Spett.le Redazione,
era il 15 novembre del 1994, una settimana dopo il disastro dell’alluvione (che ha colpito Alessandria ndr),
giungeva in visita l’allora Capo dello Stato. I lettori saranno
sorpresi e felici per questo ricordo, ma non tutti sanno che fu una
visita lampo, quelle che umiliano, più che sollevare lo spirito e
sentirci uniti, pur nella disgrazia comune! L’allora Presidente era
l’attuale defunto da pochi giorni, il quale partendo da Roma in aereo
presidenziale, atterrava a Genova, per salire in elicottero e sorvolare
le zone di Ceva, Alba, Asti e finire ad Alessandria. Ad
accoglierlo, sotto i portici del Municipio, c’era
l’infaticabile Francesca Calvo, allora Sindaco, ricordata con
entusiasmo dagli Alpini e da tanti Volontari per un sorriso spontaneo e
la presenza sul posto, dove la gente soffriva e piangeva. Purtroppo il
viaggio era già stato troppo pesante, per chi ricopriva la massima
carica della Nazione, accompagnato dalla devota Figlia con tacchetti,
poco consone a sporcarsi nel fango tra gli alluvionati, e così terminò
quel triste tour, correndo verso Genova per il rientro immediato, il
tutto nello spazio di una mattinata! Non posso rimpiangere un
Personaggio così, del quale molti di parte Sinistra conservano il
ricordo dell’impegno civile per salvaguardia della Costituzione,
peccato che in momenti tragici la carta costituzionale serve a
riempirsi la bocca ma non ad aiutare chi sta male ed ha perso tutto!
Non possiamo meravigliarci molto se il Comandante abbandona la nave
prima dei passeggeri, salvandosi prima di affondare con tante innocenti
Vittime; gli esempi arrivano sempre dall’alto, se questo è il
vertice……non ci resta che piangere! I Savoia accorsero sempre sui
luoghi dei disastri, sia durante il Regno che in esilio, quando Sua
Maestà da Cascais, incaricava il Ministro della Real Casa, Falcone
Lucifero di portare aiuti economici agli alluvionati del Vajont e del
Polesine, tutto documentato ed in archivio della Principessa Maria
Gabriella di Savoia, sarebbe interessante riscoprire la storia
repubblicana anche da questi punti “regali”!
Ringrazio per l’attenzione.
Carmine Passalacqua Consigliere Comunale e rappresentante UMI
DATA: 03.02.2012
A 20 ANNI DA TANGENTOPOLI
Il
17 Febbraio prossimo ricorre l’anniversario dall’inizio di “mani
pulite”, un’inchiesta che spazzò via un’intera classe politica; nel
1992 i politici di allora non credevano che da lì a poco sarebbe
crollato un intero sistema politico perché vivevano in un mondo
ovattato e soprattutto lontano dalla gente comune. Dall’esperienza di
allora i partiti politici a quanto pare non hanno tratto nessuna
lezione, è notizia di ieri infatti che il tanto sospirato (da noi
cittadini comuni mortali tartassati e mazziati dai continui balzelli)
taglio agli stipendi di lor signori parlamentari in realtà non c’è
stato affatto. Il taglio di 1300 euro mensili infatti è dovuto al solo
fatto che si è passati al sistema contributivo e quindi in virtù di
questo gli stipendi sono aumentati di 1300 euro, di conseguenza
tagliando la suddetta cifra i nostri simpaticoni politici non hanno
ridotto di un bel niente i loro sostanziosi cachet. In un momento di
vulnus politico dei nostri partiti, che non riescono in nessun modo a
rappresentare noi cittadini e che assomigliano sempre più solo a dei
contenitori vuoti fine a se stessi ed ai loro personali interessi, gli
onorevolissimi signori tentano anche furbizie spicciole per farci
credere che anche loro stanno contribuendo a risanare il Paese. Questo
non è il tempo delle furbizie!... come ha ricordato ieri il presidente
Napolitano tutti devono concorrere al bene comune. A quanto pare le
forti oligarchie ancora si rifiutano di pagare pegno. La storia ci
insegna però che quando il popolo è stanco è capace di grandi cose.
Guidato dal buonsenso e dalla provvidenza il popolo italiano sa
cambiare, il popolo italiano può cambiare!
FISICHELLA AL CIRCOLO REX: IL PENSIERO CATTOLICO DURANTE IL RISORGIMENTO
Roma,
29 gennaio 2012 - Si è aperta la seconda parte del 64° ciclo di
conferenze del circolo di cultura ed educazione politica REX di Roma,
con una pregevole conferenza del Senatore Domenico Fisichella. Dopo un
introduzione del Presidente del Circolo REX, avvocato Benito Panariti,
l’Ing. Domenico Giglio ha letto il messaggio di Re Umberto II, scritto
il 30 aprile 1955, in occasione del centenario della scomparsa di
Antonio Rosmini. Si è così ripresa un’antica tradizione del Circolo
REX, ovvero quella di leggere un messaggio del Re prima di ogni
conferenza. Fisichella ha aperto il suo intervento facendo notare che
Cesare Balbo, uno dei massimi artefici del Risorgimento assieme a
Cavour, era un fervente cattolico e che quindi l’essere uomini di fede
non implicava assolutamente un’avversione al processo unitario.
L’intervento di Fisichella si è incentrato sull’analisi del pensiero di
tre grandi personaggi cattolici della prima metà dell’800: Vincenzo
Gioberti, Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini. Tutti e tre erano
patrioti convinti e volevano un’Italia unita, con una posizione di
rilievo per il Papa. Sono state analizzate le possibili opzioni con le
quali si sarebbe potuto unire l’Italia: stato federale o confederale,
la figura del Papa come arbitro in campo di giustizia (ipotesi
neoguelfa, definitivamente tramontata nel 1848) e il sistema
istituzionale monarchico o repubblicano. L’oratore ha tracciato anche
la fondamentale differenza tra il federalismo aggregativo di sui si è
discusso durante il Risorgimento e di quello disgregativo di cui si
discute ai giorni nostri. L’uno nobile e ricco di buoni propositi,
l’altro bieco e con basse finalità. Analizzando i tre pensatori
cattolici è emerso che Rosmini (a cui Fisichella ha dedicato un libro)
ha sempre visto la Monarchia come un’istituzione in grado di unire il
popolo mentre la repubblica in grado di dividere i popoli; Gioberti
nasce repubblicano per poi rendersi conto che l’ipotesi monarchica è la
sola percorribile ma anche la più auspicabile; Manzoni invece era uno
strenuo sostenitore dell’unità nazionale con il chiodo fisso per Roma
Capitale. Fisichella ha concluso il suo intervento, sottolineando
quanto sia stato importante il contributo portato da questi pensatori
al processo di unificazione nazionale. Presente il segretario nazionale
dell’Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero, accompagnato dal
Coordinatore provinciale dell’U.M.I. di Ancona Roberto Carotti, e l'Ing. Prof. Gian Vittorio Pallottino (foto).
DATA: 30.01.2012
I DUCHI DI SAVOIA A MADRID PER COMMEMORARE AMEDEO I, RE DI SPAGNA
Le
LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia sono intervenuti, presso
la sede dell'Istituto Italiano di Cultura di Madrid, alla conferenza
dedicata alla figura del Re di Spagna Amedeo I di Savoia, primo Duca
d’Aosta. S.A.R il Principe Amedeo di Savoia ha inaugurato la
manifestazione, pronunciando un discorso a ricordo della figura del
bisnonno, con particolari inediti. Dal convegno è emerso come le figure
del Re Amedeo I e della consorte Maria Vittoria di Savoia, già
principessa dal Pozzo della Cisterna, siano ancora oggi molto amate e
apprezzate dal popolo spagnolo. Il primo Duca d’Aosta, nel corso del
suo breve Regno, ha cercato di dare allo sviluppo della democrazia in
Spagna. Fu Re di Spagna dal 1870 al 1873 ed il convegno è stato
organizzato per ricordarne il 140° anniversario. I tre relatori
principali, i Professori María Jesús Cava Mesa dell’Università di
Bilbao, José María de Francisco Olmos dell’Università Complutense di
Madrid e Amadeo Rey y Cabieses della “Escuela de Genealogía Heráldica y
Nobiliaria de Avilés”, hanno trattato i vari aspetti del Suo Regno e
della Sua personalità, nonché di quel complesso periodo della storia
spagnola. Durante il Convegno è stato evidenziato - anche con l’ausilio
di proiezioni d’immagini d’epoca - il tentativo di instaurare un nuovo
corso storico, attraverso la creazione di una monarchia elettiva che si
rifaceva idealmente al processo risorgimentale italiano. È stato
inoltre messo in rilievo il tentativo di Vittorio Emanuele II di
offrire, con la sua dedizione e con il suo spirito di sacrificio, un
esempio di senso istituzionale moderno.
DATA: 30.01.2012
STRANEZZE AL CONSOLATO ITALIANO DI NIZZA: E’ PROIBITO PARLARE DELLA PERSECUZIONE DELLA CULTURA ITALIANA A NIZZA DOPO IL 1860?
Uno strano
episodio si è verificato alla “Giornata di studio” organizzata dal Consolato
Generale d’Italia a Nizza, dal titolo: “La Contea di Nizza alla vigilia
dell’Unità d’Italia: società e identità culturali” e svoltasi il 25 gennaio
scorso.Alla “Giornata” partecipava anche il prof. Giulio Vignoli,
dell’Università di Genova, noto studioso dell’argomento al quale ha dedicato
ben tre libri: I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica
Italiana, Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa
(editi entrambi da Giuffrè, la più grande casa editrice scientifica italiana) e
da ultimo il pamphlet Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo
(e di Briga e di Tenda e del Principato di Monaco). Ricordiamo anche che il
prof. Vignoli è membro della Consulta dei Senatori del Regno.Erano presente al convegno relatori italiani e francesi. Al prof.
Vignoli sono stati concessi 5 minuti, dicesi 5, per un intervento da svolgere
alle ore 14, all’inizio dei lavori pomeridiani, subito dopo il pranzo (quando
ancora l’uditorio sonnecchia per la digestione). Già nell’intervallo del mattino, due illustri relatoriavevano riferito in via confidenziale al
prof. Vignoli che il Consolato avrebbe voluto escluderlo da ogni partecipazione
per le sue opinioni storiche sulla cessione di Nizza e sul Nizzardo. Essi
rispondevano al funzionario consolare che questo non era possibile, in quanto
il prof. Vignoli era un noto studioso.Il prof. Vignoli aveva notato che i relatori succedutisi prima di lui,
avevano parlato della componente culturale italiana di Nizza nel 1860(e questo è già una prova di coraggio, in
quanto per l’ufficialità francese questa componente non è mai esistita), ma non
avevano assolutamente spiegato perché questa si fosse poi estinta. Forse era
evaporata al sole.Quindi, prendendo la parola, il prof. Vignoli, dopo un fulmineo prologo,
aveva cercato di riempire la lacuna e aveva chiarito che la componente
culturale italiana di Nizza si era estinta per le persecuzioni delle autorità
francesi e cominciava ad indicare alcuni episodi: proibizione dell’uso della
lingua italiana, deportazione e condanne all’esilio di intellettuali italiani,
chiusura di giornali, delle scuole italiane, ecc.Non l’avesse mai detto. Un funzionario del nostro Consolato si
precipitava dalla sala dove si trovava, sul prof. Vignoli, lo interrompeva
bruscamente, allontanandolo (quasi trascinandolo) via dal microfono con grande
villania. Villania, ci ha poi detto il prof. Vignoli, da lui mai subita in 47
anni, 10 mesi e 12 giorni di carriera universitaria.A giustificazione dei suoi modi, l’alto funzionario consolare affermava
che i 5, dicesi 5, minuti assegnati al prof. Vignoli, erano trascorsi, stavano
per essere 10 (dieci). Molti del pubblico hanno poi fatto presente, a riprova
della strumentalità di tale tesi, che gli interventi dei successivi studiosi
erano terminati prima del programma indicato. E che quindi ben c’era tempo per
almeno farlo concludere.L’episodio increscioso può forse contribuire a far capire molte cose a
chivoglia interessarsi al tema di Nizza
e del Nizzardo.
DATA: 30.01.2012
ASPROMONTE 1862: IL FALLIMENTO DELL’ESTREMISMO
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 29/01/2012
“Vogliamo
tutto e subito!”. Oppure: “Questo mai e poi mai!” Sono due
malattie infantili della Nuova Italia. Recidivanti. Fanno parte dell’
“Anomalia italiana” indagata da Fabrizio Cicchitto. L’intera storia,
del resto, e non solo quella italiana, è un cimitero di tragedie
scatenate dalla miscela esplosiva di esaltazione mistica e di
avventurismo criminale. A prima vista, non sempre è facile
distinguere il profeta dall’arruffapopoli. Solo il tempo separa
la pula dal chicco. Talvolta anche l’eroe di buon cuore scatena il
finimondo e va fermato, costi quel che costi, perché una cosa è lo
Stato, un’altra la ridda degl’impulsi particolari. Cade a proposito il
150° della spedizione che nel luglio 1862 Giuseppe Garibaldi intraprese
dalla Sicilia per abbattere Pio IX, il papa-re. Sotto il profilo
militare, quell’avventura fu una colossale sciocchezza. Era del tutto
improbabile marciare dalla Calabria a Roma con bande improvvisate
e bisognose di tutto, in territori impraticabili e sconosciuti.
Fatalmente i garibaldini sarebbero apparsi non patrioti ma briganti,
come era accaduto a Carlo Pisacane nel 1857. Peggio ancora, lo
avesse voluto o no, Garibaldi avrebbe innescato la rivolta dell’intero
Mezzogiorno. In nome di che cosa? La repubblica? Era il primo a non
crederci.
Proprio nel luglio 1862 il neonato Regno d’Italia
venne riconosciuto dall’Impero di Russia e dal Regno di Prussia a patto
che concorresse alla pace europea. Il governo di Torino era già
alle prese con il “brigandaggio” (sic) che nell’ex Regno delle
Due Sicilie sommava resistenza borbonico-papalina e rifiuto
dello Stato moderno, che impone tasse e leva militare in cambio di
sicurezza e opere pubbliche. Dalla proclamazione del Regno (14 marzo
1861) in tante plaghe della Nuova Italia il governo fece in un
quinquennio quanto Casa Savoia aveva fatto in secoli di “bonifica” dei
suoi antichi domini per portarli al livello degli Stati più progrediti
d’Europa.
Nella sua generosa follia Garibaldi rischiò di sfasciare
tutto per una questione che non era certo la più urgente in un Paese
nel quale all’epoca si registravano quasi 500.000 reati l’anno su 22
milioni di abitanti: 150.000 contro le persone e le cose, 12.000 porti
abusivi di armi, 20.000 contro l’ordine pubblico, 400 omicidi
premeditati, 1700 volontari, 500 colposi, centinaia d’altri senza
causa, 1500 tentati, 15.000 ferite gravi, 30.000 percosse lievi, 35.000
rapine, danni a proprietà e altro. Quell’Italia, ieri come
oggi, era sotto osservazione della Comunità internazionale,
che solo nel 1867 la riconobbe suo membro a tutti gli effetti. Di
questo difficile percorso si dovrà parlare nel 150° dell’impresa di
Garibaldi fermata il 29 agosto 1862 sull’Aspromonte dall’Esercito
Italiano, armi alla mano: non era questione di “Roma o morte” ma di
“Italia o morte del Regno”. Attendiamo con curiosità i discorsi
ufficiali sul dilemma dell’Aspromonte, memori che in questo Paese tanti
intellettuali (brutta parola per più brutta cosa diceva Carducci) anche
a Torino si dichiararono né con lo Stato né con le Brigate Rosse…
L’unica marcia su Roma di successo fu quella, nel 1922, delle camicie
nere di Mussolini. Essa riuscì proprio perché le “squadre” vennero
fermate lontane da Roma, ove entrarono la mattina del 31 ottobre, non
da conquistatrici ma solo per una sbrigativa sfilata consolatoria in
omaggio al giuramento del governo a Re Vittorio.
Non è mai tardi per riflettere sulla misura che anche le
opposizioni debbono osservare nell’interesse generale permanente degli
italiani. Chi vuole “tutto e subito” (senza però sapere che cosa
davvero voglia e possa ottenere) rischia di sparire, come tutti i
Partiti d’Azione: quello risorgimentale e quello del 1942-46. Dal canto
suo, come ogni cittadino, anche lo Stato ha suoi diritti-doveri. In
casi estremi, come ad Aspromonte, deve farli valere. Diversamente
crolla.
Aldo A. Mola
DATA: 29.01.2012
ROMANIA: LE TEMPERATURE RIGIDE NON BLOCCANO
LA PROTESTA MONARCHICA
Romania - Nonostante le
rigide temperature invernali (si arriva senza problemi a 10° sotto lo
zero), a Bucarest, Timişoara e Cluj Napoca i monarchici si ritrovano
quotidianamente in piazza per protestare contro il presidente della
repubblica e chiedere il ritorno della Monarchia. Dalla pagina facebook
di Vestul.ro alcuni
entusiasmanti video delle manifestazioni rumene, il sito
d'informazione rumena che è portavoce della protesta Monarchica, si
legge: "Anche oggi, per il sesto giorno consecutivo, alle 17.45 davanti
al busto di Re Ferdinando I ci incontreremo per chiedere il
ritorno della Monarchia costituzionale e del Re Michele come Capo dello
Stato rumeno". Vi è poi una presa di distanza dalle manifestazioni dei
partiti di opposizione: a differenza di questi che vogliono sostituire
un presidente con un altro, i monarchici vogliono sostituire il
presidente con il Re. Agli amici rumeni e a tutta la redazione di
Vestul va il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento. Uniti per il
ritorno della Monarchia! Pubblichiamo di seguito Ragazzi, continuate
così!
LA REGINA ELENA DI ROMANIA UNA DONNA
CORAGGIOSA DI FRONTE ALLA TRAGEDIA DELLA SHOAH
Il
Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del
20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla
proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in
commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo,
dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita
hanno protetto i perseguitati.
La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe
dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino,
arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (maggiormente nota con
il suo nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso
campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta
di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono
compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio
nazista.
In questa giornata non si può dimenticare la e non ricordare la figura
di Elena di Grecia e Danimarca, Principessa di Parma e Regina di
Romania .Terzogenita del Re Costantino I di Garcia e di Sofia di
Prussia . Il 10 Marzo 1921 sposò Carlo futuro Re di Romania, da questa
unione nacque Michele I attuale capo della casa reale romena . La
Regina Elena fu reggente al trono romeno dal 1927 al 1930 e
successivamente sempre accanto al figlio Michele quando quest’ultimo
ascese al trono e fino al 31 Dicembre 1947 quando, dopo una umiliante
perquisizione, la famiglia reale fu costretta a lasciare il suolo
romeno per l’esilio.
Un episodio che dimostra la particolare umanità di questa donna è anche
legato alla storia italiana e alla tragica sorte di Mafalda di Savoia.
Infatti, nel settembre del 1943, alla firma dell'armistizio con gli
alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane.
Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III ripararono al Sud per garantire
la Nazione e la sua indipendenza, ma Mafalda , partita per Sofia per
assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III di
Bulgaria era in fin di vita , non venne messa al corrente dei
pericoli che poteva incorrere una volta rientrata in Italia. Durante il
viaggio di ritorno verso l’Italia, la Regina Elena di Romania fece
fermare appositamente il convoglio reale per offrire protezione a
Mafalda di Savoia cercando di farla desistere dal rientare in Patria.
Mafalda decide di non accettare l’offerta e volle proseguire per la
penisola e per il suo triste destino.
Non di meno fu il suo atteggiamento nei confronti della comunità
ebraica romena , negli difficili del regime di Antonescu, si aderò per
la salvezza di migliaia di ebrei in particolar modo assieme al sindaco
di Cernăuți (oggi Chernivtsi in Ucraina) la deportazione della locale
comunità ebraica e protesse anche coloro che erano stati deportati dal
regime nella Trasnistria
Per questo comportamento nel 1993 , undici anni dopo la morte, la
Regina Madre di Romania, Elena di Grecia è stata insignita del titolo
di “Giusta fra i popoli “ dallo Stato di Israele e il suo nome figura
nel monumentale Yad Vashem di Gerusalemme assieme agli altri 60 Romeni
che si adoperarono per salvare gli ebrei negli anni bui dell’odio
antisemita
Dott. Marco Baratto
Associazione Culturale Euromediterranea
DATA: 27.01.2012
GIORNO DELLA MEMORIA: EROI ITALIANI
IL MARESCIALLO GdF ANTONIO AMBROSELLI
In
occasione de "il giorno della memoria" vogliamo ricordare una valorosa
figura di uomo, di militare e di monarchico: il Maresciallo Maggiore
Aiutante GdF Antonio Ambroselli, da poco insignito della Medaglia della
"Fondazione Carnegie". Riproproniamo quanto di lui scritto sul sito della Guardia di Finanza. Onore alla Sua grande figura!
Ricerche storiche e biografia realizzate dal Capitano Gerardo Severino
Il Maresciallo Maggiore "Aiutante" Antonio Ambroselli, nato a Santi
Cosma e Damiano (Latina) il 12 marzo 1915, si arruolò nel Corpo il 5
settembre 1935. Dopo aver prestato servizio presso varie Brigate
territoriali, nel luglio 1941 fu mobilitato nei ranghi del 1°
Battaglione, destinato ad operare in Albania. Ritornato in Patria nel
novembre 1942, l'Ambroselli fu destinato alla Compagnia Comando
dell'Accademia del Corpo, con sede in Roma. Dal momento che i corsi
erano stati sospesi, il finanziere Ambroselli fu destinato al servizio
di polizia presso il Comando Scalo Ferroviario di Roma Tiburtina
(nell'ambito del "Comando Guardia di Finanza per il Servizio di Polizia
della Città Aperta di Roma", al quale furono demandati compiti
strettamente istituzionali, oltre al concorso per il mantenimento
dell'ordine pubblico). L'Ambroselli entrò così a far parte della "Banda
Fiamme Gialle" - nucleo partigiano aderente al Fronte Clandestino di
Resistenza - alternando le pericolosissime operazioni anti-tedesche
allo svolgimento del normale servizio d'istituto.
Gli atti di eroismo del quale si rese protagonista il finanziere
Antonio Ambroselli, così come la giovane moglie Mafalda Cangelmi, si
verificarono dall'autunno'43 alla primavera ‘44, in un contesto storico
nel quale Roma si trovava alla mercé delle truppe d'occupazione
tedesche.
Le province di Latina e Frosinone, attraversate dalla linea difensiva
nazista "Gustav" furono oggetto di provvedimenti di sfollamento per
esigenze belliche, molti civili divennero profughi ospitati in campi
predisposti a Roma, tanti furono gli uomini abili al lavoro reclutati
coattivamente per le esigenze militari (costruzione di difese in
Italia, nei pressi del fronte) e industriali tedesche, venendo spesso
deportati in Germania.
All'indomani del 18 ottobre '43, la Stazione Tiburtina di Roma divenne
luogo di partenza non solo dei carri bestiame che trasportarono ad
Auschwitz gli ebrei romani, ma anche di molti altri convogli carichi di
militari sbandati, giovani renitenti alla leva, ebrei scampati al primo
rastrellamento, ma soprattutto tanti padri di famiglia sottratti alle
proprie vite normali per essere duramente utilizzati come bassa mano
d'opera nella lontana Germania.
Fu proprio in questo frangente che ebbe inizio la pericolosissima opera
umanitaria di Antonio Ambroselli e del comandante del posto di polizia
operante nello stesso scalo, il tenente albanese Aladyn Korça, aiutati
anche da Michele Bolgia, un ferroviere "guardasala" (morto poi alle
Fosse Ardeatine): insieme, agevolarono la fuga di molti deportati,
proprio mediante lo spiombamento dei portelloni dei carri bestiame. Il
finanziere Ambroselli venne poi a sapere che presso uno dei campi per
sfollati allestiti nella Capitale (il "villaggio Breda" a Torre Gaia)
erano stati concentrati altri profughi e rastrellati provenienti dal
suo paese natale. Egli, insieme alla moglie Mafalda, riuscì a far
diventare dipendenti della Croce Rossa molti di loro, altri ancora
vennero fatti fuggire dal Campo e ospitati da parenti e/o amici a Roma,
o addirittura nella loro stessa casa, in attesa di una sistemazione
migliore.
Nella primavera del 1944 l'Ambroselli fu anche arrestato dai tedeschi,
ma riuscì a farsi scagionare, potendo così riprendere la propria opera
umanitaria.
Ammesso alla Scuola Sottufficiali nel marzo del 1947, fu promosso
Sottobrigadiere il 16 ottobre dello stesso anno. Dopo aver prestato
servizio presso importanti reparti della Guardia di Finanza, trascorse
gli ultimi anni di servizio presso il S.I.D. (Servizio Informazioni
Difesa). All'atto della morte, avvenuta a Roma il 1° aprile 1975,
ricopriva il grado di Maresciallo Maggiore Aiutante.
Nell'ultima riunione del Consiglio, tenutasi il 6 dicembre2011, su
proposta del Museo Storico del Corpo è stata concessa alla memoria del
M.M.A. Antonio Ambroselli la Medaglia d'Oro della "Fondazione Carnegie"
con la seguente motivazione:
"Finanziere, in servizio presso la Stazione di Roma Tiburtina, durante
l'occupazione tedesca della Capitale, membro attivo della banda
partigiana "Fiamme Gialle", contribuiva con l'apertura clandestina dei
vagoni piombati e sfidando la fucilazione, alla fuga e al salvataggio
di numerosi deportati destinati ai campi di concentramento nazisti.
Parimenti, con gravissimo rischio per la propria incolumità, salvava
altre centinaia di deportati, consentendo la loro fuga dal campo
d'internamento istituito negli stabilimenti della Breda a Torre Gaia.
(Roma, settembre 1943 - aprile 1944)"
DATA: 27.01.2012
LA SCOMPARSA
DELLA SIGNORA CIMA FERRARA
L’Unione
Monarchica Italiana china le abbrunate bandiere del Regno dinnanzi alla
figura della Signora Giovanna Cima Ferrara di Genova che ci ha lasciato
oggi. Ricordiamo la Signora Giovanna, oltre che per la Sua cristallina
fede monarchica, anche per la passione messa nel collezionismo di
cartoline sabaude, di cui aveva organizzato varie mostre. E’ stata una
persona fondamentale per l’attività monarchica in terra ligure ed ha
contribuito fattivamente alle molte attività del Club Reale “Duca
Bacicin” di Sanremo. Ci stringiamo attorno alla figlia Giuseppina Cima,
anch’essa fervente monarchica, e a tutta la famiglia per la grave
perdita.
Roma, 24 gennaio 2012
DATA: 24.01.2012
MAFALDA DI SAVOIA: STASERA LA FICTION SU
RETE4
Un'ottima
Stefania Rocca impersona la figlia di Re Vittorio Emanuele III e di
Elena di Savoia. Un'eroina
allegra, amante della musica, romantica, testarda e mai formale. Capace
di morire in un lager in nome della patria: "Ricordatevi di me come di
una vostra sorella italiana"."Quando mi hanno proposto di interpretare
Mafalda di Savoia, sono rimasta perplessa: non sapevo niente di lei"
racconta Stefania Rocca in un'intervista a La Repubblica. "Ho scoperto
che non esiste quasi niente, a parte il libro di Cristina Siccardi sul
quale è basata la nostra fiction". "Niente, o quasi, sul suo carattere,
la sua personalità. Perciò sono rimasta ancora più colpita quando ho
letto la frase che disse prima di morire: Ricordatemi non come una
principessa ma come una sorella. Da lì ho ricostruito la "mia" Mafalda:
allegra, amante della musica, romantica, testarda e non formale". E'
questo il ritratto della protagonista di Mafalda di Savoia - Il
coraggio di una principessa, film tv in onda martedì 24 gennaio alle
21.10 su Rete 4. Maurizio Zaccaro dirige una splendida Stefania Rocca e
un cast composto da Franco Castellano, Johannes Brandrup, Clotilde
Courau, Regina Orioli e Amanda Sandrelli. MARTEDI' 24 GENNAIO - ORE
21.10 - RETE4
DATA: 24.01.2012
I DEPUTATI VARIOPINTI - I PEANO: UN’IDEA
PER LA RIFORMA ELETTORALE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 22/01/2012
Urge
una tassa sulle parole al vento. Come quelle di Mario Monti che
parla di “attacco all’Europa” come se la Gran Bretagna, estranea
all’Eurozona, fosse meno Europa della Polonia e la crisi in corso sia
solo finanziaria mentre è politico-militare dell’intero “Occidente” (la
Nato: USA, Canada,… Turchia). Parole al vento sono quelle sulla legge
elettorale mentre bisogna anzitutto cambiare configurazione e poteri
dei supremi organi dello Stato: quanto basta per capire che questo
governo ha poca ragion d’essere. Ciò constatato, se davvero
vogliono concorrere a tirarsi fuori dal pantano, anziché votarsi al
Santone di turno i cittadini debbono riappropriarsi della
politica. Il nodo che la legge elettorale deve sciogliere non è
garantire la poltrona di questo o quel capopolo o
capopopolo ma assicurare dieci anni di governo stabile, senza follie,
follini e secondi fini.
Inutile nascondersi che la proporzionale della Prima
repubblica fu una pia menzogna fondata sull’esclusione dal governo di
quel Partito comunista che era ideologicamente e oggettivamente
asservito all’URSS e al Patto di Varsavia, come insegnano i fatti di
Budapest (1965), Praga(1968) e documentò la sbianchettata Lista
Mitrokin. La proporzionale fu la sciagura dell’Italia uscita vittoriosa
dalla Grande Guerra, quando ancora era uno stato sovrano; figuriamoci
quali guai può riservarci quando questo ducato di Parma-Piacenza è
terreno di caccia di interessi stranieri. La proporzionale, cioè la
suddivisione dei seggi in rapporto al numero di voti ottenuti dai
partiti, venne sperimentata la prima volta nelle elezioni del 16
novembre 1919, con un importante correttivo: l’Italia fu ripartita in
54 collegi, ciascuno dei quali eleggeva da 5
(Caltanissetta) a 20 (Milano) deputati. Spalancò le porte agli
opposti estremismi e generò la frantumazione dei
demo-liberali. Dalle urne uscirono otto gruppi parlamentari,
ripartiti in sottogruppi. Tra i partitini, solo i fascisti di Mussolini
quella volta furono bocciati dagli elettori e dati per morti, ma nel
1921 si rifecero nei blocchi nazionali, ennesima reincarnazione del
trasformismo all’italiana. Per coniugare proporzionale e
stabilità di governo il deputato saluzzese Camillo Peano (Saluzzo
1863-Roma, 1930), seguace di Giovanni Giolitti, varò un astuto
correttivo: se la lista dei candidati non era pari al numero dei seggi
in palio, i votanti, che esprimevano da una a quattro preferenze,
potevano aggiungere un nome dalla lista di un partito considerato
“affine”. L’elezione di deputati variopinti (panachés) ammodernò il
“patto Gentiloni” che nel 1913 vide candidati
liberali-democratici, inclusi molti massoni, eletti dai
cattomoderati e questi ultimi sorretti da radicali e
socialriformisti: tutti uniti contro le estreme. L’aggiornamento
di quel patto fu segretamente convenuto tra Giolitti e il monregalese
Giovanni Battista Bertone, un cui profilo (ma solo sino al 1919),è
stato scritto da Giuseppe Griseri per il Centro studi monregalesi. Alle
elezioni del 1919, però, il panachage dette prova modesta: i liberali
votarono i cattolici, ma non furono ricambiati. Nel Cuneese
Bertone surclassò Giolitti, che la prese male, decise che di don Sturzo
(“prete intrigante” a suo giudizio) non ci poteva fidare e dopo
un anno sciolse la Camera. Dalle nuove elezioni nacque un’Assemblea
frantumata in quattordici gruppi parlamentari. Finì con l’avvento
di Mussolini (31 ottobre 1922) a capo di un governo comprendente
fascisti, nazionalisti, liberali, cattolici, democratici,
demosociali….Il declino del liberalismo venne ritardato sino al 1928
solo perché l’Italia dell’epoca aveva due Camere nettamente
differenziate: i deputati elettivi, i senatori vitalizi e
di nomina regia.
