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MENTONE E NIZZA ITALIANE: IL CASO MARCELLO FIRPO

di Paolo Luca Bernardini, Docente di Storia Europea Moderna e Contemporanea nell'Università dell'Insubria

MENTONE E NIZZA ITALIANE: IL CASO MARCELLO FIRPOL’ultimo libro di Giulio Vignoli, L’irredentismo italiano di Nizza e del Nizzardo. Il caso Marcello Firpo (1860-1946) (Settimo Sigillo, Roma, 2015), merita un’attenta lettura, sia per i problemi che esso suscita, di estremo interesse in un contesto indipendentistico, sia questo liberale o nazionalistico (quando le due cose non possono andare insieme), sia naturalmente per l’oggetto della ricerca, il poeta Marcello Firpo, ma soprattutto l’identità italiana, nizzarda, e francese ad un tempo delle località di frontiera di cui si esamina, con grande passione, un destino felicemente, o più spesso, tragicamente, appunto “di frontiera”, che è anche, en gros, qui, destino squisitamente mediterraneo.

E’ un breve libro scritto con vera passione, andando nei luoghi e parlando con le persone (come ogni storico serio dovrebbe fare) e forse, e il perché lo spiego nel paragrafo successivo, con un pochino di ligure e genovese “invexéndo”, splendido termine che secondo il classico dizionario di Giuseppe Olivieri, del 1841, significa: “rimescolamento di persone. E propriamente quell'agitarsi confuso di grande o picciol numero di persone insieme raccolte, e fra loro rimescolantisi per qualche straordinaria occasione, come di feste, o spettacoli, o di popoloso tumulto. Invexendo dicesi pure di quella confusione e tumulto di pensieri che producesi nella mente dall' affollarsi d'idee, di cure che sovragiungano insieme, ad occupar l'animo, o a perturbarlo, dicesi anche Barbaglio.”

Prima dunque di metterne in luce i pregi, ne segnalo qualche piccolo limite accademico (anche se in fondo si tratta di opera engagée, eccome, piuttosto che squisitamente ed esclusivamente accademica). Le due date nel titolo indicano due momenti salienti nella storia dell’italianità nizzarda e di Mentone e Roccabruna, oggetto del libro, e in quella italiana, rispettivamente. Il 1860, l’anno della sciagurata cessione di Nizza (e Savoia), con contestuali plebisciti farsa, come tutti quelli nati dalla finzione rivoluzionaria francese, i cui risvolti tragicomici sono ben svelati dal Vignoli: schede pre-compilate, paesi dove il numero dei voti eccede quello dei votanti, e via così (quel che accadde poi, tra l’altro, nel 1866 con il Veneto e Mantova). Il 1946 è la fine del Regno d’Italia, anch’essa sancita da un plebiscito per molti aspetti farsesco e manipolato, oltreché dubbio dal punto di vista di legittimità, come lo stesso Vignoli ha ampiamento dimostrato, si vedano ad esempio i suoi Scritti politici clandestini, politicamente scorretti (Ecig, Genova 2000).

Tuttavia le due date messe in questo modo potrebbero far pensare che si tratti delle date di nascita e morte, rispettivamente, dello stesso Firpo, che invece nacque nella sua cara Mentone nel 1878 e morì, a 95 anni, a Vareges, nel 1973. Inoltre, sarebbe stata quanto mai opportuna, in calce, una bibliografia non solo degli inediti di Firpo – che si trovano in gran parte in una istituzione davvero benemerita per le culture e identità del Ponente ligure e della “Riviera Ligure francese”, l’Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera – ma anche dei suoi editi, alcuni rari se non rarissimi. Si pensi in fondo che l’unico libro di Marcello Firpo di una qualche circolazione sono le poesie in lingua mentonasca, Cansù e Poesie de Mentan, pubblicato proprio dall’Istituto di Studi Liguri nel 1943, al crepuscolo del brevissimo periodo di occupazione (o ri-occupazione) di Mentone e Nizza da parte italiana, avvenuta in risposta all’operazione Torch degli Alleati nel novembre 1942 per quel che riguarda Nizza, nel 1940 con l’Armistizio per quel che riguarda Mentone. E sarebbe risultata utile anche una bibliografia generale, delle opere citate nel testo, alcune ancora inedite (Cuzzi) altre di non facile reperimento. Utile sarebbe stato anche un indice dei nomi e dei luoghi, e la trascrizione dei documenti riprodotti nell’originale nella bella appendice fotografica. Finalmente, si parla di un poeta: forse la pubblicazione di qualche suo verso sarebbe stata utile per precisarne la personalità.

