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NEWS 
IL CORAGGIO DI OSARE

        Dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano dalla carica di presidente della repubblica, è entrata nel vivo la caccia al nome di chi lo sostituirà nei suoi uffici. Ma quali caratteristiche dovrà avere il nuovo presidente? E quale sarà il suo ruolo futuro? Egli vorrà essere protagonista come lo fu Napolitano approfittando delle vacatio legis che ne regolano le sue funzioni, o si atterrà scrupolosamente alla Carta Costituzione lasciando liberi i governi di governare senza interferire sul loro operato? Per la maggioranza delle forze politiche in campo egli dovrà essere una personalità imparziale e garante di tutti gli italiani e dovrà essere altresì una figura influente anche in ambito europeo. Ma come spesso accade le parole nascondono la realtà dei fatti. Non è forse una contraddizione in termini parlare di imparzialità quando ci si riferisce ad un Capo di Stato repubblicano? Come riuscirà il nuovo presidente a rendersi imparziale visto che la sua elezione è il frutto marcio nato dall’accordo di partiti politici e lobby economiche? Ma veniamo all’altra caratteristica che secondo i
più dovrebbe avere il successore di Napolitano. Secondo il presidente del consiglio Matteo Renzi il nuovo Capo dello Stato dovrà essere anche una personalità riconosciuta all’estero per alti meriti. Ma di quali meriti in ambito europeo parla il nostro Capo del Governo? Quelli di qualcuno che in passato ha assecondato gli interessi della Germania invece che dell’Italia? Chi ci dice che Renzi dopo il suo intervento a Strasburgo per illustrare l’operato (o meglio il non operato) dell’Italia, che la vedeva impegnata alla presidenza di turno del Consiglio UE, non abbia avuto l’ordine dalla signora Merkel, o chi per lei, di candidare un presidente della repubblica a lei compiacente? Quanto ancora dovremmo aspettare per avere un Capo dello Stato che faccia gli interessi degli italiani? Forse dovremmo aspettare che ritorni la Monarchia, visto che nelle nazioni dove regna un Sovrano i cittadini si stringono attorno al proprio Re e che nei momenti di difficoltà egli non si dimentica di loro? Chi potrà in Italia ricostituire quel collante che lega i cittadini alle istituzioni se non un Re imparziale in quanto non eletto dai partiti? A mio avviso il prossimo presidente della repubblica se vorrà veramente essere protagonista (ma nell’accezione positiva), non dovrà più cimentarsi in spericolati e spregiudicati giochi di palazzo alla Napolitano giocando di sponda con Bruxelles e nominare capi di governo imposti dall’Europa privi di un consenso effettivo. Al contrario, il prossimo presidente dovrà ricostituire la fiducia negli italiani verso le istituzione indirizzando la sua azione di Capo dello Stato verso di loro e non verso i grandi potentati europei.
In che modo? Riconsegnando la sovranità al popolo, come ci insegna l’art. 1 della Carta Costituzionale. Il nome che uscirà dall’urna del Parlamento convocato in seduta comune, dovrà quindi essere innanzitutto quello di una persona coraggiosa, che sappia osare, un traghettatore che ci conduca al di la del fiume, un vero picconatore che vorrà cambiare davvero l’Italia, puntando insieme ai cittadini ad unacostituente dove ci siano rappresentate tutte le forze politiche dell’arco costituzionale, anche quelle di ispirazione monarchica, che riformi radicalmente la Carta Costituzionale oramai obsoleta e che modifichi l’art. 138 e cancelli l’illiberale art. 139, (quest’ultimo in contrasto con l’art. 1) contemplando anche la possibilità di indire un Referendum sulla forma di Stato dando finalmente la possibilità ai cittadini di riscoprirsi sovrani e responsabili del proprio destino.
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 18.01.2015

ROMA, CIRCOLO REX: MORMORAVA IL PIAVE?
  
Circolo REXROMA: DOMENICA 25 GENNAIO RIPRENDONO GLI INCONTRI DEL CIRCOLO DI CULTURA ED EDUCAZIONE POLITICA "REX"

L’Italia che non termina mai una guerra a fianco di coloro con cui l’aveva cominciata, L ‘ Italia traditrice di patti e delle alleanze, l’Italia voltagabbana, a queste ed altre frasi di nessun valore storico o veri e propri falsi storici o luoghi comuni ripetuti senza base alcuna, risponderà, per iniziativa del Circolo di Cultura ed Educazione Politica “Rex”, il dr. ing. Domenico Giglio, domenica 25 gennaio prossimo, alle ore 10,30, Sala Uno, del Cortile Casa Salesiana in Via Marsala 42. Roma, che parlerà sul tema :
“ Dalla neutralità all’intervento dell’ Italia in guerra. 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915 “
Ingresso libero 
DATA: 18.01.2015

OLTRE I VECCHI CONFINI NAZIONALI: IL MODELLO LIGURO-PIEMONTESE-NIZZARDO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/01/2015