Oggi perdura il bicameralismo perfetto, funesto per il
funzionamento di una democrazia all’altezza dei tempi. E’ uno tanti
nodi da sciogliere con una fase costituente che questo governo tecnico
non sarà mai in grado di assicurare. Per risparmiare all’Italia una
nuova lunga agonia, meglio tornare presto alle urne, sia pure con
questa legge. Andava fatto diciotto mesi orsono. Non avremmo il caos
istituzionale oggi appena velato da un’emergenza che non è endogena e
la cui soluzione quindi supera le facoltà di un governo
spacciato come tecnico proprio mentre vi è gran bisogno di
politica. I tecnici mandano sugli scogli o su pericolosissime sabbie …
, come mostrano certi disastri che sanno di parabola.
DATA: 24.01.2012
ROMANIA: IL RE CON UN MESSAGGIO SI RIVOLGE
AI CITTADINI CHE PROTESTANO
Nella
giornata di domenica 22 gennaio 2012, ad oltre una settimana di scontri
violenti che hanno acceso le piazze della Romania, S.M. il Re Michele I
ha fatto diramare un messaggio
in cui si invoca la pacificazione nazionale e si ribadisce
l’imparzialità della Corona rispetto alle correnti politiche. Il
Sovrano ha esortato il proprio popolo a superare le difficoltà e ha
concluso il messaggio ribadendo l’impegno della Corona nei confronti
della nazione. Abbiamo tradotto il messaggio del Re e lo proponiamo ai
nostri visitatori.
Palazzo Elisabetta (Bucarest), 22 gennaio
2012
L’Ufficio stampa di Sua Maestà il Re
Michele I ha diffuso il seguente comunicato:
La
Famiglia Reale rumena sa che sempre più rumeni esprimono con forza da
più giorni le loro opinioni e il loro scontento, nelle diverse città
del paese e nelle comunità presenti all’estero. L’aggravio dei
cittadini sta diventando sempre più soffocante. La classe politica del
paese ha il dovere di dare le risposte che la gente giustamente si
aspetta.
I Rumeni hanno perso la fiducia. Chiedono ai politici un comportamento
pubblico completamente e definitivamente in rotta con le abitudini
negative del passato.
Tutta la Famiglia Reale è vicina con il cuore a tutti quelli che in
questi tempi hanno bisogno di incoraggiamento e di solidarietà.
Il Re Michele ha detto nel suo messaggio indirizzato al Parlamento
della Romania che “il cinismo, l’interesse di parte e la codardia non
devono far parte della vita. La Romania è andata avanti tramite
gli ideali dei grandi uomini della nostra storia, ideali vissuti in una
maniera responsabile e generosa ". Queste parole erano rivolte a tutti
quelli che hanno il potere di cambiare qualcosa in Romania.
La lezione di storia data dai giovani nel dicembre 1989 fa vedere che i
rumeni hanno piena fiducia nelle virtù della democrazia e della libertà
quando il destino del paese si trova di fronte a un bivio. L'Europa e
la Romania attraversano assieme dei momenti di difficoltà. A maggior
ragione oggi abbiamo bisogno che la politica rispetti il posto
conferitogli dalla democrazia e non occupi il posto della competenza
nello spazio pubblico e istituzionale.
Senza dubbio la crisi economica globale influenza la Romania. Ma è
tuttavia evidente che le proteste del nostro Paese vadano al di là di
questo: i Rumeni esprimono la loro frustrazione verso dei politici che
non hanno mai guardato al di là dei loro interessi di parte, che sono
stati più impegnati nelle piccole dispute personali che nella buona
amministrazione del Paese.
Il Re e la Principessa Ereditaria seguono gli eventi con profonda
preoccupazione e rimangono decisi a fare tutto quanto in loro potere
per difendere e promuovere gli interessi della Romania, senza favorire
nessuna forza politica.
Questo è stato il dovere della Corona rumena in ogni generazione
e rimarrà tale anche in futuro.
DATA: 22.01.2012
LA REPUBBLICA AL CREPUSCOLO
Eccellente
editoriale di Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei
Senatori del Regno, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di
domenica 22 gnnaio 2012.
Il
presidente Giorgio Napolitano incalza il Parlamento ad accelerare la
riforma istituzionale e politica. Anziché dichiarazioni private
dovrebbe utilizzare il “messaggio alle Camere” previsto dal comma 2
dell’art. 87 della Costituzione. Per compiacerlo qualcuno ipotizza di
imboccare due canali: elaborare alla Camera una nuova legge elettorale
e al Senato la riforma delle Camere (numero dei parlamentari e loro
compiti). Ma quando e come i due canali diverrebbero comunicanti? La
riforma elettorale si fa per legge ordinaria; l’altra ai sensi
dell’art. 138 della Costituzione, in tempi brevi se davvero si vuole;
altrimenti, sono lunghissimi. I più già scrivono che i
sedici mesi di fine legislatura non bastano. Perché vogliono che nulla
cambi. Ma se non si modifica l’assetto dei poteri è inutile accanirsi
sulla legge elettorale. Cambiare l’ordine degli addendi in politica
porta a risultati profondamente diversi, perché la politica è “arte di
governo” non semplice esercizio di “contabili”. La vera urgenza del
Paese non è la legge elettorale ma il ritorno del primato della
politica su prefetti di palazzo e pretoriani. Il nodo non è la
misura dell’indennità stabilita dall’art. 69 della Costituzione
ai membri del parlamento, ma la riforma dell’Ordinamento della
Repubblica. Non si tratta solo di stabilire come e quanti parlamentari
eleggere ma quali siano i loro compiti. Prima si stabiliscono la pianta
e i piani di un edificio, poi se ne elevano i muri e si posa il tetto e
infine gli si darà il colore. Lo ripeteva Giuseppe Garibaldi, che
era marinaio di buon senso. La premura di Napolitano (o di chi ne
usa le parole) potrebbe spingere a litigare sulla tinta (cioè sulla
legge elettorale) anziché accordarsi sulle fondamenta, eludendo i veri
nodi da sciogliere: anzitutto superare il bicameralismo perfetto
vigente, che ha affossato e affosserà ogni vero tentativo di
ammodernare il Paese. Si obietterà che questa Legislatura ha solo più
un annetto di vita e che con l’inverno 2012 inizia il “semestre bianco”
durante il quale (meno male!) il Presidente non può sciogliere le
Camere o una di esse semplicemente dopo aver “sentiti i loro
Presidenti” (comma 2 dell’art.88). E si dirà che in pochi mesi i
partiti non arriveranno ad accordarsi sulla riforma della Costituzione
promessa e rinviata da decenni. Vero. Ma questo vuol dire che la
crisi dell’Italia non è solo finanziaria, né solo della “casta” ma
della Repubblica stessa. All’ordine del giorno vi è il ritorno alla
politica, che vuol dire maggiore attenzione al Paese reale, ai
referendum abrogativi vanificati a quelli propositivi non accettati. I
“fuochi di Sicilia” non si spengono col silenzio e l’indifferenza,
promettendo “più Peluffo per tutti”. In discussione sono anche certi
poteri del Capo dello Stato, inclusa la nomina a senatori a vita
di cinque cittadini illustri: un potere che i costituenti inserirono
sotto il titolo Il Parlamento (comma 2 dell’art. 59) non sotto quello
del Presidente della Repubblica, senza immaginare che un bel giorno il
capo dello stato potesse ergersi a grande elettore unico di un
senatore, subito dopo incaricato di formare il governo: un atto
che ricorda gli “imperatori di adozione” dell’impero romano. Va allora
ricordato che dopo qualche imperatore di buon cuore, prefetti di
palazzo e pretoriani capirono che potevano acciuffare il potere senza
bisogno di investiture. Si autoproclamavano. Non erano senatori, ma
irrompevano nel Senato per strapparne l’approvazione oggi prevista
dall’art. 92 della Costituzione. Per evitare la deriva verso scogli
pericolosi bisogna rimettere ordine razionale negli addendi della
politica: una consequenzialità che non consente sconti né scorciatoie.
Prima i muri, poi il loro colore. Prima la riforma della costituzione,
poi la legge elettorale. Diversamente diviene urgente tornare ad
esercitare il diritto di voto, che agli italiani non venne negato
neppure nel 1929 e nel 1934….
DATA: 22.01.2012
ONORE A LUIGI XVI NEL 219° DELL’ASSASSINIO
Oggi,
21 gennaio, ricordiamo la figura del Re Luigi XVI di Francia, vittima
del bieco odio repubblican-giacobino, che fu ucciso nel 1793 pur
essendo innocente per qualsiasi crimine attribuitoGli dai Suoi
vili accusatori. Simbolo di grande dignità, amò fino alla fine il
suo popolo, rifiutò di far spargere sangue francese, perdonò i suoi
aguzzini e morì fedele al cattolicesimo che ha sempre professato con
coraggio. In tante chiese del mondo oggi vengono celebrate Sante Messe
da Requiem per questo grande Sovrano che ha dovuto subire tante
ingiustizie da parte di coloro che parlavano di libertà ma mandavano
alla ghigliottina persone innocenti. La memoria del Re Luigi XVI e
della Regina Maria Antonietta rimane oggi nei cuori di tutti i
monarchici. L’U.M.I. si inchina al ricordo di questa luminosa figura,
estremo simbolo della regalità profanata.
Sergio Boschiero
Segretario nazionale
Alessandro Sacchi
Presidente nazionale
Roma, 21 gennaio 2012
DATA: 21.01.2012
BOSCHIERO A RADIO RADIO HA PRESENTATO IL
CALENDARIO REALE 2012
La puntata, andata in onda su
Radio-Radio giovedì 19 gennaio 2012, di "Un giorno Speciale" ha visto
come ospite in studio il Segretario nazionale dell'Unione Monarchica
italiana Sergio Boschiero. La popolare trasmissione radiofonica,
magistralmente condotta dal giornalista Francesco Vergovich e da
Valeria Colangelo, anche quest'anno ha voluto presentare il Calendario
Reale 2012, offrendo agli ascoltatori la possibilità di ricevere una
copia dello stesso. Boschiero, affiancato dal responsabile web U.M.I.
Davide Colombo, oltre a parlare del calendario ha fatto una panoramica
sull'attualità e sulle Monarchie in un'ottica europea. Sono giunte
tantissime telefonate per richiedere il calendario, dimostrando quanto
sia cospicuo l'interesse per la Monarchia in Italia. Vi ripropiniamo la
trasmissione radiofonica.
Ascolta
la puntata (file Mp3 da 11,2 Mb)
DATA: 21.01.2012
LA ROMANIA PROTESTA: IN PIAZZA LE BANDIERE
DELLA MONARCHIA
Bucarest,
20 gennaio 2012
- Da otto giorni le piazze di tutta la Romania si stanno scaldando con
accese manifestazioni di protesta contro il Governo e contro il
Presidente della repubblica. Motivo scatenante delle dimostrazioni di
piazza è stata la nuova legge sanitaria fortemente voluta dal Capo
dello Stato Traian Băsescu e osteggiata dal sottosegretario alla salute
Raed Arafat, medico popolarissimo che gode di grandi simpatie in tutto
il Paese. Il Presidente ha dichiarato che Raed Arafat si sarebbe dovuto
dimettere se non fosse stato accondiscendente alla politica del
Governo, e così è avvenuto. Da Bucarest, con questo pretesto, sono
partite manifestazioni spontanee in cui si chiedono le dimissioni del
Governo e del Presidente della repubblica. La Romania sta vivendo un
periodo difficile, caratterizzato da un diffuso malcontento dettato
dalla crisi economica e sociale in cui il Paese versa. La politica dei
tagli effettuata dal Governo non ha fatto che acuire il disagio,
portando il popolo all’esasperazione. Nell’ultima settimana si sono
verificati diversi atti di violenza a danno dei manifestanti da parte
della gendarmeria fedele al Presidente della repubblica; gli stessi
Stati Uniti, nella giornata di ieri, hanno invitato il Governo a
impedire nuove violente repressioni nei confronti della piazza. Ieri si
è anche tenuta una manifestazione dell’opposizione (liberali,
socialdemocratici e conservatori) in cui si sono tornate a chiedere a
gran voce le dimissioni del Capo dello Stato. Nonostante le
raccomandazioni, ancora oggi abbiamo avuto notizia di nuove violenze. I
monarchici, che sono stimati attorno al 25% della popolazione rumena,
stanno avendo ruolo sempre più importante nelle manifestazioni. In
quasi tutte le dimostrazioni di piazza si sono viste le bandiere del
Regno di Romania e i partecipanti hanno inneggiato a “Regele Mihai!”
(Re Michele ndr). Alcuni siti hanno parlato addirittura di
manifestazione a favore di un “golpe monarchico”, travisando però la
realtà delle cose. Certo è che l’interesse per la Monarchia, come
concreta alternativa all’attuale decadimento politico, si fa sempre più
consistente. Lunedì prossimo, il 23 gennaio, è prevista nella città
simbolo di Timişoara (da lì partì la protesta che portò alla caduta del
dittatore Ceauşescu) la prima manifestazione dichiaratamente
monarchica, per chiedere il ritorno di Re Michele al vertice dello
Stato. La protesta è stata organizzata da comitati spontanei di
studenti universitari, senza alcuna sigla politica alle spalle, i quali
hanno espressamente chiesto ai partiti di non partecipare perché sarà
una dimostrazione del popolo a favore del proprio Re. Questi giovani
rappresentano una concreta speranza per la Romania di domani che, ci
auguriamo, possa tornare ad essere monarchica.
Da Youtube: manifestanti innegiano a Re
Michele durante una manifestazione a Cluj (cittadina al centro della
Transilvania)
DATA: 20.01.2012
ELVIO PERTINACE: L’IMPERATORE PROFESSORE
CHE FECE CASSA CON LE SOZZURE DI COMMODO
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" dell'8.1.2012
Publio
Elvio Pertinace (Alba Pompeja,126- Roma, 193 dopo Cristo) fu
l’unico subalpino asceso a imperatore romano. All’epoca Alba era
compresa nella Liguria, IX Regione dell’Italia secondo l’ordinamento di
Caio Ottaviano Augusto. Suo padre, Elvio Successo, appena un liberto,
lo affidò a un letterato famoso, Sulpicio Apollinare, maestro di Aulo
Gellio (autore delle Notti attiche), affinché ne facesse un
professore di grammatica. Ma alla cattedra Pertinace preferì la
carriera militare, che procacciava lauti guadagni. Di gradino in
gradino da centurione divenne console, correndo da un capo all’altro
dell’Impero: Siria, Britannia, Mesia, Dacia, Germania, Africa. Molto
chiacchierato per i suoi metodi, seppe procacciarsi favori e
protezioni, tanto da essere bene accetto anche a Marco Aurelio
(161-180), il celebre imperatore filosofo. Ebbe infine la benevolenza
di suo figlio, Commodo, che lo nominò “praefectus alimentorum”:
carica lucrosissima perché soprintendeva ai rifornimenti annonari
dell’intera Italia e alle distribuzioni di pane ai poveri, famoso
“calmiere” nei tempi di crisi. Pertinace concorse all’assassinio
di Commodo, passato a fil di daga il 31 dicembre del 192. Incerti
sulla loro reazione, i congiurati in primo tempo dissero ai pretoriani
che era morto per un malore, ma subito dopo Pertinace se li accattivò
con la promessa di 12.000 sesterzi a testa, metà subito metà chissà
quando. Costretto a fare cassa per tenerli a bada, vendette i
beni del predecessore, inclusi concubine e concubini, buffoni di
corte, gli “arnesi” che Commodo usava nelle orge a Palazzo, le
carrozze ultimo modello, con ruote e portiere che consentivano di
evitare il sole e cogliere il vento e di copulare a bordo. Mise
all’asta anche i sandali, i cappucci e i favolosi mantelli nei quali
Commodo avvolgeva l’immensa idrocele ai testicoli, causatagli (pare) in
uno dei tanti duelli che soleva organizzare secondo il costume
dei gladiatori. Tirchio all’eccesso, Pertinace impose tasse per pagare
i pretoriani e tacitare il Senato, la “casta” dell’epoca. Frugale per
sordida avarizia anziché per virtù, anche da imperatore serviva solo
lattuga e carne lessa. Consapevoli che ormai la Corona era a portata
del miglior offerente, il 28 marzo 193, appena tre mesi dopo il
suo insediamento, trecento pretoriani in formazione di guerra lo
assalirono su istigazione di Quinto Leto, il prefetto del pretorio che
lo aveva fatto eleggere. Il primo a trapassarlo con la lancia fu
un certo Tausio, originario del Belgio attuale. Fosse rimasto
professore forse Pertinace sarebbe morto di vecchiaia. L’Impero era
ormai un caos di etnie e religioni, come poi scrisse Apuleio nell’
Asino d’Oro. Per venirne a capo, nel 212 d.C. l’imperatore Marco
Aurelio Antonino, (Giulio Bassano, figlio del libico Settimio
Severo), detto Caracalla dal mantello gallico con ampie maniche e
cappuccio, concesse la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero:
liberi e liberti. Non per generosità, ma perché, a differenza degli
schiavi e dei barbari, i cittadini erano tassati. Imperatore dal 211 al
217, Caracalla non fu un nobiluomo. Fece uccidere il fratello, Geta,
tra le braccia della madre, Giulia Donna. Tarchiato, torvo e
sanguinario, ordinò carneficine di cittadini (per esempio ad
Alessandria d’Egitto) e condusse continuamente guerre, convinto
di emulare Alessandro Magno. Padre putativo del pervertito Eliogabalo,
figlio della lussuriosa Giulia Soemia e imperatore dal 218 al 222,
Caracalla fu un mitomane al potere. Fece il paio con il
professore di Alba.
Governare è un’arte difficile, sia da imperatori, sia da
“proconsoli” di una provincia quale poi divenne l’Italia. Le sciagure
dei tempi andati un po’ ridimensionano le contemporanee. Dopo
qualche secolo forse si risale la china.
DATA: 19.01.2012
ALLA RISCOPERTA DI FELICE CAVALLOTTI
Roma,
17 gennaio 2012 – Presso la “Sala degli Atti parlamentari” della
biblioteca del Senato, in piazza della Minerva a Roma, si è tenuta la
presentazione del volume “Lettera agli onesti di tutti i partiti” di
Felice Cavallotti, recentemente ristampato da Treves Editore. Ne hanno
parlato l’editore Conte Nicolò Sella di Monteluce, moderatore
dell’evento, l’On. Francesco Rutelli, l’economista Paolo Savona, il
politologo Sebastiano Maffettone e la Professoressa Carmela Decaro. Il
Conte Sella di Monteluce, ricordando la figura del capostipite
dell’estrema sinistra parlamentare, si è soffermato sulla completezza
del personaggio che ha avuto il merito di lanciare il problema tra
morale ed etica. Una vita tutt’altro che tranquilla, iniziata
politicamente a fianco di Garibaldi e conclusasi con un duello
all’ultimo sangue per difendere il proprio onore. Un personaggio
obliato per quasi cento anni che, per ironia della sorte, scrisse più
di 110 anni fa un trattato che ben si adatta alla stretta attualità e
alla crisi della politica. Ha preso poi la parola Francesco Rutelli,
autore dell’introduzione del volume edito da Treves, ed ha definito il
testo un’invettiva formidabile di rara amarezza che ha posto la
corruzione al centro della propria battaglia. Rutelli ha continuato a
riflettere sul “bardo della democrazia”, lodando l’iniziativa
dell’Editore e che ha reso giustizia ad un personaggio dimenticato
anche nel centenario della scomparsa. Si sono poi susseguiti gli
interventi dei docenti universitari che, con sostanziali divergenze di
vedute, sono partiti dal contesto storico in cui è vissuto Cavallotti
per trovare analogie con la situazione odierna, spaziando anche su
incombenti temi di economia. E’ seguito un vivace dibattito nel corso
del quale sono sorte domande anche riguardo all’affinità tra democrazia
e corruzione. Presente all’incontro il Segretario nazionale dell’U.M.I.
Sergio Boschiero.
DATA: 18.01.2012
SACRIFICI E RIFORME ISTITUZIONALI
Secondo
tutti i manuali di Economia Politica, la rinuncia ad un bene materiale
o immateriale che in qualche modo ci arrechi dei vantaggi, è
innaturale. Possiamo rinunciare a detto bene e quindi a sacrificarci
solo in contropartita di un bene più grande (come ad esempio l’unità
nazionale). Nell’attuale crisi economico-finanziaria ci sono stati
richiesti dal "tecnicissimo ed eruditissimo" governo Monti dei
sacrifici economici in nome dell’Italia, dell’Europa e dell’interesse
comune (decreto salva-Italia). Ma qual è questo interesse comune? O
meglio ancora il governo Monti cosa intende per interesse comune?.
Nell’articolo apparso ieri sulla Stampa di Torino dal titolo “L’etica
delle tasse”, il giornalista Enzo Bianchi si chiede se uno dei
motivi
della progressiva disaffezione verso l’Europa non abbia anche a che
fare con il fatto che noi cittadini non paghiamo direttamente alcuna
tassa per appartenere alla comunità europea: (che cosa ho a che fare
con questa entità superiore che non ha una cassa comune alla quale io
contribuisco?), siamo infatti disposti a pagare di tasca nostra solo
per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra come ad esempio
l’autotassazione spontanea in vista di un progetto condiviso, o alle
collette di solidarietà trà colleghi, alla decurtazione del salario
conseguente allo sciopero; oggi assistiamo invece ad uno smarrimento
del senso di “appartenenza”, il “Comune” non è più comune a
nessuno, lo Stato non siamo noi, l’Europa è un mostro estraneo. Tasse e
balzelli richiesti dal governo Monti soprattutto al ceto medio non
fanno altro che peggiorare la già precaria condizione di vita della
maggior parte della popolazione; e per quale contropartita?, servizi
migliori? Niente affatto!, più posti di lavoro? Neanche a parlarne!,
gli svariati milioni di euro sborsati da noi cittadini serviranno per
arginare l’enorme debito pubblico accumulatosi in questi 60 anni di
Repubblica partitocratica e per rimanere agganciati ad una Europa
debole e senza coesione tanto da non essere riconosciuta dalla maggior
parte di noi come bene comune superiore, ignorando che il vero problema
dell’Italia e dell’Europa di oggi è la crisi delle istituzioni
repubblicane ed europee, che non riescono più (o forse non sono mai
riuscite) a garantire equilibrio al trinomio
istituzioni-potentati (oligarchie) e popolo e quindi a realizzare di
fatto una vera giustizia sociale. A mio avviso solo una profonda
modifica della seconda parte della Carta Costituzionale e delle
istituzioni europee potranno salvare (veramente) l’Italia e l’Europa
dalla situazione in cui si trovano. Di fronte alla crisi
politico-istituzionale e civile della democrazia Repubblicana italiana,
la “questione Monarchica” recupera così un suo spazio come prospettiva
per ricondurre lo Stato al suo equilibrio funzionale, la Nazione al suo
prestigio morale, i cittadini a un più fecondo rapporto tra
autorità- libertà e senso di appartenenza alla comunità.
ROBERTO CAROTTI – U.M.I.
Jesi
DATA: 17.01.2012
LE SALME DEI RE AL PANTHEON: UN'IDEA PER
CHIUDERE IL 150°
LA PROPOSTA AVANZATA DAL DOCENTE UNIVERSITARIO ALDO A. MOLA
Articolo di Luciano Garibaldi, pubblicato
su "Il Secolo d'Italia" del 4 gennaio 2012
Riportare
in Italia le salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena e
dare loro onorata sepoltura al Pantheon: sarebbe un bel modo per
concludere le celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia.
La proposta è stata ufficialmente avanzata al capo dello Stato, ai
presidenti dei due rami del parlamento e al premier Mario Monti dal
docente universitario e storico professor Aldo A. Mola, presidente
della Consulta dei senatori del Regno. In attesa di risposta,
ricordiamo che Re Vittorio è sepolto ad Alessandria d'Egitto ove morì
il 28 dicembre 1947. «Col vento che tira da quelle parti», ha scritto
Mola sul Giornale del Piemonte, illustrando la richiesta della
Consulta, «prima lo si porta in Italia, meglio è, anche perché non
tutti i musulmani ricordano il suo rispetto per l'Islam, come pure per
l'Ebraismo». La Regina Elena è invece tumulata a Montpellier, ove si
spense il 28 novembre 1952. Vittorio Emanuele III morì cittadino
italiano di pieno diritto. Infatti solo dal 1° gennaio 1948 la
Costituzione vietò all'ultimo Re, Umberto II, alla Regina Maria José e
ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Misura in
seguito revocata, a sovrani già morti. «La traslazione delle reali
salme per iniziativa delle istituzioni», ha scritto Mola, «sia pure
tardivamente concorrerebbe a sanare antiche divisioni con un gesto
doveroso di umanità verso i sovrani che vissero uniti in matrimonio 51
anni e rimangono sepolti non solo in due distinti Paesi ma addirittura
in due continenti diversi. La loro sorte, nelle gioie e nei dolori, è
tutt'uno con quella di tanti compatrioti, come insegna la straziante
fine della Principessa Mafalda di Savoia-Assia». La figlia del Re morì
il 28 agosto 1944 nel campo di concentramento nazista di Buchenwald,
dove era stata internata per espresso ordine di Hitler, in segno di
vendetta non soltanto nei confronti di Vittorio Emanuele III, che aveva
rotto l'alleanza con la Germania per passare dalla parte degli Alleati,
ma anche nei riguardi del principe Filippo d'Assia, marito di Mafalda e
oppositore del regime, al punto che aderirà al complotto di von
Stauffenberg del 20 luglio 1944 per uccidere il Fuehrer. Mafalda,
divenuta cittadina tedesca in seguito alle nozze con Filippo d'Assia,
era accorsa a Sofia dove Re Boris di Bulgaria, suo cognato, stava
morendo per una misteriosa malattia. Mafalda intendeva stare vicina a
sua sorella, la regina Giovanna. Ma Hitler si infuriò per quella
decisione. «Come moglie di un principe tedesco», dichiarò in
conferenza, «anche Mafalda è una principessa tedesca. Doveva chiedere
il mio consenso prima di recarsi a Sofia». Nel frattempo, proprio
mentre Mafalda era in viaggio per rientrare a Roma dopo i funerali di
re Boris (un viaggio tormentoso, durato giorni e giorni), si seppe
dell'armistizio, e Hitler, saturo di collera dispose l'Operazione
Abeba, cioè l'arresto di Mafalda e il suo internamento a Buchenwald.
Nessuno
poteva intervenire in suo aiuto, a cominciare dal marito, ufficiale
della Wehrmacht, già sospettato da Hitler di tradimento e trattenuto
con un pretesto a Rastenburg. Al processo di Norimberga, rendendo la
sua deposizione, il generale Keitel rivelerà l'esistenza di un decreto
emanato dal Fuehrer e chiamato «Nacht und Nebel» (notte e nebbia), che
trattava dell'arresto di persone «pericolose per la sicurezza dei
tedeschi»: esse non dovevano essere soppresse immediatamente, ma fatte
sparire senza lasciare traccia. Esattamente ciò che accadde a Mafalda.
Dopo quasi un anno di detenzione nel lager di Buchenwald, dov'era stata
rinchiusa con il nome di frau von Weber (e l'ordine di non rivelare a
nessuno la sua vera identità), Mafalda rimase gravemente ferita nel
corso di un bombardamento aereo americano che, per errore, anziché una
vicina fabbrica di armamenti, centrò le celle del campo, causando
centinaia di vittime. Dopo quasi due ore, un internato riuscì a
liberarla. Mafalda aveva il braccio sinistro penzoloni, disarticolato
dalla spalla, il viso sanguinante, i capelli bruciati, le labbra aride,
il colorito terreo. Restò per due giorni priva di cure, con una
sommaria fasciatura di bende di carta, senza che nessuno si
preoccupasse di riattivare la circolazione. La ferita volse presto in
cancrena.
Si deve a Fausto Pecorari, medico specialista radiologo,
internato a sua volta a Buchenwald, la prima inchiesta sulla prigionia
e la morte di Mafalda. Il rapporto finale, consegnato agli Alleati e da
questi alla famiglia Savoia, recita: «Come medico, ritengo si debba
affermare che la Principessa venne intenzionalmente operata
tardivamente per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni
tardive ed esageratamente lunghe era già stato applicato a Buchenwald
dai medici SS su altre personalità politiche di cui si desiderava
sbarazzarsi». Una conclusione in seguito confermata da numerose altre
testimonianze. Assassinata, dunque, dagli americani e dai tedeschi. La
tragedia di Mafalda è la prova che Re Vittorio Emanuele e la regina
Elena soffrirono come migliaia di altre famiglie italiane per la
perdita di un figlio. Ciò che giustifica ancora di più la richiesta
della Consulta dei senatori del Regno. «Il lungo regno di Vittorio
Emanuele III (1900-1946)», scrive ancora Aldo A. Mola, «può essere
valutato in vario modo, secondo le sue fasi: età giolittiana, grande
guerra, fascismo, seconda guerra mondiale, catastrofe.
Il giudizio
della storia è alimentato dai documenti. La traslazione delle reali
salme in Italia è altra cosa: memoria e civiltà. Tutte le Repubbliche
d'Europa, dalla Russia all'Austria, dalla Germania alla Romania, hanno
reso e rendono omaggio agli antichi sovrani. Perché l'Italia non fa
altrettanto? Forse per nascondere che nel referendum del 2-3 giugno
1946 la Repubblica fu approvata solo dal 42% degli aventi diritto? Non
è colpa dei monarchici se questa poi si è andata sgretolando. Un gesto
di nobiltà d'animo non guasterebbe». Se la richiesta venisse accolta,
rimarrebbe sepolto all'estero soltanto l'ultimo Re d'Italia, il «re di
maggio» Umberto II, assieme a sua moglie Maria José. I loro resti
riposano, per loro espresso desiderio, nell'abbazia di Altacomba, in
Savoia.
