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RAI 3: GIOVEDì 16 MAGGIO SPECIALE SUL RE UMBERTO II
 Rai
150, per LA STORIA SIAMO NOI, presenta: “ULTIMO RE”, un ritratto
intimo e inedito di Umberto II di Savoia, in onda giovedì 16 maggio
alle 23.05 su Rai3.
Nato per fare il Re, Umberto II incontra il suo destino per
appena un mese, quello del maggio del 1946. Poi, uscendo dalla porta
posteriore del Quirinale, parte volontariamente per il Portogallo per
un esilio che avrebbe dovuto essere transitorio e che invece diventò
definitivo. Il documentario di Carlotta Bernabei e Sergio
Leszczynski, propone una lettura intima e del tutto inedita del
personaggio di Umberto II di Savoia, una delle figure più controverse
nella storia della casa reale a cui apparteneva. In appena due anni di
luogotenenza Umberto era già riuscito a recuperare consensi
popolari e politici sia in Italia che all’estero.
Grazie a documenti inediti scovati negli archivi di Stato da La Storia
Siamo Noi, emerge con chiarezza la volontà di Mussolini di
sminuire e mortificare la sua reputazione. Nei dossier
dell’OVRA, la polizia del Duce, si parla chiaramente dell’antifascismo
del principe e si legge tra l’altro: “in una seduta segreta il
duce ha dichiarato che in nessun caso il principe di Piemonte diverrà
re per i suoi vizi e la sua vita sregolata”. Accuse che per molti
storici sarebbero state avanzate più per timore da parte di Mussolini,
di essere offuscato dall’immagine di un principe affascinante, bello e
carismatico che per eventuali comportamenti inopportuni da parte
di Umberto II. Nel corso della puntata parlano di lui storici come,
Alessandro Campi, Luciano Regolo, Aldo Mola, Gianni Oliva, Sergio
Boschiero ed altri ancora. Ma anche i suoi parenti più stretti: la
figlia Maria Gabriella e il cugino Amedeo d’Aosta. “E’ stato un uomo
educato a fare il Re e che non l’ha fatto, afferma Maria Gabriella,
sarebbe stato perfetto, onesto, integro, caritatevole, amante del
prossimo non ne ho mai conosciuti di così…”.
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| DATA: 15.05.2013 |
LA SCOMPARSA DI OTTAVIO MISSONI: L'U.M.I. SI INCHINA DI FRONTE ALLA SUA LUMINOSA FIGURA DI PATRIOTA
 Oggi,
9 maggio 2013, ci ha lasciati uno di quegli uomini che, con la propria
vita ed il proprio impegno, incarnano lo spirito italiano e ne
diventano bandiera nel mondo. Ottavio Missoni è davvero da ricordarsi
tra queste figure straordinarie. Atleta e grande stilista aveva portato
il gusto ed il senso dell’italianità ovunque con le sue creazioni
indimenticabili. Ma il suo amore per l’Italia veniva da lontano. Dalle
speranze ancora vive tra le macerie di una Zara violentemente e
ripetutamente bombardata, dalle sabbie cocenti ed infuocate di El
Alamein dove aveva combattuto con tanti altri giovani, dalla melanconia
dell’esilio di chi aveva subito il dramma dell’esodo delle popolazioni
istriano giuliano dalmate. E lui, dalmata fierissimo ed orgoglioso, di
quel dramma era sempre stato vivace testimone con tatto ed umanità
senza il minimo accenno di rancore. L’Unione Monarchica Italiana, di
cui egli fu amico, desidera manifestare il proprio cordoglio per la
morte di una vera icona di quell’Italia sana e laboriosa che malgrado
le mille difficoltà ed una storia travagliata ha sempre il desiderio di
costruire il proprio futuro!
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| DATA: 09.05.2013 |
IL CORAGGIO DEL SACRIFICIO
 Discusso,
amato, invocato, odiato, deriso e chi più ne ha più ne metta. In
quarantasei anni di regno Vittorio Emanuele III fu oggetto di ogni
genere di giudizio al punto che la “grande storia” a distanza di
decenni dalla sua scomparsa ancora non trova un equilibrio condiviso.
Certo come ogni uomo non fu perfetto e regnò con genialità
alternata a fragilità così come con momenti di grandezza ed altri
discutibili. Il 9 maggio 1946 il Re soldato, il Re di Peschiera, abdicò
in favore dell’allora Principe di Piemonte Umberto di Savoia. Molti
giudicarono come tardivo quel passo che, certamente, non fu compiuto
alla leggera. Per mesi, dopo l’armistizio inevitabile dell’8 settembre
1943, egli venne bersagliato non soltanto dall’odio degli avversari che
alimentavano la propaganda della Repubblica Sociale ma soprattutto da
quello dei molti partiti che nei governi del “Regno del Sud” già
pensavano a spartirsi l’avvenire d’Italia dopo aver liquidato la Corona
capro espiatorio di tutti i mali italici. Vittorio Emanuele si
fece carico, con coraggio e spirito di sacrificio, di tutte le
difficoltà che la guerra di liberazione comportava e dei conti che gli
venivano a torto od a ragione imputati oltre alle umiliazioni
quotidianamente inflittegli dagli Alleati. Fuggire dalle responsabilità
sarebbe stato indubbiamente semplice ma lui, accusato troppo spesso di
celebri e fantasiose fughe, lasciò il trono solo quando l’opera fu del
tutto compiuta e la guerra terminata. Per salvare il regno diede la
luogotenenza al figlio affinché potesse avviare un processo di
rinnovamento tenendo però sulle proprie spalle i pesi morali e le
responsabilità che troppo spesso gli venivano imputate. Fu coraggio
anche questo e non stupiscono quindi le parole che il Re disse ad Amedeo 
Guillet quando questi lo raggiunse a Brindisi nel 1944: Si ricordi che
noi passiamo ma l'Italia rimane e bisogna servirla sempre in ogni modo,
perchè la cosa più grande che possa avere un uomo è la propria patria!
Stanco e ferito nell’animo visse i suoi ultimi giorni nell’esilio,
divenuto poi perenne, ad Alessandria d’Egitto dove ebbe a scrivere nel
1947: Viva l’Italia ora più che mai! Se non fu una prova di grandezza
storica lo fu certo d’umiltà, la stessa che alimentò i suoi giorni
egiziani fino alla scomparsa con la mano stretta a quella
dell’amatissima Regina Elena. Vorremmo vedere nell’Italia di oggi
uomini con lo stesso amore, con lo stesso cuore e con lo stesso
coraggio di accettare ogni genere di umiliazione pur di servire fino
all’ultimo la propria terra. Mi dispiace ma, non so voi, io non ho
l’impressione di vederne di questi tempi. D’altra parte i buoni esempi
in questo Paese dalla memoria corta si preferisce lasciarli in esilio
anche da scomparsi e questo, tristemente, è davvero tutto dire.
Ricordare le grandi riforme democratiche dei primi anni del novecento
“sulla strada che la giustizia sociale consiglia [...] in sollievo
delle classi lavoratrici” come sostenne nel 1902, l’impegno diretto
nella grande guerra, la continua opposizione ai progetti deliranti del
regime di cui fu considerato l’unico responsabile per smacchiare molte
coscienze, la protezione di tanti ebrei e perseguitati (consapevole di
non aver potuto opporre, per evidenti ragioni storiche, sufficiente
resistenza ai provvedimenti che ne colpirono la libertà e la dignità) e
via discorrendo pare inopportuno per molti. Niente da dire se non che i
giganti della storia fanno evidentemente paura anche da defunti.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
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| DATA: 09.05.2013 |
VIVA IL RE! SPECIALE TELEVISIVO SUL CONGRESSO NAZIONALE U.M.I
Lunedì 7 maggio 2013, sull’emittente televisiva MTv,
nell’ambito del programma televisivo “Il Testimone” è andato in onda
uno speciale dedicato al XII Congresso nazionale U.M.I., svoltosi a
Roma nel novembre 2012. Il servizio ha voluto documentare, con l’ottica
curiosa e provocatoria del conduttore Pif, alcuni aspetti dell’evento
monarchico. Una testimonianza - non certo schierata dalla nostra parte
- del nostro Congresso.
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| DATA: 07.05.2013 |
 La
“Festa della Magione” che, ogni anno, si celebra la seconda domenica di
maggio in onore della Madonna dei Templari, a grato ricordo della
fondazione della Milizia del Tempio e dell’inizio del recupero del
complesso monumentale della castello della Magione, arriva quest’anno
alla trentacinquesima edizione ed inizierà sabato 11 maggio con una
serie di iniziative religiose, culturali, ludiche e gastronomiche.
Intanto è utile notare che i due scopi per i quali la “festa” era
iniziata hanno dato buoni frutti: la Milizia del Tempio è oggi
conosciuta e diffusa in molte nazioni europee ed americane ed ha
ottenuto prima il riconoscimento civile e poi quello della Chiesa; ed
il Castello della Magione, sede magistrale dell’associazione templare,
è quasi del tutto recuperato ed ha avuto il privilegio di essere
inserito tra le “mille meraviglie d’Italia”.
In questi anni la Magione – ormai universalmente conosciuta – ha
ricevuto molte visite da mezzo mondo: pellegrini, turisti e semplici
curiosi ma anche personalità della cultura, delle istituzioni, della
Chiesa; recentemente il Principe Amedeo di Savoia, pretendente al trono
d’Italia, che era già stato ospite al Castello, ha voluto celebrare le
nozze d’argento con donna Silvia Paternò proprio nella Chiesa della
Magione. Sabato 11, dunque, inizierà la trentacinquesima “Festa della
Magione” con il canto del Vespro alle 18,30. Domenica 12 verranno
celebrate tre Sante Messe, tutte in rito tridentino: alle 9,30, alle
10,30 (cantata), alle 18,30. Alle ore 17 sarà eseguito un concerto di
flauto e pianoforte in onore del grande flautista Severino Gazzelloni
che il 25 settembre 1987, in occasione dell’autunno musicale di
Poggibonsi, aveva tenuto uno straordinario concerto nella chiesa di San
Lorenzo, trattenendosi poi a cena alla Magione: in quella occasione
aveva accettato di diventare socio onorario della Milizia del Tempio;
il Prof. Gian-Luca Petrucci al flauto e la Professoressa Paola Pisa al
pianoforte eseguiranno brani da: Bach, Vivaldi, Mozart, Gluck, von
Paradis, Molique, Saint Saëns, Tchaikovsky, Rachmaninov, Mulè,
Villa-Lobos e Bernstein. Dalle ore 17, infine, inizierà la tradizionale
“sagra” con le offerte gastronomiche, la fiera delle occasioni, la
visita guidata al Castello. Ai fedeli cattolici che visiteranno la
Chiesa della Magione nei giorni 12 e 17 Maggio il Sommo Pontefice
concede il dono dell’Indulgenza Plenaria.
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| DATA: 07.05.2013 |
ANDREOTTI VOTO’ MONARCHIA IL 2 GIUGNO 1946
 L’Unione
Monarchica Italiana U.M.I., la più antica e numerosa associazione
monarchica, ricorda la figura dell’On. Giulio Andreotti quale uomo
dello Stato.
A partire dal 1946 Andreotti mantenne rapporti con il Re Umberto II e
dichiarò di aver votato Monarchia al referendum istituzionale del 2
giugno.
Roma, 6 maggio 2013
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| DATA: 06.05.2013 |
 L’urlo
quale espressione dei disagi e delle angosce dell’animo come lo intende
Munch in quel viso deformato dal male dello spirito, dalla necessità di
liberarsi dalle oppressioni per una boccata di fiato come chi annega e
prepotente cerca di riemergere per quel respiro che forse gli darà la
forza di salvarsi, di evitare l’abisso. L’urlo espressione della rabbia
interiore non comunica, contagia, confonde, spaventa, nasconde la
parola, l’idea, il chiaro e supremo comando, come fu il” fiat lux”,
creatore dell’universo. L’urlo espressione del disordine cosmico,
l’urlo che non si fa capire, che toglie attenzione a chi ascolta,
travolgendolo come una piena che trascina con se la vita e la morte.
L’urlo che opprime la bellezza, che non permette di percepire il
giusto, il magnifico, il divino che non si manifesta nel clamore, ma
nel sussurro. Tuttavia l’urlo è quanto di più caratterizza la
comunicazione di un movimento politico che ha catturato l’attenzione di
un terzo mal contato di italiani. Li ha travolti come una piena, nel
clamore di ovvietà gridate a sembrare linfa nuova, nel sudore di un
volto vecchio e affaticato, come di un profeta che la conoscenza di
cio’ che non si può rivelare ha costretto ai margini della società.
Così il fuoco si autoalimenta, si rafforza, raccoglie tutte le energie,
come l’attore sul finale, quando la battuta è accelerata, il tono si fa
più chiaro e più alto, si cerca l’attenzione di tutti, e quando il
teatro è carico ecco l’affondo; la frase finale che spezza il ritmo e
raccoglie l’applauso pieno.
Ma in quelle piazze, sul quel palco di sagra paesana l’attore si è
dimenato troppo, ha raggiunto l’applauso pieno, poi ha di nuovo
ingolosito il pubblico, ha stupito gente frastornata dalla sua
veemenza, ha trasformato la satira in rivoluzione, con l’arte di chi
nell’urlo sovrasta qualsiasi altro suono, qualsiasi parola cerchi di
fermare la piena. Non si è capito cosa dicesse, o meglio non si è
trovato il messaggio illuminante, ma tanto è bastato perché tutti si
sentissero dentro quel personaggio, mito delle proprie passioni,
delusioni, paure.
Ma dopo l’applauso si sono spente le luci, la maschera si è ritirata
nel buio delle quinte. Il pubblico acclama, invita a continuare, ad
uscire, a fare. Non si può, la musica è finita, ed è di quelle che non
si ripetono perché non fece breccia l’armonia del pezzo, ma l’impeto e
la sorpresa. Fine della trasmissione. Come può un popolo, se non
travolto dalla piena di grida assordanti, farsi attrarre da un
movimento che non comunica, grida al cambiamento con i contenuti
strambi del web padrone e del nuovo ordine mondiale. Raccoglie la
voglia di ribellarsi al sistema ma non dice come (ci informa solo che
dal 2051 non ci saranno più le religioni); promuove il governo del
popolo ma nessuno può contraddire l’illuminato leader; gli si propone
di far parte di coalizioni di Governo ma dice che sa suonare solo da
solista, come quei musicisti scarsi che non sanno stare in orchestra.
Come diceva un vecchio poeta: … non c’è più posto per chi sa far da
solo, i fiati hanno già fatto il loro gioco, anche il sassofono va via
in gola e lascia fare; chi non sa stare a tempo prego, andare.
Fabio Fazzari, Vicepresidente nazionale U.M.I.
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| DATA: 03.05.2013 |
LA MONARCHIA E I PAESI BASSI
 Spett.le
Redazione, ancora una volta l'istituzione della Corona , la tanto
criticata Monarchia, batte l'istituzione repubblicana sotto ogni punto
di vista ! E non lo si dice per anacronistico attaccamento alla storia
passata, ma per i fatti concreti ben visibili dai reportage dei
cronisti per l'evento di questi giorni ad Amsterdam. La notissima città
simile alla nostra Venezia per i canali e giochi d'acqua, meglio nota
per divertimenti e Personaggi illustri come Anna Franck ed il pittore
Van Gogh, ha ospitato una cerimonia unica per questi tempi, dopo 123
anni l'ascesa al Trono del Principe ereditario , che interrompe una
lunga tradizione di Regine amatissime in quella piccola Nazione dei
"mulini a vento ". L'Olanda si prepara ad accogliere un Sovrano
quarantenne , accompagnato da una Regina di origine argentina come il
nostro attuale Pontefice, e la presenza di tre piccole Principessine,
che assicurano la continuità del Regno. Non siamo romantici o sognatori
a tutti i costi, ragioniamo con i paragoni della nostra povera Italia,
costretta alla rielezione di un quasi novantenne come Presidente al
Quirinale, prima volta che si compie un secondo mandato alla stessa
persona, nell'impossibilità di trovare uno degno di tale incarico, al
di sopra delle parti politiche e cosciente di operare per il bene
comune, senza essere favorevole a larghe intese, inciuci o peggiori
complotti !
Ribalta prepotente all'attenzione della gente comune, la fortuna dei
Popoli europei retti da una Monarchia, dove il "mestiere " si insegna
fin da piccoli, con istitutori e programmi ben realizzati , al fine di
ottenere un dignitoso rappresentante della Nazione simbolo di tutti !
Inoltre, in caso di necessità improvvisa o malattia grave, si fa presto
ad abdicare e passare il Trono al discendente prescelto, per evitare
traumi o gravi problemi, proprio in momenti di crisi economica
internazionale. Mi han fatto pena i commenti dei cronisti
italiani ,che subito devono sottolineare il costo dell'evento in
milioni di euro, ma nessuno di loro si permette di ricordare quanto
costa il mantenimento del Quirinale per sette anni affidato ad un
perfetto sconosciuto !
Gli Olandesi hanno festeggiato? evviva Iddio che se lo possono
permettere, feste ultra popolari, nelle vie , nelle piazze, allegria e
brindisi, senza violenze e danni ; da noi le uniche feste che
coinvolgono l'intera Penisola sono solo in occasione dei Mondiali di
calcio con sfilate di Tricolori e colpi di clacson! Rendiamoci conto di
come ci fanno vivere male, con problemi gravi, stati depressivi e
violenza serpeggiante, ultimo caso eclatante davanti a Palazzo Chigi ,
e chi ci rimette? sempre l'onesto Carabiniere o il Poliziotto di turno
per uno stipendio da fame!
Noi Monarchici abbiamo ancora una speranza nel cuore che ci rende
felici e grati nel festeggiare l'Olanda con sentimenti puri di
riconoscenza verso quella grande Regina Beatrice, colpita negli affetti
più cari! Chi vive sognando la "repubblica democratica fondata sul
lavoro" può vedere i risultati che ha portato finora dopo 67 anni dal
contestato referendum istituzionale !
Cordialmente.
Carmine Passalacqua, Unione Monarchica Italiana Alessandria
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| DATA: 03.05.2013 |
ROMA: RICORDATO IL MINISTRO DELLA REAL CASA FALCONE LUCIFERO
 Roma,
2 maggio 2013 - Come è ormai consuetudine nell’anniversario della
scomparsa (avvenuta il 2 maggio di sedici anni fa) del Ministro della
Real Casa Falcone Lucifero, su iniziativa del nipote prediletto
Marchese Alfredo Lucifero, si è celebrata nella Basilica di Santa Maria
del Popolo in Roma una Santa Messa di suffragio. Molti i monarchici che
si sono stretti attorno al nipote e agli altri parenti presenti, tra
cui ricordiamo il Presidente onorario U.M.I. Sergio Boschiero, la
vedova del fondatore di FERT Mario Pucci, Sig.ra Franca, il Presidente
del Circolo REX Avv. Benito Panariti, la Contessa Erina Russo de Caro,
il Barone Catalano Farina e l’editore Andrea Borella.
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| DATA: 03.05.2013 |
SARANNO PRESTO BEATE LA REGINA MARIA CRISTINA DI SAVOIA E MARIA BOLOGNESI
 Il
Papa ha ricevuto ieri pomeriggio il cardinale Angelo Amato, prefetto
della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a
promulgare i Decreti riguardanti due prossime Beate: la Venerabile
Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, Regina delle due Sicilie; nata
il 14 novembre 1812 a Cagliari (Italia) e morta il 31 gennaio 1836 a
Napoli (Italia), e la Venerabile Serva di Dio Maria Bolognesi, Laica;
nata 21 ottobre 1924 a Bosaro (Italia) e morta il 30 giugno 1980 a
Rovigo (Italia).
Altri due Decreti riguardano le virtù eroiche del Servo di Dio
Gioacchino Rosselló i Ferrà, Sacerdote, Fondatore della Congregazione
dei Sacri Cuori di Gesù e Maria; nato il 28 giugno 1833 a Palma de
Mallorca (Spagna) ed ivi morto il 20 dicembre 1909, e della Serva di
Dio Maria Teresa di San Giuseppe (al secolo: Giovanna Kierocińska),
Fondatrice della Congregazione delle Suore Carmelitane del Bambino
Gesù; nata il 14 giugno 1885 a Wieluń (Polonia) e morta il 12 luglio
1946 a Sosnowiec (Polonia).
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| DATA: 03.05.2013 |
OLANDA: IL POPOLO IN FESTA ACCOGLIE IL NUOVO RE
Le immagini che in  questo momenti ci stanno giungendo dai Paesi Bassi
ci rincuorano e, per l’ennesima volta, ci dimostrano quanto la
Monarchia sia popolare. Il nuovo Re d’Olanda, Guglielmo Alessandro, ha
preso il posto dell’abdicataria Regina Beatrice, personaggio
popolarissimo e quasi venerato dal proprio popolo. Vedere Piazza Dam,
sotto al Palazzo Reale, pullulare di migliaia di olandesi vestiti del
colore nazionale (l’arancione, omaggio alla Dinastia degli
Orange-Nassau), è la conferma della freschezza e della modernità
dell’Istituzione Monarchica. Pare quasi scontato fare il paragone con
il “nostro” Giorgio Napolitano, qualche giorno fa, per il suo secondo
giuramento si è recato a Palazzo Montecitorio dal Quirinale,
attraversando una Roma semi deserta, con barricate che contenevano solo
le Forze dell’Ordine. La scusante può essere che allora vi era una
giornata bigia. Noi però guardiamo al caldo sole d’Olanda e facciamo i
migliori auguri al nuovo Sovrano.
Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
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| DATA: 30.04.2013 |
 Nel
1948 la neonata repubblica italiana, da poco sorta in molto discusse
circostanze e consapevole del fatto che la nazione era spaccata in due,
dovette difendersi dalla propria fragilità e tutelare il proprio
interesse blindandosi attraverso un intoccabile artifizio. Con
l'articolo 139 della carta costituzionale si sancì l'intoccabilità del
sistema repubblicano. Fu il primo passo con cui il nuovo corso decretò
chiaramente come la volontà popolare contasse molto meno di quanto
fosse propagandato dalla stampa e dai politicanti. I privilegi erano
garantiti nel tempo attraverso un bavaglio dal nodo inscioglibile. Metà
Italia era in quel momento monarchica e calandosi nei panni dei fautori
di tale trucco si potrebbe perfino comprenderne l'azione. Ma oggi?
Quanti avrebbero il coraggio, nel quadro delle sospirate e mai
realizzate riforme costituzionali, di revocare il famigerato articolo
139? I politicanti sostengono che lo "spirito repubblicano" è ormai
radicato nel cuore degli italiani (quali?). Cosa temere allora? Non si
fugge forse che dai pericoli concreti? Se il bavaglio resta e non si
trova il coraggio di strapparlo allora forse forse la repubblica
qualche dubbio sullo spirito repubblicano degli italiani lo nutre!
Viene da pensarlo visto che il celeberrimo sondaggio di SKY rivelò un
30% di italiani favorevoli al ritorno ad una monarchia costituzionale e
parlamentare. Evidentemente nei palazzotti romani quei numeri non sono
sfuggiti! Certo che se agli italiani si seguiterà a vietare la libertà
di decidere se subire ancora le scelte di generazioni ormai passate
allora le trombe della libertà e della democrazia sarà saggio riporle
silenziose in un cassetto sperando in tempi migliori. Ora le loro note
parrebbero decisamente stonate!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
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| DATA: 29.04.2013 |
L’U.M.I. ESPRIME LA PROPRIA GRATITUDINE ALL’ARMA DEI CARABINIERI
 L’Unione Monarchica Italiana, visti i drammatici
fatti di oggi che hanno portato al ferimento di due Carabinieri davanti
a Palazzo Montecitorio, ribadisce la propria vicinanza e solidarietà
all’Arma. La nostra gratitudine non viene espressa solo in occasione di
fatti eclatanti, ma per il lavoro quotidiano che i militari svolgono
con abnegazione e altissimo senso patriottico, che li porta a rischiare
la vita spesso pagando un alto prezzo.
Fondata nel 1814 per volontà del Re di Sardegna Vittorio Emanuele I di
Savoia, l’Arma nell’Italia di oggi rappresenta la migliore espressione
dello Stato e, assieme alle altre forze di polizia, è motivo di
orgoglio per tutti noi.
Un commosso e grato pensiero a tutti i militari che ci offrono motivo
di tenere vivo l’ormai troppo vituperato orgoglio nazionale.
Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
Roma, 28 aprile 2013
(Nella foto il ritratto del Carabiniere a Cavallo Giovanni Battista Scapaccino che nel 1834 a Chambéry
sacrificò la propria vita pur di non assecondare dei fuoriusciti
mazziniani che gli volevano imporre di gridare "viva la repubblica!".
Fu la prima Medaglia d'Oro al Valore Militare)
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| DATA: 28.04.2013 |
LA CONSULTA CONFIDA CHE IL GOVERNO CHIUDA DECENNI DI GUERRA (IN)CIVILE

Lo Stellone ha risparmiato all’Italia presidenti di repubblica
espressione di fazioni e ha guidato alla nascita di un Esecutivo
comprendente le forze determinate a farsi carico della Ricostruzione,
urgente, dell’economia e della società civile.
Memore del magistero dei sovrani di Casa Savoia, la Consulta dei
Senatori del Regno constata che il nuovo governo può chiudere decenni
di guerra (in)civile basata sull’uso strumentale di ideologie per la
criminalizzazione degli avversari politici e della “memoria”.
La Consulta auspica che il nuovo governo affretti la
riconciliazione nazionale e apra una nuova età nel segno della
continuità della Storia d’Italia dalla sua fondazione: Risorgimento e
Unità nella Comunità internazionale.
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
Roma, 28 aprile 2013
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| DATA: 28.04.2013 |
“MAURI”: I MILITARI PARTIGIANI CON LA LIBERTA’ E PER LA LIBERTA’
Editoriale di Aldo
A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28/04/2013

L’8 maggio 1945, dieci giorni dopo l’insurrezione
finale, alla prefettura di Cuneo accadde l’incredibile. Il
comandante provinciale, Enrico Martini “Mauri”, nominato due giorni
prima dal Comitato militare regionale piemontese d’intesa con il
comando italo-alleato, fu costretto a lasciare la carica e la
città su imposizione tesa di Ettore Rosa, esponente del partito
d’azione, e del comunista Gustavo Comollo, esponente dei
“Garibaldini”. Fu un momento drammatico. Denunciato come persona non
gradita, poiché qualcuno minacciò di usare le armi, Mauri
cedette.
Nel corso della guerra anche in Piemonte le formazioni
partigiane registrarono numerosi attriti, per motivi disparati: la
disputa sui confini delle rispettive “giurisdizioni”, la priorità
nell’ottenere aiuti aviolanciati dagli anglo-americani (armi, danaro,
tabacco, alimenti di qualità, …) e l’invio di missioni alleate.
Partigiani dell’uno o dell’altro colore talvolta vennero fermati da
uomini di altre formazioni, disarmati e trattenuti per accertamenti. La
guerriglia aveva regole ferree, dettate dal sempre incombente timore di
infiltrazioni di spie e di avventurieri. Non mancarono casi estremi: la
eliminazione di “sospetti”, senza che ne fosse stata accertata sino in
fondo la presunta colpevolezza o, secondo alcuni, proprio per marcare a
fuoco la superiorità politico-ideologica e di forza militare. Reagire
direttamente avrebbe significato scatenare un conflitto strisciante, a
tutto vantaggio della Repubblica sociale italiana e, ancor più, dei
tedeschi.
Da fine novembre 1944, quando compresero di avere mano libera
nell’Italia settentrionale almeno sino alla primavera avanzata del
1945, i germanici non esitarono a separare la propria dalla sorte dei
“repubblichini” accettando che ampie zone militarmente non
strategiche delle regioni occupate di fatto fossero sotto controllo dei
partigiani: una sorta di tregua non dichiarata, che conveniva a
molti in vista della resa generale e della definizione della pace
europea postbellica. (Non fu il caso della “repubblica di Alba”,
l’impresa più nota di Mauri). Ai tedeschi importava tenere libere le
maggiori comunicazioni dalla pianura al crinale alpino e i passi
tra Liguria e Piemonte, in vista delle prevedibile evacuazione
dell’Italia settentrionale (ne scrive Claudia Nasini nel bel
saggio Una guerra di spie, Ed. Tangram). Da marzo i germanici
trattarono segretamente la resa all’insaputa di Mussolini e del governo
“di Salò”, nel quadro dei rapporti di forza via via aggiornati sotto
l’avanzata dell’Armata Rossa staliniana, che imponeva il continuo
“ricalcolo” del conto nel quale tenere la guerra partigiana in Italia.
Così tra aprile e maggio si arrivò alla riorganizzazione della
vita pubblica nelle regioni liberate in pochi giorni dopo venti mesi di
occupazione e di guerra civile sempre più atroce e devastante (anche
per i pesanti bombardamenti anglo-americani). Le partite aperte erano
molte e tutte complesse, anche per le pretese esorbitanti della Francia
di De Gaulle (agognava l’annessione della Valle d’Aosta),
il governo locale in funzione del peso dei partiti direttamente o
indirettamente espressi nei CLN, l’avvio di una rappresentanza unitaria
(la futura Consulta Nazionale) e, infine, la continuità o il cambio
monarchia/repubblica. In contesto le Formazioni partigiane
“Autonome” svolsero un ruolo centrale. Erano molto diversificate al
loro interno: cattolici, liberali, monarchici, repubblicani,
persino pacifisti che combattevano eroicamente quella che ai loro occhi
doveva essere l’ultima guerra, federalisti europei e
soprattutto militari miranti alla restaurazione dello Stato
risorgimentale: uno, libero, indipendente. Il loro carattere
distintivo prevalente furono comunque il rifiuto delle ideologie
totalitarie, cioè l’anticomunismo, e la lealtà nei confronti del
governo legittimo, quello del Re, riconosciuto dagli anglo-americani e
dall’URSS.
Enrico Martini, “Mauri”, fu tra gli esponenti più rappresentativi
degli “Autonomi”. Nato a Mondovì, nel 1911, allievo modello
all’Accademia di Modena, campagne in Africa Orientale (1936-1937) e in
Africa Settentrionale , rientrato in Italia per malattia, ufficiale di
Stato Maggiore a Roma, nel settembre 1943 partecipò alla
inesorabilmente sfortunata difesa della capitale, raggiunse il Cuneese
e allestì i primi nuclei di resistenza militare d’intesa con il
generale Giuseppe Perotti, capo del Comando militare. Malgrado pesanti
rastrellamenti, affiancato da un combattente d’acciaio come Mario
Bogliolo e da un consigliere politico come Edgardo Sogno, ogni volte
riprese il cammino, come narrò in Con la libertà e per la libertà
(1947), ripubblicato col titolo Partigiani penne nere proprio nel 1968,
quando una interpretazione distorta della “resistenza” alimentò la
guerriglia ideologica dalle funeste e non ancora del tutto
esaurite conseguenze.
Ai primi dell’agosto 1944, poco prima dello sbarco
franco-americano in Provenza tra gli Autonomi di Mauri e le formazioni
Giustizia e Libertà venne siglato il patto alla Certosa di Pesio: lotta
unitaria per la liberazione, ma contro ogni forma di
totalitarismo e di dittatura. Il PCI reagì duramente. Nei mesi
seguenti i rapporti tra Autonomi e garibaldini peggiorarono.
Mauri fu messo sotto inchiesta per la fucilazione di alcuni
“rossi”, mentre il suo tenente François venne assassinato dai comunisti
“per futile rappresaglia personale”. Mauri ospitò importanti Missioni
alleate, ai cui occhi costituiva una garanzia per il futuro del Paese.
In nome di una primogenitura il cui seguito elettorale era tutto
da verificare (e si rivelò disastroso) e nel solito timore
di essere scavalcati a sinistra, il 6-8 maggio 1945 i vertici di
Giustizia e Libertà optarono dunque per il patto di ferro con i
garibaldini contro Mauri, costretto a uscire di scena, e contro i
liberali, benché prefetto di Cuneo fosse nominato Guido Verzone. Fu un
errore strategico, che aprì la lunga stagione del gramsciazionismo
fondato sull’avversione contro lo Stato e alle Forze Armate, liquidate
come strumento della conservazione, della reazione borghese , la
FODRIA (Forze oscure della reazione in agguato). Dal canto
suo Mauri ammonì: “Abbiamo assistito a una rapida
radicalizzazione della lotta di parte, le cui conseguenze ancor oggi
scontiamo nel progressivo decadimento della dialettica
democratica a livello di pura lotta per il potere”. Non per
quell’Italia erano caduti Ignazio Vian, i tanti sacerdoti massacrati,
non per quell’Italia 800 mila militari internati in Germania (ora
rievocati dal gen. Franco Cravarezza) rifiutarono di
rinnegare il giuramento di fedeltà prestato al re, capo delle
Forze Arnate. “Mauri” e le Autonome (come anche le formazioni
socialiste “Matteotti”) vanno dunque riscoperti per restituire pienezza
e verità alla memoria della guerra di liberazione e l’attualità del suo
retaggio più vero.
Aldo A.
Mola
(*) Il 29-30 aprile si svolge a Roma ( (Società Geografica, via
delal Navuicella 12) il convegno sul Cotributo dell’Esercito alla
Guerra di Liberazione con interventi del capo dell’Ufficio Stoorico
SME, Antonino Zarcone, e di studiosi quali Mariano Gabriele, Andrea
Ungari, Federica Saini Fasanotti, Elena Dundovich, Marco Severini,
Antonello Biagini e il nostro editorialista, Aldo A. Mola autore
di “Giellisti” (ed. Cassa Risparmio di Cuneo).
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| DATA: 28.04.2013 |
DATE E SIMBOLI DI UNA REPUBBLICA AL CREPUSCOLO
 Lo
sappiamo bene: la repubblica ha i suoi riti e i suoi simboli da
celebrare e oggi, 25 aprile, si ricorda uno di essi ovvero la
liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista.
Furono soprattutto gli americani a liberarci, al contrario di quello
che ci vuol propinare una certa storiografia faziosa. Una liberazione
che creò un capro espiatorio nella figura del terzo Re d’Italia
Vittorio Emanuele III che, spostandosi da Roma a Brindisi il 9
settembre del ‘43 e ricostituendo lo Stato legittimo, scontò con
l’esilio perpetuo (anche da morto) l’aver voluto salvare l’Italia dalla
furia cieca del nazi-fascismo. Anche l’ex presidente della repubblica
Carlo Azeglio Ciampi disse in un’intervista che il Re, spostandosi a
Brindisi, diede continuità allo Stato legittimo, sfatando i vecchi
luoghi comuni della grande fuga. Una data quella di domani divenuta
nell’immaginario collettivo festa della repubblica anche se ancora
nell’aprile del 1945 eravamo in era monarchica; ma che importa? Del
resto non eravamo in repubblica neanche dopo il Referendum del 1946
quando il primo ministro De Gasperi assunse su di sé i poteri di Capo
dello Stato di una repubblica non ancora proclamata. La storia poi fece
il suo corso, le proteste non ebbero il seguito sperato, fu una
vittoria politica di De Gasperi e Togliatti quella del ‘46. Il 25
aprile insieme alla festa della repubblica del 2 giugno sono ormai
considerate le due date che racchiudono la repubblica stessa dove essa
si autocelebra. Una repubblica che rimane aggrappata al passato perché
non riesce a costruire il suo presente. Lo vediamo oggi con l’elezione
per la seconda volta di Giorgio Napolitano alla massima carica dello
Stato repubblicano, non era mai accaduto che un Presidente della
repubblica venisse eletto per la seconda volta, e questo si badi bene
non si è verificato perché egli si fosse unto di particolari meriti
nello scorso settennato ma è accaduto perché le forze politiche non
sono riuscite ad indicare un altro candidato alla presidenza! Brutto
segno questo, siamo alla fine dell’era repubblicana? Comunque oggi
fanno finta che nulla sia successo… aggrappati come sempre a un torbido
passato!
Roberto Carotti - Consigliere Nazionale U.M.I.
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| DATA: 25.04.2013 |
LA SCOMPARSA DELL’ON. BUONTEMPO
 Oggi
24 Aprile è venuto a mancare l’on. Teodoro Buontempo esponente storico
della destra italiana. Abruzzese di nascita, munito di quello spirito
forte ed indomabile tipico di quella splendida terra, Buontempo era
giunto a Roma molti anni fa iniziando un attività politica sempre
attenta agli emarginati, ai più poveri, ai più soli od ai più deboli
guadagnandosi spesso la simpatia di quel mondo lontano dall’attenzione
dei palazzi. Grintoso, spesso al limite del politically correct, fu
sempre in prima linea nelle piazze e nelle strade tra la gente. Ebbe
grande rispetto per i valori dell’UMI con cui mantenne rapporti di
grande stima e cordialità difendendone il diritto ad esprimersi in
libertà. L’Unione Monarchica Italiana desidera ricordarne con profondo
rispetto la figura ormai scolpita nella storia nazionale e consegnata
alla memoria di chi ne incrociò il cammino e ne conserva l’esempio nel
cuore.
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| DATA: 24.04.2013 |
LA CRISI NON E’ AFFATTO RISOLTA, E’ SPAVENTOSA, MA NE ABBIAMO VEDUTE DI PEGGIO
di Aldo A. Mola

La crisi è gravissima perché tanti si ostinano a non capirlo e
mettono il bastone tra le ruote. Siamo in fase pre-agonica, ma non
ancora alla fine. Basta capirci. L’Italia odierna sta all’Europa
attuale come il ducato di Parma stava all’Italia nei secoli precedenti
l’Unità nazionale del 1861. L’Italia di oggi è come quel Ducato di
Parma: priva di vera sovranità, “a noleggio”. Malgrado
tutto Parma era e rimase la capitale del bel canto (Giuseppe
Verdi) e della gastronomia. Anche oggi in Italia molti ancora
cantano e mangiano e sperano che ci pensi il Salvatore. Adesso ve ne è
uno…, ma per quanto tempo? E che cosa potrà fare? Diciamo che
staremmo molto peggio se presidenti della repubblica fossero stati
eletti Romano Prodi o Stefano Rodotà, due visionari straricchi:
uno vedeva i segreti del sequestro Moro sul fondo della tazzina di
caffè; l’altro non esce dalle utopie libresche.
Come fosse il Gioco dell’Oca siamo tornati alla
casella di partenza. Il rieletto Napolitano ha in mano tre armi
formidabili: imporre un governo di unità nazionale, chi ci sta ci sta e
chi sta fuori ne renderà conto non ai manuali di storia ma alla piazza
(non i grillini e la sinistra salottiera ma i moderati, i
risparmiatori, i piccoli proprietari, quelli che sono stufi di pagare
il magna magna altrui e l’inconcludenza di cui sono complici anche
quanti dicono “no questo, no quello, no tutto”); oppure scioglie le
Camere; oppure (perché no?) si dimette entro due settimane per dare
l’ultimo esempio (sarebbe il suo primo vero “messaggio alle Camere”,
come fece Cossiga), si batte il petto e ammette quello che è
sotto gli occhi di tutti: questa costituzione rigida
è ormai lontana anni luce dalla realtà contemporanea. E’ inadeguata.
Anche il baccalà è rigido, ma col tempo puzza.
Dunque, nulla di grave, a patto che entro tre giorni Napolitano
vari il governo. Ne fece uno di soppiatto nel novembre 2011 quando
nessuno immaginava che in quattro e quattr’otto avrebbe nominato
senatore a vita Mario Monti e varato il governo che ha fatto
tanti disastri. Ci starà ben pensando in queste ore.
Certo l’odierna è un’Italia degli equivoci: con il presidente
Monti non ancora sfiduciato, il piddino Bersani presidente
incaricato provvisorio ma dimissionario piangente dalla segreteria del
suo parito, una Bindi dimissionaria urlante che vuole impedire il
governo che non le piace, insomma un sistema che sancisce il fallimento
della repubblica e la rovina dei cittadini.
Se davvero ci crede, Napolitano deve battere il pugno sulla scrivania. Imporre. Come fosse il re.
Buon sangue non menta.
Aldo A. Mola
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| DATA: 23.04.2013 |
ITALIA, NAVE SENZA NOCCHIERE IN GRAN TEMPESTA

Non resta che affidarsi alle parole del mai dimenticato “padre Dante”
la cui sepoltura non ha raggiunto Bolzano da Ravenna per il solo motivo
che il nostro sommo poeta fu a suo tempo cremato. Temo altrimenti che i
suoi resti mortali avrebbero rotolato oltre il Brennero per un secondo
e dignitoso esilio. In questi giorni si è infatti visto di tutto!
Accordi di ogni genere per lo più destinati al fallimento, tradimenti
nelle aule parlamentari, indegni salti di ogni tipo nelle urne segrete,
machiavellismi degni della fantasia di Tomasi di Lampedusa, situazioni
che sarebbero al limite del grottesco se non fossero disgraziatamente
drammatiche in un paese morente. Episodi che fanno sembrare il
trasformismo storico dei vari Depretis una bazzecola della storia.
Partiti di massa che si sfaldano come neve al sole rivelando fragilità
tipiche di fredde inumane fusioni, nonché giochi ed accordi di palazzo
che fanno rabbrividire chi ogni giorno si uccide per la disperazione
non ultimo l’imprenditore che, galantuomo raro, è giunto alla
determinazione di togliersi la vita piuttosto che sancire il
licenziamento dei suoi dipendenti. Quale regalo da queste giornate
tragicamente comiche? Una riconferma che fa discutere e procura rabbia
nelle masse poiché intrisa dell’odore fastidioso dellinteresse della
casta. Mille discussioni per tornare infine alla prima repubblica. Non
se ne sentiva il bisogno alla vigilia della terza che, francamente, ci
stava già stretta non meno delle due non brillanti precedenti. Chi
grida, chi minaccia, chi invoca il grido delle piazze e chi si accomoda
ad “operazione Quirinale” compiuta. Ma qualcuno che invece brilli di
vitalità per affrontare i problemi della popolazione e del paese ormai
al collasso? E’ vero, che ingenuo, qui non siamo in Belgio, in
Inghilterra, in Spagna, in Svezia e così via. Il padre della patria, il
nocchiere, il garante dell’unità nazionale e della libertà non ci pare
proprio, malgrado tutto, di scorgerlo in cima ai romani colli.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
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| DATA: 23.04.2013 |
LUIGI CARLO FARINI, UN MEDICO SEVERO PER LA TERZA ITALIA
Editoriale di Aldo
A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21/04/2013

“Fare l’Italia degli italiani”, non di un partito, di
sedicenti illuminati, di manipolatori di siti web e di televoti…
L’Italia ha urgenza di cure adeguate alla gravità dei suoi mali. Buon
dottore non è quello che seconda il paziente. Vale il motto antico:
“medico pietoso, ferita cancrenosa…”. Centocinquant’anni fa
l’Italia ebbe presidente del Consiglio il clinico romagnolo Luigi Carlo
Farini (Russi, Ravenna, 22 ottobre 1812- Quarto di Genova, 1 agosto
1866). Laureato in medicina all’Università di Bologna a ventun anni,
Farini si formò nel clima della feroce regime antiliberale del
cardinal-legato Agostino Rivarola. Nel 1834 suo zio, Domenico Antonio,
fu assassinato dai sanfedisti. Il malgoverno clericale
entrava nella vita quotidiana dei sudditi. Degradava la religione a
strumento di controllo politico e della vita privata. Già noto per
studi delle cause sociali ed economiche della pellagra, il “mal della
rosa” che imperversava sommando malnutrizione e carenza di igiene,
Farini mirò a migliorare la risicoltura conciliando produzione
alimentare e sanità. Avversario delle sette e dei metodi fanatici di
Giuseppe Mazzini, rifugiato in Toscana grazie a Don Giovanni Verità,
poi a Parigi, ove conobbe Arago e altri insigni clinici, Farini ebbe
poi in cura Gerolamo Napoleone Bonaparte, figlio dell’ex re di
Westfalia, Gerolamo, che lo introdusse nella cerchia dei liberali,
ispirati da Carlo Gerolamo, “Plon-Plon”, massone, futuro sposo di
Clotilde dei Savoia, cugino di Carlo Luciano Bonaparte, principe di
Canino, ideatore dei Congressi degli scienziati italiani, vero volano
dell’opinione nazionale tra il 1840 e il l’età di Pio IX, dello Statuto
dato da Carlo Alberto di Savoia al regno di Sardegna, della prima
guerra d’indipendenza (1848-1849). Passato a Torino Farini
scoprì ed elogiò la “ confidenza e la concordia tra governanti e
governati”, la fusione tra la “casta aristocratica”, la borghesia e il
Re, che “amava e favoriva il moderato progresso”. Da italiano,
quale si sentiva, puntò sul Piemonte di Cesare Balbo e di Camillo
Cavour, degli Azeglio, di Lorenzo Valerio e di quel Silvio Pellico la
cui Francesca da Rimini aveva applaudito da studente, guadagnandosi la
fama di liberale e il sospetto di cospiratore.
Tornato nello stato pontificio, dopo la costituzione promulgata
da Pio IX, dal cardinale Giacomo Antonelli fu incaricato di una
delicata missione presso Carlo Alberto. Il triumvirato della
Repubblica Romana lo spogliò di ogni carica. Si trasferì quindi in
Toscana e nuovamente a Torino ove nel 1851 Massimo d’Azeglio lo volle
ministro della pubblica istruzione dopo Pietro Gioia. “Italiano e
liberale, sincero cattolico e sincero promotore della libertà della
chiesa”, come fece sapere di sé a Pio IX, Farini collaborò a giornali e
riviste con centinaia di articoli e scrisse documentate opere di
storia, una delle quali, sullo Stato romano, fu tradotta in inglese da
lord Gladstone. Dopo l’armistizio di Villafranca (luglio 1859), prese
in mano le sorti del ducato di Modena per evitare che dal regime di
Francesco V d’Asburgo-Este passasse alle lotte di fazione.
Tornato presidente del Consiglio dopo il governo
Lamarmora-Rattazzi, Camillo Cavour volle ministro dell’Interno il
romagnolo Farini, che fu il regista del plebiscito (11-12 marzo
1860) con il quale le Province emiliane dichiararono di volere re
costituzionale Vittorio Emanuele di Savoia. Grato, il sovrano gli
conferì il collare della SS. Annunziata, benché non fosse di famiglia
aristocratica. Eletto deputato in ben otto collegi, a metà agosto
Farini andò con il generale Enrico Cialdini a Chambéry per strappare il
consenso di Napoleone III all’aggressione sabauda allo Stato
Pontificio: bisognava prendere sotto controllo l’avanzata di
Garibaldi dalla Sicilia verso Napoli e impedirgli di arrivare a Roma.
“Fate, ma fate in fretta” fu la direttiva dell’imperatore. Farini
raggiunse poi il re a Napoli e il 6 novembre venne nominato
luogotenente generale delle Provincie napoletane, che dieci giorni
prima avevano dichiarato di volere l’Italia “una e indivisibile” con re
Vittorio Emanuele. Fu una prova durissima documentata dalle sue lettere
a Cavour: “Ho trecento carabinieri e trentamila ladri…distretti
interi in balia dei briganti…centomila postulanti intorno, i
garibaldini che ringhiano”. Chiedeva i mezzi per avviare opere
pubbliche, lenire la disoccupazione, elevare il credito delle
istituzioni. Già malato, si dimise e fu sostituito da Eugenio di
Savoia, principe di Carignano. Con il conterraneo Marco Minghetti
Farini abbozzò la riforma degli enti locali: rafforzamento delle
province e creazione delle regioni per armonizzare la realtà
effettiva degli stati preunitari con il governo centrale. Scrisse il
discorso con il quale Vittorio Emanuele II il 18 febbraio 1861
aprì l’ottava legislatura del regno di Sardegna e la prima di
quello d’Italia, sintetizzato nella formula: “Faremo l’Italia degli
Italiani” (parole invero non dette dal re).
Quasi due anni dopo il regno d’Italia (non ancora
riconosciuto da molte grandi potenze) fu sul punto di sfasciarsi per
l’improvvida spedizione garibaldina “Roma o morte”. A Rattazzi,
dimissionario, subentrò proprio Farini, con Giuseppe Pasolini agli
Esteri, Marco Minghetti alle Finanze, l’arabista siciliano e massone
Michele Amari all’Istruzione e il generale Federico Menabrea
ai Lavori Pubblici. Quando enunciò il programma era ormai
“consunto, emaciato, cadente”. Poi precipitò. Il 22 marzo 1863 venne
sostituito da Marco Minghetti, futuro artefice del pareggio di bilancio
attraverso la tassazione spietata d’intesa con Quintino Sella.
Straziato dai lutti, di delirio in delirio Farini s’avviò
alla fine. Morì poverissimo. Ai suoi funerali provvide lo Stato. La sua
opera venne continuata dal figlio, Domenico, già allievo dell’Accademia
militare di Torino, massone, deputato, presidente del Senato, autore di
un Diario che costituisce il più grande affresco della politica
italiana di fine Ottocento. Lo scriveva ogni sera, mentre leniva i
dolori di una atroce malattia. Il medico Luigi Carlo Farini rimane
esempio di dedizione alla Patria spinta sino all’esaurimento delle
risorse fisiche. Le cure severe da lui proposte per “fare l’Italia
degli italiani” non vennero adottate. Appena arrivò al governo, la
Sinistra iniziò a spendere anche quanto non aveva in cassa:
“finanza allegra” e avventure coloniali, anziché austere riforme
sociali. Il suo cammino fu poi ripreso da Giovanni Giolitti: per
conservare bisognava riformare.
Aldo A.
Mola
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| DATA: 23.04.2013 |
LEGITTIMITÀ DI NAPOLITANO E INADEGUATEZZA DELLA REPUBBLICA

Quanto accaduto da giovedì scorso fino alla rielezione di Napolitano ha
dell’incredibile. Nemmeno un estroso narratore di fantapolitica sarebbe
riuscito ad immaginare tanto, ma in Italia tutto è possibile. I
grillini evocavano il colpo di Stato, SEL non si è adeguata agli ordini
di scuderia, la piazza e la rete sono insorte gridando allo scandalo e
alla mobilitazione generale. L’unica realtà obiettiva è che Napolitano
è stato eletto con una larga maggioranza (superiore al 70%) che ha
unito PD, PdL, Lega e -ovviamente- l’accozzaglia montiana. Ne esce
quindi come presidente forte e legittimo che si “sacrifica” per porre
fine ad una paradossale situazione dalla quale non si sarebbe riusciti
ad uscire. Pace e onore al merito: ce lo terremo potenzialmente per
sette anni ancora, se la natura lo vorrà. È inutile fare dietrologie
sul fatto che probabilmente sia stato tutto progettato da tempo. La
situazione politica è talmente grave che ora la priorità è cercare di
dare stabilità al paese, cosa che si potrà ottenere unicamente con
nuove elezioni dopo un’opportuna riforma elettorale, e fuggire il prima
possibile dal prossimo “governo del presidente” che verrà formato a
breve, magari con Amato o qualche altro professionista della politica e
amico delle lobby. Come se fosse una cosa semplice…
Il dato che ci interessa è che mai come in queste giornate convulse si
sia evidenziata l’inadeguatezza di questo sistema repubblicano. Noi lo
andiamo dicendo da sempre: è un’ipocrisia imporre come Capo dello Stato
super partes una persona (qualsiasi essa sia) che è mostruosamente di
parte! I Grillini denunciano il Napolitano bis come “inciucio” tra
partiti. Ma un altro presidente sarebbe stato diverso? È la natura
repubblicana quella di eleggere un uomo frutto di un accordo, di un
inciucio. È ipocrita e demagogico attaccare Napolitano quando il
problema è la forma istituzionale. Ma dubito che vi sia un politico con
l’onestà di ammettere questo fattore.
Le Istituzioni repubblicane stanno implodendo. Il più grande partito
d’Italia, dopo avere ottenuto la maggioranza dei voti, è collassato su
se stesso; gli italiani hanno perso la fiducia nella politica e si
affidano all’antipolitica militante non capendo che è uno strumento
gattopardiano mosso da lontano; la gente protesta e la crisi
economica, quella che affama davvero il popolo, incombe sempre di più.
Il momento storico che stiamo vivendo è unico e non so quando e se si
ripresenterà. Non dobbiamo venire colti impreparati da un sempre più
probabile inabissamento del sistema. I monarchici non devono stare
solamente a guardare perché l’affossamento della repubblica sarebbe
anche l’affossamento dell’Italia, il nostro bene supremo. Mi appello a
tutti i dirigenti e i militanti per intensificare le attività di
presenza sul territorio al fine di farci conoscere. Quando il gigante
con i piedi d’argilla crollerà, gli italiani non dovranno scoprire la
nostra esistenza perché sarebbe troppo tardi. Dovranno indicare in noi
la soluzione.
Davide Colombo
Segretario nazionale U.M.I.
Roma, 21 aprile 2013
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| DATA: 21.04.2013 |
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO. TORNI LO SPIRITO DEL 150° DEL REGNO
GIORGIO NAPOLITANO RIELETTO CAPO DELLO STATO
BISOGNO DI MONARCHIA

La rielezione dell’on. Giorgio Napolitano a Capo dello Stato conferma
il bisogno che la Suprema Istituzione dello Stato rappresenti la
storia d’Italia dalla nascita del regno, frutto del Risorgimento.
Sofferenze, sacrifici, battaglie, vittorie dopo 1500 anni di
dominazioni straniere dettero agli italiani indipendenza, unità,
libertà.
La rielezione non è il ritorno “di” Napolitano ma “a”
Napolitano: è una tappa del faticoso cammino dei cittadini verso la
riconsacrazione della politica dopo decenni di profanazione dei Simboli
dello Stato e della memoria della Patria.
Alla vigilia del Natale della Città Eterna, i monarchici
plaudono al rifiuto del settarismo di cui il Presidente Napolitano si
fa interprete e auspicano che lo Spirito del 150° della costituzione
del Regno fondato da Vittorio Emanuele II torni ad animare Cittadini e
Istituzioni.
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola
Roma, 20 aprile 2013
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| DATA: 20.04.2013 |
IL PROGETTO DI UN DOCUMENTARIO SUL REGIO SOMMERGIBILE MALACHITE

L’orologio segna le 11,03 quando, a 8 miglia al largo di Capo
Spartivento, davanti alle coste della Sardegna meridionale, uno
squarcio s’apre nella fiancata del Regio sommergibile Malachite, di
ritorno da una missione in Algeria. Il siluro, lanciato da un altro
sommergibile, l’olandese Dolfijn, non lascia scampo al Malachite:
affonda, dopo aver sollevato la prua verso il cielo, portandosi in
fondo al mare in 50 secondi un carico di morte. Trentacinque uomini,
tra ufficiali e marinai, perdono la vita. Tredici si salvano. E’ il 9
febbraio 1943: un’altra tragica pagina della Seconda guerra mondiale è
scritta. Per oltre mezzo secolo il Malachite è rimasto a meno 123 metri
di profondità ma nessuno sapeva dove si trovasse esattamente. Poi nel
1999 la scoperta del relitto e la storia del Regio sommergibile è
tornata a galla. Insieme alle storie di eroismo e sacrificio di quegli
uomini. Come un grande museo di guerra, il Malachite è adagiato di 45
gradi sul fondo: nella sagoma scura si notano la torretta, il cannone,
il boccaporto, due periscopi. Le immagini ci restituiscono la sua
imponenza e ci obbligano, col loro carico di doloroso mistero, a
ricordare e riflettere.
A settant’anni dall’affondamento un documentario vuole ricostruire la
vicenda, raccontare cosa accadde nei convulsi giorni del ‘43,
soffermarsi soprattutto sui ritratti di quei marinai – la maggior parte
giovanissimi – che immolarono la propria vita in nome di un ideale.
Attraverso testimonianze dirette e indirette di chi ha incrociato la
parabola del Malachite, il lavoro documenterà anche la preparazione e
la messa in opera della missione del team di sub che filmeranno con
dovizia di particolari, sfruttando tecniche che permettono riprese di
alta qualità, il grande relitto del sommergibile.
È possibile sostenere il progetto con una sottoscrizione di quote
attraverso produzioni dal basso.
I fondi raccolti attraverso la sottoscrizione delle quote saranno
destinati a coprire parte delle spese relative alle immersioni e alle
riprese subacquee.
informazioni: info@karel.it
|
| DATA: 16.04.2013 |
ANCHE
GENOVA DIMOSTRA LA PROPRIA VICINANZA AI MARÒ
 Nella
giornata di martedì 9 aprile si è svolto, presso l'Hotel Bristol in via
XX settembre a Genova, un presidio seguito da una conferenza che ha
avuto come oggetto la vergognosa situazione in cui versano i nostri due
fucilieri del glorioso Reggimento San Marco, Massimiliano Latorre e
Salvatore Girone. Anche la sezione genovese dell'Unione Monarchica
Italiana era presente all'evento, per portare la propria solidarietà ai
nostri due Marò, ma soprattutto per ribadire che non è stata offesa
solamente la dignità di due esseri umani e di due soldati, ma accanto a
ciò si è calpestata anche la dignità intera del nostro Paese e del
nostro Popolo. E non è la prima volta che i diritti dell'Italia vengono
derisi a livello internazionale, ma continuiamo a vederci umiliati
anche dai Paesi più "umili" senza che questa povera repubblichetta dia
segno della minima reazione. L'UMI pertanto esprime la vicinanza ai due
Marò ed all'intero Popolo Italiano.
Chiunque volesse comunicare direttamente la propria solidarietà a
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone può inviare una mail
all'indirizzo ambasciata.newdelhi@esteri.it.
Lorenzo Scotti - U.M.I. Genova
|
| DATA: 16.04.2013 |
CONDANNA
DEL TERRORISMO E SOLIDARIETÀ AGLI U.S.A.