                            Se non fosse, come ancora è, poco più che un'accozzaglia di Stati “separati in casa”, l'Unione Europea avrebbe facilitato e promuoverebbe l'avvento delle regioni transnazionali, cioè di quelle vaste plaghe che in un modo o nell'altro sono state ricorrentemente teatro di conflitti e che nei secoli hanno sottratto allo sviluppo civile immense risorse, immobilizzate in costosissime quanto infine inutili opere belliche. L'Europa va rifondata: non sul calcolo e ricalcolo dei bilanci (magari  un po' truccati) dei suoi membri, sulla base della storia precedente degli Stati sorti nell'Otto-Novecento  con le rughe precoci del nazionalismo e sotto tutela di potentati remoti. L'Unione avrebbe senso se davvero si abolissero i vecchi confini, ormai morti e sepolti, e si varasse la federazione dei popoli. Il movimento federalista nacque per andare oltre la catastrofe della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni razziali e a metà degli Anni Sessanta vaticinò regioni sperimentali, come, per esempio, quelle “alpine” e la Regione delle Alpi Marittime, con la fusione di Cuneese, Ponente Ligure e antica Contea di Nizza.
    Nell'immediato dopoguerra, tra i segni della riscossa e della voglia di ricominciare vi fu anche il ritorno delle gare sportive. Ma avvenne con la testa volta al passato: il Giro d'Italia, il Tour de France, la Vuelta in Spagna..., e alcune all'interno dei singoli Paesi, come la Parigi-Roubaix. Risorse anche la Milano-San Remo, classicissima gara ciclistica ideata nel primo Novecento: 293 chilometri dalla Lombardia al Ponente Ligure. La Milano-San Remo era e rimane l'annuncio della primavera, la calamita che attraeva e ancora richiama dalle nebbie al mare. E' anche una sintesi della storia d'Italia, dalle epoche più remote. Il longobardo re Rotari emanò il suo celebre “editto” (codice penale) dopo aver sottratto ai bizantini la costa dal Nizzardo alla Lunigiana. Solo chi ha Genova può egemonizzare l'Italia centro-settentrionale. Milano non basta. Dal canto suo, senza l'intreccio con le Alpi Marittime e la piana transappenninica, senza il Piemonte da un canto e Nizza dall'altro, la Liguria è una costa scabrosa. Lo ebbe chiaro Augusto quando fissò i confini delle due Regioni: Liguria e Transpadania. Nel Cinque-Seicento, al culmine del loro potere sull'Italia gli Asburgo, che dominavano l'Europa dall'Ungheria alla Spagna e un impero coloniale sul quale non tramontava mai il sole, per Genova passarono solo grazie ad Andrea Doria. L'argento che arrivava dall'America vi faceva tappa, per transitare poi a Piacenza e salire verso Milano e la caleidoscopica Europa centro-settentrionale. Come il burro, che sempre un poco rimane sulle mani per le quali passa, così anche quel flusso di preziosi arricchì le terre di transito e insegnò la direzione di marcia.
  A suo modo lo ribadì appunto la Milano-San Remo. Con buona pace di Alessandro Manzoni, per il quale il cielo di Lombardia è così bello quando è bello, quello della Liguria lo è tutto l'anno: un prodigio per chi lo scopra arrivandovi dall'uggiosa valle padana. D'improvviso, forato il Turchino, esplode l'azzurro, intenso, accecante, con il sole riflesso dal mare. Vegetazione, rupi, profumi e soprattutto i colori. I colori conciliano la popolazione con l'habitat, sono alla radice della geoarchitettura. Lo insegnarono “Picatrix” e il “Corpus Hermeticum”, classici del Rinascimento italiano, umanistico e crudele. Vi si abbeverarono Cesare Borgia e, secoli dopo, Lopez Rega, “lo stregone”, autore della “Astrologia esoterica” (1962), alla ricerca della sintesi tra alfabeto, suoni, cromatismo, forme corporee e magia astrale. “In principio era la Luce...”.
   Dopo la feroce seconda guerra mondiale la corsa ciclistica Milano-San Remo annualmente ridestava dal letargo moltitudini di giovani e meno giovani che sentivano invincibile il richiamo della mimosa. Prima che l'autostrada da Ceva a Savona (a una sola carreggiata e dal percorso pericolosissimo) agevolasse il transito, per assistere al passaggio dei corridori chi prenotava camere d'albergo affacciate sul loro tracciato, chi sin dal giorno prima arrancava in auto o in motocicletta per i colli più impervi. Nelle prime ore della mattina del giorno fatidico si muoveva infine la torma dei ciclisti. Ragazzi che da poco avevano appreso a pedalare partivano dal Piemonte per rendere omaggio ai campioni del ciclismo. Su biciclette spesso pesantissime, con la borraccia dell'acqua appesa alla meglio e scorta di pane per quando calavano gli zuccheri, intraprendevano la loro sfida: contro l'inverno, contro la sorte che li faceva vivere nel grigio anziché nell'azzurro, contro i genitori che disapprovavano, ma sotto sotto invidiavano quella mattana. Era durissima. Come tutte le prove della vita. Una versione ammodernata dei lupercalia: un rito di iniziazione, parte da narrare, parte da tenere segreto, come tutti gli intrecci di speranze e di sogni. Per molti subalpini e transpadani la Milano-San Remo fu stimolo alla scelta di abitare il Ponente Ligure, il balzo verso la “seconda casa”.
   Ma come nacque l'aggancio tra le due città? Milano, sappiamo, più e prima che “capitale economica” fu capitale politica dai tempi di Costantino e religiosa da quelli di Sant'Ambrogio. Vale anche per Milano l'antica regola: il commercio segue la bandiera o, come ripeteva Napoleone il Grande, l' “intendenza seguirà”.  Ma perché San Remo? La risposta è nell'impresa realizzata da una pattuglia di uomini politici che si armarono di una filosofia della storia e fecero della città di San Siro la “capitale dell'armonia”. Lo documenta il sontuoso volume “Uno, cento, mille Casinò di San Remo, 1905-2015” (ed. De Ferrari) curato da Marzia Taruffi per ricordare i 110 anni dall'inaugurazione del Kursaal, progettato e realizzato tra il dicembre  1913 e il 14 gennaio 1915 dall'architetto francese Eugène Ferret. Il Ponente Ligure era rimasto vittima sia dell'unificazione nazionale, che distrasse ingenti risorse per dotare l'Italia centro-meridionale delle infrastrutture indispensabili (strade, ferrovie, porti...) e di edifici pubblici, sia dell'irrigidimento dei confini, soprattutto dopo il crollo di Napoleone III e l'avvento della Terza Repubblica, poco amata dall'Italia sabauda e sospetta agli occhi della Chiesa di Pio IX. Solo nel 1892 papa Leone XIII spiegò che la chiesa non fa questione di forma dello Stato ma di sostanza della legislazione: un grosso favore reso proprio alla Francia repubblicana, contro l'Italia dei governi massonici (Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli...) e della regale coppia Umberto I-Margherita di Savoia, sorretta dal “fratello” Giosue Carducci [aggiungerei le virgolette perché qualcuno non pensi che fossero parenti...].
   Sul trono dopo l'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III voltò pagina. Senza cancellare l'alleanza difensiva con Vienna e Berlino, riallacciò i rapporti con “Marianne”. Conferì l'Ordine della Santissima Annunziata al presidente della repubblica francese, l'anticlericale Emile Loubet. Gli rese visita a Parigi e  ne  fu ricambiato nel 1904, il 21 aprile, natale di Roma. Il Ponente ligure divenne il teatro della nuova storia. Tra i suoi più convinti fautori vi furono i socialisti riformisti al governo di San Remo: il sindaco Augusto Mombello e l'assessore all'istruzione Orazio Raimondo (1875-1920), penalista di fama, poi sindaco, deputato dal 1913 alla morte. Nipote dell'onnipotente Giuseppe Biancheri, di Ventimiglia,  parlamentare, ministro, diciotto volte presidente della Camera, stratega delle infrastrutture dell'Italia  nord-occidentale, Raimondo aveva un suo retroterra occulto, documentato da Luca Fucini in studi pionieristici: la Loggia massonica “Giuseppe Mazzini”, comprendente l'avanguardia politico-culturale-sociale collegata alla “Persistenti” di Ventimiglia, alla “Giuseppe  Garibaldi” di Porto Maurizio e alle influentissime logge del Nizzardo. Tra i suoi sodali, spiccavano il pastore valdese Ugo Janni, Adolfo Crémieux e Mario Calvino, il geniale pioniere della floricoltura, che è una filosofia dei colori molto prima di tradursi in attività imprenditoriale di vasto e durevole successo.
   Fu quella dirigenza civica e culturale a volere il Casinò. Per quei socialisti il progresso non nasce dal pauperismo, dalla distruzione delle macchine, dalla lotta contro il capitale ma dalla  modernizzazione umanistica. Il Casinò, dunque, non nacque “per caso”. Fu il frutto di una grande scommessa: puntare sul turismo di qualità. D'altronde, se la Regina Madre, Margherita di Savoia, risiedeva a Bordighera e vi veniva visitato da Vittorio Emanuele III, che non mancò di far  tappa a San Remo, da tempo la città prediletta da Alfredo Nobel era residenza di inglesi, russi, svizzeri..., un microcosmo che negli anni della Belle Epoque vedeva l'Europa lanciata verso sempre nuove conquiste nei settori più disparati delle scienze, della produzione, delle arti.
    Ferret (ricordano nel volume Paolo Portoghesi, fondatore della geoarchitettura e accademico dei Lincei, e Federica Flore, storico dell'arte) aveva alle spalle la realizzazione di importanti edifici a Saigon (all'epoca capitale della Cocincina, poi Vietnam). 
    Altrettanto fece in Piemonte Giuseppe Saracco, nativo di Bistagno, che puntò sulle Terme di Acqui come volano turistico, culturale, economico della sua città e dell'intero Piemonte meridionale collegato alla Liguria dalla linea ferrata da lui tenacemente voluta.
   La scommessa di Raimondo e dei suoi compagni fece i conti ripetutamente con i tornanti della storia. Nella primavera del 1915 il gioco d'azzardo (niente affatto gradito da Giovanni Giolitti e del resto mai formalmente autorizzato) fu severamente proibito. Il Kursaal chiuse battenti. L'intervento dell'Italia nella Grande Guerra era imminente e risultava sempre più difficile controllare non tanto il traffico di danaro quanto il via vai di informatori e di spie. Nel dopoguerra vi fu altro di più urgente e (come ricorda  Riccardo Mandelli in “Al Casinò con Mussolini”, ed. Lindau) anche il  Duce dovette rinviare dal 1922 al 1927 l'autorizzazione formale del gioco d'azzardo, a beneficio, appunto, del Casino di San Remo. Dal suo balcone il 12 novembre 1923 Vittorio Emanuele III s'era affacciato a salutare la folla, dopo lo scoprimento del monumento ai caduti e in partenza per Bordighera ove era atteso dalla Regina Madre.
    Negli anni seguenti il Casinò divenne centro della vita culturale nazionale, con Luigi Pirandello, Marta Abba, Francesco Pastonchi, Pietro Mascagni: a conferma che quelli non furono solo “anni bui” (come ripete lo stanco ritornello sul “regime”). Da lì San Remo ripartì, dopo la chiusura imposta dall'intervento italiano nella seconda guerra mondiale: nuovamente con la promozione di eventi artistici, musicali, scientifici, che – documenta Marzia Taruffi – hanno fatto della “Città dei fiori” il punto di riferimento stabile della vita non solo mondana ma culturale italiana ed europea. Le duecento e più opere d'arte conservate nell'edificio (sculture, a cominciare dalla intrigante e un poco satanica “Cica Cica” di Odoardo Tabacchi, dipinti, arredi..., illustrati nel volume da Federica Flore) aggiungono fascino al Casinò, più volte rimodellato e felicemente incastonato nel paesaggio, fronte al mare, a due passi dal cuore della città e dalla Chiesa Russa di Cristo Salvatore: un “patrimonio di tutti” a giudizio del suo presidente, Gian Carlo Ghinamo, perché “capitale dell'armonia”. Anche quest'anno la Milano-San Remo darà la sveglia: dopo le severe prove del Turchino, di Capo Berta, di Cipressa e l'ultimo strappo sul Poggio, i corridori taglieranno il traguardo in corso Roma, come nelle edizioni classiche: un nome emblematico ed evocativo, un passato che è garanzia di futuro.
    Aldo A. Mola            
DATA: 19.01.2015
   
ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
        Sabato 10 gennaio, presso il Cinema Adriano di piazza Cavour in Roma, il Presidente nazionale dell’U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, è stato invitato dalla Fondazione “Fare Futuro”, presieduta dall’On. Adolfo Urso, alla manifestazione “Sveglia Centrodestra!”. L’incontro è stato motivo di confronto tra varie personalità del centrodestra, per proporre un alternativa vincente sul panorama politico italiano. Oltre ai giovani che si sono succeduti sul palco, tra cui l’amico Giovanni Basini, direttore Comunicazione della Fondazione Fare Futuro che ha parlato di primarie del centrodestra, sono intervenuti personaggi come Raffaele Fitto, Giorgia Meloni, Flavio Tosi, Ignazio La Russa e l’Amb. Giulio Terzi di Sant’Agata (nella foto in alto con Alessandro Sacchi).
Alessandro Sacchi ha assistito ai lavori dell’assemblea in quanto l’Unione Monarchica Italiana, soggetto politico trasversale e svincolata dai partiti, è seriamente preoccupata per l’attuale situazione italiana ed auspica che dall’impasse in cui la politica si è venuta a trovare possa risorgere un soggetto che abbia credibilità e che possa offrire qualcosa di concreto al Paese.

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
Sacchi in platea con Raffaele Fitto

ROMA: SACCHI ASSISTE AI LAVORI DELLA MANIFESTAZIONE “SVEGLIA CENTRODESTRA!”
Sacchi con il padrone di casa, l'On. Adolfo Urso

DATA: 12.01.2015
   

ARMARSI DI MEMORIA CONTRO TUTTI I FANATISMI E I FALSI BUONISMI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11/01/2015