Ma questi sono, ça va sans dire, peccati veniali.

Giulio Vignoli, genovese classe 1938, è uno storico con ampia e solida formazione giuridica, e da sempre contro corrente. I suoi principali lavori sulle minoranze italiane fuori d’Italia comprendono capisaldi negli studi di quest’area, purtroppo e per comprensibili ragioni di servaggio intellettuale poco coltivata, e basti qui citare il ponderoso volume del 2000, Gli italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa (Giuffrè); e, sempre da Giuffrè, nel 1995, I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica italiana agraristica: Svizzera italiana, Corsica, Nizzardo e Tendasco, Repubblica di S. Marino, Principato di Monaco, Stato della città del Vaticano, Malta, Istria e Quarnaro, Dalmazia: diritto, storia ed economia di terre a noi vicine ed al tempo stesso lontane. Docente per 10 anni a Bologna, e per 37 alla Facoltà (ora Dipartimento) di Scienze Politiche dell’Università di Genova, Vignoli più recentemente si è occupato delle (tristi, terribili, e non ancora concluse) vicende degli Italiani in Crimea, curando, tra l’altro, Gli italiani di Crimea. Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio (Settimo Sigillo, 2012).

Il libro di cui qui parlo narra la vicenda di territori la cui identità fu sempre contesa, ma, al contrario di quanto storici asserviti al regime francese (uno statalismo allo stato quasi puro, mi si perdoni il bisticcio) tendono a sostenere, non mai, e in alcuni casi mai, esclusivamente o maggioritariamente francese. Mentone, come scrive con l’arguzia e il gusto della battuta che gli sono propri Vignoli, non fu francese neanche ai tempi di Asterix e Obelix: in effetti, vi erano i Liguri (ma non vi erano ancora i “francesi”, se mai i Galli). Grande difensore della “nazione italiana”, Vignoli potrebbe apparire estraneo ad un contesto indipendentistico di matrice liberale, ma proprio qui, proprio in posizioni ideologiche e politiche che possono apparire divergenti, vi sono punti di incontro, e spunti di riflessione.

La storia di Nizza, del Nizzardo, di Mentone, della Costa azzurra (e l’azzurro non è il colore dei Savoia?), sono storie di trilinguismo, di forte presenza non solo italiana, ma prima di tutto sabauda. I francesi – purtroppo troppo spesso co-onestati dal governo italiano e da storici loro fedeli servitori come il Cuzzi qui più volte citato e debitamente criticato – hanno compiuto un vero e proprio “genocidio culturale”, annullando, o tentando di farlo, tutta l’immensa eredità letteraria e soprattutto culturale italiana, prima di tutto dal punto di vista linguistico, ma non solo. D’altra parte, nel “fascismo degli antifascisti” di cui parla con puntualissima locuzione Vignoli, questo annullamento ha trovato complici eccellenti, tutti tesi a disinnescare le potenziali bombe politiche legate alle regioni, e nazionalità, oppresse dallo stato francese a partire dal 1789, o anche da prima: se vogliamo cominciare cronologicamente, ecco i Bretoni, ad esempio (non andando a pescare i poveri martiri albigesi).

Come dico infatti spesso ai miei studenti di Storia moderna, il processo di annessione della Bretagna da parte della Francia iniziato nel 1491 (e terminato nel 1532), deve essere considerato come uno dei maggiori eventi che determinò il passaggio alla modernità (di solito, si considera il 1492, come ha fatto con solidità di argomenti Felipe Fernández-Armesto nel suo bellissimo libro 1492, appunto, e non solo ovviamente per la scoperta dell’America). E Vignoli apertamente parla dell’imperialismo francese, senza mezzi termini: “Basta con le ipocrisie, la Francia si annesse l’Alsazia a maggioranza tedesca, perseguitò e perseguita i Corsi, oppresse e opprime i Bretoni, uccise la civiltà occitana ecc.”(p. 62). Personalmente, non amando gli “ecc.”, avrei aggiunto “sterminò decine di migliaia di Vandeani”, che erano (e sono) perfettamente francesi.