Luciano Garibaldi
DATA: 12.01.2012
RIUNITO A ROMA IL CONSIGLIO DI PRESIDENZA
DELL'U.M.I. - VERSO IL CONGRESSO NAZIONALE
Si
è riunito in Roma, presso la Sede nazionale di via Riccardo Grazioli
Lante, il Consiglio di Presidenza dell'U.M.I. Durante l'incontro si
sono stabilite le linee guida organizzative dell'Associazione che
porteranno ad un Consiglio nazionale, da tenersi entro la primavera, al
fine di organizzare anche il Congresso nazionale. Anche nell'ottica
della massima assemblea deliberativa, è stata ribadita l'importanza del
tesseramento 2012, da seguire su tutto il terriorio nazionale. Verranno
preposte apposite commissioni per il controllo di tutti gli adempimenti
necessari.
DATA: 12.01.2012
TORINO: CONVEGNO SULLA GUERRA ITALO TURCA
DEL 1911-1912
Chi,
quando e perché volle la guerra del 1911-1912 per la sovranità italiana
sullaLibia? Se ne discute econ documenti inediti al Torino. LA GUERRA
ITALO TURCA DEL 1911-1912 PER LA SOVRANITA’ SULLA LIBIA: Un
Convegno a Torino (Circolo Ufficiali, Comando Regione Militare
Nord, C:so Vinzaglio 6, venerdì 13 gennaio 2012, ore 17.30)
Nel settembre 1911 il Re d’Italia Vittorio
Emanuele III decise che l’Italia doveva affermare la propria sovranità
su Tripolitania e Cirenaica, che facevano parte dell’impero
turco-ottomano ed erano l’ultimo tratto di costa nordafricana non
dominata da Francia o Gran Bretagna. Il presidente del Consiglio,
Giovanni Giolitti, e il ministro degli Esteri, Antonino di San
Giuliano, tirarono le somme di decenni di lavoro diplomatico e di
silenziosa preparazione militare. Il 29 settembre il governo dichiarò
guerra alla Turchia e il 5 novembre proclamò la sovranità su
Tripolitania e Cirenaica. Anziché poche settimane il conflitto durò
sino alla pace di Ouchy (Losanna) del 18 ottobre 1912, quando ormai
iniziavano le “guerre balcaniche”, preludio della Grande Guerra del
1914-1918. Nel corso dell’impresa l’Italia liberò Rodi e il
Dodecaneso dal secolare dominio turco. La guerra fu sostenuta da
vastissimo consenso di forze politiche (liberali, radicali, cattolici,
socialriformisti, repubblicani…) e culturali, costituì l’apice
dell’egemonia di Giolitti e segnò un’epoca. Le Forze Armate dettero
prova di efficienza. Nel corso delle operazioni furono impiegate
tecnologie di avanguardia e, per la prima volta, l’aviazione, sia
come arma offensiva sia per esplorazione. Proprio nel
Cinquantenario della sua nascita e malgrado l’aperta avversione di
tutte le potenze europee, sia alleate (Germania e Austria-Ungheria),
sia avverse (Francia) o vigilanti(Gran Bretagna), con la sola eccezione
dell’Impero russo, storico antagonista di quello turco-ottomano, il
regno mostrò di non essere affatto una “Italietta”: in mezzo secolo era
divenuto una potenza economica, militare e civile, come provò il
Governatorato delle nuove Colonie di Tripolitania e Cirenaica affidato
al Generale Giovanni Ameglio. Nel convegno di Torino, organizzato
dal Comando Militare Regione Nord e dal Centro Giolitti, di concerto
con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), la
Associazione ex Allievi della Nunziatella e la Fondazione Cassa di
Risparmio di Saluzzo (Torino, C.so Vinzaglio 6, Circolo Ufficiali) il
prof. Giorgio Sangiorgi e il prof. Giovanni Rabbia documentano la
centralità dell’ “impresa di Libia” nella vita letteraria,
giornalistica e scolastica e attraverso il nuovo e suggestivo
strumento di documentazione e di formazione dell’opinione: il film. La
guerra italo-turca è ampiamente documentata in Giovanni Giolitti
al Governo, in Parlamento, nel Carteggio (Ed. Bastogi, Foggia), quasi
5.000 pagine, in gran parte prima inedite, pubblicate a cura di Aldo A.
Mola e Aldo G. Ricci, su progetto del Centro “Giolitti” e dell’Archivio
Centrale dello Stato, realizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di
Saluzzo.
Il Convegno è accompagnato da una ricca una mostra di
cartoline d’epoca allestita dal ten. col. Francesco Balducci.
DATA: 12.01.2012
LA SCOMPARSA DEL PROF. MARIO SARTINI,
DIRIGENTE U.M.I. DI GENOVA E CONSULTORE
Un
grave lutto ha colpito La Consulta dei Senatori del Regno. La sera di
Natale, dopo oltre un mese di malattia, è deceduto, munito dei conforti
religiosi, il N.H. professor Mario Sartini, classe 1926,
ingegnere libero professionista, titolare per decenni della cattedra di
"Tecnica della combustione" presso la Facoltà di Ingegneria
dell'Università di Genova, stimatissimo consulente dei Tribunali non
solo liguri. Oltre che autorevole componente della Consulta dei
Senatori del Regno era vicepresidente regionale dell'Unione Monarchica
Italiana. Aveva collaborato per anni con l'amico e collega prof. ing.
Alberto Vachino, altra figura storica del mondo accademico e del mondo
monarchico genovese che era deceduto alcuni anni fa, subito dopo
la sua cooptazione nella Consulta. La Presidenza sprime la sentita
partecipazione della Consulta dei Senatori del Regno al cordoglio per
la morte del Collega Consultore. Alle esequie la Consulta era
rappresentata dai Consultori avv. Aurelio Di Rella Tomasi di
Lampedusa, dal geom. Arduino Repetto e dallo Scrivente Segretario
ing. Gianni Stefano Cuttica.
Gianni Stefano Cuttica
Segretario della Consulta dei Senatori del Regno
Genova, 29 dicembre 2011
DATA: 04.01.2012
NUOVA LEGGE ELETTORALE O COLLASSO DEL
PARLAMENTO
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
“Il Giornale del Piemonte” del 1/01/12
Ma abbiano ancora un Parlamento? Ernesto Galli della Loggia lamenta la
vacuità dei “partiti”. In effetti i partiti odierni, pasciuti con lauti
finanziamenti pubblici, non celebrano congressi e hanno programmi
fumosi. Come il Colosseo, perdono pezzi in attesa di un restauro che
comunque lo fisserà qual è: una rovina. Questo non vale solo per i
“cartelli” allestiti dal 1994 in poi. Dalla loro rinascita, nel
1943-44, alla prima eclissi, nel 1992, i partiti funsero da
tramite delle potenze che li intossicarono e pilotarono per decenni:
l’URSS, gli USA, la Cina, Israele, i “Palestinesi”,…sino ai registi del
terrorismo politico. Ma il problema odierno non sono i partiti. E’ il
Parlamento, che deve dare segni di vita. Benché si nasconda dietro
opache chiacchiere sul futuribile, il governo Monti ha due pregi.
Anzitutto, sbavando anglicismi superflui rende esplicita la perdita
della sovranità nazionale. Il Paese sta all’Europa continentale odierna
come il ducato di Parma e Piacenza stava all’Italia dell’Ottocento: uno
staterello a noleggio. All’epoca vi erano gli Asburgo e i Borbone, il
papa e i Savoia. Oggi vi sono i potentati sovrannazionali che tirano i
fili della finanza e manipolano il differenziale tra la credibilità
delle economie per infeudare i governi locali. Quando due mesi orsono
Napolitano abborracciò e solennemente insediò Monti, si fece credere
che il nuovo presidente avesse in tasca la lampada di Aladino. Perciò,
prima di posargli sulla spalla lo spadone del governo nazionale,
Napolitano lo unse senatore a vita. Ma per quanto sfregata, dalla
lampada per ora è uscito solo il più banale degli spiritelli: l’aumento
della tassa sui carburanti, moltiplicatrice del costo della vita anche
per chi non usa l’auto ma pagherà tutto più caro. Mentre
assicura che i “suoi ministri” studiano i dossiers, Monti promette la
miracolosa cura “cresci-Italia”: formuletta involontariamente
comica nel dilagare di additivi e protesi per la crescita, dai capelli
ai capezzoli e altro. In secondo luogo questo governo dà piena ragione
al “leghismo”. Poiché il Paese è subordinato a decisioni che si
prenderanno a Bruxelles e chissà dove come appunto Monti ripete sino
alla noia, a che cosa serve avere un Parlamento italiano? Per
ratificare i diktat di interessi stranieri? Tanto vale sostituire lo
Stato unitario, privo di regia politica nazionale, con potentati veri:
tre-quattro macroregioni ricalcanti gli accordi di Plombières tra
Napoleone III e Cavour del 1858. Ognun per sé, a conclusione del 150°
dell’Unità… Per fermare la vera catastrofe, cioè il crollo dello Stato
unitario, i pochi cittadini ancora interessati alla politica, si
attendono che il Parlamento eletto nel 2008 si decida a lasciare un
decoroso ricordo di sé con uno scatto d’orgoglio: il varo entro marzo
della legge che restituisca ai cittadini la scelta dei parlamentari, da
eleggere in collegi uninominali e liberi da vincoli di mandato,
come indicato nello Statuto del 1848. Carlo Alberto di Savoia si
spogliò del potere assoluto e chiamò al proprio fianco la nazione, come
consigliavano Alfieri, Casati, Des Ambrois, Sclopis… . Che cosa fa ora
il Parlamento per il Paese che lo ha eletto? I parlamentari in carica
saranno ricordati se restituiranno ai cittadini la loro sovranità,
proprio a cospetto dell’irreversibile crepuscolo dei “partiti” dalle
cui macerie è sorto il “capotecnico” che, incurante della
contraddizione, sterilizza e promette crescita. Come documenta
Anton Paolo Tanda in Il regolamento della Camera dei deputati da
Giolitti a Mussolini (ed. Archivio Storico Camera dei Deputati), la
Camera raggiunse il massimo di potere nel 1921-1922 conquistandosi la
facoltà di autoconvocazione: ma fu quella stessa che poi si mise
ginocchioni dinnanzi al trentanovenne Benito Mussolini,
“caposquadra” del governo che, sanati migliaia di decreti legge,
stabilì che l’esecutivo può emanare leggi saltando a piè pari il
Parlamento. Qualcuno disse che il re si era compromesso nominandolo
primo ministro e ammonì: “Simul
stabunt, Simul cadent", insieme stanno, insieme cadranno”. Il
passato qualche cosa insegna a chi vuole capirlo.
Aldo A. Mola
DATA: 01.01.2012
GLI AUGURI REALI DEI PRINCIPI AIMONE E OLGA
In
occasione del Santo Natale e dell'anno nuovo, le LL.AA.RR. i Principi
Aimone e Olga di Savoia, Duchi delle Puglie e d'Aosta, hanno diffuso
una splendida foto artistica dei loro due figli: le LL.AA.RR. i
Principi Umberto e Amedeo di Savoia. Un modo splendido per cominciare
l'anno.
DATA: 31.12.2011
IL GIORNALE TORNA SULLA QUESTIONE DELLE
SALME DEI RE AL PANTHEON
Dopo l’articolo di Veneziani pubblicato ieri, il Giornale torna
sull’argomento della tumulazione del Pantheon delle Salme dei Sovrani
d’Italia, grazie ad una lettere del Presidente della Consulta dei
Senatori del Regno Aldo A. Mola, nella rubrica “La Stanza di Mario
Cervi”. Duole vedere come due esponenti della così detta “cultura di
destra” (Veneziani e Cervi ndr) affrontino con tanta
superficialità, pregiudizi e supponenza l’analisi della figura del Re
Vittorio Emanuele III. Sembra quasi che facciano una concessione con il
loro avallare la questione salme. L’atteggiamento è sbagliato perché
vittima di una cultura sbocciata nella RSI e assimilata da ogni preteso
intellettualoide - tanto di destra quanto di sinistra-, che vorrebbe
Vittorio Emanuele III capro espiatorio di ogni male. Così non è ed è
nostro dovere (oltre che diritto) difendere ed onorare la splendida
figura del terzo Sovrano d’Italia, così vilmente attaccata da ogni
parte. Nel 2012 Gli abbiamo dedicato il Calendario Reale, speriamo che
sia di buon auspicio per la Sua tumulazione e per una riscoperta,
scevra da menzogne e pregiudizi, della Sua persona come uomo e come Re.
Da “Il Giornale” di
giovedì 29 dicembre 2011, pag. 31 “La stanza di Cervi”
Caro Cervi, ti allego l'«appello» della Consulta alle istituzioni per
traslare in Italia (non
necessariamente al Pantheon) le salme di due cittadini sepolti
all'estero. Questo il testo: « Vittorio Emanuele III è sepolto nella
chiesa di Santa Caterina, ad Alessandria d'Egitto, ove morì i128
dicembre 1947. La Regina Elena, sua Consorte, è tumulata a Montpellier,
in Francia, ove si spense il 28 novembre 1952. Sicura di interpretare
il comune sentire dei cittadini, anche non monarchici, la Consulta dei
Senatori del Regno esorta il Capo dello Stato e i presidenti dei due
rami del parlamento e del governo a promuovere la traslazione delle
loro salme in Italia, a coronamento del 150° dell'unità. Vittorio
Emanuele III morì cittadino di pieno diritto, prima che la Costituzione
vietasse ai Re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e
il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si
spense libera da interdizioni. La Consulta auspica che, sia pure
tardivamente, le supreme istituzioni concorrano a sanare antiche
divisioni con un gesto esemplare e ormai doveroso di umanità: il
ricongiungimento in Italia delle salme dei Sovrani, accomunati alle
famiglie dei compatrioti nelle gioie e nei dolori, come ricorda la
straziante morte della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28
agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di
Buchenwald. Ogni cittadino valuta e valuterà il mezzo secolo di regno
di Vittorio Emanuele lll su ricordi propri e alla luce di studi in
corso di maturazione. Il giudizio della storia è libero. La traslazione
delle reali Salme in Italia è invece priorità di civiltà. Mentre tutte
le Repubbliche d'Europa hanno reso e rendono omaggio agli antichi
Sovrani dei loro popoli, la Consulta auspica che le supreme istituzioni
ricordino nei modi dovuti il terzo Capo dello Stato italiano».
Il Presidente della
Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola
Caro
Mola,
sono d'accordo sull'opportunità chele spoglie di Vittorio Emanuele III
e della Regina Elena vengano portate in Italia, come si è dichiarato
d'accordo ieri in prima pagina del Giornale Marcello Veneziani. Sia il
re, sia la regina appartengono alla storia patria, e non si serba
rancore ai morti. Lo scrivo pur avendo sempre espresso giudizi severi
su Vittorio Emanuele lll, e pur avendo sempre dichiarato che il
problema di questo ritorno non mi angustiava, dato che in terre remote
giacciono i resti di tanti caduti italiani che non avevano firmato né
le leggi razziali né la dichiarazione di guerra. Ma l'appello della
consulta che tu presiedi, dovuto immagino alla tua penna, è degno di
pubblicazione per la sua pacatezza e per la sua dignità.
Mario Cervi
DATA: 29.12.2011
ANNIVERSARI E STAMPA: SOLO PER MARCELLO
VENEZIANI VITTORIO EMANUELE III MERITA IL PANTHEON
Come era da immaginarsi, oggi, 28 dicembre 2011, 64° anniversario della
scomparsa in esilio del Re Vittorio Emanuele III, nessuno – o quasi –
si è ricordato di questa ricorrenza. Il Presidente della Consulta dei
Senatori del Regno, Aldo A. Mola, con un comunicato di pochi giorni fa,
aveva rivolto alle Istituzioni un appello per il rientro in Italia
delle salme dei Sovrani di Casa Savoia ancora sepolti in terra
straniera. Quanto dovremo aspettare affinché finisca questo ingiusto
esilio dei morti? La repubblica, con questo ostinato atteggiamento, si
dimostra ancora una volta un gigante coi piedi d’argilla (il referendum
del 1946…) che ha ancora molto da temere dalle inermi salme dei Re
d’Italia. Ma il rientro delle salme non è un gesto politico, bensì un
atto ci civiltà e di pacificazione nazionale. Un paese che censura il
proprio passato è un paese che rischia di non avere futuro. Dalle
colonne de “Il Giornale”, l’editorialista Marcello Veneziani è
l’unico a ricordarsi del Re Vittorio Emanuele III in questo
anniversario e ne chiede la tumulazione nel Pantheon di Roma.
Pubblichiamo di seguito l’articolo che, sebbene esprima giudizi crudi,
irriguardosi e non condivisibili sulla Monarchia sabauda, ha
l’indiscusso merito di sollevare la questione. Ognuno è libero di
giudicare la Monarchia italiana ma, come Veneziani scrive e noi
chiediamo da sempre, anzitutto occorre traslare al Pantheon i Re
d'Italia, a cominciare da Vittorio Emanuele III e dalla Regina Elena.
Non possiamo aspettare ancora.
Ora
che finisce l'anniversario patriottico sarebbe giusto riportare al
Pantheon la salma dell'ultimo re d'Italia. Non dico il re di Maggio,
ovvero Umberto che regnò poche settimane fino al referendum.
Dico Vittorio Emanuele III, piccolo sovrano di lunga durata, re
d'Italia per 47 anni, dall' assassinio di suo padre Umberto I. Vittorio
Emanuele morì come oggi, 28 dicembre del 1947, in Egitto, e morì da
cittadino italiano perché non c'era ancora la Costituzione che vietava
l'accesso in patria ai Savoia vivi e morti. Il re che regnò più a
lungo, tra guerre mondiali e coloniali, fascismo e impero, riposi con
sua moglie Elena accanto ai suoi avi. Indipendentemente dal controverso
giudizio storico su di lui, che pure fu Re Soldato ed ebbe il sommesso
affetto degli italiani che lo consideravano il brutto anatroccolo della
Casa, nano sulle spalle di giganti. Un popolo può deporre i re, come ha
fatto l'Italia, ma non può fingere che non abbiano regnato. La
richiesta giunge dallo storico della Monarchia Aldo A. Mola, che
presiede la consulta dei Senatori del Regno. Forse sbagliammo a
sostenere il rientro in Italia dei Savoia viventi (lo dico a tutela del
reame). Ma l'Italia avrebbe avuto bisogno, come simbolo unificante, di
una bella monarchia alle spalle: com'è, tutto sommato, quella di
Spagna, del Belgio o d'Inghilterra, almeno fino alla Regina regnante. E
invece ebbe una monarchia storta e piccola, salvo qualche duca e
principessa. Ma i re sono come i nonni: non si scelgono, ma si caricano
sulle spalle della memoria storica.
DATA: 28.12.2011
ONORE A VITTORIO EMANUELE III NEL 64° DELLA
SCOMPARSA
Nel
64° della scomparsa del Re Vittorio Emanuele III, avvenuta in
Alessandria d'Egitto il 28 Dicembre 1947, l'U.M.I. ne ricorda la
luminosa e sofferta figura.
Il 28 Dicembre del 1947 moriva esule ad Alessandria d’Egitto il conte
di Pollenzo, al secolo Vittorio Emanuele di Savoia, Re d’Italia con il
nome di Vittorio Emanuele III.
Se l’esilio avesse richiesto solo la ritirata e non la terra straniera,
Montecristo sarebbe stata per lui come Sant’Elena per Napoleone. La
piccola isola toscana era il suo ritratto fisico: fiera ed impervia,
inaccessibile e rocciosa, scrigno di una solitudine preziosa che egli
sempre ricercò a Racconigi, a Ravello e ad Alessandria d’Egitto, ma che
mai avrebbe trovato come su quest’isola.
La mano di un anarchico gli pose la corona sul capo all’improvviso, una
corona pesante per chi schivava da sempre gli onori e sentiva come
macigni le responsabilità di quel ruolo. Il regicidio segnò
profondamente il suo animo al punto di giurare a se stesso di evitare
al popolo in ogni modo scontri interni e guerre fratricide. Fu forse
proprio questo che lo portò ad accettare Mussolini.
Il maestro di Predappio da un lato minacciava la guerra civile,
dall’altro incassava i consensi delle forze economiche del paese, della
casta dei generali, dei liberaldemocratici e del clero. Tutti avevano
ceduto, Mussolini si apprestava ad ottenere la fiducia del Parlamento
con ancora pochissimi seggi fascisti; Giolitti, al primo discorso del
presidente Mussolini, disse: “ Io approvo pienamente le parole del
presidente del consiglio. Questa camera ha il Governo che si merita.”
Quando il duce cadde per mano degli stessi fascisti, Vittorio Emanuele
colse l’occasione per liquidare chi tanto a lungo aveva umiliato lui ed
il paese.
Acclamato come il Re soldato prima e come il Re vittorioso poi, egli
seppe meritare sul campo il riconoscimento dei generali e di tutto il
popolo italiano. Fu lui al convegno di Peschiera ad imporre, anche agli
sfiduciati alleati franco-inglesi e non solo ai tentennanti generali
italiani, l’esigenza di difendere la linea del Piave per contenere la
rotta di Caporetto e riprendere l’iniziativa delle armi fino alla
vittoria finale. Ma
per i superficiali e disattenti cantastorie del nostro tempo
l’intrigante figura di Re Vittorio Emanuele III rimane quella di un
vile pedone agli ordini di Mussolini, quando egli fu invece molto più
astuto di quanto si crede. Capace di muoversi in maniera composita,
apparentemente obliqua ma penetrante, egli fu capace di affrontare con
il passo del cavallo la scacchiera della storia. Il suo temperamento
aveva anche del passo ortogonale della torre e di quello diagonale
dell’alfiere; ebbe soprattutto il piglio fiero di chi è capace di
riconoscere i passi dell’avversario; l’astuzia in armi ed in politica.
Quando Cesare varcò il Rubicone con l’intento di marciare su Roma ed
abbattere il Governo legittimo, Pompeo Magno decise di portare altrove
i simboli della repubblica per metterli in salvo, ed offrire allo Stato
continuità e più salde difese contro l’usurpatore. Egli prese la via di
Pescara, mentre gli avversari lo accusarono di aver tradito la fiducia
dei romani per mettere in salvo se stesso. Ma Pompeo Magno non diventò
Pompeo il codardo per Cicerone, che lasciò alla storia stabilire se
quella fu prova di astuzia o di coraggio.
Anche Vittorio Emanuele III prese la via di Pescara, per mettere in
salvo la continuità dello Stato che il nonno aveva costituito. Partì
per salvare l’Italia e proteggere Roma, che non poteva essere
trasformata in un campo di battaglia. Nel 1918 si dovette decidere se
difendere militarmente Venezia o dichiararla città aperta; si anticipò,
in sostanza, la polemica del ’43, tra i sostenitori dell’integrità
delle opere d’arte e dei monumenti e coloro che, come D’Annunzio,
anteponevano ragioni eroiche e di prestigio bellico. Allora la vittoria
non lasciò spazio alle polemiche; nel ’43 invece fu la sconfitta a
definire i colori di quella scelta, che si può certo discutere, ma che
non può essere semplicisticamente e strumentalmente trasformata in fuga
da chi, troppo piccolo, teme ancora oggi il confronto con la memoria di
un Re troppo grande.
L’annuncio dell’armistizio colse di sorpresa il vecchio Re, perché nei
patti si doveva attendere la metà di settembre, ma probabilmente gli
angloamericani, venuti a sapere del piano del sovrano per trasferire in
una Sardegna libera da tedeschi e protetta dall’intera flotta italiana
il Governo e le Altezze Reali, ne temevano una riorganizzazione
scomoda, specie nell’ottica di un gesto che riportasse vigore alle
forze armate italiane, popolarità e consenso.
Ma il Regno di Sardegna non rinacque in quell’alta estate del 1943. Il
Re fu costretto a partire da Roma senza tentennamenti e senza nemmeno
poter aspettare il ritorno di Mafalda, poi catturata ed uccisa dai
tedeschi a Buchenwald. Il colpo mancino degli alleati diede
malvagiamente un diverso ed improvviso svolgimento degli eventi; non si
fece in tempo a dare disposizioni alle forze armate, si dovette
sacrificare tutto per l’Italia, anche una figlia amatissima.
Da qui il diurno tormento che accompagnò il Re per tutto l’esilio. Un
tormento che rese sempre più opache quelle fotografie scattate
quotidianamente alla Regina Elena. Vecchia passione quella della
fotografia, così come quella filatelica, che lo portava ad
intrattenersi in città, ad Alessandria, tra le bottegacce ed i tappeti
polverosi dei bazar. La vecchiaia aveva intenerito l’animo di duro
soldato, tanto che la sveglia era stata ritardata di un’ora; si alzava
alle sei Vittorio, a mezzogiorno pranzava, cenava alle otto, alle dieci
era già a letto, mentre Elena continuava la maglia per una mezz’ora.
Quel 23 dicembre del 1947 un brivido lo colse al molo mentre era
intento a pescare. Si ritirò subito, preoccupato ed attraversato da
strane sensazioni. Da quel giorno non uscì più.
A Natale accolse i nipotini a letto per i regali. Il suo aiutante di
campo lesse i numerosi telegrammi di auguri per le feste; auguri di
gente semplice e sconosciuta, italiani che si ricordavano del loro Re.
Chi se ne sarebbe dovuto ricordare, non lo fece mai.
Il 28 mattina non riuscì nemmeno a radersi, tanto era la spossatezza
che lo colse, precedendo una paralisi. A mezzogiorno toccò con le
labbra una tazzina di caffè amorosamente preparato dalla sua sposa.
Alle 14.20 spirò con i conforti religiosi. Il figlio Umberto arrivò
troppo tardi per salutare il vecchio padre, la cui salma fu tumulata in
una chiesa di Alessandria nella speranza che potesse raggiungere presto
il Pantheon di Roma accanto al nonno Vittorio Emanuele II, al padre ed
alla madre.
Ma la Patria che lo ebbe Re per quarantaquattro anni se ne dimenticò in
pochi giorni. I giusti che sulle deboli fondamenta di un referendum
quantomeno nullo si elessero a buon governo per l’Italia ne temono
tutt’oggi la memoria. A noi, italiani fieri delle proprie origini e
della propria storia, non resta che affidare al vento i petali dei
fiori che il suo sepolcro meriterebbe, aspettando che i figli ribelli
d’Italia si ricordino dei propri padri. Quel giorno, le lacrime del
pentimento e della vergogna soffocheranno le loro voci, ma i grandi
uomini non servano rancore, sanno aspettare che la Storia, come
ricordava Cicerone, possa dire se fu prova di astuzia, di coraggio o di
amore.
W il Re, W l’Italia
Fabio
Fazzari - U.M.I. Monza
DATA: 27.12.2011
PORTIAMO IN ITALIA LE SALME DEI RE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
“Il Giornale del Piemonte” del 25/12/11
Nel 150° del Regno d’Italia le “istituzioni” per ora non hanno né
compiuto né annunciato il gesto molto atteso, saggio e riparatore:
traslare in Italia le salme di Vittorio Emanuele III, terzo Capo dello
Stato, e della Regina Elena. Re Vittorio è sepolto ad
Alessandria d’Egitto ove morì il 28 dicembre 1947. Col vento che tira
da quelle parti, prima lo si porta in Italia, meglio è, anche perché
non tutti i musulmani ricordano il suo rispetto per l’islam, come per
l’ebraismo. La Regina Elena è tumulata a Montpellier, ove
si spense il 28 novembre 1952.
Vittorio Emanuele III morì cittadino italiano di pieno diritto.
Infatti solo dal 1° gennaio 1948 la costituzione vietò ai Re, alle loro
consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia.
Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da
interdizioni. Fu quanto la repubblica riconobbe a beneficio della
Regina Maria José, vedova di Umberto II, al quale venne invece
ingenerosamente negato di rimettere piede in Italia, neppure quando era
ormai irreversibilmente malato: una perfida crudeltà.
La traslazione delle reali salme per iniziativa delle
istituzioni sia pure tardivamente concorrerebbe a sanare antiche
divisioni con un gesto doveroso di umanità verso i Sovrani che vissero
uniti in matrimonio 51 anni e rimangono sepolti non solo in due
distinti Paesi ma addirittura in due continenti diversi. La loro sorte,
nelle gioie e nei dolori, è tutt’uno con quella di tanti compatrioti,
come insegna la straziante fine della Principessa Mafalda di
Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di
concentramento tedesco di Buchenwald, come ha scritto Mariù Safier in
pagine limpide (Bompiani).
Il lungo regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946) può
essere valutato in vario modo, secondo le sue fasi: età giolittiana,
grande guerra, fascismo, seconda guerra mondiale, catastrofe…Il
giudizio della storia è alimentato dai documenti, come ricorda il
Calendario 2012 dell’Unione Monarchica Italiana. La traslazione delle
reali salme in Italia è altra cosa: memoria e civiltà. Tutte le
Repubbliche d’Europa, dalla Russia all’Austria, dalla Germania alla
Romania, hanno reso e rendono omaggio agli antichi Sovrani.
Perché l’Italia non fa altrettanto? Forse per nascondere che nel
referendum del 2-3 giugno 1946 la repubblica fu approvata solo dal 42%
degli aventi diritto? Non è colpa dei monarchici se questa poi si
è andata sgretolando. Un gesto di nobiltà d’animo non guasterebbe.
Il Piemonte ha un debito speciale nei riguardi di chi
partì dalla sua nativa Napoli per l’Egitto col titolo di conte di
Pollenzo e della Regina Elena che amava estivare a Racconigi o nelle
valli del Cuneese. Ma il 150° volge al tramonto…
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 27.12.2011
MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI
SAVOIA PER IL SANTO NATALE E IL NUOVO ANNO
Italiani! si
chiude un anno in cui abbiamo celebrato il 150° anniversario della
proclamazione del Regno d'Italia. Si è
parlato di Unità, ma questa, per il vero, fu raggiunta più tardi,
con Venezia nel 1866, con Roma nel 1870, con Trento e Trieste nel 1918. Si è
parlato di ombre, più che di luci, di quella epopea: ma le ombre,
che nessuno vuole negare,
sono parte di ogni vicenda umana, che sia personale o collettiva. Ciò che
resta è che un gran Re come Vittorio Emanuele II, uno statista come
Cavour, uomini di pensiero e di azione come Mazzini e Garibaldi,
spiriti immortali come Foscolo, Leopardi, Verdi, Manzoni, Carducci
fecero sì che, dopo lunghi secoli di servaggio e di divisione, il
popolo italiano ritrovasse unità, indipendenza e libertà. Si
chiude un anno in cui abbiamo attraversato grandi difficoltà economiche
e sociali. Esse
hanno radici internazionali ma anche, e soprattutto, interne. Ho
ripetuto tante volte - ma non mi stancherò di farlo - che, senza un
profondo rinnovamento culturale e istituzionale, le riforme, auspicate
da ogni parte, si risolveranno sempre in operazioni di potere a
vantaggio di pochi e a detrimento di molti. Auspico
comunque che - nonostante tutto - la classe dirigente del Paese voglia
e sappia operare per il bene comune, tutelando soprattutto, in
questi momenti difficilissimi, i più deboli e i più indifesi.
