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ARCHIVIO NEWS 2009

    
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RICORDA IL DUCA BOREA D'OLMO

In memoria del Duca Guido Orazio Borea d’Olmo. 

Il Duca Borea d'Olmo     La Consulta dei Senatori del Regno addita alla memoria degli Italiani la fulgida Figura del proprio componente, Duca Guido Orazio Borea d’Olmo, esempio di limpida fedeltà agli Ideali, custode generoso, promotore e innovatore  della tradizione storica del Ponente Ligure e d’Italia, umanista e Maestro di color che sanno. 
    Alle esequie (San Remo, Basilica di San Siro, h.14.30) la Consulta è rappresentata dall’avvocato Luca Fucini.                                                                                                   

Roma, 31 dicembre 2009 

Il Presidente della Consulta S.R.
Aldo Alessandro Mola 
DATA: 31.12.2009
   
SANREMO: LA SCOMPARSA DEL DUCA ORAZIO BOREA D'OLMO

Il Duca Borea d'Olmo - fonte www.riviera24.it        E' mancato, all'età di 84 anni, il Duca Guido Orazio Borea d’Olmo. Ne danno il triste annuncio le figlie Maria Cristina e Lysabel con le loro famiglie. I funerali sono stati celebrati giovedì 31 dicembre alle ore 14,30 nella Basilica Concattedrale di San Siro. In rappresentanza dell'U.M.I. la Coordinatrice del Club Reale "Duca Bacicin" Wilma Curti che ha portato ai famigliari le condoglianze del Presidente Gian Nicola Amoretti.
Guido Orazio Borea d'Olmo era un punto di riferimento per la comunità sanremese, uomo di inestimabile cultura, monarchico fervidisso, membro della Consulta dei Senatori del Regno e attivo partecipante alla vita del Club reale U.M.I. locale "Duca Bacicin". Nel 1951 fu nominato Console del Mare e nel 1980 ricevette anche il titolo Cittadino Benemerito. La sua era una famiglia di marchesi, ma per decreto del re Umberto II venne poi nominato duca. Lascia due figlie, oggi sposate con altri nobili e residenti fuori Sanremo (la moglie è deceduta già da alcuni anni).

LA SUA VITA
    Nasce il 25 Aprile 1925 a San Remo e viene battezzato in una cappella del Palazzo di famiglia. Si trasferisce a Roma con i genitori nel 1928, e nel 1933 riceve la prima Comunione e la Cresima nella Chiesa di Trinità dei Monti. Sempre a Roma compie i suoi studi, ottenendo la maturità scientifica ne1 1943. Alla visita di leva viene assegnato all'Arma di Cavalleria. Durante i nove mesi dell’occupazione nazista a Roma è renitente alle chiamate alle armi, e fa perdere ogni sua traccia, incorrendo nella pena di morte e collaborando attivamente con l'organizzazione clandestina della Regia Aeronautica, con il compito di ufficiale informatore. Nella notte antecedente la liberazione della Capitale, viene incaricato della mobilitazione dei vari ufficiali facenti parte della sua Unità, affinché prima dell'arrivo delle truppe alleate si provveda ad occupare e presidiare alcune sedi di comando militari Italiani. Svolge funzioni di Polizia Militare in Roma liberata, fino all’arrivo dal Sud ed all'insediamento dei Carabinieri Reali. All'inizio di I.luglio 1944 si arruola volontario, e viene dallo Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano inviato al fronte della 8a Armata Britannica, come ufficiale di informazioni, esplorazione e guida. Destinato presso il 12° Reggimento di Lanceri Inglesi, e raggiunta sufficiente esperienza nell'attività di pattuglia ed avanscoperta, ottiene dai Superiori comandi di potersi dedicare al reperimento in loco di elementi volontari, in massima parte partigiani Italiani, per un loro attivo impiego tattico, sotto il suo comando, nelle operazioni belliche in corso.    Nel periodo dal Luglio 1944 al Gennaio 1945 ha quindi la grande soddisfazione e l’onore di essere il primo a liberare numerosi centri abitati dell'Umbria, delle Marche e della Romagna. Al comando di una squadra di volontari Italiani, penetra per primo profondamente oltre la linea Gotica, dopo aver guadato il fiume Foglia, effettuando la liberazione del villaggio - Caposaldo di Certalto (PS), ove ordinò l’alzabandiera sulla dominante torre campanaria; come pure partecipa alla prima pattuglia esplorativa di quattro volontari, attraverso il fiume Ronco, nel suo corso inferiore. Per quest’insieme di fatti d’arme viene decorato della Medaglia di Bronzo al Valor Militare sul Campo, e della croce al Valore Polacco "Krzyza Walencznich". Viene pure proposto per la decorazione al valore Inglese "Military Cross", che però non gli viene concessa, a causa del perdurare “formale” dello stato di guerra fra quel Paese e 1’Italia.
    A metà Gennaio 1945 rimane gravemente ferito, e non può riprendere il servizio attivo, prima del termine del conflitto. Nella tarda primavera, estate ed autunno del 1945 ottiene finalmente di poter riprendere servizio, sempre alle dipendenze dello Stato Maggiore, Ufficio Informazioni, e viene assegnato presso unità militari Alleate, di stanza in Venezia Giulia. Nel Dicembre 1945 viene chiamato a prestare servizio presso la Casa Militare del Luogotenente Generale del Regno, e poi Re d’Italia, con mansioni di Ufficiale di Collegamento con le Autorità Militari Alleate. Il giorno stesso della partenza di Sua Maestà dall’Italia rassegna le sue dimissioni dall'Esercito. Nell’estate 1946 lascia Roma per trasferirsi nella sua città natale, da cinque secoli residenza principale della sua famiglia. A San Remo, e per alcuni periodi all'estero, svolge attività successivamente, nel campo  della pesca professionale, bancario, delle importazioni-esportazioni, e rappresentanze commerciali, ed assicurative.
    Dal Maggio 1953 è Agente Generale Procuratore della TORO Assicurazioni S.p.A., dimettendosi dall'incarico solo il 30/4/1987, dopo 34 anni.
    Nel 1947 e 48, ottenuta l’autorizzazione del Sovrano, viene eletto presidente della sezione della Provincia d’Imperia del Movimento Federalista Europeo, partecipando al primo Congresso Nazionale tenutosi nel Castello Sforzesco di Milano. Viene nominato per più anni “Console del Mare” antica carica onorifica con mansioni di collegamento fra la gente di mare di San Remo e le Autorità Costituite. Nel 1952 e nel 1953 è l’ ideatore ed il realizzatore rispettivamente di una raccolta di firme e di una sottoscrizione popolare pro Porto Turistico di San Remo, ottenendo lo scopo prefisso col rapido finanziamento da parte del Governo per l'inizio dei lavori di ampliamento ed ammodernamento portuale. Dal 1960 tutela gli interessi dei sudditi Danesi nella Provincia di Imperia, dapprima come Vice Console Onorario e dal 1978 come Regio Console onorario, carica da cui si dimette il 31 Dicembre 1986. Nel 1970 pubblica, a cura dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri il “Manoscritto Borea”, compendio di notizie storiche e di cronaca di San Remo e dell’estremo ponente Ligure, raccolte dalla sua famiglia nei secoli, e da lui trascritte ed ordinate con la collaborazione di tre amici, studiosi di storia locale.
    E' stato più volte eletto nel Consiglio della Federazione Provinciale di Imperia dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro, di cui ricopre attualmente e da più anni la carica di Presidente della Corte d’Onore. Dietro sua iniziativa si è realizzato il gemellaggio dei Decorati al Valor Militare della sezione di San Remo con i membri del sodalizio fra decorati Francesi della “Medaille Militaire”  sezione di Mentone.
    Nel 1955 è Vice Presidente fondatore del Lions Club San Remo, ricoprendo vari incarichi negli anni successivi in seno a questo sodalizio Internazionale, che nel 1995 gli conferisce la propria più alta decorazione internazione la: “Melvin Jones fellowship”.
    Il 9 Ottobre 1958 si è sposato a Bruxelles con S.A.S. Marie Elisabeth Principessa e Duchessa d’Arenberg, ed ha come testimone di nozze S. M. il Re d’Italia. Dalla loro unione, nel 1959 e nel 1963, nascono due figlie: Maria Cristina e Lydia Isabella.
    Nel 1960 costituisce, e ne viene eletto Presidente, il Comitato Permanente “pro Mare San Remo”, composto dai più qualificati uomini di mare del luogo e dai responsabili di attività sportive ed economiche attinenti alla nautica.
    Negli anni 60 è l'ideatore e Presidente del Comitato Promotore del Parco Naturale Internazionale delle Alpi Marittime, il primo del genere in Europa. Nel 1966 fonda e presiede per un triennio la sezione della Provincia di Imperia dell’Associazione "Italia Nostra" . Nel 1974 gli viene conferito il trofeo "Romeo Salesi" del Club Alpino Italiano “per l'opera che egli da lungo tempo svolge, con alto senso civico, in favore della realizzazione di un Parco Internazionale delle Alpi Liguri e Marittime”.
    Nel 1975 è stato nominato, dal Ministro della Pubblica Istruzione, Presidente della Commissione di Stato per la Tutela delle Bellezze Naturali della Provincia di Imperia.
Nell’Aprile 1959, in una delle sue relazioni e conversazioni al Lions Club di San Remo, sostiene, motivandola, la necessità e l'urgenza di dar vita in Italia a degli Istituti Tecnici per il Turismo e ad una Facoltà Universitaria di Scienze Turistiche, indicandone, nelle linee generali, le principali  materie di studio. Questa proposta, resa nota alla Commissione Centrale per il Turismo, e da questa alle principali Autorità politiche ed amministrative competenti in materia, è stato realizzato in pieno a distanza di pochi anni.
    Negli anni ’80 è stato eletto Vice Presidente del Corpo della Nobiltà Ligure, nonché della Commissione Regionale Araldico-Genealogica, con sede a Genova.
Nel 1977, ravvisando la necessità di armonizzare le due caratteristiche essenziali di San Remo: l'industria del fiore ed il turismo, propone la realizzazione di una esposizione permanente di fiori  e piante, nel pieno centro cittadino, suggerendo quale eventuale prima sede l'atrio monumentale del Palazzo della sua famiglia.
    E' socio fondatore dello Yacht Club San Remo ed è socio del Circolo “Società del Casino”  di Genova. E' iscritto alle Associazioni Nazionali sia dei Mutilati ed Invalidi di Guerra, che ad honorem delle Associazioni Nazionali dei Combattenti e Reduci, dei Carabinieri e degli Alpini, nonché del locale Club Unesco.
    E’ insignito della Commenda dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, del Cavalierato di prima classe dell'Ordine Reale Danese del Dannebrog.
    Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta, dal settembre 1977 al novembre 2003 Capo Missione della Rappresentanza diplomatica del Sovrano Ordine presso l’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario. Il quale il 13 Settembre 1980 nel proprio decimo anniversario di fondazione, gli assegna una “Plaque of Appreciation”, quale riconoscimento “del suo alto contributo, assistenza ed incoraggiamento nell'organizzazione del Congresso sulla “Solidarietà Internazionale e le Azioni Umanitarie”. In seguito, l’Ordine Sovrano gli riconosce il rango di Cavaliere di Gran Croce Pro Merito Melitense.
    Con Regie Lettere Patenti del 20 Ottobre 1978 Sua Maestà il Re d'Italia gli conferisce il titolo di Duca “ad personam”.
    Il 13 Ottobre 1980 è stato proclamato dal Comune di San Remo, nel corso di una suggestiva cerimonia, “Cittadino Benemerito”, con la seguente motivazione: “Continuando la tradizione storica della famiglia, ha dedicato ogni attività alla Patria ed alla sua San Remo”.
    Il 4 ottobre 1985 la figlia maggiore Donna Maria Cristina si sposa con Bernardo Nodari Mocenigo Soranzo (il cui nonno Gian Giacomo Gallarati Scotti fù insignito dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata).
    Nel 1993 lascia la Presidenza effettiva del “Consiglio per gli Affari Economici” o “Consiglio d’Amministrazione” del Santuario Mariano di N. S. della Costa in San Remo dopo oltre trenta anni di appassionato servizio, che lo hanno visto animatore e promotore del più grande ciclo di restauri che il Santuario ha goduto dai tempi della sua costruzione. Il Vescovo di Ventimiglia San Remo lo ha nominato “Presidente d’Onore” dello stesso Consiglio.
    Il 5 giugno 1996 la figlia secondogenita donna Lidia Isabella si sposa con Carlo dei baroni Cultrera di Montesano.
    La moglie Maria Elisabetta d’Arenberg ha raggiunto il Signore nella sua gloria e nella sua gioia il 7 novembre 1996.
    Circondato dall’affetto delle sue Figlie e dell’intera famiglia oltre che dal devoto personale, all’alba del 30 dicembre 2009 - ore 5,40 - nella dimora abitata ininterrottamente da 500 anni dalla sua Famiglia,  ritorna alla Casa del Padre confortato da Gesù Eucaristico consumato per il Santo Natale, all’età di 84 anni e 8 mesi.
DATA: 29.12.2009
   
TRISTI ANNIVERSARI: I PERSIANI RIMPIANGONO LA MONARCHIA

Mohammad Reza Pahlavi        Nel nome di Dio misericordioso e compassionevole…., ma anche di internet, twitter e dei videotelefonini! Pochi mesi orsono, profeticamente, avevamo ricordato il XXX anniversario dell’esilio dello Shahan Shah, Re dei Rei, Luce degli Ariani: Mohammad Reza Pahlavi, sull’onda della rivoluzione khomeinista del 1979. Ricordammo pure che gli analisti e gli addetti ai lavori hanno negli ultimi anni rivalutato la figura dello Scià, il quale seppur con errori e debolezze, seppe trasformare una società quasi primitiva in un Paese moderno ed industrializzato grazie ai proventi del petrolio, investendo in infrastrutture: strade, ponti, città, ecc., trascurando tuttavia il comparto commerciale e manifatturiero, timoroso dei cambiamenti e conservatore, legato agli ambienti tradizionalisti, il quale si fece influenzare dal clero sciita, con promesse che rimasero poi miseramente sulla carta. Amico dell’Occidente, nonché di Israele, l’aviazione iraniana era all’epoca una delle più temibili dell’area grazie ai consiglieri militari israeliani ed ai famosi “Mirage”, la monarchia erede di Dario e Cambise, venne lasciata sola a gestire il malcontento di una generazione, la quale con la modernità sentiva perdere le proprie tradizioni e la sua religione. Né gli Stati Uniti di Jimmy Carter, né la Francia di Valery Giscard d’Estaing, aiutarono il regime dei Pahlavi, nonostante le numerose commesse ed i milionari contratti economici, anzi, i Francesi ospitavano da anni in un sobborgo parigino l’Ayatollah Khomeini e la sua corte corrotta!
Orbene, sono proprio i figli ed i nipoti di quella generazione che cacciò lo Scià,  ad essere scesa in strada per gridare a gran voce “LIBERTA’ E DEMOCRAZIA”, immolando giovani vite per questo, una per tutta, la povera martire Neda. Una generazione che accusa i padri di aver accettato di far precipitare il Paese indietro di millenni! Modernità non significa tradire la tradizione, significa adattare e plasmare la storia millenaria di un popolo al mondo nel quale si vive, significa rispettare la religione nella tolleranza e nella fraternità, evitando impiccagioni pubbliche perché si ha un credo politico, religioso o sessuale, considerato “diverso”. E’ l’ignoranza, la paura dell’altro, che causa problemi come notiamo anche  sulle pagine dei nostri quotidiani ogni giorno. Leggendo per esempio, il “Corano”, il testo sacro rivelato da Dio al Profeta, possiamo comprendere che l’Islam è una religione come il Cristianesimo e l’Ebraismo, figlia anch’essa del Patriarca Abramo, avendo molte analogie teologiche con la Bibbia.
Le rivolte di questi giorni nelle piazze delle principali città iraniane con il sacrificio di tante giovani vite, ci inducono a sperare che il regime teocratico abbia i giorni contati, che una nuova era, una nuova alba di speranza possa sorgere sull’Iran, e che la nuova classe dirigente non tradisca le aspettative, e che una monarchia costituzionale possa ritornare ad unire, non a dividere, questo popolo dopo anni di tragedie! Insha’Allah!
BIBLIOTECA REGINA MARGHERITA
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 29.12.2009
   
FIOCCO ROSA

        E' nata, il 24 dicembre, vigilia di Natale, la piccola Irene Maria Gabriella Sacchi, terzogenita del nostro Vicepresidente Nazionale, Avv. Alessandro, e della Sig.ra Daniela. 
    Ai genitori ed alla nuova arrivata gli auguri di tutta l'Associazione!
DATA: 28.12.2009
   
MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA-AOSTA IN OCCASIONE DEL SANTO NATALE E DEL NUOVO ANNO 2010
 
        Cari Italiani, 

è un anno molto difficile quello che ci lasciamo  alle spalle, denso di eventi spesso drammatici che hanno toccato parecchi ambiti della nostra vita e del Paese. La grave crisi economica e le congiunture internazionali che ne sono derivate,  hanno certamente leso la serenità del quotidiano, con pesanti ripercussioni sul mondo del lavoro.
    Le nuove povertà, i problemi del Welfare sostenibile e il divario tra Nord e Sud rappresentano la sfida e il traguardo che si pone prioritario. Turismo, difesa del paesaggio, del clima, dell’ambiente e valorizzazione e tutela dei beni culturali devono continuare ad essere per l’Italia motivo di orgoglio e di impegno.
    Certo non mancano ombre: la criminalità organizzata  e il riapparire di forme di terrorismo potrebbero, ma non devono, intimidire il popolo organizzato nelle strutture libere e democratiche che si è costruito negli ultimi centocinquanta anni.
    La nuova consapevolezza del valore del principio di sussidiarietà deve guidare  il Legislatore e l’azione dei Governi; mentre la Magistratura deve trovare la sua forza nell’autorevolezza di giudizi equi e indipendenti.
    Questo era nell’aspirazione dello scomparso ultimo nostro Sovrano, del Re Umberto II che avrebbe voluto rivedere la Sua Patria rifiorita dopo la guerra intorno ai valori più alti e non lacerata da scontri ideologici, politici, istituzionali, come talvolta appare. Il Suo breve regno è stato sicuro esempio del senso del dovere, come ha dimostrato con il suo sacrificio personale a torto dimenticato.
    Per guardare con fiducia al futuro occorre consapevolezza del passato, degli esempi personali e dei valori positivi che ci ha dato e che è in grado di darci ancora.
    In Italia il futuro è ancora una volta affidato alla nostra responsabilità di persone partecipi di una Comunità che ha radici nel passato e che non ha esaurito le sue risorse morali. Quando, invece, si tende a travisare la propria storia; quando si assiste all’iconoclastia dei simboli più amati, alla rimozione del Crocefisso senza rendersi conto che per noi italiani non capirne il messaggio di amore e di speranza significa non emancipazione culturale ma ignoranza; allora vuol dire occorre riconsiderare i valori che hanno formato e sostenuto l’Italia unita e in primo luogo il senso dello Stato, che ne ha permesso la coesione.
    Occorrono riforme coraggiose, quelle che vengono promesse e non attuate da almeno quindici anni. Gli Italiano lo meritano.
    Nel chiudere questo messaggio, il mio pensiero partecipe va alle Famiglie di tutti i Caduti civili e militari, a quelle di chi ha perso la vita sul lavoro, alle tante famiglie che hanno subito un lutto a causa delle calamità naturali che hanno sconvolto il nostro Paese- come non pensare all’Abruzzo ed a Messina!-.
    Ed un pensiero riconoscente infine va alle nostre Forze Armate ed a quanti si impegnano all’estero nelle missioni di pace, ed alle Famiglie, che più di ogni altra istituzione possono tramandare forza, serenità, principi e valori: quelli che impediranno il declino e favoriranno, come sempre, la via della rigenerazione.

