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L'INGRESSO DELL'ITALIA NELLA GRANDE GUERRA: DISTRAZIONE DEL GRANDE ARCHITETTO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/02/2015
              
     Ma la Massoneria fu anche responsabile dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra? L'interrogativo è in attesa di risposta. Nel Centenario del “maggio radioso” tempo è venuto di verificarlo, documenti alla mano. Una prima considerazione si impone: quando si parla di Massoneria bisogna sempre distinguere tra apologia e denigrazione. Soprattutto vanno rese con le molle le “rivelazioni”, spesso fantasiose e strampalate, dei “massoni pentiti”, solitamente “a noleggio” come tutti i prezzolati che entrano ed escono in chiese e associazioni più o meno segrete come in una giostra. Va aggiunto che la domanda iniziale (il peso effettivo della Libera Muratoria nell'ingresso dell'Italia in guerra) è un quesito subordinato all'interrogativo più generale: chi davvero volle la prima guerra mondiale? Ci fu proprio un regista occulto? I fatti veri sono a volte così evidenti che pochi li vedono. I più preferiscono concentrarsi sui coni d'ombra, rovistare nei dettagli, cercare l'insetto sotto il sasso arrotondato dai secoli.
   La constatazione più immediata è che l'Europa non era mai stata così bene come all'inizio del Novecento: grazie alla Santa Alleanza del 1815 (che andrà pure ricordata nel suo bicentenario), il Vecchio Continente aveva avuto un secolo di scossoni (cospirazioni, moti, insurrezioni, mezze rivoluzioni, qualche repubblica aleatoria nel 1848-1849, in Francia, a Venezia, a Roma...) ma nessuna guerra generale. Anche quella franco-tedesca del 1870-1871 fu pallida cosa rispetto ai conflitti del ventennio franco-napoleonico e delle coalizioni che, guidate dalla Gran Bretagna, avevano martellato sino a sconfiggere Napoleone I, deportato a Sant'Elena.
   La Santa Alleanza coniugò la Tradizione con l'Ordine, gli Imperi con le Fratellanze, la legittimità (che è un principio sacramentale) con la regolarità (che invece è contrattuale). Dopo Leone XIII, papa Pio X prese atto - ma obtorto collo e senza  proclamarlo - che anche la Chiesa cattolica doveva fare i conti con il mondo moderno. Perciò impose silenzio ai modernisti: ad aggiornare la chiesa per lo stretto necessario (dalla musica sacra al catechismo) bastava il pontefice, proclamato infallibile in materia di fede nel luglio 1870, proprio mentre il suo potere temporale stava crollando per riflesso della guerra tra Napoleone III e la Prussia di Bismarck, che costrinse l'Italia ad accorrere a Roma prima che a compromettere lo scenario vi scoppiasse un'insurrezione mazziniana, eterodiretta dalla Francia repubblicana, lesta a ereditare la protezione pelosa accordata ai papi sin dai tempi di Pipino il Breve e di Carlomagno.
    L'Europa di primo Novecento si cullava nella Grande Illusione di Norman Angell-Lane (1872-1967), premio Nobel per la pace nel 1933. Pubblicato nel 1909 e fulmineamente tradotto in tutte le lingue con tirature altissime, il libro affermava che il capitalismo vero è liberistico e rifiuta la guerra, giacché essa chiude il progresso nella gabbia dei privilegi. Non avvertì che capitalismo e affarismo, lungimiranza e miopia sono facce di una stessa medaglia: l'accumulazione dei profitti, che per alcuni è volano di libertà universale, per altri è ingorda caccia al bengodi personale. Mentre l'Europa era (o sembrava) in pace con se stessa, che cosa avveniva all'esterno? A parte alcuni scricchiolii periferici (la guerra ispano-statunitense per Cuba e le Filippine nel 1898, quella anglo-boera, atroce, nel Sud Africa, e la russo-giapponese, agghiacciante per numero di morti, nell'estremo Oriente) poco si sapeva e si diceva del mondo extraeuropeo, dipinto con le larghe pennellate di chi (anche dopo la rivolta dei boxers in Cina) gettava l'allarme sul “pericolo giallo”.
    Le altre civiltà? Le altre religioni? Era tutto concentrato nei musei, negli zoo, nei romanzi, nei racconti di viaggio, con le leggende auree aleggianti sulla Transiberiana e sulla Parigi-Pechino. Il mondo era a portata di mano. Anzi, era lì: prono. Schedato nei dizionari enciclopedici e nelle storie universali: territorio conteso tra tedeschi e inglesi, una gara tra sassoni, con la Francia di Larousse in seconda fila e l'Italia ancora più indietro, ferma alle enciclopedie popolari, come la benemerita “Pomba” di Torino, tipica di una nazione che arrivò tardi all'unificazione ed etichettò in inglese tutti i suoi sodalizi, dal Club Alpino, al Touring Club, al Regio Automobile Club…: tutti italiani ma così denominati per un’esterofilia che ne metteva a nudo la dipendenza culturale.
    Chi reggeva le fila della Grande Politica? Oggi, un secolo dopo, gli storici sono ancora incapaci di dare una risposta convincente. La chiesa cattolica era allo stremo. Pessime relazioni con Roma, rotti i rapporti con Parigi dal 1905, la Santa Sede non se la passava meglio con le grandi potenze (Regno Unito, anglicano; Stati Uniti, indifferenti; Impero Germanico, luterano; Russia zarista, ortodossa…). Unica eccezione erano l'Impero austro-ungarico, la Spagna, in declino, e il piccolo Belgio. Ma la Monarchia asburgica era il vero grande malato d'Europa, molto più dell'impero turco-ottomano, ridotto al morto che cammina: quest'ultimo  nominalmente dominava spazi immensi, in realtà era una macchina militare e amministrativa fondata sulla corruzione, sulle interferenze estere (soprattutto tedesche, specialmente per gli aiuti interessati al suo riarmo), condannata a sparire per la ribellione di chi rifiutava il Califfato della Sublime Porta di Istanbul e ne rivendicava altri. L'impero austro-ungarico però non se la passava meglio, per la mancata armonizzazione fra la sua base arcaica e la dozzina di nazionalità soffocate al suo interno, a cominciare dalla minoranza italofona.
    Pacifica a denti stretti, quell'Europa vestiva l'anarchia internazionale con i panni consunti delle conferenze diplomatiche chiamate a rabberciare la Comunità degli Stati. L'unica organizzazione diffusa in tutti i Paesi era la massoneria: un Ordine iniziatico-cavalleresco dalle origini misteriose ma dall’identità abbastanza conosciuta: era l'internazionale della scienza, delle Esposizioni Universali, delle lingue artificiali, come l'Esperanto, della Corte internazionale dell'Aja per la soluzione pattizia delle contese tra gli Stati, della Croce Rossa e di una miriade di sodalizi e associazioni che scommettevano sulla possibilità di conciliare Tradizione e Progresso, gerarchia e meritocrazia. Anche grazie alla diffusione delle logge massoniche, ricalcanti i modelli degli Ordini monastici i cui componenti si chiamano fratelli e sono uniti dal cordiglio, dopo secoli di immobilismo l'Ottocento favorì in quasi tutti i paesi il più vistoso “ascensore sociale” della storia. Per coglierne le dimensioni, basta uno sguardo alla storia d'Italia. Dopo Cavour, che era di recente e piccola nobiltà, i capi di governo in Italia e il grosso dei ministri furono persone che si fecero da sé, a volte coperte da modeste fortune, a volte da nulla o quasi. Che cosa avevano alle spalle Giuseppe Garibaldi o Francesco Crispi, e poi Giovanni Giolitti o Luigi Einaudi? Alto senso dello Stato, come casa di tutti, fondamento di legittimazione e di regolarità (valori poi considerati polverosi e spazzati via). Lo stesso valeva per la Francia della Terza Repubblica, a tacere della Gran Bretagna di David Lloyd George o della Spagna di Práxedes Mateo Sagasta e Antonio Cánovas del Castillo…
    Quando nel 1914 quell'Europa venne messa alla prova, dove guardava il Grande Architetto dell'Universo? È la domanda in cerca di risposta. Massoni erano capi di stato o primi ministri e alte cariche di quasi tutti gli Stati europei. Ma le Idee sono una cosa, il potere un'altra. Anche quando ricoprivano cariche supreme i “liberi muratori” non erano “la” massoneria. Erano addetti alla verifica e al finto collaudo di una macchina dal motore ansimante: lo Stato sovrano, che stava alle dinamiche economiche e culturali come il Syllabus imposto nel 1864 da Pio IX stava al “mondo moderno”. Un contrasto destinato prima o poi a esplodere.
    La geometria degli Stati (politica estera e politica militare) non era un triangolo equilatero. Nel migliore dei casi era isoscele. Diversamente era scaleno. A volte i lati non arrivavano nemmeno a formare un vertice. Rimanevano sbilenchi. In Requiem per un impero defunto François Furet, storico di sommo talento e presidente dei Comitati per le Libertà, asserì che la Grande Guerra rispose al disegno occulto del Grande Oriente di Francia di “repubblicanizzare l'Europa”. C'è del vero, perché quello fu il risultato finale con il crollo di quattro imperi (russo, germanico, turco-ottomano e austro-ungarico) e perché, come deplorò Norman Angel, le paci dettate dai vincitori ai popoli sconfitti (vittime, non complici, dei regimi crollati) avrebbero prodotto una nuova e più atroce guerra generale. Ma quella di Furet è una “profezia del passato”. Documenti alla mano, manca la prova. In realtà, la massoneria è la Grande Assente dalla scena politico-diplomatico-militare continentale nel mese trascorso dall'assassinio di Sarajevo alla conflagrazione europea (28 giugno-1 agosto 1914). Altrettanto, però, va detto della chiesa cattolica e delle altre confessioni cristiane, tutte impotenti a fermare la guerra e poi (con l'eccezione di Benedetto XV) tutte corrive a benedire le armi del proprio paese contro quelle di altre genti cristiane. Cecità? Oggi è facile dirlo, come fa anche papa Francesco quando denuncia l'industria delle armi quale nefasto motore dei conflitti in corso. All'epoca, però, ogni contendente ebbe o pretese di avere la benedizione speciale e celebrò messe al campo. “Gott mit uns” (Dio con noi) non fu solo il motto inciso sui cinturoni di un corpo militare di élite: fu la radicata convinzione dei diversi Stati in guerra. Riecheggiava miti degli Ordini monastico-cavallereschi del Medioevo: Templari, Teutonici, del Santo Sepolcro...
    In quello scenario la massoneria italiana ebbe un ruolo decisivo per l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra? Secondo una diffusa leggenda il Potere era avvolto nelle spire del Serpente Verde e furono proprio i massoni a decidere tempi e modi dell'ingresso in guerra: non per patriottismo, non per coronare il Risorgimento facendo coincidere i confini politici con quelli “naturali” (Trento, Trieste, Fiume, la Dalmazia... e magari anche Nizza, la Corsica, Malta), ma per assoggettare la “politica” all'egemonia del capitale finanziario internazionale e della grande industria e per imporre al paese anni e anni di guerra, una disciplina ferrea nella zona delle ostilità, sommata a  quella del fronte interno, popolato di fanatici. Ma i fatti risposero a questa leggenda? In realtà la massoneria in Italia non se l’era mai passata così male come negli anni 1910-1914: a parte la divisione (dal 1908) tra Grande Oriente e Gran Loggia d'Italia, essa era sotto l’attacco concentrico di cattolici, socialisti e nazionalisti, come documenta Luigi Pruneti in L'eredità di Torquemada. Sommario di storia dell'antimassoneria dalle scomuniche alla P4 (Editoriale Bonanno). Se poi il successo di un disegno occulto (come quello proposto da Furet) si vede dai risultati, non si può non constatare che nel 1941 nell'Europa continentale la Massoneria era proibita in tutti i Paesi sotto pene gravissime (inclusa la deportazione e la morte nei campi di concentramento), con la sola eccezione della Svizzera e della Svezia, gli unici Stati rimasti neutrali. Altrove la Libera Muratoria era stata travolta dai totalitarismi sovietici, fascisti, nazisti, Francisco Franco, il regime croato..., tutti massonofagi. Vendetta della Storia o distrazione del Grande Architetto?
Aldo A. Mola
(*) Di Massoneria e Grande Guerra si parla sabato 28 a Borgo degli Olivi (Riotorto, Piombino) in un convegno con interventi di Antonio Binni, Luigi Pruneti, Valerio Perna, Antonino Zarcone, Giorgio Sangiorgi, Gabriele Gabbricci, Massimo Giuliani, sindaco del Comune, patrocinatore dell'evento, e altri: sulla scorta di documenti inediti.
DATA: 22.02.2015

IL “NEGAZIONISMO” ANTISEMITA: BERSAGLIO VERO O  CACCIA ALLE STREGHE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/02/2015
              