                        Dopo due guerre mondiali suicide (settanta milioni di morti tra il 1914 e il 1945), dalle quali poco ha appreso, oggi l'Europa centro-occidentale è trascinata in conflitti planetari al traino degli Stati Uniti d'America, bravi a destabilizzare, molte meno a rassettare (solo per caso o per profitto?). Mentre gli USA sono lontani, il Vecchio Continente è nuovamente diviso come 1200 anni orsono tra Maometto e Carlo Magno. Imbottito di illusioni sulla pace perpetua e di altre sostanze stupefacenti, ora tardivamente si scopre alle prese con due guerre che si intrecciano con conseguenze imprevedibili. La prima è l'offensiva dei musulmani radicali contro gli “infedeli”. La seconda e il conflitto, più che millenario, tra diverse correnti  dell'islam. Entrambe sono condotte con ferocia, come tutte le guerre di religione. La prima è meno preoccupante. Il Corano, sia nel testo originario sia nell'ultima interpretazione canonica (che risale al secolo XIV: prima del grande balzo dei turchi ottomani sull'Europa orientale) ordina la guerra santa e l'islamizzazione del pianeta. Ma i suoi credenti hanno sempre fatto e fanno i conti con la realtà, cioè con la reazione altrui. Con rapidità  straordinaria dal VII secolo gli arabi diffusero l'islam sino alla Spagna ma nel 732 furono fermati a Poitiers. Nel 1454 espugnarono Costantinopoli e ne massacrarono gli abitanti, avanzarono nei Balcani e li dominarono sino alla Grande Guerra, lasciandovi il retaggio di odi etnico-religiosi oggi al vaglio del Tribunale Penale Internazionale. Le guerre offensive dell'islam furono e sono semplici. Come tutte le conquiste, perpetrarono orrori, come ricorda la tragedia di Marco Antonio Bragadin, difensore di Famagosta (Cipro), scorticato vivo dopo la resa (1571).  
   Molto più complessa è la guerra che gli islamici conducono al proprio interno: non solo tra sunniti e sciiti ma tra un ventaglio di interpretazioni del Corano e di sette ciascuna delle  quali interpreta il Corano  modo suo e rivendica il monopolio del Libro. Come accade per il cristianesimo, diviso tra chiese d'Oriente e un Occidente, a sua volta frantumato tra cattolici romani, evangelici e riformati, privi di un'autorità universale, anche gli islamici non hanno un'unica Cattedra, sibbene tanti pulpiti. Nella colonizzazione gli europei si sono preoccupati di dominare più che di conoscere. Nella decolonizzazione hanno badato più a corrompere la “dirigenza” di loro invenzione che a comprendere quanta lava si accumulasse sotto la crosta di regimi mercenari, nel vulcano dell'islamismo radicale, in vario modo connesso con quello dei petrodollari, del controllo della borsa e della tecnologia avanzata. Che molti islamici siedano  nei consigli di amministrazione del sedicente Occidente non è nuovo. Dimentichiamo il “socio libico”? 
   Quanto accade è dunque minima cosa rispetto a quanto avverrà o potrà avvenire. Per prevenirlo occorrono i nervi saldi che solo la conoscenza della storia e può fornire. Per comprendere quanto gli islamici pensano, occorre partire da quanto essi apprendono dal loro Libro: anzitutto la legittimità della guerra dei musulmani contro “miscredenti e iniqui” (Sura della vacca, versetto 193).
    Per contrastare i colpi dell'offensiva (e controffensiva) del radicalismo islamico e i contraccolpi della guerra interislamica servono giri di vite all'interno degli Stati europei? Basta, cioè, introdurre misure di sicurezza che limitano le libertà di ciascun cittadino, faticosamente conquistate con secoli di lotte per l'emancipazione contro l'assolutismo tirannico? In specie, serve il ripristino della pena di morte? Si comprende che in uno scatto emotivo qualcuno possa pensare a leggi eccezionali: ma proprio l'esperienza storica dimostra che l'indurimento di prevenzione e repressione giova poco o nulla contro il fanatismo religioso e ideologico. Lo insegna proprio la storia della Francia. Ricordiamone alcune vicende.
  Il 28 marzo 1757, appena 250 anni orsono, Robert Damiens, detto anche Robert le Diable, venne suppliziato a Parigi. Gli rimisero nella mano il coltellino dalla lama di otto centimetri di cui si era armato, gliela bruciarono su piastra rovente, continuarono con zolfo e piombo fuso sino ad ardere l'arto, con tenaglie al calor bianco gli straziarono le carni, suturando le bolle con olio rovente. Infine, fustigati a dovere, quattro cavalli iniziarono a squartarlo per traino. Resse per ore. Recisi nervi e muscoli a colpi di coltellaccio, il suo corpo infine cedette. I popolani festeggiarono e se ne disputarono i brandelli. Fu l'ultimo squartato di Francia. Aveva attentato alla vita di  re Luigi XV il giorno dell'Epifania. Vita disordinata, Damiens condannava la repressione dei cattolici ai danni di giansenisti e convulsionari, sette cristiane rigoriste invise alle gerarchie ecclesiastiche, all'epoca molto accomodanti e spesso condiscendenti. La chiesa di Francia non era quella di Lutero (“pecca forte, ma credi ancora più fortemente”) ma quella gallicano-romana dell'età di Madame de Pompadour (una per tutte). Giacomo Casanova scrisse di aver assistito al supplizio, officiato da un boia e sedici aiutanti. Lo stesso orripilante rito era stato usato il 27 maggio 1610 per suppliziare François Ravaillac, converso cistercense, che il 14 maggio aveva ucciso con due pugnalate Enrico IV di Borbone, ai suoi occhi colpevole di aver autorizzato gli ugonotti (cioè i calvinisti) a praticare il loro culto in quattro città dell'immensa Francia. Sottoposto a torture efferate, volte a fargli confessare complici, non profferì motto. Un fanatico. Come il domenicano  Jacques Clément che il 1° agosto 1589 assassinò Enrico III di Francia, già re di Polonia, non tanto perché il sovrano avesse un parco di amichetti, i famosi “mignons”, ma perché si era accordato con l'ugonotto Enrico di Borbone per pacificare la Francia nell'unico modo possibile: assicurare un pollo a ogni cittadino e divertirsi. Previe torture, Clément venne solo arso vivo. Dopo decenni di lotte accanite tra cattolici e ugonotti (sterminati nella “notte di San Bartoloneo”), il cosiddetto “partito dei politici” diceva basta con il fanatismo. Clément ebbe però la solidarietà della Sorbona: l'Università si schierò con il criminale. Del resto a quel tempo alcuni teologi cattolici approvarono il tirannicidio e predicarono il regicidio, per legittimare a priori l'assassinio di Elisabetta I d'Inghilterra, colpevole di aver fatto decapitare Maria Stuart, cospiratrice contro lo Stato. Pena di morte e prevenzione repressiva non servirono nell'Europa del Cinque-Settecento. Altre severissime misure tra Otto e Novecento non fermarono la mano degli anarchici (una nuova setta di fanatici, abbacinati al sogno di una società universale libera da ogni forma di Potere). In pochi anni essi assassinarono lo zar di Russia, i presidenti degli USA e della Francia, l'imperatrice d'Austria, il re d'Italia, parecchi ministri. Papa Leone XIII deprecò che la prima conferenza internazionale dei servizi di sicurezza dei Paesi più colpiti dal terrorismo si radunasse a Roma, perché rivendicava il suo potere temporale sulla Città Eterna.  