Unitamente a mio figlio Aimone, rivolgo a tutti i concittadini, agli
italiani che lavorano in ogni parte del mondo, ai militari impegnati
nelle missioni all'estero, l'augurio di trascorrere un sereno Santo
Natale e di vivere un buon 2012!
Affrontiamo - tutti insieme - l'anno che viene, con speranza e
determinazione, " ciascuno dal posto che
la Provvidenza ci ha assegnato!", secondo l'esortazione che,
in un Suo memorabile messaggio, ci rivolse il Re Umberto II. Viva l'Italia!
Amedeo
di Savoia
Castiglion Fibocchi, 24
Dicembre 2011
DATA: 25.12.2011
ONOREVOLE CALDEROLI: NON E’ UN COLPO
DI STATO E’ TUTTO NORMALE
Che
l’oratoria dell’ex ministro Calderoli sia colorita, efficace e a volte
un po’ originale è risaputo, ma il discorso fatto mercoledì scorso al
senato dall’onorevole è sicuramente andato oltre ogni ragionevole buon
senso comune. “No, senatore Calderoli, non c’è in atto nessun colpo di
Stato”, semmai solo una interpretazione elastica della Costituzione. Il
governo Monti è un governo di emergenza Nazionale (o meglio del
Presidente), appoggiato dalla maggioranza delle forze parlamentari che
ha il compito di far rimanere l’Italia agganciata all’Europa; tuttavia
non può essere espressione della volontà popolare in quanto non votato
dagli italiani. L’onorevole Calderoli proprio su questo ultimo punto
del ragionamento rivendica al P.D.R. il fatto che, approvare una
manovra economica così vessatoria nei confronti del ceto medio, non può
essere legittima in quanto -secondo lui- non avallata dal popolo.
Onorevole Calderoli: “E’ TUTTO NORMALE” (in Italia), quante volte
abbiamo assistito nel corso della Repubblica a decisioni discutibili
sotto questo punto di vista? Quanti P.D.R. hanno svolto il loro mandato
con interpretazioni della Carta Costituzionale a dir poco
elastiche? (vedi i Presidenti Leone, Scalfaro, Cossiga, e da ultimo il
Presidente Napolitano)? E che dire del Referendum del 1946 sulla scelta
tra Monarchia e Repubblica, tecnicamente nullo, che basa la vittoria
della Repubblica sull’interpretazione della parola VOTANTE? (che non
significava più “chi va a votare” come è scritto in tutti i dizionari
di lingua italiana, ma che significa “chi esprime voto valido”).
E’ tutto normale Senatore Calderoli... è tutto normale.
Roberto Carotti
U.M.I. Jesi
DATA: 23.12.2011
APPELLO DELLA CONSULTA ALLE ISTITUZIONI
DELLO STATO:
RICONGIUNGERE IN ITALIA LE SALME
DI VITTORIO EMANUELE III E DELLA REGINA ELENA
Vittorio
Emanuele III è sepolto nella chiesa di Santa Caterina, ad
Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947. La
Regina Elena, sua Consorte, è tumulata a Montpellier, in
Francia, ove si spense il 28 novembre 1952.
Sicura di interpretare il comune sentire dei
cittadini, anche non monarchici, la Consulta dei Senatori del Regno
esorta il Capo dello Stato e i presidenti dei due rami del parlamento e
del governo a promuovere la traslazione delle loro salme in
Italia, a coronamento del 150° dell’unità.
Vittorio Emanuele III morì cittadino di pieno diritto, prima che
la Costituzione vietasse ai Re, alle loro consorti e ai discendenti
maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta,
la Regina Elena si spense libera da interdizioni.
La Consulta auspica che, sia pure tardivamente, le supreme
istituzioni concorrano a sanare antiche divisioni con un gesto
esemplare e ormai doveroso di umanità: il ricongiungimento in Italia
delle salme dei sovrani, accomunati alle famiglie dei compatrioti nelle
gioie e nei dolori, come ricorda la straziante morte della
Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel
campo di concentramento tedesco di Buchenwald.
Ogni cittadino valuta e valuterà il mezzo secolo di regno
di Vittorio Emanuele III su ricordi propri e alla luce di studi in
corso di maturazione. Il giudizio della storia è libero. La traslazione
delle reali Salme in Italia è invece priorità di civiltà.
Mentre tutte le Repubbliche d’Europa hanno reso e rendono
omaggio agli antichi Sovrani dei loro popoli, la Consulta auspica
che le supreme istituzioni ricordino nei modi dovuti il terzo Capo
dello Stato italiano.
Il Presidente della
Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola
Roma, 22 dicembre 2011
DATA: 22.12.2011
VIGILI URBANI: ASSEMBLEA CONTRO IL DECRETO
MONTI - SI PROFILA LA RINUNCIA A CONCORRERE IN SERVIZI DI ORDINE
PUBBLICO
Con
l’abrogazione dell’Istituto dell’Equo Indennizzo, effettuato dalla
manovra finanziaria, per tutti gli Agenti ed Ufficiali delle Polizie
Locali d’Italia, l’OSPOL-CSA questa mattina con
l’affollatissima Assemblea dei Vigili della Capitale,
BOCCIA all’unanimità l’iniqua manovra Monti. La stessa manovra mette ,
però, al riparo le Polizie di Stato del Comparto Sicurezza
(Carabinieri, Poliziotti di Stato, Finanzieri, Vigili del Fuoco,
Forestali, Guardie Penitenziarie) oltre ai Militari e agli Operatori di
Soccorso. Tutte queste categorie sono escluse dall’abrogazione
dell’Istituto dell’Equo Indennizzo. L’Assemblea dei Vigili della
Capitale , che si è svolta dalle ore 7,00 alle 10,00 presso il Comando
del Corpo di Via della Consolazione , ha messo a dura prova il traffico
cittadino nei XX Municipi per la massiccia partecipazione di
Vigili “viabilisti” all’Assemblea dell’OSPOL. Gli Agenti ed Ufficiali
delle Polizie Locali accusano il Governo di essere stato
“discriminatorio” nei loro confronti e minacciano, se non viene
ripristinato l’Istituto dell’Equo Indennizzo per tutti i 65.000 Vigili
d’Italia, di rinunciare a concorrere con le altre Forze di Polizia
dello Stato al servizio di Ordine Pubblico che, peraltro, è la
funzione esclusiva delle Polizie di Stato. L’OSPOL –CSA ha
inoltrato un documento di rivendicazione al Capo del Governo
annunciando lo stato di agitazione della categoria che, se non ci
saranno risposte positive, sfocerà in scioperi che saranno proclamati
in tutti i Capoluoghi d’Italia.
SULLA CITTADINANZA ITALIANA IL
PIEMONTE HA DA DIRE LA SUA
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
“Il Giornale del Piemonte” dell'18/12/11
L’Italia
non è affatto un cumulo di macerie. Non ha nessun “Annibale alle
porte”. C’è disorientamento, generato dalla
disinformazione, da chi fa latrare i cani per spingere il gregge.
Motivo in più per fare memoria e ricordare che la notte è buia solo per
chi non ha luce interiore. Il 150° del Regno d’Italia, disperso
in rivoli presto essiccati, ha trascurato il tema di fondo: la nascita
dello Stato nazionale in un’Europa che negava (e ancora nega) le
nazioni, dal Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda all’Impero
d’Austria, dallo zar di Russia alla Sublime Porta di Istanbul. Con
Risorgimento e unificazione l’Italia voltò pagina, per sé e per i
popoli che agognavano all’indipendenza. Dette cittadinanza a ventidue
milioni di persone, al “volgo disperso che nome non ha”, come scriveva
Manzoni. La definizione di cittadinanza è impegno fondamentale
dell’Italia odierna: tutt’uno con la legge elettorale,
espressione della sovranità nazionale. Molte norme varate
in queste ore col pretesto dell’emergenza calpestano diritti non
negoziabili. Il legislatore irrompe nella vita privata a cominciare dal
libero uso della moneta, il cui possesso viene prospettato di per sé
quale indizio di reato (“sterco del diavolo”?) . Certo l’Italia odierna
è vincolata alla moneta in uso, all’Unione Europea, alla
Nato, all’ONU; conta milioni di abitanti non nativi, parte cittadini,
parte no, ed è in affanno. Proprio perciò chi governa dovrebbe
allentare i motivi di tensione, anziché moltiplicarli col varo di norme
esose, invasive e oppressive. Mentre ovunque è in discussione il
concetto stesso di nazione e di cittadinanza in una visione planetaria
dei rapporti fra le genti, l’Italia deve fare i conti con la
propria storia senza cesure né censure, senza apologie né
demonizzazioni: deve “documentarsi” affinché ciascuno conosca,
rifletta, valuti e, se vuole, scelga che cosa fare o non fare: se
accettare o rescindere il “contratto con lo Stato”, condividere o
meno la cittadinanza. In tale contesto, Marco Pizzo, direttore
del Museo Centrale del Risorgimento, lancia il progetto di un museo
dell’Italia fascista; dal mensile “Storia in Rete” Fabio Andriola
propone di discuterne. Il tema è centrale per guardare oltre le
cronache. Un museo (termine vecchio e invecchiante)
specificamente intitolato all’ “Italia fascista” (1919-1943/45?)
farebbe da controcanto a quelli della “resistenza”. Sarebbe a sua
volta “partigiano” e darebbe per scontata la separazione o
addirittura l’estraneità del fascismo dalla storia generale
dell’Italia: una favola, questa, che fece comodo ai tanti che
votarono a favore di Mussolini (a cominciare da Benedetto Croce e da
Alcide De Gasperi) e poi pretesero di ridurre il suo
ventennale governo e il fascismo (realtà per altro distinte) a episodio
accidentale: invasione degli hyksos, barbarie. Semmai va realizzato un
Foro permanente degli italici-italiani (sostantivo, non aggettivo): non
statico, ma da aggiornare col flusso della storia, come insegnò
Riccardo Bacchelli. Va varato l’anno prossimo, anche per evocare i 1800
anni dell’editto di Caracalla, dissoluto e geniale, che nel 212
dopo Cristo concesse la cittadinanza romana a tutti gli uomini
liberi dell’Impero e i 1700 anni della vittoria di Costantino il Grande
su Massenzio (28 ottobre 312). L’Italia odierna arriva
anche da quegli eventi, da inserire in un Memoriale o Foro degli
Italiani, che abbracci l’intero territorio nazionale e i suoi abitanti
e ponga il tema della cittadinanza in termini non estemporanei e
frettolosi, a differenza di quanto ha fatto recentemente Giorgio
Napolitano. Al riguardo il Piemonte di Elvio Pertinace e del conte di
Pollenzo, due imperatori nell’arco di quasi duemila anni, ha da dire la
sua.
Aldo A. Mola
DATA: 19.12.2011
GdF: MEDAGLIA D’ORO ALLA MEMORIA DEL M.LLO
AMBROSELLI
13
Dicembre 2011 - Come è stato per Giorgio Perlasca nel 2003, il Museo
Storico della Guardia di Finanza ha comunicato che la Fondazione
Carnegie presso il Ministero dell'Interno ha conferito la Medaglia
d'Oro al Maresciallo Maggiore Aiutante Antonio Ambroselli (Santi
Cosma e Damiano 12/03/1915 - Roma 1/04/1975), padre del nostro
Ispettore Nazionale Dott. Sandro, per gli atti di eroismo compiuti
durante la Seconda Guerra Mondiale (Città Aperta di Roma 1943/1944).
Antonio Ambroselli, di aperta fede Monarchica fino alla morte, si
arruolò nella Regia Guardia di Finanza nel settembre 1935. Dieci giorni
dopo il fatidico 8 settembre 1943, si sposò con la signorina Mafalda
Cangelmi "la Monarchica Partigiana", con la quale di lì a poco, si
renderà protagonista di numerose missioni di salvataggio in favore di
compaesani e non detenuti nel famigerato Campo di Concentramento
Tedesco “La Breda” di Torre Gaia a Roma. Entrato a far parte di una
organizzazione partigiana "Fiamme Gialle" sotto il comando del Tenente
Alaydin KORCA, organizzò allo Scalo Ferroviario San Lorenzo (Stazione
Tiburtina) le fughe dei prigionieri pronti a partire per la Germania.
Con loro anche il ferroviere Michele BOLGIA, poi trucidato alle Fosse
Ardeatine, che forniva al gruppo dei finanzieri partigiani gli elenchi
delle partenze con tanto di orari e persino l'indicazione dei binari.
Organizzarono solo nel mese di febbraio 1944, quattro colpi di mano
presso il richiamato scalo ferroviario, ove, dopo avere spiombato i
portelloni dei vagoni in sosta, fecero scappare oltre un migliaio di
giovani rastrellati a Roma, anche ebrei catturati a Piazza Bologna
diretti nei campi di concentramento germanici. (Fonte Museo Storico
Guardia di Finanza).
La memoria storica concernente la vita e gli eroismi di Antonio
Ambroselli e Mafalda Cangelmi sono oggi demandati all'Associazione
Ambroselli, Storia Arte Tradizione, presediuta dal Dott. Sandro
Ambroselli , e dal Club Reale "Antonio e Mafalda Ambroselli"
(Coordinatrice Rag. Maria Capocci) entrambe con sede a Venafro (IS),
alle quali si devono numerose e lodevoli iniziative culturali, anche
nel campo della didattica della Shoah.
DATA: 19.12.2011
A PROPOSITO DEL "RE GIORGIO", LE SUE
PREROGATIVE COSTITUZIONALI E LO STATO D'ECCEZIONE
L'articolo
di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere della Sera del
12 dicembre scorso, ha suscitato un acceso dibattito attorno alla
figura del Capo dello Stato. Pubblichiamo una riflessione di Roberto
Carotti, iscritto all'U.M.I. di Jesi, su questa tematica.
È
a conoscenza di tutti che le prerogative costituzionali del nostro
Presidente della Repubblica sono per lo più di carattere
simbolico-rappresentativo piuttosto che di indirizzo
politico-governativo; dalla fine di Ottobre abbiamo assistito invece ad
una vera e propria azione di indirizzo politico del nostro Presidente,
culminata con la nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio
(anche se appoggiato legittimamente dalle maggiori forze del paese).
Premesso che in situazioni di emergenza il P.D.R. può spingersi oltre
le sue prerogative costituzionali e fungere così da "motore di riserva"
(usando l'espressione utilizzata da Marco Olivetti nel quotidiano
“l'Avvenire” del 4 Dicembre scorso) in aiuto alle forze politiche in
campo, resta da stabilire però in quali situazioni questo possa
accadere visto che nella nostra Costituzione Repubblicana; a tal
proposito non vi è alcun riferimento. Il 3 Dicembre scorso il New York
Time ha dedicato il suo prestigioso "Ritratto del Sabato" al nostro
Presidente Giorgio Napolitano - incoronandolo come "Re Giorgio" - per
via della sua azione esercitata sino al limite delle sue prerogative
costituzionali che assomiglierebbero appunto più alle prerogative di un
Re, da cui peraltro la nostra presidenza deriva. Il saggista e
scrittore Ernesto Galli della Loggia, nell'articolo pubblicato dal
Corriere della Sera dell'11 Dicembre scorso dal titolo "Emergenza e
diritto costituzionale il silenzio sullo Stato d'eccezione", esorta la
classe dirigente e gli studiosi di diritto costituzionale ad aprire un
dibattito sul concetto di "Stato d'eccezione", cioè quel momento
particolare della vita di una Nazione dove il P.D.R. può fare da
"reggitore sussidiario" del sistema al fine di consentire che esso
riprenda a funzionare, concludendo poi che in un paese democratico non
può esserci posto per modifiche della Carta Costituzionale attraverso
vie surrettizie interpretative e forzando a piacere il testo della
medesima. Il periodo storico che stiamo vivendo potrebbe essere a mio
avviso un momento propizio per possibili riforme costituzionali anche
perché il nostro Presidente, essendo uomo di formazione prevalentemente
di sinistra, non può essere accusato di essere un pericoloso
autoritario; che sarebbe successo se il P.D.R. fosse provenuto dal
centro-destra e avesse tenuto lo stesso comportamento di "Re
Giorgio"?... chissà, forse si sarebbe meritato l'impeachment. Solo un
Paese ossessionato dal passato non può non capire che sono ormai maturi
i tempi per il ritorno dell'unica forma di governo che possa garantire
la forza, l'autorevolezza e l'imparzialità che una Nazione come
l'Italia si merita: la Monarchia Parlamentare! Viva l'Italia! Viva il
Re!
Roberto Carotti
DATA: 14.12.2011
SOVRANITA' LIMITATA?
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
“Il Giornale del Piemonte” dell'11/12/11
Come
le persone, gli Stati hanno un cervello (sovranità e politica estera),
un cuore (le forze armate) e visceri (economia e società), che insieme
ne formano l’identità. L’Unione Europea dall’Atlantico alla Polonia non
ebbe e non ha né cervello né cuore. I suoi visceri sono malandati.
Basata su Costituzione logorroica e senz’anima (il Trattato del 29
ottobre 2004 ne ignora le radici greco-romane-cristiane,
liquidate come “eredità culturali, religiose e umanistiche”),
l’Europa crolla per l’incomponibile conflitto tra eurozona e Gran
Bretagna, un impero fondato sulla sterlina. L’Unione non ha sovranità
né politica estera né, meno ancora, forze armate unitarie. Francia e
Inghilterra si guardano bene dal mettere loro armi (a cominciare
dall’arsenale nucleare) a servizio dell’Unione. Ogni Stato fa la
propria politica estera. Lo si è veduto nella tragedia della Libia.
Scatenato il caos, completo di linciaggio efferato di Gheddafi
(un evento che non può essere declassato a “episodio”: la Nato e l’ONU
se ne lavarono le mani lorde di sangue), ciascuno ha mirato e mira a
procacciarsi una parte di bottino. E’ evidente la contrapposizione tra
gli Stati Uniti d’America (incapaci di tener le briglie dell’America
centro-meridionale) e l’Europa, coinvolta in operazioni belliche
(dall’Iraq all’Afghanistan) dai costi crescenti e dagli esiti
deludenti, tanto più in presenza di un Vicino Oriente niente
affatto pacificato e mentre il mondo islamico è una
polveriera in cui gareggiano l’Iran degli ayatollah e la
Turchia di Ahmed Davutoglu, che sogna un nuovo impero
ottomano-islamico alternativo a quello dell’Arabia Saudita, costruito
coi petrodollari.
Purtroppo il grosso dell’informazione
si occupa quasi esclusivamente di visceri meno nobili: la contabilità
spicciola spacciata come alta politica. Però i cittadini scoprono
costernati di essere a “sovranità limitata”, come un tempo i Paesi del
Patto di Varsavia. Dopo anni di orchestrato discredito della
dirigenza elettiva a tutti i livelli, il presidente della repubblica ha
infatti affidato il governo a un manipolo di consulenti. Privi di
investitura popolare e lontanissimi dal segnare la svolta che
gl’ingenui se ne attendevano (una cosa è parlare, un’altra è fare, col
supporto di un buon margine di consenso), in un mese dall’insediamento
il governo in carica non ha saputo parlare né al cervello né al cuore.
Motivo in più per ricordare che solo con l’unificazione nazionale del
1859-1870 l’Italia conquistò, e a fatica, il rango di protagonista
della Comunità internazionale e lo esercitò con pienezza sino al 1915.
L’intervento nella grande guerra, quasi un secolo fa, mise a nudo i
suoi punti di forza e di debolezza. Nel 1918 gli italiani vinsero sul
campo e nel 1931 con l’Istituto per la Ricostruzione Industriale
risposero in modo autonomo e originale alla Grande Depressione. Un
decennio dopo, però, a confini ancor quasi inviolati, il governo
Badoglio abdicò alla sovranità nazionale, sottoscrivendo la resa
incondizionata (non “armistizio”): clausole dure e mortificanti,
ribadite dal Trattato del 10 febbraio 1947, che ignorò il concorso
degli italiani alla guerra di liberazione, ridusse l’Italia e sovranità
limitata e perciò ebbe il voto contrario dei liberali veri, come
Benedetto Croce.
Lì finì la Terza Italia, sulle cui
rovine si ersero clericali e comunisti, divisi su tutto tranne che
nella lotta contro le forze nazionali cresciute nell’età della
Monarchia statutaria: i liberaldemocratici (repubblicani inclusi) e
i socialriformisti, uniti nell’impegno a subordinare cervello e
cuore al Parlamento, espressione delle libere scelte dei cittadini,
tutt’altra cosa dal “centralismo democratico” dei comunisti e dalle
oligarchie finanziarie che generarono e alimentarono il comunismo
sovietico.
Che cosa rimane dell’età liberale? In quasi
settant’anni di repubblica è stato sperperato il patrimonio
morale e civile accumulato da Risorgimento e Terza Italia, da
europeismo e pacifismo costruttivo: il movimento federalista europeo,
l’entusiasmo originario per l’ONU.
Acclamato come
arbitro supremo e salva-Italia, il governo del “podestà
forestiero” appare nient’altro che una grigia sospensione del principio
costitutivo della Nuova Italia, una gelida stagione di oblio della
sovranità di un popolo in cerca di un progetto politico e capace di
capire e decidere “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
L’Italia deve ritrovare il primato della politica: cervello e cuore.
Aldo A. Mola
DATA: 12.12.2011
ANCORA D'ATTUALITÀ LA PROFEZIA DI PADRE
PIO. TORNERÀ LA MONARCHIA?
Il
Professor Vignoli, dell'Università di Genova, ha riportato a galla la
vicenda in occasione della celebrazione dei 150 anni dell'Unità
d'Italia a Roma. Il Santo qualche mese prima della morte, incontrando
Amedeo di Savoia, vedendo il figlio Aimone, predisse per lui un futuro
di regnante. La profezia in un basso rilievo a San Giovanni Rotondo,
stranamente fatto spostare in uno spazio difficilmente visibile. Nel
quattordicinale "SI" diretto da Maria Giovanna Elmi, in questi giorni
in edicola, compare un sibillino articolo firmato da Eugenio Parisi,
circa una profezia di San Padre Pio riguardante l’Italia ed un
possibile ritorno della monarchia. A regnare sarebbero i discendenti
dell’attuale V Duca d’Aosta, Amedeo di Savoia. A fare dell’incredibile
vaticinio del frate è stato il professor Giulio Vignoli dell’Università
di Genova durante una celebrazione a Roma in Campidoglio per i 150 anni
dell’Unità d’Italia. Presenti il Duca d’Aosta, la figlia di Re Umberto
II, Maria Gabriella, Aimone di Savoia, autorità politiche ed
amministrative delle Repubblica, il Gran Maestro della Gran Loggia
d’Italia, Luigi Pruneti, nonché storici della caratura di Aldo
Alessandro Mola, Vignoli ha ricordato allo sbigottito uditorio come
Padre Pio, già prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale,
avesse annunciato, durante un toccante incontro, alla allora
Principessa di Piemonte, Maria José – poi ultima Regina d’Italia – che
casa Savoia avrebbe perso il trono e che la Pianta principale del
casato sarebbe seccata ma che "un virgulto sarebbe sbocciato ridando
onore e forza alla famiglia riottenendole il Regno". La profezia fu
confermata anche dopo la guerra dalla stessa Maria José a diversi
testimoni che si sarebbe verificata nella sua prima parte sia nei
minimi particolari. Dunque, se la profezia fosse veritiera, all’attuale
Repubblica, dovrebbe subentrare una nuova Monarchia. Secondo l’articolo
di SI , al Santo, qualche mese prima della morte, fu portato il figlio
di Amedeo di Savoia e di Claudia di Francia, Aimone. Padre Pio appena
visto il piccolo avrebbe esclamato “bimbo innanzi a te vi è onore e
regalità”. La frase turbò non poco i presenti e poco dopo il Santo
frate, volle parlandone ad alcuni suoi “figli spirituali” che dopo la
sua morte fosse realizzato un basso rilievo in cui fosse in qualche
modo consacrata la sua profezia. L’opera fu effettivamente scolpita.
Posta nella cripta a San Giovanni Rotondo, dove sino a poco fa giaceva
il corpo del Santo, il bassorilievo presenta una scena che ha
dell’incredibile: vi compaiono la Madonna con Gesù Bambino in grembo e
San Giuseppe. Innanzi alla Sacra famiglia, Padre Pio che regge tra le
braccia un agnello. Compare poi un gruppo di giovinetti e una ragazzina
inginocchiati intorno alla sacra famiglia. Tutti i componenti la
raffigurazione sono rappresentati negli abiti tradizionali. Tutti
eccettuati due personaggi: lo stesso Padre Pio, con il saio
francescano, ed uno dei ragazzi ritratto in abito moderno da cerimonia.
A ben guardare quest’ultima figura c’è da rimanere di stucco: il
ragazzo ha le sembianze di Aimone di Savoia ed indossa il collare
dell’Annunziata (suprema onorificenza sabauda) conferita da Re Umberto
II ad Aimone quando il giovane aveva 15 anni. Titolo dell’opera:
“Bellezza e regalità ti stanno d’intorno”. Cosa vuole dire questo
titolo? Aimone sarà Re d’Italia? Ora con la crisi gravissima che il
nostro Paese sta attraversando il bassorilievo è rimasto collocato
nella vecchia cripta dove riposava Padre Pio ma è stato spostato in
posizione difficilmente visibile. Forse qualcuno ha paura della
profezia e che possa cadere la Repubblica?
DATA: 11.12.2011
LIGURIA: RIUNITA LA DIREZIONE REGIONALE
AGIRE CONTRO LA CRISI
In
occasione del passaggio da Genova del Presidente Nazionale avv.
Alessandro Sacchi si è riunita la Direzione Regionale
Ligure dell’UMI.
La Riunione è stata
convocata e presieduta dal Presidente Regionale avv. Aurelio Di
Rella Tomasi di Lampedusa.
Erano presenti il
Presidente Provinciale di Genova geom. Arduino Repetto, il
Presidente Provinciale di Imperia Marco Olivero, l’avv. Marco
Gramegna di Rapallo, il rag. Giacomo Scarsi di Busalla, la
signora Giuliana Carlini Zoppi e l’ing. Gianni Stefano
Cuttica .
Assenti giustificati il presidente
Provinciale di Savona dott. Francesco Veirana ed il Presidente
Provinciale di La Spezia Giuseppe N. Fago.
Dopo un esame della situazione regionale dell’UMI, il Presidente
Nazionale ha illustrato le nuove prospettive che si stanno aprendo in
campo nazionale per la battaglia monarchica.
La
Direzione Regionale si è infine soffermata sull’attuale momento
politico della nazione ed ha emesso il Comunicato Stampa seguente:
COMUNICATO
STAMPA
La
Direzione regionale dell'Unione Monarchica Italiana, analizzata
la situazione economica contingente, ritiene necessario che
Governo e forze politiche apportino alle norme anticrisi le modifiche
necessarie a rendere equi i sacrifici.
Le misure
adottate infatti, afflittive per le famiglie a reddito medio-basso,
creeranno una situazione insostenibile a coloro che appartengono alle
fasce più deboli, come molti pensionati; particolarmente gravi le
conseguenze in Liguria, che da tempo è in crisi di sviluppo ed è
caratterizzata da un'elevata percentuale di anziani, per i quali
si porrà in modo sempre più assillante il problema della sopravvivenza.
Sono carenti le misure dirette a contenere la spesa pubblica ed a
contrastare la corruzione che, più dell'evasione, minaccia gli
equilibri di bilancio né sono previste iniziative dirette a
riequilibrare il mercato ed a rivitalizzare il sistema produttivo; non
sono idonee a raggiungere tali scopi norme invasive della sfera privata
e liberticide che sembrano preludere ad un regime di polizia bancaria.
Pertanto la Direzione regionale ha chiesto all'avv. Alessandro Sacchi,
presidente nazionale dell'U.M.I., presente alla riunione, di
intervenire presso il governo, le forze politiche e le parti sociali
perché vengano apportate modifiche che rendano equi i pur necessari ed
indispensabili sacrifici; che vengano modificate le misure che
comportano contrazione dei consumi, prodromo di recessione; che vengano
sollecitamente adottate le misure necessarie a contenere la spesa
pubblica, quali la soppressione delle province e della miriade di enti
inutili, la riduzione del numero e degli emolumenti dei parlamentari e
dei componenti di tutti gli organi elettivi degli enti pubblici
territoriali, l'abrogazione dei finanziamenti ai partiti; che siano
abrogate le norme che favoriscono alcune attività di impresa a
detrimento delle altre operanti negli stessi settori economici e che
siano eliminati i privilegi fiscali per tutti i beni immobili non
adibiti, in via esclusiva, a servizi di utilità sociale; che sia
adottata ogni altra iniziativa idonea a riequilibrare i sacrifici
ed a rilanciare l'economia.
Genova, 9 Dicembre 2011
per la direzione regionale
avv. Aurelio Di Rella Tomasi di Lampedusa
(presidente regionale)
DATA: 10.12.2011
SI: SPECIALE SULLA PROFEZIA DI PADRE PIO E
SULLA MANIFESTAZIONE U.M.I. IN CAMPIDOGLIO
Sul numero
oggi in
edicola del Settimanale "Si" (anno II - n° 25 del 22 dicembre 2011 - 1
€) vi è un interessante articola, a firma di Eugenio Parisi, sulla
profezia di Padre Pio che vede il ritorno del Principe Aimone quale Re
d'Italia. L'articolo fa riferimento alla manifestazione tenuta in
Campidoglio dall'U.M.I. e dalla Consulta dei Senatori del Regno, dove
si è trattato l'argomento. Inoltre vengono pubblicate le foto dei
piccoli Principi con il Padre Aimone e il Segretario nazionale
dell'U.M.I. Sergio Boschiero.
DATA: 08.12.2011
ORA LA VERITA' SULLA GUERRA (IN)CIVILE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicatom
su "Il Giornale del Piemonte" del 4/12/11
Giuseppe
Biglione era un contadino. Classe 1907. Viveva in borgata Misun a
Sampeyre, in Varaita, la valle smeraldina della Provincia Granda.
Il 1° luglio 1944 venne catturato da partigiani delle “Garibaldi”.