L’Unione Monarchica Italiana, sgomenta dopo i vili attentati che hanno
colpito la maratona di Boston, esprime la massima condanna nei
confronti della violenza e si stringe attorno al popolo americano che
ha dovuto subite l’ennesimo attentato a danni di civili inermi.
Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale
Davide Colombo hanno indirizzato a S.E. l’Ambasciatore degli U.S.A.
David Hoadley Thorne un messaggio di solidarietà e di vicinanza per
l’accaduto.
Indipendentemente dalla matrice dell’attentato, l’idea che chiunque
risulti vulnerabile di fronte alla furia omicida terrorista rimane un
gravissimo vulnus della nostra società. Auspichiamo che gli autori del
folle gesto vengano individuati e assicurati al più presto alla
giustizia e volgiamo il nostro rispettoso pensiero alle vittime
dell’attentato.
Roma, 16 aprile 2013
|
| DATA: 16.04.2013 |
UNA
PAGINA TRAGICA DI STORIA: ITALIANI DI CRIMEA
Articolo pubblicato su il giornale ligure
"Il Cittadino"
 Ogni
anno, il 29 gennaio, la comunità italiana di Kerch in Crimea sul Mar
Nero si riunisce al molo per pregare. Per cantare “Fratelli d’Italia” e
“Va, pensiero” ricordando la deportazione di massa in Kazakhistan,
1942, che Stalin ordinò per i nostri connazionali e i familiari,
considerati nemici del popolo. I due terzi morirono nel tragitto di
ottomila chilometri sui carri piombati, per fame e malattie. Finita la
guerra dopo la denuncia dei crimini staliniani da parte di Kruscev, la
maggior parte dei sopravvissuti tornò in Crimea, a mani vuote e i beni
confiscati non furono restituiti. Nel ’91 il parlamento sovietico ha
approvato una mozione di condanna delle deportazioni staliniane
indicando venti nazionalità da riabilitare, ma non l’italiana. A fronte
di deportazioni etniche che hanno riguardato migliaia, perfino milioni
d’individui, perseguitati dalla “follia criminale del comunismo” come
la definisce il professor Giulio Vignoli, i 2000 italiani di Crimea
sono irrilevanti.Gli italiani di Crimea – Nuovi documenti e
testimonianze sulla deportazione e lo sterminio (Edizioni Settimo
Sigillo, euro 16) è il nuovo saggio di Vignoli e le voci dei testimoni
sono raccolte da Giulia Giacchetti Boico. Fa seguito a L’olocausto
sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea degli stessi autori,
presentato nel 2008 a Palazzo Ducale. Nell’occasione alcuni
testimoni suscitarono profonda commozione per quella comunità italiana,
in Crimea dal 1830 per un flusso migratorio specie dalla Puglia,
comunità che poi subì tre deportazioni tra il ’42 e il ’44.
Tuttora Giulia Boico tiene corsi d’italiano gratuiti in una stanza in
affitto a spese dell’associazione Cerkio (Comunità degli Emigrati nella
Regione di Kerch Italiani d’Origine). Giulio Vignoli, già professore di
Diritto Internazionale nell’Università di Genova, autore di numerosi
studi sulle minoranze italiane nel mondo (i profughi istriani, giuliano
e dalmati, Nizza italiana e di recente i connazionali cacciati dalla
Libia) non si è mai accontentato solo di fonti scritte, cercando con
viaggi personali i testimoni del tempo. Nella prefazione il giornalista
Stefano Mensurati mette in risalto la sua tenacia nel rintracciare
queste nostre “orme” e come però Vignoli “si sia scontrato con
l’indifferenza e il fastidio dell’Italia ufficiale”. Ad inizio libro,
una precisazione: l’invio – senza risposta!- del volume del 2008 (con
segnalazione della data della raccomandata e della ricevuta di ritorno)
a Napolitano.
Quanto al comunismo a pagina 144 un testimone, Valentino Malyscev
Bruzzone di Mariupol, ricorda che dei 1500 comunisti italiani (che là
si rifugiarono nel 1924 dal fascismo italiano) 1200 furono fucilati.
Nel 1933 suo nonno con i tre figli maschi fu rimpatriato in Italia
mentre sua madre, sposata con un russo, dovette restare. Nel 1938 suo
padre fu arrestato per questi legami familiari italiani, e poi
fucilato. La madre venne ricoverata in una “prigione psichiatrica”,
un’invenzione del NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni
che ebbe altri nomi tra cui KGB). I prigionieri vi morivano presto o i
medicinali psicotropi ne rovinavano la volontà.
A proposito dell’inaugurazione della lapide in memoria delle vittime
italiane, posta nel 2007 presso San Pietroburgo, Bruzzone commenta:
“Dall’Italia sono venuti più di cento loro parenti. Presente anche “un
politico comunista o sedicente non più tale”, Piero Fassino, a
rappresentare ufficialmente la Repubblica italiana. Che spudoratezza!”
Voglio concludere ricordando alcune delle efferatezze.
- L’illusione del Kolkos, la cooperativa agricola collettiva. Per
formarla negli anni Trenta i contadini benestanti furono espropriati e
confinati in Siberia. Gli altri furono costretti ad iscriversi al
Kolkos: una “servitù della gleba statale”. In un Kolkos modello,
l’italiano “Sacco e Vanzetti”, Marco Simone (l’italiano che lo
dirigeva) nel 1938 viene arrestato con altri connazionali per una
denuncia falsa. Mandato in esilio, vi muore nel 1943. Per la
collettivizzazione forzata delle campagne, molti italiani volevano
tornare in Italia. Dalle schede del consolato di Odessa per Nicola Di
Fonso (che lavorava al “Sacco e Vanzetti”) è scritto: “Le scarse
compartecipazioni che riceve sono appena sufficienti per pagare le
forti imposte applicategli”. Per i comunisti russi, progenitori dei
nostri, “paghe basse e tasse alte” sono “Metodo”.
- La lettera come civiltà.
Il testimone Demetrio Timoskin La Rocca (o Larocco) ricorda come
Antonio, zio di sua nonna, nel 1921 a vent’anni raggiunse New
York e molto tempo dopo spedì loro una lettera con 100 dollari per
aiutarli. In Unione Sovietica i questionari per l’iscrizione agli studi
chiedevano “hai parenti all’estero?” e chi rispondeva “sì” era
sospettato e discriminato. Demetrio, che ora vive in Germania, riesce
poi a sapere dello zio Antonio, poiché l’indirizzo sulla lettera
era stato abraso, su Internet, un motore di democrazia come la lettera.
Osserva: “Non capisco la posizione della Repubblica italiana. In
Germania tutte le persone di origine tedesca ricevono non solo la
cittadinanza, ma anche il risarcimento del danno morale”.
Da noi, gli unici a muoversi finora sono stati i privati con donazioni
e ricerche negli archivi anagrafici e nelle diocesi delle città
italiane di origine per far riconoscere l’italianità ancora negata. E’
anche la Dante Alighieri i cui primi contatti con gli italiani di
Crimea risalgono al 1993 con l’istituzione di un comitato a Kerch che
ora non esiste più ma sarà presto ricostituito. A Kerch è di nuovo
centro di aggregazione la Chiesa cattolica, costruita nel 1830 ma sotto
il comunismo adibita a palestra.
Maria Luisa Bressani
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| DATA: 16.04.2013 |
MAL
CHE VADA VIVA VERDI!!
Editoriale di Aldo
A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14/04/2013

L’orizzonte è basso. Siamo anni luce dagli entusiasmi per
il 150° dell’unificazione d’Italia di appena due anni fa. Si fatica a
sollevare il capo da una crisi che non è solo economica, finanziaria,
ma ormai deprime la psiche delle folle perché semina sfiducia. Eppure
il passato fornisce tanti motivi per forare le spesse nubi incombenti e
rivedere l’azzurro. Giova confrontare le difficoltà presenti con
quelle, infinitamente maggiori, superate dagli italiani orgogliosi di
sé, uomini liberi, capaci di ideali, nemici della retorica. Un’occhiata
a quell’Italia: il 19 marzo 1863 la Camera convalidò l’elezione a
deputato del gesuita Carlo Passaglia, fautore del riconoscimento
del regno d’Italia da parte della Santa Sede. Pochi giorni dopo,
ormai fuori di senno, il primo ministro Luigi Carlo Farini
aggredì re Vittorio Emanuele II con un affilato tagliacarte in pieno
consiglio dei ministri per imporgli di intervenire a fianco dei
polacchi insorti contro il dominio straniero: una battaglia generosa e
sfortunata che costò la vita a molti volontari garibaldini. Il 1863 fu
l’anno della legge Pica, che moderò la repressione del brigantaggio
meridionale, sostituendo i procedimenti sommari con regolari processi;
e dell’istituzione del Tiro a Segno Nazionale, palestra della “nazione
armata”, terreno di convergenza tra Garibaldi e le Forze Armate,
l’esercito del Re. L’Italia era un fervore di entusiasmi. Cantava. Lo
aveva appreso da Giuseppe Verdi (Busseto, Parma, 10 ottobre
1813-Milano, 27 gennaio 1901). Cinquantenne, Verdi era all’apice della
gloria. L’anno prima aveva composto l’ “Inno delle Nazioni” per
l’Esposizione Universale di Londra, nel quale miscelò il “Canto
nazionale” di Michele Novaro (“Evviva l’Italia, l’Italia s’è desta…”)
con la “Marsigliese” e il britannico “Dio salvi il
Re”: niente di giacobino né di mazziniano. Era un compositore regale.
Del resto Verdi quel 1862-63 sedeva alla Camera. O meglio, era
deputato, ma non la frequentava. A chiedergli di farsi eleggere fu
Camillo Cavour in persona, che il 10 gennaio 1861 gli chiese di
accettare la “cosa grave e molesta”, ma utilissima all’Italia. La sua
elezione avrebbe concorso al decoro del Parlamento e al “gran partito
nazionale, che vuole costituire la nazione sulle solide basi della
libertà e dell’ordine”. Non solo. Avrebbe entusiasmato i “nostri
immaginosi colleghi della parte meridionale, suscettibile di subire
l’influenza del genio artistico assai più di noi abitatori della fredda
valle del Po”. Per ingraziarsi Verdi Torino ne mise in scena
un’opera. Il massimo compositore melodrammatico italiano di tutti i
tempi accettò. Il 3 febbraio 1861 fu eletto nel collegio di Borgo San
Donnino, ma solo al secondo turno, in ballottaggio, con 339
voti contro i 206 dell’avvocato Giuseppe Minghelli-Vaina su 978
aventi diritto. Non fu affatto un trionfo paragonabile allo strepitoso
successo delle sue opere precedenti (il “Nabucco” del 1842, i
“Lombardi alla prima crociata” del 1843, il “Rigoletto” e la
“Traviata” del 1853…) e future (il “Don Carlos” del 1867, l’ “Aida” del
1871, l’ “Otello” del 1887 e il “Falstaff” del 1893). Del resto
Verdi si era appassionato, si, alla causa italiana, ma non alla
politica politicante, alle lotte di fazione. Tre giorni dopo la
dichiarazione di guerra dell’impero d’Austria al regno di Sardegna, il
29 aprile 1859, sposò a Colanges-sur-Salère la cantante
Giuseppina Strepponi, con la quale conviveva more uxorio da molti anni,
con scandalo di chi la sapeva già madre di due figli. Ma
Verdi era il paradigma della Nuova Italia, geniale e disordinata,
lungimirante ma alle prese con tanti nodi ingarbugliati. Anche Verdi ne
aveva uno in gola, mai sciolto negli anni: la mortificante
bocciatura al concorso per l’ingresso al Conservatorio di Milano con
motivazioni staffilanti. Nel suo percorso fuse insieme l’ansia di
protagonismo e il bisogno degli italiani di darsi simboli,
insegne, eroi. Chi meglio dell’autore di “Va pensiero” o del canto di
morte di Violetta? Verdi, dunque, accettò l’elezione propostagli da
Cavour, ma per una sola legislatura. Dopo di lui San Donnino fu
rappresentata da Saverio Scolari, Giuseppe Piroli, Amos
Ronchej. Nel 1867 il ministro dell’Istruzione, lo offese
celebrando Gioacchino Rossini quale genio assoluto della musica.
Era lo stesso Emilio Broglio che fece proprio il bislacco disegno di
Alessandro Manzoni di imporre il fiorentino a tutti gli italiani e si
attirò gli strali di Giosue Carducci. Nel 1874 Verdi
fece definitivamente pace con la Nuova Italia. Vittorio Emanuele
II lo nominò senatore, però non solo come “illustrazione della patria”
ma anche perché pagava oltre 13.300 lire di imposte dirette (il
Senato era il freno di sicurezza per le stravaganze della “Camera
bassa”: la monarchia statutaria si basava sul bicameralismo serio, non
una sola Assemblea, fatuamente rivoluzionaria). Verdi non ne fu
entusiasta. Prestò giuramento un anno dopo la nomina (15 novembre
1875). Il 19 marzo 1891 andò a visitarlo a Genova l’altro grande
senatore d’Italia, Giosue Carducci, in compagnia di Annie Vivanti, sua
travolgente passione lirica. I due Senatori erano fatti per intendersi.
Non si dissero quasi nulla. Il massone Carducci d’un tratto
esclamò: “Io credo in Dio”. Secondo Annie, “con la candida testa”
Verdì annuì. Fu il loro testamento. Alla sua morte il Grande
Oriente mandò il labaro abbrunato benché non fosse mai stato affiliato.
Era l’italiano che giorno dopo giorno aveva costruito se stesso, la
patria, l’umanità. Era la Vera Italia. Universale. Da rimpiangere,
quando si pensi che (vero o leggenda) gli italiani scrivevano
Viva Verdi per dire “Vittorio Emanuele Re dì Italia”. Comunque,
nel 1863 l’Italia stava molto molto peggio di ora. Ce la fece. Ce la
farà, se gli italiani ci mettono del loro: a comunicare dagli “eletti”
(che una volta voleva anche dire “i migliori”).
Aldo A.
Mola
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| DATA: 16.04.2013 |
LETTERA
APERTA AGLI ELETTORI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 La Costituzione non è una religione
e noi non abbiamo bisogno di un gran sacerdote.
La nostra legge fondamentale è un patto, un’alleanza stretta tra noi
appartenenti alla Nazione allo scopo di diventare cittadini, è l’intesa
che abbiamo stabilito per regolare quanta della personale libertà
ognuno debba sacrificare per avere in cambio sicurezza, protezione,
sviluppo della comunità intera. La situazione attuale dell’Italia è
sotto gli occhi di tutti, come alle orecchie di ognuno è arrivato
potente il ruggito proveniente dalle urne. Folle e non altro sarebbe
chi non ascoltasse, chi s’illudesse di risolvere tutto come spesso si è
fatto: distraendo e confidando nel potere del tempo che passa. Stavolta
gli scricchiolii non sono di assestamento, sono sinistri segnali che il
patto si sta rompendo. Troppe parole inutili sono state ascoltate,
troppi pessimi esempi sono stati forniti, a troppe ingiustizie ci si è
dovuti piegare, troppe regole sacre sono state infrante. Non basterà
ora pronunciare formule magiche e miscelare strane alchimie per saldare
le crepe.
Adesso voi, voi che avete ricevuto dal popolo che ne è titolare una
delega temporanea di esercizio di sovranità, voi siete chiamati ad
assumervi la responsabilità di designare il campione della legge, più
che il difensore l’incarnazione stessa della Costituzione, il Capo
dello Stato, la personificazione della Nazione. In questo anno
nuovissimo della Repubblica non scegliete un gerontocrate, non abdicate
a logiche polverose e ormai pericolose, non frenate quello che è
irrefrenabile. Eleggete un Presidente giovane, vigoroso, proiettato nel
secolo appena nato; designate un patriota, un innamorato dell’Italia,
un amante della storia, della cultura e della tradizione, ma di una
tradizione che, come diceva Gustav Mahler, sia salvaguardia del fuoco,
non adorazione della cenere. Soprattutto prendetelo dal popolo, aprite
le porte alla vera sovranità. Questa carica non può più essere un
coronamento di fine carriera, non può più rappresentare merce di
scambio, non può più essere conferita a chi, per il solo fatto di
essere parte del gioco, ha responsabilità per la situazione attuale. In
quel palazzo deve entrare chi è innocente, chi ha dovuto subire ed è
rimasto onesto, chi sa cosa vuol dire uscire dal supermercato e
rigirarsi costernato lo scontrino fra le mani, chi in metropolitana,
per le strade, nei negozi, nei caffè vive persone le più diverse e ha
visioni più ampie di chi si rinchiude in recinti ideologici, sterili e
bugiardi. E’ giunto il tempo che chi deve faccia un passo indietro, è
giunto il tempo di essere coraggiosi, è giunto il tempo di un nuovo
giuramento.
Paolo Bagalà, Consigliere nazionale U.M.I.
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| DATA: 16.04.2013 |

Durante l’ultima guerra mondiale fu stampato un opuscolo che, tronfio
di retorica di regime, spiegava con la dovuta attenzione i motivi per
cui l’Italia partecipava al conflitto. Suggeriva in modo dettagliato le
risposte da dare a coloro i quali, a volte per semplice acume
pratico e politico, sollevavano leciti dubbi sull’andamento degli
eventi bellici. Quel titolo era, e non a caso, semplice ed efficace:
Perché combattiamo? Una domanda che, aldilà dei documenti storici,
chiunque esponga la propria esistenza ed investa il proprio tempo per
un ideale od un valore si è certamente posto almeno una volta nella
vita. Di questi tempi, circondato da un declino morale oltre che
economico e pratico, mi sono spesso posto questo quesito nei momenti di
maggiore disagio. Chiedendomi se valeva ancora la pena stringere i
denti per tenere alte le nostre bandiere, per imporsi di restare
galantuomini in un mondo di cinici sciacalli, per aggrapparsi a sogni e
valori lontanissimi nel tempo e ritenuti ingiustamente superati, per
non allinearsi al gregge vile e muto e via discorrendo. E’ l’eterno
dubbio che spesso fa capolino nel cuore degli idealisti ogni volta che
annegano in un sospiro un po’ del veleno che il mondo moderno dispensa
anche troppo generosamente. E quando questa domanda mi assilla mi viene
in mente un ciclostile monarchico degli anni ’70 che trovai, da
ragazzino, nella baita dei nonni in Piemonte. Un passo diceva
“..chiunque senta l’orgoglio di far sventolare il tricolore sabaudo
come fecero i nostri padri sui campi di battaglia…”. Ripenso a quelle
parole, ai nostri padri, ai loro sacrifici, ai loro sogni, alle loro
sofferenze, ai loro eroismi ed alle loro debolezze, alle loro speranze
ed ai loro dolori. E un nodo in gola mi prende. In quel momento mi
ricordo perché combattiamo. Per loro, per noi, per coloro che verranno,
per un Italia ed un Europa migliori. Più umane soprattutto e meno
strumentalizzate dal dio denaro. Per un futuro migliore. Al lavoro
dunque, come scrisse Umberto II, ognuno al posto che la provvidenza gli
ha assegnato!
Alessandro
Mella – UMI Torino
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| DATA: 16.04.2013 |
IL
COLLASSO DELLE ISTITUZIONI: IL NUOVO CAPO DELLO STATO RAPPRESENTI LA
STORIA D’ITALIA

La Consulta dei Senatori del Regno assiste con allarmata preoccupazione
al collasso delle istituzioni repubblicane dello Stato d’Italia: il
grigio crepuscolo del presidente della repubblica; l’evanescenza
del governo da lui voluto, presieduto dal prof. Mario Monti,
dimissionario dal 21 dicembre 2012; l’inerzia del Parlamento eletto
l’ormai remoto 24-25 febbraio; l’inconcludenza del sig. Pierluigi
Bersani, da tanto tempo incaricato di formare il governo e non ancora
revocato; l’irrilevanza delle “riflessioni” e delle “proposte”
dei “saggi”, figure costituzionalmente inconsistenti, inventate
dal presidente della repubblica quale mera dilazione della urgentissima
formazione di un governo capace di risanare il Paese. Tutti i cittadini
rischiano di rimanere travolti dalle macerie della repubblica.
In presenza della crisi politica, economica, sociale e morale
che attanaglia l’Italia, da noi prevista e ormai irreversibile, e
mentre l’Istruzione e la Ricerca, vanto dell’età monarchica,
sprofondano nel caos, la Consulta auspica che il prossimo Capo dello
Stato ricordi che l’Unità si deve a Vittorio Emanuele II di Savoia.
L’Italia è il patrimonio ideale e morale lasciatoci in
pegno da Umberto II quando il 13 giugno 1946 partì per l’estero a
referendum inconcluso. Non consentiamo che esso venga dissipato da
rapaci e da incompetenti occupanti delle posizioni di responsabilità di
governo e dell’amministrazione, incluse banche e industrie di interesse
pubblico.
La Consulta chiede con forza che il prossimo Capo dello
Stato non sia espressione di una ideologia, di interessi di parte, di
una fazione, né cupidigie straniere e di poteri non votati dai
cittadini.
Il Capo dello Stato deve rappresentare la Storia d’Italia:
lo Stato unificato da Casa Savoia 1500 anni dopo il crollo dell’Impero
Romano e secoli di dominio straniero.
Gli italiani hanno diritto a un Capo dello Stato nel quale riconoscersi
cittadini di pieno diritto.
Aldo A.
Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Roma, 14 aprile 2013
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| DATA: 15.04.2013 |
MONTEVERGINE
E I RAPPORTI CON CASA SAVOIA
di p. Andrea Davide Cardin
 Prendendo
spunto dall’anniversario della morte di Umberto II, ultimo re d’Italia,
morto in una clinica di Londra il 18 marzo 1983 e sepolto nell’Abbazia
benedettina di Hautecombe, vorrei parlare dei rapporti di Montevergine
con Casa Savoia. Le relazioni tra il Monastero di Montevergine e casa
Savoia sono molto antiche, risalgono al XIV secolo ed ebbero
inzio con Margherita di Savoia, figlia del duca Amedeo VIII che dona
alla Madonna di Montevergine un dipinto su tavola come ex-voto per lo
scampato pericolo nella burrasca mentre si recava a Napoli per divenire
la sposa di Giovanni II D’Angiò e approda a Sorrento incolume dopo aver
invocato la Madonna. Dell’avvenimento si conserva un dipinto votivo
assai importante per la storia dell’arte che raffigura la Vergine con
bambino che prende per mano e trae in salvo la giovane regina
periclitante su un vascello con l’albero spezzato e la vela lacerata
dai venti. Con l’avvento dell’abate De Cesare il legame con casa Savoia
si fa sempre più stretto avendo egli portato avanti la causa di
beatificazione di Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli, mentre
con l’abate Ramiro Marcone i rapporti con la casa regnante diventano di
amicizia e si protraranno nel tempo giungendo sino ai giorni nostri.
L’abate Marcone seppe che, nel luglio 1928, il principe ereditario
Umberto di Savoia avrebbe presenziato il circuito automobilistico che
doveva aver luogo ad Avellino il 2 settembre di quell’anno. Si affrettò
sin dal 10 luglio a rivolgergli l’invito ad accettare per quella
circostanza l’ospitalità “della nostra maestosa ed artistica Badia di
Loreto”. Si esprimeva il vivo desiderio che, approfitando
dell’occasione, Sua Altezza si degnasse in quel giorno a scendere sulla
vetta del Partenio per visitare il nostro bel Santuario Mariano ma
siccome il principe aveva già assunto impegni non potè accettare di
presenziare a quella gara sportiva e che avrebbe rimandato a un’altra
favorevole occasione la visita al Santuario Mariano sulla vetta del
Partenio. [...]
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| DATA: 11.04.2013 |
OKKUPARE
LA CAMERA PER LA SOVRANITA’ DEI CITTADINI
Editoriale di Aldo
A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 07/04/2013

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha molti meriti (li
racconteranno i suoi biografi) ma non è al di sopra delle leggi e meno
che meno è al di sopra dei fatti. Ora, un fatto è certo: può definire
“non sfiduciato” il governo in carica, solo ricorrendo a un trucchetto
messo in serbo a fine dicembre 2012. Monti Mario si dimise il 21
dicembre (Solstizio d’Inverno) senza affrontare il voto delle Camere,
ove sarebbe stato sfiduciato, eccome. Quel giorno Napolitano aveva tre
scelte: mandare Monti in Parlamento per verificare se avesse o no la
maggioranza; accettarne le dimissioni e iniziare subito le
consultazioni per formare un governo nuovo incaricato di traghettare il
Paese alle elezioni (era questa la soluzione più limpida); oppure, ed è
ciò che fece, accettarne le dimissioni con riserva e sciogliere il
Parlamento. Così Napolitano evitò a Monti il voto di sfiducia, perché
ormai superfluo e per carità di patria. Era il 21 dicembre. Calendario
alla mano, lo fece in pieno “semestre bianco”: un dettaglio
dimenticato dai costituzionalisti di Palazzo (strano che non se ricordi
Ainis). Perciò, solo per finta il governo Monti può essere gabellato
come “non sfiduciato! Questa è la verità dei fatti, con buona pace del
Quirinale. Adesso siamo allo stallo. Prima che divenga stallatico, i
deputati debbono ricordare che sono stati eletti dai cittadini per
portare l’Italia fuori da una crisi che non può essere curata con un
cerotto antidolorifico come ormai è il governo Monti, con tanto di
ministro degli Esteri che ha sbattuto la porta in faccia a lui e al
presidente della repubblica senza che nessuno abbia battuto ciglio: un
caso unico da Giulio Cesare a oggi. Ai cittadini importa poco se la
presidente della Camera riduce un po’ le spese. Vuol solo dire che
potevano farlo i suoi predecessori: Fini Gianfranco, Casini
Pierferdinando, Bertinotti Fausto e via risalendo. E che si può
tagliare ancora molto molto molto. Adesso alcuni
buontemponi raccontano che anche in Olanda e in Belgio hanno tirato in
lungo prima di formare un governo. Già. Sono due Monarchie.
Ricchissime. Stabili. Possono fare a meno di governicchi. Ma l’Italia
non è una monarchia, né un principato di Monaco. E’ una repubblica in
grande affanno. Epperò è l’Italia. Un paese dalla grande
identità e dignità. L’Italia è Roma (che non è periferia della Santa
Sede, con tuto rispetto per chi ne è sovrano) perché Roma è la nostra
storia. L’Italia va dal crinale alpino alla Sicilia: è l’Italia delle
Cento Città; è l’immensa realtà politica e morale costata generazioni
di suppliziati che la vollero Stato e di un milione di morti nelle due
guerre mondiali. Va rispettata.
A questo punto al Popolo della Libertà non resta che il passo da
gigante: chiedere la convocazione delle Camere. E’ lo scatto di
orgoglio di cui l’Italia ha urgentissimo bisogno. Senza Camere al
lavoro il Paese affonda tra tasse e gabelle. Tramite i suoi deputati
gli elettori del Popolo della Libertà debbono rianimare il Parlamento.
Le sinistre hanno okkupato tutto per tanto troppo tempo, dalle scuole
alle fabbriche alle tasche dei cittadini, dalle presidenze delle Camere
a quella della repubblica. La risposta dei moderati, dei liberali è:
attivare il Parlamento. Lì ognuno dica quel che davvero vuol fare. E’
l’opposto dell’ “Aventino”, sinonimo di viltà. E’ la rivendicazione
della sovranità dei cittadini. Lì ognuno prenderà le sue
responsabilità: quelle che Napolitano non ha assunto in questo
crepuscolo della sua presidenza. Del resto non c’era aspettarsi molto
di più da chi non ha mai usato lo strumento costituzionale a sua
disposizione: il “messaggio alle Camere” in alternativa a troppi
obliabili discorsi “di occasione”. In questa crisi aveva (e forse
ancora ha) un’altra vera carta da statista: chiamare al Colle, a
colloquio pubblico e tutti insieme, non i paggetti ma i
capigruppo dei partiti che siedono in Parlamento, e chiedere loro
davanti ai cittadini che càspita vogliono fare di questo Paese allo
stremo. L’alternativa è il caos. Quando tra pochi mesi sui cittadini
cadrà un diluvio di tasse non è detto che tutti le possano e vogliano
pagare. Vale anche per la pioggia di rapine camuffate da violazioni del
codice stradale, rifilate nei modi più sleali e per motivi spesso
risibili. I cittadini sono stufi di essere gabellati. Milano non è
famosa solo per il Duomo, ma anche perché il ministro delle finanze di
Napoleone, Francesco Prina, venne ucciso a colpi di ombrello dai
cittadini esasperati e memori.
Era il marzo del 1814…, quasi duecento anni orsono. Non è detto che a
cospetto dei soprusi i moderati scelgano sempre il suicidio. A volte
perdono la pazienza. I milanesi che assalirono Prina ebbero alla testa
Federico Confalonieri, un uomo d’ordine che aveva le tasche piene di
farsele svuotare da ministri che nell’opinione condivisa erano ormai
solo “governo ladro”.
Aldo A.
Mola
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| DATA: 07.04.2013 |
SU
"STOP" ARTICOLO SULLA COMMEMORAZIONE DI RE UMBERTO II A VICOFORTE
 Sul
numero del settimanale STOP oggi in edicola (anno IV n. 14 - 12 Aprile
2013 - euro 1) a pagina 46 e 47 viene pubblicato un articolo a firma
Antonio Parisi dal titolo “Date una giusta sepoltura ai Re d’Italia”.
L’autore parte dalla commemorazione tenutasi a Vicoforte lo scorso 16
aprile, alla presenza delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di
Savoia con l’U.M.I. e la Consulta dei Senatori del Regno, per
analizzare la situazione dei quattro Sovrani che ancora riposano in
terra straniera. Parisi ha focalizzato l’attenzione sulla precaria
situazione egiziana in cui la tomba di un Sovrano cattolico come
Vittorio Emanuele III può essere esposta a rischi e della necessità di
trovare una soluzione per il rimpatrio di tutte le salme. Nell'articolo
viene proposta un'intervista al Prof. Aldo Alessandro Mola, Presidente
della Consulta dei Senatori del Regno.
|
| DATA: 05.04.2013 |
INTERVISTA
AL CAPO DI CASA SAVOIA SULL’ATTUALE CRISI ITALIANA
Riproponiamo un'interessante intervista a S.A.R. il
Principe Amedeo di Savoia, rilasciata al sito intelligonews.it
 Il
Principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, interviene sulla crisi
italiana, su questa “Repubblica dello stallo” (e non dello Stellone
d’Italia). Interviene a modo suo, un po’ a gamba tesa, un po’ col
fioretto. Risponde alle domande di IntelligoNews con piglio e ironia.
Altezza, come giudica
questo lunghissimo lancinante, complesso, dopo elezioni. Con Bersani
che non si fa da parte, Berlusconi che non molla, Napolitano che fa da
regista di governi forse basati sul nulla, su Grillo ammazza-tutti e
sul rischio di tornare al voto?
«Se dovessi definire questa nostra fase storico-politica la parola
decadenza credo sia è la più azzeccata. Stiamo vivendo sulla nostra
pelle la fine dell’impero romano».
Siamo, quindi, copie di un
film antichissimo?
«Beh, potrei pure richiamarmi all’esperienza del 1922-24, con tutto ciò
che ha comportato, in termini di dittatura, ma non osavo dirlo».
Grillo come Mussolini?
«Era un gioco. Ma mi dispiace tanto. Oggi il nuovo e il vecchio si
stanno combattendo duramente e gli italiani non ne possono più. Renzi,
ad esempio, aveva iniziato bene e ritengo rappresenti un’alternativa
vera e autentica. Lui è credibile e potrebbe portare una ventata di
novità, oltre che di preparazione. Mi piace la sua idea di rottamazione
sobria».
E Grillo?
«Anche Grillo ha iniziato bene, alcune sue proposte sono condivisibili.
Spero che il suo movimento non degeneri».
Lei si è soffermato sulla
lotta tra il vecchio e nuovo. Bersani e Berlusconi incarnano l’Ancien
Regime contrapposto alla presa della Bastiglia?
«Bersani e Berlusconi reiterano uno schema logoro che ingessa il quadro
politico, bloccando le novità. I due dovrebbero lasciare il passo,
aprirsi maggiormente, dovrebbero guardare verso l’alto, al nuovo Papa,
meraviglioso esempio di rinnovamento nella tradizione».
E Napolitano, il suo ruolo
sta crescendo enormemente…
«Napolitano sta colmando un vuoto, un pauroso vuoto istituzionale,
altrimenti qui la crisi avrebbe raggiunto livelli terribili, coi rischi
che possiamo intuire: depressione, disperazione, rabbia sociale,
povertà».
I 10 saggi (una visione
leggermente aristocratica) sono arrivati nel momento giusto?
«Ho condiviso la sua scelta di nominare 10 saggi, con l’obiettivo di
predisporre una base programmatica, spunto bipartisan per costruire un
nuovo governo condiviso, anche se penso che la cosa sia molto più
difficile di quanto si possa pensare e di quanto il capo dello Stato
stesso possa pensare».
Stiamo marciando verso una
Repubblica presidenziale?
«Sì, è vero siamo in una Repubblica presidenziale de facto».
Altezza, lo dica con
franchezza: qui è tutta una vacatio. Possiamo permetterci come il
Belgio di non avere a lungo un esecutivo?
«Il Belgio ha dimostrato che se c’è una società civile coesa, se c’è un
apparato statale e burocratico che funziona, si può andare avanti anche
senza governo. E consideri le tremende divisioni etniche tra fiamminghi
e valloni. Ma lì c’è la monarchia ad unire».
In conclusione, se siamo
alla fine dell’impero romano, quali barbari arriveranno?
«I nuovi barbari che potrebbero invadere l’Italia potrebbero non essere
tribù di vandali, ma barbari di altro tipo: che arrivano tramite
Internet, tramite rete, figli della crisi economica».
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| DATA: 04.04.2013 |
 Quando
la rivoluzione francese volgeva alle sue ultime fasi Paul Barras
inventò una nuova forma di governo che assunse il nome di Direttorio. De facto
si trattava di una commissione di 5 membri posti alla guida della
martoriata ed assai divisa Francia. Il destino del potere esecutivo e
dei ministri della neonata repubblica si trovarono nelle mani dei
direttori. Ebbe comunque vita breve perché nell’arco di pochi anni la
curiosa istituzione fu liquidata dal Bonaparte nel celeberrimo
rovesciamento del 18 Brumaio. Curiosamente la storia ci pone sempre di
fronte a strane somiglianze. Oggi in Italia dieci saggi devono proporre
come uscire da una crisi istituzionale la cui soluzione non è certo
all’orizzonte. Una crisi, occorre aggiungere, che sembra nascere anche
da un sistema che, a differenza di quanto propostoci per anni, è
tutt’altro che infallibile. Ma nessuno ha fatto caso che in Belgio
(dove il sistema ha retto perfino di fronte ad un biennio senza un
governo in carica), in Spagna, in Olanda, nel Regno Unito ed in altre
nazioni queste cose sembrano non accadere? Non ci sono semestri bianchi
a complicare tutto. Eppure nessuno si sognerebbe di negare a questi
Paesi l'essere democrazie complete. Misteri della storia! Intanto un
nuovo, un poco rinforzato nei numeri, direttorio tenta di uscire dal
tunnel oscuro in cui si è cacciata l’Italia sperando che qualche mente
illuminata riesca a risollevare gli animi per produrre, almeno quello,
una dignitosa legge elettorale.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
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| DATA: 03.04.2013 |
70
ANNI DI REPUBBLICA NON PROCLAMATA
 Se parlassimo del referendum
istituzionale del ’46, la vulgata popolare
ci insegnerebbe che si tratta di una delle più grandi manifestazioni di
democrazia. Per la prima volta si applicava il suffragio universale,
soprattutto finiva una dittatura durata un ventennio, nonché la guerra.
Eppure non è un opinione, bensì un fatto, che la repubblica italiana
non sia mai stata proclamata!
Quindi non c’è troppo da meravigliarsi delle vergogne della “prima
repubblica”, di tangentopoli, dei finanziamenti ai partiti, o di Craxi
a Tunisi; non c’è nemmeno da inorridire della “seconda repubblica” –
piuttosto che la “terza”, si comincia a perdere il conto – che se
nessuno se ne fosse accorto molti dei suoi protagonisti sono quelli di
ieri. Non c’è poi da alterarsi per i governi passati, per i Prodi o
Berlusconi, ne del presunto o meno colpo di mano “tecnico”, o da ultimo
di Grillo. Davvero non bisogna stupirsene, perché la nostra amata
repubblica è nata sulla menzogna! Quante volte documentari storici ci
hanno riproposto il racconto della
liberazione che si poteva respirare nell’aria, finita che fosse la
guerra, segnata che fu la monarchia. Quante volte si è potuto ascoltare
quella registrazione che, richiamando ancora nel tono un radiocronista
dell’istituto luce, trionfalmente gridasse “ha vinto la Repubblica”!
Non si vuole star qui a parlare di brogli, non verrà speso tempo a
immergersi in diatribe fra storici (faziosi per definizione), ne a
dilungarsi sulle fughe piuttosto che atti nobili dell’ultimo Re. Si
vuole però, questo sì, smentire quanto testi scolastici ed insegnanti
ci hanno sempre tramandato; infatti uno dei padri della Patria,
oltretutto venerato dalla chiesa cattolica come “servo di Dio”, il buon
Alcide De Gasperi, non fu mai ufficialmente nominato capo dello Stato!
Accadde che solo tre giorni dopo la comunicazione dei risultati
provvisori (!) del referendum istituzionale, ossia il 13 giugno del
’46, in barba alla legge istitutiva del referendum, il governo conferì
in maniera del tutto arbitraria al suo presidente (Il De Gasperi
appunto) “l’esercizio delle funzioni” di capo dello stato. Lo stesso
giorno Umberto II lasciò l’Italia, che pertanto ebbe due “sovrani”: il
Re e un facente funzione di capo dello stato. Giustamente molti avranno
da ridire, anche perché andando banalmente sulla pagina di Wikipedia
(ma andrebbe benissimo qualsiasi altro sito Web), alla voce del
fondatore della DC, si può tranquillamente leggere: ” Nel 1945 fu
nominato presidente del consiglio dei ministri, l’ultimo del Regno di
Italia. Durante tale governo fu proclamata la Repubblica, e perciò fu
anche il primo capo di governo dell’Italia repubblicana, e guidò un
governo di unità nazionale, che durò fino alle elezioni del 1948″.
Peccato chela notizia non risulti corretta. Questo perché il 18 giugno
la Corte Suprema di Cassazione comunicò l’esito del referendum, ma
-appunto- senza proclamare la Repubblica! La legge istitutiva del
referendum infatti non lo prevedeva, non essendo il quorum necessario
mai stato raggiunto (!); in realtà su 28.000.000 aventi diritto al voto
la Repubblica ebbe 12.700.000 suffragi, che si traduce nel 42 per
cento, un tantino meno rispetto alla metà… Certo poi sarebbe anche
curioso parlare del fatto che l’allora ministro della Giustizia Palmiro
Togliatti negò la verifica delle schede, asserendo che “forse” erano
già state distrutte (ma si sa, un attimo di distrazione nel buttare la
posta inutile, la pubblicità, come volere che non capiti per sbaglio di
gettare anche qualche milione di schede…). Interessante anche la
dichiarazione di Massimo Caprara, che di Togliatti fu segretario, e
che, testimone diretto dei fatti, scriveva di “parto difficile che va
aiutato”.
Tutto questo dovrebbe far riflettere; ci si potrebbe perfino chiedere
cosa sarebbe accaduto se avesse “vinto” la monarchia, ma la storia – è
risaputo – non si fa con i se.
Guido Rossi
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| DATA: 03.04.2013 |
3
APRILE: L’U.M.I. AL COLOSSEO PER SOLIDARIETA’ AI MARÒ PRIGIONIERI IN
INDIA
L’Unione Monarchica Italiana aderisce ufficialmente
al gesto simbolico promosso dal Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno,
che mercoledì 3 aprile 2013 farà spegnere le luci del Colosseo e per la
prima volta anche quelle dei Fori imperiali, del Foro romano e dei
Mercati Traianei, per rinnovare la vicinanza di Roma ai due marò
Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, prigionieri in India. Essere
presenti è un atto doveroso verso due italiani che con dignità e
rispetto stanno subendo un’inconcepibile ingiustizia.
Invitiamo gli amici monarchici a ritrovarsi nei pressi del Colosseo
verso le ore 19.30.
Alessandro Sacchi, Presidente nazionale
U.M.I.
Roma, 2 aprile 2013
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| DATA: 02.04.2013 |
RICCARDO
III : FINE DI UN MISTERO

Leicester – Il corpo di Riccardo III, il Re
maledetto di shakespiriana memoria, l’uomo che avrebbe dato il suo
reame per un cavallo, all’occasione di una sconfitta onde preservare la
sua vita dopo aver soffocato i bambini di Eduardo, irriverente verso lo
zio gobbo, troverà un mausoleo degno di un sovrano e del suo
prestigioso lignaggio dopo aver soggiornato a lungo sotto un parcheggio
di Leicester. Ancora una volta, come nel caso della testa di Enrico IV
di Francia, si deve alla prova del DNA l’identificazione di questo
corpo. E questo richiederà pure una rivisitazione della storia da parte
degli storici. (ARF – 06/02/2013)
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| DATA: 02.04.2013 |
L'INSOLITA
DECISIONE DI NAPOLITANO
L'Unione
Monarchica Italiana apprende con preoccupato stupore della nomina da
parte del Capo dello Stato di alcune commissioni di "saggi", al fine di
elaborare le riforme che tutti attendono. La Costituzione Repubblicana,
rigida, anzi inflessibile nelle intenzioni dei Costituenti, si piega,
in pieno semestre bianco, delegando al Presidente Poteri di indirizzo
che non gli appartengono.
Alessandro Sacchi
Presidente nazionale U.M.I.
Roma, 30 marzo 2013
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| DATA: 31.03.2013 |
NIENTE
RESURREZIONE SENZA PURIFICAZIONE: GRILLINI E GRULLINI
Editoriale di Aldo
A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 31/03/2013
 Resurrezione
è la speranza universale, il Patto tra l’umanità (peccatrice) e
il suo Redentore. La redenzione-resurrezione però richiede esame di
coscienza e pentimento: passa attraverso il rito di purificazione.
L’opposto di quanto fanno i “grullini” del Pd e i grillini del M5S,
fermi al “tanto peggio, tanto meglio”. Qualunque governo nasca, ci
vorranno tempo e pazienza per scendere da questo Calvario e
sperare, se non nella resurrezione, almeno nella rianimazione.
Per capirlo, bisogna ricordare la radice dei guai attuali. Il punto di
partenza è la Costituzione che un ben remunerato comico celebra come
“la più bella”. In realtà, a differenza dello Statuto (modificabile per
regio decreto o per legge ordinaria), essa è più rigida di un baccalà.
Tutti si aspettano che il nuovo governo, qualunque sia, compia il
grande miracolo da anni chiesto a gran voce dai più: dimezzare i
parlamentari, abolire le province, restituire dignità internazionale
all’Italia e sicurezza ai cittadini, alla proprietà privata, ai
risparmi… Ma per farlo…Partiamo dai primi due punti. Mentre
Zagrebelsky Gustavo e altri poetini vaneggiano di utopie
movimentistiche, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle
province passano obbligatoriamente attraverso la modifica degli
articoli 56, 57 e 114 della Costituzione. Se poi si vuole
conferire più poteri al presidente del Consiglio bisogna mettere
a soqquadro una buona metà della Carta del 1948. Poiché la
modifica di ogni articolo richiede la doppia approvazione da parte dei
due terzi dei parlamentari (art. 138) con intervallo di almeno tre mesi
tra la prima e la seconda lettura, anche a fare svelta questo
Parlamento (questo, non un altro forse da eleggere entro due mesi o
poco più), col bicameralismo perfetto imperante, ha bisogno di un
annetto di tempo, mentre la repubblica è al capolinea e il Paese
affonda. Tanto vale indire un referendum per abolire l’art. 139 e
modificare la forma dello Stato, perché è questa che, così com’è,
scricchiola. La costituzione è il sarcofago della repubblica, che
è solo una delle possibili forme dello Stato perché, come insegnò Gian
Domenico Romagnosi, ogni generazione ha diritto di darsi lo Stato che
vuole. Un costituzionalista garbato come Michele
Ainis ha ricordato l’inettitudine del parlamento sciolto e la
paralisi dell’attuale, con movimenti dilaniati da scissioni latenti (i
“montiani”) o dediti all’ “onanismo democratico” (il M5S):
un eufemismo che non ha bisogno di traduzioni in gergo corrente.
E’ ormai mezzo secolo che certi partiti, i più estinti, altri
ormai esausti, lo praticano ai danni dei cittadini, in un paese che ha
“perso la testa, letteralmente” (Ainis). I grilli e le cicale vanno
bene sulle siepi e sugli alberi secondo le stagioni. Ma non durano.
L’Italia ha invece bisogno urgente di redenzione/resurrezione. Non ha
tempo da perdere in ricorrenti biennali delle utopie. La democrazia
affonda perché si chiacchiera anziché governare. Ricordiamo
allora l’ottobre 1922. L’unico a tenere la testa sul collo fu Vittorio
Emanuele III, che, in mancanza di alternative praticabili, affidò a
Benito Mussolini la presidenza di un governo di coalizione
nazionale, con ministri capaci che lavorarono bene. Per uscire dal
pantano partitocratico, venne varata la legge elettorale (detta
“Acerbo” dal nome del suo relatore) che previde l’assegnazione del 66%
dei seggi al partito che avesse raggiunto almeno il 25% dei voti. Fu
voluta dal massimo statista liberale, Giovanni Giolitti, e venne
approvata da nazionalfascisti, liberali (Einaudi, De Nicola, Croce,
Olando, Salandra…) e democratici, con l’astensione dei popolari (cioè
dei cattolici). A mali estremi, estremi rimedi. Alle urne si
presentarono 133 liste e andarono 7.615.000 dei 12.000.000 di
aventi diritto (il 64%: niente affatto spinto a manganellate, malgrado
fatue leggende). Il “listone” del Partito nazionale fascista ottenne
non il 25 ma il 66% dei voti e due terzi dei seggi, ma appena 227
deputati iscritti ai fasci, in buona parte all’ultimo minuto. Dunque il
“fascismo” vinse con un magro 40% di deputati veramente “suoi”;
il resto glielo regalarono gli elettori, arcistufi delle
manfrine, dell’“onanismo democratico”. E’ una lezione da ricordare,
perché la resurrezione, ripetiamolo, passa attraverso morte e
purificazione, che non significa oblio, cancellazione della memoria,
bensì, all’opposto, presa di coscienza del proprio vissuto e assunzione
di responsabilità.
Aldo A.
Mola
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| DATA: 31.03.2013 |
QUANDO
RIVARCHEREMO IL TICINO?

Il 29 Marzo del 1848 Carlo Alberto di Savoia, Re di
Sardegna, alla testa dell’Armata Sarda varcava il Ticino gettando il
guanto di sfida all’Austria. La storia ci consegnò l’immagine, forse
alle volte un poco ingrata, di un Sovrano indeciso e tentennante, ma fu
lui a concedere il celeberrimo Statuto che ne portava il nome e,
soprattutto, a passare all’azione ed avviare quella stagione luminosa
rappresentata dalle patrie battaglie per l’indipendenza. L’esisto di
quella guerra fu sfortunato perché l’esercito dei nostri padri,
allora ancora piemontese e non italiano, ebbe infine la peggio.
Tuttavia il merito di quell’impresa non venne meno perché fu l’inizio
d’un percorso coraggioso e tale da rianimare le più nobili coscienze
della penisola. Oggi, a distanza di così tanti anni, prestando la
dovuta attenzione, è possibile notare qualche curioso parallelismo.
Un'Italia avvilita nello spirito, soffocata nei suoi sogni e nelle sue
ambizioni, umiliata dai mercati internazionali e dagli scivoloni
diplomatici si dimena in una morta gora di rara memoria. Quando la
società e la politica troveranno il coraggio di cambiare le cose?
Quando apriranno gli occhi e capiranno che questo sistema s’è rivelato
sempre più inconcludente ed incapace di arginare una crisi che non è
solo politica, ma anche e soprattutto morale? I patrioti ed i cuori
nobili non mancano, forse gocce nel mare di questa dilagante
mediocrità, e non sono certo sordi al rinnovato “grido di dolore”.
Sfortunatamente nelle istituzioni oggi manca la guida, manca la figura
sopra le parti, manca un vero Padre della Patria che sia il motore di
un indispensabile rinnovamento. Quando varcheremo il nuovo, ideale
Ticino?
Alessandro Mella - UMI Torino
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| DATA: 29.03.2013 |

Farò alcune considerazioni di politica generale
forse un poco impopolari ma lontane dalla partitica. Nel 2008 ebbi a
dire, e molti mi contestarono tale tesi in preda ad una passione
sfrenata per il bipolarismo americaneggiante, che l’ingresso di pochi
partiti in parlamento non solo non era risolutivo ma non era garanzia
di stabilità. Sostenni che già la legislatura successiva si sarebbe
tornati alle coalizioni di più forze. Questo perché l’Italia è un paese
in cui a tenere fuori dal parlamento quei movimenti che raccolgono due
o tre milioni di voti si genera disagio essendo la penisola un coacervo
di idee, tradizioni, pensieri e culture spesso molto diversificate tra
loro e tutte meritevoli di attenzione ed espressione. Sommando le varie
organizzazioni tra loro, da sinistra a destra o viceversa, si ottengono
numeri che dimostrano come un corposo quantitativo di elettori italiani
finisca per rischiare non essere rappresentato. Ciò contribuisce, ma
non è l’unica causa è evidente, ad allontanare la gente dalla politica
e, quand’è peggio, ad alimentare pericolose tentazioni di
extraparlamentarismo le quali sono già vivacizzate da certi toni
piuttosto rancorosi. Non è il numero di partiti il problema, non è
l’età media dei parlamentari la questione, nemmeno la sigla di
riferimento. Il problema è la moralità, la preparazione, la capacità,
le competenze e via discorrendo dei singoli individui. Questo è al
centro di tutto perché si può essere galantuomini o zotici a qualunque
età, con qualunque tessera in tasca, in un grande o piccolo movimento,
a destra come a sinistra e così via. Ciò che l’italiano medio deve
riscoprire, fuori e dentro le aule parlamentari, sono i valori alla
base di quella moralità che permette ad una comunità una serena
convivenza nel reciproco rispetto. È indubbio che molti politici siano
ipocriti e spesso dediti ad attività truffaldine ma è anche vero che
molti altri si impegnano con anima e corpo. Sostenere che “tanto tutti
sono uguali” è il primo velo dietro a cui i peggiori possono
nascondersi. E d’altra parte, troviamo il coraggio di dirlo, anche
questo è solo parte del problema nazionale. Gli italiani sono privi,
troppo spesso, di quel senso civico basilare. Pongo un piccolo esempio.
Se in un ufficio pubblico si rende necessario cambiare la maniglia di
una porta ogni dieci anni a causa dell’inevitabile logoramento è un
costo. Se tocca cambiarla quattro o cinque volte l’anno a causa
dell’incuria con cui se ne fa uso (sfido chiunque a farlo a casa
propria) è un altro. Spesso non ci accorgiamo che anche solo gettando
una carta sul marciapiede noi arrechiamo un danno al paese contribuendo
ad aumentare sensibilmente la spesa pubblica. Queste piccole cose,
decuplicate ed anche più, quotidianamente su tutto il territorio
nazionale concorrono a far lievitare la già difficile situazione. I
sacchi dei rifiuti abbandonati lungo una strada vanno rimossi e questo
è un ulteriore costo per lo stato. Spesa che si sarebbe risparmiata se
l’incivile autore dello scarico avesse provveduto la dove previsto. Mi
si può replicare che sono esempi minuti ma moltiplicateli più volte ed
immaginate quale danno arrechino al benessere comune distraendo fondi e
denari pubblici che, con un atteggiamento minimamente più civile, si
potrebbero destinare a più importanti fini. La politica ha fallito in
decenni di cattiva gestione della cosa pubblica con una vistosa
accelerata nell’ultimo ventennio ma anche la popolazione dovrebbe
ricordare che spesso contribuisce con un briciolo di inconsapevole
masochismo che, ad esempio, ad un cittadino svizzero, parrebbe
paradossale. Qualcosa che ricorda molto il gioioso personaggio
televisivo Tafazzi di qualche anno fa (per chi ha buona memoria).
Chiaramente non sono tutti così ma obbiettivamente la maggior parte
degli italiani sottovaluta questi fattori. La rinascita materiale di
questo paese e la sua sanificazione possono passare solo da una
rinascita ideale e morale. Senza queste premesse continueremo, per anni
ed anni, ad eleggere troppi mercanti di aria fritta nei quali i
politici rispettabili si perderanno, impotenti, come gocce nel mare.
Fintanto che tutti noi non ritroveremo un poco di sano amore per quella
nostra Italia, che non scordiamolo è nata anche sul sangue di tanti
patrioti in ogni tempo e d’ogni colore e pensiero, gli appuntamenti
elettorali saranno solamente la vetrina od il palcoscenico dei peggiori
farabolani ed ammaliatori. Poi potremmo dibattere da ogni lato, da ogni
schieramento e discutere su come perseguire il bene comune e quel
minimo di giustizia sociale di cui sentiamo la mancanza ma questo
quando sapremo mettere il bene comune davanti alle miserie personali ed
ai singoli egoismi. Non servono grida ne sedicenti rivoluzioni basta un
poco di cuore e buon senso per tornare a sperare, a lavorare, a
costruire ed anche soprattutto e finalmente a poter sognare una patria
migliore. L'Italia che sta sulle rive del Piave, del Don o del Cernaia;
sulle pietraie del Kossovo e dell'Amba Alagi, tra le mura ferite di
Nassirya, tra la sabbia di Kandhaar e di El Alamein, tra gli arbusti
verdi di Cefalonia, di Montelungo e di Solferino; nei canti gioiosi
della liberazione di Alba, tra le piazze e le strade delle Quattro
giornate di Napoli. Che sta tra le speranze del verde, tra il candore
del bianco e tra il rosso appassionato d'un tricolore sfilacciato.
L'Italia che ha ancora voglia di sognare il suo avvenire, quella
fanciullina piena di ricordi che si specchia melanconica in una piccola
lacrima e, malgrado tutto, vuole sorridere ancora.
Alessandro Mella - UMI Torino
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| DATA: 24.03.2013 |
CORDOGLIO
DELLA CONSULTA E DELL'U.M.I. PER LA MORTE DEL SENATORE MICHELE
PAZIENZA

La Consulta dei Senatori del Regno esprime profondo
cordoglio per la morte del Collega Consultore avvocato Michele Pazienza
(Napoli, 7 gennaio 1928- Roma, 24 marzo 2013).
Monarchico sempre, Senatore della Repubblica, fu
membro del Consiglio Nazionale del Movimento Sociale Italiano nato
dalla fusione tra questo e i monarchici, accanto ad Achille Lauro,
Giorgio Almirante, Gino Birindelli e Alfredo Covelli.
Componente della Consulta dei Senatori del Regno dal
9 febbraio 1981 fu e rimane modello di rigore, equilibrio, lungimiranza.
Ne ricorderemo sempre la parola pacata e il sorriso
sereno, velato dalla malinconia di chi, pur senza speranza di esito
immediato ma con profonda fede nell’Ideale, si prodigò per il ritorno
della Monarchia e delle Salme dei Nostri Re: ne continueremo l’Opera
con identico impegno.
La Consulta dei Senatori del Regno partecipa al
lutto della Sua Famiglia.
Torre San Giorgio, 25 marzo 2013
Il Presidente della Consulta dei Senatori
del Regno
Aldo A. Mola
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| DATA: 24.03.2013 |
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 24.03.13
Malgrado
il peggior ministro degli Esteri del sessantennio repubblicano,
l’Italia rimane il Bel Paese. Riscoprirlo in questo pur tardivo
inizio di primavera ha effetto balsamico. Sono passati i
barbari, i saraceni, le dominazioni straniere. Sta passando persino il
disastroso “governo tecnico” di Monti Mario che nel “Corriere della
Sera” sponsorizzò il “podestà forestiero”, cioè se
stesso. Veniva poi solo da Bruxelles, ov’era stato mandato da
Roma. Mentre è buio fitto sul futuro politico e nero
sull’economia si spalancano vecchi castelli e palazzi e dimore
storiche. “O patria mia, vedo le mura e gli archi (…), ma la gloria non
vedo” scriveva Giacomo Leopardi due secolo orsono…. Siamo sempre
lì. In assenza di gloria, contentiamoci dei monumenti, che (come dice
il nome) “ammoniscono”, insegnano, educano. Il centenario della
prima legge organica su monumenti e belle arti (1909-1913),
dovuta al genio di Giovanni Giolitti (grigio solo per chi non lo
capisce), fa riflettere su ciò che dura e, se ci mettiamo mano, durerà.
Ogni Opera è Storia, carne e sangue di chi l’ha ideata, edificata,
pagata, difesa, restaurata. Spesso è intreccio di vicende
drammatiche. La vera lezione delle Opere non sta nella loro
astratta “bellezza”, ma nei sentimenti che suscitano. Non solo in ciò
che sono, ma per quanto creano. Ogni epoca ha creato, distrutto,
dimenticato, recuperato, inventato. Cultura è rispetto della
pluralità: una scelta niente affatto scontata. Gli islamici radicali
abbattono i Budda e i templi di Timboctù. Non scandalizziamoci troppo.
Altrettanto fecero i cristiani d’Oriente, iconoclasti per
influsso incrociato di gnostici e islamici, gli evangelici e i
protestanti nel Cinquecento, i giacobini in Francia a fine
Settecento. Famelici come i seguaci di Marat e di
Robespierre, quando irruppero in Italia i francesi di Napoleone
Buonaparte fecero meno danni solo perché il loro comandante ordinò di
predare anziché di distruggere.
La Nuova Italia ebbe una storia diversa, meritevole di
memoria. All’unificazione, tra il 1860 e il 1870, il giovane regno si
trovò a corto di danaro. Invece di taglieggiare i risparmi, che
ancora erano pochi e andavano incoraggiati, il governo impose il corso
forzoso: cioè la non convertibilità della carta moneta in metalli
preziosi (oro e argento) nella quantità corrispondente al valore
stampigliato. Un furto gigantesco. Non solo. I governi spogliarono gli
Ordini religiosi dei loro beni e li vendettero. Fecero cassa,
come già Filippo IV il Bello re di Francia e papa Clemente VI a spese
dei Templari all’inizio del Trecento. Però i liberali italiani
risparmiarono cinque monumenti davvero grandiosi: le abbazie di
Cava de’ Tirreni, Montecassino, Santa Maria delle Scale, Monreale
e la Certosa di Pavia. Era il 1867. Il governo era presieduto da
Urbano Rattazzi, genio dell’amministrazione. Ministro dell’Istruzione
era Michele Coppino, cresciuto nel seminario di Alba, iniziato massone
nella loggia “Ausonia” di Torino. Quell’Italia si arrestò
dinnanzi alla maestà della Storia. Sapeva quanto costino il
bello, il buono e il vero: proprio come la carità, che certo può essere
esercitata anche da chi non ha nulla ma è più efficace se è
“ricca”(congregazioni, confraternite, ordini, amministrazioni
pubbliche). Lo Stato italiano non nacque per opprimere ma per liberare.
Ebbe un progetto: la cittadinanza. Poi vennero i regimi, le ideologie,
il fanatismo, la prevaricazione della burocrazia sulla vita, l’ottusa
pretesa di ingabbiare la creatività in schemi, i piani regolatori
concepiti come cappe di piombo sulla fantasia, come negazione
della storia dell’arte, anzi dell’arte stessa, che è continuo
divenire.
I cinque capolavori di Storia Sacra non statizzati dalla Nuova Italia
sono una lezione per i giorni attuali. Vale d’esempio l’ambone
della chiesa della Badia di Cava de’ Tirreni, mirabilmente
ricomposto dal certosino Giovanni Iannelli intorno al 1880. E’ la
sintesi di tanti secoli e di diversi stili. Quando venne edificato
l’Occidente era sotto assedio, assalito e devastato, come tante volte
nei secoli. Malgrado tutto, esso dura: ricco, ammaliante. E’ emblema di
vita eterna. L’immenso patrimonio storico conforta mentre il Paese pare
sull’orlo di una crisi irreversibile. Ci dice che gli italiani possono
farcela. Due secoli addietro Ugo Foscolo insegnò a cercare la speranza
tra i Sepolcri. E’ l’ora di tornare alla storia, di contemplarla, per
esempio, dall’alto della Sacra di San Michele, mirando la cupola e la
volta di Vicoforte, dinnanzi a una delle migliaia di simboli
riflettenti Opere e Giorni di chi ha forgiato questo Bel Paese: tutto
da custodire.
Aldo A. Mola
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| DATA: 11.03.2013 |
CONSULTA
DEI SENATORI DEL REGNO: IL GOVERNO SCREDITA L’ONORE DELL’ITALIA