   Mentre riflettiamo sull'offensiva dell'islamismo radicale e sul feroce conflitto  interislamico, ricordiamo che le guerre di religione devastarono l'Europa centro-occidentale da molto prima che nel 1517 Martin Lutero inchiodasse la sua Protesta contro Roma sulla porta della chiesa di Ognissanti a Wittenberg. Da metà Cinquecento divamparono più atroci. Massacri infiniti: tutti contro tutti. Tra i tanti ne fecero le spese gli anabattisti, sterminati senza pietà da cattolici e luterani, mentre Calvino faceva bruciare vivo lo spagnolo Michele Serveto solo perché non credeva alla Trinità. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. L'inquisizione non nacque per annientare in Spagna  ebrei e islamici e i loro discendenti occulti (marranos e moriscos). Arrivava dal Duecento. Fu ideata per estirpare alle radici i càtari (o albigesi) e tutto l'erbario degli “eretici” e poi i cattolici non abbastanza succubi di papi concubinari, simoniaci e predatori. La stessa macchina annientò i Templari. Il cristianesimo si impose nell'Europa centrale con lo sterminio dei “pagani”: lo fecero Clodoveo in Francia, Carlo Magno in Sassonia e contro gli Avari, e via continuando con i Cavalieri Teutonici.
   Le guerre di religione non sono affatto una novità. L'Europa se ne è liberata non già con l'invenzione dello Stato moderno (dal profilo ancora labile e soggetto a continui strappi) e neppure con la troppo elogiata  Rivoluzione francese, che ingiunse “La repubblica o la morte”: formula terroristica usata contro i monarchici all'interno e contro le popolazioni soggiogate all'estero. Quella “repubblica” inventò nuovi dei e nuove dee. Il rigorista Maximilien  Robespierre ne fece sfilare una per Parigi, svestita da Dea Ragione. Una nuova guerra di religione dilagò dalla Vandea all'Italia meridionale.
   Dopo secoli di disastri il Vecchio Continente si è liberato dalle superstizioni o combatte battaglie di retroguardia? L'Europa “laica” ha sostituito il culto della “nazione”, dei “confini naturali”, di simboli spacciati di bronzo o di marmo mentre erano solo gesso. Ha persino ideato il razzismo biologico e quello “culturale”, senza alcuna base scientifica. Demenze generate dalla stolida gara: “dio è con noi”, come se codesta aiuola che ci fa tanto feroci e alcune sue popolazioni o credenze davvero meritino tanta cotidiana attenzione. L'Europa ha vissuto tremendi travagli, ma, in tempi recenti, sprofondata in un presente senza memoria, se ne è dimenticata rapidamente ed ora è frastornata dinnanzi ai contraccolpi delle guerre di religione in corso all'interno dell'islam: un credo basato sull'obiettivo della imposizione sull'intero mondo e risparmia i vinti solo a prezzo della loro sottomissione (dimmitudine), a cominciare da ebrei e cristiani considerati antecedenti inferiori, degni di pietà da parte del loro dio clemente e misericordioso, a patto che si pieghino. Quanti “occidentali” predicano il dialogo dimenticando che l'islam radicale vieta la conversione sotto pene gravissime, compresa la morte? In molti paesi arabi la condizione femminile è ancora medievale e i Protocolli dei savi anziani di Sion è lettura obbligatoria. 
   E l'Italia? Quanti dei dieci comandamenti vi vigono ancora come principi cardine dei codici vigenti? Il Quinto? Si e no, veduta l'applicazione dei codici. Sotto il prato artificiale della rinuncia unilaterale alla propria storia e sotto gli sterpi della rumorosa rivendicazione di una identità di recente invenzione, rimangono indistruttibili pochi germogli del naturalismo pagano (docta ignorantia) e della filosofia: lo stoicismo per i secoli di crisi, la gnosi per quelli  del romitaggio. Grazie a questo antico retaggio, sopravvissuto a secoli di opposti estremismi (prevalenti Oltralpe: la terra del caso Dreyfus e dell'estrema destra), l'Italia è talmente refrattaria al fanatismo da non sentire neppure bisogno dell'anticlericalismo militante, che è a sua volta un fideismo, sia pure capovolto. L'Italia fu  greco-romana. Lucrezio vi insegnò Epicuro. Una esigua minoranza se ne appagò. Questa è la sua identità nascosta, minoritaria: il liberalismo. Ma oggi si annunciano tempi duri, e chissà per quanto. Con riflessi sulla vita quotidiana: viaggiare, andare in un luogo pubblico, aprire la porta...
  Più di un millennio prima di essere bombardata dagli anglo-americani Montecassino fu saccheggiata dagli arabi. A metà del secolo VIII papa Leone IV fece alzare le mura per difendere il poco che rimaneva della Città Eterna contro le incursioni dei saraceni, che devastarono Ostia e mezzo secolo dopo incendiarono Torino. Ricordare il fanatismo di cui per millenni anche l'Occidente fu ora fucina ora vittima può aiutare a fronteggiare quello odierno altrui. Con gli accordi di Cavour sin dal 5 giugno 1561 il Vecchio Piemonte sabaudo, unico Stato in Europa, garantì la libertà ai Valdesi, in deroga al principio “cuius regio, ejus et religio”. Lo decise il duca  di Savoia su suggerimento della moglie, Margherita di Francia. Per quel Duca la donna non era “un campo sul quale potete andare e venire a vostro piacimento” (Sura della vacca, 223). Con lo Statuto albertino del 1848, unico Stato italiano, il regno di Sardegna  assicurò l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi. L'Italia ha dunque un patrimonio storico e civile – la Memoria -  sul quale far leva, mentre la stupidità della storia ci viene a cercare. 
    Aldo A. Mola            
DATA: 12.01.2015
   