Sospettato senza motivo di detenere esplosivo, fu torturato per ore con
ferri roventi per fargli dire quel che non sapeva. “Le sue grida
erano così orripilanti che dai contorni scapparono tutti” scrisse il
parroco, don Antonio Salomone, chiamato quand’ormai il poveraccio
agonizzava. Fece appena in tempo ad amministrargli il viatico. Il
sindaco di Sampeyre, Roberto Sasia, ora ha proposto di ricordare il
fattaccio dedicando una via o una piazza a quella vittima di criminali
drappeggiati da liberatori. Come centinaia di altri cittadini
assassinati in modi atroci da persone che ne andarono impunite, anche
Giuseppe Biglione figura nelle Vite spezzate, un repertorio che
mescola alla rinfusa i caduti in guerra senza indicarne né la
causa di morte né i responsabili. Scientificamente inutile. Perché
parlare oggi del “caso Biglione”? Semplice. Se è vero che bisogna far
quadrare i conti dell’economia, non solo nazionale, altrettanto
importanti sono quelli della storia, che deve passare dalle
leggende partigiane alla ricostruzione dei fatti. Certi istituti
storici, mantenuti col danaro di tutti i cittadini, hanno riempito
scaffali di ritornelli e di “celebrazioni”: tutti eroi limpidi da
una parte, tutti malvagi dall’altra. Panzane. Decenni prima che
Giampaolo Pansa scoprisse il Sangue dei vinti il fegatoso
Giorgio Bocca aveva già ammesso molto nella sua Storia dell’Italia
partigiana (Laterza, 1966: opera “purgata” nelle successive edizioni).
Narra che nel comando della polizia partigiana di Pradleves, dominata
da un sanguinario criminale, si accendeva il grammofono per coprire le
urla di chi veniva torturato: non solo militari e politici della
Repubblica sociale italiana, ma anche civili estranei alla lotta e
presunte “spie”, sadicamente martirizzate. Biglione fu uno
dei tanti morti ammazzati senza motivo. Come Guido Ajme, impiegato di
banca di Ormea, ucciso a bastonate da partigiani
della Valle Mongia ma nelle Vite spezzate classificato
addirittura come milite di una mai esistita XXIX
Brigata delle S.S. italiane. Mentre riassettiamo i
conti della finanza pubblica, rifacciamo dunque anche quelli
della storiografia, ricordando chi venne ucciso per futili motivi, chi
da fine aprile 1945 dovette vivere mesi in clandestinità per scampare a
vendette private ammantate di ideologia, chi risalì la china del
cinabro mentre troneggiavano ex fascisti dai manti
rivoltati. Le amministrazioni pubbliche hanno fatto e fanno
abbastanza in questa direzione? Non sembra. Settant’anni dopo tempo è
venuto di documentare la verità sulla guerra (in)civile, per restituire
a tutti pace e dignità. Amnistia non significa amnesia. Per decenni
venne imposto l’obbligo di dimenticare. Ora possiamo voltare
pagina. Conviene anzitutto a chi si batté con ideali limpidi e in modo
dignitoso e non merita di essere confuso con le malefatte altrui.
Aldo A. Mola
DATA: 04.12.2011
ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE
LEKA ZOGU I
Tirana,
3 Dicembre 2011 – Si sono tenute oggi, nella sede del Parlamento
Albanese, le solenni esequie del Re di Albania, Leka Zogu I. Già dalla
prima mattinata si è formata una lunga e ordinata coda di persone che
ha voluto rendere l'ultimo saluto al Re, presso la camera ardente
allestita in Parlamento. A mezzogiorno è iniziato il rito religioso che
ha visto la partecipazione delle più alte cariche dello Stato
balcanico. Presente tutto il Governo con il Premier Sali Berisha, il
Presidente della republika, delegazioni delle comunità albanesi
all'estero, trenta ambasciatori esteri accreditati e delegazioni delle
tre religioni nazionali. Tra le venticinque e le trenta mila persone si
sono recate al Parlamento per seguire da vicino il solenne avvenimento
e per stringersi attorno al Principe Ereditario Leka II. Le esequie si
sono tenute alla presenza dei reparti militarti schierati in alta
uniforme e con la banda dell'esercito. In Albania si è recato il
Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero, con una delegazione
di monarchici, che è stato ricevuto anche oggi in udienza speciale dal
Principe Reale, nonché futuro Re, Leka II. Boschiero, che da sempre
segue in maniera ravvicinata le vicende delle Famiglia Reale Albanese,
ha manifestato la vicinanza dei monarchici italiani e ha portato un
messaggio di cordoglio. Tra le migliaia di messaggi giunti, quelli
della Regina Elisabeta II del Regno Unito e del Re di Spagna Juan
Carlos.
Nella
foto in alto l'ingresso del Parlamento Albanese con il picchetto
d'onore. Qui sopra la Famiglia Reale con le autorità (Boschiero il
primo a sinistra) si dirige verso il Parlamento.
L'interminabile fila di albanesi che ha
reso omaggio alla Salma del Re.
DATA: 03.12.2011
ALBANIA: L’U.M.I. RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA
DI RE LEKA ZOGU
Albania,
2 dicembre 2011 - Il Segretario nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero
è giunto questa mattina a Tirana per esprimere a S.A.R. il Principe
Leka II il cordoglio dei monarchici italiani per la scomparsa del
padre Re Leka Zogu I. La delegazione U.M.I. è stata ricevuta e
intrattenuta per oltre un’ora nella residenza privata dell’Erede al
Trono, oggetto di continue visite, da parte dei cittadini, con ripetute
attestazioni di ammirazione e lealtà. Domani i funerali di Stato ,di
fronte al Parlamento Nazionale, per i quali si prevede una vastissima
partecipazione popolare. Alle esequie assisteranno anche delegazioni
delle comunità albanesi del Montenegro, Kosovo, della Macedonia e degli
altri albanesi sparsi nel mondo. Sono state particolarmente
significative le condoglianze dei Membri del Governo albanese, a
partire dal Presidente Sali Berisha , del Presidente della repubblica
Bamir Topi, di personalità della cultura e delle tre religioni
prevalenti. Non vano dimenticati discendenti degli Ottomani, i parenti
della Regina Geraldina e quasi tutti gli ambasciatori accreditati. Nella foto in alto
l'Erede al Trono d'Albania, S.A.R. il Principe Leka II, con Sergio
Boschiero nella residenza della Famiglia Reale. Nella foto in basso
Boschiero porta ufficialmente le condoglienze dei monarchici italiani
al Principe Ereditario, davanti alle autorità presenti.
DATA: 02.12.2011
SABATO I FUNERALI DEL RE: PROCLAMATO LUTTO
NAZIONALE
BERISHA SULLA MONARCHIA: UNA QUESTIONE ANCORA APERTA
VERSO UN NUOVO REFERENDUM?
Il
premier albanese Sali Berisha ha reso noto che per le esequie di
Leka Zogu I, previste per la giornata di sabato 3 dicembre, è stato
proclamato il lutto nazionale.
Nell’odierna riunione del Consiglio dei Ministri il Premier albanese,
chiedendo un minuto di silenzio in onore di Leka Zogu, ha dichiarato:
"Oggi è passato a miglior vita il Re dei Albanesi. Questa e una grande
perdita per la nazione e per il paese!” e ha aggiunto: "Nella legge del
Parlamento Albanese si definisce l'obbligatorietà del coinvolgimento
nel protocollo di Stato della Famiglia Reale d'Albania; il Paese e
tutta la Nazione albanese daranno l'ultimo saluto al Re Leka Zogu I,
con tutti gli onori che spettano ad un Re non in carica”.
Berisha ha ripercorso la vita di Leka I, incoronato Re
nell’Aprile 1961, dopo la morte del Re Zogu I: "Egli si è
allontanato verso l'esilio a solo due giorni dalla nascita, ma è stato
cresciuto con un amore infinito per il Paese e la Nazione. Re Leka è
stato sempre un grande sostenitore della lotta degli albanesi per la
libertà e la dignità in Albania, Kosovo, Macedonia e dovunque si
trovino. Era l'ispiratore delle loro battaglie" ha detto Berisha.
Il premier ha rilasciato anche delle dichiarazioni sul referendum del
1997 (dove - secondo i dati ufficiali - la repubblica vinse con il 65%
dei consensi) che sono destinate ad avviare nuovi scenari nel panorama
politico albanese. Berisha ha detto che ai cittadini albanesi è stata
data la possibilità di scegliere tra Monarchia e repubblica nel 1997,
questione secondo lui ancora aperta. "Il referendum si è tenuto sotto
le fiamme della ribellione comunista e non si può considerare una
questione chiusa. In quel referendum ha dominato il principio
stalinista". E rivolgendosi al suo popolo ha aggiunto: “Voi votate, il
conteggio lo faccio io. Quello che avvenne è che gli albanesi hanno
votato per il loro Re".
DATA: 30.11.2011
ALBANIA: LA
MORTE DI RE LEKA ZOGU I
Con
sommo dispiacere apprendiamo da un comunicato ufficiale del Ministro
della Salute dell' Albania che oggi, 30 Novembre 2011, dopo una breve
degenza, il Re d’Albania Leka Zogu I è deceduto. Pochi giorni fa la
Famiglia Reale, con un comunicato riguardante la salute del Re, ci
aveva preparato al peggio. Si trovava dal 17 novembre scorso nel
reparto di rianimazione dell’Ospedale di Tirana, a seguito di un
arresto cardiaco causato da problemi cardio-polmonari. Il Re aveva 72
anni e nacque pochi giorni prima dell’invasione italiana del suo paese.
Aveva pochi mesi quando la Famiglia Reale si trasferì col bambino prima
nella vicina Serbia e successivamente in Egitto, vista la parentela con
la Famiglia Reale Egiziana. Combatté il comunismo in una lotta senza
quartiere, aspirando costantemente al trono che già fu di Giorgio
Castriota Scanderberg. Il Regime comunista dava a lui e al padre una
caccia spietata facendo pressioni presso tutti i governi che lo
ospitavano (Rodesia, Spagna, Marocco, Egitto). Nel 1961, dopo la morte
del padre, venne nominato Re dal Governo monarchico in esilio. Nel
1993, tornato in Patria dopo la caduta del Comunismo, per poco Leka
Zogu non vinse il referendum istituzionale fra Monarchia e repubblica.
Gravi ombre pesano ancora su quella consultazione popolare. In Albania
la Causa della Corona può contare su un movimento monarchico molto
simile all’italiana U.M.I. E’ particolarmente seguito nella zona di
Scutari a nord del paese. Il Padre di Leka Zogu, Re Ahmned Zogu, è
considerato il fondatore dello stato moderno albanese; aveva sposato
Geraldina, una aristocratica di origine magiara che aumentò la
popolarità della monarchia. Tornata dall’esilio imposto dagli italiani
prima e dai comunisti poi, Geraldina è morta qualche tempo fa ed è
sepolta a Tirana. Recentemente il Governo albanese ha approvato
all’unanimità una risoluzione per la traslazione in patria della salma
di Re Zogu. Erede della Corona albanese è ora il primogenito di Leka
Zogu, S.A.R. il Principe Leka Anwar Zogu. Parla cinque lingue ed è
stato chiamato dal Governo con un incarico di alto livello presso il
Ministero degli Esteri albanese. L’Unione Monarchica Italiana ha
inviato le più sentite condoglianze alla Famiglia Reale albanese. Alla
grande manifestazione monarchica, tenutasi a Scutari nel corso della
campagna referendaria del 1997, ha preso parte una delegazione
monarchica italiana guidata Sergio Boschiero che ha tenuto un comizio
pro-Monarchia davanti a più di 50.000 persone. Scutari, 1997 - La grande
folla che ha partecipato alla manifestazione a favore del voto per
Monarchia nel referendum istituzionale. Presente il Re Leka Zogu I
(foto scattata da Sergio Boschiero che ha portato la solidarietà dei
monarchici italiani al Re Albanese).
DATA: 29.11.2011
NOTO 27 NOVEMBRE: S. MESSA PER IL RE
VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENA
Domenica
27 novembre, per iniziativa della Delegazione Prov.le dell'Ist.
Naz.GG.OO.RR.TT. Pantheon e dell'Istituto del Nastro Azzurro di
Siracusa, è stata celebrata nella Cattedrale di Noto una Santa Messa in
memoria del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Savoia e
in suffragio dei Caduti italiani in guerra. L'antico e suggestivo
tempio è stato visitato durante il Regno da tutti i Sovrani d'Italia e
nel 1933 dagli allora Principi Ereditari Umberto e Maria Josè, evento
al quale l'Istituto LUCE dedicò un'edizione speciale e del quale è
ancora vivo il ricordo. Il solenne rito, officiato dal Vicario Generale
della Diocesi di Noto, Mons. Angelo Giurdanella, che nell'omelia ha
celebrato le virtù della seconda Regina d'Italia e ha pregato per la
sua elevazione alla gloria degli altari, ha visto la partecipazione di
numerosi soci dei due istituti giunti anche dalle province limitrofe.
Nelle
foto l'Avv. Francesco Atanasio, organizzatore dell'evento, assiste alla
funzione religiosa.Sotto lo splendido altare della Cattedrale di Noto
con la Bandiera del Regno.
DATA: 30.11.2011
IL GIOVANE REGNO D'ITALIA E LA SUA MARINA
MILITARE
Nel
quadro delle manifestazioni del Centocinquantesimo anniversario della
proclamazione del Regno d'Italia, i problemi della unificazione delle
flotte e degli equipaggi della Marina Sarda e della Marina delle Due
Sicilie, per creare la Marina Italiana, le prima sfortunate vicende dei
1866, l'evoluzione delle navi dal legno al ferro, la costruzione nei
cantieri italiani delle prime grandi corazzate, le crociere in tutti i
mari dei mondo, la presenza delle nostre navi nei porti anche americani
dove più intenso era il nostro traffico commerciale e più numerosa la
presenza dei nostri emigrati, tutti questi argomenti saranno trattati,
per iniziativa del Circolo di Cultura ed Educazione Politica REX,
domenica 4 dicembre, alle ore 10,45, nella Sala Uno, nel cortile della
"Casa Salesiana" in Via Marsala 42 (Roma a fianco della Stazione
Termini), dall'ingegnere Domenico Giglio. Ingresso libero.
DATA: 30.11.2011
ROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO
DELLA REGINA ELENA
Roma,
28 Novembre 2011 - Nell’anno del 150° anniversario della Proclamazione
del Regno d’Italia, i dirigenti dell’Unione Monarchica Italiana non
sono mancati all’appuntamento nel Pantheon di Roma per la
commemorazione della Regina Elena, nel cinquantanovesimo anniversario
della scomparsa. L’appuntamento si colloca tra quelli annuali del
benemerito Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe,
presieduto dall’amico Cap. di Vascello dott. Ugo d’Atri. La cerimonia è
stata commovente e di intenso valore storico per la presenza di Frà
Marco Galdini de Galda, celebrante la Santa Messa, il quale ha
sottolineato le virtù cristiane
della nostra Regina, descritte da tanti racconti della gente comune che
beneficiava della Sua bontà. E’ stato inoltre ricordato che il processo
di beatificazione è stato aperto nel 2001 per la Sua opera di carità,
riconosciuta dal premio cattolico della Rosa d’Oro della Cristianità
concesso dal Romano Pontefice Pio XI.
Valori importanti nella vita della Regina furono la Famiglia ed il Suo
ruolo di Consorte , sempre attenta a cercare la via della pacificazione
per evitare altri lutti, e Lei stessa fu provata da momenti dolorosi
come la scomparsa tragica della diletta Figlia Mafalda in campo di
concentramento,
la fine della Monarchia e la malattia che la portò a Montpellier per
curarsi; nonostante tutto non mancò mai di aiutare tutti coloro che
chiedevano, addirittura inviando pacchi di prima necessità agli
Italiani emigrati in America latina, ricorrendo a prestiti bancari per
assolvere ai bisogni della vita caritativa.
Alla S. Messa, vicino al Comandante d’Atri il Segretario
nazionale U.M.I. Sergio Boschiero, accompagnato dal dott. Vincenzo
Vaccarella in rappresentanza della Consulta dei Senatori del Regno, il
rappresentante del Comune di Alessandria con fascia e dirigente U.M.I.
, Carmine Passalacqua; splendida scenografia con gli alfieri
dell’Istituto sventolanti il Tricolore sabaudo, coordinato dalla G.d’O.
Giovan Battista Mastrosanti e la Bandiera dell’Associazione Amici del
Montenegro Onlus ; tra le personalità spiccava la Guardia d’Onore
Principe Maurizio Ferrante Gonzaga del Vodice.
Nella prima foto Ugo
d'Atri, Sergio Boschiero e il Principe Gonzaga del Vodice durante la
cerimonia; nella seconda gli alfieri delle Guardie d'Onore e degli
Amici del Montenegro; nella terza gli amici dell'U.M.I. con Sergio
Boschiero davanti al Pantheon.
DATA: 29.11.2011
LA REGINA NEL REGNO DI ITALIA: ETERNO
FEMMININO REGALE
Editoriale
di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 27/11/11
Quando
c’era il Re, nell’ora del bisogno toccava alla Regina fare da Sovrano.
Mentre sul 150° scende il sipario è lecito domandarsi se Risorgimento e
Unità siano stati documentati e narrati a dovere. Molto si è detto di
politici, cospiratori, condottieri… E i Re? Carlo Alberto, il Sovrano
dello Statuto, è rimasto in ombra. A Vittorio Emanuele II la DNArt di
Elena Fontanella ha dedicato la magnifica Mostra di Palazzo Reale a
Torino. E le Regine? E’ ancora la DNArt a spiegare il ruolo delle
Sovrane, con la bella mostra sulla Regina Margherita, completa di
poderoso Catalogo, in programma alla Villa Reale di Monza sino al
marzo 2012. Accanto ad arredi, ritratti e documenti della prima
Regina d’Italia, biografata dall’azionista torinese Carlo Casalegno, la
rassegna presenta uno splendido abito di sua nuora, la Regina Elena, in
trono dal 1900 all’abdicazione di Vittorio Emanuele III, il 9 maggio
1946; e quattro manti di Maria José del Belgio, Principessa di Piemonte
dal 1930 al 1946 e Regina accanto a Umberto II, provenienti dalla
Fondazione presieduta dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia.
Basta un’occhiata per coglierne il senso della regalità, che non
significa né vanità né sfarzo superfluo: è sacralità. Quei manti
svolgevano la funzione dei paramenti sacerdotali. Vien dunque da
domandarsi se per la “Monarchia salica”, che passa la Corona da maschio
a maschio, la Sovrana avesse un ruolo solo di rappresentanza: feste,
ricevimenti, beneficenza, promozione di arti e scienze…. Le
tre Sovrane d’Italia dalle nozze di Margherita con Umberto
I (1868) alla morte di Maria José ( 2001) ebbero anche un ruolo
istituzionale supremo, quasi del tutto ignorato dalla storiografia.
Vediamo quale.
La posizione della Regina al vertice dello Stato fu
sancita dallo Statuto del Regno di Sardegna promulgato il 4 marzo 1848
da Carlo Alberto di Savoia. L’articolo 14 stabilì infatti
che, in caso di minore età del Re e in mancanza di prossimo parente
nell’ordine della successione già maggiorenne, “la Reggenza apparterrà
alla Regina Madre”, che assumeva la reggenza anche quando “il Re
maggiore si trovi nella fisica impossibilità di regnare” (art. 16): una
ventaglio amplissimo e variegato, dalla cattura in guerra alla
incapacità fisica accertata. La storia ne aveva offerto una casistica
enorme. Infine, la Regina Madre era “tutrice del Re, finché egli
abbia compiuta l’età di sette anni” (art.17). La Regina era dunque la
riserva estrema non solo della Casa, ma della Corona e dello Stato
stesso. Solo nella malaugurata ipotesi di mancanza di Principi reggenti
e della Regina Madre, entro dieci giorni dalla vacanza dell’esercizio
del potere regio, le Camere, convocate dai ministri del Re,
avrebbero nominato il Reggente (art.15), che, “prima di entrare in
funzioni, presta il giuramento di essere fedele al Re, di osservare
lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato” (art. 23). Questo
articolo, solitamente dimenticato, a ben vedere sin dal marzo
1848 trasferì la sovranità alle Camere, una di nomina regia e
vitalizia (il Senato), l’altra, quella dei deputati eletta sulla
base delle leggi emanate dal re, che tale già fu implicitamente per
volontà della nazione.
Carlo Alberto e i consiglieri che con lui approntarono lo
Statuto previdero più di quanto la storia poi riservò
all’Italia. Gli eventi dissero però che essi guardarono lontano.
Basti pensare alle due svolte drammatiche del Regno: l’assassinio
di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900, quando il Principe ereditario
era in navigazione nell’Egeo, e alla aggrovigliata transizione da
Vittorio Emanuele III a suo figlio, Umberto di Piemonte, nel 1943-1944,
quando il maresciallo Pietro Badoglio e altri “monarchici”
proposero reggenti in violazione dello Statuto. Nel Regno d’Italia la
Regina fu dunque, almeno potenzialmente, reggente dello Stato. Lo
fecero le tre Regine: Margherita, Elena, Maria José. Motivo in
più per traslare in Italia le salme dei sovrani d’Italia ancora
sepolti all’estero, a cominciare da Vittorio Emanuele III, a rischio di
profanazione nell’Egitto odierno, e di Elena di Savoia nel 60° della
sua morte (1952). Se non ora quando?
Aldo A. Mola
DATA: 28.11.2011
TENUTASI AD ALESSANDRIA LA TRADIZIONALE
MESSA IN MEMORIA DEI DEFUNTI DI CASA SAVOIA
Come
di tradizione, sabato 19 novembre alle ore 18 presso la chiesa
parrocchiale di S. Rocco, si riunivano i Monarchici alessandrini,
unitamente a Soci e simpatizzanti, per la S. Messa a ricordo del Re
Umberto II. Cerimonia riuscita nonostante la nebbia triste, si
trovavano centinaia di persone unite dallo spirito di patriottismo per
celebrare e pregare per i propri cari, per la Chiesa Cattolica, per
tutti i Caduti per la Patria, per i Sovrani sabaudi che ancora sono in
esilio anche se deceduti.
Un ringraziamento particolare dal gruppo monarchico alessandrino a don
Massimo Marasini per l’ospitalità ai partecipanti, alle associazioni
d’arma e club service intervenuti, a tutti quanti i presenti per la
solenne Messa, con particolare plauso al Gruppo sardo di devozione in
costume caratteristico. Animazione liturgica del Coro Jubilus di Genova
diretto dal M° Enrico Sobrero, presenza ufficiale dell’Amministrazione
comunale con il consigliere Fabrizio Priano, mentre l’organizzazione di
tutto è stata del monarchico- consigliere comunale Carmine Passalacqua,
a ricordo del 150esimo anniversario della proclamazione del Regno
d’Italia e per celebrare il 160esimo compleanno della Regina Margherita.
DATA: 21.11.2011
LUIGI MENABREA E IL PRIMO GOVERNO TECNICO
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/11/2011
Fu il primo “governo
tecnico” a imporre agli italiani la tassa sulla macinazione delle
farine, la più odiata e la più necessaria per salvare l’Italia
neonata dalla bancarotta e dalla frantumazione. Era il 1868. La
rivolta esplose e fu domata. Presidente del consiglio era il generale
Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 1809-1892). I governi tecnici
non sono affatto una novità. Certe crisi li impongono. Il 30
ottobre 1922 Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini non
come politico ma proprio come “tecnico del consenso e della
rivoluzione”, come sapeva Lenin : era l’unico in grado di
svuotare la pericolosità del fascismo e di attuare il risanamento
finanziario. Infatti si circondò di ministri che non
rappresentavano forze politiche ma erano “tecnici” accomunati
dalla condivisione della Grande Guerra. L’altro precedente di
governo extrapartitico fu appunto quello di Menabrea, nato il 27
ottobre 1867 per decisione di Vittorio Emanuele II. L’Italia era
lacerata dalla seconda spedizione di Giuseppe Garibaldi contro Pio
IX: un colpo di testa che il presidente del consiglio, Urbano
Rattazzi, non aveva né impedito né aiutato. Menabrea era un savoiardo,
come Des Ambrois e i Pelloux, monarchico, cattolico e militare tutto
d’un pezzo. Ingegnere idraulico e architetto, ufficiale di Stato
Maggiore dal 1843, docente di Costruzione e Geometria all’Università
di Torino, nel 1848 fu eletto deputato. Primo ufficiale del ministero
della Guerra ebbe incarichi internazionali prestigiosi. Ministro
della Marina dal 1861 ripensò il futuro della Nuova Italia nel
Mediterraneo; poi ai Lavori Pubblici varò le grandi infrastrutture.
Plenipotenziario alla conferenza di pace di Vienna che nel 1866
assicurò Venezia all’Italia, il 30 dicembre 1866 ascese a Primo
Aiutante del Re, che nell’ottobre 1867 lo volle primo ministro di
un governo snello, comprendente all’Interno Filippo Gualterio,
ministro della Real Casa, alle Finanze il toscano Luigi Cambray-Digny
e all’istruzione Emilio Broglio. Sembrava dovesse durare poco, invece
superò due crisi e con pochi cambiamenti resse sino
al dicembre 1869: pochi giorni dopo l’inizio del Concilio Ecumenico
Vaticano I. In quei due anni Menabra introdusse la odiatissima tassa
sulla macinazione delle farine, equivalente a quella oggi in vigore
sui carburanti, e la cessione del redditizio monopolio dei tabacchi a
una società privata che anticipò allo Stato una enorme somma,
agguantò enormi profitti e generò uno scandalo completo di
attentato alla vita del deputato garibaldino e massone Cristiano
Lobbia. All’insediamento
Menabrea dichiarò di non volere un pateracchio ma due partiti
chiaramente distinti, uno “del movimento e dell’impazienza”,
l’altro “dell’ordine interno, del riordinamento dello Stato e
della prudenza”: il suo. Superò moti popolari e polemiche
giornalistiche. Ambasciatore a Londra dal 1876 e a Parigi dal 1882 fu
considerato garante della solidità del Regno, ma risultò legato
a Cornelius Herz, faccendiere implicato nell’affaire
finanziario francese per la costruzione del Canale di Panama. Al
confronto quello della Banca Romana fu uno scherzo, ma mentre questo
è sempre evocato il francese è dimenticato. Anche la memoria è a
noleggio. Menabrea guardò il Bel
Paese dalle vette alpine, dai mari, dal confronto con gli Stati
esteri esplorati di persona. Le sue dimissioni coincisero con una
grave malattia del Re e con il ritorno al potere del Vecchio Piemonte
di Giovanni Lanza e Quintino Sella. La Destra storica lo criticò ma
ne seguì le orme: tasse e imposte, come ricorda Gianni Marongiu
nell’ottimo studio sulla Politica
fiscale
dell’Italia liberale dall’unità alla crisi di fine secolo (ed.
Olschki), che spazza via la leggenda della separazione tra tecnici e
politici. Gli uni e gli altri alle spalle avevano la Monarchia e la
collocazione dell’Italia nella Comunità internazionale,
faticosamente raggiunta proprio nel 1867: sette anni dopo la
proclamazione del Regno. A confronto dei problemi essi che seppero
superare, gli attuali sono piccola cosa.
Aldo
A. Mola
DATA: 21.11.2011
SPERANZA NEL GOVERNO MONTI VERSO IL
RISANAMENTO E LA PACIFICAZIONE NAZIONALE
Dichiarazione congiunta di
Alessandro Sacchi e Sergio Boschiero riguardo alla fiducia ottenuta dal
Governo Monti:
“Dopo il voto di fiducia accordato al nuovo Governo
da Camera e Senato, l'Unione Monarchica Italiana formula i più convinti
auguri ed auspica che il Governo prosegua speditamente verso il
risanamento della della grave crisi economica nella quale il nostro
Paese si è venuto a trovare e che colpisce soprattutto le categorie più
deboli ed i giovani. L'U.M.I., infine, rivolge al neonato Governo,
scevro da influenze ideologiche dettate da ingerenze partitiche,
l'istanza che si proceda alla translazione in Italia, nella sede
storica del Pantheon, delle salme dei due Re e delle due Regine ancora
sepolte in terra straniera: accanito e vergognoso esilio dei morti che
nessun Governo precedente ha avuto l'onestà e il coraggio di voler
affrontare.
Nella grave situazione in cui ci troviamo è
importante la coesione nazionale di tutte le parti; un gesto di
pacificazione, come il rientro delle salme dei nostri Sovrani, sarebbe
un fondamentale passo simbolico in tale direzione.”
Roma, 18 Novembre 2011
Alessandro Sacchi,
Presidente Nazionale
Sergio Boschiero, Segretario Nazionale
DATA: 18.11.2011
A SCUOLA COL FUCILE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
“Il Giornale del Piemonte” del 13/11/2011
A
scuola per imparare a sparare. Oggi sembra incredibile, eppure è
accaduto. Nel 1884 il ministro dell’Istruzione Michele Coppino, nativo
di Alba, e quello della Guerra, gen. Emilio Ferrero si
accordarono per formare davvero il cittadino della Nuova Italia.
A ogni liceo vennero assegnate due carabine e un po’ di cartucce. Prima
dell’esame di maturità, gli studenti dovevano mostrare di sparare a
colpo sicuro. Il grande fisiologo Angelo Mosso stabilì che il fuciliere
provetto si vede dai primi tre tiri. Se fa cilecca, meglio scartarlo.
Era l’epoca del Tiro a Segno Nazionale, presieduto da Giuseppe
Garibaldi, eroe nazionale, e dal Principe Umberto di Savoia, Erede al
Trono. L’Italia era circondata da nemici. Il debito pubblico era alto,
ma ancor più lo era la minaccia di aggressioni. Non aveva né amici né
veri alleati. Perciò doveva tenersi pronta, come avevano fatto tanti
popoli, Bibbia alla mano. Per assicurarsi la pace bisognava
mostrare i denti. Non era facile in un Paese che aveva pochissime
scuole, quasi nessuna palestra, scarsità di caserme e per piazze d’armi
o campi di Marte usava i primi prati fuori porta.
Nei primi dodici anni dall’Unità il governo cambiò tredici diversi
ministri dell’Istruzione. Anche se bravi (Quintino Sella,
Pasquale Villari, Ruggero Bonghi…) non avevano neppure il tempo di
capire lo stato dell’arte e già erano sostituiti. Però lentamente
il programma divenne chiaro: bisognava formare il cittadino-soldato,
come ai tempi dei Romani: titolare di diritti politici perché in grado
di difendere lo Stato. Così andarono le cose. Ed è utile ricordarlo
oggi.