La Consulta dei Senatori del Regno deplora il governo della Repubblica
italiana, presieduto dal senatore Mario Monti, per la condotta, confusa
e contraddittoria, tenuta sulla sorte dei due militari italiani
imputati di omicidio in India. Dall’inizio della vicenda, il governo
non ha affermato il diritto dello Stato, non ha ottenuto il sostengo
dell’Unione Europea né dell’Alleanza Atlantica, né di altre Istanze
internazionali efficaci. In carica per l’amministrazione ordinaria, il
governo scredita l’Onore dell’Italia.
Se le dichiarazioni e gli atti sinora noti del Ministro
degli Affari Esteri lasciano costernati, la Consulta evidenzia che la
responsabilità di ogni ministro coinvolge sempre quella del presidente
del Consiglio (al quale compete semmai di chiedere la revoca del
Portafoglio di chi non sia all’altezza del compito) e che le sorti dei
Militari sono tutt’uno con quelle del presidente della
repubblica, capo delle Forze Armate.
Con amara preoccupazione, la Consulta esprime
solidarietà nei confronti delle Forze Armate, vulnerate dalla mancata
tutela di due suoi Uomini in missione e chiede che, salvi gli interessi
dello Stato, il governo pubblichi subito i documenti su una vicenda che
da un canto potrebbe gettare ombra sulla credibilità dell’Italia e
dall’altro incrinare la fiducia tra chi giura di servire la Patria (a
prezzo della vita, nel caso dei militari) e le Istituzioni.
Roma, 24 marzo 2013
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
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| DATA: 24.03.2013 |
IL
TRATTAMENTO DEL GOVERNO VERSO I MARÒ:
VERGOGNA!
 Vergogna!
Il Governo italiano ha calpestato ancora la dignità di tutta la Nazione
riconsegnando i nostri Marò al Governo Indiano.
La maggior parte dei media (quelli sempre proni ad assecondare chi
comanda) hanno tenuto a sottolineare come l’India abbia garantito che
non verrà applicata la pena di morte ai nostri Marò! Ma ci rendiamo
conto che, per come viene presentata la vicenda, i nostri soldati
vengono dati sostanzialmente per colpevoli, ma chi lo ha stabilito?
Ma ci siamo dimenticati che i nostri soldati erano in missione
internazionale per contrastare la pirateria, e che, al momento dei
fatti, erano in acque internazionali e che gli indiani hanno posto in
essere “artifici e raggiri” per arrestare illegittimamente i nostri
Marò?
Ma che garanzie può dare una nazione che calpesta il diritto
internazionale e che viola anche la convenzione di Vienna limitando la
libertà del nostro ambasciatore?
Tutti i politicanti non fanno altro che richiamare e ricordare la
Costituzione, ma se lo ricordano l’articolo 27 al quarto comma ove si
legge “Non è ammessa la pena di morte”? Pertanto consegnare i nostri
soldati ad uno stato che ammette la pena capitale, che potrebbe anche
trovare applicazione in un caso come questo, vi sembra legittimo?.
Su qualche sito internet viene adombrata l’ipotesi che la decisione di
riconsegnare i nostri Marò all’India sia dovuta a motivi squisitamente
economici, meglio mi sento! Non c’è affare non c’è commessa
internazionale che giustifichi l’abbandono dei “propri figli”, questo
modo di fare è un atteggiamento tipico di degenerati come degenerata è
la nostra politica.
Una parte dell’opinione pubblica su questo tema non sembra tanto
sensibile, da un lato è dovuto ai media che non danno il giusto risalto
a questa vicenda, dall’altro la responsabilità di ciò è dei comunisti e
dei democristiani che con i loro “aventi causa” politici hanno
calpestato, dal dopoguerra ad oggi, senza ritegno e con sistematica
determinazione la Patria i suoi valori e i suoi simboli, diseducando
tanti cittadini italiani all’amor patrio. Dal PD, infatti, è arrivata
l’immancabile dichiarazione che sottolinea la correttezza della
decisione di riconsegnare i nostri soldati agli indiani anche se,
dicono, è stata sofferta.
Questi sono gli stessi politici nemici della Patria che ci stanno
bombardando da anni con il sogno europeo, la moneta unica e altre
fandonie che sono servite solo a farci rinunciare alla sovranità
nazionale e alla sovranità monetaria ed a portarci a partecipare a
consessi internazionali come l’Unione Europea o la Nato che da alleanza
difensiva si è trasformata in un club di guerrafondai. Ma queste
organizzazioni di cui facciamo parte, in nome delle quali tanti nostri
soldati stanno svolgendo missioni pericolose in tante parti del mondo
con altissimo senso del dovere coraggio e grande efficienza, non ci
stanno fornendo nessun aiuto per tutelare i nostri Marò, che fino a
prova contraria sono soldati di una Nazione dell’Unione Europea e della
Nato. I nostri soldati sono solo buoni a morire e a sacrificarsi ma
quando si tratta di tutelarli i nostri “alleati” sono capaci solo di
voltarsi dall’altra parte.
Libertà per i nostri Marò! Fuori dall’Europa, fuori dalla Nato!
Viva l’Italia, Viva la Monarchia!
Paolo F. Rossi de Vermandois
Vicesegretario Nazionale U.M.I.
|
| DATA: 23.03.2013 |
QUESTIONE
MARÒ: UNA TESTIMONIANZA SULL'AMBASCIATORE MANCINI
 Ho
avuto la fortuna di lavorare per anni accanto all’attuale Ambasciatore
italiano in India e di questo mi sento profondamente onorato. La sua
preparazione e le sue capacità sono fuori discussione, ma quello che
non tutti possono conoscere è il suo lato umano: Daniele Mancini è un
Uomo, un capo nel vero senso del termine, un comandante che ha a cuore
i suoi uomini e che li difende davanti a tutti. Pretende molto
l’Ambasciatore, ma si può essere certi che nessuno sarà mai lasciato
indietro, si può essere sicuri che chiunque sia affidato alla sua
responsabilità troverà in lui l’accoglienza di un senso dell’onore
granitico.
E’ questa l’unica consolazione in tutta questa triste vicenda nella
quale il nostro Paese non si è risparmiata nessuna vergogna,
quest’amara storia dove ha dato ripetuta prova di essere ancora la
“serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran
tempesta, non donna di province, ma bordello!”.
Questa Italia abbandona i suoi uomini, il suo popolo no!
Raccogliamo noi il nostro orgoglio e portiamo le nostre bandiere sotto
l’ambasciata indiana.
Paolo Bagalà, Consigliere nazionale
|
| DATA: 22.03.2013 |
MARÒ:
VERGOGNOSA ARRENDEVOLEZZA DI QUESTA REPUBBLICA
 Siamo
rimasti basiti nell'apprendere dal viceministro Staffan de Mistura che
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone siano ripartiti la scorsa notte
alla volta dell'India, dopo che il Governo avrebbe ricevuto un “un
documento da un autorevole organismo indiano” che ha fatto cambiare
idea per l'ennesima volta sulla sorte dei due fucilieri di marina.
Questo Governo, ormai agli sgoccioli dopo le consultazioni dei partiti
con Napolitano, non poteva chiudere il proprio mandato in maniera più
indegna e vergognosa (come se non fossero bastate le politiche
economico-sociali adottate finora).
Questa repubblica, come al solito, non ha le idee chiare e ci fa
incassare delle figuracce a livello internazionale, ridicolizzando
l'Italia... Ma in questo caso ci vanno di mezzo le vite di due nostri
ragazzi che, con alto senso di responsabilità e senza mai aver tenuto
un comportamento o una dichiarazione fuori posto, hanno dato una
lezione del valore di un vero militare italiano.
Consentire l'arresto di due connazionali in un paese in cui vige la
pena di morte e subire l'umiliazione del trattamento serbato al nostro
Ambasciatore non sarebbero state cose tollerabili da nessun altra
potenza mondiale. Ma in Italia no, sebbene sia stato stabilito che
l'incidente con i pescatori sia avvenuto in acque internazionali, il
Governo italiano ha dimostrato tutta la sua debolezza e incapacità di
fare valere i propri diritti. Vergogna!
Consideriamo che l'Italia rappresenta un'importante fonte di guadagno
per il mercato indiano, sarebbe bastato discutere su questo punto,
senza sfociare in eccessi.
Non ci rimane che sperare nel nuovo nebuloso Governo: avrà la forza e
l'autorevolezza di gestire seriamente questa crisi per far tornare al
più presto i due Marò a casa? I dubbi rimangono e i due nostri ragazzi
rimangono in India.
Davide Colombo, Segretario nazionale
|
| DATA: 22.03.2013 |
REPUBBLICA
SOTTOSOPRA E “SCONSACRATA” DALLA NASCITA
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 16.03.13
Le
istituzioni si stanno avvitando su se stesse, con effetti drammatici.
Imperversa una crisi di Ordini e di valori dagli sbocchi imprevedibili
anche per l’economia e, di conseguenza, per la vita sociale e l’armonia
tra i cittadini. Il Paese assiste attonito e preoccupato. Persino il
presidente Giorgio Napolitano, a lungo svettato al di sopra della
mischia quale garante per superare un turbine finanziario dai
risvolti anche cupi e truculenti, da tempo è finito in trincea,
costretto a inviare precisazioni ai giornali.
I due nodi che abbuiano l’orizzonte e rendono improbabile una
soluzione normale sono in primo luogo la mancata riforma della
costituzione, premessa indispensabile e vincolante per qualunque nuova
legge elettorale, e la carenza una “riserva strategica” di personalità
da mettere in campo, in via eccezionale, alla guida di un governo “di
scopo”, che attui quanto che il deludente governo Monti non ha
saputo fare. L’ impoverimento del quadro venne implicitamente ammesso
ed evidenziato da Napolitano, quando, morta Levi Montalcini, annunciò
che non avrebbe nominato i due senatori a vita ancora di sua
competenza. Prese atto dell’assenza di cittadini illustri non vincolati
a partiti ma politicamente credibili. Mancano, insomma, un cenacolo di
cittadini che funga da partito dello Stato, i “templari della
democrazia”, e persino i “moschettieri del re”.
Vengono tutti insieme al pettine i nodi irrisolti di quasi
settant’anni di una repubblica che visse al riparo della
contrapposizione ideologico-militare durata dalla cortina di ferro a
ieri, grazie allo scudo della Nato e poi nella falsa speranza che
l’“Europa” risolvesse i suoi guai anziché, causarcene, come ora
accade.
C’è forse un vizio d’origine. Per coglierlo basta ripercorrere una
vicenda apparentemente minore, o secondaria, e tuttavia emblematica,
come tutto ciò che ha a che vedere con le Istituzioni: le quali vivono
se dotate del tanto di sacralità sufficiente a imporre e ad esigere
rispetto e adesione. E’ il caso dell’emblema dello Stato. La sua genesi
mostra come la repubblica sia nata dalla sovversione e sia rimasta un
sottosopra mentre la Monarchia costituzionale, durata da Carlo
Alberto a Umberto II, si fondò sulla “riserva aurea” del Senato di
nomina regia e vitalizio.
Ma andiamo per ordine. Il nostro è certo un Paese paradossale. In
questi giorni le Poste italiane hanno emesso un francobollo per
ricordare Gabriele d’Annunzio e un altro per i cinquant’anni della
morte di Paolo Paschetto (1885-19663). Chi era costui? Figlio di un
pastore valdese e passato alla chiesa battista, professore di Ornato
all’Istituto di Belle Arti di Roma, Paschetto è noto quale vincitore
del concorso per l’emblema della Repubblica italiana. Il concorso ebbe
due fasi (1946-1948), tutt’e due vinte da lui. Nella prima egli propose
una specie di città turrita, con tre ondine e una stelletta in cielo.
Decisamente brutto e tuttavia vincitore. Nella seconda, su incalzante
suggerimento della commissione giudicatrice, si approssimò all’emblema
vigente con un bozzetto in bianco e nero, approvato dalla Costituente
all’ultimo minuto utile. Venne poi colorato e decretato
nell’aprile 1948 dal presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De
Gasperi, che lo trangugiò con qualche amarezza. Come da direttive, la
commissione giudicatrice e i costituenti s’accordarono su un
punto: l’emblema poteva contenere, come contiene, di tutto, stellone, o
pentalfa, iscritto su cinque raggi di una ruota troppo dentata,
cartigli e rami di quercia e di olivo (quest’ultimo, osservò la
Consulta araldica, evoca la…pace eterna), ma non doveva contemplare in
alcun modo una croce. Desacralizzato, l’emblema della repubblica
precorse insomma il Trattato di Lisbona, che ignora le radici
cristiane dell’Unione Europea a vantaggio di non meglio definite
“eredità culturali, religiose e umanistiche”.
Ma chi era il Paschetto due volte vincitore del misterioso
concorso? Aveva una lunga esperienza come disegnatore, incisore,
xilografo, pittore, bozzettista tuttofare: aveva disegnato le vetrate
del Ministero della Pubblica Istruzione di Viale Trastevere e quelle
del Tempio Valdese di Roma, ex libris e pubblicità commerciali.
Fu anche autore dei bozzetti di vari francobolli: quelli di Vittorio
Emanuele III e per la conquista della Libia. La corona turrita, che
orna la testa dell’Italia in uno dei suoi francobolli più famosi
di età monarchica, nel 1947 venne capovolta e divenne la
città cinta di mura, chiusa in se stessa o… una “tinozza”,
come venne sprezzantemente liquidato quel suo primo bozzetto vincitore.
Paschetto fu anche autore della tessera del Partito repubblicano
italiano e, da giovane, di una incisione che Benito Mussolini usò nel
suo Hus il veridico, libretto ferocemente anticattolico del 1912.
Ma come mai vinse proprio lui? Della Commissione che
consigliò e premiò Paschetto faceva parte Duilio Cambellotti, molto
apprezzato “a sinistra” nel 1945-48. Era lo stesso che aveva
istoriato l’esaltazione di Benito Mussolini nel Palazzo della
Prefettura di Ragusa, ma ora godeva della piena fiducia dei comunisti
Umberto Terracini e Palmiro Togliatti. Suo tramite le sinistre
appiopparono all’Italia un emblema che però, a differenza dello scudo
sabaudo (Bianca Croce di Savoia…) è improponibile nel
tricolore.
Dunque, i filatelici ora possono collezionare un francobollo
celebrativo di Paolo Paschetto. Niente francobollo, invece, per
Umberto II, quarto re d’Italia, capo dello Stato, né, del resto, per
Vittorio Emanuele III che fu re per 46 anni: neppure per lui né un
francobollo, né una commemorazione ufficiale.
Certo è significativo che né il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano,
né altre istituzioni abbiano sentito il dovere di ricordare Umberto II
nel trentennale della morte (Ginevra, 18 marzo 1983). Anche i
quotidiani nazionali hanno finto di non sapere, di non ricordare, di
non vedere. Così ci ha pensato la provincia di Cuneo, presieduta da
Gianna Gancia, che ha un alto senso dello Stato (“onore e fedeltà”) e
si è raccolta attorno ai Principi Amedeo, Duca di Aosta, e Aimone, Duca
delle Puglie, e alla Principessa Maria Gabriella di Savoia, che
incarnano la continuità della Casa secondo le sue regole millenarie. E’
un segnale: i cittadini prendono l’iniziativa dove lo Stato è assente.
Ma prima o poi quegli stessi cittadini si domanderanno a chi
allora versare i tributi per far funzionare la macchina
amministrativa e la società. Il governo centrale è quanto meno
latitante, assente, in ritardo…, tantoché la provincia di Cuneo ha
deciso di citarlo in giudizio per clamorose inadempienze.
Malgrado la primavera imminente, tira davvero una brutta aria.
Aldo A. Mola
|
| DATA: 11.03.2013 |
 Doveva
succedere ed è successo (forse un po' troppo presto): qualche lupo è
uscito dal branco e si è trasformato in cagnolino da salotto pronto ad
afferrare il biscottino generosamente lanciatogli. E si può anche
capire... sono belli gli stucchi e i velluti, tanto belli che pare
proprio un peccato poterne godere solo per due mandati. Ora che si
respira questo buon profumo di potere, forse conviene guardarsi un po'
intorno, visto anche che qui sono tutti così carini con i "grillini",
li chiamano, li vogliono. Conviene forse anche spegnere un attimo
quella telecamerina, che quella lucina rossa disturba un po' e non
permette di concentrarsi bene. Dopo magari si potrà dire che si è
votato il meno peggio, che si è fatta trionfare la lotta alla mafia
sull'illegalità, tanto con questa cosa si sono sciacquati la bocca in
tanti, e ha sempre funzionato! Magari nessuno si accorgerà che è stata
eletta la seconda carica dello Stato, il vice Presidente della
Repubblica, non si farà caso al fatto che sia stato conferito al
PD il potere di decidere l'agenda di tutto il Parlamento, il potere
cioè di scegliere tutto quello che si discute o non si discute alla
Camera e al Senato, la facoltà, in altre parole, di accantonare
qualsiasi provvedimento non risulti gradito. No, non se ne
accorgeranno... si farà un tale baccano con la libertà di
coscienza e si alzerà un gran polverone con la mancanza di democrazia
nel M5S, che nessuno ci farà caso. E mentre tutti discuteranno,
piano piano le telecamere passeranno di moda, e gli ex-lupi neo-volpini
avranno acquistata la loro certificazione di maturità e affidabilità,
pronti a sganciarsi dai volgari moti di popolo per assumersi
adeguatamente la grande (e sicuramente ben remunerata!) responsabilità
di eleggere un Capo dello Stato che sia nel solco profondo della
continuità stantia e polverosa.
Paolo Bagalà, Consigliere nazionale U.M.I.
|
| DATA: 18.03.2013 |
XXX
ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI RE UMBERTO II
|
| DATA: 18.03.2013 |
LA
GIOIA DELL’U.M.I. PER L’ELEZIONE DI PAPA FRANCESCO
Il mondo ha focalizzato l’attenzione sui lavori del
Conclave e si è letteralmente fermato nell’attesa del sacro rito
dell’Habemus Papam. Il Vaticano è una Monarchia elettiva, l’ultima
Monarchia assoluta presente nel mondo occidentale, e come tale è già
intrinseca di un fascino regale. L’aspetto spirituale la ammanta ancora
di più di una particolarità che rende l’elezione di un Pontefice un
qualcosa di unico. Constatiamo con piacere la popolarità che la
millenaria Istituzione ha dimostrato ancora in questi giorni e ci
uniamo all’unanime coro benaugurale nei confronti di S.S. il Papa
Francesco.
|
| DATA: 15.03.2013 |
RITROVATA
LA LAPIDE DELLA SORELLA MINORE DELLA BELLA ROSINA
 Il
Borgo di Mirafiori ha identificato nel suo piccolo cimitero di corso
Unione Sovietica 650 la tomba della sorella minore e meno fortunata
della «Bella Rosina». Si chiamava Adelaide, ma la salutavano come
«Donna Adele». Perché, anche se nata priva di titoli nobiliari, era
diventata cognata di Re Vittorio Emanuele II. Il sovrano aveva sposato
sua sorella Rosa Vercellana, che aveva nominato Contessa di Mirafiori e
Fontana Fredda. Ma Adele aveva dovuto accontentarsi di quello che era:
la discendente di una vecchia famiglia di Moncalvo d’Asti, più ricca di
ambizioni che di risorse. Ebbe l’onore di diventare madrina di
Vittoria, la primogenita di Rosina e del Re, ma la vita non le riservò
molto di più. Nata a Chambéry il 18 aprile 1831, morì a 64 anni, a
Torino, il 25 marzo 1895. Sposò il primo amore, Giacomo Vasario, che la
lasciò giovane vedova. Passò a nuove nozze con un impiegato delle
ferrovie, Filiberto Bovio. Aveva dieci anni più di lei: era nato a
Nizza Monferrato il 13 maggio 1821. Fece qualche carriera. Da addetto
alle biglietterie di una stazioncina nei pressi di Genova divenne
ingegnere e si avviò alla pensione con il grado di ispettore. Fu
nominato Commendatore dell’Ordine Mauriziano e «Governatore onorario
del Real Castello di Moncalieri». Visse da onesto, piccolo borghese,
come la moglie. Videro le luci del trono, ne colsero forse qualche
vantaggio, senza approfittarne. Come massima gioia ebbero un figlio. Lo
chiamarono Carlo Filiberto. Morì a 10 anni, il 9 marzo 1855. Lo
seppellirono nella tomba di famiglia dei Vercellana, al Cimitero
Generale. Qui lo seguì prima il padre, il 27 marzo 1891 e poi la madre,
quattro anni dopo.
Ma era a Mirafiori che avevano vissuto i più bei momenti della loro
vita. Era il feudo di famiglia, che Rosina aveva in vario modo
beneficato. Qui lei stessa riposava dal 1888, in quel piccolo Pantheon
costruito in strada del Castello, copia in miniatura di quello di Roma,
che nel 1878 aveva accolto le spoglie di Vittorio Emanuele II. Così i
familiari decisero che anche Adele, Filiberto e il loro piccolo qui
trovassero nuova sepoltura. Scelsero un angolo del cimitero che il
Borgo aveva costruito a proprie spese nel 1876, a pochi passi dal
torrente Sangone. Il 9 gennaio 1901 le tre salme furono riunite sotto
un fazzoletto di terra, segnato da una bianca lapide di marmo. Qui li
ha rintracciati Aldo Ratto, pensionato di Mirafiori, innamorato della
storia del borgo. La lapide, divorata da un secolo d’intemperie, era
illeggibile. Ma è stata ripulita. Un altro pensionato, Andrea Taverna,
restaurerà le lettere dell’epigrafe. Con loro collabora Maurizio
Trombotto, presidente della Circoscrizione 10. «Questo cimitero - dice
- è memoria storica da tutelare. Le sepolture in terra non sono più
concesse da trent’anni. Ma finché si conserveranno le tombe di famiglia
non potrà mai essere smantellato». All’interno si presenta come un
lindo salotto della memoria. Anche se i graffitari hanno lordato il
muro esterno e le prostitute hanno ricavato giacigli notturni sul
retro. «C’è altro» nota Trombotto. Indica i palazzi privati costruiti a
pochi passi dal cimitero. Le loro facciate di cristallo danno luce ad
uffici con affaccio sulle tombe. «Mi chiedo scandalizzato - dice
Trombotto - come il Comune abbia potuto permettere una cosa del
genere». Accadde il 30 novembre 1990. Quel giorno fu rilasciata dal
Municipio la concessione edilizia numero 1136. Recava la firma del
socialista Domenico Mercurio, assessore all’edilizia, nella giunta
guidata dal sindaco liberale Valerio Zanone.
|
| DATA: 12.03.2013 |
UMBERTO
II, L’ ITALIA INNANZI TUTTO TRENT’ANNI DOPO, A VICOFORTE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 3.03.13
L’
“Italia innanzi tutto” fu il motto di Umberto II di Savoia (Racconigi,
15 settembre 1904- Ginevra, 18 marzo 1983): un monito di viva
attualità. Il Paese attraversa tempi difficili, ma ne ha veduti
di peggiori. Ce l’ha fatta e ce la farà, se saprà superare divisioni
artificiose e recuperare lo spirito del Risorgimento. Con quegli ideali
due generazioni di patrioti tra il 1820 e il 1870 fondarono l’Unità
d’Italia. Altre due generazioni portarono a Vittorio Veneto e alla
Ricostruzione. Di padre in figlio. Tra errori e riscosse, peccati ed
espiazioni. Questo è l’insegnamento che viene da Umberto II, quarto e,
per ora, ultimo re d’Italia. La sua figura sintetizza la tragica
grandezza della Nuova Italia: un’Idea che si è fatta storia e che
resiste nelle tempeste.
Unico maschio dei cinque figli di Vittorio Emanuele III e
di Elena di Montenegro, Umberto venne educato da futuro Re d’Italia:
studi giuridici, politici, storici, letterari e soprattutto il severo
“mestiere delle armi”. Appena maggiorenne all’avvento del governo
Mussolini (che inizialmente fu di unione nazionale, non un “regime”),
da ufficiale nel novembre 1922 giurò fedeltà al padre, Capo delle Forze
Armate. Estraneo agli affari politici ma non alla vita del Paese,
al rovesciamento del Duce e alla proclamazione dell’armistizio era
comandante delle Armate Sud. Pur con molti dubbi, il 9 settembre 1943
seguì il Re da Roma a Brindisi. Ispezionò il fronte della
guerra di liberazione in missioni rischiose che gli meritarono
plausi e decorazioni degli avari anglo-americani. Con effetto dalla
liberazione di Roma (5 giugno 1944) Vittorio Emanuele III gli trasferì
tutti i poteri della Corona, “nessuno escluso”. Da Luogotenente del
Regno, Umberto operò per la liberazione e la ricostruzione e, malgrado
velenosi attacchi giornalistici, si guadagnò la stima di ex nemici e di
molti politici pur prevenuti nei confronti della monarchia.
Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdicò e partì per Alessandria
d’Egitto. Quarto Re d’Italia, Umberto II percorse febbrilmente il
paese, soprattutto l’ “Alta Italia”, riscuotendo ampia simpatia. Il 2-3
giugno 1946 i cittadini si pronunciarono sulla forma dello
Stato ed elessero l’Assemblea costituente. Pochi giorni prima del voto,
il re annunciò da Genova che, se la monarchia fosse prevalsa, la
costituzione sarebbe stata proposta a referendum: prova d’appello
per la forma dello Stato.
Su circa 28.000.000 di cittadini idonei al voto, al referendum
quasi quattro milioni non poterono votare: interdetti per motivi
politici, ancora prigionieri di guerra (finita dal 2 maggio 1945) o
“non rintracciati”. Come previsto dalla legge istitutiva del
referendum, il 10 giugno 1946 la Corte Suprema di Cassazione
comunicò che la repubblica aveva ottenuto circa 12.700.000 voti;
la monarchia 10.700.000. Le schede bianche erano 1.500.000. Però
mancavano ancora i dati di molte sezioni. A norma di legge, la
Corte si riservò di pronunciarsi in via definitiva il 18. Ma la
notte fra il 12 e il 13 giugno, con gesto rivoluzionario, il
governo conferì le funzioni di capo dello Stato al presidente del
consiglio, Alcide De Gasperi, che accettò. Fu un colpo di stato.
Per non provocare la guerra civile l’indomani Umberto II lasciò Roma in
aereo alla volta del Portogallo, ove sin dal 5 aveva mandato la regina
e i quattro figli. Partì senza riconoscere la repubblica, che del resto
ancora non c’era (“nacque” solo il 19 giugno). Sciolse chi l’aveva
pronunciato dal giuramento verso la monarchia ma non alla Patria. La
sua partenza rese superflua la verifica delle schede (nulle, annullate,
non attribuite, manipolate). Il 18 giugno i dati veri del
referendum erano ancora in confusione totale. La repubblica prevalse
con un magro 42% del corpo elettorale: nacque minoritaria. Umberto
partì Re e tale rimase sino alla morte. Dall’1 gennaio 1948 la
Costituzione vietò l’ingresso e il soggiorno in Italia agli “ex
Re d’Italia, alle loro consorti” e ai loro discendenti maschi. Vittorio
Emanuele III morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto, ove è
sepolto. Umberto II visse esule trentasette anni, apprezzato da Capi di
Stato e dai Pontefici per saggezza e sapienza. Agli italiani mandò
sempre messaggi di pacificazione, attualissimi scanditi da: “Italia
innanzi tutto”. La repubblica non gli concesse di rientrare in
Patria neppure per spirarvi: una crudeltà e una macchia indelebile.
Riposa accanto alla regina Maria José ad Altacomba, in Savoia, meta di
pellegrinaggi sempre più radi. I suoi genitori giacciono pressoché
dimenticati, uno ad Alessandria d’Egitto l’altra a Montpellier. Unico
Stato in Europa, solo l’Italia non ha traslato in Patria le salme dei
propri sovrani. E’ un paese in ritardo con l’esame di coscienza. Ma
siamo in Quaresima…
Umberto II è tutt’uno con la storia della Nuova Italia, grande e
tragica. Nel trentennale della morte, mentre nubi gonfie di incertezze
si addensano sul paese, la sua figura e la sua opera vengono ricordate
nel cuore del Vecchio Piemonte, a Vicoforte, ove sorge il Santuario
ideato da Carlo Emanuele I (1580-1630) come Mausoleo della Casa di
Savoia.
La presidente della Provincia Granda, Gianna Gancia, ricorda che nel
1849 Carlo Alberto partì per l’esilio come conte di Barge, Vittorio
Emanuele III nel 1946 andò in Egitto quale conte di Pollenzo e Umberto
II predilesse il Castello di Racconigi ove nacque il 15 settembre
1904. Nell’esilio, aggiunge la principessa Maria Gabriella di Savoia,
il re ricordava ogni dettaglio della sua terra. Conoscere meglio
Umberto II, profeta di un’Europa di popoli uniti nella pace e nella
libertà, significa farsi carico della storia nazionale, con le sue
ombre (poche) e le sue luci (molte). E’ l’ora di farlo per andare oltre.
Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei
Senatori del Regno.
All’ “Incontro Umberto II, Trent’anni dopo” (Santuario di Vicoforte, 16
marzo h.10), organizzato da Provincia di Cuneo, Comune di Vicoforte,
Centro Giolitti, Fondazione Cassa Risparmio di Saluzzo, Unione
Monarchica Italiana, Istituto Studi Filosofici, Istituto per la
Storia del Risorgimento, Ex Allievi Nunziatella, Gruppo Croce Bianca e
altri, intervengono Massimo De Leonardis, Francesco Perfetti, Aldo G.
Ricci, Tito Lucrezio Rizzo, Alessandro Sacchi, Antonino Zarcone, Marco
Grandi e Sergio Boschiero. Presenziano la Principessa Maria Gabriella e
Amedeo di Savoia, Duca di Savoia, con la Consorte Duchessa
Silvia.
Alle 15.30 Messa Memoriale celebrata dal Vicario diocesano mons. Meo
Bessone, con il coro “La Balconata “ e il complesso di fiati “Umberto
II”.
I SAVOIA RE D’ITALIA
Umberto II fu il discendente diretto di Carlo Alberto
di Savoia, principe di Carignano (1798-1849), sul trono dal 1831, dopo
Carlo Felice che morì senza figli maschi ed era suo parente in
tredicesimo grado. Carlo Alberto capitanò la prima guerra per
l’indipendenza: una lotta impari tra il regno di Sardegna e l’impero
d’Austria. Abbandonato da Pio IX e da Ferdinando II di Borbone,
inizialmente alleati, fu sconfitto a Novara (23 marzo 1849) abdicò e
morì esule a Oporto. Nel ventennio seguente suo figlio, Vittorio
Emanuele II (1820-1878), costruì il regno d’Italia (1861), ottenne il
Veneto (1866) e annetté Roma (20 settembre 1870). Con lui l’Italia
entrò nel concerto delle potenze europee. Re Vittorio meritò il titolo
di Padre della Patria, come è ricordato al Pantheon. Suo figlio,
Umberto I, saldò l’alleanza con Vienna e Berlino all’amicizia con la
Gran Bretagna e con l’impero di Russia, suggellata con le nozze di suo
figlio, Vittorio Emanuele principe di Napoli, con Elena di Montenegro.
Venne assassinato a Monza il 29 luglio 1900. Vittorio Emanuele III
(1869-1947) legò il nome all’epoca della massima prosperità della Nuova
Italia, dall’età di Giolitti agli anni Trenta, quando Mussolini
raggiunse il massimo consenso: Conciliazione con la Santa Sede nel
1929, superamento della crisi economica, impresa di Etiopia nel
1935-36. Con quella del Belgio, la monarchia italiana fu l’unica
sopravvissuta alla Grande Guerra, che si tradusse nel crollo di quattro
imperi e nell’avvento del comunismo di Lenin e Stalin nell’URSS.
Dal 1940 l’Italia intervenne nel nuovo conflitto europeo: una “guerra
parallela” a quella della Germania di Hitler, via via divenuta
mondiale. Esaurite le risorse, con la resa incondizionata del settembre
1943 il governo di Roma accettò la sconfitta ma evitò la debellatio
dello Stato e fu riconosciuto dagli esosi vincitori, che imposero il
cambio al suo vertice tra Vittorio Emanuele III e suo figlio, Umberto
Principe di Piemonte.
|
| DATA: 11.03.2013 |
IL
PRINCIPE UMBERTO A 3500 M SUL ROCCIAMELONE COL SUO BATTAGLIONE DI
FANTERIA
In attesa della commemorazione ufficiale che si terrà il
prossimo 16 marzo alla presenza della Famiglia Reale a Vicoforte (CN),
pubblichiamo delle rare foto dell’archivio Maurizio Lodi che ritraggono
l’allora Principe di Piemonte sul Rocciamelone con il suo battaglione
di Fanteria, il 90°.
Il 2 agosto 1928 il Principe, partito il giorno precedente da Susa,
raggiunse la sommità del Rocciamelone l'inconfondibile vetta piramidale
che domina le Valli di Susa del Cenischia di Viù e dell'Arc. Per secoli
il Rocciamelone fu considerato la montagna più alta d'Italia e
d'Europa. Anche per tale motivo fu scalata sempre dal versante
valsusino da vari Duchi e Principi di Casa Savoia: nel 1418 dal Duca
Amedeo VIII che volle consacrare le sue terre alla Vergine del
Roccianelone. Il 5 agosto 1659 dal Duca Carlo Emanuele II con sua
moglie Giovanna Battista di Nemours il quale indicò su una lapide
lasciata sul posto poi scomparsa lo scopo dell'ascensione cioè "per
adorare dal più alto de'suoi sati la Vergine Sua Protettrice". ll 27
luglio 1838 dal Principe futuro Re d'Italia Vittorio Emanuele II col
fratello Ferdinando Duca di Genova accompagnati dal Principe Eugenio di
Carignano. Nel 1859 dal Principe di Piemonte futuro Re d'Italia Umberto
I col fratello Amedeo Duca d'Aosta che sarà Re di Spagna (1870/1873).
(Articolo de LA STAMPA di Torino del 4 agosto 1928)
IL PRINCIPE UMBERTO A 3500 M SUL
ROCCIAMELONE COL SUO BATTAGLIONE DI FANTERIA
"Il Principe che segue attivamente tutte le operazioni del suo
Battaglione il 90°Fanteria ha partecipato al campo d'arma e sarà
presente alle manovre. Chiudendo il campo di montagna Sua Altezza ha
compiuto una notevole ascensione insieme al suo Battaglione formato da
tutti i disponibili del 90°.Fanteria.
Partito alle 4 dal Truc di Pampalù il Principe ha raggiunto rapidamente
la Cima del Rocciamelone a 3538 m e alle 13,30 era già di ritorno al
luogo di partenza col Battaglione in perfetto ordine senza dover
lamentare alcun incidente e senza ritardatari. La magnifica resistenza
del Principe che ha guidato a passo veloce i suoi soldati da fanteria
in alta montagna compiendo con matematica regolarità l'itinerario
previsto è stato vivamente ammirata negli ambienti militari e segnalata
come altissimo esempio alla truppe della Brigata.
Giovedì sera alle 22 il Principe scendendo a Susa fu accolto da una
entusiastica manifestazione di popolo. La Piazza IV Novembre era
gremita di folla e di rappresentanze di associazioni con bandiera .
Ieri mattina ha visitato l'Asilo Infantile e gli scavi dell'Anfiteatro
Romano nei poderi dell'Istituto delle Povere Figlie di Maria ossequiato
dal Vescovo Mons. Rossi"
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| DATA: 05.03.2013 |
NELLA
CHIESA DELLA MAGIONE A POGGIBONSI IL 25° DI NOZZE DEI PRINCIPI AMEDEO E
SILVIA DI SAVOIA AOSTA
 Domenica
10 Marzo nella Chiesa Magistrale di “San Giovanni in Jerusalem” nel
Castello della Magione di Poggibonsi verranno celebrate le nozze
d’argento del Principe Amedeo di Savoia Aosta, Capo della Casa Reale
d’Italia, con Donna Silvia dei Marchesi Paternò di Spedalotto.
Alle ore 11 verrà celebrata la S. Messa giubilare dal rev.mo Padre
Abate Dom Michael John Zielinski, della Congregazione per il Culto
Divino e la Disciplina dei Sacramenti, latore di una speciale
benedizione papale e di una lettera di saluto e di augurio
dell’Arcivescovo di Siena Mons. Antonio Buoncristiani, nonché del
rescritto della Penitenzieria Apostolica di concessione dell’Indulgenza
Plenaria per i Principi Reali e per tutti i presenti al sacro rito.
Al termine, nel salone del Pallegrinaio, verrà servito un pranzo in
onore dei Principi Reali.
Parteciperanno le più alte cariche dell'U.M.I.
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| DATA: 05.03.2013 |
GOVERNO
DI EMERGENZA: STRADA STRETTA SENZA ALTERNATIVE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 3.03.13
La
proposta di un governo di emergenza è e rimane la più sensata.Con fiuto
e saggezza di politico, il presidente Berlusconi l’aveva prospettata
già prima del voto. Ora essa s’impone per tre motivi chiari e senza
appello. In primo luogo a questo risultato elettorale si è arrivati
perché con veti incrociati i vecchi partiti non hanno varato
nessuna delle riforme necessarie, attese e implorate dal presidente
della repubblica, Giorgio Napolitano (gliene va dato atto). Monti non
fu la medicina giusta per quella malattia (del resto era stato nominato
solo per occuparsi dell’economia e dette risultati oggettivamente
negativi). Niente nuova legge elettorale, niente riforma
del bicameralismo perfetto, nulla sul nuovo bilanciamento dei
poteri tra organi e ordini costituzionali. Nessun cenno di riduzione
dei “costi della politica”. Ora i nodi vengono al pettine, tutti
insieme. Con l’incubo di una stretta finanziaria, economica, sociale
dalla portata e dalle conseguenze imprevedibili.
Un punto è certo: riforme come quelle urgenti e indispensabili
richiedono il consenso di due terzi non solo delle Camere ma anche
dell’opinione pubblica, comprendente anche il 25% di
astenuti molti dei quali non sono andati alle urne non per
indolenza o capriccio ma in attesa di un segnale di ravvedimento e di
svolta di una dirigenza parte egocentrica, parte incapace, parte
peggio.
In secondo luogo il governo, qualunque esso sia, dovrà fare i conti con
un Soggetto ignorato dai “ragionamenti” (?) di Beppe Grillo e dello
stesso Pierluigi Bersani: la macchina dello Stato e della pubblica
amministrazione. Essa esiste, ha la sua “inerzia”, ma infine si
impone anche a chi si agita e pensa che essa abbia solo grilli per la
testa, che sia solo ottusa burocrazia. Lo stesso vale per la
macchina fiscale: non si aboliscono le tasse solo perché pesano.
Bisogna dire come si provvede alle spese ordinarie e straordinarie,
obbligatorie e facoltative, ma quasi sempre inderogabili.
Infine il responso delle urne non è agghiacciante come è stato e
viene dipinto. Esso dice che, al netto di estremismi e convulsioni
agitatorie, circa il 65% degli elettori si colloca in area moderata:
socialriformisti, centisti moderati, destra euro-nazionale. E’ pura
cecità attribuire a Berlusconi, Alfano, Lupi… e a buona parte della
Lega stessa pregiudizi antieuropeistici: in realtà vogliono
una Europa che risponda davvero alle richieste dei cittadini, che li
rappresenti e che assuma un volto politico: l’Europa dei popoli, perché
le nazioni e le identità non sono invenzione fatua, ma il il risultato
del flusso della storia, come insegnano le vicende della penisola
balcanica, dalla Grecia alla Croazia, i tanti nodi
irrisolti dell’Europa orientale dalla Turchia europea
all’ex Unione Sovietica.
Ora gli eletti al Parlamento sono dinnanzi alla scelta: o
un governo d’emergenza (lo si denomini come meglio si vuole:
l’importante è che lo sia dichiaratamente) per fare in poche settimane
le riforme davvero urgenti o si precipita in una serie di
convulsioni che portano al coma della democrazia parlamentare.
Vi è un precedente illuminante: nel 1921-22 il sistema “liberale”,
comprendente i cattolici moderati del partito popolare italiano, i
radicali, i socialriformisti alla Turati, si trovarono nella
necessità di darsi un governo di larghe intese per fermare l’avanzata
del fascismo come antiparlamento. Si oppose don Luigi Sturzo,
segretario del PPI, che rifiutò il ritorno di Giovanni Giolitti al
governo. Don Sturzo era capo di un partito ma non era deputato. Giocava
dal di fuori. Causò il crollo del sistema. Infatti, il risultato del
suo “”veto” è ben noto: la lunga agonia dei due governi Facta, la
mobilitazione dello squadrismo, la spallata di fine ottobre, il
ministero Mussolini, che fu di coalizione nazionale ma ormai
dominato dal PN Fascista, e, dopo due anni di incertezze, l’inizio del
regime. Una democrazia impotente, incapace di governare non è una
democrazia, perché non risponde ai cittadini ma li opprime e quindi li
spinge a barattare un po’ di libertà con un po’ più di sicurezza
e di benessere.
Questa è la condizione dell’Italia attuale. Chi lavora contro le larghe
intese si assume la responsabilità del ritorno alle urne a legge
elettorale immutata e del probabile crollo delle istituzioni
rappresentative. Dalla crisi si può uscire varando infine una
costituente provvisoria, che in tre mesi delinei la riforma dello
Stato, come aveva proposto Marcello Pera, filosofo della scienza ed ex
presidente del Senato. L’Italia, appunto, ha urgenza di una cura di
storia e filosofia, non di altre piazzate.
Aldo A. Mola
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| DATA: 25.02.2013 |
STEINBRÜCK
E LE OFFESE ALL'ITALIA
Pubblichiamo
una lettera che un nostro iscritto ha fatto recapitare a Peer
Steinbrück, tramite il consolato generale tedesco a Milano, in merito
alla sua dichiarazione sui “due clown”.
 Milano, 28.02.2013
Sig. Peer Steinbrück,
Candidato SPD alla carica di Cancelliere Federale
come italiano ex (deluso) germanofilo devo purtroppo confessarLe che la
sua brutale dichiarazione relativa alle elezioni italiane mi ha
profondamente irritato e messo in agitazione.
Che Lei, come privato cittadino, abbia il diritto di dire ad alta voce
tutto quanto le passi per la testa, non glielo voglio negare io.
Ma se Lei pretende di rivestire il ruolo ufficiale come successore
della Signora Merkel, Lei allora ha il dovere di misurare le parole,
soprattutto quando si tratta di un’indebita intromissione negli affari
interni di uno stato membro della CE.
Personalmente, desidererei dirLe: meglio due clowns che un pittore
fallito, ma in considerazione dell’adagio latino “PARCERE SUBIECTIS ET
DEBELLARE SUPERBOS ”, prendo volutamente le distanze da ogni
polemica.
In ogni caso ha perso la preziosa occasione, Signor Steinbrück, di
tenere nascosta la sua ignoranza (senza offesa, non conoscenza) dei
nostri problemi, al fine di evitare la figura del fessacchiotto che ha
fatta.
senza rispetto ma con
debiti saluti
Mario Salvatore Manca di
Villahermosa
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| DATA: 28.02.2013 |
ELEZIONI: L’IMPOTENZA DEL CAPO DELLO
STATO
NECESSITA’ DELLA MONARCHIA
Dichiarazione
del Presidente Nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, in merito alle
proiezioni dei risultati elettorali:
 " La caotica
situazione che si sta
delineando dai risultati elettorali ci fa paventare, salvo improbabili
e forzate alleanze, una situazione di totale instabilità. Già esponenti
del centro-sinistra invocano di tornare alle urne. Trovandoci a pochi
mesi dalla fine mandato del Capo dello Stato, siamo in pieno semestre
bianco e per legge il Presidente della Repubblica non ha il potere di
sciogliere le nuove Camere. Questo è l’ennesimo sintomo della debolezza
delle attuali Istituzioni repubblicane. Un Sovrano non avrebbe questi
problemi e non dovrebbe aspettare un nuovo accordo tra le parti per
cercare di risolvere una situazione come quella odierna, in cui
qualsiasi Governo non potrà avere legittimità popolare. La
Monarchia rimane una soluzione per sanare la crisi nella quale ci siamo
venuti a trovare."
Alessandro Sacchi
Roma, 25 Febbraio 2013
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| DATA: 25.02.2013 |
ITALIA
ED EUROPA DEI POPOLI
 Il
risultato che esce delle urne dello scorso 25 e 26 Febbraio è quello di
un Paese ingovernabile. Nel sistema parlamentare italiano
(bicameralismo) per poter governare non è sufficiente ottenere la
maggioranza in un solo ramo del Parlamento ma bisogna averla in
entrambe le assemblee parlamentari. I numeri al Senato non ci sono, le
forze politiche prevalenti si sono spartite l’elettorato in modo
pressoché equivalente creando così l’impossibilità oggettiva di
raggiungere una maggioranza numerica se non con alleanze eterogenee. Un
solo sconfitto risulta esserci dall’ultima tornata elettorale ed è
Mario Monti il tecnico. Come sappiamo egli non fu voluto dagli italiani
ma ci fu imposto dall’alto scranno per difendere gli interessi
finanziari dell’Europa della Merkel, delle oligarchie e dei poteri
forti ma gli italiani hanno deciso di mandarlo a casa. Comunque vada a
finire questa nuova legislatura un dato è certo, gli italiani vogliono
essere governati da un Presidente del Consiglio non imposto dall’alto o
dall’Europa. La guerra a cui assisteremo nei prossimi mesi sarà quella
che vedrà di fronte due concezioni dell’Europa, uno di tipo rigorista e
ficcanaso nei confronti degli Stati membri capitanata dal Cancelliere
tedesco Merkel, e una “nuova” concezione dell’Europa come unione di
popoli sovrani che non ammetterà più i diktat della Germania e che non
sarà più disposta a svendere la propria sovranità a favore di altri
Paesi. Mai come ora le Nazioni hanno bisogno di riconoscersi prima di
tutto in se stesse, mai come oggi le Nazioni vogliono ritornare alle
proprie origini, all’identità! È anche questo il messaggio che giunge
dalle elezioni del 25 e 26 Febbraio scorso, è questo che gli italiani
hanno dimostrato di volere, è questo che presto le altre Nazioni
d’Europa vorranno.
Roberto Carotti, Consigliere
Nazionale U.M.I.
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| DATA: 28.02.2013 |
LA
SCOMPARSA DEL SENATORE LUIGI NATALI
L'U.M.I.
china le abbrunate Bandiere del Regno in memoria del Senatore Luigi
Natali, recentemente scomparso. Per sua espressa volontà, durante le
esequie, il feretro è stato coperto da un Tricolore con lo scudo
sabaudo, ultimo gesto di amore verso l'Italia da parte di un vero
monarchico. Per rendre omaggio al Senatore, pubblichiamo il Comunicato
della Consulta dei Senatori del Regno, della quale Natali era membro.
CORDOGLIO
DELLA CONSULTA PER LA MORTE
DEL SENATORE LUIGI
NATALI