IL “NEGAZIONISMO” ANTISEMITA: BERSAGLIO VERO O  CACCIA ALLE STREGHE?  “Fratelli d'Italia,/l'Italia s'è desta; /dell'elmo di Scipio/ s'è cinta la testa./ Dov'è la vittoria?/Le Porga la chioma;/ che schiava di Roma/Iddio la creò”. E ora come la mettiamo? Il Canto nazionale è forse apologia dell' “Imperium”, cioè di una Potenza  assoluta (Roma) che domina la Vittoria, sua schiava? Secondo il bucolico e georgico Virgilio Marone, cantore di Augusto, Roma doveva debellare i popoli che le resistevano (i “superbi”), risparmiare i vinti (previo il loro salasso) e reggere il mondo con le leggi. A detta del più realistico Cornelio Tacito, i Romani facevano il deserto dove poi dicevano di aver portato la pace. In casi estremi  spargevano il sale sulle rovine delle città vinte, come sui resti di  Cartagine. Quando soggiogarono la Grecia non ne svalutarono la moneta. Le cambiarono il nome. La ridussero ad Acaia. Perpetrarono stragi efferate, deportarono e annientarono popoli, in gran parte resi schiavi. E se ne vantarono pure. Bastino la Colonna Traiana e quella Antonina: descrizione analitica della guerra, completa di crudeltà, ed esaltazione della Vittoria (schiava di Roma) e dell'umiliazione del vinto, come Decebalo, re dei Daci. Altri sovrani furono trascinati in catene dietro il carro del vincitore nella marcia trionfale e poi assassinati: Perseo re di Macedonia, Giugurta re di Numidia, Vercingetorige, strenuo difensore della libertà della Gallia. Che cosa fare allora? Abbattere quelle Colonne che costituiscono apologia dell'Imperium romano fondato sulle armi e festeggiato con mesi di spettacoli sanguinosi al Colosseo sulla pelle dei popoli sconfitti? Poco distante dall'Arco di Costantino, quello, tanto più modesto, elevato in onore di Tito ricorda che gli ebrei furono combattuti da Vespasiano e sconfitti da suo figlio, che recò in bottino anche l'Arca Santa e la menorah, come narra il bassorilievo lì istoriato. A “finire il lavoro” (secondo la terminologia usata nelle inconcludenti guerre dei nostri giorni) provvide  poi l'imperatore Adriano che abbatté quanto rimaneva di Gerusalemme e determinò la diaspora quasi completa degli ebrei dalla Palestina.
  E come la mettiamo con le “apologie” alla luce del sole adesso che una insulsa leggina approvata dal Senato commina sino a tre anni di galera e 10.000 euro di multa “a chiunque pone in essere attività di apologia, negazione, minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra (…) o propaganda idee, distribuisce, divulga o pubblicizza materiale o informazioni  con qualsiasi mezzo, anche telematico fondati sulla superiorità o sull'odio razziale, etnico o religioso (…) fa apologia o incita a commettere o commette atti di discriminazione, per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” non solo a mezzo stampa, ma anche “utilizzando reti di telecomunicazione disponibili”?
   Approvata in pochi minuti dal Senato con consenso inconsueto (234 voti favorevoli, 8 astenuti e 1 contrario), proprio mentre le statistiche dicono che la libertà di stampa in Italia è crollata sul fondo della classifica planetaria, la leggina conferma che non basta essere senatori per essere saggi. Accolta dall'imbarazzato silenzio dei commentatori (televisioni, quotidiani..., con la coraggiosa eccezione di Salvatore Sechi che ha ricordato il monito di duecento storici professionali contro la sua approvazione), essa passerà ora alla Camera e, complice l'isterismo dilagante, forse verrà persino approvata: fermo restando che può essere impugnata per manifesta incostituzionalità (e meno male che nella Corte siedono storici insigni quali Giuliano Amato). 
   Al momento bisogna sperare che cada nel nulla, come tante altre norme deliranti, perché, come ogni legge dal  doppio e triplo taglio, questa potrà avere conseguenze devastanti per la libertà di pensiero e della sua pubblica espressione. Che fare? Abbattiamo l'arco di Tito? Demoliamo la Mole Adriana? Smettiamo di cantare l'inno di padre Atanasio Canata? Quest'ultima è la  cosa più facile anche perché il Canto Nazionale (“Fratelli d'Italia”) secondo un'altra leggina va studiato a scuola benché non sia mai stato formalmente proclamato “inno nazionale” con apposita norma. Portando la destra sul petto sinistro fingiamo lo sia, ma per ora non lo è affatto. Per coerenza con la leggina sul negazionismo butteremo alle fiamme “Marzo 1821”, l'ode in cui Alessandro Manzoni spiegò che gli italiani sono gente “una d'arme, di lingua, di altare/ di memorie di sangue e di cor”: ritratto a tutto tondo (completo di motivazioni razziali, religiose, storico-memoriali)  di un “popolo eletto”, la cui rivendicazione identitaria per motivi logico-cronologici comporta la discriminazione delle altre genti (da gens: genere, quindi “sangue”)? E strapperemo la “lotta di liberazione” invocata dal gracile Giacomo Leopardi nella “Canzone all'Italia”, inno al volontariato sacrificale (“l'armi, qua l'armi/ combatterò sol io, procomberò...”)? Prima di lui, a metà Trecento l'aveva predicata Francesco Petrarca con i versi quasi due secoli dopo ripresi da Niccolò Machiavelli a  conclusione  del celeberrimo “De Principatibus” : “Virtù contra a furore/ prenderà l'arme; e fia il combatter corto:/ ché l'antico valore/ nelli italici cor non è ancor morto”, vera e propria apologia della guerra di liberazione dal dominio straniero e anche  di annientamento del nemico in nome della superiorità morale, molto più che etnica, virtù contro furore, la spada giusta contro quella belluina, le armi democratiche contro quelle rozze e fanatiche. Tutte tagliano, ma, trafitto il nemico, le prime escono senza macchia,  come la lancia di Achille che ferisce e cauterizza....
  La leggina approvata dal Senato è una imitazione pedissequa di quelle introdotte in altri paesi europei per condannare chi nega o sminuisce (nei metodi e nei numeri) lo sterminio degli ebrei da parte del nazismo. Ove varata, la legge non ha impedito che l'antisemitismo sia dilagato e dilaghi in forme sempre più aggressive né che i governi degli Stati anti-negazionisti facciano affaroni con i regimi che pubblicano, diffondono e insegnano i Protocolli dei Savi di Sion e con altri regimi liberticidi e crudeli e conducano guerre sanguinose dagli esiti incontrollabili. E il caso della Francia, che ha sempre la coda di paglia dell' “affaire Dreyfus” e nel 1940-1945 contò il maggior numero di antisemiti dell'Europa non originariamente nazista.
   Quanti negano la “soluzione finale” della Germania nazista ai danni degli ebrei (o lo sterminio degli armeni da parte dei turchi o i tanti  altri massacri perpetrati nel presente e nel passato prossimo e remoto) vanno confutati, documenti alla mano, messi alle corde e azzittiti sul piano storiografico, senza però farne i nuovi martiri di una libertà di pensiero di segno capovolto. Peggio ancora è immergere lo “sterminio” del 1938-1945 nell' “antisemitismo”, che ha una storia millenaria (va riletta la grande opera di Poliakov!), e  nel brodo indistinto  dei “crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra” definiti dalla corte penale internazionale, che giudica e manda secondo che avvinghia e che tra qualche tempo verrà àdita anche dai Palestinesi contro lo Stato di Israele.
   Le leggi regolano i rapporti tra lo Stato e i cittadini e tra i cittadini: rispondono a necessità. Diversamente sono “grida” di manzoniana memoria. La norma in corso di approvazione in Parlamento non colpisce affatto il bersaglio: è una verbosa deprecazione di alcune tra le molte possibili apologie della guerra e dei suoi effetti collaterali. Ma pretendere di abolire per legge la guerra, l'odio o l'immoralità, peggio che infantile è pericoloso.
  Da un canto dovremmo allora demolire la Basilica di San Pietro voluta da papa Giulio II che promosse la guerra contro gl'invasori francesi al grido di “Fuori i barbari”. Non è forse vero che i francesi di Carlo VIII e di Francesco I di Valois erano infami canaglie, al pari dei lanzichenecchi che saccheggiarono Roma nel 1527 nell'indifferenza di Carlo V d'Asburgo, Sacro Romano Imperatore. Tre anni dopo fu la volta di Firenze, ridotta allo stremo, soggiogata malgrado Michelangelo e restituita ai de' Medici. Ma questo forse non lo si può più dire, perché non è politicamente corretto e non sarebbe gradito a chi pretende mettere la mordacchia sia alla storia documentata sia alla ricerca innovativa.
  A conforto di chi cerca di impantanare la storiografia nella melassa della negazione del negazionismo (un doppio errore, dunque) va ricordato che il mito fondante di Roma, a parte il fratricidio di Romolo e Remo (che poi è meno grave, in fondo, di quello tra Caino e Abele...), fu il ratto delle Sabine, perpetrato dai giovani ringalluzziti romani, come accade oggi in tante infelici regioni del pianeta ove i fedeli di questa o quella “religione” razziano e si spartiscono le femmine per motivi non sempre spirituali.
   Se la leggina  (che modifica l'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n.654 detta “Reale” dal ministro che la propose, il repubblicano Oronzo Reale, nativo di Troia) fosse approvata dalla Camera ed entrasse in vigore costituirebbe terreno di contenzioso vastissimo e, ciò che più va temuto, potrebbe essere piegata a scopi e usi impropri. Non v'è bisogno di scomodare il caso di Julius Evola, che fu perseguito come ispiratore di alcuni “destrorsi” che  forse non ne avevano neppure mai letto le opere o non le avevano capite, come ricorda Gianfranco De Turris nella nuova edizione di “Il Cammino del Cinabro” ( Ed. Mediterranee).
  Più leggi, meno libertà: più spazio ai querelanti, più campo a “interpretazioni” e a “sentenze creative” su libertà di ricerca, di studio, di confronto pacato.  Prima che venga dato un ulteriore giro di vite dell'oscurantismo e del conformismo dilagante, va detto in modo chiaro che il negazionismo non si combatte con una nuova Inquisizione, con una “caccia alle streghe”, mescolando in un unico calderone realtà storiche diversissime e generiche come i “crimini contro l'umanità” e i “crimini di guerra”: fantasmi dinnanzi ai quali lo storico ripete con l'Evangelo “scagli la prima pietra, chi è senza peccato...” .
 Il rischio che un Parlamento mezzo incostituzionale approvi  - dopodomani è il 415° dell'abbruciamento di Giordano Bruno - una legge che potrebbe soffocare le residue libertà di studio è tra i motivi che fanno sperare nella “extrema ratio”: la fine della legislatura, per tanti e anche più importanti motivi ormai al capolinea. Come disse il Verbo: “questi non sanno quello che fanno”.
 Aldo A. Mola (*)
(*) Fondatore del Club Unesco di Cuneo (10 dicembre 1960) e nel 1961 organizzatore, in collaborazione con l'Ambasciata di Israele a Roma, della Mostra su Israele al Palazzo della Provincia di Cuneo: la prima di quel genere in Italia.      
DATA: 16.02.2015

LECCO: CELEBRATO IL “GIORNO DEL RICORDO”. L’U.M.I. PRESENTE

LECCO: CELEBRATO IL “GIORNO DEL RICORDO”. L’U.M.I. PRESENTE
    Martedì 10 febbraio 2015, la cittadinanza lecchese e della sua provincia si è riunita presso la riva Martiri delle Foibe per celebrare il “giorno del ricordo” per commemorare le decine di migliaia di italiani massacrati nelle foibe dai partigiani comunisti di Tito. La manifestazione si è composta di un corteo che dal comune ha raggiunto le rive del lago, molti i partecipanti sventolanti, in rispettoso silenzio, le bandiere di quei territori strappati iniquamente all’Italia i cui abitanti, italiani in tutto e per tutto, sono stati costretti ad abbandonare le loro terre proprio perché erano italiani. Nel corso degli interventi, si è sottolineato come la politica e le istituzioni in primis abbiano taciuto e confutato gli eventi degli “infoibati” per più di sessant’anni; molto toccanti e pieno di patriottismo italiano (scevro da ogni “posizione” sulla forma istituzionale) ha avvolto i convenuti e sulle toccanti parole di alcuni esuli, i quali hanno vivido il ricordo di quei tragici avvenimenti, uno sventolio di tricolori italiani con lo stemma sabaudo e non, di quelle terre (Fiume, Istria, Dalmazia) e di Trieste (fortunatamente ancora italiana) ha accompagnato tante dolorose lacrime; solo il canto degli Italiani ha riacceso il vigore nazionale di tutti i presenti i quali, alla fine dello stesso, hanno gridato a gran voce: “Viva l’Italia!”. Per quanto concerne la rappresentanza monarchica sono intervenuti: Stefano Terenghi del Fronte Monarchico Giovanile (F.M.G.) lombardo in rappresentanza dell’U.M.I. e la Guardia d’Onore Alpino Nicola Viganò. Nutrito il gruppo di giovani curiosi che, a fine manifestazione, si è avvicinata alla bandiera del Regno per chiedere informazioni sull’associazione.
DATA: 12.02.2015

LA LOTTA PER L'EUROPA COMINCIA DALLA LIBIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/02/2015
              
Santorre di Santa Rosa    Ma oggi dove andrebbe un Santorre di Santa Rosa a battersi per la libertà dei popoli? Se volesse difendere le radici greco-cristiane della civiltà occidentale di sicuro non combatterebbe la Santa Russia, Terza Roma e bastione dell'Europa contro la Cina, contro i nostalgici dell'impero turco-ottomano, contro tutti i califfati e, va detto infine, contro l'eccessiva subordinazione dell'Europa centro-occidentale agli egoistici interessi dell'alleato USA, sempre più incline a sgovernare il pianeta a prescindere dall'Europa continentale, come si vide e si vede dall'Iraq alla Siria. Un Santa Rosa di oggi semmai aiuterebbe i governi che dal Marocco all'Algeria, dalla Tunisia all'Egitto di al-Sisi lottano contro il fondamentalismo islamico che ora, a causa della stupidità di chi vi ha provocato il caos (la Francia e gli Stati Uniti d'America più di altri, accorsi a rimorchio), sta sconvolgendo la Libia. Il vero banco di prova dell'Europa non è la razionalizzazione, necessaria, del confine russo-ucraino, dettato dalla geografia e dalla storia: un “caso” sorto dalla frettolosa dissoluzione dell'URSS e dall'illusione che la Russia fosse scomparsa per sempre dal novero delle grandi potenze. La Russia è un impero secolare. L'Ucraina è una uno “spazio”, un “confine” variabile “à merci”.
  Un Santorre di Santa Rosa dei nostri giorni si domanderebbe perché l'Europa sia così strabica: succuba del feticcio monetario, che privilegia alcune plaghe e ne demonizza altre, corriva a destabilizzare aree prossime e remote (i Balcani dopo la morte di Tito); incapace di concorrere a pacificarne altre (il Vicino Oriente, teatro delle pluridecennali guerre fra Israele e i confinanti); complice in guerre costosissime e inconcludenti, combattute in spazi remoti (dopo anni di plausi retorici sull'esportazione della democrazia in Afghanistan sulla realtà effettuale di quel paese è sceso un silenzio imbarazzato: che cosa vi facciamo? Che cosa vi è davvero cambiato? Quanto è costato? Quali veri vantaggi ne hanno tratto la  popolazione e la pace tra le nazioni?
   A cospetto di quanto accade oggi potrebbe  sembrare anacronistico evocare Santorre Annibale Derossi (o De' Rossi), conte di Pomarolo, signore di Santa Rosa (Savigliano, 1783 - Sfacteria, 1825). A prima vista, infatti, la sua figura emblematica poco o nulla ha da spartire con l'Italia odierna, incarnata  da un Parlamento mezzo incostituzionale, da troppo tempo affannato ad approvare riforme istituzionali e leggi elettorali con il malcelato obiettivo di sottrarre ai cittadini la libertà di scegliersi i propri rappresentanti. A ben vedere, tuttavia, la vicenda paradigmatica dell'antico patriota piemontese insegna che la politica estera deve essere sempre al centro dell'attenzione dei cittadini. Così fu infatti per Santa Rosa, che a tredici anni iniziò il servizio militare come alfiere agli ordini del padre, colonnello dei Granatieri, contro l'Armata d'Italia guidata da Napoleone Bonaparte, e partecipò alla battaglia cantata da Giosue Carducci in La bicocca di San Giacomo. Crollato il regno di Sardegna, a 24 anni Santa Rosa fu nominato sindaco (“maire”) di Savigliano, controllata dalla potentissima loggia “La Réunion” del medico Carlo Matteo Capelli. Viceprefetto napoleonico a La Spezia nel 1812, dopo la Restaurazione,nel 1814, entrò capitano dei granatieri nel Reggimento Guardie e combatté in Savoia contro le mire francesi, identiche nei secoli, dai re di Valois e di Borbone a Napoleone III. Entrato in carboneria, nel 1821 Santa Rosa fu tra i cospiratori che chiesero al ventitreenne Carlo Alberto di Savoia di sposare la causa della Costituzione liberale. Il Piemonte non era pronto. Non aveva un programma proprio. Poiché aveva giurato di non concedere alcuna costituzione, re Vittorio Emanuele I abdicò e nominò reggente il principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano, parente in tredicesimo grado, in attesa che da Modena rientrasse a Torino suo fratello e successore, re Carlo Felice. In mancanza di meglio, su pressione dei liberali il principe promulgò la costituzione spagnola (detta di Cadice, dalla città nella quale era stata deliberata nel 1812, come base della guerra d'indipendenza contro l'occupazione francese) con un correttivo fondamentale: la libertà dei culti ammessi.
  Sconfessato dal nuovo sovrano, Carlo Alberto lasciò Torino e raggiunse a Novara il comandante dell'esercito del re. In gioco vi erano le sorti della dinastia che incarnava lo Stato, chiuso nella tenaglia dell'Austria, guida della Santa Alleanza orchestrata dal Cancelliere Clemens von Metternich, e della Francia di Luigi XVIII, entrambe decise a reprimere manu militari ogni focolaio liberale. Nel regno delle Due Sicilie, in Lombardia, in Piemonte le “sette” furono schiacciate. Carbonari, adelfi, federati, massoni, “americani” – tutti i cospiratori, insomma – vennero annientati in battaglia, imprigionati, condannati a morte o a lunga detenzione, costretti all'esilio. Mentre ad Alessandria venne innalzato il tricolore, fiancheggiato da Guglielmo Moffa di Lisio, da Luigi Ornato, da Giacinto di Collegno e forse da Roberto Tapparelli d'Azeglio, il trentottenne Santa Rosa capitanò un governo di guerra che fu subito di emergenza. Dopo lo sbandamento delle sue truppe travolte dagli austriaci tra Novara e Vercelli (5-6 aprile), cedette il campo. Non rimase che l'esilio per scampare alla forca (cui fu condannato, con sentenza eseguita in contumacia sulla piazza di Savigliano che ne porta il nome) e alla repressione dei “compromessi”, che calò come cappa di piombo per un decennio.
   Come altri maggiorenti del moto costituzionale Santa Rosa riparò all'estero. Via Genova, Marsiglia e Lione arrivò a Ginevra: troppo vicino al confine del regno sardo. Su pressioni austropiemontesi la “libera Svizzera” gli intimò di andarsene. Da Losanna passò a Parigi, ove visse in povertà sotto il falso nome di Conti. Già autore delle Speranze d'Italia (poi titolo della celebre e fortunata opera di Cesare Balbo, che esortò all'unità d'intenti politici di tutti i cristiani), apprezzato dal liberale Victor Cousin, vi pubblicò De la Révolution piémontaise, un saggio denso e di immediato successo europeo, meritevole di essere ristampato e riletto. Arrestato a Parigi e cacciato dalla Francia, passò a Londra, ove conobbe Ugo Foscolo, poeta all'epoca celeberrimo in Europa, già avversario a viso aperto di Napoleone (che nel 1797 aveva celebrato quale liberatore dell'Italia) ma ancor più ostile al dominio assolutistico dell'Austria sul Lombardo-Veneto.
  Dopo anni di tristezze e miseria, con Giacinto di Collegno nel novembre 1824 Santa Rosa partì per la Grecia, che era in guerra per l'indipendenza dal secolare giogo turco-ottomano. La libertà non era di questo o di quel popolo: era un ideale universale. Oggi in Grecia, domani in Italia. Santa Rosa si mosse sulla scia dell'inglese George Gordon Byron, il poeta e drammaturgo più famoso nell'Europa dell'epoca, a sua volta volontario contro i turchi e morto di febbri a Missolungi nell'aprile 1824 senza mai imbracciare il fucile.
   Il patriota italiano ebbe l'accoglienza che si attendeva. Messo sull'avviso dagli inglesi, che non gradivano l'interferenza di uomini liberi cresciuti nell'Europa di Napoleone, il governo greco non gli affidò alcun comando: eppure era stato non solo alto ufficiale ma anche ministro della Guerra nel governo provvisorio costituzionale del regno di Sardegna. Nella lotta dei greci per l'indipendenza dai turchi si intersecavano occhiuti appetiti di molte potenze: inglesi e francesi (niente affatto concordi) da una parte, la Russia di Alessandro I dall'altro. Lo zar si valse del più giovane dei fratelli Ypsilanti, Demetrio, e dei due fratelli Capodistria, Giovanni e Agostino. Assunto il nome, riduttivo, di Annibale De' Rossi il conte di Santa Rosa alla fine vestì la divisa di soldato semplice. Dal febbraio 1825 combatté a Patrasso, a Navarino e, da inizio maggio, nell'isoletta di Sfacteria, assalita dagli egiziani di Mehemet Alì, che ufficialmente si batteva per la Sublime Porta ma in realtà mirava a ottenere la protezione proprio dell'Occidente contro il Sultano. Vecchi giochi. Tragedie perenni. Lì Santa Rosa disparve, venne ucciso in combattimento l'8 maggio. La salma non fu rinvenuta. Fu e rimane un “caduto senza croce”: emblema di spirito libero. Lasciò I Ricordi, 1821-1824 e le molte centinaia di lettere alla moglie, amorevolmente riordinate e pubblicate da Antonino Olmo nel 1969 in un volume dal quale derivarono le biografie successive scrittene da Filippo Ambrosini, da Giulio Ambroggio e da altri.
   Insegnò e insegna che - diceva bene re Vittorio Emanuele III - il vero fulcro dello Stato è la politica estera, che reca con sé quella militare. La “politica interna”, che tanto appassiona le grigie cronache, è nient'altro che ordine pubblico, tesoro, finanza, economia: i visceri. La “testa” è la politica estera/militare. Nella vita ordinaria essa si riduce a rissa tra fazioni, intruglio di pastette, mercato di politicanti a noleggio. Nel caso migliore è istruzione, educazione, ricerca scientifica, cioè quanto di più negletto da decenni vi sia nel Paese Italia, che ha appaltato la vita culturale a faccendieri drappeggiati da mecenati. Perciò quello di  Santa Rosa è oggi un nome al tempo stesso inattuale e assordante. Ci dice come si fu e come si deve essere malgrado le condizioni odierne del Paese. I “maggiori” costruirono l'Italia perché non la pensarono guardandola da questa o quella città o regione ma la videro da Parigi, Londra, Berlino, San Pietroburgo, come il geniale Joseph de Maistre, “Eques a Floribus” nella massonica Stretta Osservanza.
   “Quinci trarrem gli auspici...” scrisse Foscolo in “I Sepolcri”. E i garibaldini poi cantarono: “Si scopron le tombe, si levano i morti...”.
    Oggi un Santa Rosa non alimenterebbe conflitti artificiosi all'interno dell'Europa che va dall'Atlantico a Vladivostok. Impugnerebbe invece le sorti del Mediterraneo, a cominciare dalla Libia, che non può essere abbandonata al caos attuale, preda di un pericolosissimo sanguinario “califfato”. Qualcuno deve pur porre rimedio all'insipienza dell'Occidente. E' da credere che questa sia anche cura suprema di Sergio Mattarella, che, quattordicesimo (*) presidente della Repubblica, “ha il comando delle Forze Armate” (art. 87 della Costituzione).
 Aldo A. Mola 
     (*) Non si comprende perché Sergio Mattarella venga detto “dodicesimo” presidente. Dal 13 giugno 1946, quando con un “gesto rivoluzionario” (o “colpo di Stato”) Umberto II di Savoia fu indotto a lasciare l'Italia (senza abdicare alla corona), i capi della Repubblica italiana furono, nell'ordine, Alcide De Gasperi (che si arrogò le funzioni di Capo dello Stato), Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano I, Giorgio Napolitano II (anche se la persona è la stessa, le presidenze sono due) e, appunto, l'attuale: semmai tredicesimo se erroneamente, con argomento da supermercato (paghi uno prendi due), si volesse contare Napolitano un'unica volta. O forse non si vuol dire che Mattarella è il tredicesimo solo perché la cifra porta male?       
DATA: 12.02.2015
   
