso da Re Umberto, «L’Italia innanzi tutto!», e noi giovani ci saremo sempre!
    Speriamo che questa povera repubblichina, che nasconde la gloriosa tradizione e la grande cultura d’Italia davanti al “moderato ” Rouhani – e se oltre duemila condanne a morte, eseguite durante la sua presidenza, sono indice di moderazione… - abbia il coraggio di ridare dignità alla Patria restituendole uno dei suoi più grandi Sovrani, e magari di ritrovarne un po’ della propria, ammesso che ne abbia mai avuta, facendo un passo indietro e lasciando la guida del Paese ad altri Uomini e ad altre Istituzioni.
    Viva il Re Soldato! Viva l’Italia!

DATA: 30.01.2016

VITERBO: INCONTRO SULLA VITA DI GIOVANNINO GUARESCHI

Davide Colombo, Danila Annesi e Marco FerrazzoliNell'ambito degli eventi culturali promossi dalla Prof.ssa Danila Annesi e dalla Dott.ssa Virginia Pellegrini Pacchiani, sabato 15 gennaio 2016 si è tenuto, presso il Caffé Letterario di Viterbo, un incontro sulla splendida figura di Giovannino Guareschi. Relatore uno dei più importanti studiosi e appassionati del giornalista emiliano: il Prof. Marco Ferrazzoli, Capo Ufficio Stampa del CNR, Docente presso l'Università di Roma Tor Vergata, giornalista e scrittore, già autore di diversi libri su Guareschi tra cui “Non solo Don Camillo. L'intellettuale civile Giovannino Guareschi” ed. L'Uomo Libero (2009).
L'incontro è stato aperto dalla Preside Annesi la quale ha presentato l'ospite ed ha letto una mail di Albertino Guareschi, il figlio di Giovannino, che esprimeva i migliori auguri per la riuscita dell'incontro, impossibilitato a parteciparvi.
Il Prof. Ferrazzoli ha fatto proiettare un video in cui erano contenuti vari spezzoni di filmati riguardanti Guareschi, da un'intervista allo stesso Giovannino ad alcuni contributi di Indro Montanelli e Miriam Mafai, oltre a degli estratti dei film Don Camillo.
Ferrazzoli ha sottolineato come Guareschi rappresenti il più eclatante paradosso della politica italiana in quanto popolarissimo, con oltre venti milioni di copie di libri vendute, ma sempre snobbato dagli addetti ai lavori e dagli intellettuali. Oltretutto fu il primo e unico giornalista italiano a finire in galera per quello che scrisse, in seguito alla condanna per vilipendio al Capo dello Stato (la famosa vignetta con i Corazzieri-bottiglie di Nebiolo di Einaudi) e per il processo farsa per la pubblicazione di due lettere firmate da Alcide De Gasperi in cui il “trentino prestato all'Italia” avrebbe chiesto agli alleati di bombardare Roma per ottenere una sollevazione popolare più motivata.VITERBO: INCONTRO SULLA VITA DI GIOVANNINO GUARESCHI
Ferrazzoli ha poi tracciato una breve ma esaustiva biografia di Guareschi, dagli inizi della carriera giornalistica alla scomparsa, soffermandosi sulla terribile esperienza nel campo di concentramento, sull'importanza assunta dalla propaganda di Guareschi nella campagna elettorale del 1948 (determinanti furono due suoi manifesti elettorali per evitare che il blocco comunista vincesse),  e sull'esperienza alla guida del Candido, caso editoriale unico nella storia italiana.
Ovviamente Ferrazzoli si è occupato della fede monarchica di Guareschi che lo ha sempre caratterizzato, anche autoritraendosi nelle vignette con la bandiera sabauda.
L'incontro si è concluso con un vivace dibattito in cui il Prof. Ferrazzoli ha risposto alle numerose domande degli intervenuti.
All'appuntamento era presente il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, il Sen. Ferdinando Signorelli, il Gen. B. Nicola Tauro, Presidente dell'Associazione Nazionale Amici della Scuola di Artiglieria, il consigliere comunale di Viterbo Gianmaria Santucci, il Presidente dell'Associazione “Tuscia Dialettale” Franco Giuliani, il Prof. Aldo Quadrani del Circolo Monarchico della Tuscia e il Prof. Ferdinando Petri.
DATA: 16.01.2016

A LEZIONE DI CIVILTÀ  DALLA RUSSIA

Amedeo di Savoia, Porta a Porta   La nostra bella, bruna, elegante e amata Italia si fa dare ripetizioni di civiltà niente meno che … da un orso: la cara Russia.
Nella tarda serata di ieri, l’accogliente salotto di “Porta a Porta” ha ospitato niente meno che Sua Altezza Imperiale il Granduca Georgij Michajlovich Romanov, principe ereditario della dinastia che per oltre tre secoli ha governato la Russia, facendone uno degli Imperi più vasti e potenti del mondo. Accanto a lui, tra i vari ospiti, un altro erede, anzi Capo, di una non meno illustre Famiglia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia Duca di Savoia, che ha arricchito la trasmissione con preziose note circa la genealogia delle due illustri Famiglie e con la sua classe e simpatia; ovviamente non poteva mancare S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, nota per il suo amore e la sua conoscenza della storia, di Casa Savoia e non solo.
Protagonista della puntata è stato il Granduca, molto popolare e amato in Patria, che per la prima volta è comparso sugli schermi degli italiani, oltre che alla presenza del Duca di Savoia che, pur conoscendolo, ha ammesso di aver incontrato questo suo cugino per la prima volta proprio ieri. Potrei azzardare a definirlo la versione russa del “nostro” Aimone: giovane, con un’ottima educazione che gli ha permesso di assumere incarichi di prestigio e responsabilità e grande amante e conoscitore della propria Terra (nella quale attualmente non vive stabilmente) e della propria
Maria Gabriella di Savoia a Porta a Porta Famiglia, alle quali si sente onorato di appartenere.
Dopo la caduta del comunismo era di vitale importanza per la Russia rinascere e protendersi verso il futuro, ma per crescere forte e rigogliosa ogni pianta necessita di solide e ben piantate radici, che con buona pace di Carlo Azelio Ciampi, non possono essere recise, pena l’inevitabile rovina –come noi purtroppo possiamo ben testimoniare. Tali radici non potevano che essere quelle della Monarchia dei Romanov, che nemmeno i decenni di sanguinaria dittatura hanno potuto estirpare. Eltsin prima e Putin poi hanno saputo recuperare e valorizzare il passato incancellabile e glorioso della loro Patria, non certo senza fatica: riabilitare la Famiglia Romanov e l’ultimo Zar Nicola II, barbaramente massacrati dalla vile malvagità bolscevica, ha richiesto ai due presidenti il grande sforzo di fare i conti con un passato a dir poco torbido, e soprattutto di chiedere perdono per quanto accaduto. Indelebili nella storia resteranno le immagini di Eltsin che si inchina sulla tomba dell’ultima Famiglia Imperiale russa, interamente canonizzata dalla Chiesa Ortodossa Russa; e di Putin che si inginocchia nel porgere un omaggio floreale innanzi ad un monumento allo Zar Alessandro I, demolito sotto il comunismo e restaurato oggi come moltissimi altri in tutto il Paese.
La Russia ci insegna, e questo è stato ripetuto più volte nel corso della serata, che il proprio passato non va dimenticato anzi va ricordato e valorizzato in nome della pacificazione nazionale e del rispetto, per poter anche permettere a ogni donna e uomo, specialmente ai giovani, di poter comprendere chi sono, da dove vengono e dove andranno.
Amedeo e Romaniv a Porta a PortaCurioso che l’Italia plauda e guardi con ammirazione a tali prove di civiltà senza provare imbarazzo.
Io l’ho provato e con me certamente ogni italiano che udendo tanti bei discorsi su rispetto, memoria, pacificazione nazionale…vedendo la figlia ed il successore di Re Umberto II, ha rivolto il pensiero a quei quattro nostri Sovrani e Compatrioti che riposano in terra straniera. È mai possibile che ad oggi un Paese civile come il nostro non possa fare i conti con il proprio passato, riconoscere i propri errori e porre rimedio dando degna sepoltura a Persone che come poche ci rendono orgoglioso di dirci Italiani?
Vittorio Emanuele III, il Re di Vittorio Veneto, che ci ha dato la nostra amata Italia finalmente Unita; esempio di abnegazione per il bene supremo della Patria, che ha sempre rispettato le Leggi dello Stato, senza se e senza ma. Elena, che dire di questa Regina straordinaria: sposa, madre, cristiana e donna esemplare, una vera Italiana; “Rosa d’oro della cristianità” e “Serva di Dio”. Di Umberto II cosa si potrebbe dire, tanto forse troppo, ma mi limiterò a questo: un Signore.
Questi italiani rappresentano modelli preziosi per i noi giovani d’oggi, come pure lo sono per i russi lo Zar Nicola e la sua Famiglia.
Nel servizio dedicato alla figura dell’Imperatore, eccellente per quanto concerne le immagini e i filmati, egli viene presentato come uomo di grandi sentimenti, ma “grigio” e “privo d’intelligenza”; una ricostruzione degna di un celebre personaggio italo-elvetico di Maurizio Crozza. Che Nicola fosse un uomo buono, gentile e amabilissimo lo testimoniano il grande affetto dei suoi figli, della moglie Alessandra e di ogni persona che l’abbia conosciuto, persino i suoi carcerieri, quasi dei lupi ammansiti dalla bontà di un San Francesco russo. Circa la sua indubbia intelligenza, basti pensare alle conferenze internazionali di pace da lui indette, all’istituzione della corte dell’Aja, al programma di russificazione e scolarizzazione del multietnico popolo russo, alla protezione delle minoranze etniche e religiose quali ebrei e italiani cattolici di Crimea, ecc. Inoltre quale difensore delle tradizioni, della religione, insomma dell’identità russa, rappresenta degnamente quanto di buono va conservato e valorizzato della storia russa, indispensabile perché il Paese possa proiettarsi verso il futuro; un futuro nel quale speriamo di vedere S.A.I. Georgij Romanov occupare il posto che gli spetta sul Trono degli Zar di Tutte le Russie.
Come monarchico e come italiano auspico che la “nostra” classe politica sappia compiere quel gesto di civiltà, rispetto, pacificazione nazionale e carità cristiana che oramai da troppo tempo Casa Savoia e l’Italia attendono: il rimpatrio e la degna sepoltura, con tutti gli onori dovuti, dei Sovrani che riposano all’estero.
Vedremo se i rappresentanti di questa malandata e arrancante repubblica, sapranno essere dotati della stessa dignità e rispetto dei loro colleghi russi, e non solo russi.
DATA: 14.01.2016
   
NUOVO ANNO: LA STORIA CHE RITORNA, TRA BUONI PROPOSITI E SPERANZE DI PACE

   Chissà quali saranno i maggiori propositi e le maggiori speranze espresse da noi italiani che vorremmo si realizzassero con il nuovo anno. In prevalenza, forse, saranno tutte quelle che contribuiranno a far si che il 2016 si trasformi in un anno di pace e di prosperità. Una prosperità, che di questi tempi, per molti di noi, significa soprattutto sperare di trovare un lavoro sicuro. Ma l’augurio e la speranza di vivere un anno di pace, non dovrebbe escludere l’augurio di vivere in pace anche con nostra Madre Natura. Un buon proposito per il nuovo anno, dunque, dovrebbe essere anche quello di riconciliarci con i nostri paesaggi dove viviamo, e provare ad inquinare un po’ di meno rispetto all’anno appena trascorso, anche se, come sappiamo bene, solo una strategia politica a livello globale potrà salvare il pianeta da un declino altrimenti inevitabile. In questi primi giorni del 2016 quindi, non disdegniamo di augurare ai nostri parenti e ai nostri amici anche: “Pace con il creato”. Ma è soprattutto a causa degli attentati di Parigi del novembre scorso, perpetrati da un inumano terrorismo islamico (ammesso che esista un terrorismo umano), che oggi, la speranza che il nuovo anno sia un anno di pace, assume il significato più sentito per la maggioranza della nostra comunità, e non solo della nostra. In realtà però, l’augurare e lo sperare di vivere in un mondo senza guerre di tipo militare, rappresenta si, un’aspettativa positiva e di speranza per tutti noi, ma nello stesso tempo essa rappresenta anche un’utopia. Infatti, essendo noi esseri umani dei peccatori, siamo condannati a voler soddisfare i nostri interessi, le nostre bramosie di potere e i nostri istinti a discapito degli altri, entrando in questo modo in conflitto con noi stessi e con il resto dell’umanità. Ad aggravare questo stato di cose, va aggiunta, a mio avviso, l’incapacità dei Capi di Stato (repubblicani) e di Governo, di fungersi mediatori di interessi legittimi diversi o contrapposti. La storia del mondo infatti è zeppa di guerre e di atrocità causate dalla smania di potere, ed è altrettanto zeppa di Governanti che non svolgono un ruolo di garanzia e di terzietà rispetto alla contesa legittima di interessi economicamente rilevanti, ma anzi, li si vedono sempre più spesso incarnarsi in parte di essi. Le violenze verificatisi a Parigi lo scorso 13 novembre sono nulla, ad esempio, rispetto a quelle che si verificarono nel lontano 1571 nel nostro mediterraneo. A quel tempo la cristiana repubblica di Venezia viveva un periodo di prosperità nel commercio marittimo, ed era seconda solo alla Monarchia spagnola quanto a traffici  via mare. I possedimenti di alcune isole nel mediterraneo da parte dei veneziani fu la scintilla che innescò la guerra tra l’Impero turco musulmano del sultano Selim II e la Lega Santa cristiana costituita da papa Pio V ma guidata da Don Giovanni d’Austria fratellastro di Re Filippo II di Spagna. L’Impero ottomano infatti infastidito dall’avere nel bel mezzo del proprio Impero dei possedimenti che appartenevano ai veneziani, decise di attaccare l’isola di Cipro e la città di Famagosta dove era Rettore il coraggioso veneziano Marcantonio Bragadin, il quale, dopo aver sostenuto una epica resistenza dovette arrendersi al forte esercito turco guidato dal generale Lala Mustafà. Ma nonostante l’onorevole resa del valoroso Reggente veneziano, egli fu giustiziato ugualmente dal generale ottomano nel modo più atroce. Gli fu tagliato il naso ed entrambe le orecchie, fu scuoiato vivo a partire dalla nuca, e la pelle staccatasi intatta dallo scheletro fu riempita di paglia, ricucita, issata sul pennone di una galea, e portata a Costantinopoli come macabro trofeo. Nel frattempo i veneziani, per voce del futuro Doge di Venezia Sebastiano Vernier, si appellarono al pontefice implorandolo di aiutarli a sconfiggere l’Impero turco, il quale era acerrimo nemico anche della Chiesa cattolica, e che ormai, sbarcato a Cipro, aveva raggiunto l’avamposto orientale della cristianità. Il Papa di allora, il piemontese Pio V, non perse tempo, e a sua volta si appellò al Re di Spagna Filippo II chiedendogli aiuto. Il cattolicissimo Re spagnolo, che aveva molti interessi nel mediterraneo (oltre ad averne anche in America), non disdegnò di perorare la causa cristiana, ed in breve tempo costituì un esercito con a capo il suo fratellastro Don Giovanni d’Austria il quale da Messina sarebbe dovuto partire alla volta del mediterraneo insieme agli altri eserciti cristiani andando a sfidare l’Impero ottomano. Anche il Duca di Savoia Emanuele Filiberto (detto Testa di ferro), infatti, che in quegli anni aveva fortificato e consolidato il suo Ducato, assecondò le richieste del Papa, inviando un suo esercito a bordo di alcune galee nella città siciliana di Messina in nome della santa alleanza cristiana. Il Papa inoltre poté contare anche sull’aiuto dell’esercito della repubblica di Genova, di quello del Granducato di Toscana, di quello del Ducato di Urbino e di quello dei Cavalieri di Malta. Il pontefice, a completamento della coalizione degli eserciti posti in essere, inviò a Messina una schiera di 12 galee guidate dal Comandante Marcantonio Colonna. Fu così che la Lega Santa si costituì. In un’isola della Grecia, a Lepanto, avvenne quella che sarà ricordata come l’ultima grande battaglia navale a remi della storia del mediterraneo,  e l’ultima battaglia navale combattuta con la tecnica dell’abbordaggio. Fu uno scontro epico, in una manciata di ore ci furono più di trentamila morti, ma sarà l’Impero ottomano ad avere la peggio. Pio V, che era stato il regista della costituzione della Lega Santa contro i turchi, ricevuta la notizia della vittoria, ringraziò il cielo ed in particolare la SS. Beata Vergine Maria, e alcuni prelati lo sentirono addirittura ripetere più volte con voce commossa un passo del Vangelo in onore del Comandante della Lega Santa vittoriosa Don Giovanni d’Austria, il quale recitava: “ Vi fu un uomo mandato da Dio, che si chiamava Giovanni”. Dal giorno della vittoria di Lepanto, il 7 ottobre 1571, il romano pontefice stabilì che quella doveva essere la data della festa del Rosario, quello a cui tutti i cristiani avevano pregato e chiesto la grazia affinché l’esercito della Lega Santa avesse avuto la meglio sulle armate turche. Inoltre, sempre per espresso volere del Papa, nelle litanie lauretane furono introdotte le parole: Maria auxilium christianorum ora pro nobis (Maria aiuto dei cristiani prega per noi). Quelle stesse parole che comparvero tre secoli più tardi, nel 1867, sull’architrave sotto il timpano del nuovo Santuario dedicato a Maria Ausiliatrice che fu edificato a Torino – Valdocco. Era la Chiesa di Don Giovanni Bosco, voluta e sostenuta anche dall’allora pontefice Pio IX, e che alla cerimonia della posa della prima pietra, due anni prima, aveva presenziato il futuro Re di Spagna Amedeo di Savoia- Aosta, secondogenito del padre della Patria Vittorio Emanuele II, e capostipite del ramo Aosta. E’ la storia che ritorna, quella di una dinastia, i Savoia, che intreccia le sue vicende storiche, tra guerre e paci, a quella della Chiesa cattolica apostolica romana.
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 14.01.2016
   
ALESSANDRO MELLA: “VIVA L'IMPERATORE!, VIVA L'ITALIA!”

Alessandro Mella VIVA L'IMPERATORE!, VIVA L'ITALIA!   Da metà gennaio 2016 è disponibile il saggio di Alessandro Mella “Viva l'Imperatore! Viva l'Italia!”, che, sulla scorta di ampia documentazione archivistica e iconografica, esplora le radici del Risorgimento, cioè il sentimento italiano nel ventennio napoleonico. L'opera esce mentre, nel bicentenario del Congresso di Vienna e della Restaurazione, torna  al centro dell'attenzione l'idea originaria di Patria una, indipendente e libera, maturata con grandi sacrifici dai tanti italiani che servirono in armi il regime franco-napoleonico. Giorno dopo giorno – documenta Mella  - essi percepirono la necessità della Nuova Italia. In cerca del Principe, dopo trent'anni di cospirazioni, condanne alla pena capitale, al carcere duro, all' esilio lo trovarono infine in Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, già Conte dell'Impero napoleonico, il re dello Statuto.
   Il volume è elogiativamente aperto da un inquadramento critico di Aldo A. Mola, presidente della Consulta dei Senatori del Regno, e dall'introduzione di Francesco Paolo Tronca, già Prefetto di Milano, ora Commissario al Comune di Roma, noto cultore del Risorgimento, specialmente di Giuseppe Garibaldi.
   L'Opera (pp.237, euro 15) è pubblicata dall' Editore Bastogi Libri (Roma)  nella collana “De Monàrchia”,con l'egida del Centro Europeo per lo studio dello Stato (Dronero-Cavour).
  Può essere richiesta all'Editore (Bastogi Libri, via Giacomo Caneva, 19, 00142, Roma - http://www.bastogilibri.it/index_1.html) o all'Autore (loc. Durio, n.3; 10070 San Carlo Canavese, Torino).
DATA: 11.01.2016
   
VITERBO, VENERDI' 15 GENNAIO: GIOVANNINO GUARESCHI, NON SOLO DON CAMILLO

Giovannino Guareschi bandiera"Giovannino Guareschi: non solo Don Camillo" costituirà il tema dell'incontro organizzato da Danila Annesi, in collaborazione con Virginia Pellegrini Pacchiani, e che si terrà il prossimo 15 Gennaio presso il CAFFE' LETTERARIO in via Garbini 59-Viterbo, con inizio alle ore 17.30.La figura intellettuale e politica di Guareschi, grande giornalista, scrittore, disegnatore ed umorista sarà presentata dal Dott. Marco Ferrazzoli, famoso giornalista, scrittore, Capo Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche, docente universitario, collaboratore di numerosi quotidiani e periodici e tanto altro ancora, ma soprattutto appassionato studioso di Giovannino Guareschi, sulla cui figura ha scritto i libri "Guareschi. L'eretico della risata"e ""Non solo Don Camillo. L'intellettuale civile Giovanni Guareschi"e pubblicata una lunga serie di articoli e relazioni. Nel corso dell'incontro, che sicuramente sarà reso piacevole anche dalla proiezione di inediti filmati, sarà ripercorso l'impegno giornalistico di Guareschi, dal Bertoldo al Candido, Borghese; la sua carriera di scrittore di opere tradotte e vendute (venti milioni di copie) in tutto il mondo: "Il destino si chiama Clotilde", "Diario Clandestino", "Lo Zibaldino", "Mondo Piccolo: Don Camillo"; il suo impegno politico ed il rapporto con il potere al quale mai si piegò e con il quale mai accettò compromessi, nel pieno rispetto della sua dignità personale ed onestà intellettuale. Di questo suo modo di essere e, conseguentemente, di agire, del suo incrollabile credo pagò le conseguenze, come la deportazione nei lager nazisti, il carcere nel 1953, ma soprattutto l'isolamento e l'incomprensione: è questo lo scotto, che oggi come allora, pagano le persone veramente "libere," capaci di pensare con la propria testa e di dire ciò che pensano, purtroppo ancora  una rarità. Giovannino Guareschi, sempre fedele ai suoi ideali di fervente cattolico e monarchico, morì solo: ai suoi funerali soltanto pochi amici giornalist, del tutto assente, invece,  come sempre quando si tratta di personaggi "scomodi", l'Italia isituzionale. Sicuramente, però, quello che avrà fatto piacere al nostro GRANDE intellettuale è l'essere stato accompagnato al cimitero dalla gente semplice tra cui visse e dalla bandiera con lo scudo sabaudo". Al termine della conferenza Danila Annesi e Virginia Pellegrini Pacchiani saluteranno gli intervenuti, offrendo loro un aperitivo.
DATA: 04.01.2016
 
NUOVO ANNO: GLI AUGURI DEL PRESIDENTE SACCHI AI MONARCHICI


NUOVO ANNO: GLI AUGURI DEL PRESIDENTE SACCHI AI MONARCHICI



    In occasione del nuovo anno, il Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi ha pensato di rivolgere un semplice ma sentito augurio a tutti gli iscritti dell'U.M.I. con un videomessaggio amatoriale.
        A quelli del presidente si aggiungono gli auguri di tutta la Dirigenza U.M.I. ai nostri cari visitatori.
        Buon anno!




DATA: 30.12.2015
   
CENTOVOCI: INTERVISTA TELEVISIVA AL PRESIDENTE SACCHI

CENTOVOCI: INTERVISTA TELEVISIVA AL PRESIDENTE SACCHI

    Il Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi è stato il protagonista di una puntata del programma televisivo "Centovoci", condotto dal giornalista Franco Tempesta sull'emittente televisiva Video Italia Puglia.
    In quasi mezz'ora di trasmissione sono stati affrontati i principali argomenti inerenti al monarchismo italiano.
    E' possibile rivedere lo speciale sul canale Youtube di Video Italia Puglia.


DATA: 18.12.2015
   
LA CORTE COSTITUZIONALE PROSSIMA ALLA PARALISI, LA PREOCCUPAZIONE DEI MONARCHICI

Corte Costituzionale    Esprimiamo la nostra preoccupazione perché uno degli Organi principali del meccanismo costituzionale della Repubblica italiana si trova prossimo allo stallo.
    La legge istitutiva della Corte Costituzionale  prevede che alle udienze debbano prendere parte almeno 11 componenti. Attualmente sono soltanto 12 ma il Presidente è gravemente infortunato e non può partecipare alle sedute.
    In caso di impedimento anche di un solo giudice l'attività della Suprema Corte sarà completamente paralizzata. Il senso dello Stato della classe dirigente repubblicana non ha permesso di arrivare alla nomina di altri componenti perché il Parlamento è limitato da interessi di parte.
    Auspichiamo che si giunga ad una soluzione rapida per evitare un ulteriore indebolimento delle Istituzioni.
    L’Italia innanzitutto.
Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.
    Roma, 15 dicembre 2015
 
DATA: 15.12.2015

TERAMO: IMBRATTATO IL BUSTO DEL PADRE DELLA PATRIA

A Teramo mani "ignote" hanno imbrattato il busto ritraente Vittorio Emanuele II. Pronta la risposta del Presidente regionale U.M.I. Prof. Berardo Tassoni, che è stata inviata a tutti i giornali locali. La proponiamo ai nostri lettori.

TERAMO: IMBRATTATO IL BUSTO DEL PADRE DELLA PATRIA    Caro Direttore, non Le trasmetto l'indignazione dell'U.M.I. aprutina che pure è tanta, ma una mia opinione  sull'Imbrattamento del Busto del Padre della Patria: Vittorio Emanuele II sito nel quadrilatero del Risorgimento in viale Mazzini. Di sicuro non è opera della banda degli "Sporcas"che imbratta impunita in molte vie della città . Si tratta di un vile gesto di chi ha voluto rispondere, sporcando con vernice il busto del Re, ai successi, oltre le attese, dei due convegni del 3 ottobre scorso che l'Unione Monarchca ha magnificamente organizzato uno presso la Sala consiliare del Comune di Teramo, stracolma per l'occasione con l'intervento di diversi politici di vari schieramenti e l'altro a Civitella del Tronto presso l'Hotel Fortezza, dopo la visita al Museo del Risorgimento, nella storica Fortezza borbonica, con vibrante accoglienza dei molti intervenuti da parte del Sindaco. Chi sporca si qualifica da solo e lo sporco si rimuove (sempre che al Comune se ne siano accorti), e la storia, come le idee, rimangono inamovibilmente al di sopra dei gesti teppistici o terroristici, invece i rifiuti tali rimangono anche quando sono individui!
Berardo Tassoni, Presidente regionale U.M.I. Abruzzo
DATA: 11.12.2015

L’INTEGRAZIONE CHE NON C’È 

    Nonostante i grandi occhiali scuri che era solita indossare, Oriana Fallaci, vide chiaro il futuro a Occidente. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 la scrittrice fiorentina fu l’unica, infatti, a predire cosa sarebbe accaduto, da lì a qualche anno, al mondo occidentale, se esso non avesse saputo contrastare l’inarrestabile ascesa del terrorismo islamico e del mondo islamico più in generale. In effetti, dopo circa quindici anni di attentati terroristici di matrice alqaedista, prima, e da parte dell’Isis, dopo, non possiamo che rendere omaggio alle felici intuizioni dell’autrice di “La rabbia e l’orgoglio”. Ma i fatti tragici di Parigi dello scorso 13 novembre, dimostrano  empiricamente, al di là di ogni preveggenza, anche il fallimento delle politiche di integrazione implementate dalle maggiori nazioni europee negli ultimi decenni, ma non solo. Se da una parte, infatti, le responsabilità della mancata integrazione delle popolazioni musulmane in Europa sembrano essere ad appannaggio degli Stati ospitanti, dall’altra però il popolo musulmano non sembra essere esente da colpe, anzi, si potrebbe forse affermare che per certi aspetti esso ne abbia addirittura di più degli Stati in cui esso dimora.  Non è forse vero, ad esempio, che sia in Francia, che in Inghilterra, gli immigrati  hanno creato dei veri e propri luoghi ghetto dove incontrarsi e magari ordire contro gli stessi Stati ospitanti? Va constatato, infatti, che quasi tutti i terroristi coinvolti nelle azioni dinamitarde nel centro di Parigi erano di nazionalità francese o cittadini belgi di terza o addirittura quarta generazione di origini musulmane, dunque, nati o residenti da tempo in Europa, e non immigrati appena sbarcati da chissà quale porto o transfughi da chissà quale Stato. A questo punto, quindi, bisognerà capire perché quei cittadini franco- belgi musulmani, autori di quegli efferati attentati al teatro Bataclan e agli altri locali parigini, hanno agito in quel modo contro quegli stessi cittadini europei. Una cosa è oramai appurata, fino al loro abbattimento, quei mussulmani non hanno condiviso i valori dei Paesi adottivi. Ma cosa potrebbe significare questo, che forse non sono bastate quattro generazioni di mussulmani presenti in Europa per far assimilare loro i nostri valori occidentali, o è soprattutto colpa di quei cittadini musulmani europei che non hanno voluto integrarsi ai popoli franco-belgi perché hanno preferito servire i loro valori e la loro religione? Tutti gli indizi sembrano portare in un’unica direzione, e cioè verso la tesi che sarebbero stati quei cittadini musulmani europei che non si sarebbero voluti integrare ai popoli franco-belgi. In realtà a confermare la tesi della loro “autoemarginazione aggressiva” sarebbe lo stesso Corano, basterebbe leggerlo infatti, per rendersi subito conto, che un musulmano non è integrabile in nessuna società che non sia quella musulmana, e del resto, questo, ce lo insegna anche la storia. Conosciamo tutti o quasi, infatti, grazie anche alle numerose trasmissioni televisive andate in onda in questi giorni, i valori principi dei precetti della dottrina islamica che regolano la vita quotidiana dei suoi fedeli, e comunque, anche la sola conoscenza superficiale di questi precetti sarebbero già sufficienti a farci comprendere le enormi differenze che ci sono tra noi e loro nell’approccio alla vita, nel considerare la donna, nella tolleranza, e nel modo di porsi agli altri. Solo facendo uso dell’ipocrita “politicamente corretto” che tanto piace ai benpensanti, queste diversità, potrebbero trasformarsi perfino in una risorsa per noi europei, se non fosse però che la realtà sia ben diversa da quella raccontataci dall’intellighènzia buonista di sinistra, e cioè che invece la dottrina islamica vorrebbe imporre a noi occidentali le sue regole e i suoi precetti, e per di più lo vorrebbe fare anche con l’uso della forza! Paradossalmente (ma non tanto), sembrerebbe  cioè che siano i musulmani ad aspettarsi che noi ci integrassimo a loro. Certo, si dice in giro, che la maggioranza dei musulmani nel mondo sarebbe di indole tendenzialmente moderata (chi li ha contati e in quale periodo storico sono stati contati?), ma essi, a mio avviso, se lo sono, lo sono per scelta propria perché hanno deciso di interpretare il Corano in maniera moderata, ma se domani invece decidessero di interpretarlo in maniera radicale? In conclusione, a mio avviso, per combattere il fondamentalismo islamico in Europa (quello proveniente dalla mala integrazione degli immigrati musulmani all’interno dei nostri Stati), volendo utilizzare una regola generale che possa servire a tutti i Governanti di tutte le nazioni europee, e che sia avulsa da qualsiasi logica religiosa, si potrebbe considerare l’idea di mettere nero su bianco, e quindi con apposite leggi, che quegli immigrati che si dimostrassero ostili nel farsi integrare dagli Stati ospitanti (sarà poi il legislatore ad elencare i vari casi in cui lo straniero o il cittadino naturalizzato dimostri palesemente la sua intenzione di contravvenire ai valori della Nazione europea ospitante), e quindi tutti coloro che si dimostrassero avversi nel sottostare alle regole dei su detti Paesi o dimostrassero altresì di non volerne rispettare le tradizioni, saranno condannati, appunto, in forza di legge, ad essere espulsi dai rispettivi territori nazionali. Perché come diceva la Fallaci: “Il rispetto verso chi è diverso da noi non passa attraverso la cancellazione della nostra identità”.
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 25.11.2015

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA,
DUCA DI SAVOIA E CAPO DELLA REAL CASA, PER ONORARE LE VITTIME DEGLI ATTENTATI TERRORISTICI DI PARIGI


SA.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA, DUCA DI SAVOIA E CAPO DELLA REAL CASA    Venuto meno il momento cruciale dell’orrore, costernato dai tragici eventi che hanno sconvolto Parigi, non solo, ma anche le coscienze di tutto il mondo civile, anche a nome della mia Famiglia, desidero rivolgere un riverente pensiero alle vittime innocenti di un terrorismo che non può trovare giustificazione.
    La mia Casa, da sempre, aperta al dialogo e al confronto per raggiungere gli scopi principi del vivere umano, non può non far sentire la sua voce per stigmatizzare questa realtà fuorviante, foriera di morte e distruzione che ottenebra la nostra civiltà ed il nostro vivere quotidiano.
    Da quando esiste il mondo, la malvagità umana è stata sempre sconfitta anche se, prima di raggiungere lo scopo, tante, troppe genti sono state immolate sull’altare del sacrificio per largire concordia e pacifica convivenza tra popoli di cultura, storia, tradizione e fedi diverse.
    Desidero esprimere l’auspicio che tutti i Governanti dei Paesi democratici, da subito, contribuiscano con il loro apporto a sconfiggere il terrorismo , non solo sul campo, ma soprattutto sul piano ideologico, per consentire alle generazioni future la certezza del diritto alla vita, alla prosperità, alla pace.
Amedeo
    da Castiglion Fibocchi, 19 novembre 2015.

DATA: 19.11.2015
   
ROMA, DOMENICA 22 NOVEMBRE: L'ING. GIGLIO RICORDERA' IL RE SOLDATO

Nel   Centenario   della  Grande   Guerra  -  1915 – 2015
Il  Presidente  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  Politica  REX
Dr. Ing. DOMENICO  GIGLIO
Domenico Giglio Circolo REX
Ricorderà    la    figura  di
“VITTORIO   EMANUELE  III -  RE   E   SOLDATO”
Domenica  22  novembre, ore  10,30, in  Roma , Sala  Uno  della
Casa  Salesiana  ,ingresso  Via   Marsala  42.
DATA: 19.11.2015

OSIMO: UNA VERGOGNA DELLA STORIA ITALIANA

OSIMO: UNA VERGOGNA DELLA STORIA ITALIANA    Il 14 novembre 2015 nella prestigiosa cornice di Palazzo Cusani, - Milano -  Sede  del Circolo di Presidio dell’Esercito – Comando Regione Lombardia – si è tenuto il Convegno organizzato dal  Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia per il quarantesimo anniversario del Trattato di Osimo, in collaborazione con l’UNUCI (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo)
Non era mai accaduto che uno Stato sovrano cedesse una parte del proprio territorio senza contropartite, ma è quanto avvenne con la rinuncia italiana alla sovranità sulla Zona “B” del mai costituito TLT (Territorio Libero di Trieste). Del pari, non era mai accaduto che le lunghe trattative segrete fossero state condotte, sempre da parte italiana, da funzionari estranei al mondo diplomatico.
Quello di Osimo fu un alto tradimento, reato perseguito dal Codice penale dell’epoca con la sanzione dell’ergastolo, ma venne approvato dai due rami del Parlamento con una larga maggioranza: a parte qualche caso personale di dissenso, i soli Gruppi che si espressero in senso contrario furono quelli del MSI (Movimento Sociale Italiano).
E’ facile comprendere, in tale ottica, come la vicenda di Osimo sia stata oggetto di un pervicace silenzio a livello politico, anche dopo l’avvento della Legge 30 marzo 2004 n. 92, istitutiva del Ricordo; e come la stessa storiografia abbia dedicato attenzioni quasi  marginali ad un evento obiettivamente traumatico.
Il Convegno di Milano ha voluto proporre all’attenzione di tutti la necessità di una maggiore consapevolezza critica sulle motivazioni e sulle conseguenze di Osimo, senza dire del clima da consorteria con cui si giunse, da parte italiana, all’approvazione parlamentare dell’opera governativa, e poi alla ratifica.
L’iniziativa. davanti ad un pubblico assai folto ed attento, con rappresentanze significative del mondo militare e di quello esule, nonché della società civile e della stampa, ha consentito di fare un punto aggiornato sulla storia di Osimo, creando una base certamente utile ad ulteriori approfondimenti critici ed alle riflessioni su un trattato internazionale le cui conseguenze sulla vita politica italiana si sarebbero protratte nel lungo termine.OSIMO: UNA VERGOGNA DELLA STORIA ITALIANA
I lavori iniziano con  i saluti di Romano Cramer de Albona, Segretario del Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, che ha voluto anche  ricordare la recente scomparsa, con un omaggio, alla Presidente del Movimento N.I.F.D. Prof.ssa Maria Renata Sequenzia – una vera e nobile Patriota italiana – Successivamente sono intervenuti il Col. Francesco Cosimato Direttore del Circolo Militare, del Gen. Giovanni Fantasia, Presidente dell’UNUCI – Sezione di Milano - della Prof.ssa Maria Dicorato, Esule da Fiume, e del Dr. Luciano Garibaldi nella sua duplice qualità di storico e di moderatore del Convegno, si sono tenute le relazioni di base da parte dell’On. Renzo de’ Vidovich e del Dr. Carlo Montani, che ha illustrato anche quella dell’Ambasciatore (A.R.) Gianfranco Giorgolo, impossibilitato ad intervenire. Anche l’Avv. Prof. Augusto Sinagra non ha potuto partecipare all’evento.
De’ Vidovich ha parlato della sua esperienza parlamentare all’epoca di Osimo, sottolineando come si fosse arrivati alla vigilia del trattato senza alcuna informazione preliminare, e come le sole opposizioni fossero state quelle della Destra, con la sola eccezione di alcuni deputati come l’istriano Giacomo Bologna (DC), la M.O. Luigi Durand de la Penne (PLI), ed il socialdemocratico Fiorentino Sullo.
Ha fatto seguito la sintesi della relazione Giorgolo, riguardante le premesse (Patto di Londra, trattati del primo dopoguerra, tensioni italo - jugoslave degli anni venti e successivo riavvicinamento, colpo di stato del 1941 e cambiamento di campo da parte di Belgrado, diktat del 10 febbraio 1947, contributo al ritorno dell’Italia a Trieste offerto dai Ragazzi del 1953, non a caso definiti quali “ultimi Martiri del Risorgimento”).
Nella sua relazione, Montani, anche con l’ausilio di una significativa documentazione iconografica, ha illustrato gli aspetti fondamentali di Osimo, nelle premesse e nelle matrici politiche, e poi negli effetti a medio e lungo termine, tutti di segno negativo, fatta eccezione per la mancata realizzazione della ZFIC (Zona Franca Industriale del Carso) che sarebbe stata un’autentica jattura per Trieste.
OSIMO: UNA VERGOGNA DELLA STORIA ITALIANAPoi, ha preso la parola il Dr. Francesco Gabrielli, che ha dato lettura di una comunicazione del padre Italo, Presidente “pro-tempore” dell’Unione degli Istriani all’epoca di Osimo, con particolare riguardo all’opera instancabile di opposizione, anche attraverso una miriade di appelli alla classe politica, ivi compresi tre Presidenti della Repubblica, sei Presidenti del Consiglio, una trentina di Ministri e tutti i parlamentari, generalmente senza risposta.
Ha fatto seguito un dibattito a cui hanno partecipato, fra gli altri, il Gen. Cesare Di Dato (sulla permanente validità degli ideali patriottici, anche in riferimento alla vicenda dei fucilieri di Marina sequestrati dall’India), la Prof.ssa Rossana Mondoni (sulle carenze spesso volute dell’insegnamento), la signora Laura Brussi (sulle scarse attenzioni per la memoria delle foibe anche nei cosiddetti viaggi di studio), ed  il Dr. Piero Sella, Direttore de “L’Uomo Libero” - anche in riferimento al proprio saggio “Latini e Slavi nell’Adriatico: storia di una pulizia etnica” - inserito nella cartella del Convegno assieme alle Relazioni di base, alla comunicazione di Gabrielli ed alla testimonianza di Francesco Avallone, figlio di un Infoibato (da cui emerge - tra l’altro - come l’ostracismo dato ai profughi in transito da Bologna non fosse stato un episodio circoscritto, bensì un fatto tristemente ricorrente).
Nell’intervento conclusivo, Romano Cramer, a commento della “cupidigia di servilismo” manifestata con particolare enfasi nel 1947 e nel 1975, ha proposto due documenti, rispettivamente del 31 marzo 1943 e del 2 ottobre 1969: il primo riguardante un ordine di cattura a carico di Tito emanato dalla Stazione dei Carabinieri Reali di Trieste, ed il secondo, concernente la massima onorificenza della Repubblica Italiana (democratica!) conferita al medesimo Tito nel 1969 e mai revocata, nonostante le istanze in tal senso presentate.
Osimo, in definitiva, è un momento della storia d’Italia particolarmente negativo, che chiude in maniera non certo commendevole un secolo di speranze, di delusioni e di vicende davvero “complesse” inaugurato proprio nel 1876 con la costituzione della Società per l’Italia Irredenta voluta da Giuseppe Avezzana e da Matteo Renato Imbriani. Nondimeno, la presenza al Convegno di Milano dei giovani appartenenti al “Movimento Nazionale Irredentista” è motivo di rinnovate speranze, unitamente al messaggio dell’eroico Vescovo di Trieste e Capodistria Mons. Antonio Santin, secondo cui “le vie dell’iniquità non possono essere eterne”.
Romano Cramer
DATA: 18.11.2015

LA SCOMPARSA DEL GIORNALISTA MARIO CERVI

Mario Cervi con Sergio Boschiero
    Abbiamo appreso con dispiacere la scomparsa di uno dei più importanti giornalisti degli ultimi tempi: Mario Cervi.
Classe 1921, dopo tre decenni passati al Corriere della Sera, assieme ad Indro Montanelli aveva fondato il quotidiano "Il Giornale". Sebbene dichiaratamente repubblicano e critico verso Casa Savoia, Cervi ha partecipato più volte a degli incontri organizzati dall'U.M.I. in quanto storico, uomo di cultura, e testimone di molti avvenimenti.
L'Unione Monarchica Italiana rende omaggio alla sua memoria, grata per gli stimolanti momenti di confronto avuti e per l'amicizia sempre dimostrata verso la nostra Associazione, oltre alla stima dimostrata nei confronti S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia.
(nella foto in alto Mario Cervi con Sergio Boschiero durante la presentazione del libro di Giulio Vignoli "Il Sovrano Sconosciuto", sotto ad Alessandria, con la bandiera sabauda, con Gian Nicola Amoretti e Carmine Passalacqua.)
Mario Cervi, Gian Nicola Amoretti, Carmine Passalacqua
DATA: 17.11.2015


TRANQUILLI, NON E’ L’INVASIONE. SONO SOLO PROVE TECNICHE PER SAGGIARE L’EVENTUALE LIVELLO DI REAZIONE DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELLA POPOLAZIONE DELLA NAZIONE COLPITA DALL’ATTO TERRORISTICO


    Il titolo, può far pensare che gli attentati avvenuti a Parigi mi lascino del tutto indifferente ai 129 morti cui, purtroppo, se ne aggiungeranno degli altri perché in sala rianimazione ci sono almeno una cinquantina di persone ferite in modo grave. Non sono cinico. La mia è, invece, la semplice reazione di una persona che, unitamente a poche altre (in mezzo al coro dei buonisti, del vogliamoci tutti bene e del siamo tutti fratelli), in questi anni ha cercato di instillare qualche dubbio che sull’altra sponda del Mediterraneo qualcosa stava cambiando (in parte pilotato), nelle masse di diseredati che abitano l’Africa e il Medio Oriente. Eppure, siamo ancora qui come dopo l’attentato al settimanale francese Charlie Hebdo, ad assistere alla passerella nei vari talk show di politici o persone dello spettacolo che propongono la loro ricetta su come risolvere il problema. Fra questi, la categoria di chi non cambia idea neanche se all’interno del teatro Bataclan ci fossero stati loro con la canna di un AK 47 puntata alla testa. Si assiste, inoltre,  al rimbalzare di parole fra l’aderente alla religione islamica e il suo antagonista nel dibattito, che spiega che nel loro libro sacro, il Corano, non si parla di uccidere o sottomettere chi non la pensa come loro. Ma per Dio e per la Madonna, mi verrebbe da dire! Quelli che si fanno esplodere in nome di Allah, hanno letto un altro testo? Esilarante la risposta di un loro rappresentante alla domanda se lui denuncerebbe un terrorista. – Naturalmente si-. Io, invece, credo di no! Semplicemente per il motivo che tradirebbe ciò che è scritto nel libro sacro e quindi sarebbe passibile di pena di morte. Altri dubbi mi assalgono quando sento parlare molti dei loro giovani. Non solo sono molto più acculturati dei nostri, ma hanno una conoscenza del tramonto culturale e delle tradizioni nazionali che sta avvolgendo l’Europa. Tornando all’attentato di Parigi, a mio parere va inquadrato anche in un'altra prospettiva. Se la prima ipotesi che l’attentato di venerdì 13 possa essere collegato all’impegno militare francese in Siria, la seconda è l’avvertimento dato sul nuovo spirito di autodeterminazione e di appartenenza a una grande nazione che Marine Le Pen sta trasmettendo ai francesi. Ora, è del tutto chiaro, anche ai più sprovveduti in politica, che un’eventuale vittoria elettorale del FN della Le Pen cambierebbe gli scenari attuali sia dal punto dell’immigrazione, sia dal punto di vista dell’intervento in quelle nazioni in cui la presenza dello Stato Islamico si fa sempre più preoccupante. Ho sempre pensato e scritto che non ci troviamo di fronte ad una guerra convenzionale e che gli attacchi aerei non bastano.  Sono assolutamente necessari interventi, anche se mirati, con forze di terra. Quindi, ci troviamo, a mio avviso, di fronte ad un doppio messaggio rivolto al popolo francese. – Attenti! Adesso vi colpiamo per gli attacchi aerei, ma domani perché potrebbe vincere il nostro nemico (la Le Pen) -. Tale messaggio, ovviamente, vale anche per l’Italia. Apriamo un po’ gli occhi. Un islamico che viene a risiedere nel nostro Bel Paese, trova una nazione cui sono state sradicate (e altre seguiranno), tradizioni e usanze risalenti ai nostri avi. Certo, tale atteggiamento lo dobbiamo grazie ad una parte   politica (a mio avviso principalmente la sinistra), che si è lasciata prendere la mano o, come dice Crozza nel suo spettacolo, - Inc Cool 8-. Ora mi domando se il gesto più clamoroso per un martire di fede islamica sia quello di farsi esplodere in un ristorante cambogiano o in un teatro. Non sarebbe forse quello di farsi deflagrare in piazza San Pietro, nella culla della civiltà cattolica o dei miscredenti, per loro? Perché non lo fanno? Il motivo è facilmente intuibile. Secondo loro, gli italiani sono già sottomessi. Gli basta alzare il dito e indicare il presepe o il crocefisso appeso alla parete e dire – La loro vista mi disturba –. Immediatamente, a ruoli invertiti, un solerte omuncolo dirà – Sì, Buana, lo tolgo subito -. Hanno vinto loro? No! Io non credo. Come dice Paolo Del Debbio – Un pò di pubblicità non fa poi male -. A Natale leggete e regalate il mio romanzo di fanta politica Colpo di stato: 8 giorni a Natale 2016. Vi divertirà, ma vi farà anche riflettere sulle bugie della politica.
16 novembre 2015.
Massimo Nardi
DATA: 17.11.2015

AL REX L'ESPERIENZA DI SERGIO BOSCHIERO E DEL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE NEGLI ANNI '60 E '70

AL REX L'ESPERIENZA DI SERGIO BOSCHIERO E DEL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE NEGLI ANNI '60 E '70    Domenica 15 novembre 2015, il Circolo di cultura ed educazione politica REX ha dedicato il secondo incontro del 68° ciclo di conferenze al leader storico dei monarchici italiani con una conferenza dal titolo: “Sergio Boschiero e la proposta politica del Fronte Monarchico Giovanile”.
L'appuntamento è stato aperto dal Presidente del Circolo REX, Ing. Domenico Giglio, con la lettura del messaggio di Re Umberto II del 5 dicembre 1961, in occasione della quinta Assemblea nazionale del Fronte Monarchico Giovanile, tenutasi in Roma a Palazzo Tittoni, assemblea nel corso della quale Boschiero venne eletto Segretario nazionale F.M.G.
Giglio ha voluto colmare, quale testimone diretto, un vuoto sulla biografia di Boschiero, ovvero gli anni dal 1957 al 1961. Il giovane Boschiero era un dirigente del Partito Nazionale Monarchico che non accettò il cambio di nome in Partito democratico italiano. Giglio, allora dirigente nazionale del partito, gli consigliò di occuparsi dell'U.M.I., sigla che mai avrebbe messo in secondo piano l'essere monarchici. E così fu.
Ha preso poi la parola il conferenziere ufficiale, Antonio Galano, già segretario della federazione di Ferrara del F.M.G. e successivamente vice segretario nazionale. Cominciò a frequentare via Rasella nel 1963 e tenne il suo primo comizio ad Empoli, nel cuore della terra rossa, dove i ragazzi F.M.G. erano soliti trasformare le scritte sui muri “W IL PCI” in “W IL RE!”, aggiungendo due trattini e un punto alla scritta originale, tanto che persino l'Unità si interrogò su chi potesse osare tanto nel cuore della Toscana. Gli anni erano fecondi, proprio da Ferrara vennero slogan come “La repubblica è un pregiudizio” oppure, dopo il vergognoso trattato di Osimo, “La repubblica italiana termina a Trieste, ma l'Italia continua”.
Galano ha tenuto a puntualizzare che non sarebbe stato il suo obiettivo quello di fare una commemorazione ma che avrebbe analizzato la proposta politica del F.M.G. che fu una delle più grosse proposte politiche della storia politica repubblicana, arrivando ad offuscare, grazie al suo guizzante attivismo, persino l'operato della sigla madre. L'F.M.G., allora come oggi, non era animato da “Royalist”, ovvero persone legate ad un principe in maniera cortigiana, ma era composto da tanti giovani che volevano la Monarchia, che non combattevano per uno o l'altro principe ma volevano arrivare al Re. Erano monarchici per ragionamento, non per sentimento. Il 4 ottobre 1964, dopo tanti anni dal referendum e un attivismo congelato in vezzi manieristici, grazie all'organizzazione di Sergio Boschiero i monarchici scesero in piazza con le bandiere. Fu un grande successo e Boschiero tracciò la nuova rotta che il movimento avrebbe intrapreso. Ad un anno dal battesimo della piazza, il 31 ottobre del 1965, a Roma, in largo Corrado Ricci, fu la prima volta che i monarchici ruppero un cordone della polizia, evento epocale che delineò il vivace attivismo di chi portava orgogliosamente alto il vessillo della Monarchia. Galano ha ricordato anche la geniale “politica dell'autostrada del Sole” concepita da Boschiero, ovvero una capillare organizzazione di sedi sull'asse dell'A1: da Fiano Romano a Salerno ogni sbocco autostradale aveva una sede FMG, il che permetteva all'FMG di poter essere essere considerato il movimento giovanile con la più grande capacità di mobilitazione di quegli anni. Ad esempio il 18 agosto del 1968, fu l'unico movimento politico a scendere in piazza contro l'invasione URSS della Cecoslovacchia. La manifestazione fu così d'effetto che un noto intellettuale come Franco Zeffirelli fece notare ai ragazzi di essere gli unici che osavano fare una simile manifestazione e che erano più di quanti pensassero di essere. In effetti il ciclone FMG superò qualsiasi aspettativa. Non si parlava del Re, non erano nostalgici, parlavano della Monarchia, dello Stato Unitario, dei problemi sociali, del sottoproletariato, dei problemi economici. Era l'arma vincente tanto che iscritti al FMG erano presenti negli organigrammi giovanili dei più importanti partiti politici: alla fine degli anni '60 erano iscritti il segretario giovanile dei liberali, il segretario nazionale della Gioventù social-democratica Giampiero Stabile, molti dirigenti nazionali del MSI e alcuni iscritti stavano nella direzione nazionale del PSI. Solo nella DC non vi era una presenza particolarmente incisiva del FMG.
Come documento, Galano ha letto una lettera del FMG di Salerno in cui, in occasione di una cerimonia commemorativa, si denunciava il reducismo e si invitava l'associazione a fare politica attiva. Secondo Galano, facendo una critica al Fronte di quegli anni, il problema fu il non riuscire a passare dall'essere super-partici all'essere extra-partitici o intra-partitici. Ha poi ricordato alcuni bellissimi esempi di militanti FMG che hanno dato, in altre circostanze, la vita per la Patria: il liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, dirigente F.M.G. di Milano, il Giudice Paolo Borsellino, dirigente dell'F.M.G. di Palermo e la signora Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Questi tre “ragazzi” dell'F.M.G. sono stati uccisi dalla mafia e spesso non si ricorda la loro appartenenza politica giovanile. Galano ha concluso esprimendo l'orgoglio del ventennio vissuto nell'F.M.G., sicuro che l'F.M.G. abbia lasciato qualcosa di buono nella storia politica italiana.
All'incontro erano presenti tanti ex ragazzi di via Rasella, riuniti attorno al Presidente OSPOL Luigi Marucci, che hanno rivissuto con orgoglio quegli anni. Il segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo ha portato delle cartoline ritraenti Sergio Boschiero e Re Umberto II a Beaulieu-sur-Mer che sono state molto apprezzate da tutti i presenti.
DATA: 17.11.2015
      
VITERBO, VENERDI' 20 NOVEMBRE: PRESENTAZIONE DEL LIBRO "ISLAM, SIAMO IN GUERRA" DI MAGDI CRISTIANO ALLAM

Islam. Siamo in guerra    "Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo" è la dichiarazione di un autorevole personaggio musulmano stampata sulla copertina dell'ultima opera, in ordine di tempo, di Magdi Cristiano Allam "ISLAM.SIAMO IN GUERRA" e rappresentativa della tragica realtà dei nostri giorni. Il libro in questione sarà presentato nel corso di un incontro con l'autore, incontro organizzato da Danila Annesi di Lega Italia per il prossimo giovedì 20 Novembre, alle ore 17.30, presso il CAFFE' LETTERARIO-VITERBO in via Garbini 59 e che costituirà uno degli eventi culturali che si ripeteranno nel corso dell'anno, sponsorizzati dalla Famiglia Pellegrini Pacchiani.Introdotto da Danila Annesi e Ferdinando Signorelli, il noto giornalista e scrittore affronterà le tematiche presenti nella sua opera: la guerra santa islamica scaturita dal terrorismo dei "tagliagole" che ci sottomettono con la paura, complice il silenzio dei nostri "taglialingue" che la legittimano; i preoccupanti scenari della terza guerra mondiale di cui protagonisti sono la Finanza speculativa globalizzata, l'Eurocrazia,lo Stato-mafia, la Chiesa relativista che hanno prodotto la distruzione dell'economia reale, della sovranità nazionale degli Stati e della democrazia.Occorre capire che la radice del male è l'Islam che legittima l'odio e la violenza contro i non musulmani in nome di Allah.Parimenti pericolosi i sedicenti musulmani "moderati" che operano con l'obiettivo di sottometterci attraverso il riconoscimento dell'Islam come religione di pari valore del Cristianesimo; attraverso la diffusione delle moschee e l'invasione dei clandestini musulmani; attraverso la codificazione del reato di islamofobia ed il lavaggio del cervello anche tramite internet. Tutti noi con alle spalle secoli e secoli di quella civiltà che esalta la libertà, la vita e la dignità, abbiamo il dovere di difendere questi valori anche per coloro che verranno dopo di noi e che non dovranno confrontarsi con una civiltà islamizzata.Non si può e soprattutto non si deve assistere impotenti agli accadimenti programmati da chi ha in mano le sorti del mondo, ma che forse non ha considerato che i popoli, forti del loro glorioso
passato, della loro storia, con uno scatto di orgoglio saranno pronti a ribaltare la situazione e difendere la loro civiltà.Al termine della conferenza Danila Annesi e Virginia Pellegrini Pacchiani saluteranno i presenti con un aperitivo buffet. L'ingresso è libero.
Per informazioni i contatti sono i seguenti: cell.3895809151 oppure 3493622611

DATA: 14.11.2015

LECCO: UN GIOVANE MONARCHICO DI CASATENOVO ALLE CELEBRAZIONI PER IL 4 NOVEMBRE


LECCO: UN GIOVANE MONARCHICO DI CASATENOVO ALLE CELEBRAZIONI PER IL 4 NOVEMBRE    Sventolava anche una bandiera di casa Savoia alla cerimonia del 4 novembre a Lecco. A tenerla alta, in coda al corteo come privato cittadino, c'era il casatese Stefano Terenghi, consigliere nazionale del Fronte Monarchico Giovanile, che ha voluto cogliere l'occasione per presentare l'associazione.
"Si tratta della sezione giovanile dell'Unione Monarchica Italiana, che conta circa 70.000 soci in tutta Italia. L'U.M.I. è nata nel 1944 e dal referendum del 1946 la sua vocazione non è tanto quella di una restaurazione quanto quella di una ricostruzione della monarchia. Si tratta di ricostruire l'ideale di una nazione monarchica e dell'idea regia per poi riportare al Quirinale un re di casa Savoia e costituire una monarchia parlamentare, naturalmente tramite referendum. Parlamento e Senato rimarrebbero ovviamente, e il concetto democratico sarebbe la base di tutto, come accade nelle altre monarchie europee con l'eccezione del Vaticano".
Come ha ricordato Terenghi, le monarchie in Europa oggi sono 12: Spagna, Principato di Andorra, Principato di Monaco, Danimarca, Regno Unito, Granducato di Lussemburgo, Belgio, Olanda, Vaticano, Svezia, Norvegia e Principato di Liechtenstein. "Se prendiamo ad esempio il Regno di Spagna, che la stampa italiana continua a presentarci come ormai decadente e con lo spettro della repubblica in arrivo, possiamo renderci conto che la loro costituzione - redatta nel 1978 e quindi una delle più giovani - definisce che nel caso in cui la popolazione non si ritrovi più nell'istituto monarchico può liberamente scegliere tramite referendum: questa è la vera democrazia. In Italia invece c'è un articolo un po' dittatoriale della Costituzione - il 139, che infatti come Unione Monarchica Italiana ci stiamo impegnando per far abrogare - che recita: "la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale". Come è possibile, se nell'articolo 1 si definisce la sovranità popolare? Se la sovranità appartiene al popolo, la democrazia viene "tagliata" da questo articolo che blinda la Repubblica e nega la libertà di espressione di poter scegliere la propria forma di Stato".
Oltre all'abrogazione dell'articolo 139 della Costituzione, l'associazione dei giovani monarchici è impegnata nella ricostruzione dell'ideale nazionale e di patria, "valori che in questo periodo grazie alla Repubblica sono andati scemando. Come disse Crispi, "la monarchia ci unisce, la repubblica ci divide"" ha proseguito Terenghi, sostenendo che la figura del sovrano sarebbe garanzia di apartiticità. "La figura regia è imparziale, come se fosse in maniera molto poetica un padre che riesce a guardare i suoi "figli" in maniera neutra; non può tendere a destra o a sinistra. Anche il Presidente teoricamente dovrebbe esserlo, ma in 70 anni di Repubblica non si è mai visto, se non tra i primi, un presidente che non abbia dovuto dare qualche tributo al proprio partito: esempio ultimo è Napolitano, che ha dovuto dare tutto al suo partito e ha trattato l'Italia con pugno quasi dittatoriale, calando dall'alto anche il presidente del consiglio".
Il Fronte Monarchico Giovanile propaganda la propria posizione organizzando gazebo informativi e convegni in giro per l'Italia, che vedono anche la presenza dei reali di casa Savoia. "A questo proposito, vorrei ricordare che ci sono due pretendenti al trono: Vittorio Emanuele, figlio di Umberto II, e Amedeo di Savoia-Aosta. Noi appoggiamo il secondo, in quanto Vittorio Emanuele ha disatteso alcuni obblighi quando si è sposato" ha puntualizzato Terenghi. Come è noto infatti, i matrimoni dei principi di Casa Savoia sono regolati da rigide regole dinastiche, che prevedono il regio assenso e un'unione tra pari: obblighi che non sarebbero stati rispettati nel caso del matrimonio tra Vittorio Emanuele e Marina Doria.
Concludendo, perché presentarsi con il vessillo dei Savoia alle celebrazioni per il 4 novembre? "Per ricordare che il 4 novembre 1918 è la vittoria della Prima Guerra Mondiale per il Regno d'Italia, non per l'Italia repubblicana. È la giornata in cui si corona l'unità nazionale con Trento, Trieste, l'Istria e la Dalmazia; si ricordano i caduti ma si rischia di dimenticare il valore della patria, ideale che oggi sta scemando. Il nostro partecipare celebra anche il compimento nazionale, oltre a fare conoscere la nostra causa" ha concluso Terenghi, rimandando per ulteriori approfondimenti al sito www.monarchia.it.

DATA: 14.11.2015
   
L'OFFENSIVA TERRORISTICA IN FRANCIA

        Gli attacchi terroristici che hanno portato alla carneficina di venerdì 13 novembre non hanno colpito solo la Francia in quanto Stato, hanno colpito tutti noi – l'Occidente – commettendo un vero e proprio atto di guerra nel cuore di quell'Europa cristiana nella quale non possiamo non riconoscerci. Non ha nulla a che vedere con le sovrastrutture internazionali, è una questione di cultura e di storia comune.
    Passato il tempo per lo sgomento, che sarà comunque impossibile cancellare, ora ci aspettiamo che vi sia una concreta e congiunta azione di risposta che parta da Whashinton e giunga, passando per il vecchio Continente, fino a Mosca. L'offensiva messa in atto dal terrorismo islamista riguarda tutti, nessuno escluso.
    Le parole non bastano più, siamo sotto assedio ma il nemico è già tra di noi, non vi è più una trincea per difendere un confine. Le attuali leggi non sono sufficienti a tutelarci dato che ognuno di noi potrebbe essere colpito quando meno se lo aspetta. Ci vogliono leggi speciali che estirpino definitivamente il problema, in maniera drastica e senza titubanze, anche al prezzo di veder limitate alcune libertà personali. I presunti terroristi non devono più essere solamente intercettati e messi in osservazione, bisogna bloccarli prima che possano versare anche solo un'altra goccia di sangue. Gli intoppi burocratici potrebbero altrimenti costarci cari. Ci auguriamo che i nostri governanti capiscano e agiscano, non limitati da stupido buonismo e inviti alla tolleranza che sarebbero fatali. Non abbiamo più tempo da perdere e non possiamo assistere ad un'ennesima carneficina. La risposta deve essere solo politica, che il legislatore agisca e lo faccia subito, prima che su San Pietro possano issare la lugubre bandiera nera, foriera di morte e di disperazione. Oggi più che mai ci dobbiamo sentire italiani, francesi, europei, cristiani.

Avv. Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.
    Roma, 14 novembre 2015

DATA: 14.11.2015
 
MENTRE A REDIPUGLIA C’È CHI NON VUOLE LA VECCHIA E LACERA BANDIERA CHE SVENTOLO’ VITTORIOSA IL 4 NOVEMBRE 1918, A BOLOGNA VA IN SCENA L’INTOLLERANZA DELL’ESTREMA SINISTRA NEI CONFRONTI DI CHI NON LA PENSA COME LORO


    L’immagine è eloquente. Dieci, forse quindici persone, tra uomini e donne che espongono alcuni tricolori del regno d’Italia sulla scalinata del Sacrario di Redipuglia. Fra questi antichi simboli, una grande e logora bandiera esposta da ex appartenenti all’esercito e da una signora con il mantello da Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Niente di strano: non c’è una legge che proibisce l’esposizione del tricolore che è stata fino al referendum del 1946 la bandiera di Stato. La stessa bandiera con cui il 4 novembre del 1918 l’Italia vinse la guerra e per cui morirono 670 mila persone e di cui, 100.000, sono sepolti proprio in questo grande cimitero monumentale. Ero già stato in pellegrinaggio al Sacrario, ma mai quando c’era la manifestazione ufficiale. Così, mentre era ancora buio, sono partito. Sono arrivato con il sole. Una mattinata bellissima. Un servizio d’ordine imponente.  Il grande spiazzo antistante al monumento funebre in cui è sepolto Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta, invitto comandante della Terza Armata (così lo definì Armando Diaz nel bollettino della vittoria) a cui fanno ala quelle dei suoi generali. Il tutto ben delimitato dalle transenne dietro le quali tanti italiani erano venuti (avevo di fianco tre persone che venivano da Taranto) per testimoniare la riconoscenza per chi sacrificò la propria giovane vita per la Patria. Retorica, la mia? No, senso della nazione. Così, mentre scatto qualche foto e guardo l’arrivo delle Associazioni d’Arma e i labari dei comuni rappresentati, arrivano anche gruppi di ragazzini con in mano il tricolore che si dirigono nel settore a loro riservato, proprio quello sotto a quella storica bandiera. Io, che dall’età scolastica sono uscito da alcuni decenni, sonoMassimo Nardi Modena a Redipuglia gentilmente invitato a salire al piano superiore e così posso assistere alla scena di due funzionari che raggiungono le persone che reggono il tricolore e con cui iniziano a parlare.  Mi avvicino e vedo il distintivo che li identifica come appartenenti alle forze dell’ordine. Anche se in ritardo, capisco che i due sono stati mandati per la bandiera. La faccio breve: uno di quelli che regge la bandiera dice ai due – Sono un ex collega. Mio padre è stato deportato in Germania per questa bandiera, ed io non la tolgo -. La scena finisce con una stretta di mano fra i due funzionari dello Stato e il collega in pensione. A quel punto mi faccio spiegare cosa è accaduto. I due erano stati mandati dal solerte cerimoniere dell’evento, perché a suo avviso, l’esposizione  di quel tricolore contenente lo scudo di Casa Savoia, “stonava”. Lascio al lettore ogni giudizio.
Domenica, Piazza Maggiore a Bologna è stata riempita dagli italiani che non sono d’accordo con la sinistra radical-chic, buonista, terzomondista e che li differenzia da coloro che il premier Matteo Renzi ha definito con una frase forte - non centro destra, ma bestie -, senza specificare che tipo. Quindi, chiamando in causa Tolkien sotto il palco, non c’erano uomini e donne, ma le schiere di Orchi e Uruk Hai di Sauron e Saruman. Sarà. Io, invece, preferisco vederci gli Elfi e le schiere di Rohan che al fosso di Helm li fermano e restituiscono all’Italia un po’ d’orgoglio nazionale.  
Termino ringraziando le Forze dell’Ordine che, ancora una volta, hanno impedito alla bassa manovalanza (centri sociali) della sinistra per bene, di violare il principio della pacifica libertà democratica di contestare pacificamente le idee altrui.
9 Novembre 2015.
Massimo Nardi

DATA: 13.11.2015

COINCIDENZA O CASUALITÀ

    Qualche giorno fa, l’11 Novembre, la Chiesa Romana commemorava la memoria liturgica di San Martino di Tours, vescovo di quella città agli albori del Regno Franco. Ma prima di diventare vescovo Martino era un soldato romano nato in Pannonia, l’odierna Ungheria, da famiglia di tradizioni militari. Suo padre, veterano dell’esercito imperiale, gli dette nome Martinus in onore di Marte, il dio della guerra (che i greci chiamavano Ἄρης).
Narra la leggenda che una mattina di novembre, mentre la pioggia batteva forte nelle terre galliche, dove la guarnigione
di Martino era di stanza, questi si imbatté in un povero che tremava dal freddo. Senza pensarci una volta sola, Martino
con la potente daga tagliò in due il pesante mantello che l’avvolgeva tutto e ne dette una metà a quel povero. Dopo di che il cielo cominciò a rasserenarsi (pare che da qui avesse origine l’estate di San Martino). La notte seguente Martino ebbe un sogno: gli apparve Gesú circondato dagli angeli e da vari santi, che indicando lui, il dormiente, diceva loro: - Questi è Martino, ancora pagano, che mi ha coperto col suo mantello.
Svegliatosi, Martino trovò ai piedi del suo letto il mantello completamente intatto. Capito il significato di quel sogno, si
recò dal vescovo di Poitiers Ilario, che lo fece catecumeno. Il resto è storia. Da allora Martino entrò a far parte della vasta schiera dei santi patroni.
Tra le varie categorie affidate al patrocinio di Martino troviamo anche la Fanteria (quella che Napoleone chiamava “la reine des batailles), alla quale appunto apparteneva il soldato romano convertito.
E non mi pare proprio un caso che proprio nel giorno liturgicamente a lui dedicato fosse nato un Principe che, divenuto Re, fu appunto il Fante per eccellenza, al punto da ispirare al Vate di Pescara una sua celebre ode qui sotto riportata. E ci piace immaginare lassú, nell’Eterno Regno di Luce, di Amore, di Letizia senza fine, il santo vescovo Martino farsi incontro al Fante Re per dirgli: Ricevi, servo fedele e saggio, l’eterno premio che i malvagi ti hanno negato.
Mario Salvatore Manca di Villahermosa

Gabriele D'Annunzio - Canti della guerra latina (1918) - Preghiere dell'avvento

Per il Re

Gabriele d'AnnunzioSalva il Re che, dimesso l’ermellino
e la porpora, come il fantaccino
renduto in panni bigi,
sfanga nel fosso o va calzato d’uosa
5cercando nella cruda alpe nevosa,
Dio vero, i tuoi prodigi.
 
Salva il Re che partisce il pane scuro
col combattente e non isdegna il duro
macigno alla sua sosta
10né pe’ suoi brevi sonni strame o paglia
sospesi ai rossi orli della battaglia
che sotterra è nascosta.
 
Proteggi il Re del sollecito amore,
che in casta forza il tremante dolore
15cangia con l’occhio fermo,
il Re che in fronte ha la ruvida ruga
e pur sì dolce esser può quando asciuga
la tempia dell’infermo.
 
Proteggi il Re della semplice vita
20chinato verso ogni bella ferita
che è rosa del suo regno,
chinato verso il sorriso dei morti,
verso il sorriso immortale dei morti,
che è l’alba del suo regno.

19 dicembre 1915.
DATA: 13.11.2015
 
ALESSANDRO SACCHI, DAVIDE COLOMBO E ALDO MOLA SONO INTERVENUTI AL PROGRAMMA TELEVISIVO "DIRITTO DI CRONACA"

ALESSANDRO SACCHI, DAVIDE COLOMBO E ALDO MOLA SONO INTERVENUTI AL PROGRAMMA TELEVISIVO "DIRITTO DI CRONACA"
    Giovedì 12 novembre, alle ore 15.00 sul canale televisivo del Digitale Terrestre Tele Roma 1 (canale 271), il Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo sono stati ospiti della trasmisisone televisiva "Diritto di cronaca", condotta da Giovanni Lucifora. In collegamento telefonico il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo Alessandro Mola e in studio il giornalista Cristiano Ottaviani. Si è parlato di monarchismo italiano, di attualità, del ruolo delle Monarchie nel mondo, di Costituzione e di Casa Savoia. Dal Canale Youtube di Tele Roma 1 è possibile vedere la puntata.

DATA: 12.11.2015
   
L’ON. ANTONIO TAJANI HA APERTO IL 68° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX

L’ON. ANTONIO TAJANI HA APERTO IL 68° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX    Domenica 8 novembre 2015, presso la consueta Sala 1 della Casa Salesiana di via Marsala in Roma, il Vice Presidente del Parlamento europeo, On. Antonio Tajani, ha inaugurato il 68° ciclo di conferenze del Circolo di cultura ed Educazione Politica REX con una conferenza dal titolo “Europa di oggi, Europa di domani”.
L’incontro sé stato aperto dal presidente del Circolo REX, Ing. Domenico Giglio, il quale ha letto il Messaggio di Re Umberto II agli italiani del 24 maggio 1965, per il ventennale della fine della guerra,  ed ha voluto ricordare le figure di Sergio Boschiero, animatore del Circolo REX sin dal 1966, ed il Colonnello Paolo Caruso, entrambi scomparsi quest’anno.
Tajani, da protagonista della politica europea, per più di un’ora ha affrontato svariati temi, dall’economia alla politica, dalla cultura all’immigrazione. Ha aperto il suo intervento ricordando l’importanza per la sua formazione della scuola di Sergio Boschiero e si è detto felice di poter partecipare ad un incontro del REX, dopo averlo frequentato assiduamente in gioventù.
Tajani ha sottolineato le due emergenze che l’Europa sta affrontando e che l’hanno messa a repentaglio: la crisi economica e l’ondata migratoria. Ha poi ribadito, prendendo spunto da un intervento di Re Felipe VI di Spagna, l’importanza di un sentire europeo. Ha però criticato il fatto che si dia maggiore importanza all’aspetto economico rispetto a quello politico e che sia necessaria una politica comune europea. L’Europa non ha una politica forte e casi come quello libico dimostrano che quando si antepongono gli interessi e gli egoismi nazionali alla visione comune europea si commettono dei gravi errori che pagheranno tutti. Rispetto alle posizioni euroscettiche, il vicepresidente del Parlamento europeo ha affermato che l’Italia da sola non è in grado di competere con USA, Cina e Russia e che è necessaria un’azione comune europea per non essere emarginati. Tajani non crede sia possibile uscire dall’euro senza contraccolpi drammatici,  una volta entrati, ma ammette che il passaggio dalla lira all’euro sia stato gestito male. Il debito pubblico, in caso di uscita dell’Italia dall’Euro sarebbe il problema principale perché andrebbe pagato con una moneta troppo forte rispetto a quella nazionale. Però ha anche affermato che bisogna armonizzare l’oppressione fiscale perché è impensabile che tra due paesi confinanti ci sia un divario così evidente come quello che può esserci,
L’ON. ANTONIO TAJANI HA APERTO IL 68° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX ad esempio, tra Italia e Francia.
Tajani ha anche fatto una riflessione sull’unità europea delle Forze Armate, sostenendo che  avendo 28 eserciti le spese sono eccessive e il risultato finale è difficile da coordinare.
Una critica verso la condotta italiana è stata fatta in riferimento alla collocazione degli italiani all’interno delle Istituzioni europee: la politica clientelare italiana ha portato ad avere molti commessi ma pochi dirigenti, sistemando svariate persone ma contando poco in ambito europeo. Questa mancata presenza dirigenziale del più grande paese mediterraneo porta per forza di cose ad una trazione franco-tedesca dell’Unione. L’oratore ha ricordato il ruolo fondamentale avuto nel passato, come nel presente, di alcuni grandi Sovrani, a cominciare da Re Juan Carlos nel decenni passati, per finire ai giorni nostri ad Abd Allah II di Giordania, Muhammad VI del Marocco che hanno permesso alla primavera araba si non fare danni come in altri paesi. Tajani ha concluso ricordando un manifesto ideato da Sergio Boschiero in cui si indicava un’Europa delle Monarchie: è nel nostro DNA avere una politica dei valori. All’incontro è seguito un dibattito in cui i presenti hanno rivolte domande al On. Tajani, parlando anche di temi di politica italiana.
Erano presenti all’incontro i rappresentanti di tutte le sigle monarchiche della Capitale: il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, accompagnato dalla responsabile nazionale cultura Erina Russo de Caro e dal Presidente Regionale U.M.I. Campania Duca Giannandrea Lombardo di Vumia, il Comandante delle Guardie d’Onore Ugo d’Atri, la responsabile del Gruppo Savoia Loredana di Giovanni, la Segretaria nazionale dell’Associazione Amici del Montenegro Maria Satta, il Presidente dell’OSPOL Luigi Marucci il quale, assieme ad Antonio Parisi, era accompagnato da tanti “ragazzi di via Rasella” per ascoltare Antonio Tajani, ai suoi tempi militante di prim’ordine del F.M.G.
Domenica 15 novembre il Circolo REX dedicherà un incontro a Sergio Boschiero e al Fronte Monarchico Giovanile.
DATA: 11.11.2015


DALLA PACE ALLA GUERRA

    Il 4 Novembre 1918 le truppe del Regio Esercito Italiano entravano finalmente a Trieste: il giorno prima, 3 Novembre, erano entrate a Trento. Negli auspici del Sovrano iniziava, doveva iniziare, una lunga era di prosperità e di Pace. Ma ahimè, come recita l’adagio, l’uomo propone e Dio dispone. Ho detto Dio dispone, non “Dio lo vuole”. Il fatto che Lui ci ha dato il libero arbitrio sta a indicare che l’uomo può scegliere di fare una cosa piuttosto che un’altra.
Ciò premesso, torniamo ai fatti seguenti la fine della Prima Guerra Mondiale. Gli Imperi Centrali erano crollati; alcuni mesi dopo, 18 gennaio 1919, iniziava la conferenza di pace di Versailles (che sarebbe terminata il 21 gennaio 1920), in cui prevalsero i famigerati 14 punti Wilson, che dimostravano la totale disumanità dei vincitori.
A questo punto mi tornano alla mente i versi del nostro Poeta Virgilio nel grande poema che canta le vicende di Enea.
L’eroe compie il suo viaggio nell’Ade per conoscere il destino che l’attende sulle sponde del Lazio e, accompagnato dal suo padre Anchise, quivi trova in pochi versi la missione della sua discendenza:
Tu regere imperio populos, Romane, memento:
Hæc tibe erunt artes, lege imponere morem,
Parcere subiectis et debellare superbos. Æn. VI, 851 – 853
Ebbene, i vincitori, specialmente provenienti da Oltreatlantico e i “padroni di casa” francesi (che portavano il retaggio vendicativo della cocente sconfitta di Sedan), seppero debellare i popoli superbi di Germania e d’Austria, ma certo non li seppero risparmiare.
Noi italiani desideravamo certamente vincere l’Austria, per recuperare i nostri territori irredenti, ma certamente non ne
volevamo abbattere la Monarchia, come neppure l’Impero Tedesco: per l’Austria forse sarebbe stato sufficiente dare ascolto al nuovo Imperatore Carlo I, che proponeva una Monarchia danubiana, senza tutti gli altri territori. Quanto alla
Germania, sarebbe stato sufficiente che il Kaiser Guglielmo II avesse abdicato in favore del Kronprinz Guglielmo, che aveva un temperamento piú liberale e piú disponibile a trattare con gli avversari. In tal modo,
1. in caso di una minaccia di annessione (Anschluß), la presenza della Monarchia sarebbe servita da freno;
2. in caso di un tentativo di colpo di stato (o Putsch) in Germania, ugualmente la Monarchia l’avrebbe impedito.
Inoltre occorreva tener presente il disastro che nelle due nazioni sconfitte avrebbe prodotto il rovesciamento delle due Monarchie: ne era un sufficiente ed eloquente monito quanto avvenuto da poco nella Russia zarista, che aveva dovuto ritirarsi dal fronte dell’Intesa per fronteggiare il sorgere della rivoluzione, che sarebbe culminata con la strage dell’intera Famiglia Imperiale (Екатернбург, 16 luglio 1918). Considerando poi che gli Stati Uniti d’America sorsero in un contesto di ribellione antimonarchica contingente apparentemente giustificabile (la pazzia di Giorgio III), da allora la miopia di quel nuovo stato di parvenus politici ha continuato a mietere disastri su disastri a iosa.
E finché continueremo a dipendere cosí abulicamente dagli uomini di Washington, avremo ben poche o quasi nulle speranze di sorgere da noi dalle nostre ceneri.
Vogliamo continuare in questo modo? Allora non ci si lamenti se le cose vanno come non vogliamo!
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
DATA: 04.11.2015
   
4 NOVEMBRE 1918: IL POPOLO ITALIANO PER LA PATRIA

    Una cosa è certa, al di là del fatto che nel 1915 a volere l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale furono forze politiche minoritarie del Paese, gli italiani tutti, dal XXIV maggio 1915, fino alla vittoria finale del IV novembre del 1918, rimasero uniti. Al contrario della classe politica dirigente del tempo (insipiente e litigiosa), che sembrava più impegnata a far fuori Giolitti dall’arena politica che a cercare di capire il senso di quella guerra, ad organizzarla, e a prevederne i suoi effetti, gli italiani, battendosi con dignità e coraggio contro il nemico austro-ungarico, diedero buona prova di sé, e questo, a mio avviso, fu possibile per un motivo molto semplice, e cioè perché grazie alla Monarchia Sabauda, gli italiani, dal 1861 al 1915, furono forgiati da un comune sentire che li resero uniti. Quel comune sentire era rappresentato dal sentimento patriottico. Il messaggio che oggi si può trarre dalla vittoria di quel IV novembre è soprattutto un messaggio di unità di un popolo che si sacrificò per la Patria. Quanti italiani oggi morirebbero per essa non considerando coloro che hanno scelto volontariamente di servirla? Difficile dirlo, ma ci sono indizi inequivocabili che ci possono far pensare che forse sarebbero davvero in pochi a farlo. Ma quali potrebbero essere questi indizi? Forse, quello più evidente, è rappresentato dal forte astensionismo che si verifica da anni alle nostre consultazioni elettorali. Di elezione in elezione, infatti, l’interesse dei cittadini italiani verso le vicende della politica italiana sembra sempre più diminuire, o meglio, il loro interesse per la politica si verifica soltanto nel momento in cui essi si sentono toccati nel loro “particulare”. A tal proposito però, va constatato, che dal 2011 ad oggi, i vari governi succedutesi, non hanno fatto nulla per far sentire il popolo italiano protagonista delle proprie scelte, anzi con le varie riforme effettuate negli ultimi anni li ha allontanati, sia con l’abolizione delle provincie, sia da ultimo con la non elettività diretta del nuovo Senato, ma soprattutto negandogli la possibilità di andare a votare per le politiche dopo tre governi nati nelle stanze del Quirinale sotto la regia dell’Europa. Va aggiunto, inoltre, che il fatto che l’Italia si sottometta spesso ai diktat dell’Europa, ha fatto si che al popolo italiano sia rimasto davvero poco su cui poter decidere. Ma se del disamore del popolo italiano verso la politica, da una parte sembra esserne responsabile la classe politica dirigente attuale, dall’altra, sembra essere la logica conseguenza della nascita della repubblica nel 1946. Una repubblica, infatti, che non nacque da valori nazional-liberali, fondanti lo Stato italiano, ma da valori democratici incarnati dai partiti politici che si sostituirono alla Nazione e allo Stato. A quasi settant’anni dalla nascita della repubblica si può senza dubbio affermare che è proprio la mancanza di quei valori nazionali la principale causa del fallimento di questa democrazia repubblicana che è degenerata nell’anarchia e nella corruzione. Come può un cittadino italiano oggi, attaccarsi alle Istituzioni, agire ber il bene della Patria, e magari andare a morire per essa quando intorno a sé è tutto un marciume? Ricordare la vittoria del IV novembre del 1918 attraverso scritti, convegni, giornali e internet, significa quindi inviare agli italiani un messaggio di unità e nello stesso tempo di speranza, per guardare al futuro con la consapevolezza che quel sentimento della Patria ci fu, e ci sarà.
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 03.11.2015
    
I GIUDICI DI AMBURGO SUI MARÒ: PROVE MANIPOLATE


I GIUDICI DI AMBURGO SUI MARÒ: PROVE MANIPOLATEIl Giornale era una delle poche le voci nel deserto che denunciavano le violazioni del diritto e le manipolazioni della giustizia indiana ai danni dei nostri marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Già poche settimane dopo l'arresto dei due fucilieri di Marina era venuta a galla tutta l'ambiguità dei giudici dello stato del Kerala nel gestire l'inchiesta sulla morte dei due pescatori indiani. Per prima cosa affermarono che il 15 febbraio 2012 la nave Enrica Lexie era in acque territoriali indiane, ma furono smentiti dai tracciati satellitari: la nave italiana era a 20,5 miglia nautiche dalla costa e non entro le 12, limite delle acque territoriali. Non basta. L'autopsia effettuata dal anatomo patologo K.S. Sasikala venne «silenziata» perché affermava che i proiettili estratti dai corpi dei pescatori non corrispondevano con quelli in dotazione ai nostri militari. Inoltre, i giudici impedirono agli ufficiali del Ros dei carabinieri di effettuare i contro esami balistici, permettendogli solo di assistere alle perizie indiane. E che dire poi del St. Anthony , l'imbarcazione dei pescatori? I giudici indiani permisero che fosse colato a picco, dopo essere stato svuotato dal proprietario. Il relitto venne recuperato troppo tardi per permettere un'accurata perizia. Insomma, una condotta truffaldina sin dall'inizio, aggravata dal fatto che la giurisdizione non apparteneva all'India perché violava la Convenzione sul diritto del mare e gli accordi internazionali sull'immunità funzionale dei militari impegnati in missioni internazionali. E New Delhi, per aggirare le norme internazionali, aveva anche pensato di processare i marò per terrorismo, reato che prevede la pena di morte. Non ci sono riusciti. Certo, non grazie ai nostri governi giacché solo dopo tre anni si è deciso di ricorrere ai tribunali internazionali, dove stanno emergendo le manipolazioni della giustizia indiana. Dalle carte depositate al Tribunale internazionale di Amburgo, infatti, viene a galla che la rotta è stata modificata e che anche i proiettili sparati sono diversi da quelli in dotazione ai due marò. L 'Enrica Lexi e il St. Anthony, sulla base delle rotte e delle velocità, passarono a circa 920 metri di distanza e non a 50 come sostengono gli indiani e i colpi partiti dalla nave italiana sarebbero quindi arrivati sul peschereccio da sinistra e non da destra, fiancata in cui sono stati trovati i proiettili. A una distanza di quasi un chilometro è davvero difficile colpire un bersaglio con le armi in dotazione ai nostri fucilieri. Senza contare che i proiettili calibro 5,56 non sono stati sparati dalle armi individuali di Latorre e Girone. Le evidenti manipolazioni potrebbero far volgere al termine questa scandalosa vicenda, che ha visto come protagonisti negativi i nostri governi, soprattutto quello di Monti che avrebbe potuto chiudere il caso quando decise di tenere i marò in Italia, rientrati grazie a un permesso. Ma cambiò criminalmente idea. Al suo fianco c'era anche il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, un ammiraglio che abbandonò la nave in tempesta lasciando i suoi marinai in balia di un subdolo nemico: la giustizia indiana.