STRAGE DI PARIGI

Charlie HebdoDichiarazione di Alessandro Sacchi, Presidente nazionale dell'U.M.I., in merito alla strage avvenuta nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo:

    "L'Unione Monarchica Italiana partecipa sdegnata all'unanime condanna dell'efferato attentato compiuto a Parigi da folli estremisti islamici.
    Tale assurda opera omicida abbatte non soltanto vite umane ma cerca di minare nelle sue basi uno dei principi fondamentali della civiltà democratica: la libertà d'espressione.
    Al popolo francese, ed alle Sue Istituzioni democratiche, giunga il nostro cordoglio, unito alla speranza che i responsabili siano rapidamente individuati ed assicurati alla Giustizia."

    Roma, 7 gennaio 2015
DATA: 07.01.2015
   
CENTENARIO DELLA LEGIONE GARIBALDINA IN FRANCIA (1914-1915):  VOLONTARI PER LA LIBERTA' DEI POPOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04/01/2015

Costante Garibaldi                      Il 6 gennaio 1915 morì in combattimento a Courtes Chausses, nelle Argonne, il ventiduenne Costante Garibaldi, sottotenente in quella che per gli italiani era la “Legione Garibaldina” ma per Parigi era il IV Reggimento della Legione straniera francese. Pochi giorni prima, il 26 dicembre, era caduto a Bolante, poco lontano, suo fratello, Bruno, ventiseienne, al grido di “Viva la Repubblica francese, Viva l'Italia”. E' bene sottolineare: “Viva l'Italia”, non “Viva la Repubblica italiana”. Suo nonno, Giuseppe Maria (Nizza 1807-Caprera 1882), originariamente ispirato dal Nuovo Cristianesimo di Saint-Simon e da Giuseppe Mazzini, aveva indossato la divisa di generale dell'esercito del regno di Sardegna e alzato l'insegna di “Italia e Vittorio Emanuele”.  Bruno e  Costante erano figli di Ricciotti Garibaldi (Montevideo, 1847- Riofreddo, 1924) e di Costanza Hopcraft. In Francia erano accorsi al seguito di Giuseppe (Peppino), il più anziano  (1879-1950), con i fratelli  Ricciotti jr, Sante ed Ezio ((1894-1969), futuro Console Generale della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, deputato dal 1929 al 1939. Nell'agosto 1914 i sei Garibaldi scesero in difesa dei francesi al fuori delle alchimie diplomatiche e di intricate trame governative. Fu eroismo puro. Per loro la Francia non era il regime della grassa borghesia, dei militaristi che avevano montato l' affaire Alfred Dreyfus, dei clericali nostalgici del papato di Avignone, della chiesa gallicana, desiderosi di un pontefice nazionale e magari persino nazionalista, come si vide dal 1914-15. Per i Garibaldi, come per molti radicali, anarco-sindacalisti, cresciuti sulla scia di Georges Sorel, socialisti riformisti, repubblicani e massoni, la Francia era la Rivoluzione, i diritti dell'uomo e del cittadino, lo Stato laico, le leggi garanti delle libertà di tutti i cittadini (“erga omnes” non a favore di questa o quella “setta”), a prescindere da confessioni (o pratiche) religiose e opinioni politiche. Quella Francia era in affanno. Mentre le armate germaniche avanzavano, Parigi viveva l'incubo della terza invasione tedesca in soli cent'anni. Ci erano già arrivati nel 1814-1815, dopo le due sconfitte di Napoleone, e nel 1871, quando, dopo il crollo di  Napoleone III, per riorganizzare la riscossa nazionale  il governo repubblicano riparò a Bordeaux: un precedente da ricordare a quanti deplorano che il 9 settembre  1943 il governo e la Famiglia Reale si trasferirono da Roma a Brindisi anziché lasciarsi catturare dai tedeschi.
   Su mandato di suo padre, Peppino Garibaldi organizzò i volontari italiani. Dopo mesi di faticose trattative con i vertici politici e militari  della “sorella latina”, questi furono autorizzati a indossare la leggendaria camicia rossa garibaldina sotto la giubba della Legione straniera francese. A fornirla furono i massoni di Lione: segno di una fratellanza universale che affondava radici nel volontariato dell'Ottocento, dalle Americhe alla Polonia, alle battaglie per l'indipendenza dei Greci e degli Armeni contro l'efferato dominio turco-ottomano...: una lotta mai finita. Il Reggimento, comandato da Peppino che ebbe il grado di tenente-colonnello, contò 53 ufficiali, 150 sottufficiali, quasi 2.000 soldati. Tra i più giovani vi militò  il sedicenne Kurt Erich Suchert, poi celebre come Curzio Malaparte, iniziato alla Gran Loggia d'Italia pochi giorni prima dello strano assassinio di Giacomo Matteotti. La nuova “Legione garibaldina” si batté contro reparti tedeschi della Pomerania come  nel 1870-71 aveva fatto Giuseppe Garibaldi. A cavallo nella neve di Digione malgrado terribili dolori artritici, l'allora sessantatreenne Generale difese  la neonata repubblica francese contro l'avanzata dei Prussiani. Suo figlio, Ricciotti, strappò a un reparto della Slesia l'unica bandiera perduta dai germanici in quella guerra. Garibaldi non si batté per odio verso i tedeschi, ma per la libertà di tutte le nazioni. Come deplorava l'imperialismo di Bismarck, così sferzò la francese “République à calotte”, una “repubblica con la papalina”. 
  Quello era stato il principio ispiratore del Risorgimento  italiano: una lotta per l'indipendenza, l'unità e la libertà. Poco, semplice, chiaro. Lo avevano  anticipato i cospiratori contro sovrani tirannici e contro il potere temporale del papa-re. Oggi se ne è perduta memoria, perché l'attuale pontefice sembra parlare “alla buona”, come fosse un “fratello”, ma il presente (comunque ancor tutto da verificare) non può cancellare il passato, la realtà effettiva della chiesa di Gregorio XVI e di Pio IX da un canto, dall'altro le battaglie di Mazzini e Garibaldi, del teologo  Vincenzo Gioberti, di Antonio Rosmini, di Carlo Passaglia e dei re d'Italia, tutti convinti che la nazione non fosse incompatibile con la libertà di culto, né, quindi, con il rispetto dovuto al  Vicario di Cristo, e pertanto tutti puntualmente sospesi “a divinis” e scomunicati. Stessa sorte ebbero anche Camillo Cavour e Re Vittorio. 
  Chi voglia meditare sull'origine dell'Italia contemporanea, quella degli ideali e dei principi di libertà, oggi può farlo rimirando la coccarda tricolore di Giovanni Battista De Rolandis, dopo tante traversie offerta da Ito De Rolandis, giornalista e scrittore, al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino. Essa è il germe del tricolore originario, che non fu ideato dall'ondivago abate temporaneamente giacobino Giuseppe Compagnoni il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia (come recita una leggenda avallata acriticamente dai presidenti della Repubblica, Napolitano incluso), ma fu adottato a Bologna  dalla Confederazione Cisalpina il 18 ottobre 1796 ( 27 Vendemmiatore dell'anno IV della Repubblica) e assegnato alla Legione italiana: lo stesso  tricolore nel novembre seguente solennemente consegnato da Napoleone alle sei coorti della Legione Lombardia.
   La conflagrazione europea nel luglio-agosto 1914 pose un severo “caso di coscienza” a chi l'aveva (e all'epoca erano parecchi). Per la libertà interna occorreva battersi anche lontano dalla patria, perché la libertà è dell'Umanità intera o non è. Oggi quei loro ideali appaiono anacronistici o utopistici, ma vanno compresi e rispettati. Alcune esigue minoranze ritennero che fosse l'ora della Quarta Guerra del Risorgimento per assicurare agli italiani i confini assegnati dalla Natura (qualcuno diceva “da Dio”): dalle Alpi alla Sicilia. Dopo tutti i guai del Novecento e a cospetto della pochezza dei tempi nostri, oggi si fatica a capire che gli italiani di allora sentivano nelle fibre il libro Cuore di Edmondo De Amicis e rivivevano  nei versi memorabili di  Giosue Carducci e di Giovanni Pascoli oogni pagina del Risorgimento.
   Quando i sei fratelli Garibaldi vi accorsero volontari, il suolo francese contava circa un milione di loro compatrioti. Venivano guardati con sospetto da chi temeva che, alleata di Vienna e Berlino dal 1882, l'Italia scendesse in guerra contro la “sorella latina”. Il loro gesto generoso giovò ai connazionali, senza che neppure ne avessero percezione. I francesi furono costretti a tenerne conto. Dal canto suo il governo di Roma non aveva molta simpatia per i volontari, tanto più se inquadrati all'estero. Voleva tenersi le mani libere per una guerra fondata sull'egoismo anziché su una visione soprannazionale. Operava secondo i criteri ottusi in forza dei quali la Grande Guerra generò i regimi totalitari e precipitò il mondo in una nuova guerra mondiale e in quarant'anni di bipolarismo intirizzito nell' equilibrio del terrore.
  La Legione italiana  pagò un altissimo tributo di sangue: 93 morti, 337 feriti, 136 dispersi. Più di un quarto degli effettivi. Venne sciolta il 7 marzo 1915. La legge prevedeva che chi servisse in armi all'estero perdeva la cittadinanza e andava incontro a pene detentive severe. Prima che i fratelli Garibaldi iniziassero la loro impresa, un altro capitolo del volontariato  già era stato scritto dagli italiani in Serbia nell'agosto-settembre del 1914. Lo ricorda Antonino Zarcone, capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, nel corposo volume  I Precursori. Volontariato democratico italiano nella guerra contro l'Austria. Repubblicani, radicali, socialisti riformisti, anarchici e massoni  (coopeativaannales@gmail.com). (*).
     Sulla base di vasta documentazione inedita e rara, arricchita da foto inedite, repertori biografici e dal ruolino del Reggimento garibaldino in Francia, Zarcone ricostruisce la vicenda di sette repubblicani massoni che, guidati da Cesare Colizza,  nell'agosto 1914 raggiunsero clandestinamente la Serbia per battersi contro l'Austria, precorrendo le scelte compiute tardi e male dal governo Salandra nell'aprile-maggio dell'anno seguente. A Babina Glava cinque dei sette caddero in combattimento. La loro eroica vicenda verrà ora ricordata da un film  documentario “I sette coraggiosi”realizzato dalla Serbia. La loro memoria rimase ed è opaca in Italia anche perché uno dei due sopravvissuti, Ugo Colizza (1882-1946), pluridecorato nella Grande Guerra, aderì al fascismo, partecipò alla Marcia su Roma, divenne console della Milizia, comandante di battaglione delle Camicie Nere e membro del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Ma la storia, quella vera, non può essere narrata a segmenti, separandone le parti gradite da quelle imbarazzanti o gettandola alle fiamme se qualche sua pagina risulta scomoda. La storia va ripercorsa tutt'intera, con senso critico, ponendosi all'interno dei suoi processi, non al fondo  del suo corso con una paratia di comodo, per filtrare solo quel che piace secondo criteri “politicamente corretti” (ovvero servili nei confronti del potere, a sua volta mutevole). La storiografia non è a noleggio. E' l'ultima isola di libertà. I criteri ispiratori della nuova opera di Zarcone sono quelli da lui adottati per ricostruire la biografia del generale Roberto Segre e, imminente sempre per i tipi della Cooperativa Editoriale Annales, la vita di Domenico Maiocco, il messaggero segreto del colpo di Stato del 25 luglio 1943: una vicenda affascinante.
Aldo A. Mola
 (*) Classe 1962,  dopo varie  misisoni all'estero (Bosnia, Australia, Iraq), e corsi negli Usa e in Gran Bretagna, in veste di Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito Antonino Zarcone ha promosso collane di opere, convegni, mostre. Ha pubblicato numerose monografie, alcuni volumi e ha impostato il programma della rievocazione del Centenario della Grande Guerra in una visione europea per gli anni 2014-2019: un piano che ha già dato importanti frutti, tra i quali la pubblicazione della “Inchiesta su Caporetto”, in collaborazione con il Centro Giolitti di Dronero-Cavour  e dell'Associazione di Studi sul Saluzzese, col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo. Zarcone ha vinto il Premio Giosue Carducci per la critica storica.
DATA: 03.01.2015
 