E proprio qui si apre il conflitto – ideale – tra la prospettiva del liberalismo classico e quella nazionalistica, filo-italiana, di Giulio Vignoli, unGiulio Vignoli con una delegrazione del Fronte Monarchico Giovanile vero patriota per molti aspetti, che non esita, e qui si rivela subito, con l’ingenuità degli onesti, o l’onestà degli ingenui (ma per lui è vera la prima cosa), a dedicare il libro ai martiri di una strage che nulla ha a che fare geograficamente (ma molto politicamente) con le sorti terribili (ma meno) di Nizza e Mentone “de-italianizzate”: la strage voluta (o non fermata) da Giorgio Amendola, di via Medina a Napoli. “Con lei – riferendosi a Ida Cavalieri – con loro morì la Patria italiana”.  “La mattanza di via Medina, il bloody day che Napoli ha dimenticato”, per Claudio Silvestri. Quanto oblio per la monarchia, nell’Italia repubblicana! Giulio Vignoli è persona generosa, lo si comprende da come e cosa scrive: fa vivere la povera Ida ben dodici anni in più. Ida purtroppo non aveva 31 anni, come scrive Vignoli, ma 19 quando le sue gambe furono trinciate dall’autoblindo di Giorgio Amendola (la voce su wikipedia dedicata allo statista comunista omette di menzionare la cosa, ovviamente). Era nata a Milano il 7 agosto 1915, da Marcello e Eugenia Levi. Di famiglia ebrea, dunque. La ricordano gli ebrei italiani? Non so, non mi pare. “Sono i morti che appartengono all’altra memoria, quelli che nessuno vuole più ricordare”, ha scritto di recente Vincenzo Vinciguerra.

Che triste la storia di un Paese pieno di stragi obliate, ignorate, prive di colpevoli, o i cui colpevoli sono innalzati ad eroi.

Quel che distrusse veramente realtà felicemente multilinguistiche, come Nizza, fu la creazione, culminata nell’Ottocento, ma ampiamente iniziata prima, di quella finzione che è lo “Stato nazionale”, nel momento in cui, poi, agli interessi e alla “ragione” di Stato, vengono alla fine sacrificate anche e proprio quelle minoranze linguistiche che ambirebbero, magari, ad entrare nella “nazione”, anche italiana, ovvero molto costruita. E qui rivelatori sono gli atteggiamenti dei sovrani e dei dittatori, vuoi il piccolo Carlo III (da cui prende il nome Montecarlo) a metà Ottocento, che condannò Mentone alla francesizzazione (indennizzato personalmente con ben quattro milioni di franchi in oro da Napoleone III!), vuoi Mussolini, debitamente citato qui da Vignoli sulla questione di Nizza (passando per Vittorio Emanuele II che sacrifica perfino i territori originari della dinastia, la Savoia, alla ragion di Stato italiana). Mentone e Roccabruna avevano assunto lo status di città libere il primo marzo 1848 – poco prima delle Cinque giornate milanesi, iniziate il 18 – sotto la protezione sabauda. Ma ecco che di nuovo la “ragione di Stato” contraddice l’idea stessa di “Stato nazionale” (in Italia, l’ultimo immenso caso di contraddizione, o forse l’ultimo, è Osimo 1975). Ratificato alla Camera, il decreto di annessione al Regno di Sardegna si “insabbiò” (pag. 13) al Senato, e poi la morte per tifo del grande campione dell’italianità di Mentone, Carlo Trenca, il 4 giugno 1853, fece perdere alle due cittadine “il loro migliore avvocato”. E la libertà.