L’articolo a firma di Riccardo Pelliccetti (cfr. IL GIORNALE di Martedí 27.10.2015) sulla vicenda tragicomica dei nostri Fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre è chiaro.  Peraltro, sulle sue conclusioni eravamo convinti fin dall’inizio, dal momento che avevamo attentamente seguito la vicenda.  
Tanto per cominciare, se i due fucilieri, anzicché Salvatore Girone e Massimiliano Latorre si fossero chiamati, che so?, John Ferguson e Max Murphy, di nazionalità americana od anche soltanto inglese, indubbiamente sarebbero tornati a casa da quel dí.  
Perché allora tanto livore contro l’Italia e gli Italiani?  Un motivo mi viene in mente rileggendo la favola esopiana del leone morente, a cui il cinghiale ed il toro, per vendicare dei torti subiti, hanno già dato due colpi di zanna il primo e due cornate il secondo.  L’asino, vedendo il leone cosí offeso, pur non avendo ricevuto torti dal leone, si credette in diritto di dargli due calci nel ventre.  E la belva morente mormora:
-    Con pazienza ho sopportato le ingiurie dei forti, ma nel vedermi offeso da te che non hai ricevuto torti da parte mia, mi pare di morire due volte.  
Già, a questo punto ci ha condotto la mala amministrazione della prima e della seconda repubblica.  Per questo motivo urge rovesciare questo stato di cose che ci sta precipitando nel piú indegno caos.  
Mario Salvatore Manca di Villahermosa 
DATA: 29.10.2015

VITERBO: VENERDI' 30 OTTOBRE SI PARLERA' DI FOIBE E DI ESODO ISTRIANO

VITERBO: VENERDI' 30 NOVEMBRE SI PARLERA' DI FOIBE E DI ESODO ISTRIANO    Con l'intento di indottrinare un popolo, non si possono nascondere fatti accaduti nel passato: è sufficiente che un nulla, sfuggendo alla consegna del silenzio, riemerga, anche soltanto per mero calcolo politico, per riportare a galla scomode realtà. Ne sono un forte esempio  i tragici avvenimenti relativi alle Foibe ed all'Esodo Istriano, sino al 2005 volutamente rimossi dalla memoria e coscienza degli Italiani, in quanto ostacolo all'obiettivo di coloro che hanno sempre cercato di offrire un'immagine dell'Italia quale vincitrice della seconda guerra mondiale e non di un paese sconfitto con diminuzione della sovranità nazionale. Soltanto dal 2005 di Foibe si può parlare, ma forse ancora sottovoce, lasciando pertanto ancora buona parte degli Italiani all'oscuro di quanto accaduto. I testi scolastici, poi, soltanto ultimamente concedono brevissimi accenni ai suddetti tragici avvenimenti ed anche le istituzionali celebrazioni annuali hanno perso di tono rispetto alla prima del 2005. Poiché qualsiasi episodio della Storia non si può e ,soprattutto, non si deve cancellare, è ormai tempo che gli argomenti "Foibe" ed "Esodo Istriano" vengano sottoposti all'attenzione dei più, in modo sereno ed imparziale. E' con questo obiettivo che Danila Annesi con l'esclusivo e totale supporto di Virginia Flavia della Famiglia Pellegrini Pacchiani, da tradizione secolare promotrice di cultura e di eventi culturali, ha organizzato la conferenza: "In fuga dalle Foibe: l'Esodo degli Italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia" e "la questione di Trieste come conclusione del Risorgimento Italiano". Relazioneranno il dott. Lorenzo Salimbeni, ricercatore e dirigente della Lega Nazionale e del Comitato 10 Febbraio, autore di saggi e ricerche inerenti la vicenda del confine orientale italiano e le guerre mondiali nei Balcani; il PhD Michele Pigliucci, ricercatore della Lega Nazionale e Presidente del Comitato 10 Febbraio, autore della monografia "Gli ultimi martiri
del Risorgimento. Gli incidenti per Trieste italiana del 3-6 Novembre 1953" (edizioni Mosetti, Trieste 2013). Quale testimone oculare dei fatti, riferirà il sen. Ferdinando Signorelli. Il Segretario Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, Davide Colombo, porterà il saluto dell'Associazione da Lui rappresentata ed il Suo personale. L'introduzione ai lavori sarà affidata al Prof. Avv. Carlo Taormina, Presidente di Lega Italia e a Danila Annesi che del movimento è la responsabile provinciale. L'evento, primo di una serie di incontri culturali, si terrà il prossimo 30 Ottobre, alle ore 16,30, presso il Gran Caffè Schenardi, Corso Italia 11, Viterbo.
Ingresso libero. Al termine dei lavori, Danila Annesi e VirginiaPellegrini Pacchiani saluteranno i convenuti con un aperitivo buffet.
DATA: 28.10.2015
   
UNA COSTITUZIONE LIBERALE PER L’ITALIA

    Chi sostiene che la nostra Carta Costituzionale, nata nel 1948, fu realizzata da forze politiche liberali, e soprattutto, che essa abbia al suo interno un’anima liberale, o è in malafede, o non sa cos’è il liberalismo. Nessuno nega che tra le forze politiche incaricate di redigere un nuovo testo costituzionale ci fossero alte figure del liberalismo italiano, ma sicuramente esse furono quasi ininfluenti nell’apportare il loro contributo liberale al testo. Sarebbe perfino troppo facile citare i numerosi scritti sull’argomento che andrebbero a confermare la tesi della non liberalità della Carta, e non sarebbe necessario neanche scomodare illustri scrittori ed economisti del calibro di Piero Ostellino o Antonio Martino, i quali, suffragherebbero all’istante la su detta affermazione. Perfino un quadrupede, infatti, leggendo il dettato costituzionale, si renderebbe subito conto, che quelle forze politiche uscite vincitrici dalle rovine della seconda guerra mondiale, e che avevano oramai in mano le sorti dell’Italia, non erano animate da alcun intento liberale nel momento in cui si apprestavano ad elaborare un nuovo testo costituzionale per la nuova Italia. Leggendo i primi 54 articoli del dettato, risulta subito evidente, infatti, che essi si configurano come un vero e proprio programma politico, nato prevalentemente dall’accordo tra la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e il Partito Comunista, che alla Costituente del 1946 rappresentavano circa l’80 per cento della totalità dei seggi. Proprio la natura prescrittiva della nostra Costituzione (cioè una elencazione di cose che lo Stato avrebbe dovuto fare in futuro, sia nei confronti dei cittadini che delle famiglie, sia nell’economia che per le confessioni religiose) fece si, che in essa, automaticamente, non potesse comparire nessun messaggio o qualsivoglia tipo di suggerimento di indirizzo liberale per l’avvenire dell’Italia (una Costituzione liberale, infatti, non può essere di tipo prescrittivo come quella vigente in Italia!). D’altro canto, i valori nazionali e liberali, tanto cari al Risorgimento, e fondanti lo Stato liberale italiano, i quali erano incarnati dalla Monarchia Sabauda, furono di fatto esclusi dal dettato costituzionale, perché ritenuti, per evidenti ragioni storiche, incompatibili con le ideologie dei tre partiti politici oramai dominanti. I padri costituenti decisero quindi di elaborare il nuovo testo costituzionale basandolo su nuovi principi, che per certi aspetti erano ancora estranei al popolo italiano, si trattava dei principi democratici, e quelli del solidarismo sociale, che non erano però, e non risultano essere tutt’ora, valori inclusivi di tutte le possibili culture politiche, tanto che, ad esempio, un liberalismo di tipo thatcheriano inglese o reaganiano americano, sarebbero collocati perfino al di fuori dalla nostra Costituzione! Ma l’esempio più calzante, quello cioè che forse ci convince di più a farci pensare che la nostra Costituzione non è fondata su principi  liberali, è rappresentato dall’ultimo articolo del dettato, il 139°, il quale vieta ai cittadini italiani di scegliersi la propria forma di Stato. In realtà però, esso, e va detto senza alcuna ironia, sembrerebbe rappresentare solo l’apoteosi finale dell’illiberalità del nostro intero reticolato costituzionale. Dunque, di fatto, l’unica concessione che i cosiddetti padri costituenti fecero alle forze politiche liberali, fu solo quella di aver voluto conservare, pressoché interamente, l’impianto delle Istituzioni governative nate con lo Statuto Albertino nel 1848, (anche perché sarebbe stato troppo complesso e troppo rischioso utilizzare Istituzioni diverse e mai sperimentate prima!) migliorandone in alcuni casi le funzioni, e peggiorandole in altri. A proposito di riforme migliorative, o peggiorative, la recente riforma del Senato voluta dal governo Renzi (in attesa del Referendum confermativo), si rivelerebbe non tanto una riforma nefasta in se, piuttosto, sembrerebbe che sia il rapporto che il nuovo Senato potrà instaurare in futuro con gli altri organi costituzionali, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, a creare le maggiori perplessità sulla validità della stessa, ma soprattutto, se non verrà corretta la nuova legge elettorale, sarà il fatto di avere una Camera bassa prona all’esecutivo (che sinceramente non ne sentivamo la necessità), ad apportare gli effetti peggiori sull’intero impianto democratico del nostro Paese. Abbiamo già dato in passato in questo senso, e sappiamo come finì. Di fronte allo sgretolamento progressivo delle nostre Istituzioni, sotto gli occhi indifferenti del popolo italiano oramai assuefatto e rassegnato ad un tragico destino, solo la convocazione di una nuova Assemblea Costituente che ridisegni l’intera architettura costituzionale, che ne riequilibri i suoi poteri, e che sia davvero ispirata da principi liberali, potrà salvare il popolo italiano da un inevitabile declino e renderlo di nuovo protagonista, e magari, farlo gridare ancora: Viva il Re! e Viva L’Italia!
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 28.10.2015
 
AL PANTHEON I FUNERALI DEL COLONNELLO PAOLO CARUSO

AL PANTHEON I FUNERALI DEL COLONNELLO PAOLO CARUSO
    Martedì 27 ottobre 2015 si sono svolti al Pantheon di Roma i funerali del Delegato delle Guardie d'Onore della Capitale, Col. Paolo Caruso, e del Gen. Gino Fischione, entrambi non sopravvissuti ad un tragico incidente d'elicottero avvenuto nei pressi di Aprilia lo scorso 20 ottobre.
 Ad officiare il rito il Rettore del Pantheon Mons. Daniele Micheletti. Picchetto d'onore dell'Aeronautica Militare.
Tante le Guardie d'Onore romane presenti per ricordare e rendere omaggio al loro amatissimo delegato, oltre ai moltissimi amici monarchici che si sono stretti nel ricordo del caro Col. Caruso.
Presente il segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, la responsabile nazionale cultura Erina Russo de Caro, i Consiglieri nazionali Paolo Bagalà e Mattia Bionaiuto (F.M.G.).
DATA: 27.10.2015
   
ABOLIRE LE GITE SCOLASTICHE?

Riproponiamo, come spunto di riflessione, una lettera scritta dal nostro iscritto Mario Salvatore Manca di Villahermosa, pubblicata s "Il Giornale" di lunedì 19/10/2015

    Ora si presenta un secondo caso di giovane precipitato dalla finestra dell’albergo durante la visita all’Expo.  Qui ci sono diversi interrogativi.  
Premetto che scrivendo questo mi metto nei panni dei genitori: sia di Maurantonio (sulla cui fine non si è ancora giunti a conclusione), sia di Elia, sia dei tanti altri genitori di scolari in visita in città d’arte o dove altro, affidati a insegnanti di sia pur certa affidabilità, ma a volte non sempre capaci di giungere dappertutto. 
Primo interrogativo: Cui prodest?  A che giovano queste visite?  Non sarebbe meglio che ci fossero piú insegnanti e piú sorveglianti? 
Secondo interrogativo (che forse mi trova antipatico a molti giovani facilmente “assetati” o “viziati”): un giro di vite su ogni tipo di alcol e di fumo (bevande consentite: acqua, minerale o non, succhi di frutta, the, limitato uso di caffè, e zero consumo di nicotina e affini. 
Terzo interrogativo: se tutto ciò non fosse possibile, non sarebbe meglio impiegare il tempo che s’impiega in tali viaggi in attività piú proficue, come studiare o fare qualche verifica? 
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
DATA: 22.10.2015
 
LA SCOMPARSA DEL COLONNELLO PAOLO CARUSO, GENTILUOMO E UFFICIALE

LA SCOMPARSA DEL COLONNELLO PAOLO CARUSO, GENTILUOMO E UFFICIALE    La scomparsa di un amico è sempre un evento al quale non si è mai pronti, quando questi ci lascia improvvisamente, oltretutto in circostanze tragiche, diventa un fatto che la mente non riesce ad accettare. 
Ieri, martedì 20 ottobre 2015, nel primo pomeriggio, il Colonello dell’Aeronautica Militare Paolo Caruso, iscritto U.M.I. e Delegato per la Provincia di Roma dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, ci ha lasciati in seguito ad un incidente aereo in provincia di Latina. Con lui un altro collega, anch’egli Ufficiale dell’A.M. in pensione. Hanno abbandonato la vita terrena mentre esercitavano la loro più grande passione: il volo. Stavano, appunto, provando un elicottero ultraleggero prima del tragico schianto al quale non sono sopravvissuti. La tragedia si fa ancora più dolorosa, sapendo che il Col. Caruso era padre di una bambina.
Paolo Caruso ha lasciato il segno in tutti noi perché era veramente un gentiluomo, e queste non sono frasi di rito a cui siamo abituati quando qualcuno ci lascia, è la semplice verità. Per testimoniarlo bastava conoscerlo. Con la sua pacatezza, con i suoi modi garbati, con la sua lealtà e con l’onestà intellettuale che lo contraddistingueva non poteva lasciare indifferenti e rappresentava pienamente il modello al quale dovrebbero ispirarsi gli Ufficiali, cosa purtroppo non così frequente in questa Italia repubblicana.
Monarchico tutto d’un pezzo, profondamente cattolico, era il punto di riferimento per tanti monarchici romani che lo stimavano, apprezzavano la sua voglia di attività e lo seguivano.
Mi ricordo quando, un tardo pomeriggio di cinque anni fa, suonò il campanello della nostra sede nazionale e venne a chiedere il permesso di iscriversi all’U.M.I. L’avevo accolto assieme a Sergio Boschiero e al Col. Mario Capone e, quasi stupiti per questa insolita richiesta, gli dicemmo che era per noi un onore poterlo iscrivere, altro che dargli il permesso!
Negli anni Caruso si è sempre dimostrato il gentiluomo che era, dando prova della sua massima disponibilità per qualsiasi cosa. Non ha mai voluto apparire ed essere al centro dell’attenzione, era schivo ma sempre presente.
Il più recente gesto che gli ha fanno onore, ad ennesima conferma di quanto sopra scritto, è stato in occasione dei funerali di Sergio Boschiero, quando mi chiamò e si mise a completa disposizione, e con lui le Guardie d’Onore di Roma, per partecipare alla funzione nel Pantheon e rendere nel migliore dei modi omaggio al grande leader monarchico.
L’ultimo incontro risale a venerdì scorso, quando ha organizzato, presso un circolo dell’Aeronautica Militare, un incontro conviviale tra amici per rilanciare la sua candidatura alla guida della delegazione romana delle Guardie d’Onore. Ci teneva al nostro sostegno, infatti ho partecipato accompagnato dal Vicepresidente nazionale U.M.I. Vincenzo Vaccarella e alla responsabile nazionale cultura Erina Russo de Caro. Il Presidente Sacchi, per motivi logistici, non ha potuto partecipare all’incontro ma si sono sentiti telefonicamente per ribadire l’amicizia e il sostegno alla sua persona.
Ed oggi, a pochi giorni da quell’incontro in cui Caruso, con l’entusiasmo che lo contraddistingueva, ha esposto i suoi progetti, le sue iniziative, e ha ribadito la voglia di fare, apprendiamo della sua prematura scomparsa, piombando nello sgomento e nello sconforto.
La perdita del Colonnello Caruso, oltre al dramma umano, rappresenta un danno anche per la Causa monarchica in quanto persone come lui, che agiscono con i fatti per l’unione dei monarchici - e non soltanto con sterili proclami - sono davvero rare.
Diciamo addio ad un amico, ad un Italiano, ad un Militare, ad un vero monarchico ed a Lui non possiamo che rivolgere un “grazie” per tutte le lezioni di garbo e correttezza che ci ha donato negli anni.
Ciao Paolo, rimarrai sempre nei nostri cuori!
Davide Colombo, segretario nazionale U.M.I.
DATA: 21.10.2015
   
PENA ETRUSCA PER IL SENATO (E PER L'ITALIA)

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/10/2015
              
Senato decadente della repubblica“Vanitas vanitatum. Tutto è vanità. Col passare degli anni che verranno tutto sarà dimenticato. E, come il saggio, così muore lo stolto”. Parola di Qohelet, figlio di David, re di Gerusalemme (Ecclesiaste, II, 15-16). Chi ricorderà le oche giulive da anni starnazzanti nelle Aule parlamentari, i patres goliardici e il forbito eloquio (parlato e scritto) dell'ex presidente della repubblica Napolitano Giorgio? L'assemblea monocamerale è stata sempre obiettivo dei despoti: da Cromwell alla Convenzione repubblicana francese del 1792, dal Soviet di Lenin, al regime stalinista e a Kruscev che represse sanguinosamente l'insurrezione degli ungheresi, plaudito dai poi sedicenti miglioristi. Tutto verrà dimenticato. Ma prima che sprofondi nell'oblio, la morte del Senato e lo scempio della Costituzione meritano un epicedio.
 “Senatori boni viri, Senatus mala bestia” dicevano i Romani, che la sapevano lunga. Dunque, l'attuale senato  (minuscola d'obbligo) non conta più nulla. Valgono poco i suoi membri indagati, rinviati a giudizio e tuttavia sempre insediati nei loro da noi remunerati stalli. Contano meno ancora certi senatori a vita. Un mondo è finito. Il Senato è morto. Pugnalato con spensierato rito sadomaso dai suoi stessi “membri”, d'ora in poi condannati a vagare nudi sino allo scioglimento dell'assemblea. Che cosa rappresentano adesso che han votato di essere abusivi? Con quale spocchia codesti senatori eserciteranno il mandato che essi stessi hanno cancellato? Allora, meglio farla finita con questa caricatura di senato. Liberi tutti, tranne i patres, e sono molti, che debbono rispondere di reati comuni, a cominciare da alcuni etruschi che hanno favorito il colpo di mano.
Costituzione imperfetta o imperfetto chi ne abusa?
Di imperfetto in Italia non era e non è il bicameralismo ma l'uso che della Costituzione hanno fatto partiti, congreghe e profittatori vari, uniti nell'obiettivo di divaricare le istituzioni dai cittadini e viceversa. Ci stanno riuscendo. Il colpo basso attuato con l'eliminazione dell'elettività diretta della Camera Alta accelera la deflagrazione dello Stato. Basta leggere il testo arruffato approvato dai “senatori” per capire che questi patres non sanno quello che fanno. Del resto camminano nel solco fangoso della repubblica nata il 2-3 giugno 1946. Al netto di brogli vari, la repubblica ottenne il “sì” dal 42% degli aventi diritto al voto. Nacque minorata ancor più che minoritaria. La sua soglia è simile al famoso 41% sbandierato da Renzi Matteo per soggiogare il partito democratico (minuscola d'obbligo) e gli abitanti del Paese di Cuccagna (festa, farina e forca). Conniventi anche quando disertano le urne, oggi tanti italiani scodinzolano all'annuncio che potranno spendere le banconote nascoste per anni chissà dove, con occhio gonfio d'invidia per russi e cinesi di passo, dai portafogli sempre gonfi di sacrifici altri.
Dall'Unità nazionale (odiata da clericali, cattocomunisti e fautori del monocameralismo imperfetto: prono al tiranno di turno), il Senato ha raccolto il meglio dell'Italia: 2400 persone in cento anni. Quasi nessun cittadino di vero talento ne fu escluso. Ma quei senatori, vitalizi, erano nominati dal re, d'intesa con il governo, che a sua volta aveva antenne ovunque e sceglieva il grano dal loglio. Proprio perché rappresentò l'eccellenza del Paese, il Regio Senato rimane tuttora privo di una storia. Non se n'è occupato nessuno. Né il Senato stesso (pur dovizioso), né le Università, né tante case editrici pronube verso chiacchiere di destra, sinistra e centro, ma solo repubblicane. Forse il Premio Acqui Storia dovrebbe promuovere un'iniziativa specifica: una storia vera del Senato, a suo tempo presieduto  dall'acquese Giuseppe Saracco, affiancato da  Maggiorino Ferraris “patron” della “Nuova Antologia”, da ricordare nel 150° della rivista diretta da Cosimo Ceccuti.
Epicedio, dunque. Questo parlamento, eletto in contrasto con la Carta della Repubblica  come sentenziato dalla Corte Costituzionale, ha titoli per modificare la Costituzione o dovrebbe pudicamente astenersene? Con le decine di inquisiti da cui è popolato, con le centinaia dei cambiacasacca da cui è formato, ha esso l'autorevolezza giuridica, politica e morale per varare le troppe leggi che stanno squassando l'identità del Paese, dalla cittadinanza al diritto di famiglia e oltre?
Il 50% degli italiani non va più alle urne: parte per indifferenza (lo Stato è morto da tempo in molte regioni e nelle coscienze di tanti cittadini che gli avevano dato fiducia e dedicato decenni di vita per avito senso del dovere), parte per protesta. Se non fosse per la Lega e il Movimento 5 Stelle i votanti sarebbero il 30-35% degli aventi diritto contro il 60% dell'età monarchica. I cittadini voltano le spalle alle istituzioni, ormai allo stremo. Mancano solo l'eccidio di Prina del 1814 e l'assalto ai forni.
Il discredito nasce anche dal malgoverno delle piccole cose, dallo scempio del pubblico denaro mentre il ceto medio, ossatura della società, è stato precipitato nell'indigenza. Perciò abusi e sprechi sono divenuti intollerabili. Non è questione di destra o di sinistra ma di decenza, di civiltà. Il re viveva della Lista Civile, stabilita dal Parlamento (maiuscolo  d'obbligo). In “I Capi dello Stato” (ed. Gangemi) Tito Lucrezio Rizzo ricorda che il presidente provvisorio della repubblica, Enrico De Nicola, napoletano, monarchico e liberale, indossava un cappotto rivoltato. Del suo successore, Luigi Einaudi, piemontese, monarchico e liberale, si ricorda che domandò ai commensali chi gradisse la mezza mela che stava per tagliare. Entrambi erano stati senatori del regno: un modello di serietà e di sobrietà per i “repubblicani tutti d'un pezzo”.
Per far trangugiare lo scempio della Costituzione a un'opinione pubblica sempre più indignata il governo attuale ha subordinato la riforma della Costituzione a referendum confermativo, da celebrare tra un anno, dopo le elezioni amministrative della primavera 2016: uno stratagemma per rinviare le votazioni che contano, quelle per l'elezione del prossimo Parlamento (se ancora ce ne sarà uno). Eppure tempo è venuto di restituire sovranità piena ai cittadini sulla Carta saccheggiata dal governo e dai suoi segugi: non solo per approvare o cassare lo sciagurato svilimento del senato, ma sulla forma stessa dello Stato. Nel primo Ottocento Gian Domenico Romagnosi, tra i supremi esponenti del pensiero repubblicano in Europa, scrisse che ogni generazione ha diritto di decidere la forma di stato nella quale riconoscersi. Lo pensava anche Melchiorre Gioja, autore del celebre saggio “Quale dei governi liberi meglio convenga all'Italia”. Dopo 70 anni questa rugosa repubblica è al crepuscolo. La sovranità va restituita ai cittadini. Nell'unico modo leale: l'abolizione, per referendum, dell'articolo 139 della Carta, che dichiara immodificabile la forma dello Stato. Forse che la Gran Bretagna, la Spagna, il Belgio, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia ecc. ecc. sono meno civili dell'Italia solo perché sono Stati monarchici?
La soppressione del Senato elettivo ha messo a nudo la pochezza dell'attuale “dirigenza” politica: una commedia dell'arte. La repubblica è nuda, dalla cintola in su o in giù, a seconda di dove si collochi l'ex Camera Alta. Il senato moriente è comunque la pena etrusca per la repubblica: una riforma caparbiamente voluta e votata, infatti, da una manciata di etruschi. Il cadavere del senato putrescente corromperà  il poco che resta del corpo vivo.

Aldo A. Mola 
DATA: 20.10.2015

ARTICOLO 139: IL PRESIDENTE DELL'U.M.I. CHIEDE UN INCONTRO CON IL MINISTRO DELLE RIFORME BOSCHI

ARTICOLO 139: IL PRESIDENTE DELL'U.M.I. CHIEDE UN INCONTRO CON IL MINISTRO DELLE RIFORME BOSCHI    Lo scorso marzo l'Unione Monarchica Italiana ha mandato un appello, rivolto ai vertici dello Stato repubblicano, per l'abrogazione dell'articolo 139 dell'attuale Costituzione che, in sprezzo ai più elementari fondamenti democratici, impone agli italiani un'immutabile forma istituzionale.
    Il Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, Avv. Alessandro Sacchi, dopo l'appello di marzo ha scritto al Ministro per le riforme costituzionali e per i rapporti con il Parlamento, On. Maria Elena Boschi, chiedendo di fissare un incontro per discutere del tema.
    Le attività di confronto con le altre forze politiche che l'U.M.I. da mesi sta portando avanti a livello nazionale hanno testimoniato che l'Articolo 139 sia ritenuto oggettivamente un ostacolo alla democrazia del nostro Paese, ma ancora non vi è stata una tangibile risposta politica per metterlo nei fatti in discussione.
    L'U.M.I. auspica che un Ministro attento e scrupoloso come è l'On. Boschi possa intavolare un discorso concreto per  mettere in discussione la norma impostaci dai padri costituenti, ormai completamente superata, e in contrasto persino con i trattati internazionali a tutela dei diritti del cittadino.
    Quella contro l'articolo 139 non è una battaglia monarchica, è innanzitutto una battaglia di libertà per poter tornare quantomeno a potersi pronunciare su un assetto così importante del nostro Paese.
    La Costituzione sancisce che la sovranità appartiene al popolo, con l'Art. 139 è Essa stessa a limitare questa sovranità. Si faccia chiarezza, si cambi ciò che non va.

IL TESTO DELLA LETTERA

            Signor Ministro,
    rappresento un’associazione fondata nel 1944, che raccoglie italiani i quali, al di là della collocazione politica di ciascuno, guardano l’Istituto monarchico come un alternativa possibile alla Istituzione repubblicana.
    Sono settant’anni che impieghiamo il nostro tempo e le nostre personali risorse per ricordare agli italiani,  che la Monarchia è un meccanismo costituzionale che funziona perfettamente, come dimostrano le più belle democrazie parlamentari del mondo, dove esso è tuttora applicato.
Riteniamo che la Carta Costituzionale entrata in vigore il 1° gennaio 1948, nello statuire la sacrosanta sovranità popolare, espressa e tutelata dall’Art.1, ne comprima insopportabilmente la portata con l’Art.139, secondo cui “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.
Al fine di sostenere questo desiderio di Libertà di espressione e di libera scelta, nel momento storico in cui il Legislatore pone mano ad un’ampia riforma della Costituzione, impensabile fino a pochi anni fa, sono a domandarLe un incontro, al fine di meglio precisare l’opinione di molti italiani  su questo principio, che è condiviso anche da molti repubblicani: il principio di autodeterminazione, che comprende la libertà di scegliersi la Istituzione in cui  credono, votando democraticamente. 
    Molti cordiali saluti.

Avv. Alessandro Sacchi                                                   
    Roma, 15 ottobre 2015
DATA: 15.10.2015

IRREDENTISMO ITALIANO DI NIZZA E DEL NIZZARDO: UNA NUOVA RECENSIONE DEL LIBRO DEL PROF. GIULIO VIGNOLI

recensione dtratta dal settimanale cattolico "Il Cittadino" di Genova

NIZZA E L'IRREDENTISMO: E' USCITO IL NUOVO LIBRO DEL PROF. GIULIO VIGNOLI SU MARCELLO FIRPOIl famoso detto inglese: “il mio Paese innanzi tutto” è come la chiave per entrare nel cuore del fiammeggiante, di sdegno e vergogna per tanti misfatti, L’irredentismo italiano di Nizza e del Nizzardo -  Il caso Marcello Firpo (1860-1946) di Giulio Vignoli (edizioni Settimo Sigillo).
Il detto, citato nel libro, per il professore sembra essere stato sconosciuto alla Resistenza partigiana, quella rossa l’unica che ha avuto diritto di ricordo presso i tanti storici conformisti. La rilettura della Storia di Vignoli  osserva che il Fascismo costituì continuazione estremizzata del Risorgimento contrariamente alla Repubblica del 1946 che non ha legami con esso perché  “nata dall’accordo tra forze liberali e marxiste che o non parteciparono o furono contrarie all’epopea nazionale unitaria”.
Degli ingombranti fantasmi del passato Vignoli cita L’inchiostro verde di Togliatti, un libro di Massimo Caprara,  suo segretario quando nel dopoguerra era ministro della giustizia. Denuncia come Togliatti “armeggiasse” sui membri della Corte di Cassazione in quell’Italia del Colpo di Stato: purché il Fascismo cadesse si operò contro la Nazione di appartenenza.
La nostra Repubblica fu proclamata con solo il 45,25% degli italiani aventi diritto con esclusione dei residenti nella Provincia di Bolzano e in altre 5 della Venezia Giulia, Trieste compresa e allora esclusa dal territorio nazionale. Fu proclamata con un referendum che il Governo De Gasperi convalidò prima che la Corte di Cassazione desse i risultati definitivi e si pronunciasse sul metodo di calcolo della maggioranza e sulle contestazioni.
Da allora la nostra è un’Italia dove ancora nel 2013  lo Stato Maggiore diffuse la foto di quel soldato morto in Iraq che sventolava dal carro-armato la bandiera italiana sbianchettandovi lo stemma sabaudo. Un’Italia di cui nell’invasione attuale di migranti (spesso clandestini musulmani non in fuga da guerre) val la pena ricordare – con vergogna! - quando a Sigonella fu liberato un terrorista musulmano che aveva assassinato un ebreo paralitico, gettandolo in mare, con la sua carrozzella da invalido, dal piroscafo “Achille Lauro”.
Questo libro scomodo del professor Vignoli nasce ancora una volta contro i genocidi culturali, di cui a pagina 10 del prologo, dedicato a ricordare la storia di Nizza e del nizzardo nei 500 anni prima del plebiscito-farsa del 1860, ne cita tre: Koenisberg patria di Kant divenuta Kaliningrad; la Repubblica di Ragusa in Dalmazia, già centro di civiltà, divenuta l’anonima Dubrovnik dei turisti; Costantinopoli,  culla della civiltà bizantina diventata la turca Istanbul.
Molto diversa sarebbe stata la storia di Nizza e del Nizzardo, di Mentone e Roccabruna se non si fossero consumate viltà e dimenticanze da parte italiana, pressioni fin con la minaccia di carcere e poi con l’oblio dalla parte francese.
Nel libro viene ricordata la persecuzione attuata dalla Francia contro i nostri connazionali nei cosiddetti Vespri nizzardi (8,9,10 febbraio 1871) e da allora per cancellare  identità lingua  cultura italiana.
Viene ricordata l’italianissima Corsica: Garibaldi, che vi era nato, volle morire con il volto girato verso di essa che vedeva da Caprera a significarne l’italianità e la necessità della sua annessione. Garibaldi, alla “farsa del plebiscito del 1860” (un plebiscito bulgaro e falso che  cancellò 500 anni di storia da quando Nizza aveva scelto di porsi sotto la protezione dei Savoia, storia minutamente ripercorsa nel prologo del libro) disse: “Se Nizza e Corsica sono francesi, io sono tartaro”.
Giulio Vignoli, autore di questi ricordi, affilati come lame, già professore di Diritto Internazionale e Diritto dell’Unione Europea all’Università di Genova, ha un merito ancor più elitario e distintivo rispetto alla carriera accademica: ha viaggiato l’Europa orientale per incontrare la presenze minoritarie di nostri connazionali. Ha indirizzato la sue ricerche alla tutela di minoranze nazionali e lingue minoritarie dal centralismo statale e dall’imperialismo linguistico. Si è mosso per i Giuliano-dalmati, per la tragedia sconosciuta e dimenticata degli italiani di Crimea (un flusso di pugliesi deportati dalla Crimea al Kazakistan nel 1942). In questi anni ha concentrato le sue ricerche su quella costa oltre Ventimiglia che di diritto avrebbe dovuto restare nostra. Il suo precedente libro sull’argomento Storie e letterature di Nizza e del Nizzardo (e di Briga e di Tenda e del Principato di Monaco), edito da Settecolori, è giunto fulmineo alla II Edizione.
Questo nuovo testo, indigesto alla vulgata storica che porta tuttora all’esibizione di pugni chiusi quasi fossimo orfani del Comunismo,  è ricco di riletture: il De Gasperi austriacante che nella prima guerra mondiale sedeva tranquillamente al Parlamento austriaco di Vienna mentre 650mila italiani morivano al fronte in nome degli ideali risorgimentali di unità e libertà; le due lettere in cui De Gasperi chiedeva il bombardamento di Roma che costarono a Guareschi il carcere perché sempre le considerò vere (come tuttora le considerano i suoi familiari); le due cartelline verdi che Umberto di Savoia teneva a Cascais e che aveva mostrato al segretario Scoppola dove l’entrata in guerra nel 1940 contro la Francia nasce come “concordata”. Documenti scomparsi dopo la  morte del Re gentiluomo.
Vignoli che da sempre ha avuto il coraggio di non rinnegare la sua fede monarchica non manca di bollare come “un’inciviltà difficilmente raggiungibile” il fatto che Maria José e Umberto non siano ancora al Pantheon.
Poiché le idee camminano con le gambe degli uomini ecco che questo libro non è solo una libera e sentita visione della nostra Storia  con excursus nell’attualità più bruciante, ma è una storia di uomini e soprattutto di quegli intellettuali, giornalisti, storici che si sono battuti perché Nizza restasse italiana. Tra loro fin un sacerdote, Cesare Cavaradossi, martire nei moti nizzardi, per concludere con Marcello Firpo grande poeta dialettale di Mentone accusato di collaborazionismo e condannato dalla Francia gollista a 7 anni di prigione, caso ignoto in Italia. A lui è dedicato il terzo dei tre capitoli del libro.
Voglio chiudere con una divagazione personale, ma molto in tema con certe pagine del libro. Sono le parole con cui Umberto di Savoia, nel 1940 comandante del gruppo delle Armate dell’Ovest, si congedò dalle sue truppe  all’armistizio con la Francia (Estratto della Rassegna italiana – 1940-XVIII): “Al momento di separarci più che mai rimpiangiamo il trionfo che ci fu tolto dall’armistizio, quando superati gli angusti e muniti passi, la fiumana dei nostri soldati stava per straripare nella valli memori di tanta gloria sabauda.”
Nell’Estratto in precedenza si ricorda la dura e meticolosa vita di Umberto al campo... Nell’attività ispettiva verso i soldati si occupava fin della camicia che deve difendere il soldato dai rigori invernali, della poca paglia che costituiva il suo giaciglio... e concludeva l’Estratto: “Nessuno dei suoi soldati si rivolge a Lui invano”.
Non  a caso per questo sentimento di italianità, suscitato proprio da Casa Savoia, dopo il plebiscito del 1960, delle  60 famiglie nobili costituenti allora l’aristocrazia della Contea di Nizza 42 optarono per la cittadinanza italiana altre 11 si divisero tra le due cittadinanza, solo 7 di piccola nobiltà passarono alla Francia.
Maria Luisa Bressani
DATA: 12.10.2015
   
“FRATELLI D'ITALIA”? COMINCIO' CON L'ANNESSIONE DELLA LIGURIA A CASA SAVOIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11/10/2015
              
Vittorio Emanuele I               Il Canto nazionale “Fratelli d'Italia” venne scritto nel 1846 dal padre scolopio Atanasio Canata, professore di eloquenza al collegio di Carcare, a mezza via tra Liguria e Piemonte, fucina di spiriti liberali. Sacerdote devoto, animo di artista, insegnava da anni l'idea di Italia, nella terra di Anton Giulio Barrili e di Giuseppe Cesare Abba. Quando nel 1846 venne eletto papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai, col triregno sino al 1878), come migliaia di ecclesiastici e di patrioti padre Canata cantò: “Uniamoci, amiamoci/L'unione e l'amore/ insegnano ai popoli/ le vie del Signore...”. Rivoluzione degli spiriti, senza spargimento di sangue.
Era l'ora di voltar pagina col dominio straniero su popoli anelanti alla libertà, ma all'insegna della fratellanza, non della guerra, che è sempre fratricidio. Era il caso degli italiani. Da secoli soggiogati da potenze straniere, in gran parte erano così assuefatti a servire che avevano perso il conto dei padroni. Ma proprio grazie al papa e a Vincenzo Gioberti, teologo torinese costretto all'esilio, tanti italiani scoprivano di avere un primato civile. Come scrive Alessandro Mella in un saggio in stampa da Bastogi, essi ricordavano le imprese di primo Ottocento sotto le Aquile di Napoleone, animate da Ugo Foscolo, cantore dei Sepolcri, e da Alessandro Manzoni. Secondo papa Gregorio XVI, predecessore di Pio IX, in Casa Mastai anche il gatto era liberale. La sua elezione suscitò in Italia un “pandemonio” superiore a quello che sta creando l'attuale Vicario (che forse dimentica il Papato ai tempi di Marozia).
Avvento delle Nazioni e fratellanza tra i popoli però significavano demolizione dell'intero assetto politico esistente. Fu la Primavera dei popoli, una ventata di insurrezioni, rivoluzioni, guerre e repressioni durissime: il Quarantotto, un macello divenuto sinonimo di sequenza di eventi senza capo né coda. Sembrava che tutto dovesse e potesse cambiare. Invece col Quarantanove le lancette della storia furono riportate nel quadrante dell'equilibrio tra le grandi potenze. L'Impero d'Austria passò da Metternich al diciottenne Francesco Giuseppe, vegliato dall'ottantenne Radetzky. La Francia dalla seconda repubblica finì con  Luigi Napoleone, principe-presidente, poi Napoleone III. In Ungheria i capi dell'insurrezione indipendentistica non scampati in esilio (come Lajos Kossut) vennero  impiccati ad Arad. Un velo lugubre avvolse l'Europa, ricondotta all'immobilità della Santa Alleanza del 1815.
Appunto due secoli orsono, nel giugno 1815, il Congresso di Vienna chiuse la lunga serie di guerre scaturite dalla rivoluzione francese del 1789 e dai suoi sviluppi: la Repubblica del 1792, il Terrore del 1793-94, il Direttorio e l'ascesa di Napoleone da generale vittorioso in Italia e all'ombra delle Piramidi, beneficiario del colpo di stato del 1799, primo console, imperatore. Dopo vent'anni di guerre ininterrotte l'Europa era stremata. Calcoli per difetto fanno ascendere a cinque milioni i morti in battaglia. Completamente subordinata alle esigenze belliche, l'economia (cioè la vita quotidiana delle moltitudini) era pesantemente compromessa. La Restaurazione era dunque una necessità morale, politica, economica. Sociale. Furono anche annate di pessimo clima  e conseguenti carestie, non per colpa del Fato o dell'uomo ma della nube di un vulcano che nessuno conosceva. Le ideologie avevano fallito. “La Repubblica o la morte” (l'ordine intimato dai giacobini in Francia e nelle terre ove dilagarono) risultò una formula logora sin dall'offensiva austro-russo-borbonica del 1799-1800. Napoleone l'aveva poi ammodernata a vantaggio dell'egemonia dell'Impero francese sull'intera Europa continentale: in condominio con la Russia dal 1807 al 1811, poi esclusivamente franco-centrica. Nato dalla spada, il suo progetto morì di spada. Logorata dalla guerriglia in Spagna (300.000 perdite), l'esercito francese passò da una sconfitta all'altra: la Beresina, Lipsia, il Reno. A Waterloo, nel giugno 1815, Napoleone schierò un simulacro della Grande Armata. Non aveva più rincalzi. Era finito.
Il Congresso di Vienna fondò la Restaurazione sull'equilibrio e sulla corresponsabilità. Il principio della legittimità, accampato quale base del nuovo ordine, celò la devoluzione delle antiche repubbliche a sovrani fidati: l'imperatore d'Austria tenne per sé la Repubblica di Venezia (il primo a cedergliela, in cambio delle Fiandre, era stato Napoleone stesso con la pace di Campoformido nel 1797). Lucca venne data temporaneamente ai Borbone, risarciti per l'assegnazione del ducato di Parma e Piacenza alla consorte di Napoleone, Maria Luisa d'Asburgo, vita natural durate, ammansita dal fascinoso generale Neipperg e da altri meno graduati.
Infine venne cancellata la Repubblica di Genova, sin dal 1805 promessa dagli inglesi a Vittorio Emanuele I di Savoia che all'epoca si era asserragliato in Sardegna in attesa di tempi migliori. Con la vendita della Corsica alla Francia, nella seconda metà del Settecento la Superba Genova aveva perso prestigio politico. Nell'età franco-napoleonica era divenuta approdo di rivoluzionari da Oltralpe e laboratorio di settari, come Aurelio Saliceti. Perciò andava consegnata a chi mostrava di avere mezzi e metodi per depurarla dall'infezione originaria: il “pesto” di aristocrazia degli affari e di repubblicanesimo plebeo, un miscuglio di ideologie pericolose con retrogusto di anarchismo. Il 10 giugno 1814, da poco tornato a Torino sul trono degli avi, Vittorio Emanuele I emanò l'editto che proibì le “congreghe ed adunanze secrete, massime di quelle dei cosi detti liberi muratori”, vietò il porto, la vendita e la ricezione di armi proibite, di libri e stampe e il gioco d'azzardo. Già condannata il 20 maggio 1794, la massoneria fu nuovamente messa al bando. I contravventori pubblici impiegati sarebbero stati cacciati e condannati a due anni di carcere, gli altri a cinque anni, tutti a dieci se recidivi, oltre alla confisca di quanto rinvenuto nelle sale delle loro adunanze. La delazione venne incoraggiata con la promessa di 500 lire al denunziante che “volendo sarà tenuto segreto”. Il “pentitismo” ha una storia millenaria. Ma l'editto sabaudo del 1814 non fu retroattivo. Prevalse il concetto romano “nullum crimen sine lege”.
Il giro di vite contro i liberi muratori mostrò che l'Europa della Restaurazione, inglesi inclusi, poteva fidarsi di Vittorio Emanuele I. Il re non perseguì la massoneria in quanto tale, per le forme e i contenuti che aveva avuto anche in Piemonte nel Settecento, ai tempi della Stretta Osservanza, quando ne avevano fatto parte Gabriele Asinari di Bernezzo, Sebastiano Giraud, l'abate Valperga di Caluso, Michele Antonio di Cavour, nonno di Camillo, e Joseph de Maistre, autore del trattato sulla Massoneria che ancora si legge con profitto. Dopo il Congresso di Vienna la Libera muratoria venne proibita nei confini dell'Impero asburgico e in molti Stati e staterelli che ne dipendevano, ma continuò a vivere senza particolari difficoltà in Francia, nei Paesi Bassi, in Prussia e, ovviamente, nel regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda (sua Casa Madre), oltre che negli Stati Unti d'America e nel Nuovo Mondo. Mentre Pio VII ribadì la scomunica dei massoni, fulminata dai suoi precedessori, Clemente XII e Benedetto XIV (1738-1751), i sovrani restaurati (Ferdinando I delle Due Sicilie e Vittorio Emanuele I a Torino) la proibirono perché la consideravano una copertura di trame politiche, come era accaduto a fine Settecento quando le logge si erano trasformate in club rivoluzionari.
Come detto, però, il nuovo regime non indagò sui trascorsi recenti o remoti dei sudditi. Tra il 1799 e il 1814 e sopratutto dopo l'espulsione dei “giacobini” dalle loro file (1802-1803), le logge erano divenute le camere di compensazione tra la dirigenza antica e quella “napoleonica”, che barattò la francesizzazione in cambio del riconoscimento dell'identità subalpina, incardinata su esponenti dell'antica aristocrazia, sulla borghesia delle magistrature, dell'amministrazione pubblica e delle professioni liberali e su figure carismatiche, come Carlo Alberto di Savoia, già principe di Carignano, creato conte delI'Impero. Tra molti altri, Alessandro di Saluzzo, scrisse la gigantesca Histoire militaire du Piémont, proprio per ricordare il fulcro della piemontesità, i secoli di lotta per l'indipendenza: un messaggio lanciato non solo ai subalpini ma anche a Napoleone.
Tornato sul trono degli avi, malgrado la pressione dei reazionari fanatici Vittorio Emanuele I si valse anche di personalità dominanti nell'età franco-napoleonica, sia nelle forze armate sia nell'amministrazione pubblica. Si constatò allora che migliaia di massoni (tanti erano in Piemonte) avevano giurato fedeltà non a Napoleone ma all'Ordine e quindi non avevano difficoltà a riconoscersi nel sovrano, dal quale, però, si attendevano una costituzione liberale. Lo stesso valeva nel Mezzogiorno ove i carbonari (versione politica militante della massoneria) erano decine di migliaia, da Messina a Reggio, da Cosenza alla capitale, come al cardinale Ercole  Consalvi riferì  Cemens von Metternich (lo ricorda Luigi Mascilli Migliori nella suggestiva biografia, già finalista del Premio Acqui Storia).
Nell'autunno del 1814 il nucleo forte della dirigenza genovese optò per l'adesione alla monarchia sabauda, capace di pacificare la Liguria stessa, nei secoli frammentata e bisognosa di infrastrutture unificanti, soprattutto da quando Milano era tornata sotto domino asburgico. Retroterra della Superba non era più la Lombardia ma lo Stato che andava da Nizza alla Savoia. I liberali piemontesi, tra alterne fortune, delusioni e sacrifici continuarono a scommettere sulla Casa Savoia, che aveva la sua riserva aurea nel ventenne Carlo Alberto, parente in tredicesimo grado di Vittorio Emanuele I e di Carlo Felice ma erede al trono grazie alla legge salica (sacerdotale, sacra e immutabile), cioè alla successione di maschio in maschio. In Liguria, invece, continuarono a serpeggiare spiriti più democratici che liberali, venati di nostalgie radicali e rivoluzionarie. Il Piemonte dette all'Italia Silvio Pellico, Cesare Balbo, Gioberti. La Liguria invece espresse Giuseppe Mazzini. Nizza fornì la sintesi, il Giuseppe Garibaldi di “Italia e Vittorio Emanuele”. Non fu un cammino facile. L'insurrezione genovese del marzo 1849, quando il Piemonte era stato sconfitto a Novara e aveva il nemico in casa, fu un trauma non solo per la durissima repressione attuata da Alfonso La Marmora ma perché prospettò il fantasma del tradimento.
La fratellanza arrivò dopo, nell'ambito dell'unificazione nazionale, della più “Grande Italia”. Quei trascorsi sono una severa lezione per il presente: insegnano che gli europei debbono trovare le vie della fratellanza dall'Atlantico agli Urali facendo leva su se stessi, sulla propria storia millenaria e sulla propria identità, anziché assistere attoniti a politiche militari altrui, a rimanere succubi di invasioni e rispondere caoticamente con segmenti di guerra in teatri lontani, mentre ormai ce l'hanno in casa. Lo insegna Antonio Maria Costa in Scaccomatto all'Occidente (Mondadori): un “romanzo” che vale dieci trattati di storia e di politologia.
Aldo A. Mola 
DATA: 12.10.2015
   

  Ancora poche parole sulla destinazione delle spoglie di Vittorio Emanuele III, re d'Italia dal 1900 al 1946, e della Regina Elena.
  O lo Stato, come da decenni deve, se ne fa carico e le colloca al Pantheon in Roma con l'identica visibilità del Padre della Patria e di Umberto I, assassinato da anarchici in un complotto tuttora oscuro, oppure i Famigliari e i cittadini orgogliosi della propria storia le collocano, in Italia, dove preferiscono, in attesa del Risveglio.
  La Basilica di Superga (trascurata dall'amministrazione civica, come certo sa) è uno dei Mausolei della Casa, non è quello dei Re d'Italia. O viene suggerita per non inquietare un altro sovrano di Roma?
  In alternativa al Pantheon, Vittorio Emanuele III sta bene dov'è: ad Alessandria d'Egitto ove morì il 28 dicembre 1947, non esule ma cittadino di pieno diritto e ancora capo delle Forze Armate in forza dello Statuto che, come sa bene, Eccellenza, non è mai stato abrogato da alcuna legge. Così, nel 70° della repubblica, da  Santa Caterina il Re continua a ricordare alle “istituzioni” la loro “timidezza”, come fa da Montpellier la Regina Elena, amatissima dagli italiani. La regina e Vittorio Emanuele III sono comunque nella memoria degli italiani consapevoli della storia.
 Grato per l'attenzione, molti cari saluti.
Aldo A. Mola
DATA: 06.10.2015

GIUSEPPE GALASSO MAESTRO DI STORIOGRAFIA E “LE ALPI” DI ANTONIO DE ROSSI FUGGENTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04/10/2015
              
               Svetta la grande storia all'Acqui 2015, coordinato dal vulcanico Carlo Sburlati, con il premio alla carriera a Giuseppe Galasso e La costruzione delle Alpi, 1773-1914 di Antonio De Rossi, vincitore della sezione scientifica. La storia è materia esplosiva. A fine Ottocento la prima rivista del Risorgimento italiano fu fondata da Beniamino Manzone, nativo di Bra, massone, chiamato a Roma per forgiare la memoria dell'unificazione italiana. Ideatore della “Rivista storica italiana”, fu il giolittiano Costanzo Rinaudo, nativo di Busca. Non puntò a cattedre universitarie. Insegnò all'attuale Scuola di Applicazione, fucina di ufficiali di alto valore. Autore di manuali e di atlanti storici, Rinaudo educò a capire il primato della geografia, come a Palazzo Campana in Torino ricordava l'illuminista Franco Venturi in un'aula semideserta, quando già guaiva il borghesissimo Sessantotto subalpino. Altri giganti della scuola storica piemontese furono Ferdinando Gabotto (loggia “Giordano Bruno” di Pinerolo) e il suo discepolo, Domenico Chiattone, geniale esploratore di archivi italiani ed esteri, incluse le carte dei patrioti italiani carcerati allo Spielberg. Già affermato, morì a soli 28 anni. Quegli storici spaziavano sicuri dall'età romana alla contemporanea, perché la loro, la Terza Italia, aveva alle spalle le guerre per l'indipendenza, per i diritti dell'uomo e del cittadino, l'età franco-napoleonica e, prima ancora, l'illuminismo nostrano,  non inferiore a quello anglo-francese, e, via risalendo, il Rinascimento, l' Umanesimo, i Comuni e la Romanità, senza presunzione di superiorità ma anche senza complessi d'inferiorità, come si vide nel 1911, Cinquantenario del regno, quando vennero aperti a Roma i musei delle Terme di Diocleziano, di Castel Sant'Angelo e di Villa Giulia. 

L'Italia vista da lontano
   L'unitarietà e la complessità di ventisette secoli italico-italiani furono sintetizzate da  Giuseppe Galasso in L'Italia come problema storiografico,volume introduttivo alla poderosa Storia d'Italia da lui ideata e diretta per la Utet in 24 volumi e trenta tomi, uno dei tre cardini del dibattito serrato sull'“identità nazionale con la Storia d'Italia diretta per la Casa Einaudi da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti, e con la Storia sociale d'Italia pubblicata da Teti di Milano. Era in corso il braccio di ferro tra visioni di lungo periodo, nel superamento dei confini dettati dal bipolarismo USA-URSS. Sconfitta in guerra, l'Italia faticava a rinascere, stretta nella morsa tra visioni ideologiche contrapposte. A insegnare la via era stato Benedetto Croce. Più che ottantenne, il filosofo fu il primo a capire che la bomba atomica aveva davvero mutato la storia del mondo. Aveva annientato la rassegnazione hegeliana all'identità tra reale e razionale. Il reale non lo è affatto. Ma non si affronta l'irrazionale rifugiandosi nell'utopia o nel misticismo. Non bastano sermoni e acque benedette. Occorre, anzi, un passo innanzi sulla via della Scienza, anche quella storica: un sentiero aspro, praticabile solo se si  hanno piedi nella conoscenza critica del passato. E' la corazza per misurarsi con il flusso del tempo, quando – ricordava Alberto Aquarone  - tra le infinite possibilità una sola si verifica: non per imponderabile Fato ma grazie (o per colpa) degli uomini, responsabili sempre della propria sorte, anche quando si mettono in disparte.
 Alla scuola  di Croce crebbero storici di vasto respiro, capaci di parlare con padronanza della Romanità e degli imperi che ne nacquero in Europa e, a non ancora dimostrata imitazione, nell'America settentrionale. Allievo dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici e suo segretario, Galasso studiò l'Italia proiettata nel Mediterraneo, parte di  un impero che andava da Madrid alle Filippine, alla California, alla Patagonia, in una visione planetaria della “storia patria”, da recuperare e restituire agli italiani.
   Perciò gli è stato conferito il Premio Acqui “alla  carriera”, riconoscimento non solo allo studioso del passato remoto ma di quanto ha fatto e fa con l'intervento instancabile in quotidiani e settimanali, con la vis di quando fu sindaco in pectore di Napoli, deputato del Partito repubblicano (un'anta dell'antico liberalismo risorgimentale), e ,da sottosegretario di Stato, legò il nome alla legge per la tutela dell''ambiente italiano, contro scalcinate amministrazioni locali, succube di interessi di “particulari”. Dagli Anni Settanta Galasso si affermò ed è paradigma dell'Italia migliore.

La costruzione delle Alpi
 La sua visione delle sfide che l'uomo ha dinnanzi a sé fa tutt'uno con quella della Costruzione delle Alpi di Antonio De Rossi, scelto all'unanimità dalla giuria della sezione scientifica dell'Acqui Storia, presieduta da Maurilio Guasco, storico documentato della Chiesa cattolica. L'unanimità della decisione non è un incidente di percorso: conferma che certe trascorse polemiche sul più importante premio storiografico italiano erano strumentali
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  Nei giorni limpidi la catena alpina è un incanto per chi la veda da lontano. Ma quando ci si avvicini, esse mostrano le loro ferite antiche e recenti: terreno di lotte accanite e in molti casi devastanti. De Rossi ne parla da docente di progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Torino. Non è “storico” professionale? Ma lo era forse Quintino Sella, allievo dell' Ecole des Mines di Parigi, al quale tanto deve la storiografia italiana? Il robusto saggio di De Rossi  su “Immagini e scenari del pittoresco alpino” (ed. Donzelli)  si arresta  due guerre mondiali fa, ma i temi che vi vengono affrontati sono tutti attualissimi, politici, e costituiscono premessa al dibattito che investe l'intera Europa perché le Alpi ne erano e sono la cerniera. Sono forse destinate a “riserva indiana” per sopravvissuti? Pascolo per turisti avidi di questo o quel cimelio, ma in fondo indifferenti all'insieme, ai loro “popoli”? Chi le visiti con attenzione vi trova le memorie di guerre, orrori, distruzioni. A tacer d'altro, molte chiese sono state costruite più volte nel tempo, dopo saccheggi e incendi. Lo stesso vale per molte città, Torino inclusa.
  La storia ha tempi lunghi. E' quanto esprime il Premio Acqui Storia, vivido proprio perché ha ormai quasi cinquant'anni. “Crescit eundo”. Anche esso ha la sua storia, coerente col ricordo della strage della Divisione Acqui a Cefalonia. Le dispute sul numero dei caduti sono ormai marginali rispetto alla tragicità dell'evento in sé: la Divisione fu abbandonata dal governo Badoglio e dagli anglo-americani alla vendetta dei germanici, non più alleati e non ancora nemici, ma decisi a eliminare militari italiani comunque “scomodi”. I più -  ricordano Carlo Sburlati e il sindaco di Acqui, Enrico Silvio Bertero -  non morirono per mano tedesca ma per altre cause: tragico capitolo di una guerra intrapresa nell'illusione che sarebbe finita in poche settimane, come già era accaduto con l'intervento del 1915, approfondito ad Acqui in un convegno organizzato ieri da Luisa e Lucilla Rapetti, con relazioni innovative di valorosi studiosi  e del gen. Franco Cravarezza.

Editori piccoli ma non “minori”
  Il Premio, generosamente sorretto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, presieduta da Pier Angelo Taverna, nacque come invito a recuperare la visione universale dei drammi nazionali, superando la miopia delle fazioni. Ne sono  specchio le opere via via premiate e i finalisti delle tre sezioni (scientifica, divulgativa, romanzo storico), tra i quali vanno ricordati il pregevole saggio di  Mario Arturo Iannaccone Persecuzione (sulla repressione della Chiesa in Spagna tra il 1931 e il 1939, ed. Lindau) e la Storia degli ebrei italiani di Riccardo Calimani (Mondadori). Altre opere concorrenti in altre sezioni meritano memoria, al di là delle scelte finali. E' il caso della sintesi di Sergio Romano sull'età della “guerra fredda”(da rimpiangere mentre quella guerreggiata incendia il Mediterraneo e si avvicina) e l'ampia panoramica di Simona Colarizi sull'Europa del Novecento.
  Ancora una volta, va però osservato, sono assenti (ma non per colpa delle giurie, che scelgono  tra le opere concorrenti) la storia d'Italia dal Risorgimento alla repubblica (se non nel bel romanzo di  Licia Giaquinto, La Briganta e lo Sparviero,  evocatore del “grande brigantaggio” nel Mezzogiorno postunitario, ed. Marsilio) e le istituzioni europee. Il tanto celebrato ma nei fatti eluso 150° del regno d'Italia (parziale, del resto: mancavano Venezia, Roma, Trento, Trieste, Fiume, come ricorda Claudio Susmel in “I confini naturali dell'Italia”) non ha prodotto opere memorabili. Lo stesso sta accadendo per il 70° della repubblica, ora detta Terza, come se l'ordinale metta bene.  
  L' autunno della storiografia è connesso a quello dell'università, corporazione di clientele. Non per caso le grandi storie d'Italia sono sempre nate “altrove”. Ed è un editore “di nicchia”, “Libro Aperto”, a proporre classici della memorialistica e fonti, una collana alla quale collaborano  Marco Bertoncini e Aldo G. Ricci. La dirige Antonio Patuelli, già deputato del Partito liberale italiano, ora presidente dell'Associazione Bancaria Italiana, “testimone del Tempo” all'Acqui Storia con altri Dario Ballantini, Maria Rita Parsi e altri.  Patuelli è tra quanti insegnano che l'economia politica precede la politica economica: non ne è una variabile indipendente. Cammina nel solco di Cavour,Giolitti, Einaudi: pius agricola, che conosce la strada maestra del Paese Italia, “una regione naturale” dai caratteri distintivi sin dall'Antichità, come ricorda Galasso, con una identità che merita rispetto da parte degli abitanti (siano o meno cittadini di pieno diritto) e sente urgenza di un governo all'altezza della sua storia.
  Tra le decine di migliaia di pagine di Galasso, una frase merita memoria: “Il progresso e i mutamenti nella vita materiale dell'uomo nascono da iniziative e azioni dell'uomo stesso. Non sono iscritti in nessun piano preordinato e fatale di sviluppo delle cose dell'uomo”. Ognuno faccia dunque la sua parte. Anche l' “Aventino” ha un senso, se è azione, non mero borbottio. Vinse una volta, ma fu l'unica nei secoli.
Aldo A. Mola 
DATA: 06.10.2015

INDIPENDENTISMO CATALANO: LA MONARCHIA SARÀ GARANTE DI UNITÀ

INDIPENDENTISMO CATALANO: LA MONARCHIA SARÀ GARANTE DI UNITÀ 
Alla vigilia delle elezioni regionali catalane in cui gli indipendentisti hanno conquistato 72 seggi su 135, seppure non la maggioranza assoluta, l’Unione Monarchica Italiana, per mezzo del suo presidente Avv. Alessandro Sacchi, manifesta la propria preoccupazione per un così buon risultato di un partito che miri a minare l’unità nazionale. Bene ha fatto il primo ministro Mariano Rajoy a parlare di dialogo ponendo dei paletti: che non venga messa in discussione l’unità e la sovranità nazionale. Il Regno di Spagna vanta una tradizione unitaria di cinque secoli e l’attuale Monarchia è la massima garanzia in tal senso, tanto che gli indipendentisti guardano di buon occhio il repubblicanesimo proprio perché senza un Sovrano sarebbe più facile disintegrare lo Stato. La Costituzione spagnola non escluda l’opportunità di un referendum sull’indipendenza, deve però essere richiesto dalla maggioranza dei parlamentari nazionali, cosa attualmente non realizzabile per questioni numeriche. La Spagna, unita al Re Filippo VI, valorizzi la sua secolare tradizione e dia ascolto alle problematiche locali senza cedere a minacce o ricatti. Se tutto il popolo spagnolo vorrà pronunciarsi su un’eventuale indipendenza catalana lo faccia, siamo certi che la Spagna non avrà nulla da temere. Almeno i cugini iberici hanno la possibilità di indire un referendum su qualsiasi argomento, cosa che in Italia viene limitata dall’antidemocratico articolo 139 che per legge vieta che gli italiani si possano pronunciare sulla forma istituzionale dello Stato.
DATA: 30.09.2015

1914-1915: UN VOLUME SUL LIBERALISMO ITALIANO
E SULL' “ANNO DELLE SCELTE”

1914-1915: UN VOLUME SUL LIBERALISMO ITALIANO E SULL' “ANNO DELLE SCELTE”  Sono in volume gli Atti del Convegno 1914-1915.Il liberalismo italiano alla prova, svolto a Torino il 24 ottobre 2014 per iniziativa del Consiglio Regionale del Piemonte, sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Il libro, curato da Aldo A. Mola e pubblicato dal Centro Stampa della Provincia di Cuneo, comprende anche gli Atti del Convegno internazionale 1915. L'anno delle scelte organizzato dal Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato (Dronero-Cavour) il 14-15 novembre 2014, con il sostegno e l'adesione di varie istituzioni (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Province di Cuneo e di Alessandria,Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella, Istituto per la Storia del Risorgimento, Associazione di Studi sul Saluzzese, Centro Studi Urbano Rattazzi) e il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo.
   Il volume (260 pp., 1500 copie) comprende nella prima parte saggi di Guido Pescosolido, Aldo A. Mola, Tito Lucrezio Rizzo, Valerio Castronovo, Antonino Zarcone, Cosimo Ceccuti, Giovanni Scirocco, Mario Caligiuri; e nella seconda contributi di Federico Lucarini, Jean-Yves Frétigné, Fernando Garcia Sanz, Luigi Pruneti, André Combes, Aldo Giovanni Ricci e Aldo A. Mola. Include altresì interventi di Marco Laus, Daniela Ruffino, Nerio Nesi, Roberto Einaudi, Valerio Zanone e Gianna Gancia. E arricchito da documenti inediti e da numerose illustrazioni.
   I capitoli  di Aldo A. Mola (Il ruolo della Corona nell'età vittorio-giolittiana e  Giovani Giolitti: come fermare la guerra?) propongono una lettura innovativa della lunga crisi tra assassinio di Sarajevo e intervento dell'Italia,al termine della drammatica settimana 9-16 maggio 1915. Sulla scia dell'Ufficio Informazione Istituzionale del Consiglio Regionale del Piemonte diretto da Domenico Tomatis e del Centro europeo Govanni Giolitti l'UMI immette in rete il pdf del volume, che può essere chiesto in copia cartacea al Centro Giolitti (via XXV aprile n. 25; 12025 Dronero CN ; (info@giovannigiolitti.it,), sino a esaurimento copie e con priorità per istituzioni, biblioteche scolastiche e docenti.
  I Consultori e i dirigenti dell'UMI possono farne richiesta in via rapida alla Segreteria dell'UMI o al Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Aldo A. Mola. 

DATA: 29.09.2015

UN SESSANTOTTO IN SAIO FRANCESCANO: L'OMBRA DI UN SOGNO FUGGENTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27/09/2015
              
               Molti cattolici osservanti e alcuni altri si interrogano sulla portata del pontificato di Francesco. Apre un'era novella? È magistero o affabulazione? Il Pastore guida o accenna a sentieri impraticabili? Reggerà la navicella in gran tempesta? Al riguardo va letto e riletto l'editoriale di T. Howland Sanks S.J nel n. 3966 di “La civiltà cattolica”, Una Chiesa che può e non può cambiare. Certo le procelle non mancano. Ma non sono peggiori di quelle dei secoli andati. Solo chi è digiuno di storia ritiene che oggi questo lembo del pianeta, la cosiddetta Europa, stia peggio che nei secoli andati, quando, senza bisogno di fondamentalismi d'importazione, faceva tutto in casa. Squartava col tiro dei cavalli i condannati per reati speciali, bruciava vivi eretici e streghe, si massacrava in guerre feroci con pretesti che oggi riteniamo inaccettabili ma all'epoca erano invece fondatissimi, persino “sacri”: guerre di religione o di mero potere tra parenti di una stessa casata, spesso mossi da motivi abietti o per il dominio su piccoli feudi popolati da genti miserevoli.
Alcuni si domandano se l'attuale vescovo di Roma possa appiccare un incendio planetario o stia elevando una diga nel timore del peggio, come accadde nell'America meridionale negli anni da Pinochet a Videla, quando si trattò di scegliere tra regimi autoritari di breve periodo (completi di orrori di vario genere) e il caos a tempo indeterminato, come era accaduto in Africa, con ampio intervento di militari cubani, specialisti di guerriglia.
Altri infine si domandano se Francesco sia il Vicario di Cristo o il vicario di Benedetto XVI e che cosa potrebbe accadere in caso di sua rinuncia alla tiara. La memoria va a papa Felice V,  Amedeo di Savoia, primo duca della Casa con l'ordinale VIII. Dopo la deposizione “visse da papa”, come ricorda Valerio Gigliotti nell'ottimo La Tiara deposta (Olschki). Tutto accadeva in tempi di fede e di “attesa del tempo”, proprio come ora. Papa Francesco potrebbe alimentare un nuovo “Sessantotto” in saio francescano? Motivo in più per riflettere su quello, “in maglietta”, di mezzo secolo fa.
Come tutti i sommovimenti planetari, anche il Sessantotto ebbe radici, versioni, durata e ripercussioni diverse da Paese a Paese. Esso stette alle trasformazioni di inizio Anni Sessanta (papa Giovanni XXIII e i due protagonisti mondiali, Kruscev nell'URSS e Kennedy negli USA) come l'Internazionalismo anarco-socialista ottocentesco alla Commune di Parigi del 1871: con esiti parimenti disuguali. Il caso di Giovanni Pascoli (nella scolastica identificato con “la poetica del fanciullino”) è emblematico: internazionalista da giovane (e perciò arrestato e processato, ma difeso dal suo Maestro e Vate, Giosue Carducci, prossimo a tessere l'elogio dell'Eterno femminino regale in omaggio alla Regina Margherita di Savoia), massone dal 1882, uomo d'ordine e cantore dell'Italia monarchica, della Grande Proletaria impegnata nella giolittiana conquista della Libia e del Risorgimento, sempre abbacinato dai miti dei suoi primi anni (Garibaldi, i Carbonari, Dante esoterico...).
Se negli USA la rivolta giovanile (mai rivoluzione, che è tutt'altra cosa) fu la risposta alla guerra del Vietnam, ai dubbi sui veri mandanti dell'assassinio di John Kennedy (un mito che ha retto all'accertata modestia della persona) e agli scandali politici, in molti paesi europei, come Francia e Belgio, il sessantottismo fu il contraccolpo della decolonizzazione (gli orrori perpetrati dai colonizzatori nelle guerre di Algeria e del Congo, ove fu assassinato anche il segretario delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjoeld (ne scrive Enrico Tiozzo nel robusto saggio sui Premi Nobel, ed. Olschki).
Dal canto suo l'Italia, sconfitta nella seconda guerra mondiale e lacerata sia dalla guerra civile sia dalla pluridecennale contrapposizione muro contro muro tra Democrazia Cristiana e Fronte popolare socialcomunista, liberata dal fardello dell'impero coloniale (superiore alle sue residue risorse), viveva in una situazione politico-culturale di stallo: inchiodata alle tavole del clericalismo tardo-ottocentesco, completo di riti più superstiziosi che religiosi, e della altrettanto mitica attesa dell'Armata Rossa (plaudita per quanto fece in Ungheria nel 1956 anche da un futuro migliorista e presidente della Repubblica quale Giorgio Napolitano, evocato da Tito Lucrezio Rizzo in I Capi dello Stato dagli albori della Repubblica ai nostri giorni, ed. Gangemi).
Ci vollero quasi dieci anni per passare dal centrismo (Alcide De Gasperi-Giuseppe Pella) al Centro-sinistra organico (Aldo Moro-Pietro Nenni), che perciò nacque amorfo. La parola d'ordine era rinviare per svuotare. Lo mostrò la mancata fusione tra Partito socialista italiano e Partito socialista democratico italiano, divisi dal 1947. Si abbinarono con una U finale. Stava per Uniti. Finì in farsa. Per di più il Partito socialista perse per strada l'ala sinistra, che divenne il Partito socialista di unità proletaria, al cui finanziamento concorsero anche organizzazioni niente affatto pauperiste, che puntarono sugli effetti deflagranti di una pattuglia di estremisti da salotto (“indipendenti di sinistra” in arrivo dalle file del moderatismo moralistico venato di radicalismo: era il caso di Ferruccio Parri e di Franco Antonicelli) nelle file del social-comunismo.
In Italia il Sessantotto fu lo scossone impresso a un sistema istituzionale e politico-partitico esausto, svigorito, incapace di rinnovamento culturale-religioso dal proprio interno, col freno a mano sempre tirato (Paolo VI, Aldo Moro, Enrico Berlinguer..., i governi Andreotti) ma al tempo stesso corrivo a lasciar fare, lasciar passare. Era la ricaduta del Concilio Vaticano II della cui storia “scomoda” ha scritto Roberto De Mattei nel saggio che vinse il Premio Acqui Storia, con sorpresa dei veri credenti e scandalo degli anticlericali in servizio permanente effettivo. Dieci anni dopo, la spinta verso l'ammodernamento si impantanò fra attentati stragistici, trapassi naturali, la richiesta di Ugo La Malfa di introdurre la pena di morte contro i terroristi e con l'avvento del “grande centro” (dal PLI al PSI) dopo anni di contrapposizioni artificiose muro contro muro e di appelli al compromesso storico, cioè alla spartizione della torta, da Roma all'ultima delle amministrazioni locali (regioni, province, comuni), delle banche, delle cooperative, degli enti “partecipati”, cioè finanziati con pubblico danaro, spesso inutili e in rosso fisso. 
Simbolo dell'Italia era e rimase la Lupa che allatta i due gemelli.
All'immobilismo e all'inerzia pubblica di Governo e Parlamento i cittadini risposero col rifugio nel “privato”, che oggi, dopo altri decenni di inconcludenza, si esprime con la diserzione dalle urne. Questo è un sessantottismo capovolto, reso più “adulto” dalla delusione verso il sistema istituzionale, ma ancora indulgente verso movimenti, gruppi e/o il “poetare” in libertà. A presidenti e a ministri vari sempre sorridenti, come ci fosse ogni giorno chissà che cosa da festeggiare, va ricordato che un “sistema” votato dal 50% degli aventi diritto è più debole e pronto a sfarinarsi di quello vigente nell'Italia monarchica, quando alle urne andava il 60-70% dei cittadini, anche se analfabeti. Là c'erano Valori. Oggi predominano minuscoli valori... di borsa e giochini speculativi (dimentichiamo l'affaire delle Banche cooperative?).
Il Sessantotto espresse il sogno ingenuo che per migliorare il mondo, tutto e subito, bastasse scrollare l'albero. Nel tempo si constatò che le grandi promesse (ONU, “Europa”, la Cuba di Castro e Guevara, il primo criminale politico, il secondo non privo di eccessi sadici, la Cina di Mao, gli USA di Carter...) erano un elenco di problemi, la cui soluzione avrebbe richiesto più politica, ma armata di scienza, e più scienza, ma libera dal potere: una scommessa a tutt'oggi persa.
Infine, la matrice profonda del Sessantotto fu il superamento dell'“equilibrio del Terrore”, l'esorcizzazione della guerra nucleare incombente. Ma ora che la proliferazione della “Bomba” è una realtà scontata (ed è causa di maggior incubo, perché ne è meno possibile il controllo), ci si rassegna a un super-potere mondiale in cambio di un po' di sicurezza quotidiana in più, della mera “durata in vita”. Perciò in un Paese a noleggio, qual è l'Italia (che sta all'Europa odierna come il ducato di Parma e Piacenza stava all'Italia di metà Ottocento: politicamente e militarmente irrilevante), il Sessantotto è il trapassato remoto... Per dirla col Jaufrè Rudel di Giosue Carducci, “è l'ombra di un sogno fuggente” e come tutti i sogni svaniti, non suscita alcuna passione.
Le prediche di Francesco faranno forse aprire il becco agli uccelli di altri continenti. Gli europei sono troppo vecchi e ormai di pasto leggero. Sono stanchi di storia, di sessantottismi, di magliette. Non sentono neppure bisogno di speciali assoluzioni, né, quindi di anni giubilari, di indossare il saio. Sono foglie cadute, steli rinsecchiti galleggianti nel flusso della storia.
Aldo A. Mola 
DATA: 29.09.2015

MODENA: UN’OCCASIONE MANCATA PER DIMOSTRARE RISPETTO E RICONOSCENZA PER CHI MORÌ PER LA LIBERTÀ

tratto dal giornale online modenese "Da Bice si dice"

MODENA: UN’OCCASIONE MANCATA PER DIMOSTRARE RISPETTO E RICONOSCENZA PER CHI MORÌ PER LA LIBERTÀ di Massimo NardiContinua il degrado nell’area dell’ex centro ippico dell’Accademia Militare in Via Montecuccoli. Niente di nuovo sotto il sole, come avevo scritto nel 2013 sul quotidiano di Modena Qui. L’articolo fu ripreso dall’allora consigliere comunale Sandro Bellei che ne fece un’interrogazione in consiglio comunale. Nel mese di luglio 2015, un giornalista del Resto del Carlino ripropose il problema. Colsi, allora, l’occasione di scrivere un altro articolo il 20 luglio (invito i lettori a leggerlo andando nell’archivio del nostro giornale), per lanciare un appello al Sindaco Gian Carlo Muzzarelli. Informai il primo cittadino che all’interno di quell’area sorgeva un monumento dedicato al 36° Reggimento di stanza a Modena che, insieme al 35°, con sede di Bologna, erano inseriti nella Brigata Pistoia. La particolarità di questo reggimento, il 36°, è che fu uno dei primi, nel 1915, a varcare il confine austriaco e a entrare il 4 novembre 1918 a Trento, il giorno della vittoria. Lo informavo anche che l’area, anche se la targa nel frattempo era sparita, era intitola alla medaglia d’Oro Capitano dei Lancieri di Montebello, Camillo Sabatini, morto a Porta San Paolo il 9 settembre 1943 caricando con i suoi semoventi i tedeschi. Ricordavo al Primo Cittadino che quelle persone non meritavano di essere circondate dai rifiuti e lo invitavo a deporre una corona d’alloro il prossimo anniversario dell’8 settembre. Per non gravare sulle casse del comune mi ero offerto di pagare, anche, metà della corona. Nessuna risposta. Poco male. La corona è stata deposta ugualmente.
Inoltre, vorrei sottolineare che nel sito del Comune di Modena c’è uno spazio dedicato all’entrata in guerra dell’Italia. Prendetelo con le molle. Sì, perché lo storico incaricato dal Comune di raccontarci l’immane tragedia, si è dimenticato di questo monumento. Inoltre, il bollettino della vittoria, quello firmato da Diaz, è spezzettato e  incompleto. E, questo, per riallacciarmi al titolo. A buon intenditor, poche parole.
14 settembre 2015.
Massimo Nardi

DATA: 21.09.2015

A TORINO IL CONVEGNO SU AMEDEO I DI SAVOIA

A TORINO IL CONVEGNO SU AMEDEO I DI SAVOIANella giornata di sabato 19 settembre si è tenuto a Torino, presso il Palazzo dal Pozzo della Cisterna, il convegno organizzato dal Centro Studi Principe Oddone e dedicato alla figura di Amedeo di Savoia, primo Duca d'Aosta, Re di Spagna. Tra le autorità erano presenti il console onorario di Spagna dott.sa Maria Jesus Garcia de Miguel e la dott.sa Gianna Gancia presidente della Provincia di Cuneo e consigliere regionale. A rappresentare l'U.M.I. era presente il consigliere nazionale Alessandro Mella. L'evento si è aperto con la lettura dei messaggi di S.A.R. il Duca di Savoia Amedeo, nipote in linea diretta dello storico personaggio oggetto del convegno e quello di S.A.R. la Principessa Mafalda d'Assia. Durante l'incontro il presidente della Consulta dei Senatori del Regno, prof. Aldo A. Mola, ha illustrato agli ospiti le complesse vicende che hanno legato Spagna ed Italia lungo la loro storia fino all'ascesa al trono di Madrid del giovane principe sabaudo Amedeo. Successivamente il presidente del Circolo Oddone, dott.ssa Maura Ajmar, è intervenuta raccontando le vicende biografiche delle due consorti del sovrano di Spagna con interessanti particolari relativi alla personalità, alle traversie ed al ruolo fondamentale di queste due coraggiose donne. La giornata è stata ulteriormente allietata dalle rappresentazioni dei gruppi storici presenti.  