L’Italia ne ha viste tante e le ha superate sempre fidando
nello Stellone. Nel suo primo decennio visse un guaio dopo
l’altro. All’estero pochi credevano nella sua solidità e nella sua
durata. Perciò quasi nessuno Stato riconobbe il Regno sorto il 14-17
marzo 1861, mentre nel Mezzogiorno imperversava una dura opposizione
politica e sociale contro il nuovo ordinamento: brigantaggio
politico e banditismo dilagavano. Su una popolazione di 22 milioni di
persone si contavano annualmente circa 500.000 atti reati di varia
gravità. Nell’estate 1862 Garibaldi ebbe la pessima idea di organizzare
una spedizione per abbattere il poco che rimaneva dello Stato
Pontificio. Nel 1864 il trasferimento della capitale a Firenze
suscitò la protesta dei torinesi, repressa nel sangue. Il 1866 fu
l’anno della terza guerra contro l’Impero d’Austria, chiusa con
l’annessione di Venezia. Nel 1867 divampò un’epidemia di colera;
in autunno Garibaldi ebbe un altro colpo di testa, finito con la
sconfitta dei suoi uomini a Mentana. Con quella infilzata di prove
qualsiasi altro stato sarebbe crollato. L’Italia resse e crebbe.
Dal 1865 le leggi preesistenti furono riordinate in un
unico codice civile. Soprattutto la scuola dette vigorosi segni di
vita. L’istruzione non era solo trasmissione di cognizioni e di
tecniche. Volle essere e fu educativa per confezionare l’abito del
cittadino. Ci credevano tutti, da Alessandro Manzoni a Giosue Carducci,
Francesco De Sanctis e i ministri della Guerra. Fecero bene?
Fecero male? Di sicuro fecero gli italiani, che in pochi decenni si
lasciarono alle spalle fame, miseria, analfabetismo e si affermarono
quale Paese industrializzato. Avevano un progetto, l’ “idea di Italia”.
Purtroppo ve ne era però anche un altro, di segno opposto: quello
dell’opposizione violenta e degli attentati anarchici, molto più
pianificati e occultamente orchestrati di quanto asserisce Erika
Diemoz nel documentato saggio A morte il tiranno: anarchia
e violenza da Crispi a Mussolini (ed. Einaudi). (*)
Aldo A. Mola
(*) Su iniziativa dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della
Difesa (col. Matteo Paesano) si svolge al Centro Alti Studi
Difesa ( Roma, Palazzo Salviati) il Congresso su “Il nuovo Stato,
1861-1871”, con relazioni di studiosi italiani e stranieri fra i
quali Antonino Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico SME, Massimo De
Leonardis, Pietro Pastorelli, Piero Del Negro e del nostro
editorialista Aldo A. Mola.
DATA: 18.11.2011
VARESE CELEBRA IL 150° CON UN CONCERTO
PATRIOTTICO
Grande
successo di pubblico per il concerto organizzato lo scorso 6 novembre a
Varese dall'Associazione Amici della Lirica "Francesco Tamagno", in
occasione del 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia.
Il centralissimo Teatro Politeama, che ha ospitato l'evento, ha visto
nel programma esecuzioni di brani operistici che hanno caratterizzato
il nostro Risorgimento. Ospiti d'eccezione la Corale Lirica Ambrosiana,
diretta dal M° Roberto Ardigò, il soprano Fiorella di Luca, il
mezzosoprano Giorgia Bertagni, accompagnati al pianoforte dal M° Aldo
Ruggiano. A presentare l'evento il Coordinatore dell'Unione Monarchica
Italiana di Varese, Davide Colombo, che, introducendo i singoli brani,
ha contestualizzato il loro rapporto con la storia risorgimentale. Il
concerto si è aperto con "Il canto degli italiani" ed è proseguito con
cori e arie dalle più significative opere di Verdi, Rossini, Bellini e
Mascagni. "Va' pensiero", "Si ridesti il Leon di Castiglia", "O Signore
dal tetto natìo", "Dal tuo stellato soglio" e tanti altri brani hanno
riacceso gli entusiasimi patriottici degli oltre 250 varesini presenti,
ispirati anche da un palco pieno di Tricolori con scudo sabaudo.
L'evento ha avuto il patrocino del comune di Varese e della benemerita
Associazione "Varese per l'Italia", già promotrice in maggio della
visita nella Città Giardino delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia
di Savoia. "Varese per l'Italia", con il suo Presidente Luigi Barion,
ha presentato il calendario 2012, realizzato con le scuole della
provincia, ed ha donato al Presidente degli Amici della Lirica, la
musicologa Giuseppina Mascari, l'ormai raro gagliardetto del Comitato
"XXVI Maggio 1859". Ospite graditissimo del concerto è stato il
Ministro dell'Interno (a pochi giorni dalla fine anticipata del suo
incarico) Roberto Maroni, accompagnato dalla moglie, che ha seguito
attentamente tutto l'evento cantando in piedi "Fratelli d'Italia" e
dimostrando uno squisito spirtito istituzional-patriottico. Anche
grazie a questo concerto, Varese, a 152 anni dalla celebre battaglia di
Biumo che vide Garibaldi sconfiggere gli austriaci, si è dimostrata
ancora una volta baluardo dell'italianità e dell'amor di Patria. (foto di Valentina Cusano)
Roberto Maroni con la moglie e il
Presidente degli Amici della Lirica al concerto di Varese
DATA: 17.11.2011
SI ESTENDE L’ATTIVITÀ DELL’ORDINE DI MALTA
IN BULGARIA
Durante i sei anni trascorsi dall’apertura
dell’Ambasciata a Sofia, l’Ordine di Malta ha realizzato, fino ad oggi,
145
iniziative umanitarie e sociali in 70 diverse località della Bulgaria.
Nelle
scorse settimane sono state consegnate ambulanze, offerte all’Ordine
dalla Croce Bianca di Brescia, all’Ospedale
per bambini di Vidin e all’Ospedale Regina
Eleonora di Avren; un ecografo all’Ospedale di Isperih;
attrezzature
ospedaliere, medicinali e alimentari agli Ospedali di Belene, Iskrets,
Malchika,
Oresh, Razgrad, Sofia e Svishtov. Inoltre, l’ATM di
Milano ha donato all’Ambasciata dell’Ordine un pulmino da
venti posti, attrezzato con elevatore per due carrozzelle, che è stato
destinato alla Parrocchia di Perchevich. In occasione del 59°
anniversario
della fucilazione del Vescovo di Nicopoli, Mons. Eugenio Bossilkov,
torturato e
ucciso a Sofia l’11 novembre 1952 e, per il suo martirio, proclamato
Beato da
Papa Giovanni Paolo II il 15 marzo 1998, l’Amb. Camillo Zuccoli nella
Cattedrale di Russe ha consegnato al suo successore, Mons. Petko
Christov, la Gran Crocepro Piis Meritis dell’Ordine al Merito
Melitense, conferitagli dal
Gran Maestro Frà Matthew Festing quale riconoscimento e gratitudine per
il
sostegno che Mons. Christov da sempre assicura alle molteplici
iniziative
dell’Ordine di Malta in Bulgaria. La Radio Vaticana, con un
servizio speciale e una intervista all’Amb. Zuccoli sulle attività
dell’Ordine
in Bulgaria e nel Mondo, ha dato risalto alla significativa cerimonia. L’apprezzamento per questo crescente impegno
si è visto durante la festa di San Giovanni Battista, Patrono
dell’Ordine,
svoltasi al Grand Hotel di Sofia con
la partecipazione di 500 ospiti, tra i quali numerosi esponenti del
Governo,
del Parlamento, della società civile nonché ambasciatori e diplomatici
di 43
Paesi. Nel corso dell’evento sono state consegnate onorificenze al
Merito
Melitense a quattro personalità della vita religiosa e accademica
bulgara: Suor
Massimiliana Proykova, il Prof. Stoyan Denchev, il Prof. Ivaylo
Schalafoff, la Dott.ssa Liubka
Tasseva. L’Ambasciata
ha anche organizzato a Sofia, presso il Centro
Roncalli – che fu, dal 1925 al 1933, la casa dell’allora Delegato
Apostolico Angelo Giuseppe Roncalli, poi Papa ed oggi Beato Giovanni
XXIII –
insieme ai Club Lions di Assisi e di
Sofia, una mostra fotografica dedicata al matrimonio del Re Boris III
con la Regina Giovanna,
celebrato ad
Assisi, nel 1930, nella Basilica di San Francesco.L’inaugurazione - alla quale erano presenti
Simeone II con la consorte Margherita, gli Ambasciatore di Danimarca,
Germania,
Grecia, Italia, Russia e Spagna, Rettori e docenti delle università di
Sofia,
diplomatici del Ministero degli Esteri e un folto pubblico - si è
aperta con
gli interventi del Nunzio Apostolico, Mons. Januariusz Bolonek, del
Presidente
della Conferenza Episcopale Cattolica, Mons. Christo Proykov,
dell’Arciprete
della Cattedrale Ortodossa di Sant’Alexander Nevski, Mons. Tihon, e
dell’Amb.
Camillo Zuccoli. L’Ordine di Malta opera
da mille anni ed è oggi presente, con 100.000 volontari, in 140 Paesi
del
Mondo.
DATA: 16.11.2011
STORIA IN RETE DI NOVEMBRE-DICEMBRE E' IN
EDICOLA CON UN ARTICOLO DI SERGIO BOSCHIERO
Secondo
dossier di Storia in Rete sui nostri “cari vicini”. Questa volta è il
turno della Gran Bretagna: due secoli di ingerenze e sgambetti della
Perfida Albione verso l’Italia e gli italiani. Dal razzismo nemmeno
troppo velato alla geopolitica, dalla lotta per il petrolio e per le
rotte mediterranee ai misteri degli Anni di Piombo, dalla distruzione
del Regno delle Due Sicilie all’assassinio Matteotti. Storia in Rete passa
quindi a parlare di brigantaggio, e in particolare dell’eccidio di
Pontelandolfo con un articolo del Segretario Nazionale U.M.I. Sergio
Boschiero. Un capitolo triste della storia del Risorgimento dimenticato
o usato strumentalmente, ma che necessita approfondimento e uno sguardo
in grado di spaziare a 360°. Dalle aggressioni degli insorgenti
filo-borbonici a quelle dei rivoluzionari socialisti negli anni del
Biennio Rosso contro gli uomini in uniforme. Una storia negata, spesso
liquidata come “propaganda” che invece fu una tragica pagina di storia
italiana che spianò la strada all’avvento del Fascismo. Continua quindi
la serie dei “Grandi Iniziati”, con il profilo di Aleister Crowley, il
dandy che volle creare una nuova religione magica. Storia in Rete si
conclude quindi con un articolo sulla vicenda delle apparizioni mariane
di Ghiaie di Bonate, la cosiddetta “Fatima della RSI”: un episodio
quasi sconosciuto su cui pesa una cappa di speculazioni politiche,
silenzio e reticenze. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di
novembre-dicembre!
INAUGURATA A LOANO LA GALLERIA SABAUDA E LA
MOSTRA ICONOGRAFICA DELLA GUARDIA D’ONORE
Sabato
5 novembre 2011 a Loano hanno avuto inizio le Celebrazioni per il 150°
Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia per l’Unità
Nazionale. In occasione dell’evento, organizzato e promosso dalla
Delegazione Provinciale di Savona dell’Istituto Nazionale per la
Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon con il patrocinio
dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Loano e l’Amministrazione
Provinciale, è stata allestita nella Sala del Mosaico di Palazzo Doria
(sede del Municipio), la Galleria Sabauda e la Mostra iconografica
sulla storia e il ruolo della Guardia d’Onore alle Reali Tombe del
Pantheon. La collezione privata contenuta all’interno della Galleria è
il frutto di una vera e propria passione per la storia ed è composta da
uniformi e copri capi dei Carabinieri Reali, decorazioni di ordini
dinastici e cavallereschi, dipinti e sculture raffiguranti i Reali di
Casa Savoia, Ufficiali del Regio Esercito, accessori e documenti.
Vincenzo Panza, Fabrizio Bava e Roberto di Tanno sono amici
collezionisti in possesso di oltre mille pezzi sparsi nelle gallerie
d’arte più prestigiose d’Italia che fanno rivivere ai visitatori, con
l’ausilio di un percorso, i valori, i sacrifici, le glorie, l’onore e
l’orgoglio di una Dinastia che è stata protagonista della nostra
storia. Invece, la Mostra iconografica è dedicata alla storia e al
ruolo della Guardia d’Onore alle tombe dei Re d’Italia ed è stata
organizzata in collaborazione con la Delegazione Provinciale della
Guardia di Alessandria. Lo scopo dell’esposizione è di divulgare le
finalità e le attività dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore
alle Reali Tombe del Pantheon attraverso l’illustrazione della sua
storia, le trasformazioni statutarie, regolamentari e giuridiche, i
simboli, le tradizioni e i valori perpetrati nelle attività del
Sodalizio. Durante il regno di Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia,
un gruppo di Ufficiali fondò associazioni di Veterani delle guerre
d'indipendenza. Alla morte del Sovrano, avvenuta il 9 gennaio 1878, per
mantenere viva la devozione e la riconoscenza all'Augusta Casa di
Savoia, tali associazioni decisero, sul proprio onore, di prestare un
servizio di guardia alla venerata spoglia mortale del "Padre della
Patria" presso il suo luogo di sepoltura al Pantheon di Roma. Re
Umberto I approvò tale decisione il 18 gennaio 1878. Le motivazioni del
servizio volontario di Guardia d’Onore alle tombe dei Sovrani,
esprimono il senso di appartenenza ad un’unica società civile, alla
condivisione delle regole di pacifica convivenza e al sacrificio per il
bene della collettività che hanno motivato la vita dei fondatori
del Sodalizio, vengono proposti alla cittadinanza e in particolare ai
giovani. La Galleria Sabauda e la Mostra iconografica della Guardia
d’Onore si potranno visitare, durante l’orario di apertura degli uffici
comunali, fino a domenica 20 novembre.
DATA: 08.11.2011
CAVOUR - GIOLITTI - EINAUDI: DOTTRINE E
PRATICA DELLA LIBERTA’
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
“Il Giornale del Piemonte” del 6/11/2011
Il
mezzo secolo della morte di Luigi Einaudi si accompagna a molte
evocazioni del primo presidente effettivo della repubblica e del suo
magistero civile e scientifico. Poiché viene solitamente omesso, va
ricordato che egli fu un conservatore. Nominato Senatore del Regno
(ottobre 1919), nel 1946 propugnò la conferma della Monarchia, quale
garanzia di armonia tra libertà e progresso. Temeva quanto poi accadde:
gracile e ricattata, la repubblica patteggiò il silenzio sugli sperperi
delle istituzioni centrali con quello sugli sprechi delle regioni,
soprattutto a statuto speciale, e di enti locali che hanno
divorato immense risorse pubbliche. Il “federalismo” di Einaudi va
collocato nel quadro dei tempi, mentre il suo troppo celebrato
“Via il prefetto” rimase a metà tra scatto umorale e ingenuità,
quasi che l’eliminazione dei rappresentanti del governo nelle
province potesse partorire d’incanto milioni di amministratori
responsabili. Come tutte le dottrine, il “liberismo puro” è bello nei
libri, esattamente come la “rivoluzione purificatrice” dei
marxisti-leninisti. Il caos finanziario odierno, generato
dall’esplosione di una bolla costruita per decenni dall’affarismo nella
remunerata distrazione dei poteri politici, è la parabola della
impresentabilità del liberismo puro, che, spiegarono Cavour, Giolitti e
Benedetto Croce, trova o dovrebbe trovare correttivi
nell’opera di chi ha l’onere di governare gli eventi, senza ingenua
fiducia nella loro autoregolamentazione.
A differenza
di Croce, Einaudi si occupò meno dell’altra questione vitale della
Nuova Italia: il confronto tra liberali e clericali. In questo Paese
degli opposti fanatismi di Angela Pellicciari e di Massimo Teodori
(Risorgimento laico, una litania dei presunti “inganni clericali
sull’unità d’Italia” ed. Rubbettino), è invece bene ricordare
quanto effettivamente accadde, senza miti di alcun genere.
Tra i tanti pregiudizi, Einaudi nutrì anche quello contro la
Massoneria, da lui definita ridicola e camorristica. Va invece
ricordato che negli anni del Risorgimento e dell’unificazione le
organizzazioni massoniche, pur divise su molti eventi politico-militari
(spedizione garibaldina del 1862, trasferimento della capitale a
Firenze, seconda spedizione garibaldina nel 1867, Anticoncilio di
Napoli, guerra franco-germanica e sostegno alla Terza Repubblica
francese, politica verso la Santa Sede...), appoggiarono sempre
lealmente lo Stato. Lo fecero i massoni, Depretis, Crispi,
Farini, Zanardelli, Fortis, San Giuliano, Carducci, De Sanctis, senza i
cui nomi non si scrive la storia d’Italia. Lo stesso va detto di
Adriano Lemmi, che, messa tra parentesi l’originaria simpatia per
Mazzini, concorse al rafforzamento dell’asse tra la Corona e il
movimento popolare incarnato da Giuseppe Garibaldi, e con l’istituzione
della loggia “Propaganda massonica”(1877) preparò la proclamazione di
Roma “conquista intangibile” da parte di Umberto I (1878): inizio della
stagione più prospera della Nuova Italia e apogeo del liberalismo
italiano. Le dottrine economiche sono una cosa, il percorso storico è
un altro. L’Italia ha bisogno di far tesoro del proprio passato
effettivo (*)
Aldo A. Mola
(*)
Alle h.17 di lunedì 7 novembre inizia alla Provincia di Cuneo un
ciclo di lezioni su Einaudi promosso dalla presidente Gianna Gancia.
DATA: 07.11.2011
L'U.M.I. FESTEGGIA IL IV NOVEMBRE
Quattro
novembre è la data dell’Italia unita come oggi la conosciamo; è la data
che sancisce l’unità di un popolo che oggi qualcuno vorrebbe convincere
sarebbe stato meglio diviso, colonia di questo o di quell’altro Stato.
Qualcuno sostiene che si siano sprecati sangue e mezzi, che non
esistano le genti d’Italia, che il sud sia solo sanguisughe e briganti,
che il tricolore non abbia significato, che esista solo il verde padano
e che con il resto addirittura si netterebbe. A questi signori
consiglio una meta loro vicina, un feudo italiano in terra padana: il
Vittoriale. Li inviterei a visitare lo “Schifamondo” i nuovi
appartamenti del “Vate” in cui è stato allestito il museo della guerra,
e dove possano riflettere del loro irrispettoso atteggiamento verso il
tricolore. Lo facciano guardando la bandiera insanguinata, quella che
avvolse il corpo del Maggiore Giovanni Randaccio, colpito da un
cecchino al termine di un’azione tanto ardita quanto vittoriosa.
Ideatore dell’azione fu proprio D’Annunzio che ne avvolse il corpo nel
tricolore sabaudo, come fosse l’abbraccio di tutto il popolo italiano.
In questo giorno di solenne ricordo dell’Italia unita e vittoriosa
nella Grande Guerra, mi preme ribadire a gran voce, perché sia chiaro a
costoro e diventi anche loro sentimento che “… la Bandiera rappresenta
l’Italia, la Patria, la libertà, l’indipendenza, la giustizia, la
dignità, l’Onore di quaranta milioni di concittadini; che questa
Bandiera non si abbassa non si macchia, non si abbandona mai, e che
piuttosto si muore!...” (Massimo D’Azeglio)
W il Re! W l’Italia unita!
Fabio Fazzari
Presidente U.M.I. Monza
"Oggi
3 Novembre festa di San Giusto ricorre l'anniversario dell'ingresso dei
Bersaglieri a Trieste nel 1918 , e domani 4 Novembre celebreremo ancora
la Festa delle Forze Armate e dell'Unità Nazionale, senza dimenticare
il sacrificio del Milite Ignoto e di 650 mila Soldati che combatterono
per l'ultima guerra d'Indipendenza , riunendo alla Madre Patria le
città irredente di Trento e Bolzano, Trieste e Santa Gorizia, l'Istria
, Fiume e le Isole del Quarnaro, e la gloriosa Zara.
A tutti i nostri Fratelli Italiani si unisce il pensiero della Casa
Savoia ieri ed oggi per il sacrificio compiuto, con la presenza in
prima linea del Duca d'Aosta, Principe Emanuele Filiberto ora sepolto a
Redipuglia , e Suo Cugino S. M. Vittorio Emanuele III detto "il Re
Soldato" nelle trincee con gli Italiani, senza dimenticare la Regina
Elena, la Regina Madre Margherita e le Principesse sabaude tra i Feriti
e Mutilati al Quirinale e Palazzo di via Veneto, in divisa da
Crocerossine anche al fronte.
Il Club Reale UMI ha allestito una vetrina presso La Parmigiana
di via Milano, dove è esposta la licenza più vantica della città , dal
1887 di padre in figlio, ben venga l'esposizione nel negozio che fu
insignito diverse volte di Medaglie d'Oro per il commercio;
mentre la Delegazione delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del
Pantheon ha trovato ospitalità nella centralissima libreria Fissore di
piazza della Libertà, ai Titolari il più vivo ringraziamento per
l'occasione storica offerta nell'anno del 150esimo della Proclamazione
del Regno d'Italia "
Carmine Passalacqua -
U.M.I. Alessandria
DATA: 04.11.2011
CRISI: POVERA ITALIA, RICCHI ITALIANI
Qualche
mese fa si era detto che con la manovra finanziaria la falla non fosse
stata riparata, che la tela avrebbe tenuto solo per merito di un mare
benevolo. Si era detto, in pratica, che focalizzarsi su una drastica
riduzione del debito nel breve termine, senza badare alla crescita del
paese, avrebbe lasciato la nave Italia in balia delle onde della crisi
internazionale, e ad ogni rinforzo di vento, ci saremmo trovati a
temere il peggio. Purtroppo mare e vento non ci hanno dato tregua e
registriamo oggi una situazione particolarmente preoccupante sul fronte
del costo del debito pubblico. Nell’immediato la situazione di elevata
volatilità dei corsi dei titoli del debito pubblico italiano preoccupa
più gli investitori privati, in quanto solo il 14% del debito è a tasso
variabile, dunque soggetto a periodici aggiustamenti. Il resto del
debito emesso, soprattutto a medio/lungo termine è a tasso fisso, con
cedole mediamente sotto al 4%. Attenzione però, sebbene la durata
finanziaria media (duration) del debito sia di sette anni, molte
scadenze sono localizzate tra il 2012 ed il 2013, con un potenziale
aumento del costo del debito medio sopra il 5%, se gli spread correnti
(maggiorazioni al costo del debito rispetto a quanto pagherebbe un
soggetto percepito privo di rischio fallimento) venissero confermati al
momento della rinegoziazione del debito in scadenza (nuove emissioni
con tassi di interesse più alti). Potenzialmente ci troveremmo di
fronte ad una spesa addizionale per interessi passivi che supererebbe
lo 0.5% del Prodotto Interno Lordo. Parecchio. Alla povera Italia,
potrebbero venire in soccorso i ricchi Italiani, questa è la grossa
differenza tra gli altri paesi in difficoltà, grandi o piccoli che
siano, ed il nostro. Non c’è nulla da ridere, dunque, caro Presidente
Sarkozy, perché l’Italia, a differenza di altri Paesi ritenuti più
solidi o più affidabili, ha un’invidiabile riserva di patrimonio
privato, e un grande bacino di know-how industriale, assolutamente
competitivo. Mi spiego. La ricchezza dei così detti “householders”
(possessori di case, di patrimonio immobiliare) è ben 5 volte maggiore
del debito governativo, e circa sette volte più grande degli introiti
del Governo stesso. Un’ipotetica tassa patrimoniale, prevalentemente su
patrimonio immobiliare, non solo non metterebbe a repentaglio la
sopravvivenza dei contribuenti, ma servirebbe a trovare i fondi
necessari per incentivare la crescita. Una crescita economica che
sarebbe sicuramente trainata dai grandi know how industriali che
l’Italia può vantare in diversi settori, nei quali i marchi made in
Italy continuano ad essere i più venduti al mondo. Luigi Einaudi
sosteneva in un suo saggio che […] il miracolo che l’imposta
patrimoniale sarebbe chiamata a compiere, è così grande da poter
cambiare a fondo e per sempre la psicologia del contribuente. […] Essa
infatti gli dice: “Vivi sicuro e fidente. Io vengo fuori ad intervalli
rarissimi, dopo una grande guerra, nel 1920, e poi forse di novo nel
1946, per mettere una pietra tombale sul passato, e liquidare il grosso
delle spese derivanti dalla guerra. Per l’avvenire tu pagherai solo le
imposte ordinarie che tu stesso, per mezzo dei tuoi mandatari in
parlamento, avrai deliberato per far fronte alle spese correnti dello
Stato. Saranno alte o basse a seconda tu vorrai. Se tu amministrerai
bene le cose tue non saranno mai gravose. […] Il miracolo che essa (la
straordinaria patrimoniale) deve compiere è dare per la prima volta ai
contribuenti italiani, coi fatti e non con le prediche di noialtri
economisti, la sensazione precisa che si vuol mutare rotta […] che è
finita l’era lunga dell’incremento continuo ed esasperato delle imposte
ordinarie sul reddito. Gli aumenti saranno d’ora in poi riservati ai
momenti di pericolo, alle grandi opere trasformatrici. Anche gli
Italiani sono disposti a veder raddoppiate, triplicate le imposte sul
reddito, quando la patria fa ad essi appello per una causa giusta. Ma
perciò occorre che il peso dell’insieme delle molte inspiegabili
imposte sul reddito sia ridotto ad un limite ragionevole. I ricchi
Italiani potrebbero salvare dunque la povera Italia, ma le condizioni
che Einaudi riteneva giustificassero un’imposta patrimoniale, sono
molto diverse da quelle dell’Italia del nostro tempo. Quante volte la
nostra classe politica ha promesso di voler cambiare rotta? Quante
volte ha promesso che i sacrifici dei contribuenti serviranno a
rilanciare la Patria? Quante volte ha promesso che le imposte sarebbero
state […] alte o basse a seconda tu vorrai. Se tu amministrerai bene le
cose tue non saranno mai gravose? Quali sono le guerre il cui costo
dobbiamo oggi risanare? Quali sono state le costose opere riformatrici
del nostro tempo che hanno portato il debito pubblico a salire dal 60%
del PIL del 1980 al 120% di oggi?
La realtà deprimente è che la classe politica, (complice anche
l’assetto istituzionale del nostro pese) si è occupata e si occupa solo
e soltanto della gestione delle masse (elettori) e mai della gestione
del Paese. La demagogia regna sovrana a legittimare il ruolo di quella
o di quest’altra parte. Si convincono gli italiani che il problema sia
negli uomini (via il Premier e tutto è risolto) ma in realtà il
problema è nei programmi lacunosi della Destra e della Sinistra. Il
problema è nella mancanza di coraggio nel prendere decisioni, forse
impopolari ma necessarie per l’Italia; la riforma del sistema
pensionistico ne è sicuramente un esempio eloquente. Meglio scaricare
il problema sulle coorti future e non perdere il consenso popolare.
Chissà se qualcuno dei politici ostili a riformare le pensioni si è mai
fermato a guardare i ragazzi uscire da scuola. Lo faccia e vedrà sulle
loro spalle il peso dei loro padri, come Enea che fugge da Troia con il
padre Anchise sulle spalle. Queste generazioni pagheranno i contributi
previdenziali per il sostentamento delle generazioni più vecchie, per
la loro previdenza, dovranno versare contributi aggiuntivi a fondi
pensione privati, in barba al principio mutualistico dell’istituto.
Oggi il dibattito è focalizzato sul Berlusconi sì o Berlusconi no, ma
un Governo tecnico, non risolverebbe il problema. Potrebbe servire per
accreditarsi internazionalmente, ma le misure che varerà, dettate dalle
larghe intese, quindi mutilate nella sostanza, non saranno quelle che
convinceranno i mercati della sostenibilità dell'Italia, né gli
italiani di un sostanziale cambio di rotta. Chi crede che il
cambio di Governo da solo possa servire a voltare pagina, sull’esempio
della Spagna, si ricordi che ciò che differenzia la Spagna dall’Italia
non è il cambio di Governo ma il fatto che l’Italia ha tre volte il
debito della Spagna, ed è quindi più determinante per il destino
dell’Europa. Non basta cambiare Governo per riportare gli italiani ad
avere fiducia, ed a guardare di buon grado il sacrificio (economico in
questo caso). Gli italiani hanno bisogno di un simbolo forte in cui
riconoscersi. Un simbolo che duri oltre le stagioni della politica, e
che rappresenti l’Onore di un popolo. Questo è il punto fondamentale
che viene prima di qualsiasi proposta: la mancanza di chi operi per il
bene dell’Italia innanzitutto. Quando gli italiani ritroveranno un
simbolo forte, un padre premuroso che guidi l’Italia con Onore oltre i
secoli e le stagioni dei partiti, allora essi saranno di buon grado
pronti a salvare il paese, compiendo un sacrificio per la Patria e per
il Re.
Fabio Fazzari
DATA: 03.11.2011
GIOACCHINO VOLPE: LA GRANDEZZA DI UN
TESTIMONE
L'U.M.I. vuole ricordare la luminosa figura dello storico Gioacchino
Volpe, alta figura di patriota e di scrittore. Fino alla morte ha
partecipato attivamente alla vita della nostra Associazione,
presenziando a tutte le manifestazioni organizzate dall'U.M.I. romana.
Cade
quest’anno, e precisamente il giorno 1 ottobre, il quarantesimo
anniversario della scomparsa di Gioacchino Volpe, uno storico
innovatore del Secolo XX, sicuramente, da ricordare nel CL
Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia. Il Volpe nacque a
Paganica, in provincia de L’Aquila, il 16 febbraio 1876; si trasferì
con la famiglia prima ad Aquilea, e poi a Santarcangelo di Romagna. Nel
1895 si iscrisse all’Università Normale di Pisa, laureandosi in
Lettere. Gioacchino Volpe fu allievo dello storico Amedeo Crivellucci
(1850-1914) e pubblicò sulla rivista “Studi storici” i suoi primi
lavori dedicati alla Pisa Mediovale. Il Volpe, dal 1906 al 1940 fu
professore di Storia Moderna, prima (1906-1924) all’Accademia
scientifica di Milano, eppoi (1924-1940) all’Università di Roma.
Diresse la Scuola di Storia moderna e contemporanea (dal 1906 al 1943),
ed anche (dal 1935) la “Rivista Storica Italiana”. Di indirizzo
politico nazional-liberale, fu interventista e, quale Ufficiale del
Regio Esercito, prese parte alla I Guerra Mondiale, svolgendo attività
di propaganda per i soldati della VIII Armata, ricevendo, tra l’altro,
una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Quindi, da nazionalista e
monarchico, si avvicinò al Fascismo entrando a far parte della Camera
dei Deputati dal 1924 al 1929, poi si iscrisse nel 1925 al “Manifesto
degli intellettuali fascisti”. Fu quindi un apprezzato membro della
speciale commissione [presieduta da Giovanni Gentile (1875-1944), tra
l’altro, suo compagno di studi alla Normale di Pisa] insediata dal
regime fascista per lo studio delle riforme costituzionali. Il nostro
fu Accademico d’Italia dal marzo 1929, della quale fu anche segretario
generale fino al 1934. Fu uno dei fondatori dell’”Enciclopedia
Italiana” (poi “Treccani”), di cui fu responsabile della sezione di
storia mediovale e moderna. Negli anni del regime fascista il nostro
assolse il ruolo di importante organizzatore culturale, riuscendo,
però, a conservare equilibrio e capacità di giudizio, non avendo mai a
che fare con il fascismo corrotto, né con l’antisemitismo dei razzisti.