Amedeo di Savoia-Aosta

DATA: 26.12.2009
   
GLI AUGURI ALLE LL.AA.RR. I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA-AOSTA SU RAIUNO

        Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia hanno partecipato, in diretta dalla Loro residenza di Castiglion Fibocchi, mercoledì 23 Dicembre 2009, al programma televisivo di Raiuno  "La Vita in Diretta". E' stata un'occasione, in compagnia della giornalista Ilaria Grillini, di formulare gli auguri di Natale.
DATA: 23.12.2009
   
LUTTO

        L’Unione Monarchica Italiana si unisce al dolore della famiglia per la scomparsa di Anna Maria Capone, monarchica fedelissima, sorella del Colonnello Mario Capone, esponente nazionale U.M.I.
    I funerali avranno luogo sabato 19 dicembre, alle ore 10.30, nella Chiesa di “Gesù Divino Lavoratore” in via Oderisi da Gubbio (piazzale della Radio) a Roma.
DATA: 18.12.2009
   
L'AGGRESSIONE A SILVIO BERLUSCONI

            L'Unione Monarchica Italiana, nel deplorare il gesto vile e sconsiderato di cui è stato vittima il Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Silvio Berlusconi, esprime la massima solidarietà al Capo del Governo, ricordando a tutti gli italiani che la violenza, da qualunque parte essa provenga, è da isolare.
    L'UMI ricorda ancora la via del dialogo e della dialettica democratica quale unico mezzo di contrapposizione ammissibile nel consesso civile.
Il Presidente Nazionale
Gian Nicola Amoretti 
Il Segretario Nazionale
Sergio Boschiero
Il Vicepresidente Nazionale
Alessandro Sacchi
DATA: 14.12.2009
   
L'AGGRESSIONE A BERLUSCONI E I PRECEDENTI STORICI

Il monumento di Carrara, dedicato all'assassino Gaetano Bresci        In qualità di Monarchico fervente prima di tutto e di Consigliere Comunale eletto nella lista di Forza Italia - PdL esprimo il mio sdegno per il vile attentato al quale è stato sottoposto il nostro Premier Berlusconi, situazione simile a lontane Nazioni in via di sviluppo sudamercane o asiatiche, dove la legge della violenza prevale sul dialogo e sulla democrazia.
    Vergogna per la nostra Nazione che fin dagli antichi Romani è stata per vocazione culla del Diritto e della Dottrina Cristiana, ridotta così all'esasperazione per mano di chi ora viene giudicato soltanto un "povero" soggetto affetto da disturbi della psiche.
    Ricordo che non molto lontano da Milano, esattamente il 29 Luglio del 1900 davanti alla Villa Reale di Monza, una mano indegna di Anarchico colpì a morte il Sovrano costituzionale , Re Umberto I° detto "il Re Buono" , secondo Capo di Stato di questa Penisola da poco riunificata; già allora si parlò di soggetto affetto da disturbi psichici, il quale terminò la sua triste vita in carcere e suicida. Ancora oggi sono molti gli studiosi che affermano quale fu la vera causa dell'omicidio, e soprattutto molti sono i sospetti riguardo i Mandanti che armarono quella folle mano!
    Si voleva destabilizzare lo Stato unito, la  nuova Nazione che una certa stampa dileggiatrice, chiamava con disprezzo "l'Italietta" , nonostante il progresso avvenuto in soli 39 anni dalla proclamazione del Regno unito sotto Casa Savoia.
    Il nuovo Sovrano Vittorio Emanuele III graziò l'anarchico Bresci dalla pena di morte, come in uso allora secondo le leggi dell'epoca, trasformando la detenzione in ergastolo; si preoccupò dell'anziana Madre che ebbe un vitalizio per sostentamento, e rifiutò le dimissioni del fratello dell'anarchico omicida dal proprio lavoro di appartenente al Regio Esercito, il quale si vergognava di portare tale cognome.
    Ancora oggi nella nostra Italia si possono vedere gli effetti nefasti di questo clima di violenza e di sopraffazione, anche con esempi di vergognoso ricordo, come ad esempio il monumento a Bresci , mai terminato dal suo scultore, ma esposto di fronte all'ingresso del cimitero di Carrara, esaltandone la figura storica, o peggio ancora a Torino, l'antica capitale sabauda, l'intitolazione di una via nella zona Dora, all'anarchico De Rosa, attentatore fallito dell'allora Principe di Piemonte, poi diventato Re Umberto II, in quel di Bruxelles nel 1929 in visita per ufficializzare il suo fidanzamento con la Principessa Maria Josè del Belgio, ad opera della Giunta socialcomunista torinese.
    Unendomi ai messaggi di affetto per il nostro Presidente Berlusconi, propongo subito la cancellazione di ogni simile tentativo vergognoso di "santificare" e lodare l'operato di quel ragazzo nella giornata di Santa Lucia 13 dicembre a  Milano.
Carmine Passalacqua
Vicesegretario nazionale U.M.I.
DATA: 14.12.2009
   
4 DICEMBRE: SANTA BARBARA, PATRONA DELLA MARINA MILITARE
 Foto di gruppo con autorità, invitati ed intervenuti
        Anche Alessandria è stata protagonista di questa ricorrenza, in quanto il gruppo locale dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia ha rivolto come consuetudine gli onori alla propria patrona.
    Si è trattato di una cerimonia  sobria nel classico stile militare. Alle ore 11, presso il monumento ai caduti in mare sito in piazza Valfrè (L.go Marinai d’Italia) è stata deposta una corona per commemorare le vite di coloro che hanno donato al mare l’estremo sacrificio ed altri che, come è consuetudine tra i marinai, considerare in “pattugliamento perenne”.
    Terminate le fasi della cerimonia, culminate con il suono del silenzio e della lettura della “Preghiera del Marinaio”, il presidente del Gruppo, l’ing. Alessandro Borgoglio, ha espresso il proprio ringraziamento agli intervenuti, in particolare, S.E. il Prefetto di Alessandria, la dott.ssa Rita Rossa, vicepresidente della giunta provinciale, Giovanni Barosini, Presidente del consiglio provinciale, Carmine Passalacqua, in rappresentanza del comune di Alessandria, e i labari delle Associazioni d’arma che si sono unite alla cerimonia. Tra loro un ringraziamento particolare è stato rivolto al Gen. Turchi, che da molto tempo si adopera per il coordinamento tra le varie associazioni, al fine di relazionare le istituzioni, con coloro che in passato hanno servito a vario titolo la Nazione.
    Al termine della cerimonia, il Gruppo e gli intervenuti si sono trasferiti nella parrocchia di S. Pio V dove è stata celebrata la S.Messa in onore della Santa, officiata da Don Stanchi congiuntamente con Don Angelo.
DATA: 12.12.2009
   
DOCUMENTI: IL RE UMBERTO II E L’U.M.I.
  
Unione Monarchica Italiana    Iniziamo la pubblicazione di documenti che testimoniano il costante interesse per la Causa Monarchica del Re Umberto II durante l’esilio.
    Il messaggio del 13 giugno 1946 pose le basi per invalidare i risultati truffaldini del referendum istituzionale e per dare l’indispensabile carattere di legittimità all’azione del Re non abdicatario e al ruolo privilegiato dell’U.M.I. nella visione dell’instaurazione monarchica.
    Il Sovrano, tramite la costante azione del Suo Ministro Falcone Lucifero, indicò costantemente nei decenni l’U.M.I. come la casa di tutti i monarchici; decine i suoi messaggi ai congressi dell’U.M.I. ed alle iniziative pubbliche del Fronte Monarchico Giovanile.
    Il Re sosteneva oltre 80 sedi dell’U.M.I. e si faceva sempre rappresentare alle grandi manifestazioni dei giovani monarchici.
Umberto II volle la Consulta del Senato del Regno e la volle impegnata sempre con l’U.M.I.
    L’Unione Monarchica Italiana, forte della legittimità storica ricevuta dal Sovrano, guarda avanti senza obliare e senza tradire.

MESSAGGIO DI S.M. IL RE UMBERTO II PER L’OTTAVA ASSEMBLEA NAZIONALE DELL’U.M.I. (ROMA, 19-20 MARZO 1959)

    Cari Amici dell’Unione Monarchica Italiana!

S.M. il Re Umberto II    nel giorno in cui si raduna la vostra Assemblea Nazionale desidero vi giunga il mio affettuoso saluto.
    La vostra Unione rappresenta tutti i Monarchici di ogni partito e quelli indipendenti da qualsiasi partito. Ai cimenti delle forze politiche militanti, essa, dunque, non partecipa direttamente: suo carattere essenziale resta la disinteressata rivendicazione dei principi che si concretarono nell’opera della mia Casa e dei grandi patrioti del risorgimento per l’unità, l’indipendenza e la libertà della Nazione. Così l’Unione può considerarsi una vivente immagine di ciò che fu, politicamente,in tempi più sereni, l’Italia; ma essa vuole essere altresì la guida di quella vasta corrente di opinione pubblica che segue tutt’ora la bandiera della fedeltà, poiché sente che i principi, dei quali parlavo, possiedono una vitalità e un’attualità perenni.
    Gravi prove e vicende non hanno stancato la vostra costanza nel credere e nell’operare sul terreno della perfetta legalità. La stessa composizione del vostro sodalizio è un richiamo alla necessità della riconciliazione fra gli italiani. Avete custodito il culto delle supreme idealità della patria, senza le quali non è concepibile la vita spirituale di un popolo; avete difeso la verità della storia contro vecchie leggende settarie e nuove e tendenziose lacune. Esiste un mirabile patrimonio comune di tradizione e di glorie, che costituisce la premessa insostituibile della coscienza nazionale. Deviare da esso significherebbe rinnegare le origini e il valore della nostra civiltà storica e morale.
    Vi sono grato di ciò che avete fatto e di ciò che farete. Particolarmente ringrazio i valorosi amici che hanno governato fin qui con generoso fervore ed esemplare devozione patriottica l’attività dell’Unione. A coloro che ne assumeranno la successione auguro che, in condizioni forse più propizie, essi possano sviluppare un’azione di sempre maggiore efficacia per illuminare pienamente gli italiani oltre che sugli eventi del passato, anche e più sui problemi del domani.
    A questo proposito, quanto ho più volte detto durante il mio lungo ed amaro esilio, parmi che resti tutto ancor oggi valido. Ed è tempo che i problemi della congiuntura, soprattutto disoccupazione ed aree depresse, vengano affrontati senza ulteriori indugi, con provvedimenti e mezzi idonei.
    Per il raggiungimento di questo fine confido che molto sia per giovare la Consulta, che state per istituire intorno al gruppo dei Senatori del regno, prezioso gruppo per l’indiscutibile autorità e la profonda competenza dei suoi componenti. Gli studi e i pareri di cotesti insigni servitori dello Stato porteranno un utile contributo all’esame delle numerose e complesse questioni di diritto pubblico, di economia, di politica estera e interna, che dovranno essere prossimamente avviate a soluzione.
    Sarà fecondo il vostro lavoro, perché sarà ispirato esclusivamente alla volontà del bene per il Paese, che è la espressione più pura della vera fede monarchica.
    Viva l’Italia!
UMBERTO
Cascais, 16 Marzo 1959
DATA: 11.12.2009
   
CENT’ANNI ORSONO LO ZAR E IL RE D’ITALIA A RACCONIGI  LA GRANDE POLITICA
 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 6.XII.2009

La foto dell'incontro di Racconigi     
E’passata quasi sotto silenzio  la visita del presidente della Federazione Russa alle due Rome: il Quirinale e la Città del Vaticano. Eppure gli accordi ora stipulati tra Italia e Russia e tra Mosca e la Santa Sede sono d’importanza storica. Fedele alleato della Nato, il governo di Roma, che per primo si è dichiarato pronto ad aumentare in misura elevata il proprio contingente nella missione Nato in Afghanistan, è lo stesso che da anni opera con calcolata iniziativa sia verso la Federazione Russa, sia verso l’altra sponda del Mediterraneo, specialmente la Libia. Così vogliono storia e geografia.
    Non solo per il riflesso delle date, torna alla memoria l’incontro  di Racconigi, cent’anni orsono, tra Vittorio Emanuele III di Savoia e lo Zar di Russia, Nicola II Romanov. Dal 1882 il Regno d’Italia era legato dall’alleanza difensiva con  gl’Imperi di Germania e di Austria-Ungheria. L’“Intesa cordiale” tra Gran Bretagna e Francia e quella tra Russia e Inghilterra  sulla ripartizione delle zone d’influenza in Asia (specialmente sull’Afghanistan)  dal 1907 riportò in primo piano i vecchi nodi della crisi europea. Con azioni aggressive e accordi segreti Francia, Gran Bretagna e Spagna  si spartivano la costa africana da Gibilterra a Suez. L’Italia aveva bisogno della “quarta sponda”: Tripolitania e Cirenaica, soggette all’Impero turco. Nel 1908 Vienna incorporò Bosnia ed Erzegovina. In Italia i nazionalisti chiesero rumorosamente compensi  sul confine orientale, in realtà non dovuti. La debolezza dell’Impero turco-ottomano era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno aveva fretta che crollasse nel timore che ne nascesse una guerra europea. La Russia però vedeva con preoccupazione la “marcia verso Oriente”, cioè l’espansione  tedesca (e austriaca) sintetizzata nella ferrovia delle “quattro B”: Berlino-Belgrado-Baghdad-Bassora.
    In quello scenario nacque il colpo di coda in politica estera del governo presieduto da Giovanni Giolitti.  Dopo accurata preparazione diplomatica, lo Zar “Nicolò II” (come all’epoca in Italia era detto) arrivò in Italia. Non nella Città di Pio X, che il Patriarca di Mosca non riconosceva né riconosce quale capo della cristianità, né in altre città emblematiche, quali Venezia o Bari. Anche per motivi di sicurezza venne scelta la Real Racconigi. Lo Zar arrivò in treno dalla Francia il 23 ottobre e ne ripartì due giorni dopo. Il 24 i ministri degli Esteri Tommaso Tittomi e Isvolsky si scambiarono “lettere” che segnarono la svolta: Italia e Russia si sarebbero consultate sulla sorte dei Balcani. Gli “accordi di Racconigi” non cancellarono la Triplice ma ne precisarono i contorni. Il tramonto della Sublime Porta di Istanbul non doveva danneggiare né San Pietroburgo né delle legittime aspirazioni italiane.
    Alla base degli accordi di Racconigi vi furono gl’interessi oggettivi permanenti di due potenze e dei rispettivi popoli e soprattutto le personalità dei Sovrani: Vittorio Emanuele III conosceva Nicola II dal 1896, aveva sposato Elena di Montenegro, che si era formata proprio a San Pietroburgo, e nel 1902  in una visita  di Stato nell’Impero Russo aveva posto le premesse per nuovi scenari. A Racconigi Nicola II non portò con sé la Zarina, Alessandra, Principessa di Assia. Perciò nella “foto ricordo” a fianco  della Regina sedette la Contessa Guicciardini, che al primo scatto non seppe trattenere un sorriso, sicché la fotografia dovette essere ripetuta. In effetti l’orizzonte era fosco. La ancor oggi troppo celebrata Guerra di Crimea contro la Russia era il passato remoto.  Intuizione felice? Un errore?
    Il 24 ottobre 1909 a Racconigi il Vecchio Piemonte offrì quinte solenni  per la Grande Storia. Era la terra di Joseph  de Maistre, autore delle Serate di San Pietroburgo, di Cesare Balbo, Silvio Pellico, Alessandro Manzoni e dei tanti che per secoli additarono l’unità dei cristiani quale fondamento dell’Europa dall’Atlantico agli Urali: il loro era  un cristianesimo nutrito di pensiero greco-latino e ormai conciliato con i Lumi, con il liberalismo e la democrazia.
    Il centenario degli accordi di Racconigi però è passato quasi inosservato. Come del resto sta accadendo del 150° della nascita del Regno d’Italia.
DATA: 07.12.2009
   
SIRACUSA: CELEBRATA LA BATTAGLIA DI CULQUABER
IL MESSAGGIO DI AMEDEO DI SAVOIA 
  
Il tavolo della Presidenza    
Un numeroso e qualificato pubblico ha partecipato al convegno promosso dalla Delegazione Provinciale GG.OO. e dalla Federazione Prov.le dell’Istituto del Nastro Azzurro di Siracusa per ricordare la campagna 1940-1941 nell’Africa Orientale Italiana e in particolare la battaglia di Culquaber (6 agosto- 21 novembre 1941). Il Circolo Ufficiali del 34° Gruppo Radar ha ospitato il significativo evento, principiato con la lettura della motivazione della M.O.V.M. concessa alla bandiera dell’Arma dei Carabinieri per i fatti di Culquaber e del messaggio inviato da S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia e i saluti dell’On. Prof. Vincenzo Vinciullo, che ha portato l’adesione dell’Assemblea Regionale Siciliana, e del Dott. Michele Mangiafico, Presidente del Consiglio Provinciale di Siracusa. L’Avv. Francesco Atanasio, vice segretario naz. Umi, ha poi presentato l’evento e i due relatori: l’Avv. Antonello Forestiere, direttore del civico Museo della Piazzaforte diLa sala Augusta e saggista di storia militare, e il Generale di Brigata dei Carabinieri Dott. Nicola Snaiderbaur. Il ciclo delle operazioni militari in Africa Orientale, presieduto da Amedeo di Savoia, Viceré d’Etiopia, seppe cogliere significative vittorie impegnando il nemico costretto a dirottare verso il giovane impero italiano ingentissime risorse: Gallabat, Cassala, Cheren, Amba Alagi, Gondar e infine Culquaber. La resa degli onori militari ai nostri soldati da parte degli Inglesi sancì per sempre il valore di chi combattè al comando del Duca d’Aosta. Il convegno si è concluso con la consegna di un attestato di beneremenza al sig. Michele Garro, reduce di Gondar.