SULL’ ELEZIONE DEL NUOVO CAPO DELLO STATO.

    Al di là delle critiche sul metodo di scelta del nuovo presidente della repubblica, fatte dai più, nei confronti del presidente del consiglio Matteo Renzi, e al di la del fatto che comunque, in un sistema repubblicano, l’elezione del suo capo è sempre espressione di un accordo di parte a prescindere anche dalle modalità tecniche della sua elezione (elezione diretta, o indiretta, voto palese o segreto sono solo questioni di lana caprina), le riflessioni che scaturiscono dall’intera vicenda sull’elezione del nuovo capo dello Stato, sono essenzialmente due. Primo: a chi pensava che fossimo giunti nella seconda repubblica e che con l’elezione del nuovo presidente saremmo passati alla terza, si sbagliava di grosso. Il rottamatore (solo a parole) Matteo Renzi, infatti, alla fine, ha preferito imporre alla presidenza della repubblica, un uomo della cosiddetta “prima repubblica”. Quella “prima repubblica”, giova ricordarlo, nata dalle vicende mai chiarite del Referendum del ’46 e sigillata nel ’48 dalla nuova Carta Costituzionale, e dall’accordo tra democrazia cristiana e partito comunista, che se ne spartirono i poteri: alla dc il governo del paese, e al pc la cultura, dando origine, si, alla rinascita economica dell’Italia, ma che con se portò anche il germe della divisione netta della nostra storia patria, da una parte i buoni, i “liberatori”, e dall’altra i cattivi, quelli cioè che non meritavano di essere studiati nei libri di storia, come se la storia non fosse un tutt’uno con le vicende passate, che invece si susseguono a catena. Oggi con l’elezione dell’ex dc Sergio Mattarella a presidente della repubblica quell’accordo viene nuovamente rinsaldato. Ma su quali basi? Esistono più quelle condizioni che sussistevano alla fine del secondo conflitto mondiale? Ha più senso ad esempio, conservare una Carta Costituzionale che ne incarni quei valori? Sicuramente no. Invece, a dispetto dei santi, il profilo del nuovo inquilino del quirinale sembra essere proprio quello di un conservatore della Carta che quello di un suo possibile riformatore. Ne è la controprova, il fatto, che tra chi lo ha votato compaia anche la sinistra più estrema, da sempre refrattaria a qualsiasi cambiamento. La paura di Matteo Renzi di essere falcidiato dai franchi tiratori del suo partito, che lo aspettavano al varco, è stata, infatti, più forte di qualsiasi sua pretesa al cambiamento. Il risultato è che il nuovo presidente della repubblica si guarderà bene dall’avallare drastiche riforme della Carta Costituzionale per non scontentare chi lo ha votato. Nei sistemi politici dove regna un Sovrano, invece, quanto detto, non può accadere. Il Re non viene eletto dai partiti, la sua successione al trono è regolata da leggi dinastiche proprie, quelle della sua casata di appartenenza, di conseguenza non è soggetto a “ricatto” di chi lo ha votato, ne deriva che egli sarà più svincolato da interessi partitocratici. Il Re inoltre viene educato fin da piccolo ad essere imparziale, e non può aver militato in un partito. In Italia ad esempio la Monarchia Sabauda ha sempre incarnato il ruolo di terzietà rispetto alle diverse posizioni in campo. Anche nel tanto vituperato periodo del fascismo il Re fu imparziale, semmai furono gli italiani ad essere fascisti, e che nelle piazze gridavano: duce! duce! duce! Mussolini fu votato dagli italiani (al contrario di Monti, Letta e Renzi), cosa doveva fare il Re, destituirlo contro il volere del popolo? Era un Re costituzionale, non poteva farlo! Lo fece quando il duce del fascismo fu messo in minoranza. Nei frangenti storici in cui il Re è potuto sembrare parziale in realtà non lo fu affatto, o meglio, se lo fu, egli agiva comunque con propria coscienza di sé, in virtù del suo ruolo che rappresentava, sempre fedele allo Statuto, e per il bene dell’Italia, con il solo limite della discrezionalità umana. Quanto detto finora, fa nascere una seconda riflessione che riguarda le vicende politiche susseguitesi negli ultimi tre anni di storia repubblicana, e che va a confermare che un presidente della repubblica non è affatto imparziale. Quando nel 2011 Giorgio Napolitano, a seguito delle dimissioni di Silvio Berlusconi dalla presidenza del consiglio dei ministri, decise di non sciogliere le camere e di non indire le elezioni ma nominò Mario Monti capo del governo, non fu scelta di parte? E i seguenti governi Letta e Renzi, entrambi di sinistra, ed entrambi non legittimati dal popolo, non lo furono? Alla luce di quegli avvenimenti, la lunga militanza nel partito comunista dell’ex presidente della repubblica può davvero non aver influito sulle sue scelte? E ancora, la “dittatura” di Matteo Renzi, non è figlia di scelte parziali fatte dell’ex capo dello Stato? Quindi: Come potrà oggi il nuovo presidente della repubblica Sergio Mattarella, dimenticarsi, che è stato eletto da Renzi?
 Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I. 
DATA: 12.02.2015
   
UN PARLAMENTO IN PARTE NON COSTITUZIONALE HA ELETTO CAPO DELLO STATO IL PROF. SERGIO MATTARELLA
 UN PARLAMENTO IN PARTE NON COSTITUZIONALE HA ELETTO CAPO DELLO STATO IL PROF. SERGIO MATTARELLA                                          
Viva il Re, Viva l'Italia,  
  
   Il Parlamento ha eletto Capo dello Stato il prof. Sergio Mattarella, componente della Corte Costituzionale che il 3 dicembre 2013 dichiarò anticostituzionale l'elezione della Camera dei Deputati. Il Parlamento non varò una nuova legge elettorale in linea con le indicazioni della Corte: anzi ha allontanato e allontana i cittadini dalle Istituzioni con l'abolizione dell'elettività diretta dei consigli provinciali e del Senato.
   La Consulta né esulta né si si deprime per queste increspature dello stagno della Repubblica: nulla rispetto a quanto accadde nel giugno 1946 con il referendum sulla forma dello Stato e ne seguì: la partenza dal suolo patrio del Re Umberto II di Savoia, che recò in salvo la Monarchia, patrimonio storico, morale e civile degli italiani, fondamento della loro unità e della loro libertà.
   Re Umberto II visse trentasette anni all'estero, in esilio dal 1948. Ribadì la regola di Suo Padre, Vittorio Emanuele III: “Italia innanzi tutto, Viva l'Italia”.
   Senza illusioni e senza collusioni, al di fuori e al di sopra delle cronache, la Consulta conosce e addita l'immensa mole di angosce nelle quali vivono gli Italiani e opera per attenuarla e per indicarne i responsabili. Questi vanno allontanati da cariche esercitate a nocumento dei cittadini.
   Dai Sacrari Militari  -anzitutto Redipuglia, ove riposa l'Avo del Capo della Casa di Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia-,  da Aquileia e da ogni lembo della Patria le Salme di quanti dettero la vita per la Patria in questo Centenario dell'intervento nella Grande Guerra ripetono “Presente!”. Non chiedono applausi ma silenzio: vigile e operoso.
   Per la Grande Italia.
                                                           Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
                                                                             Aldo Alessandro Mola
Roma, 31 gennaio 2015
DATA: 01.02.2015
 
CASA SAVOIA AL FRONTE: L'ARCHIVIO DAL MOLIN PUBBLICA UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA
  
CASA SAVOIA AL FRONTE: L'ARCHIVIO DAL MOLIN PUBBLICA UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA    L’Archivio DAL MOLIN, fondato nei primi anni ottanta dall’imprenditore Ruggero Dal Molin di Bassano del Grappa che avvia una vasta collezione di documenti d’epoca della Grande Guerra, in particolare fotografie, oggi considerata una delle principali a livello nazionale, ha pubblicato sul proprio sito una selezione di fotografie d'epoca riguardanti la Famiglia Reale al Fronte. Le foto provengono dalla collezione Maurizio Lodi, nostro iscritto e collaboratore, che ne ha firmato l'articolo. Dalla selezione si vede l'impegno e la passione dimostrata da Casa Savoia durante la Grande Guerra.