Gioacchino Volpe aiutò con il “passaporto ex allievi” Sabatino detto
Nello Rosselli (1900-1937) ed alcuni suoi amici. Per questo suo
atteggiamento, il grande intellettuale, fu osteggiato fortemente e
quindi privato della cattedra all’Università, ma con alta dignità e
fierezza riprese a lavorare ed a dedicarsi agli studi storici. Diresse,
quindi, fino al 1943 la scuola di storia moderna e contemporanea.
Nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il nostro
aderì al Partito Nazionale Monarchico. Dal 1963 fu il primo presidente
ed animatore incomparabile della rinata “Associazione Nazionale Italia
Irredenta”, fermo e tenace nel denunciare l’avvilente dettato di pace e
di ingiustizie patite nei territori sottratti all’Italia prima e dopo
l’infamia del trattato di Osimo. Scrisse, al riguardo, in occasione del
suo 95° compleanno (1971) di sentirsi “esule morale in
patria”. Come
abbiamo visto, le prime ricerche storiche del Volpe riguardano l’età
mediovale e, in particolare, la civiltà dei comuni, eppoi, dopo la I
Guerra Mondiale, saturo di Medio Evo e di Età Comunale, si volse agli
studi di storia moderna e contemporanea, con l’intento prevalente di
cogliere ed illuminare lo sviluppo della nostra Nazione in Europa, con
un “animus”, come abbiamo poc’anzi detto, nazionalista. La produzione
storiografica del Volpe puo’ comodamente essere inquadrata in quel
fertile filone metodologico che Benedetto Croce (1866-1952), abbruzzese
di nascita come il nostro, definì “scuola economico-giuridica”.
Il “realismo storiografico” emerse nelle ricerche sull'età medievale,
da cui Volpe trasse spunti fondamentali per i suoi studi successivi sul
Risorgimento italiano e l'Italia liberale, con aperture di metodo che
sottolineavano gli aspetti creativi dell'esperienza umana. Della
produzione storiografica di Gioacchino Volpe ricordiamo, tra l’altro:
“Medio Evo Italiano” (1923), “L’Italia in cammino” (1927), “Caporetto”
(1928), “Vittorio Emanuele III” (dalla nascita alla Corona d’Albania,
1939) (ristampato, con l’introduzione di Domenico Fisichella, per la
Marco Editore nel 2000), “Italia Moderna” (in tre volumi,
1949-1955).
A cura della casa editrice di Giovanni Volpe (1906-1984), figlio
dell’insigne storico, particolare è l’antologia “Scritti su Casa
Savoia” (1983), con presentazione di Emilio Bussi (1904-1997). Al
riguardo è interessante “Il Millennio di una Dinastia” [estratto dal
volume: “Un Secolo di Regno. L’Unità Nazionale” (1959),
ristampato con
la prefazione di Francesco Perfetti, per la Luni Editrice nel 2000] e
“Il Centenario del Regno d’Italia” (1961), in cui, tra l’altro
scrisse: “[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel
Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo
senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza
proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per
difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della
Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o
Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e
qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda
di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro.
[…]”.
Il Re Umberto II (1904-1983) insignì Gioacchino Volpe dell'Ordine
Civile di Savoia il 15 settembre 1961, e lo creò conte il 16 febbraio
1967. In occasione del novantesimo compleanno (16 febbraio 1966), il
Re, tramite il Ministro Falcone Lucifero (1898-1997), gli inviò il
seguente telegramma: “Sovrano desidera Le giungano vive felicitazioni
particolarmente affettuose ricorrenza Suo novantesimo genetliaco
ricordando eminenti servigi resi da Vostra Eccellenza alla patria in
una nobile vita di studio e di lavoro et formula fervidi voti perché
Ella continui per lunghi anni ancora a servire et onorare
l’Italia.”.
Il nostro fu anche membro della Consulta dei Senatori del Regno dal 12
maggio 1960 e Presidente Onorario del Circolo di Cultura e di
Educazione Politica Rex dal novembre 1968 fino alla morte, circolo dove
fu un ricercato conferenziere su svariati argomenti.
Gioacchino Volpe fu, senza dubbio, uno storico di ampi interessi e di
tempra notevolissima. Qualità codeste che fanno di lui uno dei maggiori
rappresentanti della cultura italiana del secolo XX.
Gianluigi Chiaserotti
DATA: 02.11.2011
IL MONITO DEL “MILITE IGNOTO”
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 30/10/2011
Anche
il Piemonte vive il “Viaggio dell’Eroe da Aquileia a Roma” (29 ottobre
-4 novembre), allestito dal Ministero della Difesa per evocare la
tumulazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria il 4 novembre
1921. Il convoglio sosterà a Udine, Treviso, Ferrara, Bologna,
Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto per consentire ai
cittadini di visitarne le mostre allestite nelle sue carrozze.
L’omaggio al sacrificio compiuto dai cittadini alle armi nel
1914-18 accomunò le nazioni in cerca di pace. Iniziarono i francesi con
la parata del 14 luglio 1919, omaggio al cenotafio
dell’Arco di Trionfo. Per l’Italia, presenziò il generale Raffaele
Montuori. Affiancato da André Maginot, ideatore della linea
difensiva, il 10 novembre 1920 Auguste Thin scelse a Verdun,
teatro di battaglie sanguinosissime, la salma tumulata l’11, festa
della Vittoria. Londra fece altrettanto il 19 luglio 1919 con la
partecipazione di Giorgio V, del francese Foch e del feldmaresciallo
britannico Douglas Haig. L’Unknown Warrior fu tumulato
nell’Abbazia di Westminster l’11 novembre 1920. Il 4 novembre 1920 il
settantottenne Giovanni Giolitti, per la quinta volta presidente del
consiglio e ministro dell’Interno, orchestrò con il generale Napoleone
Fochetti la Festa delle Bandiere, come narra Alessandro Miniero in Da
Versailles al Milite Ignoto (Istituto per la storia del Risorgimento
Italiano). Contrario all’intervento in guerra, Giolitti conosceva
bene il sacrificio sopportato dagli italiani che, fermata al Piave la
rotta di Caporetto, a Vittorio Veneto vinsero anche per gli Alleati,
che poi scipparono il loro successo riducendolo a “vittoria mutilata”,
fonte di tanti guai. Dopo quell’adunata all’Altare della Patria i
blocchi nazionali vinsero nelle elezioni amministrative dell’autunno
1920 e in quelle politiche del 1921, ma non divennero maggiorana
parlamentare a causa della “maledetta proporzionale” (la definizione è
di Giolitti). Il 20 giugno 1921 Giolitti presentò la legge per
tumulare in Roma la “salma senza nome” , rappresentante oltre 600.000
“umili eroi”. L’Esercito omaggiò in Ravenna Dante Alighieri, profeta
della Nuova Italia. Regista di scelta, traslazione e tumulazione del
Milite Ignoto fu poi il piemontese Cesare Maria De Vecchi, monarchico,
nazional-liberale, futuro quadrumviro. Clericali e socialcomunisti
regalarono il mito e i riti della Vittoria a liberaldemocratici,
nazionalisti e ai fascisti (all’epoca quattro gatti, sia pure
chiassosi), con uno “sciopero morale”, poi storiografico, contro l’idea
di Italia. Aprirono una ferita che invece andava subito risanata
proprio col riconoscimento della Vittoria quale conquista della
Nazione, dei cittadini, sia di quelli caduti (ed elencati nelle lapidi
di ogni Comune) sia di quelli che nel fronte interno ressero la
durissima prova cui furono sottoposti da politici imprevidenti, che
scaricarono il peso dell’intervento sui militari, privi di mezzi
adeguati.
E’ l’occasione propizia per riflettere sull’intera vicenda.
Aldo A. Mola
DATA: 30.10.2011
LA SCOMPARSA DEL SENATORE BONALDI
E’
scomparso il Conte Dott. Umberto Bonaldi, già Senatore e vice
Segretario Nazionale del Partito Liberale Italiano (P.L.I.) durante la
segretaria dell’On. Giovanni Malagodi.
Devoto al Re Umberto II, Bonaldi era un monarchico dichiarato e restò
coerente alla fede istituzionale della Sua famiglia che ebbe
l’Ammiraglio Attilio Bonaldi quale precettore del giovanissimo Principe
Ereditario Umberto di Savoia.
L’U.M.I., che lo ebbe tra i suoi massimi dirigenti, china le bandiere
abbrunate del Regno alla Sua nobile figura.
DATA: 27.10.2011
LA ROMANIA FESTEGGIA I 90 ANNI DEL RE
MICHELE
Bucarest, 25 Ottobre 2011 - Si è tenuto in Parlamento il tanto atteso
discorso del Re Michele I di Romania, in occasione del Suo novantesimo
genetliaco. Il Parlamento rumeno si era espresso con una maggioranza
schiacciante (203 voti a favore, 3 contrari e 46 astenuti) per tenere
questo importante e simbolico gesto di pacificazione nazionale. Assenti
per “inderogabili” (e imprevisti) impegni sia il Presidente Rumeno che
il Premier. A fare gli onori di Casa ci ha pensato il Presidente del
Senato, Socialdemocratico e repubblicano ma molto rispettoso della
figura del Sovrano. Durante il Suo intervento il Re ha toccato vari
temi quali la necessità di una politica morale – in piena antitesi con
quanto fatto sotto il regime comunista – e l’impegno che le Istituzioni
devono mettere per garantire la tranquillità della Romania. Nonostante
la crisi, Michele I ha esortato il suo popolo a farsi forza e
continuare ad eccellere in campo artistico, economico e sociale. Il Re
ha rivolto un commosso pensiero alle terre romene che per decisioni
politiche sono ora sotto altri stati. Si è soffermato sull’importanza
della Famiglia Reale che garantisce un tramite tra il passato e il
futuro e ha ribadito che la Corona è un simbolo che non può essere
cancellato per motivi ideologici. Il Re ha donato una statua bronzea
raffigurante il busto di Re Carlo I, il Primo Re di Romania, ed ha
ricevuto in regalo dal Parlamento una medaglia.
In serata si è tenuto un concerto al Teatro Nazionale dell’Opera di
Bucarest, in onore del Sovrano. Presente tutta la Romania che conta,
dal Governatore della Banca Rumena al Direttore dell’Accademia Rumena,
dai proprietari di Tv e giornali ai personaggi della politica
nazionale, il Metropolita della Chiesa Cattolica e rappresentanti di
quella Ortodossa. Foltissima la rappresentanza del corpo diplomatico
con tutti i principali ambasciatori. Ospiti d’eccezione i membri della
Famiglie Reali Europee tra cui ricordiamo S.M. la Regina Sofia di
Spagna, S.M. il Re Simeone II di Bulgaria, S.A.R. il Granduca Enrico
del Lussenburgo, S.A.R. la Principessa Lea del Belgio, S.A.I. e R.
l’Arciduca Giorgio d'Asburgo con S.A.I. e R. l’Arciduchessa Eilika,
S.A.I. la Granduchessa Maria e S.A.I. il Granduca Giorgio di Russia,
S.A.R. il Principe Giorgio di Prussia e S.A.R. la Principessa Sofia,
S.A.R. il Principe Amedeo e S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia,
S.A.R. il Principe Hassan e S.A.R. la Principessa Sarvath di Giordania.
S.M. Il Re Michele I è giunto in teatro assieme a S.A.R. Principessa
ereditaria Margherita e SAR Principe Radu. La Regina Anna aspettava il
Sovrano. Erano presenti anche S.A.R. la Principessa Elena con il
marito, S.A.R. la Principessa Irina con il marito, S.A.R. il Principe
Nicola e sua sorella Karina, S.A.R. la Principessa Maria. Il concerto
ha visto l’esecuzione di vari brani operistici, in cui la musica
italiana ha avuto un ruolo primario, e si è concluso con la solenne
esecuzione dell’Inno Reale con tutti i presenti in piedi e rivolti
verso Re Michele. Al termine del concerto gli intensissimi applausi
hanno reso omaggio al Sovrano, con bandiere monarchiche che
sventolavano dentro all’Opera Rumena. All’uscita una numerosissima
folla di monarchici ha salutato il Sovrano al grido di “Re Michele!”,
“Regina Anna!” e “Monarchia salva Romania!”. La serata si è conclusa
con un esclusivo incontro conviviale al Palazzo CEC. Antenna 3, il
principale canale televisivo di informazione, ha seguito tutti gli
eventi con una lunga diretta. Questo genetliaco è stato un emozionante
momento di riscossa patriottica rumena. Al Re Michele sono giunti anche
gli auguri dell’Unione Monarchica Italiana.
La solenne esecuzione
dell'Inno Reale al Teatro dell'Opera Nazionale di Bucarest seguito
dagli auguri cantati dai presenti.
DATA: 25.10.2011
SERGIO BOSCHIERO HA INAUGURATO IL 64° CICLO
DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
Roma,
23 Ottobre 2011 – Il Circolo di cultura e di educazione politica REX ha
inaugurato, presso la sala Uno dell’Istituto salesiano di via Marsala
la prima parte del 64° ciclo di conferenze, intitolato “Noi crediamo” e
dedicato al 150° della proclamazione del Regno d’Italia. Primo
oratore del prestigioso ciclo di incontri è stato – come consuetudine –
Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I. e memoria storica del
monachismo italiano. L’Avvocato Benito Panariti, Presidente del
circolo REX, ha introdotto l’iniziativa, focalizzando l’attenzione
sulle varie sfaccettature delle celebrazioni che stanno andando verso
la conclusione. Boschiero, nel suo vibrante intervento, ha tessuto un
primo bilancio della ricorrenza. Ha sottolineato come sia stata una
festa sentita dal popolo ma, nonostante questo, ha messo in luce alcuni
lati negativi che si sono sviluppati, come il crescere di revisionismo
antirisorgimentale o fenomeni politici inneggianti alla secessione.
Boschiero, tra i vari argomenti trattati ha ricordato come alcune
Istituzioni abbiano vissuto le celebrazioni e ha fatto riferimenti
all’attualità come le devastazioni che hanno visto vittima la Capitale.
Al termine dell’intervento ufficiale si è aperto un vivace dibattito
che ha visto, tra i pregevoli interventi, quello del Prof. Gian
Vittorio Pallottino. Il Circolo Rex ha già stabilito il calendario dei
prossimi incontri che vedranno conferenze del conte Enzo Capasso torre
delle Pastene, del Comandante delle Guardie d’Onore Ugo d’Atri e
dell’Ing. Domenico Giglio. (Nella foto l'Avv. Benito Panariti con
Sergio Boschiero)
DATA: 23.10.2011
DES AMBROIS DE NEVACHE: DALLE ALLE
ALPI ALL’OCEANO INDIANO
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su
“Il Giornale del piemonte” del 26/11/2011
L’opposizione
violenta alla realizzazione del Trasporto ad Alta Velocità (TAV) è un
reato e va stroncata; ed è anche contro il buon senso e quello
sviluppo, che tutti invocano ma in troppi lo vogliono senza
sacrifici personali, con le scorie a casa d’altri. Ogni fase del
progresso ha avuto un costo: ma, dopotutto, ha migliorato la vita
umana. Le mietitrebbie resero superflui i braccianti; gli allevatori
non mungono più prima dell’alba; navi e treni non hanno bisogno
dei fuochisti che si consumavano a palate di carbone nei forni.
L’ammodernamento avvantaggiò da un canto, dall’altro ebbe e
ha il suoi prezzo, che ora travolge ora lambisce, ma sempre offre
opportunità nuove. Così fu ed è, sia in natura sia nel cammino
dell’umanità. Perciò oggi sulla TAV occorrono parole chiare e
definitive non da parte chi l’ha sempre razionalmente considerata
necessaria, ma da chi ha tenuto una linea ambigua, un piede sulla
soglia dei possibili benefici, un altro nel dissenso e nel
vastissimo pascolo di interessi di altre regioni e di altri Stati, che
avrebbero voluto per sé un “corridoio” alternativo a quello deciso
dall’Europa. Che cosa sarebbe oggi l’Italia senza rete ferrostradale,
aeroporti, produzione e distribuzione di energia elettrica e la
telematica che collega ogni persona a miliardi di informazioni? Una
volta non era così. La speranza di vita andava poco oltre i
trentacinque anni nelle terre più fortunate. La probabilità di morire
per guerre di passo o mano di briganti era elevatissima. Per capirlo
basta un’occhiata alle cascine dell’epoca dell’Italia
centro-settentrionale e alle masserie del Mezzogiorno: fortilizi,
all’interno dei quali si campava in stato d’assedio permanente. Il
passaggio dal prima al poi per il Piemonte avvenne centocinquant’anni
orsono. Tra i suoi artefici spicca Luigi Francesco des Ambrois de
Nevache. Gli si deve il Traforo delle Alpi tra Bardonecchia e Modane,
un’impresa colossale intuita da Giuseppe Medail, proposta, respinta,
riscoperta, rilanciata. Dal disegno originario alla sua realizzazione
passarono press’a poco trent’anni. Opere di quel genere sono uniche. O
le si fa proprio lì, nel posto migliore, nel momento giusto, per una
irripetibile somma di fattori esterni e interni, oppure rimangono per
sempre nel mondo dei sogni. Certo, per gli ingenti finanziamenti che
comportano, ciascuna esclude le altre per decenni, forse per secoli.
Quasi per combinazione degli astri, in questo 150° dell’Unità, su
impulso di Roberto Borgis, fattivo sindaco di Bardonecchia, in queste
settimane vengono ricordati il traforo del Frejus, attivo dal
settembre 1871, e il suo principale fautore: Luigi Francesco des
Ambrois de Nevache. Di famiglia fedelissima ai Re di Sardegna,
intendente di Nizza a soli 34 anni, reggente del Ministero dell’Interno
dal 1844 , quando comprendeva istruzione, agricoltura e
commercio, dal 1847 des Ambrois governò i Lavori pubblici, strategici
per ammodernare il Piemonte. Cattolico fervente, ma contrario a
ogni fanatismo, mediatore tra chi voleva finanziare le riforme
espropriando gli ordini religiosi, a costo di lasciare alla
fame quanti avevano dedicato la vita ad applicare i
precetti della fede, e chi ancora si schierava per il papa-re, nel 1871
des Ambrois ritrasse in poche righe la trasformazione in atto: “
Il Vallone appartato di Bardonecchia dove risuonava la lira dei
bardi, dove risuonava la tromba del vecchio Castello di Bramafam, sarà
presto scosso dal fischio delle locomotive. Il sentiero pittoresco che
si inerpica sulla roccia e serpeggia in mezzo agli alberi
attraverso prati, sarà sostituito da una delle principali ferrovie del
mondo: lì passerà, attraverso le Alpi, il commercio di Genova e di
Venezia, persino la valigia delle Indie…”. Sono parole da ricordare
mentre l’Europa pone l’Alta Velocità da Torino a Lione tra le
arterie vitali dell’intero continente in un’ottica planetaria. Lo
avevano chiaro i realizzatori del traforo del Frejus: Sommeiller,
Grandis, Grattoni, dei quali si valsero des Ambrois e Cavour, ministri
di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II. Le loro parole d’ordine
furono mediazione, conciliazione e infine realizzazione, con
l’occhio al futuro, proprio agl’interessi di quelle nuove
generazioni da troppi oggi sospinte nei pascoli di
illusioni e sogni artificiali. Questa è la lezione,
attualissima, del vecchio Piemonte, lontano dalle doppiezze di
meschini calcoli elettorali e da interessi di piccolo cabotaggio.
Aldo A. Mola
DATA: 23.10.2011
IL NEO BRIGANTE MICCICHÉ
Il
Segretario Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero
ha così risposto all'intervista rilasciata oggi al “Corriere della
Sera” da Gianfranco Micciché, in cui l'Onorevole si paragona ai
briganti e ne loda la figura:
“L'apologia del brigantaggio anti risorgimentale,
fatta dall'auto-nominatosi brigante Gianfranco Micciché, si commenta da
sola. Il neo brigante si trova in “ottima” compagnia, con delitti per
tutti i gusti sino al cannibalismo. Nella Francia della Rivoluzione
sarebbe stato proclamato “nemico pubblico”. In Italia ci mancava
soltanto un Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei
Ministri apologeta del brigantaggio. Che le Istituzioni aprano gli
occhi!”
Sergio Boschiero
Roma, 20 ottobre 2011
DATA: 20.10.2011
PRATO RISCHIA DI FARE L’APOLOGIA DEL
REGICIDA GAETANO BRESCI
Pubblichiamo
una lettera del Prof. Giulio Vignoli, apparsa su “Il Giornale della
Toscana” del 3 agosto u.s., in cui si analizza - con l’arguzia e
l’ironia che contraddistinguono il noto accademico genovese -
l’inquietante scenario che si sta affacciando sulla cittadina toscana,
a seguito di una consultazione popolare da parte dell’Assessorato alla
Cultura.
Caro
Direttore,
sono un vecchio lettore genovese de “Il Giornale” e
poiché sono in villa al Forte dei Marmi leggo anche con interesse “Il
Giornale della Toscana”, che trovo ben fatto. Mi ha un po' stupito
l'articolo di Raffaello Pecchioli, “Benedetti toscani, Guardiamo al
presente” (di domenica scorsa, 31 luglio) con cui si dà notizia che “è
in atto a Prato, promossa dall'assessorato alla cultura, una
consultazione tra i cittadini per stabilire chi sia il personaggio
pratese degli ultimi centocinquant’anni, più meritevole di essere
ricordato”. In pole position ci sarebbe l'assassino di Re Umberto I,
Gaetano Bresci. Che grullerie son queste? Mi son detto. Umberto I fu
detto “Il Buono” per il suo comportamento in occasione dei terremoto di
Casamicciola e durante il colera a Napoli, quando si recò in queste
città aiutando le popolazioni e sfidando il contagio. Un uomo
coraggioso, come dimostrò anche nelle guerre risorgimentali, dove
meritò la Medaglia d'Oro al V.M. Certo, ci furono i fatti di Milano. Ma
allora la forza pubblica sparava quando era attaccata dai rivoltosi e
veniva premiata. Non come ora che viene pestata da questi ultimi e
rinviata a giudizio. Scrivere: “Il Monarca stava per risalire nella
Real Carrozza per ritornare in Villa, dalla sua amante” non è degno né
dell'autore della frase, né del giornale che la pubblica. Umberto I
rientrò cadavere insanguinato nella Villa Reale di Monza, portato a
braccia. Fu accolto all'ingresso dall'ignara Margherita (una grande
Regina, è in atto a Monza una mostra in suo onore, proprio, nella
Villa), che dirà poi dopo: “Mi parve di vedere il Cristo deposto dalla
croce”. Se poi i Pratesi sono in maggioranza favorevoli, come dice il
Pecchioli, o per ignoranza storica o per malvagità, a ricordare un
killer, venuto appositamente dall'America, il detto Gaetano Bresci, bei
bischeri mi si lasci dire (per usare anche in questo caso un termine
toscano) e auguro loro tanti altri cinesi perché li meritano.
DATA: 18.10.2011
GIUSEPPE MASSARI: IL PUGLIESE SEGRETARIO DI
CAVOUR
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su
"Il Giornale del Piemonte" del 16/10/2011
Il 150° si avvia alla fine, con
luci e ombre. Alcune domande sulle trame segrete che portarono
all’unificazione
rimangono senza risposta. E’ il caso del Diariodellecentovoci di
Giuseppe
Massari, una tra le principali fonti sulla vera nascita della Nuova
Italia pubblicato anni addietro da Emilia
Morelli.
Esso risulta troncato con una frase a metà il 24 marzo 1860: in un
momento
drammatico, mentre esplodeva lo scontro sulla
cessione di Nizza alla Francia tra
Cavour, di cui Massari era segretario tentacolare, e Garibaldi; e
quando stava
per iniziare l’impresa di Mille, nel cui corso Cavour venne tenuto in
scacco dal
protomeridionalista Liborio Romano, stratega del passaggio indolore dal
Borbone
a Garibaldi: un genio politico biografato da Nico Perrone (ed.
Rubbettino,
finalista dell’Acqui Storia 2010). Lo stesso Perrone ora indaga l’ AgentesegretodiCavour: GiuseppeMassari eilmisterodeldiariomutilato edito da Palomar, che
già ne
pubblicò un bel saggio su Obama. Ma
chi fu Massari? Fu davvero così importante? Diciamo subito che
senza di
lui Risorgimento e avvento dell’unità si sarebbero ridotti a prassi
burocratica. Da meridionaleci mise
invece la filosofia della storia. Nato a Taranto nel 1821 da padre
barese, un
ingegnere impegnato in grandi opere pubbliche del regno, allievo nel
seminario
di Avellino, poi studente a Napoli e forse aderente alla “Giovane
Italia” di
Benedetto Musolino, Luigi Settembrini e
Nicola Nisco, a diciassette anni Giuseppe
fu mandato in Francia. Vi conobbe Vincenzo
Gioberti, se ne entusiasmò e ne
divulgò il pensiero. Migrato a Torino nel 1846 assunse la direzione del
“Mondo
Illustrato”, cheinsegnava ai subalpini
a pensare in europeo. Eletto deputato all’Assemblea del Regno delle Due
Sicilie
(1848), nuovamente costretto all’esilio e inseguito da una condanna,
Massari pubblicò
sul tamburo I casi di Napoli dalprincipio
del 1848 al novembre 1849,
denuncia del carattere irrimediabilmente reazionario della monarchia
borbonica.
Due anni dopo tradusse l’opera destinata a far da spartiacque per
l’immagine
dell’Italiaall’estero: Il
signor Gladstone e il governo napoletano,
sintetizzato con la celebre formula che bollò il governo borbonico come
“negazione di Dio”. In risposta la Gran Corte di Napoli lo condannò al patibolo. Massari riparò in Piemonte. Nel
1856 Cavour gli affidò la direzione della “Gazzetta Ufficiale” del
Regno di
Sardegna, che faceva da timone della riscossa, di concerto con la Società
Nazionale, e poi
lo volle a fianco nei rapporti più segreti.Il
25 gennaio 1861 i baresi lo elessero deputato all’VIII legislatura
delregno di Sardegna: quella che il 14
marzo votò la nascita del regno d’Italia.La
Puglia vi fu rappresentata da deputatimassoni,
come Giuseppe Libertini e Luigi
Zuppetta, e da sacerdoti, quali l’arciprete Antonio Miele, eletto a
Calcedonia,
e don Flaminio Valenti a Monopoli. Rieletto alla Camera sino alla
morte,
Massari fu sconfitto un paio di volte a Bari, ma trovò riparo a
Guastalla e a
Spoleto. Tra i massimi esponenti della Destra storica,segretario delle Camera e custode delle
memorie del Risorgimento dalla sinistra anticlericale era considerato
l’uomo da
abbattere. Il suo programma recitava: “la fede cattolica, non le
cospirazioni,
non i pugnali, non le ridicole parodie della demagogia ultramontana
rigenereranno l’Italia”. Era un patriota scomodo.Pubblicò
i memorabili RicordibiograficidelcontediCavour,e la poderosaopera Lavitae il regnodiVittorioEmanueleII , possibile solo a chi,
osserva
giustamente Nico Perrone, aveva accesso a documenti segreti, e un
appassionato
profilo di Alfonso La
Marmora,
che trasformò in una “meraviglia” l’antico esercito “di caserma”.Alla mortedi
Massari (Roma, 13
marzo 1884) una parte del disegno cui s’era votato settant’anni prima
nel seminario
di Avellino era giunta a compimento; un’altra, la “questione
meridionale”, già
proposta da Liborio Romano, era aperta e sanguinante. Massari l’aveva
affrontata nella relazione parlamentare su Il
brigantaggio e le province meridionale in
cui denunciò errori ed enormità ed
esortò a puntare su decentramento,
autonomie
locali e rispetto delle tradizioni, contro la scorciatoia dello Stato
centralistico, venato di giacobinismo. Avvertì per tempo che il
malcontento
serpeggiante nel Mezzogiorno si sarebbe rovesciato contro il nuovo
ordineancor più di quanto avesse fatto
contro
iBorbone. In un’Italia che si
stava lacerando (Aspromonte, Mentana, la tassa sulla
macinazione delle farine,un anticlericalismo d’importazione quale
paravento per
far cassa con la statizzazione e la vendita dei beni ecclesiastici...)
il 9
giugno 1866 Massari invitò la Camera “a nome delle lettere, a nome
della
civiltà, a nome dell’Italia” a rispettare almeno l’Abbazia di
Montecassino. Era
risorta dopo il passaggio dei saraceni. La Terza Italia,
che era
liberale perché colta, accolse il suo mònito. Nel 1944 l’Abbazia venne
distrutta da un bombardamento dei…liberatori.Ma perché dunque il suo Diario
risulta mutilo? Secondo Perrone ne furono strappate la pagine dal 24
marzo al
18 settembre 1860 proprio per cancellare la testimonianza diretta
sull’azione
di Cavour, che rimase quindi affidata all’ Epistolario
cioè a quanto il Gran Conte mise nero su bianco per i posteri. La vera
storia
della fase cruciale, quella della stella a cinque punte (re Vittorio,
Cacour,
Garibaldi, Liborio Romano e Giuseppe Massari), rimane dunque da
ricostruire.
Motivo in più per rimboccarsi le maniche e continuare la ricerca.
Spente le
luci del150° continuerà a brillare lo
Stellone d’Italia, nato dall’azione congiunta di Nord e Sud, di
anticlericali
ed ecclesiastici patrioti, di garibaldini e giobertiani.
DATA: 16.10.2011
TV: BOSCHIERO DENUNCIA LA CENSURA DEL 'VIVA
IL RE' NELLA FICTION SUL GENERALE DELLA ROVERE
Roma,
11 ott. (Adnkronos) - I monarchici italiani non hanno gradito fino in
fondo la fiction “Il Generale della Rovere”: "Ho seguito e apprezzato
la fiction messa in onda da Rai Uno nelle serate di domenica e lunedì.
Un solo neo -lamenta, all'Adnkronos, il Segretario nazionale
dell'Unione Monarchica Italiana, Sergio Boschiero- rispetto al film di
Rossellini, interpretato da De Sica, da un racconto di Indro
Montanelli, che vedeva il Generale della Rovere gridare anche “Viva il
Re” al momento della Fucilazione. Questo grido, storicamente vero, è
stato censurato nella versione della Rai". "Protestiamo anche per la
ripetuta qualifica di 'badogliani' riferita agli ufficiali, ai soldati,
ai carabinieri rimasti fedeli al Sovrano, Capo legittimo dello Stato.