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA-AOSTA
ALL'ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO DI SIRACUSA
NEL RICORDO DELLA BATTAGLIA DI CULQUALBER

Amici del Nastro Azzurro,
    plaudo all' iniziativa di ricordare, dopo tanti anni, la battaglia di Culqualber che rappresenta, nella sua tragicità, una pagina luminosa di eroismo dei nostri soldati in Abissinia.
    In quella battaglia si immolarono, quasi nella loro totalità, i componenti il I Gruppo dei Reali Carabinieri, degli "zaptié" ai loro ordini ed un battaglione di Camicie Nere.
    Per il sacrificio e per la fierezza che contraddistinsero i Reali Carabinieri nell'arduo combattimento, alla Bandiera dell'Arma è stata concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare mentre, ai pochi sopravissuti. gli inglesi riservarono, ammirati, l'onore delle armi.
    Ricordare i Caduti per la Patria è un dovere cui nessuno può esimersi. Voi oggi, ricordando quell'evento, rivolgerete un commosso pensiero anche all'ultimo reduce di Culqualber: il carabiniere Abelardo Vallò, scomparso nel marzo di quest'anno.
    Con questo spirito, nel ricordo di chi ci ha preceduto sulla via dell'onore e del sacrificio, mi è gradito far pervenire a voi tutti "azzurri", per il tramite del vostro Presidente avv .Francesco Atanasio, il mio più cordiale saluto.
Da Castiglion Fibocchi, 28 nvembre 2009.
Amedeo di Savoia-Aosta

DATA: 02.11.2009

MINARETI: SUL TRICOLORE ITALIANO, DAL 1848 AL 1946, LA CROCE GIA’ C’ERA…
  
        Dichiarazione del Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) Sergio Boschiero:

Bandiere dell'U.M.I. con lo scudo sabaudo  «Non ho nulla contro i minareti e i simboli religiosi ma, di fronte alla grottesca polemica in corso, indice di intolleranza e ignoranza, ricordo ai politici epuratori che la bandiera italiana conservò fino al giugno 1946 lo scudo dei Savoia, che il Re Carlo Alberto volle ben visibile sul bianco del Tricolore.
    Lo scudo sabaudo riproduceva una gran croce bianca in campo rosso, nella cornice azzurro Savoia.
    Giosuè Carducci, un repubblicano serio, dedicò alla bandiera stemmata la celebre poesia “Bianca croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re!”.
    I Sovrani sabaudi, avendo partecipato alle Crociate, potevano fregiarsi del titolo di “Re di Cipro e  di Gerusalemme”.
    Il Re Vittorio Emanuele III, nel corso della vista in Libia, Eritrea e Somalia, visitò più moschee che il Gran Muftì di Gerusalemme».
Roma, 1 Dicembre 2009
Sergio Boschiero
DATA: 01.12.2009
     
I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA AL PREMIO PROFILO DONNA 2009
  Profilo Donna: i Principi Amedeo e Silvia di Savoia
    Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia hanno partecipato, lo scorso 31 ottobre a Modena, al premio “Profilo Donna 2009”, l’importante evento che da anni si pone l’obiettivo di  valorizzare i talenti delle donne nel mondo delle scienze, dell'arte, delle professioni e dell'impegno sociale.
    In questa edizione sono state premiate, fra le altre, S.A.R. la Principessa Wijdan Fawaz Al-Hashemi, Ambasciatrice del Regno Di Giordania, la Presidente di Italia Cinema Marina Cicogna, il soprano Carmela Remigio, la giornalista Silvana Giacobini e Marinella di Capua, fondatrice dell’Associazione Solidarietà Ovunque Subito.
    I Principi sabaudi erano accompagnati dal Vicesegretario nazionale U.M.I. Massimo Nardi.
    Nella Foto le LL.AA.RR. in compagnia di Cristina Bicciocchi, Presidente del Premio Profilo Donna.
DATA: 30.11.2009

GIUSTIZIA PER VIA PLEBEA? LA NUOVA “EPURAZIONE”
 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del piemonte" del 29.XI.2009

Palmiro Togliatti    Torna la giustizia “per via plebea”? Che cos’è? Vediamo. Il 4 maggio 1944 il governo Badoglio affrontò il  nodo dell’ “epurazione”, cioè la punizione  di un reato che non esisteva nel codice. Il governo decise di punire quanti avevano “sorretto il fascismo e reso possibile la guerra”. Molto vago, il capo d’imputazione si prestava alle interpretazioni più varie. Il ministro della Giustizia, Vincenzo Arangio Ruiz, liberale e giureconsulto di grande serietà, obiettò che l’epurazione introduceva in Italia la retroattività delle leggi e ricordò che il 30 ottobre 1922 Mussolini era stato nominato capo del governo dopo una delle tante crisi extraparlamentari della storia d’Italia ed era poi stato approvato dalle Camere. Da quale momento il fascismo era divenuto fascismo? La definizione del fascismo era ed è una questione di storia. Gli epuratori però miravano ad annientare chi non si allineava alle direttive del Partito comunista italiano, sorretto dal socialista Nenni e da una parte del partito d’azione, un cui esponente, Adolfo Omodeo, si schierò infatti a favore della retraoattività e invocò anzi una “legge più dura e rivoluzionaria”.
    Da poco rientrato in Italia dall’Unione Sovietica, il capo del partito comunista, Palmiro Togliatti, dettò la linea al governo: l’epurazione andava attuata “per la via giuridica o per la via plebea”. Lo ribadì in Epurazione e cretinismo giuridico. In molti casi l’epurazione prevedeva la pena capitale. Il liberale Benedetto Croce, ministro senza portafoglio, domandò se la Nuova Italia dovesse o meno conservare la pena di morte. Togliatti gli replicò che essa era una “precisa esigenza politica”. I “giacobini” del Partito d’azione plaudirono.
    Il clima era torbido. Nei mesi seguenti  vennero compilati lunghi elenchi di categorie di persone che andavano passate per le armi “a vista” e furono istituiti “tribunali del popolo” autorizzati a decidere con sentenza sommaria, senza appello. I “fatti irreversibili” si moltiplicarono.
    L’epurazione non riguardò solo i gerarchi del Partito nazionale fascista e i vertici  della Repubblica sociale italiana, ma anche il Senato del Regno, i cui componenti furono dichiarati decaduti dal rango e dal titolo e privati dei diritti politici e civili. Altrettanto avvenne nelle amministrazioni pubbliche incluse le Università e nelle Accademie, come documenta Paolo Simoncelli nel libro bello e amarissimo L’epurazione antifascista all’Accademia dei Lincei (Ed. Le Lettere).
    Infrattati nei partiti rivoluzionari molti epuratori  fecero dimenticare alla svelta i propri trascorsi, incluso il giuramento di fedeltà al regime fascista e alla RSI,  e fecero il bello e il cattivo tempo anche nei confronti di chi aveva rinunciato alla cattedra per non piegarsi al regime.
    Con l’avallo, purtroppo, di Croce avvenne l’inverosimile. Il comunista  Concetto Marchesi tuonò contro i “corruttori della scienza e traditori della patria” e concluse: “Noi chiediamo la loro testa”. Come andavano formate le nuove Accademie?  “Da un comitato politico con criteri politici” ordinò Marchesi. Uscito dalla finestra il totalitarismo rientrava dalla porta. Anziché nera la camicia divenne rossa: ma sempre camicia era.
    Quei precedenti hanno condizionato i sessant’anni seguenti della storia d’Italia anche  per stolida sottovalutazione del “culturame” da parte dei democristiani.  La “via plebea all’epurazione” è stata usata dal terrorismo politico (Brigate Rosse e affini). Oggi essa usa altri metodi: non l’eliminazione fisica, ma l’ esclusione dalla rappresentanza politica sulla base di imputazioni degradanti, che comportano la “morte civile” di chi ne è bersaglio. Anziché della verità  politica (il voto dei cittadini  e la maggioranza parlamentare), della  verità storica (la storia è scomoda perché presuppone libertà di giudizio) e di quella giudiziaria (troppo spesso una chimera), la “via plebea” si serve della opinione comune, manipolata ad arte.
    In Italia Togliatti non giunse  dal paradiso terrestre ma da decenni di connivenza con Stalin nella guerra di Spagna  e nella liquidazione dei partiti fratelli. Concetto Marchesi aveva giurato  fedeltà al regime, ma autorizzato dal PCI, che si autoassolse da tutto e si elevò a depositario della morale pubblica e privata, con il prono assenso di tanti “democratici” dalla coda di paglia. Ne dette un saggio nel 1991 quando i gruppi parlamentari comunisti incriminarono il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione con imputazioni risibili e per reati inesistenti. Ora il nodo torna al pettine. Alla giustizia si sostituisce il giustizialismo, alla via giudiziaria quella plebea: fondata su accuse che contengono sentenza ed esecuzione immediata: l’esclusione dal consorzio civile.
    Oggi però la “via plebea” trova ostacolo nel presidente della Repubblica e nei cittadini, che, in caso di crisi, semmai chiedono di tornare alle urne.  

DATA: 30.11.2009

BARI: INCONTRO DELL’U.M.I. PUGLIESE
 
L'Avv. Alessandro Sacchi, Vicepresidente nazionale UMI5    Giovedì 26 novembre 2009, presso la prestigiosa sede dell’Unione Monarchica Italiana di Bari, coordinati dal presidente regionale Comm. Peppino Interesse,  si è svolta una riunione del comitato U.M.I. delle Puglie, alla presenza del vicepresidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi.
    Durante l’incontro si è a lungo analizzata l’attuale situazione politica nazionale e si è discusso sui punti programmatici associativi da realizzare nell’imminente 2010.
    Presenti, fra gli altri, il coordinatore del Club Reale “Savoia” di Corato Rag. Oronzo Cassa e l’Ispettore nazionale Domenico Fata. L’Avv. Sacchi ha portato all’assemblea il saluto del Presidente nazionale Gian Nicola Amoretti e del Segretario nazionale Sergio Boschiero.
DATA: 27.11.2009
 
QUANDO  FUNZIONA L’APPELLO DIRETTOAGLI ELETTORI: L’ESEMPIO DEL “PROCLAMA DI MONCALIERI”
 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22 Novembre 2009

Vittorio Emanuele II       “Ho promesso di salvare la nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque siasi il nome, il grado, lo scopo degli uomini che li compongono. Questa promessa, questo giuramento li adempio sciogliendo una Camera divenuta impossibile, li adempio convocandone un’altra immediatamente; ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su me ricadrà la responsabilità del futuro; e nei disordini che  potessero avvenire non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi di loro”. E’ il passo  più forte del Proclama firmato da Vittorio Emanuele II nel castello di Moncalieri il 20 novembre 1849. Un ultimatum non ai deputati ma agli elettori.
Il Regno di Sardegna versava in condizioni drammatiche. Il 23 marzo l’Armata sarda era stata sconfitta a Novara. Carlo Alberto aveva abdicato a favore del figlio. A fine luglio si era spento a Oporto.  Al celebre clinico mandato ad assisterlo sussurrò “ Riberi, vi voglio bene ma muoio”. Il trattato di pace con l’Austria (Milano,  6 agosto) aveva imposto al Piemonte una forte indennità, ma  non toccava lo Statuto, che garantiva la monarchia rappresentativa, cioè con Camera e Senato, libertà di stampa, elezione  dei consigli comunali e divisionali, né le altre riforme introdotte dal re defunto: il tricolore al posto della coccarda sabauda, la parità dei regnicoli quale ne  fosse la confessione religiosa.  Sino alla firma del trattato gli austriaci sarebbero rimasti in armi ad Alessandria: una spina nel cuore, a metà strada tra Torino e Genova, che spegneva sul nascere i sogni  dell’Italia indipendente e una.
   Dalla prima elezione del 27 aprile 1848 la Camera dei deputati  era stata sciolta e rieletta due volte.  Al primo governo, presieduto da cesare Balbo, ne erano seguiti una decina: una girandola che stava screditando le istituzioni parlamentari, diffondendo scetticismo, allontanando  dalle urne persino l’esigua minoranza ammessa al diritto di voto. Il  16 novembre su proposta di  Carlo Cadorna la Camera rinviò la discussione sul trattato sino a quando il governo non avesse ottenuto dall’Austria il riconoscimento della cittadinanza sarda agli emigrati lombardo-veneti rifugiatisi in Piemonte durante o dopo la guerra: una condizione inaccettabile da parte dell’Impero. Anche Massimo d’Azeglio, presidente del consiglio dal 7 maggio 1849, osservò che non si poteva pretendere di trasformare il vincitore in vinto. Di lì la coraggiosa decisione del re: sciogliere la Camera e appellarsi al corpo elettore. Il Re invocò  l’elezione di uomini ragionevoli, seri, disposti a lavorare non per ideologie  ma per l’interesse del regno, che per risollevarsi aveva urgenza di voltar pagina con la guerra.
   Vittorio Emanuele II, Azeglio e i “moderati” vinsero la scommessa. Mentre nelle elezioni del 22 gennaio e del 15 luglio 1849 l’affluenza alle urne era scesa di circa 15 punti assestandosi intono al 50%, il 9-11 dicembre 1849 salì quasi al 65% con un picco in Savoia (il 76%) mentre  l’opposizione crollò in Sardegna e in Liguria, roccaforti dei critici più severi della Corona.
Come documenta l’Epistolario di Massimo d’Azeglio, curato da Georges Virlogeux per il Centro Studi Piemontesi (è ora in stampa il volume VII,  dall’ottobre 1851 al novemnbre 1852) con  quel voto iniziò la ripresa del Regno: a conferma che l’appello diretto agli elettori è una carta vincente quando occorre smuovere le coscienze, porre ciascun cittadino  dinanzi alle sue responsabilità, far capire senza giri di parole che alla fin fine ciascuno dovrà dolersi di se stesso se non sa mettere ragione nell’ora suprema e assicurare la stabilità di governo. Il 9 gennaio 1850 la nuova Camera approvò il trattato di pace con 112 si, 17 no e 7 astenuti; il Senato lo fece con 50 si e 5 no.
   Vittorio Emanuele II aveva 29 anni e da tanti era considerato poco più che un soldataccio a caccia di selvaggina e  gonnelle. Però sulle condizioni dello Stato e sulle sue prospettive aveva idee più chiare di tanti politici fini. Dieci anni dopo guidò la seconda guerra d’indipendenza e il 17 marzo 1861 venne proclamato Re d’Italia “per grazia di Dio” (la “volontà della nazione” venen aggiunta solo per la firma delle leggi). Col proclama di Moncalieri il Re impartì una lezione  sempre attuale sul rapporto tra istituzioni e cittadini: Simul stabunt, Simul cadent.
Aldo A. Mola 
DATA: 23.11.2009
   
MOSTRA A ROMA SULLA PRINCIPESSA GRACE KELLY
 
    La Fondazione Memmo ospita fino al 28 febbraio 2010 la mostra “GLI ANNI DI GRACE KELLY, PRINCIPESSA DI MONACO, voluta da S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco. Abiti, ritratti, fotografie, gioielli, oggetti personali, lettere narrano la favola che entusiasmò il mondo negli anni 50 del secolo scorso quando una famosa e splendida attrice, protagonista di film indimenticabili, sposò il Principe Ranieri di Monaco e portò l’antico Stato sul Mediterraneo a una nuova rinascita. Lasciate le scene, Grace Kelly seppe interpretare il ruolo di Sovrana meglio forse di altre donne nate sui gradini di un trono nel dedicarsi alla famiglia, ai suoi sudditi, alla Croce Rossa e a numerose iniziative di beneficenza e di promozione della cultura che fanno di Lei un personaggio ancora tanto amato.
DATA: 20.11.2009

IL POTERE E LA GRAZIA. I SANTI PATRONI D’EUROPA

Il Potere e la Grazia. I Santi Patroni d’Europa 
Il Museo di Palazzo Venezia ospita fino al 20 gennaio 2010 la mostra dedicata ai Santi Patroni degli Stati d’Europa. Organizzata dal Comitato San Floriano di Illegio, sotto il patronato del presidente della Repubblica e dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. I 100 capolavori esposti raccontano le storie dei 77 Santi protettori dei 49 Stati europei. Fra i Santi tanti i Sovrani e i Principi, elevati nel corso dei secoli alla gloria degli altari: San Luigi di Francia, San Casimiro per la Lituania, San Vladimir per la Russia, Santo Stefano per l’Ungheria, San Leopoldo per l’Austria, Santa Cunegonda imperatrice per il Lussemburgo… Religione cattolica e istituzioni monarchiche sono stati i pilastri della civiltà europea e questa mostra ne dà un’ampia visione fra arte e devozione.
DATA: 20.11.2009