DATA: 21.09.2015

ITALIA E MEDITERRANEO: UN LAGO IN FIAMME? 2015/1915

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/09/2015
              
ITALIA E MEDITERRANEO: UN LAGO IN FIAMME? 2015/1915 di Aldo A. Mola                Il Mediterraneo è un mare di pace o un lago in fiamme? Non dipende da noi ma dagli Stati Uniti d'America che, dopo i primi passi durante la Grande Guerra, dal 1942-43 vi hanno fatto la parte del leone, retrocedendo Gran Bretagna e Francia a ruoli secondari e destabilizzando il Vicino e il Medio Oriente, dopo il loro fallimento nel Vietnam. Non sono riusciti a mettere ordine nelle Americhe, né con i metodi di Kissinger (crudi ed efficaci ma solo nel breve periodo), né con quelli di Carter o di Obama. Dagli Stati meridionali degli USA stessi alla Patagonia il governo di Washington è al minimo di popolarità. Però l' “America” nell'Eurasia ha fatto quel che le conviene:  ha portato la guerra guerreggiata sempre più vicino al cuore dell'Europa. Ha spostato a est i confini della Nato allarmando la Russia (con o senza Putin essa è una grande Potenza) e ha incendiato la costa settentrionale del Mediterraneo. Con i polveroni rossosangue recentemente suscitati dalla Libia alla Siria il Pentagono ha cercato di oscurare il crollo della pretesa esportazione della democrazia in Afghanistan: cimitero di comandanti USA, come già l'Iraq (a chi tocca dopo Petraeus?). La storia ne darà conto, come ricorda la fine di Crasso, il trumviro romano sconfitto a Carre e costretto a ingoiare oro fuso: una pena da bolgia infernale.
  Motivo in più per domandarsi quale sia il destino storico del Mediterraneo. Qual è la sua identità? Il nostro, che è il Paese più proteso nel Mare Nostrum, ha motivo di riflettervi. Nel Novecento l'Italia è scesa due volte in Grandi Guerre  e le ha perse entrambe, sia sul piano economico, sia su quello politico-militare. Dunque occorre cautela mentre altri Paesi affilano le spade. Da decenni i “media” forniscono una visione distorta del Mediterraneo, come fosse un baratro tra l'Africa e l'Europa, con transito di genti dalle identità labili (molti dei quali dalle origini più remote e dalle motivazioni pretestuose).  
All'opposto dell'immagine che ne viene spacciata, il Mediterraneo non è uno spazio aperto, come l'Atlantico, l'Oceano Indiano o il Pacifico. Da qualunque suo punto lo si inizi a percorrere, è un cerchio senza cesure nette, è un continuum di paesaggi, popolamenti, stili di architettura e di vita: frutto delle civiltà che nei millenni vi si sono affacciate e confrontate, anche in guerre secolari. Con i sistemi informatici in uso, il Mediterraneo odierno è un lago nel quale tutti sanno tutto di tutti: bagnanti, migranti, “scafisti”. Un quarto di secolo fa venne propinata la “sorpresa” di 20.000 albanesi traslati a Bari in nave sul Ferragosto. Sconcertati, i più credettero alla favola. Presidente della repubblica era Scalfaro Oscar Luigi. “Non ci sto” ci stette. Oggi, invece, chi ha motivo di conoscerli ed eventualmente di fermarli sul nascere vede i flussi migratori molto prima essi che abbiano inizio. Può inchiodarli, prevenirli, dirottarli. Essi continuano non per inarrestabile forza intrinseca, ma perché a qualcuno convengono. Alzano il livello di insicurezza degli europei, aumentano il potere di intervento dei governi sui propri “sudditi” originari e abbassano la soglia di controllo dei cittadini (parte rassegnati, parte in rivolta contro il vuoto) su chi li governa. In sintesi: gli invasori (“migranti” è un termine storiograficamente falso, clandestini è improprio) accelerano l'eclissi della democrazia liberale giunta all'apice delle sue fortune nel primo Novecento, riemersa (ma solo nell'Europa occidentale) dalle rovine della seconda Guerra mondiale e ora tragicamente declinante.
  La differenza tra il mondo attuale e quello di un secolo addietro sta nell'abissale differenza tra la massa di informazioni di cui il potere dispone e quelle che aveva in passato. Sulla loro base nessuna vera grande potenza dovrebbe compiere colpi di testa, né clamorosi errori di previsione, fughe dalla realtà. Invece è proprio quanto continua ad avvenire con sconcertante leggerezza. Adesso Obama dice di essere stato informato male sulla guerra all'ISIS, come giù Bush II sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein ed egli stesso sull'addebito di uso di armi chimiche ad Assad, presidente della Siria. Gli sarebbe bastato consultarsi anni orsono con Putin..., coma fa ora. 
  Alla luce del caos dominante merita tornare a riflettere sulla Grande Guerra del 1914-1918.
  Giusto un secolo fa, a fine settembre del 1915, crollò l'illusione che essa sarebbe finita entro poche settimane  comunque prima dell'inverno Si fermò per esaurimento nel novembre del 1918. Dopo dieci mesi di trattative su diversi tavoli, l'Italia ci entrò il 24 maggio 1915. Perché? Come? La conflagrazione europea era iniziata nell'agosto del 1914: un turbine infernale. Tutti erano pronti a scatenare l'offensiva, ma nessuno risultò capace di assestare il colpo decisivo. I belligeranti si impantanarono: linee fortificate da decenni (con spese gigantesche, a scapito di investimenti sociali), batterie campali e poi le “trincee”, inferno della fanteria. Milioni di cittadini furono irregimentati e gettati nella fornace di un conflitto dalle motivazioni ideologiche e culturali irrilevanti: spostare di pochi chilometri i confini tra Stati e annientare la presunta idea portante del “nemico”, l' “imperialismo teutonico” secondo la Francia, la “tabe demomassonica” secondo i tedeschi e gli austro-ungarici. Il 26 aprile 1915, su mandato del presidente del Consiglio dei ministri, Antonio Salandra, e del ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, previo benestare del re, l'ambasciatore d'Italia a Londra impegnò l'Italia a entrare in guerra contro tutti i nemici dell'Intesa entro un mese dalla firma dell' arrangement (non patto, né, meno ancora, “trattato”).
   Il contenuto dell'accordo rimase segreto. Non  venne comunicato né al governo, né, meno ancora, al Parlamento. Lo trovarono i bolscevichi di Lenin quando s'impadronirono del  Palazzo d'Inverno dello zar di Russia Nicola II e lo pubblicarono. Fu un colpo nello stomaco dei cattolici perché esso escludeva la Santa Sede dal futuro Congresso di pace. Papa Pio X era morto angosciato dal “guerrone” ormai in corso. Benedetto XV deplorò ' l' “inutile strage”. Dalla divulgazione dell'accordo, i cattolici scoprirono che la guerra era anche contro la Santa Sede. I termini dell' arrangement non furono comunicati neppure al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Luigi Cadorna, che da mesi stava organizzando la macchina militare. Per decenni l'Italia aveva allestito difese fronte Ovest. Grazie all'alleanza difensiva con Germania e Austria-Ungheria (20 maggio 1882) non aveva motivo né modo di difendersi a est: un confine penalizzante. Eppure venne deciso l'intervento. L'opera più densa e acuta sul Costo della guerra italiana rimane il libretto di Fulvio Zugaro. All'epoca colonnello, già segretario della Commissione d'Inchiesta su Caporetto, la cui relazione egli scrisse “sotto 'assillo di altrui ansiosissima impellente pressione”  (cioè la “politica”, che usò l'Inchiesta per sbaragliare i militari), Zugaro sintetizzò la storia economica della guerra mondiale, lasciata ai margini dalle decine di volumi pubblicati nel 2014-2015, sulla scia della pochezza della cultura politica italiana, impastata di “poesia” e digiuna dei “costi” (del resto prima ancora di acciuffare il potere Renzi Matteo dichiarò che agli italiani poco importa di un 1%  di PIL in più o in meno).
  Tutti gli interventisti persero la guerra. Al Congresso di pace del 1919-1920 (trattati di Versailles, Saint-Germain, Trianon, Sèvres, Neuilly tra i vincitori e i vinti: Germania, Austria, Ungheria, Turchia e Bulgaria) gli interventisti democratici si trovarono con un pugno di mosche in mano. Altrettanto accadde per chi voleva Fiume (mai incluso nell'accordo di Londra), a repubblicani, radicali, socialisti riformisti, ad associazioni come “Trento e Trieste”, Dante Alighieri, Lega Navale e alla massoneria.
  Ma l'intervento fu davvero improvviso? Sin dall'estate 1914, quasi un anno prima della dichiarazione di guerra, anche in Italia alcune grandi industrie iniziarono la produzione di armi d'avanguardia. Senza alcuna commessa governativa, si procurarono le materie prime, progettarono, sperimentarono e misero a punto la fabbricazione di artiglieria pesante e prototipi di aerei da combattimento, di cui il paese era pressoché privo. L'industria bellica compì un  gigantesco salto di qualità. La spada tracciò il solco. Politici come Salandra, Sonnino (che pure di bilanci s'intendeva), Martini, Boselli... vi sprofondarono e vi trascinarono il Paese.
  Le vicende del secolo di guerre continue 1915-2015 va indagato non sulla base delle ideologie e di rivistine letterarie ma dei giganteschi interessi che le alimentarono e le sorressero, senza moralismi né scandalismi, bensì per capire i meccanismi veri della concatenazione potere politico/scienza/produzione e “casi umani” conseguenti.
  La guerra oggi sulla soglia di casa forse snebbierà le illusioni di chi ritenne che il Paese Italia possa campare solo come giardino per turisti spensierati. Ora ci stanno arrivando anche terroristi. Il Mediterraneo diviene sempre più stretto. Come ai tempi delle Guerre puniche. Con la differenza che non c'è più Roma, non ci sono né Caio Duilio né gli Scipioni. Ci sono le cooperative e un predicatore arrivato “dalla fine del mondo”. Forse è troppo poco e troppo per il Paese Italia.
Aldo A. Mola 
DATA: 20.09.2015

LA RUSSIA RICONOSCE LA DEPORTAZIONE DEGLI ITALIANI DI CRIMEA

LA RUSSIA RICONOSCE LA DEPORTAZIONE DEGLI ITALIANI DI CRIMEA PUTINIl 14 di questo mese, il presidente russo Putin, in compagnia di Berlusconi, ha incontrato a Yalta i rappresentanti della Comunità degli Italiani di Crimea. Erano presenti Giulia Giacchetti Boico, che presiede la Comunità, Natale De Martino e due giovani della Comunità.
L'incontro è avvenuto su suggerimento di Silvio Berlusconi che si trovava in Russia, ospite di Putin, prima a Soci e poi in Crimea.
I rappresentanti della nostra comunità sono giunti da Kerc, dove risiede la maggior parte dei nostri connazionali, in auto, scortati dalla polizia.
Giulia Giacchetti ha parlato soprattutto con Putin ed ha raccontato la loro storia. Giunti in Crimea dalla Puglia nel 1830 e intorno al 1870, dopo un lungo periodo di tranquillità e sviluppo, arrivarono ad essere circa 5.000, incominciarono ad essere perseguitati con l'avvento del comunismo in Russia, soprattutto durante le purghe staliniane,  molti furono arrestati e di loro non si ebbero più notizie.
I superstiti, circa 3.000, uomini, donne, bambini, lattanti, vecchi vennero deportati alla fine di gennaio del 1942 in Kazakistan con vagoni piombati in condizioni inumane. L'accusa era di essere italiani e quindi simpatizzanti per il nemico. Quasi tutti i bambini morirono nel viaggio per il freddo, la fame, i maltrattamenti. I cadaverini vennero buttati fuori dai vagoni dalle guardie durante il tragitto e rimasero insepolti. Anche molti altri morirono.
Giunti in Kazakistan dopo un mese, con una temperatura di anche 30-40 gradi sottozero, vennero abbandonati in baracche. La morte sopraggiunse per molti altri. La tragedia fu volutamente ignorata in Italia per 60 anni. Le lettere scritte ad ambasciate e consolati italiani dai superstiti non ebbero mai risposta.
Non era opportuno parlarne: era cattolici e uccisi dai comunisti (e non dai soliti nazisti). Solo in 300 (trecento) tornarono in Crimea al tempo di Kruscev.
Putin affermava, nell'incontro, di essere totalmente all'oscuro della vicenda, Berlusconi si intratteneva con De Martino, deportato con la famiglia a 8 anni.
I nostri connazionali chiedevano soprattutto il riconoscimento della deportazione che, ironia della  sorte, malgrado le loro proteste e documentazioni, non era stata ancora, dopo tanti anni, riconosciuta. Giulia donava a Putin il libro trilingue (italiano, russo e ucraino) scritto da lei e da Giulio Vignoli. De Martino donava a Berlusconi il libro in italiano del solo Vignoli (Gli Italiani di Crimea, edito da Settimo Sigillo di Roma).
Tornato il giorno dopo a Mosca, Putin firmava il decreto di riconoscimento della deportazione.
La repubblica italiana è rimasta finora inerte, malgrado i solleciti e le insistenze effettuate da 10 anni. Si chiede che venga restituita ai nostri connazionali crimeani la cittadinanza italiana. Essi furono privati al momento della deportazione di ogni documento e consegnato loro in cambio un foglio con scritto: “deportato”.     

DATA: 18.09.2015

AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D'AOSTA E RE DI SPAGNA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 13/09/2015
              
Amedeo d'Aosta              Il monumento equestre del principe Amedeo di Savoia, dinnanzi al Castello del Valentino di Torino, è tra i più coraggiosi e suggestivi del Vecchio Piemonte. Un inno alla Cavalleria come “divisa morale”, uno stile, una civiltà. Il basamento è un'epopea di storia patria da leggere e rileggere con attenzione. Lo eresse Davide Calandra (Torino, 21 ottobre 1856 - 8 settembre 1915: un centenario passato sotto silenzio), che abitava in una villa poco di fronte col fratello Edoardo, pittore e scrittore, autore di “La Bufera”, il miglior romanzo storico dell'Ottocento (Manzoni a parte, s'intende). Davide legò il nome a “Piemonte Reale”, “Lady Godiva”, al monumento di Zanardelli a Brescia, a quello del generale Mitre a Buenos Aires e, con altre celebri opere, a “Il Conquistatore” (un mònito per l'età presente) e al maestoso altorilievo bronzeo dell'Aula di Montecitorio che tutti vedono in televisione ma nessuno sa di chi sia. Nove secoli di Casa  Savoia da Umberto Biancamano a Vittorio Emanuele III, il re che rende omaggio alla Forza e alla Diplomazia, sintesi del patto irrevocabile con gli italiani: lo Statuto albertino.
Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, primo duca di Aosta, nacque a Torino il 30 maggio 1845 e vi morì appena quarantacinquenne il 18 gennaio 10  1890, nel Palazzo affacciato sulla via che prende nome dalla sua prima consorte, Maria Vittoria della Cisterna. Fu il terzogenito di Vittorio Emanuele, all'epoca duca di Savoia, e di Maria Adelaide d'Asburgo, arciduchessa d'Austria. Lo precedettero Maria Clotilde, nel 1859 sposa sedicenne di Gerolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III, e Umberto Ranieri (Umberto I, re d'Italia dalla morte del padre, 9 gennaio 1878 al regicidio di Monza, 29 luglio 1900). Lo seguirono Oddone, duca del Monferrato (1846-1866), Maria Pia (1847-1911), nel 1862  sposa di Luigi di Braganza, re del Portogallo, e Carlo Alberto, duca del Chiablese, morto a soli tre anni.
Senatore del regno a ventun anni, medaglia d'oro per la condotta nello scontro di Monte Croce durante la sfortunata battaglia di Custoza, nel corso della terza guerra d'indipendenza (1866), nel 1867 il ventiduenne Amedeo sposò la nipote di Carlo Emanuele della Cisterna, uno tra i più influenti campioni della causa liberale in Europa, cospiratore nel 1821, tanto da essere condannato a morte e impiccato in effigie. Ispettore della Marina militare, Amedeo rappresentò l'Italia all'inaugurazione del Canale di Suez che fece del Mediterraneo il canale dalla Gran Bretagna all'Oceano Indiano e al Giappone, quando dall'Impero del Sol Levante si importavano semi di filugello, fondamentali per l'industria serica italiana.
Nel 1862, dopo Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti d'America, Grecia e Francia anche l'impero di Russia e il regno di Prussia riconobbero il neonato regno d'Italia, chiamato a concorrere alla stabilità della pace in un'Europa che stava per imboccare la seconda fase degli imperi coloniali. Quasi tutti i sovrani regnanti erano uniti da legami di famiglia, antichi e recenti. Ciascuno di essi, però, aveva alle spalle interessi interni e soprannazionali. Anche la religione pesava. Il culto nazionale prevalente vincolava il sovrano, capovolgendo il vecchio principio: “cuius regio, eius et religio”. All'opposto, i principi e i re insediati nell'Europa orientale (Grecia, Romania, Bulgaria...) optarono per quello dei rispettivi popoli, pena l'isolamento. La differenza di culto tra i sovrani e le loro consorti creò complicazioni, anche perché si ripercosse sul battesimo dei figli. Benché il potere temporale del papa-re dal 1860 fosse ridotto al solo Lazio e a Roma, la chiesa cattolica rimaneva influente in molti Stati europei, oltre che nell'America centro-meridionale e altrove con le “missioni”, in piena espansione. All'internazionale dei re e delle confessioni religiose si contrapponevano quella socialista rivoluzionaria, ispirata da Karl Marx, e la pacifista, che tenne il primo congresso a Ginevra nel settembre 1867. Garibaldi vi propugnò il disarmo universale, ma due mesi dopo salì a cavallo per abbattere Pio IX. Venne fermato a Mentana dagli chassepots dei papalini.
Da quel groviglio di cavi ad alta tensione, nel luglio 1870 scaturì il corto circuito della guerra tra l'Impero di Francia e il regno di Prussia, affiancato da gran parte della Confederazione germanica. A scatenarlo fu la ruvida richiesta di Napoleone III a Guglielmo IV di Prussia: Parigi pretendeva che Berlino dichiarasse che “mai” un principe tedesco avrebbe mirato al trono di Spagna. La Francia non voleva tornare nella tenaglia austro-germanica come nel Cinque-Seicento.
A generare la crisi fu l'affannosa ricerca di un re per il trono di Spagna. Dopo la monarchia  “costituzionale” (1834-1868), gli spagnoli cacciarono Isabella II di Borbone e intrapresero la via della “monarchia democratica”. L' Assemblea Costituente (Cortes) di 381 deputati (85 dei quali repubblicani, 20 “carlisti” cioè fautori della legittimità di don Carlos, secondo la legge salica, cioè la successione di maschio in maschio), eletta a suffragio universale maschile (quattro milioni: all'epoca in Italia gli elettori erano appena 600.000), varò la nuova Costituzione che proclamò la libertà di culto e decretò l'elettività del re da parte delle Cortes. Madrid, però, non decideva da sola. Occorreva avere un aspirante/candidato alla corona gradito alle grandi potenze o non incompatibile con i loro interessi. Tramontate varie ipotesi, su indicazione del generale Juan José Prim, massone, la scelta cadde su Amedeo di Savoia, anche in considerazione degli antichissimi titoli sabaudi alla successione sul trono di Spagna; essa, tuttavia, non fu accolta. Dopo altre opzioni, fu la volta di Leopoldo di Hohenzollern, con le conseguenze catastrofiche del 1870-1871: la guerra franco-germanica, il crollo di Napoleone III, la Comune a Parigi...
A quel punto Prim ripropose “don Amadeo”. Nel 1863 era stata ventilata la sua designazione a re di Grecia. Negli occulti maneggi ebbe parte importante il monregalese Carlo Michele Buscalione, alto dignitario massonico, fondatore della Lega elleno-latina, paravento della diplomazia segreta. Il 16 novembre 1870 le Cortes votarono re Amedeo di Savoia con 161 “si” contro 120 “no”. Una maggioranza risicata. Il difficile, dunque, sarebbe venuto dopo. A cospetto del caos europeo, Casa Savoia fece la sua parte con determinazione. Su decisione del padre, il venticinquenne Duca di Aosta, che non parlava una parola di spagnolo, accettò la corona. Giunse in nave a Cartagena in tempo per apprendere che l'artefice e garante del suo avvento, il generale Prim, era stato ucciso.
Re Amedeo affrontò la prova con alto senso di responsabilità. Il “Times” di Londra scrisse che aveva assunto “un compito difficile e fece del suo meglio per adempiervi onoratamente”. Ripetutamente bersaglio di attentati, assecondò le correnti liberali, ma gli spagnoli non assecondarono lui. I repubblicani erano guidati dal cavalleresco Emilio Castelar. Le Cortes erano una babele, descritta con distacco da Edmondo De Amicis nei Ricordi di viaggio. Dopo una girandola di quattro governi e un centinaio di ministri, il capo del governo, Francisco Serrano, propose di sospendere la Costituzione: Amedeo rifiutò fermamente. Figlio del re che aveva salvato lo Statuto, era a sua volta sovrano costituzionale. Dopo nuove elezioni (agosto 1872) e ulteriore polverizzazione dei “partiti”, si riaccese la guerra carlista, cioè dei sostenitori di don Carlos di Borbone, pretendente alla corona di Spagna, mentre iniziava quella di Cuba. Il 17 luglio 1872, di rientro a Palazzo Reale  di Madrid dal più fresco Buen Retiro, Amedeo e Maria Vittoria furono bersaglio di una fitta sparatoria: un attentato dai mandanti misteriosi. Nel Natale seguente il re decretò l'abolizione della schiavitù nell'isola di Portorico. Alle Cortes si formò  una maggioranza repubblicana o, più correttamente, contraria al “re italiano”. Amedeo I giunse alla conclusione: “Estamos en una casa de locos: siamo in una gabbia di matti”. Abdicò l'11 febbraio 1873, dopo 777 giorni di regno. Partì per Lisbona con la regina e i tre figli (Emanuele Filiberto, futuro “Duca invitto” durante la Grande Guerra, Vittorio Emanuele conte di Torino e il neonato “Luis Amadeo”, esploratore di fama imperitura) lasciando un messaggio letto l'indomani alle Cortes: “La Spagna continua a vivere in perenne conflitto, nel clamore confuso, assordante e contraddittorio dei partiti. Oggi sono fermamente convinto che i miei sforzi sarebbero sterili”. Rinunciò alla corona, per sé e i successori, e la restituì alla nazione spagnola. A rendergli omaggio fu proprio Castelar: “Sua Maestà è stato fedele, fedelissimo custode del rispetto dovuto alle Camere”. Lo ricorda Danila Satta nel bel libro scritto in dialogo con Amedeo di Savoia, V Duca di Aosta, “Cifra Reale” (2015).
A Madrid le Cortes proclamarono la repubblica, che generò il caos, durò poco e fu spazzata via con la restaurazione della monarchia e il ritorno di Alfonso XII di Borbone, sovrano moderno e apprezzato, morto a soli 28 anni dopo undici di regno e due attentati alla sua vita. La corona passò al figlio postumo, Alfonso XIII, che nel 1931 lasciò la Spagna, preda di un'altra ventata repubblicana finita nella guerra civile (1936-1939).
Tornato in Italia, riassunti i titoli ereditari alla corona e vedovo dal 1876, nel 1888 Amedeo sposò la piissima nipote, Maria Letizia, figlia di Gerolamo Bonaparte, “Plon-Plon”, massone e anticlericale, e di Clotilde, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi. Visse a Torino, a Palazzo Cisterna, con piccolissima “corte”, amato, rispettato e ammirato come Cavaliere dell'Ideale, quale appunto lo raffigurò Calandra. Protesse artisti e scienziati.  Morì tra le braccia di Umberto, accorso alla notizia della sua fine imminente. Insegnò una verità elementare: se non si contentano di un sovrano costituzionale e si lacerano in esasperanti lotte tra opposte fazioni, i popoli finiscono fatalmente nelle spire della tirannide. (*)
Aldo A. Mola
(*) Amedeo di Savoia, duca di Aosta e re di Spagna, viene ricordato sabato mattina 19 settembre a  Palazzo Cisterna (Torino, via Maria Vittoria), per iniziativa del Centro Principe Oddone, presieduto da Maura Aymar, con l'egida della Provincia di Torino, del Consiglio Regionale del Piemonte e del Centro Giolitti (Dronero-Cavour).
DATA: 13.09.2015

ELISABETTA II REGINA: IL NUOVO LIBRO DI FRANCESCO DE LEO

Elisabetta II Regina di Francesco De Leo Aracne EditriceFrancesco De Leo, giornalista e direttore di Oltreradio, da anni si occupa da un punto di vista internazionale di Monarchie. Spesso abbiamo segnalato delle trasmissioni da lui dirette in cui De Leo ha approfondito il ruolo delle Corone in ambitomondiale. Ma la più grande passione del giornalista rimane quella per il Regno Unito, tanto che è in uscita propio in questi giorni il suo nuovo libro: "Elisabetta II Regina" per Aracne Editore.
Il volume, con prefazione del saggista Brian Hoey (già autore di 26 libri sulla Famiglia Reale britannica, della prima guida ufficiale di Buckingham Palace e usuale commentatore televisivo degli eventi riguardanti la Corona), ripercorre la prima parte della vita della Sovrana che proprio il 9 settembre 2015 supererà il record di longevità politica di un Monarca inglese, finora detenuto dalla Regina Vittoria.
Dalla nascita, avvenuta a Londra 89 anni fa, De Leo con partecipato interesse va a ripercorrere le tappe salienti di questa donna che sta segnando un'epoca: la sua infanzia in un periodo di profonda crisi per l'economia europea, il rapporto con il padre, Re Giorgio VI e l'esempio che ne trasse da questa importante figura, il suo percorso di studi, il dramma dell'entrata in guerra, l'incontro con il futuro marito, il Principe Filippo, la morte del padre e la sua ascesa al Trono. Splendida e minuziona la descrizione dell'Abbazia di Westminster, degna di un manuale di architettura, luogo fondamentale per la Corona inglese dove Elisabetta venne incoronata il 2 giugno 1953 e che quattro decenni dopo vide i funerali della Principessa Diana. Il libro, senza voler essere di parte, semplicemente con la descrizione degli eventi, per forza di cose risulta essere un'esaltazione della Sovrana e del Ruolo della Monarchia. Si conferma che la popolarità della Corona inglese è un dato di fatto ed è profondamente sentita dai cittadini del Regno Unito.
In conclusione al volume vi è una conversazione dell'Autore con Giorgio Napolitano, il quale non ha mai fatto mistero della propria stima e amicizia nei confronti della Sovrana inglese (anche il Corriere della Sera si è occupato di qeusta conversazione con una pagina dedicatale). In appendice una rassegna fotografica con delle splendide fotografia della Regina.
Un lavoro moderno, scrupoloso e scritto con il cuore, che consigliamo di far entrare nelle nostre librerie. (dc)

Elisabetta II Regina di Francesco De Leo
Aracne Editrice
Prefazione di: Brian Hoey
Data di pubblicazione: 1 settembre 2015
Prezzo di copertina: € 15,00
pagine: 192
formato: 14 x 21
ISBN: 978-88-548-8622-3



DATA: 07.09.2015

ATTENTI AI MARAMALDI: IL PERICOLO NON ARRIVA SOLO DAL MARE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 06/09/2015
              
              I popoli europei sono stanchi di guerre e di invasioni. Vanno capiti. Per farlo occorre anzitutto smetterla di parlare di “Europa” e tornare alle radici, eluse e recise, dell'europeismo originario: il federalismo dei popoli, tradito dall'euroburocrazia, da pateracchi tra governi sempre più lontani dai cittadini, retrocessi a sudditi.
Da sudditi, per decisioni di sovrani e di cancellerie, i popoli europei si sono massacrati nel secolo scorso capovolgendo in peggio il progresso civile conseguito per sé e in molti spazi colonizzati, sulla base della difficile convivenza tra culture e civiltà diverse ma, a differenza del passato, non necessariamente contrapposte in duelli mortali. Da un secolo di conflitti e di regimi totalitari l'Europa orientale è uscita appena vent'anni orsono, con il crollo dell'URSS; ma subito dopo la Cecoslovacchia si è spezzata e i Balcani sono stati teatro di guerre razziali e religiose, completi di etnocidi. I bombardieri partivano dall'Italia, quando presidente del consiglio era Massimo D'Alema. Lo ricorda Sergio Romano con pagine asciutte In lode della guerra fredda (Longanesi). I trenta-quarantenni oggi al governo d'Italia forse non lo percepiscono, ma la Storia ha conficcato nel corpo dell'Europa quel conflitto, poi devoluto alle aule di un Tribunale internazionale inventato per colpire l'esecutore, occultare il mandante e consolare la cattiva coscienza dei corresponsabili. 
I popoli dell'Europa orientale oggi reagiscono dinnanzi all'orda di profughi/migranti perché conservano memoria degli invasori che per secoli li soggiogarono imponendo loro la sottomissione. Per un millennio e sino a due secoli orsono anche le coste italiane furono bersaglio di incursioni saracene/berberesche devastanti, sotto l'incubo di scorrerie, penetrazioni, dominazioni dei secoli precedenti. Il collasso seguito alla seconda guerra mondiale (liquidazione dell'“impero coloniale”, arroccamento nella “piccola Europa”, i ceffoni della repressione sovietica in Ungheria nel 1956 e a Praga nel 1968) fecero chiudere agli italiani gli occhi sul quarto e quinto mondo. Poi, improvvisamente, dilagò l'illusione che il pianeta fosse un immenso villaggio turistico nel quale razze e religioni vanno d'amore e d'accordo, pregano e si divertono: tutti insieme appassionatamente. Pura illusione.
La Storia sta presentando il conto degli errori recenti e gravissimi. E altri ancora ne presenterà. Malgrado le pressioni in corso per cancellare, appiattire, dimenticare (amnistia fa rima con amnesia), se non gli italiani altri popoli europei hanno amara memoria di sé. Quelli “di frontiera” conoscono il peso della storia. Vale per l'Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Polonia (sorta, annientata, distrutta, rinata varie volte in due secoli e mezzo), ma anche per molte regioni d'Italia, a cominciare dall'area Liguro-Piemontese che è stata sempre con l'arma al piede, non per opprimere ma per difendersi dagli invasori. Francesi da Ovest, alemanni da est, a volte i gallo-ispani, poi gli austro-russi...: una litania di guerre che nessuno può pretendere di cancellare. Perciò, è davvero insulso pensare di risolvere l'odierna invasione multirazziale e plurireligiosa (al netto di terroristi) creando all'improvviso, all'interno di  comunità plurisecolari, ghetti di “immigrati”che non intendono affatto integrarsi e vengono sentiti come estranei anche da chi provenne dalle loro stesse terre ma condivide il modello di società nel quale vive: libertà nei confini della legge.
  La discriminante non è l'etnia ma la concezione della comunità, dello Stato, dei diritti e dei doveri, l'armonia tra credenze e pratiche “religiose” e il diritto comune, calpestato da pratiche superstiziose. I cittadini europei hanno conquistato il loro modello di civiltà con secoli di lotte. Intendono difenderlo. Ne hanno diritto. Catapultare qui e là manciate di “migranti” scommettendo sulla convivenza coesistenza tra diversi e persino tra opposti significa seminare una miriade di incendi futuri. I popoli d'Europa, in realtà, stanno pagando il prezzo della sconclusionata politica militare degli Stati Uniti d'America e di alcuni loro alleati conniventi e/o succubi, come la Francia di Sarkozy: le due guerre del Golfo, la “primavera araba” (sanguinosa favola breve, una cortina dietro la quale sanguina l'Africa dall'Oceano indiano alla Nigeria), la guerra pretestuosa (mai dichiarata ma fatta) contro la Siria, lo spazio aperto alla lotta interislamica per il califfato (lo pretendono tutti in un conflitto che oppone fanatismi e razze: i turchi non sono arabi e viceversa; l'Africa settentrionale, dagli Egiziani ai mauritani, è un mosaico di etnie, a tacere dell'Africa nera islamizzata).
In questa cornice si colloca la labilità della politica estera dell'Italia. Gli italiani ricordano (o debbono ricordare) che i loro guai sono nati, sì, da invasioni straniere di vario genere, ma vittoriose perché i nemici hanno sempre contato su traditori all'interno del Paese, ora prezzolati ora solo cupidi di vendetta fratricida, dalla Sicilia al Veneto. Nel 1530 Francesco Ferrucci fu tradito da Malatesta Baglioni mentre difendeva la repubblica di Firenze con Michelangelo Buonarroti contro il papa e l'imperatore. Non fu assassinato da un invasore, da un lanzo luterano, ma dal vendicativo Fabrizio Maramaldo, napoletano, al quale rinfacciò “Vile, tu darai a un morto”. Perciò, nella crisi in corso, destinata a peggiorare con conseguenze non previste dai giullari oggi al governo, non basta guardarsi dal pericolo esterno. Occorre individuare i Maramaldi interni. Non si può cantare l'elogio di Eugenio di Savoia vincitore sui turchi tra il Sei e il Settecento e stendere tappeti dinnanzi a una nuova rovinosa avanzata di chi non condivide nulla dell'Europa attuale e intende solo occuparla e sottometterla in una visione teocratica della “comunità”, fondata su regole “religiose”. Liberi dalle ideologie malsane del Novecento, i popoli d'Europa hanno diritto di rispondere che “hanno già dato” e non sanno che cosa fare dell'euroburocrazia, che ha incartapecorito l'idea d'Europa, né di opportunismi spacciati come ideali. 
Aldo A. Mola (*)
 (*)  Co-fondatore del Partito federalista europeo (Anversa, giugno 1963)
DATA: 07.09.2015

8 SETTEMBRE 1943: L’EPILOGO

Armistizio Quando solo due anni prima, Capi di Stato e di Governo, di alcune nazioni europee invase dalle truppe naziste, riparavano all’estero per sfuggire alla furia di Hitler, l’8 settembre del 1943, un Re, Vittorio Emanuele III, Capo di Stato italiano, decise di  rimanere. Rimase per sé, per la storia di Casa Savoia che rappresentava, e per il suo Paese. Diramato l’Armistizio con gli anglo-americani, il giorno seguente, il “Re soldato” decise di trasferirsi a Brindisi, dove ricostituì lo Stato legittimo proponendosi come l’unico interlocutore delle forze alleate. Nell’impossibilità di difendere Roma infatti, dichiarata “città aperta”, il Re, se fosse rimasto nella capitale, sarebbe stato ucciso o catturato dai tedeschi, e Hitler, con ogni probabilità, vi avrebbe insediato un governo fantoccio rendendo ancor più tragico il destino dell’Italia, che inevitabilmente sarebbe stata rasa al suolo dai bombardamenti degli  anglo-americani. Il trasferimento del Re a Brindisi, e quindi dello Stato, con l’Armistizio che né seguì, permise inoltre all’Italia, alla fine della guerra, di sottoscrivere un trattato di pace con i nuovi alleati, che per quanto se ne dica, non fu affatto così funesto come spesso viene valutato dalla storiografia di regime. Persa per persa la guerra, Vittorio Emanuele III salvò il salvabile. Cosa sarebbe accaduto al nostro Paese se non ci fosse stato quell’Armistizio? In quel caso all’Italia, dopo essere stata completamente distrutta, sarebbero state imposte condizioni di resa ancor più dure, probabilmente le stesse che furono imposte alla Germania di Hitler (rasa al suolo e divisa in due), o al Giappone di Hirohito (controllato dagli USA fino al 1952). La storiografia repubblicana, inoltre, nell’analizzare i fatti legati a quell’8 settembre, tende per lo più ad imputare errori e colpe a singoli protagonisti di quegli avvenimenti, che spesso, solo ad una lettura superficiale della storia possono apparire tali. Di frequente, ad esempio, gli storici, tendono ad incolpare Mussolini per aver trascinato l’Italia in guerra, o il Re Vittorio Emanuele III per essere fuggito da Roma nel 1943, o Badoglio per essere rimasto vittima delle sue incertezze e ambiguità nell’abbandonare il vecchio alleato tedesco. Ma chi si occupa di storia spesso dimentica, o sembra volersi dimenticare, che l’avvento del fascismo, con la conseguente catastrofe della seconda guerra mondiale, rappresentano solo i frutti e non le cause della crisi in cui era precipitata l’Italia. Quella crisi, che in realtà, ebbe inizio trent’anni prima, quando l’Italia si preparava ad entrare nel primo conflitto mondiale. Ripercorriamo brevemente le tappe fondamentali di quel trentennio per capirne le consequenzialità, iniziando dall’ascesa al potere del duce del fascismo. Nel 1922 il trentanovenne Benito Mussolini fu incaricato dal Re alla guida del Governo, perché dopo brevi consultazioni, le maggiori personalità politiche, la Confindustria, la Chiesa cattolica, i maggiori Istituti bancari, e alcune associazioni di categorie lavorative, manifestarono esplicitamente il loro assenso per la sua investitura, dopo che, dalla fine del primo conflitto mondiale, si erano succeduti sette esecutivi inconcludenti e di breve durata con crisi extraparlamentari  in un quadro di guerra civile strisciante. Il primo governo Mussolini non fu quindi né anticostituzionale, né antiparlamentare, al contrario, fu votato dal Parlamento, e sicuramente fu un governo di salvezza nazionale. Vittorio Emanuele III, quale Re costituzionale, aveva assolto al suo dovere, quello di ricondurre la grave crisi extraparlamentare all’interno del Parlamento, come voleva lo Statuto. Ma a mio avviso, qui sta il punto! Proprio quel Parlamento istituzionalmente troppo fragile, e che troppo spesso in passato lo si vide soccombere e umiliarsi di fronte allo strapotere all’esecutivo (sia  dalla Corona che con l’art. 5 dello Statuto aveva la facoltà di decidere una guerra senza l’assenso delle Camere, sia dal Governo che comunque era in grado di condizionarne l’operato e di impossessarsi delle sue prerogative attraverso l’uso indiscriminato dei decreti legge), unito al fatto, che dalle elezioni a suffragio universale maschile del 1913 a quelle del 1919, esso non aveva saputo dare all’Italia una classe politica sufficientemente pronta per affrontare le gravose sfide che la attendevano, sembrano essere le maggiori cause che portarono Mussolini ad impadronirsi del potere politico per più di vent’anni. Si può senza dubbio affermare infatti, che le Camere elette nel 1913 e nel 1919 ebbero una battuta d’arresto per quanto concerne il rapporto di forza nei confronti dell’esecutivo, che andò a tutto vantaggio di quest’ultimo. Tanto più grave, appare il fatto, che nonostante l’allargamento del suffragio, sia nelle elezioni politiche del 1913, e con un bacino elettorale ancor più ampio in quelle del 1919, l’esecutivo non attenuò le sue ingerenze nei confronti del Parlamento, come sarebbe stato logico, ma anzi le accentuò. La democratizzazione dello Stato cioè, non era servita al Parlamento per riacquistare quel ruolo da protagonista che pur aveva avuto in passato all’interno delle Istituzioni. Fu infatti un Parlamento evanescente e prono all’esecutivo, quello che concesse i pieni poteri di guerra al governo Salandra nel maggio del 1915, e in preda al caos, dovuto anche alla difficile situazione economica e sociale creatasi nel primo dopoguerra, quello eletto nel 1919.  A quest’ultimo si aggiunse lo sconquasso generato dalla nuova  legge elettorale proporzionale con scrutinio di lista, che, alle elezioni politiche del 1919 produsse undici gruppi parlamentari alla Camera elettiva e addirittura quattordici alle elezioni del 1921, creando instabilità nelle maggioranze di governo e aprendo un solco tra lo stesso Parlamento, le Istituzioni, e il Paese. Con l’introduzione della proporzionale da parte della classe politica liberale alle elezioni del 1919, si concretizzò uno dei più clamorosi e rari casi di suicidio politico di un’intera classe dirigente. Con essa infatti venne consacrata l’affermazione dei partiti ideologici di massa quali il Partito Socialista e quello cattolico, ma condannò nello stesso tempo il Paese all’instabilità, a causa della rigidità delle posizioni assunte nella dialettica politica dai due partiti, spingendolo alla fine sull’orlo della guerra civile. I liberali non erano più il fulcro della politica italiana. Fece bene dunque Vittorio Emanuele III, nel 1922, a ricondurre la crisi nell’alveo Parlamentare, ma il Parlamento, ancora una volta, come accadde in passato, non riuscirà a bilanciare lo strapotere dell’esecutivo, questa volta incarnato dal volto deciso di Benito Mussolini, che dal 1924 imboccherà la via autoritaria, con tutto quello che né seguirà fino all’epilogo dell’8 settembre 1943. Quanto al popolo italiano, chiamato ad eleggere i suoi rappresentanti alla Camera bassa nelle tornate elettorali del 1913, del 1919 e del 1921, non sembra essere esente da colpe. In quest’ottica complessiva, appare quindi giustificata l’affermazione fatta da Giolitti il 17 novembre del 1922, dopo l’insediamento del primo governo Mussolini, secondo la quale:” La Camera ha il governo che si merita. Essa non ha saputo darsi, in varie crisi, un governo, e il governo se lo è dato il Paese da sé”. E non seppe come finì!
Roberto Carotti - Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 03.09.2015

NIZZA E L'IRREDENTISMO: E' USCITO IL NUOVO LIBRO DEL PROF. GIULIO VIGNOLI SU MARCELLO FIRPO

NIZZA E L'IRREDENTISMO: E' USCITO IL NUOVO LIBRO DEL PROF. GIULIO VIGNOLI SU MARCELLO FIRPOIl Prof. Giulio Vignoli dell'Università di Genova, da sempre attento ricercatore di temi trascurati (volutamente o no) dalla storiografia ufficiale, da anni si occupa dell'irredentismo di Nizza e del Nizzardo. Ha già pubblicato tre libri (I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica Italiana, Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa, editi entrambi da Giuffrè, la più grande casa editrice scientifica italiana, il pamphlet Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo  con Il settimo Sigillo) oltre a diversi saggi e studi sull'argomento.
Clamoroso fu l'episodio di censura subita dal Vignoli nell'ambito di una giornata di studi promossa dal Consolato Generale d'Italia a Nizza in cui il cattedratico ligure venne zittito perché parlò dell'importanza della cultura italiana a Nizza e delle persecuzioni francesi che portarono all'estinzione della stessa.
Ora, edito da Settimo Sigillo, è uscito il nuovo libro del Prof Vignoli: L'Irredentismo italiano di Nizza e del Nizzardo. Il Caso Marcello Firpo (1860-1946).
Il volume costituisce il primo tentativo effettuato da un Accademico, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, di chiarire le motivazioni delle rivendicazioni italiane sul territorio di Nizza nel 1938 e di descrivere con equità la sua occupazione da parte dell’Italia durante la guerra dal 1940 al 1943. Il libro fornisce anche nuove informazioni, nuove perché fin qui non conosciute o volutamente ignorate, circa la possibile concordata entrata in guerra, con la Francia. Come risulterebbe dal carteggio conservato (e poi sparito) nell’Archivio privato di Umberto II a Cascais.
L'Autore va alla riscoperta di Marcello Firpo, poliedrico autore italiano, scrittore e poeta dialettale, che subì gravi persecuzioni da parte francese per l'accusa di collaborazionismo, scontando addirittura sette anni di lavori forzati nel carcere di Marsiglia.  “Caso” del tutto ignoto in Italia.
16 pagine di illustrazioni fuori testo. Appendice documentale.


Pagine    136
Isbn    9788861481657
Prezzo : € 14,00

DATA: 03.09.2015
   

2016: RISCHIO DEFAULT PER I PICCOLI COMUNI?

 La Corte dei Conti ha ricordato poco tempo fa che nel periodo 2007-2015  gli ottomila comuni italiani hanno avuto minori risorse per complessivi 18 miliardi: 6 sotto forma di tagli e 12 miliardi come contributo al patto di stabilità. Questa situazione, che attraversa esperienze e politiche di
governi diversi, ha superato il livello di guardia e con quest'anno è diventata assolutamente insostenibile. Non è il consueto pianto greco, con tutto il rispetto per i ben più gravi guai di Atene, e nemmeno il rifiuto di prendere atto della situazione economica italiana e internazionale.
I Comuni il loro contributo lo hanno dato e lo danno ma continuare su questa strada significa ridurre fortemente i servizi ai cittadini e inasprire la tassazione locale che, spesso, è già a livelli molto alti. L'istruzione è giustamente obbligatoria ed è uno dei principali doveri dello Stato. Peccato che lo stesso provveda  al pagamento del personale insegnante, e non è poca spesa, ma il resto è di fatto a carico in gran parte dei Comuni, compresa l'edilizia, salvo ancora inadeguati finanziamenti statali. Il diritto allo studio, per esempio, cioè trasporto scolastico, mensa e servizi vari (in alcuni casi anche il pagamento dei libri di testo per le fasce di reddito più basse) grava sulle casse comunali, a parte le quote di compartecipazioni a carico delle famiglie, in genere proporzionali al loro reddito e che copre molto parzialmente la spesa. Un caso a sé è quello dei piccoli comuni che poi spesso sono l'unico punto di riferimento per i cittadini, specie nelle zone disagiate e comunque decentrate.  C'è una sorta di accanimento nei loro confronti, non solo sotto forma  di tagli e di patto di stabilità, ma anche per i continui ridimensionamenti di servizi. Basti pensare alla falcidia degli uffici postali, solo per citare un  caso. Andare avanti così significa rischiare seriamente nel 2016 il default di molti comuni, in particolare piccoli. Continuare con riforme non solo frettolose ma  anche fatte male (vedi la vicenda delle semi abolite Province) significa smontare e rimontare in modo maldestro pezzi dello Stato. A danno di chi deve avere servizi e deve trovare risposte a necessità praticamente quotidiane.
La nota di Alessandro Mella, consigliere nazionale dell'U.M.I.,  che ho letto con attenzione  e dal titolo “Sindaci e comuni, dal danno alla beffa” sottolinea un  dato che spesso sfugge alle cronache: nella difficilissima situazione che ho sintetizzato  gli amministratori locali sono impegnati a “salvare il salvabile” malgrado le casse vuote, come scrive giustamente Mella. Fino a quando sarà possibile farlo?
Pierandrea Vanni, vice sindaco di Sorano (Gr)
DATA: 31.08.2015

MOVIMENTO NAZIONALE ISTRIA FIUME DALMAZIA: LA SCOMPARSA DEL PRESIDENTE MARIA RENATA SEQUENZIA

MARIA RENATA SEQUENZIA Omaggio ad una vera e nobile patriota italiana
“Non omnis moriar” !
Le vite umane sono transeunti ma i valori restano, germogliando attivamente nei cuori e nelle menti di chi onora le bandiere della Patria nel segno della fede e della speranza.
Maria Renata Sequenzia è “andata avanti” lasciando un esempio di alto patriottismo nella sua lunga opera di educazione dei giovani, di fervida pubblicista, e di impegno etico - politico nella meritoria attività del Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, strenuo difensore dell’italianità di quelle nobili terre ingiustamente perdute: nel 1999 era stata particolarmente attiva nella sua fondazione, e tre anni dopo, per voto unanime dei Soci, ne aveva assunto la Presidenza, conservata con forte partecipazione umana e civile fino alla dolorosa scomparsa.
Ultimamente, le condizioni di salute non le avevano più consentito di intervenire nella vita pubblica e nelle manifestazioni del Movimento Nazionale, ma non mancava di far pervenire in ogni occasione un messaggio di fiducia e di costante incitamento.
Un’immane tragedia come quella del genocidio perpetrato dagli slavi con l’allucinante strage delle Foibe ed il conseguente Esodo dei 350 mila, fu oggetto del suo perenne e straziante Ricordo, tanto più commendevole in una stagione di pervicaci silenzi e di antistoriche valutazioni negazioniste.
Era nativa di Bologna (1924) e fiorentina di cultura, ma aveva acquisito una straordinaria sensibilità per la storia giuliana e dalmata e per il “vulnus” sofferto dall’Italia e dai suoi figli migliori con l’iniquo “diktat” del 1947, col vergognoso trattato di Osimo del 1975, e negli anni novanta, con l’altrettanto infausto corollario di “Osimo - bis”. Proprio per questo, aveva sviluppato vincoli di affinità spirituale con Maria Pasquinelli, al cui dramma fu sempre attenta partecipe, non meno che al suo complesso percorso spirituale.
La Prof. Sequenzia fu altrettanto attiva nella difesa dei valori cristiani e civili, in una generosa battaglia a favore della vita, contro l’aborto e l’eutanasia, ma nello stesso tempo, sempre pronta al  dialogo costruttivo: esempio instancabile di saldi convincimenti, in esemplare convergenza di azione e pensiero.
All’inizio degli anni ottanta era stata vicina alle battaglie radicali per la tutela dei diritti dell’uomo e del cittadino, ma poi si era dissociata da quelle posizioni, in primo luogo per l’atteggiamento dichiaratamente filo-slavo assunto da Marco Pannella e dalla dirigenza del partito (senza dire di quello abortista, in chiara antitesi con la sua fede). Ad un occhio disattento poteva sembrare animata da istanze di retroguardia: invece, era profondamente convinta della necessità di battersi per valori non negoziabili, nella certezza che la partita fosse tutt’altro che perduta, e che l’avvenire avrebbe reso giustizia.
In questo, era fedele al vecchio insegnamento di Mons. Antonio Santin, l’eroico Vescovo di Trieste e Capodistria che aveva patito le angherie partigiane nell’esercizio del proprio Ministero pastorale e che non aveva mancato di sottolineare come le vie dell’iniquità non possano essere eterne.
Coniugare la nobiltà dei sentimenti con la forza della prassi richiede una matura consapevolezza critica ed una sana visione patriottica, che sono patrimonio sicuro degli eletti. Come questa indimenticabile Presidente del Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, dal cui esempio è cosa buona e giusta “trarre gli auspici”.
Maria Renata Sequenzia: presente !
Carlo Cesare Montani, Storico - Esule da Fiume
DATA: 31.08.2015

MORIN E STRAFFORELLO: DUE LIGURI AL TIMONE DELLA TERZA ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 30/08/2015

 L'Italia fu ed è Il Bel Paese descritto nel 1875 da Antonio Stoppani (Lecco, 1824-Milano, 1891), sacerdote liberale di fama mondiale, esperto di ghiacci, vulcani, terremoti, paleontologo e co-fondatore dell'Istituto geologico del regno d'Italia. Per lui la “questione romana” fu subito acqua passata. Contava il “Primato civile e morale degli italiani” insegnato dal suo Maestro, il teologo torinese Vincenzo Gioberti. A fine Ottocento l'Italia si trovò tra l'incudine dell'alleanza con Berlino e Vienna e il martello della Francia, più ostile che “sorella latina”. Le occorrevano uomini di polso e lungimiranti. Grandi capitani di mare. Lo fu Costantino Morin (Genova, 1841-Forte dei Marmi, 1910), al timone della politica estera dopo la “crisi di fine secolo” (tumulti e repressione), alla ricerca di nuovi equilibri europei, oltre la contrapposizione di blocchi. Grazie alla “filiera” Camillo Cavour-Visconti Venosta-Francesco Crispi, l'Italia contava sulla benevolenza della Gran Bretagna, contraria all'egemonia francese sul Mare Nostrum.
Di italianissima famiglia nizzarda, Morin entrò undicenne nella Regia Scuola di Marina di Genova. Medaglia d'argento nell'espugnazione di Ancona, difesa dai papalini (1860), partecipò all'infausta battaglia navale di Lissa (1866) e studiò i mezzi migliori (anche sottomarini: sua specialità d'avanguardia) per affondare navi nemiche. Emulo di Antonio Pigafetta, nel 1879-1882 circumnavigò il globo su una vecchia nave borbonica, quasi emblema dell'Italia unita. Deputato dal 1886, sottosegretario alla Marina dal 1888 e ministro della stessa dal 1893, propugnò l'espansione coloniale. Creato senatore da Umberto I poco prima del regicidio, il 24 giugno 1900 fu ministro daccapo alla Marina con Giuseppe Saracco (che l'Acqui Storia prima o poi dovrà rievocare degnamente). Lo rimase nel governo liberal-democratico di Zanardelli. Nel 1903 Vittorio Emanuele III e Giolitti lo vollero agli Esteri. Puntò alla distensione con la Francia, il cui presidente visitò il re d'Italia a Roma senza vedere il papa. Morin operò anche per il completamento della ferrovia Cuneo-Nizza, asse delle  comunicazioni liguro-piemontesi e ponte per l'amicizia italo-francese, intrapresa da Cavour nel 1855 e finita con Mussolini nel 1928.
Quell'Italia operosa e generosa venne descritta in tanti lavori scientifici e divulgativi. Il più efficace fu La Patria, in oltre venti volumi, ideata e diretta da Gustavo Strafforello (Porto Maurizio, 1820-1903). Giornalista poliglotta e poligrafo, tradusse il “Self-Help” di Samuel Smiles col titolo “Chi si aiuta, il Ciel l'aiuta”, un'opera che fece il paio con “Volere è potere” di Michele Lessona e con gli scritti dell'altro geniale scrittore e giornalista imperiese,  Edmondo De Amicis (1846-1908). Erano tempi di giornalismo trionfante, come ha ricordato Fulvio Basteris venerdì. Anche piccoli centri, come Cuneo,  contarono persino tre quotidiani. Quella era un'Italia che si voleva bene, aperta all'Europa senza esserne succuba, orgogliosa del proprio passato, capace di costruire il futuro, fondata su Istituzioni stabili e su una dirigenza politica e culturale animata da un ideale supremo: la Patria. Quella amorevolmente descritta, appunto, da Strafforello quando non c'erano televisione, tablet o social network. I cittadini la scoprirono contemplando per ore le migliaia di illustrazioni della sua “Italia delle Cento città”: un patrimonio universale e irripetibile, da difendere in tutti i modi.
Aldo A. Mola
DATA: 31.08.2015

RADIO VATICANA: ALDO MOLA AFFRONTA IL TEMA DEL REFERENDUM ISTITUZIONALE DEL 1946
            Il programma radiofonico "Al di là della notizia", condotto dal giornalista Federico Piana, sabato 22 agosto 2015 ha dedicato uno speciale alla referendum istituzionale del giugno 1946.
Intervistato il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Prof. Aldo A. Mola. Proponiamo l'audio integrale del programma, per gentile concessione dell'Autore.


DATA: 26.08.2015

IL SENATO MAIUSCOLO VA BENE COM'È: IL LIGURO-PIEMONTESE PAOLO BOSELLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 23/08/2015

  “Così com'è, il Senato ha reso e può rendere ancora in momenti difficili grandi servizi al Paese”. Con poche parole nel novembre 1910 Giovanni Giolitti affossò la proposta del presidente del Consiglio, Luigi Luzzatti, di rendere parzialmente elettivo il Senato che all'epoca era di nomina regia, vitalizio e a numero aperto. Le Camere avevano due differenze, una statutaria (i deputati esaminavano per primi leggi tributarie e i bilanci), un'altra di stile. “Il Senato non fa crisi” sibilò una volta Agostino Depretis. Senato rimava con pacato. Con la sola eccezione di Giolitti, che rifiutò la proposta di Mussolini di entrarci e accettarne la presidenza (“piuttosto mi dimetterei da uomo” rispose), dopo decenni di battaglie a Montecitorio tutti i maggiori statisti furono nominati senatori. Il 10 aprile 1921 fu la volta di Luzzatti (ebreo veneziano), del lombardo Giuseppe Marcora, decano dei deputati, e di Paolo Boselli, liguro-piemontese.
Boselli (Savona, 1838-Roma, 1932) fu un monumento di esperienza economico-finanziaria e di cultura. Ricoperti uffici delicati, anche all'estero, deputato della città nativa a trentadue anni, nel 1874 presentatore dell’“Inchiesta agraria”, ministro della Pubblica istruzione con Crispi nel 1888 e con Sonnino nel 1906, dell'Agricoltura e delle Finanze (ancora con Crispi, 1893-94) e del Tesoro con Pelloux (1899), l'anfibio Boselli nel 1903 migrò dal Ponente Ligure al collegio di Avigliana (Torino), ove fu eletto sino al 1919.   
Presidente della “Dante Alighieri”, Segretario dell'Ordine Mauriziano, guidò il secondo esecutivo di guerra (1916-17). Favorevole al governo Mussolini di unione nazionale (1922-1924), nel 1929, massone nella loggia savonese “Sabatia”, difese in Senato i Patti Lateranensi. Con patres come Boselli, il Regio Senato (tuttora privo di una storia!) fu cenacolo di savi e bastione contro le sventatezze dei deputati che cantavano “Giovinezza”. Il punto debole era la Camera elettiva, con i tanti rottamatori dell'“Italietta”.
Dal 1948 il Senato riprese il suo ruolo: correggere gli azzardi dei deputati. Anche oggi Montecitorio approva tante leggi sapendo che il Senato le migliorerà. “Imperfetto” non è il bicameralismo ma il “ceto politico”. I migliori presidenti della repubblica arrivarono dal Senato: De Nicola ed Einaudi da quello Regio; Merzagora e Cossiga dal repubblicano, come Sergio Mattarella. Perciò si può ripetere che il Senato, così com'è, ha reso e può rendere ancora grandi servizi al Paese. Ma per farlo deve essere espressione diretta dei cittadini: non costerebbe un euro di più e rimarrebbe credibile. Diversamente ne verrà danneggiato lo Stato. Col 50% di elettori che disertano le urne, l'Italia – che lo inventò ai tempi dell'Antica Roma – ha bisogno di un Senato Maiuscolo.

Aldo A. Mola
DATA: 24.08.2015

VITTORIO VENETO: IL VESCOVO E GLI APINI

di Salvatore Sfrecola, dal blog “Un sogno italiano”

            Le penne nere giustamente indignate
Al Vescovo di Vittorio Veneto non piace che gli alpini preghino per la Patria, la bandiera e la civiltà cristiana

 
Alpini“Rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana”. È una passo della preghiera degli alpini. Normale, la difesa della Patria, che la Costituzione definisce all’art. 52, con un’espressione “di altissimo significato morale e giuridico”, come si è espressa la Consulta (53/1967), “sacro dovere del cittadino”. Un dovere “collocato al di sopra di tutti gli altri e che nessuna legge potrebbe fare venire meno… un dovere, il quale, proprio perché “sacro” (e quindi di ordine eminentemente morale), si collega intimamente e indissolubilmente alla appartenenza alla comunità nazionale” (ancora la Corte costituzionale).
Inoltre gli alpini s’impegnano nella difesa della civiltà cristiana. Non c’è nulla da dire. E, invece, l’Ufficio liturgico della diocesi di Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, vieta la recita della preghiera, a conclusione di una Messa sul Passo San Boldo, tra le province di Treviso e Belluno in una chiesetta, dove la cerimonia religiosa si tiene da decenni in occasione della Festa dell'Assunta.
Inevitabile la protesta dell’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.). Sono indignati e protestano i nostri militari, come dovrebbero protestare tutti gli italiani per questa offesa alla storia delle Penne Nere, esemplari non solo in guerra, e nelle operazioni di pace alle quali l’Italia partecipa, ma anche nelle occasioni tristi delle emergenze ambientali quando hanno dimostrato, primi tra tutti, di sovvenire generosamente alle esigenze delle popolazioni, ovunque sono stati chiamati ad intervenire. Gli alpini in servizio e i “veci” in congedo.
Disappunto per quella che è apparsa effetto di “Malafede o pacifismo ideologico”, un “incidente” che accade pochi giorni dopo la vivace polemica tra il Segretario della CEI, Monsignor Nunzio Galantino, e molti politici, a proposito della gestione dell’immigrazione.
C’è una componente pacifista nella Chiesa italiana? La Chiesa è naturalmente contro le guerre, come ha ricordato ripetutamente negli ultimi tempi papa Francesco sulla scia dei suoi augusti predecessori. Ma l’iniziativa è forse maturata in quegli ambienti del mondo cattolico che hanno ancora scarso senso dello Stato? Che forse sono nostalgici del potere temporale della Chiesa che tanto male ha fatto alla religione e all’Italia?
“Sappiamo che a far torcere il naso ad alcuni ecclesiastici è la frase della preghiera in cui si chiede di rendere forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra civiltà cristiana – ha puntualizzato il presidente della sezione Ana locale, Angelo Biz -. Una frase che viene subito dopo quella in cui si definiscono gli alpini ‘armati di fede e di amore’. Queste sono le armi degli alpini e solo la malafede o un certo pacifismo ideologico possono pensare che gli alpini coltivino sentimenti di aggressione o di intolleranza. Gli alpini non hanno armi e la cultura che li ispira è quella di una fratellanza che non ha confini. È amaro constatare che proprio all’interno della comunità cristiana possano crescere muri, che finiscono per incidere nella serenità di rapporti, usando pretestuosamente il Vangelo della pace come una clava per rompere armonie consolidate”.
L’attuale Pontefice che ha scelto il nome del Poverello di Assisi, a Lui spesso ha fatto riferimento nella sua azione pastorale, di recente richiamando, dopo quasi un millennio, le parole del Santo che più di ogni altro ha esaltato il valore della natura, espressione di quella Creazione che in primo luogo i cristiani sono chiamati a tutelare. Ma Francesco non è stato un pacifista, almeno come intendono, in certi ambienti, l’impegno dei cristiani per la fratellanza universale. Quel Santo, più di ogni altro mite, non ha esitato a giustificare il ricorso alle armi quando fosse necessario per difendere la vita delle persone, come nel caso della comunità che chiamiamo Patria, espressione della nostra storia, delle nostre tradizioni, di quella “millenaria civiltà cristiana” che nella preghiera al Signore evocano gli alpini.
Mi auguro che il Vescovo di Vittorio Veneto comprenda lo spirito della preghiera e corregga l’iniziativa del suo Ufficio liturgico. Non giova a nessuno lasciare un’ombra nei rapporti tra i cittadini cristiani e la Chiesa, in un caso nel quale non ce n’è proprio bisogno, quando dal clero non si sono levate voci per rivendicare alla nostra tradizione l’allestimento del presepe o l’esposizione del Crocefisso nelle scuole.
È stata una festa rovinata a San Boldo. Ma ho fiducia che il Pastore di Vittorio Veneto saprà trovare il modo, con cristiana umiltà, di riconciliarsi con le Penne Nere.
Salvatore Sfrecola
17 agosto 2015

Lettera al Vescovo di Vittorio Veneto

Eccellenza,
ho scritto ieri su questo giornale, traendo spunto dalle cronache, della vicenda del divieto agli Alpini, riuniti in Chiesa a San Boldo, per la celebrazione della festività dell’Assunta, di recitare la loro preghiera, come ogni anno.
Il divieto, secondo interpretazioni raccolte dai giornali ed esposte in alcune trasmissioni televisive di approfondimento, sarebbe dovuto ad alcune frasi nelle quali s’invoca il Signore, perché “armati… di fede e di amore”, renda “forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana”. Una invocazione ritenuta guerresca o capace di urtare la sensibilità di qualcuno, in particolare degli stranieri presenti sul territorio.
Ora, Eccellenza, leggo nella sua biografia, sul sito della Diocesi, che Ella è nato e cresciuto nella frazione di Scandolara di Zero Branco, che dal 1981 al 1985 è stato assistente nel Seminario Maggiore di Treviso, che ha ottenuto la licenza in Teologia dogmatica presso la Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, che dal 1985 insegna Teologia dogmatica presso l'Istituto teologico interdiocesano di Treviso-Vittorio Veneto e la Scuola di teologia per laici di Treviso. Insomma il Vescovo di Vittorio Veneto non viene da lontano, è immerso nella storia e nella cultura del Veneto cattolico, nel quale la tradizione degli Alpini è forte e ha certamente percepito, fin da ragazzo, lo spirito di questo corpo militare che invoca il “Signore delle cime”, ama la natura e, più di ogni altro, ha dimostrato di saper sovvenire alle esigenze delle popolazioni colpite da calamità naturali e da emergenze di vario genere, ovunque in Italia. Non solamente gli Alpini in servizio, ma anche i “veci” in congedo, fra parentesi quelli che celebravano l’Assunta, operano da sempre come volontari della Protezione Civile a dimostrazione della vocazione altruistica e pacifica, non pacifista, di quei montanari.
Eccellenza, quel che preoccupa me e molti italiani non è l’equivoca interpretazione di quel richiamo alle armi, che nessuno potrebbe ritenere guerresco e tale da indurre alla violenza, come una persona del luogo avrebbe dovuto saper interpretare, ma che quel riferimento alla Patria, alla Bandiera e alla Civiltà Cristiana possa essere ritenuto offensivo della sensibilità degli stranieri presenti nel territorio, come se la maggioranza di un popolo dovesse occultare la propria storia e le proprie tradizioni, anche militari, per non dispiacere la minoranza degli immigrati, quasi tutti provenienti da paesi nei quali le chiese cristiane vengono bruciate e i cristiani trucidati. Paesi nei quali le leggi fondamentali dello stato negano ai non musulmani molti diritti civili e amministrativi (come l’accesso agli uffici pubblici od a talune cariche più elevate), dove non è consentito costruire, non dico una Chiesa, ma neppure una modesta edicola che innalzi la Croce di Cristo e vengono in un Paese nel quale c’è libertà assoluta di culto e di costruire e frequentare moschee, anche quando sono luoghi dove si pratica, se non il culto della violenza, il disprezzo per l’infedele. Cioè per Vostra Eccellenza, per me e per i nostri connazionali.
Eccellenza, una regola di civiltà è quella della reciprocità dei diritti. Deriva dal diritto romano, scritto nella lingua, il latino, che per quasi due millenni è stata la lingua della cristianità. Si ha l’impressione che la Chiesa cattolica, universale appunto, divenuta nazionale con l’abbandono totale del latino e della sua forza unificante (neppure il Pater noster è rimasto nelle chiese di tutto il mondo nella lingua che ancora oggi è ufficialmente della Chiesa, mentre musulmani ed ebrei ovunque pregano nella lingua dei loro padri) si avvii ad abbandonare ogni collegamento con le tradizioni locali, anche le più importanti e le più nobili, le più cristiane appunto.
Lo dimostra il silenzio dei Vescovi quando si chiede l’eliminazione del Crocefisso dalle scuole e dai tribunali, quando si rinuncia al presepe per non offendere gli stranieri, magari “lo” straniero presente a scuola o nell’ufficio. Questa non è accoglienza e disponibilità. È rinuncia alla propria identità. Un’altra cosa.
Non è questo il modo di favorire l’integrazione che deve basarsi sul reciproco rispetto che da sempre siamo stati educati a riservare ai culti ed ai luoghi di culto diversi dai nostri, perché sacri ad altri. Pretendo, quindi, che altrettanto rispetto sia riservato al mio luogo di culto, alla mia religione, ai miei santi ed ai miei martiri. Forse quel “mio” ripetuto disturberà Vostra Eccellenza, ma è uno strumento retorico per rafforzare il senso della mia indignazione verso chi risponde al mio rispetto con l’insulto e finanche con il disprezzo dei valori nei quali credo, la Patria, la Bandiera, la Civiltà Cristiana, come gli Alpini.
Né si possono giustificare certi atteggiamenti con l’idea che gli immigrati siano ignoranti. Non ignorano coloro che distruggono la statua della Madonna o ne murano l’edicola, che rompono le braccia alla statua di San Pio da Pietrelcina. Non ignorano, sanno che quei simboli sono legati alla nostra fede, alla nostra storia e sono nei nostri cuori. Cercano di intimidirci. Ed, a quanto sembra, ci riescono.
Eccellenza, un uomo di Chiesa, un tempo si diceva “un uomo di Dio”, deve avere la capacità di essere in sintonia con le “pecorelle” affidate alla sue cure. Con equilibrio e con l’umiltà di chi crede in valori superiori e sa interpretare quelli della propria storia. Non vorrei che la Chiesa, che ha cercato di essere più vicina ai popoli in una veste “nazionale”, per cui le conferenze episcopali sono italiana, francese, spagnola e via dicendo, vada perdendo il senso della identità del contesto nel quale opera, un pericolo reso evidente dalla minore frequentazione delle chiese, dalla riduzione degli orari di apertura, e dalla chiusura di molti luoghi di culto che si chiede siano trasformati in moschee.
Eccellenza, gli uomini che invocano il “Signore delle cime” attendono un Suo gesto, la comprensione di una storia, la condivisione di una identità, italiana, veneta, un gesto di intelligente umiltà, il presupposto del Suo ruolo pastorale.
Mi creda Suo devotissimo
Salvatore Sfrecola
 18 agosto 2015
DATA: 18.08.2015

QUANDO VINCE IL POPULISMO

            Molti gioirono quando il movimento Podemos portò la repubblicana Ada Colau alla poltrona di sindaco di Barcellona. Fu interpretato come un segnale di cambiamento, di novità e qualcuno lo cantò perfino come rossa scintilla di riscossa in una Spagna profondamente provata da tanti pasticci dei politicanti ma anche dalle imposizioni giunte dall'Europa.
A molti, qui da noi, quella vittoria sembrava avere un sapore di rivoluzione e richiamò ai passati fasti dell’italico grillismo ed alle molte illusioni che le urla pentastellate infusero negli animi delle masse.
Ma, come la storia insegna a chi la legge, le rivoluzioni e le grida delle piazze isteriche produssero del bene ed anzi in genere procurano caos, guai, instabilità e financo, troppe volte, violenza.
Ben lo sa la Spagna che fu insanguinata da una guerra civile senza pari in cui le violenze e gli orrori si sprecarono da entrambe le parti con perfino  sistematici episodi di persecuzione religiosa. E non pochi fiumi di sangue furono versati interamente alle sinistre internazionali che presero l'occasione per regolamenti, purghe dal sapore stalinista ed episodi simili.
Insomma quel bel paese ha già dato, ha già sofferto. Guerra civile, decenni di dittatura e crisi economica. Unica e quasi insperata speranza fu soltanto la restaurazione della corona con un sovrano, Juan Carlos, cui tutti devono gratitudine. Volle la libertà, volle la costituzione, sventò il golpe Tejero e perfino restituì legalità all’ingrato partito comunista spagnolo. Aldilà di qualche umana debolezza egli rimane un'icona di virtù e spirito liberale.
Ma si sa che i demagoghi ed i populisti hanno la memoria corta. Così, dopo averne rimosso il busto dalle aule del municipio, la vivace pasionaria ora ha ritenuto di voler avviare una riforma della toponomastica finalizzata alla rimozione dei simboli, nomi e ricordi della monarchia. Perché, si sa, per andare avanti il populismo ha bisogno di urlare, di rimuovere radici salde e sicure, di creare nemici contro cui scagliare la pubblica opinione. Populismo e giacobinismo hanno molto in comune. Sono nonno e nipote zelante. Visti i risultati, nei secoli, c'è solo da sperare che non abbiano altra prole. Il vento repubblicano, in Spagna ed in Europa in genere, negli ultimissimi decenni non ha mai portato alcun beneficio. Verrebbe proprio da dire: Dio protegga la Spagna!
Alessandro Mella, Consigliere Nazionale UMI
DATA: 17.08.2015

IL MARESCIALLO ENRICO CAVIGLIA: MEMORIA TRAGICA DEL NOVECENTO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 16/08/2015

  Europa invertebrata? Incapace di un progetto per arginare i cosiddetti “profughi” di varie razze e religioni che vi irrompendo illegalmente? In realtà l'Europa brancola disorientata. Le pesa la memoria. Nel Novecento si è autodistrutta con trent'anni di orrori (1914-1945): 70 milioni di morti, incluso lo sterminio di minoranze politiche, etniche e religiose, mentre l'URSS annientava dissidenti interni e nemici esterni e usava il terrorismo per scatenare la rivoluzione negli altri paesi.
Tra Otto  Novecento l'Europa colonizzò l'80% dell'Africa, soggiogò l'India, l'Indocina e con la “guerra dell'oppio” (altro che le discoteche) devastò la Cina. Al suo assalto resse solo il Giappone, che nel 1905 sconfisse la Russia di Nicola II. Poi l'egemonia planetaria europea crollò a vantaggio degli Stati Uniti d'America, sconclusionati profittatori delle due guerre mondiali e della decolonizzazione.
A capire la tragedia del Novecento fu Enrico Secondo Caviglia (Finalmarina, 1862-1945). Sottotenente di artiglieria a vent'anni, in servizio in Eritrea e ad Adua, addetto militare a Tokio e a Pechino (1903-1911), rientrò a cavallo dalla Cina al Mar Nero.
Studioso serio della “questione sociale” e vicedirettore dell'Istituto Geografico Militare (Firenze), combatté tutta la Grande Guerra in prima linea sino alla Vittoria, passando per la ritirata di Caporetto, a sua detta causata da Pietro Badoglio, futura “rovina dell'esercito, della monarchia e dell'Italia”. Critico del fascismo e leale verso la Corona, accorse a Roma l'8 settembre 1943. Fu lui a trattare con Kesselring per evitare guai alla Città Eterna. Morì il 22 marzo 1945, mentre l'Italia agonizzava e l'Europa sprofondava nel caos.
Ma il Vecchio Continente, immemore del passato e privo di vera identità (l'“euro” per ora ha creato più guai che benefici), deve allora prendere lezioni dalla Chiesa di Roma? La festa dell'Assunta suggerisce riflessioni pacate. La cristianità è un mosaico di cattolici, evangelici, riformati, ortodossi che si sono scannati nei secoli e non sono ancora pacificati (nessun papa ha messo piede a Mosca). Le guerre in corso tre le sette islamiche ricalcano quelle combattute dai cristiani: fanatismi oggi come ieri, imbrigliati in Occidente dallo Stato di diritto. Nel centenario dell'avventato intervento nella Grande Guerra merita una visita la  tomba che il Maresciallo Caviglia si fece erigere a Capo San Secondo di Finalmarina, “possibilmente con un'apertura verso il mare”, per contemplare anche da morto il Mare Nostrum e l' “aiola che ci fa tanto feroci” .
Aldo A. Mola
DATA: 17.08.2015

CONCERTO DI FERRAGOSTO: PARTIGIANO O PER LA RICONCILIAZIONE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 09/08/2015

  Il Concerto di Ferragosto trasmesso da RAI3 (rete nazionale) quest'anno è associato alla borgata di Paralup (tra Stura e Grana, nel Cuneese). Lì il 19 settembre 1943 la banda “Italia Libera” si trasferì da Madonna del Colletto, ove era nata il 12. Motivo di riflessione sul biennio 1943-45, che vide aggrovigliarsi tre guerre: tra Nazioni Unite e Germania; fra  la nascente Repubblica sociale italiana e il partigianato; e, sullo sfondo, la guerra italo-francese del 1940, ferma all'armistizio di Villa Olgiata, sconfessato da De Gaulle, che poi ottenne compensi territoriali e misure punitive. L'Italia nord-occidentale ne fu irreversibilmente penalizzata.
Una precisazione s'impone: antifascismo, resistenza e guerra partigiana (per alcuni guerra civile, per altri no) non sono sinonimi. Lo insegnano le profonde differenze tra i dodici fondatori della “Italia Libera”: la lotta immaginata da Duccio Galimberti, mazziniano, figlio di un senatore regio sepolto in camicia nera, era diversa da quella (“di civiltà”) di Dante L. Bianco, iscritto al PNF, suo successore al comando delle formazioni “Giustizia e Libertà” e storico della guerra partigiana, di Arturo Felici (“Panfilo”), mai iscritto al PNF, o di Dino Giacosa, già condannato al confino e poi commissario delle Formazioni “Ricostruzione”; mentre Riccardo ed Enzo Cavaglion, ebrei, uscirono dalla “banda” e il classicista Leonardo Ferrero tornò al liceo e, dopo un arresto, entrò in clandestinità, come il filosofo Luigi Pareyson. Il cugino di Bianco, Aldo Quaranta, comandante giellista in Valle Gesso fu contrario a provocare rappresaglie sulla popolazione, che invece altri (come Ezio Aceto, un ufficiale) ritenevano utili a suscitarne la ribellione (ma non funzionò affatto).
Madonna del Colletto (o Paralup) è spicchio del variegato ventaglio di antifascisti, resistenti e partigiani, un caleidoscopio di progetti divaricati: monarchici, liberali, cattolici, socialisti, “garibaldini” (non tutti comunisti, talvolta più patrioti che stalinisti) e “militari puri” e autonomi, come Enrico Martini “Mauri”. Scontata la retorica, è augurabile che il Concerto di Ferragosto dia voce alla stragrande maggioranza dei cittadini che vissero i venti mesi nella tenaglia delle tre guerre: la “zona grigia” timorosa che a quello nero seguisse un fascismo rosso e contraria a chi negli Anni Settanta predicò la “rivoluzione democratica (…) e con i mitra, non con le pietre” (Nuto Revelli) e a chi insegnò “né con le BR, né con lo Stato”. Ultima constatazione. Dopo il 1945 nessun  partigiano delle Alpi Marittime ebbe ruolo politico trainante. Galimberti fu assassinato. Bianco morì in montagna nel 1953. Mauri e altri furono emarginati. La Ricostruzione ne risultò impoverita. Dopo decenni di faziosità, di “partigianato”, di storie a senso unico l'Italia attende un Concerto per la conciliazione nazionale.

Aldo A. Mola
DATA: 09.08.2015

IL CORDOGLIO DELL'U.M.I. PER LA SCOMPARSA DI GEMMA TRANTINO

Enzo Trantino
            L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno all'amico On. Enzo Trantino ed a tutta la famiglia per la scomparsa della moglie Gemma Albo, noto avvocato civilista siciliano.
Il Presidente nazionale, Avv. Alessandro Sacchi, ha mandato le condoglianze a nome di tutta l'associazione all'On. Trantino che negli anni, anche quelli più difficili, ha sempre tenuto alto il tricolore sabaudo del quale è uno dei più grandi difensori.
Nella foto l'On. Enzo Trantino ad una manifestazione dell'U.M.I. di Palermo.
DATA: 10.08.2015

SINDACI E COMUNI: OLTRE AL DANNO LA BEFFA

            Il nostro, si fa per dire, benamato premier è volato in Giappone. Il pensiero che incontri l'imperatore con il suo noto charme alla happy days procura qualche perplessità. Certo cambiare aria deve avergli fatto bene visto che in Italia la minoranza del PD lo manda sotto al senato e gli procura non poche disperazioni, tante che nemmeno il presunto soccorso della pattuglia verdiniana potrà compensarle. Però, pur distratto dalle delizie d'un magnifico Paese, il presidente del consiglio non ha potuto fare a meno di dirne qualcuna delle sue invitando i sindaci italiani a fare di più. Ad essere maligni verrebbe da pensare che il messaggio fosse diretto al municipio della capitale visto il match che da settimane è in corso tra sindaco e segretario del partito. Non è noto cosa ne abbiano pensato le centinaia di sindaci di città e piccoli paesi cui il governo ha tagliato, ripetutamente, qualunque risorsa. Fare di più? E con cosa? Pagando come i servizi per i propri cittadini? Non ultimi quelli fondamentali per non trasformare le comunità locali in bidonville! L'Italia ha nei comuni una secolare tradizione  che raccoglie storia, cultura e memoria. Nei comuni ha la base che tiene insieme lo stato e le genti. Ultimo collante rimasto dopo la soppressione irresponsabile delle provincie in una repubblica che divide e non unisce. Dopo aver impoverito le amministrazioni locali era davvero il caso di umiliarle? Probabilmente per regolare questioni di partito? Lo scivolone si poteva risparmiare. Confidiamo nei molti sindaci onesti e generosi che non hanno tempo per le battutacce del premier in trasferta. Hanno troppo di serio da fare come, ad esempio, salvare il salvabile nelle proprie comunità malgrado le casse vuote.
Alessandro Mella, Consigliere Nazionale UMI
DATA: 05.08.2015

BENEDETTO BRIN IL TORINESE CHE CREO' LA MARINA ITALIANA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 02/08/2015

Benedetto Brin  La portaerei “Cavour” è orgoglio della Marina italiana per tre motivi. “Ammiraglia” della flotta, ricorda lo statista che presiedette il primo governo del Regno di Vittorio Emanuele II (1861), coerente con il portavelivoli “Garibaldi”. Insegna che l'Italia ha una missione irrinunciabile nel sempre più tempestoso Mediterraneo e infine documenta il primato della cantieristica ligure.Non ha nulla da invidiare alle altre portaerei della Nato. Camillo Cavour (1810-1861) voleva una flotta all'altezza della Nuova Italia, ma a realizzarla non fu la Destra storica, alle prese con enormi urgenze. L'artefice fu il torinese Benedetto Brin (1841-1898).  E' una vicenda che merita memoria.
   Alle 8,10 del 27 settembre 1915 un boato squassò la quiete di Brindisi. Esplose la santabarbara della corazzata “Benedetto Brin”, che affondò con i suoi potenti cannoni, 421 marinai e il contrammiraglio Rubin de Cervin. Esclusi un siluro austriaco e l'autocombustione, rimase l'incubo: servizi segreti nemici o tradimento prezzolato? Intitolata al creatore della flotta da guerra, era un simbolo. Ufficiale del Genio navale a vent'anni, progettista della “Caio Duilio” e dell'“Enrico Dandolo”, deputato per otto legislature e ministro della Marina con la Sinistra di Agostino Depretis, subalpino, e di Francesco Crispi, siciliano già esule a Malta, Londra, Parigi e ammiratore della Germania di Bismarck, Brin  volle una Marina capace di difendere gli 8.000 km di costa dell'Italia  “indipendente sempre, isolata mai” come insegnò Emilio Visconti Venosta, guarito dal mazzinianesimo degli anni giovanili. Con fiancate d'acciaio di cm 5,5, cannoni da 450 e 120 e lanciasiluri, le corazzate delle classi Tripoli, Folgore, Re Umberto I impressionarono anche la britannica Royal Navy. Terza nel mondo, la Marina italiana superò quella degli USA, come ricorda Fabio Andriola nella biografia di Brin pubblicata dall' Ufficio Storico della Marina.
  Con investimenti di lunga durata, Brin protesse i cantieri di Venezia e Pozzuoli e le Acciaierie di Terni, costose ma difendibili, creò la base di Taranto, potenziò quella di La Spezia, superò il dualismo preunitario Genova/Napoli con l'Accademia Navale di Livorno, scuola di valori e fucina di ufficiali ammirati nel mondo, cara a Vittorio Emanuele III, “re marinaio”. Ministro degli Esteri nel primo governo Giolitti (1892-1893), dalle Alpi e dall'Appennino Ligure Brin vide azzurro il Mare Nostru e lo volle al sicuro. 
Aldo A. Mola
DATA: 03.08.2015
   
RADIO VATICANA: ALESSANDRO SACCHI E ALDO MOLA SI OCCUPANO DELLA QUESTIONE DELLE SALME DEI SOVRANI IN ESILIO

            Il programma radiofonico "Al di là della notizia", condotto dal giornalista Federico Piana, sabato 18 luglio 2015 ha dedicato uno speciale alla questione delle salme dei Re d'Italia che ancora risposano in terra straniera, in seguito alla lettera-appello scritta da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia.
Ospiti della trasmissione il Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi e il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Prof. Aldo A. Mola. Proponiamo l'audio integrale del programma, per gentile concessione dell'Autore.


DATA: 27.07.2015

UN POPOLO SENZA NAZIONE
NEL CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA SI DEDICA UNA PIAZZA A FRANCESCO GIUSEPPE E SCOMPARE VIA VITTORIO EMANUELE III

di Salvatore Sfrecola, dal blog “Un sogno italiano”

via Vittorio Emanuele III Napoli            Nell’anno che ricorda l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale emerge tutta la debolezza culturale e la scarsa coscienza dell’appartenenza degli italiani di oggi che quell’immane conflitto aveva unificato con l’impegno eroico dei nonni nel segno del completamento del Risorgimento, con l’annessione di Trento e Trieste e delle terre della costiera adriatica dove da sempre si parla italiano. La cronaca ci dice, infatti, che a Ronchi dei Legionari s’intitola una strada a Francesco Giuseppe, l’“impiccatore”, per dirla con Gabriele D’Annunzio e con le parole della Canzone del Piave, e a Napoli si cancella la strada intestata a Vittorio Emanuele III, il Re soldato, che aveva lasciato Roma per il fronte, dove sarebbe rimasto fino all’ultimo giorno.
Dietro questi due eventi, passati inosservati sui giornali, c’è la mancanza di un popolo che non riesce a farsi Nazione, tanto che si sente dire di “popoli”, come se vi fossero più etnie lungo i fiumi e le valli di questo nostro Paese che la natura ha ricompreso tra le Alpi e il mare, quasi a farne uno scrigno prezioso di storia e di cultura, il “bel paese là dove ‘l sì suona”, secondo il celebre verso della Commedia (Inf. XXXIII, vv. 79-80), con il quale Dante  si riferisce agli italiani, in un’epoca in cui l’Italia politica era ancora un concetto di là da venire. La lingua è, nella visione del Poeta, un punto di riferimento e il “sì” il primo nucleo di un’identità comune.
E forse è proprio nel verso del sommo poeta l’immagine della nostra antica fragilità che scontiamo oggi nel contesto internazionale, in Europa e nel Mediterraneo. Il “sì”, infatti, non suona ovunque. Prevale il dialetto, non come espressione, spesso eccelsa, di cultura, non solo italiana ma europea, come scrive Lucio Felici nella presentazione di una raccolta di sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli, lo straordinario poeta romano che dava voce alla saggezza dei quiriti all’ombra del Cupolone.
Il fatto è che non siamo riusciti a diventare un popolo e, quindi, una Nazione. Ne dà conto lo stesso Inno di Mameli laddove ricorda che “Noi fummo da secoli/calpesti, derisi,/perché non siam popolo,/perché siam divisi”.
Dobbiamo, con tristezza, riconoscere che non siamo riusciti a fare passi avanti, che ci sentiamo legati più al gonfalone della città o del paese che al tricolore d’Italia, a meno che non sia in corso una partita di calcio che impegni la Nazionale.
Emerge il carattere meno nobile di alcuni ambienti sempre pronti alla denigrazione della storia e degli uomini che, nel bene e nel male, l’hanno fatta e che sono comunque patrimonio di questa variegata cultura che, privata della funzione unificante di Roma e del Sacro Romano Impero, si è alimentata di vicende locali, spesso nobili indubbiamente ma quasi sempre condizionate da sentimenti modesti, l’invidia, la gelosia del vicino, che parla un dialetto diverso, anche se è solo una variante dello stesso, a pochi chilometri di distanza. Così i detentori del potere come borghesi e contadini.
E poi emerge la faziosità politica che può sfociare in crudeltà, che ha animato una guerra civile che, caduto il Fascismo, ha bagnato di sangue alcune regioni del centronord, in particolare alcune province dove i neri incrudelivano sui traditori e i rossi uccidevano i borghesi, perché simpatizzanti o ex simpatizzanti del Regime. È l’Italia del massacro di Bronte dalle due letture, i ribelli che uccidono i signori, i “cappeddi”, e Nino Bixio che fa giustizia sommaria per ristabilire l’ordine e mantenere alla causa garibaldina il consenso della borghesia che aveva voltato le spalle ai Borbone.
È l’Italia dei voltagabbana, degli ipocriti sempre all’erta. E a proposito del cosiddetto partito neoborbonico, che a Napoli avrebbe brindato alla soppressione della via dedicata a Vittorio Emanuele III, devo dire che i miei amici napoletani e meridionali in genere, i quali hanno giustamente a cuore la storia, che lungo i secoli ha dato lustro a quelle contrade governate dalla Monarchia dei Borbone, non avrebbero mai chiesto la soppressione della via intestata al Re di Peschiera e del Piave ma, semmai, sollecitato la dedicazione di una strada o di una piazza ad uno dei sovrani del Regno delle Due Sicilie. Del resto, vigente il Regno d’Italia, nelle città e nei paesi lungo la Penisola, strade e piazze sono state dedicate a Giuseppe Mazzini. A cominciare da Roma, dove uno dei più bei viali e delle piazze più maestose sono dedicate all’ideologo della Repubblica, effigiato anche in un superbo monumento che svetta sull’Aventino.
Salvatore Sfrecola
23 luglio 2015
DATA: 27.07.2015
 
IL GENOVESE PIETRO D'ACQUARONE ARTEFICE DEL COLPO DI STATO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 26/07/2015

“Eminenza grigia” del colpo di Stato che il 25 luglio 1943 rovesciò Mussolini fu un genovese duttile, astuto, esperto di affari. Di poche parole, faceva capire con un'occhiata, un sorriso. Leggeva i silenzi di Vittorio Emanuele III e assumeva responsabilità rischiando di essere sconfessato. Così Paolo Monelli ritrasse Pietro d' Acquarone in “Roma 1943”. Ufficiale di cavalleria (Libia nel 1913, due medaglie nella Grande Guerra), istruttore del principe ereditario Umberto di Piemonte, generale di brigata a 34 anni, nel 1924 lasciò le armi per un'attività imprenditoriale che nel 1934 gli fruttò il rango di senatore. Nel 1938, quando i fascisti repubblicani assediarono la Corona (leggi razziali, Primo Maresciallato dell'Impero per il duce, alleanza con Hitler) il re lo nominò Ministro della Real Casa. Amministratore scrupoloso e scaltro tessitore di relazioni anche internazionali, tenne fissa la barra verso la destra antifascista.
Duca dal 1942, giocò la partita vincente nel giugno-luglio 1943. Come il re, diffidava  di animi nobili ormai “fantasmi” del passato. Occorrevano uomini nuovi. D'accordo con il Capo di Stato Maggiore Vittorio Ambrosio e a contatto con Dino Grandi, Cesare De Vecchi e Ivanoe Bonomi, a loro volta informati dal piemontese Domenico Maiocco, gran maestro della massoneria clandestina e fulcro di trame internazionali, come ha documentato Antonino Zarcone nella sua biografia (ed. Annales), fu Acquarone a decidere che, appena dimissionario, Mussolini andava “fermato”dai carabinieri nel giardino di Villa Savoia. Contrariò la Regina Elena, ma non si potevano correre rischi. Puntò a un “governo d'affari”. Sconfitta, l'Italia doveva arrendersi per salvare lo Stato prima che le sinistre scatenassero chissà quale rivoluzione. Avversò gli intrighi di Pietro Badoglio contro il re e la tracotanza dei Comitati di liberazione nazionale e degli anglo-americani che ne volevano l'abdicazione immediata. Tenne duro sino al 5 giugno 1944, quando, Umberto, Luogotenente del re, nominò ministro della Real Casa il socialisteggiante Falcone Lucifero. Acquarone morì a San Remo a soli 58 anni, nel 1948. Pochi ricordano quanto il Paese deve a quel ligure silenzioso che per sette anni fu il custode delle sorti indivisibili del Re e dell'Italia.
Aldo A. Mola
DATA: 27.07.2015

GIUSEPPE SARACCO: QUEL TRENO PER ACQUI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 19/07/2015

Giuseppe SaraccoAcqui Terme senza treni per Asti a luglio e per Genova in agosto. È sospeso il collegamento sulla ferrovia Saracco-Acqui-Saracco, cosiddetta perché voluta da Giuseppe Saracco (Bistagno, 1821-1907), che fu tutto: consigliere comunale e sindaco di Acqui, deputato a 29 anni, ministro dei Lavori pubblici, presidente del Senato (1898-1904), del governo (1900-1901) e Collare della SS. Annunziata. Quando Umberto I venne assassinato (Monza, 29 luglio 1900) e Vittorio Emanuele III era in navigazione nell'Egeo, Saracco resse il potere supremo: caso unico nella storia d’Italia. Strenuo avversario di spese inutili, volle il “terzo valico ferroviario” Piemonte-Liguria. La sua statua, opera del concittadino e senatore Giulio Monteverde, domina la splendida piazza di Acqui, da lui elevata a città turistica di fama europea.
Il Premio Acqui Storia, istituito per ricordare la Divisione Acqui, vittima a Cefalonia dell'ottusità del governo Badoglio, della vendicatività dei tedeschi e del cinismo degli anglo-americani (settembre 1943, quando eravamo vinti e soli), e ottimamente orchestrato da Carlo Sburlati, quest'anno rende omaggio al mondo di Saracco. I finalisti per il romanzo storico evocano il brigantaggio (Licia Giaquinto), Francesco Baracca (Davide Rondoni) e i centomila trentini e giuliani inquadrati nell'esercito austro-ungarico (Paolo Rumiz). Nella sezione divulgativa, Simona Colarizi sintetizza il Novecento d'Europa e Angelo Ventrone la Grande Guerra. Nella sezione scientifica, Avagliano e Palmieri evocano le premesse della tragedia di Cefalonia  (Vincere e vinceremo, 1940-1943, ed. il Mulino), Calimani la Storia degli ebrei (che anche ad Acqui ebbero figure eminenti), De Rossi il duello tra le catene montuose e chi le soggiogò con strade e ferrovie (come appunto fece Saracco). In Persecuzione (ed. Lindau) Iannaccone documenta la sanguinosa repressione della Chiesa in Spagna dal 1931 al 1939 e addita, per contrasto, la saggezza dei re d'Italia e dei liberali da Cavour a Saracco e a Giolitti: “libera chiesa  in libero Stato”. I casi d'Irlanda insegnano che all'uguaglianza dei diritti l'Italia arrivò prima degli inglesi. Il Premio Acqui è un treno carico della grande storia, il più importante d'Europa. 
Aldo A. Mola
DATA: 27.07.2015
   
DICHIARAZIONE DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA FRANCESE: “CI MANCA UN RE”

Emmanuel Macron            In un'intervista che è stata pubblicata lo scorso Mercoledì 8 luglio sul settimanale Le 1, il ministro dell'Economia francese, il trentasettenne socialista Emmanuel Macron, ha fatto alcune rivelazioni sorprendenti, tanto da meritarsi l’appellativo di “Royaliste le ministre”.  
    Il ministro, che professionalmente proviene dalla nota Banca Rothschild, ha dichiarato:  "Ci manca un Re". Non si sa quanto il presidente francese Francois Hollande possa aver apprezzato l’uscita del suo ministro.
    "La democrazia implica sempre un certo genere di incompletezza, perché non è sufficiente a se stessa", spiega Emmanuel Macron. "Si sente un’assenza nel processo democratico e nel suo funzionamento. Nella politica francese, questa assenza è rappresentata dalla figura del Re, di cui credo che il popolo francese non abbia mai voluto davvero la morte. Il terrore ha scavato un vuoto emozionale immaginario  e collettivo: il Re non c’è più. Abbiamo poi cercato di reinvestire questo vuoto, di inserire altre figure al suo posto:  ci sono stati i periodi napoleonico e gaullista, per il resto la democrazia francese non ha mai riempito quello spazio. La vediamo bene con questo continuo interrogarsi sulla figura presidenziale che si è concretizzata dopo la partenza del generale de Gaulle. Dopo di lui, l’appiattimento della figura presidenziale ha ricollocato nel cuore della vita politica un vuoto. Ma quello che si attende dal presidente della repubblica è che occupi questa funzione. Tutto si è costruito su questo malinteso".