L’interesse di Mussolini è geopolitico. Non nazionalistico. Infatti rifiuta di contemplare la Savoia, in quanto transalpina, nel suo disegno del tutto cisalpino di “grande Italia”. Eppure la Savoia era stata parte eponima della dinastia sabauda, frammento d’Italia originario, allora, per molti aspetti (meno, per quello linguistico). Il 30 novembre 1938, così racconta Ciano, Mussolini avrebbe parlato di conquistare la Corsica, “una pistola puntata sul cuore dell’Italia”, e della Tunisia, “pistola puntata sulla Sicilia”. Ma i membri della Camera si erano alzati in piedi gridando alla conquista, invece, insieme alla Corsica, di Nizza e della Savoia. Mussolini allora ribadì che la Savoia non interessava, in quanto transalpina, e che Nizza era “ormai completamente francesizzata”. Una menzogna, come dimostra la vicenda di Firpo nella Nizza italiana per neanche un anno tra 1942 e 1943, e ancor più nella Mentone fatta letteralmente rinascere dalla presenza italiana dal 24 giugno 1940 all’8 settembre 1943. Da notare peraltro che Mentone dall’8 settembre 1943 per un anno esatto fu sotto l’occupazione tedesca, e sarebbe interessante prendere in esame questo periodo per comprendere dove andassero le simpatie degli abitanti, dove inclinassero i loro sentimenti, mentre erano sotto il pugno di ferro nazista.

Certamente, la Francia fa di tutto per annichilire i residui di italianità di queste località, e allora sarebbe stato interessante aprire una prospettiva di storia economica: quanto e come capitali squisitamente francesi concorsero a fare di Nizza e della Costa azzurra centri mondiali del turismo, in concorso con capitali inglesi, e presenze inglesi, in competizione, anche confessionale, con la cattolica Italia? Quante chiese anglicane sorsero in Costa azzurra, ma anche in Riviera ligure di Ponente, ma perfino di Levante, come Vignoli, cittadino di Rapallo, sa bene per Rapallo stessa (la locale chiesa anglicana venne messa anni fa in vendita da un’immobiliare, a caro prezzo visto il pregio e la vastità e centralità dell’edificio). Ma se l’Italia avesse riassorbito i frammenti del Regno di Savoia chiamati Nizza, e i frammenti del Principato di Monaco come Mentone (il principato viene elencato tra gli Stati italiani originari e pre-unitari dal grandissimo illuminista Gorani, tra gli altri), avrebbe preservato la cultura francese, forse non storicamente maggioritaria, ma divenuta molto consistente nel (tristissimo, violento, pieno di atrocità) periodo di dominazione francese di Nizza, dal 1796 al 1814, da Cherasco alla caduta di Napoleone?

Dal punto di vista indipendentistico il libro di Vignoli dà ampio conto di quel che sta accadendo a Nizza (con un indipendentista puro come Allain Roullier), e ovviamente cita la Corsica, di cui è studioso (vedi il breve ma coraggioso scritto L'irredentismo italiano in Corsica durante la Seconda guerra mondiale: la sentenza di condanna a morte degli irredentisti, Rapallo: Ipotesi, 1981, libretto che suscitò un vero vespaio). Quel che è da sottolineare, soprattutto, riguarda il breve riferimento iniziale a Nizza sotto i Savoia, una lunga appartenenza, dal 1388 al 1796, poi di nuovo dal 1815 al 1860. Ebbene, forse i primi secoli sono i più interessanti, proprio perché il Regno di Sardegna, e prima, fino al 1720, ducato di Savoia (l’elevazione a ducato della contea è tra l’altro del 1416, e se ne celebra dunque il sesto centenario), aveva un’amministrazione, tipica dei piccoli stati italiani di antico regime, che lasciava amplissime libertà ai territori, forse pari a quelle della Serenissima, con le sue “magnifiche comunità”, forse minori, ma in ogni caso sostanziali. La progressiva centralizzazione del sistema di governo sabaudo dopo Napoleone, a partire da Carlo Felice, ma forse da Vittorio Amedeo III (il cui regno vide rivolte ovunque nei territori, compresa la Sardegna), certamente non lasciò immune Nizza e il Nizzardo. Per cui occorre distinguere tra un legame con la casa di Savoia e un legame, che certo idealmente vi fu, con il Regno d’Italia come espansione, con modelli amministrativi purtroppo tragicamente ereditati dalla Francia, ed applicati indiscriminatamente ovunque, del Regno di Sardegna.