NUOVA STORIA CONTEMPORANEA: SAGGIO DI DE LEONARDIS SULLE FF.AA. DEL REGNO

Nuova Storia Contemporanea 
E’ in edicola il numero 5 del 2009 della rivista “Nuova Storia Contemporanea”, diretta dal Prof. Francesco Perfetti. Fra i numerosi e interessanti contributi segnaliamo in particolare l’articolo del Prof. Massimo de Leonardis “ LA GUERRA DI LIBERAZIONE E LE FORZE ARMATE DEL REGNO”. L’articolo riproduce la relazione presentata al Convegno “I motivi di una scelta. Convegno storico per una memoria condivisa”, svoltosi lo scorso 3 giugno a Roma per iniziativa della Fondazione Le Forze Armate nella guerra di liberazione 1943-1945. L’autore, direttore del Dipartimento di Scienza Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, esamina le ragioni ideali, politiche, militari e diplomatiche di chi, dopo l’armistizio con gli Anglo – Americani del settembre 1943, rimase fedele al giuramento prestato al Re e decise di combattere per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista. Le storie e i destini di uomini come Bergamini, Sogno, Li Gobbi, Fecia di Cossato…sono rievocate con particolare acume e danno il senso quasi tattile delle straordinaria rilevanza “a posteriori” di quanti scelsero la strada ardua, difficile e certamente non redditizia di lottare nel nome della continuità delle istituzioni risorgimentali e prima fra tutte della monarchia sabauda, fatto oggetto di un duplice attacco da parte della Repubblica di Salò e dei partiti del C.L.N. . Ricco l’apparato bibliografico, che offre al lettore un compendio delle pubblicazioni scientifiche e delle fonti memorialistiche su uno dei momenti epocali della nostra storia unitaria.  L’autore conclude ritenendo che “ il Regio Esercito ( ma con esso anche la Marina e l’Aeronautica – n.d.a. - ) ritornato in linea dopo l’8 settembre” fu “ in piena continuità con gli anni precedenti” e respinge la tesi della c.d. “morte della Patria”, tanto caro a una certa storiografia faziosa. “Non morì il patriottismo, ma si ruppe l’unicità di una Patria condivisa e inizio la esasperata partitizzazione dell’idea di nazione”.
Francesco Atanasio
DATA: 17.11.2009
   
CHIOGGIA: COSTITUZIONE NUOVO CIRCOLO

Il busto della Principessa Mafalda di Savoia, posto in Alessandria 
Si è costituita in Chioggia una associazione apolitica e apartitica denominata: “ Laboratorio di storia patria e cultura: Mafalda di Savoia “.
        L'associazione, che ha sede in via Cesare Battisti  n. 264/A, sotto la presidenza di Gennaro Belladonna intende promuovere incontri e dibattiti sulla storia d'Italia risorgimentale e contemporanea con particolare attenzione a questioni inerenti la Casa Savoia.
     L'associazione si riunisce con soci ed interessati in conviviali culturali a scadenze prestabilite e si avvalerà della presenza di ospiti di rimarcata valenza culturale e notorietà.

DATA: 17.11.2009

A PARIGI MOSTRA IN RICORDO DELLA REGINA MARIA JOSE', CURATA DA S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA
  
Mostra Parigi Maria José       Siamo lieti di presentare alcune suggestive immagini della riuscitissima mostra curata da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia in ricordo della Regina Maria Josè, al momento a Parigi presso la Fondazione Bismark. Il successo di pubblico e il consenso della stampa non solo francese premia gli encomiabili sforzi della Principessa Maria Gabriella per il recupero della memoria e delle tradizioni di Casa Savoia.
 
Mostra Parigi Maria José
Il busto marmoreo della Regina

Mostra Parigi Maria José
Dua abiti della collezione
DATA: 16.11.2009
 
IL CALENDARIO 2010 DELLE FORZE ARMATE PER IL 4 NOVEMBRE
  
       Lo Stato Maggiore della Difesa e il Ministero della Difesa, in occasione del fausto anniversario della vittoria del 4 Novembre, Festa delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale, faranno omaggio a quanti lo richiederanno del Calendario delle Forze Armate per il 2010. I mesi del calendario sono dedicati ai valori dell’Etica militare, rappresentati da splendide immagini fotografiche.

Modalità  per richiederlo:
numero verde 800 224.664 – da lunedì a domenica dalle ore 9.00 alle ore 19.30

    L’UNIONE MONARCHICA ITALIANA plaude all’importante iniziativa, si stringe con amicizia ai Soldati d’Italia, ricorda reverente i Caduti della Grande Guerra e invoca la sepoltura nel Pantheon di Roma di Vittorio Emanuele III, primo artefice della Vittoria del 4 novembre 1918 assieme agli altri Sovrani ancora tumulati in terra straniera. 

DATA: 03.11.2009
 
PLACIDO E LA STORIA SBAGLIATA CHE FAZIO NON VUOLE CORREGGERE
   dal corriere della sera del 2 XI 2009 - di Ernesto Galli della Loggia

Giuseppe Garibaldi       Sabato sera, ospite della trasmissione di Fabio Fazio «Che tempo che fa», Michele Placido, dopo aver rievocato le proprie origini lucane ha fornito la sua versione di ciò che secondo lui accadde nell’Italia meridionale nel 1860 e subito dopo. Ripeto a memoria, ma sicuro di ricordare più o meno alla lettera (del resto esiste di certo una registrazione): «Quando ci fu l’annessione arrivarono dal nord le truppe italiane… piemontesi, e cominciarono subito i massacri. Migliaia e migliaia di giovani furono messi al muro, così, e fucilati. Paesi interi distrutti: queste cose nessuno le sa ma vanno finalmente dette. Fu una strage». Altro che Unità d’Italia. Piuttosto una specie di anticipazione dell’arrivo in Bielorussia delle WaffenSS , si direbbe. Il tutto proclamato con tono ispirato, dopo essersi girato sulla poltrona verso il pubblico bue che, sollecitato dal condiscendente sorrisino del presentatore, non ha fatto mancare il suo caloroso applauso alle scempiaggini appena udite.
    Alla fine, però, Michele Placido non ha colpa più di tanto. Che obbligo ha, lui, infatti, di sapere, come sono andate veramente le cose? E cioè che subito dopo l’Unità ci fu nel Sud una sollevazione contadina, sobillata anche dal clero reazionario e dai borbonici, contro i «piemontesi» sì, ma anche contro tanta parte migliore della società meridionale? che, come capita sempre in queste circostanze, la ferocia fu da ambo le parti? che se i bersaglieri fucilavano, i loro avversari decapitavamo, mutilavano, castravano? Ma che ne sa Placido di tutto questo? Egli è solo uno dei tanti italiani che ha una conoscenza raffazzonata e per sentito dire della storia del suo Paese, intessuta della panzane politico-ideologiche che gli è capitato di leggere sui libri sbagliati e più probabilmente di orecchiare. La controparte meridionale della cultura del leghismo.
    Quello che è grave — mi verrebbe da scrivere vergognoso, ma lasciamo perdere — è che a questa ignoranza presti i suoi mezzi il servizio pubblico televisivo: «italiano», fino a prova contraria. Con i suoi presentatori non saprei dire se più ignoranti o più timorosi di opporsi, sia pure con una sola parola, ai luoghi comuni accreditati.

DATA: 23.10.2009
   
SU "PANORAMA" IL MEMORIALE SEGRETO DI VITTORIO EMANUELE III
  
       Sul numero di Panorama oggi in edicola (n° 44 del 29 Ottobre 2009 - Euro 3,00), in un articolo che porta la prestigiosa firma dello storico Aldo A. Mola, vengono analizzati gli appunti di S.M. il Re Vittorio Emanuele II, scritti su un quaderno nel lungo periodo che va dal 1896 fino al 1946 e mai resi noti. Il quaderno è stato custodito dl nipote Conte Pierfrancesco Calvi di Bergolo e, in 120 pagine, descrivono 50 anni di storia d'Italia.
    Mola, nell'articolo pubblicato nelle pagine 176-180, ripercorre gli avvenimenti principali descritti delineando un inedito ritratto del terzo Sovrano d'Italia.

DATA: 23.10.2009
   
LETTERA AI NEMICI DEL RISORGIMENTO E DI CASA SAVOIA
  
       A tutti coloro che in queste settimane continuano a denigrare il Risorgimento ed i suoi protagonisti, in primis Casa Savoia, ricordo queste poche righe che molto intelligentemente il Dottor Aldo Cazzullo ha voluto ricordare nel suo editoriale sull'ultimo numero del Magazine del Corriere della Sera: righe estrapolate da una lettera inviata da Re Vittorio Emanuele II, alla vigilia della sua partenza sui campi di battaglia della seconda Guerra d'Indipendenza, a Costantino Nigra, Segretario di Stato, diplomatico e uomo di fiducia del Conte di Cavour:
    "Io parto domattina per la campagna con l'Esercito. Ecco il mio testamento: se sarò ucciso voi l'aprirete e avrete cura che tutto ciò che vi si trova sia eseguito. Io procurerò di sbarrare la via di Torino; se non ci riesco e se il nemico avanza, ponete al sicuro la mia famiglia e ascoltate bene questo: vi sono al museo delle armi quattro bandiere austriache, prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno; valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo: il resto non conta".
Giuseppe Polito
Biblioteca storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 19.10.2009
   
IL GOVERNO ALBANESE ANNUNCIA LA SEPOLTURA IN PATRIA DI RE ZOG I, CHE AVEVA LASCIATO L’ALBANIA A SEGUITO DELL’INVASIONE ITALIANA DEL 1939
  
Ahmed Zog I       Il Governo albanese, presieduto da Sali Berisha, ha deciso all’unanimità di accogliere le numerose istanze pervenute che da anni chiedono la sepoltura in patria delle spoglie di Hamed Zog I, il Re costretto all’esilio dall’invasione dell’Italia fascista avvenuta nel 1939.
    Le spoglie del Sovrano, descritto dai media come “il fondatore dello Stato albanese moderno”, saranno accolte con i massimi onori e saranno sepolti sulla collina dominante Tirana, avendo alle spalle la “residenza reale delle aquile”.
    In Albania già risiede il figlio di Zog, Re Leka I, con il figlio Leka II, un giovane serio e colto che il Governo ha inserito nella equipe che affianca il Ministro degli esteri.
Re Zog, al quale – anche con il voto dei socialisti – è stata intitolata una delle più importanti vie della Capitale, aveva sposato nel 1938 una Principessa ungherese, Geraldina, appartenente ad una famiglia che poteva vantare 600 anni di storia. E’ morta in Albania qualche anno fa.
    Il segretario nazionale dell’U.M.I. (Unione Monarchica Italiana) Sergio Boschiero, nel sottolineare il grande significato civile del gesto del Governo albanese, ha dichiarato: «Sarebbe l’ora che l’esilio post-mortem che colpisce i Re e le Regine d’Italia avesse termine, magari nel quadro delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia che, per rispettare la storia, sarebbe corretto definire il “150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia con Vittorio Emanuele II come Re costituzionale”.»

DATA: 14.10.2009
   
XXVIII CONGRESSO NAZIONALE
Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare 
  
Vittorio Emanuele III       Il 16 ottobre avrà inizio in Bologna il XXVIII Congresso Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare: è la massima assise del sodalizio, convocata per il rinnovo degli incarichi associativi nazionali e la programmazione della futura attività.
    All’indomani della Grande Guerra, che aveva visto il popolo italiano, senza distinzione di ceto e di origine, teso con ogni sforzo verso la Vittoria, la nobile schiera dei decorati al valor militare non volle far disperdere quel patrimonio di eroismo, sacrificio ed abnegazione che aveva così duramente segnato la Nazione. Ecco che allora S.M. il Re Vittorio Emanuele III con Regio Decreto del 21 marzo 1923 riconosceva la costituzione del sodalizio, eretto poi in Ente Morale con Regio Decreto del 31 maggio 1928. In oltre ottanta anni di storia il sodalizio ha riunito quanti fra gli Italiani hanno servito la Patria senza riserve e dubbi, spesso immolatisi fino al sacrificio estremo, su tutti i campi di battaglia e a volte anche in tempo di pace per la difesa delle istituzioni, così come avvenne per il Reale Carabiniere Scapaccino, il primo militare dell’allora Regno di Sardegna ad essere decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare, istituita nel 1833 da Re Carlo Alberto.
    L’Unione Monarchica Italiana, che nei suoi 65 anni di vita associativa ha avuto fra i suoi Soci e Dirigenti numerosi decorati al Valor Militare, nel ricordo delle sei medaglie d’oro riconosciute ad altrettanti Principi di Casa Savoia (Vittorio Emanuele II, Eugenio di Savoia – Carignano,Umberto I,
    Amedeo di Savoia-Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Amedeo di Savoia-Aosta, Viceré  d’Etiopia), formula vivi voti augurali all’Istituto del Nastro Azzurro e saluta con particolare gratitudine a stima il suo Presidente Nazionale uscente, il Comandante Giorgio Zanardi, Ufficiale della Regia Marina, pluridecorato al Valor Militare, eccezionale esempio dall’alto delle sue 96 primavere di patriottismo e senso del dovere.

DATA: 14.10.2009
   
URBANO RATTAZZI: DECENTRARE MA CONTROLLARE
  
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 4.X.2009

Urbano Rattazzi - foto da internet    Il celebre motto di Massimo d’Azeglio “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” rispecchia solo in parte la realtà storica. Non solo gli scrittori politici e gli storici ma anche scienziati, mercanti, manifatturieri aveva da secoli un’idea unitaria dell’Italia. L’accelerazione verso l’unione venne con l’irruzione di Napoleone Buonaparte e di filofrancesi che tra Sette e Ottocento ripresero il rinnovamento civile cui era giunto con l’illuminismo: quelle, per stare al Piemonte, di Radicati, del monregalese Vasco e di tanti novatori.
  La creazione del Regno d’Italia con capitale a Milano (1805)  e di quello di Napoli con Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat (1808) mostrò che l’Italia non era solo un’espressione geografica. Per battere i francesi e i loro alleati interni anche l’inglese lord Bentinck, che “tutelava” in  Sicilia  Ferdinando di Borbone e in Sardegna Vittorio Emanuele di Savoia, inventò una costituzione per l’Italia.
  Dopo la Restaurazione il processo di unione riprese con i moti del 1820-21, del 1831 e altre cospirazioni sino a quando Massimo d’Azeglio pubblicò il Manifesto per un’opinione nazionale che segnò la svolta: basta col terrorismo politico di Giuseppe Mazzini, si   riforme   per mettere insieme moderati e democratici. A tirare le somme furono Camillo Cavour e Urbano Rattazzi che nel febbraio 1852 dettero vita al centro-sinistro (sic), la grande alleanza tra le due forze fondamentali non solo del Parlamento Subalpino ma dell’Italia intera, liberali e democratici.
    L’ago della bilancia fu Vittorio Emanuele II che  aveva una vita privata vivace ma nei passaggi decisivi fu Testa Coronata e sovrano popolare. Del resto doveva gareggiare con Ferdinando II di Borbone che a Napoli parlava come i lazzari e si faceva ritrarre in veste di pescatore. Dal marzo 1861 Vittorio Emanuele II firmò i decreti come re “per grazia di Dio e volontà della nazione”. Come oggi si sentenzia “in nome del popolo italiano”
    A “fare gli italiani” il governo del Regno di Sardegna non iniziò nel 1861 ma decenni prima della seconda guerra d’indipendenza (1859) e della proclamazione del regno d’Italia (17 marzo 1861) con vaste riforme e leggi sperimentate al proprio interno. Il fatto nuovo dopo il 1848-49, cioè la fine della “guerra di popolo” e la sconfitta di Carlo Alberto a Novara, fu che gli artefici del programma nazionale  non erano solo cittadini del regno sardo  ma uomini di tutte le regioni accorsi in Piemonte perché esso era il laboratorio della futura Italia. Alfonso La Marmora trasformò l’esercito in uno strumento formidabile; Boncompagni e poi il napoletano Francesco De Sanctis innovarono l’istruzione; Paleocapa la rete ferroviaria, Pasquale Stanislao Mancini il pensiero giuridico e le relazioni Stato-Chiesa, riprendendo  continuando l’azione di Giuseppe Siccardi e altri, in antagonismo con Clemente Solaro della Margarita.
    Nel 1859, quando l’Italia non c’era affatto né si immaginava che potesse nascere così rapidamente, appena annessa la Lombardia il regno sabaudo varò due leggi strategiche. La prima fu quella sulla scuola, dovuta al milanese Gabrio Casati, rispondente al pensiero dei cattolici liberali e dei liberali cattolici. La seconda fu la riforma degli enti locali voluta da Urbano Rattazzi che ci lavorò anni sulla traccia degli studi di Pietro de Rossi di Santa Rosa e Gustavo Ponza di San Martino. Comuni e province che sino ad allora  vivevano sotto stretto controllo del governo divennero enti più liberi, ma tenuti al pareggio del bilancio sotto stretto controllo dei prefetti. Nessuna spesa senza entrata.
       Rattazzi (Alessandria,1808-1873) ebbe vita privata difficile, ma questo non gl’impedì di dedicarsi allo Stato. Avvocato abile e affermato, deputato e ministro dal 1848, presidente della camera dal 1852, nel 1859 fu il vero capo politico del governo presieduto dal ferreo La Marmora. Fu presidente del consiglio sfortunato. Nel 1862 legò il nome ad Aspromonte ove il Regio Esercito fermò Garibaldi con fucilate che era meglio evitare. Nel 1867 non impedì l’impresa di Garibaldi verso Roma, schiacciata dai fucili dei soldati papalini a Mentana: troppi morti, feriti e prigionieri.  
    Suo nipote, Urbanino Rattazzi, fu ministro della Real Casa  e grande suggeritore del nuovo centro-sinistro di Giovanni Giolitti  e Giuseppe Zanardelli: il miglior governo possibile prima e dopo l’assassinio di Umberto I a Monza. Un segno dei tempi  che merita riflessioni di ampio respiro, la rinnovata sintesi tra  il liberalismo di Cavour e la democrazia  di Urbano Rattazzi (*)

                                                                                                  Aldo A. Mola,3 ottobre 2009

(*) Dal 7 al10 ottobre si svolge ad Alessandria il LXIV Congresso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, dedicato a “Cavour e Rattazzi:una collaborazione difficile”. Tra i relatori Valerio Castronovo, Ennio di Nolfo, Francesco Traniello. Nella Tavola Rotonda sull’Europa di fronte al nuovo Piemonte presieduta da Carlo Ghisalberti interventi di Fernando Garcia Sanz e Jean-Yves Frétigné. Sui rapporti tra i Rattazzi e la massoneria  ha scritto pagine documentate Luciano Tamburini, direttore di “Studi Piemontesi”.Come ricorda Vittorio Gnocchini in Logge e massoni in Piemonte e Valle d’Aosta (ed. “Il Giornale del Piemonte”, pref. di Fulvio Basteris) Urbano Rattazzi non appartenne ad alcuna loggia subalpina.
DATA: 06.10.2009
 
25°ANNIVERSARIO M.O.V.M. PROVINCIA DI AREZZO
  
Medaglia d'Oro al Valore Militare - Dal dito dell'Istituto del Nastro Azzurro5    Per iniziativa della Federazione Provinciale di Arezzo dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Decorati al Valor Militare è stato celebrato il 25° anniversario del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Provincia di Arezzo, avvenuto il 29 settembre 1984 su proposta del Ministero della Difesa. La massima decorazione, istituita da Carlo Alberto Re di Sardegna nel 1833 e poi fatta propria dal Regno d’Italia, veniva a riconoscere l’eccezionale contributo dato dalla provincia di Arezzo alla guerra di Liberazione: vi furono infatti oltre 1.100 vittime civili e  militari dal 9 settembre 1943 al 3 ottobre 1944, un numero che rappresenta il 10% di tutti i Caduti sul territorio nazionale. La provincia di Arezzo, che vede decorati anche 5 suoi comuni, può contare in tutta la storia unitaria un numero tali di decorazioni individuali che ne fanno il territorio italiano che maggiormente ha dato alla Patria in termine di impegno e sacrificio.
    L’Unione Monarchica Italiana, nel ricordo dei Caduti aretini e di Re Umberto II, che negli anni della guerra di Liberazione seppe essere alla testa delle ricostituite Forze Armate con le sue elette virtù civili e militari, pensoso solo delle sorti della Nazione, china reverente le bandiere della Patria e plaude all’importante iniziativa.