DATA: 16.07.2015

CONTARE I GIORNI PER IL RIENTRO DELLE AUGUSTE SALME DEI RE D'ITALIA

Aldo Mola            La Consulta  dei Senatori del Regno fa proprio l'appello di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia al Capo dello Stato a restituire alla Patria le Auguste Salme di Vittorio Emanuele III di Savoia e della Regina Elena. 
    La Consulta, onorata di avere tra i propri componenti S.A.R. la Principessa, Custode della Memoria della Casa di Savoia, S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca delle Puglie, e S.A.R. La Duchessa Silvia di Savoia, da anni si adopera per conseguire quanto ancora una volta  autorevolmente indicato dalla Principessa Maria Gabriella: da attuare entro il 70° della partenza dall'Italia del  Re Soldato e della Regina per l 'estero (9 maggio 1946), non per  l' “esilio”, successivamente deliberato dall'Assemblea Costituente: odiosa “sentenza” usata nei secoli solo nei confronti dei Grandi Spiriti, come accadde a Dante Alighieri da parte della sua Firenze, che non ne avrà mai le spoglie.
   Se non provvederà lo Stato, i cittadini faranno la propria parte, orgogliosi della propria storia.
   
    Roma, 16 luglio 2015

Aldo A. Mola                               
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 16.07.2015

L’U.M.I. AL FIANCO DELLA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA PER TUMULARE LE SALME DEI SOVRANI IN ITALIA

Maria Gabriella di Savoia con Alessandro Sacchi        L’Unione Monarchica Italiana plaude l’iniziativa di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia di richiedere la tumulazione in Italia della salma del Re Vittorio Emanuele III che, riposando in Egitto, rischia di essere oggetto di profanazione e vandalismo da parte degli estremisti dell’ISIS.
    La battaglia per portare in Italia le salme dei quattro Sovrani che risposano all’estero (due Re e due Regine) è una questione di civiltà, pacificazione e rispetto verso la storia d’Italia. Le difficili condizioni createsi in Egitto siano finalmente il motivo scatenante per portare a compimento questo atto di civiltà, ormai tardivo e non più procrastinabile.
    Ricordiamo che il Re Umberto II mise a disposizione un fondo allo specifico scopo di coprire le spese per la tumulazione al Pantheon, il che non comporterebbe alcuna spesa allo Stato italiano come molti vorrebbero impropriamente far credere.
    La Repubblica italiana, che ha tremato dinnanzi alle figure dei Sovrani in Esilio, negando all’ultimo Re persino di morire sul territorio nazionale, cessi con le paure derivanti dalla propria nascita pilotata e compia, per una volta, un atto di giustizia.


    Roma, 16 luglio 2015

Avv. Alessandro Sacchi   
Presidente nazionale U.M.I.

DATA: 16.07.2015

S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA SCRIVE A "IL GIORNALE" PER PORTARE IN ITALIA LA SALMA DEL RE VITTORIO EMANUELE III

da "Il Giornale" di giovedì 16 luglio 2015, pag. 1 e pag. 17

Non lasciamo all'Isis la tomba del Re Soldato
Vittorio Emanuele III è sepolto nell'Egitto sotto il tiro dell'Isis. La nipote Maria Gabriella ci scrive


Maria Gabriella di SavoiaCaro Granzotto,
il recente attentato al Cairo che ha semidistrutto il Consolato d'Italia ha ridestato in me la viva preoccupazione per i resti mortali di Re Vittorio Emanuele III, che giacciono in Egitto da quasi settant'anni.
Quest'anno si celebra il centenario del primo conflitto mondiale nel corso del quale mio nonno, il Re Soldato, a unanime giudizio degli storici, si portò in maniera esemplare, favorendo il compimento del processo di unificazione col riunire all'Italia gli ultimi lembi di territorio in mano straniera.
In considerazione delle gravi tensioni e violenze che stanno interessando l'Egitto, ritengo che per un dovere civile e morale sia giunto il momento di procedere al rientro delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena: per salvarne la loro e la nostra collettiva memoria. Molte nazioni oggi repubblicane ma che furono monarchie hanno provveduto al rimpatrio delle salme dei loro regnanti e ciò non solo in segno di pacificazione nazionale, ma anche nel rispetto della tradizione storica. Perché il nostro paese non può fare altrettanto? Sarebbe imperdonabile per l'Italia repubblicana non aver impedito che un gesto vandalico oltraggiasse, profanandoli, i resti mortali di chi indissolubilmente è legato alla nostra identità nazionale, di chi appartiene alla storia d'Italia.
Cordialmente.
Maria Gabriella di Savoia



Il presidente Mattarella non sarà sordo
Trasmettiamo al Capo dello Stato l'appello di Maria Gabriella di Savoia


Trasmettiamo il suo appello al Presidente Sergio Mattarella, gentile Principessa, certi che da risoluto e generoso rappresentate dell'unità nazionale qual è, non ne resterà sordo.
D'altronde quello che lei chiede è un atto di carità, di rispetto e di giustizia: Vittorio Emanuele III lasciò l'Italia senza che ne fosse obbligato da una ordinanza di esilio (lo stesso può dirsi, del resto, per Umberto II). Quattro ore dopo aver abdicato era già a bordo del Duca degli Abruzzi diretto verso l'Egitto. Re Farouk gli aveva offerto ospitalità nel suo palazzo di Qubbè Sarayi, al Cairo, ma Vittorio Emanuele, anzi il conte di Pollenzo, la sua nuova identità, scelse per sé e per la moglie Elena una anonima villetta a Shuma, sobborgo di Alessandria d'Egitto.
Partito con le tasche vuote, senza poter accedere al patrimonio personale - che con la XIII Disposizione finale della Costituzione lo Stato avrebbe poi avocato a sé - poté contare solo sulla generosità del monarca egiziano. Conducendo una vita ritirata, passeggiando, ricevendo i parenti che saltuariamente gli facevano visita, leggendo, pescando lungo il Delta.
Morì il 28 dicembre del 1947, il giorno seguente alla promulgazione della Costituzione repubblicana. Essendo esclusa la possibilità di seppellirlo in Italia, rifiutata l'offerta di Farouk per una sontuosa cappella nel cimitero latino, la Regina Elena, non smentendo la sua inclinazione per la semplicità e la riservatezza, scelse la piccola chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto, dove la salma fu tumulata dietro l'altare maggiore, in un loculo sovrastato dalla scritta: «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947».
Elena morì qualche anno dopo, nel novembre del 1952. Affetta da un tumore si era da poco trasferita a Montpellier, in Francia, per affidarsi alle cure del professor Lamarque, nel quale riponeva le sue ultime speranze. In quella città fu molto amata - une grande dame discrète, così la ricordano - perché col poco che disponeva prese subito a dedicarsi ad opere caritatevoli, a far del bene al prossimo, virtù che era nella sua natura. I montpelliérains glie ne furono sempre riconoscenti.
Quando morì, l'intera città francese partecipò alle esequie e le dedicò un viale al cui imbocco posero un suo busto marmoreo.
«L'Italia è il solo Paese al mondo nel quale non potrei entrare per deporre un fiore sulla tomba dei miei genitori, ma continuerò a battermi perché possano riposarvi: quel che accadrà a me non ha importanza», ebbe a rammaricarsi da Cascais Umberto II. In verità qualcosa parve muoversi quando il governo Andreotti sembrò prendere in considerazione l'ipotesi di una traslazione delle salme (anche quella di Elena cadeva sotto i vincoli della XIII Disposizione), ma alla fine non se ne fece nulla. Elena riposa a Montpellier, Vittorio Emanuele in una tomba malamente coperta da un groviglio di impolverati fiori di plastica, dimenticata dietro all'altare di Santa Caterina. Ed è ora, questo è l'appello rivolto al Capo dello Stato, che quelle spoglie tornino in Italia. Le spoglie di una donna la cui colpa risiederebbe nell'essersi unita in matrimonio a un Savoia. Di un uomo che agli inizi del secolo scorso favorì la svolta democratica di Giolitti, che per aver trascorso al fronte gli anni della Grande Guerra si meritò il titolo di Re Soldato, che congedò Mussolini col quale collaborò, certo, ma da monarca costituzionale fedele alle leggi, sostenendo di avere nelle Camere, come puntigliosamente soleva ripetere, «i miei occhi e le mie orecchie». E che comunque, in ogni modo, nel bene o nel male è un capitolo della storia d'Italia, della nostra storia.
Paolo Granzotto
DATA: 16.07.2015

LO STATO PORTI SUBITO IN ITALIA LA SALMA DI VITTORIO EMANUELE III

LO STATO PORTI SUBITO IN ITALIA LA SALMA DI VITTORIO EMANUELE III        Mentre, come da anni previsto, l'Italia è bersaglio del fanatismo islamico, lo Stato deve riportare subito in Patria dalla Chiesa di Santa Caterina di Alessandria d'Egitto la salma di Vittorio Emanuele III di Savoia che ne fu capo dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946.
     E' un dovere morale impellente.  
     Incapace di ottenere un equo processo per due militari da anni sotto detenzione in India, l'Italia ora deve dare un vero grande segno di rispetto verso sé stessa: dinnanzi all'emergenza  traslare al Pantheon in Roma, senza ulteriori indugi, le spoglie del Re che dal 1946 giace in una plaga da tempo “fuori controllo”.
     La Consulta esorta le Istituzioni ad attuare quanto detta la Storia d'Italia. Oggi non è quistione di monarchia o di repubblica. E' quistione di dignità nazionale.
     Dall'estero ci vedono e ci giudicano: per pensieri (fatui), atti (pochi) e omissioni (troppe e ormai inammissibili).
     Il Presidente della Repubblica, sen. Sergio Mattarella, ha i poteri per restituire agli Italiani le spoglie d Vittorio Emanuele III e della Regina Eena.   
     L'Italia gliene sarà grata.

    Roma, 11 luglio 2015

Aldo A. Mola                               
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 13.07.2015

MUSSOLINI INEDITO (1942) SAPEVA DELLA FINE IMMINENTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 12/07/2015

Dalla congerie di diari, quaderni e appunti di Mussolini (contraffatti, bruciati, finiti chissà come o dove) Fabio Andriola, direttore di “Storia in Rete” e mussolinologo di talento, fa emergere il “Diario” del 1942, forse autentico (la prudenza è d'obbligo, com'egli stesso osserva) messogli a disposizione da un collezionista disinteressato (erba rara in un mondo avido e pettegolo). Lo scoop è stato salutato da una manciata di recensioni e interviste su fogli amici e dal compatto silenzio delle “vestali della memoria”, come Gianpaolo Pansa ha bollato i custodi del politicamente corretto.
Cosa non piace della scoperta di Andriola? Tutto, a partire dall'Autore, che non è un accademico in caccia di prebende ma uno studioso in cerca di verità. Non solo. Il Mussolini affiorante dal Diario non è un “nazifascista”, cui contrapporre la stucchevole Resistenza perfetta di Giovanni De Luna: egli, piuttosto, annota dubbi sui gerarchi (in primis il genero, Galeazzo Ciano) e fastidio per Rommel, Göring, Ribbentrop e per Hitler, logorroico allucinato. Il Duce non pare nemmeno “fascista”, se per fascismo s'intende una dottrina statica: nell'anno del Ventennale perduto e dell'Eur da inaugurare, egli rimaneva “l'uomo in cerca” di cui scrisse Renzo De Felice, dalla formazione carducciano-socialista-libertaria, impastata di sentimenti e corriva ai sentimentalismi.
Ma perché Mussolini tenne un diario? “Scrivo queste poche note semplici e insignificanti che qualcuno un giorno leggerà con stupore e forse con noia” (27 gennaio 1942). Chiuse l'anno con una previsione azzeccata: “Ora sotto di me si è aperto il precipizio”. Sette mesi dopo, le forzate dimissioni, poi la RSI, la guerra civile, l'esecuzione sommaria (tuttora avvolta nel mistero) con l'epilogo della “macelleria messicana” di Piazzale Loreto deplorata da Ferruccio Parri ma allestita per cancellare frettolosamente vent'anni di storia d'Italia che l'agenda del 1942 concorre a riscrivere, senza conformismo e paura della verità.
Aldo A. Mola
DATA: 13.07.2015

VIA IL VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO, UNICA VERA CURA PER GLI STUDI IN ITALIA

    Sotto il “renzismo” niente. Un tempo il liberale-liberista Luigi Einaudi, monarchico eletto primo presidente effettivo di questa affannata Repubblica, chiese l'abolizione del valore legale del titolo di studio: per evitare discriminazioni aprioristiche nei pubblici concorsi. Proposta “non ricevuta”: una “Predica Inutile” per uno Stato più equino che equo che nei concorsi assegna e nega vantaggi per i trascorsi più opinabili. Dopo decenni di vagiti inascoltati, nel 1994 l'abolizione del valore legale dei titoli di studio venne pomposamente rilanciata dal centro-destra, in uno con la riduzione della pressione fiscale. Risultati? Zero. Nel frattempo le Università “fai da te”, complete di succursali, dépendences, gazebo... si moltiplicarono. Non per creare centri di ricerca ma a beneficio di chi ristrutturò edifici storici, rimasti privi di parcheggi, servizi, biblioteche (ormai c'è internet!). Speculazioni di ordinaria amministrazione, da un capo all'altro d'Italia. Come certi aeroporti...
Ora questo governo di buontemponi vorrebbe tarare i titoli rilasciati dalle Università, premiandone alcune e declassandone altre. Su quali basi? Ferve ad hoc il lievito nella màdia del Ministero per la Pubblica Amministrazione. Vedremo che pizza ne verrà fuori. Nell'attesa ricordiamo che la mente migliore del '900 italiano, Benedetto Croce, non conseguì una laurea né ebbe alcuna cattedra. Però Giolitti lo volle ministro della Pubblica Istruzione. Gettò le basi della Riforma Gentile, che previde solo Università di prima classe, perché lo Stato o c'è o non c'è. Non può esserci l'Università “per finta”. Ma Gentile morì ammazzato da partigiani duri e puri.
La proposta del governo Renzi-Boschi-Madia anticipa il declassamento delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado non abbastanza titolate: non per i titoli che dispensano ma per quello degli sponsor (bevande, dolciumi, cozze pelose, care a un Emiliano...).
I titoli di studio avranno valore legale, secondo i paralleli e i meridiani o le tabelle di “istituti” di valutazione che non meritano menzione ma inchieste, come del resto il grosso dei concorsi a cattedra: la cosa “più camorristica e ridicola”, secondo il già citato Einaudi.
Conclusione? Se non è morto, lo Stato sta morendo: suonano, lugubri, mattarelle a stormo.
Aldo A. Mola
DATA: 13.07.2015
 
FAMIGLIA REALE: NUOVA FOTO DEI PICCOLI PRINCIPI DI CASA SAVOIA

Per gentile concessione di S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e Duca delle Puglie, pubblichiamo una fotografia scattata durante una gara automobilistica presso il circuito di Volokalamsk, fuori Mosca, ritraente le LL.AA.RR. i Principi Umberto e Amedeo di Savoia, rispettivamente Principe di Piemonte e Duca degli Abruzzi.
    Per gentile concessione del padre, S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e Duca delle Puglie, pubblichiamo una fotografia scattata durante una gara automobilistica presso il circuito di Volokalamsk, fuori Mosca, ritraente le LL.AA.RR. i Principi Umberto (al centro) e Amedeo di Savoia (a sinistra), rispettivamente Principe di Piemonte e Duca degli Abruzzi.
    I piccoli Principi, come è ormai tradizione di Casa Savoia, seguendo le orme del padre, hanno manifestato una spiaccata passione per i motori sin dalla più tenera età.
    Ringraziamo il Principe Ereditario che, seppur da lontano, tiene costante il legame tra la Famiglia Reale e l'U.M.I. mandandoci fotografie per fare mostrare ai monarchici italiani i Principini.
DATA: 06.07.2015

PIEMONTE E LIGURIA: DUE SECOLI INSIEME PER L'ITALIA 

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" del 05/07/2015
 Anonimo, L'arrivo di Vittorio Emanuele I a Genova il 9 maggio 1814 
L'Italia riparte della Liguria? Accadde già duecento anni fa. Piemonte e Liguria  – un groviglio geostorico – furono uniti la prima volta nel giugno 1805 da Napoleone e dal suo fido Antonio Saliceti, “occhi di ghiaccio”, ma incluse nell'impero francese. Quel precedente s'impose. Per il futuro dell'Italia l'unica vera novità del Congresso di Vienna, chiuso in tutta fretta il 9 giugno 1815, subito prima della definitiva vittoria su Napoleone a Waterloo, fu proprio l'assegnazione dell'antica Repubblica di Genova a Vittorio Emanuele I di Savoia, re di Sardegna, restaurato a Torino nel maggio 1814. Londra gliel'aveva promessa dal 1805. Nel decennio francese le due regioni furono accostate con nuove strade carrozzabili e un'amministrazione uniforme, ma Genova fu danneggiata dal napoleonico “blocco continentale” che vietava l'approdo di navi inglesi. Dopo l'abdicazione dell'imperatore (marzo 1814) Genova fu teatro di progetti di segno opposto. Ci approdò anche l'inglese lord William Bentinck, che vi spacciò un programma “italiano” contrapposto a quello di Gioacchino Murat, re di Napoli. Il 26 dicembre 1814 i notabili della Superba chiesero a Ignazio Thaon di Revel l'incorporazione nel regno sabaudo. In cambio ottennero il porto franco e consigli locali, garantiti dal Congresso di Vienna.
Il nuovo regno di Sardegna ebbe poi il genovese Giuseppe Mazzini, repubblicano (1805-1872), il torinese Camillo Cavour, monarchico (1810-1861) e il nizzardo Giuseppe Garibaldi,… garibaldino (1807-1882) e soprattutto strade, ferrovie, grande industria e turismo di qualità per un progetto italo-mediterraneo, impossibile senza l'unione che dal 1815 ne fece il perno della Nuova Italia. Da lì oggi si può ripartire.
Aldo A. Mola 
DATA: 05.07.2015

LA PAROLA AL F.M.G.: COME I RAGAZZI VIVONO L'ESSERE MONARCHICI

LA PAROLA AL F.M.G.: COME I RAGAZZI VIVONO L'ESSERE MONARCHICIA volte mi sembra di vivere in due mondi paralleli, uno relativo alla mia vita di tutti giorno ed uno riguardante il mio essere completamente monarchico ed è divertente vedere come queste due vite, ormai sempre più spesso, si incrocino; da sempre il mio essere monarchico ha suscitato sorpresa, talvolta interesse, più difficilmente indifferenza.
Nella mentalità repubblicana, e più specificatamente nelle nuove generazioni che poco o nulla sanno di Storia, il nostro è un punto di rottura, l'eccezionalità che ribalta le carte in tavola, che rimette in gioco ogni certezza, politica e sociale.
La domanda è: come farne il nostro punto di forza? Come sfruttare il fascino millenario della istituzione da noi difesa per aumentarne il consenso? Semplice e terribilmente complicato ad un tempo, possiamo, e dobbiamo, fare leva sugli esempi virtuosi di cui la nostra cara vecchia Europa pullula, possiamo usare il lato economico per sottolineare i vantaggi che una istituzione di tipo monarchico porta sia a livello di risparmio che di guadagni turistici ma, soprattutto, dobbiamo portare la nostra proposta concreta come una bandiera, dimostrare che nonostante quanto si creda i monarchici sono vivi e attivi e non una sparuta minoranza di vecchi nostalgici, mostrare, con i fatti prima che con le parole che il futuro appartiene a noi, e che siamo completamente determinati a prendercelo. Per Amedeo, per Aimone ma anche e soprattutto per i nostri figli, per donare loro la sicurezza che sono un istituto millenario può donare.
Andrea cerati, classe 1990, F.M.G. Cremona
DATA: 01.07.2015

CORRADO CAMIZZI, ...LIBERA E UNA! L'ETÀ DEL RISORGIMENTO FRA TRADIZIONE E RIVOLUZIONE (ED. THULE)


Interprete insigne della destra nazionale, Camizzi riconosce che "l'Italia nacque come formazione politica, nel breve volgere di due anni e in maniera sostanzialmente eversiva, fu cioè il frutto di una serie di usurpazioni, malamente rabberciate da alquanto improbabili plebisciti".
 Se non che Camizzi, a differenza del Taparelli e dei suoi anacronistici continuatori, Angela Pellicciari ad esempio, rammenta che "i principi italiani videro la maggiore garanzia di stabilità, anziché nel consenso e nella fiducia dei loro popoli, nella protezione di una potenza europea interessata a garantire, con la sua influenza omogeneità a sicurezza".
 Al proposito, Camizzi cita la tesi di Francesco Leoni, secondo cui "nel clima della Restaurazione si manifestarono due tendenze nell'opinione pubblica di sentimenti controrivoluzionari, quella di coloro che ritenevano doversi almeno prendere coscienza di quanto era accaduto nell'arco di venticinque anni e dunque adattare la strategia del movimento sanfedista ad una realtà che, bene o male, era mutata e quella degli intransigenti, che respingevano ogni modifica introdotta introdotta nelle menti e nel contesto socio-politico dalla Rivoluzione francese e dall'esperienza napoleonica".
 La radice dell'avversione al risorgimento è la conclamata incapacità di vedere e il tarlo assolutista in azione devastante nelle monarchie europee e, al suo seguito, la folle pretesa di sottomettere le chiese nazionali.
 Non è dunque possibile contestare la puntuale sentenza di Camizzi: "non si può difendere in sede storica un mondo che rappresenta un passato senza alcun avvenire, come pretenderebbero di fare gli storici revisionisti più radicali".
 Le disoneste ombre della massoneria garibaldina, giustificano il rifiuto della malsana strategia liberale, non il rifiuto di un bene prezioso e inalienabile quale è l'unità della Patria.
 La critica dei metodi, in definitiva, non può e non deve rovesciarsi nel rifiuto del risultato, l'impresa unitaria, felix culpa da cui dipende la speranza di non essere schiacciati dalle teutoniche natiche della cancelliera Merkel.
DATA: 01.07.2015

DOVE FALLI' IL FRONTE POPOLARE: OTTATAN'ANNI FA IL MASSACRO DEI PRETI IN SPAGNA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28/06/2015
              
                    Ottant'anni orsono, il 14 luglio 1935, socialisti e comunisti costituirono a Parigi il Fronte Popolare. Numericamente maggioritari, i socialisti erano da decenni la sinistra nazionale, fondata sulla priorità della Francia rispetto a ogni divisione in partiti. Lo si era veduto con la Grande Guerra, quando il socialista Jean Jaurès, contrario all'intervento, fu assassinato e i suoi compagni si schierarono per i sacri principi di Marianne (come la Repubblica era popolarmente detta): libertà, uguaglianza, fraternità. I comunisti invece avevano alle spalle l'Unione Sovietica, una potenza decisa a scatenare rivoluzioni nell'Europa centro-occidentale per organizzare l'offensiva contro la Germania di Hitler (al potere da due anni) e le odiatissime democrazia borghesi, compresa la francese. Sino a poco prima la Terza Internazionale comunista (formata a Mosca nel marzo 1919) aveva bollato i socialisti come social-fascisti. Lo fece anche Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista d'Italia, nell'impietoso ritratto di Filippo Turati, il leader socialista morto esule in Francia. I partiti e i movimenti antifascisti non succubi di Mosca (inclusa “Giustizia e Libertà”, fondata da Carlo Rosselli dopo la fuga dal confino nell'isola di Lipari) erano liquidati come servi sciocchi del capitalismo reazionario e complici del nazi-fascismo.
Il Front Populaire ebbe dunque la sua ragion d'essere nella politica estera e militare della Francia. Numericamente minoritari, gli stalinisti fecero leva su forze altrui, via via chiamate a raccolta: repubblicani, radicali, democratici e massoni di varie tendenze, che si sentivano sotto assedio, isolati ed esposti alla revanche della Germania di Hitler. Questa prima o poi sarebbe stata fiancheggiata dall'Italia di Mussolini, non per omogeneità delle rispettive ideologie o degli interessi ultimi dei due Paesi ma per la distanza tra Parigi e Londra, per la miopia della Società delle Nazioni che inflisse all'Italia le “sanzioni economiche” per punirla dell'aggressione all'Etiopia nel 1935 e per l'assenza di un asse tra democrazie europee e Stati Uniti d'America (alle prese con la Grande Depressione del 1929 e con il New Deal di Franklin Delano Roosevelt).
Nello stesso luglio di ottant'anni orsono il VII Congresso dell'Internazionale comunista, con la presenza di 65 delle 76 “sezioni nazionali” esistenti, adottò la nuova linea: alleanza tattica con le sinistre in vista della vittoria strategica, da conseguire in due tempi: liquidazione del nemico principale, la Germania e i suoi alleati potenziali, ed eliminazione degli alleati scomodi, gli “utili idioti”. Prospettiva finale? Lo si vide con i processi poi scatenati dall'ex seminarista Stalin contro gli ebrei, accusati dei peggiori crimini.
Nel luglio 1935 l'etichetta Frente Popular fu introdotta anche in Spagna.
Lì il progetto di alleanze e controalleanze messo a punto dalla Terza Internazionale saltò perché si aggrovigliò con la realtà plurisecolare locale e con priorità di tutt'altro genere rispetto alla lotta di lasse e alla rivoluzione mondiale, completa di decolonizzazione. In Spagna anarchici, anticlericali, radicaldemocratici e massoni (in larga misura popolani e in parte borghesi altolocati) aprirono la strada ai comunisti, ma nel corso della lotta vennero sgominati. Su tutti infine trionfò il generale Francisco Franco, che, armi alla mano, impose un regime autoritario, mise fuori legge comunisti, socialisti e massoni, varò lo Stato Nuovo e pose le premesse per il ritorno della monarchia: non, però, come restaurazione del sovrano partito per l'esilio da 1931 senza abdicazione (lo fece anche Umberto II nel 1946), ma come instaurazione della monarchia per decisione del Paese. La scelta cadde su Juan Carlos di Borbone non per meriti suoi (tutti da accertare), di suo padre, Juan conte di Barcellona (poco gradito da Franco) o e dell'avo, ma perché da secoli i Borbone erano tutt'uno con la Spagna: univano Tradizione, legittimità e legalità, storia e volontà popolare, superiore a quella delle fazioni. La Monarchia era e sarebbe rimasta garante degli equilibri interni e internazionali, riferimento anche dei movimenti attuali, “Podemos” e “Ciudadanos”, due dialetti di una lingua politica che accelera il rinnovamento nella continuità.
Alla Nuova Spagna costituzionale Franco lasciò in eredità un regime ordinato, fondato sulla convergenza delle forze nazionali dinnanzi ai pericoli esiziali come il terrorismo dell'ETA, il fondamentalismo islamico e il separatismo artificioso, nel rispetto della memoria, dopo qualche ondeggiamento negli anni del socialpasticcione Zapatero. Quest'ultimo fu sconfitto perché, a differenza del lungimirante “Pepe” Gonzalez, non seppe interpretare la Spagna profonda, non mirò a unire ma tornò a spargere sale su ferite antiche, a riattizzare artificiosamente lacerazioni in un Paese che aveva messo definitivamente alle spalle una atroce guerra civile, non ne voleva altre, assicurava libertà per tutti ma esigeva anche rispetto di tutti, inclusi i cattolici osservanti, oggi numericamente meno rilevanti rispetto all'età di Franco ma ancora determinanti nel modellare la modernità della Spagna.
Il Frente del 1935 fu battuto militarmente nel 1936-1939 perché nacque e visse su un progetto politico che non rispondeva agli interessi generali del Paese. I governi che si susseguirono convulsamente a Madrid tra il 1931 e il 1939 dettero spazio alle minoranze estremistiche anziché rispondere alle richieste popolari: il miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle masse urbane, l'avvicinamento delle condizioni delle campagne a quelle della popolazione cittadina, la conciliazione tra le diverse regioni, altrimenti costrette a spinte centrifughe, dalla Galizia all'Andalusia, dalla Catalogna ai Paesi Baschi. Il Frente consegnò la Spagna all'estremismo e ne rimase vittima. Nel 1936-38 le cosiddette democrazie europee (Francia e Gran Bretagna, in sintesi) finsero di aiutare la Repubblica di Madrid. In realtà rimasero alla finestra e quando Franco vinse sull'Ebro Londra si affrettò a riconoscerne il governo, molti mesi prima che entrasse in Madrid e vedesse sfilare i suoi alleati, come gli italiani del Corpo Truppe Volontarie, di cui scrisse Edgardo Sogno.
A differenza di quanto affermano molti manuali e ripetono rievocazioni (parte manipolate e persino prezzolate, parte per crassa ignoranza), nel 1936-1939 la Spagna non visse tre anni di improvvisa guerra civile ma la fase più acuta e drammatica del conflitto ispano-spagnolo, di diversa intensità ma sempre feroce, che affondava radici nell'intera storia dell'Ottocento (il conflitto tra i fautori di Isabella e quelli di don Carlos), tra liberali e reazionari, e aveva le premesse nel mortale duello tra gli “afrancesados” e gli spagnoli che lottarono contro l'occupazione franco-napoleonica e nel 1812 approvarono a Cadice la Costituzione che fece da bandiera del liberalismo europeo dopo la Restaurazione del 1814.
Terreno di scontro di quel conflitto plurisecolare fu la chiesa cattolica. Identificata come pilastro della reazione, essa divenne bersaglio degli impulsi radicali, ispirati da un illuminismo giacobino assolutamente minoritario, alimentato dalla leggenda nera sull'“Inquisizione di Spagna”, uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale sin dalla “storia” (più mitica che documentata) scritta da Llorente. Tra fine Ottocento e primo Novecento l'anticlericalismo inteso come lotta contro privilegi e invadenze del clero cattolico deragliò e divenne lotta contro il cristianesimo in tutte le sue forme, contro la religiosità stessa. Il Libero Pensiero non divenne volano della “educación del ciudadano”. Risultò invece il drappeggio dell'ateismo militante, da imporre con la conquista delle amministrazioni locali e del governo centrale. Nel 1909, cinque anni prima della Grande Guerra, la Spagna visse la “settimana tragica”: incendio di chiese, massacro di religiosi, una ventata di follia speculare alla “settimana rossa” italiana del giugno 1914. Rimasta ai margini della catastrofe bellica, con la fine del conflitto e il declino dei profitti che il suo sistema produttivo ne aveva tratto (lo documenta Fernando García Sanz in studi esemplari, come “España en la Gran Guerra”, ed. Galaxia Gutenberg) il conflitto sociale mise a repentaglio l'equilibro politico-istituzionale, salvato dall'avvento di Miguel Primo de Rivera, che in pochi anni varò un gigantesco piano di modernizzazione ma, stanco dell'opposizione di ciarlatani, lasciò il potere e il Paese. Nel 1931 socialisti e repubblicani vinsero nelle elezioni amministrative e pretesero di trarne le conseguenze sul piano politico generale. Alfonso XIII lasciò la Spagna. La sua partenza fu festeggiata dall'estremismo anticattolico con assalti a chiese e a conventi. Il peggio venne negli anni del Frente Popular e in risposta all'alzamiento dei “quattro generali” (18 luglio 1936), contro la Repubblica, il cui governo aveva arrestato il capo della Falange (José Antonio Primo de Rivera, poi fucilato) e lasciato ammazzare a freddo il deputato centrista José Calvo Sotelo. Omicidio premeditato, non come quello di Matteotti, preterintenzionale.
Si scatenò una furia selvaggia passata in rassegna da Mario Arturo Iannaccone in Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra seconda Repubblica e guerra civile (1931-1939), (ed. Lindau, meritatamente finalista del Premio Acqui Storia 2015).
Poco noto, il martirio del clero cattolico documentato da Iannaccone – già autore di Cristiada (sulla tragedia dei cattolici in Messico) – contò pagine orrende che vanno conosciute per capire perché Franco prevalse e segnò la svolta della Spagna.
Padre Justino Gabriel (Gabriel Albiol Plou), per esempio, soffrì molto prima di morire. Gli vennero mozzate le orecchie. Fu bastonato e frustato. Gli tagliarono la lingua e i genitali. Gli venne infilata una baionetta in un orecchio. Alcuni spari lo lasciarono agonizzante. Il suo supplizio avvenne tra l'11 e il 12 agosto 1936 sulla spiaggia di Ratalla del Terme, non lontano da Peñiscola, la sua terra. Fu uno dei quasi duemila sacerdoti cattolici brutalmente assassinati tra il 1931 e il 1938 per odio contro i “preti”. Sono tanti. E chiedono memoria. Non tanto per i modi efferati usati da chi li torturò e umiliò ma per capire che la storia non fa sconti. Il Male riaffiora, ma chi lo combatte a volte dice la sua, anche senza attendere la parola talora tardiva del Soglio di Pietro. è superfluo ripetere come vennero martirizzati tanti sacerdoti. Uno venne portato in un lupanare. Doveva “mostrarsi maschio”. Rifiutò per coerenza col voto di castità. Furono le donne a chiedere che smettessero di torturarlo. I suoi aguzzini invece lo castrarono e poi lo suppliziarono. Una miliziana percosse la presidentessa dell'azione cattolica di un borgo delle Asturie con tale violenza da farle schizzare un occhio dall'orbita.
Esplose e dilagò un odio che ancora non trova spiegazione razionale. Alle 17 del 18 luglio 1936 fu incendiata la chiesa di San Andrés a Madrid e 5 sacerdoti vennero assassinati. Tra il 19 e il 20 furono date alle fiamme altre 34 chiese. Iniziò una truce mattanza che proseguì per anni, completa di fosse comuni, dissotterramento e profanazione di salme e altri orrori. è doveroso occuparsi della triste morte di García Lorca. Ma tante vittime dei “rossi” hanno diritto alla memoria.
Iannaccone ricorda con molta obiettività che all'alzamiento capitanato da Emilio Mola Vidal (ultimo capo della polizia in età monarchica) e Gonzalo Queipo de Llano, Francisco Franco aderì dopo molte esitazioni. I tre scelsero per “capo” José Sanjurjo, il generale mandato in esilio perché aveva cercato di ripristinare l'ordine in un paese che stava precipitando nel caos, ma l'aereo che doveva condurlo in Spagna cadde. Mesi dopo stessa sorte toccò a Mola, repubblicano, razionalista, capo dei requetés, i militari nazionalisti più efficienti di Spagna. Se le sinistre avallarono gli eccessi degli anarchici e degli atei militanti, i massoni si divisero. Alcuni loro esponenti di spicco si schierarono con Franco (fu il caso del generale Miguel Cabanellas Ferrer), non tanto per supposta influenza inglese ma per la tradizione spiritualista della massoneria anche spagnola, tuttora poco nota a chi indulge a identificare liberalismo, laicismo, Libera Muratoria e materialismo ateistico o addirittura satanismo: una confusione purtroppo ripetuta anche da papa Francesco (i cui studi al riguardo non sono noti). Vittorioso anche grazie ai reparti marocchini, Franco ebbe buon gioco ad accomunare e a liquidare massoni e comunisti con la legge del 1940 studiata da José Antonio Ferrer Benimeli e Juan José Morales Ruiz.
Anche la Chiesa faticò a individuare una linea unitaria, come documenta Iannaccone. La Santa Sede si mosse con prudenza. Aveva ambasciatori sia di Madrid sia di Franco. Il corso degli eventi non fu colto subito nella sua tragica irreversibilità. In alcune aree (anzitutto nei Paesi Baschi) il clero rimase diviso dinnanzi all'avanzata dei “nazionali”, fatalmente contrastanti con le loro rivendicazioni autonomistiche. Sia il segretario di Stato, Eugenio Pacelli, sia papa Pio XI rimasero a lungo su posizioni di attesa. Se Isidro Gomà e altri ecclesiastici eminenti scelsero subito i “nazionali”, molti altri, di vario rango, si schierarono con la “popolazione, che è altra cosa. Certo, il feroce sterminio degli anarchici attuato dai comunisti e la deriva anticlericale dei socialisti capitanati da Francisco Largo Caballero lasciarono pochi margini e nell'estate 1937 la chiesa (precorsa dai gesuiti, cacciati dalla Spagna l'ennesima volta) finì per optare compattamente per la restaurazione dell'ordine: un programma inconciliabile con la Repubblica.
Quale lezione lasciò la guerra civile? Una tra le molte emerge con forza dall'opera di Iannaccone: i partiti di sinistra (inclusi, a lungo, radicali e democratici) fecero dell'anticlericalismo e della scristianizzazione il terreno di ascesa. A quel modo si estraniarono dall'“anima” del Paese e si condannarono alla marginalità non solo politica ma culturale e spinsero i militari (anche massoni o agnostici) a identificarsi con la restaurazione del cattolicesimo. Anzitutto lo Stato. Salamanca cessò di essere il Tempio del pensiero di Miguel de Unamuno e divenne teatro del Franchismo, come documentò María Dolores Gómez Molleda.
Quel passato contenne le contraddizioni nelle quali ricadde il socialismo spagnolo con Zapatero e costituisce un monito per ogni altro Paese, Italia inclusa, ove di quando in quando esplodono forme volgari di anticlericalismo, spacciate come battaglia per i diritti di esigue minoranze che in realtà pretendono di imporre i casi propri alla generalità dei cittadini e di elevare a norma universale tendenze di frangia.
L'Italia non è la Spagna. è una terra che non ha vissuto mai alcuna vera guerra civile. Non lo fu affatto l'unificazione nazionale. Il cosiddetto grande brigantaggio fu un miscuglio di opposizione a un regime innovativo in nome del passato: interessi di ceto, devozioni, nostalgia del sovrano vinto sul campo ed esule. Le annessioni di sette Stati alla corona di Vittorio Emanuele II re costituzionale furono sancite dai plebisciti. Ciò che più conta, quell'Italia non aveva alle spalle alcuna guerra di religione. Anzi, nel Sette-Ottocento aveva riscoperto la civiltà romana, gli Etruschi, il paganesimo. Quell'assenza costituì una forza e al tempo stesso una debolezza, perché la Nuova Italia sommò portenti e rassegnazione. La partita venne rinviata ai tempi supplementari. Rimasta indenne almeno dalle guerre di religione, pessimo tra i mali, l'Italia non ha motivo di divenirne teatro oggi, proprio mentre si interroga sui modi e i mezzi per affrontare l'invasione di fondamentalisti sempre meno controllabili, i cosiddetti “migranti” (in realtà occupanti) che non hanno alcuna intenzione di essere integrati nella civiltà europea e che considerano terra di appartenenza i luoghi nei quali praticano il loro culto. Essi sono indifferenti al percorso millenario compiuto dall'Occidente, dal diritto romano alla rivoluzione francese e allo stato sociale dell'Otto-Novecento. Per dialogare bisogna essere in due. L'integrazione è possibile solo all'interno di regole condivise. Presuppone la rinuncia all'integralismo, che è invece il vangelo del fondamentalismo, contro il quale unica risposta dello Stato è la spada.
I casi di Spagna di ottant'anni or sono rimangono un monito di straordinaria attualità. Merito dell'opera di Iannaccone è di averceli riproposti, anche per meglio capire che cosa Italia e Spagna stanno a fare in questa labile Unione Europea.
Aldo A. Mola (*)
Autore di L'integrazione europea e la penisola iberica, Marzorati, 1997
DATA: 28.06.2015

LE ALPI: UN DESTINO UMANO TRA GUERRE FEROCI E SOGNI DI PACE EUROPEA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21/06/2015
              
                    Divampa l'ennesimo scandalo: vaste aree alpine pressoché inaccessibili prese in affitto da furbastri di pianura non per condurvi armenti, che mai ci misero zampa, ma solo per arraffare lucrosi fondi stanziati dalla rapinosa “Europa” (uguale nel mito e nella realtà odierna) a sostegno della pastorizia montana per garantire sanità del bestiame e genuinità dei prodotti lattiero-caseari. Una truffa perfetta, consumata nell'opaca “distrazione” di chi sapeva e di chi, anche in loco, poteva ben vigilare. Parafrasando il motto antico, si recintano di polemiche i pascoli ora che i fondi sono finiti nelle tasche giuste, con scorno dei margari veri, di chi ha resistito a tutte le traversie e si batte per difendere le Terre Alte. Questa brutta storia ha per teatro le valli partigiane, quelle di Dante Livio Bianco, il comandante di “Giustizia e Libertà” che ebbe per motto “Aria, luce, pulizia”, le plaghe vissute da Umberto I e da Vittorio Emanuele III memori che il Padre della Patria, Vittorio Emanuele II, ne aveva difeso l'italianità non tanto per il gusto di andarci a caccia ma perché esse erano baluardo della civiltà alpina, sacra per chi dall'originaria Savoia era andato crescendo di secolo in secolo, un crinale e una valle dopo l'altra sino a dove le Marittime s'immergono nelle anode della Costa Azzurra.
Le Alpi. Un “destino umano”, come decenni orsono sintetizzò Paul Guichonnet; una “civiltà” come ripeté Renzo Gandolfo, fondatore del Centro Studi Piemontesi. Voci del passato remoto. Alpi, dunque: catena inespugnabile o reticolo di valichi? Le incisioni rupestri del Vallone delle Meraviglie insegnano che millenni orsono le Marittime erano transito di popoli legati non solo dai commerci ma anche da culti e da riti propiziatori, come la celebrazione del Solstizio d'Estate: passaggio dai fulmini della primavera ai dardi roventi dell'Estate, quando per poche settimane sui monti la vita scorreva più facile.
Per scampare alle insidie del maltempo e dei predoni, originariamente si procedeva più in alto possibile. Il viaggiatore aveva bisogno di orizzonti vasti, per orientarsi e vigilare. Coi secoli le quote del cammino si abbassarono. Lo Stato agevolò le comunicazioni ma al tempo stesso moltiplicò controlli e gabelle. A vantaggio di chi? La svolta venne coi trafori di metà Ottocento. Opere gigantesche, essi richiesero investimenti enormi. Troppo costosi per il traffico di spalloni o col tiro di animali, incluse le diligenze, divennero remunerativi quando le strade ferrate consentirono il trasporto di grandi quantità di persone e di merci.
Ne nacque un modo nuovo di percepire le Alpi. Da barriera difensiva o da ostacolo impervio esse divennero una risorsa. Il mutamento richiese decenni. Le ferrovie si sommarono alle carrozzabili di montagna, già frutto di ingegneria stradale tanto più immaginifica e audace rispetto a quella di pianura. Ne fu campione il savoiardo Luigi Federico Menabrea, che formò una schiera di ingegneri ferroviari (Germano Sommeiller, Sebastiano Grandis...) e per due difficili anni fu presidente del Consiglio dei ministri (1867-1869). La battaglia per la domesticazione delle Alpi fu ingaggiata e vinta proprio dove la natura opponeva gli ostacoli maggiori: dalle Marittime e dalle Cozie alla valle di Susa e al Sempione... Quel processo è ripercorso da Antonio De Rossi in La costruzione delle Alpi (Donzelli), basata sulla ripartizione della catena alpina in due sole sezioni (occidentali e orientali) anziché nelle tre tradizionali, in linea con la Soiusa (Suddivisione orografica internazionale unificata del sistema alpino).
Le Alpi vennero pensate e vissute in tempi e modi diversi e con ripercussioni che solo sul lungo periodo risultarono evidenti e per molti aspetti irreversibili. La grande sfida, tuttora aperta, fu anzitutto una questione di acculturazione: perlustrazione dei luoghi, catalogazione sistematica di ogni loro aspetto e forma di vita, secondo i criteri della storia naturale e degli altri domini (vegetale, animale...). Ne fu campione Quintino Sella, dalla formazione enciclopedica e versatile, uso a passare dallo studio delle rocce e dei cristalli a quello degli uomini, delle lingue, dei costumi, del diritto, dell'economia, da politico a tutto tondo.
Le Alpi divennero un abito, una disciplina: terreno di gara tra visioni apparentemente contrastanti ma infine convergenti nell'obiettivo ultimo: l'uomo. Da un canto il Club Alpino Italiano delle origini, la severa scuola delle guide per scalate eminentemente sportive, dall'altro il Corpo degli Alpini e le gigantesche opere di difesa progettate e almeno in parte realizzate nella consapevolezza che da quelle valli per secoli erano passate scorrerie e invasioni e che lì, un giorno, sarebbe stato necessario battersi nuovamente per gli interessi generali permanenti degli italiani. Il “Bel Paese” dell'abate Antonio Stoppani era l'Italia che aveva condotto tre guerre per l'indipendenza ma ancora non era giunta a far coincidere i confini politici con quelli “naturali” e faceva i conti con vicini inquietanti: gli Asburgo a est, da secoli incuneati a sud delle Alpi con i vescovadi di Bressanone e di Trento e dal 1814 padroni dell'antica Repubblica di Venezia; a ovest la Francia, che tanto amava la “sorella latina” da volerla possedere. I capi di Stato Maggiore, dai napoletani Enrico Cosenz e Alberto Pollio al piemontese Luigi Cadorna, si passarono l'un l'altro lo studio delle difese alpine come il testimone di un'ideale staffetta collegata dalla certezza che la Nuova Italia avrebbe giocato la partita della vita non nel Mezzogiorno o nel Mediterraneo, ma sulle Alpi.
Anche la Chiesa raccolse quella sfida, ma in termini diversi, e tra Otto e Novecento promosse l'“alpinismo” con un respiro niente affatto inferiore a quello che, dopo Sella, ispirò il Giosue Carducci di Piemonte, di Cadore, di Mezzogiorno alpino, dell'Elegia del Monte Spluga, delle Esequie della Guida E(milio) R(ey)..., versi famosi, ripetuti mentalmente da generazioni di scalatori: “Spezzato il pugno che vibrò l'audace/picca tra ghiaccio e ghiaccio, il domatore/ de la montagna ne la bara giace...”. Nel vasto volume I Papi e lo sport curato da Stelitano, Dieguez e Bortolato per la Libreria Editrice Vaticana ricorrono centinaia di interventi per la promozione di “anime salde in salde membra” (motto di Pio X, il “papa sportivo”) e per la “ricostruzione morale dello sport” propugnata da Pio XII dopo decenni di visione neopagana e persino razzistica dell'agonismo, altra cosa dal magistero di Giovanni Paolo II, l'“atleta di Dio”.
Le Alpi come luogo dello spirito presero forma anche nella nuova coscienza del paesaggio modellato con la moltiplicazione di ville e di alberghi, il recupero e la tutela di villaggi, una nuova percezione della sacralità di un mondo che per sua natura si affidava alla coesione tra i popoli, lontano dalle gare che nei secoli ne avevano fatto ricorrentemente teatro di conflitti. La montagna come culla di libertà non è un'invenzione dell'Ottocento, la curvatura protonazionalistica di un ideale superiore. In piena età franco-napoleonica lo scrisse Dominique Destombes nell'Annuaire du Département de la Stura (1809) che si valse di Horace Bénedict de Saussure: “In queste alte valli non vi sono né signori né ricchi, né una una presenza frequente di stranieri; il paesano, non vedendo che uguali, dimentica che esistono persone più potenti; il suo animo diviene più nobile e si eleva; i servizi che rende alla società, l'ospitalità che offre non hanno nulla di servile o di mercenario”. Gli alpigiani erano “naturalmente” uomini liberi. Lo sintetizzò Giolitti nelle Memorie della sua vita, con una frase cara a Valerio Zanone: “La nostra era insomma una famiglia di contadini-montanari che deve aver vissuto per secoli in quella vallata (la Maira) che ebbe sempre una fiera indole democratica”. Quando dal duca di Savoia quei paesi vennero concessi in feudo “i valligiani, raccoltisi ad Acceglio, deliberarono che il primo dei nuovi feudatari che mettesse piede nel paese fosse ammazzato. E nessuno tentò mai l'avventura (…) la valle così si salvò e mantenne la sua democrazia”.
Era la pianura, invece, a moltiplicare confini artificiosi, dogane, gabelle. Nel 1840 lo annotò l'inglese John Ruskin citato da Attilio Brilli nello spumeggiante Il Grande racconto del viaggio in Italia. Itinerari di ieri per i viaggiatori di oggi (il Mulino) in cui narrò il continuo assalto di una folta schiera di doganieri con i quali dovette fare i conti nel breve tratto fra Bologna e Parma: “Vediamo nell'ordine: porta di Bologna, uscita: passaporto e gabella. Ponte, mezzo miglio più avanti: pedaggio. Dogana, due miglia innanzi, lasciati gli stati pontifici: passaporto e gabella. Dogana, dopo un quarto di miglio, entrati nel Ducato di Modena, prima l'ufficiale della dogana, poi l'addetto al passaporto. Versato un tributo a entrambi. Porta di Modena: entrata: dogana, gabella, passaporto, idem. Porta di Modena, uscita: passaporto, gabella. Porta di Reggio: dogana, gabella, passaporto...” sino a Reggio (cambio di cavalli) e a Parma. “Dunque in totale sedici soste” con spreco di tempo e di danaro. “Nell'intero sistema - concluse - c'è un che di furtivo e di abietto”.
D'altronde è relativamente recente l'eliminazione delle cinte daziarie e di tante altre forme di vessazione diretta e indiretta sul trasporto e lo smercio dei più comuni beni di consumo.
Prima di divenire guerra armata contro la dominazione straniera (che riguardava solo Lombardia e Triveneto), la base della lotta per l'indipendenza dell'Italia fu la Lega doganale, che mirò a semplificare e a rendere stabili i cambi tra le diverse monete emesse dai troppi stati e staterelli restaurati o instaurati con il Congresso di Vienna del 1815.
Ripercorrere i due-tre secoli recenti attraverso i racconti di viaggio, come fa Brilli, i progetti più audaci per arrivare sulle vette con i portenti dell'ingegneria ferroviaria o almeno con cabinovie (fu il caso dell'“assalto” al Monte Bianco e al Cervino, come ricorda De Rossi) ci pone dinnanzi alle contraddizioni di un'Europa ricca di intuizioni lungimiranti ma al tempo stesso miope e cocciuta, incapace di una visione veramente unitaria. Egoismi e speculazioni affaristiche di corto respiro, tarparono le ali a realizzazioni di alto profilo.
A restituire all'Italia centralità nel Mediterraneo non furono l'ideologia patriottica e la fuorviante invenzione dell'Austria come “nemico storico” (per decenni ripetuta nei sussidiari e nei manuali scolastici), ma l'apertura del Canale di Suez che abbreviò tempi e costi dei trasporti dall'Estremo Oriente e dalle Indie all'Europa centrale e alla Gran Bretagna e rese subito conveniente allestire la rete ferroviaria e riorganizzare i porti. A quell'appuntamento, a metà Ottocento, l'Italia arrivò con ritardi storici dovuti alla somma di arretratezza (metà dell'intera rete ferroviaria era concentrata nel solo Piemonte) e di sottosviluppo (la drammatica carenza di scuole e di insegnanti, di ospedali, di acquedotti, di  raccolta delle acque reflue...). Il suo superamento iniziò solo con la prima legge sanitaria del regno ideata da Luigi Pagliani (nativo di Genola, in provincia di Cuneo) e varata dal governo Crispi-Zanardelli-Giolitti nel 1889-90: trent'anni dopo la proclamazione del regno, vent'anni dopo Porta Pia. Neppure quel governo, per tanti aspetti fattivo, si risolse ad affrontare il nodo più aggrovigliato: la riduzione delle Banche abilitate a emettere moneta, che rimanevano sei.
Quei ritardi vanno ricordati mentre l'Europa sta per compiere nuovi preoccupanti passi all'indietro: non solo la crisi dell'Eurozona per sempre più palese labilità di guida tecnica ma, addirittura, il ritorno dei venti di guerra nell'area orientale, per pochezza politica e per eccesso di “Usa-dipendenza”. Gli inconcludenti incontri internazionali e sovrannazionali  (i G7, i vertici a due, tre o più capi di Stato e di governo: con la sempre più sconcertante emarginazione della vociante Italia...) ci riportano al brindisi di Tilsit fra Napoleone e Alessandro I, in omaggio alla pace perpetua tra le due superpotenze che si accordarono per la spartizione dell'Europa continentale. Era l'8 luglio 1807. Quattro anni dopo i due imperi si avvinghiarono nel sanguinoso duello franco-russo che divorò l'intera Grande Armée e vide i russi avanzare dalle rovine di Mosca, appositamente incendiata affinché non servisse di ricovero invernale all'invasore, sino a Parigi. La lezione non fu appresa, come si vide nel luglio-agosto 1914, quando anche le Alpi tornarono teatro di guerra feroce (*).
Aldo A. Mola

(*) È sintomatico che le importanti opere di Brilli e di De Rossi abbiamo il loro termine ad quem nella Belle Epoque, dal cui tramonto, a ben vedere, l'Europa non si riprese più. Come I Papi e lo sport i due volumi sono tra i 50 candidati nella sezione scientifica del Premio Acqui Storia 2015, orchestrato dal Responsabile esecutivo Carlo Sburlati. Un altro centinaio di opere sono candidate alle sezioni “divulgativa” e “romanzo storico”, anche quest'anno affollate da grandi e piccoli editori, da autori di lungo corso e da esordienti (o quasi), anche con proposte audaci come Decreti sporchi. La lobby del gioco d'azzardo e il delitto Matteotti di Riccardo Mandelli (Giorgio Pozzi ed.).

DATA: 21.06.2015

MATURITA’ 2015: LA SORPRESA DELLA RESISTENZA MONARCHICA

Dobbiamo ammetterlo, per una volta siamo stati malpensanti! Leggendo i titoli dei giornali abbiamo temuto che la repubblica (bisognosa di rinnovare miti e divisioni per sopravvivere) avesse di nuovo speculato sulla retorica resistenziale imponendola nelle tracce della prima prova degli esami di Stato. Del resto siamo abituati da decenni al rosso sbandierare che ha messo in ombra le origini liberali, cattoliche e monarchiche della Resistenza e così il suo idealismo post-risorgimentale. Quello a cui si ispiravano gli ufficiali e soldati che per primi girarono le armi contro l'occupazione germanica issando la bandiera sabauda. Siamo stati, ripetiamo che occorre riconoscerlo, ingenerosi perché il tema storico di quest'anno verteva proprio sui temi citati. Anzi nella traccia di poteva leggere "esercito regio" e perfino di "militari sbandati ma ancora fedeli alla monarchia". Sbandati ma ancora fedeli, formula che da valenza positiva a quella fede e riconosce i loro meriti morali nella guerra di liberazione nazionale. Pare incredibile invece a mezzo milione di allievi, finalmente, si è detto che i monarchici c'erano e lottarono contro il nazismo ed i tentativi di sopravvivere d'un fascismo morente e mai così violento. Questa volta, quindi, nessuna lamentela anzi un complimento a chi, in seno alla Pubblica Istruzione, ha dimostrato conoscenza della verità ed apertura mentale. Troppi partigiani morirono gridando "viva il Re!" perché si possa dimenticarli ancora come si è fatto a lungo. Forse siamo sulla strada buona per ritrovare la via della verità e restituire loro voce. Lo auspichiamo con la speranza che non sia un caso isolato ma destinato a stupirci ancora nel prossimo futuro.
Alessandro Mella, Consigliere nazionale U.M.I.

Dardano FenulliLa traccia della prima prova scritta della maturità 2015:
TIPOLOGIA C - TEMA DI ARGOMENTO STORICO

Il documento che segue costituisce un testamento spirituale scritto da un ufficiale dell’esercito regio che dopo l’otto settembre del 1943 partecipò attivamente alla Resistenza e per questo venne condannato a morte. Nel documento si insiste in particolare sulla continuità tra gli ideali risorgimentali e patriottici e la scelta di schierarsi contro l’occupazione nazi-fascista. Illustra le fasi salienti della Resistenza e, anche a partire dai contenuti del documento proposto, il significato morale e civile di questo episodio.
“Le nuove generazioni dovranno provare per l’Italia il sentimento che i nostri grandi del risorgimento avrebbero voluto rimanesse a noi ignoto nell’avvenire: «il sentimento dell’amore doloroso, appassionato e geloso con cui si ama una patria caduta e schiava, che oramai più non esiste fuorché nel culto segreto del cuore e in un'invincibile speranza». A questo ci ha portato la situazione presente della guerra disastrosa.
Si ridesta così il sogno avveratosi ed ora svanito: ci auguriamo di veder l’Italia potente senza minaccia, ricca senza corruttela, primeggiante, come già prima, nelle scienze e nelle arti, in ogni operosità civile, sicura e feconda di ogni bene nella sua vita nazionale rinnovellata. Iddio voglia che questo sogno si avveri.”
(trascrizione diplomatica tratta da http://www.ultimelettere.it/?page_id=35&ricerca=528)

Dardano Fenulli. Nacque a Reggio Emilia il 3 agosto 1889. Durante la Grande Guerra, nel corso della quale meritò due encomi solenni, combatté sulla Cima Bocche e sul Col Briccon. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, promosso colonnello, prese parte alle operazioni in Jugoslavia. Promosso generale di brigata nell’aprile 1943, fu nominato vicecomandante della divisione corazzata “Ariete”. In questo ruolo prese parte ai combattimenti intorno a Roma nei giorni immediatamente successivi all’otto settembre 1943. Passato in clandestinità, iniziò una intensa attività per la creazione di una rete segreta di raccolta, informazioni e coordinamento dei militari sbandati ma ancora fedeli alla monarchia. Nel febbraio del 1944 venne arrestato dalle SS e imprigionato nelle carceri di via Tasso a Roma. Il 24 marzo 1944 fu fucilato alle Fosse Ardeatine.
(adattato da http://www.ultimelettere.it/?page_id=35&ricerca=528)
DATA: 18.06.2015

AL QUIRINALE: CUCIRE L'ABITO PER IL CORPO DELLA CITTADINANZA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14/06/2015
              
AL QUIRINALE: CUCIRE L'ABITO PER IL CORPO DELLA CITTADINANZA                    “Heri dicebamus...”. “Non possiamo non dirci liberali” - dichiarò il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 9 giugno 2013 - “perché storicamente, anche nel passaggio dal liberalismo alla democrazia sono stati preservati i valori fondamentali della fase dello sviluppo liberale, della storia moderna e contemporanea”. È il bilancio di una vita e la sintesi della storia d'Italia. Di famiglia liberale (suo padre fu massone in una loggia napoletana orientata al progresso civile), educato al cattolicesimo dalla madre, nel 1945 iscritto (“non privo di dubbi”) al Partito comunista italiano, Napolitano navigò in acque procellose dalla seconda guerra mondiale alla contrapposizione tra USA e URSS, con l'incubo della guerra nucleare. Decenni difficili. Obiettivo primario, la pace; o, se si preferisce, scongiurare una Terza Guerra Mondiale, dagli esiti sicuramente catastrofici, ben altra cosa da quella “a pezzi” ora in corso, sanguinosa, sì, ma non universalmente letale. Furono tempi di scelte amare, come dinnanzi alla repressione sanguinosa dell'insurrezione ungherese nel 1956, mentre nel Vicino Oriente divampava la guerra del Canale di Suez. Napolitano fu tra quanti vissero le trasformazioni profonde dell'Italia degli Anni Cinquanta-Sessanta in una visione sempre planetaria. In Italia il centro-sinistra era ancora un tabù, come il riconoscimento della Repubblica popolare cinese, quella di Mao Ze-dong. Il fronte dei Paesi neutrali (l'India di Nehru, l'Egitto di Nasser, la Jugoslavia di Tito) sembrava un'eresia, un'uscita di sicurezza dei liberal-comunisti come Antonio Giolitti, profeta del “socialismo possibile”, rievocato da Nerio Nesi nel memoriale A servizio del mio Paese, ed. Aragno.
Nei settant'anni dal referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 l'Italia visse un turbine di eventi decifrabili solo con le lenti della scienza politica, della dottrina giuridica e della cognizione storiografica. È quanto fa Tito Lucrezio Rizzo. Consigliere capo servizio e responsabile della Sicurezza del Quirinale, in Parla il Capo dello Stato dagli albori della Repubblica ai giorni nostri, suggestivo titolo di un'opera di stringente attualità (ed. Gangemi), destinata ai giovani e meno giovani che vogliano conoscere o ricordare il lungo cammino dalla Ricostruzione postbellica ai travagli odierni, segnati dalla rinuncia unilaterale ad aspetti cardinali della sovranità, a cominciare dalla emissione di moneta e del bilancio dello Stato. (*) Nei ritratti a tutto tondo dei dodici presidenti (De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Leone, Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano I e II, oltreché di Cesare Merzagora, il quale, in forza dell'art. 86 della Costituzione, esercitò supplì Antonio Segni, impedito per motivi di salute), Rizzo mette a fuoco i poteri della suprema carica e indaga i modi in cui essi furono esercitati dai diversi presidenti. Sulla scorta di imponente documentazione archivistica, pubblicistica e saggistica (in specie riviste e siti web di costituzionalisti insigni), l’autore evidenzia efficacemente la “ricucitura sartoriale” operata dai Capi dello Stato nella crescente confusione di ruoli fra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, con interpretazione “a fisarmonica” delle loro prerogative, come acutamente osservò Giuliano Amato, da lui puntualmente citato.
Attraverso i profili biografici dei Presidenti, si colgono, in filigrana, le attese che i cittadini ripongono nel Quirinale quale garante dell’Unità e suprema autorità sovraordinata non solo, com'è ovvio, ai partiti, ma anche agli altri poteri e quindi anche alla magistratura, che è, sì, “autonoma e indipendente da ogni altro potere”, ma non è legibus soluta né “sovraordinata” allo Stato e alla sua massima carica.
La galleria dei Presidenti susseguitisi dall'avvento della Repubblica (non il 2 ma il 19 giugno 1946, quando l'esito del referendum fu pubblicato nel n. 1 della nuova serie della “Gazzetta Ufficiale”) si apre con due Capi di Stato dichiaratamente monarchici: il napoletano Enrico De Nicola, presidente della Camera all’avvento di Mussolini (31 ottobre 1922), senatore del regno, ideatore nel 1944 della Luogotenenza per propiziare il passaggio da Vittorio Emanuele III a Umberto II; e il piemontese Luigi Einaudi, senatore del regno, ministro “in pectore” del governo Mussolini del 31 ottobre 1922, governatore della Banca d’Italia, ministro del Bilancio con De Gasperi, universalmente apprezzato quale salvatore della lira.
Dei dodici capi Presidenti sei provennero dall’antico Regno di Sardegna: Einaudi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro. La loro sequenza sino agli Anni Sessanta ricalcò il modello regio, che alternò un principe di Piemonte a uno di Napoli e viceversa: De Nicola prima di Einaudi, il napoletano Giovanni Leone (giurista, politico e presidente insigne, di straordinario acume e generosa umanità) e il subalpino Saragat. La Toscana contò due presidenti in sessant’anni, Giovanni Gronchi, già sottosegretario nel governo Mussolini (1922-23), e Carlo Azeglio Ciampi: “un cittadino europeo nato in terra d’Italia” – come efficacemente sintetizza Rizzo – ed europeista perché profondamente italiano, patriota, mazziniano, orgoglioso di aver concorso a tener viva l’Italia nelle file del Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943 (altro che “morte della Patria”!). Nel suo settennato fu lui a riproporre i valori fondanti della Patria (non della sola repubblica, dunque: il Tricolore, il Canto nazionale (che intonava uscendo dal portone del Quirinale ogni 1° gennaio), il pellegrinaggio dall’una all’altra provincia nel Paese delle “cento città”, richiamandosi al periodo evocato da Rizzo nel suggestivo capitolo su Il primato della legge morale nell'incertezza di quella civile (l'esempio di Umberto II).
Senza insistenza (si insegna anche attraverso silenzi e allusioni), quest'opera ricorda che nel corso di settant’anni molte e importanti aree non sono state rappresentate al vertice dello Stato: la Lombardia e il Triveneto, l’antico Stato pontificio, incluso il Lazio (quasi ai romani debba bastare l’altra riva del Tevere), tre regioni sulle quattro dell’antico regno di Napoli, benché alla grande storia la Puglia abbia dato Antonio Salandra e Aldo Moro, la Basilicata una mente eccelsa come Giustino Fortunato e la Calabria una serie di patrioti, politici e ministri di alto valore. Solo da pochi mesi la Sicilia (un “continente”, che all'Italia dette Crispi, Vittorio Emanuele Orlando, Antonino di San Giuliano, don Luigi Sturzo, Mario Scelba e via continuando) ha il “suo” presidente, Sergio Mattarella.
Nel novero dei Capi dello Stato Rizzo include giustamente anche Cesare Merzagora, uno dei padri della patria, “un gigante di passaggio al Quirinale” nei mesi difficili della malattia di Antonio Segni, quando verso il Colle saliva la marea delle accuse di golpismo, suggestionate dall'inclinazione al complottismo che imperversò dalla torbida estate 1964 sino all'incriminazione di Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione: una tra le pagine più tristi della storia d’Italia. Come già non avesse sofferto l’indicibile quando da ministro dell’Interno patì il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, Cossiga dovette bere anche quell’amaro calice. E non fu l'ultimo Presidente a dover difendere con misurato orgoglio e tenacia le prerogative del Colle più alto, cresciute da “auctoritas” a “potestas” come Rizzo fa notare, con la finezza e il rigore di giureconsulto, di docente in Scienze criminologico-forensi alla Sapienza di Roma e di autore di saggi quali Le ragioni del diritto (ed. Gangemi, tradotto anche in cinese).
Nella prefazione al volume Gaetano Gifuni, già Segretario generale della Presidenza, ricorda che Vittorio Emanuele Orlando deplorò la “specie di sfiducia anticipata” dei costituenti nei confronti del Capo dello Stato, tanto che “si può dire che non rappresenti più nulla”. Eppure il Quirinale rimane “una sorta di faro nella tempesta” in un Paese che, dicono i “sondaggi”, ha sempre meno fiducia nei partiti (vecchi, nuovi, novelli, novizi…) e sempre più attende un “Principe”, come scriveva Niccolò Machiavelli. La persistente fiducia dei cittadini nel Capo dello Stato, l'unica che a ben vedere regga nel tempo, evoca quella d’antan verso la monarchia: un bisogno profondo di certezze che la subordinazione del Colle ai partiti (sinora scongiurata) manderebbe in polvere. Vale a conferma l'ampio profilo sulla Presidenza Napolitano, per molti aspetti un vero spartiacque nella storia della Repubblica.
A libro chiuso (esso è accompagnato da un CD con l'intervista dell'Editore all'Autore: un originale complemento didattico) tre considerazioni si impongono.
In primo luogo il Presidente, capo dello Stato e rappresentante dell'unità nazionale (art. 83 della Costituzione), trae forza e prestigio dalla sua elezione da parte dei parlamentari, a loro volta eletti dai cittadini e rappresentanti della Nazione senza vincolo di mandato (art. 67).  La sostituzione della elezione diretta del Senato con una di secondo grado (comunque configurata) gioverà davvero al prestigio dei futuri Presidenti? Le ormai continue promesse di interventi migliorativi in Senato di leggi approvate a Montecitorio non indicano forse che la Prima Camera deve avere una base elettorale non meno ampia ed avallante dell'altra? Inoltre, al netto delle posizioni dottrinali e storiografiche rispondenti alle condizioni eccezionali del cambio istituzionale, della Costituente e del rodaggio della Carta negli anni del Centrismo, proprio dalla pacata rassegna dei Presidenti della Repubblica risulta sempre più evidente l'esistenza di una linea di continuità rispetto all'epoca monarchica: nelle linee di fondo della politica estera, nella difesa degli interessi generali permanenti dei cittadini (anche con le armi, quando occorra), nella dialettica tra istituzioni e sovranità dei cittadini, esercitata nelle forme e nei limiti della Carta. Balza dunque evidente la centralità irrinunciabile del Parlamento, la cui eclissi di rappresentatività popolare (sia pure parziale ma permanente) oscurerebbe anche quella del Primo Magistrato della Repubblica, che indice le elezioni delle Camere e i referendum, promulga le leggi, accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere,  presiede il Consiglio superiore della Magistratura...., esercita una somma di poteri apicali, tali da esigere la massima ampiezza della partecipazione dei cittadini alla formazione delle Camere deputate ad eleggerlo.    
Quando si rileggano i discorsi della Corona e le dichiarazioni dei Presidenti della Repubblica ci si domanda infine che cosa abbiano mai da dirsi certi “politici” che parano con la manina le labbra mentre si bisbigliano all'orecchio chissà quali arcani messaggi:  quali segreti avranno mai da comunicarsi? In tempi di sovranità del cittadino, chi ha qualche cosa davvero importante da dire, deve saperlo fare coram populo, come fecero i Presidenti nei loro messaggi alle Camere (art. 87) ovvero nelle altre forme in uso dal maggio 1848. Indirizzi applauditi ma, talora, disattesi, come avvenne per l'unico messaggio di Napolitano alle Camere e per lo sferzante discorso che egli pronunciò in occasione del suo secondo insediamento: come ricorda Rizzo in quest'opera destinata a rimanere “di riferimento” per chi voglia conoscere la storia dell'età presente, lontano dal pettegolezzo, dal cinismo, dai toni futilmente polemici e, come egkli scrive, soprattutto al riparo dalla “sorta di arcano maleficio, da quell'ignavia di cui si macchiarono i peccatori che Dante ritenne non meritevoli neppure dell'Inferno”.
  Aldo A. Mola
(*) Per iniziativa del Banco Popolare, l’Opera di Tito Lucrezio Rizzo viene presentata a Roma alle 17.30 di mercoledì 17 giugno (Palazzo Altieri, p.za del Gesù 49). Con l'Autore intervengono Paolo Leone, Antonio Casu, Andrea Ungari, Alessandro Acciavatti e il nostro editorialista, Aldo A. Mola, che ne ha scritto il saggio introduttivo, Parola di Re costituzionale.
DATA: 14.06.2015

IL SILENZIO DEL QUIRINALE: LE SALME DEI RE AL PANTHEON

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 07/06/2015
              
                    6 giugno 1946. Alle 5 di mattino, a Napoli, la Regina Maria José salì con i quattro figli a bordo dell'incrociatore “Duca degli Abruzzi”, appena rientrato dall'Egitto ove aveva portato l'abdicatario Vittorio Emanuele III. La sera prima Umberto II le aveva chiesto di lasciare Roma. Destinazione Portogallo. Aveva intuito che il governo preparava il colpo di Stato repubblicano nell'indifferenza degli Stati Uniti e nell'ostilità dell'URSS  e dei Paesi Corvi, pronti a imporre il “trattato di pace” punitivo. Quella sera il Re ordinò ai Principi di lasciare l'Italia, come avrebbe fatto egli stesso per risparmiarle un'altra guerra civile dopo la mattanza del 1945. Il 13 giugno lasciò Ciampino per il Portogallo, sicuro che, placati gli animi, sarebbe tornato il primato della Patria. Si sbagliò. Chi aveva afferrato il potere falsificò i fatti.
Sciolti dal giuramento al re, ma non alla Patria, i monarchici lavorarono per la pace sociale e per il “miracolo” della Ricostruzione, nel solco della “monarchia popolare”. Ma l'opera loro e dei re non viene riconosciuta e viene travisata, come fa Eugenio Scalfari. Il presidente Ciampi rifiutò un messaggio per il centenario del regicidio di Monza, quasi Umberto I non sia stato capo dell'Italia. I suoi successori han continuato a tacere. Sino al suo 70°, la repubblica ha un anno  per rimediare al malfatto nell'unico modo degno di un Paese civile: riportare in Italia, al Pantheon, le spoglie di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Quando, finalmente, il Quirinale romperà decenni di imbarazzato silenzio? Non bastano l'astensione del 50% degli  aventi diritto al voto, gli applausi ai Marò che suonano come altrettanti fischi alle “istituzioni” e, ora, un tricolore senza scudo sabaudo ma con l'aggiunta di una luttuosa malaugurante rigaccia nera?

Aldo A. Mola.
DATA: 07.06.2015

SERGIO BOSCHIERO: UNA VITA PER LA MONARCHIA, UNA VITA PER L'ITALIA

SERGIO BOSCHIERO: UNA VITA PER LA MONARCHIA, UNA VITA PER L'ITALIA           La Consulta dei Senatori del Regno addita alla Memoria degli italiani Sergio Boschiero, Presidente Onorario dell'Unione Monarchica Italiana, alfiere strenuo dell'Ideale della Monarchia in Italia: Patria e Casa Savoia.
   Sergio Boschiero si è spento oggi, 3 giugno 2015.
   Egli  vive e vivrà nel magistero della Sua Opera: a fianco del Re Umberto II in esilio; a fianco del Capo della Casa di Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo, Duca di Savoia; a fianco e di sprone per tutti i monarchici, per quanti credono nell'Italia.
   Con entusiasmo, dedizione, pazienza e amore per l'Italia indipendente, unita e libera,  Sergio Boschiero ha indicato e indica la via per risalire la china: mentre il regime repubblicano  traballa, travolto da scandali d'ogni genere e dal rifiuto del voto da parte dei cittadini, ormai esasperati, Sergio Boschiero ci ripete: “Avanti Savoia, Viva la Monarchia costituzionale,Viva l'Italia”.
   Onore a Sergio Boschiero.

 Roma, 3 giugno 2015

                                                                          Aldo Alessandro Mola
                                                      Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 04.06.2015

LA SCOMPARSA DI SERGIO BOSCHIERO, LEADER STORICO DEI MONARCHICI ITALIANI

Sergio Boschiero con Re Umberto II        Oltre mezzo secolo di politica controcorrente animata dal tratto signorile del gentiluomo, dall'amore incondizionato per l'Italia migliore, dall'impegno per una visione alta della Patria, della sua dignità, dei suoi destini futuri. La vicenda umana e istituzionale di Sergio Boschiero, storico e indiscusso punto di riferimento dei monarchici italiani, si è conclusa improvvisamente la sera del 3 giugno all'Ospedale “Parodi Delfino” di Colleferro (RM), dove il 79enne Presidente onorario dell'Unione Monarchica Italiana era ricoverato da qualche tempo.
Nato a Breganze, in provincia di Vicenza, e trasferitosi a Roma all'inizio degli Anni Sessanta per espressa volontà del Re Umberto II, Boschiero seppe trasformare il Fronte Monarchico Giovanile in uno dei principali movimenti politici di piazza, capace di mobilitare migliaia di giovani con le bandiere del Regno.
Fu l'artefice di tutte le principali battaglie monarchiche dal dopoguerra ad oggi: dalla lotta all'esilio, alla tumulazione dei Sovrani sepolti in terra straniera (Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, Umberto II e la Regina Maria José) in Italia, fino alla contestazione dell'articolo 139 della Costituzione, che rende "democraticamente" immodificabile la forma repubblicana dello Stato.
Fra le sue gesta memorabili, l'organizzazione del volo dell'allora esiliato Vittorio Emanuele su Napoli nel 1966, la battaglia contro il monumento dedicato al regicida Gaetano Bresci a Carrara, l'interessamento per evitare che alcuni Comuni cambiassero la toponomastica dedicata a Casa Savoia delle proprie vie se non addirittura il nome del paese stesso (come Savoia di Lucania), la difesa storica del Risorgimento nazionale così brutalmente attaccato in tempi recenti.
Boschiero ebbe sempre un rapporto privilegiato con il Re Umberto II, di cui godeva la sincera stima, e con il quale si relazionava direttamente durante gli anni dell'esilio.
DATA: 04.06.2015

LA SCOMPARSA DI SERGIO BOSCHIERO

LA SCOMPARSA DI SERGIO BOSCHIERO
        Questa sera alle ore 19.28, dopo breve e improvvisa malattia, presso il reparto di Medicina dell’Ospedale “Parodi Delfino” di Colleferro (RM), il Presidente Onorario U.M.I., nonché leader storico del monarchici italiani, Sergio Boschiero si è spento all’età di 79 anni.
    A stargli accanto nelle ultime ore il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo e il Presidente dell’Ospol Luigi Marucci, oltre agli amici più stretti.
    Le esequie si terranno in Roma, presso il Pantheon (Basilica dei Santa Maria ad Martyres), venerdì 5 giugno alle ore 14.00.
    Parteciperà alle esequie S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e Duca delle Puglie, che giungerà a Roma dalla Russia.
    I messaggi di cordoglio rivolti alla Famiglia possono essere recapitati presso la sede nazionale dell’U.M.I. di via Riccardo Grazioli Lante 15/A 00195 Roma.

Davide Colombo           
Segretario nazionale U.M.I.   

    Roma, mercoledì 3 giugno 2015
DATA: 03.06.2015

COMUNICATO STAMPA UNIONE MONARCHICA ITALIANA:
IL 2 GIUGNO FESTA PER POCHI

    Anche quest’anno la boria di istituzioni stanche, fallimentari e superate tenta di spacciarci la data del 2 giugno come una festa per tutti gli Italiani. Mentre per la via dei Fori Imperiali sfilano i reparti di quello che fu il Regio Esercito, le Forze Armate fondate quasi tutte nel Regno d'Italia se non addirittura nel Ducato di Savoia, non avendo questa repubblica nulla di bello da far sfilare, i monarchici italiani riflettono silenziosamente sul significato di questa ricorrenza. Gli Italiani il famigerato 2 giugno 1946 furono divisi ancor più di quanto già non lo fossero, visto che nemmeno i brogli (storicamente documentati) permisero alla repubblica di imporsi con grandi numeri. Fu risicatissimo il numero di voti di differenza ed assai minore a quello dei molti che non poterono votare. Non bastasse, le istituzioni repubblicane palesano la loro ignoranza spacciando il 2 giugno per la festa di fondazione della repubblica italiana quando questa nacque di fatto solo dopo la partenza da Ciampino del Re Umberto II il 13 giugno, ma non venne mai proclamata se non con l'entrata in vigore dell'attuale Costituzione il 1 gennaio 1948. La partenza del Re per l'esilio avvenne solo per evitare lo spargimento d’altro sangue dopo il colpo di stato De Gasperi/Togliatti della notte prima. Un nuovo stato nato sul sangue dei morti di via Medina a Napoli, dove giovani manifestanti monarchici vennero falciati dal fuoco repubblicano, sulle infinite irregolarità d’un referendum tecnicamente nullo e viziato da violenze e pressioni d’ogni sorta e sull’atto di forza di un governo ipocrita ed imbelle. Ipocrita ed imbelle quanto i governi che lo seguirono; non ultimo l’attuale esecutivo sordo agli appelli di chi l’invita a superare il paradossale, grottesco ed illiberale art.139 della Costituzione (presunta) più bella del mondo. Secondo l'articolo 1 della Carta vigente, la sovranità appartiene al popolo ma  se il popolo volesse mai cambiare l'assetto istituzionale si metta il cuore in pace! La repubblica non si discute! Parola dell’antidemocratico art.139. Ma come lamentarsi ancora dell’astensionismo se la stessa costituzione sancisce così palesemente l’inutilità di esprimere un diritto  ed un dovere tanto importanti in un sistema, che per iscritto si fa beffa delle opinioni della popolazione?
Quella di oggi non è la festa di tutti gli Italiani ma solo quella dell'oligarchia dai ricchi vitalizi, dei bugiardi, degli ipocriti e degli smemorati che non si interrogano sui fatti di 69 anni fa. I monarchici, numerosi in tutta Europa come in Italia, non festeggeranno assolutamente nulla ma si limitano a ricordare fatti tragici, dimenticati dalla storiografia di regime.

Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.

Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.