DATA: 01.02.2015
 

“ITALICUM”. UNA RIFORMA PIÙ AMARA DELLA “LEGGE ACERBO”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/02/2015
              
  Di buone intenzioni son piene le fosse recita, lugubre, il proverbio memorabile. Lo stesso vale per le leggi elettorali. Sbandierate come garanti di chissà quali miracoli, spesso producono catastrofi. In Italia lo si è veduto molte volte. Perché ricordarlo? Non certo nell'illusione che la storia sia magistra vitae. La conoscenza del passato non dice affatto che cosa occorra fare oggi. Chi pensa di utilizzarla come un “navigatore” per guidatori con l'occhio e l'orecchio fisso ai suoi presunti “insegnamenti” spesso va fuori strada, perché da quando si mette in viaggio tutto è mutato: lo scenario, le persone, egli stesso. Il passato non si ripete mai nell'identico modo. Quindi, conoscerlo non significa poterlo rivivere  e copiarlo pari pari. Semmai aiuta a essere più consapevoli e responsabili, cioè più liberi di decidere quello che occorre fare qui e ora.
 E' quanto vale, appunto, per le leggi elettorali. Secondo alcuni (e tra questi il pur navigato Cirino Pomicino), il cosiddetto Italicum, pessima etichetta per la brutta legge approvata dal Senato in seconda lettura ma destinata a tornare in Aula, evoca la “legge Acerbo” del 1923. Infatti, a differenza di quanto accade nei paesi democratici, essa assegna un premio esagerato al “vincitore”: il 55% dei seggi alla lista che ottiene più del 40% dei voti, un vantaggio di ben 15 punti (altro che la vana “legge truffa” del 1953!). Al tempo stesso ottengono seggi le liste che superano il 3% dei consensi: una soglia bassissima, a favore dei  partiti piccoli e piccolissimi. Non solo: se nessuna lista supera il 40% le due che hanno ottenuto il maggior numero di voti (magari il 25% circa, come PD e M5S nel febbraio 2013) vanno al ballottaggio: una prospettiva pericolosa per l'Italia di oggi, che non è né bipolare né bipartitica, bensì divisa in tre principali schieramenti (PD, M5S,Forza Italia), anzi quattro, perché  l'astensione, vera novità degli ultimi anni, è infatti il primo “partito” con il 35/40% alle “politiche” e ancor più alle “locali”. Molti dunque vedono nell'Italicum una sinistra replica della legge che, a loro giudizio, spianò la via al “regime”. L'affermazione è errata, sia sotto il profilo tecnico, sia, ancor più, dal punto di vista della storia.
  La “legge Acerbo” (18 novembre 1923, n. 2444) nacque per rimediare alle rovine causate dal sistema proporzionale e per assicurare al Paese un governo stabile. Di per sé, però, quella riforma non decretò affatto che il vincitore fosse il blocco conservatore (di centro-destra), anziché un'alleanza socialdemocratica e liberalprogressistica. A decidere in un senso piuttosto anche nell'altro furono le circostanze specifiche, che meritano di essere rapidamente rievocate. Il quadro politico-partitico dell'epoca da sei anni era caotico. Su pressione dei socialisti, dei cattolici e di demovisionari, con legge 15 agosto 1919, n. 1401 era stata introdotta la ripartizione dei 508 seggi in lizza in proporzione ai voti riportati dai partiti nei 54 collegi elettorali del regno. I socialisti e liberal-democratici, entrambi con il 30,7% dei voti, ottennero156 seggi ciascuno; con il 19,7% il neonato partito popolare (cattolici) ne ebbe 100. Il resto andò ad altre formazioni: liberali conservatori, socialisti indipendenti, repubblicani, radicali, combattenti e liste “locali”. La Camera contò undici gruppi, litigiosi e inconcludenti. Diciotto mesi dopo, alle nuove elezioni improvvidamente indette dall'ottantenne Giovanni Giolitti, presidente del consiglio per la quinta volta in trent'anni, scaturì un risultato anche peggiore: quattordici gruppi parlamentari, deboli  e rissosi. Come in tutta Europa i liberali erano in rotta: perdenti sul piano culturale prima ancora che su quello partitico-elettorale. A Giolitti, subito dimissionario, seguirono tre governi in tredici mesi (Bononi, Facta I e Facta II) e, il 31 ottobre 1922, quello di coalizione costituzionale presieduto da Benito Mussolini, tra le cui priorità vi fu proprio la riforma della legge elettorale.
   Presentata dal sottosegretario all'interno, Giacomo Acerbo (massone della Gran Loggia d'Italia), dal quale poi prese nome, la legge assegnò 2/3 dei seggi al partito che ottenesse almeno il 25% dei voti. L'altro terzo sarebbe stato suddiviso in proporzione ai voti ottenuti da liste presenti in almeno tre circoscrizioni. Il Partito nazionale fascista allestì una lista nazionale comprendente tesserati (in larga parte di fresca data) e candidati più o meno amici, simpatizzanti o indipendenti, come Vittorio Emanuele Orlando, “presidente della Vittoria”, ed Enrico De Nicola, che dichiarò di ritirarsi dalla competizione poche ore prima del voto, quando il suo discorso di sostegno a Mussolini era già stato pubblicato nei giornali.
  Nel timore di non fare il pieno di consensi, i fascisti allestirono anche una lista fiancheggiatrice. Risultato? Il 6 aprile 1924 il “listone” ottenne il 65% dei voti e 356 seggi su 535; i “dissidenti” ne ebbero 19. Dunque, broglio più violenza meno (in linea con quanto accadeva in altri Paesi, nulla rispetto all'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), Mussolini stravinse. Se fosse stata in vigore la “maledetta proporzionale” (come Giolitti aveva definito la legge del 1919, voluta da Luigi Sturzo, a sua detta “prete intrigante”) avrebbe ottenuto identico risultato, se non superiore.
  Ma perché venne decisa e chi approvò la legge Acerbo? Semplice. Nelle elezioni del 1921 i partiti avevano raggiunto soglie miserande: il 24% i socialisti, il 19% i popolari. Gli altri seguirono con cifre modeste, in ordine sparso. Il 25% era dunque un traguardo ambizioso.   La “legge Acerbo” non venne imposta a manganellate. Seguì la normale procedura parlamentare. Per esaminarla, alla Camera fu istituita un'apposita Commissione, formata da due membri per ognuno dei nove gruppi di rilievo nazionale. Come ricorda Pierluigi Ballini, storico insigne delle leggi elettorali italiane, Giolitti, suo presidente, era del tutto favorevole alla approvazione della legge, come gli altri “costituzionali”. Contrari furono i repubblicani, i socialisti, i comunisti e i popolari, che poi però in Aula passarono dall'opposizione all'astensione, con molti voti favorevoli.
  La nuova legge, tuttavia, non costituiva affatto una rete di sicurezza per il governo. Constatata la volubilità dell'elettorato, fu messo in cantiere il ritorno ai collegi uninominali, in vigore dal 1848 al 1919: uno specchietto agitato da Mussolini per trarre in inganno le allodole liberali e per spaventare il residuo partito popolare (crollato al 9% con 39 deputati), il cui elettorato era spalmato dappertutto e sarebbe stato vincente solo in poche plaghe. Del resto nel 1922 Mussolini assicurò ad Alcide De Gasperi, presidente dei popolari alla Camera, che avrebbe confermato il proporzionale. Ottenutone un magnifico discorso di sostegno al governo, gli voltò le spalle e puntò al maggioritario. Poiché in politica, come in guerra non contano i metodi, non meno colpevole di chi inganna è colui che si lascia ingannare:  nella propria sconfitta, infatti, egli travolge non solo se stesso ma anche quanti gli hanno affidato difesa e salvezza; e costoro si rivarranno su di lui e sulla sua memoria, come sempre è accaduto.
   Delle urne del 6 aprile 1924 poche gioie ebbe Mussolini. Il rapimento/assassinio di Giacomo Matteotti per gli oscuri motivi indagati da Riccardo Mandelli in Decreti sporchi. La lobby del gioco d'azzardo e il delitto Matteotti (ed. Giorgio Pozzi) recise la mano che  aveva teso verso i socialisti. Non solo. Il “duce” constatò che i deputati iscritti al PNF erano due terzi degli eletti (227); gli altri oscillavano al primo vento contrario. E poi vi era il vero rischio: gli elettori. Perciò, andando per gradi, in un paio d'anni il governo abolì l'elezione dei consigli comunali e dei consigli provinciali, roccaforte di liberali, socialisti e cattolici. I sindaci furono sostituiti con podestà; gli altri con “Prèsidi” e poi con i Rettorati: tutti di nomina governativo/prefettizia. Il gusto innato degli italiani per la competizione venne trasferito dalle elezioni amministrative ad altri campi: l'associazionismo sportivo, le attività ludiche. Lavoro e dopolavoro... Con lo scioglimento coatto dei partiti d'opposizione e dei suoi giornali anche la vita interna del PNF e della Milizia volontaria di sicurezza nazionale fu rigidamente disciplinata. L'informazione finì sotto stretto controllo, secondo regole che erano state sviluppate con minor successo nel corso della Grande Guerra.
    Mussolini pensò di chiudere la partita a tempo indeterminato con la riforma della legge elettorale proposta da Alfredo Rocco, approvata il 17 maggio 1928: al collegio elettorale comprendente l'intera Italia fu presentata una lista di 400 candidati, debitamente selezionati per motivi politici o di rappresentatività (per esempio, una seggio fu riservato al Touring Club Italiano...). Gli elettori vennero chiamati a dire si o no in blocco.
  Nell'ultimo intervento in Aula Giolitti bollò la riforma come cesura definitiva tra il regime liberale, basato sulla libera scelta dei rappresentanti da parte dei cittadini, e quello nuovo, fondato sulla predeterminazione delle candidature, deliberate dal Gran Consiglio del Fascismo. La legge Rocco venne approvata sei mesi prima che la Camera votata nel 1924 elevasse il Gran Consiglio da consesso di partito (e quindi “privato”) a “organo della Rivoluzione fascista”, dotato di un'enorme quantità di competenze, in parte effettive, in parte del tutto immaginarie (fu il caso della successione al trono, sulla quale né esso né il governo ebbero mai alcuna vero potere).
  Ma quali erano le fondamentali differenze tra le leggi di cui si è detto (la proporzionale del 1919, la legge Acerbo del 1924, quella Rocco del 1928) e l'Italicum approvato martedì scorso dal Senato? In primo luogo la monarchia conservò tutti i poteri statutari. Lo si vide il 25 aprile 1943 quando Vittorio Emanuele III comunicò a Mussolini che non era più capo del governo: lo stesso sangue freddo col quale il 9 novembre 1917 disse a Cadorna che non era più Comandante Supremo. Inoltre non vi era solo la Camera dei deputati ma anche il Senato, di nomina regia e vitalizio, sommesso ma non sottomesso e riluttante alla tracotanza del regime. In terzo luogo il presidente del Consiglio/capo del governo non fu anche segretario del PNF: carica che passò da Michele Bianchi a Francesco Giunta, a un quadrumvirato, a un direttorio nazionale, a Roberto Farinacci, Augusto Turati, Giovanni Giuriati, Achille Starace, Ettore Muti, Adelchi Serena, Aldo Vidussoni e Carlo Sforza: una dozzina di cambi in vent'anni, a conferma che anche i partiti “totalitari” procedono a zig-zag. Chi votava per il Listone proposto (o imposto) dal Gran Consiglio (1929 e 1934) o per la formazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (1939) sapeva che se davvero le cose fossero andate male vi erano due bastioni: il Senato e la monarchia.
   L'Italicum, dunque, non è affatto confrontabile con la legge Acerbo. E' peggio. Ora vi sono un presidente della repubblica i cui poteri costituzionali, in presenza di una politica forte, cioè di cittadini partecipi alla vita politica e pubblica, sono poco più che notarili. Ma se davvero dovesse durare la sciagurata abolizione dell'elettività dei consigli provinciali e quella del Senato da parte dei cittadini, l'elezione della Camera risulterebbe vitale per la democrazia rappresentativa. L'idea che il 40% dei voti validi (cioè il 22% circa degli aventi diritto) possa decidere per il restante 60% dei votanti e anche per i non votanti è allarmante. Poiché la Costituzione ancora lo consente, è arrivato il momento di fermarsi a riflettere. Fu il Parlamento a introdurre la proporzionale nel 1919, a votare la legge Acerbo nel 1923, a instaurare nel 1928 il regime crollato nel 1943. Il Parlamento non è affatto infallibile. E non sempre è affidabile. I cittadini hanno diritto di controllarlo e di chiedergli conto di quanto fa, perché non è autocefalico, né può campare  di accordi e patti extraparlamentari, dai contorni e dai contenuti oscuri. Esso nasce dalla volontà espressa nelle urne dai cittadini: a quanto pare, però, non si ha fretta di consultarli.
    Aldo A. Mola            
DATA: 25.01.2015
   

SERVIZIO SULL'U.M.I. DI FAN PAGE: "VIVA IL RE!"
  
    Il popolare canale web di informazione Fanpage, che conta oltre tre milioni di seguaci su facebook, ha dedicato uno speciale al punto di vista dei monarchici, intervenendo al convegno organizzato dall'U.M.I. a Napoli e raccogliendo testimonianze e impressioni dai presenti.

DATA: 30.01.2015

INTELLIGO NEWS: QUIRINALE? PARLANO I MONARCHICI. INTERVISTA A SACCHI: “IL VERO ARBITRO È IL RE”
  
INTELLIGO NEWS: QUIRINALE? PARLANO I MONARCHICI. INTERVISTA A SACCHI: “IL VERO ARBITRO È IL RE”    Nel giorno della prima votazione in Aula per l’elezione del Presidente della Repubblica, IntelligoNews ha deciso di dar voce anche a chi non ama il totonomi sul Quirinale in quanto sostiene che la migliore forma di governo non è la Repubblica, bensì la Monarchia. Il Presidente nazionale dell’U.M.I., Alessandro Sacchi, ha risposto così alle nostre domande…

DATA: 30.01.2015
   
CORSA AL QUIRINALE: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE U.M.I. ALESSANDRO SACCHI
  
CORSA AL QUIRINALE: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE U.M.I. AVV. ALESSANDRO SACCHI    Il Presidente nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), in merito all’imminente elezione del nuovo Capo dello Stato, ha dichiarato:

    “Da ogni parte politica si invoca l'elezione di un Capo dello Stato che svolga la funzione con terzietà ed imparzialità. I nomi circolanti di tutti i candidati emergono dal più fumoso passato della prima Repubblica e tradiscono antiche ed accese militanze di parte. L'Unione Monarchica Italiana ricorda agli italiani che l'unico meccanismo costituzionale al cui vertice sieda un arbitro imparziale è la Monarchia parlamentare, come si evince dal funzionamento delle più evolute democrazie del mondo: le Monarchie europee. Piuttosto che un ritorno agli uomini della prima Repubblica, andiamo verso il Meccanismo della seconda Monarchia.”

Avv. Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.

    Roma, 26 gennaio 2015
DATA: 26.01.2015
   
ROMA: GIGLIO INAUGURA LA SECONDA PARTE DEL 67° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
  
ROMA: GIGLIO INAUGURA LA SECONDA PARTE DEL 67° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REXDomenica 25 gennaio si è svolto un importante incontro del Circolo REX, in occasione dell'apertura della seconda sessione del 67° ciclo di conferenze del sodalizio, presso la sala uno dell'Istituto salesiano di via Marsala in Roma. Oratore il presidente dello stesso Circolo, l'Ing. Domenico Giglio che ha tenuto una dettagliata conferenza sul tema: “Dalla neutralità all’intervento dell’Italia in guerra. 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915”. L'incontro è stato aperto dal Presidente Emerito del Circolo Rex, Avv. Benito Panariti e, prima della relazione, è stato letto il messaggio scritto da Umberto II nel 1965, in occasione del 50° anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia. Giglio ha analizzato la situazione internazionale, soffermandosi sulla triplice alleanza e sulle ragioni che portarono l'Italia a dichiarare guerra all'Austria (e non agli Imperi centrali come erroneamente viene detto, la guerra alla Germania fu una necessità dettata dalle alleanze ma avvenne solo un anno dopo dall'ingresso dell'Italia nel conflitto). Ha elencato le diverse anime della società italiana, divise tra interventisti e neutralisti, dalle formazioni politiche agli organi di stampa. Grande spazio è stato dato al Re Vittorio Emanuele III e a Casa Savoia, in prima linea al fronte. Giglio ha spaziato nell'analisi dei conflitti che hanno attraversato l'Europa dalla metà dell'ottocento, evidenziando il ruolo dell'Italia in ciascuno di essi e sfatando il pregiudizio, in voga anche tra molti storici, che gli italiani siano dei traditori. La Grande Guerra per l'Italia è stata la quarta guerra d'Indipendenza, proprio per sottolineare il modo con cui il nostro Paese si sia approcciato al conflitto, per reclamare le terre irredente e non per fare mero espansionismo. L'incontro si è concluso con la lettura del proclama agli italiani del Re Vittorio Emanuele III per l'ingresso dell'Italia nel conflitto.
All'affollata riunione erano presenti molte anime del monarchismo romano, dal Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo, accompagnato dalla responsabile cultura U.M.I. Erina Russo de Caro e dal Presidente U.M.I. Campania Duca Giannandrea Lombardo di Cumia, al delegato delle Guardie d'Onore di Roma Col. Paolo Caruso, alla responsabile del Gruppo Savoia del Lazio Loredana di Giovanni, alla responsabile dell'Associazione Amici del Montenegro Maria Coculo Satta, alla nipote dell'Eroe dei Due Mondi Dott.ssa Anita Garibaldi, all'ex ministro ed ex vicepresidente del Senato Prof. Domenico Fisichella.
DATA: 25.01.2015