DATA: 06.10.2009

IL NUOVO LIBRO DI LUCIO LAMI
  
LE PASSIONI DEL DRAGONE. CAVALLI E DONNE: CAPRILLI CAMPIONE DELLA BELLA EPOQUE, di Lucio Lami - Editore Mursia.

Lucio Lami, LE PASSIONI DEL DRAGONE. CAVALLI E DONNE: CAPRILLI CAMPIONE DELLA BELLA EPOQUE, Editore Mursia.Lucio Lami, già ufficiale del Savoia Cavalleria e corrispondente di guerra de “il Giornale” di Montanelli, esperto conoscitore del mondo equestre, ha dato alle stampe la prima biografia del capitano Federico Caprilli. A cavallo fra Ottocento e Novecento Caprilli rivoluziò l’arte equestre adattando l’uomo al cavallo e il cavallo all’uomo, come era stato invece per secoli. Il suo sistema fu adottato in campo militari dai reggimenti di tutta Europa e non solo e infine sarebbe divenuto il fondamento dell’equitazione negli sport  moderni. Il prezioso saggio è arricchito da oltre 200 foto inedite provenienti dall’archivio personale di Caprilli, salvaguardato in oltre un secolo dalla sua morte, avvenuta precocemente nel 1907, da diversi esponenti dell’aristocrazia torinese: esse ritraggono Caprilli durante l’attività sportiva e didattica, durante corse e concorsi ippici, sempre al centro della più elevata  società del tempo.
Francesco Atanasio
DATA: 06.10.2009

IL GENERALE GAZZERA MINISTRO DELLA GUERRA
  
IL PIEMONTESE CHE FERMO’ MUSSOLINI
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27.IX.2009

Pietro Gazzera - Foto da internet    Pietro Gazzera fu il generale che da ministro della Guerra si oppose a Mussolini sventandone alcuni clamorosi colpi di testa che avrebbero causato la catastrofe. Ma chi era Gazzera e perché va conosciuto? Secondo Dante Alighieri nell’Inferno il passato si vede più chiaro del presente. Tra i rovelli  sulla storia d’Italia uno continua a dominare: tra il 1922 e il 1943 la Monarchia fu o no al carro del  fascismo? Una importante risposta  è data dalla biografia del generale Pietro Gazzera di Giuseppe Novero (Mussolini e il Generale: Pietro Gazzera ministro della Guerra lungo le tragedie del Novecento, ed. Rubbettino), scritta con stile incisivo su documenti di prima mano.
    Novero non fa sconti a veri e presunti responsabili di pagine della storia militare italiana. Va però ricordato che nel 1861, 150  anni orsono, l’Esercito era tutto da fare con pezzi e bocconi degli antichi Stati e che l’organizzazione del Paese (ferrovie, strade, porti, scuole, ospedali...) ebbe priorità rispetto alla macchina bellica, pur necessaria per la sopravvivenza dello Stato.  
    Pietro Gazzera (1879-1953) è un paradigma della Nuova Italia.  Suo padre, modesto lattoniere di Bene Vagienna, nel Cuneese, e  la madre, casalinga ebbero undici figli.  Di essi uno divenne prefetto, l’altro, Pietro, percorse la carriera militare con impegno e onore. Di grado in grado raggiunse posizioni eminenti. Fu a Villa Giusti ove gli austriaci firmarono l’armistizio il 3 novembre 1918. Dieci anni dopo fu nominato sottosegretario alla Guerra, il cui titolare era il presidente del Consiglio, Benito Mussolini. Ricorda il generale Sergio Pelagalli, suo acuto studioso, che  il “duce” negava al sottosegretario quello che Gazzera gli chiedeva nell’interesse del ministro, cioè del presidente del Consiglio, dell’Italia stessa. Una delle tante clamorose contraddizioni del duce.
    Ma all’epoca vi fu in Italia un “regime assoluto”? In realtà le Forze Armate rimasero fedeli alla Corona. Il 31 ottobre 1922 Mussolini in persona aveva scritto di suo pugno che i militari non dovevano osannare pubblicamente la sua ascesa al governo. Voleva sollecitarle a farlo  davvero; ottenne il risultato opposto. Del resto Vittorio Emanuele III fu sempre capo delle Forze Armate, i cui ufficiali vestirono la divisa senza alcuna camicia che non fosse  del colore di ordinanza.  Sottosegretario dal 24 novembre 1928 il 12 settembre 1929 Gazzera venne nominato ministro della Guerra, lo stesso anno in cui il fossanese Balbino Giuliano divenne ministro della Educazione Nazionale. Il Vecchio Piemonte contava. Perché sapeva tenere a freno le intemperanze del “duce”.
    Come appunto fece Gazzera ripetutamente. Novero ricorda che talvolta Mussolini abbozzò propositi aggressivi precipitosi contro la Jugoslavia e contro la Francia.  Accadde, per esempio, in coincidenza con le Grandi Manovre in un’area del Piemonte che ne era teatro da decenni, come la vendemmia. Gazzera non esitò a mettere il duce dinnanzi alla realtà. Deplorò la sproporzione tra le fantasie e i fatti.
    Consapevole che la storia non si fa con le parole, fu proprio lui a portate l’Esercito al massimo di efficienza:  34 divisioni ternarie di fanteria  oltre a due divisioni celeri,alpini, bersaglieri, camicie nere. Negò fucili veri alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, cioè al “paraesercito” di partito. I suoi comandanti se ne lamentarono con Mussolini.  Gazzera rifilava solo vecchi arnesi indecorosi per le loro parate: “tanto varrebbe dare dei bastoni da passeggio o dei ceri da chiesa”.  Gazzera replicò che altrimenti l’Esercito non sarebbe stato pronto in caso di mobilitazione. Preso tra molti venti nel 1933  Mussolini  lo sostituì. Poi il duce agguantò la carica in vista di altre imprese, rovinose per l’Italia e per lui.
    Gazzera continuò a fare la sua parte di militare al servizio della Patria. Il Piemonte iniziò l’amaro declino verso la nuova guerra mondiale  e quella civile. Caduto prigioniero, finì in un campo nel Tennessee (USA). Monarchico venne “epurato”,  dichiarato decaduto dal Senato e collocato a risposo.  Il 1° marzo il fascio di Roma gli aveva mandato una tessera “ad honorem”, d’ufficio, ma non fu mai fascista. Venne tardivamente riabilitato, ma sino a questo libro la sua figura rimase nell’ombra. La sua  vicenda è esemplare per capire la complessità della nostra storia.
Aldo A. Mola
DATA: 30.09.2009

STORICO E PATRIOTA: LA SCOMPARSA DEL PROF. SCIROCCO
  
Federico II di Svevia    In questo clima “anti-risorgimentalista” a pochi mesi dal 150° anniversario dell’Unificazione Nazionale e della nascita dell’Italia non può e non deve passare in silenzio la scomparsa del Prof.Alfonso Scirocco. Lo storico si è spento l’altra notte a 85 anni nella sua casa napoletana. Docente di Storia del Risorgimento all’Università “Federico II” di Napoli, è stato tra i maggiori studiosi di quest’epoca così cruciale e dell’Unità d’Italia, nonché biografo di Giuseppe Garibaldi. Autori di molti libri, apprezzati anche all’estero, la sua dedizione agli studi risorgimentali e la sua onestà intellettuale, anche contro-corrente ad un imperante revisionismo filo-borbonico, gli valsero il titolo di “Grande Ufficiale della Repubblica”, conferitogli nel giugno 2002 dall’allora Presidente Ciampi. Discreto, grande sostenitore delle fonti di archivio che ogni buon storico dovrebbe consultare senza mai stancarsi, il Professor Scirocco è stato un fecondo e strenuo difensore di quegli ideali che portarono il nostro Paese nel novero delle moderne Potenze. La sua ultima biografia su Garibaldi, del 2007, è stata tradotta nelle edizioni della prestigiosa “Princenton University”. Da ricordare anche “In difesa del Risorgimento” pubblicato nel 1998, e non solo, nonché un’enorme saggistica sempre e comunque a difesa non solo degli ideali ma anche dei protagonisti del processo unitario, non celando mai i limiti e le debolezze della struttura politica, sociale ed economia del Regno delle Due Sicilie.
    Personalmente anni fa ho avuto il privilegio di avere consigli ed informazioni utili per i vari convegni storici promossi da questo centro culturale.
    L’Italia perde un grandissimo uomo di cultura, l’UMI e Casa Savoia un raro esempio di lucidità intellettuale che andrebbe onorato!
    Alla sua famiglia, agli amici, ai suoi studenti di ieri e di oggi, il nostro commosso cordoglio.
    Viva l’Italia! Viva il Risorgimento!

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 23.09.2009
   
I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA IN VISITA A SALO' 
  
Le LL.AA.RR. con la direttrice del museo Il giorno 19 settembre 2009, le LL.AA.RR.i Principi Amedeo e Silvia Savoia, dopo aver inaugurato la manifestazione "Il Garda Giardino d'Europa", organizzata dai comuni di Gardone Riviera, San Felice del Benaco, Salò e Toscolano Maderno, hanno visitato La Fondazione Museo Storico del Nastro Azzurro.
    Il museo si snoda in 4 sale con vari cimeli dal 1793 al 1945, tratta dei militari decorati al valor militare di Medaglia d'Oro, d'Argento e di Bronzo.
    Erano presenti, la direttrice del museo, prof.ssa Annamaria Salvo De Paoli Ambrosi che ha fatto gli onori di casa, il vice presidente della sezione del Nastro Azzurro di Salò, prof. D'Acunto ed il dott. Leonardo Malatesta, collaboratore scientifico del museo.
    All'evento hanno presenziato anche il Sindaco di Salò, avv. Barbara Botti,  l'assessore alla cultura, Bonetti Marina, il direttore generale del comune, dott. Casali e il comandante della Polizia locale Stefano Traverso.   
    Le LL.AA.RR. hanno apprezzato molto il museo, ripromettendosi di ritornare in quei bei luoghi, in riva al lago di Garda.
    Al termine della visita, hanno visitato il municipio salodiano e si sono intrattenuti con i convenuti in un breve buffet, sul lungolago.
Il principe Amedeo, assieme alla direttrice del museo, dott.ssa Salvo De Paoli e al prof. D'Acunto durante la visita al museo
Il Principe Amedeo assieme alla direttrice del museo, dott.ssa Salvo De Paoli e al prof. D'Acunto durante la visita al museo

DATA: 22.09.2009

OGGI, COME NEL GLORIOSO PASSATO DEI RE D'ITALIA,  IN AFGHANISTAN LE FORZE ARMATE  "FANNO STORIA"
  
LA VERA NATURA DI UN POPOLO SI VEDE OLTRE CONFINE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20.IX.2009

Un lince italiano in Afghanistan - foto da web    Che cosa fa oggi l’Italia in Afghanistan? Nient’altro che la sua parte nella storia, come ha fatto nei secoli.  Sicurezza e benessere si difendono anche agendo in terre lontane. Se non si bada al quadro  generale, al flusso profondo della storia, e si fa solo la politica del piede di casa ci si fa sorprendere da invasioni e dominio straniero. Nel Rinascimento l’Italia raggiunse il vertice della civiltà, del piacere della vita, del bello. Stava bene. Lorenzo il Magnifico morì nel 1492, l’anno della scoperta dell’America. Due anni dopo Carlo VIII di Francia irruppe in Piemonte. In un battibaleno soggiogò Firenze e a Napoli chi non arrivava a baciargli la mano si gettava ai suoi piedi e baciava la terra ove era passato. Poi arrivarono gli spagnoli, gli Asburgici, i Borbone, i tedeschi, gli anglo-americani...
    L’Italia d’oggi fa, in formato molto ridotto, quello che per secoli fecero i Duchi  di Savoia e i Re di Sardegna, che parteciparono a tutte le coalizioni e guerre di successione in Europa conquistando giorno dopo giorno un po’ di spazio e di benessere in più. A volte va bene, a volte male, ma si va avanti.
     Per la prima volta nel tempo, da sessant’anni l’Italia non è teatro di guerre, ma solo perché è vissuta sotto lo scudo della Nato sin dal bipolarismo USA-URSS. Questi sessant’anni però sono stati di guerre orrende dappertutto. Gli italiani non ne sono stati abbastanza informati o non l’hanno capito. Vissero tra un sagra, un attentato e un viaggio esotico... Oggi è tempo di aprire gli occhi.
    L’Afghanistan è da sempre l’ombelico dell’Asia. Il passo di Khyber è  il filtro della storia euroasiatica. Alessandro il Grande si sentì sicuro della vittoria sulla Persia di Dario III solo quando occupò l’attuale Afghanistan. Da lì il buddismo dilagò verso la Cina.  Prima di affacciarsi  sul Mediterraneo i Mongoli soggiogarono l’Afghanistan. Verso lo Jammu e il Kashmir, sotto le vette del leggendario Karakoram,  l’Afghanistan confina con quattro  potenze nucleari: Russia, Cina, Pakistan e India. A ovest sta per aggiungersi l’Iran. Lì occorre allestire la nuova Grande Muraglia. Occorrono basi militari di terra per “controllare il traffico” della grande politica. L’imperialismo inglese vi abbatté senza costruire abbastanza. Solo cent’anni orsono  lo zar di Russia riconobbe l’egemonia inglese su Kabul, ma subito dopo a Racconigi trattò con l’Italia di Vittorio Emanuele III e Giolitti per liberarsi dall’assedio navale britannico, Gibilterra-Malta-Cipro-Suez, e dal dominio turco sugli Stretti.
    Con il crollo dell’URSS i problemi son divenuti più complessi di prima. L’Europa deve cercare di risolverli con guerre dal costo contenuto. Non si tratta di esportare la democrazia agli afghani, che appartengono a un altro mondo. Si tratta di difendere la casa tenendo il nemico più lontano possibile, come fecero i Regni di Sardegna e delle Due Sicilie quando a metà Ottocento organizzarono la spedizione contro il bey di Tunisi che assaliva le loro coste, gli italiani quando  nel 1885 sbarcarono a Massaua per dare una mano agl’inglesi che avevano perso Kartoum e quando nel 1911 dichiararono la sovranità sulla Libia per saldare il controllo europeo sull’Africa settentrionale.
    Se anche non andiamo a cercarla  la storia  ci viene addosso e non fa sconti. Non si scampa salendo su una colonna a vivere di carità, come gli “stiliti” al tramonto dell’Impero romano, o rifugiandosi in sontuose “villae”poi spazzate via dai Vandali, dagli Arabi...
    A Kabul dunque gl’Italiani oggi stanno nella storia: come Eugenio di Savoia difensore di Vienna contro i Turchi o Luigi Amedeo degli Abruzzi nel Villaggio Italia in Somalia...  Ognuno al proprio posto di battaglia.
Aldo A. Mola
DATA: 20.09.2009
   
RINVIATA AD OTTOBRE LA SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE SULL'ESERCITO PER L'UNITA' D'ITALIA
  
I lavori della scorsa edizione della Scuola di Alta Formazione    Il Centro Europeo “Giovanni Giolitti” per lo studio dello Stato partecipa al cordoglio delle Forze Amate colpite dalla perdita di sei militari in missione in Afghanistan e prende atto della sospensione di tutte le Loro attività esterne, inclusa la partecipazione dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito alla XI Scuola di Alta Formazione  su L’Esercito per l’Unità d’Italia,   già fissata per i giorni 21-24 settembre.
  D’intesa con il Capo dell’Ufficio Storico dello SME, Colonnello Antonino Zarcone, e sentito il Comando della Regione Militare Nord, l’XI Scuola è rinviata ai giorni 19-22 ottobre con le modalità originarie.
  Eventuali variazioni di calendario verranno tempestivamente comunicate.