La Consulta dei Senatori del Regno esprime cordoglio per la morte del
Collega Consultore Luigi Natali ( Rotella, Ascoli Piceno, 2 giugno
1915-Ascoli Piceno, 24 febbraio 2013) e partecipa al lutto della Sua
Famiglia.
Commissario di Rotella (AP) su nomina del Comitato di
Liberazione Nazionale, avvocato di chiara fama, consigliere comunale di
Ascoli e consigliere regionale alla Regione Marche per il
Movimento sociale italiano, eletto al Senato della
Repubblica il 27 marzo 1994 nelle liste di Alleanza Nazionale,
con limpida coerenza e devozione alla Patria Luigi Natali fu da un
decennio Componente insigne e della Consulta dei Senatori del Regno.
La Consulta serba viva memoria del suo rigore
professionale e della sua probità intellettuale e civile e del suo alto
senso dello Stato.
Sull’esempio di Re Umberto II, anche il Senatore Luigi Natali
ripeteva e insegnava: “l’Italia innanzi tutto”.
Il Presidente
della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola
Roma, 26 febbraio 2013
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| DATA: 19.02.2013 |
ROMA:
PRESENTATO IL LIBRO “AQUILE E CORONE” DI LUIGI PRUNETI
 Roma
- Venerdì 22 febbraio 2013, presso la Sala Conferenze della Basilica
dei Santi Giovanni e Paolo al Celio è stato presentato il libro del
Prof. Luigi Pruneti “Aquile e Corone - L’Italia il Montenegro e la
massoneria dalle nozze di Vittorio Emanuele III ed Elena al governo
Mussolini”, Ed. Le Lettere - Firenze 2012. All’evento, che ha visto una
nutrita partecipazione di pubblico, erano presenti varie autorità
politiche e civili montenegrine tra cui il Ministro della Cultura
Branislav Mićunović, il viceministro della Sanità e S.E. l’Ambasciatore
del Montenegro in Italia Vojin Vlahovic. A coordinare i lavori del
convegno il Prof. Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei
Senatori del Regno e autore dell’introduzione del volume. Nel corso
dell’incontro sono intervenuti, oltre a Mola, il Prof. Milovan
Draskovic esperto in relazioni italo-montenegrine, il Colonello
Antonino Zarcone Capo Ufficio 
Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, il già citato Branislav
Mićunović Ministro della Cultura del Montenegro e l’Autore Prof Luigi
Pruneti, Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia. Moltissimi i temi
trattati durante la presentazione: dalle origini del Monenegro, alla
storia moderna con l’annessione al Regno di Jugoslavia, fino
all’indipendenza. Grande spazio è stato dedicato alla Regina Elena,
ricordandone cenni biografici, la conversione al cattolicesimo prima
del matrimonio, l’impegno profuso nelle opere di carità (il Palazzo del
Quirinale trasformato in ospedale da campo) e l’italianità espressa
dalla Sovrana di origine montenegrina. Il Prof. Mola ha poi tracciato
un parallelismo tra il Montenegro che già nel 1989 ha riportato in
patria le salme dei suoi Sovrani esiliati, mentre in Italia ancora oggi
rimane questa gravissima mancanza. Questa considerazione ha fatto
partire un applauso spontaneo da parte dei montenegrini presenti, al
quale si è subito aggiunto quello degli italiani che rimpiangono le
salme dei Sovrani all’estero.
All’incontro era presente una delegazione dell’U.M.I. guidata dal
Presidente Onorario Sergio Boschiero, il quale è stato calorosamente
accolto dai presenti.
Nelle foto in alto il
tavolo degli oratori durante l'intervento di Aldo Mola, una visione
della sala, Sergio Boschiero e il Vicepresidente nazionale Vincenzo
Vaccarella in prima fila.
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| DATA: 26.02.2013 |
VOTARE
PER LA PRIMAVERA ITALIANA
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 24.02.13
L’Italia
è alla prova. Deve scegliere: la stola viola di Mario Monti per
chissà quanto tempo o la Primavera? Per risollevarsi ha bisogno di un
governo stabile. L’unico possibile è un governo fondato sul
centro-destra. Come l’ebbe con Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi
nel 1945-53. Quelli non erano politici-fai-date. Erano l’ “usato
sicuro”. E’ quanto occorre oggi. Lontano dai Narcisi
vanesi. “Tot capita, tot sententiae”, dicevano gli Antichi
Romani. E’ l’ora di sentenziare.
Sono i cittadini a decidere. Salvare l’Italia o mandarla a picco. Ci
sono pochi margini. Le elezioni non sono la sagra di paese con rottura
di pignatte. E’ in corso da anni la terza guerra mondiale. I suoi
artefici altrove bombardano. In Europa si limitano a mettere in
ginocchio i Paesi non ancora sottomessi. La Grecia è allo stremo. La
Spagna è sotto scacco. Per piegarla viene attaccata frontalmente la
monarchia, senza la quale crolla in pezzi. Adesso è la volta
dell’Italia. Chi da un ventennio (dai tempi del “conclave” sul
“Britannia”) vuole comprarla all’ingrosso e al minuto nell’estate del
2011 puntò sul “governo tecnico” di Monti Mario. Quindici mesi di
Tristizia con contorno di Furbizia. Un baccalà nella Terra dei Limoni.
Una cappa viola mentre il Mediterraneo vuole la Primavera: quella sua,
non certo quella …araba. Monti Mario? Dice e si contraddice. Il
presidente della repubblica ha infranto uno dei suoi ultimi
giochetti: proclamarsi fautore della rielezione di Napolitano per
carpire qualche voto in più con le adunche mani che ci hanno
precipitato nella stagflazione (stagnazione e inflazione= catastrofe),
in combutta con la ministra lagrimosa. Alla disperata, i
catatrofisti alla Monti Mario sperano nell’onda anomala,
nell’uragano Grillo, gonfiato dai “media”: quelli che annunciano
nevicate siberiane mentre piove o splende il sole, convinti che
le persone siano “visionarie”. Del resto siamo il Paese che ha il
record mondiale di complottismo e di frottole.
Non da oggi l’Italia è sotto bombardamento. Lo fu nella “Stupida
guerra” del 1943-45, quando i “liberatori” distrussero l’Abbazia di
Montecassino per far capire chi erano, che non avrebbero rispettato
niente e nessuno, che tutti si dovevano piegare ai loro diktat
bestiali. Quell’Italia subì tre anni di distruzioni, conclusi con il
trucco del referendum istituzionale, che sostituì la monarchia con una
repubblica dai magri consensi. La Ricostruzione venne sorretta da due
stampelle, il cattolico Alcide De Gasperi, che si assunse la gravissima
responsabilità del “gesto rivoluzionario” di proclamare la repubblica
prima che fossero noto l’esito del referendum, e il liberale Luigi
Einaudi. Ma chi erano De Gasperi ed Einaudi? De Gasperi era deputato
alla Dieta di Vienna dal 1911, poi a quello italiano dal 1919.
Conosceva la storia. Ed Einaudi? Era senatore del regno dal 1919. Nel
1922 De Gasperi votò a favore del governo Mussolini, che nella lista
dei ministri incluse Einaudi, perché il grande economista piemontese
voleva tagli alle spese, non l’aumento delle tasse. Alla vigilia del
referendum istituzionale del 2 giugno 1946 Einaudi spiegò perché
votava monarchia. Rimase sempre fedele alla sua terra. In un celebre
articolo in “Il Ponte” ricordò che quando dalla sua Carrù si andava a
Torino si diceva “Vado in Piemonte” e se si proseguiva per Roma si
aggiungeva “Vado in Italia”. Era un monarchico, liberale, federalista
ma non certo separatista. Piemontese, pensava in europeo. Non
scommise sulle Nazioni Unite, come non aveva creduto alla Società
delle Nazioni: troppi appetiti, troppa retorica. Vedeva i problemi.
Ecco, dunque. Quando l’Italia voltò pagina col fascismo e con
l’atroce guerra civile, gli elettori elessero uomini sperimentati
come Einaudi e De Gasperi e persino, piaccia o meno, Palmiro Togliatti,
che si era fatto le ossa alla corte di Stalin, nella guerra di Spagna,
prendendosi legnate in carcere dalla polizia francese, Pietro
Nenni, Giuseppe Saragat, Randolfo Pacciardi, tutte persone consapevoli
che non si scherza con la storia, perché prima o poi questa presenta il
conto. Le malefatte si pagano. Nel 1946-48, spazzata via una classe
dirigente, anche con la “macelleria messicana” di Giulino di Mezzegra e
di Dongo, deplorata persino da Ferruccio Parri, l’Italia contò su una
classe dirigente di riserva: vera, credibile, collaudata, devota alla
Patria. Niente grilli per la testa. Niente autoipnosi di mari e monti.
La macchina dello Stato e della pubblica amministrazione oggi è logora,
ma, a differenza di quanto asserito dalla polemica sulla “casta”, che
ha confuso la parte con il tutto, non è affatto né marcia né
evanescente. L’Italia c’è. L’Italia è nata
dall’assemblaggio di sette Stati preesistenti. Altre volte fu in
grosso affanno. Nel 1922-24 e nel 1945-48 essa venne rimessa in
sesto con pezzi di ricambio presi dall’Officina Grandi
Riparazioni della Patria, colma di uomini seri,
responsabili, come Alberto De Stefani, Giovanni Gentile, Luigi
Federzoni…e poi, appunto, Einaudi, De Gasperi a tanti altri
nella Ricostruzione.
Quei precedenti insegnano: anziché sfregare la lampada di Aladino (che
tante volte riserva fregature), meglio, molto meglio, puntare sull’
“usato sicuro”: il centro-destra conta tante persone che hanno
governato bene e hanno titoli (veri, non inventati) per guidare
il Paese, con ampia apertura a giovani capaci e meritevoli. La lezione
viene anche dall’altra sponda del Tevere, che sta affrontando problemi
molto maggiori rispetto ai casi nostrani e certo non si identifica con
le residue pretese di chi per decenni si è ostentato cattolico verace,
ma da abusivo. Dunque, “tertium non datur”: o una maggioranza stabile
incardinata sul centro-destra o il caos. Chi rifiuta il “tanto
peggio, tanto meglio”, caro alla sinistra e ai catastrofisti che da
decenni svendono l’Italia al primo che passa per intascare la tangente,
deve fare la propria parte. Col voto: mai come questa volta un
diritto-dovere.
Aldo A. Mola
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| DATA: 25.02.2013 |
LE
NOZZE ALCHEMICHE DI VITTORIO EMANUELE III ED ELENA DI MONTENEGRO
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 17.02.13
Otto
giorni
prima del
voto gli italiani si
domandano chi abbia le chiavi della sovranità nazionale, della loro
stessa essenza . Il presidente della repubblica esprime giudizi molto
discutibili sui partiti. Lo fa dall’estero. Come da Parigi disse che
Monti non era candidabile perché senatore a vita: opinione confutata
non solo da costituzionalisti ma dai fatti, che in politica sono
tutto. D’altronde, senza essere personalmente candidato Monti
Mario sta ostentando una protervia che rende difficile intese future e
pregiudica negativamente proprio il ruolo di tessitore che Napolitano
dovrà svolgere in caso di pareggio o di frammentazione-frantumazione
delle Camere. Nella sua spocchia Monti Mario si mostra impolitico
assoluto. Più Grullo che Grillo. Stupisce la ristrettezza di vedute di
quest’Italia che va a farsi benedire dall’estero: oltre Tevere, oltre
Atlantico, oltre le Alpi… E’ la solita solfa: “Sono buono perché lo
dice la mia tata”, “dobbiamo fare così perché che lo chiede
l’Europa (quale?), la BCE (chi rappresenta?), il FMI…. Come al tempo
delle crociate: “Deus vult…”. Con la differenza che, detto in latino,
quell’appello lasciava libertà di scelta. Che cosa voleva il Dio delle
Crociate? prendere o donare? E che cosa invece vogliono questi
nuovi dèi? L’ “Europa”, la Nato, gli USA troppo pretendono da un paese
in declino e pochissimo restituiscono. Lo dice chiaro lo smantellamento
eterodiretto dei capisaldi dell’imprenditoria italiana. Perciò a chi
dall’estero irrompe nella campagna elettorale gli italiani rispondono
rivendicando la vera priorità: recuperare la sovranità
nazionale, non una banale “identità” ma la filosofia della
storia, la ragion d’essere della Nuova Italia, un paese laico nel senso
autentico, cioè garante della libertà dei suoi cittadini. Come
argomenta Antonio Casu nelle acute pagine su Il potere e la coscienza,
lo chiarì bene Francesco Cossiga meditando su Thomas More (ed.
Rubbettino). Per arrivarci, bisogna sottrarre la politica estera
ai “missi dominici” dei potentati stranieri.
Ancora una volta balza evidente la differenza tra questa e l’Italia che
fu e che potrebbe tornare a essere.
Il 1896 fu per l’Italia un anno nerissimo. Il 1° marzo le
orde del negus Menelik travolsero ad Abba Garima le divisioni di Oreste
Baratieri. Una catastrofe, non solo per i caduti sul campo, le
mutilazioni e le umiliazioni inflitte ai prigionieri ma perché sembrò
che l’Italia fosse cancellata da protagonista della storia. Il
presidente del Consiglio, Francesco Crispi, si dimise senza affrontare
il voto. In Senato andò ad abbracciarlo Giosue Carducci, il grande
patriota, che non volle dare il calcio dell’asino a chi prima era stato
osannato e poi fu crocifisso. Dovette ripetere: “Questa Italia è
vile …”. Nell’agosto dello stesso anno il Principe ereditario Vittorio
Emanuele andò a Cettigne per prendere in sposa Elena Petrovic Niegos.
Era la figlia del Principe Nicola, Re dal 1910, uomo di ferro,
discendente da guerrieri che per secoli avevano resistito
all’islamizzazione. Mentre la Francia di Francesco I e di Luigi XIV
trescava con la Sublime Porta turco-ottomana, i cristiani della
penisola balcanica (Montenegro, Albania, Macedonia…) resistevano
soffrendo nelle carne. Lo documenta il bel saggio di Luigi Pruneti,
Aquile e Corone. L’Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di
Vittorio Emanuele III ed Elena al governo Mussolini (Le Lettere).
Elena crebbe a San Pietroburgo: fucina culturale internazionale.
Lo splendore della Chiesa Ortodossa vi si fondeva con
l’avanguardia della filosofia, delle arti e delle scienze dell’Europa
Occidentale. Sacralità e modernizzazione furono le cifre
dell’unione alchemica tra il Principe di Napoli ed Elena di
Montenegro. Vittorio Emanuele aveva alle spalle novecento anni di
una Casa intrecciata con tutte le Corone d’Europa. I Savoia contavano
persino un Papa, Felice V, già duca Amedeo VIII. I Petrovic Niegos
erano il pilastro della cristianità lacerata: cattolici apostolici
romani a occidente, ortodossi a oriente, una divisione che perdura da
mille anni, è il vero nodo irrisolto della cristianità ma è rimasta ai
margini dal dibattito in corso sulla rinuncia di Benedetto XVI a
Vicario di Cristo.
Un ruolo decisivo nella storia del Montenegro, documenta
Pruneti, ebbe la massoneria, che faceva da ponte tra le due Europe. Lo
narrò già Leone Tolstoj in Guerra e pace. La Massoneria fu alle radici
della nascita degli Stati nati dalla plurisecolare lotta contro il
dominio turco-ottomano: Romania, Bulgaria, Serbia…, e, appunto, il
Montenegro.
Nel 1914-1915 l’Italia si trovò a un
bivio drammatico. Decise l’intervento a fianco dell’Intesa (l’infida
Francia, l’esosa Gran Bretagna, la generosa Russia di Nicola II) per
salvare i serbi dal tracollo, ma non ne venne affatto ripagata. In un
gioco sinora appena sfiorato dagli studi storici il Montenegro fu
sacrificato all’ invenzione del Regno di Jugoslavia (Serbia, Croazia,
Slovenia) voluto dalla Francia, col sostegno del suo Grande Oriente
governativo-nazionalistico, in combutta con la Russia di Lenin in
funzione anti-italiana.
L’Italia, documenta Pruneti, salvò, ospitò e organizzò un corpo
militare di montenegrini, acquartierati in attesa di un futuro che
venne deciso a Versailles, da alleati non amici. In poco tempo il Fato
si portò via Nicola, il 28 giugno 1921, sacro all’emblematico San Vito,
e nel 1923 la regina Milena, entrambi sepolti nella chiesa
ortodossa di San Remo, sino alla traslazione nella loro terra (29
settembre 1989): modello di civiltà rispetto a questo povero grigio
Paese, che ancora lascia all’estero le salme dei suoi Re. La Gran
Loggia d’Italia fece la sua parte intitolando una sua Officina al
“Montenegro” (8 aprile 1920). Non bastò, come non bastò la diplomazia
personale di Vittorio Emanuele III. Ma il Montenegro continuò a
credere e scommette su una Italia capace di guardare a 360 gradi
intorno a sé, come aveva fatto quella di Crispi. Nel 1894 Roma era
vincolata a Vienna e a Berlino dalla Triplice Alleanza, ma il
presidente del Consiglio, siciliano di remote ascendenze albanesi, e Re
Umberto I, capirono che bisognava sparigliare le carte. Perciò
puntarono sulle nozze tra il Principe ereditario e la principessa
montenegrina: una decisione non immemore dell’Esarcato di Ravenna e
della Repubblica di Venezia. L’Italia c’era stata e doveva continuare a
esserci. La Vera Luce viene da Oriente.
Con le sue antenne, quali, appunto la rete delle logge massoniche,
crogiuolo di conoscenze e di esperienze lungimiranti, quell’Italia
aveva raggiunto l’unità nazionale, ma non per rimanere seduta a
contemplare il vuoto. Mazzini aveva detto che essa ha una missione
civile in tutto il Mediterraneo e oltre. Garibaldi dedicò l’ultimo
decennio della vita a predicare che bisogna cacciare i turchi al di là
del Bosforo. Vittorio Emanuele III ed Elena camminarono in quel solco.
Forse non è per caso che il 9 settembre 1943 si trasferirono da Roma a
Brindisi: la porta dell’Oriente, la terra dei Templari, come ci ricorda
Roberto Giacobbo in “Voyager”. La storia narrata da Luigi Pruneti è
viva e attuale, come tutte quelle vere (*).
Aldo A. Mola
(*) Il volume di
Pruneti viene presentato a Roma alle 16 di venerdì 22 nella Basilica
dei SS. Giovanni e Paolo al Celio.
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| DATA: 22.02.2013 |
I
SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA A TORINO
 Su
invito della Delegazione dell'Ordine di Malta del Piemonte e della
Valle d'Aosta, dal 9 all'11 febbraio, il Re Simeone II e la Regina
Margherita hanno visitato Torino accompagnati dal Delegato dell'Ordine,
Conte Ing. Alessandro Antonielli d'Oulx e signora Gabriella; dagli
Ambasciatori dell'Ordine presso la Santa Sede, Alberto Leoncini Bartoli
e signora Laura, e presso la Bulgaria, Camillo Zuccoli e signora
Ursula; dal Console onorario di Bulgaria per il Piemonte e la Valle
d'Aosta, Gianni Stornello e signora Ingela; e dal Comm. Matterino
Dogliani e signora Marina.
Nella storica Basilica di Superga il Re e la Regina hanno assistito al
rito religioso celebrato dal Rettore, Mons. Venanzio Ramasso, in
suffragio dei Sovrani e dei Principi di Casa Savoia e in comune
preghiera per il Popolo bulgaro, ed hanno poi visitato gli storici
appartamenti Reali illustrati con appassionata competenza culturale
dalla Dott.ssa Raffaella Campagna. Re Simeone ha quindi
deposto un cuscino di fiori alla tomba del Re Carlo Alberto - trisnonno
della Regina Giovanna - ultimo Re sabaudo sepolto a Superga.
Successivamente Re Simeone e la Regina Margherita hanno visitato la
Scuola Materna "Vittorio Emanuele II", accolti dal Presidente Franco de
Rege di Donato, dal Direttore Emanuele di Rovasenda e dalla
Suore. Questa Scuola da quasi 200 anni - gestita prima direttamente da
Casa Savoia e poi, dal 1946 ad oggi, dall'Ordine di Malta
- educa, nei tre anni precedenti alle scuole
elementari, un centinaio di bambini senza distinzione di fede
religiosa e di nazionalità. Il Re e la Regina si sono quindi recati al
Palazzo Reale, nel centro della Città, dove sono stati ricevuti e
guidati nella visita dal Direttore del Palazzo Arch. Daniela
Biancolini, artefice degli accurati restauri e della valorizzazione
dello stupendo edificio ove sono stati ripristinati, con gli stessi
arredi, i locali abitati dai Sovrani sabaudi fino al Re Umberto
II - fratello della Regina Giovanna - e alla Regina Maria
José. Da Palazzo Reale la visita è proseguita a Palazzo Carignano, sede
del Parlamento che, il 17 marzo 1861, proclamò il Regno 
d'Italia - i cui 150 anni, nel 2011, sono stati celebrati in
tutto il Paese - e dove è allestito il meraviglioso Museo del
Risorgimento italiano di cui è anima, propulsore e Direttore il Dott.
Roberto Giachino che ha illustrato agli ospiti, nelle varie
sale, i preziosi documenti e i cimeli che consentono di
ricostruire il lungo percorso, dal 1848 al 1861, durante il quale
l'Italia occupata e divisa divenne, con Casa Savoia, una Nazione libera
e unita. Ultima tappa dell'itinerario storico è stata la splendida
Reggia sabauda di Venaria Reale, anch'essa opera dell'Architetto
Juvarra, riaperta da alcuni anni dopo un restauro ultradecennale: essa
si è trasformata nel quarto sito più visitato lo scorso anno in Italia
tanto che, come ha osservato il Conte Tomaso Ricardi di Netro, membro
del Direttivo della Reggia, la Città di Torino, che è oggi in crisi e
recessione industriale, grazie alle meravigliose opere architettoniche
e artistiche realizzate da Casa Savoia - fin dal 1563 quando
divenne Capitale del Ducato e poi del Regno - può essere un polo
internazionale di eccellenza culturale, accademica e turistica,
con le ricadute economiche e commerciali che danno respiro e
prospettive per l'avvenire.
La visita alla Reggia si è conclusa con lo spettacolo della
meravigliosa imbarcazione fluviale - si tratta dell'ultimo Bucintoro
originale esistente al Mondo - voluta dal Re Carlo Emanuele III,
che Casa Savoia utilizzava nel 1700 per andare da Torino a Venezia,
presentata con un suggestivo e coinvolgente contesto di recite e
musiche interattive che affascinano i visitatori.
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| DATA: 19.02.2013 |
ASSISI:
I SOVRANI DI BULGARIA IN VISITA ALLA CITTA' RENDONO OMAGGIO ALLA REGINA
GIOVANNA
 Lo
scorso 8 febbraio il Re Simeone II e la Regina Margherita si sono
recati ad Assisi per rendere omaggio alla Tomba della Regina Giovanna
nella Cappella dei Frati Francescani.
Ricevuti dal Sindaco della Città, Ing. Claudio Ricci, e dal
rappresentante del Consiglio Comunale, Dott. Daniele Martellini, il Re
e la Regina si sono raccolti nel ricordo della amata Regina la cui
esemplare figura di cristiana, di donna, di sposa, di madre e di
Sovrana che ha dedicato la vita alla Bulgaria, è stata rievocata e
benedetta dal Vicario Generale del Sacro Convento di San Francesco,
Padre Egidio Canil, accompagnato da Padre Loreto Del Piano.
Dopo il rito religioso al Cimitero, il Re e la Regina si sonno raccolti
in preghiera sul Sepolcro di San Francesco – Apostolo della carità e
della pace – ed hanno quindi condiviso la mensa con il Ministro
Generale dei Frati Francescani Minori Conventuali (OFM) Padre Marco
Tasca, con il Custode del Sacro Convento, Padre Giuseppe Piemontese, e
con 300 Frati provenienti da 50 paesi, tra i quali la Bulgaria, riuniti
in Assisi per il 200° Capitolo Generale dell’Ordine che ha rieletto,
per la seconda volta, 119° Successore di San Francesco Padre
Marco Tasca.
Davanti alla Tomba della Regina Giovanna, da sinistra: il Prof. Massimo
Zubboli, il Sindaco di Assisi Ing. Claudio Ricci, il Re e la Regina,
Padre Egidio Canil, l’Amb. Camillo Zuccoli, la signora Grazia Fabbri,
il Prof. Arcangelo Trovellesi, e Padre Loreto Del Piano.
Nel Sacro Convento di San Francesco, il Re e la Regina con il Ministro
Generale dell’Ordine Padre Marco Tasca, il Custode del Convento Padre
Giuseppe Piemontese, il Padre bulgaro Vladimiro Penev, il Parroco di
Pleven Padre Eugeniusz Rozanski, il Sindaco Ing. Claudio Ricci, il
Consigliere Comunale Dott. Daniele Martellini, e l’Ambasciatore
dell’Ordine di Malta in Bulgaria, Camillo Zuccoli.
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| DATA: 16.02.2013 |
BARI:
L’U.M.I. PARTECIPA AD UN CONVEGNO SULLA VIOLENZA DOMESTICA
 Sabato
2 febbraio 2013, presso l’Aula Consigliare dell’Ordine degli Avvocati
di Bari, il Lions Club Bari Host ha organizzato un convegno sul tema
"VIOLENZA IN FAMIGLIA", in cui è stato denunciato il silenzio che
spesso nasconde gli eventi di violenza sui minori e sulle donne.
Lampante il successo di pubblico che ha contato la partecipazione di
oltre trecento persone. L’U.M.I., invitata ufficialmente, era
rappresentata dal Vicesegretario Nazionale Rag. Oronzo Cassa il quale
ha preso la parola, ringraziando il presidente Lions Club di Bari dott.
Ercole Gennari per l'invito fatto all'U.M.I., ed ha portato il saluto
del Presidente Nazionale Avv. Alessandro Sacchi e del Segretario
Nazionale Davide Colombo ai relatori presenti ed agli intervenuti.
Cassa, anche nelle vesti di Coordinatore del Club Reale "Savoia" di
Corato, facente parte della Consulta della Cultura della città di
Corato, ha sottolineato quanto per i soci dell'U.M.I. e del Club Savoia
l'argomento del convegno fosse importante e rientri tra i tanti temi
delle attività già svolte, in cui la famiglia ha un ruolo speciale. La
figura della donna rimane il fulcro della famiglia e nella realtà
associativa dell’U.M.I. le donne rivestono un ruolo primario, essendo
numerose. Il Vice Segretario ha comunicato ai presenti che verrà fatto
tesoro del convegno anche per il qualificato livello degli oratori.
Cassa ha ringraziato in particolare l’avv. Vincenzo Sabini che ha fatto
da tramite tra l’U.M.I. e l’organizzazione.
Nella foto l'intervento
del Vicesegretarionazionale Oronzo Cassa.
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| DATA: 14.02.2013 |
CAMPAGNA
TESSERAMENTO U.M.I. 2013
 E' aperta la campagna tesseramento
2013 all'Unione Monarchica Italiana!
Le quote per l'anno in corso sono fissate in euro 30 per i soci ordinari e 120 per i soci sostenitori.
La figura del socio sostenitore, prevista dall'articolo 5 dello
Statuto, consente di accedere agli incarichi nazionali.
Il bollino che attesta l'iscrizione va richiesto alla Segreteria
nazionale o agli organi periferici.
Per fare pervenire il contributo bisogna effettuare un bonifico bancario con i seguenti
dati:
CODICE IBAN
BANCA UNICREDIT - agenzia Roma PULLINO (30026)
UMI - UNIONE MONARCHICA ITALIANA
IT 28N02008 05053 000400524502
Codice BIC Swift UNCRITM1A99 (per l'estero)
oppure tramite assegno o
versamento in contanti presso
la Sede nazionale.
Abbiamo bisogno del contributo di tutti per portare avanti la campagna
monarchica!
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| DATA: 12.02.2013 |
L’AMBASCIATORE
DELLA CONCILIAZIONE: DE VECCHI DI VAL CISMON
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 10.02.13
Verso le tre del mattino del 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del
Fascismo, “organo delle Rivoluzione”, decise a stragrande maggioranza
di chiedere al Re, Vittorio Emanuele III, di esercitare tutti i
poteri che lo Statuto gli riservava. Il Sovrano doveva rimuovere
da capo del governo Benito Mussolini, ingombrante “primo maresciallo
dell’Impero”, sostituirlo con un uomo adeguato all’emergenza nazionale,
e afferrare le redini della conduzione della guerra, secondo la
tradizione: governo militare in armonia con il capo di stato maggiore
generale, senza interferenze di corpi estranei, quali il partito e la
milizia volontaria di sicurezza nazionale. Non vi erano due Italie, la
“diarchia”, ma la Monarchia. A quella riunione alcuni gerarchi, tutti
militari di lungo corso, andarono armati. Poteva finire in
tragedia. Qualcuno portò la pistola, pronto a reagire
all’irruzione di uomini chiamati da Mussolini per disperdere i
“cospiratori”. Cesare Maria De Vecchi conte di Val Cismon (dal 1925),
infilò in tasca una bomba a mano. All’occorrenza bisogna vendere
cara la pelle e dare un ultimo esempio gli italiani.
Mussolini lo considerava un “Re di complemento” perché De Vecchi era
anzitutto fedelissimo di Casa Savoia. Dal 1920 egli aveva aderito
ai fasci di combattimento perché vi vide l’incarnazione del
patriottismo, non una caotica rivoluzione permanente. Come tanti
politici del suo tempo era cresciuto alla svelta. Nato a Casale
Monferrato nel 1884, un anno più giovane di Mussolini, nel 1915
De Vecchi era in servizio militare. Due lauree (in giurisprudenza e
lettere e filosofia, tra il 1906 e il 1908), era stato l’animatore
della Società Promotrice di Belle Arti di Torino, con ruolo strategico
nel Cinquantenario del Regno d’Italia: celebrazione della centralità
della monarchia per la nascita del Regno e per formare gli
italiani. Tre medaglie d’argento e due di bronzo per la
valorosa condotta nella grande guerra, amico dell’editore Angelo
Fortunato Formiggini (ebreo e massone) e di Ezio Maria Gray,
conosciuto e apprezzato da Vittorio Emanuele III che ogni
giorno visitava le prime linee, per tutti De Vecchi era
“Barbisùn”, per gli imponenti baffoni, che, secondo l’uso
dell’epoca, arricciava col ferro arroventato. Un’arte. Sommersa da
decenni di invettive e polemiche retrospettive, quell’Italia riaffiora
dagli archivi e, sulla distanza, merita giudizi più equilibrati
rispetto a quelli d’ antan, soprattutto per capire la
sua differenza rispetto l’attuale. Quella aveva una riserva di grandi
ideali e di dedizione generosa, sintetizzata nella monarchia; la
seconda annaspa in cerca di appigli per non sprofondare nell’abisso che
le si spalanca sotto i piedi. Così, De Vecchi torna sulla tolda
del Vascello Fantasma della grande storia, di un’Italia molto diversa
da quella narrata nei manuali o piegata nelle pagine di testimonianze
di parte, spesso distorte. E’ il caso del Diario di Galeazzo
Ciano, che ne scrisse sprezzanti giudizi (salvo però ostentargli
amicizia, anche nel ricordo di suo padre, Costanzo, che era stato
con De Vecchi vicesegretario del partito fascista). Nelle
settimane decisive per l’avvento del governo Mussolini (nominato il 30
ottobre 1922, insediato il 31 e al lavoro dal 1 novembre), De Vecchi
svolse una parte fondamentale. Quadrumviro delle squadre che dovevano
convergere su Roma per determinare l’avvento di un governo di unione
nazionale comprendente i fascisti, dieci giorni prima della “marcia”
portò Emilio De Bono e Italo Balbo in visita alla regina
Margherita, a Bordighera, per sottolineare che il fascismo era
monarchico. Fautore della sostituzione di Facta con il liberale Antonio
Salandra, avrebbe appoggiato anche un terzo governo Facta o persino un
sesto governo Giolitti, l’ottantenne statista dal 23 ottobre si era
pubblicamente dichiarato favorevole all’ingresso dei fascisti
nell’esecutivo. Nelle ore convulse della partita finale, De
Vecchi accettò a malincuore la presidenza Mussolini, decisa
dal re perché era la soluzione più netta e sbrigativa per
parlamentarizzare la crisi. Al governo ebbe un incarico minore, prese
le redini della Milizia per evitare che fosse una sorta di
contro-Esercito. Governatore della Somalia dal 1923 al1928
(inglobò la Migiurtina e l’Obbia), senatore dal 1925 (una prima
proposta era stata bloccata dalla Camera Alta, molto orgogliosa
della propria autonomia), nel 1929, dopo la firma dei Patti Lateranensi
da parte del Duce e del Cardinale Gasparri (la Conciliazione che segnò
la convergenza oggettiva tra regno d’Italia e Santa sede, tra quella
Italia e quella Chiesa…), De Vecchi fu il primo Ambasciatore del re in
Vaticano. Governatore di Rodi dal 1936 al 1940, in rotta di
collisione con i “più fascisti (come Roberto Farinacci e Achille
Starace, entrambi massoni), dal 1940 De Vecchi rimase defilato. Tornò
protagonista appunto nella preparazione del 25 luglio con
Dino Grandi, Luigi Federzoni, Giacomo Acerbo, Alfredo De Marsico,
Giuseppe Bottai, Gaelazzo Ciano, anche per i contatti con Domenico
Maiocco, un misterioso personaggio ora biografato da Antonino
Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico dello tato Maggiore dell’Esercito.
Dopo la nomina di Badoglio, suo conterraneo come il maresciallo Ugo
Cavallero, parimenti di Casale Monferrato, De Vecchi riuscì a evitare
la sorte dei gerarchi arrestati da Mussolini, processati e fucilati
anche se il rango di senatori comportava che il processo fosse
celebrato dal Senato costituito in Alta Corte. Scampò grazie ai
salesiani, che poi riuscirono a fargli raggiungere l’Argentina. Vi
rimase sino al 1947, quando rientrò in patria per vivervi serenamente.
De Vecchi non fu affatto il soldataccio dipinto da certa polemistica.
Come presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento e
Accademico dei Lincei dette impulso a una lettura nazionale della
storia d’Italia, che fa iniziare il Risorgimento con la vittoria di
Eugenio di Savoia e Vittorio Amedeo II a Torino contro i francesi di
Luigi XIV: vittoria dell’Italia contro gl’invasori stranieri
(francesi una volta, “tedeschi”, o austriaci, un’altra).
A differenza di certi ex comunisti, De Vecchi non attese il 2013 per
scoprire che vi era una terza via: né Berlino né Mosca, non il
nazismo hitleriano, né il bolscevismo di Stalin. L’Italia era la terra
del Risorgimento e il suo “fascismo” (come quello di Alberto Beneduce,
Guido Jung….) coronava il sogno di “fare gli italiani” con l’
educazione nazionale (Balbino Giuliano), senso dello Stato (Pietro
Gazzera), opere pubbliche, bonifiche, patriottismo… E’ curioso che sia
stato proprio il quadrumviro De Vecchi a rivalutare il suo
conterraneo Giovanni Lanza, il presidente del consiglio che con
Quintino Sella e Marco Minghetti assicurò il pareggio di bilancio
del neonato regno d’Italia: un obiettivo nuovamente raggiunto, per
l’ultima volta, proprio nel 1929. Piaccia o meno, per tanti
e anche nobili motivi merita dunque di essere ricordato, e non solo nel
Museo Nazionale del Risorgimento di Torino
Aldo A. Mola
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| DATA: 03.02.2013 |
LE
DIMISSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI: DICHIARAZIONE DI ALESSANDRO SACCHI
Dichiarazione del Presidente
nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, Avv. Alessandro Sacchi:
"La pratica delle dimissioni ricorre di rado nella storia della Chiesa
cattolica tanto che, quando ciò accade, ha una eco universale e si
avvia un processo rigeneratore anche quando la Chiesa affronta un
periodo di crisi. Papa Benedetto XVI ha annunciato le proprie
dimissioni per il 28 febbraio, poi il Conclave, i nuovi Cardinali, la
solennità rituale. Le motivazioni con la stanchezza, l’età avanzata o
le delusioni possono essere accolte. Il Papa lascia ed ha fatto onore
ai suoi 86 anni. Anche la Regina Beatrice d’Olanda ha fatto lo stesso,
pochi giorni fa, per seguire da vicino il figlio Friso in coma da mesi.
Le Monarchie hanno dimostrato di avere coscienza di quando giunge il
momento di lasciare il passo al nuovo. I Presidenti invece sembrano
correre incontro all’eternità.
Alessandro
Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.
Roma, 11 febbraio 2013"
LA CONSULTA DEI
SENATORI DEL REGNO DINNANZI ALL’ABDICAZIONE DI PAPA BENEDETTO XVI
 Il Verbo si fece Carne. E
la Carne, nella Persona di Sua Santità Papa Benedetto XVI, oggi
ha
annunciato la restituzione delle Insegne di Vescovo di Roma e di
successore di Pietro al Sovrano Collegio dei Cardinali di Santa Romana
Chiesa dal prossimo 28 febbraio 2013.
Lo ha fatto nell’anniversario dell’Apparizione della Madonna a
Lourdes, una data già scelta per la firma dei Patti Lateranensi tra il
Regno d’Italia e la Santa Sede.
La decisione di Papa Benedetto XVI, per imperscrutabile “libera
sponte”, è motivo di riflessione e di esempio
Il
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
Roma, 11 febbraio 2013
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| DATA: 11.02.2013 |
USCITO
NELLE LIBRERIE "I MONARCHICI E LA POLITICA ESTERA ITALIANA NEL SECONDO
DOPOGUERRA"
 Segnaliamo
in anteprima un’importante novità editoriale che si occupa della
politica monarchica e che sarà presto nelle librerie.Questo libro colma
una lacuna nell’indagine storiografica sull’atteggiamento dei
monarchici nei confronti delle scelte di politica estera dei governi
italiani nel secondo dopoguerra. Attraverso un’attenta analisi della
stampa legittimista e dei documenti archivistici, il volume
ricostruisce la posizione che il movimento monarchico mantenne sulle
vicende internazionali che coinvolsero il paese in quegli anni: il
Trattato di pace, la questione delle colonie e del confine orientale,
l’adesione all’Alleanza Atlantica e al processo di integrazione
europea. Nel far ciò, l’analisi di uno dei più autorevoli
rappresentanti del mondo legittimista, l’ambasciatore Raffaele
Guariglia, permette di ben individuare l’influenza che la folta schiera
di diplomatici ebbe nell’orientare le scelte di politica estera della
dirigenza del Partito nazionale monarchico.
Luciano Monzali insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso
l’Università degli studi di Bari Aldo Moro.Fra le sue opere ricordiamo:
Italiani
di Dalmazia 1914-1924 (Firenze 2007) e Mario Toscano e la politica
estera italiana nell’era atomica (Firenze 2011).
Andrea Ungari, insegna Storia contemporanea presso l’Università
Guglielmo Marconi e Storia delle relazioni internazionali presso la
Luiss-Guido Carli. Con Rubbettino ha partecipato al gruppo di lavoro su
I liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica.
Luciano Monzali - Andrea
Ungari
I monarchici e la
politica estera italiana nel secondo dopoguerra
Rubbettino EditorE
Euro 18.00
ISBN 978-88-498-3628-8
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| DATA: 08.02.2013 |
TORINO:
MOSTRA SU CASA SAVOIA
È
stata inaugurata a Torino il 23 gennaio scorso la mostra dal titolo "I
Savoia ed i loro simboli" presso la sede della Biblioteca della Regione
Piemonte in via Confienza 14, con il patrocinio del Consiglio regionale
piemontese, che mette in evidenza la collezione di Mauro Giacomino
Piovano, l'introduzione riportata nel catalogo è dello scrittore
subalpino conte Gustavo Mola di Nomaglio, mentre la prefazione da parte
del Presidente del Consiglio dott. Valerio Cattaneo.
L'esposizione è molto ricca di pezzi di antica fattura e rinnovata
bellezza sotto le luci delle vetrinette prestate per l'occasione; vi
sono lame ed armamenti che hanno segnato la vita militare dell'Esercito
Sardo, poi diplomi, medaglie ed onorificenze per ricompense al valore.
I ritratti e le cartoline d'epoca di alcuni rappresentati della
Dinastia, a partire dal Padre della Patria fino ai più recenti
discendenti. Tante scritte che recano inni alla Casa di Savoia con
epici gloriosi momenti storici immortalati. Ci desta ammirazione e
profonda devozione il coraggio del Conte di Torino, il quale sfidò a
duello il Principe Enrico d'Orleans per difendere l'onore italico,
tempi diversi da quelli odierni!
Accanto alla celebrazione della Dinastia anche il rilievo per tutti i
territori dello Stato di allora comprendente la Val d'Aosta, la Contea
di Nizza e naturalmente la Savoia, dalla quale la capitale fu
trasferita a Torino, lasciando per sempre Chambery proprio 450 anni
orsono.
A ricordo del nostro amatissimo Re Umberto II si può notare l'astuccio
contenente quei famosi gemelli con la "U" in argento e smalto che
venivano omaggiati agli Ufficiali meritevoli, dall'allora Principe di
Piemonte il vero gran Signore dell'epoca bella della Monarchia!
Carmine Passalacqua , Consigliere nazionale
U.M.I.
- il 13 febbraio la
docente e saggista Claudia Bocca svolge la conferenza “7 febbraio 1563,
Emanuele Filiberto di Savoia entra in Torino: 450 anni da capitale”;
- il 20 febbraio gli storici Roberto Sandri Giachino e Mola di Nomaglio
parlano di “Segni d’onore, di battaglia e di carità. Gli ordini
cavallereschi dei Savoia, storia e distintivi”.
La mostra è aperta fino al 28 febbraio dal lunedì al venerdì dalle 9
alle 13 e dalle 14 alle 16. L’ingresso alle conferenze (fino a
esaurimento posti) e alla mostra è gratuito.
|
| DATA: 06.02.2013 |
CIRCOLO
REX: SALVATORE SFRECOLA SI OCCUPA DI CORRUZIONE E SPRECHI
Domenica
3 febbraio 2013, nell’ambito del 65° ciclo di conferenze del circolo di
cultura e di educazione politica REX, il Presidente della Sezione
giurisdizionale di Torino della Corte dei Conti, Avv. Prof. Salvatore
Sfrecola, ha tenuto una conferenza sul tema: “La Corte dei conti: 150
anni contro gli sprechi e la corruzione”. Il Magistrato, che è anche
direttore del sito internet www.unsognoitaliano.it, ha esordito
ricordando le origini della Corte dei conti che non si limitano al 1862
ma affondano le proprie radici nel XIII secolo con la Camera di Conti.
Sfrecola ha analizzato la situazione del debito pubblico di 150 anni
fa, constatando che il Regno di Sardegna aveva un alto debito pubblico
a causa delle guerre d’indipendenza ma che da altri stati preunitari
venne ereditato un debito imputabile al malgoverno. L’oratore ha poi
attualizzato il discorso andando ad individuare i compiti della Corte
dei Conti che consistono in primis nell’individuazioni degli sprechi di
denaro pubblico e nella ricerca di elementi che lascino presagire
corruzione. Sono stati poi portati esempi lampanti di come il denaro
pubblico venga dissipato inutilmente come, ad esempio, affittando per
milioni di euro gli immobili destinati agli uffici pubblici quando lo
Stato italiano è proprietario di un patrimonio immobiliare inutilizzato
che non ha pari al mondo. L’incontro ha dato il via ad un interessante
dibattito che ha permesso ai convenuti di conoscere una realtà tanto
importante quanto poco approfondita come quella della Corte dei Conti.
L’incontro è stato moderato dall’Avv. Benito Panariti, Presidente del
Circolo REX e dall’Ing. Domenico Giglio che ha, come consuetudine,
letto un messaggio di Re Umberto II all’inizio dell’incontro (il
messaggio ai Senatori del Regno del 1955). Presenti il Sen. Domenico
Fisichella, Sergio Boschiero, il Duca Hardouin di Gallese e il
Segretario U.M.I. Davide Colombo.
Nella foto l'intervento di Salvatore
Sfrecola con Benito Panariti.
IL VIDEO DELLA
CONFERENZA
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| DATA: 05.02.2013 |
PANTHEON:
RICORDATO MOHAMED ABDIRIZZAK AD UN ANNO DALLA SCOMPARSA
Roma,
venerdì 1 febbraio 2013, alle ore 17.00, nel Pantheon è stata
celebrata, ad un anno dalla scomparsa, una Santa Messa in ricordo del
compianto Prof. Mohamed Abdirizzak, fervente monarchico di origine
somala, già collaboraore di FERT e di Sergio Boschiero. Ad officiare il
rito Mons. Micheletti, Rettore della Basilica del Pantheon. Attorno
alla vedova, Sig.ra Gerardina Cuomo e alla figlia Tania, si sono
stretti tanti amici monarchici tra cui molte Guardie d’Onore. L’U.M.I.
era rappresentata dal Presidente onorario Sergio Boschiero, stretto
amico di Abdirizzak, dal Segretario nazionale Davide Colombo e dal
Vicepresidente nazionale Vincenzo Vaccarella.
Nella foto gli esponenti UMI con la Sig.ra
Gerardina e la figlia Tania.
|
| DATA: 05.02.2013 |
ALLE
URNE CON L’OCCHIO ALLE STATISTICHE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 03.02.13
Gli
elettori sono “adulti”. Alla stretta finale, forse hanno residui dubbi
su chi votare, ma di sicuro sanno chi non va votato e va cacciato da
una posizione che non ha per merito suo ma per decisione del presidente
della repubblica. E’ il caso di Monti Mario e di questo
governo scadente. Il cittadino oggi è meglio informato sull’andamento
dell’economia reale di quanto fosse un tempo. Per capirlo, del resto,
non ha bisogno di spiegazioni accademiche né di sofisticate
elaborazioni informatiche. Gli basta confrontare le proprie entrate con
le uscite, di mese in mese. L’andamento dei prezzi, l’effettivo potere
d’acquisto della moneta, il valore dei beni (a cominciare dagli
immobili e dai risparmi, che il perfido “redditometro” considera
“indizio di reato”) parlano da soli. Gli indicatori statistici
riecheggiano la litania lugubre imperante da un anno e tre mesi.
Insediato da Napolitano, con mandato circoscritto e per breve durata,
il “governo dei tecnici”, cioè Monti e compagnia salmodiante, spiegò
che gli italiani debbono “cambiare vita”. ( La Fornero sprizzò
addirittura lacrime mordicchiandosi: diranno i chiromanti se addentò il
Monte di Giove o quello di Venere). Dopo aver massacrato il potere
d’acquisto degli italiani, ora “il professore” annuncia che, se
rimarrà al potere, farà l’opposto di quanto cocciutamente perseguito
sinora. Perché mai bisognerebbe credergli? Le statistiche dicono chiaro
e crudo com’era l’Italia dell’estate 2011 e qual è il tragico presente.
Le statistiche sono il metro dei governi: annunciano i trionfo e
il crollo dei regimi (ne riparleremo). Oltre a quella
dell’andamento economico vi è un’altra statistica decisiva: quella dei
“sentimenti”. Gli italiani non sopportano i piagnoni. Alle spalle hanno
millenni di paganesimo e di tenace capacità di risalire la
china. E’ la terra dell’ “ora et labora” che fece la differenza
tra gli eremiti menagramo d’Oriente e i frati d’Occidente (conventuali
e mondani, esoterici ed essoterici, dai benedettini ai
francescani, ai gesuiti stessi, dai massoni all’Opus Dei). Quando i
profeti di sventure esagerano, i concittadini raccolgono fascine,
come nella Firenze di fine Quattrocento. Gerolamo Savonarola fu breve
spettrale parentesi tra Lorenzo de’ Medici e il ritorno della
Primavera. Spento fra’ Gerolamo, le volte delle chiese tornarono
a popolarsi di immagini opulente, icone del benessere, della
conciliazione tra la Terra e il Cielo, che non è punitivo, ma generoso,
indulgente, accogliente: meno Agostino più Tommaso, meno Pascal più
Calasanzio, Filippo Neri, Alfonso de Liguori… Al voto si va dunque per
rimuovere, statistiche alla mano, chi ha sbagliato e chi vuol fare
peggio, a partire da una patrimoniale senza riduzione della spesa
pubblica: pauperismo a braccetto col giustizialismo. Anche il
segretario della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Crociata,
quando mette in guardia dagli “imbonitori” sicuramente pensa proprio a
chi, come Monti, da un anno e mezzo promette ricette salvifiche ma
deprime e così impedisce qualsiasi riscossa. Alle urne si va
anche pensando al “poi”: sommare stabilità e ripresa, creatività e
interessi generali di lungo periodo. E’ la proposta avanzata da
Berlusconi già alla vigilia delle elezioni del 2008: una
maggioranza di unione nazionale per affrontare il nodo dei nodi.
Occorre superare il bicameralismo perfetto che paralizza il Parlamento;
fissare confini chiari tra poteri (presidenza della repubblica,
esecutivo, legislativo, ordine giudiziario…) e tra responsabilità
politiche (lo sono anche le amministrazioni regionali, provinciali,
comunali: espressione del voto, e quindi sovrane), impresa economica e
magistratura (il caso Ilva insegna). I due maggiori cartelli
politici (PDL, Lega e alleati minori da un canto; il solo
PD dall’altro) hanno i requisiti storici per assumere l’onere di
salvare l’Italia dalla babele dei dialetti elettorali. Hanno anche la
forza necessaria ad assorbire la spinta del movimento di Grillo,
risolvendola in una salutare “eresia” liberista e in bastione contro la
peggiore forma di antipolitica: la presunzione dei “tecnici”,
spacciatori di ricette alchemiche che alla prova dei fatti risultano
velenose. Gli italiani non vogliono far da cavie alla sperimentazione
selvaggia di chi ha causato disastri come gli “esodati”,
l’impennata della disoccupazione, il crollo del mercato immobiliare e
dell’occupazione nell’edilizia (madre di sviluppo o, quando si ferma,
di recessione), la stagnazione delle grandi opere, il malessere
psicologico dilagante, soprattutto nei giovani inoccupati. Giustamente
diffidenti verso un’Unione Europa gonfia di Staterelli inventati, mezza
eurozona e mezza no, senza vera politica estera e militare, gli
italiani hanno motivo di rivendicarsi protagonisti di Storia. Non
vogliono degradare a pascoli per Monti né per Monti de’ Pascoli. Alle
urne diranno la loro.
Aldo A. Mola
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| DATA: 03.02.2013 |
SULLA
TRAGEDIA DELLE FOIBE L’ANPI PREFERISCE SCHIERARSI CON TITO
di Gloria Sabatini - da Il Secolo d’Italia
del 30 gennaio 2013
“Tito
maresciallo assassino” era il ritornello di una canzone della compagnia
dell’Anello molto amata dai giovani di destra a cavallo tra gli anni
’70 e gli anni ’80. Oggi c’è ancora chi nel nome dell’antifascismo
militante e della resistenza partigiana, invece, fa il tifo per l’ex
presidente jugoslavo. Dalle parte dell’Italia? Meglio Tito. A dieci
giorni dalla “Giornata del ricordo” istituita nel 2004 per «non
dimenticare» la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata e lo scempio
delle foibe titine, si riaffacciano qua e là i nostalgici della guerra
civile, i negazionisti, gli irriducibili del braccio di ferro
ideologico. “In fondo se lo sono meritata – è la vulgata della
resistenza torinese guidata dall’Anpi – le vittime delle foibe sono
criminali di guerra e non meritano il riconoscimento dello Stato
italiano”. Complice la campagna elettorale che non risparmia toni
duri e colpi bassi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia ha
organizzato proprio per il 10 febbraio a Torino l’immancabile presidio
“antifascista per la pace e la democrazia” con una mostra fotografica
tutta ispirata all’equazione genocidio italiano uguale reazione
legittima alle violenze fasciste. Peggio dell’oblio, siamo alla
riedizione dell’odio ideologico contro il male assoluto da estirpare
con tutti i mezzi. Tra i primi a reagire il consigliere Maurizio
Marrone, classe 1982, capogruppo pidiellino al comune di Torino oggi
arruolato in Fratelli d’Italia: «È una provocazione che giustifica il
genocidio antitaliano e uccide le vittime per la seconda volta».
«Quando avremo anche la capacità di rispettare i martiri senza
strumentalizzazioni, saremo finalmente un popolo», dice Giorgia Meloni.
Non è retorica di parte ricordare la storia di migliaia di italiani,
legate col filo spinato, passate per le armi e precipitate ancora vive
nelle foibe. E non è la favoletta raccontata dalla destra nostalgica e
passatista. Basta andarsi a rileggere le parole pronunciate da Giorgio
Napolitano in occasione del 10 febbraio 2006 che attribuiscono
l’origine delle foibe a «un moto di odio e furia sanguinaria e un
disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di
pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia
etnica». Basta fare tesoro dell’appello alla memoria condivisa di un ex
comunista come Luciano Violante quando nel lontano ’96 da neopresidente
della Camera disse che «per condiscendenza nella storia scritta dai
vincitori gli eccidi titini erano stati cancellati dalla memoria
collettiva italiana». Da allora molto si è fatto e molto resta da fare
per la costruzione di una identità nazionale comune: la provocazione
degli ex Partigiani torinesi è un salto all’indietro che non fa bene
alla comunità. Le cronache degli scorsi anni sono piene di distrazioni
e strane dimenticanze. Il sindaco di Pistoia che interpretò la
Giornata del Ricordo distribuendo nelle scuole della città un volume
sull’argomento dal vago sapore giustificazionista. E il primo cittadino
di Napoli, Luigi De Magistris al quale sfuggì di inserire le
celebrazioni nel calendario Comune, salvo poi rimediare con un
improvvisato incontro con gli studenti. Immaginate se il sindaco
di Roma avesse dimenticato il giorno della memoria nel ricordo della
Shoah.
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| DATA: 31.01.2013 |
L’ABDICAZIONE
DELLA REGINA D’OLANDA A FAVORE DEL FIGLIO GUGLIELMO ALESSANDRO
La
terra dei Mulini a vento, dei Tulipani di van Gogh assisterà alla terza
abdicazione della sua storia, rafforzando il valore della stabilità dei
Paesi Bassi. L’amatissima Regina Beatrice ha infatti annunciato in
diretta su tutti i canali radio e tv del Nos (Nedelands Omroop
Stiching) che il prossimo 30 aprile, “Koninginnedag” ovvero il giorno
della Regina, lascerà il ruolo di Capo dello Stato al figlio Guglielmo
Alessandro. Il Principe, probabilmente, salirà al Trono con il nome di
Guglielmo IV. L’annuncio è stato fatto al popolo olandese
plaudente e la Regina, dopo trentatré anni di Regno, ha proclamato il
motto degli Orange: “Io manterrò la virtù e la nobiltà, l’onore e la
fede.”
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| DATA: 29.01.2013 |
PARLAMENTO
EVANESCENTE NELLA CRISI MONDIALE PERMANENTE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 27.01.13
Il
Parlamento in scadenza svapora, come anche il governo Monti-Bifronte,
purtroppo ancora in carica per discutibile decisione del presidente
Napolitano. Le Camere sciolte sono formate in parte da chi non vi
tornerà, e quindi da tempo guarda altrove, e in parte da chi, per
rientrarvi, è solo a caccia di voti. Perciò le Aule risultano
lontanissime dalle urgenze vere del Paese. Questa sciagurata paralisi
del Legislativo durerà sino a quando non si avrà un governo stabile. I
miracoli, proprio perché sovrannaturali, sono sempre possibili. Ma la
politica è scienza, non scommessa (solo un ministro “strano” come
Fornero Elsa può definire “una scommessa” la legge cui lega il nome).
Anziché darsi al gioco d’azzardo, la politica deve battere il ritmo al
lavoro delle istituzioni. In presenza della crisi politico-militare in
corso tra Africa Equatoriale e Mediterraneo, con uno scatto di
residua dignità il Parlamento deve aprire il dibattito sulla politica
estera, che porta con sé quella militare. Non basta la tragica lezione
della Libia? Sino a quando si terranno gli occhi bendati sulla
catastrofica “primavera araba” e si continuerà ad andare dietro
il carro di decisioni altrui, con conseguenze prevedibilmente
gravissime sulla vita quotidiana di ogni cittadino? Per motivi storici
dal 1848 il Parlamento è stato quasi sempre al di sotto delle sue
responsabilità. Lo fu in specie nel 1896, nel 1915 e nel 1940. Ma
la storia non aspetta che i ministri dimissionari e
gli aspiranti parlamentari risolvano i propri affari. Gli italiani
hanno diritto di sapere oggi dove può trascinarci l’attacco francese in
Mali, senza alcun voto parlamentare, né del consiglio di sicurezza
dell’Onu, né della Nato. Ce lo chiede l’Europa? Quale
Europa? Di patacche l’ “Europa” ce ne ha già rifilate troppe perché si
possa continuare a rimanerne succubi silenziosi. Mancano quattro
settimane al voto. Di giorno in giorno il clima si fa plumbeo. Ma il
peggio ha da venire. Per un anno Monti e i suoi ministri raccontarono
favole: nuova legge elettorale, la luce in fondo al tunnel, la ripresa
nel 2013, eccetera eccetera, tutte omelie mortifere che hanno
scandito un anno di disastri. Non staremo a ricordare gli imprenditori
e i licenziati suicidi per disperazione e/o dignità offesa, gli
“esodati”, gli attempati senza speranza di reimpiego e i giovani
preparati (né schizzinosi né bamboccioni) invano in attesa che il
merito venga riconosciuto anziché costretto a svendersi. Lo storico
guarda con occhio asciutto queste e altre tragedie. A preoccupare
davvero, invece, è l’evanescenza del Parlamento, sciolto si, ma in
carica sino alla convocazione del prossimo: strozzato dall’emergenza
artificiosa dell’estate 2011 e dal governo Monti vissuto a colpi di
slogan da fiera paesana, salva-italia, cresci-italia,… Le Camere gli
hanno porto il collo, votando cinquanta e più volte la fiducia al
governo con riserve mentali e “maldipancia” sempre più dolorosi. E
adesso si rischia il tutti contro tutti. I 169 specchietti
per allodole proposti agli elettori non sono la fine del bipolarismo o
del bipartitismo imperfetto o del gioco dei quattro cantoni tra i
partiti grandi medi piccoli piccolissimi. Sono la certificazione che
questo sistema è morto: l’equilibrio tra Capo dello Stato, governo,
parlamento e cittadini è infranto. Non poteva accadere in modo più
convulso. Quando Napolitano si rassegnò ad ammettere che il governo di
sua invenzione non aveva più la maggioranza, sciolse le Camere e
indisse le elezioni, tanti non capirono che non si trattava solo di
anticipare il voto di un mesetto. La cosa era, è e sarà molto diversa.
In realtà venne certificato il crepuscolo del Parlamento. Che
cosa è il Parlamento? Esso esercita la funzione legislativa (art.
70 della Costituzione), che non va delegata al governo se non
“per tempo limitato e per oggetti definitivi” (art. 76), esclusi lo
stato di guerra e i trattati internazionali, che sono materia esclusiva
non del governo né del capo dello Stato ma delle Camere, espressione
degli elettori. Il Parlamento è la sede del potere in cui gli
eletti devono trovare la sintesi delle pulsioni dei cittadini e
deliberare sui loro interessi generali permanenti. Il problema
dominante oggi non è che cosa farà il Parlamento prossimo ma da chi
verrà formato, quale governo potrà esprimere e chi esso eleggerà capo
dello Stato (una scadenza fissata già sette anni orsono). Lo
stesso, più o meno, vale per i consigli di regioni non del tutto
secondarie come Lazio e Lombardia. Questa è l’Italia a quattro
settimane dal voto. Con troppi aspiranti che si azzuffano per la
spartizione del potere a colpi di “agende” intortate di faccenduole
locali mentre il Mediterraneo è in fiamme e l’Africa sub-sahariana è
sconvolta da una guerra a carte scoperte perché finalmente non si
chiacchiera più di missioni umanitarie ma si parla di lotta per le
materie prime e per l’acqua, come ricorda Giancarlo Elia
Valori in Il futuro è già qui. Gli scenari che determineranno le
vicende del nostro pianeta (Rizzoli). Mentre viene a galla la spugna
informe e nauseabonda della collusione tra ingordigia di boiardi,
finanza privata, interessi internazionali e apparati di potere
drappeggiati con dalmatiche e piviali ideologo-religiosi, una
volta tanto riesce difficile inventare un mostro per distrarre
l’opinione pubblica: a differenza di quanto avvenne nel 1981 con la
panzana della “P2”, nel 1992 con Tangentopoli, dal 2008 con la polemica
sulla casta dei politici, quasi banchieri e industriali siano
mammolette. La crisi per ora è in un tunnel scurissimo. Forse saranno
gli elettori ad accendervi una luce, almeno fioca, con le propria
scelta: non votare, votare, per chi votare. Perciò mai come oggi urge
il “voto utile”, per salvare il Parlamento dalla pochezza di tanti suoi
componenti, per sottrarre l’economia alla voracità di chi la
gestisce per interessi personali e di clan e per governare davvero il
Paese, altrimenti condannato a sparire del tutto come Stato sovrano.
Chissà, infine, se il Presidente Napolitano deciderà di decidere di
lasciare davvero un segno con il sinora disatteso messaggio alle
Camere? (*)
Aldo A. Mola
Giovedì 24 la rievocazione torinese di Gianni Agnelli
si è svolta all’insegna dell’oblio. A quanti ripetono che l’avvento del
governo Mussolini, il 31 ottobre 1922, fu subito regime e “male
assoluto” va ricordato che il 1° marzo 1923 Vittorio Emanuele III
nominò senatori a vita 23 “patres”, tra i quali Giovanni Agnelli
senior, Ugo Ancona, Leonardo Bistolfi, Alessandro Casati, Ferdinando
Martini, Giorgio Pitacco, Francesco Pistoia (anche ebrei dunque),…e
ministro dell’industria era il giolittiano torinese conte Teofilo Rossi
di Montelera. Tutti malfattori?
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| DATA: 29.01.2013 |
“MUSSOLINI
A PIENI VOTI?” PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO LIBRO DI ALDO MOLA A ROMA
Si
è tenuta presso l’Aula Magna dell’Università “Guglielmo Marconi” di
Roma la presentazione dell’ultimo libro del Presidente della Consulta
dei Senatori del Regno, Prof. Aldo Alessandro Mola, dal titolo
“Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce - Inediti sulla crisi del
1922” (Edizioni del Capricorno, 2012). Moderatore dell’incontro è stato
il Prof. Aldo Giovanni Ricci, già Sovrintendente dell'Archivio Centrale
dello Stato, che ha analizzato il lavoro di Mola soffermandosi sulla
suddivisione dei diversi periodi storici, sull’importanza della
pubblicazione dei verbali dei governi Facta e della prima seduta del
Governo Mussolini e affrontando gli eventi salienti dell’ottobre 1922
che ben differirono da quelli degli anni successivi. Ricci, lodando
l’operato di Mola, ha affermato che per fare storia bisogna guardare i
documenti e non basarsi su leggende che abbondano in riferimento a quel
periodo. Ha poi preso la parola il saggista Marco Bertoncini, il quale
ha voluto periodicizzare l’esperienza governativa mussoliniana in
diversi gabinetti, caratterizzati non tanto da politici ma da tecnici.
Bertoncini ha fatto notare che il primo governo Mussolini è stato un
governo di coalizione con solo 35 parlamentari fascisti. Il saggista ha
concluso soffermandosi sul peso che la Burocrazia aveva anche a quei
tempi, fattore che si evince dai
documenti. Il Colonnello Antonino Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico
dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha approfondito il tema dei
rapporti tra l’Esercito e il Fascismo nel 1922, focalizzandosi
sull’esempio della situazione fiorentina, città che ha sempre
dimostrato un particolare attaccamento al Partito Fascista. Zarcone ha
analizzato le figure di alti ufficiali ed ha dimostrato che il Fascismo
traeva maggior consenso dalle truppe, non dagli ufficiali. Pochi furono
i generali presenti alla Marcia su Roma. Ha concluso quindi affermando
che nella fase iniziale si potevano escludere i rapporti tra Fascismo e
Forze Armate e che l’Esercito, se ce ne fosse stata necessità, poteva
tenere tranquillamente la situazione sotto controllo. Per chiudere il
convegno è intervenuto l’Autore, il quale ha iniziato raccontando al
pubblico la genesi del libro (durata un anno e mezzo) e i fattori che
lo hanno portato a concretizzare la pubblicazione (si stavano
diffondendo libri faziosi che approfondivano l’argomento con grossolani
errori). Tra gli aspetti toccati da Mola vi è quello che gli italiani
hanno accettato Mussolini non per vocazione al gregge ma per necessità
di un governo (il precedente governo Facta aveva fatto riunire il
parlamento solo il 9 agosto 1922, per ottenere la fiducia). Mola ha
parlato in maniera approfondita sul ruolo che il Re ebbe in quel
periodo, non decretando uno stato d’assedio non necessario che avrebbe
prodotto una guerra civile. Mussolini ha giurato davanti al Re con un
tradizionale passaggio di consegne con il suo predecessore, non è
quindi giunto al potere con un gesto rivoluzionario come si è voluto
far credere. All’evento ha partecipato, tra un numeroso pubblico, il
rappresentante dell’Assessore Teodoro Buontempo della Regione Lazio,
una delegazione dell’U.M.I. composta dal Presidente Onorario Sergio
Boschiero, dal Segretario nazionale Davide Colombo, dal Vicepresidente
Vincenzo Vaccarella e dal consigliere nazionale Roberto Carotti e il
Vicepresidente del Circolo REX Ing. Domenico Giglio.
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| DATA: 24.01.2013 |
IL
FRONTE MONARCHICO GIOVANILE APPROFONDISCE LE DIFFERENZE TRA MONARCHIA E
REPUBBLICA
Il
sito del Fronte Monarchico Giovanile dell'U.M.I. ha pubblicato un
articolo a firma Edoardo Tuzi Gallo (23 anni, studente di ingegneria e
rappresentante del FMG in Consiglio nazionale U.M.I.) in cui si
raffrontano i comportamenti delle Monarchie e delle repubbliche di
fronte alla crisi, partendo dai dati ufficiali di spesa
delle due forme istituzionale. Inutile dire che la Monarchia ne esce
vincente. Il Fronte Monarchico Giovanile, rappresentato
dall'universitario Amedeo de Dominicis, ha iniziato un'intensa attività
divulgativa, utilizzando i social network (facebook e twitter) per
diffondere tra i giovani l'Ideale monarchico.
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| DATA: 23.01.2013 |
SERBIA:
LA SALMA DEL RE PIETRO II È ORA A PALAZZO REALE
Belgrado,
22 gennaio 2013 - La Salma del Re Pietro II di Jugoslavia è arrivata
all’aeroporto di Belgrado alle 14 di oggi. Suo nipote, il
Principe Alessandro, ha accompagnato la bara nell’ultimo viaggio.
All’aeroporto erano ad accoglierlo le LL.AA.RR. il Principe
Alessandro, la moglie Principessa Caterina, i Principi Pietro e
Filippo e la figlia della Principessa Caterina, Sua Eccellenza Ivica
Dacic, Primo Ministro di Serbia ed il prof. Oliver Antic,
Consulente del Presidente della Repubblica che si trova in visita di
Stato all’estero, Sua Grazia il Vescovo Vicario, la Guardia
d’Onore dell’Esercito Serbo ed altri. La Salma è stata tumulata
nella Cappella del Palazzo Reale scortata dalla polizia con un gran
numero di cittadini che la salutavano lungo il percorso. Il
feretro era sormontato dalla bandiera Serba con le insegne regali.
Giunto alla Cappella è stato officiato un Requiem da Sua Santità il
Patriarca Irinej di Serbia, concelebrato con altri tre
Vescovi. Era presente anche il Muftì di Serbia Muhamed ed
altri capi religiosi. Dopo il Requiem sono seguiti i discorsi del Primo
Ministro, del Rappresentante del Presidente della Repubblica, il quale
ha detto che il Presidente era presente in spirito ma obbligato da
tempo per una visita di Stato all’estero.
Il Principe Alessandro ha infine ringraziato tutti i presenti;
tra gli altri l’Ambasciatore di Serbia negli Stati Uniti ed il Console
Generale di Serbia in Chicago, che evidentemente avevano curato i
dettagli del Trasferimento.
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| DATA: 23.01.2013 |
GERMANIA:
DOPPIA NASCITA REALE
Lieta sorpresa
nella Casa Imperiale di Germania: il Principe Giorgio Federico e Sua
moglie, la Principessa Sofia (nata Isemburg ), sono sono diventati
genitori di due gemelli, il Principe Carlo Federico (Erede al
trono) ed il Principe Luigi Ferdinando, nati il 20
gennaio in Brema.
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| DATA: 23.01.2013 |
FRANCIA:
COMMEMORATO LUIGI XVI
Un
centinaio di persone si sono riunite a Nantes per celebrare il 220
anniversario della morte del Re Luigi XVI. Ci sono stati interventi
dell’Abate della Cappella di Cristo Re e dei rappresentanti del’Unione
Realista Bretagna – Vandea, dell’Action Francaise e di
Rinnovamento Francese.
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| DATA: 23.01.2013 |
LA
NUOVA RACCOLTA DI POESIE DI ALFREDO LUCIFERO
E’
uscita la nuova raccolta di poesie dell’Avv. Alfredo Lucifero, nipote
prediletto del già Ministro del Real Casa Marchese Falcone. Riflessioni
lungo il mare è anzitutto un ripiegamento del poeta nella memoria, al
fine di far emergere ricordi che solo in apparenza si presentano
disordinati alla mente, ma che in realtà sono vere e proprie schegge di
sapienza, verità consolidatesi nell'animo attraverso l'esperienza del
vissuto ragionato e maturo. Si tratta di illuminazioni progressive, di
lampi che squarciano il cielo prima del deflagrare dei tuoni, di
frammenti di emozioni, epifanie che riempiono le pagine di immagini da
interpretare e che si prestano a una duplice lettura: una più
immediata, oserei dire meramente letteraria, propria di chi è abituato
a fermarsi alla superficie estetica delle cose; una più profonda,
analitica, complessa, in grado di palesarsi solo al pensiero di colui
che, uscito dalla caverna delle ombre, ama graffiare la conoscenza,
scavare lasciando sanguinare le unghie per attingere alla fonte pura
della saggezza.
Alfredo Lucifero
Riflessioni lungo il mare
Albatros - NuoveVoci - Le
Piume, 2012
euro 9,90
ISBN 978-88-567-6227-3
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| DATA: 22.01.2013 |
135°
ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DELLE GUARDIE D'ONORE
 Domenica 20 gennaio 2013
si è tenuta a Roma la cerimonia per il 135° anniversario di fondazione
dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore al Pantheon. Centinaia
le Guardie d'Onore convenute nella Capitale da tutta Italia e dalle
delegazioni estere. La mattina si è è stato reso omaggio al Milite
Ignoto, poi un corteo si è snodato per le vie del Centro per
raggiungere il Pantheon dove si è celebrata una Santa Messa. Al termine
della funzione religiosa, presso Palazzo Santa Chiara, l'Avv. Francesco
Maria Atanasio ha tenuto la commemorazione ufficiale. Durante il
Consiglio del sabato precedente, è stato riconfermato alla guida
dell'Istituto il Cap. Vascello Dott. Ugo d'Atri al quale sono giunte le
congratulazioni dell'U.M.I. Presente alle cerimonie il Presidente
Onorario U.M.I. Sergio Boschiero, accompagnato dal Vicepresidente
nazionale U.M.I. Vincenzo Vaccarella.
Nelle foto il corteo per
le vie del centro; Sergio Boschiero e Vincenzo Vaccarella assistono
alla commemorazione e Palazzo Santa Chiara. (© foto Carmine Passalacqua)
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| DATA: 22.01.2013 |
LA
PARTECIPAZIONE DELL’U.M.I. DI TERAMO ALLA VISITA DEL CARDINALE SCOLA
Teramo,
sabato 19 gennaio 2013 - Il Presidente regionale dell’U.M.I. abruzzese,
prof. Berardo Tassoni, in occasione della visita del Card. Scola nel
capoluogo aprutino, ha partecipato al pontificale solenne presieduto
dall’Arcivescovo di Milano, già seminarista a Teramo ove fu ordinato
sacerdote. La domenica successiva, prima della Lectio Magistralis
tenuta dall’alto prelato, in una straripante immensa sala del Parco
della Scienza in Teramo, il Prof. Tassoni ha ufficialmente portato
portato il saluto anche dell'U.M.I. ai convenuti.
Nella foto il Prof.
Tassoni riceve la comuniione dal Cardinale Scola.
|
| DATA: 21.01.2013 |
L’ETERNA
DEBOLEZZA DELLA “TERZA FORZA”
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 20.01.13
La
“terza forza” è un’antica debolezza della politica in Italia. I partiti
maggiori nacquero e disparvero sulla spinta di eventi epocali. Gli
altri, quelli intermedi, aspiranti “ago della bilancia”, risultarono e
sono concrezioni inizialmente scintillanti, come le “rose del deserto”,
ma inconsistenti e condannate a tornare polvere. In una visione di
lungo periodo, come s’impone abbracciando i centocinquant’anni
dalla nascita del regno a oggi, possiamo ormai distinguere tra partiti
e agglomerazioni transitorie, somme di velleitari in ritardo con la
storia anch quando sembrano volerne prendere la guida.
Sino alla Grande guerra non vi furono in Italia partiti veri, bensì
solo ampie ripartizioni su singole priorità. A distanza di oltre un
secolo la differenza tra Destra e Sinistra Storica appare sempre più
labile. Entrambi quei “partiti” avevano per base unificante la
priorità della fragile Unità nazionale. Questa era assediata da nemici
esterni e interni: le potenze ostili (come l’impero austro-ungarico e
dagli Anni Ottanta anche la Francia, che intralciò in tutti i modi
l’espansione coloniale italiana e spinse Roma all’alleanza con Vienna e
Berlino) e forze interne eterodirette, come i clericali, dipendenti dal
papa-re sino a quando nel 1904 Pio X depose le armi nel timore dei
social-rivoluzionari, e gli internazionalisti, che avversarono il
“socialismo della cattedra”, cioè le grandi riforme attuate in Germania
da Bismarck e in Italia da Giolitti. In quella contrapposizione si
formò lo spazio per terze forze: i conservatori di Antonio Rudinì e
quelli di Sonnino e, infine, i radicali, “senza chiesa né classe”
come ne ha scritto Giovanni Orsina.
Alla nascita, nel 1904, il partito radicale fu subito
altra cosa da qual era stato con Agostino Bertani, Felice Cavallotti,
Malachia De Cristoforis, Adolfo Engel, Carlo Romussi: tutti massoni e
in parte sospettati di subordinazione al francesizzato Enrico
Cernuschi. Già a quel tempo proprio l’avanguardia
politico-partitica aveva contatti non sempre limpidi con l’estero
(interessi finanziari, industriali e imperialistici, impetuosi dopo il
congresso spartitorio di Berlino del 1885). Il nuovo
radicalismo fu più “meridionale” e subito a contatto col socialismo
riformistico (a sua volta massonizzato) di Errico De Marinis e
Alberto Beneduce. A differenza di quanto si è sempre detto, dalla
Grande Guerra non nacquero affatto partiti italiani durevoli. Non lo fu
il cattolico Partito popolare, guardato con diffidenza da
Benedetto XV e dal suo successore, Pio XI. La segreteria di Stato
vaticana preferì trattare direttamente con Vittorio Emanuele Orlando e
con Benito Mussolini, che rispose infischiandosi dell’anticlericalismo
di ras del partito nazionale fascista (Michele Bianchi, Roberto
Farinacci, il massone Italo Balbo…). Né lo fu il Partito
comunista d’Italia, che poi contò tanto perché espressione locale
dell’Unione Sovietica e iniziò a decomporsi non per virtù dei
miglioristi (come Giorgio Napolitano) ma col tracollo della “casa
madre”. Dal canto suo l’antico partito socialista nacque e rimase
coacervo di personalità, alla stregua dei “liberali”. I “partiti
personali” non sono invenzione recente: lo erano già ai tempi dei clan
parlamentari identificati con Giolitti, Sonnino, Salandra, Andrea
Costa, Turati, Bissolati, Matteotti, Serrati…, come poi Nenni e
Craxi. L’inconsistenza dei partiti e una legge elettorale
sciagurata, la proporzionale, nel 1919-1921 vide ascendere
temporaneamente capiclan che per autoipnosi si credettero giganti: fu
il caso di Nitti, Ivanoe Bonomi, Luigi Facta… e di una miriade di
parlamentari di seconda terza fila susseguitisi al potere in una
stagione che in pochi anni vide mutare sei-sette diversi titolari
di ministeri chiave (per esempio gli Esteri e la Guerra, che l’Italia
odierna scopre importanti dopo decenni di stolida demonizzazione
e di ottuso ripiegamento nelle beghe locali) sino a quando Mussolini
rimise un po’ d’ordine, d’intesa con il Re e con le maggiori forze del
paese. Lo fece con ministri che erano a un sol tempo uomini politici di
vasto respiro, e quindi attenti agli umori dei cittadini, e
professionalmente preparatissimi: un governo davvero italiano, formato
da Alberto De Stefani, Giovanni Gentile, Luigi Federzoni, Teofilo Rossi
di Montelera, il duca Antonio Colonna di Cesarò, Aldo Oviglio, il
popolare Stefano Cavazzoni… A quel punto il terzo partito si sfarinò
e nel volgere di un decennio i suoi maggiorenti si
riconobbero direttamente o indirettamente nelle linee portanti del
governo. Lo spiega bene Massimo Furiozzi in Giovanni
Ciraolo e l’Unione Internazionale di Soccorso (Centro Editoriale
Toscano). Calabrese e massone come il suo conterraneo, Antonio Cefaly,
diadoco di Giolitti nel Mezzogiorno (con Tommaso Senise e altri),
Ciraolo fu deputato radicale. Alla guida della Croce Rossa Italiana ne
fece una straordinaria macchina di unione e crescita
civile. Il suo nome non figura nella matricola del Grande Oriente
d’Italia ma sappiamo che divenne presidente del Rito Simbolico
Italiano, tra i cui dignitari vi fu il genero di Giolitti, Mario
Chiaraviglio, deputato radicale dal 1911 al 1919, quando si ricandidò
senza successo e, non molto dopo, migrò in Argentina con la moglie,
Enrichetta, e i quattro figli dai nomi altisonanti di romanità: Curio,
Tito, Sergio, Marcella. Messo da parte il caduco
anticlericalismo, il senatore Ciraolo lavorò a progetti di respiro
internazionale, come appunto l’Unione Internazionale di Soccorso,
la cui filosofia precorre le missioni umanitarie dei decenni
recenti, con la differenza che aveva una radice umanistica, non
quella ostentatamente affaristico-militare che oggi rende
sgradevoli anche le imprese più nobili.
Ciraolo ebbe parte nell’ascesa accademica di suo nipote,
Attilio da Empoli, il cui padre, Antonio, era massone nella loggia “
Stefano Romeo” di Reggio Calabria: tra quelle più “progressiste”
dell’epoca (vi lavoro Oreste Dito). Allievo di Einaudi, economista
geniale, cresciuto alla Fondazione Rockefeller, apprezzato
da Achille Loria (“bestia nera” di Antonio Gransci), da Empoli insegnò
a Messina e a Bari. Deputato alla Camera dal 1934 al 1943, combattente,
monarchico, nel dopoguerra venne epurato, come documentano i saggi
rccolti da Massimo Di Matteo e Ernso Longobardi in Attilio d
Empoli 1904-1948). Un economista partecipe del suo tempo (Ed.
Angeli). Morì per un improvviso attacco di appendicite, con dolore
profondo di chi, come Einaudi, ne conosceva la generosità di mente e di
cuore. L’Italia non aveva bisogno di terze forze destinate a rivelarsi
debolezze, ma di grandi coalizioni per obiettivi davvero vitali. Allora
come oggi.
Aldo A. Mola
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| DATA: 19.01.2013 |
Alcuni
luoghi comuni sulla nostra storia patria vorrebbero che la classe
politica liberale fu responsabile dell’ascesa del fascismo al Governo
del Paese o quantomeno di non averne previsto i suoi effetti nefasti,
(facile dire con il senno di poi…), e che il Re Vittorio Emanuele
III fu responsabile di averne nominato il suo capo Benito
Mussolini alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1922. Chi
conosce bene la Storia del nostro Paese(?) sa benissimo che in realtà
le responsabilità furono suddivise con la maggior parte della
classe politica dirigente di allora che era rappresentata dai
democratici, demosociali, liberali, socialriformisti e la quasi
totalità dei popolari. Anche i partiti di opposizione (socialisti e
comunisti) non contribuirono alla soluzione della crisi di Governo
infischiandosene del tutto dei destini dell’Italia e giocando allo
sfascio sfruttando il malcontento popolare dovuto alle pessime
condizioni economiche e sociali in cui versava l’Italia da poco uscita
dal primo conflitto mondiale. La verità invece stava nel fatto che il
frazionamento eccessivo della classe politica scaturita soprattutto
dalla nascita dei nuovi movimenti di massa (Partito popolare e Partito
socialista che con le elezioni del 1919 rappresentavano più della metà
del Parlamento), e i personalismi dei suoi leader, non permisero alla
classe dirigente di quel tempo di esprimere un candidato condiviso per
la guida dell’Italia. Appurata l’inconcludenza delle forze politiche
nel prendersi le proprie responsabilità (Vittorio Emanuele III esortò
vanamente Facta allora capo del Governo a convocare le Camere per
ricondurre la crisi in Parlamento) il Re, anche per il timore di una
possibile svolta in senso bolscevico del nostro Paese(rivoluzione
bolscevica russa nel 1917), diede l’incarico di formare il nuovo
Governo a Benito Mussolini visto da tutti oramai come l’unico capace di
riportare ordine in un Paese contrassegnato da nuove contrapposizioni
sociali e visto anche come colui che poteva riscattare l’Italia dalla
delusione della vittoria(mutilata) della grande guerra. Nella seduta
del 16 Novembre del ’22 il Parlamento votò la fiducia al leader del
fascismo con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti, al Senato
186 voti a favore e solo 19 contro. Una maggioranza schiacciante!, i
fascisti erano appena 35!. Chi fece la frittata dunque non furono i
liberali o il Re (che regnava ma non governava) bensì tutta una classe
politica incapace di vederci chiaro in quel frangente storico e che
permise al duce del fascismo di essere nominato a capo del Governo,
tanto che il liberale e statista Giovanni Giolitti (che subì il veto
del popolare don Luigi Sturzo per la propria candidatura alla guida del
Paese) ebbe a dire: “l’Italia ha il Governo che si merita!”. Eppure
quando si votò nel 1946 sulla scelta tra Monarchia o repubblica questi
luoghi comuni ebbero un peso determinante nel far cadere la Monarchia e
nel ridimensionare la classe politica liberale, colpevoli secondo la
presunta maggioranza degli elettori (presunta perché non tutti gli
italiani furono messi in condizione di votare) di aver portato l’Italia
alla disfatta della seconda guerra mondiale. Un binomio fortunato
invece quello Monarchia – classe politica liberale che ebbe il
merito di aver unificato l’Italia dopo un lungo servaggio ai popoli
stranieri, di aver modernizzato il Paese e di aver migliorato la
qualità di vita del nostro popolo con statisti liberali e illuminati
come Cavour, Crispi e Giolitti. Una Monarchia liberale che pensava
europeo ma senza asservimento alle altre Nazioni come invece accade
oggi con il binomio Napolitano - Monti (repubblica - Partito delle
tasse) che non ha nulla di liberale e che ha svenduto la nostra
sovranità a vantaggio di quella di Germania e Francia. Di grandi
liberali ce ne furono anche all’inizio della ormai claudicante
repubblica, erano Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino,
nelle loro idee e nelle loro azioni erano presenti i concetti di
primato del mercato (ma senza dimenticare i più deboli), di sovranità
condivisa in Europa ( che non era asservimento). Essi immaginavano un
continente europeo di stampo federalista con una politica estera comune
e ad una difesa comune del proprio territorio, che è proprio quella
visione mancante oggi per fare realmente l’Europa. Forse è questo il
vero motivo per cui oggi l’Italia si ritrova smarrita e confusa, perché
di “veri” liberali oggi non ce ne sono. Non c’è più una Monarchia che
garantisca unità e progresso, quella “forza storica e potere posto al
di sopra delle parti”, come la definì Luigi Einaudi in un suo articolo
apparso sul quotidiano l’”Opinione” il 24 Maggio alla vigilia del
Referendum del ’46 dal titolo: “Perché voterò per la Monarchia!”.
Roberto Carotti Consigliere Nazionale
U.M.I.
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| DATA: 18.01.2013 |
NAPOLITANO:
BASTA SENATORI VITALIZI. NESSUNO ILLUSTRA PIU’ LA PATRIA?
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 13.01.13
Davvero le “illustrazioni della
Patria” sono
anche inesorabilmente “di parte”? Giorgio Napolitano vede buia
l’Italia; ma è proprio lui a spegnere l’ultima luce. Al direttore della
“Stampa”, Mario Calabresi, il presidente della Repubblica ha infatti
dichiarato di non poter nominare due senatori a vita “con la
dovuta ponderazione e serenità a così breve distanza dalla fine del
settennato”. Dunque, su sessanta milioni di cittadini non ve n’è un
paio degni del laticlavio “per altissimi meriti nel campo sociale,
scientifico, artistico e letterario” (comma 2 dell’art. 59 della
Costituzione) senza che la loro nomina turbi la “politica”? Il fatto è
che i tre senatori vitalizi viventi lo sono per meriti “partigiani”:
Giulio Andreotti ed Emilio Colombo, veterani della partitocrazia, e
Mario Monti, nominato poco prima di ricevere l’incarico di presidente
del consiglio. Il laticlavio doveva vestirlo da pater dell’Italia e
farne l’erede al trono di Napolitano stesso. Però, buttandosi
cocciutamente nella lotta per il potere e mostrando più
vanità che una visione politica condivisibile, Monti si è cinto i
fianchi col gonnellino di gladiatore; mena fendenti e ne riceve. Ora
Napolitano scuote il capo, sconsolato, dinnanzi al fallimento della
“sua” repubblica: partiti blindati, sindacati totalitari, movimenti
coatti,…Perciò, senza che nessuno glielo imponga (ma forse per
scrollarsi di dosso pressioni indebite), dichiara che non ci sono
le condizioni minime per conferire il laticlavio a due
“illustrazioni della Patria” senza rischiare un pandemonio di
polemiche. Involontariamente infligge un vulnus alle prerogative della
Presidenza, messa “al di sotto” degli umori partitici proprio quando la
politica ha bisogno di un colpo d’ala. Vengono alla memoria, per
contrasto, i 34 senatori vitalizi nominati da Vittorio Emanuele
III il 6 febbraio 1943 per svuotare dall’interno la dittatura di
Mussolini. Qualcuno osserverà che la decisione di Napolitano è un
atto dovuto perché i senatori vitalizi, quali essi siano, potrebbero
risultare decisivi nella futura Camera Alta, ove la
coalizione Partito democratico-Sel (Pierluigi Bersani-Vendola)
non vi avesse maggioranza sicura e quindi quattro- cinque voti
potrebbero giocare tutto, inclusa l’elezione del futuro capo dello
Stato. E’ un ragionamento realistico ma vale solo se si ritiene
che i senatori per altissimi meriti fossero anche
ineluttabilmente schierati per questa o quella parte, come potrebbe
accadere per ex ballerine della Scala, camaleontici direttori di
giornali, docenti o scrittori echeggianti ideologie anziché vere glorie
civili, al di sopra della mischia. Comprendiamo però gli
argomenti che in Repubblica sviliscono alla radice la nomina di
senatori a vita: il deprimente spettacolo dato dai patres vitalizi
(inclusi presidenti emeriti), accorsi a votare per questo o quel
governo, per questo o quel candidato a cariche supreme. Brutti
precedenti, nati però non dalla Costituzione ma dal settarismo
dilagante. Per correggere non v’è bisogno di sospendere le prerogative
del Capo dello Stato. Basterebbe che i senatori vitalizi si
sentissero davvero rappresentanti di 60 milioni di concittadini e
uscissero dall’Aula quando il voto rischia di dividere invece di
unire. Nominati a rappresentare la Patria, debbono esercitare la
loro funzione originaria: attestare l’universalità di scienza, arte,
lettere. Ma siamo un Paese imbarbarito. Lo prova proprio la decisione
di Napolitano, che trasmette al successore “ogni valutazione e
decisione” sui due seggi vitalizi vacanti: una decisione amara per il
Piemonte, che ha perduto due senatori a vita (Pininfarina e Levi
Montalcini). Questo accade proprio quando l’Italia settentrionale
potrebbe trovarsi all’opposizione rispetto al governo centrale:
una situazione anomala, del tutto inedita, zeppa di incognite. Va
ricordato infatti che l’ “Alta Italia” non è una invenzione di
Napoleone, di Metternich o di Gianfranco Miglio. Fu l’insegna del
Comitato di Liberazione Nazionale costituito a Milano in
contrapposizione a quello Centrale, i cui componenti vissero ben
riparati in San Giovanni in Laterano e conventi vari mentre nell’Alta
Italia si combatteva e si moriva. Senza mettere alle corde la fantasia,
neppure oggi sarebbe difficile trovare un paio di cittadini meritevoli
del laticlavio senatoriale senza pregiudizi di parte. Sarebbe una
speranza in più. I gesti esemplari erano normali quando i senatori
erano nominati dal Re. Negli anni da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele
III quasi nessun italiano di vero valore rimase al di fuori del
Senato, tra i cui membri furono anche i due primi presidenti
della repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi. Poi a capo dello
Stato vennero eletti Gronchi, sottosegretario di Stato con Mussolini, e
altri: tutti uomini di parte o sospettati di esserlo anche
quando cercarono di rappresentare l’Italia intera anziché i partiti che
li avevano eletti. E così si è arrivati a spegnere le luci sulle
illustrazioni della Patria… Ma presto i cittadini diranno se ancora
vogliono l’Italia una, indipendente, libera e capace di federalismo,
promesso e mai attuato.
Aldo A. Mola
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| DATA: 14.01.2013 |
LEGGIUNO:
OMAGGIO A GIUSEPPE VERDI
Il
6 gennaio 2013 si è tenuto a Leggiuno, splendida località della
provincia di Varese affacciata sul Lago Maggiore, il tradizionale
concerto lirico dell'Epifania organizzato dall'Assessorato alla
Cultura. In occasione del bicentenario della nascita è stato fatto un
omaggio a Giuseppe Verdi, simbolo della cultura e dell'Italia stessa.
Gli artisti che si sono succeduti sul palcoscenico sono stati il
soprano Antonella Romanazzi, il baritono Domenico Balzani, il tenore
Francesco Piccoli e il noto pianista Marco Cadario. A presentare la
serata il Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana Davide
Colombo che, da anni, anima l'appuntamento culturale leggiunese.
Colombo si è soffermato sul ruolo avuto da Giuseppe Verdi nel processo
risorgimentale ed ha portato all'attenzione delle trecento persone che
hanno affollato il Teatro San Carlo di Leggiuno, una nutrita rosa di
aneddoti sulla vita del compositore di Roncole di Busseto. Il Sindaco
di Leggiuno Adriano Costantini e l'Assessore alla Cultura Mauro Ossola
hanno voluto sottolineare l'importanza che la Cultura ha nelle
amministrazioni locali e l'impegno a non venire meno al sostegno,
nonostante la crisi in cui gli Enti locali versano. Al concerto era
presente il Presidente onorario U.M.I. Sergio Boschiero che ha
accompagnato Colombo nel viaggio sul Lago Maggiore.
Nella foto Davide Colombo
con gli artisti.
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| DATA: 06.01.2013 |
LA
COMETA? PORTA BENE SE ARRIVA DA DESTRA
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 06.01.13
Sfavillerà
il 28 novembre 2013 l’attesissima “Ison”, la cometa forse più luminosa
da secoli. Porterà Vera Luce o precorrerà le Tenebre, preludio al
Grande Ghiaccio della Caina? Che mondo rischiarerà? Sul messaggio
occulto delle comete dura da secoli il braccio di ferro fra chi le
crede augurio di Ordine Nuovo e chi le teme portatrici di
sventura. I “passaggi” della più famosa, la cometa di Edmund
Halley, sono sempre stati associati a catastrofi. Il 1682,
il più celebre, annunciò l’assedio di Vienna da parte dei turchi.
Vinsero i cristiani, anzi i cattolici di Leopoldo d’Asburgo,
grazie ai polacchi di Giovanni Sobieski. Bene per l’Occidente, male
per gli “altri”, che del resto meritavano la sconfitta perché,
comunque la si metta, erano e restano Il Peggio. Con buona pace
degli scettici, dalla remota antichità e con poche eccezioni
l’apparizione delle comete seminò il terrore. Sappiamo bene che
calamità e atrocità si susseguono anche senza apparizioni celesti. Però
quella pennellata di polveri e vapori che s’incendiano mano a mano che
la cometa s’avvicina al Sole è troppo suggestiva per non spingere
a confrontare la grandiosità dell’Universo, l’ “aiuola che ci fa tanto
feroci” (come Dante icasticamente definì il Pianeta) e la pochezza
degli uomini, l’Infinito di Leopardi, che scrutando il Cielo
s’interrogava “A che tante facelle?”, e i calcoli di chi
riduce la storia a registro contabile. “A che tante facezie?” si
domanderanno nelle prossime settimane i cittadini arcistufi delle liti
da comari che di notiziario in notiziario rimbombano, saturandone la
pazienza. Torna allora alla memoria l’incontro tra fine gennaio e
inizio febbraio del 1918 nel Castello di Versailles tra il
generale Luigi Cadorna, capodelegazione dell’Italia al comando
dell’Intesa, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele
Orlando e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, in carica dal
1914. Della guerra non aveva capito nulla, ma non si sapeva con chi
sostituirlo. La testa un po’ china e un triste sorriso
all’angolo della bocca il barone Sonnino, di famiglia ebrea ma
protestante, cadenzò: “Ho letto che questa guerra mondiale deriva dal
passaggio dell’ultima cometa presso la terra. La cometa ha avvelenato
la terra. Qualche volta ho pensato a questa spiegazione. Qualche
cosa che travolga le nostre volontà ci deve essere in questi anni nel
mondo. Stiamo diventando tutti pazzi. La follia sola, sterminata, è
padrona degli uomini. Allora come pretendere di guidare il destino?”
Tutti tacquero. Annuirono? Lo sterminio durava da quasi cinquanta mesi.
L’Europa rosseggiava. A fine maggio del 1917, sei mesi prima di
Caporetto, Emanuele Filiberto di Savoia, duca d’Aosta e comandante
della Terza Armata, sintetizzò al colonnello Angelo Gatti la sua
visione della guerra: sarebbe durata sino a quando non si fosse
verificata una battaglia dall’esito apocalittico, con centinaia di
migliaia prigionieri, centomila morti in poche ore, “qualche cosa di
catastrofico”. Per prepararla occorreva un tempo molto lungo: “E questo
tempo molto lungo si avrà?, domandò il Duca. I popoli sono stufi: e
saranno loro che daranno, presumibilmente, la via da seguire ai
condottieri. E’ da credere che a un certo punto essi insorgano e
dicano: basta”. Lenin era ancora in Svizzera, ma milioni di europei non
ne potevano più di esser costretti non solo a vestire la divisa e a
rischiare la vita nelle trincee o dietro la feritoia di cecchino
ma di un’esistenza ritmata da pesi e contrappesi artificiosi:
tante calorie al giorno per tante energie da consumare, sesso una
tantum, coi minuti contati, nei postriboli organizzati dai comandi,
sentimenti zero, ideali sottozero. Una cometa era passata nel 1910. Non
bastasse il devastante terremoto di Reggio e Messina del
1908, in Italia essa si accompagnò a una terribile eruzione
dell’Etna, un’epidemia colerica, terremoti,… come già era
accaduto con quella di Halley, nella descrizione che ne dette Pier
Francesco Frassineti: “Mi fa temere di gran mortalità, guerre,
depopolazioni, e morti, ò per via del fuoco, e per Epidemia, Febbri
acute, e pestilenze, morbo, e febbre contagiosa…”. Ma quale direzione
seguiva la Cometa?
Per comprenderlo bisognava mettersi come
fecero i Re Magi quando videro la “loro”: essa correva da Oriente verso
Occidente, come è ritratta nel mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a
Ravenna; e si misero in viaggio verso la Meta con traiettoria opposta a
quella cent’anni orsono intrapresa da Guido Gozzano verso
l’India, “la cuna del Mondo”, un Oriente grande e rosso
che abbacina senza illuminare. E’ come la strisciata
verde-rossa-bianca della lista Monti. Se ci si mette con le
spalle al polo sud e gli occhi alla Polare, si vede che, all’opposto di
quella dei veri Re Magi, la cometina dei novelli maghetti procede da
occidente a oriente: il cammino del sangue, dei contro-iniziati.
Chi li segue crede di salire, ma, preda di autoipnosi, infine perde
ogni appiglio e precipita nel vuoto.
Aldo A. Mola
p.s.
Nella generalità dei presepi ancora in uso, la cometa è abolita (non è
politicamente corretta, perché è una Stella mentre molti vorrebbero la
Mezza Luna) o si schianta in picchiata sulla Capanna oppure ha la
coda da Occidente verso Oriente. Urge un corso accelerato
di cultura iniziatica…
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| DATA: 06.01.2013 |
RIDIMENSIONATI
DALLE ELEZIONI VENTURE: MONTI, BAGNASCO, NAPOLITANO
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 23.12.12
Dopo
il “podestà forestiero” l’Italia ha anche il “cappellano straniero”.
Infatti, non solo il presidente della conferenza episcopale
italiana, mons. Angelo Bagnasco, violando il Concordato, plaude a Monti
Mario, capo di un modesto cartello partitico, ma altrettanto fa il
quotidiano della Città del Vaticano, cioè di uno Stato sovrano, (unica
monarchia assoluta nel mondo). E così, dopo tante chiacchiere di
Napolitano Giorgio e di altri sul 150° dell’unità d’Italia, su Camillo
Cavour che volle Roma capitale, su Garibaldi che la difese contro i
papisti, su Vittorio Emanuele II scomunicato dal papa-re, a tacere di
Mameli (quello del cosiddetto “inno nazionale”) che morì per la
Repubblica romana, contro francesi, austriaci e malgoverno dei preti,
adesso siamo alla comica di un presidente del consiglio in carica che
aspira a chissà che con tanto di benedizione dell’ “Osservatore
Romano”, quotidiano della Santa Sede. E’ vero che Monti nega di
essere l’ “uomo della provvidenza”; gli però si dichiara pronto ad
assumere le “responsabilità” che “in certe circostanze” gli
venissero affidate dal Parlamento. Quali? Senatore a vita e presidente
del consiglio Monti già lo è grazie a Napolitano. A che altro aspira,
dunque? Al di sopra ha solo due cariche: Capo dello Stato o Santità,
magari col plauso del Gran Muftì di Gerusalemme. Sarà per
questo che il suo governo, senza avallo parlamentare, si è
schierato all’ONU a favore dello Stato Palestinese? Aspettiamo e
vediamo, come egli biascica in inglese mentre s’offre. Però
ancora esiste il diritto di voto. Tra meno di due mesi gli italiani
diranno la loro e forse le cose andranno diversamente da come
molti l’immaginano. Comunque si può già fare un primo bilancio se non
dei possibili vincitori quanto meno degli sconfitti. In primo
luogo, da presidente di un governo che contò la più ampia maggioranza
parlamentare della storia d’Italia ora Monti si è ridotto a giocare a
cubetti con spezzoni di partitini. Di suo concede una gamba per il
Senato ma solo mezza per la Camera. Inaugura l’età d’oro della sgambata
in politica. Come le marionette, lascia intravvedere, immaginare,
sognare… E’ una posizione che rende sul piano verticale e ancor più
sull’orizzontale, sempre che il burattinaio non decida di mollare
i fili e interrompere il balletto. A ogni modo l’“agenda Monti” è priva
di riferimenti ai cardini veri di uno Stato sovrano: zero politica
estera (in specie Mediterraneo e Vicino Oriente), niente politica
militare, nulla sui valori culturali e storici costituitivi
dell’Italia, non per caso assente dalle sigle dei partiti che la fanno
propria (Udc, Fli, etc.). E’ un elenco di conti in sospeso. In
secondo luogo, proprio mentre benedice i listini pro-Monti (che
potrebbero raccogliere dal 10 al 15% dei voti) la chiesa di Roma
impensierisce l’85-90% di votanti. Forse dimentica che l’anglicana a
Gran Bretagna, mai entrata nell’Euro (come Svezia, Repubblica Ceca,
ecc. ecc.), sta rompendo gli ormeggi dall’Unione Europea e che la
partita planetaria in corso è molto più ampia di come la si vede dal
vicariato di Roma e va molto oltre i guai finanziari dei
Salesiani. D’altronde, a parte il Barbagianni della Comunità di
Sant’Egidio quanti tra i candidati delle liste pro-Monti sono davvero
modelli specchiato dei precetti di santa madre chiesa? Infine, a
risultare molto appannato in questa affannosa vigilia del voto è il
presidente della repubblica, proprio a conclusione del mandato.
Napolitano intralciò (eccome!) l’azione legislativa del Governo
Berlusconi, nominò Monti senatore a vita, lo insediò presidente del
consiglio e poi asserì che non poteva candidarsi, ma al sua
“creatura” sale in campo a comodo proprio, mostrando nei fatti in quale
opinione ne tenga i sermoni. Anziché recitare un’omelia a reti
unificate, per lasciare davvero un segno Napolitano potrebbe ancora
valersi del “messaggio alle Camere” (art. 87, comma 2 della
Costituzione): i temi non mancano, a cominciare dalla mancata riforma
della costituzione e della legge elettorale. Il grande cattolico
liberale risorgimentale Francesco Cossiga lanciò il guanto di sfida in
faccia a partiti e a lobbies, rassegnando anticipatamente le
dimissioni, con una dura denuncia della degenerazione del sistema
partitico, corruttivo delle istituzioni. Ma non ottenne eco perché il
Partito comunista già ne aveva chiesto l’incriminazione per attentato
alla Costituzione e la Democrazia cristiana correva verso
l’autodistruzione. L’esito della lotta elettorale appena iniziata è
apertissimo, ma ha già lasciato sul campo tre vinti: Rodo-Monti,
nettamente ridimensionato; il cardinale Bagnasco, che lustra la
rombante crocerossa centrista ma dimentica che Pio IX benediceva
l’Italia intera non un partitino qualunque; e il presidente della
repubblica al crepuscolo. In attesa che gli italiani dicano la loro
andando alle urne o magari disertandole, ricordiamo le parole di
Socrate a chi lo condannò a bere la velenosa cicuta: “io vado a
morire, voi a vivere; chi di noi vada verso il meglio è ignoto a tutti
fuorché al dio” . Così è degli italiani dinnanzi al bicchiere velenoso
di elezioni condizionate da anni di interferenze straniere d’ogni
genere e dalla spocchiosa pretesa di alcuni bonzi autoreferenziali di
disporre del potere a prescindere dal voto popolare. Non per
questa strana idea di Italia generazioni di cittadini sacrificarono la
vita e i beni nel Risorgimento, nelle due guerre mondiali, negli anni
di piombo, per la costruzione e la difesa della sovranità nazionale.
Aldo A. Mola
p.s. In Italia dilagano le lacrime. Piangono
“in diretta” i ministri che annunciano i sacrifici (dai quali peraltro
essi si esentano), altissimi magistrati che “si spostano” in
politica, segretari di partiti. Nell’età doro della sgambata in
politica va di moda l’ostentazione spudorata dei sentimenti. Va allora
ricordato che gli statuti comunali del Vecchio Piemonte vietavano il
pianto pubblico persino ai funerali.
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| DATA: 30.12.2012 |
NAPOLI:
RIUNITA LA GIUNTA ESECUTIVA DELL'U.M.I.
Domenica
23 dicembre u.s. si è
riunita, presso la sede dell'U.M.I. di Napoli, la Giunta esecutiva
nazionale per fare il punto della situazione sull'anno del Congresso
e per discutere sulle linee guida della nostra associazione per
l'anno che verrà. Diversi i punti all'ordine del giorno tra cui la
convocazione del consiglio Nazionale per il giorno 26 gennaio a Roma,
l'indicazione dei delegati del Fronte Monarchico giovanile da
inserire nel Consiglio nazionale (ai sensi dell'art. 23 dello
Statuto), le delibere riguardanti la sede nazionale di Roma, la
situazione amministrativo-contabile e un'analisi della situazione
politica italiana. È stata altresì deliberata un'interessante e
innovativa iniziativa da tenersi in estate tra le coste francesi e
quelle liguri. I ragazzi indicati per far parte del Consiglio
nazionale sono Alfonso d'Iorio, Edoardo Tuzi Gallo e Mattia Bonaiuto.
La Giunta, che ha visto la partecipazione del Presidente Alessandro
Sacchi, del Segretario Davide Colombo, del Segretario F.M.G. Amedeo
de Dominicis, del Vicepresidente Fabio Fazzari e dei Vicesegretari
Oronzo Cassa e Paolo Rossi de Vermandois, è stata allargata al
Consigliere nazionale Fabrizio Ilari per discutere ampiamente della
situazione monarchica nella Capitale. Il Vicepresidente Vincenzo
Vaccarella, impossibilitato a partecipare alla riunione, ha seguito i
lavori in videoconferenza.
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| DATA: 27.12.2012 |
ITALIA
ED EUROPA: UNIONE DI POPOLI O IMPERO ANTIDEMOCRATICO?
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23.12.12
Quale Europa vogliamo?
L’impero di un solo Stato su tutti gli altri e di forze fuori controllo
democratico o la libera unione di popoli? Siamo alla svolta. La crisi
di
governo è salutare perché mette al centro dell’attenzione la vera
partita in
corso: il conflitto fra diverse concezioni dell’Unione Europea. E’ una
lotta
che ha assunto caratteri nuovi dall’avvento della Repubblica
francese (settembre 1792) ed è
tuttora aperta. Nell’estate 1792 i giacobini lanciarono l’allarme: “La
Patria è
in pericolo”. Vinsero le elezioni. Scatenarono un’offensiva universale
con
l’insegna: “La Repubblica o la morte”. Chi non accettava i principi
rivoluzionari andava eliminato. Per galvanizzare i propria adepti
ghigliottinarono Luigi XVI e la regina Maria Antonietta. Le altre
potenze,
ottuse, risposero tardivamente. Divampò una guerra feroce, che divenne
più dura
con il colpo di Stato di Napoleone, prima
console, poi imperatore. La Francia sconfisse ripetutamente tutti gli
Stati
all’epoca esistenti, ne spazzò via i sovrani, costrinse Francesco II
d’Asburgo
a rinunciare al titolo di Sacro romano imperatore. Napoleone ne sposò la figlia in seconde nozze. Da
Berlino proclamò il “blocco continentale” contro l’impero economico
della Gran
Bretagna, già forte di un impero coloniale, la cui forza non comprese
mai a
fondo. Aveva conseguito successi travolgenti perché in ogni Paese ebbe
seguaci del principio costitutivo della
Nuova Era: la Nazione. Rimane paradigmatica l’ode in cui Ugo Foscolo lo
cantò
“Liberatore”. Altrettanto fece Vincenzo Monti. Illusi e vanesi, anziché
veri
“poeti” nazionali. Sennonché Napoleone identificava l’Europa con la supremazia di una sola potenza su tutti i popoli. I
Francesi incorporarono terre indipendenti da secoli, come Piemonte e
Liguria
cui imposero la propria come lingua ufficiale. Napoleone creò stati
vassalli e
ne elevò a sovrani i membri della sua famiglia (i suoi fratelli
Giuseppe in Spagna,
Luigi in Olanda, Gerolamo nel Wuerttemberg, i cognati Murat a Napoli,
Baciocchi
in Toscana, Camillo Borghese governatore a Torino, il maresciallo
Bernadotte
principe adottivo in Svezia). Però proprio l’ideale nazionale alimentò
la
rivolta generale contro il suo dispotismo. Se ne ebbe la prima prova
quando nel
1812 i russi di Alessandro I
incendiarono Mosca per rendergliela
invivibile e lo costrinsero alla disastrosa ritirata. L’epilogo si ebbe
nella
gigantesca battaglia di Lipsia (16-18 ottobre 1813) che lasciò sul
campo quasi
100.000 uomini tra morti (60.000) e prigionieri. Tutti contro i
“francesi”. Tra
i caduti vi fu il ventiduenne tedesco
Teodoro
Koerner, poeta e soldato. Divenne il simbolo del pensiero che si fa
azione,
della cultura che diviene lotta contro il dispotismo. La sue liriche
furono pubblicate
postume col titolo “La lira e la spada”. A lui Alessandro
Manzoni dedicò “Marzo 1821”, l’ode tenuta
forzatamente nel cassetto sino al 1848 e poi assurta a
espressione della guerra per l’indipendenza, l’unità e la libertà
d’Italia. Manzoni
non predicò il nazionalismo. Esortò i dominatori ad andarsene: “O
stranieri,
nel proprio retaggio/ torna Italia e il suo suolo riprende;/o stranieri
strappate le tende/ da una terra che madre non v’è”. Ai “germani”,
accampati sull’Italia,
proprio appellandosi all’esempio di Koerner, Manzoni rinfacciò il
tradimento
degli ideali che erano stati alla base della vittoria di Lipsia su
Napoleone,
la “battaglia delle nazioni”. L’Italia, “Gran Madre delle genti”, non
aveva e
non ha bisogno né di dominatori né di “podestà forestieri”, a
differenza di
quanto sostenne Mario Monti. Vuole e sa governarsi da sé. Quel
conflitto tra liberta unione di popoli e
dominio di un unico potere egemonico (un tempo militare, poi meramente
finanziario,
ma non meno opprimente) ha mutato vesti e forme di
espressione e di strumenti di lotta ma rimane aperto. La voragine
della prima guerra mondiale risucchiò
Carlo d’Asburgo, le cui contraddizioni sono perlustrate da Roberto
Coaloa in L’Ultimo imperatore (ed. il
Canneto, Geova). Ed ora come allora i popoli
europei si logorano senza conseguire vera unità politica (cioè dei
sistemi
difensivi e di politica estera). Si consumano mentre
altre potenze giorno dopo giorno un po’ la acquistano e un po’ la
conquistano con un’invasione più
insidiosa perché silenziosa. Riecheggiato
da Pellico, Balbo, da suo genero Massimo d’ Azeglio e da tanti patrioti
d’ogni
regione Manzoni era convinto che l’Italia sarebbe stata la profezia
dell’Europa
dei popoli: fratellanza di popoli liberi, ma non sotto il giogo opprimente di un despota ma nella
libertà né dei carri amati sovietici a Budapest approvati dai comunisti
duri e
puri d’antan. Quella era e rimane una
partita aperta. I suoi capisaldi dànno (o dovrebbero dare) senso e
dignità al confronto
elettorale imminente.
Aldo A. Mola
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| DATA: 23.12.2012 |
LA
TRILOGIA DI DOMENICO FISICHELLA
Quando
nel luglio del 1995, edito da Vallecchi, uscì un piccolo libro “Elogio
della Monarchia” del professore Domenico Fisichella, grande fu la
sorpresa per questo titolo, prima ancora del suo contenuto,perché da
quasi trenta anni non si parlava più in Italia di Monarchia, come se la
stessa non fosse mai esistita e che dal 2 giugno 1946 una pietra
tombale fosse stata calata su questa istituzione,impersonata dalla
millenaria casata dei Savoia, anche per la scomparsa nel 1972
dell’unico partito politico che alla stessa si richiamava .”Habent sua
fata libelli” (anche i piccoli libri hanno una loro fortuna ) per cui
dato il successo avuto e l’interesse suscitato, nel 1999, editore
Marco, uscì una nuova edizione, arricchita da una significativa
premessa,datata 4 marzo 1999,sottolineando che detta data ricordava il
151° anniversario dello Statuto Albertino, e da una appendice nella
quale era riportato l’articolo di Luigi Einaudi,pubblicato sul numero
del 24 maggio 1946 del quotidiano “L’Opinione”,alla vigilia del voto
referendario, dal titolo inequivocabile “Perché voterò per la
Monarchia”. Passati gli anni,nell’approssimarsi del 150° anniversario
della proclamazione del Regno d’Italia,nel luglio 2010, usciva, edito
da Carocci,un nuovo libro di Domenico Fisichella,dal fascinoso titolo
“Il miracolo del Risorgimento “ sottotitolo “La formazione dell’Italia
Unita”,dal contenuto rigidamente storico,dove, dopo una rigorosa
analisi della storia degli italiani, dal medioevo al XVIII
secolo,passando dalle Signorie, al Rinascimento ed al secolo dei
“lumi”,si spiegava sia il ruolo avuto anche prima del Risorgimento,
dalla Casa Savoia,e dal 1848 da Carlo Alberto,con Statuto,adozion e
del Tricolore,guerra all’Austria,sia pure sfortunata, e come nel giro
di due anni,dall’inizio delle Seconda Guerra d’Indipendenza, il 29
aprile del 1859 al 17 marzo 1861, proclamazione di Vittorio Emanuele
II,Re d’Italia, si era compiuto il più grande evento della storia
d’Italia,dopo quasi 1400 anni dalla caduta dell’ Impero Romano d’
Occidente. Ora con “Dal Risorgimento al Fascismo”, edito da Carocci,
Fisichella completa una trilogia indispensabile per chi oggi voglia
riproporre il problema istituzionale nella sua forma monarchica. In un
periodo in cui si pubblicano libri di tanti storici improvvisati, il
libro del professore Fisichella, mai titolo accademico fu più
appropriato, si pone in una posizione di assoluta scientificità ed
obiettività,dove le convinzioni monarchiche dell’Autore, sono
corroborate e documentate dai fatti ed hanno una struttura razionale,
ben lontana dal sentimentalismo,sia pure
nobile e degno del massimo rispetto, attribuito in genere ai monarchici
italiani. Nell’analisi del sessantennio che va dal 1861 al 1922, nulla
è tralasciato, dalla situazione dell’Europa ed i relativi confronti con
le altre potenze europee ai dati statistici attestanti i progressi del
giovane Regno nei vari settori, all’esame delle istituzioni
rappresentative, dal Parlamento alla stessa Monarchia,senza tacere le
crisi dell’ultimo decennio del XIX secolo e le conseguenze
dell’astensionismo dei cattolici terminato solo con le elezioni
politiche del 1913, nonché le vicende della nostra politica estera,
coloniale e sociale con il sorgere e diffondersi di ideologie e
movimenti che caratterizzarono gli anni a cavallo tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per giungere infine, dopo la
pur vittoriosa Guerra 1915-1918, al drammatico triennio 1919-1922. Di
questo periodo, caratterizzato nel Parlamento, dall’emergere dei
partiti di massa socialista e popolare, quest’ultimo appena nato ad
opera di don Luigi Sturzo, presenza favorita dall’adozione del sistema
elettorale proporzionale, unitamenta al suffragio universale maschile,
già concesso da Giolitti nel 1912, e nel Paese dall’esplosione della
violenza da parte della sinistra, Fisichella
rileva da un lato la debolezza dello stato liberale e dall’altro le
responsabilità enormi che gravano sui due partiti di massa (il Partito
Comunista nacque solo nel 1921 da una scissione del partito socialista
) che consentirono entrambe ad un movimento, il Fascismo,nato nel marzo
1919, i cui inizi stentati ed elettoralmente irrilevanti non facevano
prevedere un grande avvenire, di diventare invece il principale
avversario della violenza socialista e di acquisire così un ruolo ben
superiore alla sua forza parlamentare e di permettere al suo capo,
Mussolini, di arrivare legalmente al potere.
Le pagine dell’ultimo capitolo del libro, dal titolo “ Nessuno
immaginava nel 1922 “ per la loro chiarezza didascalica e per la loro
rigorosa e spietata elencazione delle reciproche responsabilità
dovrebbero essere lette, rilette e meditate come un testo di studio,
perché dopo novanta anni non si ripetano errori e colpe.
Domenico
Giglio
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| DATA: 22.12.2012 |
EURONEWS
SI OCCUPA DI MONARCHIA
Il
canale televisivo Euronews, nel programma "I Talk" condotto da Alex
Taylor, ha intervistato il giornalista monarchico Stéphane Bern,
esperto di Case Reali. Il titoolo dello speciale è: "Monarchia in
Europa: anacronistica?". Ne è venuta fuori una semplice, cristallina e
veritiera immagine degli stati coronati. Il montaggio, con domande
fatte da telespettatori di varie nazionalità, ha evidenziato un'analisi
degna di nota. La riproponiamo con la traduzione in Italiano dal sito
di Euronews.
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| DATA: 21.12.2012 |
MONARCHIA
GIAPPONESE E REPUBBLICA ITALIANA
Il
candidato Ambrosoli, pur ricordando con rispetto l’incontro all’UMI dei
suoi genitori che lo hanno chiamato Umberto, dichiara ai giornali di
non vedere più l’utilità della monarchia nell’Italia di oggi. Potremmo
dimostrargli il contrario confrontando la reazione del Giappone
monarchico e dell’Italia repubblicana davanti ad una crisi
perfettamente simile nei due Paesi. Anche il Giappone, dopo Fukushima,
ha dovuto affrontare un enorme aumento dei costi energetici,
insopportabile per un Paese manifatturiero. Il governo del Partito
Democratico Giapponese ha infatti chiuso quasi tutte le centrali
nucleari ed affrontato l’acquisto di energie alternative a quella
nucleare con pesantissime tasse, come dovette fare il governo Amato
dopo il referendum del 1987, ed ancor più il nostro Governo a partire
dal 14 giugno 2011. L’analoga scelta del governo del Giappone ha
strozzato la sua industria, ha fatto crollare la sua borsa, ed
esasperato i costi del pagamento del suo debito pubblico, enorme come
il nostro. Quel Governo ha anche annunciato l’uscita completa dal
nucleare entro il 2039. L’opposizione giapponese di centro-destra non
ha fatto ostruzionismo su quegli urgenti aumenti delle tasse però,
avendo potuto liberamente confrontare la linea governativa con il
rilancio del nucleare da essa propugnato, ha chiesto ed ottenuto
elezioni anticipate perché il potere di decidere fra le due opzioni
tornasse nelle mani del popolo. Il 16 dicembre sono stati ridotti i
seggi del Partito Democratico a 57 dai 230 che erano, ed il solo
partito principale di opposizione ha conquistato 294 dei 480 seggi
totali senza contare altri seggi disponibili, ma ormai inutili,
dall’estrema destra. L’effetto si è visto: la borsa giapponese è
ora ai massimi dall’anno scorso, gli interessi sul debito annichiliti,
l’industria in rilancio. Cosa pensi di questa e di qualsiasi altra
vicenda politica il Sovrano del Giappone è considerato, ufficialmente e
concretamente, un segreto di Stato. Esattamente al contrario si
sono comportate le nostre istituzioni repubblicane nel gestire analoghe
scelte ansiose per lo stesso incidente giapponese. L’esito del nostro
referendum non dipendeva dalla conta dei sì e dei no, bensì dal
raggiungimento del quorum, ovviamente. A parte l’illegittima eccezione
deliberata nel 1946 dal Governo e dalla CGIL contro la nostra Corte di
Cassazione sui risultati della scelta fra Monarchia e repubblica, è poi
sempre stato così: la nostra Costituzione lega il diritto del popolo di
approvare o respingere la proposta del mezzo milione di firmatari alla
sua decisione di andare o non andare a votare, altrimenti spaccherebbe
in due il fronte dei contrari alla proposta, svantaggiandoli
ingiustamente contro il fronte dei proponenti. Ebbene, il
Presidente della Repubblica che ci ritroviamo non si è affatto chiuso
nel segreto, anzi, ha esternato ben più che la propria legittima
opinione. Interrogato dai giornalisti se sarebbe andato a votare al
referendum, ha risposto letteralmente: “Ho sempre fatto il mio dovere
di elettore”. Lasciando così intendere a chi pendeva dalle sue
labbra che far superare il quorum fosse un dovere di tutti i cittadini,
come in effetti lo sarebbe andare a scegliere i propri rappresentanti
nelle elezioni. Così non è nei referendum, ovviamente, ma nessuno ha
obiettato a questa fuorviante risposta del presidente, ed il quorum è
stato raggiunto anche grazie a questa sua pesante sponsorizzazione del
mezzo milione di firmatari, vuoi bersaniani, dipietristi o grillini che
fossero. Naturalmente si è ben guardato invece dal precisare, nei tanti
suoi appelli affinché restiamo in Europa nonostante le
sofferenze, che il vigente trattato Euratom obbliga ogni
contraente a “sviluppare una potente industria nucleare”, proprio per
evitare che le guerre commerciali connesse alle sorgenti energetiche
distruggano prima noi che non possediamo le più economiche e poi tutta
la costruzione europea. Infatti il quesito referendario proponeva di
abrogare solo la sospensione di un anno al programma di rilancio del
nucleare, e tutte le altre remore inserite dopo Fukushima nel Decreto
Omnibus. Quella paradossale vittoria referendaria rende più rapidamente
e più facilmente attuabile il vigentissimo programma nucleare che il
Governo ha approvato a Luglio 2009, quando il nostro spread scese ai
suoi minimi, e nulla di quel che ci affligge oggi poteva
minacciarci.
Al popolo italiano è stato tolto non solo il potere di decidere, ma
anche la conoscenza su come si decide, e comunque su cosa avrebbe
potuto decidere. Dato che quasi nessuno lo conosce, vorrei riportare il
testo del quesito referendario per esteso qui, ma per brevità invito a
ritrovarlo nei pochissimi siti web che lo riportano, ad esempio
cliccando http://www.archivionucleare.com/files/cirn-ripartenza-dopo-referendum-atti-convegno.pdf
e poi andando direttamente a pagina 9 in calce. Su questi gruppi
d’opinione grava una Rimozione perfettamente analoga a quella che
circonda i gruppi monarchici. Questa duplice Rimozione converge nel
bloccare la crescita della nostra economia, come dimostro nel libro ora
pubblicato dall’Editore Armando “Crescita economica italiana. Questione
psicologica?” Sono meccanismi che incutono paura nella popolazione, ma
si possono disinnescare. La psicologia è nata e cresciuta affrontando
l’incapacità di amare che era endemica cento anni fa. Oggi può
affrontare l’incapacità di lavorare che soffoca il nostro Paese
attraverso meccanismi psicologici collettivi non diversi da quelli di
allora. Non fu solo e non fu tanto il lavoro dei nostri predecessori
nei loro studioli con i loro pazienti: fu piuttosto l’offerta di
psicologia al grande pubblico quella che capovolse un’intera cultura, e
colpì quella Rimozione alle sue radici. I colleghi europei, nella
nostra ultima assemblea ad Istanbul, hanno accettato queste premesse
insieme alla mia proposta di ospitare nel contesto dell’EXPO 2015,
intitolato all’energia, il nostro Congresso Europeo di Psicologia,
presso la Bicocca, strutturalmente evocante la prematura
de-industrializzazione italiana. Inviteremo anche Ambrosoli molto
presto, che diventi o meno Governatore.
Pierangelo Sardi, membro della Consulta dei
Senatori del Regno
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| DATA: 20.12.2012 |
GLI
ESORCISTI DELLA REPUBBLICA
Non
c’è più ombra di dubbio, deve essere il momento dei comici quello
attuale. All’assenza della politica oramai ci eravamo quasi abituati ma
ecco che dalle fitte nebbie del nulla sopraggiungono con passo
clownesco i tiranni della risata, i saltinbanchi del buon umore, sì
perché sono proprio loro ad occupare la scena politica odierna e a
colmarne i suoi vuoti. Giunti in soccorso della morente repubblica
stanno tentando di rianimarla a colpi di sketch e battute. Mi riferisco
a Roberto Benigni, venuto in soccorso della Carta Costituzionale
proprio ieri sera. Sembrava essersi trasformato più in un esorcista,
impegnato nello scacciar via gli spiriti maligni che vorrebbero
cambiare la Costituzione. L’interprete del film “Il Piccolo Diavolo”
sembrava proprio voler dire: “vade retro riformisti, la nostra
Costituzione non si cambia, non si tocca!”, il comico premio Oscar in
realtà non deve aver faticato molto ad esorcizzare chi con
intenti mefistofelici vorrebbe cambiare il nostro reticolato
costituzionale, il nostro Paese infatti può contare su un nutrito
Esercito tra coloro che si oppongono al cambiamento e a qualsiasi tipo
di riforma in senso costituzionale. Ma a proposito... di quale
repubblica parlava ieri sera il comico toscano? Della prima, della
seconda o della terza? Perché è proprio questo il punto: oggi si sente
spesso parlare di terza repubblica quindi si presuppone che ne sia
esistita una passata e cioè una seconda e prima di questa una prima, ma
le cose non stanno così… purtroppo. In realtà come ben sappiamo esiste
solo una repubblica e una sola Carta Costituzionale quella “andata” in
vigore nel 1948. In Francia, ad esempio, ha senso parlare di
prima, seconda, terza, quarta e quinta Repubblica francese perché qui
ad ogni Costituzione succedutasi è sempre seguita l’abrogazione della
precedente e la nuova Costituzione andata in vigore cambiava
radicalmente rispetto a quella pregressa. Tutto questo non è avvenuto
in Italia. Quando con troppa enfasi (era più che altro uno spot della
nuova classe politica emergente) si è parlato di seconda Repubblica nel
1993 in realtà non ci si riferiva affatto alla riforma della Carta del
1948 ma solo al ricambio di una classe politica con la conseguente
nascita di nuovi partiti dopo che i vecchi furono travolti dalle
inchieste di mani pulite. La modifica della legge elettorale per le
politiche seguenti del 1994 (voluta dal popolo italiano grazie al
Referendum!) fu solo uno strumento tecnico per concretizzare tale
cambiamento. Con il passaggio dal sistema proporzionale al
maggioritario il sistema politico italiano si ritrovava così
sostanzialmente bipolare. Certo, non si può negare che grazie alla
nuova legge elettorale (che comunque ha rango di legge ordinaria e non
costituzionale) si è spazzato via un antico modo di fare politica, quel
modo consociativo e partitocratico di gestire la cosa pubblica
(iniziato nel 1948 e finito nel 1989 con la caduta del muro di Berlino)
ma comunque tecnicamente non sufficiente ad affermare che si era in
presenza di una seconda repubblica in quanto non fu abrogata nessuna
Costituzione precedente e tantomeno non fu varata nessuna riforma
costituzionale! Siamo dunque sempre fermi alla prima repubblica (quella
di cui parlava Benigni!) la stessa del 1948, quella sorta sulle rovine
del secondo conflitto mondiale e dalla guerra civile, quella nata dal
sangue di via Medina e dalle contrapposizioni ideologiche. Ma nel
frattempo il mondo è cambiato sono caduti i muri, i modelli di vita
sono cambiati, è cambiato il modo di pensare al mondo. E’ ora quindi di
riformare anche la nostra Costituzione (con buona pace dei clown) per
renderla più liberale, più moderna e soprattutto più democratica senza
amputazioni pregiudiziali, senza cesure con la nostra storia patria,
iniziando quindi dall’abrogazione dell’art. 139 della Costituzione che
non permette ai nostri cittadini di scegliere la propria forma di
Stato.
Roberto Carotti Consigliere Nazionale U.M.I.
|
| DATA: 18.12.2012 |
ANCHE
MARCELLO PERA AUSPICA LA PARLAMENTARIZZAZIONE DELLA CRISI
Dopo la Consulta de Senatori del
Regno (v. Comunicato del
16.12.2012)
anche l'ex Presidente del Senato, Marcello Pera, filosofo e politico
insigne, chiede l'immediata parlamentarizzazione della crisi.
("Libero", 18 dicembre 2012, pag. 7 "Qualcosa non va. Quirinale e
Palazzo Chigi dimenticano la Costituzione"). E' vero che la Carta, come
scrive Pera, " è diventata un canovaccio per spettacoli
comici" e non ci stracciamo certo le vesti se la Repubblica crolla; ma
se il suo crollo comporta, o rischia di comportare, anche quello dello
Stato d'Italia, allora sentiamo il dovere di intervenire. Non possiamo
consentire in silenzio veri e propri colpi di Stato: l'eclissi del
Parlamento e l'indifferenza delle istituzioni nei confronti dei diritti
sovrani dei cittadini. Ai presidenti della repubblica e del Consiglio
dei ministri ricordiamo che a metà ottobre del 1922 Re Vittorio
Emanuele III chiese a Facta di parlamentarizzare la crisi di governo,
ormai palese. Sappiamo come andò a finire.... La storia insegna.
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| DATA: 18.12.2012 |
PIERO
OPERTI E LUCIANO CANFORA
Nello scorso mese di agosto il Prof Luciano
Canfora, dalle colonne del Corriere della Sera, con un elzeviro dal
titolo "Gli strafalcioni del giornalismo"
pubblicizzava un manuale di scrittura pubblicato da Ugo Cardinale. Fin
qui nulla di male se non fosse che l'autore dell'elzeviro abbia preso
di mira lo storico Pietro Operti, da lui definito "dimenticato",
ridicolizzandone la figura e l'opera. La cosa non è sfuggita al
vulcanico Prof. Giulio Vignoli che, forte degli approfondimenti sugli
studi dell'Operti, ha voluto replicare a Canfora. Pubblichiamo la
lettera di rimostranze del Prof Vignoli con qualche fotografia
risalente al maggio 2005, quando a Genova venne posta una targa per
rendere omaggio alla figura di Piero Operti a trent'anni dalla
scomparsa. Alla cerimonia hanno partecipato molti monarchici liguri,
S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia e la commemorazione
ufficiale fu tenuta proprio dal Prof. Giulio Vignoli.
Caro Collega,
con ritardo ho letto il Tuo articolo “Gli strafalcioni del giornalismo”
in “Corriere della Sera” del 30/8/2011, ma mi pare che a
proposito di Piero Operti gli strafalcioni li faccia Tu.
Prima di tutto Operti non era un giornalista, ma uno studioso,
insegnava storia in un prestigioso liceo torinese e ha scritto molti
interessanti volumi e articoli che trovo più attuali e fondati dei
Tuoi. Soprattutto fu studioso dell'istituto monarchico di cui era
convinto assertore. Ma quel che è grave è che Tu metti in dubbio il suo
impegno antifascista durante il fascismo. Tu di Operti mi sa che ne sai
poco o niente, cosa un po' grave per uno storico noto (stante anche per
lo spazio che Ti ha dato la Sinistra). Se Tu avessi letto
la famosissima “Lettera a Benedetto Croce”, sapresti che Operti fu più
volte sospeso dall'insegnamento, che ebbe perquisizioni domiciliari e
che infine venne trasferito per punizione da Torino, dove abitava, a
Napoli dove frequentò la casa di Croce. E questo durante la dittatura,
non a fascismo caduto. Non fu perseguitato ulteriormente perchè grande
invalido e medaglia al valore della Grande Guerra. Dopo l'8 Settembre
fu rappresentante del P.L. nel CLN Piemonte. Certo, caduto il fascismo,
non si unì alla canea urlante dei sedicenti antifascisti, prima
adulatori del Duce, e per questo fu emarginato, con la congiura del
silenzio, dalla cultura marxista trionfante. Quanto alla
collaborazione giornalistica di Operti durante il fascismo, dovresti
sapere che moltissimi dei tuoi compagni di fede (come si fa ad essere o
essere stati comunisti è un mistero. Come minimo una mancanza di buon
senso) hanno collaborato a giornali ben più compromettenti di quelli di
Operti, compagni servi sciocchi del fascismo e poi voltagabbana
riveriti dalla “cultura” del nuovo regime. Avresti fatto meglio a
tacere sul punto. Quanto ai bisticci su femminile e maschile, per
dimostrare che Operti “strafalcionava”, guarda che Kampf va tradotto
più come lotta, conflitto, combattimento che come battaglia come dici
Tu e che Kultur vuol dire cultura e poi anche civiltà (è uno dei pochi
vocaboli tedeschi d'origine latina). Mi sa che di tedesco ne sai
pochino, altro che far le bucce ad Operti che “ di suo strafalcionava”
solo perché non avrebbe saputo che Kampf è maschile. A me basta leggere
i giudizi che diedero di Operti Croce e Vittorio Enzo Alfieri. “Mio
caro Operti (risponde Croce alla “Lettera aperta” opertiana), la sua
lettera, o meglio la sua analisi della nostra condizione presente e
della storia nostra recente, è quale io dovevo attendermi da lei, dalla
sua profonda rettitudine, dalla sua sincerità, dalla sua colta e lucida
intelligenza, dalla sua valentia di scrittore che sa dire tutto quello
che vuol dire”. E Alfieri: “Un uomo di carattere, una pura
e alta coscienza morale: tale appare Piero Operti a chi, avendolo
conosciuto di persona o anche solo attraverso i suoi scritti, mediti
oggi sulla nobiltà e sulla coerenza di quella vita”. Insomma i Tuoi
giudizi su Operti (che forse sono stati dati per motivo politico:
Operti era antifascista durante il fascismo, ma liberale e monarchico,
tu comunista e antifascista a Duce morto, non foss'altro per motivi
anagrafici) sono avventati, errati e poco degni e invece di
“disotterrare il giustamente dimenticato Piero Operti”, come
affermi con scarsa eleganza, dovresti sotterrarTi Tu per l'incompetenza
sul personaggio. Come Ti sei permesso di negarne la memoria a tanti
anni dalla morte? Pensa a non essere dimenticato tu. Non vorrei
che di canfora si ricordasse solo quella che si mette contro le tarme.
Sarebbe un vero peccato per la scienza storica!
Distinti saluti.
Prof. Avv. Giulio Vignoli