Roma, 2 giugno 2015

DATA: 02.06.2015

2 GIUGNO: FESTA DELLA REPUBBLICA

Ore 16,07 del 13 giugno 1946: l’Italia precipita nel
caos repubblicano.
Conscio dei brogli elettorali che condussero ad esiti
referendari a tutt’oggi non ratificati dalla Corte dei
Conti ma posto di fronte al dilemma tra gli interessi
della Patria o della Dinastia,
il Sovrano abbandona la Patria con queste parole:
“La Monarchia non è un partito. Non può essere tollerata.
Deve essere un simbolo caro, o non è nulla.”.
I commenti negativi di uomini come Togliatti e
Pietro Nenni, sulle cui personalità la storia ha già
fatto giustizia, vanno solo ad onore del Monarca
più sfortunato di tutta la Dinastia Sabauda il quale,
da Principe Ereditario, da Luogotenente Generale
del Regno, da Re e sopratutto da esiliato, ha sempre
dimostrato sovrano contegno, amore disinteressato
e nostalgia infinita per la sua Patria, come solo il
Primo dei Gentiluomini sa, e può, fare.
A seguito di brogli, la nostra Patria stava per essere gettata nel caos repubblicano, ancor oggi sotto gli occhi di tutti avendo la Repubblica, pescando prevalentemente tra incapaci e corrotti, saputo esprimere solo il peggio di se. Basti pensare, ad esempio, che Ciampi Presidente della Repubblica Italiana, Stato, ricordo, ove il popolo è sovrano ed ogni carica istituzionale ne dovrebbe rappresentare l’espressione, non risulta essere stato eletto neanche da un collegio di circolo tennis, ma gode dell’incarico solo in quanto frutto d’alchimie politiche. Per non parlare di quel Capo di Stato che, costretto dagli eventi, abbandonò il Quirinale di notte, come ladro. Ricordo che questa Repubblica, che in 50 anni ha visto scorrere ben 45 Governi e che conta quasi mille tra Parlamentari e Senatori tra i più lautamente retribuiti d’Europa, ci ha offerto Presidenti del Consiglio la condotta dei quali avrebbe potuto rappresentare oggetto d’indagine penale; un Ministro dei Beni Culturali neanche laureato; Senatori orgogliosi del loro unico titolo di studio elementare; un Ministro di Grazia e Giustizia fermato in aeroporto con droga in tasca; Parlamentari ricercati per omicidio o prostitute e pederasti transessuali, internazionalmente conosciuti e qualificati come tali, divenuti Onorevoli Deputati. Sempre questa Repubblica ci ha mostrato ginecologi, o riformati alla visita di leva, nelle vesti di Ministri della Difesa, Presidenti della Banca d’Italia laureati in lettere. Mi permetto di rammentare che solo questo Regime è stato capace di creare un numero telefonico per la delazione, istituzionalizzando così un comportamento abietto, seppur in ambito fiscale; di offrire al popolo una giustizia così lenta che, solo per il primo grado di giudizio, può superare i venti anni; di indire dei referendum, regolarmente poi vanificati o elusi nei risultati, in spregio alla volontà popolare all’uopo consultata; di non rendere accessibili alla Magistratura Contabile le spese della Presidenza della Repubblica che, come valanga, aumentano in maniera irrefrenabile di anno in anno; di accogliere trionfalmente, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, un terrorista internazionale come Okalan; di dare il benvenuto all’aeroporto, in presenza del Ministro di Grazia e Giustizia con tanto di fiori, ad una delinquente comune, estradata dagli Stati Uniti per un omicidio a scopo di rapina; di concedere la grazia, mai richiesta, a comunisti, mandanti, quindi esseri moralmente più abietti degli esecutori materiali, e rei confessi mai pentiti, del vigliacco omicidio di un Commissario, così fedele servitore dello Stato da meritare, alla memoria, la medaglia d’oro al valor civile; di elargire in meno di 50 anni ben 16 amnistie, di eleggere come Vicepresidente della Camera dei Deputati un assassino pluriomicida con più ergastoli sul groppone; di distribuire a piene mani Cavalierati e Commende a compositori da operetta, guitti di spettacolo e teatranti quando, in tempi più sani ed austeri, tali onorificenze vennero negate persino ad artisti, come Giuseppe Verdi, Ruggero Leoncavallo e Giacomo Puccini, e a voci formidabili, come quella di Tito Schipa e Beniamino Gigli.
I nostri militari riconosciuti tra i migliori al mondo, come quelli del Battaglione San Marco, del Col Moschin e della Folgore, sono stati inviati, come pudibonde crocerossine, in Somalia a distribuire pane ad anziani sdentati ed assorbenti a vecchie incontinenti. A quando nani e ballerine nel coro degli Alpini? E, per finire, anche tre governi di Presidenti del Consiglio, mai eletti dal popolo ma frutto putrescente di alchimie presidenziali.
Perduto l’orgoglio nazionale, che solo un Re può dare, ormai desueta la parola Patria, dai più sostituita con generico Paese, il Popolo italiano viene lentamente assuefatto alla presente decadenza morale
e civile, al degrado più sordido e villano di quella che fu l’Etica Morale che inoppugnabilmente ci deriva dalla migliore Tradizione, dalla Storia e dalla nostra insuperata Civiltà.
Angelo Squarti Perla
DATA: 01.06.2015

“VOTATE FRATRES! VOTATE BENE...” VIA FRATE CIPOLLA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 31/05/2015
              
                    “Votate, Fratres” e votate bene! È l'appello rivolto ai cittadini oggi chiamati alle urne dagli italiani preoccupati per il futuro del Paese. Per come ci si è arrivati, le elezioni amministrative odierne hanno un evidente – e pesante – rilievo politico. Esse decideranno i governi di sette Regioni, da nord a sud,  sindaci e consiglieri di 750 Comuni e, soprattutto,  daranno la prima indicazione importante sull'effettivo seguito del governo nazionale. L'esito delle urne si ripercuoterà sia sul PD, partito di maggioranza relativa, sia sui suoi alleati di governo (il loro peso elettorale è proporzionale a quello che hanno nell'esecutivo?), sia sulle opposizioni: quella “di sistema” (le diverse componenti del centro-destra) e quella anti-sistema, il Movimento 5 Stelle. Gli elettori della Liguria manderanno un segnale ai piemontesi, forse tra non molto chiamati alle urne; quelli del Veneto ai lombardi e così via  gli elettori di Umbria, Toscana e Marche all'Italia Centrale e Campania e Puglia al Mezzogiorno e alle isole. La sfida odierna è dunque di importanza generale.
Una considerazione preliminare s'impone. Mai come in questa giornata gli assenti avranno torto. Chi non vota rinuncia alla sua quota di sovranità nazionale costituzionalmente garantita, si mette fuori gioco e si condanna all'irrilevanza. Poi avrà un bel dire che tutti i partiti fanno schifo: opinione, codesta, che non è antipolitica e neppure qualunquismo, ma semplicemente abdicazione al ruolo di cittadino di una democrazia che, con tutti i suoi guai e le sue distorsioni, rimane il punto di arrivo dell'unificazione nazionale, del progresso liberale da Cavour a Giolitti e della sofferta riconquista del pluralismo dopo quindici anni di partito unico (1929-1943), con un Parlamento di “nominati” dal Gran Consiglio del fascismo, dal Partito e dalle Corporazioni.
Anzitutto, quindi, occorre andare alle urne, per mostrare nei fatti che gli italiani non sono affatto disposti ad abdicare ai propri diritti politici, non sono per nulla corrivi a rimettere le proprie sorti nelle mani di un nuovo “uomo della provvidenza”, men che meno in quelle di “un maleducato di talento” che “disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche”, come Ferruccio de Bortoli ha icasticamente definito il dottor Renzi Matteo, attuale presidente del consiglio dei ministri.
A Renzi le votazioni piacciono se è sicuro di poterle manipolare (fu il caso delle “primarie” all'interno del suo partito: un meccanismo ormai screditatissimo) o di poterne falsare propagandisticamente l'esito (è il caso del voto del maggio 2014). Molto meno se gli danno torto, se provano che gli italiani non si lasciano incantare dalle fiabe sue e delle vestali di cui si circonda: Boschi Maria Elena (prossima segretaria del Pd?), Madia Marianna, Pinotti Roberta, Serracchiani Debora e le eurodeputate renziane, a cominciare dalla votatissima Simona Bonafè, tutte sue docili replicanti.
Alle urne oggi gli italiani possono mettere fine a cinque anni di anomalia del sistema, tagliando, con il voto, il nodo che dall'estate 2011 ha imbrogliato il rapporto tra presidenza della repubblica, governo, parlamento e cittadini. Profittando di una crisi del credito finanziario e politico, provocata artificiosamente, il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, inventò il governo Mario Monti-Elsa Fornero, che aprì la stagione della supponenza ammantata di chissà quale competenza. Ne scontiamo ancora le conseguenze. Dopo la breve parentesi del governo presieduto da Enrico Letta, nato in risposta alla tripartizione dell'elettorato emersa alle elezioni del febbraio 2013, con la rielezione di Napolitano al Quirinale la crisi della Repubblica ha imboccato la via peggiore. Segretario del suo partito per effetto di una gara interna, priva di valenza pubblica, Renzi fu nominato capo del governo da Napolitano, previo sadico siluramento di Letta e, come il mostro dell'Apocalisse, annunciò che in quattro e quattr'otto avrebbe fatto subito nuove tutte le cose.
Circondato da Ninfe e da Erinni, a un Parlamento composto in parte da spudorati voltagabbana, atterriti dalla prospettiva dello scioglimento anticipato, Renzi ha poi strappato   alcune “riforme” che hanno un comune denominatore: privare i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti; diritto di cui  essi godono sin dal 1847 quando, con le regie patenti, Carlo Alberto di Savoia introdusse l'elettività dei consigli comunali e provinciali e, con lo Statuto del 4 marzo 1848, della Camera dei deputati,  poi ribadita dalla costituzione repubblicana del 1948. All'abolizione dell'elettività dei consigli provinciali (i consessi meno spendaccioni e storicamente più efficienti del Paese: altra cosa dalle Regioni descritte da Goffredo Buccini in Governatori. Così le Regioni hanno devastato l'Italia, ed. Marsilio) è seguita quella del Senato e poi il cosiddetto Italicum, che conferirà la maggioranza assoluta dei seggi della Camera dei depytati al partito che otterrà il 40% dei voti.
Dal maggio 2014 Renzi sostiene che grazie a lui il PD ha ottenuto i 41% dei voti e che pertanto ha diritto di fare il bello e il cattivo tempo perché “glielo chiedono gli italiani”. È la versione casareccia del ritornello di Monti-Fornero, che imposero misure abnormi perché “ce lo chiede(va) l'Europa”. Fu così che gli italiani, europeisti dall'inizio del Novecento e in misura molto superiore a tedeschi e francesi, scoprirono che l'“Europa” produce più danni che vantaggi e se ne sono stancati. Del resto questa Unione non ha alcuna politica unitaria: né estera, né militare, né sociale, né culturale. È un'etichetta posticcia su prodotti spesso avariati.
A differenza di quanto ripete Renzi sino alla noia, la realtà è tutt'altra e va sinteticamente ricordata. Nel maggio 2014 il caleidoscopico Partito democratico ottenne il 41%  dei voti validi, corrispondente al modesto del 22% degli aventi diritto: meno di un quarto del corpo elettorale. Il resto è una fiaba, una nenia: la riforma della pubblica amministrazione, il risanamento della spesa pubblica, la lotta all'evasione fiscale, la moltiplicazione dei posti di lavoro (con cifre cangianti secondo le fonti statistiche), per non parlare del contenimento degli sbarchi di clandestini (spacciati per “profughi” o “migranti”), della lotta contro la criminalità organizzata e, ancor più, contro quella comune, ormai dominante su vaste plaghe del Paese e pressoché impunita.
Il “maleducato di talento” sino a poche settimane orsono era convinto di stravincere le elezioni regionali 7 a 0. Quando capì che la sua protetta in Veneto non ce la farà mai, annunciò un tronfio 6 a 1. Nei giorni scorsi ha assicurato che prevarrà 4 a 3. Comunque, ripete a macchinetta, sarà un successo. O così cercherà di darla a bere, come il suo conterraneo Frate Cipolla. In pochi giorni Renzi ha affermato tutto e il contrario di tutto, perché “ha sempre ragione”, imitato dalla sua braccia destra, la Boschi Maria Elena secondo cui, consacrato dal voto popolare, l' “impresentabile” Vincenzo De Luca sarà inamovibile e, alla faccia delle leggi dello Stato, se per sbaglio fosse eletto, potrà esercitare la carica. A Renzi e al suo codazzo va ricordato che tra Cristo e Barabba la piazza scelse Barabba, un impresentabile. 
Perciò Renzi va fermato: nella maniera più democratica, con lo strumento più eloquente, con il voto.
I cittadini oggi chiamati alle urne hanno l'occasione imperdibile di arginare l'arroganza di un governo minoritario nel consenso nazionale. Essi hanno il diritto/dovere di dimostrare nei fatti – anche a nome di quanti, nelle Regioni estranee al turno elettorale, non hanno il “privilegio” di far sentire la loro voce – che gli italiani vogliono votare e sanno scegliere per il bene del paese. Le previsioni dicono che proprio nelle “regioni rosse” l'affluenza alle urne sarà modesta. La motivazione è semplice. Da settant'anni vi si è formata una incrostazione tra potere politico-amministrativo, vita economica e società così indurita da scoraggiare ogni speranza di spezzarla. Sono “regimi”, come il “socialismo reale” vigente nei Paesi un tempo sotto dominio dell'URSS. Il “comunismo” altrove è crollato da un quarto di secolo. In troppe regioni italiani ne sopravvive la deformazione caricaturale: priva di contenuto e valenza ideologica e culturale, ma ancora saldissima nell'esercizio del potere effettivo, il controllo dell'intreccio tra amministrazione, imprenditoria (le ben note “cooperative rosse”), rete di “eventi” spacciati per cultura con la distribuzione di incarichi e prebende a una pletora di mendicanti acquattati alla mensa del Ricco Epulone, a servizio permanente effettivo in regioni (come Emilia-Romagna,Toscana, Umbria, Lazio...) che dettero il massimo consenso al regime mussoliniano e poi a quello “rosso”, di colori opposti ma dai metodi pressoché identici.
Tra Regioni e Comuni oggi sono chiamati alle urne quasi 22 milioni di italiani, poco meno della metà del corpo elettorale nazionale. Essi hanno in pugno le sorti del Paese. Dalle loro scelte, infatti, dipenderà il ritorno alla normale dialettica tra le istituzioni e il riscatto del Parlamento, da un anno e mezzo esautorato da chi, imponendo a getto continuo voti di fiducia e ventilando eventuali modifiche in seconda lettura, lo ha espropriato dalla funzione di controllo dell'esecutivo e spaccia aria fritta per riforme epocali, come quella della Scuola. In risposta alle proteste della società, il governo si accinge a declassare l'opposizione a problema di ordine pubblico: è l'anticamera del regime. Una degenerazione della politica da fermare, sin che si è in tempo, con l'esercizio del diritto di voto.
Aldo A. Mola.
DATA: 01.06.2015

LA “RIVOLUZIONE”? E' MATERIA ESPLOSIVA - LA MASSONERIA E LA GRANDE GUERRA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 24/05/2015
              
                    “Credere, obbedire, combattere”, “Noi tireremo diritto”, “Avanti sino alla meta” e altre giaculatorie analoghe non sono invenzioni del fascismo. Risalgono alla Grande Guerra. Cent'anni dopo, ancora ci si interroga se la conflagrazione del 1914 sia stata frutto di errori politici, diplomatici e militari o sia stata premeditata da un unico responsabile (la Germania, come stabilirono i vincitori quando nel 1919 presentarono il conto ai tedeschi con la “pace” di Versailles). La storiografia autentica (altra cosa dalla propaganda) non si domanda se la guerra e l'intervento dell'Italia siano stati un Bene o un Male, perché essa non pronuncia sentenze, non impartisce assoluzioni né esige “scuse” dai vinti. Cerca di documentare e di spiegare, senza animosità. Non pretende di insegnare ai protagonisti dell'epoca che cosa avrebbero dovuto o non dovuto fare. Si limita a comprenderli. Semmai è lecito domandare a quanti se ne proclamano eredi morali che cosa pensino oggi delle scelte compiute un secolo fa dai loro “antenati ideali”. Questo interrogativo è anche un sommesso invito a meditare bene prima di compiere passi che potrebbero risultare avventati.
Sulla necessità e “bontà” dell'intervento dell'Italia aleggiano due opinioni, rispettabilissime ma poco convincenti. In primo luogo, alcuni dicono che esso mirò a “coronare il Risorgimento”, facendo coincidere i confini politici con quelli “naturali”. E' una affermazione suggestiva, che però presuppone che Qualcuno abbia stabilito dove avessero (e abbiano) diritto/dovere di vivere gli “italiani”: un Soggetto di difficile definizione. Basti ricordare che nel 1915-1918 meno della metà degli abitanti del regno parlava correntemente l'italiano. La “nazione” era il frutto di millenni di storia travagliatissima, scritta nei volti delle persone. Non per caso veniva detto che l'Italia era stata unita “per fare gli italiani”: nel 1861-70 essi non erano affatto una realtà, ma un programma. La seconda affermazione, assai diffusa ma altrettanto opinabile, è che senza Grande Guerra non ci sarebbe stato il balzo scientifico e tecnologico verificatosi nel suo corso. E' una profezia del passato, un provvidenzialismo al rovescio, un fideismo secondo il quale le piaghe sono salutari perché stimolano l'invenzione dei cerotti. Tanto vale elogiare il vaiolo perché senza di esso non sarebbe stato scoperto il vaccino per combatterlo. Senz'alcun bisogno di guerre catastrofiche, scienza e tecnologia ebbero enormi impulsi nell'Ottocento, il secolo della pace. Le geniali invenzioni di Guglielmo Marconi risalgono a prima della conflagrazione; così come il progresso della fisica atomica non ebbe bisogno né di Hitler né di Roosevelt e Truman.
Messa da parte la credulità filosofica, nociva come quella popolare, il Centenario dell'intervento nella Grande Guerra non richiede celebrazioni, deprecazioni o condanne, bensì indagini e domande, talvolta scomode. Tra molte altre, una si impone: le organizzazioni che per secoli avevano predicato la fratellanza tra i popoli e la soluzione pattizia dei conflitti tra gli Stati furono coerenti con se stesse nell'ora decisiva o premettero l'acceleratore verso una guerra le cui catastrofiche conseguenze anch'esse subirono? L'interrogativo riguarda la Massoneria italiana, un protagonista poco noto e tuttavia determinante sul piano storico-politico proprio nel 1914-1915. La sua azione va inquadrata nel decennio dalla conflagrazione al suo scioglimento, nel 1925.
Il 24 maggio del 1915 l'“esercito marciò”. Ma si fermò poco lontano dalla linea di partenza. Poi si susseguirono le “spallate”, costose di vite e di materiali, le offensive dell'Austria-Ungheria nel maggio 1916 e quella austro-germanica nell'ottobre 1917. Il Comandante Supremo, il piemontese Luigi Cadorna, ordinò l'arretramento sul Piave: decisione dolorosa ma necessaria per salvare l'Esercito e con esso l'Italia. Fu sostituito con Armando Diaz, al suo fianco da anni come comandante delle Operazioni, napoletano come Vittorio Emanuele III. Nell'estate del 1918 resse all'ultimo assalto austriaco (i tedeschi ormai erano tutti sul fronte francese) e a fine ottobre passò all'offensiva. Travolse il nemico con una valanga di fuoco. Adoperò tutti i mezzi disponibili, dalla cavalleria ai ciclisti, dagli automezzi all'aviazione, che ebbe un ruolo decisivo (come documenta D'Annunzio soldato curato da Giordani Bruno Guerri e da Luciano Faverzani per l'Esercito Italiano e la Fondazione del Vittoriano, ed. Rodorigo). Vi si distinsero corpi di élite come gli Arditi, vere “macchine da guerra”. Dopo quaranta mesi l'Italia era cresciuta. Vinse per sé e per gli alleati, perché l'Austria ammise il diritto di passaggio in armi attraverso il suo territorio. Ormai con l'acqua alla gola, impossibilitata a difendersi a sud, benché a confini inviolati l'11 novembre la Germania si arrese. Tacquero le armi, ma la storia continuò il suo corso. A zig-zag. In quattro anni si erano intersecate tante e diverse guerre: filosofiche, politiche, economiche, militari, comprensive di evoluzione di scienze e tecnologie, condizioni sociali e costumi, senz'alcun filo univoco. Neppure quello della ricerca di una pace stabile e duratura. Altrettanto accadde dopo il 1945-48. Solenni proclami non fermano atroci conflitti.
Visti da lontano i venti milioni di morti della Grande Guerra paiono appena un'increspatura nell'oceano della storia. In realtà furono la prima fase dei trent'anni di guerra che hanno  segnato il crollo dell'Europa, dei suoi imperi coloniali e di tutte le ideologie sorte dalla Rivoluzione Francese alla Belle Epoque (1789-1914). Essi furono la tomba del liberalismo, perché per combattersi gli Stati soffocarono i diritti civili dei propri cittadini. Il socialismo risultò succubo degli apparati finanziari e industriali degli Stati in lotta. Il suo approdo furono il bolscevismo di Lenin e Stalin in Russia, il nazionalsocialismo di Adolf Hitler e il comunismo di Mae-Zedong e di Ho-ci-minh. Nelle sue diverse denominazioni, il cristianesimo a sua volta si schierò con i governi. Il clero cattolico dei diversi paesi in lotta invocò la protezione divina dei propri combattenti, quasi Dio sia un polipo dai tentacoli benedicenti, uno per ciascuno dei popoli in guerra.
Anche la massoneria - che da duecento anni predicava tolleranza e dialogo - andò in frantumi. Ogni sua comunità si schierò a fianco del governo nazionale e accusò quelle degli altri Paesi di tradimento della Fratellanza universale. Tra fine Ottocento e inizio Novecento la Libera Muratoria aveva promosso molte organizzazioni per fondare la pace sull'amicizia tra i popoli. Nel 1902 venne fondato il Bureau International de Relations Maçonniques (BIRM), con sede in Svizzera, Paese da sempre neutrale ma bene armato e pronto a difendere con le unghie e con i denti la propria libertà. Furono promossi incontri tra massoni francesi e tedeschi e vennero abbozzati progetti per l'autonomia dell'Alsazia, da secoli pomo della discordia. Era matura la Federazione degli Stati Uniti d'Europa, garanzia di consolidamento del Vecchio Continente dinnanzi all'avanzata degli Stati Uniti d'America e del Giappone. Nel luglio 1914 i delegati a un congresso massonico franco-germanico fecero in tempo ad abbandonarlo prima che venissero chiuse le frontiere. Secondo l'annuario del BIRM (in verità incompleto), all'epoca la Massoneria contava nel mondo 23.812 logge e 2.095.627 affiliati. Con le sue 500 logge l'Italia contava circa il 2%  del “popolo massonico”. Ma non aveva affatto un governo unitario, capace di tradurre in atto i suoi principi costitutivi. Non solo. Al vertice di ogni comunità massonica una manciata di uomini decideva per tutti. Per farlo, le bastava chiedere (o meglio ancora imporre) silenzio, riservatezza, fiducia nel Potere Supremo.
Quale fu l'azione della massoneria in Italia? Vi operavano due diverse Comunità, il Grande Oriente d'Italia (GOI, dal 1861) e la Gran Loggia d'Italia (GldI, dal 1908), spesso contrapposte. La massoneria era bersaglio del fuoco concentrico di clericali, socialisti, nazionalisti e di filosofi, come Benedetto Croce, secondo il quale il pacifismo massonico era un'illusione perché la storia è dialettica, è Guerra. Inchiodata da violentissime polemiche giornalistiche (come l'“Inchiesta sulla massoneria”organizzata dall'“Idea nazionale”), la Libera Muratoria era sotto assedio. Il mortale attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 e la dichiarazione di guerra della Monarchia asburgica contro la Serbia offrirono al Grande Oriente l'occasione per uscire dall'angolo e tornare al centro della scena politica e istituzionale. Mentre il governo presieduto da Antonio Salandra dichiarò la neutralità, nell'agosto 1914 il gran maestro del GOI, Ettore Ferrari, repubblicano, progettò un corpo di volontari pronti a irrompere, armi alla mano, oltre confine e provocare il casus belli con l'Austria. Raccolse altri volontari, agli ordini dello Stato: tutti legati da un giuramento segreto, aggiuntivo rispetto a quello di fedeltà al re che pronunciavano i militari e i pubblici impiegati. Il governo, bene informato, lasciò fare ma, sempre più allarmato, sorvegliò. I massoni non erano soli nell'organizzare volontari. Lo fecero anche l'associazione “Trento e Trieste”, i garibaldini, la Carboneria, la “Terza Italia” del torinese Efisio Giglio-Tos, tutti uniti nel minacciare il re: “Guerra o rivoluzione”. Ferrari, insomma, voleva provocare emozioni forti nel Paese per imporre l'intervento. Ma era in grado di controllarne gli effetti? Nei mesi seguenti l'interventismo dilagò, con parole d'ordine nei giornali, con la mobilitazione nelle piazze e infine con la celebrazione dei Mille a Quarto di Genova, il 5 maggio 1915, ove centinaia di labari massonici garrirono in omaggio a Gabriele d'Annunzio, che aveva sempre disprezzato la democrazia, di cui i massoni si proclamavano alfieri e “Cavalieri Templari”.
Il gran maestro del GOI sommò tre obiettivi: anzitutto afferrare le briglie della “lotta ideale” (altra cosa da quella elettorale) e battere sul tempo non solo repubblicani, socialisti riformisti e interventisti cosiddetti democratici (come il confusionario Gaetano Salvemini), ma soprattutto i nazionalisti. In secondo luogo mirò a soffocare in culla le probabili pretese della Santa Sede a sedere al futuro Congresso della Pace, ove avrebbe proposto il riconoscimento dello Stato del Vaticano, mai cancellato, perché nessun pontefice aveva mai riconosciuto la spoliazione del 1859-1870, la debellatio dello Stato Pontificio, l'azzeramento del papa-re. La guerra rischiava di riaprire una pagina fondamentale della storia d'Italia: la questione romana, tutt'uno con quella della Capitale e con quella cattolica. Infine il GOI puntò a mettere fuori gioco la Gran Loggia, contraria alla guerra e pertanto additata al sospetto, quasi tradisse gli interessi nazionali (la sorte riservata a Giovanni Giolitti).
Ferrari andò oltre la cospirazione e la predicazione degli ideali patriottici. Dal settembre 1915 affermò che l'Italia (i massoni anzitutto) ormai dovevano attenersi alla più rigida “disciplina”, senza più chiedere spiegazioni sulle ragioni dell'intervento. Non era più tempo di discussioni, ma di azione. “Credere, obbedire, combattere”, appunto. Proprio per evitare la verifica del consenso, imboccò la scorciatoia: nessuna manifestazione all'esterno, neppure la solita celebrazione di Porta Pia il 20 settembre, rinvio dell'Assemblea generale a guerra finita e rarefazione delle riunioni di loggia per impedire che affiorasse il dissenso. E' impossibile quantificarlo. Sappiamo tuttavia che esso aveva vasto seguito. Contava, per esempio, su Antonio Cefaly, già gran maestro vicario e vicepresidente del Senato, e su Mario Chiaraviglio, deputato radicale, che si dimise dell'Ordine. Poche persone decisero per tutti. Fu il capovolgimento della democrazia.
Era già accaduto altrove. E così avvenne in Italia. Nella bufera tra Imperi, Stati, nazionalità la massoneria risultò afona, come il liberalismo, il socialismo e tanta parte del clero. Solo il 1° agosto 1917, cinque mesi dopo la Rivoluzione russa, papa Benedetto XV deplorò la “inutile strage”. Forse la sua parola sarebbe stata più efficace nel 1914-1915.
L'interventismo del Grande Oriente, allineato sul “sacro egoismo” propugnato dal governo Salandra-Sonnino, non fu condiviso dalla Gran Loggia, il cui sovrano, Saverio Fera, si dichiarò non solo per la neutralità ma per l'immediato ritorno alla pace, in linea con le comunità massoniche degli Stati Uniti d'America, dei Paesi Bassi, di molti Stati dell'Europa settentrionale e dell'America centro-meridionale. Dal canto loro le logge della Germania ruppero i rapporti con il GOI. Il Grande Oriente si illuse di tenere in pugno il governo quando organizzò il fascio parlamentare interventista, comprendente i suoi nemici storici: nazionalisti, repubblicani, appoggiato da quel Mussolini che nel 1914 aveva ottenuto l'espulsione dei massoni dal Partito socialista italiano. Nel congresso delle massonerie dei paesi in guerra e neutrali (Parigi, 28 giugno 1917) le contraddizioni esplosero: ideali nazionali da una parte, appetiti imperiali dall'altra. Un disastro. Neppure dieci anni dopo, nel 1925, la massoneria venne messa fuori legge e fu costretta a sciogliersi. La palma dell'“interventismo intervenuto” passò dalle mani dei massoni a quelle del massonofago Benito Mussolini, duce del Partito nazionale fascista, un uomo solo al comando.
Il centenario dell'intervento offre motivo di interrogarsi senza reticenze. Fu saggio minacciare il re: “Guerra o rivoluzione”? Fu lungimirante lasciare che si tramasse alla vita di Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, favorevole alla neutralità vigile e armata? Tempo è venuto per un esame pacato, documenti alla mano. Non si tratta di “chiedere scusa” per scelte forse affrettate di un secolo fa, ma di capirne le conseguenze ultime, anche per regola o almeno monito nella condotta odierna, mentre la pace è, come sempre, in pericolo.
Aldo A. Mola
(*) Di Massoneria e Grande Guerra si è trattato nel convegno internazionale di Roma (23 maggio) organizzato dalla Gran Loggia d'Italia con specialisti quali Antonio Binni, suo gran maestro, il gesuita José A. Ferrer Benimeli, André Combes, Antonino Zarcone, Aldo Ricci, Valerio Perna, GianPaolo Ferraioli, Giorgio Sangiorgi, Giovanni Guanti, Giovanni Rabbia, Guglielmo Adilardi, Luca Fucini, Barbara Nardacci e il nostro editorialista Aldo A. Mola.
DATA: 24.05.2015

OMAGGIO ALLA MEMORIA DEL RE SOLDATO E ALL' ITALIA NEL CENTENARIO DELL'INTERVENTO NELLA GRANDE GUERRA LO STATO  RESTITUISCA  AGLI ITALIANI LE SALME DEI RE

Aldo Mola    Nel Centenario della dichiarazione di guerra all'Impero austro-ungarico, la Consulta dei Senatori del Regno rende omaggio alla memoria di Vittorio Emanuele III di Savoia, capo supremo dello Stato, alle Forze Armate e a tutti gli italiani che, messa da parte ogni precedente opinione sull'opportunità dell'intervento, si batterono per la Vittoria, conseguita dopo quarantun mesi di sacrifici.
   La prova di unità nazionale data in quegli anni sia d'esempio per riaffermare gli ideali supremi additati dal Re Soldato dal Quartiere Generale il 26 maggio 1915 -  quando, “nell'ora solenne delle rivendicazioni nazionali”, assunse “con sicura fede nella Vittoria” il Comando supremo della Quarta guerra per l'Indipendenza -  e ribaditi il 9 novembre 1918, nel  Proclama della Vittoria con parole di viva attualità:
   “L'Italia, ormai ricostruita nella sua infrangibile unità di nazione, intende e vuole cooperare fervidamente per assicurare al mondo una pace perenne, fondata sulla giustizia. Ma intanto, o soldati e marinai, già vi benedicono i Martiri antichi e recenti e i commilitoni che caddero al vostro fianco, perché per voi non fu sparso invano il loro sangue; e la Patria intera vi esalta, perché per voi fu raggiunta la sua meta; e il vostro Re, con profonda emozione di affetto, vi esprime la parola di gratitudine che si eleva a voi dal cuore di tutto il popolo d'Italia”.
  Nel Centenario dell'intervento nella Grande Guerra, la Consulta chiede ancora una volta allo Stato di restituire agli italiani le Auguste Salme del Re Soldato e della Regina Elena, accanto a quelle del Padre della Patria, Vittorio Emanuele II,  di Umberto I e della Regina Margherita.

    Roma, 23 maggio 2015
                                                                                      
                                                                    Aldo Alessandro Mola
                                               Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 21.05.2015

24 MAGGIO 1915: UNO SPARTIACQUE NELLA STORIA D’ITALIA

   Il 24 maggio del 1915 l’Italia entrava in guerra contro gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano), e al fianco della Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia), dopo il cambio di alleanza propugnato dal Re Vittorio Emanuele III ed eseguito dal Governo Salandra, con la firma del Patto segreto di Londra del 26 aprile del 1915. Con quel Patto l’Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese contro l’Austria-Ungheria che possedeva le nostre terre irredente del Trentino, dell’Alto Adige, di Trieste, di Gorizia, dell’Istria e di parte della Dalmazia. Ma il 24 maggio del 1915 rappresenta anche la data di inizio della fine di un’epoca, quella dell’era liberale, e del tramonto di una classe politica che aveva avuto il merito indiscusso, con la nascita del Regno d’Italia nel 1861, e con le annessioni del Veneto nel 1866, dello Stato pontificio e del Lazio nel 1870, di aver unito, grazie al Re Vittorio Emanuele II, il popolo italiano sotto una stessa bandiera. Curiosamente il suo declino iniziò proprio nel momento in cui quella classe politica aveva conseguito i maggiori risultati in termini di miglioramento della qualità della vita, di ammodernamento dello Stato, e di acquisizioni territoriali, quest’ultime realizzate proprio con la vittoria della Grande Guerra del 1915-1918 che portò l’Italia all’unità definitiva. Anche l’allargamento della base elettorale, con l’introduzione del suffragio universale maschile nelle elezioni del 1913, ad opera del Governo Giolitti, fu un successo innegabile, perché esso contribuì a rendere più democratico il giovane Stato italiano, mettendolo al passo con le altre democrazie europee. A cent’anni dall’ingresso nel conflitto però, la confusione sulle interpretazioni di quegli avvenimenti che precedettero l’entrata in guerra dell’Italia, e le motivazioni per cui quella classe politica liberale non riuscì a sopravvivere a quegli eventi nonostante la vittoria del 1918, regna sovrana. Facciamo un po’ di luce. Innanzitutto va detto che al momento dell’entrata in guerra, l’Italia, non era sufficientemente pronta per affrontarla, sia militarmente, che economicamente, per non parlare poi del popolo italiano che non era affatto scontato che avrebbe seguito le Istituzioni nell’avventura bellicistica essendo la prima volta che esso veniva chiamato a rispondere ad un prova così impegnativa. Ma l’Italia, appunto, cosa ne pensava? e soprattutto, cosa intendeva fare la politica a quasi un anno dallo scoppio del conflitto? Tra coloro che non erano d’accordo per l’entrata in guerra dell’Italia (i neutralisti), e coloro che invece ribollivano per entrarci (gli interventisti), prevalsero i secondi, spinti da gruppi e partiti dalla sinistra democratica, ovvero: i repubblicani custodi della tradizione garibaldina, i radicali , i socialriformisti di Bissolati, le associazioni irredentiste e il sindacalismo rivoluzionario; e sull’opposto schieramento: dai nazionalisti, oltre che dai molti intellettuali come: Luigi Einaudi, Giuseppe Prezzolini, Gabriele D’Annunzio….. Più graduale invece fu l’adesione alla causa dell’intervento da parte di quel gruppo dei liberal-conservatori che avevano la loro espressione più autorevole nel “Corriere della Sera” di Luigi Albertini e di cui erano i principali referenti politici il Capo del Governo Salandra e il Ministro degli Esteri Sonnino. Tra i neutralisti, che rappresentavano la stragrande maggioranza in Parlamento, figurava il quattro volte Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, il quale, profondo conoscitore della macchina dello Stato, riteneva la scelta di entrare in guerra dell’Italia un azzardo, ed era perciò più orientato a risolvere la questione delle terre irredente con l’Impero austro-ungarico attraverso un accordo diplomatico, dal quale, secondo lo Statista di Dronero, si sarebbe potuto ottenere molto. Anche i cattolici appartenevano allo schieramento dei neutralisti, ma per tutt’altri motivi rispetto ai liberali giolittiani. Il mondo cattolico infatti, di indole pacifista, era decisamente ostile all’intervento con qualche eccezione, inoltre Papa Benedetto XV, appena asceso al soglio pontificio, vedeva più di buon occhio la cattolica Austria-Ungheria che l’anticlericale Francia, con cui però in virtù del Patto segreto di Londra appena firmato dal Governo italiano eravamo impegnati. Nello schieramento neutralista figurava anche il Partito Socialista (esclusi i rivoluzionari) che rispecchiava il pacifismo delle grandi masse operaie e contadine, nonostante però in tutta Europa le maggiori forze socialiste erano di ispirazione patriottica. Ma oramai il fuoco purificatore invocato dal Vate D’Annunzio era acceso, ed era destinato ad alimentare il braciere della storia. L’odio dei nazionalisti verso il parlamentarismo, a loro dire, trasformista, corrotto e pusillanime, di stampo giolittiano, era destinato a far soccombere l’anziano Statista piemontese e a travolgere la classe politica liberale di cui egli era il suo massimo esponente. Nelle famose “radiose giornate di maggio” nelle quali i nazionalisti con le consuete orgie oratorie inneggiavano alla guerra, si assistette ad un vero e proprio stillicidio di insulti e di infamie nei confronti del leader liberale. Scavalcato ed intimidito dalla piazza, l’ignaro Parlamento a maggioranza neutralista venne svuotato delle sue funzioni. L’Assemblea parlamentare infatti, non fu messa a conoscenza dei contenuti del Patto di Londra con cui l’Italia si impegnava ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa, ne venne informata solo a giochi fatti, e a quel punto dovette concedere i pieni poteri al Governo per evitare una crisi Istituzionale. Furono il Capo del Governo Salandra con il Ministro degli Esteri Sonnino in accordo con il Re, di fatto, a decidere l’entrata in guerra dell’Italia, sostenuti da una minoranza del Paese: la piazza. Fu colpo di Stato? Venne salvata la forma, ma non la sostanza (il tutto infatti si concretizzò nel rispetto di quanto sancito dall’art. 5 dello Statuto, che consentiva al Re di decidere una guerra senza l’obbligo di consultare il Parlamento). Nel centesimo anno dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si può oramai affermare con certezza, che le dinamiche che ne indussero il suo ingresso, furono determinate sia da motivazioni di politica estera, riconducibili alla volontà dell’Italia di rendere redente le terre irredente, sia da fattori fisiologici interni alla società di quel tempo, che, anche a causa dell’introduzione del suffragio universale maschile nelle elezioni del 1913, radicalizzò il quadro politico complessivo, anche se i liberali rimanevano ancora saldamente maggioranza in Parlamento (seppur si trattava di una maggioranza più divisa ed eterogenea rispetto al passato). Un episodio che testimonia il clima di tensione e di estremizzazione del quadro politico, fu quello registratosi ad Ancona nella settimana tra il 7 e il 14 giugno del 1914 (la cosiddetta settimana rossa), dove tre dimostranti giunti ad una manifestazione antimilitarista, furono uccisi dalle forze dell’ordine suscitando insurrezioni in tutta Italia. Nelle Marche, in Romagna e in Toscana, a seguito di quegli incidenti, repubblicani, anarchici, e socialisti rivoluzionari, assaltarono edifici pubblici e sabotarono le ferrovie. Solo l’attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e di sua moglie Sofia a Sarajevo il 28 dello stesso mese, che innescò la scintilla della conflagrazione europea, distolse l’attenzione dai fatti di Ancona, che altrimenti avrebbero potuto sfociare in altri focolai insurrezionali. In conclusione, la vecchia classe politica liberale alla vigilia della Grande Guerra sembrò sempre meno in grado di controllare la radicalizzazione politica che si stava consumando. Ma non fu tanto una questione di numeri usciti dalle urne del 1913 come scrisse lo stesso Giolitti nelle sue memorie, a far si che il quadro politico si inasprisse, dopotutto le urne avevano confermato, bene o male, la maggioranza ai liberali, piuttosto fu la qualità dei politici eletti che non seppero essere all’altezza della situazione. Sta di fatto comunque, che lo sviluppo del nazionalismo, l’accresciuto peso dei cattolici, e il prevalere dell’ala più rivoluzionaria dei socialisti, fece segnare la progressiva crisi della politica giolittiana, che con lo scoppio della Grande Guerra ne decreterà la sua fine. Ad onor del vero però, va affermato, che furono soprattutto i gruppi e i partiti della sinistra democratica a trascinare l’Italia verso l’intervento e non come erroneamente spesso si afferma i nazionalisti (che in realtà erano più rumorosi che numerosi), con l’appoggio determinante del Governo e del Re. Va riconosciuta a Giolitti la volontà di aver voluto difendere il Parlamento dalle sue prerogative, contro la prepotenza dell’esecutivo. Uno Stato moderno infatti, qual era divenuto lo Stato italiano, nato dal Risorgimento, non poteva che riconoscersi, oltre che nella Corona, anche in una Assemblea rappresentativa espressione della volontà popolare. Il bilancio a guerra conclusa fu si la vittoria, con la conseguente acquisizione delle terre irredente (per la verità non tutte quelle promesse dai fatui accordi di Londra negoziati da Sonnino), ma con un costo in termini di perdite di vite umane enorme: 680.000 morti e quasi un milione di mutilati, e un Paese sull’orlo della bancarotta. Il popolo italiano che partì per il fronte nel 1915 diede prova di abnegazione per la Patria andando incontro impavido al nemico, al grido: “Avanti Savoia!”, e questo dimostrava che quanto fatto dalla Monarchia Sabauda e dalla classe politica liberale dal 1861, non fu poca cosa. Per Salandra e Sonnino il conflitto sarebbe dovuto durare solo pochi mesi, invece si protrasse per tre anni e mezzo, ma a loro discolpa, va detto, che non erano veggenti, forse solo intimamente golpisti. Onore a tutti i caduti martiri della Patria. I tre partiti politici dominanti che si affacciarono alla storia d’Italia all’indomani della Grande Guerra, e che iniziavano a configurarsi come veri e propri partiti di massa, furono: quello socialista (poi dal 1921 la scissione e la nascita del partito comunista), quello cattolico, e quello fascista, quest’ultimo nacque come reazione al biennio rosso del 1919-1920, e dalla paura generalizzata che la rivoluzione bolscevica russa del 1917 potesse far breccia anche in Italia, nonché anche dalla convinzione di una parte dell’opinione pubblica (i nazionalisti ma anche altri settori della popolazione), che solo Mussolini avrebbe potuto porre fine al caos generatosi dal dopoguerra e riscattare anche quei territori che ci spettavano in virtù della sottoscrizione del Patto di Londra del 1915 ma che ci erano stati negati dai nostri alleati al Congresso di Pace di Parigi. Il fascismo però, nel corso della sua evoluzione, tradirà il Risorgimento travisandone gli ideali di Patria e libertà, pur riuscendo a nazionalizzare le masse, ma uscirà sconfitto dalla seconda guerra mondiale dopo aver messo un po’ d’ordine, e dopo aver realizzato alcune importanti riforme, fino a quando, una serie di leggi liberticide, l’alleanza con la Germania di Hitler, e le dimissioni di Mussolini impostegli dal Re, ne decreterà la sua fine. Al partito cattolico e a quello comunista-socialista, pur così diversi tra loro, va riconosciuto il merito di essere riusciti a ricostituire lo Stato italiano all’indomani della sconfitta nella seconda guerra mondiale, dopo che il Re Vittorio Emanuele III, trasferitosi a Brindisi nel 1943, ne aveva garantito la sopravvivenza insieme ai nuovi alleati. L’aiuto determinante degli americani fece il resto. I loro cospicui aiuti economici infatti (Piano Marshall), diedero un impulso vitale alla nostra economia, che negli anni sessanta del novecento si trasformerà in un vero e proprio motore per la rinascita dell’Italia. Entrambi i partiti, però, fallirono nell’obiettivo di ricostruire un autentico sentimento patriottico negli italiani. Infatti, con la nuova Carta Costituzionale repubblicana andata in vigore dal 1948 scritta prevalentemente dai partiti del C.L.N. (che tradotto in numeri alla Costituente rappresentavano circa l’80 per cento dei seggi tra forze cattoliche, comuniste e socialiste), risultò chiaro che i valori della resistenza e dell’antifascismo dovevano essere gli unici principi su cui poter ricostruire un Paese uscito a pezzi dalla catastrofe della seconda guerra mondiale. Ma dal momento che null’altro poteva legare la Democrazia Cristiana al Partito Comunista e Socialista, essi decisero che solo il consociativismo e la spartizione del potere (sia politico che culturale), con l’occupazione sistematica delle Istituzioni a qualsiasi livello potevano sorreggere l’Istituzione repubblicana e farne da collante, dando però origine, così operando, ad un sistema corruttivo diffuso che coinvolse la maggior parte dei partiti politici nati con l’avvento della repubblica. Erano i partiti che si mangiavano lo Stato. Era la repubblica dei partiti che diede inizio alla partitocrazia che si sostituì allo Stato. Del resto, che i due più grandi movimenti politici consolidatisi nell’Istituzione repubblicana non avessero niente in comune lo dimostrava la storia fin dal Risorgimento, e anche il fatto che ognuno apparteneva ad uno schieramento opposto dei due grandi blocchi usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, e cioè: la Democrazia Cristiana a quello dei paesi sotto l’influenza degli Stati Uniti, e il Partito Comunista a quello dei paesi sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Tutte e due le formazioni politiche rimasero sepolte sotto il crollo del muro di Berlino, e quasi tutti i partiti repubblicani sprofondarono sotto i colpi di Mani Pulite. Ma i su detti grandi partiti di massa che si erano affermati dal primo dopoguerra, in realtà, fallirono tutti nella loro missione di ricostruzione di un sano sentimento patriottico negli italiani: chi travisandolo e stravolgendolo (il fascismo), chi non riuscendoci affatto (i partiti repubblicani costituenti), perché avevano insiti un vizio all’origine, e cioè quello di aver voluto cancellare dalla memoria la cultura liberale risorgimentale, prima, e la Monarchia, poi, cancellando nello stesso tempo anche quell’idea d’Italia, e quindi le sue radici. Quell’Italia Monarchica e liberale che nel bene o nel male era riuscita a dare una casa agli italiani e a creare una Nazione tra mille difficoltà, dando origine ad un sentimento: l’amor patrio, che suscita e fortifica senza dittatura, di cui la Monarchia Sabauda ne era l’incarnazione. Ma dopo il fallimento delle ideologie e dei partiti del novecento, ed il conseguente vuoto politico creatosi fino ai nostri giorni, non sarebbe il caso di riscoprire la nostra cultura liberale risorgimentale che rappresenta le nostre vere radici?
 Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 20.05.2015

POLONIA: IL PROF. GIULIO VIGNOLI PRESENTA I SUOI LIBRI SULL'OLOCAUSTO DEGLI ITALIANI DI CRIMEA

POLONIA: IL PROF. GIULIO VIGNOLI PRESENTA I SUOI LIBRI SULL'OLOCAUSTO DEGLI ITALIANI DI CRIMEA  Su invito dell'Università Jagellonica di Cracovia (ricordiamo che gli Jagelloni furono i sovrani autoctoni della Polonia prima della trasformazione della Polonia in Regno elettivo) si è tenuta l'11 maggio scorso la presentazione dei due libri del prof. Giulio Vignoli: "L'olocausto sconoscito. Lo sterminio degli Italiani di Crimea"
e "Gli Italiani di Crimea. Nuovi documenti e testimonianze  sulla deportazione e lo sterminio", editi entrambi da Settimo Sigillo di Roma.
La presentazione è avvenuta in occasione delle Giornate di cultura Italo-polacche a cura dell' Istituto italiano di cultura di Cracovia, nell'Aula Magna dell'Università Jagellonica, quale introduzione al Convegno sulla situazione
politica attuale nell'Est europeo. Al Convegno hanno partecipato illustri studioni polacchi ed italiani che hanno
illustrato le motivazioni del conflitto fra Russia ed Ucraina, la situazione nei Paesi Baltici, in Russia,  in Moldova e Georgia. Tutti gli oratori, compreso il prof. Vignoli, hanno condannato l'attuale imperialismo russo, che cerca anche di comprare la stampa occidentale per sostenere tesi a suo favore e foraggia pseudostudiosi pronti ad accettare sovvenzioni da Mosca.
Il tutto si è concluso con la visita della splendida Cracovia, il centro culturale più illustre della Polonia. Gli ospiti italiani sono rimasti colpiti anche dalle numerose targhe in latino.  Sull'ingresso della grande Fortezza che include la cattedrale di cui fu vescovo il futuro papa Giovanni Paolo II, si legge la scritta: "Senatus populusque Cracoviensis".
DATA: 20.05.2015

MA QUALE “BUONA SCUOLA”? E' SOLO ARIA FRITTA 

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17/05/2015
              
                    A differenza di quanto accade, nel 750° della nascita Dante Alighieri (1265-1321) fu ed è  per ciò che scrisse e soffrì. La recita folkloristica della sua “Comedia” è uno “sgravio di coscienza”. Va ricordato che da Firenze il Sommo Vate scampò di misura,  ne fu condannato a morte, si spense esule a Ravenna, testimone della sorte di uno spirito libero. Nel 1921 gli rese omaggio l'Esercito Italiano con il bronzo che ne decora il sacello: le Forze Armate, nerbo dell'Italia. Dante va ricordato perché non esitò a cacciare all'Inferno i papi simoniaci e corruttori, i tiranni sanguinari, i faziosi e i settari di tutti i tempi, inclusi Federico di Svevia e Maometto. Senza bisogno di giuristi e di costose corti internazionali, vedeva e valutava. Dante è il paradigma della libertà per un Paese che ne era carente sin dalla decadenza dell'Impero romano. L'Italia risalì la china con l'unificazione, tra il 1848 e il 1918, grazie alla dinastia di Savoia, ma poi, tra una guerra  prima guerra mondiale vinta sul campo ma perduta nei conti economici e una seconda del tutto catastrofica, via via declinò. Tra le sue istituzioni, la Scuola resse ancora un quarto di secolo, ma dal 1967 rotolò lungo una china inarrestabile. Si era esaurita la linfa di quanti vi erano entrati decenni prima: il progetto filosofico dal quale era nata e che l'aveva alimentata. L'humus era inaridito. La scuola decadde da Cultura a conteggio di impieghi.  Mentre un tempo venivano messe a concorso cattedre si passò a corsi abilitanti per oves et boves con esami collettivi, a sanatorie, a immissioni in ruolo indiscriminate. L'insegnamento venne valutato a ore, per prestazioni, come i braccianti. Stavano meglio i pedagoghi dell'Antica Roma. Schiavi, liberti, ma almeno apprezzati. Invece  docenti e prèsidi finirono disprezzati.
  Di che cosa si discute oggi? Tanto chiasso su poco. Il disegno di legge sulla “Buona Scuola” all'esame del Parlamento non ha alcuna filosofia né un progetto culturale. Non è affatto “epocale”. E' l'ennesimo cerotto sulla piaga aperta nell'Istruzione (a gestione pubblica o privata) aperta dagli Anni Settanta del secolo scorso. Con i famigerati decreti delegati del lontano 1974, cioè con un'operazione dell'esecutivo, venne abbattuto il sistema costruito dal 1848 al 1923, con una straordinaria continuità dei governi e dei ministri che via via furono titolari dell'Istruzione. Almeno alcuni di quei nomi vanno ricordati per raffrontarli con quelli susseguitisi nell'ultimo trentennio. Carlo Bon Compagni di Mombello, autore della riforma scolastica nel regno di Sardegna, era fiduciario di Camillo Cavour. Il conte Gabrio Casati, che dette il nome alla prima legge scolastica organica del regno d'Italia, affiancò Alfonso La Marmora e Urbano Rattazzi nel governo-ponte del 1859-60. Michele Coppino (che varò l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita nel 1877) e Francesco De Sanctis, il sommo storico della letteratura italiana, furono ministri con patrioti quali Agostino Depretis,  Benedetto Cairoli e Francesco Crispi. Vittorio Emanuele Orlando lo fu con Giovanni Giolitti. Nel suo V e ultimo governo (1920-1921) questi ebbe all'Istruzione Benedetto Croce e lo giudicò “un uomo di buon senso”, perché come lui anche il grande storico e filosofo aveva “senso dello Stato”. Fece licenziare in tronco il funzionario che incrociandolo al Ministero non si levò il cappello: uno sgarbo non alla sua persona ma al Ministro, allo Stato.
   Furono Giolitti e Croce a preparare la riforma condotta in porto da Giovanni Gentile nel 1923. Alla base essa ebbe l'avvento della Nazione attraverso la durissima prova della Grande Guerra (1915-1918: 680.000 morti, 1.200.000 mutilati...) e la legge sull'obbligo dell'istruzione del 1921, molto superiore quella sull'istruzione obbligatoria del 1877. Poiché ha il diritto di voto, il cittadino ha il dovere di studiare, di sapere, di capire per esercitare al meglio la sua quota di sovranità. E ha il diritto-dovere di chiedere di votare per tutte le istituzioni e gli organi che lo rappresentano: comuni, province (all'epoca non esistevano le oggi assai screditate Regioni) e Camera, composta dai rappresentanti della Nazione, non di un partito o di una quota di elettorato.
   Il sistema scolastico aveva dunque il compito di “informare”, di consegnare cognizioni, nel rispetto della libertà degli scolari e studenti e delle loro famiglie. Nella quarta elementare, che era l'ultimo anno della scuola obbligatoria, si insegnavano persino i diritti e doveri coniugali. L'insegnamento di italiano, storia, geografia, matematica era completato con nozioni di igiene e di agraria sperimentale, molta educazione fisica, giochi di squadra, canti corali e tornei artistici: poesia, pittura...
  Ora anche il segretario della Conferenza episcopale italiana esorta a evitare il “muro contro muro” per tirare la scuola fuori dal pantàno. Ma come ci è finita? Chi ve l'ha messa?
Nell'Otto-Novecento, da Casati a Croce, rimase aperto il dibattito sulla demarcazione tra istruzione ed educazione. Se educare significa liberare da vincoli ancestrali, inclusa la riottosità dei genitori all'istruzione dei figli, lo Stato e/o gli enti sotto-ordinati non hanno diritto di inculcare o addirittura di imporre a scolari e studenti un proprio credo, una “filosofia”. Il patriottismo non è nazionalismo. La conoscenza non è catechismo. La scienza è ricerca, non è devozione a ordini superiori. Anzi, all'opposto, è libertà. L'Otto-Novecento lo disse in tutti i modi possibili, anche empiendo le piazze di monumenti a eretici, a frati sconsacrati e arsi vivi come Arnaldo da Brescia e Giordano Bruno, riproposto da Massimo Bucciantini in Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto (Einaudi). Non fu l'Italia liberale ma la sua caricatura a covare il “Libro di Stato” partorito dalla “riforma Bottai” del 1939, forse rimpianto da chi ridicolizza la funzione del presidente del Consiglio facendo smorfie alla lavagna per spiegare che due più due fa tre o cinque.
  L'Istruzione aveva una struttura solida: il Ministero, il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, i Provveditorati agli Studi, i prèsidi, i docenti, i direttori didattici e gli insegnanti elementari, tutti formati da studi severi e filtrati da concorsi pubblici rigorosissimi. Ogni scuola aveva un nome evocativo di grandi spiriti della cultura e della storia politica, civile e militare, da rievocare in forme rituali per mostrare agli allievi il solco nel quale l'Italia era risorta dopo secoli di dominio straniero: un cammino costato cospirazioni, condanne a pene gravissime, patiboli, guerre per l'indipendenza.
  Tutte le leggi dell'Otto-Novecento (1848-1923) ripeterono che l'organo di governo della scuola è il collegio dei docenti, aperto dal preside, primus inter pares, autorevole per cultura e capacità e al tempo stesso garante della legge all'interno della scuola e nei suoi rapporti con la catena provveditorato-ministero. Questa certezza venne messa in discussione, erosa e infine annientata con una sequenza di norme e di circolari che via via hanno svuotato l'Istruzione pubblica (a gestione sia pubblica sia privata: modesta, quest'ultima, per ignavia della borghesia parassitica). Quando il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione scrisse relazioni critiche sull'azione del Ministero, la titolare dell'Istruzione, Franca Falcucci, decise di non pubblicarle più. Eppure “la Falcucci” va ricordata come un gigante rispetto ai suoi successori, come Giovanni Gallone, Sergio Mattarella, Rosa Russo Jervolino, Giancarlo Lombardi, sino al fazioso Luigi Berlinguer, che fece scempio dei programmi di storia. Tramite i costosissimi e discussi IRRSA (meritevoli di un poema satirico), vennero predicate formulette squallide: Impresa, Internet, Inglese e altre giaculatorie per tavolette rotonde e convegni con immancabile finale gastronomico.
  Questa Buona Scuola  di Renzi e Giannini raccatta i relitti dell'edificio diroccato. Si occupa di immissione in ruolo di precari, di riassettare la facciata scrostata del Mausoleo, ma non entra nel sancta sanctorum: la filosofia dell'istruzione-educazione oggi. Né può farlo avvalendosi dei cosiddetti dirigenti scolastici oggi in servizio, perché questi, secondo la normativa che da decenni ne regola il “reclutamento” (termine pessimo, ma adatto al caso), non sono filtrati per meriti culturali ma per cognizioni amministrative. Sono il punto di arrivo di una carriera che potrebbe così essere sintetizzata: bidello, segretario, dirigente. Dov'è la filosofia dell'Istruzione/Educazione?
  Piaccia o meno, nella scuola questa è divenuta  patrimonio di frangia. Ed è curioso constatare come essa oggi venga difesa da parlamentari schierati su posizioni diversissime, persino opposte, ma che ancora si rifanno ai fondamentali della cultura, alle ragioni che dettero vita alla Terza Italia e che dopo la catastrofe del 1940-1945 hanno consentito di risalire la china sino a quando la piazza ha ripreso il dominio: dapprima nella forma più scontata (manifestazioni, cortei, tafferugli...) poi in quella più sofisticata: i discorsi dell'imbonitore tramite i “media”, come fa ora Renzi Matteo, costretto a rimediare in prima persona ai pasticci della ministra dell'Istruzione e alle improvvide sortite antisindacali di quella per le Riforme, Boschi Maria Elena. Quegli opposti sono tenuti insieme dalla memoria della storia d'Italia, che non è solo Illuminismo e Risorgimento, ma affonda radici nei classici e nella Romanità: fondata sul Diritto dopo le tre altre “rivelazioni”, il Corpo degli Egizi, il Verbo degli Ebrei, la Bellezza dei Greci. Dopo il Diritto dei Romani, la Filosofia della Germania. E l'Italia?
  L'Istruzione/educazione è la misura di un grande Paese. Perciò in questo dopoguerra anche governi che sembravano solidi in Italia  caddero proprio in dibattiti sulla Scuola, che vale più di labili indici sull'andamento del “prodotto bruto”.
Aldo A. Mola
DATA: 17.05.2015

STORIA IN RETE: IL PROF. ALDO MOLA SI OCCUPA DELLA STORIA DEI SAVOIA-AOSTA

STORIA IN RETE: IL PROF. ALDO MOLA TRATTA LA STORIA DEI SAVOIA-AOSTA  Nel numero di aprile 2015 (pagg. 76-90) del mesile "Storia in Rete", diretto da Fabio Andriola, il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Prof. Aldo A. Mola si occupa dei Savoia-Aosta, partendo dal libro "Cifra Reale".
Riproponiamo integralmente il servizio.
SANGUE REALE, GLI AOSTA PRIMA E DOPO
Una biografia originale ripropone la figura di Amedeo d’Aosta, che si definisce «un uomo normale che ha potuto vivere eventi straordinari e conoscere persone straordinarie». Un’occasione per ripercorrere le vicende di una famiglia che ha dato all’Italia uomini d’arme, alpinisti, marinai, eroi. E a Spagna e Croazia anche due re. Che potrebbero diventare tre se anche da noi tornasse la Monarchia. Infatti Amedeo d’Aosta contende al cugino Vittorio Emanuele, figlio di Umberto II, il ruolo di Capo di Casa Savoia.


DATA: 15.05.2015

ROMANZO: COLPO DI STATO - 8 GIORNI A NATALE
UNA STORIA DI FANTA POLITICA DI MASSIMO NARDI

Massimo Nardi, romanzo: "Colpoi di Stato - 8 giorni a Natale"  Molte volte la fantasia anticipa la realtà. Prendiamo ad esempio Jules Verne, classe 1828, prolifico autore di libri d’avventura, fra i quali basti ricordare Dalla Terra alla Luna e Ventimila leghe sotto i mari. L’esclamazione che giustamente usciva dalla bocca del lettore di questi romanzi poteva solo essere: «Però, ne ha della fantasia questo Verne!». Una fantasia che, nel 1969 – più di cent’anni dopo –, divenne realtà, coi primi passi di Neil Armstrong sul suolo lunare. Colpo di Stato: 8 giorni a Natale 2016 vuole essere semplicemente questo: un libro di “fantapolitica”; con la speranza che i fatti narrati si rivelino solamente un messaggio premonitore, ma che mai si realizzino.
La trama, racchiusa in un periodo assai breve – otto giorni appunto –,si svolge prevalentemente in Italia, in particolare tra Modena e Roma, oltre che nella limitrofa Città del Vaticano, e, per il restante, nel vicino Medio Oriente e negli Stati Uniti, in particolare a Langley, in Virginia, nella sede della CIA.
I protagonisti – essendoci più personaggi che svolgono un ruolo importante, da “protagonisti” appunto – sono di pura fantasia. Qualsiasi riferimento a persone vissute o viventi è del tutto casuale. Legati tra loro da un filo rosso – il tentativo di un colpo di stato e altri episodi secondari che a esso fanno da contorno –, i personaggi sono militari (in prevalenza appartenenti all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato, oltre che all’Esercito), politici e civili (uno dei protagonisti è un libraio modenese) italiani, prelati della Chiesa Cattolica in Vaticano, servizi segreti di diverse Nazioni (CIA e Mossad su tutte), hezbollah, pasdaran e basiji. Colpo di Stato trae spunto da alcuni accadimenti che viviamo
oggigiorno: in primis, la grave crisi economica che ha colpito l’Italia, unitamente ad altri Paesi dell’Unione Europea; il flusso, oramai ininterrotto, di stranieri sul nostro territorio; le proposte d’integrazione avanzate quasi quotidianamente da un’area politica, forte dell’appoggio degli organi d’informazione, in molti casi manipolati da quelli che possono definirsi in astratto i “poteri forti”. E ancora, il default, con la conseguente uscita dall’Unione Europea e il legarsi, per la sopravvivenza, ai Paesi arabi, fornitori di energia; legame che viene però pagato con la concessione, sul nostro territorio, di usi e costumi che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione.
A fianco della situazione nella nostra penisola, prende forma lo scenario, per così dire, “internazionale”, riguardante il Medio Oriente. Qui troviamo lo Stato di Israele sempre più isolato; l’Iran, che ha completato i suoi siti nucleari, avrà a breve a disposizione ordigni nucleari. L’aspetto forse più preoccupante è dato, tuttavia, dal fatto che sciiti e sunniti siano arrivati a una tregua, anche se fragile. Risultato di ciò, negli Stati del Golfo Persico – eccettuati solamente l’Arabia Saudita e il Qatar –, è la caduta dei governi filo-occidentali, sostituiti da altri di matrice religiosa; fatto che
ha permesso la nascita della Federazione Islamica.
Volutamente mi sono proposto di adottare una prosa semplice, quasi giornalistica, e, per quanto mi auguro, accattivante, vibrante. È un libro pensato per una platea di lettori di tutte le età: dai giovani, oggigiorno alquanto refrattari alla politica e disinteressati agli stravolgimenti del mondo che li circonda, sino ai più anziani, che già tante esperienze hanno vissuto – dopo gli orrori della guerra, il progressivo mutare dello Stato italiano, ormai in una situazione di endemica crisi, sotto le spinte della globalizzazione che, ai giorni nostri, ha investito l’intero globo terraqueo. Tutto ciò con la viva speranza di suscitare nel lettore la voglia e il desiderio di riflettere.

Il libro è disponibile presso:

LIBRERIA L.A. MURATORI IN VIA EMILIA CENTRO 289 MODENA

C LAUDIANA S.R.L. LIBRERIA DI ROMA IN PIAZZA CAVOUR 32 ROMA

LA FENICE LIBRERIA IN VIA MAZZINI 15 CARPI

LIBRERIA EDITRICE CORSO GIUSEPPE VERDI 67 GORIZIA

DATA: 14.05.2015

RESISTENZA COMUNISTA: IL PROF. GIULIO VIGNOLI SCRIVE A MATTARELLA

Giulio Vignoli        Rapallo, 11 maggio 2015.
  


   Al Presidente della Repubblica Italiana                Raccomandata
   Prof.  Avv. Sergio Mattarella
   Palazzo del Quirinale
   Roma
 

   Ill. mo Signor Presidente,
sono il prof Giulio Vignoli già docente di Diritto dell'Unione Europea e di Organizzazione Internazionale nell'Università di Genova, ora in pensione per raggiunti limiti di età.
  Sono stato anche molto amico dei Suoi cugini Buccellato che abitavano a Palermo in via Sciuti, in particolare di Nino. Fui due volte a Palermo ospite in casa loro. Ci eravamo conosciuti in Austria dove studiavamo il tedesco, io, Nino, suo fratello ed altri due amici di Palermo. Poi ci siamo persi di vista.
   Desidero farLe alcune considerazioni.
   La Resistenza partigiana, da Lei da ultimo commemorata, ha tre elementi fortemente negativi:
-era egemonizzata dai comunisti, in allora stalinisti e quindi tutt'altro che pensosi della libertà e della democrazia in Italia.
-Fu presente, con componenti scarsissimi (certo il 25 aprile il numero cambiò) in un terzo d'Italia, inoltre se si tolgono i comunisti resta quasi nulla.
-i comunisti compirono efferati delitti.
   Tutto questo Lei naturalmente lo sa.
   Orbene, non credo che diffondere cose non vere contribuisca alla salute della Repubblica.
   Su queste basi non si può costruire uno Stato oppure si può costruire uno Stato dalla vita grama e stentata come è quella della quasi settantenne Repubblica Italiana.
   Si cerchino nella millenaria storia della Nazione (intesa secondo Renan) altri elementi atti a tenere unita questa Repubblica in apparente disfacimento.
   Mi è venuto il dubbio che fra i partigiani che La ascoltavano in Parlamento ci potesse essere un assassino sfuggito alla giustizia umana. Qui in Liguria, a Savona, una bambina di 13 anni fu seviziata, violentata da più partigiani comunisti e uccisa perché accusata di essere una spia. I responsabili non furono mai individuati.  A Bavari, sulle colline di Genova, un Maresciallo dei Carabinieri fu legato da partigiani comunisti ad una stufa rovente, gli vennero tolti gli occhi con una forchetta e ucciso. Quando furono scoperti dopo anni i colpevoli, tutto era prescritto. Naturalmente l'ANPI fece fuoco e fiamme per difendere gli assassini. C'è una lettera della Presidente dell'Anpi di Savona, semplicemente vergognosa.
   Napolitano, se non ricordo male, nel suo discorso di insediamento parlò anche di aberrazioni. Lei mi pare abbia taciuto.
   Naturalmente non so se leggerà mai questa mia, chissà quanti filtri dovrà superare.
   Con vivo ossequio
   
   prof. Avv. Giulio Vignoli                       

DATA: 12.05.2015

L'ITALIA EUROPEA IERI E OGGI: L'ASSE CULTURALE PIEMONTE/MEZZOGIORNO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10/05/2015
              
                C'è da secoli un asse culturale, di filosofia della storia, tra il Vecchio Piemonte e il “Napoletano”, due terre europee secoli prima che albeggiasse questa Unione, fatta di  piccole idee e di piccoli uomini, scricchiolante non per la Grecia da anni sull'orlo del fallimento, ma per la vittoria di Cameron in Gran Bretagna, sorprendente solo per chi non conosce gli inglesi. Le due principali Storie d'Italia scritte nel settantennio dalla seconda guerra mondiale e tuttora insuperate furono pubblicate a Torino, culla dell'unificazione e crogiolo delle idee guida della vita politica nazionale La prima, diretta da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti ed edita da Einaudi, iniziò nel 1972 con I caratteri originali. Romano lavorava da anni all'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, a fianco di Fernand Braudel. Giulio Bollati, autore di L'Italiano, capitolo conclusivo di quel volume, anni dopo lasciò la Casa Madre per fondare la Bollati-Boringhieri. Giuseppe Galasso vi pubblicò l'ampio  saggio su Le forme del potere, classi e gerarchie sociali. Lo ripropose poi in robusto trattato e andò oltre. Nel 1979 pubblicò L'Italia come problema storiografico, introduzione  alla Storia d'Italia in 24 libri (più il suo), da lui diretta per la Utet di Torino, la Casa del celebre Dizionario Universale e di tante prestigiose collane, orgoglio di biblioteche pubbliche e private. Mentre la “Storia Einaudi” procedette per epoche cronologiche, disposta per grandi sezioni (storia politica, storia economica, la cultura e l'Italia fuori d'Italia) e continuò con l' Atlante e volumi tematici, Galasso chiamò a raccolta le storie degli stati preunitari. Non fu un omaggio alle “regioni” (che sono una caricatura dei “popoli d'Italia”) ma un fermo richiamo ai caratteri originali, libero dall'ossessione del centralismo postunitario.
  Ruggiero Romano e Giuseppe Galasso ebbero in comune l'esperienza di Casa Croce e dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici. Galasso vi entrò a 25 anni e ne divenne segretario: incipit di una carriera accademica, politica (la “Legge Galasso” per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale è tra i vanti della Prima repubblica, strenua difesa del patrimonio naturale e culturale, dopo quella di Giuseppe Bottai del 1939), di docenza e di magistero civile, anche attraverso migliaia di articoli in testate nazionali. 
Romano e Galasso insegnarono a guardarsi attorno dal piedistallo di decine di volumi, sintesi ognuno di migliaia di opere. Appunto. Il futuro? Non è una formuletta da accalappiavoti. Esso è innovazione nella consapevolezza critica. Non si costruisce sulle macerie ma, semmai, con le reliquie del tempo, affioranti dalla polvere dei secoli, portate alla luce con studi severi, con la cultura (coltivare con devozione, onorare), che è fatica durissima.
  Lo insegnano i quarant'anni dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), presentato nella sede  dell'Accademia dei Lincei, in Roma, il 27 maggio 1975. L'Istituto Italiano per gli Studi Storici creato da Benedetto Croce nell'avito Palazzo Filomarino della sua “Napoli nobilissima” era stato vivaio dei massimi storiografi della seconda metà del Novecento, come il valdostano Federico Chabod e il siciliano Rosario Romeo. Dopo decenni di subordinazione strumentale della filosofia a regimi, a partiti e a “poteri” occorreva tornare al pensiero teoretico, alla filosofia. La presenza di Elena Croce e Giovanni Pugliese Carratelli tra i suoi fondatori bastò a dissipare ogni maliziosa contrapposizione tra il nuovo e il glorioso Istituto di “don Benedetto”. Suo animatore fu dall'inizio Gerardo Marotta, l' “avvocato” che gli mise a disposizione la sede in via Calascione e la sua ricchissima biblioteca. L'Istituto divenne subito approdo di studiosi di talento, dall'Italia e dall'estero. Il repertorio delle sue iniziative occupa molti e imponenti volumi: collane di classici, saggi, seminari, lezioni, rassegne, una miriade di eventi in una Capitale, qual è Napoli, che visse anche le breve illusione di un Secondo Rinascimento ma presto sperimentò il ritorno cupo dell'omologazione. Senza bisogno di roghi in piazza, il regime si impone con la cortina del silenzio, col diniego dei fondi  dovuti, col sussiegoso rinvio di decisioni urgenti. Lo ebbe chiaro Galasso, che, appena eletto consigliere comunale nelle file del Partito repubblicano italiano (quello di Ugo La Malfa, ben inteso), rinunciò all'offerta della carica di sindaco di Napoli.   
   Dal 1983 l'Istituto di Studi Filosofici passò a Palazzo Serra di Cassano, sacro alla memoria di Gennaro, il patriota decapitato ventenne nell'attuale Piazza Martiri, come gli altri maggiori esponenti della Repubblica napoletana del 1799, decollati e afforcati: a conferma del loro valore e, al tempo stesso, della gelida ferocia di quanti avevano e nei tempi ebbero e hanno chiaro che per eliminare “pensieri pericolosi” bisogna sbrigativamente uccidere i pensatori: filosofi, storici, letterati, poeti, artisti e anche gli “uomini semplici”, i popolani, se appena si mostrino indocili al regime. Fu la sorte degli “illuministi napoletani”, una dirigenza di irripetibile valore. Con le mani lorde di sangue, vinse la tirannide del trono e dell'altare contro la cultura, il razionalismo, le riforme fondate sulla scienza. Vinsero le superstizioni fondate su feste, farina e forca, a beneficio delle oligarchie. La eliminazione cruenta della dirigenza illuminata bloccò la storia d'Italia e impoverì il Mezzogiorno. Dopo il breve regno di Gioacchino Murat, dopo la rivoluzione costituzionale del 1820-21 e quella 1848, la dirigenza liberale delle Due Sicilie finì parte incarcerata parte costretta all'esilio. A bene andare, riparò nel Piemonte di Vittorio Emanuele  II e di Camillo Cavour (Guglielmo Pepe, Poerio, Settembrini, Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini...). Molti tra i patrioti di spicco si erano formati nell'altra istituzione fondamentale trasmessa dal regno di Napoli alla Nuova Italia, la Scuola Militare della Nunziatella (il suo motto è “preparo alla vita e alle armi”), che opera in convergenza con l'Istituto Filosofico, anche per assicurare degna sede alla sua celebre biblioteca. 
  Nei solenni saloni dell'Istituto di Napoli dalla sua fondazione si susseguirono Eugenio Garin, Hans-Georg Gadamer, Karl Popper, Tullio Gregory, Ilya Prigogine, Carlo Rubbia, Rita Levi Montalcini... e un'infinità di altri. Jacques Derrida dichiarò di non aver mai conosciuto nessun'altra istituzione così aperta e tollerante, proiettata verso l'avvenire e al tempo stesso rispettosa della tradizione.
   L'Istituto (che vien detto “di Marotta”, per brevità e per doveroso omaggio a chi gli ha dedicato la vita e i suoi stessi averi) continuò nel tempo a saldare l'asse tra Napoli e il Piemonte, passando anche attraverso l'eredità di Comunità, il movimento nel quale investì idee e risorse Adriano Olivetti, in un'Italia all'epoca all'avanguardia (anche nell'informatica) perché mirava a conciliare modernizzazione e umanesimo.
   L'imminente Salone Internazionale del Libro di Torino (14-18 maggio), apparentemente è l'opposto di un Istituto di studi. In realtà esso esprime una delle intuizioni originarie dell'illuminismo: divulgare (che non vuol dire involgarire) i frutti della ricerca, imboccando la scorciatoia della sua comunicazione diretta con i potenziali fruitori, attraverso la moltiplicazione delle “vetrine” dei grandi e piccoli editori (dagli istituzionali, come le Forze Armate, a quelli di nicchia e persino di cripta, come quella, da anni  ricorrente, della Gran Loggia d'Italia). Centinaia di lezioni, tavole rotonde, presentazioni, monologhi (in un contesto sempre a volume troppo alto) costituiscono appunto la Fiera, una festa espositiva, uno scambio antico e innovativo.
  La sua è una sorte per vari aspetti analoga a quella dei premi letterari, che a loro volta non sono affatto laboratori di ricerca ma di analisi: di anno in anno tastano il polso al sistema arterioso e venoso collegante gli studi e l'editoria. Lo fa da quasi mezzo secolo il premio Acqui Storia con le sue tre sezioni: scientifica, divulgativa e romanzo storico, voluta, quest'ultima dal suo responsabile esecutivo, Carlo Sburlati, convinto che la narrativa abbia fatto fare alla storia più cammino di tanti trattati e saggi. Bastino, per stare ai classici, i nomi  di Hugo, Stendhal, Manzoni, Tolstoj... Non per caso i regimi temono poeti e romanzieri più che i dissidenti politici. E mirano a tenere saldi gli artigli sui “media”. Malgrado tutto, vi è ancora un'Italia per la quale nessuna Parigi vale una messa. Lo insegnarono e lo insegnano proprio i Maestri dai quali siamo partiti: Benedetto Croce (ripubblicato da Adelphi con la direzione di Galasso),  Ruggiero Romano,  Gerardo Marotta, ora affiancato da Antonio Gargano, da Aldo Tonini, che da decenni orchestra centinaia di Scuole di alta formazione in tutta Italia, da suo figlio, Massimiliano, animo dell'Istituto di Studi Politici.
  Quella era ed è un'Italia europea. Come europeo fu Giordano Bruno, il cui nome e le cui opere vennero rivendicato dagli hegeliani di Napoli, da Giovanni Gentile (il grande filosofo assassinato nel modo e per gli oscuri motivi perlustrati da Luciano Mecacci in La ghirlanda fiorentina,  ed. Adelphi, Premio Acqui Storia 2014), dall'Istituto di Marotta, sia per il valore intrinseco del “frate domenicano” sia quale emblema di chi costruì l'Italia una, indipendente e libera per sottrarla a ogni forma di oscurantismo. Di quella lunga e sempre attuale battaglia l'Acqui Storia è da anni vessillo. Lo confermano la vasta partecipazione di concorrenti e il sereno equilibrio delle sue scelte: bersaglio di polemiche pretestuose, come è ovvio accada a chi ha per unica regola la libertà di ricerca, di giudizio e di parola.
Aldo A. Mola
DATA: 10.05.2015

BULGARIA: INTRODOTTA LA PREGHIERA PER LO ZAR NELLE PREGHIERE DELLA CHIESA ORTODOSSA MA LA REPUBBLICA FRENA

        Il 1° maggio il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa bulgara ha deciso di ripristinare la preghiera per il Re nella Liturgia pubblica. La decisione, adottata su proposta del Metropolita di Plovdiv Nicola, consiste nel reintrodurre nelle orazioni pubbliche durante i riti religiosi la preghiera per il Re Simeone II di Bulgaria, rivolgendosi a lui come: “Sua Maestà Simeone II, Zar dei Bulgari”, come era tradizione della Chiesa Ortodossa. Il 2 maggio a Pliska si sono svolte le celebrazioni per il 1150mo anniversario del Battesimo cristiano della Bulgaria sotto il Re Boris I, Sovrano di Bulgaria dall'852 all'889. Il Patriarca Neofit ha celebrato come deliberato dal S. Sinodo, conferendo al Re Simeone la più alta onorificenza della Chiesa Ortodossa bulgara.
A pochi giorni di distanza il presidente della repubblica bulgara, Rossen Plevneliev, ha chiesto al S. Sinodo di ritrattare questa decisione in quanto genererebbe confusione, facendo credere che in Bulgaria vi siano due Capi di Stato, oltre al rischio, secondo lui, di divisioni nel Paese tra monarchici e repubblicani.  Ricordiamo che Re Simeone II, figlio della Regina Giovanna di Savoia e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele III, divenne Re dei Bulgari a soli 6 anni nel 1943, dopo la morte del padre Boris III, e venne affiancato da un Consiglio di reggenza. In seguito all’abolizione illegale della Monarchia in Bulgaria, nel 1946, quando ormai la Bulgaria era caduta sotto la dittatura comunista, il Re Simeone II partì per l’esilio senza mai abdicare. Rimane quindi formalmente ancora Re dei Bulgari.
La repubblica non ha alcun titolo per entrare nel merito delle decisioni liturgiche della Chiesa Ortodossa bulgara. Attendiamo sviluppi.
DATA: 05.05.2015

FERMARE LA DERIVA AUTORITARIA: I DEPUTATI CI METTANO LA FACCIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 03/05/2015
              