«SPOSTIAMO I MUNICIPI PER EVITARE L’IMU AGRICOLA»


Berardo TassoniTORRICELLA. Berardo Tassoni, docente ed esponente monarchico di Torricella Sicura, chiede al suo sindaco Daniele Palumbi di evitare ai concittadini il pagamento dell'Imu sui terreni agricoli, esteso dal governo Renzi a tutta una serie di territori che prima ne erano esclusi, con il trasferimento della sede legale del municipio.
È una proposta-appello valida anche per altri comuni con lo stesso problema. «Il recente provvedimento del Governo che limita la definizione di comune montano all’ubicazione del municipio dello stesso sopra i 600 metri è assurda quanto ridicola», dice il professore, «assurda perché un comune è fatto da un intero territorio... ridicola perché basta spostare la sede legale del municipio per "riottenere" la "montanità"...! Non è uno scherzo e in tanti ci hanno già pensato», sottolinea Tassoni. Che continua: «Cosa aspettano i politici di Torricella? Perché non spostano provocatoriamente la sede legale a Valle Piola, 1050 metri, nella decorosa struttura di proprietà del Comune? Si ridarebbe, anche, visibilità all’abbandonata frazione riparando al mezzo secolo di incuria e sciacallaggio. Se fosse troppo ardita la scelta, si potrebbe optare per l'ostello di Monte Fanum... o la ex scuola elementare di Santo Stefano. E' già successo», evidenzia Tassoni, «al paese natale di Sandro Bondi e Dennis Verdini: Fivizzano, sito a meno di 600 metri in provincia di Massa Carrara, ove su proposta del sindaco la sede legale comunale è stata trasferita nella frazione di Sassalbo a 860 metri, così il comune non pagherà l'Imu sui terreni agricoli il prossimo 26 gennaio».
Tassoni conclude: «Chi abita in montagna è già penalizzato di per sé... e i pochi "resistenti" ora hanno anche il Governo contro. L'agro montano di Torricella Sicura è quasi tutto oltre i 600 metri e non accetterà l'inerzia dei politici comunali».

DATA: 02.01.2015

MARINA KARELLA: SUL SITO DELL'ARTISTA VARI RITRATTI DELLA FAMIGLIA REALE ITALIANA

Umberto, Olio su tela, 91x39cm, 2013 da www.marinakarella.fr    La nota pittrice e scenografa Marina Karella, madre di S.A.R.  la Principessa Olga di Savoia, nel proprio sito internet ha pubblicato alcuni ritratti della Famiglia Reale Italiana che abbiamo pensato di riproporre in questa pagina. L'artista che, ricordiamo, vanta l'esposizione di alcuni suoi lavori nelle collezioni permanenti dei prestigiosi Centro Georges Pompidou di Parigi, del Museo Vorres d’Atene e del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, ci ha permesso così di poter seguire  la crescita dei nipotini (le LL.AA.RR. il Principe di Piemonte, il Duca degli Abruzzi e la Principessa Isabella di Savoia) con dei bellissimi ritratti.
    Marina Karella, nata in una delle più facoltose famiglie della Grecia, ha sposato nel 1965 il nipote del Re dei Greci, S.A.R. il Principe Michele di Grecia e di Danimarca e dal matrimonio sono nate le figlie Alessandra e Olga. Quest'ultima, nel 2008 ha spostato il Principe Ereditario Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e Duca delle Puglie.
    La nonna dei principini vanta una carriera artistica iniziata nel 1971 a Milano con una mostra personale, prima esposizione di una lunga serie tenutasi nel vecchio continente e nel nuovo mondo, ma sin da bambina ha dimostrato un profondo amore per l'arte tanto che disegnava ovunque riuscisse a recuperare un pezzo di carta. E' stata allieva dei pittori greci Panayotis Tetsis e Yannis Tsarouchis, oltre che del notissimo pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka. Marina Karella ha realizzato anche costumi e scenografie per numerose rappresentazioni teatrali e cinematografiche.
    Ora vive in Francia ed è probabilmente grazie alla sua influenza che la figlia, S.A.R. la Principessa Olga di Savoia, abbia sviluppato un ammirevole estro artististico. Alla Signora Karella i complimenti dell'U.M.I. E' possibile vedere le sue opere sul suo sito personale all'indirizzo:
www.marinakarella.fr


DATA: 01.01.2015
 
LA CONSULTA: CON IL CAPO DI CASA SAVOIA PER LA RESTAURAZIONE DELL'ITALIA

Aldo A. Mola, Presidente della Consula dei Senatori del Regno        La Consulta dei Senatori del Regno raccomanda alla riflessione il Messaggio agli Italiani di S.A.R. il Capo della Casa di Savoia, Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia e di Aosta: restaurare il senso e la dignità dello Stato, concordia dei cittadini e libertà della Patria, come  dal cuore di Roma insegnano Re Vittorio Emanuele II e il Milite Ignoto.
   Ci attende un anno difficile, forse aspro. Ma gli Italiani hanno superato prove molto più severe.
   Il Centenario della Grande Guerra - che ha veduto a Redipuglia le LL.AA.RR. il Principe Amedeo e Suo Figlio Aimone, Duca delle Puglie salutati dal Sommo Pontefice -  sia motivo di meditazione.
    La Consulta esprime deferente gratitudine a S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia per l'impareggiabile Opera Culturale attuata per la Memoria della Casa Reale e della storia d'Italia.
    Nel 70° della Liberazione rendiamo omaggio a  S.M. Umberto II, Re d'Italia, e alla Regina Maria José. La Storia dirà quanto gli italiani debbono alla Monarchia di Savoia.  
    Con l'augurio che l'Anno Nuovo non travolga le sorti dei cittadini sotto le macerie di un regime fatiscente, una forte stretta di mano e ...Nodi di Savoia per tutti

    Roma, 31 dicembre 2014
Aldo A. Mola                                       
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno            
DATA: 31.12.2014

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
IN OCCASIONE DEL NUOVO ANNO 2015