Giulio Vignoli tiene il discorso ufficiale per la posa della targa a
Piero Operti a Genova il 7 maggio 2005

La Principessa Maria Gabriella di Savoia scopre la targa dedicata a
Piero Operti

L'evento venne accolto con entusiasmo dai monarchici liguri che
accorsero con le Bandiere del Regno

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella con Gian Nicola Amoretti
|
| DATA: 17.12.2012 |
PORTARE
IN PARLAMENTO LA CRISI DEL GOVERNO PER EVITARE IL COLLASSO DELLO STATO
La Consulta dei Senatori del Regno esprime profonda
preoccupazione per l’opacità che avvolge lo Stato d’Italia. Il
capogruppo di uno dei partiti della maggioranza ha dichiarato chiusa
l’esperienza del governo in carica. Il presidente del Consiglio dei
ministri ha preannunciato le dimissioni, ma per un giorno
indeterminato. Per trar conforto ha quindi incontrato dapprima
esponenti di istituzioni estere poi il Capo dello Stato d’Italia.
In presenza di una crisi di governo annunciata ma nebulosa nella
remota genesi e nel suo viluppo, vengono ventilate diverse date per lo
scioglimento delle Camere e il loro rinnovo.
A oggi un solo fatto è certo: la crisi attende il vaglio
del Parlamento. Essa non è né può essere risolta come partita privata
tra notabili fuori controllo dei cittadini.
Memore di drammatiche vicende remote, la Consulta dei
Senatori del Regno chiede con fermezza che il presidente del Consiglio
dei ministri affronti la crisi in Parlamento, espressione dei
cittadini, ai quali Re Umberto II affidò la sovranità nazionale. Tocca
al presidente della repubblica far rispettare e rispettare la
costituzione, celebrata fatuamente e fuori tempo da un comico mentre
tanti cittadini vivono il dramma dell’impoverimento e la politica
estera deraglia senza alcun voto parlamentare.
Sin d’ora la Consulta si domanda quale rappresentatività
avrebbe un Parlamento eletto da una modesta partecipazione degli aventi
diritto al voto. Per evitare il collasso dello Stato la crisi va
portata subito in Parlamento.
Il presidente della Consulta dei Senatori
del Regno
Aldo Alessandro Mola
|
| DATA: 16.12.2012 |
Molte generazioni di
bambini, non solo italiani ma di tutto
l’occidente, hanno convissuto per tutta la vita con l’incubo ricorrente
dell’uomo nero… Lo spauracchio, agitato nella prima infanzia in tutte
le circonstanze in cui il malcapitato infante fosse stato recalcitrante
ad ottemperare ai propri doveri, dal rifiuto di andare a dormire a
quello di mangiare la minestrina, si ripresentava a più riprese
negli incubi ricorrenti perfino nell’età adulta. A quanti sarà capitato
di svegliarsi di soprassalto, dopo essere stati in sogno inseguiti da
una gigantesca lettera H, ghignante, o da una creatura antropomorfa dal
rantolo enfisematoso. Da bambini si poteva trovare facile asilo nel
lettone dei genitori e, da adulti, si potrà sempre ritrovare il senso
della realtà sorridendo davanti ad una fumante tazza di caffè. Ma un
nuovo ricorrente incubo si insinua nelle notti di molti, troppi
italiani: lo Spread. Fino a pochi anni fa il termine era conosciuto
soltanto a chi, prima di sottoscrivere un contratto di mutuo a tasso
variabile, l’avesse letto con attenzione. Oggi la preoccupazione
dominante dei cittadini è data dal non proter prevedere quale sarà lo
spread dell’indomani.
Già nell’atto di coricarsi alla sera sono riconoscibili sui volti degli
italiani, i segnali dell’ambascia, subliminalmente alimentata
dall’ultimo notiziario ascoltato. E così, al mattino, ci si sorprenderà
a cercare nelle notizie diffuse dal primo notiziario, lo spread del
giorno, con le temperature massime e minime delle grandi città e
l’oroscopo. Non mi pare che i grandi eventi che hanno segnato la nostra
storia, recente e meno recente, frutto di decisioni di uomini
determinati, siano stati mai sovrastati da tanta preoccupazione che
rasenta il desiderio di un vaticinio. Le ultimissime riflessioni sulla
imminente caduta del governo Monti, diffuse dal Colle politicamente più
alto di Roma, trovano un precedente forse nell’osservazione del volo
degli uccelli o nello studio dei colori e composizione dei visceri
degli animali sacrificati. E l’attenzione sugli effetti delle scelte
della Politica, effetti soltanto eventuali, è evidentemente falsata da
variabili condizionate da movimenti della macroeconomia, la quale,
occupata del generale, trascura il particolare. E nell’imperversare
delle notizie diffuse (in buona fede?) sulle sentenze emesse dalle
agenzie di rating che, è utile ricordare sono dei soggetti privati,
attendiamo fiduciosi il prossimo bollettino meteorologico per farci una
ragione sulle scarse quotazioni del ghiaccio, tanto abbondante è la
neve. Pertanto sotto l’albero, questo Natale, il padre di famiglia sul
lastrico cercherà di spiegare che Babbo Natale ha la slitta vuota
perché le renne sono state colpite da un attacco di spread!
Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale
U.M.I.
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| DATA: 11.12.2012 |
IL
DIAVOLO E IL CANTO NAZIONALE
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10.12.12
Il Diavolo si nasconde nei
dettagli dicevano spaventati gli antichi, quando ancora si
distinguevano il
nero dal bianco, il rosso dal verdicchio, i Renzi dalle Lucciole…Se
nelle
miniature dei codici non tutto balzava chiaro, ci si aiutava col
chiaretto. L’8
novembre scorso, verso l’ora dell’ombretta che precede il crepuscolo,
il Senato
della Repubblica (prima? seconda? terza? Se ne sta perdendo il conto)
ha messo
a segno il colpo grosso: con 208 voti favorevoli, 16 contrari e 2
astenuti ha
varato le norme sulla “acquisizione di conoscenze e competenze in
materia
di ‘Cittadinanza e Costituzione’ e
sull’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole”.
E’ una legge dalle
cifre diaboliche. Perciò sono in allarme i
satanisti sfrenati e i
cattointegralisti
accaniti. Entrambi ne hanno valide ragioni. La legge ha
assorbito la n. 3256 sull’istituzione
della Giornata dell’Unità
d’Italia (17 marzo) e sin da questo 2012-2013 prevede “percorsi didattici,
iniziative e incontri celebrativi finalizzati a informare e a suscitare
la
riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonché
sulle
vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’inno
di Mameli
e della bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione anche
alla
luce dell’evoluzione della storia europea”. Il tutto a costo zero per
lo Stato
e le amministrazioni locali. Tanto,
tantissimo per la retorica d’occasione; troppo, davvero esagerato, per un’analisi seria del
cosiddetto “inno di Mameli” e dei suoi “fondamenti
storici e ideali”. Riparleremo del suo contenuto. Per ora ci fermiamo
alla sua cornice:
satanica, come abbiam detto. La legge ha infatti numero 3366. Et voilà: il
33, come tutti
sanno, è il grado supremo del Rito Scozzese Antico e Accettato, cioè
della
Massoneria che ha per insegne i motti “Ordo ab Chao” e “Deus Meumque
jus”. Il
suo doppio (33 x due) fa 66, abbreviativo di 666, notoriamente la cifra
del
Diavolo. Perciò
il dibattito parlamentare è stato concitato. Per ore si è sentito in
Aula il
battito delle ali di Satana. La relatrice, Garavaglia (Partito
democratico),
benché di nome faccia Maria Pia, sovrastando
il “brusio” dei colleghi ha piazzato al 1848 la nascita dell’ “inno”
(che
invece, a strafare, è del 1847), forgiato da “due eroi morti
giovanissimi”.
Mameli, in effetti, morì a Roma ventiduenne il 6 luglio 1849 (non il 3
giugno
come invece asserito dal piddino Soliani), ma Michele Novaro
(Genova,1818-1885),
cioè l’autore della vibrante musica dell’ “inno, morì
vecchio e povero in canna nel 1885,
dimenticato da tutti. Il dibattito sul Canto
Nazionale non
figurerà tra le pagine edificanti della repubblica. Ne citiamo tra
virgolette alcune
frasi: “Questa è un’aula di silenti e
ignavi pecoroni” (senatore Aderenti), … “non mi sono mai sentito
italiano…; il
Risorgimento italiano è stato voluto dalla massoneria inglese” (sen.
Castelli),…
“L’inno di Mameli è tato scritto e musicato a Genova…Genova è la città
del tricolore…”
(sen. Pinotti); “Cambiamo per lo meno il
testo… sono ‘merdacce queste musiche”( sen. Soliani, leghista, severamente richiamato dalla presidente di
turno, Emma Bonino (“Non siamo in una
bettola”). Alla fine la Maria Pia Garavaglia ha
constatato
che “Pochi sono stati i discorsi che
abbiamo sentito davvero alti”. Per elevarne il tono ha fatto mettere a
verbale
scampoli di ricordi personali: “Mia mamma
era bellissima, longilinea, non mi assomigliava…”. A ragione il
sen. Giai ha concluso “Oggi non è certamente una bella giornata nel
nostro
Senato”. Lo dicevano già gli antichi
Romani: “Senatori boni viri, Senatus mala bestia”. Già la Grande
Bestia,
Satana. Assente il ministro
dell’Istruzione,
Francesco Profumo, il sottosegretario Peluffo (quello che ha seccamente
negato
di essere massone) ha tentato di
omologare l’insegnamento scolastico del cosiddetto inno di Mameli come
sua
“costituzionalizzazione” de
facto,
ma è stato smentito dalla Bonino stessa. Dunque,
dopo la pubblicazione della legge 8 novembre,
n.3366, il Canto Nazionale verrà (forse) insegnato, senza oneri
aggiuntivi, ma rimane
quello che è: la sua musica è sicuramente di Michele Novaro, le parole sono forse del padre scolopio Atanasio
Canata. Tirato per i capelli a commentarle, Giosue Carducci sbottò che
l’ “elmo
di Scipio” è roba “da
panche di scuola”. Con ciò il Maestro e
Vate non era certo anti-italiano.
Voleva solo dire che la Nuova Italia aveva (come anche oggi ha) ben
altre priorità.
Musica per musica, le bastava la Marcia Reale, che non figurava nello
Statuto,
così come nella Costituzione non vi è l’“inno nazionale” e non se ne
sente
affatto bisogno mentre è in discussione il concetto stesso di
Stato-Nazione. Chiuso il dibattito, nell’Aula di
Palazzo
Madama l’8 novembre permase un sentore di zolfo. I più colti tra i patres presenti avranno certo ricordato che
gli italiani amano zufolare in libertà ma, se si sentono costretti a
cantare su
ordinazione e a manifestare sentimenti che non provano, rispondono come
il
diavolo Malacoda alle linguacce dei suoi
compari satanici: “ed elli avea del cul fatto trombetta” (Dante
Alighieri, Inferno, Canto XXI, verso 139: tre cifre
arcane: 1,3 e 9, proprio come quelle
della legge 3366).
Aldo A. Mola
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| DATA: 10.12.2012 |
NUOVI
POSSIBILI PICCOLI STATI: EUROPA INGOVERNABILE
Spesso “repetita juvant” per cui ritorniamo a parlare di separatismi,
secessionismi e simili che sembrano la principale preoccupazione di
alcuni movimenti politici in Spagna, Gran Bretagna,Belgio ed Italia e
questo in un’ Europa in fase di recessione economica e di sempre più
scarso peso a livello mondiale. C’è chi si richiama alla guerra di
successione spagnola del 1714,chi all’atto di unione della Scozia del
1707,chi ai nostri plebisciti del 1860, per non parlare di chi contesta
la liquidazione della Repubblica di Venezia nel 1797 e del
Sacro Romano Impero nel 1806 per mancanza del “numero legale” dei
deliberanti,problemi tutti anche interessanti,se non affascinanti dal
punto di vista storico,ma totalmente fuori dall’attuale realtà. Che sia
amaro doverlo riconoscere,ma il primato dell’Europa,pur partendo
dall’Atlantico per finire agli Urali,è nella fase discendente,anche se
non mancherebbero intelligenze,capacità e mezzi per poter fermare tale
declino,anticipato peraltro un secolo or sono da Spengler, declino
oltretutto demografico perché sommando tutti i 27 stati
dell’U.E.(501.100.000 abitanti) e gli altri fuori dell’Unione,
compresa Ucraina e Russia,(totale abitanti Europa 811.543.167) non si
raggiunge che un quinto degli abitanti dell’Asia (4.055.957.043) e meno
della metà degli abitanti della Cina e dell’India,per non parlare
dell’incredibile incremento di alcuni paesi dell’Africa,quale ad
esempio la Nigeria con 152.217.000 abitanti e l’ Etiopia con
88.013.000.
Sentire perciò un uomo anziano,che per l’anzianità si dovrebbe ritenere
saggio,come Pujol parlare di una Catalogna indipendente, con i suoi
settemilioni e mezzo di abitanti, anche se magari unita al resto
della Spagna, da un unico Sovrano, a conferma del valore
rappresentativo e coagulante dell’Istituto monarchico, come in
fondo era stata l’unione dinastica dell’ Austria – Ungheria,lascia oggi
molto perplessi perché pare dimenticare tutto quello che avviene nel
mondo e le trasformazioni continue nei più vari settori. Ignorare che
nel terzo mondo la prevalenza è dei giovani,privi di un qualsiasi
retroterra storico e culturale,per cui l’Europa non incute loro né
timore né rispetto e pensare che queste ondate migratorie
possano essere meglio gestite da staterelli regionali e non da stati
nazionali coordinati in una unione europea,già adesso zoppicante
essendo costituita da 27 stati,se gli stessi diventassero oltre
trenta,è solo segno di ignoranza dei problemi mondiali e ciò
malgrado che oggi,grazie alla tecnologia ed alle comunicazioni, frutto
della civilizzazione di stampo occidentale,il cittadino europeo medio
dovrebbe avere invece un livello di conoscenza,come mai avvenuto prima,
e come non avevano forse nemmeno gli uomini di stato e le classi
dirigenti di un secolo fa, per cui suscita un sentimento di profonda
tristezza,se non di commiserazione vedere,come recentissimamente in
Catalogna, proprio dei giovani ballare e saltare auspicando la
separazione dal resto della Spagna,quasi fosse la caduta del muro di
Berlino o la fine di qualche dittatura.
Domenico Giglio
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| DATA: 05.12.2012 |
IL
PATRIOTTISMO DELL’U.M.I. DI ASTI
Domenica 4 novembre 2012 alle ore 18.00 la Sezione U.M.I. di Asti, con
il Presidente Rag. Luigi Caroli, il Segretario Rag. Antonio Ambrosino e
una decina di soci, con il labaro della Sezione, ha partecipato presso
l’Insigne Collegiata di San Secondo, in Asti, ad una cerimonia, con
Santa Messa, in suffragio degli Ufficiali defunti appartenenti a nobili
famiglie astigiane di antica tradizione militare e dei defunti di Casa
Savoia organizzata dal Comm. Giovanni Triberti, Delegato Provinciale di
Asti delle Guardie d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Sono stati
ricordati il leggendario Ammiraglio Umberto Cagni, i Generali dei
Carabinieri Cosma e Ferdinando Manera, il Generale dei Granatieri di
Sardegna Manfredo Cagni, i Colonnelli Giorgio Cagni, Vittorio Lucrezi,
Giovanni Trapassi, i Capitani Corrado Lucrezi, Umberto Manera, Manfredo
Manera, il Maresciallo Fernando Manera, il Maggiore Luigi Manera, i
Tenenti Cesare Cagni, Aldo Lucrezi, Paolo Cagni, Giovanni Cagni e la
Crocerossina Vivina Manera. Alla cerimonia, officiata da Don Giuseppe
Gallo, Guardia d’ Onore e Rettore della Collegiata, erano presenti
autorità civili e militari e le associazioni combattentistiche e d’
arma con labari e bandiere.
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| DATA: 05.12.2012 |
LA
MONARCHIA CI UNISCE LA REPUBBLICA CI DIVIDE
Francesco Crispi non aveva le travecole quando nella seduta del
Parlamento del 1° Maggio del 1864 pronunciò la famosa frase: “La
Monarchia ci unisce la Repubblica ci dividerebbe”, erano anni difficili
quelli, proclamato il Regno d’Italia solo tre anni prima c’era il
bisogno di tenerlo a briglia il nuovo Stato, le forze antagoniste erano
ancora forti, si rischiava di capitolare, si rischiava lo sfaldamento
del Regno specialmente al sud. Personaggio multiforme il patriota
Crispi, mazziniano e repubblicano si convertì al monarchismo non per
sentimento ma per buon senso. La sua conversione suscitò le ire del suo
maestro Mazzini, il quale cercò di redarguirlo ma senza successo.
Francesco Crispi fu garibaldino convinto, si dice che fu proprio lui ad
ispirare la spedizione dei Mille ma raggiunta l’unità si rese subito
conto che l’unica istituzione che potesse mantenerla era proprio la
Monarchia Sabauda. Quasi 150 anni dopo il dualismo Monarchia-Repubblica
sembra riprendere corpo. Abbandonate le ideologie del ‘900 con la
caduta del muro di Berlino con esso le differenze politiche tra Destra
e Sinistra sono andate quasi scomparendo, l’unica vera dicotomia oggi
rimane quella tra Monarchia e Repubblica. Il tecnico Monti in questo
ultimo anno ha più volte paragonato la difficile situazione attuale a
quella del dopoguerra cioè a quella della ricostruzione post-bellica,
allora la nuova Carta Costituzionale fu fondata sui valori
dell’antifascismo (e quindi sorta contro qualcosa e non per qualcosa) e
della Repubblica, eliminando del tutto l’alternativa monarchica (e con
essa quel sentimento che legava il popolo italiano al Re e alla Patria)
con legge costituzionale. Una Repubblica che poi con il passare del
tempo ha logorato proprio se stessa con i disvalori della corruzione,
dell’individualismo sfrenato e delle ruberie. Oggi non c’è nessun
fascismo a cui contrapporsi, c’è invece l’esigenza di contrastare le
nuove oligarchie del denaro responsabili di dividere il Paese tra
ricchi e poveri e colpevole di aver fatto sprofondare la classe
media a livelli mai visti nella storia d’Italia. E’ il momento di
rifondare il nostro Paese con una nuova Carta Costituzionale in senso
monarchico, per renderlo più unito e più giusto, di rifondare il Regno
d’Italia, ma non in nome dell’anti-qualcosa o qualcuno, ma per
qualcosa. Per l’Italia e per gli italiani. Oggi come allora l’Italia
rischia lo sfaldamento ed è proprio di quel buon senso che ebbe Crispi
e cioè quello di capire che solo la Monarchia è capace di tenere unito
il Paese che gli italiani avrebbero bisogno. Italiani convertitevi!!!
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale
U.M.I.
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| DATA: 02.12.2012 |
LA
REGINA ELENA, IL MESSAGGIO DELLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO E IL
PRESUNTO PLAGIO
Pierfranco Quaglieni, professore in pensione, monarchico in gioventù,
poi con minace cappello frigio e onusto di croci repubblicane, sempre
riflesso nei premi conferiti dal centro intitolato al monarchico
liberale e per niente giacobino Mario Pannunzio, ha celebrato la Regina
Elena nel 60° della morte utilizzando paro paro il comunicato della
Consulta dei Senatori del Regno.
Lo avrà scritto egli stesso? Avrà pensato le medesime cose della
Consulta con le stesse parole? Lo avrà citato? O si tratta di una
mistificazione giornalistica? Attendiamo conferme. Per ora manifestiamo
stupore. Grande è la confusione sotto la Mole...
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| DATA: 02.12.2012 |
VECCHIO
PIEMONTE: IL LIBERALE GIUSEPPE FASSINO
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02.12.12