CLASSE POLITICA CENT'ANNI FA:GIOLITTI E CAMILLO PEANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 25/01/2015

Camillo Peano                  In Italia c'era una volta una classe politica di prim'ordine. Non dieci, cento, mille, ma decine di migliaia di persone educate a tre idee cardinali: l'Italia non è un mito ma una realtà storica; gli italiani fanno parte della grande famiglia delle nazioni e costituiscono un esempio per i popoli oppressi in cerca dell'indipendenza; loro, i dirigenti, ascesi ad alte cariche per fortune di famiglia o per meriti riconosciuti dallo Stato, che apre la strada ai capaci e meritevoli, operano non per interessi personali o di casta ma per tutti i cittadini, perché ognuno sta meglio in uno Stato più coeso e sicuro. Era un secolo fa. Prima di essere incaricato di “munera”, cioè dei “pesi” delle cariche pubbliche, l'aspirante “politico” faceva tirocinio in uffici minori, nei consigli comunali e provinciali, nelle scuole, nelle caserme... Studiava e si faceva carico dei meno fortunati. Quell'Italia pensava di riuscire a far meglio della Chiesa, che per secoli era stata la trama fondamentale della società. Diversamente, perché mai aver unificato l'Italia e spodestato Pio IX? Cent'anni orsono quel “sistema” entrò in crisi perché la dirigenza non fu all'altezza della sfida impostale dalla conflagrazione europea. Il Parlamento non interpretò la volontà dei cittadini. La frattura avvenne tra il dicembre 1914 e il gennaio 1915. Eccone la fotografia.
   “Caro Amico...”. E' l' “incipit” della lettera inviata il 24 gennaio 1915 da Giovanni Giolitti a Camillo Peano: una missiva importante per il contenuto e per la forma, che è sempre sostanza. A Parlamento chiuso, il settantaduenne Giolitti, quattro volte presidente del Consiglio, intuì che il governo, presieduto da Antonio Salandra, mirava a portare l'Italia in guerra a fianco della Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) mentre era ancora formalmente alleata con la Germania e l'Austria-Ungheria. Il governo (che non significa gli italiani, ignari di quanto avveniva sulla loro pelle) chiedeva a Vienna di cedere subito “compensi” per l'ingrandimento futuro della monarchia asburgica nei Balcani. L'Austria recalcitrava: la guerra, iniziata il 26 luglio 1914, era in corso. Se avesse ceduto territori all'Italia in nome della nazionalità, l'Impero sarebbe deflagrato perché comprendeva austriaci, tedeschi, ungheresi, slovacchi, boemi, polacchi, croati, sloveni, romeni, bosniaci, erzegovini...: un caleidoscopio di genti non solo di diverse confessioni cristiane ma persino di religioni differenti. Semmai poteva promettere, ma in cambio di certezze che l'Italia non prospettò mai in modo sincero. La trattativa tra Roma e Vienna corse per nove mesi sul filo del rasoio. Impostata male dall'inizio, era destinata a finire peggio, a meno di una mediazione, difficile ma necessaria, in nome del buon senso.
   Al “caro amico” Giolitti scrisse per confutare due “leggende”. In primo luogo negò di essere segretamente colluso con il principe Bernard von Bulow, inviato da Berlino ambasciatore straordinario a Roma per ottenere che in cambio della neutralità italiana l' Austria accogliesse con franchezza alcune richieste di Roma (almeno il Trentino e garanzie per la popolazione italofona nell'Impero). Inoltre, ed è quanto più gli premeva, enunciò il principio fondamentale della politica estera di un Paese perbene: “Certo io considero la guerra non come una fortuna (come i nazionalisti) ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando è necessaria per l'onore e per i grandi interessi del paese. Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso gli altri popoli. Per un sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del paese. Ma quando è necessaria non esiterei ad affrontare la guerra e l'ho provato (come fece - osserviamo - contro l'impero turco per la sovranità sulla Libia nel 1911-1912). Credo molto, nelle attuali condizioni d'Europa, molto potersi ottenere senza guerra...”.
  Il 26 gennaio Peano portò la lettera a Olindo Malagodi, antico socialista poi convertito al liberalismo schietto e direttore della “Tribuna”, prestigioso quotidiano di Roma, che la pubblicò il 1° febbraio. Però, pensando di far meglio come spesso accade ai giornalisti, sostituì arbitrariamente “molto” con “parecchio”. “Parecchio” è pronome avverbiale assai vago, derivante dal latino volgare “parìcula”, estraneo alla concretezza piemontese di Giolitti, secondo il quale nella vita e nei rapporti tra gli Stati si ottiene poco, molto o tutto. Malagodi offrì involontariamente il fianco (non suo ma di Giolitti) alla irridente e rissosa polemica subito esplosa contro il “parecchismo”: capo d'accusa degli interventisti (democratici, socialriformisti, radicali, repubblicani, nazionalisti, anarco-sindacalisti, pasticcioni di varie sette), tutti uniti contro lo Statista, marchiato a fuoco perché “si accontentava” di qualche ingrandimento territoriale mentre essi volevano tutto e subito. Sappiamo come finì: l'ingresso in guerra, 680.000 morti, il caos sociale, economico e soprattutto civile e l'interminabile guerra civile strisciante, intrisa di ideologie d'accatto, così incistata che sopravvisse al loro tramonto. Ancora oggi ne rimangono tizzoni ardenti sotto la cenere.
   La lettera di Giolitti a Peano ha però altri motivi di interesse. Anzitutto, per far conoscere all'Italia (e non solo) il proprio pensiero lo Statista non parlò alla Camera (che rimase chiusa dal 9 dicembre 1914 a metà maggio del 1915, come nulla fosse) né scrisse direttamente a un giornale. Aveva sempre cozzato con l'ostilità dei quotidiani: dal milanese “Corriere della Sera” ai romani “Messaggero” e “Giornale d'Italia”. Il proprietario e direttore di “La Stampa” di Torino, Alfredo Frassati, era, sì, suo amico personale, ma doveva tenere conto di molti altri e alti interessi. Perciò Giolitti imboccò il sentiero sassoso della lettera al “Caro amico”. In secondo luogo, nella lettera, confidenziale ma destinata a divenire celebre, egli  si rivolse a Peano con il “lei”. Usò quel pronome anche il 3 aprile 1915 quando da Cavour ribadì: “la slealtà ha sempre torto (…). Lo spettacolo più doloroso però è quello che danno molti uomini politici che cercano di risollevare le antiche gare, che furono la vera peste dell'Italia, parteggiando per nazioni straniere anziché pensare agli interessi veri del nostro paese”.
   Cavour, Giolitti, Einaudi incarnarono il mondo fondato sul rispetto della lingua: pronomi e cognomi. I rapporti tra gli uomini pubblici non erano cementati da complici pacche sulle spalle e dall'accattivante quanto assai spesso forzato “tu” tra persone che non hanno alcun motivo per scambiarselo. Il cittadino era anzitutto un cognome. In principio c'era il Capo dello Stato e poi, via via, la piramide di quanti lo reggevano. Anche con Soleri (che si pretendeva suo delfino) Giolitti passò dal “lei” al “tu” solo nel dopoguerra, a malincuore.
  Ma chi era Camillo Peano? Come mai Giolitti si rivolse a lui? Nato a Saluzzo, un lembo senza sbocchi transalpini della provincia di Cuneo, il 5 giugno 1863, laureato in giurisprudenza a Torino, funzionario dello Stato, tutto ufficio e famiglia come all'epoca usava, a 38 anni raggiunse il grado di ispettore generale. Nel 1906 Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri (un ufficio che contava una decina di impiegati) e ministro dell'Interno, lo volle capogabinetto. Tre anni dopo entrò nel Consiglio di Stato. Dal 1911 tornò a fianco di Giolitti nel “grande ministero”, che varò vere e grandi riforme (l'Istituto nazionale delle assicurazioni, il suffragio universale maschile,...). Il  26 ottobre 1913 Peano si candidò alla Camera nel collegio di Barge, sul confine tra la Provincia Granda e Pinerolo, imbocco delle antiche valli valdesi. Sin dal 21 giugno il deputato uscente, Giovanni Margaria, lo raccomandò agli elettori per la “conoscenza amministrativa e politica” e per “riconosciuta autorità”. Poco prima del voto, in suo onore fu organizzato un banchetto di 700 coperti, preceduto dall'inaugurazione della scuola, “benedetto palazzo donde usciranno i futuri uomini”. Al termine, il colpo di teatro: Peano inaugurò il collegamento telefonico tra Barge e Roma. All'altro capo del filo rispose Giolitti in persona, nel delirio degli astanti. Per l'epoca, il telefono corrispondeva alla “banda larga” che l'Italia odierna, tecnologicamente arretrata, non assicura ai cittadini. Quello era il progresso, non un appariscente “Ballo Excelsior”. Non chiacchiere, ma concretezza. Peano vinse le elezioni a mani basse: 7.636 preferenze su 7.705 votanti e 13.909 aventi diritto, a conferma che il collegio uninominale è la miglior legge elettorale che abbia mai avuto l'Italia, fucina e filtro del ceto politico che in mezzo secolo unificò e fece progredire “il volgo disperso che nome non ha”.
  Peano non venne “paracadutato” dall'alto. Era un notabile che si era fatto le ossa studiando e lavorando di gran lena, come tutta la dirigenza borghese dell'epoca. Cugino di Marcello Soleri (originario della Valle Maira, sindaco di Cuneo, poi deputato e ministro), imparentato con i Buttini di Saluzzo (Bonaventura, deputato nel 1849, suo figlio Carlo, deputato, sottosegretario e senatore) e con i cuneesi Moschetti (un deputato, due presidenti del consiglio provinciale...), Peano era un “servitore dello Stato” con i piedi piantati nelle condizioni della sua terra, di cui conosceva personalmente tutto: laboriosità, frugalità, ma anche povertà e bisogni atavici. Barge echeggiava nella memoria. Quando, sconfitto a Novara, il 23 marzo 1849 Carlo Alberto abdicò alla corona di re di Sardegna, partì per l'esilio col titolo di “conte di Barge”. La storia è trionfo ma anche lacrime e sangue. A Oporto lo raggiunse il protomedico di corte, Alessandro Riberi, originario di Stroppo, in Valle Maira. A lui, agonizzante, il re disse mestamente: “Vi voglio bene, Riberi, ma muoio...”, quasi a scusarsi di non saper profittare delle sue cure.
   Nel dopoguerra Peano ascese a ministro dei Lavori Pubblici con Nitti e nel V governo Giolitti, che contò altri tre cuneesi in plancia di comando: il monregalese Giovanni Battista Bertone, del Partito popolare italiano, il cuneese Soleri e il saluzzese Marco di Saluzzo di Paesana, marchese di Saluzzo (tuttora in attesa di una biografia): un antemurale liberal-cattolico, con vastissimo seguito popolare, opposto ai “rivoluzionari” socialmassimalisti e ai “fascisti”, che avevano per matrice comune e vocazione il disordine e l'assalto al potere, ben remunerato. Peano fu ministro del Tesoro nel primo governo presieduto dal pinerolese Luigi Facta, altro dimenticato della storia d'Italia. Nell'introvabile libro “Ricordi della guerra dei trent'anni, 1915-1945 (ed. Macrì, 1948) il figlio di Camillo, Luigi Peano (che fu prefetto di Perugia alla liberazione, dal 20 giugno 1944 al 10 maggio 1945), pubblicò l'accorata lettera che Giolitti scrisse a suo padre da Vichy il 24 luglio 1922: “mettendo in chiaro le vere condizioni della finanza hai reso al paese un grande servizio. Pur troppo temo che si continuerà nella più spensierata allegria finanziaria; ma il paese a suo tempo ricorderà chi ebbe il coraggio di dire la verità!”. Il 16 ottobre 1922, sul filo di lana che stava per dividere due tempi della storia d'Italia, Peano fu nominato presidente della Corte dei Conti, organo supremo e insindacabile di controllo della pubblica amministrazione. Lo stesso giorno venne creato senatore del regno in una “piccola infornata” di dodici patres comprendente Giuseppe Volpi di Misurata, il cattolico Filippo Crispolti, il generale ed ex ministro delal Guerra Vittorio Puntoni, il duca Giovanni Battista Borea d'Olmo,  Ettore Pais...: tanti volti della Terza Italia.
   Il 1° gennaio 1929 Camillo Peano apprese dal giornale di essere stato collocato a riposo “a domanda”, per avanzata età e per anzianità di servizio. Aveva appena 65 anni ed era nel pieno delle energie fisiche e intellettuali. Ma tutto il mondo dei valori antichi stava crollando. Morì a Roma il 13 maggio 1930, due anni dopo l'ottantaseienne Giolitti. Nei “Ricordi della Guerra dei trent'anni” suo figlio evidenziò l'errore fatale compiuto dai vincitori del 1918 contro la Germania. Alcune monarchie, con in testa l'inglese, cancellarono le altre, senza capire che “non si può essere monarchici in casa propria e repubblicani in casa d'altri”. Nel vuoto creato con l'eliminazione del kaiser sorsero il nazionalsocialismo e Hitler. “L'Italia – egli concluse, ed era il 1948 – è nella situazione di chi, precipitato in un abisso senza fondo, si sia per due volte miracolosamente ripreso, attaccandosi a un cespuglio cresciuto nella voragine; ma sotto di sé non ha più nulla, e la terza caduta sarebbe la fine irreparabile”. Due guerre mondiali orsono. Ora è in atto la terza. Ma troppi si sono bendati gli occhi, per motivi non sempre nobili. Lo scrisse Giolitti a Peano a proposito dei giornalisti che lo attaccavano selvaggiamente: “della maggior parte di tali insolenze è troppo chiara la causa: è gente che bussò a denari ed ebbe da me risposta picche”. La storia, forse, è fatta di corsi e ricorsi. Ma gli effetti delle cadute a volte si scontano per secoli...: quanti ne occorsero all'Italia per riscattarsi da secoli di dominazione straniera.
    Aldo A. Mola            
DATA: 25.01.2015
 
IL CORAGGIO DI OSARE

        Dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano dalla carica di presidente della repubblica, è entrata nel vivo la caccia al nome di chi lo sostituirà nei suoi uffici. Ma quali caratteristiche dovrà avere il nuovo presidente? E quale sarà il suo ruolo futuro? Egli vorrà essere protagonista come lo fu Napolitano approfittando delle vacatio legis che ne regolano le sue funzioni, o si atterrà scrupolosamente alla Carta Costituzione lasciando liberi i governi di governare senza interferire sul loro operato? Per la maggioranza delle forze politiche in campo egli dovrà essere una personalità imparziale e garante di tutti gli italiani e dovrà essere altresì una figura influente anche in ambito europeo. Ma come spesso accade le parole nascondono la realtà dei fatti. Non è forse una contraddizione in termini parlare di imparzialità quando ci si riferisce ad un Capo di Stato repubblicano? Come riuscirà il nuovo presidente a rendersi imparziale visto che la sua elezione è il frutto marcio nato dall’accordo di partiti politici e lobby economiche? Ma veniamo all’altra caratteristica che secondo i
più dovrebbe avere il successore di Napolitano. Secondo il presidente del consiglio Matteo Renzi il nuovo Capo dello Stato dovrà essere anche una personalità riconosciuta all’estero per alti meriti. Ma di quali meriti in ambito europeo parla il nostro Capo del Governo? Quelli di qualcuno che in passato ha assecondato gli interessi della Germania invece che dell’Italia? Chi ci dice che Renzi dopo il suo intervento a Strasburgo per illustrare l’operato (o meglio il non operato) dell’Italia, che la vedeva impegnata alla presidenza di turno del Consiglio UE, non abbia avuto l’ordine dalla signora Merkel, o chi per lei, di candidare un presidente della repubblica a lei compiacente? Quanto ancora dovremmo aspettare per avere un Capo dello Stato che faccia gli interessi degli italiani? Forse dovremmo aspettare che ritorni la Monarchia, visto che nelle nazioni dove regna un Sovrano i cittadini si stringono attorno al proprio Re e che nei momenti di difficoltà egli non si dimentica di loro? Chi potrà in Italia ricostituire quel collante che lega i cittadini alle istituzioni se non un Re imparziale in quanto non eletto dai partiti? A mio avviso il prossimo presidente della repubblica se vorrà veramente essere protagonista (ma nell’accezione positiva), non dovrà più cimentarsi in spericolati e spregiudicati giochi di palazzo alla Napolitano giocando di sponda con Bruxelles e nominare capi di governo imposti dall’Europa privi di un consenso effettivo. Al contrario, il prossimo presidente dovrà ricostituire la fiducia negli italiani verso le istituzione indirizzando la sua azione di Capo dello Stato verso di loro e non verso i grandi potentati europei.
In che modo? Riconsegnando la sovranità al popolo, come ci insegna l’art. 1 della Carta Costituzionale. Il nome che uscirà dall’urna del Parlamento convocato in seduta comune, dovrà quindi essere innanzitutto quello di una persona coraggiosa, che sappia osare, un traghettatore che ci conduca al di la del fiume, un vero picconatore che vorrà cambiare davvero l’Italia, puntando insieme ai cittadini ad unacostituente dove ci siano rappresentate tutte le forze politiche dell’arco costituzionale, anche quelle di ispirazione monarchica, che riformi radicalmente la Carta Costituzionale oramai obsoleta e che modifichi l’art. 138 e cancelli l’illiberale art. 139, (quest’ultimo in contrasto con l’art. 1) contemplando anche la possibilità di indire un Referendum sulla forma di Stato dando finalmente la possibilità ai cittadini di riscoprirsi sovrani e responsabili del proprio destino.
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 18.01.2015

ROMA, CIRCOLO REX: MORMORAVA IL PIAVE?
  
Circolo REXROMA: DOMENICA 25 GENNAIO RIPRENDONO GLI INCONTRI DEL CIRCOLO DI CULTURA ED EDUCAZIONE POLITICA "REX"

L’Italia che non termina mai una guerra a fianco di coloro con cui l’aveva cominciata, L ‘ Italia traditrice di patti e delle alleanze, l’Italia voltagabbana, a queste ed altre frasi di nessun valore storico o veri e propri falsi storici o luoghi comuni ripetuti senza base alcuna, risponderà, per iniziativa del Circolo di Cultura ed Educazione Politica “Rex”, il dr. ing. Domenico Giglio, domenica 25 gennaio prossimo, alle ore 10,30, Sala Uno, del Cortile Casa Salesiana in Via Marsala 42. Roma, che parlerà sul tema :
“ Dalla neutralità all’intervento dell’ Italia in guerra. 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915 “
Ingresso libero 
DATA: 18.01.2015

OLTRE I VECCHI CONFINI NAZIONALI: IL MODELLO LIGURO-PIEMONTESE-NIZZARDO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/01/2015