                Sergio Mattarella è il Capo dello Stato d'Italia. Promulga le leggi, ma non è al di sopra della legge. La sovranità è dei cittadini e dei suoi organi supremi. Mattarella lo sa perché è stato giudice nella Corte Costituzionale. E sa, come tutti, che la Corte ha sonoramente bocciato la “legge Fornero”, che per quattro anni ha scippato a sei milioni di italiani la perequazione delle loro pensioni alla svalutazione. Nata dal delirio di alcuni docenti  avvolti nei panni di “statisti”, quella “riforma” impoverì il mercato e castrò l'economia italiana. Fu tra gli ingredienti che avvelenò ulteriormente il brodo di cultura di fallimenti, suicidi di imprenditori e modesti impresari, svalutazione e stasi dei beni immobiliari: il tutto al coperto di una fiscalità burocratica, miope, umida di bave autoreferenziali, come quelle grondanti dai pistolotti di chi dovrebbe far ben altro che salmodiare quotidianamente luoghi comuni. Un buon numero di quei pensionati, improvvisamente e arbitrariamente impoveriti “per legge”, si è sentito derubato ed  ha ingrossato il parco dell'astensionismo: a chi dovevano ormai credere?
  Ma la “legge Fornero” fece ancora di peggio. Scrollò la fiducia di milioni di italiani non solo verso  il governo - cinico e baro: via uno, avanti un altro-, ma soprattutto nei riguardi di Napolitano Giorgio, non tanto come persona (era stato votato solo da metà dei “grandi elettori”) ma quale “presidente della Repubblica”, cioè come garante supremo dei diritti dei cittadini. La ministra lugente  che si mordicchiò il palmo mentre lasciava con un palmo di naso sei milioni di poveri cristi con una pensione da ridere, adesso si trincera dietro la “responsabilità collegiale” del governo, avallata proprio da Napolitano.  
  Il precedente dev'essere tenuto ben presente se mai la legge elettorale venisse approvata domani da un'aula sorda e cieca rispetto alle attese dei cittadini. Se per sventura d'Italia la Camera varasse la riforma voluta da Renzi Matteo per distrarre gli italiani dai problemi che li assillano e garantire lunga vita al potere a se stesso e alla sua banda, l'argine non è un referendum (extrema ratio, lunga, macchinosa; tra un passaggio e l'altro occorrono anni!), vi è una sola speranza: il rifiuto della firma da parte del presidente Mattarella.
  Quando Umberto II stava per lasciare l'Italia per il Portogallo, le poche persone di senno gli sibilarono sino all'ultimo: “Maestà, non parta!”. Andò. Se ne videro e se ne scontano le conseguenze. Perciò, si può ripetere quanto il 30 aprile Ferruccio de Bortoli ha scritto ai lettori nel “Rendiconto” di direttore del “Corriere della Sera”: “Presidente, non firmi!”. Prima di farlo, faccia fare un onesto sondaggio dell'opinione pubblica. Già un altro capo di Stato novant'anni orsono si trincerò dietro lo Statuto. Disse che le Camere erano i suoi occhi e i suoi orecchi. E così regalò vent'anni di potere a Mussolini. Fu re statutario, ma concorse a mandare in rovina l'Italia e la monarchia stessa. All'epoca non v'era alcuna istanza superiore al sovrano (che tale ancora era “per grazia di Dio”). Ora c'è la Corte Costituzionale, che si pronuncia sulle “accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione” e sicuramente si attende che qualsivoglia nuova legge elettorale non sia in conflitto con i criteri che essa stessa indicato.
* * *
  In attesa del poi, un punto va fissato: i cittadini hanno diritto di conoscere per nome e cognome come voteranno i deputati, domani, sulla legge che modifica la formazione della prossima Camera, l'unico organo dello Stato rimasto a elezione diretta. Perciò la votazione dev'essere fatta a scrutinio palese, senza ripari per crisi di coscienza  (spesso pelosa) e i sotterfugi consentiti dal voto segreto. Vediamo perché. Occorre una premessa doverosa. L'attuale Camera è stata eletta il 26 febbraio 2012 con il cosiddetto “Porcellum”, che già ha concesso al Partito Democratico un cospicuo premio di maggioranza. Quella legge è stata bocciata dalla Corte Costituzionale il 3 dicembre 2014. Ancorché geneticamente incostituzionale, la Camera è rimasta in funzione e ha continuato a legiferare come nulla fosse. Non bastasse, gli schieramenti partitici attuali non corrispondono affatto a quelli espressi dagli elettori. Quasi 200 parlamentari hanno cambiato casacca, un via vai da un gruppo all'altro come se le Camere fossero le Folies Bergères. Il poco rimasto di Scelta Civica è entrato a vele spiegate nel Partito democratico, inclusa la ministra della (ex) Pubblica Istruzione, che ora si lagna di essere fischiata. E' un mistero l'effettiva consistenza del Nuovo Centro Destra, del Centro democratico, dell'Area popolare: un magma poco incandescente ma molto condiscendente alle direttive del presidente del Consiglio e segretario del PD, Renzi  Matteo. Lo stesso, del resto, vale per gli altri gruppi parlamentari: M5S, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega. I sondaggi sono sondaggi. Si sono rivelati inattendibili persino in Israele. Del doman non v'è certezza in un Paese che registra il 40% di astensioni alle elezioni politiche e persino il 60-70% alle amministrative. Tra un mese vedremo l'esito delle regionali.
  L'unico dato sicuro è questo: alle elezioni dei deputati al Parlamento europeo del maggio 2014, il Partito democratico - un minestrone di correnti, clans, tendenze, una cassata sformata con gli ex di almeno cinque o sei partiti della Prima Repubblica (comunisti, socialisti, democratici di unità proletaria, democristiani: aderì persino un ex liberale) – ottenne il 22% degli aventi diritto al voto, risultato sbandierato da Renzi Matteo e dai suoi sicofanti (prevalentemente prèfiche) come fosse il 41% degli italiani: una menzogna spudorata. Ma si sa che, ripetuta mille volte, anche la bugia più smaccata alla fine viene creduta, complici i due pilastri portanti della oclocrazia (cioè del dominio della piazza): la credulità popolare e l'indifferenza, impastata di cinismo opportunistico e di rassegnato scetticismo. “Consulo quieti meae...” diceva anche Erasmo da Rotterdam in tempi di guerre feroci e di roghi.
   Ora siamo al dunque. Renzi ha salutato il secondo voto di fiducia con il garbo che lo contraddistingue: “Abbiamo stravinto. Li abbiamo distrutti”. Parlava sia delle opposizioni, sia dei dissenzienti del PD. In un Paese normale per fermare un “capo” così bisognerebbe richiamare in servizio l'ambulanza nella quale Vittorio Emanuele III fece ricoverare Mussolini dopo avergli imposto le dimissioni il 25 luglio 1943. Uno che gongola a questo modo per un voto estorto con la minaccia della crisi di governo (a conferma della confusione albergante nella sua visione delle istituzioni), mentre le opposizioni escono dall'Aula e molti parlamentari del suo stesso partito recalcitrano, è oggettivamente inquietante. Che cosa c'è da aspettarsene il giorno in cui ottenesse la maggioranza dei voti nel duello finale contro un avversario impresentabile, come prevede la legge in votazione? Questa, detta Italicum (nome calzante solo se si ricorda che “Italia” sta per “terra dei vitelli”: evitiamo, per una volta, parità di genere), dati gli umori elettorali prevalenti oggi e per un futuro prevedibilmente lungo, porterà al ballottaggio tra PD e M5S, con buona pace di tutti gli altri partiti, lontanissimi dalla soglia del 20% (Forza Italia, Lega e compagnia cantante). Vinte le elezioni, Renzi Matteo (che a quel punto, se concederà di candidarsi, sarà persino deputato) farà la cosa  più ovvia: l'epurazione dei pochi dissidenti sopravvissuti alla rottamazione e alle uscite di scena già avvenute (D'Alema, Veltroni...), a quella annunciate (Bindi) e a quelle in cantiere (i vari Fassina, Cuperlo, Civati,...). Sarà la militarizzazione della maggioranza. Da relativa essa (il “partito unico”, spacciato come partito della Nazione) diverrà assoluta, perché potrà formare il Senato a propria immagine e somiglianza e poi eleggere il presidente della repubblica gradito, senza dover mercanteggiare con nessuno, a differenza di quanto Renzi Matteo fece ancora quest'ultima volta con cespuglietti sradicabili alla prima occasione.
  La legge domani in votazione è incostituzionale né più né meno di quella vigente. Ma da anni i governi mettono in bilancio di essere bocciati dalla cosiddetta Consulta. Tanto, quando la Corte li chiamerà a rendere conto, i responsabili del malfatto manco sono più  parlamentari e mica dovranno rifondere di tasca propria i guai causati dalla loro protervia.   
   Per tutti questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere come domani voteranno i deputati. Se ne ricorderanno se e quando verrà loro concesso di tornare alle urne. Già, perché questo incombe: l'abolizione dell'esercizio del voto diretto, dai consigli provinciali al Senato e ai consigli dei piccoli comuni, tenuti in piedi per finta (sono tutti alla canna del gas) e presto costretti a intrupparsi. La prossima elezione diretta dei deputati potrebbe essere l'ultima. Lo diciamo non per drammatizzare, ma sulla scorta del passato, che ripercorriamo sinteticamente, anche perché in questi giorni troppi hanno evocato a vanvera la “legge Acerbo” (18 novembre 1923, n. 244). Come andò  novantadue anni orsono?  In breve. La Camera contava 535 deputati. I fascisti erano appena 37, un'inezia. Mussolini, nominato presidente di un governo di coalizione dei costituzionali il 31 ottobre 1922, aveva assolutamente bisogno di conquistare la maggioranza. La Camera in carica era stata eletta nel 1921 con il riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai vari partiti in lizza, la “maledetta proporzionale” come ricorda Dario Fertilio nel saggio pubblicato dai Comitati per le Libertà (www.comitates.org). Vi si formarono quattordici gruppi parlamentari. Roberto Farinacci, “il più fascista” (che di politica capì sempre poco), voleva il ritorno ai collegi uninominali perché, da “ras” di  Cremona, era sicuro di vincere a manganellate. Molto più scaltro, Mussolini puntò invece al maggioritario. Il sottosegretario alla Presidenza, Giacomo Acerbo, massone, il 9 giugno 1923 presentò il disegno di legge illustrato in Aula dal duce che disse chiaro e tondo: “Il potere lo abbiamo e lo teniamo. Qui è la rivoluzione, in questa ferma volontà di tenere il potere”. Non aggiunse banalità, tipo “Oggi inizia il futuro” perché aveva ancora il senso del ridicolo. L'esame del disegno di legge venne affidato a una commissione presieduta dall'ottantunenne Giovanni Giolitti e formata da due rappresentanti per ognuno dei nove partiti. Ne fecero parte i deputati più illustri: Salandra, Orlando, Bonomi, Turati e il fascista dissidente Michele Terzaghi, che ne scrisse nello spassosissimo “Il Fascismo e la Massoneria” (Forni ed.). Giolitti approvò in pieno la proposta Acerbo-Mussolini. I liberali amavano il proporzionale come il fumo negli occhi. Il vero ostacolo erano i popolari. Il 19 maggio Alcide De Gasperi, loro capogruppo alla Camera, propose al duce di assegnare i 3/5 dei seggi a chi avesse ottenuto il 40% dei voti. Mussolini abbozzò, ma lavorò per altre vie. L' “Osservatore Romano”, quotidiano della Santa Sede, lo assecondò. Il 10 luglio don Sturzo si dimise da segretario del partito. Più tardi venne spedito negli Stati Uniti. A don Minzoni era andata peggio. I popolari finirono allo sbando: parte stava bussando alle porte del Partito nazionale fascista, parte era incerta, solo una pattuglia contraria. A decidere fu l'alto clero, che fece sentire la sua voce come ha fatto recentemente il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, che ha deplorato la “giustizia a orologeria” quando la candidata di Renzi alla Regione Liguria risultò indagata.
  La riforma Acerbo (che a buon diritto andrebbe detta “legge Giolitti”) il 21 luglio ebbe 223 voti favorevoli contro 123: il 42% dei deputati.  Il “democratico” Ivanoe Bonomi si astenne. Il liberale Alfredo Falcioni votò a favore. Il teosofo Amendola mutò due volte idea in poche ore. Il socialista Turati concluse che le opposizioni avevano consegnato la vittoria a Mussolini. Al Senato la legge passò con 165 si e 41 no. La riforma stabilì che 2/3 dei seggi andassero a chi otteneva almeno il 25% dei voti: il resto sarebbe stato suddiviso proporzionalmente tra i partiti concorrenti. Insicuro del responso delle urne il PNF si premurò di mettere in campo liste fiancheggiatrici.
   Il 6 aprile 1924 il Listone nazionale fascista (comprendente Enrico De Nicola e Vittorio Emanuele Orlando) e i fiancheggiatori ottennero il 66%  dei voti e i 2/3 dei seggi. Non rubarono nulla. Quella  stessa Camera il 17 marzo 1928 deliberò la legge presentata dal ministro della Giustizia Alfredo Rocco, che abolì la libera competizione tra partiti. Gli elettori vennero chiamati a dire “si” o “no” a una unica lista preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo. Non fu abolito il diritto voto. E neanche quella di scelta. Venne solo abolita la libertà. A favore del governo votò quasi il 90% degli aventi diritto. Anche Mussolini poté dire: “Abbiamo stravinto. Li abbiamo distrutti”.  Da poco aveva avuto la benedizione della Santa Sede per il Trattato del Laterano, detto anche “conciliazione”. A votargli contro fu una esigua pattuglia di senatori, capitanati da Benedetto Croce er il quale “Parigi non vale una messa”. Da tempo, del resto, era stato messo il bavaglio alla libertà di stampa e di associazione politica. Poiché il totalitarismo non ne ha mai basta, con la legge 19 gennaio 1939, n.129 la Camera, così ridicolmente elettiva, fu sostituita con quella dei Fasci e delle Corporazioni, la più numerosa e stolida della storia d'Italia, tutta di “nominati”.
  Venne spazzata via a fine luglio del 1943. Ma i guai ormai erano fatti.
  Qualcuno aveva avvertito il re sul rischio di identificare la monarchia correva con un governo autoritario, troppo autoritario e, in definitiva, antimonarchico: “Simul stabunt, simul cadent”. Il re era rigorosamente statutario: non metteva mano nella bassa cucina delle leggi elettorali. Né aveva alcun Organo al di sopra di sé. Ora l'Organo Supremo è la Corte Costituzionale, che può cassare le leggi promulgate dal Presidente della Repubblica. Orbene: il Presidente Mattarella non può ignorare che la legge elettorale in votazione replica molti dei vizi di quella vigente, dichiarata anticostituzionale dalla Consulta. 
Staremo a vedere se è come adempirà al mandato...
Aldo A. Mola
DATA: 03.05.2015

MONTALTO MARCHE: PRESENTATI GLI ATTI DEL CONVEGNO SU PAPA SISTO V

MONTALTO MARCHE: PRESENTATI GLI ATTI DEL CONVEGNO SU PAPA SISTO V
        Proficua, produttiva e positiva la presentazione degli Atti del Convegno “Il Papa ‘nSisto 2014”, quinta edizione, avvenuta giovedì 23 aprile in mattinata a Montalto Marche, nella splendida cornice della Concattedrale di Santa Maria Assunta.
Un nutrito gruppo di studenti delle classi quarto e quinto del Liceo Classico montaltese e dell’Istituto dè Liguori di Sant’Agata dei Goti in provincia di Benevento con i vari docenti intervenuti, insieme ad un altrettanto numeroso pubblico adulto, hanno attentamente seguito lo svolgersi dell’incontro, grazie ad interlocutori del calibro di Mons. Vincenzo Catani, del dott. Aniello Gatta e della dott.ssa Simona Musilli, del m° d’arte Rosina Bruni, del prof. Giarmando Dimarti e del prof. Claudio Lubrano. Il tema, non a caso: Sisto V.
Grazie all’eterogeneità dei temi affrontati, la platea è stata letteralmente rapita: dalla politica estera di Sisto V durante il Sacro Romano Impero Germanico al tributo riservato all’artista Ubaldo Ferretti, nella sua ultima opera, “Un busto per Sisto V”; dalla presentazione e spiegazione della Bolla in Coena Domini alla descrizione delle incisioni a bulino di Giovanni Guerra con una mostra allestita a tema dall’appassionato Alessandro Ciarrocchi, che ha curato anche la parte video, con un bel Video-Story del Convegno avvenuto nella città sannita nel maggio 2014. Mostra che sarà permanente al Museo Sistino montaltese fino al 20 agosto, per poi essere presentata al primo appuntamento delle “Giornate Sistine 2015”, il 23 agosto presso il Teatro dell’Arancio a Grottammare.
Come non notare quindi l’unione tra la Città di Montalto Marche e la Città di Grottammare? Rapporto reso ancora più forte dalla presenza, in cordialità ed amicizia, dei due Sindaci Raffaele Tassotti ed Enrico Piergallini, che hanno aperto la mattinata con un saluto davvero speciale.
Legame che ha visto collegati anche il parroco della Basilica Minore don Lorenzo Bruni, tutta la comunità parrocchiale con a capo gli insostituibili Luciana, Remo e Daniela; la Direttrice dei Musei Sistini del Piceno dott.ssa Paola di Girolami, il Presidente della Proloco Emanuele di Stefano e la Città di Fermo con il dott. Gabriele Spinucci e la presenza infine anche se da lontano, della Città Eterna, Roma, con la prof.ssa Erina Russo de Caro, responsabile nazionale Cultura dell'Unione Monarchica Italiana.
Gruppo Sistino quindi, che mette in cantiere ancora tanti altri lavori che saranno presentati nelle prossime edizioni, miranti a preparare il vasto pubblico di appassionati, storici e semplici curiosi all’evento del 2021: il 500° anniversario dalla nascita di Felice Peretti, poi Papa Sisto V.
DATA: 30.04.2015

RIFLESSIONI A MARGINE DEL 25 APRILE: A QUANDO UNA FESTA DELLA NAZIONE?

di Salvatore Sfrecola, dal blog "Un sogno Italiano"
        Il 25 aprile, appena ricordato nel settantesimo anniversario dell’insurrezione contro i tedeschi invasori e la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.), è senza dubbio una ricorrenza che nella storia d’Italia è certamente più importante di quanto sia stata e sia vissuta nella contrapposizione politica che l’ha caratterizzata per essersene, fin dall’inizio, impossessati alcuni partiti, in particolare il Partito Comunista Italiano. Sarebbe stato tutto sommato più semplice ricondurre la rivolta e la sua conclusione nei termini esatti che certamente gli storici, negli anni a venire, le riconosceranno come una reazione, diffusa in vasti strati delle popolazioni del Nord Italia, contro l’occupazione tedesca e il Governo di Salò. Variegate sono state, infatti, le componenti del movimento partigiano, in parte riconducibili a partiti, il comunista e il democristiano, in primo luogo, altre più “patriottiche”, come quelle che Eugenio Scalfari su La Repubblica di ieri definisce “monarchiche”, che più semplicemente si riferivano allo stato nazionale, strumentalmente definito “Regno del Sud”, più esattamente il Regno d’Italia. Erano reparti formati da militari che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che, mantenendo fede al giuramento prestato al Capo dello Stato, si erano mobilitati sulle montagne per sfuggire ai bandi di arruolamento della RSI e combattere gli invasori. Reparti sui quali si è tentato di stendere il velo del silenzio, proprio perché non riferibili a partiti politici, nonostante il loro sia stato un apporto certamente significativo alle operazioni militari per l’ovvia ragione che erano gli unici inquadrati ed addestrati all’uso delle armi.
In una visione realistica e corretta degli avvenimenti che hanno preceduto la rivolta contro gli invasori e la Repubblica di Mussolini (del cui ruolo gli storici scriveranno ancora per ricordare le azioni violente delle Brigate Nere, ma anche per segnalare che la repressione tedesca è stata in qualche misura condizionata e a volte frenata dalla presenza dell’alleato fascista), non si può fare a meno di riandare a quel 25 luglio del 1943 quando il Re mise fine al Governo fascista dopo un voto del Gran Consiglio sull’ordine del giorno Grandi concordato, com’è noto, con il Ministro della Real Casa, Duca d’Acquarone e con lo stesso Sovrano che il suo ministro aveva autorizzato a trattare con i dissidenti del regime.
Il fatto ha un ruolo cruciale nella dinamica degli avvenimenti successivi. Perché se l’Italia non avesse avuto un Re che, nonostante fosse stato abbandonato dalle forze politiche antifasciste fin dal 1922, impersonava comunque lo Stato e manteneva l’autorità suprema sulle forze armate, la defenestrazione di Mussolini non ci sarebbe stata. Se, cioè, l’ordinamento costituzionale fosse stato come quello della Germania nazista, con un Capo dello Stato asservito completamente al regime, anzi espressione del regime, l’Italia non avrebbe potuto giungere all’armistizio e definire una pace separata con gli alleati. In proposito vale la pena di ricordare le ricorrenti sollecitazioni di Hitler a Mussolini di “sbarazzarsi” della monarchia.
Questo quadro sfugge a molti perché non fa comodo, perché a quanti (Sturzo, Turati) non avevano voluto, alla vigilia della Marcia su Roma, assumersi la responsabilità di un governo che fermasse la rivoluzione fascista, è tornato agevole far ricadere su Vittorio Emanuele III le loro responsabilità, fino a definire “fuga” l’abbandono di una Roma militarmente indifendibile e possibile oggetto di rappresaglie degli anglo-americani e dei tedeschi. Anche dal Vaticano, oggi è accertato, erano venute significative sollecitazioni perché il Sovrano ed il Governo lasciassero la Capitale per evitare di farne un campo di battaglia che avrebbe portato alla distruzione dei più straordinari monumenti della civiltà romana e della cristianità.
Ma quella bandiera ammainata a Roma è rimasta a sventolare nei territori non occupati dai tedeschi e, ben presto è tornata a sventolare al Nord dove i reparti dell’esercito avevano formato le prime formazioni della resistenza antinazista. È un dato storico che non può essere ignorato e, del resto, nei giorni scorsi i documentari con i quali le televisioni hanno ricordato gli eventi di 70 anni fa, molti dei reparti che sfilavano a Torino, a Milano, a Bologna erano preceduti dalla bandiera nazionale, quella delle guerre del Risorgimento e della liberazione di Trento e Trieste. Ed anche dai balconi delle città in festa sventolava la stessa bandiera.
Queste considerazioni inducono a riflettere sulla circostanza che l’Italia, a differenza di altri nazioni, non ha una festa nazionale ma ricorda tante diverse occasioni della storia, il 25 aprile, ad esempio, il 4 novembre, ribattezzato festa delle forze armate, il 2 giugno, data del referendum che ha data la vittoria alla repubblica. Solamente nel 2011, nel centocinquantesimo dell’unità d’Italia fu ricordato il 17 marzo 1861, data della proclamazione ufficiale del Regno d’Italia. Quella deve essere la Festa della Nazione Italiana perché quel giorno il Parlamento subalpino, divenuto italiano, ha votato la legge che ha proclamato la costituzione dello Stato nazionale unitario succeduto agli stati che avevano disegnato la geografia politica della penisola dopo il Congresso di Vienna.
Quella data, solo quella, può dare il senso dell’unità della Nazione, così contribuendo a superare i particolarismi culturali ed economici che negli anni successivi al 1861 e ancora oggi alimentano contrapposizioni, anche di interessi, che è necessario superare in un’ottica di sviluppo economico e sociale all’interno dell’Unione Europea.
Salvatore Sfrecola
DATA: 29.04.2015

IL GIORNALE INTERVISTA IL CAPO DI CASA SAVOIA
"Ho voluto i Savoia in Italia e mio cugino me le ha suonate"

IL GIORNALE INTERVISTA IL CAPO DI CASA SAVOIAIl principe Amedeo di Savoia Aosta sembra il ritratto del gentiluomo di campagna. Alto più di uno e novanta, magro e ancora atletico, accoglie in maglione i visitatori nel bel casale di Castiglion Fibocchi, a pochi chilometri da Arezzo. Da qualche anno ha venduto ai Ferragamo la storica tenuta del Borro, dal 1904 di proprietà di famiglia.
           "La crisi non è iniziata ora. La proprietà era enorme, 500 ettari, avevamo una ventina di dipendenti, producevamo vino ma non eravamo né gli Antinori né i Frescobaldi. Si faceva sempre più fatica a tener dietro a tutto". Si è trasferito a pochi chilometri di distanza e a 71 anni compiuti si divide con la seconda moglie Silvia Paternò di Spedalotto tra la Toscana e Pantelleria, l'isola dove ha una casa e dove coltiva la sua grande passione, la botanica. È diventato un grande esperto di piante grasse ed è presidente della Fondazione siciliana Herborarium. Parla volentieri della sua famiglia e dei suoi incontri: "Nella mia vita non ho fatto molto ma ho visto molto. E ho conosciuto persone davvero straordinarie. È la fortuna di essere nato in un palazzo reale". Si rabbuia per un attimo solo quando gli si chiede del cugino Vittorio Emanuele. "Non mi fa particolarmente piacere parlarne... È che abbiamo tutti combattuto perché il suo esilio finisse e potesse tornare in Italia. Il modo poteva essere diverso".
Oggi che rapporti ha con lui?
"Per fortuna non ci sono rapporti particolari. Dico per fortuna perché visto quel che è successo l'ultima volta che ci siamo incontrati..."
Ci scappò quasi una rissa.
"Eravamo al matrimonio del Principe Felipe, oggi Re di Spagna, il figlio di Juan Carlos. Ho visto mio cugino, era voltato, gli ho battuto con la mano sulla spalla per salutarlo. Lui si è girato e mi ha mollato all'improvviso due cazzotti. Io non ho reagito, è arrivata Marina Doria, che ha portato via il marito".
Vittorio Emanuele l'ha anche denunciata per l'uso del nome Savoia.
"Mi è capitato di firmare dei documenti come Amedeo di Savoia e la sua tesi è che né io né mio figlio Aimone abbiamo diritto di chiamarci Savoia. Faccio notare che Savoia Aosta è molto semplicemente il mio cognome, su tutti i documenti questa è la dizione ufficiale. Ho trovato la vicenda un'assurdità".
Lei però produceva vini a marchio Savoia Aosta e in primo grado è stato condannato.
"Il fatto è che mio cugino ha registrato come marchi e brevetti commerciali i nomi legati alla storia della famiglia. Io e mio figlio siamo stati condannati in primo grado a un risarcimento di 164mila euro a testa. Poi però in appello a Firenze sono stato assolto e adesso stiamo aspettando un terzo giudizio che dovrebbe arrivare entro l'anno. Certo, non è una bella storia. Io ho ancora i conti correnti bloccati, mio cugino è arrivato a dire che avrebbe chiamato Savoia Aosta i suoi maiali...".
E poi c'è il nodo centrale, quello della successione dinastica: la Consulta dei Senatori del Regno ha dichiarato che è lei il legittimo pretendente al trono e suo cugino ha perso ogni diritto per aver sposato Marina Doria. Vittorio Emanuele ha dichiarato invalida la pronuncia e sciolto la Consulta. Adesso di Consulte ce ne sono due e ognuna sostiene il proprio candidato.
"Ci sono delle lettere molto chiare di re Umberto. Quando Vittorio Emanuele stava sposando una sua precedente fidanzata gli ricordava la necessità del suo consenso, pena il rischio di perdere i diritti ereditari. Perché il nodo è questo: non il fatto di aver sposato una borghese ma l'obbligo del consenso paterno. Guardi Felipe di Spagna: ha sposato una borghese, Juan Carlos si è affrettato a dare il suo via libera, Felipe ha sposato chi ha voluto e adesso è re".
E in questo caso il consenso non c'è stato?
"Re Umberto era così profondamente contrariato dal matrimonio che proibì a tutti i parenti di partecipare alla cerimonia. Quanto alla Consulta c'è solo quella voluta e nominata da re Umberto per dirimere le questioni dinastiche. L'altra è una sorta di associazione privata voluta da mio cugino. Tenga presente comunque che qui non si parla di una successione a un trono che non c'è più".
Che cosa intende?
"Crede che sia realisticamente possibile che l'Italia torni ad essere un regno, almeno in tempi prevedibili? Tra l'altro io stesso, come ufficiale di marina, ho giurato fedeltà alla Repubblica. Qui non c'è in gioco nessuna corona ma il ruolo di capo della Casa, il custode di valori di una tradizione, quella dei Savoia, che ha fatto la storia d'Italia. Di questo si parla".
E da sempre il ramo dei Savoia Aosta è stato un po' una spina nel fianco dei Savoia regnanti.
"Ma no, in Italia siamo sempre al Coppi contro Bartali. Siamo portati a vedere ovunque dualismi e rivalità. E se non ci sono le si creano. Il mio bisnonno Amedeo, primo Duca d'Aosta, fratello di re Umberto, fu chiamato a diventare re di Spagna, Dopo tre anni abdicò e tornò in Italia portando alcuni suoi ex sudditi spagnoli, che gli si erano affezionati e che continuavano a chiamarlo Maestà. Bastò per alimentare il pettegolezzo di corte: era considerata una mancanza di rispetto".
Nella sua famiglia non mancano comunque le personalità spiccate. Per esempio i figli del re di Spagna Amedeo di cui stavamo parlando: Emanuele Filiberto, comandante della Terza armata durante la Prima guerra mondiale, detto il «Duca invitto» perchè i suoi soldati non conobbero sconfitte. Oppure il fratello Luigi Amedeo, l'esploratore.
"In famiglia non siamo mai stati “ingessati”. Abbiamo sempre avuto grande rispetto per la tradizione ma anche grande modernità. Luigi Amedeo, per esempio, è più conosciuto all'estero che in Italia per le sue spedizioni in mezzo mondo: dall'Uganda all'Alaska, fino alla Siberia. Conquistò un numero impressionante di vette, tutte, ovviamente dati i tempi, senza maschere di ossigeno. Solo Messner un secolo dopo è riuscito ad eguagliarlo".
Poi la storia di famiglia continua con suo zio Amedeo, nella Seconda guerra mondiale comandante delle truppe italiane in Africa orientale, l'eroe dell'Amba Alagi, e suo padre, Aimone, per poche settimane re di Croazia.
"Mio padre era ufficiale di marina. Nel 1941 Mussolini e il capo degli ustascia croati Ante Pavelic si accordarono per assegnare a un principe italiano la corona di Zagabria. Venne scelto lui, che non voleva assolutamente saperne. Diceva di non avere ambizioni politiche, di non parlare croato, di non sapere nulla dei croati e della Croazia. Accettò solo per senso del dovere dinastico. Poi gli eventi della guerra gli impedirono di andare a prendere possesso del trono. E con l'8 settembre ricevette l'ordine di unirsi al resto della famiglia reale nel Sud Italia".
Sua madre invece rimase a Nord.
"Mia madre era a Firenze e poche settimane dopo l'armistizio, il 27 settembre del 1943, sono nato io. Per mesi mio padre non seppe nemmeno se ero vivo. I tedeschi ci rinchiusero a Innsbruck. Per mia mamma fu un periodo durissimo anche se non eravamo proprio in un campo di concentramento perché io ero una preda interessante. A Berlino si valutò la possibilità di creare una nuovo regno d'Italia e io avrei dovuto esserne il re. La prospettiva gettava nella disperazione mia madre: non voleva tradire la dinastia, e di fronte a un'offerta formale avrebbe dovuto fare una scelta drammatica. Solo a guerra finita nel maggio del 1945 incontrai per la prima volta mio padre".
In futuro il titolo di Duca d'Aosta passerà al suo figlio maschio, Aimone, che fa il manager.
"Sì, ormai da molti anni vive in Russia. Era andato a Mosca a lavorare per la Merloni e poi è rimasto. Adesso è presidente della Pirelli russa. Ha vissuto il ritorno della tradizione pre-sovietica, il recupero dell'aquila imperiale, delle cerimonie sfarzose, con l'ostentazione dei simboli di un passato zarista. Forse anche per questo è per molti versi più tradizionalista di me".
A proposito di tradizione, non sembra un grande momento per le monarchie. Le corone di Juan Carlos e la regina Elisabetta, entrambi suoi cugini, hanno visto periodi migliori. In Spagna pesano gli scandali. A Londra una successione legata a una figura enigmatica come il principe Carlo.
"Felipe è preparato e in gamba. Ha già fissato paletti precisi per migliorare la moralità della vita pubblica. Quanto al principe Carlo ci andrei piano con i giudizi. La storia è piena di eredi circondati dallo scetticismo generale che poi si sono rivelati grandi sovrani. Aspettiamo e vedremo".
DATA: 27.04.2015

LA GIORNATA DEL 25 APRILE

        Lo scorso 25 aprile, dando uno sguardo alle principali agenzie stampa sui fatti del giorno, molte sono state le notizie che ci hanno offerto spunti di riflessione. Il capo dello stato, uomo mite e silente forse scelto perché l’ombra del Quirinale non tolga il sole a Palazzo Chigi, nega ogni equiparazione tra le parti (si mettano il cuore in pace i sostenitori della doverosa concordia nazionale poiché la damnatio memoriae per i caduti RSI non viene meno) ed invoca la festa di tutti. Quanta differenza dalle parole che ebbe il Capo di Casa Savoia in una celeberrima intervista nella quale, saggiamente, invocava la pace tra le parti ed il superamento di antichi rancori! Seguono l’illustre presidentessa della camera ed il cooptato presidente del consiglio. Qualche dubbio sulle loro letture a tema, non ce ne vogliano, viene. Sul tardo pomeriggio l’Adnkronos che mette maggiore tristezza: A Milano fischiati i combattenti della Brigata Ebraica. Fischiati, temo, da masse di giovanotti avvolti in bandiere rosse o palestinesi invasati da rancori ed odio immotivati. Se andassimo a chiedere loro dell’Organizzazione Franchi, della Brigata Majella o di Sogno piuttosto che di Martini Mauri non saprebbero dare risposta. Del resto per loro chi non era nelle Garibaldi aveva la coscienza sporca. 25 aprile 2015 altra occasione perduta. Chi aveva il dovere di parlare di riconciliazione e memoria condivisa ha ritenuto utile tenere ben alti i muri e ben profondi i fossati che ancora dividono un popolo che ormai, per la maggiore, non c’era a quei tempi e non ha vissuto. Spesso, purtroppo, nemmeno sa. Del resto i padroni del vapore repubblicano non capiranno mai, o mai vorranno capire, che la gioiosa giornata primaverile sarà festa per tutti quando nei cortei e nelle celebrazioni potranno esserci le bandiere monarchiche, liberali, cattoliche, azioniste, repubblicane, israelite e via discorrendo. Quelle di chi la resistenza la fece con il cuore in mano e senza secondi fini. Loro c’erano ma oggi farebbero la fine che fece Paolo Brichetto della Franchi. Fischiati e calunniati nella migliori delle ipotesi. Bastonati dallo squadrismo dei “gendarmi della memoria” nella peggiore. In Italia il 25 aprile si vive così: Se va bene da separati in casa se va male volano i piatti!
Alessandro Mella – Consigliere Nazionale UMI
DATA: 27.04.2015

IL COMANDANTE SUPREMO LUIGI CADORNA QUEL SOLCO TRA POTERE POLITICO E POTERE MILITARE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26/04/2015
              
Gen. Luigi Cadorna              Parafrasando Alessandro Manzoni, si può dire “Brutta cosa è perdere la guerra, italiano mio”, anziché “brutta cosa  è nascere povero, Renzo mio”, come ruvidamente scrisse “don Lisander”. Dunque: la resistenza, la guerra  partigiana, l'antifascismo? E' retorica, spesso divisiva, come ha ricordato Dino Cofrancesco in “Il Giornale”. Nel “Corriere della Sera” Aldo Cazzullo ha deplorato il “silenzio a volte calato sulle figure dei liberali e dei cattolici”, ma non ha scritto una parola sui monarchici, sui militari, sul Corpo Italiano di Liberazione, su Vittorio Emanuele III, il sovrano che impose a Mussolini le dimissioni e salvò l'Italia sull'orlo della debellatio, della spartizione tra i vincitori, come quella della Germania dal 1945 al 1990. A unire gli italiani, ma in negativo, è invece il Trattato di Pace sottoscritto a Parigi alle 11.15 del 10 febbraio 1947. Lì tutti gli italiani furono accomunati: nella sconfitta e nell'umiliazione del loro Stato. L'ambasciatore, marchese Antonio Meli Lupi di Soragna, firmò con la propria stilografica e impresse sulla ceralacca il suo sigillo personale. L'Italia protestò con forza contro condizioni imposte senza negoziato, destinate a comprometterne il futuro con la privazione non solo delle colonie acquisite prima del 1922 ma anche con l'amputazione del territorio nazionale, a ovest e soprattutto a est. I vincitori (tra i quali figurarono  l'Austria, nel 1938 smaccatamente filohitleriana, la Repubblica di Bielorussia, l'Etiopia, la Nuova Zelanda, il Brasile, il Canada, la Jugoslavia di Tito...) non riconobbero alcun valore al sacrificio di antifascisti, resistenti, partigiani. Ribadì le durissime condizioni imposte il 3 e il 29 settembre 1943, quando il governo italiano a malapena ottenne che fosse accettata la sua richiesta di “resa incondizionata” e si pose rassegnatamente in ginocchio a cospetto delle Nazioni Unite. Si rialzò, ma di poco, grazie a Vittorio Emanuele III e alle Forze Armate (incluso il Corpo Volontari della Libertà comandato nell'Alta Italia dal generale Raffaele Cadorna, figlio di Luigi), che rappresentavano la continuità dello Stato, ma a guerra finita fu rimesso in castigo. 
   La narrazione corrente sulla “liberazione” è storiograficamente inconsistente. Ed è anche diseducativa, perché non aiuta a capire quale sia stata e rimanga la condizione effettiva dell'Italia: un rapporto dispari con gli alleati dotati di arsenale nucleare e in specie con gli USA, che fanno il bello e il cattivo tempo, come insegnano tante vicende tristi e mortificanti. Dal 1949 l'Italia fa parte di un'Alleanza senza il cui scudo cadrebbe preda del primo incursore. Ma la condivisione della NATO non può far dimenticare perché Benedetto Croce e altri grandi spiriti della Terza Italia votarono contro il Trattato di Pace: un diktat “immorale” proprio perché pretendeva di “insegnare la morale” ai Paesi vinti, come l'Italia, e si impancava a spiegare che cosa possano o non debbano fare i sovrani e i governi per i propri popoli. Nessuno tra i vincitori aveva diritto di ergersi a campione di morale internazionale: non gli Stati Uniti d'America, che avevano chiuso la guerra col Giappone a colpi di bombe atomiche; non la Gran Bretagna, che aveva assecondato la Germania di Hitler; né l'Unione Sovietica (a Stalin mancò solo il Nobel per la pace; per il resto ebbe elogi  di tutti i tipi, come ne ottenne Kruscev quando nel 1956 spianò l'insurrezione ungherese con i carri armati, applauditi da tanti comunisti rampanti quali Giorgio Napolitano).
   Alla catastrofe del settembre 1943 l'Italia arrivò dopo anni di divaricazione tra potere politico, arrogante, supponente e fatuo (incarnato da Benito Mussolini, da Galeazzo Ciano, dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, una pletora di “nominati” che conoscevano a malapena gli interessi della loro categoria), e potere militare, che aveva il merito di aver comunque vinto la Grande Guerra, pacificato la Libia, conquistato l'Etiopia, combattuto in Spagna con merito riconosciuto. Nelle imprese coloniali i militari usarono  anche metodi duri, non peggiori, però, di quelli impiegati dalle “democrazie” o dal “civilissimo” Belgio, che nel 1960 lasciò il Congo senza che neppure un congolese avesse raggiunto un diploma di scuola superiore o il grado di ufficiale. Per Bruxelles i negri dovevano rimanere in stato permanente di inferiorità.
   All'origine dei nostri guai vi fu proprio la divaricazione tra potere politico e Forze Armate: dilettanti da un lato, professionisti delle armi dall'altro. Per capirlo, occorre ricordare che gli ultimi a volere guerre sono proprio i militari perché ne conoscono i rischi, a differenza di quanti ne chiacchierano ignari, come certi ministri dei giorni nostri: quello degli Esteri, dalla gentiloniana zazzera al vento, o della Difesa (rigida nell'andatura più che nella sostanza), corrivi a esternazioni subito corrette e smentite. Discorrere anziché pensare è' vizio antico dei “politici”. Per bloccare l'azzardo di Mussolini, che smaniava di entrare in guerra a fianco della  Germania di Hitler, furono i militari: approntarono la famosa “lista del molibdeno”, cioè la chilometrica richiesta di aiuti materiali di cui l'Italia necessitava per prepararsi a scendere in campo,si, ma solo nel 1942. Sennonché nel giugno 1940  il “duce” ebbe fretta nell'illusione che la partita stesse finendo. Pretese di farvi da arbitro, ma entrò in gara  anziché rimanere nella posizione di neutralità vigile e armata raccomandata da Giolitti nel 1914-1915. Da arbitro divenne giocatore e non senza ambiguità. Finì nel disastro. E' del tutto secondario continuare a domandarsi se a intervenire il duce sia stato spinto o indotto per suggestione di Churchill o del presidente della repubblica francese. Sbagliò. E pagò caro, di persona. Ma purtroppo a subirne le conseguenze furono gli italiani. Per decenni. Lo scontano ancora oggi con tragici effetti collaterali delle guerre condotte dal loro alleato dominante. Perciò, consce della propria irrilevanza, anziché rivendicare il controllo della politica estera, le Camere discutono del sesso degli angeli e a occhi bendati votano leggi che (ed è il caso dell' “Italicum”: mai nome fu scelto peggio) derubano il cittadino della poca residua sovranità. E il Presidente della Repubblica? Starà solo a guardare stringendosi nelle spalle?
   Il dramma in corso arriva da lontano, dal “colpo di Stato” del maggio 1915. Luigi Cadorna (1850-1928), Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, solo il 6 maggio 1915 apprese che l'Italia doveva scendere in guerra entro il 26 seguente: tre settimane per affrontare l'esercito austro-ungarico, tra i più forti d'Europa. In carica dal 10 luglio 1914, da  mesi Cadorna aveva chiesto al governo la mobilitazione generale con tre obiettivi: assicurare il numero adeguato di uomini per affrontare l'impresa; organizzare la logistica; preparare gli animi dei combattenti. Le sue insistenti e ragionate richieste non furono prese in considerazione dal governo, presieduto da Antonio Salandra, con Sidney Sonnino agli Esteri, perché i “politici”giocavano su due tavoli. Se avesse dichiarato la mobilitazione  generale (competenza  del potere politico, non dei militari) uomini e mezzi sarebbero stati concentrati non nell'Italia nord-occidentale, verso la Francia, ma nel Lombardo-Veneto, contro l'Impero di Francesco Giuseppe d'Asbuurgo. E quindi sarebbe risultato palese che le trattative per ottenere “compensi” in cambio della neutralità servivano solo a prendere tempo, cosa che del resto Vienna e Berlino sapevano ma fingevano di non vedere mentre si preparavano ad affrontarne l'assalto .
   Il governo consentì la “mobilitazione occulta”, cioè frenetici preparativi studiati e messi a punto da Cadorna, affiancato dal suo vice, Carlo Porro, che fu tra i massimi protagonisti della guerra ma a torto viene dimenticato, come accade a chi “porta la croce”. La “logistica” è molto diversa dalle piazzate, dai discorsi dal balcone, dagli articoli di giornali e riviste, dall'eccitazione artificiosa che dominò gli umori in Italia nella primavera 1915. Essa si sostanzia nel provvedere alla immensa preparazione materiale della guerra: armi e munizioni, caserme, viveri, mezzi di locomozione (dai quadrupedi, di cui l'Italia difettava e che furono acquistati a peso d'oro nelle Americhe, agli automezzi), vestiario, rete di comunicazioni (telegrafo, telefono, ascolto del nemico nelle diverse lingue, uffici cifra...). Non solo: occorreva affilare le armi dello spionaggio e del controspionaggio, tanti mobili della guerra vera, che non è fatta solo di bombardamenti, fucileria, assalti alla baionetta, cariche di cavalleria..., ma anzitutto di informazione e disinformazione.
   Cadorna ebbe, tra altri, due assilli fondamentali: la carenza di armi e l'impreparazione degli animi, due facce di una stessa medaglia. Dall'agosto 1914 la guerra aveva mostrato il suo volto nuovo: la necessità di enormi dotazioni di bocche da fuoco e di proiettili. Nel 1915 la macchina industriale italiana produceva appena 2500 fucili al mese e un numero modesto di cartucce. L'esercito era dotato in massima parte di armi antiquate. Doveva passare da 300.000 ad almeno 800.000 uomini. Per fornirgliene, e di moderne, in misura minima, a quel ritmo sarebbero occorsi molti anni per armarlo a dovere. Non solo. Mancavano soprattutto cannoni a tiro rapido e mitragliatrici (l'arma principe della Grande Guerra). I reparti di prima linea difettavano persino di cesoie per tagliare i reticolati nemici, i famosi “cavalli di Frisia”, operazione necessaria per aprire varchi e lanciare reparti destinati a spezzare la resistenza nemica.
  L'altro verso della medaglia era l'addestramento delle truppe, che a sua volta comportava la  preparazione tecnica e il coinvolgimento ideale e psicologico dei combattenti nella Guerra della Nazione. L'esercito combattente sarebbe stato composto da una marea di reclute prese dai campi, dalle valli, dai centri urbani (con eccezione degli  addetti alle industrie dichiarate “ausiliarie”: in generale alfabetizzati e più aggiornati sulle vicende politiche), dal terziario e dal piccolo impiego. Vennero mobilitati anche “seminaristi” in età di servizio militare, dispensati dal combattimento ma a contatto quotidiano con l'atrocità della guerra: i feriti, i moribondi, il conforto dei condannati a morte, con lo straziante “rosario” degli ultimi minuti. Per inquadrare gli uomini occorrevano ufficiali inferiori e sottufficiali, di cui però l'Esercito difettava. Il “mestiere delle armi” non è frutto di improvvisazione. Men che meno lo è la preparazione “morale”: l'accettazione dell'attacco nella quasi certezza della morte. Occorse  molto tempo prima di ottenere, come accadde, che la truppa uscisse dalle trincee gridando “Savoia!”e piangendo al tempo stesso, agli ordini di ufficiali e graduati che si esponevano per primi, perché dovevano essere di sprone con l'esempio.
    Non fu Cadorna a volere la guerra. Fu il governo. Da Capo di Stato Maggiore asceso a Comandante Supremo, egli e i suoi stretti collaboratori, a cominciare da Emanuele Filiberto duca di Aosta, comandante della III Armata e oi Luigi Capello, comandante della II Armata, fecero del loro meglio. Il governo no. Soprattutto non provvide a finanziare lo sforzo economico al quale il Paese era chiamato. L' “accordo di Londra” del 26 aprile 1915, che decise l'intervento  dell'Italia a fianco dell'Intesa, ebbe come corollario un prestito di 50-60 milioni di lire, sufficienti ad alimentare la macchina militare per poco più di un mese. Nel corso del conflitto l'Italia spese più di 5 miliardi, cento volte di più di quanto previsto. L'industria bellica impostò la produzione (in specie di cannoni e di aerei) a proprio carico, un anno prima che venissero stipulati  i contratti per la consegna dei materiali. Invece, quando a suo tempo preparò la guerra, per fronteggiarla uno statista vero quale Camillo Cavour elevò subito le imposte dirette, come nel 1914 fece la Gran Bretagna. Il ministero Salandra-Sonnino, invece, lanciò un Prestito Nazionale decennale, cioè indebitò lo Stato a vantaggio dei sottoscrittori (che erano ovviamente gli abbienti), anziché imporre loro il concorso con il ruvido aumento delle tasse.
  Come osservò il generale Angelo Gatti, storico obiettivo, in sintesi il governo disse al Comandante Supremo: “Prendi l'esercito come è, e vinci la guerra”. I “politici” non fecero da cinghia di trasmissione tra il Paese e le Forze Armate, costrette a far fuoco con la poca legna fornita dal governo. Poiché fu l'Italia a scendere in campo, l'Esercito doveva  attaccare e, al tempo stesso, doveva prepararsi alla controffensiva, scongiurare il pericolo che l'impero asburgico (cioè austriaci, ungheresi, croati, sloveni, boemi, una ventina di etnie...) irrompessero nei suoi confini e arrivassero a Verona. Sarebbe stata la fine della monarchia e dell'unità nazionale. Le lancette della storia sarebbero tornate indietro di secoli. Convinto che la  partita si sarebbe chiusa in pochi giorni, nel giugno 1940 Mussolini (che si credeva anche uno stratega) decise l'intervento a fianco di Hitler ma ordinò la difensiva su tutti i fronti, tranne che in Africa Orientale:un piano contraddittorio. Il governo Salandra-Sonnino esigeva invece vittorie napoleoniche, l'avanzata  travolgente, senza sapere o capire che, con le Alpi alle spalle, agli austriaci bastava un velo di uomini per fronteggiare gli italiani, il cui esercito aveva appena una mitragliatrice per ogni chilometro, un uomo ogni 20 metri di fronte e pertanto non era in grado di sferrare alcun colpo di maglio decisivo.
   Il 2 giugno 1915 Salandra pronunciò in Campidoglio un discorso prolisso e vacuo, “manifesto” del “sacro egoismo”, secondo lui; in realtà specchio della sua miopia. Il Paese, egli disse, si sarebbe battuto per l' “Italianità” (che nessuno metteva in discussione), per “un confine militare sicuro”, che non era affatto minacciato, per “una posizione strategica nell'Adriatico meno malsicura”. Erano parole che nascondevano la realtà. I “termini naturali” rivendicati da Cadorna non erano affatto quelli contenuti nell' “accordo di Londra”, che omise Fiume e incluse invece terre dalla “italianità” indimostrata.  Del resto il governo non consultò mai il Comandante Supremo sugli obiettivi dell'intervento. Ma lo scopo vero di Salandra era preminentemente di politica interna, come bene spiega Luigi Compagna nel saggio “1915. La guerra contro Giolitti” (ed. Rubbettino). Dopo un anno di braccio di ferro con Cadorna, Salandra cadde; il governo seguente, presieduto da Paolo Boselli, non fu all'altezza del compito. I “politici” profittarono della ritirata dall'Isonzo al Piave per sostituire Cadorna con Armando Diaz. Il nuovo presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, si spinse a dire al nuovo Comandante Supremo che una nuova sconfitta era meglio della stasi: una pretesa allucinante, giustamente ignorata da Diaz, al quale va il merito della Vittoria. Diversamente l'Italia sarebbe finita come poi accadde nel 1943-47. Brutta cosa è perdere una guerra; poi è duro risalire la china: richiede l'unità morale che, oggi non meno di ieri, non si fonda su chiacchiere vanesie. Ma chi si interroga sullo strumento militare della Quarta Italia?
Aldo A. Mola
DATA: 26.04.2015
     
1915: MAGGIO RADIOSO O COLPO DI STATO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 19/04/2015
              
Calendario Reale 2015           Il 28 luglio 1914 Ferdinando Martini (1841-1928), deputato dal 1876, già ministro dell'Istruzione nel primo governo Giolitti (1892-1893), governatore dell'Eritrea (1897-1907) e ministro delle Colonie nel primo governo Salandra, decise di tenere un Diario per ricordare “ciò che ho detto ed ho fatto, ciò che fu detto o fu fatto da altri e da me insieme”. “Siamo sotto la minaccia di avvenimenti gravissimi – annotò -. L'orizzonte si fa ogni giorno più oscuro (…) L'Europa rischia di divenire un compiacente morto alla mercé dell'America e dei popoli dell'Estremo Oriente. (…) Che ne sarà di noi? (…) In sostanza il problema è questo e pare, e forse è, insolubile; l'Italia non può fare la guerra e non può non la fare (…). Salus patriae suprema lex”: la salvezza della patria è legge suprema. Il regno d'Italia aveva appena 53 anni. La capitale era Roma da soli 44. Pochi per una persona, appena un'increspatura nel corso della storia perché l'Italia fosse già uno Stato maturo. Come ricordano i suoi biografi Guglielmo Adilardi e Carlotta Lenzi Iacomelli, fu proprio Martini a coniare la famosa formula “fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani”, attribuita a Massimo d'Azeglio.
   Contro le previsioni dei tedeschi e dei germanofili, pur avendo aggredito il Belgio per aggirare le difese francesi, Berlino non piegò Parigi con una “guerra lampo”. L'Austria-Ungheria prevalse sulla Serbia, ma la Russia resse. A metà settembre 1914 fu chiaro che la conclusione della partita era rinviata almeno all'anno seguente. Non era più un conflitto tra sovrani, governi, eserciti, ma tra sistemi politici, che facevano leva sui propri abitanti e sulle proprie risorse: le “nazioni”, gli imperi, i domini coloniali. Da quando entrarono in campo, i singoli Stati non s'interrogarono più sui motivi della guerra, ma su come uscirne vittoriosi. Un'efficace sintesi del quadro europeo è offerta da Jean-Jacques Becker in 1914. L'anno che ha cambiato il mondo (ed. Lindau).
    A loro volta i Paesi neutrali si domandarono sino a quando sarebbe potuto durare il loro “stato di grazia”. Fu il caso dell'Italia, che aveva colonie di scarso rilievo economico, un sistema produttivo ancora modesto, dipendente dall'acquisto di materie prime all'estero, e risorse alimentari insufficienti. Prima o poi si sarebbe dovuta schierare. L'Italia, è vero, era legata dall'alleanza difensiva con Vienna e Berlino dal 1882, ma anche da accordi con la Gran Bretagna (1887), da un patto di non aggressione con la Francia (1902) e da un'intesa con la Russia per tutta l'area balcanica (1909). Per ripianare le spese enormi e impreviste della sovranità sulla Libia e per avvicinare le condizioni del Mezzogiorno e di tante plaghe arretrate alle aree meglio attrezzate, l'Italia aveva bisogno di pace. I pericoli però non provenivano solo dall'esterno, cioè dalla possibile aggressione da parte di uno dei due blocchi in lotta per accaparrarsi territori e risorse e assicurarsi la vittoria. Ve n'erano anche all'interno. Alcune minoranze rumorose (nazionalisti, repubblicani, settori dei radicali e di socialisti rivoluzionari...) chiedevano a gran voce di agire armi alla mano, come prova di virilità, per ottenere il “confine naturale”. Al coperto agivano associazioni che avevano un piede sulla soglia delle Istituzioni, un altro nel magma della cospirazione. Era il caso del Grande Oriente d'Italia e della Carboneria, tornata improvvisamente attiva.
   Il 16 settembre 1914 Martini confidò al Diario: “o la guerra o la rivoluzione”. Il giorno prima aveva esortato Salandra a predisporre il cambio di alleanze, con “preparazioni diplomatiche, intese particolari e non incerte stipulazioni”. Il 4 ottobre 1914, inguaribilmente malato, il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, neutralista ma al tempo stesso deciso a mettere in sicurezza il Regno, comunicò a Salandra “i punti sostanziali dell'accordo da stipulare fra l'Italia e le potenze della triplice Intesa” in lotta contro gli Imperi Centrali, alleati di Roma. La salus Patriae imponeva di guardare lontano e di non scartare nessuna via. Il suo Memorandum si apriva con la richiesta che gli anglo-francesi creassero il casus belli, cioè la ragione della rottura tra l'Italia e l'impero austro-ungarico con una operazione navale nell'Adriatico, suscitando negli italiani l'onda emotiva che ancora mancava. San Giuliano non voleva che Roma fosse giudicata destabilizzatrice della poca pace ancora in atto. Salandra ne ponderò il piano, lo fece esaminare dal segretario generale del ministero degli Esteri, Giacomo De Martino, da Sidney Sonnino, futuro ministro egli Esteri, e da Martini, che era orgoglioso di aver chiesto l'intervento a fianco dell'Intesa (“l'atto più importante della mia vita politica”), ma lo tenne nel cassetto: una riserva in attesa degli eventi. L'imminenza dell'autunno e l'impreparazione dell'esercito escludevano passi avventati.
   Il 5 novembre Salandra e i ministri del suo secondo governo prestarono giuramento al re, insolitamente di “buon umore”. Ai margini della cerimonia, Sonnino confidò a Martini che  se a guerra finita l'Italia non avesse acquisito le terre “irredente” (Trento, Trieste, l'Istria...), la monarchia sarebbe stata spacciata, travolta dall'insorgenza di nazionalisti e repubblicani. Ma che cosa pensava davvero Vittorio Emanuele III? Rimaneva un enigma. Lo era dall'inizio della crisi. Il 29 luglio del 1914 il re assisté al Pantheon alla messa nell'anniversario dell'assassinio del padre e lasciò subito Roma per Sant'Anna di Valdieri. Ma il 1° agosto, anche se la sua salute non era ottimale, tornò nella calura della capitale perché in quei frangenti v'era bisogno di lui. Molti “monarchici” si impancavano a dire che cosa il re avrebbe dovuto pensare e fare. Fu il caso di Martini.
   Il 26 aprile 1915, dopo otto mesi di dubbi ed esitazioni, il governo sottoscrisse a Londra l'accordo, scritto in francese, che impegnò l'Italia a entrare in guerra contro “tutti i nemici” della Triplice Intesa entro un mese dalla firma. Il re, però, rimaneva taciturno: attendeva che il governo ottenesse il favore del Parlamento. Ma alla Camera l'interventismo era debolissimo. Anche secondo Salandra esso contava appena 120 voti sicuri su 508, per di più poco rappresentativi delle regioni più industrializzate e popolose, nelle quali erano invece fortissimi i socialisti, i cattolici e i seguaci di Giolitti, tutti favorevoli alla neutralità e a trattative diplomatiche per ottenere compensi senza l'azzardo della guerra. Il 24 aprile Martini annotò: “Il Re ha il difetto d' esser troppo... come debbo dire? moderno. Non crede egli stesso alla Monarchia o almeno all'avvenire delle monarchie; nato borghese, sarebbe stato repubblicano e forse socialista. E' intelligente e colto; ma a furia di non credere nella propria forza ha finito col perderla. (…) Oggi nessuno si occupa di lui, di sapere, in momenti così gravi, quale sia la sua opinione, a quale meta egli miri, quale via sia per battere: se alcuno pensa a lui è per lagnarsi ch'egli non si faccia valere, che si nasconda anzi...”. Per il 5 maggio, per chiamare alla guerra, gli interventisti programmarono a Quarto di Genova la celebrazione della partenza dei Mille garibaldini. Sventolarono centinaia di labari massonici. A Salandra, che gli chiese di prendervi la parola, Vittorio Emanuele rispose gelidamente: “se devo andare, andrò, ma quanto a discorrere discorrerà lei o uno dei suoi colleghi... io no di certo”. Non amava la retorica.
   Il 1° maggio, mentre a Torino e in altre città si svolgevano imponenti manifestazioni contro l'intervento, Sonnino - mentendo sapendo di mentire - dichiarò in Consiglio dei ministri di temere che le trattative in corso con l'Intesa divenissero note, e che, “per questione anche morale”, l'Italia doveva “aver tolto i legami con le Potenze centrali” prima di compiere il salto della quaglia. Informò che i nuovi accordi erano “avanzatissimi”. In realtà, come detto, erano già stati sottoscritti a Londra. Solo il 6 maggio il ministro degli Esteri notificò ai colleghi che l'Italia doveva “entrare in campagna non oltre il 25 o 26 del mese” per accordi il cui contenuto, però, non comunicò.
   Da quel momento il governo si trovò tra l'incudine e il martello. Aveva bisogno del consenso del Parlamento, ma per ottenerlo doveva scatenare la “piazza”, intimidire i rappresentanti della nazione, metterli con le spalle al muro e ottenere i pieni poteri. Il 10 maggio 1915, quando ormai era troppo tardi, l'ex presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, fautore della “neutralità vigile e armata”, arrivò a Roma in treno. Accolto da una manifestazione ostile orchestrata da politici malavitosi, l'11 fu ricevuto dal re ed espose lealmente il proprio pensiero: sostegno al governo nel solco della neutralità, trattative a oltranza con Vienna per ottenere “compensi”. Informato genericamente dell'intesa stipulata a Londra, osservò e fece osservare che essa era un “accordo”, non un “trattato. Pertanto tutt'al più vincolava il governo in carica, non lo Stato. Senza avallo delle Camere l'accordo non era vincolante.
   Secondo una persistente leggenda, a quel punto Vittorio Emanuele avrebbe dichiarato di sentirsi invece personalmente impegnato e che piuttosto di sconfessarlo avrebbe abdicato. Questa affermazione è ripetuta anche da Frédéric Le Moal nell'importante biografia Victor Emmanuel III (Parigi, Perrin, 1915), ma è priva di fondamento documentario. E' una diceria che ha trovato credito sia per giustificare le azioni successive del “re soldato”, sia per dipingere Salandra come salvatore del trono, sia, persino, per giustificare la rinuncia di Giolitti, ligio alla monarchia e al sovrano, a riprendere la presidenza del governo, offertagli dal sovrano: tutte argomentazioni che si contraddicono da sé. Di sicuro va detto che, se mai avesse abdicato, a differenza di quanto narra la leggenda, il trono non sarebbe affatto passato a suo cugino, l'aitante Emanuele Filiberto duca di Aosta. In forza dello Statuto e delle regie patenti risalenti a Vittorio Amedeo III, in caso di morte o abdicazione del sovrano la Corona sarebbe passata al principe ereditario, Umberto di Piemonte.  Vittorio Emanuele III poteva disporre per sé, ma non poteva decidere per il Principe ereditario, i cui diritti al trono erano inviolabili. Poiché questi aveva solo 9 anni, sarebbe stato vegliato da un “reggente del regno”: carica assegnata per Statuto al “prossimo parente nell'ordine della successione al trono” (e quindi il Duca di Aosta o, di seguito, uno dei principi del sangue).
   Il nodo venne reciso alla radice, perché gli interventisti scatenarono l'inferno, soprattutto in Roma. Non solo chiassose e violente dimostrazioni di piazza e l'irruzione intimidatrice alla Camera dei deputati. Eccitati da Gabriele d'Annunzio che invocava il “fuoco purificatore”, migliaia di scalmanati cercarono di assalire l'abitazione di Giolitti, in via Cavour. Superato il cordone della polizia (dipendente da questore e prefetto, governativi) vennero fermati da uno squadrone di cavalleria e dai carabinieri: lo Stato. Ma di ora in ora la situazione di aggravò. Il massone Salvatore Barzilai informò il confratello Martini che “veramente in società segrete s'era deliberata e giurata la morte di Giolitti”. Alle sue proteste, non con argomenti umanitari “che non sarebbero stati neppure ascoltati” ma per calcolo politico, gli venne risposto: “Oramai...”. “Tutto dunque era pronto e si stava per eseguire. Erano le quattro (del 17 maggio ): ci fu tempo a provvedere e Giolitti partì (da Roma) due ore dopo”. Fischiato a Torino e persino all'arrivo a Cuneo, si ritirò a Cavour con imperturbabile senso della dignità di Statista autentico.
   La “piazza” vinse contro il Parlamento, che ne uscì irrimediabilmente umiliato. Eppure esso, esso solo, rappresentava la Nazione dinnanzi al re. Il clima da “colpo di Stato” venne descritto dall'esagitato Francesco Paoloni in Il Giolittismo. Partito tedesco in Italia, pubblicato nel marzo 1916 con prefazione di Benito Mussolini che era stato aiutato da finanziamenti di varia matrice a fodnare “Il Popoloo d'Italia” dopo il passaggio dal socialmassimalismo all'interventismo. La “carriera” di Paoloni (Perugia, 1875-Roma, 1965) è lo specchio della confusione culturale di mezzo secolo di storia politica italiana: garibaldino, repubblicano, marxista, mazziniano e anticlericale in gioventù, passò poi dal socialismo integrale all'interventismo. Redattore del mussoliniano “Popolo d'Italia” (1919-1923), iscritto al Partito nazionale fascista nel 1923, elogiatore dei Patti Lateranensi e deputato dal 1929 per tre legislature, il 6 febbraio 1943 venne creato senatore del regno e lo rimase sino all'epurazione (1948). Al primogenito dette nome Goliardo, al terzo Galileo. Non risulta massone: un peso in meno per la memoria della massoneria italiana...
  Il 20 maggio il governo Salandra-Sonnino ottenne carta bianca dalle Camere, del tutto ignare dei contenuti dell'accordo di Londra, che conteneva un articolo dirompente, non previsto dal Memorandum di San Giuliano del 4 ottobre 1914: l'esclusione della Santa Sede dal futuro Congresso di Pace. Ormai l'Italia non poteva più non fare la guerra; ma quando il 24 maggio 1915 aprì le ostilità contro l'Austria-Ungheria era davvero pronta a vincerla?
Che cosa ne pensava Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito?
Aldo A. Mola
DATA: 21.04.2015

CONSIGLIO NAZIONALE U.M.I.: NUOVI CONSIGLIERI NAZIONALI E AMPLIAMENTO DEL F.M.G. FINO AI 30 ANNI

Simone Balestrini Fronte Monarchico Giovanile        Sabato 18 aprile 2015, alle ore 10.30, si è riunto in Perugia, presso il centro congressi del Perugia Park Hotel di via Volta, il Consiglio nazionale dell'U.M.I.
Il Presidente Sacchi ha aperto i lavori dell'Assemblea parlando della campagna per l'abrogazione dell'articolo 139, con i risultati politici ottenuti dalla campagna di sensibilizzazione dei rappresentanti delle Istituzione. Si sono trattate le fase organizzative delle prossime manifestazioni nazionali in programma. Essendo giunte al Presidente le dimissioni, per motivi personali, di due Consiglieri nazionali, il Presidente Sacchi ha proposto all'Assemblea la cooptazione in Consiglio nazionale del Dott. Nicola Valcarcell di Aversa (NA) e del prof. Gaetano Minenna di Bitonto (BA). Essendo i due iscritti sostenitori in regola con il tesseramento 2015 ed essendo disponibili ad assumere l'incarico, l'Assemblea ha deliberato all'unanimità l'entrata dei due soci nella stessa.
Sono stati presentati all'Assemblea, in seguito alla ratifica della Giunta esecutiva, i nuovi Consiglieri nazionali del Fronte Monarchico Giovanile eletti nell'Assemblea tenutasi in Roma il 21 marzo 2015: Simone Balestrini Segretario nazionale F.M.G., Alfonso D'Iorio Vicesegretario nazionale F.M.G., Matthias Buccianti, Mattia Buonaiuto, Stefano Terenghi e Alessio Trentin componenti F.M.G. nel Consiglio Nazionale U.M.I. L'assemblea ha tributato loro una calorosa accoglienza, visti l'entusiasmo e la determinazione dimostrati.
Il neo segretario nazionale F.M.G. Simone Balestrini ha fatto un intervento programmatico, relazionando l'Assemblea sulle attività dei giovani e proponendo una modifica all'articolo 15 dello Statuto per l'età massima di appartenenza al FMG proponendo di innalzarla dai 27 ai 30 anni, dato che la società odierna è notevolmente cambiata rispetto a quella di qualche decennio fa. L'Assemblea ha approvato all'unanimità le variazioni alla fascia d’età quindi i ragazzi potranno far parte del Fronte Monarchico Giovanile fino ai trent’anni.
Nella foto Simone Balestrini durante il Consiglio Nazionale.
DATA: 20.04.2015

IL CORDOGLIO DELL'U.M.I. PER LA SCOMPARSA DI ELIO TOAFF

L'Unione Monarchica Italiana rende omaggio alla figura dell'ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, scomparso il 19 aprile scorso all'età di 99 anni.
Toaff è stato un personaggio raro nel panorama italiano, che si è contraddistinto per il rispetto portato verso gli interlocutori, pur nella fermezza delle sue posizioni.
In un incontro con Sergio Boschiero, una ventina di anni fa, si era amabilmente intrattenuto a parlare dell'ottimo legame tra Casa Savoia e la comunità ebraica sin dai tempi di Re Carlo Alberto, evitando di sollevare polemiche per i drammatici eventi del 1938, come è ormai moda fare per attaccare la Monarchia.
Il mondo politico e la società civile si stanno giustamente mobilitando per rendere omaggio ad una così bella figura che andava oltre al suo ruolo religioso.
Il Presidente nazionale dell'U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, esprime la sua personale vicinanza e quella dell'Associazione a tutte le comunità ebraiche italiane.

Roma, 19 aprile 2015
DATA: 19.04.2015

L'“ACCORDO” DI LONDRA (APRILE 1915) TRA DOPPIEZZE E AMBIGUITÀ

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 12/04/2015
              
http://ilquotidianoinclasse.corriere.it/wp-content/uploads/2014/12/dd01b15322c3c10c6564810342e0c32d-300x256.jpg              Siamo ormai prossimi al centenario dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra: un evento, sappiamo bene, che segnò tutta la storia seguente e pesa ancora oggi. In un Paese afflitto da emotività cronica, l'attenzione va ad aspetti certo drammatici ma del tutto secondari rispetto alle dimensioni di un conflitto che causò non meno di 680.000 morti, un milione e più di mutilati e feriti, l'indebitamento dello Stato, il crollo del potere d'acquisto della moneta e quanto ne seguì sul piano sociale con il declassamento della media e piccola borghesia, nerbo della Terza Italia.
Tra le molte, due domande s'impongono. In primo luogo, vi fu una vera intesa tra il governo presieduto da Salandra e le Forze Armate? Inoltre, l'esecutivo fece davvero gli interessi dell'Italia quando decise di entrare in guerra?
Per rispondere al primo interrogativo occorre analizzare i rapporti tra il governo e il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, sul quale ricadeva la responsabilità di tutte le Forze Armate. Il secondo quesito  impone  l'esame sintetico del percorso dell'esecutivo nel passaggio dall'alleanza difensiva con gli Imperi Centrali (Austria-Ungheria e Germania) a quella offensiva a fianco dell'Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia).
In premessa va ricordato che il “dialogo” tra il governo e il Capo di Stato Maggiore era un intrico irrisolto sin dalla promulgazione dello Statuto del regno di Sardegna, poi vigente nel regno d'Italia. Il re, organo supremo dello Stato, comandava le forze di terra e di mare. I  ministri  della Guerra e della Marina erano espressione diretta del sovrano, anche quando, caso unico dal 1848 al 1920, nel 1907 venne nominato un borghese, il torinese Severino Casana.
Il Capo di Stato Maggiore sovrintendeva alla macchina militare senza conoscere tempi e modi del suo impiego. Era un “tecnico”. Alla morte improvvisa di Alberto Pollio, dopo un duro braccio di ferro tra diverse candidature, nel luglio 1914 venne nominato Luigi Cadorna, già scartato nel 1908 perché aveva fatto sapere che, in caso di guerra, non avrebbe ammesso interferenze nel comando effettivo delle operazioni, a differenza di quanto era accaduto dal 1848 al 1866, quando il re era stato “al campo”, condizionando sia i piani delle operazioni sia la loro esecuzione. All'inizio della conflagrazione europea, Cadorna propose al governo di scendere subito in lotta a fianco degli alleati e di attaccare la Francia, non sul crinale alpino, però,  poco risolutivo, bensì sul Reno, accanto ai tedeschi. A quel modo l'Italia avrebbe dato un contributo decisivo alla vittoria della Triplice Alleanza e avrebbe ottenuto adeguati compensi. Il re e il governo optarono invece per la neutralità: una decisione che consentì alla Francia di concentrare le sue forze contro l'avanzata germanica e costrinse l'Austria-Ungheria a tenerne sul confine con l'Italia anziché lanciarle tutte contro Serbia e Russia. Come poi scrisse in La guerra alla fronte italiana (*), Cadorna ritenne allora che bisognava  entrare  in guerra contro l'Austria, tutta sbilanciata su altri fronti, tanto meglio se fosse scesa in campo anche la Romania. Il governo non degnò di risposta i piani di Cadorna, come fossero esercitazioni letterarie di un comandante svagato.
Nel settembre-ottobre del 1914 lo scenario bellico e quello interno mutarono profondamente. La “guerra lampo” progettata dalla Germania fallì. A prezzo di enormi sacrifici, i francesi tennero duro sulla Marna. Sul fronte orientale, la partita degli austro-ungarici contro russi e serbi rimase incerta. Il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, varò un secondo ministero, profondamente diverso dal precedente e ormai orientato per l'intervento a fianco dell'Intesa. Doveva rimanere un “segreto” ma presto le trattative vennero risapute. Il ministro della Guerra, Domenico Grandi, che si domandava se il Paese avrebbe seguito il governo in una grande guerra, fu sostituito con il generale Vittorio Zupelli, istriano e quindi un “irredento”: un “messaggio” assai allusivo. Il prudente ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, morì proprio quando v'era più bisogno della sua saggezza e fu sostituito con Sidney Sonnino, che nell'estate 1914 era stato favorevole all'intervento a fianco degli Imperi Centrali ma poi si era incaponito nell'idea di una guerra “italiana” per sostituire l'Austria nel dominio sull'Adriatico, contro  l'avanzata degli slavi. A quell'epoca tutti ragionavano in termini di “razze”: bianchi, negri e gialli. La Storia va capita per come davvero fu,  non sulla base di quanto oggi alcuni o molti ritengono linguisticamente corretto.
Fiutato il vento, l'11 dicembre 1914 Cadorna inviò a Sonnino tre appunti sulle auspicate modifiche del confine italo-austriaco, a vantaggio dell'Italia ventura. Ancora una volta rimase senza risposta. Salandra dette la priorità alla convocazione della Camera per l'approvazione dei bilanci. La seduta del 5 dicembre fu dominata dalla rivelazione di Giovanni Giolitti circa la dissuasione nel 1913 esercitata dal governo italiano su Vienna che stava per aggredire la Serbia.
Capo riconosciuto della maggioranza costituzionale formata con le elezioni del 26 ottobre-2 novembre 1913, Giolitti non era né un pacifista (cioè pregiudizialmente contrario alla guerra), né un neutralista assoluto, né il fautore di una supina alleanza con gli Imperi Centrali, né, infine, un avversario del segreto diplomatico di cui il governo si valeva per esplorare i pro e i contro di ogni passo dell'Italia nel groviglio di alleanze e controalleanze nell'intricato percorso approdato alle dichiarazioni di guerra. Il neutralismo propugnato da Giolitti non ha dunque nulla da spartire né con quello dei democratici “umanitari” (esigua minoranza), né dei socialisti, poi espresso nella nota formula di Costantino Lazzari “Né aderire, né sabotare”, né dei cattolici, sia quelli allineati con la condanna della guerra in sé, ripetutamente pronunciata da papa Pio X e dal suo successore, Benedetto XV, sia quelli inclini a proporre la “questione romana” nel futuro Congresso di pace.
Come è esistito il pacifismo assoluto, predicato e praticato da quanti rifiutarono sempre e comunque il ricorso alle armi (fu il caso di Lev Tolstoj, al quale non per caso non fu conferito il Premio Nobel né per la pace né per la letteratura), così vi furono pacifisti “condizionati”, come Ernesto Teodoro Moneta, Premio Nobel per la pace nel 1907 ma poi nettamente favorevole sia alla guerra dell'Italia contro l'impero turco-ottomano per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica, sia all'intervento italiano  a fianco dell'Intesa nel 1914-1915.
Anche Giolitti condivise la richiesta all'Austria di “compensi” per gli ingrandimenti che avrebbe ottenuti vincendo la guerra: una via impraticabile perché Francesco Giuseppe d'Asburgo non aveva  motivo di cedere terre in Italia prima di averne ottenute altrove  e guardava con sdegno trattenuto la pretesa italiana di agguantare “molto” (o “parecchio”, come auspicò Giolitti stesso nella lettera a Camillo Peano pubblicata da Olindo Malagodi in “La Tribuna”), solo perché rimaneva neutrale.
Privo di contatti diretti e indiretti con i principali attori politici, diplomatici e militari (Salandra, Sonnino e Ferdinando Martini, ministro delle Colonie, massone nel Grande Oriente d'Italia, la rete degli ambasciatori e degli Alti Comandi), Giolitti non ebbe alcun sentore dei termini effettivi della  svolta a favore dell'Intesa decisa dal governo a metà febbraio 1915. Il 3 aprile, nel timore che un cambio di alleanze rendesse “nemiche irreconciliabili Germania e Austria” senza assicurare vera amicizia di Francia e Russia, lo statista scrisse:“La slealtà ha sempre torto”.
Dopo lunghe tergiversazioni, che si illudeva rimanessero ignote a Vienna e a Berlino, Salandra avviò la stretta finale del cambio di alleanza.  Dopo una notte insonne, il 16 marzo 1915 confidò a Sonnino i suoi dubbi: si stava correndo rapidamente verso una completa rottura con gli Imperi centrali senza l'assenso preventivo del re, “senza essere sicuri che il paese, e per esso, la Camera, lo vogliano, senza che l'esercito sia pronto se non a fine aprile – come dicono i militari – il che vuol dire forse un mese dopo, non certo prima; senza aver avuto alcun affidamento, o cenno d'affidamento, da parte della Triplice Intesa”.
Perciò agli ambasciatori venne detto di fingere di trattare con l'Austria, mentre da tempo era stata scelta esclusivamente Londra (più riservata rispetto alla pettegola Parigi) quale sede di sondaggi riservatissimi in vista del cambio di alleanza. Il 20 marzo le trattative presero corpo. Con istruzioni segrete fu stabilito il modus procedendi e vennero comunicate le “condizioni minime” dell'Italia: il Trentino sino al Brennero, Trieste, Istria, Dalmazia, Valona in Albania, “congrua parte nella eventuale spartizione della Turchia”, indipendenza dello Yemen, Luoghi Santi e Arabia, nonché indennità di guerra ed esclusione del Pontefice da qualsiasi conferenza di pace. Anche se non vi figurava Fiume, erano  pretese  sicuramente in conflitto con gli interessi della Serbia e del suo potentissimo alleato, la Russia, contrarie ad accettare che l'Adriatico divenisse un lago italiano.
Salandra e Sonnino proseguirono tramite l'ambasciatore a Londra, Guglielmo Imperiali di Altavilla. Ribadirono la necessità di mantenere il segreto. Dal canto loro Londra e Parigi lasciarono abbastanza lenta la fune delle trattative sino a quando l'Italia non poté più tirarsi indietro.
Il 6 aprile 1915, però, quando ormai il governo italiano aveva bruciato molte navi alle spalle, il primo ministro inglese Herbert Henry Asquit ripeté a Imperiali (affinché ne riferisse a Roma) che “qualora si giungesse all'accordo”, l'Italia era impegnata a “non concludere pace separata ed aderirebbe all'analoga dichiarazione firmata nel settembre 1914  fra le tre potenze alleate”, Regno Unito, Francia, Russia. “Due volte ripeté il Primo Ministro che in una guerra come la presente non vi potrebbero essere limited liabilities”, cioè impegni parziali. L'accordo vincolava sino in fondo: guerra totale sino alla vittoria, senza armistizi separati.  Nella seconda parte del colloquio il sottosegretario permanente agli Esteri, sir Arthur Nicolson, posò ruvidamente sul tavolo il nodo ancora insoluto della trattativa in corso: l'Italia continuava a parlare di guerra solo contro l'Austria e la Turchia, senza menzionare mai la Germania. Imperiali cercò di svicolare e osservò che l'Italia s'impegnava a combattere anche contro chi fosse andato in aiuto delle potenze alle quali Roma dichiarava guerra, cioè avrebbe combattuto contro la Germania solo se e quando questa avesse aiutato direttamente l'Austria-Ungheria mandando uomini e armi contro l'Italia: un argomento contorto e capzioso, che mise Londra sull'avviso.
L'Italia, dunque, non risultò un alleato a tutto tondo. Avrebbe fatto la guerra propria, non quella dell'Intesa. E questa, quindi, l'avrebbe aiutata solo se e quando la “guerra italiana” avesse avuto rilievo agli occhi di Londra, Parigi e della lontana San Pietroburgo, le cui sorti premevano meno alle potenze occidentali.
Tra la firma del “Patto di Londra” (26 aprile 1915), che impegnò l'Italia a entrare in guerra entro trenta giorni contro gli Imperi Centrali e quello turco-ottomano, e la denuncia della Triplice (3 maggio), l'Italia rimase nell'imbarazzante situazione di alleata con tutte le potenze in guerra: vaso di coccio tra vasi di ferro, nell'opinione di chi conosceva l'andamento e la sostanza delle trattative.
Il 4 maggio Sonnino informò l'ambasciatore d'Italia a Berlino, Riccardo Bollati: “(...) nei riguardi della Germania non è nostra intenzione prendere iniziativa alcuna”. Quattro giorni dopo il ministro degli Esteri trasmise a Bollati l' “infinito ringraziamento” di Vittorio Emanuele III a Guglielmo II per gli sforzi compiuti dall'imperatore di Germania per la soluzione pattizia dei contrasti tra l'Italia e l'Austria-Ungheria. Non gli disse, però, che nel frattempo il governo il suo governo aveva sottoscritto l'accordo con l'Intesa obbligandosi a scendere in guerra contro i tedeschi.
Così l'Italia ebbe nuovi  “alleati” ma non acquistò alcun vero “amico”.
Solo il 6 maggio Cadorna fu informato, quasi casualmente, che l'Esercito doveva “marciare” entro venti giorni. Nella infondata illusione che la guerra sarebbe stata brevissima, il governo non provvide né a misure finanziarie e fiscali proporzionate, né alle provviste indispensabili per i soldati: le munizioni da fuoco e quelle, non meno necessarie, “da bocca”, come ricorda il generale Iireste Bovio nella “Storia dell'Esercito italiano” pubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.
Il “sacro egoismo” propugnato da Salandra e Sonnino si ispirò a una visione miope della tragedia in corso in Europa e nel mondo.
Aldo A. Mola
(*) La nuova edizione delle introvabili  Memorie di Cadorna (Ufficio Storico SME-Centro Giolitti) vengono presentate il 17 aprile all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli) e il 21 aprile ai Martedì Letterari del Casinò di San Remo, con interventi del Comandante della Regione Militare Nord, gen. Paolo Bosotti, dei curatori e del prof. Tito Lucrezio Rizzo.
DATA: 13.04.2015

LUTTO REALE: LA SCOMPARSA DI S.A.R. IL PRINCIPE KARDAM DI BULGARIA

La morte di Kardam di BulgariaLa mattina di martedì 7 aprile si è spento a Madrid S.A.R. Kardam di Bulgaria, Principe di Tărnovo e Duca di Sassonia, primogenito di S.M. il Re Simeone II e della Regina Margherita. Il Principe Kardam, spentosi prematuramente all'età di 52 anni, lascia la moglie Miriam e i due figli Boris (1997) e Beltram (1999).
Dal 2008, in seguito ad un grave incidente automobilistico, nel quale era stato coinvolto assieme alla moglie, versava in gravissime condizioni di salute.
Alla Famiglia Reale di Bulgaria sono giunte le condoglianze dell'Unione Monarchica Italiana.
Ricordiamo che S.M. il Re Simoene di Bulgaria è nipote del Re Vittorio Emanuele III, in quanto figlio della sua quartogenita Principessa Giovanna, divenuta Regina dei Bulgari in seguito al matrimonio con il Re Boris.
DATA: 07.04.2015

PARLAMENTO MORIBONDO DI IERI E DI OGGI PROMESSE, DELUSIONI E IDEA DI ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 05/04/2015
              
              “Prometter lungo e mantener poi corto” era la linea di papa Bonifacio VIII, che Dante Alighieri cacciò a testa all'ingiù nelle fiamme perenni delle Malebolge. È quanto fa il governo. “Così va il mondo!” è l'esclamazione sconsolata di chi apprende rivelazioni e smentite quotidiane sul malaffare che ammorba la vita istituzionale, politico-parlamentare, amministrativa e imprenditoriale, senza risparmiare alte cariche dello Stato e persino qualche magistrato. Secondo il giudizio corrente e sempre più radicato non c'è nulla da fare: il “potere” corrompe. Quindi anche chi vi arrivi senza macchia è condannato a esserne infettato e si comporterà di conseguenza. Però, più che giudizio codesto è pregiudizio. Dare per scontata la disonestà è manicheo: contrapposizione perenne del Male, delle Tenebre (i potenti, appunto) alla Luce, alla Purezza (sudditi, schiavizzati, impotenti). Significa dare per scontato il primato della “docta ignorantia”, la superiore virtù dei semplici e, tutt'al più, la genuinità residua dei “tecnici”, sempre moralmente superiori ai politici, che sarebbero invece tutti intrinsecamente corrotti e mestatori.
   Il fetore nauseabondo che esala dalle cronache della straripante marea di inchieste avviate dalle procure da un capo all'altro d'Italia sarà appena mitigato tra un mese quando, con l'inaugurazione dell'Expo di Milano, assente il presidente Sergio Mattarella, si celebrerà (come pare ormai ineluttabile) la Grande Incompiuta: vetrina delle magagne più che delle virtù della Repubblica fondata sul lavoro.
   Paradossalmente, il clima di profonda sfiducia viene alimentato non tanto dai ritardi e dalle difficoltà oggettive nelle quali s'imbatte da anni la “ripresa”, quanto dai frettolosi annunci di trionfali successi ripetuti dal presidente del Consiglio, dottor Renzi Matteo, e da suoi sicofanti femminili e maschili. Come il ragazzotto della fiaba, che perse la credibilità per aver troppe volte gridato “Al lupo, al lupo!” e ne finì sbranato, così chi da mesi assicura che la crisi è alle spalle, che la ripresa è in atto e addirittura, per bocca del cooperativista ministro Poletti, dà per certo un milione di assunzioni in più nel volgere di pochi mesi, non porta a trovare soluzioni vere per uscire dal pantano e sbugiarda sia il suo stesso governo, sia la maggioranza parlamentare che lo sostiene, sia l'intero sistema istituzionale, inclusi i vertici supremi. È quanto hanno compreso le opposizioni più motivate, che infatti si tengono lontane da ogni corresponsabilità diretta o indiretta con l'esecutivo, pronte a presentarsi all'incasso al suo collasso finale con le mani libere da patti più o meno occulti col governo.
   La ripercussione più drammatica della depressione in atto non è solo economica. È “morale”. Consiste nell’opinione ormai consolidata che questa Italia sia nata con un “peccato originale” irredimibile e quindi sia condannata a finire male: affetta da malattie congenite, da troppi mali oscuri, da tanti “dati nascosti”, che le impediscono di raggiungere la maturità e di affermarsi protagonista tra i Paesi della Comunità internazionale. Nel 150° della proclamazione del regno d'Italia, appena quattro-cinque anni addietro, l'Italia investì molte risorse e tempo per evocare le ragioni del suo Risorgimento e dell'unificazione nazionale: un percorso avviato con il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini (1805) e di Giuseppe Garibaldi, orchestrati dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, ma con esiti più retorici che coinvolgenti. La riscoperta delle ragioni profonde dell'unità si sarebbe dovuta saldare con la riflessione su quelle dell'intervento nella Grande Guerra e sulle sue ripercussioni nella Nazione: ma nel centenario del 24 maggio 1915la visione unitaria della storia d'Italia rimane ancora confusa sull'orizzonte. La cupa condanna dell'“inutile strage” del 1914-1918 si sta risolvendo nella deplorazione dei governi di guerra e dei vertici militari: Luigi Cadorna (ogni giorno bersaglio di nuove polemiche), Luigi Capello, lo stesso Armando Diaz, oltre, naturalmente, a Pietro Badoglio e alla lunga serie di comandanti di armata, di corpo d'armata, di divisione, di brigata silurati a conflitto ancora in corso da comandanti poi messi alla gogna dall' “Inchiesta su Caporetto” (*), il tritacarne mediatico che screditò il Comando Supremo, vincitore della guerra, e mandò assolti politici tenerari e inconcludenti, che rischiarono di precipitare il Paese nella guerra civile.
   Anche Giorgio Napolitano nei tanti discorsi pronunciati nel 2010-2011 riecheggiò lugubre il richiamo ai “vizi d'origine del nostro Stato unitario” (Roma, Lincei, 12 febbraio 2010, e Campidoglio, 20 settembre 2010) e alle “antiche tare” (Parigi, 29 settembre 2010): eco del pensiero di Antonio Gramsci e, al tempo stesso, dei clericali. A questi ultimi lo stesso Napolitano tese la mano con il discorso al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini (21 agosto 2011), presenti, egli tenne a dire, i “cari amici Maurizio Lupi ed Enrico Letta”. Se Silvio Berlusconi in analoga circostanza aveva esortato a studiare le opere di Angela Pellicciari (che l'allora presidente del Consiglio forse non ha mai letto), Napolitano vi denunciò il “divario tra Nord e Sud, tara profonda, non mai apparso avviato a un effettivo superamento”. Erano gli anni del successo di Terroni di Pino Aprile e dalla pletora di saggi inneggianti a briganti e brigantesse, espressione postunitaria delle insorgenze controrivoluzionarie.
   Mentre l'“idea di Italia” si sta sfarinando e ognuno ormai bada al proprio “particulare” (secondo il costume da Francesco Guicciardini deplorato 500 anni orsono) va allora detto pacatamente che, a parte ovviamente l'Impero d'Austria e i suoi vassalli (il granduca di Toscana e quello di Modena) e i sovrani di Borbone (il re delle Due Sicilie e il duca di Parma e Piacenza), l'unificazione nazionale ebbe un unico vero, costante e accanito nemico: i clericali. Non già, va precisato a scanso di equivoci, i cattolici in quanto tali. Unitari furono infatti il teologo Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Alessandro Manzoni, Pellegrino Rossi... e migliaia di ecclesiastici che salutarono con entusiasmo la guerra per l'indipendenza e l'unificazione degli italiani: l'abate di Montecassino Luigi Tosti, il gesuita Carlo Curci, il teologo Carlo Passaglia, deputato alla Camera. All'opposto, il sanremasco don Giacomo Margotti (studiato con equilibrio da Oscar Sanguinetti) nell'“Armonia” e in altri giornali da lui diretti denunciò l'avvento del regno d'Italia quale frutto velenoso di un complotto dell'internazionale massonica: una cantilena ripetuta in centinaia di articoli, in parte raccolti nelle oltre mille pagine delle sue “Memorie per la storia de' nostri tempi (1856-1866)”, meritoriamente ripubblicate da Ares in tre volumi che però mancano di adeguata introduzione critica.
   Ma né Margotti, né i suoi emuli (molti Scrittori della “Civiltà Cattolica” di allora), né la pletora di autori di libri scandalistici, come la Storia dei ladri del Regno d'Italia da Torino a Roma. Fatti cifre e documenti (1872) o i Misteri di polizia di Emilio Del Cerro (Niceforo), né i libelli di Pietro Sbarbaro riuscirono a screditare davvero la classe politica del tempo. Certo anche vari presidenti del consiglio, ministri, parlamentari, alti burocrati, giornalisti, scrittori, militari, ecc. non sempre erano specchiatissimi. Ciascuno aveva un proprio passato, a volte con ombre pesanti. Fu il caso di Mazzini, che verso Giuditta Bellerio e il loro pargolo, Giuseppe Adolfo, non tenne affatto una condotta esemplare; di Francesco Crispi e di un lungo elenco di “patrioti” discussi e discutibili, inclusi Luigi Castellazzo, da Alessandro Luzio marchiato come delatore ai danni dei Martiri di Belfiore, a cominciare da don Enrico Napoleone Tazzoli, sconsacrato e impiccato come cospiratore; e Giovanni Nicotera che misteriosamente scampò alla strage dei seguaci di Carlo Pisacane. Però i risultati dell'azione di quella dirigenza si vedevano e vincevano ogni dubbio o sfiducia.
   Lì è la differenza profonda tra quanti costruirono l'Italia e quanti oggi paiono occuparne le posizioni di potere esclusivamente o prevalentemente per trarne vantaggio personale.
Nel 1940 Giovanni Battista (Titta) Madìa (Petilla Policastro, 1894-Roma, 1976), giornalista e penalista di fama, direttore del mensile “Gli Oratori del giorno”, pubblicò la sua opera più famosa, la Storia terribile del Parlamento italiano, in cui staffilò i deputati dall'Unità all'“Italietta” giolittiana, per esaltare le Camere di età fascista che lo ebbero deputato dal 1924 al 1939 e poi Consigliere nazionale. Anche per lui (come del resto per la generalità dei gerarchi del regime) la polemica contro il passato era funzionale a una Pasqua di Resurrezione del parlamento italiano, chiamato a impersonare la Nazione. Vi elogiò l'antiparlamentarismo di Mussolini (e di Hitler). In effetti il Duce sopportò la Camera dei deputati solo dal 1929, quando ne nominò i componenti tramite il Gran Consiglio che decideva l'elenco dei 400 componenti da presentare al voto degli italiani: prendere o lasciare. Il 14 dicembre 1938 la Camera, suicida, votò per acclamazione (e subito dopo a scrutinio segreto) la leggina di tre righe proposta da Giacomo Acerbo: “La Camera dei deputati è soppressa. È istituita in sua vece la Camera dei Fasci e delle Corporazioni”. Una settimana dopo, la riforma fu approvata dal Senato, presieduto da Luigi Federzoni, due giorni dopo sostituito da Giacomo Suardo.
   Il fascistissimo Madìa (bisononno dell'attuale Ministro del Partito democratico, Marianna) a ben vedere calcò il modello di Ferdinando Petruccelli (1815-1890) che si autoattribuì il predicato “della Gattina” dal nome di un suo podere. Figlio di carbonaro, vicino al massone Benedetto Musolino, medico, giornalista, romanziere, saggista, eletto all'Assemblea napoletana nel 1848, costretto all'esilio in Francia per scampare alla vendetta di Ferdinando II (da lui bollato come “Pulcinella sanguinario” quando revocò la costituzione: e non era la prima volta per un Borbone), condannato a morte in contumacia,  Petruccelli visse a lungo a Parigi. Autore di libri ferocemente critici contro i papi dell'Ottocento, in specie Gregorio XVI e Pio IX, e delle scandalizzanti Memorie di Giuda (1867), “Pierre Oiseau de la Petite Chatte”, come era detto scherzosamente in Francia, dovette la sua fama non tanto all'elezione alla Camera (nel 1861 per il collegio di Brienza, in provincia di Potenza, poi per quello di Teggiano, in provincia di Salerno, dal 1874 al 1882) ma al suo subito celebre volume I moribondi di Palazzo Carignano. Memorie di un ex deputato pubblicata in “Inferno, per i tipi di Lucifero”, nel 1862. Petruccelli vi descrisse al vetriolo i componenti della prima Camera unitaria del regno, quella che il 14 marzo 1861 proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia “per grazia di Dio e volontà della Nazione”.
   Mentre ne sferzava i componenti (che nel 1862 già riteneva “scadenti”: ma rimasero in carica altri tre anni), Petruccelli scrisse, invero, l'elogio delle Camere: “in Italia esso esprime l'unità (…). Il Parlamento è il cuore che palpita ed indica in Europa che l'Italia una vive, pensa, parla, vuole ed è pronta ad agire. Se il Parlamento italiano non esistesse, l'Italia una per l'Europa sarebbe un'utopia, un sogno e forse un attentato da cospiratori. (...) Sopprimete il Parlamento – questo crogiuolo della vita italiana – e l'Italia scomparirà. (…) L'esistenza del Parlamento è il faro su cui si poggiano e riposano gli occhi di tutte le province: esso è la fede, la sua coscienza. (…) Cuore e cervello, dal Parlamento sgorga la vita, la volontà, il pensiero e la coscienza, la forza, la fede: procede da tutti, ed è tutto. Esso è la legge. (...) La missione del Parlamento non è tanto legislativa ed amministrativa. Al punto in cui si trova l'Italia essa è affatto politica, è sovranamente nazionale”. Non a caso i suoi lavori venivano solennemente inaugurati dal re, che non si esprimeva tanto con le parole quanto con i fatti. Tratteggiato da un repubblicano come Petruccelli, il panorama dei parlamentari a ben vedere costituiva l'elogio della Monarchia, garante dell'unità nazionale.
  Deluso dalla mancata nomina a senatore, Petruccelli tornò per sempre in Francia, accudito dalla moglie, un'inglese colta e affezionata. “Così va il mondo” fu anche la testata di uno dei giornali da lui fondati. Con poche pennellate indelebili sintetizzò la decomposizione dei parlamentari: “Garibaldini, mazziniani, repubblicani, federalisti, oltramontani, autonomi, liberali indipendenti e dipendenti, misteriosi, indecisi, quelli che portano il broncio, gli esploratori del campo nemico, gli uccelli di passaggio, gli smarriti per via, gli scettici, dottrinari, pretendenti”. Forse la Sinistra o il Partito d'azione erano meglio? Niente affatto a suo giudizio: risultavano già allora “un esercito di generali senza soldati”.
   Epperò v'era all'epoca  l' “idea di Italia”. In suo nome furono ordinati e vennero accettati  immensi sacrifici, coronati dalla ascesa nella Comunità internazionale, dal pareggio del bilancio da un progresso  materiale e civile che ciascuno fu in grado di vedere e di apprezzare. Quando invece le promesse del governo rimangono parole vuote, la sfiducia corrode tutto e il cittadino bada solo più a se stesso.
Aldo A. Mola
(*) L'Inchiesta è stata ripubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'esercito e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo per il Centenario della Grande Guerra.
DATA: 07.04.2015