Dopo il maltempo torna il sereno. E’
quanto accade in natura. Nella storia, invece, se sanno e se vogliono,
i popoli in più ci mettono del loro. Non si rassegnano alla
meccanica alternanza degli eventi. Nel 1925-28, ormai prossimo alla
morte, ci rifletteva Giovanni Giolitti. Sconfitto in Parlamento,
costretto alle dimissioni persino da presidente del Consiglio
provinciale di Cuneo (alla sua età non gli andava di cantare
“Govinezza”…), isolato a Cavour lo statista leggeva le cronache di
millecinquecento anni di invasioni e dominazioni straniere e constatava
che, malgrado tutto, la popolazione italica si riprese, risorse,
aggiornando via via la regola di Benedetto da Norcia “ora et labora”,
in silenzio operoso, senza bisogno di quotidiane prediche di
noiosi “priori”.
Quando riemerse dagli anni dell’ideologia totalitaria, nel
1943-1945 l’Italia fece leva su liberali veri, da Benedetto Croce a
Marcello Soleri, Leone Cattani, sino a Manlio Brosio, Bruno Villabruna,
Emanuele Artom… Chi monarchico, chi repubblicano, qualcuno federalista,
tutti europeisti perché i liberali italiani lo erano dal Settecento, un
secolo prima dell’Internazionale di Marx e duecento anni avanti
la Terza Internazionale di Lenin, erede dell’imperialismo zarista
anziché del mite socialismo umanitario. Aristocratico nelle
idee e popolare nelle adesioni, come la monarchia (che saldò
istituzioni e popoli d’Italia, fusi nella nazione), il liberalismo
postbellico contò su giovani come Vittorio Badini Confalonieri e
Giuseppe Fassino (Busca, 13 ottobre 1924-27novembre2012), sodale di
Giuliano Pellegrini, a sua volta congiunto di Luigi Einaudi. Il
Paese contava una miriade di cittadelle liberali, bersaglio della
Democrazia cristiana, ancora profondamente clericale, arcaica,
anti-occidentale, diffidente nei confronti degli inglesi (anglicani),
degli americani (che neppure avevano un’Ambasciata nella Città del
Vaticano ma solo un incaricato d’affari), e della Francia
(gallicana, napoleonica, “barbetta”). Iscritto al Partito liberale
italiano dal 1945, suo segretario provinciale per quindici anni,
finanziatore del settimanale “Il Subalpino”, palestra di giovanissimi
talenti (Elio Ambrogio, Claudio Massa…), consigliere comunale a Busca,
consigliere regionale dal 1970 al 1975 e vicepresidente del Consiglio
regionale, senatore al 1979 al 1993, Fassino dovette farsi carico di
innumerevoli uffici e missioni, in una fase d’emergenza. Nel 1979 al
Senato il PLI contò due soli seggi: il suo e quello di Giovanni
Malagodi. Alla Camera aveva appena nove deputati contro i trentanove
del 1963. Erano però giovani pugnaci. Con Raffaele Costa, Valerio
Zanone, Salvatore Valitutti e altri Fassino fu tra quanti mostrarono
che senza il pilastro liberale l’Italia sarebbe stata povera cosa.
Aveva appreso grammatica, logica e filosofia politica accompagnando nei
comizi Modesto Soleri. Sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei
governi Cossiga e Fanfani e alla Difesa con Craxi, Fassino varò
la riforma della scuola elementare: lingua straniera, musica, disegno,
educazione fisica: formazione della Persona, prima che del “cittadino”
(un’ astrazione che spesso è costrizione). All’epoca nessuno immaginava
che di lì a poco in Italia si sarebbe scatenata la gara a chi è più
liberale, anzi a chi è più liberista. Le cose invero stanno molto
diversamente, come insegnano gli autori del Dizionario del liberalismo
italiano (Ed. Rubbettino) coordinato da storici e politologi quali Dino
Cofrancesco, Luigi Compagna, Fabio Grassi Orsini, Francesco Forte,
Roberto Pertici.
Gentiluomo, umanista, probo, “vir bonus, dicendi peritus”,
monarchico e membro della Consulta dei senatori del regno,
Fassino sapeva di essere una sorta di ghiaccio vagante nell’Artico.
Come Giolitti (che tra gli amici fedelissimi ebbe il napoletano Pietro
Rosano e il calabrese Antonio Cefaly), anch’egli ebbe amici dal
Mezzogiorno (che altro è Gerardo Marotta se non un liberale
irriducibile?) alla Sardegna di Cocco Ortu, dalla Liguria di Alfredo
Biondi alla Romagna di Patuelli, editore di “Libro Aperto”,
e in altri lembi d’Italia, all’insegna del liberalismo autentico,
insegnato da Giovanni Cassandro: “tot capita tot sententiae”, ognuno è
padrone del proprio pensiero ma generosamente antepone l’interesse
generale a quello personale.
Il liberalismo – lo affermò Giolitti e lo ribadì
Croce – è prepolitica. Non ha bisogno di una forma-partito. E’ Luce.
Perciò tanti sacrestani han cercato di spegnerlo con lo smoccolatoio
delle ideologie e delle inquisizioni. Ma la fiammella si rianima
come lo Spirito che, recita il Vangelo di Giovanni, “soffia dove
vuole”. Finiscono liquefatti solo i ghiacci artificiali. Gli
altri, tutt’uno con la rupe sulla quale sorgono o galleggianti nel gelo
polare, durano e indicano la via. E’ la lezione di Giuseppe
Fassino: fare la propria parte, qui e ora. Proprio perché sono tempi
difficili.
Aldo A. Mola
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| DATA: 02.12.2012 |
DOMENICA
18 NOVEMBRE 2012 CERIMONIA MONARCHICA ALESSANDRIA
Come di consueto il gruppo alessandrino monarchico, composto dalla
sigla UMI ed il suo Club Reale sabaudo dedicato al ricordo di Re
Vittorio Amedeo II, primo Sovrano dell’allora Regno Sardo e fondatore
della Cittadella; unitamente alla Delegazione dell’Istituto per la
Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Roma ed al Convegno di
Cultura “Ven.Maria Cristina di Savoia”, ha organizzato una cerimonia
religiosa molto particolare nella centralissima chiesa di N. S. di
Loreto, meglio conosciuta come S. Rita, retta dai Padri Domenicani.
L’occasione è sempre nobile di sentimenti profondi per ricordare i
Sovrani ancora in esilio, Umberto II e Maria Josè, Vittorio Emanuele
III ed Elena, quest’ultima nella ricorrenza dei 60 anni dalla scomparsa
in Montpellier; ai quali sono stati aggiunti la memoria del Principe
Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, eroico tra i suoi soldati in Africa
Orientale, e la Ven. Regina Maria Cristina di Savoia, Regina di Napoli,
nel bicentenario della nascita a Cagliari. Da sempre il gruppo
monarchico locale ricorda nel mese di novembre i Caduti per la Patria
insieme ai propri Soci ed Amici scomparsi nel corso dell’anno.
Ad allietare il servizio liturgico era presente la Corale “don Angelo
Campora” di Lobbi diretta dalla prof. Pinuccia Pavese, unitamente al
trombettiere M° Giulio Tortello, mentre il rito è stato consacrato dai
sacerdoti cappellani della Guardia d’Onore, rev. don Simone Ghersi e
don Gianluca Gonzino. Preceduti dalla recita del S. Rosario da
parte di Padre Angelo. Presenti le Bandiere sabaude con le Guardie ed i
delegati di Alessandria, prof. Paola De Andrea, e di Novara, Cav. Marco
Lovison, inoltre il gruppo calabrese “S. Francesco di Paola” con
l’amico Mario Cuzzetto ed il gruppo sardo “Maria Teresa Cau” in costume
folkloristico. Tra le Autorità civili il vice presidente della Regione
Piemonte dott. Ugo Cavallera, il vice presidente del Consiglio comunale
alessandrino, dott. Fabrizio Priano, il vice sindaco di Altavilla
Monferrato, dott. Alessandro Traverso, rispettivamente con fascia.; il
delegato alessandrino dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di
Gerusalemme, Comm. Annibale Gilardenghi, le socie del Comitato
femminile della Croce Rossa Italiana, la prof.ssa Carla Moruzzi Bolloli
per l’Istituto del Risorgimento, la rappresentante della Federazione
dei Maestri del Lavoro, nob. Michelangela Zonca e tante persone
convenute in segno di rispetto e preghiera per l’occasione. Dopo la
cerimonia, il gruppo seguito con cura da Carmine Passalacqua, ha
continuato la serata presso il vicino ristorante DOC in buona compagnia.
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| DATA: 30.11.2012 |
NEL
CENTENARIO DELLA MORTE: GIOVANNI PASCOLI POETA ED ORATORE CIVILE
Nella grande produzione poetica e letteraria di Giovanni Pascoli,una
parte non secondaria è dedicata ai protagonisti del Risorgimento ed
agli eventi dell’Italia unita. Iniziato infatti con toni agresti,
elegiaci, inframmezzata di ricordi, sia familiari, in primo luogo
l’assassinio misterioso del padre Ruggero, sia dell’infanzia, via via
l’orizzonte poetico del Pascoli si allarga, e nel mentre si affievoliva
lo slancio vitale del suo grande maestro Carducci, Pascoli, quasi
sentisse il dovere morale e civile di mantenere alta la memoria del
Risorgimento, dei suoi protagonisti e dei suoi valori e di sottolineare
eventi e personaggi contemporanei,si dedica come poeta ed oratore a
questo impegno civile,senza mai scendere nella polemica politica.
Abbiamo così l’inno “Al Re Umberto”, all’indomani del suo assassinio,
dedicato “….al partito dei giovani, cioè ai giovani senza partito, cioè
ai giovani ancora liberi che vogliono conservare la libertà dei palpiti
del cuore. Si che il loro cuore può… alzare il medesimo inno al
muratore che cade dal palco ed all’artigliere che spira abbracciato al
suo cannone…”, inno che inizia “In piedi sei morto tra i suoni –
dell’inno cui bene si muore –nel cuore, colpito nel cuore..” e dopo
aver sottolineato poeticamente gli episodi salienti della vita del Re,
termina con l’auspicio dedicato al nuovo Sovrano “Va !..all’ideale la
barra! -…Va, Principe giovane e giovane - Italia! va dove
s’incontra e s’indora –con questa che sembra una sera, -la subita
aurora! “E poi per la spedizione al Polo Nord, l’inno “Al duca
degli Abruzzi e ai suoi compagni”, dove il poeta prende spunto da
questo generoso tentativo per esaltare il genio italico,”….O
pionieri…noi siamo – l’opre di tutta la terra – popolo indomito e
gramo,… e che riprende la strada – col piccone e la bisaccia..” per
terminare “Eccolo o duca latino, -eccolo il pane di farro, -pane
pel nostro cammino – gloria, gloria,gloria, gloria !”.E sempre
collegato alla spedizione del Duca degli Abruzzi, un altro inno
dedicato al principale collaboratore del Duca, ”A Umberto Cagni”, per
non dimenticare l’inno dedicato “Alle batterie siciliane”, che si
erano battute valorosamente nella sfortunata battaglia di Adua,
composto per l’inaugurazione a Messina del monumento alla batteria
Masotto, poesia particolarmente significativa perché denota la passione
nazionale di un uomo amante della pace, ma al tempo stesso consapevole
della missione civilizzatrice dell’Italia, concetto che ritroveremo nel
famoso discorso tenuto a Barga, il 26 novembre 1911, conferenza il cui
profitto era destinato ai morti e feriti della guerra di Libia che
inizia : ”La grande Proletaria si è mossa” e prosegue “..Ora l’Italia,
la grande martire delle nazioni, dopo solo cinquant’anni ch’ella
rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte
all’umanamento e incivilimento dei popoli; ….al suo materno ufficio di
provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol
vogliono,lavoro..” per poi concludere “…nel sacro cinquantenario, voi
(soldati e marinai) avete provato, ciò che era voto dei nostri
grandi…., avete provato che sono fatti anche gli italiani.”Questo
concetto del cinquantenario “sacro”,lo ritroveremo in due altri
discorsi del Pascoli, uno del 9 gennaio 1911, a Bologna, nell’Aula
Magna dell’Università, ”Nel cinquantenario della Patria” che
inizia “E’ l’anno santo… Santo io ripeto. Quello che noi
facciamo e il popolo italiano fa,non è una festa e una
commemorazione civile, ma è una cerimonia religiosa. Noi celebriamo un
rito della religione della Patria… Ora il sentimento di Patria è quello
che più ci accumuna e a più; ed è perciò religione… che segue ed
accompagna anche quelli che la rinnegano..”, temi che ritroveremo,
insieme ad una profonda riflessione storica nel discorso tenuto il
successivo 9 aprile, a Livorno, all’Accademia Navale, ai giovani
allievi :”…L’Italia! E’ la prima e la sola! La storia
dell’Italia vivente come Italia,comincia cinquant’anni or sono…. E’
cominciata in quel giorno di marzo e in quell’anno 1861 la
storia della nostra Italia….cinquant’anni soli..” ed a Roma,quando nel
1871 si ”…accoglieva la prima volta il Parlamento della
Nazione,..il primo Re d’Italia annunziava :l’opera a cui
consacrammo la nostra vita è compiuta..” e poi ancora la rievocazione
del 5 maggio 1860,pubblicata il 5 maggio 1910 da “Il Secolo XIX”
di Genova. Tornando poi alla poesia come possiamo dimenticare “I Poemi
del Risorgimento” dove si celebra Garibaldi,il Re dei carbonari e
Mazzini ed altre odi quale “ A Ciapin” in memoria di
Giuseppe Galliano, l’eroe di Makallè, morto poi ad Adua il 1 marzo
1896,e quella “A riposo” del 1909 dedicata al valoroso tenente Asinari
di Bernezzo, combattente e mutilato a Custoza, che aveva chiusa la sua
carriera come Generale. Ed è interessante sottolineare come il poeta
“romagnolo” onori con la sua poesia piemontesi e siciliani,come il
toscano Carducci aveva onorato il Piemonte ed il Cadore, a
dimostrazione e conferma del bene ineguagliabile costituito dall’
Unità,che oggi dopo 150 si vuole rimettere in discussione al sud come
al nord,dimenticando la nobilissima conclusione di un discorso del
Carducci: “L’ Italia avanti tutto ! L’Italia sopra tutto !”
Domenico
Giglio
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| DATA: 28.11.2012 |
XII
CONGRESSO NAZIONALE U.M.I: IL MESSAGGIO DI PIERCARLO FABBIO
Tra
i tanti messaggi augurali giuntici, pubblichiamo quello del Dott.
Piercarlo Fabbio, amico dell'U.M.I. e già Sindaco di Alessandria.
Durante il Suo mandato, grazie alla presenza in Consiglio comunale del
responsabile U.M.I. Carmine Passalacqua, l'Amministrazione alessandrina
si è resa promotrice di svariati eventi atti a valorizzare la storia
italiana e locale.
L’amico Carmine Passalacqua non ha mancato di
invitarmi al vostro Congresso. Lo ringrazio caldamente per la sua
generosità indiscussa e soprattutto faccio voti augurali di buon lavoro
a chi oggi, con infaticabile applicazione, pensa ancora che l’Italia
sia un patrimonio incredibile e straordinario per l’umanità, per la
storia e per l’economia e non solo un insieme d’individui utili solo a
subire costantemente le vessazioni di una classe politica che,
richiamandosi all’alto nome della democrazia, impone a loro un sistema
di spesa pubblica inarrestabile ed oggi francamente inaccettabile. So
che ragionerete non solo sulla memoria, ma anche sulla speranza che
oggi deve far premio sulla recessione economica e sulla depressione
psicologica nella quale tecnici poco disposti a valutare i destini dei
cittadini come persone, ma assai più quelli della burocrazia come
vorace macchina tritarisparmi, ci hanno cacciati.
Grazie di nuovo e all’amico Boschiero, sempre pronto a ricordare la
vera dimensione della storia patria, invio un caro, particolare saluto.
Piercarlo Fabbio
Sindaco emerito di Alessandria
Alessandria, 24
Novembre 2012
Nella foto Carmine Passalacqua, Sergio
Boschiero e Piercarlo Fabbio durante una cerimonia ad Alessandria.
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| DATA: 28.11.2012 |
LA
CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RICORDA
GIUSEPPE FASSINO DECANO DEI LIBERALI D’ITALIA
La Consulta dei Senatori del Regno partecipa al lutto per la morte del
proprio componente, il senatore prof. Giuseppe Fassino (Busca, CN, 13
ottobre 1924- 28 novembre 2012), faro di Vera Luce.
Monarchico, Giuseppe Fassino fu e rimarrà espressione del
liberalismo storico della Provincia Granda, quello di Giovanni Giolitti
e di Marcello Soleri, condiviso da Benedetto Croce: lo Stato è garante
dei più deboli, lontano dall’astrattezza del liberismo dottrinario.
Consigliere comunale a Busca, consigliere regionale del
Piemonte, senatore del collegio Cuneo-Saluzzo (1979-1992),
sottosegretario di Stato all’Istruzione e alla Difesa, Senatore
Giuseppe Fassino partecipò alle sedute della Consulta sino a quella a
Vicoforte, nel cui corso raccomandò la traslazione in Italia delle
Auguste Salme (6 ottobre 2012).
La Sua lezione non andrà perduta.
Roma, 28 novembre 2012
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatiori del Regno
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| DATA: 28.11.2012 |
SI
INCHINA ALLA REGINA ELENA NEL SESSANTESIMO DELLA MORTE
GLI ITALIANI FARANNO QUEL CHE NON FANNO LE “ISTITUZIONI”
Ricorrono
60 anni dalla morte della Regina Elena. Si spense a Montpellier ove è
sepolta. Figlia di Nicola Petrovic Niegos, principe del Montenegro,
venne presa in sposa da Vittorio Emanuele, principe di Napoli. Era il
1896.
Divenne regina d’Italia perché il 29 luglio 1900 Umberto I
fu assassinato a Monza in un tuttora misterioso “complotto
anarchico”.
Madre di cinque figli, tra i quali Umberto II, Elena conquistò
l’affetto degli italiani, sia durante la Grande Guerra, quando allestì
al Quirinale l’Ospedale Territoriale n.1, sia con opere filantropiche,
sia con il contatto diretto con i poveri.
Il suo nome fu (e rimane) tra quelli più diffusi, proprio in suo
ricordo.
E’ sepolta a Montpellier, pressoché dimenticata. Vittorio
Emanuele III è nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto,
dimenticato.
La Consulta dei Senatori del Regno lancia un appello: le Istituzioni
sono indifferenti. Ma i cittadini faranno la loro parte per
portare in patria le salme della Regina Elena e di Vittorio che lasciò
l’Italia col titolo di “conte di Pollenzo”.
E’ un impegno che non potrà lasciare indifferenti né il Piemonte né la
Nazione.
La Consulta dei Senatori del Regno si inchina dinnanzi
alla Regina Elena nel 60° della morte (Montpellier, 28 novembre
1952).
Unita dalle nozze (1896) all’Italia di Vittorio Emanuele,
Principe Ereditario e Re dal 1900, la Regina Elena ebbe
ammirazione universale, Regina della Carità.
La sua Salma giace all’estero, come quella del Re
d’Italia, sempre più a rischio ad Alessandria d’Egitto.
La Consulta dei Senatori del Regno deplora l’inerzia delle
istituzioni dello Stato d’Italia, più volte e invano sollecitate a
congiungere in Italia le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina
Elena.
La Consulta depreca l’indifferenza delle istituzioni,
ostentatamente indifferenti nei confronti della Memoria Storica.
Quanto non hanno fatto né fanno i Capi pro tempore dello Stato
d’Italia né i transitori governi gli Italiani sapranno fare
da sé.
Viva la Memoria di Vittorio Emanuele III e della Regina
Elena. Viva l’Italia!
Roma, 27 novembre 2012
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatiori del
Regno
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| DATA: 27.11.2012 |
LA CONSULTA E L’UMI 23 25 NOVEMBRE
2012: PIENA OPEROSA CONVERGENZA
La Consulta dei Senatori del Regno ha partecipato all’acclamazione a
Presidente dell’Unione Monarchica Italiana nella persona di Alessandro
Sacchi, componente della Consulta, e di Sergio Boschiero a Presidente
Onorario dell’UMI ad vitam.
La Consulta ha condiviso tutte le fasi del XII Congresso
dell’UMI, presieduto da propri componenti (senatori Basini,
Vaccarella, Lombardo di Cumia, Sacchi), con interventi del
Presidente, Aldo A. Mola, e di molti suoi componenti (Pansini, Sardi,
Vignoli…).
Il Presidente, ricambiato dal Presidente dell’UMI, Alessandro
Sacchi, ha ribadito la piena convergenza operosa tra la Consulta e
l’UMI nello spirito dettato da S.M. Re Umberto II.
Roma, 25
novembre 2012
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| DATA: 27.11.2012 |
IL
PRESIDENTE ALESSANDRO SACCHI INTERVISTATO DA "IL TEMPO"
da "Il Tempo" di sabato 24 Novembre -
Pagina 2
Alla
presenza dei Principi di Savoia e di altre autorità civili e politiche,
il presidente ad interim dell'Umi, l'avvocato Alessandro Sacchi, si
propone di traghettare il movimento in una nuova epoca. Guardando non
solo all'aspetto organizzativo («basta organismi pletorici e riunioni
in pompa magna, l'era di internet ci impone strutture più snelle e
costi meno elevati») ma soprattutto all'impianto ideologico e
programmatico. «Sono passati ormai troppi decenni dalla vecchia Unione
Monarchica Italiana - spiega Sacchi - sono scomparse le vecchie
generazioni e i vecchi motivi che ci univano. La nostra ottica ora è
quella di guardare al futuro, senza più ancorarci a vecchie battaglie
del passato». L'intento è chiaro: basta polemiche o ricostruzioni
inedite su quanto accadde in quel lontano 2 giugno 1946, quando la
forma repubblicana delloStato fu preferita alla monarchia nel
referendum istituzionale. Meglio concentrarsi su quello che potrà
essere in futuro: «Noi ci riproponiano di ripristinare la monarchia -
sostiene il presidente - perché nei Paesi dove è presente questa
istituzione, vi è un baluardo all'unità nazionale che sovrasta
qualsiasi divisione. Pensi a quanto accade in Belgio, dove Valloni e
Fiamminghi si scannerebbero se non fosse per la figura del re che
rappresenta l'unico comun denominatore. Solo un monarca può
rappresentare davvero una figura "terza", super partes. Non, come
accade in Italia, un presidente della Repubblica che per decenni fa
parte di un partito e poi si finge neutrale». Ovviamente Sacchi parla
di monarchia costituzionale («sarei pazzo se intendessi altro») e cita
tutti gli «esperimenti», dalla Norvegia all'Inghilterra fino alla
Spagna, in cui la presenza di una casa reale ha contribuito a mantenere
forte il legame tra cittadinanza e istituzioni anche nei momenti più
difficili. «In Italia tutti parlano di scollamento, tutti si limitano a
indicare la malattia. Noi proponiamo la medicina». Che, per Sacchi, si
chiama Amedeo di Savoia Duca d'Aosta. «È a lui che spetta il compito di
riunificare il senso della nazione in Italia», dichiara Sacchi. Il
convegno dei monarchici si concluderà domani con l'elezione dei nuovi
organi statutari e la proclamazione degli organi eletti. Nel suo
discorso il presidente Sacchi spiegherà anche come l'Umi, forte dei
70mila iscritti in Italia, intenderà far valere il suo appoggio nelle
prossime elezioni politiche. «Nessuna lista - conclude - ma il sostegno
alle persone per bene che ci daranno il buon esempio». E che,
presumibilmente, daranno la disponibilità a rimettere in discussione
l'articolo 139 della Costituzione italiana, quello che impedisce la
revisione della forma repubblicana dello Stato. Per chi fosse
interessato, è possibile consultare il sito www.monarchia.it.Car. Sol.
L'articolo sul sito de "Il Tempo"
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| DATA: 26.11.2012 |
COSÌ
NIZZA DIVENNE FRANCESE
di Giulio Vignoli
Per
comprendere appieno la tragedia della cessione
alla Francia di Nizza
e della sua Contea, è necessario effettuare un breve excursus
della sua
storia.
Qual’era la situazione
giuridica e la composizione
etnico-linguistica
della Città quando nel 1388 chiese l’annessione allo Stato sabaudo?
Nizza, col suo
territorio, era una città autonoma
che riconosceva l’alta
sovranità del Sacro Romano Imperatore, similmente ai Comuni italiani
dell’Italia Settentrionale. Circa la popolazione questa era di antica
ascendenza ligure e parlava un dialetto a base occitana, con forti
influenze
piemontesi e liguri. Il latino era la lingua ufficiale come allora in
tutta
Europa.
La dazione di Nizza e
Circondario era in funzione
antifrancese e
antiprovenzale. Francia e Provenza ambivano infatti ad allargarsi e la
Municipalità ne temeva l’espansione. Il composito Stato sabaudo era una
media
potenza che avrebbe difeso validamente la Città, e al tempo stesso non
ne
avrebbe minato l’autonomia, sia perché esso raggruppava numerosi
territori
autonomi e ne riconosceva gli statuti (Contee di Savoia, di Aosta,
Principato
del Piemonte, ecc.), sia perché non era così potente da essere in grado
di
opprimere impunemente una grande (per allora) città come Nizza.
I Savoia eressero in
Contea il Nizzardo e ne
riconobbero gli Statuti di
autonomia e giurarono che mai avrebbero ceduto Nizza a Signori
stranieri. A
ogni successione il giuramento venne rinnovato dal nuovo sovrano e così
fu per
461 anni (1388-1849).
Così i Savoia ottennero
lo sbocco al mare e la loro
nuova sovranità
venne riconosciuta dall’Imperatore e dalla Francia.[...]
LEGGI
TUTTO L'ARTICOLO
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| DATA: 21.11.2012 |
MUSSOLINI
A PIENI VOTI? DOCUMENTI INEDITI NEL NUOVO LIBRO DI ALDO A. MOLA
 Perché
e come nacque il Governo Mussolini? Quale ruolo vi ebbe Vittorio
Emanuele III? Le Forze Armate fiancheggiarono i fascisti o difesero
lʼordine pubblico? Quanto pesò la politica estera sulla svolta? La
risposta è nei documenti: negli inediti verbali della Presidenza del
Consiglio del 1922 e in altre carte qui pubblicate per la prima volta.
È in uscita il nuovo libro di Aldo Alessandro Mola “Mussolini a pieni
voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922” (Ed. il
Capricorno) in cui vengono analizzate, per la prima volta in maniera
completa, le giornate e gli eventi che porarono Mussolini al Governo.
L’opera si contraddistingue per l’abbondanza di documenti, molti dei
quali inediti, provenienti dal diario della Casa Militare del Re, dai
verbali dei primi due mesi del governo Mussolini e dai dispacci
dell'Ufficio Cifra.
Il 28 ottobre non vi fu affatto la marcia su Roma. Quel giorno il
presidente del consiglio dei Ministri, Luigi Facta, si dimise; il 30
Vittorio Emanuele III affidò aMussolini l’incarico di formare il
governo che comprese fascisti, nazionalisti, liberali, popolari
(cattolici), demosociali, democratici, nazionalisti: una coalizione
nazionale. Il governo si insediò il 1° novembre, quando le «squadre
fasciste», entrate a Roma la mattina del 31 ottobre, ne erano partite
su treni speciali dopo una sfilata rumorosa ma pacifica da piazza
Venezia alla stazione Termini. Poi Mussolini si presentò al Parlamento.
Con quale programma? Liberista, pragmatico, concludente. Il Parlamento
lo approvò a pieni voti. Nessuno previde il seguito...
INTERVISTA ALL'AUTORE di Luciano Garibaldi
MUSSOLINI A PIENI VOTI? DA FACTA AL
DUCE. INEDITI SULLA CRISI DEL 1922
a cura di Aldo A. Mola con la collaborazione di Aldo G. Ricci e saggi
di Antonino Zarcone e Gian Paolo Ferraioli
Edizioni del Capricorno, 2012
pagg. 376 - Euro 25,00
ISBN 978-88-7707-121-7
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| DATA: 18.11.2012 |
E DOPO
“RE GIORGIO” QUANTE ALTRE REPUBBLICHE?
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 18/11/2012

Gli italiani sono seriamente preoccupati del futuro. Come fa intendere
Mario Draghi, le giaculatorie di Napolitano e di Monti (oggi rigore,
ripresa chissà quando) non bastano più. Napolitano ha avuto un momento
magico: quando affidò il governo a tecnici che, voilà, in tre mesi
avrebbero salvato e rilanciato lo sviluppo dell’Italia. Miracolo di
Piedigrotta. Da qualche giorno Monti ripete che bisogna dire le cose
come stanno. Ammette anche di aver compiuto errori. Lo avevano capito
tutti. Il suo errore principale è di non aver governato. Un anno
addietro gli italiani gli hanno creduto senza conoscerlo: hanno presa
per buona la parola del Capo dello Stato considerato al di sopra dei
partiti. Vedremo che cosa “Re Giorgio” farà nei prossimi mesi: verso il
solstizio d’inverno e l’opaca primavera 2013. L’incantesimo sembra
spezzato…
Tramontate due repubbliche quante altre ne avremo prima di
riformare davvero lo Stato? Contrariamente a quanto sostiene Sergio
Romano nella risposta a un lettore del Corriere della Sera, la
monarchia non va affatto identificata con la lunga agonia di un partito
monarchico. In realtà, come avvertì Giosue Carducci (mazziniano,
garibaldino, cantore della Regina Margherita quale Eterno femminino
regale, un uomo che si guardava attorno e dentro), nell’Italia erede di
Roma, di Comuni, Signorie e staterelli pre-unitari l’unico puntello
dell’unità non è un canto nazionale imposto nelle scuole ma
un Istituzione al di sopra delle parti. Lo fu la Monarchia. Lo fa
altrettanto la repubblica?
La storia non è una fiaba. Ha un compito severo: collocare
uomini e fatti nel loro tempo. Documentarli e comprenderli, in tutti i
loro risvolti, con serenità e “pietas”: cioè rispetto nei
confronti di chi comunque “fa fatto”, è ormai “passato. Non si indigna.
Non sentenzia, non benedice. Com-patisce. Con il Sapiente
dell’antichità latina ripete: poiché sono uomo penso che nulla di
quanto fanno gli uomini mi sia estraneo. Un bell’esempio di come una
vicenda possa essere letta in prospettive storiche totalmente diverse è
offerto da Prove di unità. Unità alla prova. Gli antefatti del
Risorgimento e i moti del 1821, un utile libretto curato da Giuseppe
Busso per l’Unitre Piemonte. Con i medaglioni di Santorre di
Santa Rosa, Riccardo Sineo, dei Piemontesi in Argentina dopo il moto
liberale, Alberico Lo Faso di Serradifalco vi pubblica robuste pagine
su Piemonte 1821. Una storia da riscrivere. A qualcuno sembreranno una
requisitoria contro i costituzionali (o rivoluzionari), ai quali,
egli scrive tondo tondo, nessuno aveva chiesto di servire in armi
Vittorio Emanuele I e vanno quindi considerati traditori del giuramento
verso il Capo dello Stato. Se non erano d’accordo dovevano dimettersi.
Il tema è attualissimo: la doppia lealtà dei funzionari dello Stato. La
repubblica ha via via esentato i suoi “servitori” dal giuramento di
fedeltà. Il ventre molle è stata la scuola. Presidi e docenti vennero
sciolti dalla “promessa solenne”, da pronunciare all’ingresso in
carriera, e dal giuramento, all’immissione in ruolo: in piedi,
dinnanzi a testimoni. Da un certo punto (sappiamo quale) ognuno fece
della cattedra il pulpito delle proprie ideologie. Si
susseguirono ministri, un po’ rassegnati un po’ complici del disastro,
quasi tutti esponenti della sinistra democristiana, poi confluita
nel PD. Per un po’ continuò a giurare il personale amministrativo: i
segretari e i bidelli…, non i presidi e i docenti. Giuravano su una
Carta costituzionale che tutti chiedono di riformare, ma rimane com’è
perché i parlamentari si occupano di tutt’altro. Le Camere vivacchiano
a suon di voti di fiducia, voti segreti, con esiti a volte
paradossali, talora per soddisfare clientele o interessi
personali. Non sappiamo se la Monarchia oggi assicurerebbe la
salvezza. Vediamo però che in Europa i Paesi retti da Sovrani (Gran
Bretagna, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia, Norvegia, la stessa Spagna
che ci sta bagnando il naso in molti settori…) se la passano meglio
dell’Italia. I Re hanno meno poteri dei presidenti di repubbliche (USA,
Francia, ) e i popoli “monarchici” hanno più coscienza e più fiducia in
se stessi.
Non sappiamo se quando e come si andrà a votare. Non sappiamo
chi quando e come eleggerà il prossimo capo dello Stato. Siamo però
certi che il futuro presidente avrà una missione molto più difficile di
quella vissuta per anni da Giorgio Napolitano, bonariamente appellato
“Re Giorgio”. Non basteranno due prediche al giorno. Dovrà incarnare la
volontà di sessanta milioni di italiani affacciati su un Mediterraneo
nuovamente in fiamme. Ad accreditarlo non basteranno pochi voti di
scarto, come avvenne per Napolitano, Marini e Bertinotti. Lì ci vorrà
l’Italia. Ma se al voto di primavera andrà meno del 60% degli aventi
diritto (grillini compresi, funzionali al sistema a ben vedere) o
addirittura meno della metà, come è accaduto in Sicilia, vuol
dire che l’Italia è in cerca di una forma di Stato diversa
dall’attuale. Ognuno dovrà trarne le conseguenze (*).
Aldo A. Mola
(*) Il tema è al centro del Congresso Nazionale dell’Unione
Monarchica Italiana (Roma. Hotel Massimo d’Azeglio, 24-25 novembre),
fondata con il benestare di Umberto II. Sono in programma interventi di
Marco Pannella e di molti che nel referendum 1946 votarono Monarchia,
come Giulio Andreotti ed Eugenio Scalfari.
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| DATA: 17.11.2012 |
FAMIGLIA
REALE ALBANESE: LA SALMA DI RE ZOG IN VIAGGIO VERSO TIRANA
Riproponiamo
una foto, diffusa dal Principe Ereditario d’Albania Leka II, della
cerimonia che questa mattina ha visto l’inizio del viaggio della salma
del Re Zog dalla Francia verso il Paese Natale. Domani, 16 Novembre
2012, le spoglie del Re Zog arriveranno a Tirana. Il programma
ufficiale della cerimonia, organizzata dal Governo albanese in
occasione del 100° anniversario dell'indipendenza, prevede l’arrivo
delle spoglie da Parigi a Tirana il 16 novembre e il 17 novembre,
anniversario della liberazione di Tirana, è programmato un omaggio al
Palazzo delle Brigate di Tirana, seguito da una solenne cerimonia di
Stato nell’ambito della quale si svolgerà la tumulazione dei resti di
Ahmet Zogu nel ricostruito Mausoleo Reale.
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| DATA: 15.11.2012 |
ROMA:
COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA
NASCITA
 Roma,
11 novembre 2012 - Nell’ambito del 65° ciclo di conferenze del Circolo
di Cultura e di educazione politica REX, presso la Sala Uno della casa
Salesiana di via Marsala, è stata ricordata la figura del Re Vittorio
Emanuele III, nel 143° anniversario della nascita.
L’incontro si è aperto con l’esecuzione della Marcia Reale e dell’Inno
Sardo e la lettura, da parte dell’Ing. Domenico Giglio, del messaggio
di Re Umberto II nel 50° anniversario dello sbarco del Re Vittorio
Emanuele III a Trieste, il 10 novembre 1918.
Il Presidente del Circolo REX, l’Avv. Benito Panariti, ha tenuto la
conferenza dall’emblematico titolo: “Il tempo ha reso giustizia al Re
Vittorio Emanuele III?”. 
Nel suo intervento Panariti ha ripercorso in maniera dettagliata la
vita del terzo Re d’Italia dalla nascita a Napoli, nel periodo in cui
solo un 18% degli italiani parlava la lingua nazionale, passando per
tutte le tappe fondamentali: il matrimonio con Elena di Montenegro,
l’assassinio del Padre, l’esperienza della prima guerra mondiale
passata in prima linea sul fronte, l’avvento del fascismo, la conquista
dell’Albania, l’esperienza dell’Impero, fino alla seconda guerra
mondiale, la morte della figlia Mafalda, la partenza per l’esilio e i
solenni funerali di Stato organizzati dal Regno d’Egitto. Panariti si è
soffermato su alcuni aspetti del Re tra cui il carattere, la sofferta
questione delle leggi razziali e la partenza per Brindisi dopo
l’armistizio. La conclusione dell’intervento è stata che la storia non
ha reso giustizia a Vittorio Emanuele III, a cominciare dalla
tumulazione della slama che ancora riposa in terra straniera.
All’incontro erano presenti anche il Segretario Nazionale dell’U.M.I.
Sergio Boschiero e il Sen. Prof. Domenico Fisichella.
Nelle
foto dall'alto: l'intervento di Benito Panariti, Domenico Giglio legge
il messaggio di Re Umberto II, il Sen. Prof. Domenico Fisichella con
Sergio Boschiero.
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| DATA: 11.11.2012 |
CON
NAPOLEONE I. LA GRANDE TRAGICA CAMPAGNA DI RUSSIA
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11.11.12

Il 2012 non è ancora chiuso, ma già si
può dire che la rete degli studi storici anche quest’anno porta a riva
poche opere memorabili. Non mancano ottimi saggi di
approfondimento né aggiornamenti di opere già di ampio respiro,
come quelle segnalate e premiate all’Acqui Storia, selezionate tra
quasi duecento candidate. Però sono state lasciate
tra parentesi alcune date fondamentali. Forse i centenari sono ormai un
rituale al crepuscolo. Il 150° del regno d’Italia (smemorata,
incapace di riforme vere, pronta ora a intonare un Canto Nazionale il
cui autore rimane da stabilire: molto probabilmente padre
Atanasio Canata anziché il ventenne Goffredo Mameli…) ha forse
esaurito il fascino delle ricorrenze, retrocedendole a passione
filatelica. Si avverte un bisogno di oblio: basta commemorazioni; basta
orazioni e/o conferenze. Semmai, come diceva Carducci, ci vorrebbero
Discorsi. In questo dolce naufragar della memoria, chi vuol
ricordare qualcosa se lo rammemori da sé, a prescindere da
“istituti” sorti per celebrare anziché per studiare.
Eppure il 2012 era (è?) offriva occasione per
ampliare gli orizzonti. Qui abbiamo già ricordato che quell’anno
iniziò la rivoluzione delle colonie spagnole nell’America
centro-meridionale contro il secolare dominio di Madrid: un moto
storico profondo, che subito attrasse l’attenzione degli studiosi più
acuti, come Carlo Botta, autore della celebre Storia della guerra
d’indipendenza degli Stati Uniti d’America(Parigi, 1809),
ripubblicato per iniziativa di Guido Massimo Arri, sindaco
del suo nativo comune di San Giorgio Canavese (pref. Di Ugo
Cardinale, Rubbettino, 2010, voll. 4).
Lo stesso 1812 fu anche l’anno dell’aggressione di
Napoleone I (Ajaccio, Corsica,1768- isola di Sant’Elena,1821) alla
Russia di Alessandro I Romanov (Pietroburgo,1777-Taganrog, 1825). La
Grande Armée reclutò italiani dalle terre incorporate nell’Impero
(Piemonte e Liguria), nel regno d’Italia (Lombardo-Veneto ed Emilia),
nelle regioni annesse o sotto controllo (ex Stato pontificio),
mentre la potente cavalleria (circa 80.000 uomini) fu comandata da
Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e re di Napoli. Per i militari
italiani fu un’esperienza politica e culturale di portata storica, sia
per quanto videro, sia per come si condussero. Mostrarono di sapersi
battere con valore non inferiore ai veterani dell’imperatore. Anzi, ne
suscitarono l’ammirazione. Nel 1818 il ventenne Giacomo Leopardi
(Recanati, 1798- Napoli,1837) riecheggiò l’impresa nell’ode
All’Italia, chiusa con versi profetici: “ O numi, o numi,/ pugnan
per altra terra itali acciari,/ Oh misero lui che in guerra è
spento,/non per li patrii lidi e per la pia/ consorte e i figli cari,/
ma da nemici altrui/ per altra gente e non può dir morendo:/Alma terra
natia, /La vita che mi desti ecco ti rendo”. 
Analoghi concetti espressero negli stessi anni il
trentenne Silvio Pellico, redattore del “Conciliatore”, e quanti, come
Alessandro Manzoni, anche senza aver preso parte di persona al suo
percorso politico-militare, ritenevano che l’età franco-napoleonica
aveva fatto capire agli italiani che non dovevano più dividersi a
servizio degli stranieri né attendere liberatori da Oltralpe, perché
“Il forte si mesce col vinto nemico,/col novo signore rimane l’antico;/
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta./ Dividono i servi, dividon gli
armenti,/ si posano insieme sui campi cruenti/ d’un volgo disperso che
nome non ha”. Era l’ora di emancipare la patria con la guerra per
l’indipendenza. Non si comprendono le due generazioni seguenti (i
cospiratori delle sette, quali massoni, carbonari, federati, adelfi…;
la Giovine Italia di Mazzini, il Primato morale e civile degli italiani
di Vincenzo Gioberti, il Quarantotto, la Società Nazionale di Daniele
Manin e Giuseppe La Farina…) se non partendo da quelle esperienze che
insegnarono l’eroismo come regola quotidiana, il sacrificio per
l’ideale superiore. L’oblio riservato dall’editoria
di ampia diffusione e dai “media” nei confronti degli eventi di
due secoli orsono, specialmente alla Campagna di Russia del 1812,
fondamentale per la coscienza nazionale e universale, non fa bene
sperare sulla preparazione del massimo centenario incombente: la
conflagrazione europea dell’agosto 1914 e l’intervento
dell’Italia il 24 maggio 1915. Forse è il caso di rileggere,
intanto, Guerra e Pace di Leone Tolstoi.
Aldo A. Mola
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| DATA: 11.11.2012 |
ALBANIA:
FINE DELL’ESILIO DEL RE ZOG I
 Il
prossimo 17 novembre il popolo albanese accoglierà a Tirana la salma
del Re Zog I, unico Re eletto d’Europa e fondatore del moderno Stato
d’Albania. La cerimonia si terrà nello storico Palazzo delle Brigate,
ove vengono organizzate le manifestazioni ufficiali. Le spoglie del
Sovrano avranno gli onori militari oltre i rituali colpi di cannone e
verranno tumulate nel cimitero dove riposano gli altri membri della
Famiglia Reale. Le cerimonie ufficiali avverranno con il patrocinio del
Governo Albanese, mentre l’organizzazione del rientro in Patria è stata
affidata all’Ambasciatore albanese in Francia, paese ove il Re è morto
ed è stato sepolto nel 1961. Alle esequie, oltre al popolo stretto
attorno all’attuale pretendente al Trono S.A.R. il Principe Leka II,
interverranno anche le scuole albanesi e delegazioni provenienti da
tutto il paese, dal Kossovo, dalla Macedonia, etc. Il 24 novembre a
Tirana verrà scoperta una statua raffigurante il Re. Zog I ha regnato
in Albania dal 1925 al 1939, modernizzando il paese e, dopo l’invasione
italiana e sovietica, aveva scelto come residenza l’Egitto prima e
Parigi poi, dove nel 1961 sarebbe morto. Moglie di Re Zog è stata la
Regina Geraldina, celebrata per il suo amore verso i poveri e per la
sua bellezza magiara.
Nel mese di dicembre 2011, alla morte del Principe Leka I, figlio di Re
Zog, lo Stato ne ha organizzato le esequie solenni.
E l’Italia? I politici litigano e rubano, mentre i nostri Sovrani
restano in esilio.
Sergio Boschiero
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| DATA: 08.11.2012 |
PROFILO
STORICO-CULTURALE SUI RAPPORTI TRA ITALIA E MONTENEGRO
di
Giulio Vignoli
I rapporti del Montenegro con l’Italia, ma anche col mondo occidentale,
avvennero per secoli tramite Venezia ed anche la Repubblica di Ragusa.
I domini veneziani della Dalmazia del sud delimitarono infatti, per
quasi 400 anni, il confine meridionale del minuscolo principato. Per il
resto, attorno, il Montenegro era circondato dai Turchi coi quali fu
sempre in feroce e strenua lotta.
Le città e cittadine della costa dalmata della Serenissima
(Cattaro, Perasto, Budua, ecc.) costituivano l’unico sbocco sulla
civiltà europea dei Montenegrini, circondati per il resto dai territori
dell’Impero Ottomano. In particolare i contatti fra Venezia e il resto
d’Italia e Montenegro avvenivano a Cattaro. Discendevano i
Montenegrini la vertiginosa scalinata (tutt’ora esistente) che dai
monti portava alla città veneziana e si accampavano fuori della porta
destra (guardando il mare), detta Porta di Suragno, per vendere le loro
mercanzie. Necessariamente non solo rapporti economici nascevano con i
ben più civili vicini quando i Montenegrini ottenevano il permesso di
entrare in città. Essi venivano a contatto con un diverso modo di
vivere.
Dai volumi di Vesna Lipovac Radulović(1) risulta
chiaramente come i nomi degli oggetti che denotano una certa civiltà,
una certa raffinatezza, sono degli italianismi, segno evidente che gli
oggetti stessi, sconosciuti un tempo ai rozzi Montenegrini vennero poi
in uso presso di questi grazie al contatto con la civiltà
italiana. Ma non solo, anche in altri campi è evidente
l’influenza italiana sulla parlata montenegrina, arricchitasi per
osmosi di vocaboli, proverbi, modi di dire d’origine veneta e italiana,
migliaia. [...]
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| DATA: 07.11.2012 |
 Dopo
la Francia di Hollande, ora gli Stati Uniti d'America eleggono il
Presidente, al momento ancora l'uomo più potente del mondo, con il
50,1% dei voti espressi, che a loro volta, dato l'astensionismo,
risultano essere di molto inferiori al 40% degli elettori. Dopo le
elezioni, il candidato vincente dichiara che sarà il Presidente di
"tutti" ed il candidato sconfitto, negli U.S.A. è consuetudine, si
congratula con il vincitore, ma la spaccatura a metà
del paese esiste e rimane e gli sconfitti, specie nella base
elettorale, non si sentono rappresentati dal nuovo Presidente.
Egualmente
avverrebbe a risultati capovolti, anche con una aggravante
nel caso americano, quando i democratici sconfitti da Bush jr., si
distinsero per una costante campagna denigratoria nei suoi confronti.
In genere infatti la sinistra o i cosiddetti "progressisti", se
sconfitti accettano la sconfitta con minore "sportività", e di questo
abbiamo avuto esempi anche in Italia. Queste considerazioni fanno
risaltare il ruolo di Regine e di Re, dove
vige il sistema monarchico, dove a prescindere ed al di là dei poteri
politici, i Sovrani, rappresentano la legittimità del potere, il
simbolo delle tradizioni, della storia e dell'unità nazionale nei
quali tutto il popolo si rispecchia e non il 50 ,1% !
Domenico Giglio
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| DATA: 07.11.2012 |
CORONIAMO
L’ITALIA! INTERVISTA A SERGIO BOSCHIERO A POCHE SETTIMANE DAL CONGRESSO
U.M.I.
Boschiero, perché un Congresso?
Il mondo e la società di oggi stanno vivendo dei profondi cambiamenti
evidenti in ogni ambito. L’Unione Monarchica Italiana ha origini
lontane, ben 68 anni di storia alle spalle, e siamo giunti al punto di
svolta dove bisogna adeguarsi ai tempi, rinnovarsi profondamente e
proiettare la nostra battaglia nel futuro. Negli ultimi 50 anni abbiamo
raggiunto traguardi importanti, organizzato manifestazioni memorabili,
fatto sentire la nostra voce ma ora è necessario offrire al nostro
Ideale un qualcosa in più. Il XII Congresso nazionale stabilirà la
rinnovata linea programmatica dell’Associazione e le modalità di azione
per armonizzare il nostro movimento politico con il nuovo millennio. E’
un progetto ambizioso ma abbiamo la forza e la volontà per realizzarlo,
basandoci sull’ottima esperienza passata e per contare concretamente
nel panorama italiano. Sono supportato dall'aiuto di tanti monarchici, in primis l'ottimo Presidente
Alessandro Sacchi, motori indispensabili per la realizzazione del
progetto e dell'innovazione.
Lei è sempre stato
il protagonista dei grandi eventi monarchici. Come inquadra questo
congresso?
Il Congresso che ci accingiamo ad affrontare non avrà nulla a che
vedere con le manifestazioni da noi organizzate sia in tempi recenti
che più lontani. Non vi sarà spazio per celebrazioni o nostalgie -non
sarà quello il luogo- né sarà un semplice rinnovo delle cariche
statutarie. Mi permetto di definirlo un evento epocale, senza dubbio il
momento di confronto tra monarchici più importante degli ultimi 10
anni. Il risultato del confronto e delle discussioni sarà decisivo per
il messaggio con cui l’U.M.I. si presenterà all’Italia di oggi.
In 50 anni di
militanza come sono cambiati i Monarchici italiani?
Quando nel 1962 venni a Roma alla guida del Fronte Monarchico Giovanile
mi trovai di fronte ad un mondo monarchico che era nato sotto il Regno
e lo amava, avendolo vissuto. Per ovvie ragioni anagrafiche la maggior
parte dei monarchici di oggi ha conosciuto il periodo del Regno solo
sui libri di storia o per testimonianze. Ma hanno conosciuto la
repubblica e sanno quanto poco si sia fatta amare. Ci troviamo di
fronte ad una base che guarda con interesse più alle attuali dieci
Monarchie europee, rispetto al vivere di ricordi per la realtà che unì
l’Italia. Nel pieno ed imprescindibile rispetto della nostra storia
patria, questo è un bene perché il messaggio che vogliamo portare è
anche e soprattutto politico, non solamente storico. Le due anime oggi
sono ben armonizzate e ci portano grandi soddisfazioni.
La società di
oggi,
radicalmente differente rispetto a quella dei decenni passati, come si
pone dinnanzi alla questione monarchica?
Nonostante siano passati 66 anni dalla fine della Monarchia,
paradossalmente oggi vi è un terreno meno ostile rispetto a qualche
decennio fa. Sono caduti molti tabù e molti pregiudizi abilmente
pilotati dal potere costituito. Spesso capita sentire nei discorsi di
persone non monarchiche “si starebbe meglio con un Re”. Questa che
vuole essere una battuta d’effetto si basa però su una costatazione
importante: le cose così come sono non vanno. Sono stati fatti dei
sondaggi televisivi in cui, senza un minimo di “campagna elettorale”
svolta da noi, significative percentuali degli intervistati si
dichiaravano favorevoli al ritorno della Monarchia. E queste non sono
cose casuali.
Rispetto all’ideale monarchico che ruolo ha
la politica contemporanea?
La grave situazione in cui versa l’Italia oggi, con una drammatica
crisi politica e sociale, è dettata essenzialmente dalla mala gestione
degli ultimi 66 anni dello Stato repubblicano. Le crisi economiche sono
in gran parte pilotate da altri fattori e non sono circoscritte solo al
nostro Paese, esattamente come il “boom economico” degli anni ’60 non
si è verificato solo in Italia per merito della classe politica. La
politica, fallendo miseramente nel suo compito e non riuscendo più a
governare il Paese, dovendo sottostare ad un governo di burocrati, ci
dimostra quotidianamente come un’Istituzione diversa sarebbe una valida
alternativa a questo sistema.
La Famiglia Reale
oggi in che rapporti è con l’UMI?
La Famiglia Reale, come sempre ha fatto sin dai tempi dell’esilio di Re
Umberto, dimostra interesse verso l’U.M.I. e segue costantemente le
nostre attività. S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia e la moglie Silvia
partecipano spesso alle manifestazioni culturali che organizziamo e
hanno un’agenda ricca di impegni dove, invitati principalmente da
Amministrazioni Comunali, Università o Associazioni patriottiche,
vengono accolti con tutti gli onori, al pari di Capi di Stato. S.A.R.
la Principessa Maria Gabriella, pur vivendo in Svizzera, si tiene
aggiornata telefonandomi spesso. Lei è la Principessa maggiormente
interessata agli aventi culturali, vuole sempre avere anteprime sui
libri in uscita e la cosa ci fa molto piacere. S.A.R. il Principe
Aimone, avendo un ruolo professionale di primaria importanza in una
multinazionale (è Amministratore Delegato per la Scandinavia della
Pirelli ndr) e essendo sempre in viaggio, si tiene aggiornato tramite
il sito internet su tutto quello che facciamo. Rimango piacevolmente
colpito quando, parlando con Lui al telefono riguardo ad una qualche
nostra attività, mi sento rispondere: “Sì, ho letto sul sito!”. Questo
dimostra e ribadisce un notevole interesse ed un solido legame con Casa
Savoia.
Vede una concreta
possibilità di ritorno alla Monarchia?
Oltre che auspicarlo ci credo perché l’attuale situazione italiana
richiede un radicale cambiamento che sia non violento ma al tempo
stesso strutturale. Solo una Monarchia può offrire simili garanzie. La
Storia ci ha abituato a “sorprese” inaspettate e situazioni che qualche
tempo prima potevano sembrare impossibili ai più, si sono tradotte in
importanti realtà. Non vogliamo farci trovare impreparati, non a casa
lo slogan del nostro prossimo congresso sarà: “Coroniamo l’Italia!”.
FERT
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| DATA: 06.11.2012 |

È morto a 85 anni a Roma l’On. Pino Rauti. Fu coerentemente
fedele alle sue idee di duomo di destra, subì persecuzioni giudiziarie,
fu calunniato e sempre assolto. Domenica 4 novembre 2012 il Segretario
Nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero si è recato presso la camera
ardente, allestita nella sede della Fondazione Alleanza Nazionale di
via della Scrofa, dove ha reso omaggio a Rauti e ha portato
personalmente le condoglianze alla figlia Isabella e al genero Gianni
Alemanno, Sindaco di Roma. Boschiero così ricorda il leder della destra
scomparso: “Nel 1990 Pino Rauti, allora Segretario nazionale del
MSI-DN, intervenne per far pubblicare da «Il Secolo d’Italia» un mio
articolo dedicato ai giovani monarchici caduti nel giugno 1946 a Napoli
in via Medina. L’articolo, pubblicato in prima pagina, era accesamente
filo monarchico tanto che aveva incontrato vivaci opposizioni negli
ambienti della destra. Solo Rauti poteva autorizzarne la pubblicazione
e lo fece. Rendiamo omaggio alla sua figura, serbando vivo il nostro
memore ringraziamento.”
Nella foto le bandiere a lutto in via
della Scrofa e Pino rauti durante un comizio.
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| DATA: 04.11.2012 |
FISICHELLA
HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX

Nella Sala Uno della Casa Salesiana di via Marsala a Roma, come
è consuetudine da anni, domenica 4 novembre 2012 si è inaugurato il 65°
Ciclo di Conferenze organizzate dal benemerito Circolo di cultura e di
educazione politica REX. L’incontro si è aperto con l’esecuzione della
Marcia Reale, dell’Inno Sardo e della canzone del Piave, ricorrendo la
Festa delle Forze Armate. Al termine degli inni l’Ing. Domenico Giglio,
vice presidente del REX, ha letto il messaggio di Re Umberto II del 4
novembre 1968, in occasione dei 50° della Vittoria. L’avvocato Benito
Panariti, Presidente del REX, ha esordito ricordando che in questi 65
anni il Circolo REX ha fatto tanto per sciogliere le nubi presenti
attorno all’Idea di Monarchia ma che vi è ancora tanto da lavorare. 
Panariti ha ringraziato le Guardie d’onore presenti con il delegato di
Roma Colonnello Paolo Caruso e ha ricordato che se oggi in Italia si
può ancora parlare di Monarchia è grazie al lavoro svolto in tanti anni
da Sergio Boschiero, applauditissimo dai presenti. È toccato
all’autorevole Prof. Sen. Domenico Fisichella tenere la prima
conferenza di questo nuovo ciclo, trattando il tema “dal Risorgimento
al Fascismo” (titolo del suo ultimo libro edito da Carocci). Fisichella
dopo una riflessione su perché sia importante studiare la storia, ha
esposto le motivazioni che lo hanno portato ad approfondire il tema:
anche se il periodo trattato sembra lontano è “la nostra storia” e non
può essere studiata con superficialità. Il Professore ha analizzato la
politica italiana, definita “oligarchica” dalla storiografia imperante,
ma addirittura all’avanguardia se confrontata con le altre realtà
europee. Le conquiste raggiunte dall’Italia in 30 anni sono state
raggiunte dalle storiche altre potenze europee in secoli. Fisichella si
è appellato ad una contestualizzazione di qualsiasi evento storico, per
non avere una visione di parte come troppo spesso viene diffusa.
L’Italia oggi è vittima di un bombardamento storiografico che non ha
nulla a che vedere con la storia nazionale e questo perché condizionato
dalla politica. Come studioso si è sentito in dovere di dare spazio ad
una storia nazionale (come già fatto con il libro “Il Miracolo del
Risorgimento”, Carocci 2011) perché ultimamente sono state dette troppe
cose sbagliate o manipolate. L’intervento si è concluso con un allarme
verso un analfabetismo di ritorno che sta prevalendo in una società
sempre più insensibile alla vera cultura e che scambia cose secondarie
per tale. E’ seguito un dibattito.

L'intervento dell'Avv. Benito Panariti

L'intervento dell'Ing. Domenico Giglio

Sergio Boschiero in frima fila

Il Sen. Prof. Domenico Fisichella
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| DATA: 04.11.2012 |
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04.11.12

Volge al termine il settennato di Giorgio
Napolitano sul “Colle più alto”. Ed ecco in libreria Parla il Capo
dello Stato, suggestivo titolo dell’opera libro di stringente
attualità, Sessant’anni di vita repubblicana attraverso il
Quirinale, di Tito Lucrezio Rizzo (ed. Gangemi ) (*). Nei
ritratti a tutto tondo di undici presidenti della Repubblica
l’autore mette a fuoco i poteri della suprema carica dello Stato e i
modi nei quali vennero gestiti. L’autore illustra efficacemente la
“ricucitura sartoriale” esercitata dai Capi dello Stato nella crescente
confusione di ruoli fra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, con
interpretazione “a fisarmonica” delle loro prerogative, come già
osservò Giuliano Amato, citato da Rizzo. In filigrana vi si colgono le
attese riposte dai cittadini nel Presidente quale garante dell’Unità,
non solo, ovviamente, al di sopra dei partiti, ma anche di corporazioni
e di ordini, quale la stessa magistratura, che è, si, un
“ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma,
appunto, non è un potere “sovraordinato” allo Stato.
La cornice sottintesa da questo importante volume è che i
primi due presidenti della repubblica furono monarchici, il napoletano
Enrico De Nicola, presidente della Camera all’avvento di Mussolini (31
ottobre 1922), Senatore del Regno, inventore della Reggenza nel 1944
per propiziare il passaggio da Vittorio Emanuele III a Umberto II; e il
piemontese Luigi Einaudi, nel 1922 ministro in pectore del governo
Mussolini, Senatore del Regno, governatore della Banca d’Italia,
ministro con De Gasperi, universalmente apprezzato quale salvatore
della lira. Non solo. Degli undici capi di Stato susseguitisi dal
giugno 1946 sei provennero dall’antico Regno di Sardegna: Einaudi,
Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Francesco Cossiga e
Oscar Luigi Scalfaro. La sequenza dei presidenti sino agli Anni
Sessanta ricalcò il modello regio, alternando un principe di Piemonte e
uno di Napoli: De Nicola prima di Einaudi, il napoletano Giovanni Leone
dopo il subalpino Saragat. La Toscana contò due esponenti in
sessant’anni, Giovanni Gronchi, già sottosegretario nel governo
Mussolini, e Carlo Azeglio Ciampi, “un cittadino europeo nato in terra
d’Italia”, come scrive Rizzo, ed europeista perché profondamente
italiano, patriota, mazziniano, orgoglioso di aver concorso a tener
viva l’Italia nel Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943 (altro che
“morte della Patria”!) e di averne riproposti i valori fondanti nel suo
settennato. Il Tricolore, il Canto nazionale (che intonava ogni 1°
gennaio), il pellegrinaggio dall’una all’altra provincia furono asse
portante della sua presidenza, perché Ciampi sapeva che la storia non è
acqua e l’Italia era, è e rimarrà delle “cento città”: un mònito
attualissimo mentre, sulla scia del predecessore e in nome di un
risparmio tutto da accertare, il governo Monti sforbicia la storia con
l’abolizione di decine di province dalla vita secolare e
l’invenzione di città metropolitane, che daranno molto lavoro ai
tribunali amministrativi e poche soddisfazioni ai cittadini. La cosa
peggiore è però l’abolizione dell’elezione diretta dei presidenti delle
province da parte dei cittadini, una tra le poche novità funzionanti
della presto avvizzita Seconda Repubblica e quindi invisa alle
oligarchie che così recidono il cordone ombelicale tra elettori e
istituzioni: esempio insigne di miopia autodistruttiva. Il bel
saggio di Rizzo ci ricorda che in sessant’anni immense aree del Paese
non sono state rappresentate al vertice dello Stato: il
Lombardo-Veneto, l’antico Stato pontificio, incluso il Lazio
(quasi ai romani debba bastare l’altra riva del Tevere ), tre su
quattro regioni dell’antico regno di Napoli e la Sicilia: un
“continente”, quest’isola, in attesa del riconoscimento di quanto le
sue genti hanno fatto per l’unità nazionale (dal 1848 al 1860, con
Crispi, Vittorio Emanuele Orlando, San Giuliano di Paternò, don
Sturzo, Scelba e via continuando). Nel novero dei Capi dello Stato
Rizzo include giustamente Cesare Merzagora, uno tra i padri della
patria, “un gigante di passaggio al Quirinale” nei mesi difficili della
malattia di Antonio Segni, quando verso il Colle saliva la marea delle
accuse di golpismo, che durò dalla torbida estate 1964 alla
incriminazione di Francesco Cossiga per attentato alla
Costituzione presentata dai parlamentari del Partito comunista
italiano: una tra le pagine più tristi della storia d’Italia. Come già
non avesse sofferto l’indicibile quando da ministro dell’Interno patì
il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, Cossiga dovette bere anche
quell’amaro calice.
Tito Lucrezio Rizzo, Consigliere Capo Servizio della Presidenza
della Repubblica, passa in rassegna i Capi dello Stato sulla scorta di
vasta letteratura, copiosa documentazione e con il rigore di
giureconsulto e docente in Scienze criminologico-forensi alla Sapienza
di Ronma, autore di saggi quali Le ragioni del diritto
(Gangemi), tradotto anche in cinese. Nella prefazione Gaetano Gifuni
ricorda che Vittorio Emanuele Orlando deplorò la “specie di
sfiducia anticipata” dei costituenti nei confronti del Capo dello
Stato, tanto che “si può dire che non rappresenti più nulla”. Eppure il
Quirinale rimane “una sorta di faro nella tempesta” in un Paese che,
dicono i “sondaggi”, ha sempre meno fiducia nei partiti (vecchi, nuovi,
novelli, novizi…) e sempre più attende un “Principe”, come scriveva
Niccolò Machiavelli. La diffusa fiducia dei cittadini nel Capo
dello Stato evoca quella d’antan verso la Monarchia: un bisogno
profondo di certezze che la subordinazione del Colle ai partiti (sinora
scongiurata) manderebbe in polvere.
Aldo A. Mola
(*) L’opera di Tito Lucrezio Rizzo viene presentata alle 18
dell’8 novembre a Roma (Palazzo Alfieri, p.za del Gesù 49) da Mario
Segni, Nicola Merzagora, Paolo Leone e Fabio Grassi Orsini.
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| DATA: 03.11.2012 |
IL
SECOLO D'ITALIA INTERVISTA ALESSANDRO SACCHI
A
pagina 6 (con richiamo in prima) dell'edizione di giovedì 31 ottobre
2012 del quotidiano "Il Secolo d'Italia" è pubblicata un'intervista
fatta dalla
giornalista Désirée Ragazzi al Presidente Nazionale U.M.I. Alessandro
Sacchi.
Dal 23 al 25
novembre si terrà a Roma il congresso nazionale dell'Umi. Il presidente
Alessandro Sacchi: «Seguiamo l'esempio delle democrazie più riuscite
del mondo».
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| DATA: 31.10.2012 |
4
NOVEMBRE FESTA DELL’ ITALIA E DEGLI ITALIANI

Il masochismo storiografico e giornalistico in questi ultimi
decenni ha dimenticato di celebrare la ricorrenza del 4 Novembre 1918 o
quanto meno ne ha ridotto il suo significato. Nell’immaginario
collettivo colpisce di più la sconfitta di Caporetto. In effetti essa
rappresenta la disfatta per eccellenza, anche nel gergo comune è
divenuto sinonimo di sconfitta. Ma perché quando vinciamo una partita o
una competizione sportiva non diciamo “E’ stata una vittoria di
Vittorio Veneto”?. La spiegazione è semplice: siamo masochisti!
Preferiamo ricordare le cose che ci fanno più male, è un vizio italiano
quello di piangerci addosso e di non godere delle vittorie. Ma è solo
masochismo?... Cerchiamo di sviscerare bene la questione. La data 4
Novembre 1918 rappresenta la tappa finale di un epopea risorgimentale
che portò l’Italia all’unità geografica, quella degli odierni
confini per intenderci. La vera e definitiva unità si realizzò proprio
in questa data, è solo dopo questa data che ci potemmo sentire liberi
dallo straniero e ci potemmo sentire una Nazione a tutti gli effetti.
Il popolo italiano diede buona prova di sé in quel frangente, è vero ci
fu anche Caporetto ma fu solo una tappa, poi l’Esercito italiano si
ricompattò e vinse la guerra. I soldati che combatterono quella guerra
provenivano da diverse regioni d’Italia, parlavano dialetti differenti
ma avevano una idea in comune, scacciare lo straniero oltre il confine,
fu una straordinaria prova di unità quella... ma allora perché non
celebrare degnamente quella data così gloriosa? È possibile che ci sia
solo del masochismo? Si dice da più parti che la sua trascuratezza sia
dovuta al fatto che oramai quei fatti sono troppo lontani nel tempo e
non importi più a nessuno ricordarli, una spiegazione questa poco
convincente a mio avviso perché come si fa a non ricordarsi delle
proprie origini? La spiegazione va ricercata sul piano delle
motivazioni strettamente contestuali a quel periodo e su chi la
realizzò quell’unità. Essa infatti fu voluta e realizzata dal Re
Vittorio Emanuele III che andò a combattere in prima persona quella
guerra, e la vinse! Forse è questo il vero motivo per cui non si vuole
ricordare quella data? Perché quella data rappresenta una vittoria
della Monarchia? Come al solito si preferisce accusare Vittorio
Emanuele III di aver contribuito a portare il fascismo al governo (cosa
peraltro non veritiera in quanto fu il parlamento che votò la fiducia
al fascismo, il Re non poteva che prendere atto della nuova
situazione), ma non si vuole riconoscere che fu proprio lui a ultimare
l’unità d’Italia. In periodi come quelli che stiamo vivendo
contrassegnati da un generalizzato degrado morale e uno scarso
attaccamento alla Patria ricordare il 4 Novembre, può rappresentare un
deterrente e un monito a quelle spinte separatiste e disfattiste
presenti oggi nel nostro Paese. Per questi motivi il 4 Novembre deve
ritornare festa nazionale perché è festa dell’Italia e degli italiani.
Roberto Carotti - Coord. Prov.le U.M.I.
Ancona
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| DATA: 31.10.2012 |
DRAPPO
NERO SULLA TARGA IN MEMORIA DI RE UMBERTO

Roma - Il neonato Largo Umberto, a meno di 48 ore
dall’inaugurazione, è già stato testimone di un gesto tanto
improvvisato quanto patetico. Esponenti di un’associazione di sinistra
vicina al movimento di Vendola, tale Roma Futura, hanno coperto la
targa commemorativa del quarto Re d’Italia con un drappo nero e con un
cartello dove si definiscono antifascisti, antimonarchici e amanti
della Costituzione. Ognuno ha i propri valori, per carità! È già andata
bene che non abbiano imbrattato la targa o, peggio ancora, divelta come
è solita fare la sinistra extraparlamentare quando scende in piazza. Il
problema sono le dichiarazioni, ricche di semplicistica retorica e
triviale pressapochismo storico, diffuse per rivendicare il gesto
simbolico: «I Savoia hanno condiviso con il fascismo i peggiori
crimini del Novecento. Hanno tenuto a battesimo il regime mussoliniano,
dissociandosi dal comune destino soltanto a guerra persa. È
inaccettabile quindi che Roma Medaglia d'Oro della Resistenza intitoli
ad esponenti monarchici luoghi pubblici. Alemanno può annoverare tra le
vergogne del suo mandato anche l'omaggio a figure che hanno contribuito
a scrivere le peggiori pagine della nostra storia. Nella nostra idea di
Roma futura non ci saranno spazi per ricordare le vergogne del
Ventennio».
I “dotti” contestatori, evidentemente, non hanno la minima idea di chi
siano stati Umberto II e Maria José e lo dimostrano con le insensate
dichiarazioni. Senza dubbio ignorano anche che Roma, nel 1946, votò
compatta per la Monarchia con una netta maggioranza tanto nel Comune
quanto nella provincia. Ma l’importante è protestare, anche quando si
prende un’evidente cantonata.
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| DATA: 30.10.2012 |
ROMA:
LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ

Lo scorso 27 ottobre, l’Amministrazione Comunale di Roma
Capitale ha dedicato agli ultimi due Sovrani d’Italia, il Re Umberto II
e la Regina Maria José, un largo ed un viale all’interno del parco di
Villa Ada, già Villa Savoia. All’interno del parco, a poche centinaia
di metri dal neo piazzale Umberto II, si erge magnifica Villa Savoia,
ora sede dell’Ambasciata d’Egitto per volontà di Re Umberto II che così
ringraziò il Re Farouk per aver dato ospitalità al Re Vittorio Emanuele
III, riparato nello stato nord-africano dopo l’abdicazione. Piazzale
Umberto II è adiacente ad uno dei cancelli di ingresso del parco sulla
via Salaria ed il viale dedicato alla Regina vi è attiguo. 
La cerimonia di intitolazione ha visto la partecipazione del
Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, oltre che di numerosi romani.
Anche se tardivo, in una Roma dove si dedicano vie, piazze e ponti a
chiunque, fa piacere che qualcuno si sia ricordato di figure primarie
per la storia d’Italia come Re Umberto e la Regina Maria José… Certo,
una via la si rende viva quando qualcuno vi dimora o quando qualche
attività vi ha sede. Così non sarà per questi seppur suggestivi e
caratteristici spazi del secondo parco più grande di Roma. Siamo certi
che per i romani che affollano quelle zone, soprattutto nei giorni
festivi affinché possano stare in contatto con la natura, sarà
un’immagine piacevole e pacificatrice. Vada quindi il nostro plauso ai
promotori dell’iniziativa ma non possiamo  non
rammaricarci per il fatto che “Villa Savoia”, già acquistata dal Padre
della Patria nel 1872 e dimora della Famiglia Reale dal 1904 al 1946,
continui a venire chiamata “Villa Ada”, nome di transizione utilizzato
per qualche decennio alla fine dell’800, e prontamente ripristinato nel
dopoguerra per eliminare ogni riferimento alla Dinastia che fece
l’Italia. In un’ottica di questo genere l’intitolazione dei due
“sentieri” ai Sovrani italiani sarebbe stata più credibile e rispettosa
della storia, così invece ne viene svilito il significato.
Villa Savoia, oggi sede
dell'Ambasciata d'Egitto.
In alto il largo dedicato
ad Umberto II.
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| DATA: 29.10.2012 |
90
ANNI DOPO LA “MARCIA” CHE NON CI FU
MUSSOLINI: UN GOVERNO DI UNIONE NAZIONALE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 28.10.12