                            Se non fosse, come ancora è, poco più che un'accozzaglia di Stati “separati in casa”, l'Unione Europea avrebbe facilitato e promuoverebbe l'avvento delle regioni transnazionali, cioè di quelle vaste plaghe che in un modo o nell'altro sono state ricorrentemente teatro di conflitti e che nei secoli hanno sottratto allo sviluppo civile immense risorse, immobilizzate in costosissime quanto infine inutili opere belliche. L'Europa va rifondata: non sul calcolo e ricalcolo dei bilanci (magari  un po' truccati) dei suoi membri, sulla base della storia precedente degli Stati sorti nell'Otto-Novecento  con le rughe precoci del nazionalismo e sotto tutela di potentati remoti. L'Unione avrebbe senso se davvero si abolissero i vecchi confini, ormai morti e sepolti, e si varasse la federazione dei popoli. Il movimento federalista nacque per andare oltre la catastrofe della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni razziali e a metà degli Anni Sessanta vaticinò regioni sperimentali, come, per esempio, quelle “alpine” e la Regione delle Alpi Marittime, con la fusione di Cuneese, Ponente Ligure e antica Contea di Nizza.
    Nell'immediato dopoguerra, tra i segni della riscossa e della voglia di ricominciare vi fu anche il ritorno delle gare sportive. Ma avvenne con la testa volta al passato: il Giro d'Italia, il Tour de France, la Vuelta in Spagna..., e alcune all'interno dei singoli Paesi, come la Parigi-Roubaix. Risorse anche la Milano-San Remo, classicissima gara ciclistica ideata nel primo Novecento: 293 chilometri dalla Lombardia al Ponente Ligure. La Milano-San Remo era e rimane l'annuncio della primavera, la calamita che attraeva e ancora richiama dalle nebbie al mare. E' anche una sintesi della storia d'Italia, dalle epoche più remote. Il longobardo re Rotari emanò il suo celebre “editto” (codice penale) dopo aver sottratto ai bizantini la costa dal Nizzardo alla Lunigiana. Solo chi ha Genova può egemonizzare l'Italia centro-settentrionale. Milano non basta. Dal canto suo, senza l'intreccio con le Alpi Marittime e la piana transappenninica, senza il Piemonte da un canto e Nizza dall'altro, la Liguria è una costa scabrosa. Lo ebbe chiaro Augusto quando fissò i confini delle due Regioni: Liguria e Transpadania. Nel Cinque-Seicento, al culmine del loro potere sull'Italia gli Asburgo, che dominavano l'Europa dall'Ungheria alla Spagna e un impero coloniale sul quale non tramontava mai il sole, per Genova passarono solo grazie ad Andrea Doria. L'argento che arrivava dall'America vi faceva tappa, per transitare poi a Piacenza e salire verso Milano e la caleidoscopica Europa centro-settentrionale. Come il burro, che sempre un poco rimane sulle mani per le quali passa, così anche quel flusso di preziosi arricchì le terre di transito e insegnò la direzione di marcia.
  A suo modo lo ribadì appunto la Milano-San Remo. Con buona pace di Alessandro Manzoni, per il quale il cielo di Lombardia è così bello quando è bello, quello della Liguria lo è tutto l'anno: un prodigio per chi lo scopra arrivandovi dall'uggiosa valle padana. D'improvviso, forato il Turchino, esplode l'azzurro, intenso, accecante, con il sole riflesso dal mare. Vegetazione, rupi, profumi e soprattutto i colori. I colori conciliano la popolazione con l'habitat, sono alla radice della geoarchitettura. Lo insegnarono “Picatrix” e il “Corpus Hermeticum”, classici del Rinascimento italiano, umanistico e crudele. Vi si abbeverarono Cesare Borgia e, secoli dopo, Lopez Rega, “lo stregone”, autore della “Astrologia esoterica” (1962), alla ricerca della sintesi tra alfabeto, suoni, cromatismo, forme corporee e magia astrale. “In principio era la Luce...”.
   Dopo la feroce seconda guerra mondiale la corsa ciclistica Milano-San Remo annualmente ridestava dal letargo moltitudini di giovani e meno giovani che sentivano invincibile il richiamo della mimosa. Prima che l'autostrada da Ceva a Savona (a una sola carreggiata e dal percorso pericolosissimo) agevolasse il transito, per assistere al passaggio dei corridori chi prenotava camere d'albergo affacciate sul loro tracciato, chi sin dal giorno prima arrancava in auto o in motocicletta per i colli più impervi. Nelle prime ore della mattina del giorno fatidico si muoveva infine la torma dei ciclisti. Ragazzi che da poco avevano appreso a pedalare partivano dal Piemonte per rendere omaggio ai campioni del ciclismo. Su biciclette spesso pesantissime, con la borraccia dell'acqua appesa alla meglio e scorta di pane per quando calavano gli zuccheri, intraprendevano la loro sfida: contro l'inverno, contro la sorte che li faceva vivere nel grigio anziché nell'azzurro, contro i genitori che disapprovavano, ma sotto sotto invidiavano quella mattana. Era durissima. Come tutte le prove della vita. Una versione ammodernata dei lupercalia: un rito di iniziazione, parte da narrare, parte da tenere segreto, come tutti gli intrecci di speranze e di sogni. Per molti subalpini e transpadani la Milano-San Remo fu stimolo alla scelta di abitare il Ponente Ligure, il balzo verso la “seconda casa”.
   Ma come nacque l'aggancio tra le due città? Milano, sappiamo, più e prima che “capitale economica” fu capitale politica dai tempi di Costantino e religiosa da quelli di Sant'Ambrogio. Vale anche per Milano l'antica regola: il commercio segue la bandiera o, come ripeteva Napoleone il Grande, l' “intendenza seguirà”.  Ma perché San Remo? La risposta è nell'impresa realizzata da una pattuglia di uomini politici che si armarono di una filosofia della storia e fecero della città di San Siro la “capitale dell'armonia”. Lo documenta il sontuoso volume “Uno, cento, mille Casinò di San Remo, 1905-2015” (ed. De Ferrari) curato da Marzia Taruffi per ricordare i 110 anni dall'inaugurazione del Kursaal, progettato e realizzato tra il dicembre  1913 e il 14 gennaio 1915 dall'architetto francese Eugène Ferret. Il Ponente Ligure era rimasto vittima sia dell'unificazione nazionale, che distrasse ingenti risorse per dotare l'Italia centro-meridionale delle infrastrutture indispensabili (strade, ferrovie, porti...) e di edifici pubblici, sia dell'irrigidimento dei confini, soprattutto dopo il crollo di Napoleone III e l'avvento della Terza Repubblica, poco amata dall'Italia sabauda e sospetta agli occhi della Chiesa di Pio IX. Solo nel 1892 papa Leone XIII spiegò che la chiesa non fa questione di forma dello Stato ma di sostanza della legislazione: un grosso favore reso proprio alla Francia repubblicana, contro l'Italia dei governi massonici (Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli...) e della regale coppia Umberto I-Margherita di Savoia, sorretta dal “fratello” Giosue Carducci [aggiungerei le virgolette perché qualcuno non pensi che fossero parenti...].
   Sul trono dopo l'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III voltò pagina. Senza cancellare l'alleanza difensiva con Vienna e Berlino, riallacciò i rapporti con “Marianne”. Conferì l'Ordine della Santissima Annunziata al presidente della repubblica francese, l'anticlericale Emile Loubet. Gli rese visita a Parigi e  ne  fu ricambiato nel 1904, il 21 aprile, natale di Roma. Il Ponente ligure divenne il teatro della nuova storia. Tra i suoi più convinti fautori vi furono i socialisti riformisti al governo di San Remo: il sindaco Augusto Mombello e l'assessore all'istruzione Orazio Raimondo (1875-1920), penalista di fama, poi sindaco, deputato dal 1913 alla morte. Nipote dell'onnipotente Giuseppe Biancheri, di Ventimiglia,  parlamentare, ministro, diciotto volte presidente della Camera, stratega delle infrastrutture dell'Italia  nord-occidentale, Raimondo aveva un suo retroterra occulto, documentato da Luca Fucini in studi pionieristici: la Loggia massonica “Giuseppe Mazzini”, comprendente l'avanguardia politico-culturale-sociale collegata alla “Persistenti” di Ventimiglia, alla “Giuseppe  Garibaldi” di Porto Maurizio e alle influentissime logge del Nizzardo. Tra i suoi sodali, spiccavano il pastore valdese Ugo Janni, Adolfo Crémieux e Mario Calvino, il geniale pioniere della floricoltura, che è una filosofia dei colori molto prima di tradursi in attività imprenditoriale di vasto e durevole successo.
   Fu quella dirigenza civica e culturale a volere il Casinò. Per quei socialisti il progresso non nasce dal pauperismo, dalla distruzione delle macchine, dalla lotta contro il capitale ma dalla  modernizzazione umanistica. Il Casinò, dunque, non nacque “per caso”. Fu il frutto di una grande scommessa: puntare sul turismo di qualità. D'altronde, se la Regina Madre, Margherita di Savoia, risiedeva a Bordighera e vi veniva visitato da Vittorio Emanuele III, che non mancò di far  tappa a San Remo, da tempo la città prediletta da Alfredo Nobel era residenza di inglesi, russi, svizzeri..., un microcosmo che negli anni della Belle Epoque vedeva l'Europa lanciata verso sempre nuove conquiste nei settori più disparati delle scienze, della produzione, delle arti.
    Ferret (ricordano nel volume Paolo Portoghesi, fondatore della geoarchitettura e accademico dei Lincei, e Federica Flore, storico dell'arte) aveva alle spalle la realizzazione di importanti edifici a Saigon (all'epoca capitale della Cocincina, poi Vietnam). 
    Altrettanto fece in Piemonte Giuseppe Saracco, nativo di Bistagno, che puntò sulle Terme di Acqui come volano turistico, culturale, economico della sua città e dell'intero Piemonte meridionale collegato alla Liguria dalla linea ferrata da lui tenacemente voluta.
   La scommessa di Raimondo e dei suoi compagni fece i conti ripetutamente con i tornanti della storia. Nella primavera del 1915 il gioco d'azzardo (niente affatto gradito da Giovanni Giolitti e del resto mai formalmente autorizzato) fu severamente proibito. Il Kursaal chiuse battenti. L'intervento dell'Italia nella Grande Guerra era imminente e risultava sempre più difficile controllare non tanto il traffico di danaro quanto il via vai di informatori e di spie. Nel dopoguerra vi fu altro di più urgente e (come ricorda  Riccardo Mandelli in “Al Casinò con Mussolini”, ed. Lindau) anche il  Duce dovette rinviare dal 1922 al 1927 l'autorizzazione formale del gioco d'azzardo, a beneficio, appunto, del Casino di San Remo. Dal suo balcone il 12 novembre 1923 Vittorio Emanuele III s'era affacciato a salutare la folla, dopo lo scoprimento del monumento ai caduti e in partenza per Bordighera ove era atteso dalla Regina Madre.
    Negli anni seguenti il Casinò divenne centro della vita culturale nazionale, con Luigi Pirandello, Marta Abba, Francesco Pastonchi, Pietro Mascagni: a conferma che quelli non furono solo “anni bui” (come ripete lo stanco ritornello sul “regime”). Da lì San Remo ripartì, dopo la chiusura imposta dall'intervento italiano nella seconda guerra mondiale: nuovamente con la promozione di eventi artistici, musicali, scientifici, che – documenta Marzia Taruffi – hanno fatto della “Città dei fiori” il punto di riferimento stabile della vita non solo mondana ma culturale italiana ed europea. Le duecento e più opere d'arte conservate nell'edificio (sculture, a cominciare dalla intrigante e un poco satanica “Cica Cica” di Odoardo Tabacchi, dipinti, arredi..., illustrati nel volume da Federica Flore) aggiungono fascino al Casinò, più volte rimodellato e felicemente incastonato nel paesaggio, fronte al mare, a due passi dal cuore della città e dalla Chiesa Russa di Cristo Salvatore: un “patrimonio di tutti” a giudizio del suo presidente, Gian Carlo Ghinamo, perché “capitale dell'armonia”. Anche quest'anno la Milano-San Remo darà la sveglia: dopo le severe prove del Turchino, di Capo Berta, di Cipressa e l'ultimo strappo sul Poggio, i corridori taglieranno il traguardo in corso Roma, come nelle edizioni classiche: un nome emblematico ed evocativo, un passato che è garanzia di futuro.
    Aldo A. Mola            
DATA: 19.01.2015
   
ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
        Sabato 10 gennaio, presso il Cinema Adriano di piazza Cavour in Roma, il Presidente nazionale dell’U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, è stato invitato dalla Fondazione “Fare Futuro”, presieduta dall’On. Adolfo Urso, alla manifestazione “Sveglia Centrodestra!”. L’incontro è stato motivo di confronto tra varie personalità del centrodestra, per proporre un alternativa vincente sul panorama politico italiano. Oltre ai giovani che si sono succeduti sul palco, tra cui l’amico Giovanni Basini, direttore Comunicazione della Fondazione Fare Futuro che ha parlato di primarie del centrodestra, sono intervenuti personaggi come Raffaele Fitto, Giorgia Meloni, Flavio Tosi, Ignazio La Russa e l’Amb. Giulio Terzi di Sant’Agata (nella foto in alto con Alessandro Sacchi).
Alessandro Sacchi ha assistito ai lavori dell’assemblea in quanto l’Unione Monarchica Italiana, soggetto politico trasversale e svincolata dai partiti, è seriamente preoccupata per l’attuale situazione italiana ed auspica che dall’impasse in cui la politica si è venuta a trovare possa risorgere un soggetto che abbia credibilità e che possa offrire qualcosa di concreto al Paese.

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
Sacchi in platea con Raffaele Fitto

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
Sacchi con il padrone di casa, l'On. Adolfo Urso

DATA: 12.01.2015
   

ARMARSI DI MEMORIA CONTRO TUTTI I FANATISMI E I FALSI BUONISMI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11/01/2015