Dronero, 18 settembre 2009
Aldo A. Mola
Direttore del Centro “G. Giolitti”

DATA: 19.09.2009
   
DIVA E DONNA: SERVIZIO SUL BATTESIMO DEL PRINCIPE UMBERTO
  
Il battesimo reale   Il settimanale
diretto da Silvana Giacobini "Diva e Donna", in edicola oggi (numero 38, anno V, 22 Settembre 2009, € 1,30) dedica -da pagina 68 a pagina 72- un ampio servizio dal titolo "BATTESIMO DA RE PER UMBERTO".
    Nell'articolo, scritto da Antonio Parisi e corredato da molte fotografie, la cronaca del lietissimo evento che ha portato gioia nel paese di Giuggianello, in provincia di Lecce, in occasione del battesimo dell'ultimo nato di Casa Savoia.
DATA: 17.09.2009
   
STORIA IN RETE DI SETTEMBRE E' IN EDICOLA!
  
Storia in Rete - Settembre 2009    Storia in Rete di settembre apre con la prima parte di un articolo sui crimini commessi dagli Alleati - e rimasti largamente impuniti - durante la Seconda guerra mondiale. Seguono due interviste: con Fabio Isman Storia in Rete parlerà di mercanti d’arte rubata e con Alessandro Barbero di romanzo storico e di figure cardine della storia europea ed italiana. Il reportage da Lipsia, al Wave Gothic Treffen, è l’occasione per riflettere sulle sinergie che è possibile creare in Italia fra storia, musica alternativa e mercato. Continua quindi la vicenda di Montanelli e delle molte mezze verità (o bugie intere) con cui ha costruito la sua autobiografia: sotto esame - stavolta - il suo non eccelso stato di servizio da militare e il grado di capitano completamente inventato. E ancora, la seconda puntata dell’intricata vicenda sentimentale (ma non solo) fra Mussolini e Alice Pallottelli. Storia in Rete getta quindi uno sguardo al “dietro le quinte” della Marcia su Roma, con il raffreddore che impedì a Giolitti di bloccare l’ascesa di Mussolini, e con un balzo indietro nel tempo, all’età dell’Inquisizione, dove - sorpresa! - il Sant’Uffizio sembra proprio essere stato un argine di garantismo nell’epoca dei roghi facili. Infine la vicenda della Maschera di Ferro: invenzione di Voltaire romanzata da Dumas o un vero mistero della Francia secentesca? Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di settembre!

DATA: 17.09.2009
   
BARBAROSSA-LEGA LOMBARDA? UNO PARI TRA MARENGO E LEGNANO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato sul "Giornale del Piemonte" del 6.IX.2009

La Battaglia di Legnano - foto da internet    A giorni milioni di spettatori applaudiranno il film  di Renzo Martinelli sulla vittoria della Lega Lombarda contro Federico I Staufen, “Barbarossa”, il 29 maggio 1176 a Legnano, a nord-ovest di Milano. Pochi ricorderanno che quattro anni prima di Legnano fu la Lega Lombarda a inchinare le bandiere al passaggio di Federico Barbarossa, imperatore Ghibellino, avversario del papa ma fiancheggiato da re e arcivescovi.  Della battaglia di Legnano ormai si sa tutto, o quasi. Va però detto chiaro che Milano e la lega non rifiutavano affatto di far parte del Sacro  Romano Impero. Nessuna “secessione”, dunque. Volevano “solo” il riconoscimento di libertà e privilegi nell’ambito dell’unico mondo politico esistente: quello creato da Carlo Magno, continuatore dei Cesari dell’Antichità, consacrato dai papi che via via incorovano i legittimi titolari del Potere secondo il rito antico, di origine ebraica, adottato da Clodoveo, re dei franchi, e poi da tutti  i sovrani, “unti del Signore”.  
    Furono scrittori e poeti italiani dell’Ottocento a inventare la battaglia di Legnano come rifiuto dell’Impero Germanico, quando per tedeschi, facendo un bel po’ di confusione, s’intendevano gli austriaci che dominavano il Lombardo-Veneto per effetto del Congresso di Vienna. A esaltare la vittoria di Legnano come  profezia della lotta per l’indipendenza furono  Giovanni Berchet, Terenzio Mamiani e soprattutto Giosue Carducci.
    Da bambini tanti hanno imparato a memoria La Canzone di Legnano o Il parlamento che Carducci scisse nel 1876 e altrettanti credono che Alberto da Giussano sia un personaggio reale. Invece  è di fantasia.  Lo disse Carducci stesso: la poesia si nutre di leggende e di miti. Crea liberamente personaggi  che divengono storici perché incitano all’azione. Per comodità poetica Carducci fece tramontare il sole a est di Milano (“dietro il Resegone”) anziché a ovest. Lina Piva, sua “consigliera”, lo corresse, ma senza successo.
    Carducci rimase però  sempre in bilico tra l’arte di poeta e la professione di storico. Nel caso del duello tra la Lega Lombarda e l’Imperatore  Barbarossa fu onesto: esaltò la preparazione della vittoria di Legnano ma non narrò mai lo svolgimento della battaglia, l’azione vera e propria. Ancora a inizio Novecento  Adriano Lemmi, gran maestro della massoneria, gli suggeriva di finirla almeno in prosa se proprio non voleva più scrivere versi. L’Italia aveva bisogno di inni, simboli, incitamenti alle armi in un’Europa che correva a precipizio  verso la Grande Guerra. Carducci eluse l’invito. Non dimenticava di aver narrato il trionfo di Barbarossa sulla Lega il sabato santo del 1172, sui campi di Marengo, presso Alessandria, la città che prese nome da Papa Alessandro III, strenuo avversario dell’Imperatore, ma poi mediatore tra lui e i Comuni alla pace di Costanza che riportò al centro l’unità dei cattolici impegnati a difendere l’avanzata dei Turchi nel Vicino Oriente.La Battaglia di Marengo - foto da web
    Per il massone Carducci l’Europa doveva essere unita per liberare i cristiani dall’incubo della dominazione dei “Turchi”, che stavano agli Arabi come i Barbari erano stati all’Impero Romano: un passo indietro sul piano della civiltà, della cultura, della coesistenza tra confessioni religiose diverse.
    La vera vicenda della lotta tra Comuni e Impero  risulta non meno attuale della sua leggenda. Il mito di Alberto da Giussano esalta il valore militare necessario per affermare l’autonomia e indipendenza  dallo “straniero”. L’Imperatore invece addita la via dell’Unione cristiana quale fondamento della civiltà. Va aggiunto che tredici anni dopo Legnano  proprio Barbarossa si mise alla testa della Terza Crociata per liberare Gerusalemme caduta nelle mani dei Turchi. Scivolato con la corazza in un fiumicello annegò. Nessun cattolico festeggio la sua morte. Poco dopo infatti i Cavalieri di San Giovanni (poi di Rodi e di Malta) persero la Terrasanta. I Templari vennero annientati da un Re d’intesa col papa. Brutte storie... Leggenda vuole che Barbarossa sia dormiente in una caverna: in attesa che cattolici, ortodossi, protestanti ed evangelici trovino l’unità e affrontino le grandi sfide del Terzo Millennio. E’ un tema di riflessione nella piana di Marengo...?
Aldo A. Mola    
DATA: 17.09.2009
   
VIVA L’UNITA’ D’ITALIA
  
S.M. il Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria    In previsione delle celebrazioni per il 150° anniversario della proclamazione del Regno e dell’Unita’ d’Italia, notiamo l’agitazione di politici incolti che attaccano il Risorgimento e l’Unità nazionale.
    Anche il Governo non ha ancora varato il programma delle celebrazioni.
    Siamo in attesa ma siamo anche pronti a sconfessare un revisionismo anti-risorgimentale che attenti i valori più alti sui quali si fonda la nostra Patria!
Roma, 16 Settembre 2009
 Sergio Boschiero
DATA: 16.09.2009

LO STENDARDO DI SAVOIA 
    
foto da internet    Alessandro Bettoni Cazzago ( 1892- 1958), di nobile famiglia bresciana, dopo gli studi classici al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, volontario nell’Arma di Cavalleria, ufficiale effettivo nei “Lancieri di Montebello” e nelle. “Guide”, si distingue nella Grande Guerra meritandosi la M.A.V.M.. Negli anni’ 20, è effettivo al “Savoia Cavalleria”, di cui sarà comandante di Gruppo, vice – comandante e infine nel 1942 comandante. Eccezionale cavaliere, negli anni’30 partecipa con successo a 65 concorsi ippici internazionali e 141 nazionali. Il “Savoia Cavalleria” ,schierato nel 1941 sul fronte russo meridionale, prende parte a tutte le operazioni  militari, culminate il 24 agosto 1942 con la giornata di Jsbuschenskij: il “Savoia”, unitamente ai “Lancieri di Novara” e ai due gruppi di “Voloire”, con ripetute cariche a cavallo frena e argina una potente offensiva sovietica di accerchiamento su un fronte di c.a. 30 km. Lo scontro, deciso grazie alla lucida azione di comando di Bettoni e all’esemplare comportamento dei suoi uomini, frutta allo stendardo di “Savoia” la M.O.V.M., conferita alla memoria al magg. Litta Modignani e al cap. Abba, caduti alla testa dei loro squadroni. Bettoni è decorato sul campo di M.A.V.M. Rientrato in Italia nel marzo 1943 con gli effettivi ridotti, all’armistizio scioglie il reparto, pone in salvo lo stendardo e si dà alla lotta antinazista fra internamenti e arresti. Nell’aprile del 1945 assume il comando militare di Brescia impedendo efferatezze e uccisioni sommarie. All’indomani del referendum,innanzi all’ordine di restituire le bandiere del disciolto Regio Esercito, fa pervenire lo stendardo di “Savoia” a Umberto  II in Portogallo con la seguente lettera dell’8 agosto 1946
:

“Maestà, nel riconsegnare alle Vostre mani lo stendardo affidatomi, cui è legata la vita di un quarto di millennio del Reggimento che porta il nome della Vostra Casa, che conobbe le glorie dell’antico Piemonte, delle guerre di indipendenza d’Italia e le travolgenti cariche nelle steppe russe, io, ultimo Colonnello Comandante di Savoia Cavalleria, sento di compiere, nel più sacro dei riti, il mio dovere supremo. Il vecchio drappo glorioso decorato della medaglia d’oro al valor militare e di due medaglie di bronzo, s’inchina innanzi al Suo Sovrano. Sono presenti tutti i cavalieri di Savoia, i Morti e i Vivi che l’hanno difeso, che, non mai ammainato, l’hanno portato col sacrificio e col sangue alla gloria. Vogliate custodircelo, Maestà. Forse un giorno verrà ch’Esso risventoli al sole”.


    Umberto II tenne sempre assai caro l’antico e glorioso vessillo, assieme a quelli dei reggimenti di cavalleria Piemonte Reale, Genova, Saluzzo, Alessandria, a due bandiere dei Granatieri di Sardegna e al guidone del 35° Corpo d’Armata, tutti a Lui riconsegnati  e che in segno di pacificazione destinò alla sua morte al Vittoriano. La Repubblica punì Bettoni con l’allontanamento dal servizio attivo. Ripresa l’attività sportiva accanto all’adorata consorte, la cugina Maria Bettoni ( infermiera volontaria della C.R.I. sul fronte orientale), si spegneva a Roma il 28 aprile 1951 mentre si apprestava a partecipare al concorso ippico di piazza di Siena compianto da tutti i cavalieri d’Italia.

F.A

DATA: 04.09.2009
     
LUTTO
   L'Unione Monarchica Italiana si stringe attorno al Segretario Nazionale Sergio Boschiero per la perdita della cara madre Maria, fervidissima monarchica che avrebbe raggiunto il traguardo dei cento anni il prossimo ottobre.
    Alla famiglia Boschiero le più sentite condoglianze. Chiniamo le abbrunate Bandiere del Regno alla memoria della Signora Maria.
    Le esequie si sono tenute presso la Chiesa di Santa Galla in Roma, mercoledì 19 agosto 2009.
***
    Sergio Boschiero ringrazia sentitatamente i Principi Amedeo e Silvia di Savoia, il Principe Aimone, gli innumerevoli amici che si sono uniti al suo dolore per la scomparsa della mamma, quasi centenaria.
    Un altro grazie particolare al Prof. Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, per l'alto messaggio di cordoglio, e alla dirigenza U.M.I.

DATA: 02.09.2009

VENTI DI BUFERA SULLA RIFORMA DELLE FORZE DELL’ORDINE ED IN PARTICOLARE SULL’ARMA DEI CARABINIERI 

Stemma Arma CarabinieriDa alcuni mesi, girano le notizie più disparate circa la riorganizzazione delle Polizie italiane e l’esistenza di un progetto istituzionale che dovrebbe, in tempi più o meno lunghi, portare ad un nuovo assetto dei Corpi, civili e militari, che hanno operato ed operano attualmente in Italia.

    Fin qui, non si tratterebbe di proposte molto originali, giacché da decenni ed a scadenze ricorrenti, si ipotizzano interventi legislativo di questo tipo, malgrado, non se ne sia fatto nulla (o assai poco) e, soprattutto, se ne sappia ancora di meno. Questa volta, tuttavia, sembra che vi siano delle particolarità: come annunciato (a mezza bocca) dal Ministro dell’Interno, il dato di maggiore rilievo di questo (ennesimo) progetto sarebbe costituito dall’“accorpamento” dell’Arma dei Carabinieri (o, meglio, di una parte cospicua di essa) nella Polizia di Stato la qualcosa, secondo le ragioni ufficiali di una tale manovra, dovrebbe risolvere l’annosa (cioè, secolare) questione della duplicità (e della, non sempre fruttuosa, “concorrenza”) dei due principali Organi di polizia posti, così, sotto un’unica direzione. Nel silenzio e nei sottintesi generali, questo obiettivo è stato ampiamente discusso ed analizzato sul periodico “Carabinieri d’Italia Magazine” (Marzo-aprile 2009, pag. 9 ss.) che riporta le linee-guida del progetto elaborato dal Ministero dell’Interno aggiungendovi, tra l’altro, alcuni dati piuttosto significativi. Ad esempio, l’articolo intitolato “Arma dei Carabinieri come la Gendarmeria Nazionale Francese”, illustra dettagliatamente come il modello cui si ispirerebbe il Viminale sarebbe da individuare nella sorte riservata all’omologo Corpo d’Oltralpe che, in data 1° gennaio 2009, è stato fatto transitare, armi e bagagli, nella Polizia Nazionale, praticamente scomparendo nella sua identità e struttura originarie.
    Invero, già da molti anni, si parla (ufficiosamente) dell’esistenza di alcune determinazioni comunitarie che imporrebbero, a tutti i Paesi membri delle UE, di riservare i compiti e le funzioni di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza unicamente a Corpi ed organismi ad ordinamento civile. Naturalmente, la “ratio” di una simile scelta resta altrettanto oscura e non meno problematica giacché essa inciderebbe (e piuttosto pesantemente) su quelle sfere “riservate” all’autonomia dei singoli Stati che tutte le Carte e le Direttive della Comunità escludono dalla propria competenza (ed intromissione). D’altronde, che sui temi istituzionali delle Forze di Polizia nell’ambito degli indirizzi sanciti dalla UE permanga una fitta coltre di “omertà”, è dimostrato dal fatto che di queste, vere o fantomatiche, Disposizioni non è, almeno fino ad oggi, trapelato alcunché in via formale, tant’è che la Deliberazione (non si sa se trattasi di una Direttiva, di una Convenzione, di una Clausola, di un Codicillo, ecc.!) nella quale sarebbero contenuti i suddetti obiettivi “pare” sia stata assunta, addirittura, dal 1998. Per di più, la “soluzione” dell’accorpamento CC.-PolStato non viene assolutamente presentata come adempimento di un vincolo contratto con gli organi deliberativi della UE, ma soltanto in qualità di un’iniziativa spontanea dello Stato italiano il quale, dopo decine di anni trascorsi in posizione inerte e, peraltro, senza che siano avvenuti (almeno in epoca recente) fatti di tale importanza e gravità giustificativi di una tanto impellente “ristrutturazione”, si sarebbe “ricordato” che l’esistenza di due Polizie dotate di identici e sovrapponibili compiti nuoce all’efficienza della sicurezza del territorio e delle comunità...!
    Ora, se i dati forniti dalla succitata Rivista sono esatti (e, francamente, non si ha motivo di dubitarne), si è in presenza di un “pudore” (nei confronti dei veri motivi della “riforma” e di Chi l’ha indotta) assai poco apprezzabile e decisamente inappropriato anche perchè, se è vero (com’è vero) che molti altri Paesi (dall’Austria al Belgio ed alla Francia) hanno provveduto – alcuni, già dal 2000 – a smilitarizzare le preesistenti strutture delle loro Gendarmerie (la Guardia Civil spagnola, anch’essa militare, “sembrerebbe” in fase di prossimo allineamento agli orientamenti generali), ciò è stato realizzato senza “vergogne” o camuffamenti, ma alla luce del sole.
    Ma c’è di peggio: stando ai principi-base della UE, laddove la de-militarizzazione dei Corpi di Polizia negli Stati dell’Unione discendesse da precisi e formali impegni contenuti in appositi Accordi, ad esempio, il Trattato di Schengen o qualche suo Collegato, o Clausola o Coda (contrattuale) o comunque si chiami, è ovvio che codeste disposizioni sarebbero necessariamente dotate di termini di scadenza per la loro applicazione. Ne conseguirebbe, (si parla sempre al condizionale, naturalmente) che, qualora Maastricht, Schengen o simili avesse posto tali limiti temporali e questi risultassero già (magari, parzialmente) superati, la procedura d’infrazione che scaturisce ordinariamente da analoghe inadempienze avrebbe comportato il pagamento, da parte dell’Italia, di altrettante penali, presumibilmente salate, cioè nella misura di qualche miliardo di vecchie lire. A carico, s’intende, del solito Contribuente! Senza contare, poi, che anche un tale salasso patrimoniale non sarebbe certo in grado di protrarre all’infinito questa situazione destinata a concludersi – con l’esecuzione di altri provvedimenti inflitti dalla UE – entro date perentorie che il gossip popolare collocherebbe attorno al 2012.
    Tuttavia, data l’importanza della questione – che non può certo equipararsi ad un regolamento della pesca o della coltivazione di nocciole – è legittimo sollevare ampie riserve, di merito e di correttezza, sull’operato di quanti abbiano (o avessero) concorso ad infilare lo Stato italiano in una condizione del genere. L’Arma dei carabinieri è, notoriamente, l’Istituzione che raccoglie, senza dubbio, le maggiori quote di consensi, nella scala di valore, fiducia e credibilità dell’intera compagine statale, come si conferma, con estrema puntualità, in ogni sondaggio inerente i rapporti fra cittadini e Pubblici Poteri. Prospettare, anche soltanto astrattamente, la sua scomparsa o, comunque la sua esclusione dall’operare nei settori dell’ordine pubblico, della polizia giudiziaria e della pubblica sicurezza diviene, anche solo emotivamente, impensabile, soprattutto in un periodo storico come quello attuale che vede l’espansione di grandi fenomeni criminali e l’emergere di gravi stati di insicurezza difficilmente affrontabili con le ronde o altri (più o meno risibili) espedienti. E ciò, a non parlare della Tradizione che caratterizza, da un secolo e mezzo (e più), la Benemerita la cui storia ne identifica, più di altri, la personificazione di un Referente per la popolazione. Con tali presupposti, il meno che si può dire è che ogni decisione riguardante l’Arma andava (e va) sottoposta al vaglio degli Italiani e non può essere trattata alla stregua di una semplice procedura amministrativa o di una deliberazione, segreta o semi-segreta, assunta altrove, ossia in qualche ufficio o comitato ristretto della Comunità europea. Giustamente, il Ministro La Russa ha esplicitamente respinto qualsiasi ipotesi di scioglimento/inglobamento dei Carabinieri in altri contesti ed organismi, rivendicando una identità, storica ed istituzionale, che appartiene allo stesso DNA nazionale e v’è da augurarsi che egli persista in codesta sua presa di posizione. Sotto il profilo giuridico, ci si permette di suggerire ai competenti Dicasteri che l’eventuale esistenza di una direttiva o clausola di questo tipo – determinando un’ingerenza negli affari interni di uno Stato – farebbe si che il divieto posto dalla Costituzione (art. 75, secondo comma) al referendum nei confronti dell’autorizzazione a ratificare trattati internazionali, non potrebbe valere in un caso simile e che, quindi, potrebbe darsi luogo alla sua celebrazione per impedire la predetta “riforma”. Salvo, poi, a conoscere l’effettivo stato della questione, ivi compresa la identificazione (e pubblicazione) dei Governi e dei responsabili  che avessero sottoscritto siffatti impegni. Il Cittadino ne ha il Diritto.