Il 28 ottobre del 1922 non ci fu affatto la “marcia su Roma”.
Contrariamente a quanto tanti ripetono (è il caso di Emilio Gentile, E
fu subito regime, Laterza; e Antonio Di Piero, Il giorno che durò
vent’anni, Mondadori) neppure il 30 ottobre 1922, quando il re nominò
il governo, segnò l’avvento della dittatura (mai esistita in
Italia), di totalitarismo, leggi razziali del 1938 e tutto quello che
viene addebitato al fascismo quale “Male Assoluto”: una giaculatoria
infantile.
Il 28 ottobre il governo era presieduto da, Luigi Facta, un
avvocato di Pinerolo dalla mentalità di contabile, ed era formato da
liberali, cattolici (partito popolare) e democratici sociali, guidati
dal siciliano Antonio Colonna di Cesarò, un duca massone e
appassionato di teosofia come il “fratello” Giovanni Amendola,
ministro delle Colonie. Dopo quattro anni di guerra civile strisciante
l’Italia era al bivio. Le sinistre (comunisti, socialmassimalisti e
socialisti unitari di Filippo Turati e Giacomo Matteotti) continuavano
a ripetere litanie contro lo Stato reazionario e borghese. Il
fascismo era un caleidoscopio di uomini e idee senza capo né
coda, a parte il trentanovenne Benito Mussolini, già
socialmassimalista, che alternava azzardo e cautele. A metà ottobre
Mussolini mobilitò i “fasci di combattimento” per ottenere l’ingresso
al governo. Re Vittorio Emanuele III chiese invano a Facta di convocare
il Parlamento che si era radunato solo il 7 agosto per dare una
striminzita fiducia al suo secondo governo. Il 27 le squadre fasciste
passarono all’azione, ma l’Esercito attuò le misure pronte da un mese e
le fermò a ottanta chilometri da Roma. Era autorizzato a usare le
armi e ad arrestare i capi dell’eventuale insurrezione.
Ma la sera del 27 il governo decise di dimettersi. Poi i
ministri, Facta e Soleri in testa, andarono a dormire. Tirati giù dal
letto in piena notte deliberarono di proporre al re la proclamazione
dello stato d’assedio, comportante Tribunali Militari Straordinari e
codici di guerra, lo diramarono a prefetti e alti comandi e lo
affissero alle cantonate. Una follia, sia perché l’ordine pubblico era
sotto controllo sia perché i fascisti volevano la restaurazione della
dignità dello Stato. Fatta la frittata, Facta portò il decreto al re,
che rifiutò di firmarlo, non per timore del duca d’Aosta o di dubbia
lealtà dei militari. In realtà non ce n’era alcun bisogno. A quel punto
il presidente dimissionario dovette smentire se stesso: un caso senza
precedenti. Vittorio Emanuele III fece fronte da solo. Non poté
contare su Giovanni Giolitti, l’unico statista veramente capace,
invitato a Roma solo il 28 mattina. Ottantenne, raffreddato, rimase a
Cavour, aggirato da Facta. Altrettanto fece il cattolico Filippo Meda,
fermo a Milano. Nessun socialriformista o democratico si fece vivo col
re. Tutti i politici da lui consultati dissero che
bisognava formare il governo con i fascisti. Dopo varie
tergiversazioni, il sovrano chiamò a Roma Mussolini, che vi arrivò il
30 mattina, la sera gli presentò la lista dei ministri. In viaggio
depennò il socialista Gino Baldesi e il liberista Luigi Einaudi.
Il 31 prestò giuramento.
Il Governo Mussolini fu di unità nazionale. Oltre al duce
comprese appena tre fascisti, affiancati da nazionalisti, liberali,
come il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera, popolari, democratici
sociali e l’indipendente Giovanni Gentile, tutti costituzionali,
incluso il sottosegretario Giovanni Gronchi futuro presidente della
Repubblica. All’opposizione rimasero repubblicani, socialisti,
comunisti e qualche liberale malcontento. Lo stesso giorno, finalmente
ammessi in Roma e preceduti dalla Banda musicale della Città Eterna
come in una sagra di paese, gli squadristi sfilarono da Piazza del
Popolo alla Stazione Termini e se ne partirono. 
Il 1° novembre il governo si insediò. Mussolini
assicurò che entro 24 ore tutto sarebbe tornato nella norma.
Dette dieci giorni di tempo ai ministri per presentare il programma dei
rispettivi dicasteri: tagli alle spese. Veri e subito. Il governo
ottenne i pieni poteri per riformare la pubblica amministrazione,
invano chiesti da Giolitti. Per aumentare lo stipendio dei magistrati
rinviò la fusione della quadriga in bronzo solo molto deopo issata sul
Palazzaccio di Giustizia (oggi sede della Corte di Cassazione).
Rifiutò la nominatività dei titoli.
In due mesi con Giovanni Gentile all’Istruzione e De Stefani alle
Finanze, il governo fece quel che non era stato fatto in quattro anni.
Ebbe il consenso di industriali, banche, chiesa cattolica, sindacati.
Di tutto fu regista Vittorio Emanuele III che evitò la guerra civile.
Il 4 novembre all’Altare della Patria l’Italia festeggiò l’anniversario
della Vittoria senza bisogno di d’Annunzio, messo fuori scena
dalle cannonate di Giolitti su Fiume e dall’abilità di Mussolini, il
“lesto-fante” (appellativo dannunziano) che lo surclassò. Il 5 il re
tornò a San Rossore. L’Italia era tranquilla. Il 16 novembre la Camera
eletta il 15 maggio 1921 dette 306 voti al governo Mussolini:
stragrande maggioranza. Così fece il Senato. Era la continuità dello
Stato, non il “regime”, che albeggiò due anni dopo.
Mussolini si affermò per anni di errori altrui, molto più
che per superiorità propria. E sino al 3 gennaio 1925 la partita rimase
aperta.
Aldo A. Mola
(*) Martedì 30 ottobre
viene presentato ai Martedì Letterari del Casinò di Sam Remo il libro
curato da Aldo A. Mola Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce.
Inediti sulla crisi del 1922 (Edizioni del Capricorno), che pubblica i
verbali sinora inediti dei governi Facta e dei primi mesi del governo
Mussolini, telegrammi dell’Ufficio Cifra del Ministero dell’Interno,
il diario della Casa Militare del Re: giorno dopo giorno, ora
dopo ora la vita di Vittorio Emanuele III e saggi di Antonino Zarone e
GianPaolo Ferraioli. Una novità ghiottissima.
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| DATA: 28.10.2012 |
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 21.10.12

Furono il toscano Giosue Carducci e il romagnolo Giovanni
Pascoli a scrivere i versi più memorabili sul Vecchio Piemonte,
quello che “fece l’Italia” con i suoi re, i cospiratori e gli
esuli, mazziniani e garibaldini, giovani e meno giovani
dalla vita un po’ disordinata ma che, al momento giusto,
accettarono le redini e le staffe della monarchia: il siciliano
Francesco Crispi e gli emiliani e romagnoli Luigi Carlo
Farini, Manfredo Fanti, Enrico Cialdini. Malgrado sorrisi ironici,
l’ode Piemonte sopravvive al crepuscolo della scuola.
Ma chi è “Zvanì” Pascoli? Poeta sommo della Nuova
Italia, forse tra i più sublimi del Novecento. Vittima, con tutta la
sua famiglia, dell’assassinio di suo padre Ruggero,
amministratore della tenuta dei principi Torlonia a San Mauro, il 10
agosto 1867. Venne ammazzato da chi voleva prenderne il posto e allo
scopo usò due manutengoli, drappeggiati da repubblicani. Liberate dal
giogo del Legato pontificio, le Romagne ne subivano un altro: la guerra
sociale strisciante contro proprietari e uomini d’ordine. Quelle
plaghe rimasero teatro di delitti e infamie. Profondo Nord. Non
per caso, il primo maxiprocesso della storia d’Italia non fu
celebrato in Sicilia ma a Bologna contro la “associazione di
malfattori”, iceberg della “setta degli accoltellatori: un
mondo che arrivava e sarebbe andato lontano drappeggiando come
anticlericalismo l’ odio contro la borghesia e la ricerca di profitto
personale a soddisfazione di istinti inferiori.
Giovanni Pascoli rimase schiacciato dall’assassinio del
padre, che quasi portò Oltretomba sua moglie e molti dei dieci
figli. Una tragedia. Sopravvissero lui, Ida, Maria (Mariù) e
Raffaele (Falino), che ebbe vita disordinata. Nel collegio
dei padri Scolopi a Savignano sul Rubicone e all’Università di
Bologna, ove studiò lettere grazie alla meritata borsa di studio
Giovanni bevve calici amari. Come ad Andrea Costa, internazionalista
ma dal 1882 primo deputato “rivoluzionario”, fu folgorato
dal socialismo, il “sol dell’avvenire”: insegna dieci anni prima
ideata da Giuseppe Garibaldi. Socialismo per Pascoli significava libero
pensiero, progresso civile, soccorso ai bisognosi e
“dimenticati”, come egli si sentì’ per tutta la vita. Allievo a Bologna
di Giosue Carducci, che in pochi anni ridestò l’Università
e ne fece faro della Terza Italia, con altri giovani Pascoli cercò di
spiegare le radici dell’attentato al re compiuto dal cuoco Giovanni
Passannante con un innocuo coltellino. Arrestato, detenuto tre
mesi e processato, Zvani fu assolto. Riprese gli studi e
divenne…Pascoli. Dalle cattedre liceali di Matera, Massa e Livorno
passò alle universitarie e nel 1905 ereditò a Bologna quella di
Carducci, alla cui morte prese sulle spalle la “canzone dell’Italia”,
altrimenti monopolio di Gabriele d’Annunzio. Lavorò ai Poemi del
Risorgimento, un’opera dimenticata nel 150° dell’unificazione
italiana, forse perché prova che il socialismo umanitario
otto-novecentesco non è antinazionale ma capace di patriottismo,
come già avevano insegnato Garibaldi e Carducci. Pascoli non ebbe
nessuna tessera se non quella di Poeta, cioè la tessera
dell’Universo, contemplato a Livorno, a Castelvecchio di Barga,
nel breve ritorno a San Mauro, nella sua “Romagna solatia”. Anziché
subire la tessera di partiti-chiese (cioè vincolanti), Pascoli
cinse i fianchi con il grembiale di massone, nella loggia “Rizzoli” di
Bologna. Venne iniziato con procedura speciale (settembre 1882,
un anno prima dell’ingresso di Andrea Costa nella “Rienzi di Roma)
perché in partenza pe Matera, da operaio della parola. Libero pensatore
portò sempre con sé quel breve passaggio tra le colonne: da un luogo
qualsiasi all’Universo, un “pavimento” bianco e nero e la volta
stellata. Come ricorda Adele Cencetti in Giovanni Pascoli:
una biografia critica (Le Lettere), tante volte Zvanì lasciò
trapelare la conoscenza del cifrario massonico. Lo dicono i versi
sull’incontro tra Garibaldi e Mazzini: “Tre colpi all’uscio. Era un
fratello. Avanti…”.
Carducci scrisse che le “sette” erano state necessarie
all’unificazione. Pascoli andò oltre. Celebrò Carlo Alberto di
Savoia come“re dei Carbonari”. Cercò documenti. Colse bene la
dimensione europea del liberalismo. E capì che esso doveva fondersi con
il socialismo umanitario. Lo disse nel discorso sulla guerra per la
sovranità dell’Italia su Libia e Cirenaica: “La grande proletaria si è
mossa…”. Era il 1911, l’anno in cui scrisse in latino l’ Inno
a Roma.
Pascoli solo “fanciullino”? In quale senso? Le sue grandiose
visioni della storia, l’identificazione di Napoleone con Pan, la
Natura, la Vita vanno molto oltre la piccola Belle Epoque che
mescolò egoismi con esordio della finanza internazionale, la
prima crisi borsistica con ricadute sulla produzione industriale,
conflitti sociali esasperati, lo sciopero generale del 1904, la
rivoluzione russa del 1905…. Esse additano mete, grondanti di sangue e
di duri sacrifici, come era stata la sua vita. Malgrado lo sforzo
linguistico talora affatichi l’efficacia poetica dei suoi
componimenti “storici” (è il caso dei Poemi italini e canzoni di Re
Enzio) Pascoli rimane voce vivida. Perciò è davvero singolare
che, appena insediato al ministero dei Beni Culturali, Ornaghi, già
rettore dell’università Cattolica, si sia affrettato ad azzerare il
progettato Comitato nazionale per il centenario della morte di
Pascoli, un omaggio che poteva essere a costo zero per un gigante che
non ebbe il Nobel ma vinse tredici medaglie d’oro ai concorsi di
poesia in latino banditi dall’Accademia di Amsterdam. Ne vendette
alcune per acquistare la casetta nel verde di Castelvecchio per
sé e la sorella Mariù, due passi dalla cappella ove i due infelici
riposano: cattolicissima lei, libero pensatore lui, passato
all’Oriente Eterno senza bisogno di speciale viatico. L’aveva avuto
dalla vita.
Malgrado l’oblio del ministero (che poi vuol dire del governo, dello
Stato!), non tutti dimenticano il grande poeta della memoria
individuale e collettiva , dei popoli e dell’umanità. Chissà se vorrà
ricordarsene il Vecchio Piemonte che gli ispirò Ciapin,
commossa evocazione del maggiore monregalese Giuseppe Galliano,
eroe di Macallè, morto ad Adua come i generali Giuseppe Arimondi, di
Savigliano, e Giuseppe Ellena, saluzzese? (*)
Aldo A. Mola
(*) Ieri Giovanni Pascoli
è stato evocato nella sua nativa San Mauro in un convegno promosso
dalll Gran Loggia d’Italia con relazioni dell’ex sindaco Gianfranco
Miro Gori, Antonio Faeti, Umberto Sereni, Sergio Ciannella e Aldo
A. Mola (Pascoli oratore e massone: costituzione e destino della Terza
Italia). Conclusioni di Luigi Pruneti.
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| DATA: 25.10.2012 |
L’ITALIA
PRENDA ESEMPIO: IN SERBIA TUMULATE LE SALME DEI REALI SEPOLTI ALL’ESTERO
La
Serbia ha dato una dimostrazione di evoluzione e di pacificazione
nazionale accogliendo ufficialmente e con tutti gli onori le salme del
Principe Paolo Karadjordjevic, reggente del Regno di Jugoslavia dal
1934 al 1941, della moglie Principessa Olga e del figlio Principe
Nicola.
Lo scorso 6 ottobre a Belgrado le salme Reali, che finora riposavano
nel cimitero di Bois-de-Vaux a Losanna, sono state accolte dalla
Famiglia reale di Serbia, guidata da S.A.R. il Principe Alessandro, dal
Presidente serbo Tomislav Nikolic, da molti parlamentari, da
rappresentanti della Chiesa Ortodossa Serba e da autorità civili e
militari. Al solenne evento vi è stata un’imponente partecipazione
popolare. I Principi sono stati tumulati a Oplenac, nella Serbia
centrale vicino alla città di Topola ,nella Chiesa di San Giorgio che è
il mausoleo della Famiglia Reale Serba. Le bare che trasportavano i
resti dei Principi erano coperte dalla Bandiera Reale e scortati da
militari dell’esercito serbo in alta uniforme.
Al termine del solenne rito funebre, prima della tumulazione, si sono
tenuti dei discorsi commemorativi. Il Presidente Serbo che ha
sottolineato che la Serbia, con questa tumulazione, si è sollevata di
un gran peso. S.A.R. la Principessa Elisabetta, figlia del Principe
Paolo e della Principessa Olga, ha ringraziato Nikolic per aver risolto
la grave ingiustizia dell’esilio delle salme.
Il Capo della famiglia Reale Serba, S.A.R. il Principe Alessandro, ha
detto: “Questo è un momento storico sia per la nostra famiglia che per
la nostra nazione. Il mio defunto padre, il Re Pietro II, che
purtroppo ancora riposa all'estero, parlava sempre con gentilezza e
affetto del Principe Paolo e della Principessa Olga. Ho cari ricordi
d’infanzia legati agli incontri avuti con loro. Oggi, con questo
solenne e triste evento, dobbiamo tutti stringerci in preghiera, ai
piedi della bara di questo grande statista e patriota, per l'unità e la
prosperità della nostra Serbia”.
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| DATA: 19.10.2012 |
LA
BANDIERA DEL REGNO SULLA CIMA DEL KILIMANGIARO
La
gloriosa Bandiera del Regno d’Italia ha raggiunto una nuova ambitissima
vetta: quella del Kilimangiaro che, con i suoi 5895 metri di altezza, è
la montagna più alta del continente africano.
Il merito di aver portato il vessillo sabaudo in Tanzania è di Manfredi
Landi di Chiavenna, che si è recato in compagnia dell’amica Ana Relic
lo scorso 10 agosto sulla cima del famoso monte.
Manfredi è figlio dell’On. Giampaolo Landi di Chiavenna, già deputato
per due Legislature e già
Segretario regionale lombardo della Gioventù Monarchica del PDIUM, da
sempre amico dell’U.M.I. Un ringraziamento alla Marchesa Margherita
Landi di Chiavenna, che ci ha inviato la foto che ritrae il figlio e
complimenti ai giovani per l’alto valore simbolico dell’impresa!
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| DATA: 18.10.2012 |
IN
LIBRERIA: UN PRINCIPE NELLA BUFERA
IL DIARIO DI FRANCESCO di CAMPELLO
 Ufficiale
di ordinanza di Umberto di Savoia dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno
1944, il conte Francesco di Campello, amico d’infanzia del Principe,
gli fu sempre vicino raccogliendone le confidenze e sollecitandolo a
recitare una parte attiva. Il diario è un documento eccezionale su
Umberto, uomo e principe, ma anche una testimonianza suggestiva su
tutto un mondo, monarchico e conservatore, cresciuto nel culto degli
ideali risorgimentali e della tradizione liberal-nazionale.
Le pagine dedicate all’8 settembre e ai giorni successivi costituiscono
una fonte attendibile, la più puntuale e minuziosa, ricca di
particolari inediti, forse quella definitiva, sugli avvenimenti che
portarono al trasferimento del Re e del governo nel Sud. Esse, al tempo
stesso, offrono una drammatica e colorita rappresentazione del clima
caotico, della confusione, del senso di smarrimento, delle paure che
regnavano in quelle ore, a tutti i livelli, nelle alte sfere
governative, nelle gerarchie militari, negli ambienti della Corte.
Esse, mettono in luce, fra l’altro, l’emarginazione di Umberto da ogni
scelta decisionale e ne sottolineano il dramma interiore di fronte alla
partenza precipitosa da Roma decisa da Badoglio. Campello rivela in
proposito come fosse stato persino predisposto un piano per il rientro
in aereo di Umberto a Roma, che non fu possibile portare a termine per
l’opposizione dei Sovrani e di Badoglio.
Illuminanti sono anche le pagine che rivelano i giochi politici durante
il Regno del Sud e svelano le trame per cercare di imporre al Re la
reggenza: un progetto, questo, poi superato con la Luogotenenza. Non
meno suggestive le annotazioni, fitte di giudizi in qualche caso
impietosi, sui comandanti e sulle autorità alleati oltre che su uomini
politici italiani di tutti gli schieramenti.
Francesco di Campello (1905-1983) appartenente a una illustre famiglia
legata alla Casa Reale seguì la carriera militare, dapprima, in
Cavalleria e, poi, nella Regia Aeronautica. Al fianco di Umberto nel
periodo del Regno del Sud, rifiutò di prestare giuramento alla
repubblica nel 1946, si occupò della Federazione Pugilistica Italiana e
fu presidente del Circolo della Caccia, una delle istituzioni più
antiche e simboliche della Capitale.
Francesco di Campello
Un Principe nella
bufera
Diario dell’ufficiale di
ordinanza di Umberto 1943-1944
Prefazione di Francesco Perfetti
Editrice "Le Lettere" - Il filo della memoria
ISBN 9788860875624
Anno 2012 Pagg. 128 € 15,00
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| DATA: 16.10.2012 |
CAMBOGIA:
IL RE SIHANOUK MORTO A PECHINO
 Phnom
Penh, 15 ott. (Adnkronos/Dpa) - Il penultimo Re della Cambogia, Norodom
Sihanouk, è morto a Pechino per cause naturali all'età di 89 anni. Il
figlio Norodom Sihamoni, attuale Sovrano della Cambogia, si recherà in
Cina per accompagnare il rimpatrio della salma, ha reso noto il
ministro degli interni Khieu Kanharith. I funerali si svolgeranno in
Cambogia. Da anni a Pechino per cure mediche, Sihanouk è stato una
figura centrale nella storia del suo Paese per più di 60 anni.
Esponente della Famiglia Reale, fu incoronato Re nel 1941 alla morte
del nonno, durante il dominio coloniale francese. Dopo la guerra fu fra
i promotori dell'indipendenza, che giunse nel 1953. Il suo Regno fu
rovesciato nel 1970 dal colpo di Stato di Lon Nol, sostenuto dagli
americani. Il Sovrano si appoggiò alle forze della resistenza, la
principale delle quali furono i Khmer Rossi, che poi presero il potere
nel 1975. Siahnouk ritornò allora a Phnom Penh ma rimase prigioniero
nel suo palazzo mentre i Khmer Rossi avviavano un delirante e
sanguinario regime filomaoista che porterò alla morte di 1,7 milioni di
cambogiani, fra cui diversi membri della Famiglia Reale, deceduti per
gli stenti nei campi di lavoro o uccisi nelle carceri. Dopo l'invasione
vietnamita del 1979, che mise fine al regime, Sihanouk chiese il ritiro
delle truppe straniere e fu una delle figure centrali dell'accordo di
pace di Parigi del 1991 che portò alle elezioni due anni dopo. Dopo il
voto, Sihanouk tornò sul trono, ma abdicò nel 2004 a causa delle sue
condizioni di salute. Da allora ha trascorso lunghi periodi di cure a
Pechino. Secondo il vice primo ministro Nhek Bun Chhay, segretario
generale del partito monarchico Funcipec, l'ex Sovrano è deceduto per
un attacco di cuore. La sua scomparsa giunge proprio in occasione
dell'annuale ricorrenza cambogiana in cui le famiglie ricordano i loro
morti.
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| DATA: 15.10.2012 |
VECCHIO
PIEMONTE TRA COSTITUZIONE DI CADICE E DI SICILIA
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 14.10.12

La Spagna festeggia duecento anni dalla costituzione deliberata a
Cadice nel 1812. Fernando VII di Borbone era stato
spodestato dai marescialli di Napoleone, che impose re suo fratello
maggiore, Giuseppe. Murat aveva schiacciato la ribellione dei
madrileni, passati per le armi come fotografò Francisco Goya nel
celebre “Dos de mayo”. Contro il dominio straniero e i suoi alleati
(gli “afrancesados”), gli spagnoli insorsero: una guerriglia eroica,
feroce, condotta con l’aiuto peloso degli inglesi ai quali interessava
la sconfitta di Napoleone, non la libertà della Spagna. Radunati a
Cadice, in Andalusia, i deputati (Cortes) discussero e approvarono la
Carta che proclamò la sovranità della nazione e istituì un Parlamento
monocamerale e invocò l’unione morale tra istituzioni e cittadini,
chiamati a essere probi e virtuosi. Quando già molti pensavano
che l’Europa finisca con i Pirenei, la Spagna balzò al centro della
vita politica, nel segno delle libertà. Ma con la restaurazione del
1814 Fernando VII sospese la Costituzione. Cessò di essere il re
“Desiderato” e retrocesse a tiranno, mentre le colonie americane
spezzavano le catene e dalla Terra del Fuoco al Messico si
battevano per l’indipendenza guidate da Iturbide, Bolivar,
Miranda, San Martin, iniziati in logge lautarine. Nel gennaio 1820 un
pronunciamento di militari impose il ripristino della Costituzione di
Cadice, L’esempio dilagò, Ne venne positivamente contagiata l’Italia,
dove la Restaurazione da cinque anni soffocava ogni aspirazione
di libertà con arresti, torture, carcere duro, supplizi. A differenza
della Spagna, nel ventennio franco-napoleonico l’Italia aveva
conosciuto una ventina di regimi costituzionali, che avevano lasciato
il segno. Ferdinando IV di Borbone su pressione dell’inglese William
Bentick nel 1812 promulgò una costituzione che mise su carta il modello
inglese, calzante per la Sicilia: parlamento bicamerale (una camera dei
comuni e una dei Pari, come i lord britannici) ma religione
esclusivamente cattolica. Dunque non mancavano modelli “locali”. Nel
luglio 1820 carbonari (centinaia di migliaia) e massoni (pochi ma
decisi) scatenarono un moto che impose la costituzione di Cadice,
giurata da Ferdinando e da suo figlio, Francesco duca di Calabria. La
Santa Alleanza rispose con una spedizione per ripristinare
l’assolutismo, d’accordo con il re spergiuro. Proprio quando gli
Austriaci, braccio armato della reazione in Europa, stavano irrompendo
nel Mezzogiorno, anche a Torino i liberali si mossero e chiesero
la Costituzione di Cadice. Vittorio Emanuele I di Savoia preferì
abdicare. Passò la corona al fratello, Carlo Felice, temporaneamente
assente e nominò Reggente il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia,
parente di tredicesimo ma successore designato
in assenza di eredi maschi. Carlo Alberto concesse la
costituzione, ma con due riserve: successione solo mascolina (legge
salica) secondo le leggi della Casa (in vigore tuttora) e la
libertà di professare i culti ammessi: valdesi (e protestanti) ed
ebrei sia pure con tanti vincoli. Santorre di Santa Rosa, ministro
della Guerra, avrebbe preferito la costituzione siciliana del
1812, più equilibrata; ma la spagnola sembrò più
“democratica” e calzante. Bisognava agire anziché discutere. Sennonché
Carlo Felice sconfessò Carlo Alberto e gli austriaci marciarono per
reprimere. Per non farsi invadere il regno a tempo indeterminato da un
“alleato” ingombrante, anche molti liberali accettarono il ritorno alla
monarchia amministrativa, senza costituzione. I compromessi nei moti
furono processati. Una settantina vennero condannati a morte, ma solo
un paio di militari vennero suppliziati. Militari,
ecclesiastici, professori e liberi professionisti furono i più
colpiti. I più scamparono in esilio. Fu il caso del saluzzese
monsignor Bernardo Marentini, massone, presidente della Giunta di
governo del marzo 1821, che riparò a Lione. Altri andarono
in Spagna e Portogallo per combattere nelle file liberali. Santa Rosa,
esule e incarcerato tra Svizzera e Gran Bretagna (ove già era esule Ugo
Foscolo), nel 1825andò volontario come lord Byron a difendere i greci
in lotta per l’indipendenza contro i turchi e morì a Sfacteria.
Quasi trent’anni dopo, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulgò lo
Statuto. Più sintetico e limpido della costituzione di Cadice e di
quella siciliana del 1812, esso fu incardinato sull’uguaglianza dei
cittadini dinnanzi alle leggi. Con un parlamento bicamerale, il regno
di Sardegna si candidò a guidare la lotta per l’Italia indipendente,
unita, libera. L’esperienza del 1820-21 non era rimasta sterile. Perciò
è giusto ricordare anche in Italia il bicentenario della costituzione
di Spagna e gli italiani caduti nella campagna di Russia duecento anni
orsono, quando, nella tremenda ritirata essi si batterono da leoni
(come poi scrisse Giacomo Leopardi, scoprirono di avere una propria
patria e di aver bisogno di un re “nazionale” (*).
Aldo A. Mola
(*) Si conclude oggi a Gibilterra il XIII Simposio del Centro di
studi sulla massoneria spagnola fondato dal prof. José Antonio
Ferrer Benimeli (Un. di Saragozza) e presieduto da José Miguel Delgado
Idarreta (Un. della Rioja). Tra i membri del Comitato scientifico
Andrew Prescott (King’s College), André Combes e Aldo A. Mola.
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| DATA: 13.10.2012 |
LA
PRINCIPESSA MARIA JOSE' TRA BELGIO E ITALIA
 La
Consulta dei Senatori del Regno, tramite il Presidente Aldo A. Mola, ci
ha segnalato l'importante iniziativa culturale, inaugurata in Belgio lo
scorso 4 ottobre al Musée du Cinquantenaire (Parc du Cinquantenaire 10,
B.1000. Bruxelles): La Princesse
Marie José entre Belgique et Italie.
La Mostra è posta sotto l’egida di S.M. la Regina Paola
del Belgio e il Patronato della Fondazione Nazionale Principessa Maria
José. Sono esposti abiti, gioielli e documenti relativi alla terza
Regina d'Italia.
Essa è realizzata dalla Fondazione Umberto II e Maria José
di Savoia, presieduta dal S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di
Savoia, che la Consulta dei Senatori del Regno è onorata di contare tra
i propri Componenti.
Per informazioni visitate il sito ufficiale: www.kmkg-mrah.be
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| DATA: 11.10.2012 |
NOVECENTO
DRAMMATICO NEL GRANDE FLUSSO DELLA STORIA
Editoriale
di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 30/09/12

Maria Gabriella di Savoia “testimone del tempo” all’Acqui 2012. Un
tuffo nostalgico? No. E’ un riconoscimento che fonde storia e
metastoria in simboli, come i nodi sabaudi che intrecciano il presente
al passato remoto, l’Italia all’Europa. La Principessa ha vissuto la
drammaticità del Novecento. Nel settembre 1943, quando aveva tre anni,
sua madre Maria José di Piemonte la trasferì di gran corsa dalla Valle
d’Aosta in Svizzera con il fratellino e due sorelle, la minore di pochi
mesi, sotto l’incubo della cattura ricattatoria de parte di Hitler,
mentre Umberto di Savoia assicurava dal Sud la continuità dello Stato.
La tragica sorte di Mafalda di Savoia, figlia del Re d’Italia e moglie
di Filippo d’Assia, dice quali fossero i rischi: rientrata a Roma dal
funerale del cognato, Boris di Bulgaria, fu catturata da Kappler e
trasferita in campo di internamento in Germania, ove morì, senza nome
sulla tomba. Tre anni dopo, all’indomani del referendum istituzionale
del 2-3 giugno 1946, Maria Gabriella viaggiò nottetempo dal Quirinale
per Napoli e l’esilio in Portogallo. Testimone della storia, dunque; e
anche sua custode, con la Fondazione Umberto II e Maria José, fulcro di
studi su mille anni di storia.
L’edizione 2012 dell’Acqui ricorda che le vicende
individuali sono segmento di percorsi imprevedibili, tronchi
galleggianti nel grande “flusso della storia” come scrisse il maggior
romanziere del Novecento, Riccardo Bacchelli. Lo documenta l’opera di
Giovanni Tassani su Giacomo Paulucci di Calboli Barone (Le Lettere),
per quasi mezzo secolo al servizio della Grande Italia. Massone
(all’epoca era valore aggiunto), asceso ai vertici della diplomazia
quando Mussolini ne fu apprendista, presidente dell’Istituto Luce, che
forgiò l’immagine dell’Italia, nel 1945-46 anch’egli venne iniquamente
“epurato” da chi nell’avvento di Mussolini aveva responsabilità di gran
lunga maggiori delle sue. Non una semplice biografia, dunque, ma un
profilo dello Stato e della sua dirigenza nel secolo di grandi guerre,
rivoluzioni, totalitarismi, settarismi. Un mondo che si riflette
nell’altra opera premiata dall’Acqui 2012: Vita e pensieri (al
plurale!) di Antonio Gramsci (Einaudi), perlustrazione delle lotte tra
ortodossi ed eretici della Terza Internazionale moscovita, con riflessi
sul maggior partito comunista dell’Europa Occidentale, dapprima per
potenzialità sovversiva poi per numero di voti ottenuti allargando le
maglie della rete. Giuseppe Vacca, a lungo presidente dell’Istituto
Gramsci e storico del PCI, vi documenta l’uso che dell’opera di
Gramsci fece Togliatti (anche per ammaliare ex azionisti e crociani di
sinistra e fare “cassa elettorale”).
In Sangue romagnolo. I compagni del Duce (Minerva) Giancarlo
Mazzuca ricorda che l’Emilia-Romagna è seconda solo al Piemonte per le
personalità espresse nell’Otto-Novecento (da Giuseppe Verdi ai dioscuri
della rivoluzione: Mussolini e Pietro Nenni), ma, appunto, è terra
sanguigna, come narra Dario Fertilio in La notte dei fratelli Cervi
(Marsilio). Infine, nel romanzo L’albero del mondo (Fazi) Mauro
Mazza, dal 2009 direttore di Rai 1, trasale alla metastoria
investigando la personalità enigmatica di due protagonisti del
Novecento, Giaime Pintor ed Ettore Maiorana: il primo caduto mentre
tentava di passare il fronte dell’Italia divisa in due, il secondo
misteriosamente scomparso.
L’aveva già detto Benedetto Croce: la storia (forse) non è
scienza ma penetrazione psicologica, intreccio di discipline, opera
d’arte. L’Acqui distingue però nettamente la ricerca scientifica, molto
spesso sofferta, e la divulgazione meritoria (cioè veridica) da
ideologie, polemiche e banale cronaca. E’ quanto fa
riconoscendo Testimoni del Tempo personalità diverse ma consonanti:
Bruno Vespa, Carlo Verdone e Paola Pitagora e premia Mario Cervi con la
Medaglia del presidente della Repubblica: un omaggio al giornalismo di
classe e all’impegno profuso da Cervi per riscattare l’Italia dalla
sconfitta e rianimarvi i principi cardinali della dignità e della
libertà.
Neppure quest’anno sono state presentate opere innovative
sull’unificazione italiana: un terreno appena sfiorato dal 150° del
Regno e ancor tutto da dissodare, come documenta il bel libro di Juri
Bossuto e Luca Costanzo, Le catene dei Savoia (Piemonte in Bancarella),
confutazione della la strage di militari borbonici prigionieri da parte
della Nuova Italia: una leggenda che ha alimentato tante dispute, un
po’ come quella sui fatti di Cefalonia, dramma al quale
Gianfranco Janni ha dedicato un’opera (ed Solfanelli) che meriterà
ampio dibattito (*).
Aldo A. Mola
(*) La premiazione, orchestrata da Carlo Sburlati, Assessore alla
Cultura, e condotta da Elisa Isoardi e Franco Di Mare, ha luogo alle 18
del 20 ottobre al Teatro Ariston di Acqui Terme.
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| DATA: 11.10.2012 |
ISACCO
ARTOM E I RISORGIMENTI D’ITALIA
Editoriale
di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 23/09/12
 L’Italia
è “a tocchi” disse Vittorio Emanuele III a Mussolini quando gli impose
le dimissioni il 25 luglio 1943. Anche oggi par cadere in frantumi e
sfarinarsi in polverina. Perciò va ricordato chi la volle una e libera
e ne curò la gracilità infantile. Dalle origini la Nuova Italia
ha superato difficoltà enormi, grazie a una dirigenza seria, capace di
sacrifici, inclusa la vita. Quel passato fa pegno. Esige rispetto da
chi oggi occupa cariche pubbliche di qualsiasi livello. Farne
memoria non è retorica. E’ dovere civile. Quando il 14 marzo 1861
Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re per voto del
Parlamento, lo Stato non aveva alcun riconoscimento estero. Nessuna
potenza straniera ne aveva davvero voluto la nascita. Meno di tutti
Napoleone III. Nata dalla tenacia di tre generazioni di patrioti,
l’Italia avanzò a piccoli passi. Il 27 marzo 1861 il Regno di Gran
Bretagna e Irlanda accolse Emanuele Tapparelli d’Azeglio come
ambasciatore del Re d’Italia. Venne presto imitato da Svizzera, Grecia
e Stati Uniti d’America. La Francia si decise solo il 25 giugno,
spaventata dalla morte di Camillo Cavour, nel timore che il Regno
neonato venisse azzannato alla gola da repubblicani e rivoluzionari
(Napoleone III non aveva dimenticato le bombe di Felice Orsini). Si
aggiunsero il Portogallo, anglodipendente, l’impero turco e il Regno di
Olanda. Poi la storia segnò il passo. Per l’impero d’Austria l’Italia
non esisteva. Lo stesso valeva per Prussia, Russia (antica protettrice
dei Borbone di Napoli), che la riconobbero nel luglio 1862, proprio
mentre Garibaldi organizzava la sventurata spedizione “Roma o Morte”,
che rischiò l’isolamento di Vittorio Emanuele II, accettato solo se
garante della pace e dell’ordine. La Spagna (Isabella II era della
stessa Casa di Francesco II, lo spodestato Re delle Due Sicilie), i
Regni di Sassonia, Baviera e altri attesero tre anni. Mentre cementava
il Paese con sforzo titanico oggi dimenticato la dirigenza
politica (Ricasoli, toscano; Minghetti, bolognese; La
Marmora e Quintino Sella, piemontesi; Visconti Venosta, lombardo; De
Sanctis e un lungo stuolo di meridionali) seguirono il pensiero di
Giuseppe Garibaldi: erigere i muri della casa prima di discuterne
i colori. L’Italia innanzi tutto. Quella dirigenza alzò
antenne e allungò tentacoli per attrarre consensi e amicizie in Europa
e nelle Americhe.
Cavour aveva lasciato in eredità un manipolo di collaboratori di
classe, tra i quali meritano memoria speciale Costantino Nigra e Isacco
Artom. Nigra fu una personalità di prima grandezza. Artom (Asti
1829-Roma 1900) non fu da meno. Volontario nel battaglione
universitario toscano durante la prima guerra d’indipendenza (1848),
intimo di Nigra e amico di Giacomo Dina, giornalista brillante,
volontario al ministero degli Esteri dal novembre 1855 tre anni dopo
venne scelto da Cavour quale segretario particolare e ne conquistò la
piena confidenza. Con David Levi, di Chieri, Artom incarnò il
Risorgimento italiano come fascio di Risorgimenti: quello ebraico, il
valdese, il liberale classico e, perché no?, il cattolico, che andò
oltre gli steccati del curialismo e l’arroccamento a difesa dei
privilegi del clero (tribunali separati, proprietà immobiliari inerti,
sovrapposizione della religione allo Stato…). A lungo in missione a
Parigi per tutelare una posizione “diplomaticamente assai buona,
finanziariamente pessima”, dopo l’annessione del Veneto (1866) Artom si
prodigò per conservare la pace ed “evitare il fallimento e il rifiuto
di pagare le imposte” da parte di cittadini che non avevano ancora
chiaro a che cosa servisse lo Stato unitario. Nel maggio1867 l’Italia
fu finalmente accolta nel “concerto europeo” , alla conferenza di
Londra che sancì la neutralità del Lussemburgo: embrione di una
pace continentale tre anni dopo travolta dalla guerra franco-germanica
che segnò il crollo di Napoleone III (l’imperatrice uscì dalla Reggia
al braccio di Costantino Nigra) e l’ingresso dell’esercito italiano in
Roma. Lo aveva promesso Vittorio Emanuele II proprio ad
Artom dopo la tragedia dei garibaldini schiacciati a Mentana dai
francesi (1867). Il Re, egli ricordò nel 1898, lo ricevette con
la camicia aperta sul petto villoso e stringendogli con forza la mano
gli disse : “Non dubitate, fra breve saremo a Roma!”. “Morto Cavour -
aggiunse l’ebreo Artom nominato Senatore del Regno nel 1876-, Re
Vittorio rimase la sola incarnazione dell’unità italiana. E’ giusto
proclamarlo altamente. Egli non esitò mai a compiere arditamente la sua
grande missione storica”. In mezzo secolo la Nuova Italia, fondata
sull’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi qualunque religione
professassero, compì progressi di cui all’estero era ritenuta incapace.
Lo fece grazie a una moltitudine di persone straordinarie non
abbastanza ricordate nel 150° dell’Unità, ripiegato su poche figure,
non tutte davvero determinanti.
Aldo A. Mola
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| DATA: 17.09.2012 |
LA
VISITA DEI PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA A RAVENNA