LA SICUREZZA PRIORITA’ PER L’ITALIA E PER L’EUROPA

        Locked. Porta bloccata. Ma il “nemico” era all’interno della cabina di pilotaggio dell’aereo schiantatosi sulle Alpi francesi. Era il copilota, si chiamava Andreas Lubitz, ventotto anni, seicentotrenta ore di volo alle spalle. In alta quota, era pronto a fare i conti con se stesso e con la sua depressione. A casa c’era stato un litigio con la fidanzata, i suoi occhi che non vedevano più come una volta, una dannazione per un pilota che aspirava a diventare Comandante. Ambizioni svanite. Una vita che passa davanti veloce tra le nuvole dei cieli provenzali,  poi, la drammatica decisione: il suicidio. Il Comandante, che guidava insieme a lui l’Airbus della Germanwings, si era assentato per pochi minuti, pare, per un impellente bisogno fisiologico, ma al suo ritorno in cabina trovò la porta chiusa dall’interno, e quella strana scritta sullo sfondo rosso, locked. Solo pochi istanti di assenza, ma sufficienti perché la tragedia si consumasse in maniera ineluttabile. Vani sono risultati i tentativi del volenteroso Comandante di aprire quella maledetta porta, che rimase sul rosso, cioè locked. Le urla, il frastuono, poi l’oblio. Centocinquanta in tutto i morti. Una tragedia umana, tante le famiglie distrutte. A volte il “nemico” è dentro di noi, o può nascondersi perfino nelle nostre case, ma spesso non sappiamo che è lui, perché non lo riconosciamo. Così è la vita, così è accaduto l’irreparabile. La paura di volare, dopo l’11 settembre 2001, si è fatta sempre più palpabile tra il numeroso popolo dei viaggiatori. Chi di noi, non ha pensato, anche solo per un istante, che la tragedia dell’Airbus tedesco fosse stata provocata da un uomo assoldato dell’ Isis, o da Al-Qaida? Non si tratta di isterismo ingiustificato, è normale che ciò avvenga in tempi di terrorismo internazionale di matrice jihadista. Viaggiare in aereo, oggi, può mettere in ansia chiunque, sia chi decida di farlo per lavoro, che per piacere. Ma il maligno non si nasconde solo nei cieli, o nella casualità di un evento, come nel caso dell’Airbus, esso ci viene incontro anche via mare, o per via terra, come dimostrano gli ultimi attentati terroristici avvenuti nel cuore dell’Europa. Il vero nemico, oggi, quello più evidente, è il fondamentalismo islamico. Ma l’Europa, quali misure di prevenzione sta adottando, per difendersi dal terrorismo fondamentalista? La risposta più logica sembrerebbe essere: nessuna prevenzione, perché in realtà la tanto decantata Europa non esiste affatto, se non solo sulla carta. Come si pretende infatti di porre in essere una politica difensiva europea, se non esiste un’unità politica dell’Europa? In passato, un nemico esterno, rappresentava comunque, già di per se, un collante per le nazioni, le quali, potevano anche allearsi per sconfiggerlo. Oggi nonostante il nemico sia palese per la maggioranza delle nazioni di tutto il mondo, sembra che nessuno lo voglia combattere. Papa Bergoglio, solo pochi giorni fa, si chiedeva perché le stragi dei cattolici a cui stiamo assistendo, stiano passando sotto il totale silenzio e senza che nessuno faccia qualcosa. Ma allora, viene da chiedersi: “ Se nemmeno la nostra sicurezza e le nostre radici cristiane (anche se molti negano che esse esistano) non sono valori fondanti per la costruzione di un’unione di popoli europei, su quali altri valori potremmo puntare ai fini della costruzione di una casa comune?” Quali sono cioè i muri maestri su cui costruire il tetto? Ad oggi, sembra impossibile rispondere a queste domande. In ogni caso, prima che sia troppo tardi, e prima che l’Europa venga invasa dai jihadisti, si faccia qualcosa, e al più presto. L’Italia faccia la sua parte e pretenda subito la convocazione di un Summit straordinario sulla sicurezza europea, che decida il da farsi. Altrimenti, meglio prepararsi a sprangare le nostre porte di casa e a sbarrare le nostre finestre. Locked. 
 Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 07.04.2015
 
COSA NON SI FA, PER UNA MANCIATA DI VOTI
Se non si conoscessero i reali problemi della bella città di Napoli, camorra, disoccupazione, spazzatura, ecc ecc, non varrebbe la pena di scrivere quest’articolo.  Essendone al corrente, però, ci dobbiamo porre qualche domanda. Che cosa fa l’amministrazione comunale per risolverli? Lavora notte e giorno? L’attuale sindaco della città, tal Luigi De Magistris eletto nel 2011, come si pone di fronte a questa situazione. Ci s’immaginerebbe un uomo che vive dentro Palazzo San Giacomo, giorno e notte, tutto teso a risolvere i problemi sopra esposti. Infatti, ma si sta nella sede comunale per decidere che è giunto il momento di togliere la via dedicata al Re Vittorio Emanuele III. Grande gioia fra le file dei neoborbonici, un po’ meno fra i monarchici pro sabaudi. Solo alcune considerazioni, perché non possiamo fare la storia del Regno di Vittorio Emanuele III. Umberto I, padre di Vittorio Emanuele si recò nella città partenopea duramente colpita dal morbo del colera nel 1884 e fu accolto da una folla entusiasta. Il re visitò ospedali e rioni distribuendo aiuti ai malati e ai bisognosi, dal suo fondo personale. Resta famosa una sua frase detta, prima di partire per la città, declinando l’invito di un sindaco del nord - A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Io, vado a Napoli -. Un pizzaiolo dedicò alla regina Margherita uno dei piatti gastronomici più famosi nel mondo, la pizza Margherita, basilico (verde), mozzarella (bianca), pomodoro (rosso). Tre colori, come la bandiera nostra. Vittorio Emanuele III nasce a Napoli e il titolo nobiliare, prima di essere il terzo capo di stato dell’Italia Unita, fu quello di principe di Napoli. Vittorio Emanuele a Peschiera, mentre gli alleati premevano perché l’esercito italiano si ritirasse ulteriormente dopo la sconfitta di Caporetto, impose con fermezza (magari lo fosse stato con Badoglio l’8 settembre 1943), che il fiume Piave sarebbe stato la linea difensiva. Durante il referendum monarchia-repubblica, il popolo napoletano scelse a grande maggioranza la monarchia. Ci furono morti (9) e feriti (150), fra i giovani monarchici in via Medina, che protestavano contro i presunti brogli. Per oltre un decennio, la città fu governata dai monarchici di Achille Lauro. Aggiungo che il lascito di Elena d´Aosta (souvenir, ricordi di viaggio, riconoscimenti, fotografie etnologiche africane ecc.) si trova nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Elena è sepolta nella Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio di Napoli insieme alla nuora Anna d'Orléans, moglie di suo figlio primogenito Amedeo, medaglia d’Oro al valor militare. Mi scusi signor Sindaco, ma con tutti i problemi che ha la sua città, lei, non ha altro a cui pensare che cambiare il nome ad una via? Io, se fossi un napoletano, sarei molto preoccupato. Poi, mi permetta di suggerirle un’ultima cosa: essendo la sua una famiglia di magistrati fin dal 1860, forse in casa ha una bandiera con lo stemma sabaudo. Sì, proprio di quella dinastia che adesso lei vuole cancellare dalla toponomastica. Faccia il bel gesto: la restituisca agli eredi, magari al Duca Amedeo d’Aosta.
Massimo Nardi
DATA: 02.04.2015
   
IL MAGISTERO  SCOMODO DI LEONARDO SCIASCIA CONTRO IL CONFORMISMO TOTALITARIO, ROSSO O NERO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/03/2015
              
Leonardo Sciascia                 “Penso che i comunisti abbiano imboccato la strada di un suicidio ineluttabile”. Lo scrisse Leonardo Sciascia, che nel 1978 a Nico Perrone dichiarò: “Non sono mai stato comunista, però ho pensato e agito secondo comunismo” e con amara preveggenza aggiunse: “Ora non c'è che la sinistra per fare una buona politica di destra”. All'epoca il Partito comunista italiano (PCI) implorava il “compromesso storico”. Nell'“affare Moro” si schierò “dalla parte della morte”. Adesso, trentacinque anni dopo la lucida profezia di Sciascia, il politologo Ernesto Galli della Loggia descrive un Partito Democratico scalato dal malaffare, mentre secondo il saggista Massimo Franco il PD romano è “marcio” e sin dalle primarie del 2013 Marianna Madia, oggi ministro, denunciò le “piccole associazioni a delinquere sul territorio” che avevano in pugno il partito. “A questo punto”, sentenzia della Loggia, “non servono le parole e neppure l'accetta. Serve il lanciafiamme”: che un po' ricorda il “fuoco purificatore “ invocato da Gabriele d'Annunzio. Sappiamo come finì nel 1915-1925. Con radici affondate nel conformismo, nell'opportunismo e nella menzogna sistematica, l'albero del totalitarismo rosso, come fece quello nero, dà nel tempo i suoi frutti velenosi.
   Sciascia previde il collasso civile dell'Italia: un destino millenario, probabilmente irrimediabile. Chi ha in mano il mazzo del potere, fa il solito gioco delle tre carte. Regola numero uno? Intossicare la comunicazione, usando anziché l'italiano il gergo straniero: oggi anglicizzante, come un tempo fu francofono “à merci” e germanofono durante l'occupazione, quando l'obiettivo primario dei più non fu riscattare l'indipendenza ma il compromesso, scamparla anche a costo di vendersi.
   Oggi il Potere - che non è più “nazionale”, cioè controllato dai cittadini e dal Parlamento, bensì soprannazionale - straripa: entra nel foro domestico, nell'intimità delle comunicazioni personali col pretesto di tutelarci. “All'ombra dei palmizi/san far mille esercizi”, scriveva il supposto poeta della Scuola Siciliana. Oggi a “far mille esercizi” sono i retori dell'imbonimento. Da una parte criminalizzano la ricerca libera, bollandola come “negazionismo”; dall'altra pretendono l'oblio, se e quando il ricordo può dare fastidio. La prevaricazione del potere sui cittadini fu possibile prima dell'avvento di internet. Ora è inaccettabile. La rivendicazione del “diritto all'oblio” viene accampata con argomenti e per faccende del tutto banali, ma il suo vero obiettivo è ben altro: imporre il silenzio su fatti e misfatti dei potenti di turno affinché nessuno ne veda e ne metta a nudo la pochezza.
  Questo accade in un Paese miracolato nel 1860 con l'unità nazionale: un sogno finito nel 1945 con l'istituzione delle regioni a statuto speciale e poi polverizzato con la cessione all'Unione Europea (senza contropartite) della sovranità sui suoi conti economici: unica indipendenza residua per uno Stato che già aveva perduto l'autonomia in politica estera e quindi militare. Aveva margini di libertà nella vita culturale, ma per Mario Scelba, democristiano repubblicano, gli studiosi erano solo “intellettualoidi”. Il “centro” cedette alla sinistra il controllo dell'informazione delle cattedre in cambio dell'oblio sulle sue connivenze col regime e del monopolio della torta.  
  Nei secoli dei secoli, lo sappiamo bene, i “potenti” non solo nascosero molte malefatte ma, nani su piedistalli altissimi, si affrettarono a oscurare la memoria dei loro predecessori più illustri. Quando era una cosa seria, l'antica Roma ritraeva busti e statue di consoli, Cesari e imperatori in fattezze veridiche. Poi, più l'Impero decadde, più venne ingigantita l'effigie del Capo. Gli ultimi imperatori furono raffigurati con fronti inutilmente spaziose, pupille fisse e teste tanto enormi quanto vuote. L'attuale confusione concettuale esasperata dal braccio di ferro, anzitutto lessicale, tra memorialisti, negazionisti, oblivionisti (congreghe settarie che poco hanno a che fare con il senso alto della Storia) fa rimpiangere il Magistero di Leonardo Sciascia, evocato da Nico Perrone in La profezia di Sciascia. Una conversazione e quattro lettere (ed. Archinto). (*)
   Di piccola borghesia, Sciascia (Racalmuto, 1921- Palermo, 1989) si diplomò maestro a vent'anni. Impiegato “all'ammasso del grano” della cittadina natia, nel 1948 vinse la cattedra di insegnante nella scuola elementare ove era maestra sua moglie, Maria Andronico. Nel 1957 ottenne un incarico modesto al ministero della Pubblica istruzione a Roma. Non cercò  mai alcuna cattedra universitaria. Scrittore dall'infanzia, studiò, pubblicò, assunse e resse orgogliosamente cariche amministrative e politiche per voto dei cittadini. Il 15 giugno 1975 fu eletto consigliere comunale di Palermo nella lista del PCI (non era tesserato), con Renato Guttuso e Achille Occhetto. Alzi la mano chi non ha votato almeno una volta “a sinistra” o non ha scommesso che una sinistra davvero nuova, liberale e “occidentale”, potesse arginasse i clericali (alla Oscar Luigi Scalfaro, per intenderci) contrari al divorzio e ad altri diritti di libertà. Dai non casti connubi degli opposti fanatismi nacque il populismo catto-comunista, corrivo a sostituire gli organi dello Stato con l'assemblearismo: una Camera sola, meno elezioni possibili, un soviet  e un Capo che decidono per tutti, espellendo i dissidenti e, nell'impossibilità di suppliziarli, li cancellano dalla storia.
   Sciascia andò in pensione nel 1970. Aveva 49 anni. Senza bisogno di leggere Il Capitale di Karl Marx aveva sempre pensato che l'uomo non è nato per fare da rassegnato anello della produzione capitalistica. La sua aspirazione originaria è la liberazione dalla fatica, dal “sudore della fronte”, cui venne condannato con la cacciata dal Paradiso Terrestre: una meta da conseguire con l'invenzione e il controllo scientifico della “seconda natura”. Avrebbe considerato delirio puro prolungare l'età lavorativa solo perché si vive più a lungo: capovolgimento e negazione della emancipazione dell'uomo dalle sue condizioni ferine.
  Malato di mieloma multiplo, Sciascia combatté sino all'ultimo, con l'unica arma a sua disposizione: la parola. Sempre meno accetta, però. Prima che a scrivere, passò la vita a meditare. Le parole gli venivano come a Giovenale: “Facit indignatio versum”. Ne pubblicò tante: romanzi, racconti, saggi, poesie, articoli, sceneggiature teatrali. Cominciò con la collaborazione a un periodico democristiano, passò a vari fogli nazionali, raggiunse la celebrità con il “Corriere della Sera”, passò a “La Stampa” di Torino. Apprezzato all'estero, soprattutto a Parigi, in patria dava fastidio e poco a poco venne messo in un canto, soprattutto da quando denunciò l'opacità dell'“affare Moro” e mise alla gogna i “professionisti dell'antimafia”, che ci campavano e ci campano. Fu investito da un uragano di invettive. Non era un moralista. Era una persona perbene. Non aveva bisogno di codici etici per tenere la schiena dritta.
  Convinto che il Paese avesse (e ha) bisogno di una classe politica capace di confrontarsi con la storia profonda e di varare le riforme conseguenti, Sciascia fece credito una tantum al Partito comunista italiano. Quando constatò che il PCI in realtà era conservatore lo abbandonò in maniera limpida e lineare. Nel 1986 scrisse a Bettino Craxi di aver votato per il partito socialista italiano.  Come ricorda Perrone, fu Marco Pannella a “sdoganarlo”. Candidato alla Camera dei deputati e al Parlamento europeo nelle liste dei radicali, nel 1979 Sciascia venne eletto e tenne il seggio di deputato a Montecitorio. L'Italia aveva (e ha) urgenza di respirare a pieni polmoni. Mentre i partiti si arroccavano nella difesa delle loro cause perse (scomparvero tutti), Sciascia rivendicava il non conformismo: il diritto alla ricerca, alla verità. Rimase un solitario in fuga dal “potere” per difendere la libertà di pensiero, che è altra e più nobile cosa dai sedicenti “liberi pensatori”, inclini a imporre alla maggioranza la loro credulità razio-fideistica.
  Sciascia volle per sé funerali con rito cattolico e portò nel feretro una crocefisso d'argento: Storia e Memoria. Tutt'uno con la sua Sicilia, che era ed è un continente. Per capirla, a parte i millenni delle altre civiltà che vi ebbero stanza, occorre almeno commisurarla, come egli fece, con la Spagna di Carlo V  e Filippo II  d'Asburgo e via sino a Carlo III di Borbone. Il Piemonte di Vittorio Amedeo II, re di Sicilia per soli cinque anni , non mostrò molta sensibilità nei confronti dell'autore del Giorno della Civetta e di Toto Modo (stroncato da “Civiltà Cattolica”). Erano gli “anni di piombo”, L'Italia nord-occidentale era la trincea di una guerra civile a bassa intensità. Venne risolta con la “marcia dei quarantamila” ma subito dopo vi esplosero le fantasie sulle “identità” localistiche, un municipalismo senza capo né coda, che confonde la Storia con le sfilate in costumi carnevaleschi.
   Sciascia fu messo all'indice “in una sorta di inespressa lista nera” - come dice Perrone - e bevve sino in fondo il calice della sua scelta: l'isolamento. Del Partito comunista scrisse: “Ma no, tutto passato. I grandi guadagni fanno scomparire i grandi principi, e i piccoli (guadagni, NdA) fanno scomparire i piccoli fanatismi”. Capì che il PCI, che era stato di Bordiga e di Gramsci, di Togliatti e di Secchia, sarebbe divenuto la carta assorbente della democrazia cristiana.
   Nel Consiglio d'Egitto Sciascia scrisse una massima di straordinaria attualità, puntualmente citata da Nico Perrone: “Come può un uomo simile costruire dal niente tutto un periodo di storia che, bene o male, io non sono non grado di verificare?”. Chi ha il potere impone il silenzio ai dissenzienti (spacciati per negazionisti o deviazionisti), l'elogio (o l'oblio) delle imprese sue e della sua cerchia, secondo che siano fatte bene o male.
La democrazia? La sovranità popolare? Chiacchiere. Basta spingere i cittadini nella delusione e alla rinuncia del suo esercizio. Basta rinviare sine die le elezioni, profittando del caos nel quale sprofondano i partiti, le sigle, le “istituzioni”. Nel centenario dell'immenso sacrificio umano, civile e finanziario imposto agli italiani con l'intervento nella Grande Guerra, riflettere sull'opera di Sciascia non significa abbandonarsi a divagazioni letterarie. Vuol dire riprenderne la vera lezione: l'impegno civile. Per farcelo conoscere meglio Nico Perrone pubblica l'intera “intervista” (in realtà  frutto di colloqui “in libertà” durati un paio di giorni) che Sciascia gli rilasciò nel 1978 per “Il Manifesto” (il quotidiano che ne pubblicò solo una sintesi, grazie a Rossana Rossanda, che vinse molte riluttanze) e quattro lettere di dieci anni dopo, quando lo cercò, ma invano, una seconda volta. Ormai anche su Sciascia incombeva la Grande Visitatrice. Il suo “testamento”?   Sta in due frasi. Una è sua: “Chi scrive libri è meglio che continui a farlo lontano, fisicamente lontano, dai luoghi in cui si celebra la democrazia come forma”. Un'altra è di Auguste de Villiers de L'Isle-Adam: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. La volle come epitaffio.
  Ci ricorderemo di Leonardo Sciascia...? Se ne andò senza rimpianti: “Qui sta avvenendo un suicidio nella stupidità: una cosa che mi fa spavento”. Per la prima volta nella storia gli anziani non rimpiangevano di non essere giovani e provavano pena per i bambini, condannati a vivere in un mondo vuoto e artificioso:“Questo vuol dire - concluse- che anche noi, anche io, anche la mia generazione entra nell'orbita suicida”.
Aldo A. Mola
(*) Nico Perrone è autore di saggi storici su Alcide De Gasperi, Enrico Mattei, Liborio Romano (finalista al Premio Acqui Storia), Barack Obama (due edizioni) e sulla Loggia dei Filadelfi. Ha insegnato all'Università di Bari e in Danimarca.
DATA: 30.03.2015

2015: GIUBILEO ANCHE PER I MASSONI?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21/03/2015
              
              Dall'Equinozio con Eclissi alla festa delle Palme. Una Primavera ancora senza rondini, con tanti punti interrogativi. Domenica prossima sarà la festa del Perdono. Sappiamo, però, come finì quella volta. Ultima Cena, cattura proditoria, supplizio. Ma poi la Resurrezione, il Riscatto dell'umanità. Un tempo erano d'obbligo la visita ai Cinque Sepolcri e la meditazione sulle Stazioni della Via Crucis. Quei quadretti un po' lugubri furono tra le prime vittime della furia iconoclastica postconciliare. Non si armonizzavano con l'irruzione nei riti ecclesiastici di chitarre, pianole e schiamazzi, che in pochi anni spazzarono via i canti gregoriani e le solenni note di organi secolari.
    Papa Francesco (coraggioso come il leone, astuto come il serpente, secondo l'insegnamento della Bibbia) ha annunciato il Giubileo dal prossimo 8 dicembre 2015. Un anno di “pace nella giustizia” presuppone la cognizione dei mali e l'indulgenza plenaria per i pentiti. Nel secolo scorso se ne susseguirono molti. Tra i più solenni vi fu il Giubileo del 1925, indetto da papa Pio XI. La Grande Guerra aveva lasciato alle spalle rovine spaventose. La Santa Russia era divenuta l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, con tutti i suoi orrori. Però la Terza Internazionale di Lenin e Stalin fu realisticamente accettata da Londra, Parigi e anche dalla Roma di Mussolini, ove Mosca aprì l'Ambasciata nel 1924 con solenne ricevimento dei maggiorenti del governo fascista e significativa esclusione di socialisti e comunisti: la politica degli Stati (tanto più se Imperi) si serve delle ideologie per falciare nel campo dei vicini, ma non ne rimane succubo.
   In quel Giubileo del 1925 papa Achille Ratti (umanista insigne, fondatore dell'Accademia Pontificia delle Scienze) concesse l'assoluzione speciale ai massoni pentiti di essersi fatti iniziare alla “sinagoga di Satana” (come la Libera Muratoria era stata marchiata da Pio IX), colpevole (a sua detta) di cospirare contro la Chiesa. Nel 1900 papa Leone XIII non era stato così indulgente. I suoi successori, Pio X e Benedetto XV, erano stati altrettanto severi. Per la Chiesa la Massoneria rimaneva “Il Nemico” per eccellenza, come ribadito dal Codice di diritto canonico nel 1917. Pio XI imboccò invece una via nuova. Ne aveva motivo. A inizio Novecento la massoneria in Italia sembrava trionfante. Il Grande Oriente d'Italia si era insediato a Palazzo Giustiniani, alle spalle del Senato (ora è la “casa madre” dei senatori a vita). Circondato da un alone di mistero il Serpente Verde (come la massoneria era definita sulla traccia di Goethe) era considerato onnipotente. Guadagnava credito proprio dai romanzetti di padre Antonio Bresciani, pubblicati a puntate nella “Civiltà Cattolica”, e da quelli truculenti di Léo Taxil. Più era bersagliata, più cresceva: nel mito, se non nei fatti. Un quarto di secolo dopo, nel 1925, in Italia la massoneria era invece agonizzante. Dai fasti al tracollo. Una storia strana, ancora da documentare. Quasi incomprensibile, se non fosse che questo è il paese delle contraddizioni, uso a passare dall'Osanna al Crucifige. Vale per tutti, come insegnano cronache recenti: i Francescani dell'Immacolata, Comunione e Liberazione, Ordini religiosi inquieti o ingombranti. Non è affatto una novità. Da qualche anno anche molti cattolici cantano le lodi dei Templari, militi indomiti della Fede Verace. Di questa riesumazione storiografica quanto si rallegreranno i Cavalieri torturati atrocemente e arsi vivi sette secoli orsono per ordine di Filippo IV il Bello col benestare del papa succubo, Clemente V?
Nel 1925, dunque, il Papa aprì una delle due porte girevoli in quell'anno socchiuse per i massoni resipiscenti: quella per l'ingresso a coda bassa nelle file del regime sul piano politico-partitico e quella del ritorno nella “vigna del Signore”. Per parte sua Pio XI concesse un'assoluzione speciale, più sbrigativa di quella canonica. L'altra la offrì il governo. Tra il maggio e il novembre di quell'anno il Parlamento (non “il Duce” ma le Camere) varò la legge sull'appartenenza dei pubblici dipendenti ad associazioni. In quel testo la parola “massoneria” non compare. Però tutti sapevano che era il vero bersaglio. Da annientare. Lo disse Benito Mussolini nella presentazione del disegno di legge e lo ribadirono il ministro della Giustizia, Alfredo Rocco, nazional-fascista, e i loro caudatari, incluso lo storico Gioacchino Volpe.
   Novant'anni orsono il Parlamento dette una pedata alla storia d'Italia. Costrinse la massoneria a sciogliersi. All'epoca vi erano due corpose Comunità massoniche, il Grande Oriente d'Italia (circa 25.000 affiliati) e la Gran Loggia d'Italia (circa 10.000), forti di riconoscimenti esteri e fresche di plausi da parte delle massime autorità: il re, il comandante supremo dell'esercito. Il ministro della Marina, Paolo Thaon di Revel, faceva parte del Consiglio Supremo del Rito scozzese antico e accettato d'Italia. Tra gli affiliati la massoneria contava ministri, alti dirigenti, diplomatici (Fulvio Suvich era iniziato alla “Propaganda massonica”), militari di altissimo grado (il generale Luigi Capello e Ugo Cavallero, tra gli altri).  In pochi mesi a danno e a beneficio dei “Fratelli” (come i massoni sogliono appellarsi, sulla scia degli Ordini religiosi) si sommarono l'annientamento da parte dello Stato e la mano tesa del Giubileo. I Rotary Club, presidente onorario Sua Maestà Vittorio Emanuele III, accolsero i massoni non refrattari al dialogo con il nuovo regime e divennero il volano della classe e dirigente imprenditoriale di livello internazionale. La repressione della massoneria era il chiodo fisso di clericali, nazionalisti e di Mussolini, che nel 1914 ne aveva ottenuto l'espulsione dal partito socialista. Lo stesso fece da “duce” del fascismo. Uomo di partito anziché vero statista, fu sempre ossessionato dal timore di cospirazioni interne. Visse di rivalità e di rivalse. Confidò più in un'amica (poi travolta nella sua sventura personale) che nell'Istituzione suprema dello Stato.
  L'offensiva fascista contro la massoneria fu ufficializzata dal Gran Consiglio (un consesso privato, cupola di una delle tante “leopolde” della nostra storia) nel febbraio 1923. Pochi mesi dopo, il 2 maggio 1923, il trentenne Domenico Maiocco venne iniziato nella loggia “Vita Nova” di Alessandria. Ma chi fu mai e perché merita memoria? Nato a Cuorgnè nel 1893, laureato in giurisprudenza a Torino nel 1914, ufficiale degli alpini nella Grande Guerra, in congedo per malattia invalidante, nel 1917 Maiocco si mise a disposizione di Giolitti per ammodernare l'Italia: “un braccio che cerca un capo” gli scrisse. Aveva 24 anni.  Direttore ad Alessandria della Cassa Nazionale delle Assicurazioni sociali (poi Istituto nazionale previdenza sociale) Maiocco assisté sgomento alla guerra civile strisciante: socialisti, popolari, nazionalisti, fascisti e dissidenti. Il Piemonte visse anni drammatici, dall'occupazione delle fabbriche del settembre 1920 al conflitto sanguinoso del 1922-1923, con punte proprio nell'Alessandrino, prima socialista poi fascista, con “bastonature esemplari” dei fascisti dissidenti.
   Quando bussò alla porta del Tempio, Maiocco sapeva di rischiare. Navigò a vista. Colpito da provvedimenti restrittivi (il ritiro del porto d'arma, offensivo per un ufficiale dell'esercito) e già sottoposto a sorveglianza speciale, nel 1936 venne fermato e condannato  a cinque anni di confino di polizia perché socialista, antifascista e massone. Fu tradotto ad Amantea a spese sue. Amnistiato, tornò in servizio, ma degradato. Visse quindi in povertà con la moglie e le due figlie. Però non abdicò mai al giuramento del 1923. Il 7 giugno 1943 il cinquantaquattrenne Maiocco fu eletto Gran Maestro della massoneria italiana unificata, costituita nel marzo precedente. Erano i giorni dei contatti prudenti ma intensi tra il re e i “revenant” dell'antifascismo (Soleri, Ivanoe Bononi, Meuccio Ruini...) e della messa a punto della grande operazione: liquidazione del regime con l'estromissione di Mussolini da capo del governo, azzeramento del Partito, che si rivelò una bolla d'aria, e uscita dalla guerra con la resa senza condizione pretesa dalle Nazioni Unite. Il PNF non aveva mai avuto tanti iscritti come nel 1942-1943. Non ebbe quasi alcun difensore dopo il 25 luglio. Poi ne ebbe parecchi, ma nella versione repubblicana e quando, divisa in due, l'Italia centro-settentrionale fu occupata dai tedeschi. Maiocco rimase fedele alla missione originaria: ora occorreva fare da pilastro portante tra le Istituzioni supreme e gli anglo-americani, garanti delle libertà rinascenti. Nel “Diario di un anno” Ivanoe Bonomi sotto la data del 24 luglio 1943 scrisse: “Oggi alle 17 viene da me un noto antifascista, il piemontese dottor Maiocco, che è in molta intimità con il quadrumviro De Vecchi”. Come scrive Antonino Zarcone nella sua biografia (*), Maiocco fu “il messaggero del colpo di Stato”: una triangolazione tra componenti del Gran Consiglio (monarchici), antifascisti contrari ad avventure rivoluzionarie e alti gradi delle Forze Armate, il tutto al riparo della Corona, unica interlocutrice dei vincitori.
   Come Ettore Busan, Giovanni Nalbone e altri personaggi poco noti e tuttavia fondamentali, Maiocco svolse un ruolo tanto occulto quanto efficace. Promotore della Massoneria Italiana Unificata (fusione tra Grande Oriente e Gran Loggia in nome della Fratellanza) venne scelto quale referente privilegiato della Massoneria degli Stati Uniti d'America: coerente e credibile. La sua Obbedienza fu e per molti anni rimase la sola italiana riconosciuta da John H. Cowles, Sovrano del potentissimo Rito scozzese antico e accettato di Washington (Giurisdizione Madre del mondo), quando presidente degli USA era il massone Harry Truman.
Mentre in Italia al governo erano partiti fondamentalisti (comunisti, socialisti e democristiani, ossessionati dall'odio contro la massoneria, bollata come “partito della borghesia” e della depravazione “occidentale”: erano gli anni della “Madonna Pellegrina” e di culti ancestrali spacciati per devozione cristiana), Maiocco fu il perno per ammodernare l'Italia, come Dunstano Cancellieri e altri a lungo dimenticati. Alcuni furono il punto di congiunzione di fili ad alta tensione: Giuseppe Cambareri, per esempio, con un piede in Italia e uno in Brasile, referente occulto di Pietro Badoglio, poi a contatto con Lopez Rega. La sua eredità venne raccolta da Licio Gelli, tra Brasile, Uruguay, Argentina, passando anche dal Cile, s'intende.
   Anche grazie a quei fili la Chiesa visse e vive. Nel luglio 1974 il prefetto della Congregazione della dottrina della fede, Ferenc Seper, concluse che i cattolici possono benissimo sedere in logge che non cospirano contro la Chiesa. Chissà se nel corso del Giubileo, quasi mezzo secolo dopo quella eminente pronuncia, papa Francesco dirà una parola chiara sulla compatibilità tra pratica dei sacramenti e logge massoniche o al popolino si lascerà ancora credere che i grembiulini massonici nascondono chissà quali enormità? Tra l'ondeggiare di rami di palme e di olivi, v'è motivo di sperare che la festa del perdono sia anzitutto esame di coscienza delle antiche condanne, pronunciate senza prove, per calcolo, per partito preso. O per gli oscuri “motivi a noi noti”, citati da Clemente XII nella Costituzione apostolica del 1738, prima condanna dei massoni e preludio all'Editto del cardinale Ecole Firrao, che a carico dei “fratelli” comminò la pena di morte, la confisca dei beni e la demolizione delle case nelle quali si radunassero. Novant'anni dopo il forzato autoscioglimento della massoneria, è un tema sul quale riflettere, anche alla luce della vita esemplare di Domenico Maiocco, grande invalido di guerra, pluridecorato, sodale di Placido Martini (uno dei tredici massoni fucilati alle Fosse Ardeatine), morto a Roma il 17 maggio 1969 .
Aldo A. Mola
(*) Domenico Maiocco: lo sconosciuto messaggero del colpo di Stato (pref. di Luigi Pruneti, ed. Annales, cooperativaannalles@gmail.com). Il volume è pubblicato con il concorso della Fondazione Cassa  di Risparmio di Saluzzo, del Centro Giolitti e dell'Associazione di studi sul Saluzzese, in omaggio ai rapporti tra Maiocco e Marcello Soleri, documentati con carte inedite.
DATA: 21.03.2015

LUTTO: LA SCOMPARSA DELLA SIGNORA CECILIA ROMANO

Abbiamo appreso con dolore che la Sig. Cecilia, madre del Prof. Tommaso Romano, punto di riferimento per la cultura monarchicha di Palermo, ci ha lasciati lo scorso 19 marzo.
I funerali si sono svolti venerdì 20 marzo, nella chiesa di S. Pietro e Paolo a Palermo.
Il Presidente Alessandro Sacchi ha fatto giungere all'amico Prof. Tommaso Romano, anche a nome dell'Associazione, le sue più sentite condoglianze..
L'U.M.I. partecipa al cordoglio e si stringe attorno alla famiglia Romano in questo delicato momento di dolore.

DATA: 21.03.2015

IL RE UMBERTO II: 32 ANNI DI ESILIO OLTRE LA MORTE

Il Principe Umberto n divisa di Primo Esploratore d'Italia mentre al Vittoriano nel 1916 decora della Medaglia al Valor Civile della Fondazione Carnegie il Gagliardetto della Sezione Corpo Nazionale Guide ed Esplorator d'Italia di Verona
Il 18 marzo 1983 moriva in esilio il quarto Re d'Italia, Umberto II. A distanza di 32 anni le sue spoglie ancora riposano in terra straniera. Oltre che a Lui anche a Vittorio Emanuele III, alla Regina Elena e alla Regina Maria José è negato di riposare nella terra sulla quale hanno regnato, mentre tutti gli altri paesi dove non vi è più una Monarchia (anche quelli ex comunisti) hanno fatto rientrare le salme dei propri Sovrani con tutti gli onori. Vergogne italiane.
    Quest'anno non vogliamo ricordare Umberto II con un'immagine dell'esilio ma con questo raro scatto che raffigura il Principe Umberto in divisa di Primo Esploratore d'Italia mentre al Vittoriano nel 1916 decora della Medaglia al Valor Civile della Fondazione Carnegie il Gagliardetto della Sezione Corpo Nazionale Guide ed Esplorator d'Italia di Verona (archivio Maurizio Lodi).
    Il Re è morto, Viva il Re!
Unione Monarchica Italiana          
    Roma, 18 marzo 2015



A UMBERTO II

UMBERTO II

Fratello, nutrito da questa terra,
Sorella, difesa da questo lido,
Padre, non cercare solo la guerra,
Madre, ridona amor al nostro nido.

Ricordate, da qui siamo venuti,
non scordate che qui dobbiam tornare
per donar i nostri attimi vissuti
e partir verso la meta finale!

Chi siamo noi per negar tale riposo
A colui che, per amor dei suoi figli,
sacrificò sé con fio sì gravoso?

Partì per l’eterno pellegrinaggio
tre veglie dinnanzi alla primavera,
ma sempre sarà il mio Re di Maggio!

Matthias Buccianti                           

DATA: 18.03.2015
 

17 MARZO: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE U.M.I. ALESSANDRO SACCHI

Alessandro Sacchi




Il  17 marzo 1861, gli italiani ebbero, con la proclamazione del Regno unitario, gli stessi diritti e gli stessi doveri, da Aosta a Santa Maria di Leuca.
Popoli che avevano visto tirannidi e prigionie, conobbero le libertà costituzionali garantite, libere Istituzioni e libere elezioni parlamentari.
Nell'anniversario l'Unione Monarchica Italiana ricorda che il 17 marzo si celebra la proclamazione di un Regno e la nascita dell'Italia moderna.

Avv. Alessandro Sacchi
Presidente Nazionale Unione Monarchica Italiana

Roma, 17 marzo 2015

DATA: 16.03.2015

17 MARZO 1861 E IL NEGAZIONISMO REPUBBLICANO

Il 17 marzo 1861 venne pubblicata nella Gazzetta Ufficiale la legge approvata il 14 marzo dello stesso anno che recitava: “Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia”. In questa data, dunque, veniva proclamato il Regno d’Italia. Un fatto storico incontrovertibile. Ma così, a quanto pare, leggi alla mano, non è. Con la legge del 23 novembre 2012 n. 222 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 18 dicembre 2012 ed entrata in vigore il 2 gennaio 2013, al terzo comma si dice infatti, che la repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell’anno 1861, dell’Unità d’Italia, ”quale giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”. Il 17 marzo del 1861 quindi, secondo la repubblica italiana, è la festa dell’Unità d’Italia, e non della proclamazione del Regno d’Italia, come la storia asserisce (festa tra l’altro declassata, in quanto, sempre secondo la stessa legge, lo Stato non dovrà spendere nemmeno un euro per manifestazioni e iniziative). Trattasi di negazionismo storico o solo della volontà di non pronunciare la parola Regno? L’Unità d’Italia infatti, (quella degli attuali confini per intenderci), fu realizzata da Vittorio Emanuele III solo nel 1918, con la vittoria della prima guerra mondiale. Festeggiare l’Unità d’Italia il 17 marzo, oltre a negare che in quella data nacque il Regno d’Italia, significa anche non aver capito il valore del 4 novembre, data commemorativa ed effettiva dell’Unità d’Italia. La stessa legge del 23 novembre 2012 oltre a riconoscere, erroneamente o volutamente, nella data del 17 marzo l’Unità d’Italia, si impone di festeggiare anche la Costituzione repubblicana, che nel 1861 non esisteva. Davvero un capolavoro! Che sia un tentativo da parte del legislatore di appropriarsi di una ricorrenza che non gli appartiene? Ma se si voleva festeggiare l’Unità d’Italia come si evince dalla legge in questione, storicamente, non era più azzeccata la data del 4 novembre? E nel caso, perché non renderla a tutti gli effetti la festa di tutti gli italiani, dandogli il rango che merita, superiore anche al 2 giugno, che invece rappresenta una data divisiva?
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.  
DATA: 16.03.2015

CELEBRAZIONE DEL 17 MARZO


Nacque in terre dolci, su amate colline di un Regno antico incominciò a sventolare;
sacri colori di speranza gloriosa portò in seno dal primo suo momento.
Vessillo limpido e puro al centro s’era messo: di Savoia il simbolo, d’Italia l’amore.
Gravido di sangue, ma di vittorie alte, progredì fino all’Urbe e al Tirreno, dove è Partenope
la bella, che al suo grido la mano hai teso.
Pace e concordia nell’Italia novella, al vero di non facile governo, hai sempre recato lo
sguardo materno e dolce e noi, verso te, simbolo del nostro Sovrano, ponendo l’orecchio
ascoltavamo il tuo canto che anelar voleva a far d’Italia la congiunzione eterna.
E venne il dì, venne il momento in cui, amato esempio dei popoli latini, verso l’alpe scura e
il fiume viola t’avviasti per compiere l’opera che consacrò l’Italia al suo destino di Nazione:
del parlar slavo ed allemano diventasti figlia e quel vessillo di Sabaudo genio riconquistò,
per la nostra patria, il suolo che al dolce parlar angelico poneva i lamenti.
Ore buie, tempeste nere s’abbatterono su di te, al suono di giovani canzoni e di militari
parapigli issata eri e la Marcia dei Sovrani, che tu rappresenti, ultima luce ti teneva in vita;
in quel periodo fosco che, nella notte di una guerra ingiusta, gettò il tuo spirito nel sangue ribelle.
Arrivò l’alba, il tormento della notte scura era finito; il vigore dei tuoi figli ti fè rialzare, gioire
e sperare: di Savoia il vessillo splendeva, nella calda primavera di un anno infausto.
Amare parole, strani incontri ti fecero precipitare e vile gente dimentica e pazza, volle
strapparti dal seno lo scudo sacro che ti accompagnò da sempre.
Umiliata, scarnificata e rozza, la tua sembiante accompagna un paese schiavo, servo e
vile che disprezza ogni cenno di novità e alternative; specchio è il suo decoro, ogni angolo
d’Italia è macchiato di stracci al vento, strani esempi di pazzie scellerate.
 
Tu, Bandiera tricolore Regia figlia adorabile del Nostro alto Sovrano, seppur (quasi)
nascosta ai più, sventoli ancora, in alto, nel cielo lucido del giorno compiuto! E nel cuore di
ogni Vero Italiano, aleggi come lo spirito della gloria e della Vittoria, segno tangibile del
nuovo e dell’alternativa che da sempre, sventolando altera e fiera, vuoi.
Con ampie e gaudiose lodi, osannar dobbiamo la Bandiera Regia che nel giorno odierno,
gloriosa, aulica e perenne scrive con dorate parole sul marmo bianco e lucido:

Viva l’Italia, viva il Re, viva la Patria.

Colgo l’occasione per augurarvi buon 154° Anniversario dalla Nascita del Regno d’Italia.

 Stefano M. Terenghi - UMI Lecco
DATA: 16.03.2015

PER ESPORRE... I PANNI DELLA VERA STORIA D'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/03/2015
              
           L'Esposizione Universale in programma a Milano dal 1° maggio 2015 è anche (o potrebbe essere) l'occasione per ricordare agli italiani la loro vera storia, assai diversa da quella, spesso approssimativa e caricaturale, narrata sommariamente da applauditi scrittori stranieri. L'evento ormai imminente ha due importanti precedenti, sui quali merita tornare brevemente: le Esposizioni del 1911 (Roma e Torino), allestite nel cinquantenario del regno d'Italia, e quella programmata a Roma per il 1942, ventennale dell'avvento del governo Mussolini. Come balza evidente, le due massime Esposizioni italiane furono davvero disuguali. La prima volle mostrare il cammino percorso dal Paese in mezzo secolo di unità politica. Ideatori e organizzatori sapevano di non poter gareggiare con le Esposizioni universali realizzate in altri Paesi: a Londra, ripetutamente, e a Parigi nel 1900, quando la Ville Lumière ospitò centinaia di convegni, come quello sulla logica matematica che segnò l'incontro tra Giuseppe Peano e Bertrand Russell. Tuttavia il progresso dell'Italia venne opportunamente inquadrato in quello dei Paesi più avanzati e nel confronto con le civiltà extraeuropee. Del resto l'Italia vantava due primati che la rendevano particolarmente sensibile e culturalmente attrezzata per misurarsi con gli altri “mondi”: l'universalità della Chiesa cattolica e quella dei suoi scienziati, organizzati in Accademie dalla vita plurisecolare e di prestigio indiscusso, a cominciare dai Lincei.
   L'Esposizione del 1911 (a Roma ma anche a Torino per non far torto all'antica capitale) coincise con la dichiarazione di guerra all'impero turco-ottomano. A metà settembre il re, Vittorio Emanuele III (*), e il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, anche su pressante consiglio del ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, decisero in pochi giorni di usare le armi e proclamare la sovranità dell'Italia sulla “quarta sponda”, prima che vi arrivassero i francesi o chissà chi altri: necessità, fatalità, come spiegò lo stesso Giolitti il 7 ottobre al Teatro Regio di Torino, ove avrebbe dovuto rendere omaggio all'Esposizione, ma virò il discorso sul conflitto in corso e sulle sue ragioni storiche. Quella guerra dette la più alta prova di indipendenza dell'Italia dalla sua nascita a oggi. Finì bene (inclusa l'occupazione/liberazione di Rodi e del Dodecanneso) perché il governo, trovata l'intesa con i Senussi, in un anno ottenne la resa della Sublime Porta. Quattro anni dopo, in coincidenza con l'inaugurazione del Canale di Panama, a San Francisco venne celebrata una fastosa Esposizione Universale. Partecipe in tono minore, l'Italia venne rappresentata dall'ex sindaco di Roma, Ernesto Nathan.
  Finì malissimo, invece, la seconda grande Esposizione del Novecento. Dopo la Mostra del Decennale del fascismo (1932), tuttora interessante (come ricordato dalle grandi rassegne sull'Italia culturale ed economica tra le due guerre, organizzate a Milano e a Roma negli Anni Ottanta), l'appuntamento venne fissato per il Ventennale: il suo acrostico, EUR, cioè Esposizione Universale di Roma, suonava bene perché strizzava l'occhio all'Europa: la giovenca rapita e posseduta da Giove (non è il massimo, come “mito fondante”, ma calza bene con certe Istituzioni comunitarie odierne, di mercanti e mezzani). Con profonda delusione dei suoi promotori, nel 1942, Roma e tutto il Vecchio Continente avevano altre urgenze: da tre anni vi divampava la guerra, mondiale dal dicembre 1941, e l'Italia, completamente perduta l'Africa Orientale, passava dall'una all'altra sconfitta, con troppe armate all'estero (dal fronte russo all'Africa settentrionale) e sfiducia crescente all'interno.
   Quella è comunque storia remota. Motivo in più per interrogarsi sul legame profondo tra l'Italia attuale e la sua irripetibile epoca di fondazione: dall'Unità nazionale alla vigilia della Grande Guerra. Oggi vengono presentate come novità assoluta e cifra di modernità lungimirante la tutela dell'“ambiente”, l'attenzione per la qualità e quantità degli alimenti, la preoccupazione per la salute... Va ricordato, tuttavia, che tali odierni obiettivi non sono affatto nuovi. Lasciando da parte la legislazione dell'Antica Roma, fondata sulla sacralità della natura (boschi, fonti, fiumi, spiagge...), la Terza Italia dette il meglio di sé proprio nella strenua valorizzazione delle risorse della “Gran Madre di cavalli e di biade”, per dirla con Virgilio. Rimboschimento e tutela delle acque furono assi portanti dei governi, sorretti da scienziati, giuristi, capitani d'impresa e dai tanti che, all'epoca, quando venivano eletti deputati ed erano richiesti di indicare la loro professione, non esitarono a dichiararsi “ agricoltori”. Lo fecero due personalità molto diverse ma al tempo stesso molto simili: Giuseppe Garibaldi (marinaio, invero, prima di dedicarsi a Caprera) e il principe Leopoldo Torlonia. A differenza di quanto affermato da Giuseppe De Rita (“La politica è inerme senza burocrazia”, Corriere della Sera, 10 marzo 2015, p. 28) Giolitti (come già Depretis e Crispi) si valse non solo di prefetti ma di una dirigenza diffusa: migliaia di “impiegati” orgogliosi di servire lo Stato e le amministrazioni locali per stipendi modesti, compensati dal prestigio del rango di “pubblico ufficiale” (valeva anche per insegnanti e docenti). La legge sulle precedenze tra le varie cariche e dignità a Corte e nelle pubbliche funzioni inglobava in una stessa categoria, la VIII^, gli ispettori del Genio civile, i presidenti dei tribunali civili e penali, i commendatori degli Ordini Cavallereschi, gli Accademici e i sindaci di capoluoghi superiori ai 60.000 abitanti. I professori di liceo e degli istituti tecnici erano compresi nella stessa categoria (la XII^) dei giudici, dei sostituti procuratori, dei capitani e luogotenenti di vascello... Tutti insieme costruivano la Nuova Italia.
   Quanto all'attenzione dei “politici” per l'alimentazione (tutt'uno con l'educazione) degli italiani, quel passato non sfigura certo nel confronto con il presente. Nelle Memorie della mia vita (1922) Giovanni Giolitti ricorda ripetutamente l'impegno dei governi da lui presieduti per migliorare in Italia la “pianta uomo”, come a suo tempo aveva auspicato Vittorio Alfieri. Altrettanto emerge dai suoi discorsi elettorali, dalle relazioni illustrative dei disegni di legge e dal Carteggio (pubblicato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Saluzzo, cura di Aldo G. Ricci, 2009-2010, oltre 2000 pagine).
  La dirigenza del suo tempo si formò negli anni della “Inchiesta Jacini sulle classi agrarie” (1878-1884), nel cui ambito fu pubblicata l'indagine sulle condizioni dei “contadini” nel Piemonte: realtà che deputati quali Michele Coppino, Giolitti, Teobaldo Calissano e tanti altri conoscevano bene, sia perché ne provenivano e vi vivevano parte dell'anno, sia perché furono sindaci o membri dei consigli provinciali, veri e propri laboratori politico-amministrativi, oggi scioccamente depauperati di rappresentatività (Giolitti fu consigliere provinciale dal 1885 al 1925: quarant'anni spesi bene). L'Inchiesta mise su carta quanto era ben noto: situazione igienico-sanitaria di profonda arretratezza, pessima alimentazione, orari di lavoro massacranti (sino a 18-20 ore al giorno nelle stagioni “di punta”), diffuso alcoolismo (specie nelle valli), contro il quale Giolitti invocò ripetutamente misure preventive e correttive. Nel suo primo intervento alla Camera (1884) egli chiese con forza la diminuzione della tassa sul sale per favorirne il consumo, essenziale per migliorare le condizioni di salute delle popolazioni subalpine, affette da cretinismo endemico. Al tempo stesso osteggiò l'apertura di strade per collegare terre che a memoria d'uomo non avevano comunicato e non ne sentivano il bisogno. Da Ministro del Tesoro e delle Finanze nel governo Crispi (1889-1890) dedicò speciale attenzione alla promozione dell'educazione fisica (in linea con la politica dei ministri dell'Istruzione Michele Coppino e Francesco De Sanctis, letterati e scrittori, di Guido Baccelli, illustre clinico, e degli igienisti, come Luigi Pagliani, nativo di Genola, nel Cuneese, al quale si deve la prima legge sanitaria del Regno d'Italia, e Angelo Mosso, fisiologo di fama.
   Da presidente del Consiglio, valendosi di ministri di alta preparazione tecnica e di assoluta dedizione civile (Pietro Lacava, Luigi Rava, Francesco Cocco-Ortu, Francesco Saverio Nitti), Giolitti dedicò speciali cure agli indigenti e agli inabili al lavoro, ai malati e ricoverati, agli alluvionati; egli puntò altresì sul miglioramento della rete di strade e ponti nazionali per agevolare il trasporto delle merci e specialmente delle derrate alimentari, mentre il Paese subiva i contraccolpi della guerra doganale con la Francia, a detrimento dell'esportazione di bestiame, vino, ortaglie.
  Tornato al governo col presidente Giuseppe Zanardelli (1901-1903) e poi da primo ministro  (1903-1905; 1906-1909; 1911-1914) Giolitti impostò un vasto piano normativo a sostegno dei principali ospedali del Paese (Santo Spirito in Sassia e Ospedali Riuniti di Roma, Umberto I di Napoli, Mauriziano di Torino, Ospedali siciliani, etc), alla bonifica dei terreni incolti e malsani, alla fabbricazione e vendita di vaccini, sieri, virus, tossine e prodotti affini; nonché a culture specializzate (risicoltura, cerealicoltura, produzione viti-vinicola, etc.). Speciale impegno i governi giolittiani posero a favore dell'infanzia abbandonata, sino all'abolizione della “ruota” e alla “ricerca della paternità” dei bambini abbandonati (1908).
  Effetti poderosi ebbero le leggi speciali per la Sicilia, la Sardegna, le Calabrie, per  l'Acquedotto Pugliese e molte altre norme che incrementarono la produzione agro-alimentare. Altrettanto significativo il risanamento di Napoli, dopo la celebre “Inchiesta Sagredo” (1908), il riordino delle Farmacie e degli Ordini sanitari, che richiesero anni di elaborazione normativa e di impegno parlamentare. Negli anni 1906-1909 e 1911-1913 il governo assunse importanti misure per dotare di acqua potabile i Comuni che ancora ne erano privi (in molte frazioni rurali l'acqua “potabile” era attinta da pozzi profondi pochi metri e spesso inquinati da liquami e deiezioni) e per potenziare la costruzione di ospedali comunali e  consorziali.
   Nel 1908, tre anni dopo le Esposizione agrarie riunite, allestita [singolare o plurale?] a Cuneo nel 1905, e tre anni prima delle feste cinquantenarie del Regno, il re e il presidente del Consiglio vararono l'Istituto Internazionale di Agricoltura, vero fiore all'occhiello della Nuova Italia, remota premessa della FAO, che non per caso ha sede a Roma. Alle spalle vi erano decenni di studi, avviati sin dai tempi dei Congressi degli Scienziati Italiani (che a loro volta affondavano radici nei Georgofili e in analoghi sodalizi scientifici ed economici) e nei “poderi modello” di Carlo Alberto di Savoia, in gara con quelli di altri sovrani coevi, da Ferdinando II di Borbone al Granduca di Toscana, Leopoldo II d'Asburgo.
   Negli stessi anni venne combattuta la fase apicale della battaglia contro la malaria (che colpiva indiscriminatamente tutte le classi sociali), le malattie da malnutrizione (la pellagra), e la tubercolosi, che affliggeva anche le popolazioni costiere. Le statistiche offrono un quadro desolante delle condizioni di vita degli abitanti di tanta parte dell'antico Lombardo-Veneto e del delta del Po. Gianpaolo Romanato ha riproposto con l'efficace titolo L'Italia della vergogna alcune cronache di Adolfo Rossi (1857-1921) sulle condizioni di partenza dei migranti italiani e dell'inferno vissuto nelle terre di approdo: Brasile, Stati Uniti, Sud Africa(ed. Longo).
   Punto di arrivo della Nuova Italia fu la legge “sulla cittadinanza” (1912) che preluse idealmente a quella sull'“obbligo dell'istruzione”, impostata nel 1920-1921 da Giolitti con Benedetto Croce ministro della Pubblica istruzione: istruzione obbligatoria intesa non solo come istruzione obbligatoria ma anche come educazione nazionale, progresso e dignità civile.
   All'inaugurazione dell'Ospedale per l'Infanzia, intitolato in Cuneo alla Regina Elena, nel 1914 Giolitti disse lapidariamente che due generazioni di cittadini ben alimentati e bene educati avrebbero portato l'Italia alla pari con i paesi che da più secoli si erano incamminati sulla via del progresso, grazie all'unità politica raggiunta quando gli italiani ancora erano “volgo disperso che nome non ha”.
   Per la riorganizzazione civile all'indomani della catastrofe finanziaria e sanitaria causata dall'intervento nella Grande Guerra Giolitti dedicò l'opera del suo quinto Governo (1920-1921), anche con disegni di legge sulla trasformazione del latifondo e la colonizzazione interna: premessa delle grandiose bonifiche realizzate dal governo Mussolini nei decenni successivi. Identico impegno pose nella lotta contro la svalutazione del potere d'acquisto della moneta, che si ripercuoteva sul tenore di vita. Risale a quel suo governo l'istituzione del Consiglio Nazionale del Lavoro, la cui validità, confermata nei decenni seguenti, venne ribadita nella Costituzione della Repubblica, ma adesso viene cancellata. C'è chi sostituisce il CNEL? Un bel saggio, ancora inedito, di Luigi Rizzo, condotto su documenti inediti, spiega che cosa fu davvero la politica sociale dei governi Giolitti.
   Il cauto entusiasmo che circonda l'imminente Expo riflette le indecisioni di una linea di governo che sempre più si sfarina, passando dal decisionismo degli annunci alle lentezze della routine. E' il caso, clamoroso, della “Buona Scuola”, annunciata con trionfalismo e ora incanalata nei binari della prassi antica, con tanto di invenzione di due nuove figure di docenti, il “mentor” e lo “staff”, ulteriore pacchiano cedimento alla servile anglicizzazione del Paese. Non ce lo chiede nessuna Europa. E' solo la prova della pochezza italica trionfante.
 Aldo A. Mola
 (*) Se ne veda la nuova importante biografia di Frédéric Le Moal, Victor Emmanuel III. Un roi face à Mussolini, Parigi, ed. Perrin (titolo riduttivo, invero, perché l'opera, sulla quale torneremo, abbraccia l'intera vita del sovrano e la sua epoca).
DATA: 15.03.2015

CORRIERE DELLA SERA: INTERVISTA A S.A.R. IL PRINCIPE AIMONE DI SAVOIA

Articolo pubblicato su "Il Corriere della Sera" del 6 marzo 2015, pagina 8 "In primo piano"

CORRIERE DELLA SERA: INTERVISTA A S.A.R. IL PRINCIPE AIMONE DI SAVOIAAimone di Savoia il veterano della «comunità»: segnale positivo
MOSCA È stato uno dei cinque imprenditori e manager che hanno preso la parola durante l'incontro che Matteo Renzi ha avuto con i rappresentanti delle imprese italiane in Russia. Aimone di Savoia Aosta, 47 anni, è un veterano della comunità italiana in Russia. Figlio di Amedeo d'Aosta, Aimone (ha ripreso il nome dell'avo che fu conte d'Aosta e Signore della Savoia all'inizio del Trecento) è il capo della Pirelli Russia, società che ha nel paese due stabilimenti produttivi a Kirov e Voronezh, con un totale di tremila dipendenti.
Savoia-Aosta giudica con favore la visita di Renzi nella capitale russa: «E' un segnale molto positivo», dice. E potrebbe significare molto per le imprese italiane che faticano a far andare avanti gli investimenti avviati in questi anni. «Noi ce la caviamo grazie all'export: abbiamo iniziato a inviare in Europa gli pneumatici costruiti in Russia», spiega il Ceo della Pirelli Russia. L'investimento e le due fabbriche erano state pensate quasi unicamente per il mercato russo, in forte espansione: «II progetto originario è nato in buona parte sulla produzione di gomme invernali e chiodate, proprio per le particolari condizioni delle strade russe», dice Savoia-Aosta. Ma le sanzioni, la crisi del rublo e il crollo della domanda interna hanno spinto Pirelli Russia a cambiare strategia, almeno temporaneamente. Grazie anche al rublo, il costo del lavoro è basso, praticamente come in Cina. «Così le gomme realizzate con materie prime acquistate direttamente in loco ora prendono in parte la via dell'Unione Europea».

DATA: 12.03.2015

GIOVINEZZA: IERI E OGGI TRA RETORICA E REALTA'

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/03/2015
              
        Lupercalia. Capri, lupi e altro. Sul Palatino a Roma. A Primavera la vita rifiorisce, sacra a Juventas, dea della giovinezza, alla giovinezza stessa, juventus. Nessuno l'ha cantata meglio di Lorenzo de' Medici, il Magnifico (1449-1492), nel Trionfo di Bacco e di Arianna: “Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia!/ chi vuol esser lieto, sia:/di doman non v'è certezza/.../ Ciascun apra ben gli orecchi:/ di doman nessun si paschi: /oggi siam giovani e vecchi/ lieti ognun, femmine e maschi;/ ogni tristo pensier caschi;/facciam festa tuttavia./ Chi vuol esser lieto, sia/ del doman non v'è certezza...”
Da quando inizia e quando termina la Giovinezza? Non ne esiste una concezione identica sempre. Varia da civiltà a civiltà, dall'uno all'altro Paese, secondo i tempi. Oggi se ne ha una percezione confusa, perché i “media” hanno appiattito e sempre più sconvolgeranno la visione della crescita fisiologica con l'imposizione ossessionante del corpo umano in ogni sua fase e in ogni suo aspetto. In un paio di minuti di pubblicità allo spettatore disorientato, dall'infante al vecchio cadente, vengono proposti i pannolini per il pupetto, gli assorbenti (non solo femminili) per tutte le età, gli adesivi per dentiere di (si suppone) anziani e altri rimedi per morituri, indotti ad atteggiarsi a giovani aitanti.
Poiché le nostre sono radici greco-latine, malgrado l'oblio dei Trattati dell'Unione Europea, giova ricordare che gli Antichi Romani avevano concetti e vocaboli opportuni per scandire ogni fase della vita: lasciata alle spalle l'infanzia e superata l'adolescenza il puer e la puella mettevano alla prova la pubertà (evidenziata dalla natura) con riti solenni e un poco selvaggi (i lupercalia, appunto) e a 20 anni divenivano giovani. Lo rimanevano sino al 40° anno. In quel ventennio gli juvenes prestavano servizio militare. Erano viri (adulti), cittadini di pieno diritto. Da puellae a 20 anni le femmine divenivano mulieres (mogli, madri e un giorno matrone).
A 40 anni il giovane diveniva senex, cioè anziano. Poteva sedere in Senato (che non sta per senile, cioè “vecchio”, meno ancora “bacucco”, aggettivo nato per deformazione di abacuch ebreo e sinonimo di decrepito). Del resto tra i 40 e i 60 anni i seniores erano ancora “riservisti” nell'esercito e, alla bisogna, prendevano le armi in difesa della res publica perché “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, come recita l'articolo 52 della Costituzione, applicata solo quando fa comodo.
I latini da juvenes derivarono juvenculus, che significa giovincello ed anche torello, il maschio nella pienezza dell'energia riproduttiva; e per juvenca intesero la giovenca, la giovane che sta al torello come la ragazza in fiore, l'irripetibile flos iuventutis. Col favore propiziatorio dei lupercalia, la mulier sarebbe divenuta mater familias, perno della continuità per germe o per adozione.
I  romani antichi avevano una visione limpida e rasserenante della vita. “Giovane” ha la stessa radice di “giovare”: aiutare. Nei confronti del giovanilismo, però, i Patres avevano molta comprensione. Atteggiamento giovanile sta per immaturo, spensierato, eccessivo,  non sempre meditato. Nell'uso corrente “errore di gioventù” allude a una “felix culpa” rimediata alla meno peggio.
Giovanilismo, spensieratezza, audacia. Ma chi aiuta gli Audaci? La Juventas, dea della Giovinezza, spesso è giovanilmente distratta. Secondo i classici interviene allora la Fortuna, che però assegna o concede i suoi favori a occhi bendati. Garanzia zero. O la va o la spacca. Giovanilismo, appunto. Che va bene quando si rischia in proprio: il balzo attraverso il cerchio di fuoco, il cammino sui carboni ardenti, il salto nel buio, il tuffo dallo scoglio senza vedere il fondale e altre follie; ma a patto di non compromettere vite e beni altrui.
Un pensiero oggi dilagante insinua che le grandi scosse telluriche nel corso della storia furono impresse dai giovani. E' quanto venne e viene detto anche da un presidente del Consiglio ormai quarantenne e quindi senex, ma circondato da collaboratori e da ministre che s'atteggiano a elfi e a puellae più che a juvenes. All'opposto, le civiltà classiche imponevano la gravitas: comportamenti e atteggiamenti da adulti, da chi reggeva i pesi (munera) delle cariche pubbliche. I Faraoni adolescenti per apparire degni del trono aggiungevano sul volto i segni della conseguita maturità. La barba accomunò tutte le civiltà classiche: dagli Assiri-Babilonesi agli Ittiti, ai Persiani, ai Greci, ai Cartaginesi. I Romani non ebbero altrettanta una chiarezza di rasoio. L'“onor del mento” cominciò ad avere successo con Nerone, Lucio Anneo Seneca (il filosofo che dal suo discepolo, Nerone appunto, fu costretto a uccidersi), Marco Aurelio (imperatore e filosofo) e via continuando sino a Giuliano l'Apostata.
Tra decadenza, età di mezzo e rinascita la storia venne fatta da barbe nere, barbe grigie, barbe bianche. La barba dilagò anche negli Ordini monastico-cavallereschi che (per motivi pratici e igienici) prescrivevano di radere il cranio. Se mettiamo a fuoco la storia d'Italia vediamo che giovani e anziani si rasarono sino al Cinquecento. Carlo V d'Asburgo, sovrano del Sacro Romano Impero, al potere da giovanissimo, prese invece a modello Marco Aurelio: come lo dipinse Tiziano Vecellio nel celeberrimo ritratto a cavallo alla battaglia di Muhlberg. Da quel momento papi e re (in primis l'agliofago Enrico IV di Francia), granduchi, principi e via discendendo, si ornarono di barbe, fedine, baffi: tutto un fiorire di peli che fece il tormento dei pittori e l'estasi degli ammiratori. Sempre un po' esagerato, Ivan IV il Terribile, zar a tre anni, effettivamente sul trono a diciassette, impose invece ai boiardi di Russia sia di radersi il volto sia di tagliarsi le maniche all'orientale. I dissenzienti vennero eliminati. Parecchi furono bolliti vivi, talvolta più d'uno nello stesso pentolone: un supplizio che dura più a lungo del rogo, in uso nell'Occidente per eretici, streghe, sodomiti e altre colpevoli di “peccati” all'epoca considerati sacrileghi.
I giovani dettero alcuni scossoni alla storia europea e italiana negli ultimi tre secoli. Dopo la straordinaria stagione degli illuministi, fucina indimenticabile del pensiero liberale - come ricorda l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici che ha sede nel Palazzo dal quale Gennaro Serra di Cassano uscì appena ventenne per essere decollato in Piazza Martiri -, l'età franco-napoleonica (1796-1815) alzò il coperchio del conservatorismo più ottuso e consentì anche a molti aristocratici e, ben s'intende, alla miriade di borghesi, di edificare un Nuovo Mondo, mentre al di là dell'Atlantico conservatori come George Washington sconfiggevano gli inglesi e creavano gli Stati Uniti d'America. Napoleone I, imperatore a trentacinque anni e re d'Italia a trentasei, nel 1805 insediò a Milano come viceré il giovanissimo figlio adottivo Eugenio Beauharnais, circondato però da ministri e consiglieri attempati e saggi.
Dilagarono le sette segrete, popolate di cospiratori che a trent'anni erano già considerati anziani, le associazioni studentesche (celebri quelle germaniche, i cui affiliati erano orgogliosi di ostentare sul volto gli sfregi delle ferite subite nei duelli all'arma bianca), i moti insurrezionali. Carlo Alberto di Savoia concesse al regno di Sardegna la Costituzione di Cadice nel 1821. Aveva appena ventitré anni, ma da un decennio “studiava da re”. Perciò nel 1848 non esitò a promulgare lo Statuto, poi rimasto in vigore sino al 1947. Quando Carlo Alberto nel 1831 salì al trono, il ventiseienne repubblicano Giuseppe Mazzini lo sfidò idealmente a duello: per “fare l'Italia”. Poi fondò la Giovine Italia, basata sull'esclusione degli ultraquarantenni, e la Giovine Europa. Nel 1834 il ventisettenne Giuseppe Garibaldi, fallita sul nascere la cospirazione di Genova, riparò in esilio. Rientrò in Italia nel 1848, quarantunenne. Senex. Quando nel 1860 guidò la spedizione dei Mille, venne ritratto benevolmente come aitante condottiero; in realtà ormai soffriva di artrite, faticava a salire a cavallo e da molti era considerato il Nonno della Rivoluzione. Al suo seguito i ventenni accorsero in massa, come già avevano fatto in difesa della Repubblica romana nella primavera del 1849 (Mameli, Manara, Fabrizi...). Nel 1859 i giovani inneggiavano alla “Bella Gigogin”, una tra le canzoni più scatenanti della storia d'Italia: “A quindici anni facevo l'amore/ a sedici anni ho preso marito/ a diciassette mi sono spartita/ dàghela avanti un passo/ delizia del mio cuor...”.
“Fare gli italiani” – come raccomandò Massimo d'Azeglio – non fu impresa facile e non andò neppure nella direzione giusta, perché mirò a “nazionalizzare” i “popoli d'Italia”, la “itala gente da le molte vite” cantata da Giosue Carducci. Con duemilacinquecento anni di storia alle spalle, gli abitanti del Paese Italia (“Terra dei vitelli”: e le andò bene di non prendere nome di “Ausonia” che sta per “terra dei maiali”) erano euromediterranei dall'epoca dell'Impero romano. Tornarono ad esserlo combattendo per secoli a muso duro l'avanzata degli islamici: dagli Ottone di Sassonia alle Crociate. Lo furono con i Templari, gli Angiò, gli Aragona e ai tempi di Carlo V d'Asburgo e Filippo II di Spagna, quando nel 1557 Emanuele Filiberto di Savoia si rimeritò il Ducato vincendo i francesi a San Quintino e Vespasiano Gonzaga combatteva in Spagna sognando Sabbioneta.
L'Italia dette la suprema prova di indipendenza nel 1911 quando Vittorio Emanuele III (42 anni) e il governo presieduto da Giovanni Giolitti (69 anni) dichiararono guerra all'impero turco-ottomano e proclamarono la sovranità su Tripolitania e Cirenaica. Fu l'ultima dimostrazione di forza della Terza Italia “indipendente sempre, isolata mai”. Poi, dopo l'intervento in due guerre che da europee divennero mondiali (1915-1945), gli italiani rimasero intimiditi. L'Operetta “Addio giovinezza” di Sandro Camasio e Nino Oxilia non fece più sorridere, dopo l'abuso di “Giovinezza, giovinezza/ primavera di bellezza...” da parte del regime. Dall'estero erano arrivati solo guai. L'Europa era piccolina: Francia, Benelux, mezza Germania e un'Italia stremata. Bisognava contentarsi della “politica di casa”: difendersi dalle mire degli Stati confinanti, che la privarono delle colonie e le sforbiciarono territorio nazionale a ovest e soprattutto a est: terre italiane, come Fiume, l'Istria... Del resto, quando il 10 febbraio 1947 firmò controvoglia a Parigi il punitivo trattato di pace, l'Italia dovette ricordare che tra i vincitori vi erano l'Australia, l'India, la Nuova Zelanda, il Sud Africa e le repubbliche socialiste di Ucraina e di Bierolussia...!
La seconda guerra mondiale in Italia ebbe anche la tragica “appendice” della guerra civile. Combattuta tra giovani, essa non si esaurì con il loro sacrificio, spesso strumentale. Durò negli odii prolungati e nel silenzio perché così era stata progettata: per dividere gli italiani più a lungo possibile. Perciò il filosofo Benedetto Croce disse che l'unico dovere dei giovani è di invecchiare: capire il passato e farsi carico della stolidità dei loro predecessori, giovinastri imbaldanziti. Non era un messaggio disperato, ma l'invito a ritrovare la forza degli ideali giovanili, altra cosa dal rimbambimento senile. (*)
Aldo A. Mola
 (*) Di “Voler volare. I giovani alla conquista del futuro” hanno parlato alla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo i saggisti Dario Fertilio, Armando Torno, Angelo Gazzaniga e Gianni Rabbia,nel convegno organizzato dai Comitati per le Libertà, editori, tra altro, di “Fatti più in là. I giovani, i vecchi e la rottamazione” (www.libertates.com).
DATA: 08.03.2015
 
ROMA: PRESENTATO IL DIZIONARIO DEL PENSIERO LIBERALE

ROMA: PRESENTATO IL DIZIONARIO DEL PENSIERO LIBERALE        Martedi 3 marzo 2015, presso la Sala della Regina alla Camera dei Deputati, si è tenuta la presentazione del II volume del “Dizionario del liberalismo italiano”, edito dalla casa editrice Rubbettino.
All’evento era presente una delegazione dell’U.M.I. composta dal Presidente Nazionale, Avv. Alessandro Sacchi, dal Segretario Davide Colombo e dal Presidente del Collegio dei Probiviri, Avv. Edoardo Pezzoni Mauri.
A curare il Dizionario sono stati Giampietro Berti, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Elio d’Auria, Eugenio Di Rienzo, Francesco Forte, Tommaso Edoardo Frosini, fabio Grassi Orsina, Roberto Pertici.
Il Dizionario include 404 personalità di spicco del pensiero liberale italiano. Muove dai precursori del liberalismo (Foscolo, Leopardi), che ne hanno rappresentato l’antefatto romantico, e via via elenca i grandi pensatori, che ebbero anche ruoli politici, e che sono da considerare padri del Risorgimento (Rosmini, Gioberti, Balbo, Mamiani, Farini), i grandi statisti dell’Italia Unita (Cavour, Ricasoli, Rattazzi). Figurano i primi ministri dell’Italia liberale (Depretis, Cairoli, Crispi, Giolitti, Di Rudinì, Saracco, Zanardelli, Luzzatti, Nitti, Orlando, Salandra, Facta), gli statisti più eminenti (Visconti Venosta, di Sangiuliano, Tittoni, Sforza). Sono poi presenti le biografie di militari (La Marmora, Cadorna, Menabrea, Pelloux), grandi musicisti, artisti, economisti che hanno avuto un rapporto col Risorgimento o con l’Italia liberale, mantenendo vivo lo spirito liberale durante il periodo fascista.