Prof. Nicola Coco
Ricercatore al Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università “La Sapienza” – Docente di Istituzioni di  Diritto Pubblico alla Scuola di Specializzazione in  Medicina Legale e delle Assicurazioni dello stesso Ateneo 

Per visionare gli articoli inerenti la Riforma delle Forze dell’Ordine contenuti nella rivista “Carabinieri d’Italia Magazine” cliccare sul sito: www.ospol.it

DATA: 27.08.2009
   
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO E’ VICINA A SERGIO BOSCHIERO SEGRETARIO NAZIONALE DELL’U.M.I. 
  
    La Consulta dei Senatori del Regno è toto corde vicina al Segretario Nazionale dell’Unione Monarchica Italiana, Commendatore Sergio Boschiero, per la perdita della Madre, Signora Maria.
    La Consulta dei Senatori del Regno esprime gratitudine al comm. Sergio Boschiero per l’opera diuturna di affermazione degl’ideali e dei valori della Monarchia in Italia, incarnata nel Capo della Real Casa di Savoia, il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia e di Aosta.
    Anche in questa triste circostanza la Consulta dei Senatori del Regno è a fianco dell’Unione Monarchica Italiana, memore del dettato di S.M. Umberto II, Re d’Italia.  

                                                                                          Aldo A. Mola
                                                                  Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 18.08.2009

NOBILTA’ E VALORI DEL VECCHIO PIEMONTE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15 Agosto 2009

    Le migliaia di persone che salgono a Chianale per il celebre Concerto di Ferragosto dell’Orchestra “Bruni” di Cuneo o a Casteldelfino  per quello della “ Conte Falletti” si raccolgono in una tra le terre più contese e ricche di storia del Vecchio Piemonte. La “Castellata”, di cui bene scrisse  don Claudio Allais nel 1891, fu per secoli dominata dalla Francia, che da lì irrompeva contro i marchesi di Saluzzo prima, i duchi di Savoia poi: una vicenda che durò sino a quando Vittorio Amedeo II l’acquisì alla sua corona (trattato di Utrecht, 1713) e ne fece un antemurale contro possibili invasioni da ovest e la base di assalti contro la “sorella latina”, come ancora accadde nella Battaglia delle Alpi Occidentali del giugno 1940. 
Gli Alfazio o Alfassio Grimaldi, Alberto Tomaso Saluzzo di Paesana e  Gaspare Orazio Franchi di Pont (ovvero di Ponte Chianale) nel 1734 vennero elevati a signori dei luoghi, ovvero a responsabili del rapporto tra Corona e popolazione. Quello era infatti il nodo della nobiltà piemontese: un enigma, come ha scritto Andrea Merlotti, perché in gran parte i nobili erano tali anzitutto per pubblico riconoscimento, poi suggellato dal “consegnamento d’arme” quale premio per il servizio reso al sovrano, allo Stato.
    Per far riscoprire quel mondo la Società per le scienze sussidiarie della storia ha promosso la ristampa anastatica del Libro d’Ono della Nobiltà italiana, già edito dal Collegio Araldico in 29 volumi. I primi tre hanno la prefazione di Aldo G. Ricci, sovrintendente all’archivio centrale dello Stato, recentemente insignito del Premio Nazionale Carducci per la saggistica storica. Il Libro d’Oro, spiega il curatore, è la mappa della classe dirigente  nel lungo trapasso dalla proclamazione del Regno d’Italia (1861) al consolidamento dello Stato, il cui avvento non cancellò affatto la dirigenza preesistente. La Monarchia la acquisì anzi sia nel Senato, che era di nomina regia, vitalizio e pressoché ereditario per le grandi famiglie, sia nelle diverse cariche pubbliche: prefetti, ufficiali delle forze armate, magistrati... Il re d’Italia riconobbe la nobiltà creata dalle Case preunitarie, quale risultava da un processo  plurisecolare, persino millenario. Parimenti riconobbe la nobiltà pontificia, incardinata sulla sovranità del  Papa e sui Principi della chiesa, i cardinali, che nei ricevimenti a Corte precedevano persino di cavalieri della Santissima Annunziata, malgrado questi avessero rango di “cugini del Re”.
    La ristampa dell’ Albo d’Oro è introdotta da alcuni saggi, tra i quali spicca  quello  sulla Consulta Araldica, scritto dal novarese Aldo Pezzana, marchese Capranica del Grillo, presidente della Società Dimore Storiche Italiane. Figlio di  alto ufficiale internato in Germania nel 1943, Pezzana è autore di un delizioso memoriale Saluzzo, 1937-1946 pubblicato in tiratura limitata, meritevole di ampia circolazione. Il fondo archivistico della Consulta è invece illustrato da Francesca Romana Scardaccione.
    Chi voglia gustare gl’intrecci di mille anni di nobiltà piemontese con la storia generale, nei suoi aspetti ora drammatici, ora felici, sempre esaltanti, può avventurarsi nelle affascinanti pagine  che, su impulso dell’indimenticabile Eddy Sogno del Vallino,  Tomaso Vialardi di Sandigliano  ha scritto sul Libro degli Ospiti (1921-1991),ed. Widerholdt Frères (www.widerholdt.it), conservato al Torrione, il Castello avito, due passi dal Castello di Verrone a sua volta indagato dall’Autore in un eccellente volume (Savigliano Ed. L’Artistica).
    “Quel che fu torna e tornerà per sempre” si legge in un cartiglio della goliardia torinese quando anch’ essa era un ordine iniziatico. E’ la percezione che si trae percorrendo il Vecchio Piemonte. Il recupero dell’identità, di cui tanto oggi si parla, passa anzitutto attraverso la memoria storica, l’individuazione del ruolo svolto dalle classi dirigenti animate da orgoglio di sé, alto senso della responsabilità verso la Corona e la popolazione, gusto irrinunciabile della libertà. I suoi cardini furono gerarchia e meritocrazia,  nella  consapevolezza che  si vinceva e si perdeva tutti insieme ed è vano, anzi spregevole, pensare di scamparla portando un gruzzolo all’estero anche perché i sovrani erano divisi in tutto ma solidali nel rispettare e far rispettare il caposaldo dei valori comuni: la lealtà verso il proprio paese, la propria gente, l’onore quale valore fondante. Certi vocaboli sembravano cancellati per sempre. Ora  se ne sta riscoprendo la carica vitale.
Aldo A. Mola 
DATA: 15.08.2009
   
BADOGLIO: TRADITORE O TEMPOREGGIATORE?

Villa Torlonia San Mauro Pascoli    Lunedì 10 agosto, a Villa Torlonia in San Mauro Pascoli, una “giuria popolare” voterà per l’assoluzione o la condanna di Badoglio dopo gl’interventi di Maurizio Ridolfi, Aldo G. Ricci, sovrintendente all’Archivio Centrale dello Stato, e Aldo A. Mola, direttore del Centro “Giolitti” per lo studio dello Stato, con testimonianze di Pietro Vaienti e Gian Luca Badoglio, nipote del Maresciallo. Presiede il sindaco Miro Gori, ideatore del “Processo del 10 agosto” in memoria della Cavallina storna.    
 
   Proponiamo, in anteprima assoluta, un articolo dello storico Prof. Aldo A. Mola riguardo al Maresciallo d'Italia.

PROCESSO A BADOGLIO
di Aldo A. Mola
 

Il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio    “Badoglio traditore...”. E un’antica canzone. “To badogliate” in inglese sta per “ingannare”. Ma davvero Pietro Badoglio merita la gogna? Lo storico non condanna né assolve: documenta, cerca di capire, spiega. I “quarantacinque giorni” di Badoglio sono tra le pagine più discusse e tetre della storia d’Italia, ma a ben vedere comprendono una manciata di giorni, tra le forzate dimissioni di Mussolini (25 luglio 1943) e l’armistizio dell’Otto Settembre, quando troppi s’illusero che fosse tutto finito proprio mentre cominciava il peggio. Il “Caso Badoglio” va veduto in una visione di lungo periodo e con la necessaria penetrazione psicologica nei confronti di un militare che si formò nell’artiglieria: un’arma che insegna come uccidere da lontano e a vedere con distacco battaglie e guerre.
   Nominato capo del governo dopo l’attacco anglo-americano alla Sicilia e mentre i germanici irrompevano dal Brennero in assetto di guerra, Badoglio si trovò sulle braccia la catastrofe della guerra dichiarata il 10 giugno 1940. L’Italia aveva il grosso delle forze armate disseminate al di fuori del territorio nazionale. Dal fronte contro l’Unione Sovietica pochi mesi prima era rientrato quanto rimaneva dell’Armir. In tre anni aveva completamente perduto l’Africa orientale e la Libia, lasciando in mano nemica centinaia di migliaia di prigionieri, deportati dagli USA al Sud Africa all’India...
   Come già il governo Mussolini, quello di Badoglio non era in grado di scongiurare i bombardamenti aerei anglo-americani. Per fiaccare il morale, questi miravano a colpire la popolazione. Non rimaneva che arrendersi. Però non era facile sfilarsi dalla guerra. In Churchill e laresa incondizionata” (Firenze, Le Lettere) Enrico Serra ricorda che il 24 gennaio 1943, al termine della Conferenza di Casablanca, URSS, Usa e Regno Unito annunciarono che non avrebbero concesso alcun armistizio alle potenze nemiche. Il clima era plumbeo. Stalin dichiarò che avrebbe deportato quattro milioni di tedeschi per riparare le rovine di guerra e progettava l’eliminazione fisica di almeno 50.000 membri dello Stato Maggiore germanico e di esperti militari. Le Fosse di Katyn insegnano che era di parola...
    Badoglio avviò trattative segretissime per ottenere che l’Italia potesse arrendersi. Nel frattempo occorreva fingere, mentire spudoratamente a tedeschi e giapponesi, fare il doppio gioco, come del resto facevano alleati e nemici ai danni dell’Italia. “Inganni reciproci” hanno scritto Elena Aga Rossi e Renzo De Felice. Il 3 settembre il generale Castellano sottoscrisse le durissime condizioni, peggiorate con l’“armistizio lungo” di Malta del 29 settembre, poi assunte a base del trattato di pace imposto all’Italia il 10 febbraio 1947.
   Anche Badoglio mostrò limiti gravi. Peggiori furono però i capi partito, a cominciare da Alcide De Gasperi, che rifiutarono di collaborare con il suo governo per scaricare sulla Corona il peso della sconfitta. Mentre Badoglio imboccava la via della riconciliazione nazionale, democristiani, socialisti e certi “democratici”puntarono a isolare il Re e il governo e a trattare alla spicciolata con i vincitori per agguantare il potere sull’Italia “a tocchi”. Avevano uno scopo preciso: far dimenticare le loro colpe nell’avvento del governo Mussolini (ottobre 1922). Badoglio e il Re non previdero la RSI né la guerra civile; ma altrettanto fecero i capi dei partiti poi costitutivi del CLN. La “catena di comando” non impartì istruzioni chiare e tempestive. Il trasferimento da Roma a Brindisi e lo sbando furono però l’unico modo, sia pure cinico, per evitare dieci, cento Cefalonie e accollare ai germanici il peso materiale e morale di oltre 600.000 “internati militari” che si aggiunsero ai prigionieri di guerra, restituitici anni dopo la fine del conflitto (dall’URSS alcuni vennero rilasciati solo nel 1953).
   In sintesi va ricordato che a mettere fine al governo del duce e a far perdere l’Italia salvando almeno l’unità e il ritorno alle libertà politiche furono Vittorio Emanuele III e il Maresciallo Badoglio, né eroe né salvatore, solo “temporeggiatore”: in condizioni estreme, alle prese con vincitori desiderosi di cancellare per sempre l’Italia dal rango di aspirante grande potenza, come infatti accadde. Badoglio non fu il migliore degli Italiani, ma neppure il peggiore. La sua vicenda rispecchia il dramma di un Paese che mezzo secolo dopo l’unità, contro il parere del saggio Giovanni Giolitti, si buttò a capofitto nella fornace della Grande Guerra, generatrice di tutti i guai seguenti. Politici come Salandra, Boselli, Orlando e, peggio di tutti, Sidney Sonnino addebitarono ai militari la responsabilità dei guai derivanti dalla loro imprevidenza. Essi e i loro emuli, non Badoglio, furono i veri colpevoli del repentino autunno della Terza Italia.
 
                                                                                                        Aldo A. Mola   

DATA: 07.08.2009
   
LA MONTAGNA RIVELATA  a cura di Chiara Dall’Olio, SKIRA Editore, 2009 
  
    Il volume, con in copertina l’”Ascensione sul Monte Bianco” di Gorge Teirraz ( 1905), raccoglie gli oltre cento scatti della collezione Fineschi, realizzati da grandi alpinisti fotografi come Vittorio Sella e Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. Le suggestive foto color seppia hanno il sapore dell’epopea e il fascino delle avventure eroiche d’altri tempi: sono immagini che documentano in un susseguirsi di emozioni le prime indimenticabili spedizioni geografiche che partivano da Italia, Francia, Germania e Inghilterra. Entusiasta alpinista e sostenitrice della scoperta dei nostri monti fu la Regina Margherita, che nel suo amore per le Alpi coinvolse tutta la Nazione.