“Sono arrivati domenica a Ravenna i Principi Amedeo e Silvia di Savoia.
La mattina, alle ore 11.30, la partecipazione ad una messa, officiata
nella Cattedrale di Ravenna, in suffragio dell'anima del Re Umberto II
e della Regina Maria Josè di Savoia, scomparsi rispettivamente nel 1983
e nel 2001. Nel pomeriggio, alle ore 16 il Duca e la Duchessa d'Aosta
si sono recati al museo del Risorgimento, in via Baccarini 3 dove sono
stati ufficialmente ricevuti dal Vicesindaco Giannantonio Mingozzi a
nome dell'Amministrazione comunale.” “Alle 18 il Principe Amedeo e la
Principessa Silvia di Savoia hanno assistito all'evento "Note
Tricolori: concerto per l'Italia unita" presso la sala Arcangelo
Corelli del teatro Alighieri di Ravenna.“
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| DATA: 24.09.2012 |
L’8
SETTEMBRE 1943 E VITTORIO EMANUELE III: FU VERA FUGA O DOVEROSO
SERVIZIO ALLO STATO?
 Leggo
con ritardo, complice un breve periodo di ferie, l’articolo di Enrico
Mannucci su Sette del Corriere della Sera, dal titolo “Prima del 9
settembre il re preparava la fuga”. La tesi, avvalorata dai ricordi di
un giovane sergente, oggi novantenne, torna su un leit motiv un po’
stantio, secondo il quale, il trasferimento di Re Vittorio Emanuele III
da Roma a Pescara, per raggiungere poi Brindisi, territorio libero dai
tedeschi e senza presenza delle truppe alleate, sarebbe stata una fuga.
La tesi non mi ha mai convinto. Anzi ritengo che la figura del Re, che
certamente ha compiuto alcuni errori nel suo lungo Regno, ad esempio la
firma delle leggi razziali alle quali notoriamente era contrario,
costituisca una specie di alibi per fascisti ed antifascisti a
giustificazione dei loro errori nel corso del ventennio, fin dalla sua
vigilia. È proprio nella tensione sociale e nelle violenze che hanno
preceduto per lunghi mesi la cosiddetta “marcia su Roma” che il
Sovrano, il quale più volte aveva sostenuto che i suoi occhi e le sue
orecchie di Capo di Stato costituzionale erano la Camera ed il Senato,
aveva interpellato le forze politiche presenti in Parlamento alla
ricerca di una soluzione che desse vita ad un governo, che oggi
definiremmo di unità nazionale, per superare la crisi economica
gravissima del dopoguerra e le conseguenti tensioni sociali sfociate in
violenze in giro per l’Italia, soprattutto nel nord del Paese. Le
cronache ed i libri di storia riferiscono che Vittorio Emanuele
interpellò ripetutamente i massimi esponenti dei partiti, dai popolari
di Luigi Sturzo, ai socialisti di Filippo Turati, passando per i
liberali di Giovanni Giolitti, autorevole ancorché anziano. Tutti si
fecero indietro. Nessuno ebbe il coraggio di affrontare la bufera.
D’altra parte non si intravide un “Monti” ante litteram che, forte di
una autorità scientifica, fosse legittimato ad adottare misure severe,
necessarie per ristabilire l’ordine pubblico in una condizione di
ripresa dell’economia dissestata dalla guerra. In queste condizioni di
assenza totale della politica, il Grillo della situazione, forte di un
consenso strisciante della borghesia che più di altre classi sociali
aveva subito le conseguenze del conflitto, nel quale pure si era
impegnata, non ci furono altre soluzioni che l’incarico a Benito
Mussolini, una modesta presenza alla Camera, al quale sarebbe stata
concessa la più ampia fiducia, come attestano le dichiarazioni di
autorevoli esponenti 
dei partiti democratici, come Giovanni Gronchi. Di fatto i partiti, che
poi si qualificheranno “antifascisti”, diedero via libera al Governo
Mussolini e al regime autoritario, al punto da consentirgli di
manomettere lo Statuto Albertino, fino a prevedere che la stessa
successione al trono dovesse ricevere l’assenso del Gran Consiglio. Una
lesione delle prerogative della Corona che Mussolini poté compiere
quando fu evidente che il consenso nei confronti del regime, che di
meriti in campo sociale comunque ne aveva conquistati, anche per aver
aperto a masse di diseredati le pianure laziali e libiche, gli
consentiva di sfidare l’autorità del Re. Il quale congedò il Cavaliere
(una qualifica ricorrente nella storia d’Italia!) messo in minoranza
proprio dal quel Gran Consiglio con il quale riteneva di governare il
sistema costituzionale, sfiduciato nella direzione delle operazioni
militari, con conseguente restituzione al Sovrano del Comando supremo
delle Forze Armate. Eppure Vittorio Emanuele è stato, a mio giudizio un
po’ incautamente, accusato di aver addirittura compiuto un colpo di
stato nell’accettare le dimissioni del Duce, in assenza di un voto
parlamentare. È la tesi, ad esempio, di un giurista di sinistra come
Paolo Barile. Eppure quella decisione del Re, che fece gioire tutti gli
antifascisti, fu assunta da Vittorio Emanuele nella assoluta autonomia
del suo ruolo statutario.
E qui si innesca la polemica sull’8 settembre, sull’esercito lasciato
senza ordini in balia dei tedeschi. Ed io mi sono sempre chiesto quali
ordini dovessero avere le supreme autorità militari dopo il comunicato
del Maresciallo Badoglio che non faceva in nessun modo intendere che
dovessero andare “tutti a casa”, come titola un noto film. Forse che un
comandate di armata, responsabile di decine di migliaia di uomini ha
bisogno di ordini per garantire il controllo del territorio in nome del
Governo del Re? Il fatto è che l’8 settembre ha dimostrato l’assoluta
inadeguatezza di buona parte della dirigenza militare, quella che sul
Carso mandava allo sbaraglio migliaia di soldati, ammassati contro i
reticolati e falciati inevitabilmente dalla mitraglia. Quella classe
militare che credeva di combattere ancora una guerra stile ‘800, con
assalto alla baionetta, quella classe militare che non aveva fatto
presente in modo ultimativo al Re ed al Duce l’assoluta inadeguatezza
delle nostre Forze Armate, quanto ad armamento (i fucili 91, cioè
modello 1891) ed addestramento in una guerra nella quale andavamo a
confrontarci con paesi, come la Francia ed il Regno Unito, dotati di
soldati addestrati nelle guerre coloniali permanenti. Così un’Italia
che, dopo l'eccidio di Dogali e la disfatta di Adua, raro esempio di
insipienza dei comandi, si scontrava con gli inglesi che a Khartum
avevano subito una durissima sconfitta che non li aveva assolutamente
piegati ma anzi determinati a riscattare l’onore delle armi. In queste
condizioni, assenti altre autorità dello Stato, senza Governo e senza
Parlamento l’unica autorità istituzionale, con specifico compito di
guida delle Forze Armate, era il Re. Si sarebbe dovuto far catturare
dai tedeschi? Con quali effetti positivi sull’andamento della guerra e
sulla gestione dell’armistizio? Nessuno, assolutamente nessuno. Anzi,
con la conseguenza di lasciare il Paese, già prostrato dai lutti e
dalle distruzioni, assolutamente allo sbando, senza nessuno che
potesse, anche nei confronti dei nuovi alleati parlare in nome
dell’Italia, in una situazione politica particolarmente difficile, per
la diffidenza nutrita nei nostri confronti soprattutto degli americani.
La partenza da Roma per Pescara e poi per Brindisi non è, dunque, per
un Re che aveva vissuto in prima linea la guerra 1915 – 1918, un gesto
di paura. È facile, dunque, immaginare l’angoscia di questo Sovrano,
che era salito sul trono all’indomani dell’assassinio del padre,
impegnandosi a favorire la pace sociale e lo sviluppo economico che
avrebbe caratterizzato il primo decennio del ‘900 sotto la guida
sapiente di Antonio Giolitti, vedere la conclusione del suo Regno nelle
tristi giornate della sconfitta, militare e politica, dl Paese che
tanto ha dimostrato di aver amato, mentre una delle sue figliole,
Mafalda, soffriva umiliazioni e angherie in un campo di concentramento
tedesco dove si prestava generosamente ad alleviare quelle degli altri.
No, Vittorio Emanuele III, che la storia riterrà certamente colpevole
di aver firmato le infami leggi razziali, non deve vergognarsi per
essersi trasferito a Brindisi, perché quello era il suo dovere di Capo
di uno Stato allo sbando, soprattutto nella componente militare, quella
di cui dopo il 25 luglio aveva riassunto la guida. Infatti, è stato più
volte ricordato, che quell’8 settembre, mentre i comandanti militari
dismettevano l’uniforme per darsi alla fuga (i più coraggiosi e fedeli
al giuramento al Re per continuare a combattere i tedeschi alla
macchia), gli impiegati civili puntualmente si presentavano
all’ingresso degli uffici, alle 8 di mattina. Il fatto è che il soldato
italiano, che ha sempre dimostrato spirito di sacrificio, capace di
atti di eroismo e di gesti di grande umanità, ha spesso avuto
comandanti non all’altezza del compito, come hanno dimostrato anche le
guerre del Risorgimenti, ove vinte per l’intervento dell’esercito
francese ove dai volontari di Giuseppe Garibaldi, come a Bezzecca, a
riscattare l’onore delle armi, perduto a Novara o a Lissa. La storia
certamente riconoscerà l’obiettiva difficoltà di un Regno nel quale,
accanto al Sovrano, è mancata una classe politica adeguata ai tempi e
capace di osare nel nome delle libertà statutarie per affiancare il
Capo dello Stato nella gestione di un Paese dagli antichi squilibri
economici e sociali, fonte di grave malcontento, allora come oggi.
Quanto alla testimonianza del "giovane sergente", enfatizzata da
Mannucci, si tratta di fatti noti che hanno coinvolto alcuni vertici
militari, quelli dei quali poc'anzi riconoscevo l'inadeguatezza e la
scarsa dignità.
Salvatore Sfrecola
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| DATA: 17.09.2012 |
RAVENNA:
DOMENICA 23 SETTEMBRE 2012 VISITA UFFICIALE DEI PRINCIPI AMEDEO E
SILVIA DI SAVOIA
 In
occasione della visita a Ravenna delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e
Silvia di Savoia, prevista per domenica 23 settembre, questa mattina si
è tenuta una conferenza stampa nell’aula del Consiglio comunale della
Residenza municipale durante la quale il vicesindaco di Ravenna,
Giannantonio Mingozzi, ha ufficialmente presentato il programma della
giornata. «Mi fa molto piacere che una delle tappe del Duca d’Aosta sia
la visita al Museo del Risorgimento», ha dichiarato il vicesindaco.
«Potremo mostrare i segni di quello che la Casa Reale fece a suo tempo:
c’è anche una bandiera del 1850, dove c’è un simbolo legato all’impegno
di Vittorio Emanuele II. Ad Amedeo d’Aosta va dato il merito di
sostenere, anche con questi atti, le proprie idee». «Amedeo d’Aosta ha
moltissimi incarichi dal punto di vista sociale. Una settimana dopo,
nella stessa sede del Museo del Risorgimento, inaugureremo il restauro
di tre quadri su Casa Savoia, Vittorio Emanuele II e Umberto I, per
ricordare il loro impegno nella realizzazione dell’unità d’Italia.
Riconosco in Amedeo d’Aosta l’unico Savoia degno di poter entrare nel
Museo del Risorgimento».
Il programma della visita dei principi Amedeo e Silvia di Savoia Aosta
prevede la mattina, alle ore 11.30, la partecipazione ad una messa,
officiata nella Cattedrale di Ravenna, in suffragio dell’anima del Re
Umberto II e della Regina Maria Josè di Savoia, scomparsi
rispettivamente nel 1983 e nel 2001. Nel pomeriggio, alle ore 16 il
Duca e la Duchessa d’Aosta si recheranno al Museo del Risorgimento, in
via Baccarini 3. Alle 18 il Principe Amedeo e la Principessa
Silvia di Savoia assisteranno all’evento “Note Tricolori: concerto per
l’Italia unita” presso la sala Arcangelo Corelli del Teatro Alighieri
di Ravenna. «Parlando dell’evento che mi vedrà impegnato il 23
settembre, comincerei col presentare il cast: Gianluca Tassinari, primo
oboe dell’Orchestra Cherubini, compagine di giovani musicisti tutti
selezionati dal maestro Riccardo Muti; Roberta Montanari, artista
versatile, corista nei tour di Cremonini, Lisa Hunt, Elisa, Enrico
Brignano e nell’Orchestra Sinfonica di Sanremo; Federica Balucani,
vincitrice del Tour Music Fest presieduto da Mogol, apparsa nei nostri
teleschermi in collegamento con l’Angelus domenicale di Sua Santità
Benedetto XVI», ha detto il pianista Marco Santià, che si esibirà
domenica con i colleghi. «Il programma del concerto sarà un alternarsi
d'emozioni, prodotte dalle voci o dagli strumenti. Sarà quindi il
pubblico a decidere se cedere al ritmo seducente dell’ “Habanera” della
Carmen, piuttosto che al timbro sopranile dell’oboe nei brani di
Schumann o Saint – Saëns, oppure se scatenarsi allo sfrenato incedere
di “Wuthering Heights” di Kate Bush». 
Il concerto è a favore del centro per la riabilitazione visiva
dell’Associazione nazionale di El Salvador del Sovrano Militare Ordine
di Malta (Ingresso euro 16.50, prevendita Teatro Alighieri - www.teatroalighieri.org,
tel. 0544/249244- , presso le filiali della Cassa di Risparmio di
Ravenna e presso lo Iat di Ravenna oppure attraverso il circuito
Vivaticket - www.vivaticket.it, tel. 899.666.805).
La sera, il Principe e la Principessa saranno gli ospiti d’onore
nel corso di una cena organizzata presso il Circolo ravennate e
dei forestieri. «Il circolo è nato un anno prima dell’unità d’Italia e
in centocinquantuno anni non ha mai ospitato un esponente della
Casa Reale, pur essendo punto di riferimento non solo delle maggiori
personalità ravennati ma anche di incontro di tutti coloro che venivano
a Ravenna», ha affermato il presidente del sodalizio Beppe Rossi.
«Ospiteremo nei locali importanti del circolo una cena risorgimentale,
per ringraziare il Duca d’Aosta per la sua presenza».
Alla conferenza stampa, è intervenuto anche Simone Ortolani
dell’associazione Byron, organizzatrice degli eventi legati alla
presenza dei Principi a Ravenna.
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| DATA: 18.09.2012 |
LA SCOMPARSA DI
ROBERTO BENVENUTI, STORICO COLLABORATORE DI FERT
Quando
un amico scompare è sempre una tragedia, quando la scomparsa arriva
improvvisamente e ad un’età non troppo avanzata al dolore si aggiunge
lo sgomento. È appunto con sgomento che abbiamo appreso della prematura
dipartita di Roberto Benvenuti, Coordinatore del Club Reale “Mafalda di
Savoia” di Torrita di Siena. Roberto era un dirigente attivissimo della
nostra Associazione, è stato il primo web master del nostro sito, che
ha seguito sin dal 2000, ed ha avuto una primaria importanza per
l’Agenzia di Stampa FERT di cui ha curato la stampa per molti anni.
L’U.M.I. perde un valido collaboratore e un amico prezioso. Alla moglie
Carla e ai figli giungano le più sentite condoglianze di Sergio
Boschiero e di tutta l’Associazione. Riposi in pace.
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| DATA: 17.09.2012 |
ROMA,
PRESENTATO IL LIBRO DI JUTI BOSSUTO SUL FORTE DI FENESTRELLE
 In
occasione del 108° genetliaco del Re Umberto II, l’Istituto Nazionale
per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha organizzato una
serata per ricordare il quarto Re d’Italia, nel corso della quale sono
state presentate anche due recenti pubblicazioni. L’Evento si è tenuto
presso il ristorante “Antica Biblioteca Valle”, nel cuore di Roma a due
passi dal Senato. Il Presidente dell’Istituto Cap. Vascello Ugo d’Atri
ha aperto la serata ricordando la figura del Re, soffermandosi sul suo
amore per l’Italia e ripercorrendo le fasi salienti della sua vita: la
severa educazione, la carriera militare, il Regno e il lungo periodo
dell’esilio. Dopo il ricordo di Umberto II la giornalista Antonella
Colonna Vilasi ha parlato del suo ultimo libro: “Un eroe italiano”,
romanzo ispirato alla vita del monarchico genovese, Medaglia d’Oro al
Valor Militare, Ammiraglio Marchese Luigi Durand de la Penne.
 Il Dott.
Teodoro Monescalchi, appassionato di storia e socio U.M.I., ha
presentato in anteprima il
libro di Juri Bossuto e Luca Costanzo “Le catene dei Savoia” di
imminente uscita e di cui ci siamo più volte occupati. Monescalchi ha
analizzato la leggenda del preteso “olocausto napoletano” che mai si
verificò ma che predomina in una
subdola diffusione sia su carta stampata che sul web. La prima parte
del libro è una scientifica trattazione del sistema carcerario dal 1700
all’unità d’Italia, che mette in chiara evidenza il sistema detentivo,
i crimini e le punizioni come venivano intese allora. Nella parte
finale viene trattato nello specifico la questione del Forte di
Fenestrelle, monumentale fortificazione sabauda indicata da una
storiografia revisionista come un lager dei Savoia ai danni dello
sconfitto esercito del Regno delle Due Sicilie. Gli autori sono andati
alla ricerca dei documenti e hanno dimostrato che Fenestrelle non è
stato un lager che vide la morte di migliaia di ragazzi napoletani,
anzi, dai documenti sono risultati soltanto 40 i morti “borbonici”,
perfettamente contestualizzabili con l’alto tasso di mortalità
dell’epoca. Monescalchi ha concluso con una riflessione sull’origine di
questo revisionismo anti italiano, identificandolo con una rinuncia
all’amore patrio e ad una mancanza di orgoglio italiano impostoci
politicamente anni addietro. L’intervento di Monescalchi ha offerto
spunto al Comandante d’Atri per una riflessione sull’odierno fenomeno
neo borbonico che tanto va di moda ma che basa la sua ottica di
pensiero su un substrato culturale particolarmente arido e con
un’evidente voglia di rivalsa nei confronti di similari movimenti anti
italiani presenti al nord Italia.
La serata si è conclusa con un incontro conviviale. A rappresentare il
Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero era presente l’Ispettore
nazionale U.M.I. Davide Colombo.
Nella foto il tavolo
degli oratori durante l'intervento di Teodoro Monescalchi.
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| DATA: 17.09.2012 |
NIENTE
COLPI DI MANO SULLA SOVRANITA’ DEI CITTADINI
Editoriale
di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 16/09/12
 Varare
una nuova legge elettorale politica senza riformare il Parlamento non
serve affatto a ricucire Paese e ceto politico- parlamentare.
Sarebbe politicamente controproducente. Nel “Corriere della Sera”
Michele Ainis propone la “soluzione disperata”: per costringere le
Camere a deliberare, il governo Monti dovrebbe resuscitare per decreto
la legge precedente. Peggio che disperata, la proposta di Ainis
(declassata a “provocazione istituzionale” dal “Corriere” stesso)
fa a pugni con l’art. 72 della Costituzione, che impone la “procedura
normale” per le leggi “in materia costituzionale ed elettorale”. Non
solo. Anche in una democrazia smarrita nelle nebbie, quale è oggi
l’Italia, i decreti legge vanno controfirmati dal presidente della
repubblica, sul quale qualcuno propone dunque di addossare una
responsabilità abnorme, ad appena sette mesi dalla fine del suo
mandato. Caso mai fosse necessario, va ricordato che tutte le leggi
elettorali d’Italia, dal 1848 in poi, sono sempre state decise
dal Parlamento, attento alla maturità del Paese. Cent’anni orsono
l’Italia di Vittorio Emanuele III e di Giovanni Giolitti conferì il
diritto di voto ai maschi maggiorenni. L’elettorato balzò da 2.900.000
a 8.500.000 cittadini. Anche la riforma del 1923 (legge Acerbo),
discussa e approvata dalla commissione presieduta da Giolitti, fu
approvata dalla Camera eletta nel 1921. Quella del 1928 fu sottoposta
al plebiscito del 1929. Una riforma elettorale per decreto legge
sarebbe un colpo di mano o, per dirla tutta, un colpo di Stato, tanto
più che il suo attore sarebbe un governo non nato dal voto.
Il Parlamento in carica dapprima è stato screditato da campagne
di stampa contro la “casta”, poi è stato costretto a subire
l’imposizione di voti di fiducia a getto continuo. Un consenso
estorto dura sino a quando cessa la paura o ne sorge una maggiore. La
“soluzione disperata” di Ainis sarebbe vissuta quale ricatto, come ha
bene colto l’on. Gianfranco Rotondi. Il punto politico è che un governo
annunciato quale rimedio temporaneo per obiettivi circoscritti (massimo
sei mesi, come la dittatura al tempo dei Romani) si protrae da nove e
mostra di volersi trascinare per altri sei, senza che venga
risolto alcuno dei problemi nodali del sistema istituzionale italiano:
non tanto le modalità delle votazioni (problema rilevante ma non
vitale), né il numero dei parlamentari (se lavorassero al meglio
andrebbe bene anche l’attuale), ma le funzioni delle Camere, la
rispondenza tra la volontà espressa dagli elettori e la
formazione del governo, gli equilibri tra l’esecutivo e il capo dello
Stato. Sono materie complesse, discusse in tempi tranquilli in
Commissioni parlamentari dagli esiti inconcludenti. Col vento che oggi
tira, mentre la politica interna e l’economica passano in secondo piano
rispetto a quella estera e militare, l’ultima cosa da fare è
scommettere su “soluzioni disperate”, potenzialmente esplosive. Forse
certi costituzionalisti dimenticano che per l’art. 1 della Carta
“la sovranità spetta al popolo…”. E se i cittadini decidessero di
ricordarsene? In attesa che il voto di fine ottobre in Sicilia sblocchi
lo stallo, l’importante è la certezza di tornare a votare, quanto meno
alla scadenza naturale, nell’aprile 2013, sia pure con la legge
vigente, che non è certo il meglio ma, dati storici alla mano, non è
affatto mostruosa come invece viene dipinta. Basti ricordare che
produsse prima il governo Prodi (2006) poi quello Berlusconi (2008): il
cui tarlo non fu il bipolarismo ma la persistenza, all’interno delle
rispettive maggioranze, di micropartiti, correnti e smodate e
incontrollabili ambizioni individuali. Chiamati alle urne i cittadini
decideranno. Nel frattempo si discuta semmai in tutte le sedi
possibili, a cominciare dalle scuole, su quale legge oggi meglio
convenga all’Italia. Se poi i cittadini vogliono altro,
bisognerà pur stare ad ascoltarli. O cento anni dopo il 1912
qualcuno mira ad aggirare la libertà di scelta dei cittadini? E’ quanto
traspare anche dalle fumose chiacchiere sul governo futuro
(“Monti-bis”, “agenda Monti” e loro varianti) prima ancora che le
Camere vengano sciolte e che gli elettori siano chiamati a esercitare
la sovranità, da troppi oggi spocchiosamente liquidata come
“populismo”. Chi prenota il dopo-Monti con un Monti-bis o soluzioni
analoghe forse involontariamente dice una cosa chiara: che questo
governo ha esaurito la missione per cui venne varato dal Quirinale nel
novembre 2011: doveva essere non già una “soluzione
disperata” ma il rimedio estremo, amaro ma temporaneo come le medicine
efficaci. L’eccesso di medicine, però, imposte a tempo indeterminato e
a casaccio (come un decreto legge sulla riforma elettorale), portano
diritti al collasso…
Aldo A. Mola
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| DATA: 17.09.2012 |
IL
PRESUNTO LAGER DEI SAVOIA AL FORTE DI FENESTRELLE: UN LIBRO SVELA LA
MENZOGNA
 Tra
pochi giorni uscirà nelle librerie: “Le catene dei Savoia” editrice Il
Punto, di Juri Bossuto e Luca Costanzo. Dopo un articolo pubblicato si
Repubblica, in cui si sfatava il mito dei presunti morti borbonici nel
Forte di Fenestrelle, gli Autori riaffrontano con ampiezza e
professionalità il tema.
Torino, una mattina domenicale del 1814: Giulia di Barolo udiva le
imprecazioni provenienti dalla carceri Senatoriali e vi entrava
per osservare le pietose condizioni di vita in cui scontavano le loro
pene i carcerati. La vista delle donne e degli uomini custoditi nella
prigione le cambierà la vita per sempre, consegnandola a “quell’oscuro
mondo” per portarvi un po’ di luce.
Nello stesso anno in cui la Marchesa di Barolo prendeva coscienza del
mondo carcerario, a Fenestrelle i piemontesi riprendevano invece il
possesso del forte. Da quell’anno la più grande fortezza d’Europa
diventava il luogo carcerario, un bagno penale, in cui rinchiudere
forzati, discoli, prigionieri politici e giovani da correggere su invio
parentale. Agli inizi degli anni ’50 dell’Ottocento, diventarono
protagonisti tra quelle mura i Cacciatori Franchi, corpo disciplinare,
ed i prigionieri delle varie guerre risorgimentali (papalini,
borbonici, austriaci e garibaldini).
“Le catene dei Savoia” si pone lo scopo di aprire una seconda finestra
su quella variegata società sette-ottocentesca, e sull’apparato di
controllo costruito nei decenni in cui si affacciava l’industria nel
Regno Sardo. Anni di disagio per tutti i non abbienti (come ben narrato
ne I Miserabili di Hugo) che si riversavano, dalle campagne del
circondario, in Torino facendone dei suoi portici i loro giacigli.
Immigrati che giungevano in città da territori che oggi definiremmo
della provincia, uomini e donne che ci riportano alla nostra
quotidianità fatta di lavavetri ai semafori e poveri dal colore della
pelle diverso. “Le catene dei Savoia” permette di confrontare nomi,
vicende, luoghi e date. Scrutare tra direttori carcerari e comandanti
di fortezze aventi a cuore le sorti dei loro detenuti, seppur nei panni
di rigidi carcerieri (personaggi quali Caorsi, Suor Eufrosina, ) e le
scelte della classe dirigente monarchica pedemontana, sempre a metà
strada tra il futuro ed il passato più remoto. La lunga ricerca
d’archivio da cui è nato il libro consegna una possibilità per
ricostruire alcune pagine di Storia prendendo le distanze da facili
strumentalizzazioni, quali le recenti scaturite da non celate voglie
secessionistiche al Nord come al Sud che puntano il dito su immaginari
e mai provati genocidi avvenuti a Fenestrelle, ed avvicinandosi alla
comprensione dei motivi per cui gli atteggiamenti delle Istituzioni
verso quel mondo degli esclusi sembrano mai cambiare davvero nel corso
dei secoli.
Juri Bossuto - Luca
Costanzo: Le Catene dei Savoia
Editrice Il Punto pagg. 440 - Euro 15,00 ISBN 9788888552880
www.piemonteinbancarella.it
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| DATA: 13.09.2012 |
ANZICHE'
LE PROVINCE ABOLIAMO LE REGIONI: L'OPINIONE DEL SEN. FLUTTERO
di Andrea Fluttero da "Il
Secolo d'Italia" del 25 luglio 2012
 Consapevole
di sostenere posizioni che non godono di grande popolarità in questo
periodo, ho però piacere di inviarvi alcune mie piccole considerazioni
sul tema dell’eliminazione delle Province. Dal 1985 al 2011 sono stato
consigliere comunale e assessore in un piccolo Comune, poi consigliere
provinciale, e poi ancora sindaco e consigliere comunale in un Comune
di medie dimensioni, vivendo quindi dall’interno il sistema degli enti
locali. Semplificando possiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a
cinque livelli di governo: l’Europa, lo Stato nazionale, le Regioni, le
Province e i Comuni. Tre di questi livelli legiferano, Europa, Stato e
Regioni, due amministrano, Province e Comuni. Partendo dal basso mi
pare evidente che, escludendo le grandi città metropolitane, gli oltre
8mila Comuni italiani hanno bisogno di un livello sovracomunale nel
quale gestire i servizi di area vasta e trovare economie di scala non
raggiungibili a livello comunale. Tale livello è naturalmente e
storicamente la Provincia, che potrebbe efficacemente diventare un
organo di secondo livello, composto dai sindaci dei Comuni che vi
apportano i servizi da far gestire. Con tale configurazione dovrebbero
essere eliminate tutte le altre forme intermedie di gestione
sovracomunale come Ato, Consorzi e Società varie. Le Province così
definite non avrebbero la necessità di essere accorpate forzosamente e
in modo innaturale, ma seguirebbero la naturale e storica propensione
di un territorio di avere come riferimento la città più grande, che,
spesso fin dal medioevo, ne rappresenta il capoluogo e ne definisce
l’identità culturale e socio-economica.
Partendo dall’alto, invece, lo sviluppo e la concretizzazione del
progetto europeo ha reso gli Stati nazionali sempre più “regioni
d’Europa” che hanno, e dovrebbero sempre più avere, nella dimensione e
nell’omogeneità culturale, linguistica ed economica gli elementi di
forza per rappresentare in ambito europeo gli interessi dei propri
cittadini. Dopo aver partecipato in fase ascendente alla definizione
delle Direttive europee, il Parlamento nazionale si incarica di
introdurne i principi nella legislazione. Due livelli che amministrano
il territorio, Comune e Provincia, due livelli che legiferano, Europa e
Stato nazionale. A me pare, a questo punto, che il livello ridondante
sia quello regionale, con 20 Regioni, per altro di dimensioni molto
diverse tra loro, che legiferano su svariate materie, creando
confusione normativa per chi vuole investire in Italia. Le Regioni sono
storicamente poco definite, perché nate per scelta
politico-amministrativa negli anni Settanta, e spesso disomogenee da un
punto di vista sociale, culturale ed economico. Mi chiedo, per esempio,
cosa leghi sotto questi aspetti Cuneo con Novara, Varese con Piacenza o
Foggia con Taranto. Inoltre, la vicenda dei trasferimenti di competenze
dallo Stato alle Regioni dimostra la scarsa utilità di questi enti.
Infatti ogniqualvolta lo Stato ha trasferito competenze, come nel caso
delle strade ex Anas o degli Uffici di collocamento, le Regioni hanno
rapidamente trasferito queste competenze alle Province. Ancora più
incomprensibile la gestione della sanità, che assorbe circa l’80% dei
bilanci delle Regioni e che dovrebbe essere uno di quei servizi
rispetto ai quali si deve garantire ai cittadini il massimo della
omogeneità su tutto il territorio nazionale, anziché modelli
qualitativamente diversi per ogni Regione. Le Regioni che “giocano” a
fare gli Stati, con presidenti che si credono “governatori” e aprono
sedi di rappresentanza all’estero e a Roma, che legiferano in modo
caotico e con frequenti conflitti di competenza con lo Stato, che
sfondano regolarmente i budget di spesa sanitaria e che si indebitano
con mutui per pagare la spesa corrente sono, come dimostra la recente
cronaca e come dimostrano i preoccupanti dati di bilancio di molte di
esse, non solo al Sud, il vero e grande problema da affrontare. In
un’epoca caratterizzata da internet e video conferenze, da facilità di
collegamenti aerei e ferroviari, il dialogo tra Europa e Stato, che
legiferano, e Comuni e Province, che amministrano il territorio, può
essere risolto settore per settore con meccanismi di confronto tra i
ministeri dello Stato centrale e coordinamenti di Province che di volta
in volta si formano in funzione della materia e non dei confini
amministrativi. Capisco che dopo mesi di campagne mediatiche per
l’eliminazione delle Provincie possa sembrare strano proporre di
eliminare le Regioni, ma eliminando le Province a me parrebbe ancora
più strano e discutibile il modello organizzativo nel quale ci verremmo
a trovare, con tre che legiferano, Europa, Stato e Regione, e uno solo
che amministra, il Comune. Sarà magari perché mi ricorda quelle vecchie
barzellette nelle quali in tre dirigono e uno lavora...
Andrea Fluttero
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| DATA: 11.09.2012 |
PRESTIGIOSO
RICONOSCIMENTO AL MARCHESE ALFREDO LUCIFERO
 Il
poeta e scultore Alfredo Lucifero, nipote prediletto del Ministro della
Real Casa Falcone Lucifero, ha conseguito un importante riconoscimento
per il suo alto valore artistico: il premio internazionale di poesia
Città di Massa. Il riconoscimento viene dato annualmente
dall’Associazione Culturale San Domenichino e trae le sue origini nel
lontano 1914 quando, in località “Poveromo” di Marina di Massa, un
movimento di popolo scendeva ogni anno dal paese di Turano, sobborgo di
Massa, per celebrare “S. Domenichino” che per i Turanesi era la
prosecuzione, il giorno successivo, della festa del Patrono S.
Domenico, ricorrente la prima domenica d’agosto. Lo scorso 26 agosto
Alfredo Lucifero ha ricevuto il premio, accompagnato da una medaglia
conferitagli dal prefetto di Massa. Al noto artista, da sempre vicino
all’U.M.I., i più sentiti complimenti!
Nell'immagine un
autoritratto bronzeo eseguito da Lucifero.
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| DATA: 10.09.2012 |
 Che
la vecchiaia non sia solo un fatto anagrafico è risaputo, si diventa
vecchi soprattutto quando si smette di sognare, di immaginare, di
progettare; lo aveva capito bene Vittorio Emanuele II di Savoia che
ebbe un grande sogno: unificare l’Italia sotto la Monarchia Sabauda.
Essa era come una bella e giovane donna, un sogno, la si voleva,… la si
fece; i successivi Re Umberto I e Vittorio Emanuele III solidificarono
il giovane Regno fino all’avvento del fascismo e della seconda guerra
mondiale, tragedia immane voluta da una classe politica incapace di
vederci chiaro che si liberò troppo presto dell’unico statista presente
nel panorama politico di allora, Giovanni Giolitti. Che cosa sia
rimasto oggi di quell’epopea risorgimentale e di quel sogno realizzato
è difficile dirlo, la propaganda repubblicana ha preferito addossare
alla Monarchia colpe che non ebbe. Il nuovo corso repubblicano con il
passare degli anni ha saputo far dimenticare i meriti dell’età
monarchica. Erano gli anni ’60, quelli del boom economico, la gente era
spensierata e arrivarono le prime televisioni, le prime automobili alla
portata di tutti. Vi era voglia di voltar pagina, di divertirsi di non
pensare più al passato; le aziende ricominciarono a produrre a pompare
prodotti ma questo non fu merito della nuova forma di stato
repubblicana, fu ed è solo legge dei cicli economici! (dopo ogni guerra
c’è sempre un periodo di prosperità). Dagli anni ’70 in poi l’inizio
del declino, non si sogna più, sono gli anni del terrorismo, delle
brigate rosse e nere e della crisi petrolifera, si perde la bussola,
non si sa dove andare. Inizia la partitocrazia che sfocerà in
tangentopoli nel ’92 e poi più nulla non un progetto non un sogno da
realizzare, le leggi della corruzione vogliono che rimanga tutto fermo,
il debito pubblico schizza alle stelle, la disoccupazione pure, le
aziende chiudono i battenti, le migliori se le comprano i nostri
competitor. Il fallimento della democrazia repubblicana è ormai sotto
gli occhi di tutti, dobbiamo ritornare a quel sogno originario, rifare
l’Italia, che solo un Re liberatore potrà realizzare grazie alla sua
forza di persuasione che solo lui può inculcare nelle menti del popolo
italiano. Né tecnici né Presidenti della Repubblica, vogliamo un Re
vicino al popolo che ci guidi verso nuovi orizzonti e che ci indichi la
vera strada da seguire che non potrà essere che il bene dell’Italia.
Roberto
Carotti coordinatore U.M.I. Ancona
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| DATA: 06.09.2012 |
GRAZIE
RADETZKY? SÌ, CI “COSTRINSE”A ESSERE ITALIANI
Editoriale
di Aldo A. Mola
pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 9/9/12
Va di moda il sadomaso
pseudostoriografico con farfallina toponomastica A
Milano, sempre all’avanguardia (?), un
comitato spontaneo propone
di intitolare una strada a Radetzky, governatore
militare del
Lombardo-Veneto dal 1831 e anche civile dal 1849 al 1857. In effetti
val la
pena di ripetere “…via Radetzky!” per onorare i milanesi che nel marzo
1848 lo
cacciarono e i paesi annientati con ferocia dai suoi soldati (boemi,
croati,
ungheresi e “tedeschi”) nella ritirata verso Verona e nella guerra
contro il
Regno di Sardegna. Ne scrisse Vittorio Emanuele di Savoia alla moglie,
Maria
Adelaide d’Asburgo: “Quanto era stato detto dell’armata croata (cioè
degli
Austriaci NdA) è nulla al confronto della verità. Ciò che hanno fatto
grida
talmente vendetta soprattutto sulle donne e sui bambini che sono sicuro
che li
si ammazzerà tutti. Essi infilzano tutti
(i) piccoli sulle loro baionette e aprivano il ventre delle donne
mettendoci
dentro due o tre cartucce, nel (…) e gli davano fuoco e poiché erano
riverse
esplodevano come una mina…Uccidono tutte le donne e massacrano i
bambini che
impalano e danno fuoco a tutti i paesi…”. Nessuno
contesta i meriti degl’imperatori settecenteschi, Maria Teresa
d’Austria e
Giuseppe II d’Asburgo (per esempio la tolleranza
dei culti, israeliti inclusi), ma dopo
la Restaurazione del 1814-15 l’Austria lottò contro i diritti dell’uomo
e del
cittadino e oppresse le nazioni, in specie quella italiana, risvegliata
nell’età franco-napoleonica e avviata a conquistarsi indipendenza,
unità e
libertà. Johann
Joseph Franz conte di Radetz, brevius Radetzky
(Castello di Trebnice,
1866-Milano, 1858), si formò nelle guerre contro i turchi e la Francia
di
Napoleone. Fu un militare tutto di un pezzo, ma niente più. Quali i
suoi
meriti? Sposata Franziska Strassoldo, sorella del governatore di Milano (ne ebbe otto figli, mentre quattro
gliene dette l’amante, la popolana Giuditta Meregalli), Radetzky
perseguitò spietatamente
i liberali italiani. Nel gennaio1848 represse lo sciopero dei milanesi
contro
il fumo con metodi polizieschi (sei morti e decine di feriti). Quando
Vienna si
sollevò, anche i milanesi e i veneziani scattarono. Con
le Cinque Giornate e a
prezzo di centinaia di caduti di tutte le classi, Milano lo costrinse a
ripiegare nel Quadrilatero. Lungo la fuga lasciò alle spalle una
orribile scia
di sangue. Fu la rivelazione: era l’occupante delle terre più popolose
e ricche
dell’impero. Era lì per sfruttarle. Nel 1849 Radetzky sconfisse a Novara Carlo
Alberto di Sardegna e impose durissime condizioni armistiziali al
ventinovenne
Vittorio Emanuele II. Chiusa nella tenaglia dei reparti di Nugent,
Haynau e
Appel, Brescia, “leonessa d’Italia”, dopo la resa fu saccheggiata.
Haynau le impose
una taglia pesantissima e, violando i patti, ne fece fucilare i
principali
patrioti, incluso l’abate Andrea Gabetti. I
sacerdoti liberali, incantati da Pio IX,
furono il bersaglio preferito della repressione austriaca in Italia. Il
crollo
della Repubblica romana del 1849 finì con
la fucilazione del barnabita garibaldino Ugo Bassi, previa
sconsacrazione. Lo
evocò Giosue Carducci: “Quando porge la man Cesare a Piero,/ da quella
stretta
sangue umano stilla:/quando il bacio si dan Chiesa ed Impero,/un astro
di
martirio in ciel sfavilla”. Alla
resa
di Venezia nel Lombardo-Veneto seguirono punizioni
“esemplari”: la pubblica bastonatura di “ribelli” (ragazze comprese),
un migliaio di supplizi, l’impiccagione di don Giovanni Grioli,
l’arresto, la tortura
e la condanna alla forca dei mazziniani
don
Enrico Napoleone Tazzoli, Carlo Poma e degli altri Martiri di Belfiore:
un
orrore voluto personalmente da Radetzky, insignito del Toson d’Oro,
massima
onorificenza dell’ex Sacro Romano Impero. Tutto
questo richiede appunto memoria. Da Radetzky
gli italiani capirono che per salire da “volgo disperso che nome non
ha” a
nazione dovevano cospirare, armarsi e combattere. Impararono che per
raggiungere indipendenza e unità dovevano darsi uno Stato incarnato
nell’unica Casa
Reale, i Savoia, pronta a impugnare le armi, ad alzare il tricolore
nazionale,
a chiamare i cittadini a raccolta al di là delle divisioni in partiti.
Giuseppe
Garibaldi mise la sua spada a servizio della monarchia e il programma
della
Società Nazionale, “Italia e Vittorio Emanuele”. Però
a militari cocciuti come Radetzky e a sovrani ottusi come Francesco
Giuseppe
d’Asburgo, che rifiutò le più elementari richieste dei “sudditi”
italofoni mentre vezzeggiava ungheresi,
boemi e croati,
gli italiani purtroppo debbono anche altro: la degenerazione
dell’irredentismo
in nazionalismo. La proposta (tra nostalgica e stolida) di intitolare
una via a
Radetzky incita ad approfondire le radici dell’unificazione italiana,
anche in
vista del centenario della Grande Guerra e dell’intervento dell’Italia
(1914-15): un appuntamento imminente che forse coglierà impreparati per
un
bilancio sereno.
Aldo A. Mola
|
| DATA: 08.09.2012 |
NELLE
LIBRERIE L'ULTIMO LIBRO DI DOMENICO FISICHELLA
 È
uscito oggi, giovedì 6 settembre 2012, l’ultimo libro del Senatore
Domenico Fisichella, storico, politico e scrittore, già autore tra
l’altro di “Elogio della Monarchia” e “Il Miracolo del Risorgimento”.
In questo nuovo libro Fisichella ripercorre le vicende dell’Italia
unita dalla nascita e lungo un sessantennio che, pur tra crisi
significative, conducono il giovane Stato nazionale a divenire una
potenza continentale: questo è il senso del presente volume. In tale
quadro, demografia, economia, partecipazione popolare, cultura,
politica coloniale, alleanze internazionali, partiti e movimenti, fino
alla prova decisiva della Grande Guerra, sono altrettanti tasselli di
un processo storico ricostruito in una prospettiva sempre attenta alla
comparazione con la realtà europea. I primi passi, le difficoltà,
infine il successo del fascismo, il suo confronto con socialisti,
liberali, popolari, nazionalisti, comunisti, monarchia, costituiscono i
momenti di un percorso il cui svolgimento fa emergere le condizioni, le
circostanze e le responsabilità che consentono a Benito Mussolini di
conquistare la guida del governo.
Domenico Fisichella
Dal Risorgimento al
Fascismo (1861-1922)
Carocci Editore, Sfere (2012)
Pagine 336 - Prezzo€ 22,00
ISBN: 9788843065738
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| DATA: 06.09.2012 |
LA
CALUNNIOSA TESI CONTRO UMBERTO II
Lo
scrittore Paolo Tritto ha contestato, con una convincente confutazione,
l’ennesima tesi sulla presunta inclinazione sessuale di Umberto II.
Tritto non fa parte del mondo monarchico e come storico gode di
un’indiscussa autorevolezza e credibilità. Questo il pezzo dello
scrittore lucano:
 Il
“Dictionnaire des Chefs d’Etat homosexuels ou bisexuels”, dizionario
dei Capi di Stato Omosessuali o Bisessuali, nel prossimo aggiornamento
inserirà Umberto II, ultimo re d’Italia, tra i sovrani gay. Non so
perché facciano questa specie di enciclopedia; ma sappiamo quanto
grande sia oggi l’esigenza di un’offerta editoriale variegata. Ad ogni
modo, la cosa ha provocato la reazione indignata del nipote del re,
Emanuele Filiberto. L’indignazione non riguarda la realtà omosessuale,
ma il particolare che sia presentato come un fatto storico ciò che
invece non ha alcun fondamento.
Si potrebbe risolvere la questione con una battutaccia, dicendo che la
smentita dell’omosessualità di Umberto di Savoia potrebbe essere lo
stesso Emanuele Filiberto. Ma temo che non serva, anche perché vedo che
i redattori dell’enciclopedia, prudentemente, hanno inserito la
categoria della “bisessualità”, messa lì proprio per salvare capra e
cavoli. La questione dell’omosessualità di Umberto di Savoia è una
storia vecchia, che però ha un’origine ben precisa. Uno dei più grandi
desideri di Benito Mussolini era quello di togliere di mezzo la
monarchia e in effetti fu la prima cosa di cui si sbarazzò all’indomani
dell’8 settembre. Se per vent’anni il Duce tollerò la sovranità di
Vittorio Emanuele III era perché si rendeva conto che difficilmente
avrebbe potuto trovare un altro capo di stato più basso di lui. Ma allo
“short man” Vittorio Emanuele sarebbe succeduto lo slanciato Umberto. E
questo evidentemente era un problema per Mussolini che diede incarico
ai servizi segreti dell’OVRA di raccogliere un dossier su una presunta
inclinazione gay dell’erede al trono. Sarebbero queste le “prove
storiche” cui fanno riferimento i sostenitori dell’omosessualità di
Umberto. Ma quale studioso serio farebbe passare per prove storiche i
dossier dei servizi segreti fascisti? Bisogna aggiungere che a questo
proposito se ne sono dette veramente di cotte e di crude. Perfino Luigi
Pirandello, forse per compiacere Mussolini di cui diceva di voler
essere «umile e obbediente gregario», ironizzò poco elegantemente su
una presunta incapacità sessuale di Umberto e, per esempio, confidò ad
Alberto Moravia la sua convinzione che la consorte Maria Josè avesse
fatto ricorso alla fecondazione assistita, non si sa fino a che punto
praticabile all’epoca.
La “leggenda gay” di Umberto fu alimentata anche dal fatto che
l’esponente di Casa Savoia, al contrario del comune maschio fascista,
ben poco si curava di sottolineare la propria virilità. Anzi, non
raramente si “lasciava andare” a manifestazioni di compassione, non
raramente lasciava trasparire sentimenti di umana pietà. Era uno stile
di vita, era un modo di porsi evidentemente molto distante da quello
dell’energumeno del littorio. Quando nel giugno del 1944 fu nominato,
da Vittorio Emanuele III, Luogotenente del Regno, assumendo di fatto i
poteri del re, Umberto destinò il 90% dell’appannaggio a lui riservato
in opere di beneficienza e adibì la sua residenza del Quirinale a
centro di accoglienza per quanti erano privi di mezzi a causa della
guerra. Il palazzo si popolò di orfani, poveri, senzatetto, malati;
soprattutto di bambini mutilati di guerra. Il Luogotenente non
tralasciò un solo giorno di andare a visitare i suoi sfortunati ospiti.
Perfino nei momenti decisivi per le sorti della monarchia, quando tanti
gli consigliavano di dedicarsi piuttosto alla campagna per il
referendum istituzionale per scongiurare lo spettro dell’esilio, egli
antepose l’impegno caritativo a quello politico. Non so se la cosa
interesserà il Dizionario dei Capi di Stato Omosessuali o Bisessuali,
ma non bisognerebbe dimenticare il significato dell’esempio di Umberto
di Savoia, ultimo re d’Italia, se persino un avversario come il
repubblicano Ferruccio Parri confessò: «In coscienza, devo riconoscere
che sarebbe il migliore dei re».
Paolo Tritto
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| DATA: 05.09.2012 |
 I
fantasmi del fallimento sembrano dissolversi nel cielo d’Italia. Dando
un rapido sguardo alla mole di dati e statistiche pubblicati emergono
tre punti importanti e confortanti: i) le risorse ci sono; dai 250 mld
di debito in scadenza nel 2012, rimangono da rifinanziare solo 174 mld,
ovvero il 38% del totale. ii) Le emissioni nette, escluso il
rifinanziamento del debito in scadenza dovrebbero essere circa 48 mld,
contro un’attesa di deficit di 27.7 mld, sbagliata, a mio giudizio, di
una decina di miliardi, ma ampliamente nel limite dei 48 mld detti
prima. iii) la proprietà estera dei titoli del debito pubblico italiano
è scesa a circa il 40%, anzi, al netto del detenuto dalla BCE, la
percentuale è ancora più bassa; gli italiani, i risparmiatori, sono
saliti al 30%, sono i più attivi finanziatori del proprio paese, e
questo è sicuramente un bene, è un indice di’autonomia del paese
stesso. Il 2013 si appresta dunque ad essere più leggero, la quota di
debito a medio lungo termine in scadenza è materialmente più bassa, e
chissà che questo possa dare alle banche la possibilità di usare
liquidità per finanziare il sistema produttivo e non solo per far
fronte alle necessità di rifinanziamento dei propri patrimoni e del
debito pubblico. Allora dice bene Monti che intravede la luce in fondo
al tunnel? No, nessuna luce all’orizzonte, perché la sfida più
impegnativa per l’Italia non era questa, sarà quella dei prossimi anni,
in cui il paese deve trovare la giusta rotta verso la crescita e la
sostenibilità degli equilibri virtuosi tra gli elementi della domanda e
quelli dell’offerta. Sapete qual è il dato più inquietante in cui mi
sono imbattuto? Quello relativo al costo medio per unità di lavoro nel
decennio 2001/2011. Siamo al 39.6% del fatturato unitario medio; in
Spagna è il 30.4%, in Francia il 26.6%, in Germania il 5.3%. Questi
dati ci dicono che se un’azienda italiana riuscisse a trovare la forza
per far ripartire in maniera materiale il proprio fatturato, non
riuscirebbe comunque ad essere competitiva nel breve. Da qui una serie
di problematiche che ogni giorno sentiamo commentare da più o meno
eloquenti esperti. Si dice che i salari italiani siano fermi ormai da
troppo tempo; ma come è possibile aumentare ancora il costo del lavoro
senza di fatto uccidere la competitività delle nostre aziende? Il tema
è dunque complesso, e non v’è tempo né spazio per le faziosità. La
lotta di classe è sospesa. C’è solo la lotta per l’Italia, e gli
italiani, siano essi imprenditori, insegnanti o esperti operai di
filanda debbono essere uniti per l’Italia; pronti alla rinuncia, senza
eccezioni e distinzioni. Purtroppo, questi giorni ricchi di nauseabonde
polemiche già sentite, di interventi sterili e di ostruzionismi senza
prospettiva, infondono nuova rabbia e nuovo odio tra cittadini di
pensare o di vivere diverso; esse sono la triste conferma che i sogni
di compattezza sociale rimarranno tali ed il paese è sempre più
infestato dal morbo del Rizoma. Niente paura, non si tratta di un morbo
mortale; il Rizoma è una pianta infestante che cresce nei fossi, così
arrovellata che quando la si prende in mano non ci si rende conto dov’è
la radice e dov’è l’apice, tutto si confonde, non ci sono differenze,
si perdono le gerarchie. E’ così è l’Italia della confusione odierna,
l’Italia che rinnega spergiurando la memoria dei propri padri e ne
costruisce di nuovi; ma i padri no si scelgono, non si cambiano. Il
padre è la storia: elimini il padre, elimini la storia, con la
conseguenza della perdita delle radici individuali, del senso di
appartenenza soggettivo alla comunità, dello spirito di sacrificio per
il bene comune. Come di fronte a ragazzini disorientati non basta un
ordine, un comando, ma è necessario riportare in essi la serenità di
chi riconoscendo la propria guida vede nell’ordine e nel comando non
l’imposizione ma una regola che rassicura e semplifica il loro vivere,
così gli italiani hanno bisogno di ritrovare nelle loro radici la
serenità del fidarsi di chi li guida; specie in questo tempo di
profonda corsa alla delegittimazione collettiva. Amici, un po’
impauriti e un po’ divertiti mi chiedono spesso: ma cos’è questa
monarchia di cui parli? Come puoi di fronte a quanto avviene oggi nel
mondo parlare di monarchia, di medioevo? La Monarchia non è medioevo,
non è un anacronistico e nostalgico pensare ma è proprio l’elemento
collante e garante di cui oggi avrebbe bisogno l’Italia. La Monarchia è
la memoria e l’insegnamento dei padri. E’ quel fulcro inamovibile che
garantisce il corretto bilanciamento delle parti. La Monarchia è il
sole attorno al quale ruotano le stagioni della politica e che dà
continuità nei secoli all’indipendenza, alla giustizia, all’identità ed
alla dignità di un popolo. Non è dunque anacronistico parlarne, perché
il nostro paese ha bisogno di riforme urgenti, riforme pesanti che
scontenteranno molti e non possono essere fatte se il popolo Italiano
non avrà di fronte a se la garanzia di un progetto che vada oltre le
stagioni dei partiti, un progetto che se pur richieda sacrificio, lo
renda fiero di parteciparvi. Gli Italiani vogliono essere liberati dal
sospetto che qualcuno stia approfittando di loro, rassicurati dalla
presenza del padre e orgogliosi delle proprie radici. Il peggio è
passato, ma il difficile sta per arrivare. Incominciamo dalle cose
semplici: restiamo uniti per la Patria e per il Re.
Fabio Fazzari - U.M.I. Monza
|
| DATA: 05.09.2012 |
IL
RUOLO DEI MONARCHICI NELLA RICOSTRUZIONE DELL’ITALIA 1946-1961
(Dedicato ai nati dopo il 1961 )
 La
storia della repubblica italiana, almeno per i suoi primi anni, è una
strana storia sulla quale vale la pena di soffermarsi.La
repubblica voluta e votata da una maggioranza “ ufficiale “ di
12.717.923 elettori vedeva in questo numero complessivo una presenza
dei partiti comunista e socialista con voti 10.087.471, degli
altri partiti decisamente repubblicani, a cominciare proprio dal
P.R.I., e cioè Partito d’Azione, Concentrazione Democratica
Repubblicana, con voti 1.430.748, per un totale di 11.518.219, per cui
rimaneva ai democristiani repubblicani ed qualche liberale
e qualunquista egualmente repubblicani il
residuo di 1.199.704 voti .Appare evidente
che in pratica la repubblica
aveva ricevuto poco più di
2.600.000 voti da elettori non
social comunisti ,tanto da far pensare ,
e questo può essere accaduto nel
mezzogiorno d’ Italia, a svariati voti
dati da questi elettori alla
Monarchia,essendo eccessivamente ridotto il
numero di votanti democristiani per
la repubblica ,solo se si considerino
gli iscritti alla DC ,che nel
congresso nazionale prima del referendum
avevano espresso la loro scelta per
la forma repubblicana .Senza dubbio
quanto sopra espresso a grandi
linee potrebbe essere verificato
circoscrizione per circoscrizione confrontando
i dati del referendum con quelli
della Costituente, ma l’interesse è nel
quadro complessivo e nelle sue
conseguenze politiche. Dal momento che i
due partiti di sinistra PSIUP e
PCI furono estromessi dal Governo
nel 1947 per non più rientrarvi
nel quindicennio preso in esame ,la
ricostruzione dell’ Italia ,l’ adesione alla
Nato, l’ ingresso all’ ONU, l’ ottenere di
essere sede delle Olimpiadi Invernali
nel 1956 a Cortina d’ Ampezzo e
nel 1960 di ospitare a Roma
la XVII Olimpiade, quando invece oggi
ci si ritrae anche dal presentare
la candidatura per il 2020, la
restituzione di Trieste all’ Amministrazione
italiana,il miracolo economico e la
grande manifestazione di “ Italia ’61 “,
a Torino ,di cui ricordiamo il
grandioso padiglione conclusivo con le
enormi bandiere tricolori con lo
stemma sabaudo , il merito a chi va
attribuito? Solamente a De Gasperi ,di
cui in questo periodo si fa
un gran parlare per spartirsene
l’eredità, o anche al lavoro di
milioni di “ formichine “ ,che nel 1946
avevano votato per il mantenimento dell’
‘ istituto monarchico e che ora
,assicuravano in tutti gli organi
dello Stato ,nelle altre amministrazioni
periferiche ,nelle istituzioni ,nelle Università
,la continuità delle stesse con
alto senso di responsabilità ,di cui
si sono perse successivamente le
tracce ,anche se già allora vi
furono diversi scandali attribuibili però
alla nuova classe politica. Oltre alle “
formichine “,compresi quei militari che
,malgrado il Re ,nel Suo messaggio
all’atto della partenza per l’ esilio
,avesse sciolto dal giuramento di
fedeltà alla Sua Persona, ma non
quello alla Patria ,si erano egualmente
dimessi in segno di rivolta
morale per le vicende del referendum ,
iniziando una faticosa vita ed un
non facile reinserimento nella vita
civile , vi furono figure di spicco , di
convinzioni monarchiche ,che contribuirono
in maniera determinante alla rinascita , “
in primis “ Luigi Einaudi per la
parte economica e finanziaria e
successivamente Giuseppe Pella sempre in
questo fondamentale settore ,Raffaele
Cadorna ed Efisio Marras per le
Forze Armate , Giuseppe Pagano e Massimo
Pilotti per la Magistratura , Luca Pietromarchi
, Amedeo Guillet ed Edgardo Sogno
per la diplomazia ,Ettore Paratore, Luigi
Origone ,Orazio Condorelli e Giuseppe
Menotti De Francesco per le Università,
elenco indicativo ,ma non certo esaustivo .
Questi sono uomini e fatti sui
quali meditare e da far conoscere
alle generazioni più giovani, unitamente
per la parte più propriamente politica
,all'atteggiamento ed all'azione responsabile
dei monarchici di “ Stella e Corona
“ in Parlamento ,specie in momenti
critici e determinanti dal governo De
Gasperi senza i social comunisti , alla
adesione al Patto Atlantico ed ai
primi passi della comunità europea
,coerenti e fedeli alle parole del
RE : “…rivolgo l’esortazione a voler
evitare l’ acuirsi dei dissensi che
minaccerebbero l’ unità del paese… “ e
confrontarlo con quello dei repubblicani
nei primi decenni successivi alla
proclamazione del Regno d ‘ Italia .
Il confronto nei termini di un
atteggiamento,sia pure a volte duramente
critico nei confronti delle istituzioni
repubblicane, ma mai fautore del “ tanto
peggio , tanto meglio “ è favorevole ai
monarchici in maniera netta rispetto ai
repubblicani ,solo si pensi ai moti
di Palermo del 1866 dove i repubblicani
,per avversione alla monarchia ,non
esitarono ad unirsi nella protesta
ai borbonici , al caporale Barsanti ,ed
alle tante altre manifestazioni ,tra le
quali ricordiamo il tumulto all’
Università di Bologna ,contro Carducci
“traditore “,perché nel 1891 ,cioè a
trent’anni dalla proclamazione del Regno,
aveva “ osato “ tenere a battesimo
con un suo discorso il gagliardetto
del Gruppo studentesco Savoia,al che
il Carducci ,al quale non mancava
certo la vena polemica seppe dare
una risposta adeguata ,dando una lezione
di patriottismo ai repubblicani , il cui
dovere era di rispettare la volontà
popolare che aveva accettato la
monarchia dei Savoia e di non
dire mai “…perisca la Patria purché
trionfi la parte…" E questo mentre
da parte della Monarchia non vi
era preclusione alcuna nei confronti
di repubblicani che lealmente servissero
lo Stato ,come non lo era stato
per chi aveva servito fedelmente
negli Stati preunitari ,accettando poi il
grande fatto dell'Unità.
Domenico Giglio
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| DATA: 05.09.2012 |
IL
CASO DEL “FILOSOFICO” DI NAPOLI CREPUSCOLO DELL’UNITA’ D’ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 26.08.12
 Gran parte della biblioteca
dell’Istituto italiano per gli studi filosofici (Napoli, www.iisf.it)
è finita in scatoloni. Nel migliore dei casi, non sarà consultabile per
anni. Fuggiti i buoi, si cerca di chiudere la stalla. Per
salvare la faccia e tacitare la polemica contro la loro ignavia,
esplosa anche all’estero, gli Enti locali promettono qualche rimedio.
Il MIUR tace. Poiché non è né una scuola materna né una Università,
l’Istituto è fuori competenza. E i Beni Culturali? Sarebbe falso
ridurre il caso a mera distrazione burocratica nell’erogazione dei
fondi vitali per il “Filosofico, che non è volano di voti ma
tempio della libera ricerca. Il suo crepuscolo in realtà mette a nudo
la faglia che da anni si è aperta sotto la crosta dell’unità nazionale
e che ora rischia di inghiottire tutto. Il paese conta moltissime
biblioteche con i libri bene ordinati negli scaffali, cataloghi
accurati, ma senza personale e quindi chiuse: un incubo da
“sepolto vivo”. Ma il suo caso supera ogni altro. Lo
scorso anno una mostra fotografica documentò che il Salone di Palazzo
Serra, sede del “Filosofico”, ospitò l’ultimo rito
dell’Italia politica e imprenditoriale capace di guardare in
volto i grandi della Terra senza complessi di inferiorità perché forte
della propria cultura. Per fermarne il declino, dalla sua
fondazione, nel 1975, l’Istituto per gli studi filosofici ha promosso
in Italia e all’estero migliaia di convegni, seminari, conferenze e
pubblicato altrettanti volumi e opuscoli. Con impegno assiduo Aldo
Tonini orchestra annualmente centinaia di Scuole in tutte Italia, anche
grazie ad antenne, presenti nell’area liguro-piemontese da Asti e
Acqui Terme a Cuneo e Imperia. Perciò la sorte della sua biblioteca
investe la vita culturale dell’Italia intera. A suo sostegno
occorre la mobilitazione dell’Italia civile. Non è retorica
d’occasione. Come l’Istituto italiano per gli studi storici,
creato da Benedetto Croce nel 1947, poi diretto da Federico
Chabod e vivaio di storici illustri, così il “Filosofico”, noto anche
col nome del suo fondatore e presidente, Gerardo Marotta, si muove nel
solco dell’Italia che trae linfa vitale dai Lumi e dal
Risorgimento. Bastino pochi nomi: Pasquale Stanislao Mancini
docente di Giovanni Giolitti all’Università di Torino, Francesco De
Sanctis ministro dell’Istruzione con Camillo Cavour e poi a
fianco dell’albese Michele Coppino nella modernizzazione
dell’Istruzione pubblica dalle elementari alle Università. Era l’Italia
di Quintino Sella e dei fratelli Silvio e Bertrando Spaventa, degli
hegeliani di Napoli che dettero nerbo ideale allo Stato unitario: un
magistero dialettico che mezzo secolo fa ha veduto tre uomini del
Mezzogiorno alla guida della riflessione sulla memoria nazionale:
Rosario Romeo biografo di Cavour, Ruggiero Romano (Storia d’Italia
Einaudi), Giuseppe Galasso (Storia d’Italia Utet).
Nel 150° del regno d’Italia l’Istituto di Marotta dedicò al
presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi “che ha ravvivato la
memoria del nostro Risorgimento” l’antologia La
nascita dell’Italia unita, curata da Antonio Gargano e Arturo
Martorelli: panorama equilibrato ed esauriente di testimonianze e
pensieri che alimentarono l’unificazione e ne fecero il cemento d
morale dei “popoli d’Italia”, da Carlo Alberto e Vittorio Emanuele
II di Savoia a Mazzini e Marx, da Melchiorre Gioia a Settembrini
e Pisacane… Con l’ Appello alla filosofia
sottoscritto da Hans-Georg Gadamer, Edgar Morin, Giovanni Pugliese
Carratelli, Marotta e altri e fatto proprio dal Parlamento Europeo e
dall’ONU, vent’anni orsono l’Istituto ammonì: senza filosofia politica
non vi è politica, come senza economia politica non vi è politica
economica ma solo l’affanno di “decreti” scadenti a grida
manzoniane, cerotti su piaghe cancrenose come da decenni accade.
La vicenda della Biblioteca del “Filosofico” meriterà di far da
appendice all’Inchiesta Saredo su Napoli, opportunamente ripubblicata
dall’Istituto per ricordarci che, se i mali sono antichi, non mancano
intelligenze ed energie per sconfiggerli. Non è dunque tempo di
rassegnazione, ma di azione, come nel 1848 scrisse De Sanctis nel
Discorso ai giovani pubblicato da Giuseppe Catenacci per l’Associazione
ex Allievi della Nunziatella e per il Filosofico. L’Italia e l’Istituto
simul stabunt, simul cadent: vivranno o crolleranno insieme, perché
l’Italia nacque da un’idea, spenta la quale torna a essere terra per
invasioni e scorrerie.
Aldo A.
Mola
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| DATA: 05.09.2012 |
DON
GIACOMO MARGOTTI DA SAN REMO - ELETTI ED ELETTORI: I CATTOLICI E LO
STATO
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 02.09.12
Il
Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale
italiana, auspica che i cattolici in politica siano “molti, preparati,
con coerenza”. E’ una battaglia antica. Lo spiega Oscar Sanguineti,
direttore della rivista “Cultura e identità”, in Cattolici
e Risorgimento. Appunti per una biografia di don Giacomo Margotti, con
prefazione di Marco Invernizzi (Ed. D’Ettoris, Crotone): grumo di una
futura biografia scientifica. Don Giacomo Margotti (San Remo, 1823-
Torino, 1887) a 25 anni concorse a fondare in Torino il foglio
cattolico “L’Armonia”, che raccolse la sfida offerta dalle regie
patenti di Carlo Alberto di Sardegna sulla libertà di stampa (novembre
1847). Da secoli i cattolici pubblicavano periodici nei Paesi a
maggioranza protestante o evangelica. Da metà Settecento la
chiesa di Roma e alcuni suoi Ordini di élite, a cominciare dalla
Compagnia di Gesù, erano stati bersaglio di campagne di stampa ben
coordinate. Non seppero reagire. Finì con lo scioglimento dei gesuiti e
Pio VI cacciato da Roma, mutata in repubblica giacobina (1798).
Dopo la Restaurazione, a filosofie, ideologie, dottrine politiche e
governi dichiaratamente antipapisti, anticattolici e antireligiosi la
chiesa di Pietro rispose con laici ed ecclesiastici impegnati in
trincee avanzate (Giuseppe Cottolengo, Giovanni Bosco, Francesco Faà di
Bruno, Tancredi e Giulia di Barolo…) e con chierici dalla penna aguzza
e svelta, come don Margotti. A metà Ottocento si registrarono due
eventi che segnarono i centocinquant’anni seguenti. Nel 1848 il
tentativo di Pio IX di ammodernare lo Stato pontificio cadde con
Pellegrino Rossi, pugnalato da chi voleva rendere impossibile il
dialogo tra la chiesa e il mondo moderno. Pio IX lasciò Roma per Gaeta,
all’epoca nel Regno delle due Sicilie, il cui sovrano, Ferdinando II di
Borbone, si atteggiò a protettore suo e della Fede. I Gesuiti, memori,
lo arginarono. La Repubblica Romana del 1849 fu certo ispirata da
nobili ideali, ma in Europa repubblica evocava lo spettro del Terrore.
Perciò Gioberti, Rosmini e persino Cesare Balbo, Silvio Pellico,
Massimo e Roberto d’Azeglio (oltretutto con un fratello gesuita, come
lo stesso Pellico) finirono ai margini della storia. Don
Margotti rifiutò ogni compromesso e si batté con irruenza contro
i neogiacobini, che pretendevano il monopolio della scuola e
delle coscienze spacciandolo come progresso liberale. Staffilò anche la
vita privata del re e lo pagò. Secondo Filippo Crispolti Vittorio
Emanuele II conservò il bastone rotto sulla sua testa la sera del 27
gennaio 1856 presso il torinese caffè “Il Progresso”, perché aveva
accennato alla Bella Rosina, futura moglie morganatica del
sovrano. Nel 1857 si registrò la seconda crisi. Don
Margotti fu eletto deputato nel collegio di Oristano, come altri
quattro canonici, ecclesiastici senza cura d’anime e quindi
eleggibili. Per sconfiggere la Destra, capitanata da Clemente Solaro
della Margarita e da Ottavio Thaon di Revel, Camillo Cavour fece
dichiarare ineleggibili i canonici deputati. Vinse ma spaccò il Paese,
con ripercussioni sull’Italia seguente. Secondo Margotti, infatti,
all’arbitrio politico i credenti dovevano rispondere disertando le
elezioni politiche: né eletti, né elettori, una linea durata sino al
“Patto Gentiloni” del 1913 quando per sconfiggere i socialmassimalisti
rivoluzionari i cattolici votarono candidati liberali e persino massoni
e viceversa. Il governo Cavour-Rattazzi colpì
ripetutamente “L’Armonia” con sequestri, multe, processi, condanne. Nel
1859 ne ordinò la chiusura. Cinque anni dopo la Conciliazione dell’11
febbraio 1929, nell’ Enciclopedia Italiana don Giuseppe De Luca
sentenziò che “come scrittore (don Margotti) non ha più interesse”
(1934). Oggi invece il prete integralista è considerato tra
i campioni del caleidoscopico movimento cattolico. Qualche volta
esagerò, ma la sua Storia dei ladri nel regno d’Italia da Torino a Roma
(1872) sembra il ritratto dell’Italia odierna. Don Margotti voleva
gl’italiani liberi di professare le proprie convinzioni nell’ambito
delle leggi. Il vero avversario non era comunque nei Palazzi ma
nei “petrolieri”, come si vide dal 1871 con la Comune di
Parigi. Quel trauma è documentato nei due
ottimi studi di Ercole Camurani 1810-2010. Duecento anni di liberalismo
e Padre Francesco Saverio Bruniani. La via difficile all’Unità
Italiana per un cattolico liberale (ed. Mattioli 1885: www.mattioli1885.com)
e nel bel libro di Cristina Siccardi Il Cardinale Massaja missionario
in Africa (ed. San Paolo), scritto sulla scia di p. Antonino
Rosso. Il saggio di Sanguineti sul sanremasco don Margotti
ricorda anche che vi sono tanti archivi ricchissimi ma poco studiati
benché preziosi per capire i nodi irrisolti dell’Italia odierna.
Aldo A.
Mola
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| DATA: 05.09.2012 |
NAPOLI:
LO SPOSTAMENTO DELLA BIBLIOTECA DELL’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI
FILOSOFICI
Palazzo
Serra di Cassano è stato la sede di diverse manifestazioni organizzate
dall’U.M.I. di Napoli alle quali anche le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e
Silvia di Savoia hanno preso parte. L’U.M.I. si associa alle parole del
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Aldo Mola, che in
veste di Direttore del Centro Giolitti ha diramato un comunicato per
deplorare l’accaduto. Eccone il testo:
 L’Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), apprezzato in tutto il
mondo quale motore della cultura in Italia, deve immagazzinare la
biblioteca (350.000 volumi) a decine di chilometri da Palazzo Serra di
Cassano, ove ha sede: un patrimonio straordinario viene sepolto lontano
da studenti e docenti.
Orgoglioso della sua originaria libertà, che è tutt’uno
con la Cultura, l’Istituto non riceve da anni i finanziamenti
indispensabili per la sua attività. E’ la conferma del tracollo della
vita scientifica in Italia e dell’indifferenza dei “poteri” nei
confronti degli studi non servili.
L’assenza di una visione filosofica comporta quella
di un disegno politico. Perciò i “governanti” annaspano nelle
immondizie.
Da Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici, uscì il ventenne Gennaro, decapitato con i
Martiri del 1799: credeva nell’Italia libera e grande, nella civiltà
dei Lumi. Come ha fatto e fa, con il fondatore e presidente
dell’Istituto, Gerardo Marotta, il generoso cenacolo di quanti
nell’Istituto e per l’Istituto lavorano.
Il Centro “Giolitti” esprime profonda solidarietà
all’Istituto e deplora quanti lo stanno afforcando per soffocarne il
Magistero.
Aldo A.
Mola
Direttore del Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello
Stato
Nella
foto Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi
Filosofici, con S.A.R. il Principe Amedeo ad una manifestazione UMI
tenutasi a Palazzo Serra di Cassano.
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| DATA: 24.08.2012 |
PROVINCE
TRANSALPINE PER L’EUROPA DEI POPOLI
Editoriale
di Aldo A. Mola pubblicato su “IL Giornale del Piemonte” del 19/08/12
 Perché
non varare province europee almeno nelle Alpi Occidentali? Ne offre
occasione il “riordino” delle amministrazioni locali. Posseduti dal
demone di apparire, da anni governi e politici incolti sparano a zero
contro Comuni e Province, cioè proprio contro l’unica realtà
amministrativa seria, frutto di storia millenaria, a differenza delle
regioni che sono invenzione recente, artificiosa, costosissima e fonte
di contenziosi indistricabili e paralizzanti. Province e Comuni
rispondono direttamente ai cittadini, mentre le regioni “giocano a fare
gli Stati con presidenti che si credono Governatori”, come osserva
tagliente il senatore Andrea Fluttero. Se davvero vogliamo “riordinare”
le Province senza distruggerne la funzione secolare, scopriamo che
l’Italia pre-unitaria era più europea di quanto lo sia oggi. Il Regno
delle Due Sicilie faceva grande politica estera. Perciò gl’inglesi ne
vollero la distruzione. Lombardo-Veneto, Toscana e Modena erano parte
dell’Impero d’Austria. Col il Papato l’Italia Centrale era fulcro del
mondo. Il Regno di Sardegna era transalpino e anfibio, andava dalla
Savoia a Nizza, passando per Aosta e Torino e arrivava a La
Spezia. Il sabaudo Cesare Balbo scriveva sommari di storia
universale. Come gli Azeglio, gli Alfieri e Pellico, pensava in grande
molto prima di Cavour. E’ quanto manca alla riflessione sul
riordino dell’Italia: il salto di qualità dal provincialismo alla
lungimiranza, fondata sulla cognizione del passato. Il direttore
di questo Giornale del Piemonte, Fulvio Basteris, propone di tenere in
vita in Piemonte le due province storiche (Torino e Cuneo) e accorpare
il resto in “Piemonte Orientale”: Alessandria, Casale, Novara…, plaghe
dai confini incerti, sabaude appena dal Settecento, attratte da Genova
e da Milano assai più che da Torino. La presidente della “Granda”,
Gianna Gancia, si schiera invece per l’unione di Cuneo con Imperia, la
città inventata per pacificare Oneglia e Porto Maurizio. Si può
guardare anche più lontano. Lo fece decenni orsono il Movimento
federalista europeo proponendo la provincia transfrontaliera
Cuneo-Imperia-Nizza, che esisteva prima del 1861, nell’ambito della
regione Rodano-Provenza-Alpi Marittime. Sono cose arcinote. Tuttavia
vanno ripetute, perché oggi le istituzioni supreme parlano in italiota
anziché in europeo. Di conseguenza anche il 150° della proclamazione
del Regno d’Italia è passato come acqua sulle pietre: retorica arida,
luoghi comuni. Ne è conferma la produzione storiografica. Da anni il
Premio Acqui Storia non include tra i finalisti saggi sull’unificazione
nazionale: non per pregiudizio ma perché non se ne scrivono di validi.
L’Italia ha urgenza di ripensarsi in prospettiva europea per non far la
fine dell’antico ducato di Parma e Piacenza: né internazionale né
nazionale, ma a noleggio, affidato a sovrani palesemente “a tempo”,
come la lussuriosa Maria Luisa d’Asburgo e il tirannello Carlo III di
Borbone. Non è facile, ma si può tentare. Certo, per superare le
asperità del passato bisogna mettersi in due. I subalpini se la sentono
di tornare transalpini? E i francesi credono nell’europeismo
dell’Italia o come da Carlo VIII a De Gaulle continuano a considerarla
terra per invasioni? Quante bandiere francesi si vedono salendo da
Cuneo a Tenda e quante italiane scendendo verso Nizza? Eppure dovrebbe
essere più facile pensare in europeo sulle Alpi Occidentali che al
confine con la Svizzera, l’Austria, la Slovenia, ove tanti conti
rimangono aperti. La storia non fa sconti. L’Europa dei popoli rimane
lontana. Non la avviciniamo cancellando qualche provincia o un po’ di
comuni all’interno dei confini nazionali. Occorre una rivoluzione
culturale vera. Invece di scandalizzarci per quanto accade nel Vicino
Oriente meditiamo sull’imminente centenario della guerra dei
trent’anni (1914-1945, con l’intervallo di tensioni tra il 1918 e il
1939) nei quali i popoli fratelli si scannarono senza pietà. Per fare
un passo avanti vanno create province transalpine o regioni
transfrontaliere, almeno dove possibile, anche per salvaguardarne le
lingue. Lo proponemmo nel 1963 ad Anversa, alla fondazione del Partito
federalista europeo, mentre in piazza fiamminghi (calvinisti e di
lingua olandese) e valloni (cattolici e francofoni) si
bastonavano di (poco) santa ragione. Ma da allora il cammino
dell’Europa è rimasto al palo, accecata dal luccichio di una deludente
unione monetaria rimasta a mezz’asta.
Aldo A.
Mola
|
| DATA: 20.08.2012 |
L’U.M.I.
DI ASTI AL TEMPIO DELLA FRATERNITÀ (PV)
 Il
24 giugno 2012 la Sezione U.M.I.
di Asti, con il labaro, e molti iscritti, ha
partecipato a Cella di Varzi (PV), presso il Tempio della Fraternità,
ad una
manifestazione organizzata dal Presidente dell’
U.N.I.R.R., Sezione di Asti, Comm. Giovanni Triberti, con la
partecipazione anche delle Guardie d’ Onore alle Reali Tombe del
Pantheon di
Asti, Valmaira (CN), e Reggio Emilia. Erano presenti altresì
associazioni combattentistiche e d’arma,
con bandiere, ed autorità civili, militari e religiose. In occasione
dell’inaugurazione di una targa in onore ed in memoria del Cav. Pietro
Aguzzi
già Presidente dell’Associazione Carristi della Regione Lombardia e
fedele
sostenitore del Tempio della Fraternità, l’ U.M.I. ha voluto
partecipare alla
celebrazione per commemorare tutti insieme i
caduti e dispersi in Russia e i defunti di Casa Savoia. Il Tempio della
Fraternità, costruito con le rovine raccolte
dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato fondato da Don
Adamo
Accosa, ricordato durante la funzione, quale momento di riflessione
sulla
necessità di costruire un avvenire di pace, collaborazione e
fratellanza, tra
gli uomini e le nazioni. Inoltre è stato ricordato il Beato Don Carlo
Gnocchi,
già reduce di Russia, nonché cappellano militare durante la guerra e
fondatore
di istituti di riabilitazione. Sono stati letti alcuni messaggi di
saluti pervenuti da
autorità, tra i quali è stato molto apprezzato ed applaudito quello del
nostro
grandissimo Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero. La Sezione U.M.I.
di Asti ringrazia i suoi iscritti per la partecipazione e rivolge un
ringraziamento particolare al Comm. Giovanni Triberti, per l’ottima
organizzazione dell’evento.
Il
Presidente U.M.I. Cav. Luigi Caroli
Il Vice Presidente U.M.I. Cav. Giancarlo Bussi
Il Segretario Rag. Antonio Ambrosino
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| DATA: 14.08.2012 |
UNA
NUOVA BIOGRAFIA DELLA PRINCIPESSA MARIA CRISTINA DI SAVOIA
 Un
racconto originale e storicamente documentato della vita di una
“sovrana Venerabile” strettamente legata alla terra sarda, pubblicato
in occasione del secondo centenario della nascita.
Un volume che getta nuova luce sul processo di beatificazione ancora in
corso, arricchito da documenti inediti e materiali di archivio.
Sono gli anni turbolenti dell’avventura napoleonica che rimescola le
carte politiche di un intero continente. I Savoia, cacciati dal
Piemonte, si rifugiano in Sardegna, nella capitale del regno ricevuto
nel 1720. E qui, a Cagliari, una mattina del 1812, vede la luce Maria
Cristina di Savoia. Figura speciale di donna – ritenuta in odore di
santità già in vita –, la sua vicenda terrena è ripercorsa con dovizia
di particolari, tratti da fonti e documenti contemporanei, in un
racconto storico affascinante che fa ampio riferimento al suo
epistolario e alle testimonianze di chi l’ha conosciuta. Maria
Cristina, divenuta poi regina delle Due Sicilie, moglie di Ferdinando
II e madre di Francesco II, è considerata infatti esempio di
“perfezione” nella “normalità della vita” poiché con le sue virtù, con
la sua pietà e il soccorso che sempre ha devoluto verso i deboli, si è
ben presto conquistata presso i suoi sudditi l’appellativo di
“reginella santa”. In questo volume Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano
– proponendo in appendice alcuni documenti inediti – ripercorrono le
vicende biografiche della “figlia del Regno di Sardegna”, offrendo così
ai lettori una nuova e originale cronaca in occasione della ricorrenza
del secondo centenario della nascita della Venerabile, il cui processo
di beatificazione sarà riavviato al più presto.
Mario Fadda
(Iglesias, 1977), si è diplomato in Studi Filosofici presso la
Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Con Ilaria Muggianu Scano
ha pubblicato Iomàn: Diario della Mandorla Amara (CTE, 2010) e Diario
del Risorgimento sardo. Pietro Domenico e Gavino Scano: sangue diviso
tra Chiesa e Stato (Arkadia, 2011).
Ilaria Muggianu Scano
(Meana Sardo, 1977) è giornalista ucsi (Unione Cattolica Stampa
Italiana), si è diplomata in Studi Filosofici presso la Pontificia
Facoltà Teologica della Sardegna. È redattrice di diverse testate di
divulgazione religiosa e collabora a progetti editoriali di
salvaguardia della cultura tradizionale. È stata consulente alla
sceneggiatura del film di Giovanni Columbu Su Re.
Maria Cristina
di Savoia
Figlia del Regno di
Sardegna, Regina delle Due Sicilie
di Ilaria Muggianu Scano e Mario Fadda - Introduzione di Alessandro
Fadda
Arkadia Ed. Collana Akademia ISBN 978-88-96412-66-4 - Pagine 240 - Euro
17,00
|
| DATA: 14.08.2012 |
FIOCCO
ROSA IN CASA U.M.I.
Il giorno 6 agosto, presso la Clinica “La
Madonnina” di Bari, è nata Aurora Cipri, nipote del Cav. Oronzo Cassa,
consigliere Nazionale U.M.I. e coordinatore del Club Reale" Savoia di
Corato. La bellissima bambina è figlia di Loredana Cassa, primo
Dirigente dell' Ufficio Amministrativo della Confagricoltura di Bari e
moglie del Capitano dell'Arma Aereonautica Militare Luigi Cipri, in
Servizio a Gioia del Colle. Congratulazioni al nonno e ai genitori per
il bellissimo evento!
Nella foto Oronzo Cassa,
nonno della piccola Aurora e motore inossidabile dei monarchici
pugliesi.
|
| DATA: 14.08.2012 |
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il
Giornale del Piemonte” del 12/08/12
 Ogni
capo politico e militare ha diritto di fare qualsiasi cosa per il
proprio popolo. Anche la più nefanda. Ne risponderà all’Altissimo o,
più prosaicamente, alla Storia, cioè al corso degli eventi e alla
Memoria. Lo spiegò Benedetto Croce, quando votò contro il trattato di
pace che sforbiciò l’Italia a ovest e la privò di terre e genti
italianissime a est. Per chiudere la guerra con il Giappone e imporsi
potenza mondiale suprema nel dopoguerra, gli USA gli sganciarono
addosso due bombe atomiche. Non se ne sono mai “scusati”. Azione
politico-militare e “morale” (e quale, poi?) sono mondi separati. Ora
qualcuno vorrebbe revocare l’onorificenza conferita dalla Repubblica
italiana al presidente della Siria, al-Assad, anticipando il giudizio
morale e storico su eventi ancora ignoti. Ma chi mai ne ha titolo?
Forse gli inglesi o i francesi che a Versailles nel 1919-1920 si
spartirono l’Impero turco, Siria inclusa, per sfruttarne le risorse?
Obama e Clinton vanno fieri del premio Nobel “per la pace”. Quale?
Molto si discute di Ragion di Stato e segreti di Stato: disputa fondata
sull’ingenua identificazione fra democrazia e “trasparenza” (abolizione
di ogni segreto) e su un equivoco lessicale: la confusione fra
“segreto” (ritenuto necessariamente malvagio, criminale) e “riservato”,
cioè “limite invalicabile dai non addetti”. In realtà non esistono
segreti assoluti. Anche l’azione più tenebrosa è nota almeno a chi la
compie. E vi è certo separazione tra sacro (cioè riservato ai
sacerdoti, “congiurati”) e profano, cioè i “laici” (il “popolo bue”,
insomma). Senza bisogno di scomodare i segreti
politico-diplomatici-militari, basti un esempio elementare: è bene che
solo gli addetti governino l’acquedotto cittadino, altrimenti preda chi
potrebbe avvelenarne gli utenti. Lo stesso vale per una miriade di
azioni quotidiane, che sarebbe strambo considerare penalmente
perseguibili solo perché necessarie alla salute dello Stato, legge
suprema. La gente va in vacanza sperando di viverla tranquilla.
Malgrado i gufi che, invece di rimediarvi governando, profetizzano un
autunno terribile (è il caso della ministra Elsa Fornero), le vacanze
saranno serene solo grazie all’immensa rete di tutori dell’ordine e
“congiurati”. Essi sono il velo di cui ha bisogno anche la democrazia
più avanzata. Lasciamoglielo.
Aldo A. Mola
|
| DATA: 14.08.2012 |
«LE
SALME DEI SAVOIA TORNINO IN ITALIA»: RICCARDO MIGLIORI (PRES. OSCE)
SCRIVE A MONTI

Riportare in Italia le salme di Vittorio
Emanuele III e dei Reali come «gesto di umanità e patriottismo» in
vista del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale: è
questo ciò che il Presidente dell’Assemblea Parlamentare dell’Osce
(Organizzazione del la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), On.le
Riccardo Migliori, chiede in un’accorata lettera scritta al Presidente
del Consiglio dei Ministri Mario Monti. Eccone il testo:
«Nell’avvicinarsi del centenario dello scoppio della prima guerra
mondiale varie organizzazioni internazionali, tra cui l’Assemblea
Parlamentare dell’Osce che ho l’onore di presiedere, stanno
programmando iniziative che a partire dal Sarajevo 2014 ricordino
all’Europa i passati lutti come insegnamento perenne per evitarli in
futuro».
«In questo contesto, sono in ponte progetti di integrazione e
pacificazione soprattutto in Europa centrale e nei Balcani».
«In questo spirito, una volta sopite le polemiche politico-culturali al
riguardo, mi permetto di considerare estraneo ad un clima di
riunificazione storica, soprattutto dopo il felice esito delle
celebrazioni del 150° anniversario della nascita dello Stato unitario,
il permanere della sepoltura all’estero degli ultimi due Re d’Italia
Vittorio Emanuele III e Umberto II e delle loro consorti».
«Alessandria d’Egitto, Altacomba, Montpellier non rappresentano, come
il Pantheon, l’essenza della storia unitaria dell’Italia, né risulta
comprensibile per il suo ruolo decisivo rivestito nel corso della prima
guerra mondiale l’esilio della sepoltura di Vittorio Emanuele III».
«Il suo Governo che, per composizione e maggioranza parlamentare, è in
grado di essere al di sopra di stanche polemiche sul corso della nostra
storia nazionale, può autorizzare la traslazione delle salme dei Reali».
«Auguro a Lei ed all’Italia che vi possano essere oggi le condizioni
per un gesto di umanità e patriottismo».
Già nei giorni dell’insediamento del Governo Monti, l’U.M.I. ha chiesto
al nuovo esecutivo la sepoltura nel Pantheon dei Sovrani esiliati. La
nostra Associazione plaude all’iniziativa dell’On. Migliori, che da
sempre ci è vicino con fattiva collaborazione.
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| DATA: 09.08.2012 |
FUNERALE
“MONARCHICO” PER IL SAGRESTANO DI DON CAMILLO
 Brescello: la bandiera sabauda sul
feretro di Vittorio Gianelli, che ha curato la chiesa di Brescello per
59 anni.
BRESCELLO. Un lungo applauso ha sottolineato l’uscita del feretro di
Vittorio Gianelli dalla chiesa di Santa Maria Nascente, ieri pomeriggio
gremita per i funerali. Occhi lucidi e molta commozione hanno fatto da
cornice all’ultimo saluto al sagrestano brescellese in servizio da 59
anni, le cui esequie sono state celebrate da cinque sacerdoti, tutti a
lui molto legati: oltre al parroco, don Giuliano Davoli, hanno
presenziato don Giuliano Cugini, don Evandro Gherardi (che si insedierà
a Brescello a settembre, in sostituzione di don Davoli che partirà per
una missione in Africa), don Pietro Paterlini e il diacono Andrea
Cristalli. In ossequio alle ultime volontà del 78enne – fervente
monarchico – la bara era avvolta dal tricolore con il simbolo sabaudo,
così come avvenne nel film “Don Camillo”, per i funerali della maestra
Cristina. Ma più di tutto, a colpire, è stata la commozione nei volti
di chi ha voluto salutare per l’ultima volta Vittorio nella “sua”
chiesa, che ogni giorno curava e puliva con un’attenzione quasi
maniacale. La sua meticolosa disponibilità è stata sempre apprezzata
dalle varie generazioni che hanno potuto conoscerlo, come testimoniano
le presenze in chiesa: tanti anziani, ma anche persone di mezza età e
giovani, ai quali Gianelli era molto legato. E’ stato don Cugini a
ricordarlo con parole commosse: «Con la morte di Vittorio, non perdiamo
solo un sagrestano ma un amico di tutti i brescellesi, che ha vissuto
una vita degna di essere raccontata in una biografia. Va ricordato che
il suo ineccepibile servizio era compiuto con grande religiosità,
accompagnato da una preghiera assidua e da vita eucaristica intensa. Lo
vediamo ancora qui, intento a suonare le campane, a servire messa e a
pulire. Era una persona divertente come suo padre Mario, poi negli
ultimi mesi, a causa della malattia, si era fatto più aspro e severo, e
nelle mansioni aveva iniziato a farsi aiutare da altre persone, che
erano onorate di prestargli servizio. Sempre pronto a provvedere anche
al divertimento dei ragazzi, era un esempio anche per i seminaristi, i
quali apprendevano da lui come fare il prete. Resta in me un desiderio
irrealizzato: mi sarebbe piaciuto che il vescovo lo nominasse accolito
permanente. Gli mancavano gli studi, ma abbondava di pietà e competenza
per esercitare questo ruolo, che gli affiderà il Signore. Nei giorni
scorsi, quando gli ho chiesto se voleva che gli impartissi l’estrema
unzione, pur faticando, mi ha sorriso. Un sorriso che non mi
dimenticherò mai e che mi fa capire che Vittorio era pronto per il
regno dei cieli». Il feretro di Gianelli è stato tumulato nel cimitero
locale.
Andrea Vaccari
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| DATA: 08.08.2012 |
IL
TRICOLORE DEL REGNO ALLE OLIMPIADI DI LONDRA
Non poteva mancare ai XXX Giochi olimpici di Londra la presenza
del tricolore con lo stemma sabaudo. Più volte, per merito del giovane
Michele Migliori del Fronte Monarchico Giovanile di Firenze, le gare
dei nostri atleti sono stati accompagnate dalla bandiera sotto la quale
si è compiuto il Risorgimento. Migliori ha fatto sventolare il nostro
glorioso vessillo in occasione della finale vinta da Jessica Rossi nel
tiro a piattello,nella partita di Pallavolo contro l'Algeria e nella
marcia 50 km femminile. Nella foto che pubblichiamo il Tricolore
alla ringhiera a Westminster, in occasione della marcia. Complimenti
per l’iniziativa!
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| DATA: 08.08.2012 |
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