Il termine 'badogliano' veniva usato dalla Repubblica Sociale Italiana
in segno di disprezzo verso militari, ufficiali e soldati, rimasti
fedeli al Re", conclude Boschiero. (Spe/Ct/Adnkronos)
DATA: 13.10.2011
IMPERIA: I PROPOSITI MONARCHICI DEL NUOVO
COORDINATORE PROVINCIALE
Mi
presento: Marco Olivero, classe 1958, nato a Sanremo, da poco nominato
Coordinatore Provinciale di Imperia dell'Unione Monarchica Italiana.
Sono grato ed onorato di ciò e ringrazio il Presidente Nazionale
Alessandro Sacchi e il Segretario Nazionale Sergio Boschiero. Tutto ciò
non sarebbe accaduto senza il contributo della vera anima Monarchica
ligure e cioè di Wilma Curti. Potrei scrivere di Lei per molte pagine,
raccontando le fatiche, i sacrifici, i bocconi amari dovuti ingoiare,
ma anche le grandi soddisfazioni per gli eventi organizzati in Sanremo
che hanno sempre caratterizzato il Club Reale Duca Bacicin. Io sono
all'inizio e spero di continuare a trasmettere ad altre persone il
"virus" che mi ha contagiato e aperto gli occhi sulla nostra tradizione
Monarchica. Sempre di più, specialmente in un momento politico ed
economico così incerto, serve riscoprire ciò che per decenni è stato
coperto di fango, ma non sepolto dalla retorica repubblicana. Spero di
riuscire a comunicare ciò a tutti coloro con cui avrò opportunità di
parlare, in special modo ai giovani che sono il nostro vero patrimonio,
inalienabile, ma che non avendo guide degne si perdono nella pochezza
attuale. II mio impegno per la causa Monarchica è totale e continuo,
certo di servire ad un grande progetto portato avanti con fede e
dedizione unitamene a tutti i Monarchici Italiani. Viva il RE.
Marco Olivero
Coordinatore prov.le U.M.I.Imperia
Sanremo, 21 settembre 2011
DATA: 04.10.2011
PROTESTA DELL'U.M.I. UMBRA CONTRO LA RAI
ALLA DIREZIONE GENERALE RAI TV
Viale Mazzini 14
00195 ROMA
TRASMISSIONE DEL
30.09.2011 “ I Migliori Anni “ condotta da Carlo Conti
Siamo profondamente indignati per la battuta altamente offensiva
rivolta a Sua Maestà Il Re Umberto II, pronunciata da un tale
pseudo artista di nome Dado. Il Re Umberto II è stato Capo di Stato
Italiano, quindi merita comunque rispetto a prescindere dalle proprie
opinioni politiche. Inoltre è indice di vigliaccheria e di codardia
offendere qualsiasi persona defunta. Ricordiamo che il Re Umberto
II unitamente ai Suoi Genitori e alla Sua Consorte sono tutt’ora
esiliati, appunto anche da Defunti, caso unico al mondo di barbarie
umana e politica. Vorremmo che codesta Direzione Generale oltre
prendere severi provvedimenti verso i responsabili
di questo gesto villano, vigilasse con maggior attenzione ed efficacia
affinché simili vergogne non si ripetino in futuro, giacché
tra gli Italiani che pagano il canone, ci sono persone educate che non
tollerano questo linguaggio triviale ed offensivo verso la nostra
Storia e verso Personaggi di spessore e moralità senz’altro non
paragonabili. Hanno perso una guerra ma non hanno certo rubato allo
Stato ed agli Italiani! Siamo stanchi di dover subire oltraggi continui
e gratuiti, inoltre la rabbia e la delusione sta montando
vertiginosamente tra la gente comune che sempre più guarda con
disprezzo tutta la casta politica ed auspica profondi e radicali
cambiamenti.
Con osservanza.
Il Presidente Regionale
Umbria U.M.I.
Maurizio Ceccotti
DATA: 03.10.2011
UN DECRETO REALE CI SALVA DALLE
IMPROVVISAZIONI DELLA LEGASUI MINISTERI A MONZA
È un decreto di Re Vittorio Emanuele II, il n. 33 del 1871,
all’indomani della “conquista” di Roma, quello con il quale il
Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, contesta a Silvio
Berlusconi la legittimità dell’iniziativa dei Ministri Bossi e
Calderoli di attuare una sorta di “delocalizzazione” dei ministeri loro
assegnati mediante l’istituzione di "sedi di rappresentanza operativa"
a Monza, nella Villa Reale. È quasi uno storico contrappasso
nell’Italia repubblicana perché Napolitano scrive che quel
provvedimento, “nell'istituire, all'articolo 1, Roma quale capitale
d'Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il Governo ed i
Ministeri”. Una Capitale “costituzionalizzata”, come scrive il
Presidente, “con la riforma del titolo V della nostra Carta che, con la
nuova formulazione dell'articolo 114, terzo comma, ha da una parte
introdotto un bilanciamento con le più ampie funzioni attribuite agli
enti territoriali e dall'altra ha posto un vincolo che coinvolge tutti
gli organi costituzionali, compresi ovviamente il Governo e la
Presidenza del Consiglio: vincolo ribadito dalla legge n. 42 del 2009,
che all'art. 24 prevede un primo ordinamento transitorio per Roma
capitale diretto "a garantire il miglior assetto delle funzioni che
Roma è chiamata a svolgere quale sede degli Organi Costituzionali". Non
manca un esplicito richiamo al Presidente del Consiglio.
Napolitano, infatti, rileva che Bossi e Calderoli, che hanno adottato i
decreti in data 7 giugno 2011, con i quali hanno istituito le “sedi
distaccate” di quelli che sono, rispettivamente, uffici “di un
Dipartimento e di una Struttura di missione, che costituiscono parte
dell'ordinamento della Presidenza del Consiglio”, evento del quale
Berlusconi, nella sua veste di Presidente del Consiglio, evidentemente
non era a conoscenza o del quale, più probabilmente, non aveva
percepito il rilievo giuridico o, ancora, al quale non aveva potuto
opporsi. Pertanto, aggiunge Napolitano, “poiché ai fini di una
eventuale sua elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999,
all'articolo 7, attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di
adottare con DPCM le misure per il miglior esercizio delle sue
funzioni istituzionali” una eventuale diversa allocazione di sedi
o strutture operative, “dovrebbe più correttamente trovare collocazione
normativa in un atto avente tale rango, da sottoporre alla
registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti profili
finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale n.
221 del 2002”. Di tutto questo non si è parlato. Bossi e Calderoli,
evidentemente consapevoli dell’anomalia alla quale davano vita,
avrebbero provveduto in proprio all’arredo. Tuttavia il costo per
il bilancio dello Stato dell’iniziativa leghista è altro. Anche gli
spostamenti degli stessi ministri e dei loro collaboratori
Roma-Monza-Roma, riguardando una sede “non istituzionale”, comportano
costi che, in assenza di una basse normativa, non possono essere posti
a carico del bilancio dello Stato. “La pur condivisibile intenzione di
avvicinare l'amministrazione pubblica ai cittadini, pertanto, – scrive
il Presidente della Repubblica - non può spingersi al punto di
immaginare una "capitale diffusa" o " reticolare" disseminata sul
territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura
di Capitale della città di Roma, sede del Governo della
Repubblica”. Bossi risponde che “la Costituzione non dice dove devono
stare i ministeri”, una presa di posizione che certamente avrà irritato
il Quirinale il quale attende una risposta “scritta”, come titola oggi
il Corriere della Sera a pagina 9, anche se
Berlusconi ha detto di prendere
atto della lettera e Gianni Letta, in apertura del
Consiglio dei ministri, l’ha ribadito con fermezza. I richiami del
Presidente della Repubblica, ha detto, “meritano rispetto, non si
commentano, si ascoltano e si applicano”. Bossi minimizza ma non torna
indietro. Il fatto è che dietro l’iniziativa “imprudente” di Bossi e
Calderoli – a proposito il Ministro “per la semplificazione”
non
vorrà mica abrogare il decreto di Re Vittorio Emanuele II -, c’è il
malcontento della base leghista sottolineata dai risultati elettorali
negativi, anche in quella che sembrava essere la fortezza del
Carroccio, Novara, dalla quale proviene il Presidente della Regione
Piemonte, Cota, dove ha prevalso il centrosinistra. Un’altra “fatal
Novara”, dunque. Sullo sfondo la lotta di successione a Bossi nella
quale sembra prevalere Maroni, anche se potrebbero affacciarsi altri
concorrenti, come i potenti governatori del Piemonte e del Veneto. E’
mancata la prudenza, della quale in altre occasioni il sanguigno
Senatur ha saputo dare prova. Con il rischio che la farsa del
trasferimento dei ministeri, diversamente non sapremmo qualificarlo,
non complichi ancor più una situazione politica aggravata dal pessimo
andamento dell’economia ed ancor più delle
borse.
3 ANNI FA IL MATRIMONIO FRA AIMONE DI
SAVOIA E OLGA DI GRECIA
Il 27 settembre 2008, nella suggestiva isola
di Pathmos in Grecia, si è tenuto il matrimonio fra le LL.AA.RR. i
Principi Aimone di Savoia-Aosta e Olga di Grecia. Questo matrimonio ha
garantito la continuità sabauda, grazie alla nascita dei Principi
Umberto (2009) ed Amedeo (2011). L'U.M.I. si complimenta con la "Coppia
Reale" e formula i migliori auguri!
27 SETTEMBRE: GENETLIACO DI S.A.R. IL
PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
Per il fausto genetliaco di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca
d’Aosta, l’U.M.I. ha inviato gli auguri più fervidi e devoti. Il
Principe sabaudo è nato nel Palazzo Pitti di Firenze il 27 Settembre
1943, in piena guerra mondiale e con il Capoluogo toscano occupato dai
tedeschi; Egli è frutto del matrimonio fra il Principe Aimone di
Savoia-Aosta e S.A.R. la Principessa Irene di Grecia. Nelle ore
successive alla nascita il Comandante germanico della città fu inviato
da Hitler per chiedere alla madre del Principe Amedeo l’investitura al
bambino del titolo di Re. Il Dittatore nazista avrebbe preferito, per
un più vasto consenso popolare, la figura di un Savoia-Aosta quale
simbolo di un Regno, non di una repubblica, per contrastare il Regno
del Sud. La madre di Amedeo disse fieramente di no. Pochi giorni dopo
il piccolo Duca fu internato in Tirolo e sarebbe stato liberato
nell’aprile 1945 dagli alleati; sempre nello stesso luogo di prigionia
erano state internate anche la Madre di Amedeo, la Duchessa d’Aosta
Anna, vedova di Amedeo di Savoia M.O.V.M. Viceré d’Etiopia, con le
figlie Margherita e Maria Cristina. Il Duca d’Aosta è stato il
prediletto del Re Umberto II ed è il continuatore della tradizione
sabauda. Grazie a suo figlio, il Principe Aimone, la millenaria Casa
Savoia vede garantita la continuità con la nascita dei Principini
Umberto (2009) e Amedeo (2011).
U.M.I, 27 Settembre 2011
DATA: 27.09.2011
ARGENIO FERRARI NUOVO COORDINATORE
DELL'ISPETTORATO NAZIONALE U.M.I.
Il
Dott. Argenio Ferrari, già in passato dirigente della gloriosa sezione
con centinaia di giovani del F.M.G. di Colleferro (Rm), e attualmente
responsabile dei contatti dell’U.M.I. con il Sovrano Militare Ordine
Costantiniano di San Giorgio (Spagna), è il nuovo Coordinatore
dell'Ispettorato Nazionale dell'U.M.I.
Ferrari si renderà promotore di iniziative a livello nazionale per la
valorizzazione della nostra Associazione e per creare un contatto
diretto con le realtà territoriali. Il Dott. Ferrari, affermato
professionista romano, è stato anche il medico personale del Ministro
della Real Casa Falcone Lucifero. La sua grande fede monarchica, unita
ad una vasta cultura e ad una decennale militanza, hanno consentito di
istituire questo Coordinamento con piena fiducia e sicurezza nei futuri
risultati. Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario
nazionale Sergio Boschiero formulano, a nome di tutta l’Associazione, i
migliori auguri al Dott. Ferrari per il maggior successo nel nome della
Monarchia e dell'Italia.
DATA: 26.09.2011
RE VITTORIO EMANUELE III E GIOLITTI: ALLA
CONQUISTA DELLA LIBIA
Editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del piemonte" del 25/09/11
Il 28 settembre 1911 il
governo di Roma intimò l’ultimatum all’Impero turco: evacuare entro
ventiquattro ore le sue truppe da Tripoli. Diversamente le avrebbe
cacciate con
le armi. Il giorno dopo iniziò lo sbarco a Tripoli. Il successo non fu
fulmineo. La storia insegna quanto sia facile creare uno stato di
guerra e come
sia poi difficile venirne a capo in maniera limpida e risolutiva.
Altrettanto
valeva un secolo addietro. Sull’inizio
del secolo XX la gara coloniale ebbe un’impennata. Dopo
l’Eritrea, colonia dal 1890,nel 1907
l’Italia costituì la coloniadi Somalia.
Roma aspirava a Tripolitania e
Cirenaica, ultimo bastione dell’Impero turco-ottomano nell’Africa
settentrionale. Nel 1911 la crisi precipitò. Sulla condotta
da tenere non vi era una visione univoca. Presidiarvi gli interessi
economici o
occuparla? Il programma venne fissato dal Re in un incontro
segretissimo con
Giolitti nel Castello di Racconigi, a metà settembre. Ma quale fu il ruolo
effettivo di Vittorio Emanuele III nella guerra?IlCarteggio di Giolitti
pubblicato dal
Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato e
dall’Archivio
Centrale dello Stato (ed. Bastogi, 2009-2010) e
altri documenti inediti mostrano che nel
1911-12 il Re ebbe una parte determinante.
Il 30 settembre, a sbarco
avvenuto, sollecitò
Giolitti a “raccomandare la semplicità militare” nei comunicati
sull’andamento
delle operazioni, subito troppo enfatici. Il 1° ottobre auspicò: “Spero
bene
che non ci vengano create difficoltà dall’Inghilterra”. Il 2 aggiunse:
”Voglio
sperareche le inquietudini
dell’Austriacon opportune nostre
dichiarazioni a Vienna si calmeranno senza alcun pericolo…”. Sin
dal 25 ottobre 1911, guardando
lontano, Re Vittorio scrisse all’
“affezionatissimo
cugino” Giolitti da San Rossore: “ Se, in vista del prolungarsi della
situazione attuale, il governo si risolvesse per un’azione nell’Egeo,
occorre
naturalmente che il da fare militare ed i mezzi adeguati siano
preparati in
tempo”: messaggio scarno e chiaro, che precorreva l’occupazione di Rodi
e del
Dodecaneso, attuata nell’aprile1912. Il 3 ottobre infine, quando la Turchia stessa
sollecitava un’azione militare italiana così incisiva da giustificarne
la resa
in Libia per avere mano libera contro gli Stati balcanici, il Re
suggerì a
Giolitti il bombardamento navale del nodo ferroviario di Dedeagatch,
per
“ostacolare molto gravemente la mobilitazione ottomana e quindi le
operazioni
militari turche dirette contro gli Stati Balcanici”.Dunque, ai sensi dello Statuto, il Re
regnava e, quando necessario, governava: nei termini statutari. Il 18
ottobre,
appena firmata la pace di Losanna, da San Rossore telegrafò a Giolitti:
“Attenderò poi sue comunicazioni per la convocazione del parlamento la
quale,
se anche Ella è del parere, sarebbe bene di non ritardare”. La guerra
era stata
condotta a Camere chiuse per non subirne intralci, ma la sua
conclusione ora
andava parlamentarizzata, proprio per
accelerarne la ratifica e ampliare il consenso del paese. Il Re, Giolitti e di San Giuliano furono
consapevoli
che il riconoscimento del diritto dei libici a pregare per il Sultano
voleva
dire che continuavano a considerarlo proprio sovrano. D’altronde Roma
aveva
sempre escluso di voler fare guerra agli arabi o all’islamismo. Aveva
solo volutoliberare quelle province dal
dominio
politico-militare turco. Re Vittorio non
era affatto “Sciaboletta” e
quella giolittiana non fu affatto una “Italietta”:
era quella che celebrò
nell’Esposizione Internazionale di Torino il primo mezzo secolo di
Unità
nazionale, suggellata dall’impresa di Libia e dal conferimento del
diritto di
voto a tutti i maschi maggiorenni e dalla creazione dell’INA, ultima
vittoria
dello Stato sui grandi appetiti privati,come
riconobbe lo storico Giampiero Carocci. Giolitti l’Africano
spiegò ripetutamente la
propria condotta. Il 4 marzo 1914 affermò: “I Ministeri passano, i
grandi
interessi della patria sono assolutamente permanenti”. Ma fu a Torino
il 7
ottobre 1911 che disse le parole più impegnative: “Politica democratica
non è
sinonimo di politica fiacca, di politica impotente. La politica estera
non può,
come la politica interna, dipendere interamente dalla volontà del
governo e del
Parlamento ma, perassolutanecessità,
deve tenere conto di avvenimenti e di situazioni che non
è in poter nostro di modificare e talora neanche di accelerare o di
ritardare.
Vi sono fatti che si impongono come una verafatalitàstorica, alla quale un popolo
non può sottrarsi senza compromettere
in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momentiè dovere del governo di assumere tutte le
responsabilità, poiché una esitazione o un ritardo può segnare l’inizio
della
decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per
lunghi
anni, e talora per secoli. Sarà degno di un popolo forte se a questa
opera di
civiltà internazionale faremo corrispondere una grande riforma a
beneficio
delle mostra classi lavoratrici”. Con
lo sbarco a Tripoli l’Italia
“riprende(va)il suo posto nel mondo”.
DATA: 23.09.2011
PRESENTATA LA SERIE AGGIORNATA DEL LIBRO
D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D'ITALIA
Badolato
(Cz), 10 Settembre 2011 - In occasione dell'anniversario dell'unità
d'Italia (1861-2011), è stata presentata dallo storico Antonio
Gesualdo, in occasione della caccia alla volpe a cavallo del Club
Calabrese, la serie aggiornata del famoso LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA'
ITALIANA. Si tratta di un repertorio araldico, genealogico, nobiliare,
che è diretta e legittima continuazione del LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA'
ITALIANA ufficiale, (cioè quello aggiornato fino al 1946 dalla Consulta
Araldica del Regno d'Italia.) Il Libro d'Oro della Nobiltà Italiana
ufficiale, venne infatti costituito il 1896 da Re Vittorio Emanuele II
di Savoia, è fu il primo Registro Nobiliare Ufficiale del neo Regno
d'Italia. Sotto l’egida dello Stato Italiano, quel registro manoscritto
venne infatti aggiornato per un totale di 41 volumi a opera della
Consulta Araldica appunto (l'ufficio araldico del Regno) dal 1896 al
1946, data dopo la quale in seguito alla caduta della monarchia (per le
note vicende belliche), il Libro d'Oro della Nobiltà Italiana venne
chiuso dalla neo Repubblica Italiana. Quindi mentre la vecchia serie
ufficiale del Libro d'Oro della Nobiltà Italiana (rimasta ferma come
censimenti nobiliari al 1946), è consultabile ancora oggi presso
l'Archivio Centrale dello Stato in Roma, questa serie aggiornata del
LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO
D'ITALIA, registrata in tribunale ai sensi di legge in data 5.11.2010
con concessione n. 12, composta da 7 volumi di circa 2000 pagine
cadauno, dalla periodicità annuale, è amministrata dal Circolo
Calabrese della Caccia alla Volpe. La pubblicazione tipo-manoscritta,
riavvia di fatto con la simile veste grafica, e i medesimi criteri di
compilazione nobiliare, l'aggiornamento storico, araldico, e
genealogico della nobiltà Italiana ufficiale, quella cioè riconosciuta
dai Savoia con Regio Provv. L'edizione 2011 è quindi composta in
ordine alfabetico dai volumi 42-43-44-45-46-47-48. Pubblicazione
che va ad affiancare le altre opere del Club, come la nota RIVISTA
ARALDICA CALABRESE, la RIVISTA DI CACCIA ALLA VOLPE A CAVALLO, e
il REGIO LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA, (tutte pubblicazioni
registrate in tribunale ai sensi di legge, in vendita nelle librerie
del settore, e sempre dirette dallo storico cav. Antonio Gesualdo).
DATA: 23.09.2011
CORREVA L’ANNO 1907
Il
1907 ha scarse cronache di battaglie. Ma la parola “Guerra” ha
ossessionanti echi nelle pagine dei saggisti più seguiti e fiammeggia
nei libri più letti. Giolitti, ora Primo Ministro e Ministro degli
Interni, vorrebbe insistere sulla linea di equidistanza tra le forze
opposte. Tuttavia, dopo il rifiuto dei socialisti moderati a
partecipare all'azione del governo, gli sembra inevitabile appoggiarsi
alla destra. Egli, di fronte agli scioperi e alle dimostrazioni
popolari, ricorre con assai più decisione che nel passato alle forze
dell'ordine. Il leader dei riformisti Turati giudica che buona parte
del duro atteggiamento governativo sia da addossare ai sindacalisti
rivoluzionari che ostacolano la lenta ma proficua opera della
Confederazione Generale del Lavoro, creata l'anno precedente. Gli
interessi dell'industria - afferma Turati - devono essere tenuti in
giusto conto anche da chi combatte per il proletariato. Sintomi di
crisi sono infatti denunciati dall'industria. Le fabbriche d'auto per
esempio, che a fine d'anno sono una settantina, registrano una
contrazione nelle vendite. Sei società chiudono l'esercizio con
profitti scarsi: la media è di 363.000 lire. Altre dodici perdono più
di dieci milioni di lire. L'Isotta Fraschini, fondata nel 1904, e la
Bianchi, fondata nel 1905, lamentano l'assottigliamento dei capitali
sociali. Anche l'industria siderurgica presenta aria d crisi ma riesce
a chiudere il bilancio annuale con un record di produzione 430.000
tonnellate di acciaio e 112.000 tonnellate di ghisa.
La crisi travolge soprattutto il proletariato. Nel 1907 i lavoratori
costretti ad emigrare sono 440.000, mentre la borghesia celebra i
progressi del Paese nelle decine di trionfanti esposizioni organizzate
in tutt'Italia, sopratutto nel Nord. Il bilancio finanziario dello
Stato dà ragione agli ottimisti: l'attivo è di 86,8 milioni.
Incoraggiato dagli individualisti e da D'Annunzio che predica la "vita
inimitabile", anche il costume tenta di allontanarsi dalla tradizione e
da tutti quei valori che cominciano ad essere bollati come pregiudizi.
Compaiono i primi costumi da bagno corti fino al ginocchio. Le
suffragette italiane, mettendosi in coda a quelle inglesi, americane e
finlandesi, muovono timidi passi. Rivolgono alla Camera una petizione
per ottenere il diritto di essere ammesse tra l'elettorato politico ed
amministrativo. La petizione è insabbiata. Nella grandissima
maggioranza delle case borghesi non arriva neppure l'eco della protesta
suffragista. Nelle serate conviviali o al tè delle cinque, a beneficio
degli ospiti di riguardo, le fanciulle suonano sui pianoforti. Per i
nottambuli le sciantose diffondono canzoni dove si parla di "vita
maledetta". L'America ci manda il cake-walk. E' una specie di polka
sincopata: il corpo s'inarca all'indietro una gamba è tesa in avanti e
il piede ciondola seguendo il ritmo. Il varietè ha i suoi momenti di
trionfo con Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma . Gennaro è un ex
garzone di sartoria. Canta in falsetto e concede il bis a pagamento
Elvira è figlia di un pulcinella che si esibiva a Mergellina. La
chiamano la "regina".
Negli Stati Uniti il divo dell'opera è l'ex posteggiatore delle
trattorie napoletane Enrico Caruso. A Londra si fanno follie per un
soprano leggero: Luisa Tetrazzini. In Italia l'arrivo della bella Cleo
de Merode e della formosa Caroline Otero fa aumentare i duelli del 65%
. Da Pechino parte la corsa automobilistica che ha per traguardo
Parigi. Vi prendono parte cinque vetture. Vince l'Itala del Principe
Scipione Borghese. A bordo vi è anche Luigi Barzini inviato del
Corriere della Sera. La gigantesca nave inglese Lusitania attraversa
l'Atlantico in 4 giorni 19 ore e 52 minuti ad una media di 24 nodi
all'ora su un percorso di 2781 miglia. La rete telefonica di tutto io
mondo si estende per 6 milioni di chilometri. Un treno francese
raggiunge i 120 km/h. In Romania i contadini aggrediscono gli ebrei
devastano le loro case. In Francia per la crisi del vino 800.000
vignaioli del sud si mettono in sciopero: a Narbonne erigono barricate
e a Montpellier assalgono il Palazzo di Giustizia incendiandolo. I
gendarmi sparano sulla folla: 20 i mori e 100 i feriti. La folla
reagisce linciando agenti e commissari. A Palermo molta gente tumultua
per l'arresto dell'ex ministro Nunzio Nasi rientrato dall'estero dove
si era tenuto nascosto da quando gli erano state mosse accuse di
peculato e falso continuato. C'è chi è più ricco dei Re. L'americano
Rockfeller ogni 15 giorni ricava dalle sue industrie l'equivalente
della rendita annua di Re Edoardo d'Inghilterra, ogni 48 quello della
Regina d'Olanda, ogni 5 quello dei Sovrani d'Italia. Le cronache
dell'automobilismo segnalano l'inaugurazione della Targa Florio sul
circuito siciliano delle Madonie. Vince Nazzaro che pilota una Fiat a
58km/h. La coppa del Re è appannaggio di Minoia su Isotta Fraschini.
Nazzaro, sempre su Fiat, è il primo sul circuito tedesco del Taunus. Il
ciclista Gerbi vince la Milano-Firenze coprendo il percorso di 300 km
in 12 ore e 10 primi. Una coppa anche per Giovanni Pascoli. Ha vinto ad
Amsterdam per la decima volta il concorso internazionale di poesia
latina. La lieta novella è oscurata da un grave lutto: a Bologna,
all'età di 72 anni, si spegne Giosuè Carducci. Scompaiono anche nel
1907: il musicista Grieg, lo scrittore Sully Prudhomme, il glottologo
Graziadio Isaia Ascoli, il poeta crepuscolare Sergio Corazzini, lo
scienziato Marcelin Berthelot creatore della termochimica, il chimico
Mendeleieff creatore della famosa "tavola degli elementi", il premio
Nobel Henri Moissan inventore del sistema di illuminazione a gas
acetilene. I Nobel nel 1907 sono A. Michelson per la fisica, E. Buchner
per la chimica, C.I.A. Laveran per la medicina, R. Kipling per la
letteratura, l'italiano Teodoro Moneta per la pace insieme col francese
L. Renault. In Germania è varata la più poderosa corazzata del mondo.
Si chiama "Bellerofonte". In Italia è varata la corazzata "Roma", la
prima nave tutta in "acciaio ad alta resistenza".
ROMANIA: RE MICHELE I PARLERA’ AL
PARLAMENTO IL 25 OTTOBRE
Bucarest,
20 settembre – In Romania vi sono stati un paio di giorni con un grande
fermento monarchico: l’ex premier Calin Popescu Tariceanu (liberale del
PNL) ha proposto di far tenere al Re Michele I un discorso
in Parlamento, in occasione del Suo novantesimo compleanno il 25
ottobre prossimo. La maggioranza si è inizialmente opposta (essendo
sotto l’influsso del presidente Traian Basescu, che aveva quest’anno
definito il Re Michele I “traditore”), adducendo la scusa che solo i
Capi di Stato possono tenere discorsi al Parlamento. Si è fatto
però notare che, nel marzo 2010, l’ex direttore generale del
Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn aveva parlato al
Parlamento riunito. Ieri, dopo l’iniziale voto negativo del comitato di
presidenza delle Camere, in serata si è tenuta una diretta televisiva
dal Castello Reale di Sinaia (il Castello Pelesh) in cui la
Principessa ereditaria Margherita, primogenita di Re Michele, è
stata intervistata e ha ribadito che il popolo, affezionato al
proprio Re, è pronto a dimostrare la vicinanza alla
Famiglia Reale. Già si parlava di una grande manifestazione di piazza a
favore del Re, quando, oggi, su iniziativa dell’opposizione, la
decisione è stata messa ai voti del Parlamento. La consultazione è
stata espressamente richiesta a voto palese in modo che avrebbe
permesso di identificare quali sarebbero stati i parlamentari contrari
a questo atto solenne, che sta riscuotendo sempre maggiore interesse da
parte dei media. I Parlamentari, con 203 voti a favore, 3 contrari e 46
astenuti, hanno stabilito che il 25 ottobre prossimo il Re potrà
parlare in Parlamento durante una sessione solenne. Si tratta della
prima volta che il Sovrano si rivolgerà in maniera ufficiale (dopo il
1947) alle Camere riunite. Re Michele I (figlio del Re Carlo II e della
Regina Elena, nata Principessa di Grecia) divenne Sovrano, non avendo
ancora compiuto i 6 anni, nel 1927 con una reggenza. Regnò poi
dal 1940 al 1947, quando partì per l’esilio con l’imposizione del
Regime comunista. Si tratta dell’ultimo Capo di Stato del periodo
prebellico ancora in vita. Un Comunicato della Real Casa di Romania ha
espresso oggi la gioia per la possibilità del Re di parlare al
Parlamento, sottolineando che: “Ritornando alla tribuna del Parlamento
dopo più di 60 anni, il Re parlerà alla nazione in un momento in cui
c’è bisogno di fiducia, di unità, di speranza e di rispetto nella
società romena. La Real Casa considera la decisione del Legislativo
come una prova di democrazia e di libertà, di chiaroveggenza e di senso
del dovere”. In Romania vi è un grande fermento monarchico e, assieme
alla Serbia, è uno dei Paesi dove risulta più concreta una possibile
restaurazione monarchica. I monarchici vogliono organizzare una grande
manifestazione il 25 ottobre per dimostrare la propria lealtà al
Sovrano. Per l’anniversario del Re Michele I ci saranno diversi eventi
tra cui un grande concerto all'Ateneo di Bucarest al quale sono stati
invitati membri delle Famiglie Reali europee. Vogliamo sottolineare che
S.M. il Re Michele I di Romania è cugino di primo grado di S.A.R. il
Principe Amedeo di Savoia, dato che le loro madri (la Regina Elena di
Romania e S.A.R. la Principessa Irene di Savoia-Aosta, Duchessa
di Spoleto e poi d’Aosta) erano sorelle. S.M. la Regina Anna di
Romania è la nipote dell’ultimo Duca Roberto I di Parma e la sorella di
S.A.R. il Principe Michele di Borbone-Parma (marito di S.A.R. la
Principessa Maria-Pia di Savoia).