Messaggio Amedeo di Savoia 2015Italiani,
               buon Natale e buon 2015, con la speranza che l'anno che viene sia almeno un poco migliore di quello che abbiamo vissuto. L'acuirsi delle tensioni politiche e delle difficoltà economiche nazionali e internazionali sono motivo di grandissima preoccupazione. Abbiamo però il dovere di raccogliere tutte le nostre forze, tutte le nostre energie per affrontare con coraggio la sfida di questi tempi duri e difficili, per riuscire a costruire un futuro più sereno per noi e per i nostri figli.
    Per tentare di realizzare questo obiettivo dobbiamo innanzitutto ritrovare il senso smarrito delle nostre radici, della sensibilità morale e della solidarietà civile che devono caratterizzare la vita di un popolo. Non mi stanco e non mi stancherò mai di ripetere che tutto ciò è premessa indispensabile alla rifondazione dello Stato senza la quale la vita politica, sociale ed economica si trasforma in uno scontro di potentati volto esclusivamente alla tutela di interessi particolari, scontro che si risolve sempre, inevitabilmente a favore dei forti e a danno dei deboli.
    Io, mio figlio Aimone, la mia Casa saremo sempre e comunque con Voi, dal posto che la Provvidenza ci ha assegnato e ci assegnerà. Ricordiamo insieme le parole antiche ma oggi più che mai significative e attuali che il grande Re Vittorio Emanuele II pronunciò di fronte ai Senatori e ai Deputati per la prima volta riuniti in Roma capitale: "...risorti in nome della libertà dobbiamo ritrovare nella libertà e nell'ordine il segreto della forza e della conciliazione...".

    Amedeo di Savoia                   
    Castiglion Fibocchi, 31 Dicembre 2014

Amedeo di Savoia, Duca di Savoia
S.A.R. il Principe Amedeo


MESSAGGIO AUGURALE DEL PRESIDENTE NAZIONALE DELL'U.M.I.
AVV. ALESSANDRO SACCHI

Messaggio augurale del presidente nazionale dell'U.M.I.
    A tutti gli iscritti U.M.I., i simpatizzanti e i monarchici italiani ed alle loro famiglie, giunga il mio affettuoso augurio di trascorrere serene festività. L'anno che sta per terminare e' stato il banco di prova per nuove ed entusiasmanti attività; nel 2015 si accelera.
    Preparate le bandiere!

Alessandro Sacchi                   
    Napoli, 31 Dicembre 2014

DATA: 31.12.2014
   
UNA CORONA PER LA CULLA DELLA CIVILTA’

La Grecia con i suoi paesaggi mediterranei, i colori tenui d’un mare magnifico, fu culla della civiltà occidentale. Madre delle arti e della letteratura, della matematica e delle scienze quando il resto d’Europa ancora non conosceva la scrittura. Roma andò a scuola ad Atene prima di fagocitarla e farla propria. Non si diventa grandi dal nulla, prima si ruba il mestiere osservando chi lo conosce già. Se si è giovani e vigorosi forse si diventa più bravi e per l’Urbe fu così. Ma, le tradizioni militari di Sparta lo rammentano, quella terra non fu solo delicatezza e pensiero ma anche ostinazione e coraggio. Lo sperimentarono ancora i nostri soldati aggredendola nel 1940 e restando impantanati sui monti ellenici inchiodati anche dalla disperazione eroica dei soldati greci. Ci vollero i tedeschi per averne ragione e perfino le SS di Sepp Dietrich resero l’onore delle armi agli ultimi valorosi ancora trincerati nelle fortificazioni della Linea Metaxas. Un popolo colto ma inquieto come la sua storia vivace e sempre in corsa. Forse per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, forse per la sua vocazione per il bello ed il grandioso, la Grecia visse sempre il passare dei secoli cavalcandone a suo modo le vicende. Oggi, vittima d’un Europa immemore ed ingrata, il popolo greco soffre per gli errori d’una classe politica impotente di fronte all’assedio monetario imposto dall’asse francotedesco (sbilanciato forse verso Berlino) che nega ogni speranza. E mentre gli estremismi trovano fertile terreno fallisce l’ennesimo tentativo di eleggere un nuovo presidente. La domanda, spontanea, sorge anche in vista delle elezioni del 25 gennaio. Ma prima che ci ripensino i colonnelli non sarebbe più saggio ed utile ricollocare Re Costantino sul suo trono? Figura imparziale, terza, autoritaria con l’Europa e benevola, quasi paterna, con il proprio popolo? Non porterebbe maggiore equilibrio nel caos che domina i palazzi d’Atene? La Grecia è ormai un turbine di generale incertezza ed animi inquieti. L’elemento equilibratore ed armonizzatore c’è. Qualche millennio di storia e cultura l’attendono.
Alessandro Mella – UMI Torino 
DATA: 30.12.2014
   
CAMPAGNA TESSERAMENTO U.M.I. 2015

Tessera Unione Monarchica Italiana 2015

     Si è aperta la campagna tesseramento U.M.I. per l'anno 2015. Un piccolo gesto concreto per sostenere la nostra associazione e contribuire alla realizzazione delle attività monarchiche.
Socio ordinario: 30 euro annuali;
Socio sostenitore: 150 euro annuali;
DATA: 29.12.2014

PROFONDI ROSSI

     Rosso è il colore dell’impeto, del cuore, e del buon vino, della vergogna che appare in volto quando capita di non poterla nascondere. Di colore rosso sono due famosi marchi italiani: la Ferrari e il “Rosso Valentino”. Ma in “rosso” sono anche i conti degli italiani che questi beni proprio non possono permetterseli. Rosse sono le più alte cariche istituzionali attualmente operanti nei palazzi del potere, Giorgio Napolitano (pci, pds, ds, pd) al Quirinale, Pietro Grasso (pd) a Palazzo Madama e Laura Boldrini (sel) a Monte Citorio. Profondi rossi! Anche a Palazzo Chigi siede un rosso (annacquato), non legittimato dal popolo italiano, il ballista Matteo Renzi (pd).
Niente di cui vantarsi del colore dei su detti politici, è solo l’altra faccia del rosso, quella più funesta, la stessa dei nostri conti in banca. Che ci sia un nesso di conseguenzialità tra le politiche nefaste implementate dai governanti veterocomunisti e l’impoverimento degli italiani, sembra essere scontato dal momento che tutti i regimi di sinistra, nel corso della storia, hanno sempre adottato come modello di politica economica quello della ultratassazione dei redditi dei cittadini e delle imprese, attraverso politiche fiscali vessatorie nei loro confronti, con il conseguente arretramento dello sviluppo sociale ed economico. Rosso infatti è anche il colore del sangue, quello versato da centinaia di imprenditori e persone comuni che strangolati da tasse e balzelli hanno preferito lasciarsi andare e farla finita. Sono i morti di tasse, circa mille dall’inizio della crisi, un esercito dimenticato di cui i nostri governanti non provano alcuna vergogna per non aver procurato loro i necessari aiuti. Il rosso in politica porta jella, ma con alcune eccezioni. Esso, come dicevamo, è simbolo d’impeto e rivoluzione. Quella dei mille garibaldini in camicia rossa fu l’impresa eccezionale e fortunata di una rivoluzione andata a buon fine, che portò alla nascita del Regno d’Italia, riconoscendosi in Vittorio Emanuele II di Savoia Re costituzionale. Il colore rosso è anche simbolo di regalità, e della Natività del Re salvatore. Una rivoluzione pacifica, liberale e monarchica è l’auspicio per il nuovo anno, aspettando di nuovo il Re!
Roberto Carotti – Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 29.12.2014

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