Ovviamente, come nel caso della “Fusione Perfetta” della Sardegna del 1847, le nuove pratiche amministrative sabaude non potevano essere favorevoli a Nizza e il Nizzardo. E dunque vi è da pensare che proprio una soluzione di ampia autonomia amministrativa quale quella concessa dal Ducato ma prima ancora proprio dalla Contea (1388-1416) di Savoia a Nizza, fosse situazione ideale. E infatti viene da domandarsi se la poetessa Agata Sofia Sassernò (1814-1860), di cui dà conto qui Vignoli, splendida autrice di raffinate poesie in francese, ma filoitaliana, non fosse in realtà piuttosto una filosabauda, morta poco prima dell’unificazione, che forse avrebbe guardato con un certo sospetto, nella sua cieca spinta centralistica, nel suo mancar di rispetto (per dirla con un eufemismo) verso le tanto diverse e varie componenti di un nuovo, e grande Stato. La sua opera squisita mi sembra un inno al morente regno sabaudo piuttosto che un peana per il futuro regno d’Italia. La riscoprirono come poetessa “italiana” in età fascista, naturalmente – e qui il discorso che Vignoli ribadisce sulla continuità assoluta tra Risorgimento e Fascismo, e sulla discontinuità tra Risorgimento e Repubblica, è senz’altro foriero di profonde riflessioni, anche in un contesto liberal-indipendentistico, con conclusioni certamente diverse rispetto a quelle di Vignoli – ma occorre riflettere sulla legittimità di tale azione (mi riferisco al notevole libro di Poesie, a cura di Maria Adriana Prolo, Milano, Treves, 1937).

Sono convinto che i movimenti indipendentistici in Savoia, a Nizza, in Corsica, in Bretagna, non abbiano connotazioni “irredentistiche” (e qui ovviamente divergo profondamente dalla prospettiva di Vignoli, che vede nella prima guerra mondiale la “IV guerra d’indipendenza”, anche perché ogni guerra di indipendenza, ad eccezione della prima, cantata proprio dalla Sassernò, non fu che guerra d’espansione sabauda), quanto veramente indipendentistiche.

Portare indietro l’orologio della storia per proiettare avanti quello della civiltà.

Ecco la sfida che tutti gli indipendentismi, o quasi tutti, si pongono, dal New Hampshire alla Catalogna.

Dunque, un bel libro. Ricorda Ida Cavalieri, e generosamente le dona dodici anni di vita in più. A proposito di eroine, ve ne sono almeno altre due, qui opportunamente menzionate. Caterina Segurana, popolana che combatte e sconfigge da sola qualche membro della soldataglia turco-francese (che bella alleanza!) che nel lontano 1543 cinge, invano, d’assedio la città. Interessante la notazione di Vignoli: quando nel 1860 Nizza divenne francese, storici prezzolati cercarono di negarne l’esistenza! Di servi c’è sempre abbondanza sui mercati del sapere. Del sapere posticcio, ovviamente. Passiamo al 1705. Un’altra donna, rimasta anonima, venne impiccata dai francesi perché portava soccorso ai nizzardi di nuovo assediati nel Castello. Speriamo che venga fuori il nome e sia, come è naturale e doveroso, pubblicamente onorata.

Finalmente, una notazione personale. Quando ero studente a Genova negli anni Ottanta, giravano varie voci sulla morte di Nino Lamboglia, il grande storico e archeologo cui si deve, tra altri e infiniti meriti,  il salvataggio di Villa Hanbury, e la creazione, nel 1942, di quello splendido istituto, ancora ben vivo, che l’Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera. Lamboglia fu un grande difensore delle peculiarità del popolo del “lungo” ponente ligure, che va forse da Sampierdarena a Nizza. Popolo, o popoli, con lunghe tradizioni di stati piccolissimi, di cui rimane forse Seborga come ultimo esempio, testimonianza estrema. Lamboglia si inabissò in auto nel 1977 nel porto di Genova, aveva imboccato una strada sbagliata, un vicolo cieco tra i moli che portava direttamente al mare. Vignoli scrive che il mare, in questo modo, volle “vendicarsi” su chi, come archeologo, gli aveva sottratto così tante prede. Una bella morte, insomma, se così possiamo dire.

Paolo Luca Bernardini
  

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