                        Dopo due guerre mondiali suicide (settanta milioni di morti tra il 1914 e il 1945), dalle quali poco ha appreso, oggi l'Europa centro-occidentale è trascinata in conflitti planetari al traino degli Stati Uniti d'America, bravi a destabilizzare, molte meno a rassettare (solo per caso o per profitto?). Mentre gli USA sono lontani, il Vecchio Continente è nuovamente diviso come 1200 anni orsono tra Maometto e Carlo Magno. Imbottito di illusioni sulla pace perpetua e di altre sostanze stupefacenti, ora tardivamente si scopre alle prese con due guerre che si intrecciano con conseguenze imprevedibili. La prima è l'offensiva dei musulmani radicali contro gli “infedeli”. La seconda e il conflitto, più che millenario, tra diverse correnti  dell'islam. Entrambe sono condotte con ferocia, come tutte le guerre di religione. La prima è meno preoccupante. Il Corano, sia nel testo originario sia nell'ultima interpretazione canonica (che risale al secolo XIV: prima del grande balzo dei turchi ottomani sull'Europa orientale) ordina la guerra santa e l'islamizzazione del pianeta. Ma i suoi credenti hanno sempre fatto e fanno i conti con la realtà, cioè con la reazione altrui. Con rapidità  straordinaria dal VII secolo gli arabi diffusero l'islam sino alla Spagna ma nel 732 furono fermati a Poitiers. Nel 1454 espugnarono Costantinopoli e ne massacrarono gli abitanti, avanzarono nei Balcani e li dominarono sino alla Grande Guerra, lasciandovi il retaggio di odi etnico-religiosi oggi al vaglio del Tribunale Penale Internazionale. Le guerre offensive dell'islam furono e sono semplici. Come tutte le conquiste, perpetrarono orrori, come ricorda la tragedia di Marco Antonio Bragadin, difensore di Famagosta (Cipro), scorticato vivo dopo la resa (1571).  
   Molto più complessa è la guerra che gli islamici conducono al proprio interno: non solo tra sunniti e sciiti ma tra un ventaglio di interpretazioni del Corano e di sette ciascuna delle  quali interpreta il Corano  modo suo e rivendica il monopolio del Libro. Come accade per il cristianesimo, diviso tra chiese d'Oriente e un Occidente, a sua volta frantumato tra cattolici romani, evangelici e riformati, privi di un'autorità universale, anche gli islamici non hanno un'unica Cattedra, sibbene tanti pulpiti. Nella colonizzazione gli europei si sono preoccupati di dominare più che di conoscere. Nella decolonizzazione hanno badato più a corrompere la “dirigenza” di loro invenzione che a comprendere quanta lava si accumulasse sotto la crosta di regimi mercenari, nel vulcano dell'islamismo radicale, in vario modo connesso con quello dei petrodollari, del controllo della borsa e della tecnologia avanzata. Che molti islamici siedano  nei consigli di amministrazione del sedicente Occidente non è nuovo. Dimentichiamo il “socio libico”? 
   Quanto accade è dunque minima cosa rispetto a quanto avverrà o potrà avvenire. Per prevenirlo occorrono i nervi saldi che solo la conoscenza della storia e può fornire. Per comprendere quanto gli islamici pensano, occorre partire da quanto essi apprendono dal loro Libro: anzitutto la legittimità della guerra dei musulmani contro “miscredenti e iniqui” (Sura della vacca, versetto 193).
    Per contrastare i colpi dell'offensiva (e controffensiva) del radicalismo islamico e i contraccolpi della guerra interislamica servono giri di vite all'interno degli Stati europei? Basta, cioè, introdurre misure di sicurezza che limitano le libertà di ciascun cittadino, faticosamente conquistate con secoli di lotte per l'emancipazione contro l'assolutismo tirannico? In specie, serve il ripristino della pena di morte? Si comprende che in uno scatto emotivo qualcuno possa pensare a leggi eccezionali: ma proprio l'esperienza storica dimostra che l'indurimento di prevenzione e repressione giova poco o nulla contro il fanatismo religioso e ideologico. Lo insegna proprio la storia della Francia. Ricordiamone alcune vicende.
  Il 28 marzo 1757, appena 250 anni orsono, Robert Damiens, detto anche Robert le Diable, venne suppliziato a Parigi. Gli rimisero nella mano il coltellino dalla lama di otto centimetri di cui si era armato, gliela bruciarono su piastra rovente, continuarono con zolfo e piombo fuso sino ad ardere l'arto, con tenaglie al calor bianco gli straziarono le carni, suturando le bolle con olio rovente. Infine, fustigati a dovere, quattro cavalli iniziarono a squartarlo per traino. Resse per ore. Recisi nervi e muscoli a colpi di coltellaccio, il suo corpo infine cedette. I popolani festeggiarono e se ne disputarono i brandelli. Fu l'ultimo squartato di Francia. Aveva attentato alla vita di  re Luigi XV il giorno dell'Epifania. Vita disordinata, Damiens condannava la repressione dei cattolici ai danni di giansenisti e convulsionari, sette cristiane rigoriste invise alle gerarchie ecclesiastiche, all'epoca molto accomodanti e spesso condiscendenti. La chiesa di Francia non era quella di Lutero (“pecca forte, ma credi ancora più fortemente”) ma quella gallicano-romana dell'età di Madame de Pompadour (una per tutte). Giacomo Casanova scrisse di aver assistito al supplizio, officiato da un boia e sedici aiutanti. Lo stesso orripilante rito era stato usato il 27 maggio 1610 per suppliziare François Ravaillac, converso cistercense, che il 14 maggio aveva ucciso con due pugnalate Enrico IV di Borbone, ai suoi occhi colpevole di aver autorizzato gli ugonotti (cioè i calvinisti) a praticare il loro culto in quattro città dell'immensa Francia. Sottoposto a torture efferate, volte a fargli confessare complici, non profferì motto. Un fanatico. Come il domenicano  Jacques Clément che il 1° agosto 1589 assassinò Enrico III di Francia, già re di Polonia, non tanto perché il sovrano avesse un parco di amichetti, i famosi “mignons”, ma perché si era accordato con l'ugonotto Enrico di Borbone per pacificare la Francia nell'unico modo possibile: assicurare un pollo a ogni cittadino e divertirsi. Previe torture, Clément venne solo arso vivo. Dopo decenni di lotte accanite tra cattolici e ugonotti (sterminati nella “notte di San Bartoloneo”), il cosiddetto “partito dei politici” diceva basta con il fanatismo. Clément ebbe però la solidarietà della Sorbona: l'Università si schierò con il criminale. Del resto a quel tempo alcuni teologi cattolici approvarono il tirannicidio e predicarono il regicidio, per legittimare a priori l'assassinio di Elisabetta I d'Inghilterra, colpevole di aver fatto decapitare Maria Stuart, cospiratrice contro lo Stato. Pena di morte e prevenzione repressiva non servirono nell'Europa del Cinque-Settecento. Altre severissime misure tra Otto e Novecento non fermarono la mano degli anarchici (una nuova setta di fanatici, abbacinati al sogno di una società universale libera da ogni forma di Potere). In pochi anni essi assassinarono lo zar di Russia, i presidenti degli USA e della Francia, l'imperatrice d'Austria, il re d'Italia, parecchi ministri. Papa Leone XIII deprecò che la prima conferenza internazionale dei servizi di sicurezza dei Paesi più colpiti dal terrorismo si radunasse a Roma, perché rivendicava il suo potere temporale sulla Città Eterna.  
   Mentre riflettiamo sull'offensiva dell'islamismo radicale e sul feroce conflitto  interislamico, ricordiamo che le guerre di religione devastarono l'Europa centro-occidentale da molto prima che nel 1517 Martin Lutero inchiodasse la sua Protesta contro Roma sulla porta della chiesa di Ognissanti a Wittenberg. Da metà Cinquecento divamparono più atroci. Massacri infiniti: tutti contro tutti. Tra i tanti ne fecero le spese gli anabattisti, sterminati senza pietà da cattolici e luterani, mentre Calvino faceva bruciare vivo lo spagnolo Michele Serveto solo perché non credeva alla Trinità. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. L'inquisizione non nacque per annientare in Spagna  ebrei e islamici e i loro discendenti occulti (marranos e moriscos). Arrivava dal Duecento. Fu ideata per estirpare alle radici i càtari (o albigesi) e tutto l'erbario degli “eretici” e poi i cattolici non abbastanza succubi di papi concubinari, simoniaci e predatori. La stessa macchina annientò i Templari. Il cristianesimo si impose nell'Europa centrale con lo sterminio dei “pagani”: lo fecero Clodoveo in Francia, Carlo Magno in Sassonia e contro gli Avari, e via continuando con i Cavalieri Teutonici.
   Le guerre di religione non sono affatto una novità. L'Europa se ne è liberata non già con l'invenzione dello Stato moderno (dal profilo ancora labile e soggetto a continui strappi) e neppure con la troppo elogiata  Rivoluzione francese, che ingiunse “La repubblica o la morte”: formula terroristica usata contro i monarchici all'interno e contro le popolazioni soggiogate all'estero. Quella “repubblica” inventò nuovi dei e nuove dee. Il rigorista Maximilien  Robespierre ne fece sfilare una per Parigi, svestita da Dea Ragione. Una nuova guerra di religione dilagò dalla Vandea all'Italia meridionale.
   Dopo secoli di disastri il Vecchio Continente si è liberato dalle superstizioni o combatte battaglie di retroguardia? L'Europa “laica” ha sostituito il culto della “nazione”, dei “confini naturali”, di simboli spacciati di bronzo o di marmo mentre erano solo gesso. Ha persino ideato il razzismo biologico e quello “culturale”, senza alcuna base scientifica. Demenze generate dalla stolida gara: “dio è con noi”, come se codesta aiuola che ci fa tanto feroci e alcune sue popolazioni o credenze davvero meritino tanta cotidiana attenzione. L'Europa ha vissuto tremendi travagli, ma, in tempi recenti, sprofondata in un presente senza memoria, se ne è dimenticata rapidamente ed ora è frastornata dinnanzi ai contraccolpi delle guerre di religione in corso all'interno dell'islam: un credo basato sull'obiettivo della imposizione sull'intero mondo e risparmia i vinti solo a prezzo della loro sottomissione (dimmitudine), a cominciare da ebrei e cristiani considerati antecedenti inferiori, degni di pietà da parte del loro dio clemente e misericordioso, a patto che si pieghino. Quanti “occidentali” predicano il dialogo dimenticando che l'islam radicale vieta la conversione sotto pene gravissime, compresa la morte? In molti paesi arabi la condizione femminile è ancora medievale e i Protocolli dei savi anziani di Sion è lettura obbligatoria. 
   E l'Italia? Quanti dei dieci comandamenti vi vigono ancora come principi cardine dei codici vigenti? Il Quinto? Si e no, veduta l'applicazione dei codici. Sotto il prato artificiale della rinuncia unilaterale alla propria storia e sotto gli sterpi della rumorosa rivendicazione di una identità di recente invenzione, rimangono indistruttibili pochi germogli del naturalismo pagano (docta ignorantia) e della filosofia: lo stoicismo per i secoli di crisi, la gnosi per quelli  del romitaggio. Grazie a questo antico retaggio, sopravvissuto a secoli di opposti estremismi (prevalenti Oltralpe: la terra del caso Dreyfus e dell'estrema destra), l'Italia è talmente refrattaria al fanatismo da non sentire neppure bisogno dell'anticlericalismo militante, che è a sua volta un fideismo, sia pure capovolto. L'Italia fu  greco-romana. Lucrezio vi insegnò Epicuro. Una esigua minoranza se ne appagò. Questa è la sua identità nascosta, minoritaria: il liberalismo. Ma oggi si annunciano tempi duri, e chissà per quanto. Con riflessi sulla vita quotidiana: viaggiare, andare in un luogo pubblico, aprire la porta...
  Più di un millennio prima di essere bombardata dagli anglo-americani Montecassino fu saccheggiata dagli arabi. A metà del secolo VIII papa Leone IV fece alzare le mura per difendere il poco che rimaneva della Città Eterna contro le incursioni dei saraceni, che devastarono Ostia e mezzo secolo dopo incendiarono Torino. Ricordare il fanatismo di cui per millenni anche l'Occidente fu ora fucina ora vittima può aiutare a fronteggiare quello odierno altrui. Con gli accordi di Cavour sin dal 5 giugno 1561 il Vecchio Piemonte sabaudo, unico Stato in Europa, garantì la libertà ai Valdesi, in deroga al principio “cuius regio, ejus et religio”. Lo decise il duca  di Savoia su suggerimento della moglie, Margherita di Francia. Per quel Duca la donna non era “un campo sul quale potete andare e venire a vostro piacimento” (Sura della vacca, 223). Con lo Statuto albertino del 1848, unico Stato italiano, il regno di Sardegna  assicurò l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi. L'Italia ha dunque un patrimonio storico e civile – la Memoria -  sul quale far leva, mentre la stupidità della storia ci viene a cercare. 
    Aldo A. Mola            
DATA: 12.01.2015
   

STRAGE DI PARIGI

Charlie HebdoDichiarazione di Alessandro Sacchi, Presidente nazionale dell'U.M.I., in merito alla strage avvenuta nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo:

    "L'Unione Monarchica Italiana partecipa sdegnata all'unanime condanna dell'efferato attentato compiuto a Parigi da folli estremisti islamici.
    Tale assurda opera omicida abbatte non soltanto vite umane ma cerca di minare nelle sue basi uno dei principi fondamentali della civiltà democratica: la libertà d'espressione.
    Al popolo francese, ed alle Sue Istituzioni democratiche, giunga il nostro cordoglio, unito alla speranza che i responsabili siano rapidamente individuati ed assicurati alla Giustizia."

    Roma, 7 gennaio 2015
DATA: 07.01.2015
   
CENTENARIO DELLA LEGIONE GARIBALDINA IN FRANCIA (1914-1915):  VOLONTARI PER LA LIBERTA' DEI POPOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04/01/2015

Costante Garibaldi                      Il 6 gennaio 1915 morì in combattimento a Courtes Chausses, nelle Argonne, il ventiduenne Costante Garibaldi, sottotenente in quella che per gli italiani era la “Legione Garibaldina” ma per Parigi era il IV Reggimento della Legione straniera francese. Pochi giorni prima, il 26 dicembre, era caduto a Bolante, poco lontano, suo fratello, Bruno, ventiseienne, al grido di “Viva la Repubblica francese, Viva l'Italia”. E' bene sottolineare: “Viva l'Italia”, non “Viva la Repubblica italiana”. Suo nonno, Giuseppe Maria (Nizza 1807-Caprera 1882), originariamente ispirato dal Nuovo Cristianesimo di Saint-Simon e da Giuseppe Mazzini, aveva indossato la divisa di generale dell'esercito del regno di Sardegna e alzato l'insegna di “Italia e Vittorio Emanuele”.  Bruno e  Costante erano figli di Ricciotti Garibaldi (Montevideo, 1847- Riofreddo, 1924) e di Costanza Hopcraft. In Francia erano accorsi al seguito di Giuseppe (Peppino), il più anziano  (1879-1950), con i fratelli  Ricciotti jr, Sante ed Ezio ((1894-1969), futuro Console Generale della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, deputato dal 1929 al 1939. Nell'agosto 1914 i sei Garibaldi scesero in difesa dei francesi al fuori delle alchimie diplomatiche e di intricate trame governative. Fu eroismo puro. Per loro la Francia non era il regime della grassa borghesia, dei militaristi che avevano montato l' affaire Alfred Dreyfus, dei clericali nostalgici del papato di Avignone, della chiesa gallicana, desiderosi di un pontefice nazionale e magari persino nazionalista, come si vide dal 1914-15. Per i Garibaldi, come per molti radicali, anarco-sindacalisti, cresciuti sulla scia di Georges Sorel, socialisti riformisti, repubblicani e massoni, la Francia era la Rivoluzione, i diritti dell'uomo e del cittadino, lo Stato laico, le leggi garanti delle libertà di tutti i cittadini (“erga omnes” non a favore di questa o quella “setta”), a prescindere da confessioni (o pratiche) religiose e opinioni politiche. Quella Francia era in affanno. Mentre le armate germaniche avanzavano, Parigi viveva l'incubo della terza invasione tedesca in soli cent'anni. Ci erano già arrivati nel 1814-1815, dopo le due sconfitte di Napoleone, e nel 1871, quando, dopo il crollo di  Napoleone III, per riorganizzare la riscossa nazionale  il governo repubblicano riparò a Bordeaux: un precedente da ricordare a quanti deplorano che il 9 settembre  1943 il governo e la Famiglia Reale si trasferirono da Roma a Brindisi anziché lasciarsi catturare dai tedeschi.
   Su mandato di suo padre, Peppino Garibaldi organizzò i volontari italiani. Dopo mesi di faticose trattative con i vertici politici e militari  della “sorella latina”, questi furono autorizzati a indossare la leggendaria camicia rossa garibaldina sotto la giubba della Legione straniera francese. A fornirla furono i massoni di Lione: segno di una fratellanza universale che affondava radici nel volontariato dell'Ottocento, dalle Americhe alla Polonia, alle battaglie per l'indipendenza dei Greci e degli Armeni contro l'efferato dominio turco-ottomano...: una lotta mai finita. Il Reggimento, comandato da Peppino che ebbe il grado di tenente-colonnello, contò 53 ufficiali, 150 sottufficiali, quasi 2.000 soldati. Tra i più giovani vi militò  il sedicenne Kurt Erich Suchert, poi celebre come Curzio Malaparte, iniziato alla Gran Loggia d'Italia pochi giorni prima dello strano assassinio di Giacomo Matteotti. La nuova “Legione garibaldina” si batté contro reparti tedeschi della Pomerania come  nel 1870-71 aveva fatto Giuseppe Garibaldi. A cavallo nella neve di Digione malgrado terribili dolori artritici, l'allora sessantatreenne Generale difese  la neonata repubblica francese contro l'avanzata dei Prussiani. Suo figlio, Ricciotti, strappò a un reparto della Slesia l'unica bandiera perduta dai germanici in quella guerra. Garibaldi non si batté per odio verso i tedeschi, ma per la libertà di tutte le nazioni. Come deplorava l'imperialismo di Bismarck, così sferzò la francese “République à calotte”, una “repubblica con la papalina”. 
  Quello era stato il principio ispiratore del Risorgimento  italiano: una lotta per l'indipendenza, l'unità e la libertà. Poco, semplice, chiaro. Lo avevano  anticipato i cospiratori contro sovrani tirannici e contro il potere temporale del papa-re. Oggi se ne è perduta memoria, perché l'attuale pontefice sembra parlare “alla buona”, come fosse un “fratello”, ma il presente (comunque ancor tutto da verificare) non può cancellare il passato, la realtà effettiva della chiesa di Gregorio XVI e di Pio IX da un canto, dall'altro le battaglie di Mazzini e Garibaldi, del teologo  Vincenzo Gioberti, di Antonio Rosmini, di Carlo Passaglia e dei re d'Italia, tutti convinti che la nazione non fosse incompatibile con la libertà di culto, né, quindi, con il rispetto dovuto al  Vicario di Cristo, e pertanto tutti puntualmente sospesi “a divinis” e scomunicati. Stessa sorte ebbero anche Camillo Cavour e Re Vittorio. 
  Chi voglia meditare sull'origine dell'Italia contemporanea, quella degli ideali e dei principi di libertà, oggi può farlo rimirando la coccarda tricolore di Giovanni Battista De Rolandis, dopo tante traversie offerta da Ito De Rolandis, giornalista e scrittore, al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino. Essa è il germe del tricolore originario, che non fu ideato dall'ondivago abate temporaneamente giacobino Giuseppe Compagnoni il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia (come recita una leggenda avallata acriticamente dai presidenti della Repubblica, Napolitano incluso), ma fu adottato a Bologna  dalla Confederazione Cisalpina il 18 ottobre 1796 ( 27 Vendemmiatore dell'anno IV della Repubblica) e assegnato alla Legione italiana: lo stesso  tricolore nel novembre seguente solennemente consegnato da Napoleone alle sei coorti della Legione Lombardia.
   La conflagrazione europea nel luglio-agosto 1914 pose un severo “caso di coscienza” a chi l'aveva (e all'epoca erano parecchi). Per la libertà interna occorreva battersi anche lontano dalla patria, perché la libertà è dell'Umanità intera o non è. Oggi quei loro ideali appaiono anacronistici o utopistici, ma vanno compresi e rispettati. Alcune esigue minoranze ritennero che fosse l'ora della Quarta Guerra del Risorgimento per assicurare agli italiani i confini assegnati dalla Natura (qualcuno diceva “da Dio”): dalle Alpi alla Sicilia. Dopo tutti i guai del Novecento e a cospetto della pochezza dei tempi nostri, oggi si fatica a capire che gli italiani di allora sentivano nelle fibre il libro Cuore di Edmondo De Amicis e rivivevano  nei versi memorabili di  Giosue Carducci e di Giovanni Pascoli oogni pagina del Risorgimento.
   Quando i sei fratelli Garibaldi vi accorsero volontari, il suolo francese contava circa un milione di loro compatrioti. Venivano guardati con sospetto da chi temeva che, alleata di Vienna e Berlino dal 1882, l'Italia scendesse in guerra contro la “sorella latina”. Il loro gesto generoso giovò ai connazionali, senza che neppure ne avessero percezione. I francesi furono costretti a tenerne conto. Dal canto suo il governo di Roma non aveva molta simpatia per i volontari, tanto più se inquadrati all'estero. Voleva tenersi le mani libere per una guerra fondata sull'egoismo anziché su una visione soprannazionale. Operava secondo i criteri ottusi in forza dei quali la Grande Guerra generò i regimi totalitari e precipitò il mondo in una nuova guerra mondiale e in quarant'anni di bipolarismo intirizzito nell' equilibrio del terrore.
  La Legione italiana  pagò un altissimo tributo di sangue: 93 morti, 337 feriti, 136 dispersi. Più di un quarto degli effettivi. Venne sciolta il 7 marzo 1915. La legge prevedeva che chi servisse in armi all'estero perdeva la cittadinanza e andava incontro a pene detentive severe. Prima che i fratelli Garibaldi iniziassero la loro impresa, un altro capitolo del volontariato  già era stato scritto dagli italiani in Serbia nell'agosto-settembre del 1914. Lo ricorda Antonino Zarcone, capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, nel corposo volume  I Precursori. Volontariato democratico italiano nella guerra contro l'Austria. Repubblicani, radicali, socialisti riformisti, anarchici e massoni  (coopeativaannales@gmail.com). (*).
     Sulla base di vasta documentazione inedita e rara, arricchita da foto inedite, repertori biografici e dal ruolino del Reggimento garibaldino in Francia, Zarcone ricostruisce la vicenda di sette repubblicani massoni che, guidati da Cesare Colizza,  nell'agosto 1914 raggiunsero clandestinamente la Serbia per battersi contro l'Austria, precorrendo le scelte compiute tardi e male dal governo Salandra nell'aprile-maggio dell'anno seguente. A Babina Glava cinque dei sette caddero in combattimento. La loro eroica vicenda verrà ora ricordata da un film  documentario “I sette coraggiosi”realizzato dalla Serbia. La loro memoria rimase ed è opaca in Italia anche perché uno dei due sopravvissuti, Ugo Colizza (1882-1946), pluridecorato nella Grande Guerra, aderì al fascismo, partecipò alla Marcia su Roma, divenne console della Milizia, comandante di battaglione delle Camicie Nere e membro del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Ma la storia, quella vera, non può essere narrata a segmenti, separandone le parti gradite da quelle imbarazzanti o gettandola alle fiamme se qualche sua pagina risulta scomoda. La storia va ripercorsa tutt'intera, con senso critico, ponendosi all'interno dei suoi processi, non al fondo  del suo corso con una paratia di comodo, per filtrare solo quel che piace secondo criteri “politicamente corretti” (ovvero servili nei confronti del potere, a sua volta mutevole). La storiografia non è a noleggio. E' l'ultima isola di libertà. I criteri ispiratori della nuova opera di Zarcone sono quelli da lui adottati per ricostruire la biografia del generale Roberto Segre e, imminente sempre per i tipi della Cooperativa Editoriale Annales, la vita di Domenico Maiocco, il messaggero segreto del colpo di Stato del 25 luglio 1943: una vicenda affascinante.
Aldo A. Mola
 (*) Classe 1962,  dopo varie  misisoni all'estero (Bosnia, Australia, Iraq), e corsi negli Usa e in Gran Bretagna, in veste di Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito Antonino Zarcone ha promosso collane di opere, convegni, mostre. Ha pubblicato numerose monografie, alcuni volumi e ha impostato il programma della rievocazione del Centenario della Grande Guerra in una visione europea per gli anni 2014-2019: un piano che ha già dato importanti frutti, tra i quali la pubblicazione della “Inchiesta su Caporetto”, in collaborazione con il Centro Giolitti di Dronero-Cavour  e dell'Associazione di Studi sul Saluzzese, col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo. Zarcone ha vinto il Premio Giosue Carducci per la critica storica.
DATA: 03.01.2015
 