La delegazione dell’U.M.I. era presente, invitata dai curatori, avendo il socio Edoardo Pezzoni Mauri contribuito all’opera redigendo la voce “Edgardo Sogno”.
Anche in tale contesto la dirigenza della nostra Associazione ha ricevuto spontanee manifestazioni di stima ed apprezzamento per l’opera che sta svolgendo, raccogliendo inaspettate adesioni alla grandeROMA: PRESENTATO IL DIZIONARIO DEL PENSIERO LIBERALE battaglia liberale che l’U.M.I. sta conducendo per l’abrogazione della norma più illiberale del corpo normativo vigente, l’antidemocratico art. 139 della Costituzione che, in contrasto con l’art. 1 della stessa Carta, sancisce l’eternità della forma repubblicana dello Stato, e ciò prescindendo dalla volontà delle nuove generazioni. Su tale tematica il Presidente Sacchi ha registrato l’adesione di importanti intellettuali e giuristi intervenuti alla presentazione, anche non monarchici o addirittura dichiaratamente repubblicani, che pure hanno ritenuto di aderire alla battaglia per puro spirito di Libertà.
DATA: 05.03.2015
   
LIBERALI? PER LIBERARE IL FIUME CARSICO DELLA STORIA D'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/03/2015
              
        “Ut unum sint”, come recita il motto dei gesuiti?” . E perché mai? I liberali sono... liberali. Ogni liberale si sente ed è cittadino, ma col diritto al proprio  “hortus conclusus”: un giardino pieno di fiori, la casa colma di libri, sovrano nello Stato, mai automa ai suoi “ordini”. Nel 1921 Giovanni Giolitti versò la quota al gruppo liberale-democratico della Camera di cui faceva parte. Sul pezzetto di carta “liberale” era cancellato. Rimase il “democratico”. I liberali non erano più di moda. Quando nel 1924 Marcello Soleri gli mandò il conto della campagna elettorale, Giolitti, cinque volte presidente del Consiglio, gli rispose che lo trovava eccessivo. Viveva della pensione di dipendente dello Stato. Secondo lui, come scrisse Nino Valeri e ricorda Fabio Grassi Orsini nel succoso profilo che ne ha scritto nel “Dizionario del Liberalismo” (*), l'idea liberale non ha bisogno di partiti, con tessere, distintivi, vessilli, parate, comizi, sedi, scrivanie e magari persino fasulli codici etici. La Libertà per Giolitti e la classe politica del suo tempo erano la Monarchia rappresentativa, le Camere, il governo, la macchina dei poteri pubblici, dalla Capitale al più remoto comunello. Parafrasando gli Antichi Romani, “Ubi italianus, ibi Status”. La libertà, dunque; e dunque il liberalismo era tutt'uno con l'unico Stato esistente, che era anche l'unico possibile: il regno d'Italia.
  Nel 1924 il regime era alle porte. Della sua pesante realtà oggi non si ha più percezione, perché la  massificazione ha ispessito la pelle e i pori si sono chiusi all'ossigeno della libertà: “Intender non la può chi non la prova”. Ma subito dopo il crollo del fascismo, nel 1943-1945, anche Benedetto Croce (“un filosofo di buon senso” secondo Giolitti che lo volle ministro della Pubblica istruzione nel 1920-1921) pensava che ingabbiare i “liberali” in un partito non avrebbe giovato né ai suoi militanti né al liberalismo. Avrebbe immiserito l'Idea nella burocrazia di partito, come fossero comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, tutti gli antichi “settari”, inguaribili nemici della Nuova Italia. 
   Eppure tra defenestrazione di Mussolini, “un uomo solo al governo”, e Costituente (1943-1946) dalla Lampada di Aladino balzò fuori il Partito liberale italiano. Era stato una fiammella prima dell'avvento del regime. Tornò subito minoritario. Ancora nel 1919-1921, pur divisi in varie denominazioni, bene o male i liberali aveva racimolato un 25% dei consensi. Alla Costituente tra Unione democratica nazionale e Blocco nazionale i “liberali” ottennero meno del 10%. Del resto non si erano messi d'accordo neppure sulla forma dello Stato, che è il cardine della Politica. Quanti erano i monarchici all'epoca? Secondo il referendum truccato del 2-3 giugno 1946 sommavano a dieci milioni e settecentomila.  Quanti ne captarono i “partiti liberali”?  Una infinitesima parte. Meritavano di vivere?
  Il Partito liberale campò un quarantennio con consensi elettorali modestissimi. Risucchiato dalla Democrazia cristiana nella battaglia contro il Fronte popolare socialcomunista, cui si aggregarono schegge dell'ex partito d'azione, nel 1948 raggranellò il 3,8% dei voti. Balzò al 7% nel 1963: ultimo tentativo di bloccare l'avvento del centro-sinistra organico e le sue derive successive (dopo averlo spasmodicamente voluto, Ugo La Malfa fu tra quanti subito pensarono che occorreva andare oltre, guardare al Partito comunista: come Aldo Moro). Ma in breve il Pli rotolò verso il baratro: l'1,3% nel 1976, l'1,9% tre anni dopo, il 2,9% nel 1983... Era al lumicino. In Senato contò due soli seggi: Giovanni Malagodi e Giuseppe Fassino. Ma davvero in Italia i liberali erano così pochi? Il Pli tornò al governo nel pentapartito, che oggi può sembrare una formula strana, anche se, a ben vedere, il quadro politico-parlamentare-governativo attuale è molto più opaco di quello della cosiddetta Prima Repubblica.
 Il Partito liberale finì sommerso, come altri, dai marosi di Tangentopoli. Ma i liberali (anche senza aver letto Croce o chissà quali testi sacri nostrani e stranieri) in Italia erano tanto più numerosi di quanti lo votavano. Erano cattolici, socialisti, persino comunisti e chissà che cos'altro. Molti erano i monarchici che brancolavano in ordine sparso in attesa del Re Dormiente. Perciò, proprio quando il Partito liberale cessò di esistere, quasi per paradosso, nel 1994 il Polo della libertà e il Buon governo fermarono la vittoria delle sinistre, data per sicura sino a poco prima. L'Italia era divenuta improvvisamente liberale? Anno dopo anno quasi tutti i fondatori del Partito d'antan si spensero o passarono su altre sponde, persino nel Partito democratico. Il liberalismo però continuò a serpeggiare come fiume carsico.
   Venne il tempo di tracciare il bilancio storico delle idee e degli uomini. Proprio quando sembrava tutto fosse sommerso  sotto le sabbie della Dimenticanza, prese corpo il Dizionario  del liberalismo italiano. Il primo volume passò in rassegna le idee, i movimenti, le epoche, le stagioni, gli eventi e le diverse forme del liberalismo, incluse associazioni composite, come la massoneria, che meriterà di meglio. Poiché le idee camminano con le gambe degli uomini, la seconda corposa parte dell'Opera (1200 pagine) passa ora in rassegna 404 personalità rappresentative dei molti modi di essere liberali in Italia (tutti maschi: e anche questo è motivo di riflessione). Da quando a quando? Vengono biografati quanti morirono entro il 30 giugno 2013, giorno di conclusione dell'Opera (l'esperienza insegna che dei viventi non si sa mai: basti, tra i tanti casi, un'anguilla come Giovanni Ansaldo). L 'abbrivo è più lasco, il primo Ottocento: la  Restaurazione, quando, orfani delle illusioni coltivate nell'età franco-napoleonica, i patrioti italiani capirono di dover fare fuoco con la legna propria: organizzati in “sette segrete”, valendosi di prudenti contatti con la Gran Bretagna, ottimisticamente considerata culla del liberalismo, con i francesi  (Benjamin Constant, un nome tra i molti) che avevano osteggiato il Tiranno Napoleone I ma nei Cento Giorni avevano scommesso sull'Impero liberale e la Svizzera cara a Simonde de Sismondi, biografato con Giandomenico Romagnosi da Aldo G. Ricci. Furono gli anni di Federico Confalonieri, Silvio Pellico, Alessandro Manzoni...: liberali? Cattolici? Cattolici liberali? Intossicati dal retaggio illuministico? “Misteri del cuore umano” direbbe “don Lisander”.
   Come nel Settecento dei Lumi, anche dopo la Restaurazione l'Italia ebbe essenzialmente due poli, con una differenza profonda, però. L'Illuminismo aveva avuto le sue “centrali” a Napoli (la città che catalizzava le menti migliori del regno: Galliani, Pagano, Filangieri...)  e Milano. L'annessione del Lombardo-Veneto all'Impero asburgico, con i processi e le condanne a morte e al carcere duro contro i dissenzienti, regalò al Piemonte la palma del liberalismo dell'Italia centro-settentrionale. Lo si vide dal 1820-21, quando Napoli e Torino ottennero la proclamazione della Costituzione spagnola del 1812. Era un prodotto di importazione e venne sconfessata dai sovrani (più nella Napoli dei Borbone che a Torino, ove a promulgarla con riserva fu il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia, principe reggente tra Vittorio Emanuele I, che abdicò per non concederla, e Carlo Felice, che la rifiutò). Nel  1848-49 Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, Pio IX, gli Asburgo granduchi e duchi a Firenze e a Modena, e il Borbone di Parma regalarono al Piemonte il primato del liberalismo in Italia. Costretti dalle circostanze storiche e vestire i cappucci di cospiratori e a imbracciare i fucili di rivoluzionari, dopo le regie patenti del 1847 e dopo la promulgazione dello Statuto del 4 marzo 1848 nel Piemonte di Carlo Alberto e di suo figlio, Vittorio Emanuele II, i liberali insegnarono la via delle grandi riforme: libertà di stampa, Parlamento bicamerale con una camera elettiva e votazione dei consigli comunali e provinciali. Le guerre per l'indipendenza e l'unificazione degli italiani in un solo regno (1848-1860), un miracolo che sempre più appare somma di scommesse e di fortune, trasferirono il sistema sabaudo all'intera Italia. Ne nacque una dirigenza diffusa, migliaia e migliaia di persone le cui biografie sarebbe impossibile concentrare in un libro, se non rischiando di ripetere quanto già si legge per i suoi notabili nell'Enciclopedia Italiana, nel Dizionario biografico degli italiani (sin dove è giunto), nella benemerita Storia del Parlamento in 24 volumi (Ed. Nuova Cei, fermata da un carica istituzionale proprio all'ultimo miglio, per motivi oscuri) e in altri repertori regionali e provinciali o di istituti storici vari, lasciando fuori la moltitudine, che è poi quella che davvero fece la grande storia, come insegnarono gli scrittori sommi, da Manzoni a Giosue Carducci (che sintetizzò in due parole i millenni dell' “itala gente da le molte vite”) e a Riccardo Bacchelli.  
     Chiuso questo secondo volume del Dizionario del Liberalismo, si rimane come mirando le basiliche bizantine o le volte dei cupoloni barocchi: ogni personaggio ha la propria identità ma campeggia su un fondale, in  un cielo dai colori vividi e accomunanti, ma non sovrastanti. Ciascun volto conserva la propria peculiarità. Ma il protagonista vero di due secoli, al di là delle comparse, è appunto l'ideale della libertà, anzi delle libertà, di generazione in generazione, tra conquiste ed errori, sino ai giorni nostri. Ne emerge il primato del Vecchio Piemonte, con le sue figure eponime: Camillo Cavour (firmato da Roberto Pertici), Giovanni Giolitti (di Fabio Grassi Orsini, direttore dell'Ispli, tenace animatore dell'Opera con Dino Cofrancesco, Luigi Compagna,  Francesco Forte, Giovanni Orsina e altri): non perché i piemontesi (“buzzurri” vennero detti a Roma) fossero migliori, ma perché decisero per tutti. Erano la sintesi del Paese Italia. Torino, che aveva costretto all'esilio i “compromessi del 1821” e i cospiratori del 1830-1834, Giuseppe  Mazzini e Giuseppe  Garibaldi, i Durando, Massimo Cordero di Montezemolo e Vincenzo Gioberti, teologo di corte, dal 1840 li richiamò in patria e nel 1848 accolse tutti i profughi politici che preferirono il Piemonte sabaudo a Londra o a Parigi, perché era da lì che bisognava ricominciare l'impresa: in Italia, per gli italiani, senza la protezione di potenze straniere e/o di internazionali. E chi rimase nelle carceri dei Borbone o di Pio IX sapeva che in Piemonte il fuoco covava sotto le ceneri. Lo si vide non solo nei mesi decisivi per l'unificazione ma nei decenni seguenti, quando alla presidenza del Consiglio ascesero uomini di tutte le regioni, dal toscano Ricasoli all'emiliano Minghetti, dai piemontesi  Rattazzi, e Lanza e Depretis al pavese Cairoli, al siciliano Crispi e poi ancora Rudinì, palermitano, Pelloux, savoiardo, Saracco, di Bistagno vicino ad Acqui (sempre in attesa di una biografia vera come ripete il Premio Acqui Storia da anni), e ancora Zanardelli, bresciano, e Sandrino Fortis, Sidney Sonnino,...via via continuando. Alle loro spalle una quantità di ministri, a cominciare da Michele Coppino, albese (biografato nel Dizionario da Valerio Zanone), all'irpino Francesco De Sanctis, prescelto da Camillo Cavour, e diplomatici (il subalpino Niccolis di Robilant e il siculo-normanno Antonino di San Giuliano), militari (come i Cadorna: quattro generazioni al servizio dell'Italia), scienziati, letterati, artisti...
   Il caleidoscopio delle biografie dei liberali pone alcuni interrogativi. Il principale scaturisce dal confronto tra il manifesto degli intellettuali favorevoli al governo Mussolini, che stava volgendo in regime fascista, capitanati da Giovanni Gentile, e quello degli intellettuali antifascisti, guidato da Benedetto Croce: Romolo e Remo di una stessa Lupa  liberale (entrambi giustamente annessi nella Galleria del Dizionario) o espressione di visioni radicalmente divaricate, contrapposte, fatalmente conflittuali. Fratricide? Quando il liberalismo dette davvero il meglio di sé? Con i governi di inizio Novecento presieduti da Giolitti, il più fattivo statista della Nuova Italia, o nella lunga “traversata del deserto”, quando pochissimi antichi liberali si astennero da contaminazioni con il “regime”? 
   Nel quindici anni tra il 1925 e l'intervento dell'Italia nella seconda guerra mondiale in Italia non arrivarono affatto gli Hyksos: non ci fu alcuna invasione straniera. Gli italiani, molti liberali compresi (e anche socialisti, "democratici", come Ivanoe Bonomi, che nel “pantheon” liberale sta solo per generosa estensione del termine), si adattarono nella certezza di modificarlo dall'interno. Non previdero, non videro e quando videro decisero di non vedere quanto stava accadendo. Avvenne all'epoca, avviene spesso. Da quel quindicennio i liberali (che non vuol dire l'idea liberale) si riproposero con nomi antichi e forze nuove. E con grovigli irrisolti. Fu la “morta gira” come scrisse Marcello Soleri, a sua volta in attesa di una biografia scientifica, come del resto tanti e tanti liberali sinteticamente proposti dal Dizionario.
  Il secondo interrogativo investe l'identità dei liberali e quanto ne venne e viene scritto: la loro posizione sulla questione istituzionale. Nel 1946 il partito liberale decise di non decidere sulla forma dello Stato. Fu l'annuncio della sua irrilevanza futura. Il Piemonte si divise tra Manlio Brosio, repubblicano, ed Edgardo Sogno, monarchico: un suicidio. Nel 1948 i monarchici votarono compatti per la Democrazia cristiana di Alcide  De Gasperi,  killer della monarchia come, pur da lontano, don Luigi Sturzo, il “prete intrigante”, come ne disse Giolitti.
   Morto Soleri, dopo la stagione di Luigi Einaudi, il partito espresse molte figure di alto valore culturale e morale e il liberalismo continuò a essere il metro di una dirigenza politica e culturale: risalendo alle sue sorgenti, esso promosse l'europeismo (erba rara: ma basti il nome di Gaetano Martino), la comunità internazionale, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, le carte che via via nacquero in quel solco e le tante battaglie civili seguenti. Ma... come la nebbia estiva che rapida si dissolve, così il liberalismo divenne lieve rugiada di un Paese che confonde l'egocentrismo con la libertà e preferisce l'anarchia al grigio “senso dello Stato”. 
   Quando si visita un palazzo storico, una galleria d'arte, un paesaggio disegnato con secoli di fatiche si esce ammirati dalle singole opere, dalle memorie di quanti vi hanno posto mano. Lo stesso vale per cattedrali, monasteri, certose. Non sempre, però, ci si domanda  quale Principio abbia ispirato e reso possibile gli uni e gli altri. Come sarebbe impossibile un Dizionario del movimento cattolico senza i Vicari di Cristo, così la panoramica dei liberali italiani rimane incompleta se non comprende i re d'Italia. Con tutti i loro limiti, essi ebbero il merito storico di aver dato la patria al “volgo disperso che nome non ha”. Tutto il seguito sta come il meno sta nel più. Lo intuirono i massimi spiriti di fine Settecento, che per comprensibili motivi cronologici non vengono ricordati nel Dizionario: Vittorio Alfieri, Carlo Denina, i piemontesi, che predicarono le “Rivoluzioni d'Italia”, civili, umanistiche, altra cosa dalle “giornate parigine” del 1789-1794, spesso espressione  di follia e foriere di sangue.
  Il Liberalismo italiano ebbe appunto il pregio di fondarsi sulla filosofia della storia che rifiuta gli eccessi e tutto comprende, perché la Nottola di Minerva si leva al tramonto e, insegna l'Ecclesiaste, tutto è vanità. Compreso il sogno della libertà, ultima ratio, sintesi di stoicismo e illuminismo: un viatico, come questa grande Opera orchestrata da Fabio Grassi Orsini, da meditare mentre l'Occidente si inabissa, smemorato.
Aldo A. Mola        
(*) Il Dizionario del Liberalismo italiano (ed. Rubbettino)  viene presentato il 3 marzo alla Camera dei Deputati, ove furono pronunciati i Discorsi della Corona: un inno continuo ai principi di libertà, giustizia, incivilimento. L'avv. Giovanna Giolitti, bisnipote dello Statista,  presenzia per il Centro “Giolitti” (Dronero-Cavour), che ha pubblicato l'innovativa Opera “Giolitti al Governo, in Parlamento nel Carteggio”(5 volumi).
DATA: 04.03.2015
   
L'INGRESSO DELL'ITALIA NELLA GRANDE GUERRA: DISTRAZIONE DEL GRANDE ARCHITETTO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/02/2015
              
     Ma la Massoneria fu anche responsabile dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra? L'interrogativo è in attesa di risposta. Nel Centenario del “maggio radioso” tempo è venuto di verificarlo, documenti alla mano. Una prima considerazione si impone: quando si parla di Massoneria bisogna sempre distinguere tra apologia e denigrazione. Soprattutto vanno rese con le molle le “rivelazioni”, spesso fantasiose e strampalate, dei “massoni pentiti”, solitamente “a noleggio” come tutti i prezzolati che entrano ed escono in chiese e associazioni più o meno segrete come in una giostra. Va aggiunto che la domanda iniziale (il peso effettivo della Libera Muratoria nell'ingresso dell'Italia in guerra) è un quesito subordinato all'interrogativo più generale: chi davvero volle la prima guerra mondiale? Ci fu proprio un regista occulto? I fatti veri sono a volte così evidenti che pochi li vedono. I più preferiscono concentrarsi sui coni d'ombra, rovistare nei dettagli, cercare l'insetto sotto il sasso arrotondato dai secoli.
   La constatazione più immediata è che l'Europa non era mai stata così bene come all'inizio del Novecento: grazie alla Santa Alleanza del 1815 (che andrà pure ricordata nel suo bicentenario), il Vecchio Continente aveva avuto un secolo di scossoni (cospirazioni, moti, insurrezioni, mezze rivoluzioni, qualche repubblica aleatoria nel 1848-1849, in Francia, a Venezia, a Roma...) ma nessuna guerra generale. Anche quella franco-tedesca del 1870-1871 fu pallida cosa rispetto ai conflitti del ventennio franco-napoleonico e delle coalizioni che, guidate dalla Gran Bretagna, avevano martellato sino a sconfiggere Napoleone I, deportato a Sant'Elena.
   La Santa Alleanza coniugò la Tradizione con l'Ordine, gli Imperi con le Fratellanze, la legittimità (che è un principio sacramentale) con la regolarità (che invece è contrattuale). Dopo Leone XIII, papa Pio X prese atto - ma obtorto collo e senza  proclamarlo - che anche la Chiesa cattolica doveva fare i conti con il mondo moderno. Perciò impose silenzio ai modernisti: ad aggiornare la chiesa per lo stretto necessario (dalla musica sacra al catechismo) bastava il pontefice, proclamato infallibile in materia di fede nel luglio 1870, proprio mentre il suo potere temporale stava crollando per riflesso della guerra tra Napoleone III e la Prussia di Bismarck, che costrinse l'Italia ad accorrere a Roma prima che a compromettere lo scenario vi scoppiasse un'insurrezione mazziniana, eterodiretta dalla Francia repubblicana, lesta a ereditare la protezione pelosa accordata ai papi sin dai tempi di Pipino il Breve e di Carlomagno.
    L'Europa di primo Novecento si cullava nella Grande Illusione di Norman Angell-Lane (1872-1967), premio Nobel per la pace nel 1933. Pubblicato nel 1909 e fulmineamente tradotto in tutte le lingue con tirature altissime, il libro affermava che il capitalismo vero è liberistico e rifiuta la guerra, giacché essa chiude il progresso nella gabbia dei privilegi. Non avvertì che capitalismo e affarismo, lungimiranza e miopia sono facce di una stessa medaglia: l'accumulazione dei profitti, che per alcuni è volano di libertà universale, per altri è ingorda caccia al bengodi personale. Mentre l'Europa era (o sembrava) in pace con se stessa, che cosa avveniva all'esterno? A parte alcuni scricchiolii periferici (la guerra ispano-statunitense per Cuba e le Filippine nel 1898, quella anglo-boera, atroce, nel Sud Africa, e la russo-giapponese, agghiacciante per numero di morti, nell'estremo Oriente) poco si sapeva e si diceva del mondo extraeuropeo, dipinto con le larghe pennellate di chi (anche dopo la rivolta dei boxers in Cina) gettava l'allarme sul “pericolo giallo”.
    Le altre civiltà? Le altre religioni? Era tutto concentrato nei musei, negli zoo, nei romanzi, nei racconti di viaggio, con le leggende auree aleggianti sulla Transiberiana e sulla Parigi-Pechino. Il mondo era a portata di mano. Anzi, era lì: prono. Schedato nei dizionari enciclopedici e nelle storie universali: territorio conteso tra tedeschi e inglesi, una gara tra sassoni, con la Francia di Larousse in seconda fila e l'Italia ancora più indietro, ferma alle enciclopedie popolari, come la benemerita “Pomba” di Torino, tipica di una nazione che arrivò tardi all'unificazione ed etichettò in inglese tutti i suoi sodalizi, dal Club Alpino, al Touring Club, al Regio Automobile Club…: tutti italiani ma così denominati per un’esterofilia che ne metteva a nudo la dipendenza culturale.
    Chi reggeva le fila della Grande Politica? Oggi, un secolo dopo, gli storici sono ancora incapaci di dare una risposta convincente. La chiesa cattolica era allo stremo. Pessime relazioni con Roma, rotti i rapporti con Parigi dal 1905, la Santa Sede non se la passava meglio con le grandi potenze (Regno Unito, anglicano; Stati Uniti, indifferenti; Impero Germanico, luterano; Russia zarista, ortodossa…). Unica eccezione erano l'Impero austro-ungarico, la Spagna, in declino, e il piccolo Belgio. Ma la Monarchia asburgica era il vero grande malato d'Europa, molto più dell'impero turco-ottomano, ridotto al morto che cammina: quest'ultimo  nominalmente dominava spazi immensi, in realtà era una macchina militare e amministrativa fondata sulla corruzione, sulle interferenze estere (soprattutto tedesche, specialmente per gli aiuti interessati al suo riarmo), condannata a sparire per la ribellione di chi rifiutava il Califfato della Sublime Porta di Istanbul e ne rivendicava altri. L'impero austro-ungarico però non se la passava meglio, per la mancata armonizzazione fra la sua base arcaica e la dozzina di nazionalità soffocate al suo interno, a cominciare dalla minoranza italofona.
    Pacifica a denti stretti, quell'Europa vestiva l'anarchia internazionale con i panni consunti delle conferenze diplomatiche chiamate a rabberciare la Comunità degli Stati. L'unica organizzazione diffusa in tutti i Paesi era la massoneria: un Ordine iniziatico-cavalleresco dalle origini misteriose ma dall’identità abbastanza conosciuta: era l'internazionale della scienza, delle Esposizioni Universali, delle lingue artificiali, come l'Esperanto, della Corte internazionale dell'Aja per la soluzione pattizia delle contese tra gli Stati, della Croce Rossa e di una miriade di sodalizi e associazioni che scommettevano sulla possibilità di conciliare Tradizione e Progresso, gerarchia e meritocrazia. Anche grazie alla diffusione delle logge massoniche, ricalcanti i modelli degli Ordini monastici i cui componenti si chiamano fratelli e sono uniti dal cordiglio, dopo secoli di immobilismo l'Ottocento favorì in quasi tutti i paesi il più vistoso “ascensore sociale” della storia. Per coglierne le dimensioni, basta uno sguardo alla storia d'Italia. Dopo Cavour, che era di recente e piccola nobiltà, i capi di governo in Italia e il grosso dei ministri furono persone che si fecero da sé, a volte coperte da modeste fortune, a volte da nulla o quasi. Che cosa avevano alle spalle Giuseppe Garibaldi o Francesco Crispi, e poi Giovanni Giolitti o Luigi Einaudi? Alto senso dello Stato, come casa di tutti, fondamento di legittimazione e di regolarità (valori poi considerati polverosi e spazzati via). Lo stesso valeva per la Francia della Terza Repubblica, a tacere della Gran Bretagna di David Lloyd George o della Spagna di Práxedes Mateo Sagasta e Antonio Cánovas del Castillo…
    Quando nel 1914 quell'Europa venne messa alla prova, dove guardava il Grande Architetto dell'Universo? È la domanda in cerca di risposta. Massoni erano capi di stato o primi ministri e alte cariche di quasi tutti gli Stati europei. Ma le Idee sono una cosa, il potere un'altra. Anche quando ricoprivano cariche supreme i “liberi muratori” non erano “la” massoneria. Erano addetti alla verifica e al finto collaudo di una macchina dal motore ansimante: lo Stato sovrano, che stava alle dinamiche economiche e culturali come il Syllabus imposto nel 1864 da Pio IX stava al “mondo moderno”. Un contrasto destinato prima o poi a esplodere.
    La geometria degli Stati (politica estera e politica militare) non era un triangolo equilatero. Nel migliore dei casi era isoscele. Diversamente era scaleno. A volte i lati non arrivavano nemmeno a formare un vertice. Rimanevano sbilenchi. In Requiem per un impero defunto François Furet, storico di sommo talento e presidente dei Comitati per le Libertà, asserì che la Grande Guerra rispose al disegno occulto del Grande Oriente di Francia di “repubblicanizzare l'Europa”. C'è del vero, perché quello fu il risultato finale con il crollo di quattro imperi (russo, germanico, turco-ottomano e austro-ungarico) e perché, come deplorò Norman Angel, le paci dettate dai vincitori ai popoli sconfitti (vittime, non complici, dei regimi crollati) avrebbero prodotto una nuova e più atroce guerra generale. Ma quella di Furet è una “profezia del passato”. Documenti alla mano, manca la prova. In realtà, la massoneria è la Grande Assente dalla scena politico-diplomatico-militare continentale nel mese trascorso dall'assassinio di Sarajevo alla conflagrazione europea (28 giugno-1 agosto 1914). Altrettanto, però, va detto della chiesa cattolica e delle altre confessioni cristiane, tutte impotenti a fermare la guerra e poi (con l'eccezione di Benedetto XV) tutte corrive a benedire le armi del proprio paese contro quelle di altre genti cristiane. Cecità? Oggi è facile dirlo, come fa anche papa Francesco quando denuncia l'industria delle armi quale nefasto motore dei conflitti in corso. All'epoca, però, ogni contendente ebbe o pretese di avere la benedizione speciale e celebrò messe al campo. “Gott mit uns” (Dio con noi) non fu solo il motto inciso sui cinturoni di un corpo militare di élite: fu la radicata convinzione dei diversi Stati in guerra. Riecheggiava miti degli Ordini monastico-cavallereschi del Medioevo: Templari, Teutonici, del Santo Sepolcro...
    In quello scenario la massoneria italiana ebbe un ruolo decisivo per l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra? Secondo una diffusa leggenda il Potere era avvolto nelle spire del Serpente Verde e furono proprio i massoni a decidere tempi e modi dell'ingresso in guerra: non per patriottismo, non per coronare il Risorgimento facendo coincidere i confini politici con quelli “naturali” (Trento, Trieste, Fiume, la Dalmazia... e magari anche Nizza, la Corsica, Malta), ma per assoggettare la “politica” all'egemonia del capitale finanziario internazionale e della grande industria e per imporre al paese anni e anni di guerra, una disciplina ferrea nella zona delle ostilità, sommata a  quella del fronte interno, popolato di fanatici. Ma i fatti risposero a questa leggenda? In realtà la massoneria in Italia non se l’era mai passata così male come negli anni 1910-1914: a parte la divisione (dal 1908) tra Grande Oriente e Gran Loggia d'Italia, essa era sotto l’attacco concentrico di cattolici, socialisti e nazionalisti, come documenta Luigi Pruneti in L'eredità di Torquemada. Sommario di storia dell'antimassoneria dalle scomuniche alla P4 (Editoriale Bonanno). Se poi il successo di un disegno occulto (come quello proposto da Furet) si vede dai risultati, non si può non constatare che nel 1941 nell'Europa continentale la Massoneria era proibita in tutti i Paesi sotto pene gravissime (inclusa la deportazione e la morte nei campi di concentramento), con la sola eccezione della Svizzera e della Svezia, gli unici Stati rimasti neutrali. Altrove la Libera Muratoria era stata travolta dai totalitarismi sovietici, fascisti, nazisti, Francisco Franco, il regime croato..., tutti massonofagi. Vendetta della Storia o distrazione del Grande Architetto?
Aldo A. Mola
(*) Di Massoneria e Grande Guerra si parla sabato 28 a Borgo degli Olivi (Riotorto, Piombino) in un convegno con interventi di Antonio Binni, Luigi Pruneti, Valerio Perna, Antonino Zarcone, Giorgio Sangiorgi, Gabriele Gabbricci, Massimo Giuliani, sindaco del Comune, patrocinatore dell'evento, e altri: sulla scorta di documenti inediti.
DATA: 22.02.2015
   
IL “NEGAZIONISMO” ANTISEMITA: BERSAGLIO VERO O  CACCIA ALLE STREGHE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/02/2015
              
IL “NEGAZIONISMO” ANTISEMITA: BERSAGLIO VERO O CACCIA ALLE STREGHE?  “Fratelli d'Italia,/l'Italia s'è desta; /dell'elmo di Scipio/ s'è cinta la testa./ Dov'è la vittoria?/Le Porga la chioma;/ che schiava di Roma/Iddio la creò”. E ora come la mettiamo? Il Canto nazionale è forse apologia dell' “Imperium”, cioè di una Potenza  assoluta (Roma) che domina la Vittoria, sua schiava? Secondo il bucolico e georgico Virgilio Marone, cantore di Augusto, Roma doveva debellare i popoli che le resistevano (i “superbi”), risparmiare i vinti (previo il loro salasso) e reggere il mondo con le leggi. A detta del più realistico Cornelio Tacito, i Romani facevano il deserto dove poi dicevano di aver portato la pace. In casi estremi  spargevano il sale sulle rovine delle città vinte, come sui resti di  Cartagine. Quando soggiogarono la Grecia non ne svalutarono la moneta. Le cambiarono il nome. La ridussero ad Acaia. Perpetrarono stragi efferate, deportarono e annientarono popoli, in gran parte resi schiavi. E se ne vantarono pure. Bastino la Colonna Traiana e quella Antonina: descrizione analitica della guerra, completa di crudeltà, ed esaltazione della Vittoria (schiava di Roma) e dell'umiliazione del vinto, come Decebalo, re dei Daci. Altri sovrani furono trascinati in catene dietro il carro del vincitore nella marcia trionfale e poi assassinati: Perseo re di Macedonia, Giugurta re di Numidia, Vercingetorige, strenuo difensore della libertà della Gallia. Che cosa fare allora? Abbattere quelle Colonne che costituiscono apologia dell'Imperium romano fondato sulle armi e festeggiato con mesi di spettacoli sanguinosi al Colosseo sulla pelle dei popoli sconfitti? Poco distante dall'Arco di Costantino, quello, tanto più modesto, elevato in onore di Tito ricorda che gli ebrei furono combattuti da Vespasiano e sconfitti da suo figlio, che recò in bottino anche l'Arca Santa e la menorah, come narra il bassorilievo lì istoriato. A “finire il lavoro” (secondo la terminologia usata nelle inconcludenti guerre dei nostri giorni) provvide  poi l'imperatore Adriano che abbatté quanto rimaneva di Gerusalemme e determinò la diaspora quasi completa degli ebrei dalla Palestina.
  E come la mettiamo con le “apologie” alla luce del sole adesso che una insulsa leggina approvata dal Senato commina sino a tre anni di galera e 10.000 euro di multa “a chiunque pone in essere attività di apologia, negazione, minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra (…) o propaganda idee, distribuisce, divulga o pubblicizza materiale o informazioni  con qualsiasi mezzo, anche telematico fondati sulla superiorità o sull'odio razziale, etnico o religioso (…) fa apologia o incita a commettere o commette atti di discriminazione, per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” non solo a mezzo stampa, ma anche “utilizzando reti di telecomunicazione disponibili”?
   Approvata in pochi minuti dal Senato con consenso inconsueto (234 voti favorevoli, 8 astenuti e 1 contrario), proprio mentre le statistiche dicono che la libertà di stampa in Italia è crollata sul fondo della classifica planetaria, la leggina conferma che non basta essere senatori per essere saggi. Accolta dall'imbarazzato silenzio dei commentatori (televisioni, quotidiani..., con la coraggiosa eccezione di Salvatore Sechi che ha ricordato il monito di duecento storici professionali contro la sua approvazione), essa passerà ora alla Camera e, complice l'isterismo dilagante, forse verrà persino approvata: fermo restando che può essere impugnata per manifesta incostituzionalità (e meno male che nella Corte siedono storici insigni quali Giuliano Amato). 
   Al momento bisogna sperare che cada nel nulla, come tante altre norme deliranti, perché, come ogni legge dal  doppio e triplo taglio, questa potrà avere conseguenze devastanti per la libertà di pensiero e della sua pubblica espressione. Che fare? Abbattiamo l'arco di Tito? Demoliamo la Mole Adriana? Smettiamo di cantare l'inno di padre Atanasio Canata? Quest'ultima è la  cosa più facile anche perché il Canto Nazionale (“Fratelli d'Italia”) secondo un'altra leggina va studiato a scuola benché non sia mai stato formalmente proclamato “inno nazionale” con apposita norma. Portando la destra sul petto sinistro fingiamo lo sia, ma per ora non lo è affatto. Per coerenza con la leggina sul negazionismo butteremo alle fiamme “Marzo 1821”, l'ode in cui Alessandro Manzoni spiegò che gli italiani sono gente “una d'arme, di lingua, di altare/ di memorie di sangue e di cor”: ritratto a tutto tondo (completo di motivazioni razziali, religiose, storico-memoriali)  di un “popolo eletto”, la cui rivendicazione identitaria per motivi logico-cronologici comporta la discriminazione delle altre genti (da gens: genere, quindi “sangue”)? E strapperemo la “lotta di liberazione” invocata dal gracile Giacomo Leopardi nella “Canzone all'Italia”, inno al volontariato sacrificale (“l'armi, qua l'armi/ combatterò sol io, procomberò...”)? Prima di lui, a metà Trecento l'aveva predicata Francesco Petrarca con i versi quasi due secoli dopo ripresi da Niccolò Machiavelli a  conclusione  del celeberrimo “De Principatibus” : “Virtù contra a furore/ prenderà l'arme; e fia il combatter corto:/ ché l'antico valore/ nelli italici cor non è ancor morto”, vera e propria apologia della guerra di liberazione dal dominio straniero e anche  di annientamento del nemico in nome della superiorità morale, molto più che etnica, virtù contro furore, la spada giusta contro quella belluina, le armi democratiche contro quelle rozze e fanatiche. Tutte tagliano, ma, trafitto il nemico, le prime escono senza macchia,  come la lancia di Achille che ferisce e cauterizza....
  La leggina approvata dal Senato è una imitazione pedissequa di quelle introdotte in altri paesi europei per condannare chi nega o sminuisce (nei metodi e nei numeri) lo sterminio degli ebrei da parte del nazismo. Ove varata, la legge non ha impedito che l'antisemitismo sia dilagato e dilaghi in forme sempre più aggressive né che i governi degli Stati anti-negazionisti facciano affaroni con i regimi che pubblicano, diffondono e insegnano i Protocolli dei Savi di Sion e con altri regimi liberticidi e crudeli e conducano guerre sanguinose dagli esiti incontrollabili. E il caso della Francia, che ha sempre la coda di paglia dell' “affaire Dreyfus” e nel 1940-1945 contò il maggior numero di antisemiti dell'Europa non originariamente nazista.
   Quanti negano la “soluzione finale” della Germania nazista ai danni degli ebrei (o lo sterminio degli armeni da parte dei turchi o i tanti  altri massacri perpetrati nel presente e nel passato prossimo e remoto) vanno confutati, documenti alla mano, messi alle corde e azzittiti sul piano storiografico, senza però farne i nuovi martiri di una libertà di pensiero di segno capovolto. Peggio ancora è immergere lo “sterminio” del 1938-1945 nell' “antisemitismo”, che ha una storia millenaria (va riletta la grande opera di Poliakov!), e  nel brodo indistinto  dei “crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra” definiti dalla corte penale internazionale, che giudica e manda secondo che avvinghia e che tra qualche tempo verrà àdita anche dai Palestinesi contro lo Stato di Israele.
   Le leggi regolano i rapporti tra lo Stato e i cittadini e tra i cittadini: rispondono a necessità. Diversamente sono “grida” di manzoniana memoria. La norma in corso di approvazione in Parlamento non colpisce affatto il bersaglio: è una verbosa deprecazione di alcune tra le molte possibili apologie della guerra e dei suoi effetti collaterali. Ma pretendere di abolire per legge la guerra, l'odio o l'immoralità, peggio che infantile è pericoloso.
  Da un canto dovremmo allora demolire la Basilica di San Pietro voluta da papa Giulio II che promosse la guerra contro gl'invasori francesi al grido di “Fuori i barbari”. Non è forse vero che i francesi di Carlo VIII e di Francesco I di Valois erano infami canaglie, al pari dei lanzichenecchi che saccheggiarono Roma nel 1527 nell'indifferenza di Carlo V d'Asburgo, Sacro Romano Imperatore. Tre anni dopo fu la volta di Firenze, ridotta allo stremo, soggiogata malgrado Michelangelo e restituita ai de' Medici. Ma questo forse non lo si può più dire, perché non è politicamente corretto e non sarebbe gradito a chi pretende mettere la mordacchia sia alla storia documentata sia alla ricerca innovativa.
  A conforto di chi cerca di impantanare la storiografia nella melassa della negazione del negazionismo (un doppio errore, dunque) va ricordato che il mito fondante di Roma, a parte il fratricidio di Romolo e Remo (che poi è meno grave, in fondo, di quello tra Caino e Abele...), fu il ratto delle Sabine, perpetrato dai giovani ringalluzziti romani, come accade oggi in tante infelici regioni del pianeta ove i fedeli di questa o quella “religione” razziano e si spartiscono le femmine per motivi non sempre spirituali.
   Se la leggina  (che modifica l'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n.654 detta “Reale” dal ministro che la propose, il repubblicano Oronzo Reale, nativo di Troia) fosse approvata dalla Camera ed entrasse in vigore costituirebbe terreno di contenzioso vastissimo e, ciò che più va temuto, potrebbe essere piegata a scopi e usi impropri. Non v'è bisogno di scomodare il caso di Julius Evola, che fu perseguito come ispiratore di alcuni “destrorsi” che  forse non ne avevano neppure mai letto le opere o non le avevano capite, come ricorda Gianfranco De Turris nella nuova edizione di “Il Cammino del Cinabro” ( Ed. Mediterranee).
  Più leggi, meno libertà: più spazio ai querelanti, più campo a “interpretazioni” e a “sentenze creative” su libertà di ricerca, di studio, di confronto pacato.  Prima che venga dato un ulteriore giro di vite dell'oscurantismo e del conformismo dilagante, va detto in modo chiaro che il negazionismo non si combatte con una nuova Inquisizione, con una “caccia alle streghe”, mescolando in un unico calderone realtà storiche diversissime e generiche come i “crimini contro l'umanità” e i “crimini di guerra”: fantasmi dinnanzi ai quali lo storico ripete con l'Evangelo “scagli la prima pietra, chi è senza peccato...” .
 Il rischio che un Parlamento mezzo incostituzionale approvi  - dopodomani è il 415° dell'abbruciamento di Giordano Bruno - una legge che potrebbe soffocare le residue libertà di studio è tra i motivi che fanno sperare nella “extrema ratio”: la fine della legislatura, per tanti e anche più importanti motivi ormai al capolinea. Come disse il Verbo: “questi non sanno quello che fanno”.
 Aldo A. Mola (*)
(*) Fondatore del Club Unesco di Cuneo (10 dicembre 1960) e nel 1961 organizzatore, in collaborazione con l'Ambasciata di Israele a Roma, della Mostra su Israele al Palazzo della Provincia di Cuneo: la prima di quel genere in Italia.      
DATA: 16.02.2015

LECCO: CELEBRATO IL “GIORNO DEL RICORDO”. L’U.M.I. PRESENTE

LECCO: CELEBRATO IL “GIORNO DEL RICORDO”. L’U.M.I. PRESENTE
    Martedì 10 febbraio 2015, la cittadinanza lecchese e della sua provincia si è riunita presso la riva Martiri delle Foibe per celebrare il “giorno del ricordo” per commemorare le decine di migliaia di italiani massacrati nelle foibe dai partigiani comunisti di Tito. La manifestazione si è composta di un corteo che dal comune ha raggiunto le rive del lago, molti i partecipanti sventolanti, in rispettoso silenzio, le bandiere di quei territori strappati iniquamente all’Italia i cui abitanti, italiani in tutto e per tutto, sono stati costretti ad abbandonare le loro terre proprio perché erano italiani. Nel corso degli interventi, si è sottolineato come la politica e le istituzioni in primis abbiano taciuto e confutato gli eventi degli “infoibati” per più di sessant’anni; molto toccanti e pieno di patriottismo italiano (scevro da ogni “posizione” sulla forma istituzionale) ha avvolto i convenuti e sulle toccanti parole di alcuni esuli, i quali hanno vivido il ricordo di quei tragici avvenimenti, uno sventolio di tricolori italiani con lo stemma sabaudo e non, di quelle terre (Fiume, Istria, Dalmazia) e di Trieste (fortunatamente ancora italiana) ha accompagnato tante dolorose lacrime; solo il canto degli Italiani ha riacceso il vigore nazionale di tutti i presenti i quali, alla fine dello stesso, hanno gridato a gran voce: “Viva l’Italia!”. Per quanto concerne la rappresentanza monarchica sono intervenuti: Stefano Terenghi del Fronte Monarchico Giovanile (F.M.G.) lombardo in rappresentanza dell’U.M.I. e la Guardia d’Onore Alpino Nicola Viganò. Nutrito il gruppo di giovani curiosi che, a fine manifestazione, si è avvicinata alla bandiera del Regno per chiedere informazioni sull’associazione.
DATA: 12.02.2015

LA LOTTA PER L'EUROPA COMINCIA DALLA LIBIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/02/2015
              
Santorre di Santa Rosa    Ma oggi dove andrebbe un Santorre di Santa Rosa a battersi per la libertà dei popoli? Se volesse difendere le radici greco-cristiane della civiltà occidentale di sicuro non combatterebbe la Santa Russia, Terza Roma e bastione dell'Europa contro la Cina, contro i nostalgici dell'impero turco-ottomano, contro tutti i califfati e, va detto infine, contro l'eccessiva subordinazione dell'Europa centro-occidentale agli egoistici interessi dell'alleato USA, sempre più incline a sgovernare il pianeta a prescindere dall'Europa continentale, come si vide e si vede dall'Iraq alla Siria. Un Santa Rosa di oggi semmai aiuterebbe i governi che dal Marocco all'Algeria, dalla Tunisia all'Egitto di al-Sisi lottano contro il fondamentalismo islamico che ora, a causa della stupidità di chi vi ha provocato il caos (la Francia e gli Stati Uniti d'America più di altri, accorsi a rimorchio), sta sconvolgendo la Libia. Il vero banco di prova dell'Europa non è la razionalizzazione, necessaria, del confine russo-ucraino, dettato dalla geografia e dalla storia: un “caso” sorto dalla frettolosa dissoluzione dell'URSS e dall'illusione che la Russia fosse scomparsa per sempre dal novero delle grandi potenze. La Russia è un impero secolare. L'Ucraina è una uno “spazio”, un “confine” variabile “à merci”.
  Un Santorre di Santa Rosa dei nostri giorni si domanderebbe perché l'Europa sia così strabica: succuba del feticcio monetario, che privilegia alcune plaghe e ne demonizza altre, corriva a destabilizzare aree prossime e remote (i Balcani dopo la morte di Tito); incapace di concorrere a pacificarne altre (il Vicino Oriente, teatro delle pluridecennali guerre fra Israele e i confinanti); complice in guerre costosissime e inconcludenti, combattute in spazi remoti (dopo anni di plausi retorici sull'esportazione della democrazia in Afghanistan sulla realtà effettuale di quel paese è sceso un silenzio imbarazzato: che cosa vi facciamo? Che cosa vi è davvero cambiato? Quanto è costato? Quali veri vantaggi ne hanno tratto la  popolazione e la pace tra le nazioni?
   A cospetto di quanto accade oggi potrebbe  sembrare anacronistico evocare Santorre Annibale Derossi (o De' Rossi), conte di Pomarolo, signore di Santa Rosa (Savigliano, 1783 - Sfacteria, 1825). A prima vista, infatti, la sua figura emblematica poco o nulla ha da spartire con l'Italia odierna, incarnata  da un Parlamento mezzo incostituzionale, da troppo tempo affannato ad approvare riforme istituzionali e leggi elettorali con il malcelato obiettivo di sottrarre ai cittadini la libertà di scegliersi i propri rappresentanti. A ben vedere, tuttavia, la vicenda paradigmatica dell'antico patriota piemontese insegna che la politica estera deve essere sempre al centro dell'attenzione dei cittadini. Così fu infatti per Santa Rosa, che a tredici anni iniziò il servizio militare come alfiere agli ordini del padre, colonnello dei Granatieri, contro l'Armata d'Italia guidata da Napoleone Bonaparte, e partecipò alla battaglia cantata da Giosue Carducci in La bicocca di San Giacomo. Crollato il regno di Sardegna, a 24 anni Santa Rosa fu nominato sindaco (“maire”) di Savigliano, controllata dalla potentissima loggia “La Réunion” del medico Carlo Matteo Capelli. Viceprefetto napoleonico a La Spezia nel 1812, dopo la Restaurazione,nel 1814, entrò capitano dei granatieri nel Reggimento Guardie e combatté in Savoia contro le mire francesi, identiche nei secoli, dai re di Valois e di Borbone a Napoleone III. Entrato in carboneria, nel 1821 Santa Rosa fu tra i cospiratori che chiesero al ventitreenne Carlo Alberto di Savoia di sposare la causa della Costituzione liberale. Il Piemonte non era pronto. Non aveva un programma proprio. Poiché aveva giurato di non concedere alcuna costituzione, re Vittorio Emanuele I abdicò e nominò reggente il principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano, parente in tredicesimo grado, in attesa che da Modena rientrasse a Torino suo fratello e successore, re Carlo Felice. In mancanza di meglio, su pressione dei liberali il principe promulgò la costituzione spagnola (detta di Cadice, dalla città nella quale era stata deliberata nel 1812, come base della guerra d'indipendenza contro l'occupazione francese) con un correttivo fondamentale: la libertà dei culti ammessi.
  Sconfessato dal nuovo sovrano, Carlo Alberto lasciò Torino e raggiunse a Novara il comandante dell'esercito del re. In gioco vi erano le sorti della dinastia che incarnava lo Stato, chiuso nella tenaglia dell'Austria, guida della Santa Alleanza orchestrata dal Cancelliere Clemens von Metternich, e della Francia di Luigi XVIII, entrambe decise a reprimere manu militari ogni focolaio liberale. Nel regno delle Due Sicilie, in Lombardia, in Piemonte le “sette” furono schiacciate. Carbonari, adelfi, federati, massoni, “americani” – tutti i cospiratori, insomma – vennero annientati in battaglia, imprigionati, condannati a morte o a lunga detenzione, costretti all'esilio. Mentre ad Alessandria venne innalzato il tricolore, fiancheggiato da Guglielmo Moffa di Lisio, da Luigi Ornato, da Giacinto di Collegno e forse da Roberto Tapparelli d'Azeglio, il trentottenne Santa Rosa capitanò un governo di guerra che fu subito di emergenza. Dopo lo sbandamento delle sue truppe travolte dagli austriaci tra Novara e Vercelli (5-6 aprile), cedette il campo. Non rimase che l'esilio per scampare alla forca (cui fu condannato, con sentenza eseguita in contumacia sulla piazza di Savigliano che ne porta il nome) e alla repressione dei “compromessi”, che calò come cappa di piombo per un decennio.
   Come altri maggiorenti del moto costituzionale Santa Rosa riparò all'estero. Via Genova, Marsiglia e Lione arrivò a Ginevra: troppo vicino al confine del regno sardo. Su pressioni austropiemontesi la “libera Svizzera” gli intimò di andarsene. Da Losanna passò a Parigi, ove visse in povertà sotto il falso nome di Conti. Già autore delle Speranze d'Italia (poi titolo della celebre e fortunata opera di Cesare Balbo, che esortò all'unità d'intenti politici di tutti i cristiani), apprezzato dal liberale Victor Cousin, vi pubblicò De la Révolution piémontaise, un saggio denso e di immediato successo europeo, meritevole di essere ristampato e riletto. Arrestato a Parigi e cacciato dalla Francia, passò a Londra, ove conobbe Ugo Foscolo, poeta all'epoca celeberrimo in Europa, già avversario a viso aperto di Napoleone (che nel 1797 aveva celebrato quale liberatore dell'Italia) ma ancor più ostile al dominio assolutistico dell'Austria sul Lombardo-Veneto.
  Dopo anni di tristezze e miseria, con Giacinto di Collegno nel novembre 1824 Santa Rosa partì per la Grecia, che era in guerra per l'indipendenza dal secolare giogo turco-ottomano. La libertà non era di questo o di quel popolo: era un ideale universale. Oggi in Grecia, domani in Italia. Santa Rosa si mosse sulla scia dell'inglese George Gordon Byron, il poeta e drammaturgo più famoso nell'Europa dell'epoca, a sua volta volontario contro i turchi e morto di febbri a Missolungi nell'aprile 1824 senza mai imbracciare il fucile.
   Il patriota italiano ebbe l'accoglienza che si attendeva. Messo sull'avviso dagli inglesi, che non gradivano l'interferenza di uomini liberi cresciuti nell'Europa di Napoleone, il governo greco non gli affidò alcun comando: eppure era stato non solo alto ufficiale ma anche ministro della Guerra nel governo provvisorio costituzionale del regno di Sardegna. Nella lotta dei greci per l'indipendenza dai turchi si intersecavano occhiuti appetiti di molte potenze: inglesi e francesi (niente affatto concordi) da una parte, la Russia di Alessandro I dall'altro. Lo zar si valse del più giovane dei fratelli Ypsilanti, Demetrio, e dei due fratelli Capodistria, Giovanni e Agostino. Assunto il nome, riduttivo, di Annibale De' Rossi il conte di Santa Rosa alla fine vestì la divisa di soldato semplice. Dal febbraio 1825 combatté a Patrasso, a Navarino e, da inizio maggio, nell'isoletta di Sfacteria, assalita dagli egiziani di Mehemet Alì, che ufficialmente si batteva per la Sublime Porta ma in realtà mirava a ottenere la protezione proprio dell'Occidente contro il Sultano. Vecchi giochi. Tragedie perenni. Lì Santa Rosa disparve, venne ucciso in combattimento l'8 maggio. La salma non fu rinvenuta. Fu e rimane un “caduto senza croce”: emblema di spirito libero. Lasciò I Ricordi, 1821-1824 e le molte centinaia di lettere alla moglie, amorevolmente riordinate e pubblicate da Antonino Olmo nel 1969 in un volume dal quale derivarono le biografie successive scrittene da Filippo Ambrosini, da Giulio Ambroggio e da altri.
   Insegnò e insegna che - diceva bene re Vittorio Emanuele III - il vero fulcro dello Stato è la politica estera, che reca con sé quella militare. La “politica interna”, che tanto appassiona le grigie cronache, è nient'altro che ordine pubblico, tesoro, finanza, economia: i visceri. La “testa” è la politica estera/militare. Nella vita ordinaria essa si riduce a rissa tra fazioni, intruglio di pastette, mercato di politicanti a noleggio. Nel caso migliore è istruzione, educazione, ricerca scientifica, cioè quanto di più negletto da decenni vi sia nel Paese Italia, che ha appaltato la vita culturale a faccendieri drappeggiati da mecenati. Perciò quello di  Santa Rosa è oggi un nome al tempo stesso inattuale e assordante. Ci dice come si fu e come si deve essere malgrado le condizioni odierne del Paese. I “maggiori” costruirono l'Italia perché non la pensarono guardandola da questa o quella città o regione ma la videro da Parigi, Londra, Berlino, San Pietroburgo, come il geniale Joseph de Maistre, “Eques a Floribus” nella massonica Stretta Osservanza.
   “Quinci trarrem gli auspici...” scrisse Foscolo in “I Sepolcri”. E i garibaldini poi cantarono: “Si scopron le tombe, si levano i morti...”.
    Oggi un Santa Rosa non alimenterebbe conflitti artificiosi all'interno dell'Europa che va dall'Atlantico a Vladivostok. Impugnerebbe invece le sorti del Mediterraneo, a cominciare dalla Libia, che non può essere abbandonata al caos attuale, preda di un pericolosissimo sanguinario “califfato”. Qualcuno deve pur porre rimedio all'insipienza dell'Occidente. E' da credere che questa sia anche cura suprema di Sergio Mattarella, che, quattordicesimo (*) presidente della Repubblica, “ha il comando delle Forze Armate” (art. 87 della Costituzione).
 Aldo A. Mola 
     (*) Non si comprende perché Sergio Mattarella venga detto “dodicesimo” presidente. Dal 13 giugno 1946, quando con un “gesto rivoluzionario” (o “colpo di Stato”) Umberto II di Savoia fu indotto a lasciare l'Italia (senza abdicare alla corona), i capi della Repubblica italiana furono, nell'ordine, Alcide De Gasperi (che si arrogò le funzioni di Capo dello Stato), Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano I, Giorgio Napolitano II (anche se la persona è la stessa, le presidenze sono due) e, appunto, l'attuale: semmai tredicesimo se erroneamente, con argomento da supermercato (paghi uno prendi due), si volesse contare Napolitano un'unica volta. O forse non si vuol dire che Mattarella è il tredicesimo solo perché la cifra porta male?       
DATA: 12.02.2015
   
SULL’ ELEZIONE DEL NUOVO CAPO DELLO STATO.

    Al di là delle critiche sul metodo di scelta del nuovo presidente della repubblica, fatte dai più, nei confronti del presidente del consiglio Matteo Renzi, e al di la del fatto che comunque, in un sistema repubblicano, l’elezione del suo capo è sempre espressione di un accordo di parte a prescindere anche dalle modalità tecniche della sua elezione (elezione diretta, o indiretta, voto palese o segreto sono solo questioni di lana caprina), le riflessioni che scaturiscono dall’intera vicenda sull’elezione del nuovo capo dello Stato, sono essenzialmente due. Primo: a chi pensava che fossimo giunti nella seconda repubblica e che con l’elezione del nuovo presidente saremmo passati alla terza, si sbagliava di grosso. Il rottamatore (solo a parole) Matteo Renzi, infatti, alla fine, ha preferito imporre alla presidenza della repubblica, un uomo della cosiddetta “prima repubblica”. Quella “prima repubblica”, giova ricordarlo, nata dalle vicende mai chiarite del Referendum del ’46 e sigillata nel ’48 dalla nuova Carta Costituzionale, e dall’accordo tra democrazia cristiana e partito comunista, che se ne spartirono i poteri: alla dc il governo del paese, e al pc la cultura, dando origine, si, alla rinascita economica dell’Italia, ma che con se portò anche il germe della divisione netta della nostra storia patria, da una parte i buoni, i “liberatori”, e dall’altra i cattivi, quelli cioè che non meritavano di essere studiati nei libri di storia, come se la storia non fosse un tutt’uno con le vicende passate, che invece si susseguono a catena. Oggi con l’elezione dell’ex dc Sergio Mattarella a presidente della repubblica quell’accordo viene nuovamente rinsaldato. Ma su quali basi? Esistono più quelle condizioni che sussistevano alla fine del secondo conflitto mondiale? Ha più senso ad esempio, conservare una Carta Costituzionale che ne incarni quei valori? Sicuramente no. Invece, a dispetto dei santi, il profilo del nuovo inquilino del quirinale sembra essere proprio quello di un conservatore della Carta che quello di un suo possibile riformatore. Ne è la controprova, il fatto, che tra chi lo ha votato compaia anche la sinistra più estrema, da sempre refrattaria a qualsiasi cambiamento. La paura di Matteo Renzi di essere falcidiato dai franchi tiratori del suo partito, che lo aspettavano al varco, è stata, infatti, più forte di qualsiasi sua pretesa al cambiamento. Il risultato è che il nuovo presidente della repubblica si guarderà bene dall’avallare drastiche riforme della Carta Costituzionale per non scontentare chi lo ha votato. Nei sistemi politici dove regna un Sovrano, invece, quanto detto, non può accadere. Il Re non viene eletto dai partiti, la sua successione al trono è regolata da leggi dinastiche proprie, quelle della sua casata di appartenenza, di conseguenza non è soggetto a “ricatto” di chi lo ha votato, ne deriva che egli sarà più svincolato da interessi partitocratici. Il Re inoltre viene educato fin da piccolo ad essere imparziale, e non può aver militato in un partito. In Italia ad esempio la Monarchia Sabauda ha sempre incarnato il ruolo di terzietà rispetto alle diverse posizioni in campo. Anche nel tanto vituperato periodo del fascismo il Re fu imparziale, semmai furono gli italiani ad essere fascisti, e che nelle piazze gridavano: duce! duce! duce! Mussolini fu votato dagli italiani (al contrario di Monti, Letta e Renzi), cosa doveva fare il Re, destituirlo contro il volere del popolo? Era un Re costituzionale, non poteva farlo! Lo fece quando il duce del fascismo fu messo in minoranza. Nei frangenti storici in cui il Re è potuto sembrare parziale in realtà non lo fu affatto, o meglio, se lo fu, egli agiva comunque con propria coscienza di sé, in virtù del suo ruolo che rappresentava, sempre fedele allo Statuto, e per il bene dell’Italia, con il solo limite della discrezionalità umana. Quanto detto finora, fa nascere una seconda riflessione che riguarda le vicende politiche susseguitesi negli ultimi tre anni di storia repubblicana, e che va a confermare che un presidente della repubblica non è affatto imparziale. Quando nel 2011 Giorgio Napolitano, a seguito delle dimissioni di Silvio Berlusconi dalla presidenza del consiglio dei ministri, decise di non sciogliere le camere e di non indire le elezioni ma nominò Mario Monti capo del governo, non fu scelta di parte? E i seguenti governi Letta e Renzi, entrambi di sinistra, ed entrambi non legittimati dal popolo, non lo furono? Alla luce di quegli avvenimenti, la lunga militanza nel partito comunista dell’ex presidente della repubblica può davvero non aver influito sulle sue scelte? E ancora, la “dittatura” di Matteo Renzi, non è figlia di scelte parziali fatte dell’ex capo dello Stato? Quindi: Come potrà oggi il nuovo presidente della repubblica Sergio Mattarella, dimenticarsi, che è stato eletto da Renzi?
 Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I. 
DATA: 12.02.2015
   
UN PARLAMENTO IN PARTE NON COSTITUZIONALE HA ELETTO CAPO DELLO STATO IL PROF. SERGIO MATTARELLA
 UN PARLAMENTO IN PARTE NON COSTITUZIONALE HA ELETTO CAPO DELLO STATO IL PROF. SERGIO MATTARELLA                                          
Viva il Re, Viva l'Italia,  
  
   Il Parlamento ha eletto Capo dello Stato il prof. Sergio Mattarella, componente della Corte Costituzionale che il 3 dicembre 2013 dichiarò anticostituzionale l'elezione della Camera dei Deputati. Il Parlamento non varò una nuova legge elettorale in linea con le indicazioni della Corte: anzi ha allontanato e allontana i cittadini dalle Istituzioni con l'abolizione dell'elettività diretta dei consigli provinciali e del Senato.
   La Consulta né esulta né si si deprime per queste increspature dello stagno della Repubblica: nulla rispetto a quanto accadde nel giugno 1946 con il referendum sulla forma dello Stato e ne seguì: la partenza dal suolo patrio del Re Umberto II di Savoia, che recò in salvo la Monarchia, patrimonio storico, morale e civile degli italiani, fondamento della loro unità e della loro libertà.
   Re Umberto II visse trentasette anni all'estero, in esilio dal 1948. Ribadì la regola di Suo Padre, Vittorio Emanuele III: “Italia innanzi tutto, Viva l'Italia”.
   Senza illusioni e senza collusioni, al di fuori e al di sopra delle cronache, la Consulta conosce e addita l'immensa mole di angosce nelle quali vivono gli Italiani e opera per attenuarla e per indicarne i responsabili. Questi vanno allontanati da cariche esercitate a nocumento dei cittadini.
   Dai Sacrari Militari  -anzitutto Redipuglia, ove riposa l'Avo del Capo della Casa di Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia-,  da Aquileia e da ogni lembo della Patria le Salme di quanti dettero la vita per la Patria in questo Centenario dell'intervento nella Grande Guerra ripetono “Presente!”. Non chiedono applausi ma silenzio: vigile e operoso.
   Per la Grande Italia.
                                                           Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
                                                                             Aldo Alessandro Mola
Roma, 31 gennaio 2015
DATA: 01.02.2015
 
CASA SAVOIA AL FRONTE: L'ARCHIVIO DAL MOLIN PUBBLICA UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA
  
CASA SAVOIA AL FRONTE: L'ARCHIVIO DAL MOLIN PUBBLICA UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA    L’Archivio DAL MOLIN, fondato nei primi anni ottanta dall’imprenditore Ruggero Dal Molin di Bassano del Grappa che avvia una vasta collezione di documenti d’epoca della Grande Guerra, in particolare fotografie, oggi considerata una delle principali a livello nazionale, ha pubblicato sul proprio sito una selezione di fotografie d'epoca riguardanti la Famiglia Reale al Fronte. Le foto provengono dalla collezione Maurizio Lodi, nostro iscritto e collaboratore, che ne ha firmato l'articolo. Dalla selezione si vede l'impegno e la passione dimostrata da Casa Savoia durante la Grande Guerra.


DATA: 01.02.2015
 

“ITALICUM”. UNA RIFORMA PIÙ AMARA DELLA “LEGGE ACERBO”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/02/2015
              
  Di buone intenzioni son piene le fosse recita, lugubre, il proverbio memorabile. Lo stesso vale per le leggi elettorali. Sbandierate come garanti di chissà quali miracoli, spesso producono catastrofi. In Italia lo si è veduto molte volte. Perché ricordarlo? Non certo nell'illusione che la storia sia magistra vitae. La conoscenza del passato non dice affatto che cosa occorra fare oggi. Chi pensa di utilizzarla come un “navigatore” per guidatori con l'occhio e l'orecchio fisso ai suoi presunti “insegnamenti” spesso va fuori strada, perché da quando si mette in viaggio tutto è mutato: lo scenario, le persone, egli stesso. Il passato non si ripete mai nell'identico modo. Quindi, conoscerlo non significa poterlo rivivere  e copiarlo pari pari. Semmai aiuta a essere più consapevoli e responsabili, cioè più liberi di decidere quello che occorre fare qui e ora.
 E' quanto vale, appunto, per le leggi elettorali. Secondo alcuni (e tra questi il pur navigato Cirino Pomicino), il cosiddetto Italicum, pessima etichetta per la brutta legge approvata dal Senato in seconda lettura ma destinata a tornare in Aula, evoca la “legge Acerbo” del 1923. Infatti, a differenza di quanto accade nei paesi democratici, essa assegna un premio esagerato al “vincitore”: il 55% dei seggi alla lista che ottiene più del 40% dei voti, un vantaggio di ben 15 punti (altro che la vana “legge truffa” del 1953!). Al tempo stesso ottengono seggi le liste che superano il 3% dei consensi: una soglia bassissima, a favore dei  partiti piccoli e piccolissimi. Non solo: se nessuna lista supera il 40% le due che hanno ottenuto il maggior numero di voti (magari il 25% circa, come PD e M5S nel febbraio 2013) vanno al ballottaggio: una prospettiva pericolosa per l'Italia di oggi, che non è né bipolare né bipartitica, bensì divisa in tre principali schieramenti (PD, M5S,Forza Italia), anzi quattro, perché  l'astensione, vera novità degli ultimi anni, è infatti il primo “partito” con il 35/40% alle “politiche” e ancor più alle “locali”. Molti dunque vedono nell'Italicum una sinistra replica della legge che, a loro giudizio, spianò la via al “regime”. L'affermazione è errata, sia sotto il profilo tecnico, sia, ancor più, dal punto di vista della storia.
  La “legge Acerbo” (18 novembre 1923, n. 2444) nacque per rimediare alle rovine causate dal sistema proporzionale e per assicurare al Paese un governo stabile. Di per sé, però, quella riforma non decretò affatto che il vincitore fosse il blocco conservatore (di centro-destra), anziché un'alleanza socialdemocratica e liberalprogressistica. A decidere in un senso piuttosto anche nell'altro furono le circostanze specifiche, che meritano di essere rapidamente rievocate. Il quadro politico-partitico dell'epoca da sei anni era caotico. Su pressione dei socialisti, dei cattolici e di demovisionari, con legge 15 agosto 1919, n. 1401 era stata introdotta la ripartizione dei 508 seggi in lizza in proporzione ai voti riportati dai partiti nei 54 collegi elettorali del regno. I socialisti e liberal-democratici, entrambi con il 30,7% dei voti, ottennero156 seggi ciascuno; con il 19,7% il neonato partito popolare (cattolici) ne ebbe 100. Il resto andò ad altre formazioni: liberali conservatori, socialisti indipendenti, repubblicani, radicali, combattenti e liste “locali”. La Camera contò undici gruppi, litigiosi e inconcludenti. Diciotto mesi dopo, alle nuove elezioni improvvidamente indette dall'ottantenne Giovanni Giolitti, presidente del consiglio per la quinta volta in trent'anni, scaturì un risultato anche peggiore: quattordici gruppi parlamentari, deboli  e rissosi. Come in tutta Europa i liberali erano in rotta: perdenti sul piano culturale prima ancora che su quello partitico-elettorale. A Giolitti, subito dimissionario, seguirono tre governi in tredici mesi (Bononi, Facta I e Facta II) e, il 31 ottobre 1922, quello di coalizione costituzionale presieduto da Benito Mussolini, tra le cui priorità vi fu proprio la riforma della legge elettorale.
   Presentata dal sottosegretario all'interno, Giacomo Acerbo (massone della Gran Loggia d'Italia), dal quale poi prese nome, la legge assegnò 2/3 dei seggi al partito che ottenesse almeno il 25% dei voti. L'altro terzo sarebbe stato suddiviso in proporzione ai voti ottenuti da liste presenti in almeno tre circoscrizioni. Il Partito nazionale fascista allestì una lista nazionale comprendente tesserati (in larga parte di fresca data) e candidati più o meno amici, simpatizzanti o indipendenti, come Vittorio Emanuele Orlando, “presidente della Vittoria”, ed Enrico De Nicola, che dichiarò di ritirarsi dalla competizione poche ore prima del voto, quando il suo discorso di sostegno a Mussolini era già stato pubblicato nei giornali.
  Nel timore di non fare il pieno di consensi, i fascisti allestirono anche una lista fiancheggiatrice. Risultato? Il 6 aprile 1924 il “listone” ottenne il 65% dei voti e 356 seggi su 535; i “dissidenti” ne ebbero 19. Dunque, broglio più violenza meno (in linea con quanto accadeva in altri Paesi, nulla rispetto all'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), Mussolini stravinse. Se fosse stata in vigore la “maledetta proporzionale” (come Giolitti aveva definito la legge del 1919, voluta da Luigi Sturzo, a sua detta “prete intrigante”) avrebbe ottenuto identico risultato, se non superiore.
  Ma perché venne decisa e chi approvò la legge Acerbo? Semplice. Nelle elezioni del 1921 i partiti avevano raggiunto soglie miserande: il 24% i socialisti, il 19% i popolari. Gli altri seguirono con cifre modeste, in ordine sparso. Il 25% era dunque un traguardo ambizioso.   La “legge Acerbo” non venne imposta a manganellate. Seguì la normale procedura parlamentare. Per esaminarla, alla Camera fu istituita un'apposita Commissione, formata da due membri per ognuno dei nove gruppi di rilievo nazionale. Come ricorda Pierluigi Ballini, storico insigne delle leggi elettorali italiane, Giolitti, suo presidente, era del tutto favorevole alla approvazione della legge, come gli altri “costituzionali”. Contrari furono i repubblicani, i socialisti, i comunisti e i popolari, che poi però in Aula passarono dall'opposizione all'astensione, con molti voti favorevoli.
  La nuova legge, tuttavia, non costituiva affatto una rete di sicurezza per il governo. Constatata la volubilità dell'elettorato, fu messo in cantiere il ritorno ai collegi uninominali, in vigore dal 1848 al 1919: uno specchietto agitato da Mussolini per trarre in inganno le allodole liberali e per spaventare il residuo partito popolare (crollato al 9% con 39 deputati), il cui elettorato era spalmato dappertutto e sarebbe stato vincente solo in poche plaghe. Del resto nel 1922 Mussolini assicurò ad Alcide De Gasperi, presidente dei popolari alla Camera, che avrebbe confermato il proporzionale. Ottenutone un magnifico discorso di sostegno al governo, gli voltò le spalle e puntò al maggioritario. Poiché in politica, come in guerra non contano i metodi, non meno colpevole di chi inganna è colui che si lascia ingannare:  nella propria sconfitta, infatti, egli travolge non solo se stesso ma anche quanti gli hanno affidato difesa e salvezza; e costoro si rivarranno su di lui e sulla sua memoria, come sempre è accaduto.
   Delle urne del 6 aprile 1924 poche gioie ebbe Mussolini. Il rapimento/assassinio di Giacomo Matteotti per gli oscuri motivi indagati da Riccardo Mandelli in Decreti sporchi. La lobby del gioco d'azzardo e il delitto Matteotti (ed. Giorgio Pozzi) recise la mano che  aveva teso verso i socialisti. Non solo. Il “duce” constatò che i deputati iscritti al PNF erano due terzi degli eletti (227); gli altri oscillavano al primo vento contrario. E poi vi era il vero rischio: gli elettori. Perciò, andando per gradi, in un paio d'anni il governo abolì l'elezione dei consigli comunali e dei consigli provinciali, roccaforte di liberali, socialisti e cattolici. I sindaci furono sostituiti con podestà; gli altri con “Prèsidi” e poi con i Rettorati: tutti di nomina governativo/prefettizia. Il gusto innato degli italiani per la competizione venne trasferito dalle elezioni amministrative ad altri campi: l'associazionismo sportivo, le attività ludiche. Lavoro e dopolavoro... Con lo scioglimento coatto dei partiti d'opposizione e dei suoi giornali anche la vita interna del PNF e della Milizia volontaria di sicurezza nazionale fu rigidamente disciplinata. L'informazione finì sotto stretto controllo, secondo regole che erano state sviluppate con minor successo nel corso della Grande Guerra.
    Mussolini pensò di chiudere la partita a tempo indeterminato con la riforma della legge elettorale proposta da Alfredo Rocco, approvata il 17 maggio 1928: al collegio elettorale comprendente l'intera Italia fu presentata una lista di 400 candidati, debitamente selezionati per motivi politici o di rappresentatività (per esempio, una seggio fu riservato al Touring Club Italiano...). Gli elettori vennero chiamati a dire si o no in blocco.
  Nell'ultimo intervento in Aula Giolitti bollò la riforma come cesura definitiva tra il regime liberale, basato sulla libera scelta dei rappresentanti da parte dei cittadini, e quello nuovo, fondato sulla predeterminazione delle candidature, deliberate dal Gran Consiglio del Fascismo. La legge Rocco venne approvata sei mesi prima che la Camera votata nel 1924 elevasse il Gran Consiglio da consesso di partito (e quindi “privato”) a “organo della Rivoluzione fascista”, dotato di un'enorme quantità di competenze, in parte effettive, in parte del tutto immaginarie (fu il caso della successione al trono, sulla quale né esso né il governo ebbero mai alcuna vero potere).
  Ma quali erano le fondamentali differenze tra le leggi di cui si è detto (la proporzionale del 1919, la legge Acerbo del 1924, quella Rocco del 1928) e l'Italicum approvato martedì scorso dal Senato? In primo luogo la monarchia conservò tutti i poteri statutari. Lo si vide il 25 aprile 1943 quando Vittorio Emanuele III comunicò a Mussolini che non era più capo del governo: lo stesso sangue freddo col quale il 9 novembre 1917 disse a Cadorna che non era più Comandante Supremo. Inoltre non vi era solo la Camera dei deputati ma anche il Senato, di nomina regia e vitalizio, sommesso ma non sottomesso e riluttante alla tracotanza del regime. In terzo luogo il presidente del Consiglio/capo del governo non fu anche segretario del PNF: carica che passò da Michele Bianchi a Francesco Giunta, a un quadrumvirato, a un direttorio nazionale, a Roberto Farinacci, Augusto Turati, Giovanni Giuriati, Achille Starace, Ettore Muti, Adelchi Serena, Aldo Vidussoni e Carlo Sforza: una dozzina di cambi in vent'anni, a conferma che anche i partiti “totalitari” procedono a zig-zag. Chi votava per il Listone proposto (o imposto) dal Gran Consiglio (1929 e 1934) o per la formazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (1939) sapeva che se davvero le cose fossero andate male vi erano due bastioni: il Senato e la monarchia.
   L'Italicum, dunque, non è affatto confrontabile con la legge Acerbo. E' peggio. Ora vi sono un presidente della repubblica i cui poteri costituzionali, in presenza di una politica forte, cioè di cittadini partecipi alla vita politica e pubblica, sono poco più che notarili. Ma se davvero dovesse durare la sciagurata abolizione dell'elettività dei consigli provinciali e quella del Senato da parte dei cittadini, l'elezione della Camera risulterebbe vitale per la democrazia rappresentativa. L'idea che il 40% dei voti validi (cioè il 22% circa degli aventi diritto) possa decidere per il restante 60% dei votanti e anche per i non votanti è allarmante. Poiché la Costituzione ancora lo consente, è arrivato il momento di fermarsi a riflettere. Fu il Parlamento a introdurre la proporzionale nel 1919, a votare la legge Acerbo nel 1923, a instaurare nel 1928 il regime crollato nel 1943. Il Parlamento non è affatto infallibile. E non sempre è affidabile. I cittadini hanno diritto di controllarlo e di chiedergli conto di quanto fa, perché non è autocefalico, né può campare  di accordi e patti extraparlamentari, dai contorni e dai contenuti oscuri. Esso nasce dalla volontà espressa nelle urne dai cittadini: a quanto pare, però, non si ha fretta di consultarli.
    Aldo A. Mola            
DATA: 25.01.2015
   

SERVIZIO SULL'U.M.I. DI FAN PAGE: "VIVA IL RE!"
  
    Il popolare canale web di informazione Fanpage, che conta oltre tre milioni di seguaci su facebook, ha dedicato uno speciale al punto di vista dei monarchici, intervenendo al convegno organizzato dall'U.M.I. a Napoli e raccogliendo testimonianze e impressioni dai presenti.

DATA: 30.01.2015

INTELLIGO NEWS: QUIRINALE? PARLANO I MONARCHICI. INTERVISTA A SACCHI: “IL VERO ARBITRO È IL RE”
  
INTELLIGO NEWS: QUIRINALE? PARLANO I MONARCHICI. INTERVISTA A SACCHI: “IL VERO ARBITRO È IL RE”    Nel giorno della prima votazione in Aula per l’elezione del Presidente della Repubblica, IntelligoNews ha deciso di dar voce anche a chi non ama il totonomi sul Quirinale in quanto sostiene che la migliore forma di governo non è la Repubblica, bensì la Monarchia. Il Presidente nazionale dell’U.M.I., Alessandro Sacchi, ha risposto così alle nostre domande…

DATA: 30.01.2015
   
CORSA AL QUIRINALE: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE U.M.I. ALESSANDRO SACCHI
  
CORSA AL QUIRINALE: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE U.M.I. AVV. ALESSANDRO SACCHI    Il Presidente nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), in merito all’imminente elezione del nuovo Capo dello Stato, ha dichiarato:

    “Da ogni parte politica si invoca l'elezione di un Capo dello Stato che svolga la funzione con terzietà ed imparzialità. I nomi circolanti di tutti i candidati emergono dal più fumoso passato della prima Repubblica e tradiscono antiche ed accese militanze di parte. L'Unione Monarchica Italiana ricorda agli italiani che l'unico meccanismo costituzionale al cui vertice sieda un arbitro imparziale è la Monarchia parlamentare, come si evince dal funzionamento delle più evolute democrazie del mondo: le Monarchie europee. Piuttosto che un ritorno agli uomini della prima Repubblica, andiamo verso il Meccanismo della seconda Monarchia.”

Avv. Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.

    Roma, 26 gennaio 2015
DATA: 26.01.2015
   
ROMA: GIGLIO INAUGURA LA SECONDA PARTE DEL 67° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
  
ROMA: GIGLIO INAUGURA LA SECONDA PARTE DEL 67° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REXDomenica 25 gennaio si è svolto un importante incontro del Circolo REX, in occasione dell'apertura della seconda sessione del 67° ciclo di conferenze del sodalizio, presso la sala uno dell'Istituto salesiano di via Marsala in Roma. Oratore il presidente dello stesso Circolo, l'Ing. Domenico Giglio che ha tenuto una dettagliata conferenza sul tema: “Dalla neutralità all’intervento dell’Italia in guerra. 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915”. L'incontro è stato aperto dal Presidente Emerito del Circolo Rex, Avv. Benito Panariti e, prima della relazione, è stato letto il messaggio scritto da Umberto II nel 1965, in occasione del 50° anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia. Giglio ha analizzato la situazione internazionale, soffermandosi sulla triplice alleanza e sulle ragioni che portarono l'Italia a dichiarare guerra all'Austria (e non agli Imperi centrali come erroneamente viene detto, la guerra alla Germania fu una necessità dettata dalle alleanze ma avvenne solo un anno dopo dall'ingresso dell'Italia nel conflitto). Ha elencato le diverse anime della società italiana, divise tra interventisti e neutralisti, dalle formazioni politiche agli organi di stampa. Grande spazio è stato dato al Re Vittorio Emanuele III e a Casa Savoia, in prima linea al fronte. Giglio ha spaziato nell'analisi dei conflitti che hanno attraversato l'Europa dalla metà dell'ottocento, evidenziando il ruolo dell'Italia in ciascuno di essi e sfatando il pregiudizio, in voga anche tra molti storici, che gli italiani siano dei traditori. La Grande Guerra per l'Italia è stata la quarta guerra d'Indipendenza, proprio per sottolineare il modo con cui il nostro Paese si sia approcciato al conflitto, per reclamare le terre irredente e non per fare mero espansionismo. L'incontro si è concluso con la lettura del proclama agli italiani del Re Vittorio Emanuele III per l'ingresso dell'Italia nel conflitto.
All'affollata riunione erano presenti molte anime del monarchismo romano, dal Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, accompagnato dalla responsabile cultura U.M.I. Erina Russo de Caro e dal Presidente U.M.I. Campania Duca Giannandrea Lombardo di Cumia, al delegato delle Guardie d'Onore di Roma Col. Paolo Caruso, alla responsabile del Gruppo Savoia del Lazio Loredana di Giovanni, alla responsabile dell'Associazione Amici del Montenegro Maria Coculo Satta, alla nipote dell'Eroe dei Due Mondi Dott.ssa Anita Garibaldi, all'ex ministro ed ex vicepresidente del Senato Prof. Domenico Fisichella.
DATA: 25.01.2015

CLASSE POLITICA CENT'ANNI FA:GIOLITTI E CAMILLO PEANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 25/01/2015

Camillo Peano                  In Italia c'era una volta una classe politica di prim'ordine. Non dieci, cento, mille, ma decine di migliaia di persone educate a tre idee cardinali: l'Italia non è un mito ma una realtà storica; gli italiani fanno parte della grande famiglia delle nazioni e costituiscono un esempio per i popoli oppressi in cerca dell'indipendenza; loro, i dirigenti, ascesi ad alte cariche per fortune di famiglia o per meriti riconosciuti dallo Stato, che apre la strada ai capaci e meritevoli, operano non per interessi personali o di casta ma per tutti i cittadini, perché ognuno sta meglio in uno Stato più coeso e sicuro. Era un secolo fa. Prima di essere incaricato di “munera”, cioè dei “pesi” delle cariche pubbliche, l'aspirante “politico” faceva tirocinio in uffici minori, nei consigli comunali e provinciali, nelle scuole, nelle caserme... Studiava e si faceva carico dei meno fortunati. Quell'Italia pensava di riuscire a far meglio della Chiesa, che per secoli era stata la trama fondamentale della società. Diversamente, perché mai aver unificato l'Italia e spodestato Pio IX? Cent'anni orsono quel “sistema” entrò in crisi perché la dirigenza non fu all'altezza della sfida impostale dalla conflagrazione europea. Il Parlamento non interpretò la volontà dei cittadini. La frattura avvenne tra il dicembre 1914 e il gennaio 1915. Eccone la fotografia.
   “Caro Amico...”. E' l' “incipit” della lettera inviata il 24 gennaio 1915 da Giovanni Giolitti a Camillo Peano: una missiva importante per il contenuto e per la forma, che è sempre sostanza. A Parlamento chiuso, il settantaduenne Giolitti, quattro volte presidente del Consiglio, intuì che il governo, presieduto da Antonio Salandra, mirava a portare l'Italia in guerra a fianco della Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) mentre era ancora formalmente alleata con la Germania e l'Austria-Ungheria. Il governo (che non significa gli italiani, ignari di quanto avveniva sulla loro pelle) chiedeva a Vienna di cedere subito “compensi” per l'ingrandimento futuro della monarchia asburgica nei Balcani. L'Austria recalcitrava: la guerra, iniziata il 26 luglio 1914, era in corso. Se avesse ceduto territori all'Italia in nome della nazionalità, l'Impero sarebbe deflagrato perché comprendeva austriaci, tedeschi, ungheresi, slovacchi, boemi, polacchi, croati, sloveni, romeni, bosniaci, erzegovini...: un caleidoscopio di genti non solo di diverse confessioni cristiane ma persino di religioni differenti. Semmai poteva promettere, ma in cambio di certezze che l'Italia non prospettò mai in modo sincero. La trattativa tra Roma e Vienna corse per nove mesi sul filo del rasoio. Impostata male dall'inizio, era destinata a finire peggio, a meno di una mediazione, difficile ma necessaria, in nome del buon senso.
   Al “caro amico” Giolitti scrisse per confutare due “leggende”. In primo luogo negò di essere segretamente colluso con il principe Bernard von Bulow, inviato da Berlino ambasciatore straordinario a Roma per ottenere che in cambio della neutralità italiana l' Austria accogliesse con franchezza alcune richieste di Roma (almeno il Trentino e garanzie per la popolazione italofona nell'Impero). Inoltre, ed è quanto più gli premeva, enunciò il principio fondamentale della politica estera di un Paese perbene: “Certo io considero la guerra non come una fortuna (come i nazionalisti) ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando è necessaria per l'onore e per i grandi interessi del paese. Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso gli altri popoli. Per un sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del paese. Ma quando è necessaria non esiterei ad affrontare la guerra e l'ho provato (come fece - osserviamo - contro l'impero turco per la sovranità sulla Libia nel 1911-1912). Credo molto, nelle attuali condizioni d'Europa, molto potersi ottenere senza guerra...”.
  Il 26 gennaio Peano portò la lettera a Olindo Malagodi, antico socialista poi convertito al liberalismo schietto e direttore della “Tribuna”, prestigioso quotidiano di Roma, che la pubblicò il 1° febbraio. Però, pensando di far meglio come spesso accade ai giornalisti, sostituì arbitrariamente “molto” con “parecchio”. “Parecchio” è pronome avverbiale assai vago, derivante dal latino volgare “parìcula”, estraneo alla concretezza piemontese di Giolitti, secondo il quale nella vita e nei rapporti tra gli Stati si ottiene poco, molto o tutto. Malagodi offrì involontariamente il fianco (non suo ma di Giolitti) alla irridente e rissosa polemica subito esplosa contro il “parecchismo”: capo d'accusa degli interventisti (democratici, socialriformisti, radicali, repubblicani, nazionalisti, anarco-sindacalisti, pasticcioni di varie sette), tutti uniti contro lo Statista, marchiato a fuoco perché “si accontentava” di qualche ingrandimento territoriale mentre essi volevano tutto e subito. Sappiamo come finì: l'ingresso in guerra, 680.000 morti, il caos sociale, economico e soprattutto civile e l'interminabile guerra civile strisciante, intrisa di ideologie d'accatto, così incistata che sopravvisse al loro tramonto. Ancora oggi ne rimangono tizzoni ardenti sotto la cenere.
   La lettera di Giolitti a Peano ha però altri motivi di interesse. Anzitutto, per far conoscere all'Italia (e non solo) il proprio pensiero lo Statista non parlò alla Camera (che rimase chiusa dal 9 dicembre 1914 a metà maggio del 1915, come nulla fosse) né scrisse direttamente a un giornale. Aveva sempre cozzato con l'ostilità dei quotidiani: dal milanese “Corriere della Sera” ai romani “Messaggero” e “Giornale d'Italia”. Il proprietario e direttore di “La Stampa” di Torino, Alfredo Frassati, era, sì, suo amico personale, ma doveva tenere conto di molti altri e alti interessi. Perciò Giolitti imboccò il sentiero sassoso della lettera al “Caro amico”. In secondo luogo, nella lettera, confidenziale ma destinata a divenire celebre, egli  si rivolse a Peano con il “lei”. Usò quel pronome anche il 3 aprile 1915 quando da Cavour ribadì: “la slealtà ha sempre torto (…). Lo spettacolo più doloroso però è quello che danno molti uomini politici che cercano di risollevare le antiche gare, che furono la vera peste dell'Italia, parteggiando per nazioni straniere anziché pensare agli interessi veri del nostro paese”.
   Cavour, Giolitti, Einaudi incarnarono il mondo fondato sul rispetto della lingua: pronomi e cognomi. I rapporti tra gli uomini pubblici non erano cementati da complici pacche sulle spalle e dall'accattivante quanto assai spesso forzato “tu” tra persone che non hanno alcun motivo per scambiarselo. Il cittadino era anzitutto un cognome. In principio c'era il Capo dello Stato e poi, via via, la piramide di quanti lo reggevano. Anche con Soleri (che si pretendeva suo delfino) Giolitti passò dal “lei” al “tu” solo nel dopoguerra, a malincuore.
  Ma chi era Camillo Peano? Come mai Giolitti si rivolse a lui? Nato a Saluzzo, un lembo senza sbocchi transalpini della provincia di Cuneo, il 5 giugno 1863, laureato in giurisprudenza a Torino, funzionario dello Stato, tutto ufficio e famiglia come all'epoca usava, a 38 anni raggiunse il grado di ispettore generale. Nel 1906 Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri (un ufficio che contava una decina di impiegati) e ministro dell'Interno, lo volle capogabinetto. Tre anni dopo entrò nel Consiglio di Stato. Dal 1911 tornò a fianco di Giolitti nel “grande ministero”, che varò vere e grandi riforme (l'Istituto nazionale delle assicurazioni, il suffragio universale maschile,...). Il  26 ottobre 1913 Peano si candidò alla Camera nel collegio di Barge, sul confine tra la Provincia Granda e Pinerolo, imbocco delle antiche valli valdesi. Sin dal 21 giugno il deputato uscente, Giovanni Margaria, lo raccomandò agli elettori per la “conoscenza amministrativa e politica” e per “riconosciuta autorità”. Poco prima del voto, in suo onore fu organizzato un banchetto di 700 coperti, preceduto dall'inaugurazione della scuola, “benedetto palazzo donde usciranno i futuri uomini”. Al termine, il colpo di teatro: Peano inaugurò il collegamento telefonico tra Barge e Roma. All'altro capo del filo rispose Giolitti in persona, nel delirio degli astanti. Per l'epoca, il telefono corrispondeva alla “banda larga” che l'Italia odierna, tecnologicamente arretrata, non assicura ai cittadini. Quello era il progresso, non un appariscente “Ballo Excelsior”. Non chiacchiere, ma concretezza. Peano vinse le elezioni a mani basse: 7.636 preferenze su 7.705 votanti e 13.909 aventi diritto, a conferma che il collegio uninominale è la miglior legge elettorale che abbia mai avuto l'Italia, fucina e filtro del ceto politico che in mezzo secolo unificò e fece progredire “il volgo disperso che nome non ha”.
  Peano non venne “paracadutato” dall'alto. Era un notabile che si era fatto le ossa studiando e lavorando di gran lena, come tutta la dirigenza borghese dell'epoca. Cugino di Marcello Soleri (originario della Valle Maira, sindaco di Cuneo, poi deputato e ministro), imparentato con i Buttini di Saluzzo (Bonaventura, deputato nel 1849, suo figlio Carlo, deputato, sottosegretario e senatore) e con i cuneesi Moschetti (un deputato, due presidenti del consiglio provinciale...), Peano era un “servitore dello Stato” con i piedi piantati nelle condizioni della sua terra, di cui conosceva personalmente tutto: laboriosità, frugalità, ma anche povertà e bisogni atavici. Barge echeggiava nella memoria. Quando, sconfitto a Novara, il 23 marzo 1849 Carlo Alberto abdicò alla corona di re di Sardegna, partì per l'esilio col titolo di “conte di Barge”. La storia è trionfo ma anche lacrime e sangue. A Oporto lo raggiunse il protomedico di corte, Alessandro Riberi, originario di Stroppo, in Valle Maira. A lui, agonizzante, il re disse mestamente: “Vi voglio bene, Riberi, ma muoio...”, quasi a scusarsi di non saper profittare delle sue cure.
   Nel dopoguerra Peano ascese a ministro dei Lavori Pubblici con Nitti e nel V governo Giolitti, che contò altri tre cuneesi in plancia di comando: il monregalese Giovanni Battista Bertone, del Partito popolare italiano, il cuneese Soleri e il saluzzese Marco di Saluzzo di Paesana, marchese di Saluzzo (tuttora in attesa di una biografia): un antemurale liberal-cattolico, con vastissimo seguito popolare, opposto ai “rivoluzionari” socialmassimalisti e ai “fascisti”, che avevano per matrice comune e vocazione il disordine e l'assalto al potere, ben remunerato. Peano fu ministro del Tesoro nel primo governo presieduto dal pinerolese Luigi Facta, altro dimenticato della storia d'Italia. Nell'introvabile libro &#