«SPOSTIAMO I MUNICIPI PER EVITARE L’IMU AGRICOLA»


Berardo TassoniTORRICELLA. Berardo Tassoni, docente ed esponente monarchico di Torricella Sicura, chiede al suo sindaco Daniele Palumbi di evitare ai concittadini il pagamento dell'Imu sui terreni agricoli, esteso dal governo Renzi a tutta una serie di territori che prima ne erano esclusi, con il trasferimento della sede legale del municipio.
È una proposta-appello valida anche per altri comuni con lo stesso problema. «Il recente provvedimento del Governo che limita la definizione di comune montano all’ubicazione del municipio dello stesso sopra i 600 metri è assurda quanto ridicola», dice il professore, «assurda perché un comune è fatto da un intero territorio... ridicola perché basta spostare la sede legale del municipio per "riottenere" la "montanità"...! Non è uno scherzo e in tanti ci hanno già pensato», sottolinea Tassoni. Che continua: «Cosa aspettano i politici di Torricella? Perché non spostano provocatoriamente la sede legale a Valle Piola, 1050 metri, nella decorosa struttura di proprietà del Comune? Si ridarebbe, anche, visibilità all’abbandonata frazione riparando al mezzo secolo di incuria e sciacallaggio. Se fosse troppo ardita la scelta, si potrebbe optare per l'ostello di Monte Fanum... o la ex scuola elementare di Santo Stefano. E' già successo», evidenzia Tassoni, «al paese natale di Sandro Bondi e Dennis Verdini: Fivizzano, sito a meno di 600 metri in provincia di Massa Carrara, ove su proposta del sindaco la sede legale comunale è stata trasferita nella frazione di Sassalbo a 860 metri, così il comune non pagherà l'Imu sui terreni agricoli il prossimo 26 gennaio».
Tassoni conclude: «Chi abita in montagna è già penalizzato di per sé... e i pochi "resistenti" ora hanno anche il Governo contro. L'agro montano di Torricella Sicura è quasi tutto oltre i 600 metri e non accetterà l'inerzia dei politici comunali».

DATA: 02.01.2015

MARINA KARELLA: SUL SITO DELL'ARTISTA VARI RITRATTI DELLA FAMIGLIA REALE ITALIANA

Umberto, Olio su tela, 91x39cm, 2013 da www.marinakarella.fr    La nota pittrice e scenografa Marina Karella, madre di S.A.R.  la Principessa Olga di Savoia, nel proprio sito internet ha pubblicato alcuni ritratti della Famiglia Reale Italiana che abbiamo pensato di riproporre in questa pagina. L'artista che, ricordiamo, vanta l'esposizione di alcuni suoi lavori nelle collezioni permanenti dei prestigiosi Centro Georges Pompidou di Parigi, del Museo Vorres d’Atene e del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, ci ha permesso così di poter seguire  la crescita dei nipotini (le LL.AA.RR. il Principe di Piemonte, il Duca degli Abruzzi e la Principessa Isabella di Savoia) con dei bellissimi ritratti.
    Marina Karella, nata in una delle più facoltose famiglie della Grecia, ha sposato nel 1965 il nipote del Re dei Greci, S.A.R. il Principe Michele di Grecia e di Danimarca e dal matrimonio sono nate le figlie Alessandra e Olga. Quest'ultima, nel 2008 ha spostato il Principe Ereditario Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e Duca delle Puglie.
    La nonna dei principini vanta una carriera artistica iniziata nel 1971 a Milano con una mostra personale, prima esposizione di una lunga serie tenutasi nel vecchio continente e nel nuovo mondo, ma sin da bambina ha dimostrato un profondo amore per l'arte tanto che disegnava ovunque riuscisse a recuperare un pezzo di carta. E' stata allieva dei pittori greci Panayotis Tetsis e Yannis Tsarouchis, oltre che del notissimo pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka. Marina Karella ha realizzato anche costumi e scenografie per numerose rappresentazioni teatrali e cinematografiche.
    Ora vive in Francia ed è probabilmente grazie alla sua influenza che la figlia, S.A.R. la Principessa Olga di Savoia, abbia sviluppato un ammirevole estro artististico. Alla Signora Karella i complimenti dell'U.M.I. E' possibile vedere le sue opere sul suo sito personale all'indirizzo:
www.marinakarella.fr


DATA: 01.01.2015
 
LA CONSULTA: CON IL CAPO DI CASA SAVOIA PER LA RESTAURAZIONE DELL'ITALIA

Aldo A. Mola, Presidente della Consula dei Senatori del Regno        La Consulta dei Senatori del Regno raccomanda alla riflessione il Messaggio agli Italiani di S.A.R. il Capo della Casa di Savoia, Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia e di Aosta: restaurare il senso e la dignità dello Stato, concordia dei cittadini e libertà della Patria, come  dal cuore di Roma insegnano Re Vittorio Emanuele II e il Milite Ignoto.
   Ci attende un anno difficile, forse aspro. Ma gli Italiani hanno superato prove molto più severe.
   Il Centenario della Grande Guerra - che ha veduto a Redipuglia le LL.AA.RR. il Principe Amedeo e Suo Figlio Aimone, Duca delle Puglie salutati dal Sommo Pontefice -  sia motivo di meditazione.
    La Consulta esprime deferente gratitudine a S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia per l'impareggiabile Opera Culturale attuata per la Memoria della Casa Reale e della storia d'Italia.
    Nel 70° della Liberazione rendiamo omaggio a  S.M. Umberto II, Re d'Italia, e alla Regina Maria José. La Storia dirà quanto gli italiani debbono alla Monarchia di Savoia.  
    Con l'augurio che l'Anno Nuovo non travolga le sorti dei cittadini sotto le macerie di un regime fatiscente, una forte stretta di mano e ...Nodi di Savoia per tutti

    Roma, 31 dicembre 2014
Aldo A. Mola                                       
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno            
DATA: 31.12.2014

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
IN OCCASIONE DEL NUOVO ANNO 2015


Messaggio Amedeo di Savoia 2015Italiani,
               buon Natale e buon 2015, con la speranza che l'anno che viene sia almeno un poco migliore di quello che abbiamo vissuto. L'acuirsi delle tensioni politiche e delle difficoltà economiche nazionali e internazionali sono motivo di grandissima preoccupazione. Abbiamo però il dovere di raccogliere tutte le nostre forze, tutte le nostre energie per affrontare con coraggio la sfida di questi tempi duri e difficili, per riuscire a costruire un futuro più sereno per noi e per i nostri figli.
    Per tentare di realizzare questo obiettivo dobbiamo innanzitutto ritrovare il senso smarrito delle nostre radici, della sensibilità morale e della solidarietà civile che devono caratterizzare la vita di un popolo. Non mi stanco e non mi stancherò mai di ripetere che tutto ciò è premessa indispensabile alla rifondazione dello Stato senza la quale la vita politica, sociale ed economica si trasforma in uno scontro di potentati volto esclusivamente alla tutela di interessi particolari, scontro che si risolve sempre, inevitabilmente a favore dei forti e a danno dei deboli.
    Io, mio figlio Aimone, la mia Casa saremo sempre e comunque con Voi, dal posto che la Provvidenza ci ha assegnato e ci assegnerà. Ricordiamo insieme le parole antiche ma oggi più che mai significative e attuali che il grande Re Vittorio Emanuele II pronunciò di fronte ai Senatori e ai Deputati per la prima volta riuniti in Roma capitale: "...risorti in nome della libertà dobbiamo ritrovare nella libertà e nell'ordine il segreto della forza e della conciliazione...".

    Amedeo di Savoia                   
    Castiglion Fibocchi, 31 Dicembre 2014

Amedeo di Savoia, Duca di Savoia
S.A.R. il Principe Amedeo


MESSAGGIO AUGURALE DEL PRESIDENTE NAZIONALE DELL'U.M.I.
AVV. ALESSANDRO SACCHI

Messaggio augurale del presidente nazionale dell'U.M.I.
    A tutti gli iscritti U.M.I., i simpatizzanti e i monarchici italiani ed alle loro famiglie, giunga il mio affettuoso augurio di trascorrere serene festività. L'anno che sta per terminare e' stato il banco di prova per nuove ed entusiasmanti attività; nel 2015 si accelera.
    Preparate le bandiere!

Alessandro Sacchi                   
    Napoli, 31 Dicembre 2014

DATA: 31.12.2014
   
UNA CORONA PER LA CULLA DELLA CIVILTA’

La Grecia con i suoi paesaggi mediterranei, i colori tenui d’un mare magnifico, fu culla della civiltà occidentale. Madre delle arti e della letteratura, della matematica e delle scienze quando il resto d’Europa ancora non conosceva la scrittura. Roma andò a scuola ad Atene prima di fagocitarla e farla propria. Non si diventa grandi dal nulla, prima si ruba il mestiere osservando chi lo conosce già. Se si è giovani e vigorosi forse si diventa più bravi e per l’Urbe fu così. Ma, le tradizioni militari di Sparta lo rammentano, quella terra non fu solo delicatezza e pensiero ma anche ostinazione e coraggio. Lo sperimentarono ancora i nostri soldati aggredendola nel 1940 e restando impantanati sui monti ellenici inchiodati anche dalla disperazione eroica dei soldati greci. Ci vollero i tedeschi per averne ragione e perfino le SS di Sepp Dietrich resero l’onore delle armi agli ultimi valorosi ancora trincerati nelle fortificazioni della Linea Metaxas. Un popolo colto ma inquieto come la sua storia vivace e sempre in corsa. Forse per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, forse per la sua vocazione per il bello ed il grandioso, la Grecia visse sempre il passare dei secoli cavalcandone a suo modo le vicende. Oggi, vittima d’un Europa immemore ed ingrata, il popolo greco soffre per gli errori d’una classe politica impotente di fronte all’assedio monetario imposto dall’asse francotedesco (sbilanciato forse verso Berlino) che nega ogni speranza. E mentre gli estremismi trovano fertile terreno fallisce l’ennesimo tentativo di eleggere un nuovo presidente. La domanda, spontanea, sorge anche in vista delle elezioni del 25 gennaio. Ma prima che ci ripensino i colonnelli non sarebbe più saggio ed utile ricollocare Re Costantino sul suo trono? Figura imparziale, terza, autoritaria con l’Europa e benevola, quasi paterna, con il proprio popolo? Non porterebbe maggiore equilibrio nel caos che domina i palazzi d’Atene? La Grecia è ormai un turbine di generale incertezza ed animi inquieti. L’elemento equilibratore ed armonizzatore c’è. Qualche millennio di storia e cultura l’attendono.
Alessandro Mella – UMI Torino 
DATA: 30.12.2014
   
CAMPAGNA TESSERAMENTO U.M.I. 2015

Tessera Unione Monarchica Italiana 2015

     Si è aperta la campagna tesseramento U.M.I. per l'anno 2015. Un piccolo gesto concreto per sostenere la nostra associazione e contribuire alla realizzazione delle attività monarchiche.
Socio ordinario: 30 euro annuali;
Socio sostenitore: 150 euro annuali;
DATA: 29.12.2014

PROFONDI ROSSI

     Rosso è il colore dell’impeto, del cuore, e del buon vino, della vergogna che appare in volto quando capita di non poterla nascondere. Di colore rosso sono due famosi marchi italiani: la Ferrari e il “Rosso Valentino”. Ma in “rosso” sono anche i conti degli italiani che questi beni proprio non possono permetterseli. Rosse sono le più alte cariche istituzionali attualmente operanti nei palazzi del potere, Giorgio Napolitano (pci, pds, ds, pd) al Quirinale, Pietro Grasso (pd) a Palazzo Madama e Laura Boldrini (sel) a Monte Citorio. Profondi rossi! Anche a Palazzo Chigi siede un rosso (annacquato), non legittimato dal popolo italiano, il ballista Matteo Renzi (pd).
Niente di cui vantarsi del colore dei su detti politici, è solo l’altra faccia del rosso, quella più funesta, la stessa dei nostri conti in banca. Che ci sia un nesso di conseguenzialità tra le politiche nefaste implementate dai governanti veterocomunisti e l’impoverimento degli italiani, sembra essere scontato dal momento che tutti i regimi di sinistra, nel corso della storia, hanno sempre adottato come modello di politica economica quello della ultratassazione dei redditi dei cittadini e delle imprese, attraverso politiche fiscali vessatorie nei loro confronti, con il conseguente arretramento dello sviluppo sociale ed economico. Rosso infatti è anche il colore del sangue, quello versato da centinaia di imprenditori e persone comuni che strangolati da tasse e balzelli hanno preferito lasciarsi andare e farla finita. Sono i morti di tasse, circa mille dall’inizio della crisi, un esercito dimenticato di cui i nostri governanti non provano alcuna vergogna per non aver procurato loro i necessari aiuti. Il rosso in politica porta jella, ma con alcune eccezioni. Esso, come dicevamo, è simbolo d’impeto e rivoluzione. Quella dei mille garibaldini in camicia rossa fu l’impresa eccezionale e fortunata di una rivoluzione andata a buon fine, che portò alla nascita del Regno d’Italia, riconoscendosi in Vittorio Emanuele II di Savoia Re costituzionale. Il colore rosso è anche simbolo di regalità, e della Natività del Re salvatore. Una rivoluzione pacifica, liberale e monarchica è l’auspicio per il nuovo anno, aspettando di nuovo il Re!
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 29.12.2014

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