La Montagna Rivelata - Fotografie di grandi viaggiatori e alpinisti tra '800 e '900
edizione italiana con traduzione inglese, 24 x 28 cm, 136 pagine, 100 colori e 96 b/n, brossura
Edito da Skira, 2009
Prezzo:  € 35,00
Isbn: 8857201306
F.A.
DATA: 06.08.2009

DIADEMI E GIOIELLI REALI. CAPOLAVORI DELL’ARTE ORAFA ITALIANA PER LA CORTE SABAUDA
 26 giugno 2009 / 10 gennaio 2010  
  
    E’ stata di recente inaugurata e sta proseguendo con un crescendo di visitatori la mostra dedicata ai diademi e ai gioielli di Casa Savoia, allestita presso la residenza di Venaria Reale a Torino, ritornata agli splendori di un tempo lo scorso anno.
    La mostra, che ha per logo il diadema portato dalla Regina Maria Josè il giorno delle sue nozze con Umberto II, ripercorre i capolavori dell’arte orafa italiana commissionati da Casa Savoia nell’800 e nel’ 900.
    L'inaugurazione ha visto l'alta partecipazione delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia.
    Per informazioni: www.lavenaria.it 
Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia a Venaria
Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia in visita alla Venaria Reale il giorno dell'inaugurazione della mostra.
F.A.
DATA: 06.08.2009

MOSTRA DI EX VOTO AL SANTUARIO DI MONTEVERGINE 
  
Montevergine - Ex voto mostra    Il Museo Abbaziale del Santuario di Montevergine, in provincia di Avellino, ospita la straordinaria mostra PER GRAZIA RICEVUTA. GLI EX VOTO DELLA MADONNA DI MONTEVERGINE visitabile fino al 30 ottobre prossimo: una preziosissima esposizione degli “ex voto” offerti da quanti hanno ricevuto nel corso dei secoli per intercessione della Madonna venerata in questo plurisecolare tempio.
    Il più  antico è l’atto di ringraziamento offerto dalla Regina Margherita di Savoia, portato personalmente al santuario: un dipinto del 1433 che esprime la gratitudine della Sovrana per essere scampata a una tempesta, che l’aveva colta nel golfo di Sorrento.
    La fondazione dell’Abbazia risale all’arrivo sul monte di San Guglielmo di Vercelli; la chiesa e la nascente congregazione furono riconosciute nel 1126.
    L’Abbazia, dal 1939 al 1946, custodì segretamente la Sacra Sindone per decisione di Vittorio Emanuele III, che unitamente a Umberto II e alla Famiglia Reale, visitò numerose volte il Santuario.
    Per informazioni: 
www.montevergine.org
F.A.
DATA: 30.07.2009

BATTAGLIE GIUSTE E SPARATE 
 
Editoriale di Gian Antonio Stella, pubblicato su "Il Corriere della Sera" del 30 Luglio 2009  

Gian Antonio Stella - foto da internet    «Non pubblicare articoli, poesie o titoli in dialetto», diceva una delle direttive ai giornali emanate nel 1931 da Gaetano Polverelli, capo ufficio stampa di Mussolini: «L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitarie. Il regionalismo, e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione, sono residui dei secoli di divisione e servitù». Un ordine insensato. Uno spreco di ricchezze.
    Che Luigi Meneghello, autore di libri straordinari e stralunate filastrocche («potacio batòcio spuacio pastròcio / balòco sgnaròco sogato pèocio») avrebbe potuto disintegrare spiegando dall’alto della sua cattedra all’università di Reading che non solo «chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco» ma che «"l’uccellino" italiano, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto vitreo di un aggeggino di smalto mentre l’" oseléto" veneto che annuncia la primavera ha una qualità che all’altro manca: è vivo». Vale per il dialetto veneto e il siciliano, il sardo e il piemontese. Tutti.
    Come dice Ferdinando Camon, lui pure devoto alla lingua davvero materna, i «putei» e i «picciriddi», i «pizzinnu» e i «cit» non sono solo «bambini». Ma qualcosa di più. Per questo è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele- italiano «grandefratellesco», venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega. Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati.
    La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare «sic sac de hoc sec iè car ac a cà» (sottotitolo per i non bergamaschi: cinque sacchi di legna secca costano care ovunque) ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano... Ha bisogno, insomma, di un salto di qualità. Che recuperando un forte e comune sentire intorno all'idea della Patria, dell'Unità, del Risorgimento possa permetterci di ricucire senza derive campanilistiche con le nostre lingue di ieri che per Giacomo Leopardi erano le più vicine «all'espressione diretta del cuore».
    E chissà che questa nuova scuola, italiana ma rispettosa dei dialetti, consenta ai deputati e ai senatori di domani di essere un po' più preparati di quelli di oggi, visto che ai microfoni delle Jene sono arrivati a collocare Guantanamo in Iraq e a definire il Darfur «un sistema di mangiare veloce», i baschi dell'Eta «un movimento irlandese» e Caino «figlio di Isacco». Per non dire della scoperta dell'America (oscillante tra il 1640 e il 1892) e altre amenità che ogni maestra da Sondrio a Crotone, inorridita, avrebbe segnato con la matita blu.
Gian Antonio Stella
30 luglio 2009
DATA: 30.07.2009
       
COME FARE LA REPUBBLICA CON UN COLPO DI STATO
 
 di Francesco Perfetti da "Libero" del 28 Luglio 2009
 
Guido Jetti, dal titolo Il referendum istituzionale tra il diritto e la politica (Guida, pp. 240, euro 16)    Nel pomeriggio del 10 giugno 1946, alle ore 18, nella Sala della Lupa a Montecitorio, Giuseppe Pagano, primo presidente della Corte Suprema di Cassazione convocata per la cerimonia di proclamazione dei risultati del referendum istituzionale, si limitò a leggere ai presenti il numero dei voti a favore della Repubblica (12.672.767) e quelli a favore della Monarchia (10.688.903). Rinviò a una ulteriore seduta, fissata per il 18 giugno, l’integrazione dei risultati con i dati delle sezioni mancanti e l’indicazione del numero complessivo degli elettori votanti e dei voti nulli, oltre al giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami. Insomma, contro ogni aspettativa, quel pomeriggio non fu proclamata la Repubblica. Furono, tuttavia, gettate le premesse per un duro scontro istituzionale destinato a concludersi con una vera e propria forzatura giuridica che ha fatto parlare persino di «colpo di stato».
    Quella sera stessa, infatti, si riunì il Consiglio dei ministri ed emerse subito il tentativo di far passare la tesi secondo la quale non sarebbe stato necessario attendere una ulteriore pronunzia della Corte di Cassazione perché la vittoria della Repubblica era ormai un dato incontrovertibile. Vi fu un frenetico andirivieni con il Quirinale. Fu presa in esame anche l’ipotesi, nata negli ambienti dei consiglieri del re ma gradita anche all’ammiraglio Ellery W. Stone, di nominare come Luogotenente generale del Re, fino alla preannunciata seconda e definitiva riunione della Cassazione, Alcide De Gasperi.

La nota del consiglio dei ministri
Votate per la Monarchia    Questa prospettiva però venne subito meno perché durante la notte il Consiglio dei ministri, con il voto contrario del liberale Cattani, emise un comunicato che prendeva atto del fatto che la proclamazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione assicurava la maggioranza alla Repubblica. Le ore e i giorni successivi furono frenetici. De Gasperi si era persino convinto che quel comunicato gli avesse già conferito i poteri di capo dello Stato e giunse a offrire al ministro della Real Casa il suo intervento per ottenere dal Consiglio dei ministri una risoluzione che congelasse la situazione: un accordo in base al quale né il Re né De Gasperi avrebbero firmato alcun decreto fino al 18 giugno quando la Corte di Cassazione avrebbe dovuto emettere la decisione definitiva. Era una proposta ridicola che finiva, di fatto, per riconoscere una assurda coesistenza di poteri.
    Ancora di notte, fra il 12 e il 13 giugno, il Consiglio dei ministri, nuovamente riunito, approvò, sempre con il voto contrario di Cattani, una dichiarazione che riprendeva il comunicato della notte del 10, ma lo radicalizzava affermando che la proclamazione dei risulti del referendum aveva «portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio», durante il quale l’esercizio delle funzioni di capo dello Stato sarebbe spettato ope legis al presidente del Consiglio. Si trattava di una vera e propria forzatura giuridica, un «colpo di Stato». Al Re furono prospettate più ipotesi, tra le quali quella che prevedeva il dimissionamento dei ministri e il loro arresto, ma egli preferì partire diffondendo un proclama che denunciava l’atto rivoluzionario. Così finì la Monarchia.
    Su tutti questi eventi è appena uscito un bel libro scritto da un magistrato, Guido Jetti, dal titolo Il referendum istituzionale tra il diritto e la politica (Guida, pp. 240, euro 16): un libro denso ed equilibrato che ripercorre, sotto il profilo giuridico e non soltanto storico, quegli avvenimenti. Gran parte della letteratura sull’argomento, soprattutto quella di ispirazione monarchica, ha sottolineato l’esistenza dei brogli, dei soprusi, delle irregolarità che furono poi anche denunciati da Luigi Barzini nella sua celebre inchiesta su La verità del referendum (Le Lettere). L’opera di Jetti si muove su un terreno diverso da quello della polemica politica, ma proprio per questo le sue osservazioni di natura giuridica sono fondamentali per una corretta lettura storica degli avvenimenti.
    Anche Jetti lascia ben intendere - pur se non si esprime in questi termini - che la partenza di Umberto dall’Italia sia stata la conseguenza di un “colpo di Stato” al quale il Re, per il suo senso di responsabilità, non volle opporsi, rinunciando ad attendere la pronuncia definitiva della Corte di Cassazione prevista per il 18 giugno. Una rinuncia che finì per influenzare e spingere in una certa direzione le scelte della suprema Corte chiamata al controllo delle schede e dei verbali nonché alla definizione dei numerosi ricorsi. Un illustre giornalista, Enzo Selvaggi, che aveva guidato la campagna elettorale dei monarchici, avvisò il Re: «Finché Vostra Maestà resta a Roma la Cassazione potrà giudicare con animo sereno; ma una Sua partenza avrà un’influenza negativa su parecchi membri della Suprema Corte».

Il nodo degli “elettori votanti”
La folla acclama Re Umberto II    Mai previsione fu più azzeccata. Il punto maggiormente controverso era quello relativo all’interpretazione dell’espressione «elettori votanti» e alla sua equiparazione con il concetto dei «voti validamente espressi»: un punto, questo, importante perché implicava la sorte delle schede nulle o bianche ai fini della determinazione del quorum. La maggioranza dei giuristi propendeva per la tesi che «elettori votanti» fossero da ritenersi anche coloro che avevano annullato la scheda o l’avessero riconsegnata in bianco, poiché si trattava pur sempre di una manifestazione di volontà. Contro il parere dello stesso procuratore generale della Corte, però, prevalse l’orientamento contrario. Il motivo, a rileggere oggi quei fatti, è soltanto politico. L’inclusione delle schede bianche o nulle nel computo per la determinazione della maggioranza avrebbe ridotto il vantaggio della Repubblica sulla Monarchia a poco più di 250.000 voti. Una maggioranza risibile. Ma non solo: una maggioranza che avrebbe potuto essere ribaltata dal momento che attendevano di poter votare circa 900.000 elettori delle province di confine che sarebbero dovuti andare alle urne con elezioni suppletive. L’opzione della Corte, malgrado la requisitoria del procuratore generale, era una forzatura giuridica. Necessaria per sanzionare la nascita della Repubblica. Una forzatura che dà ragione a Togliatti, il quale, proprio a proposito del referendum istituzionale, ammise che «i parti difficili vanno assistiti».
DATA: 28.07.2009
 
Al Senatore del Regno Aldo G. Ricci il Premio Carducci 2009 per la storiografia
IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA, ALDO A. MOLA:
"LE CELEBRAZIONI DEL 150°? PER ORA SENZ'ANIMA"
 
 PER CAPIRE L’UNITA’ D’ITALIA: POESIA, ARCHIVI, ARTE 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di Domenica 26 Luglio 2009
 
Regno d'Italia - foto da internet    Va allo scrittore e saggista Claudio Magris e al novarese  Aldo G. Ricci, sovrintendente all’Archivio Centrale dello Stato,  il Premio Nazionale Giosue Carducci  2009  in programma alla Versiliana di  Pietrasanta lunedì 27. E’ il giusto riconoscimento a istituzioni e a problematiche che non tramontano, come la poesia gnostica di  Ito Ruscigni  e l’intreccio di modernità e classicità nel Novecento indagato da Elena Pontiggia.
    Il premio Carducci cade in buon punto, mentre divampa il dibattito sul 150° dell’ “Unità d’Italia”. Molti lamentano ritardi e deplorano omissioni gravi. Il torinese comitato “Italia 150” (Bresso, Saitta, Chiamparino) assicura che tutto procede al meglio. Il presidente dei “Garanti” delle celebrazioni, Carlo Azeglio Ciampi, presidente emerito della Repubblica, lamenta invece che  il 150° non ha neppure il logo. Poiché nulla  accade per caso, forse il ritardo è dovuto alla debolezza del principio ispiratore di queste celebrazioni.
    Diciamola tutta: il 17 marzo  2011 non ricorrono 150 dall’unità, bensì  dalla proclamazione del Regno d’Italia con Vittorio Emanuele II Re statutario. Nel 1861 il Regno non aveva Roma né Venezia, non Trento  e Trieste né l’Istria né Fiume... Un grande passo avanti verso la coincidenza tra confini geografici e  confini politici, ma era solo il coronamento parziale di un sogno che aleggiava da  qualche decennio. Fu attuato solo grazie alla Casa di Savoia, che agli occhi dell’Europa assicurò che la nascita del nuovo Stato non comportava né sconquassi né guerre, assicurava libertà di culto ma garantiva l’incolumità del papa e infine metteva tutti al sicuro da “repubbliche”: uno spettro che per le corti europee (da Londra a  Parigi, da  Vienna a  San Pietroburgo) era sinonimo di disordine  e  sangue, di caos e nuove tirannidi.
    Nel 2011 si ricorderà che il primo Parlamento della Nuova Italia era zeppo di rappresentanti degli Stati preunitari conciliati alla fratellanza nazionale nella convinzione che sarebbero state rispettate le tradizioni regionali e che l’unità non era inconciliabile con ampie autonomie e l’autogoverno. I prefetti garantivano la legge e le libertà. Francesco Crispi parlò per tutti quando disse che la Monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso, anche nelle piccole cose, come questa affannata rievocazione del 150°.
    Il Premio Carducci 2009 è  un invito a riflettere sulle radici dell’Italia odierna: colta ed europea dalla sua nascita, quando le Università si contavano sulle dita di due mani e i “provinciali”, come Carducci appunto, erano orgogliosi di lasciare casa  famiglia amici per crescere nei grandi Templi della cultura, come Pisa o Bologna, Torino o Napoli: poche ma valide. Forse un passo per volta ci arriviamo, perché a volte il passato ritorna, per il bene di tutti.
    Lo scorso anno il Premio Carducci per la saggistica venne conferito al Capo dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, colonnello Antonino Zarcone. Quest’anno con Aldo G. Ricci balza in primo piano un’altra Istituzione fondamentale. L’Archivio Centrale dello Stato è infatti un “monumento” della memoria, punto di riferimento  ed emblema per tutti gli archivi di Stato, quelli provinciali e comunali, di Enti e Fondazioni e di privati.
    Mentre i comitati nazionali e locali per il 150° discutono, il Premio Carducci avanza un sommesso suggerimento: più mezzi agli Archivi, più fondi per i libri che sono motivo di vanto degli studi italiani all’estero (è il caso degli Uffici storici militari). Aggiungiamo l’urgenza della tumulazione in Italia delle spoglie degli ultimi Re. Questo sarebbe il vero traguardo. Pensiamo ne sia convinto anche Carlo Azeglio Ciampi che nelle file del Regio Esercito riorganizzato dal settembre 1943 sentì l’orgoglio della Patria che mostrò i denti per risalire china verso la libertà. Saldato il debito con la verità dei fatti,  sarà facile trovare il logo dell’unità: il tricolore. Ogni parte ne privilegia uno senza esclusione degli altri.   
Aldo A. Mola

    La giuria, presieduta da Raffaello Bertoli, saggista e scrittore, ha premiato anche gli studenti partecipanti al premio scolastico sulla figura e sull’opera di Carducci.
    Tra i finalisti dell’edizione 2009 ricordiamo Marco Veglia, carduccista, gli storici Gianpaolo Ferraioli e Pierluigi Ballini,  i saggisti Arnaldo Di Benedetto, Riccardo Buscagli, Pierluigi Panza, e i poeti Franca Lombardo Del Roso e Cesare Viviani.
DATA: 28.07.2009
 
CERIMONIA DEL 62° REGGIMENTO FANTERIA SICILIA
  
CERIMONIA DEL 62° REGGIMENTO FANTERIA SICILIA5Si è  svolta nel mese di luglio in Catania la solenne cerimonia del rientro della bandiera di guerra del 62° Reggimento Fanteria SICILIA dal teatro operativo del Kossovo, dove ha operato unitamente a reparti del 23° Reggimento Artiglieria PELORITANI e del Reggimento di cavalleria LANCIERI DI  MONTEBELLO.
    Il Reggimento venne istituito il 16 aprile 1861 e da quel momento ha preso parte a tutte gli avvenimenti bellici del Regno d’Italia: la sua bandiera di guerra è decorata di due Medaglie d’Argento al V.M  ricevute nel  1866  e nel 1942 e di due Medaglie di Bronzo al V. M, ricevute nel 1861 e nel 1916. Il Reggimento è stato citato nel Bollettino di guerra del 21 maggio 1916 e del 26 luglio 1942. Esso è di stanza nella città di Catania e ha per motto “VIRTUTE SUPERO”.
    La solenne cerimonia ha avuto luogo nella storica piazza Università e ha visto la presenza delle massime Autorità dell’Esercito e il concorso di numerosi cittadini, che si sono stretti in un caloroso abbraccio ai fanti del SICILIA.
    Di scorta alla bandiera di guerra è stato il Ten. Col. Spe Massimo Lucca, nostro socio UMI.
DATA: 22.07.2009
   
91 ANNI FA LA STRAGE DEI ROMANOV: IL SITO INTERNET DELL’U.M.I. LI ONORA E DIFFONDE L’INNO IMPERIALE ZARISTA

La Famiglia Imperiale Russa       Nella notte fra il 17 e il 18 Luglio 1718, esattamente 91 anni fa, lo Zar Nicola II, la Zarina Alessandra, lo Zarevic Alessio con le sorelle Anastasia, Olga, Tatiana e Maria, nonché alcuni fedeli servitori, furono massacrati a colpi di pistola nella cantina di casa Ipatiev, nella cittadina di Ekaterinburg.
   
Nessun russo faceva parte del plotone di esecuzione nel quale, invece, ebbe ruolo attivo il comunista ungherese Imre Nagy, futuro primo ministro magiaro negli anni ’50, fucilato dai sovietici.
    I corpi dei componenti della Famiglia Imperiale furono fatti a pezzi, in parte distrutti con agici incendiari e sepolti frettolosamente nella foresta detta anche “dei 4 fratelli”.
   
    Ritrovati negli anni ’90 e sottoposti all’esame del DNA, furono identificati, salvo i resti di Alessio e della sorella Granduchessa Maria che furono ritrovati ed identificati in anni più recenti.
   
I resti mortali della Famiglia Imperiale ebbero funerali di stato ai quali presenziò il Presidente Boris Eltsin che ebbe dure parole di condanna per l’eccidio. Sono sepolti nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo.
   
La Chiesa Ortodossa ha santificato i Romanov, definendoli “Martiri della Fede”.
   
Ci inchiniamo alla loro imperitura memoria mentre l’Inno Imperiale naviga su internet e può essere ascoltato in tutto il mondo (www.monarchia.it).
   
E’ lo stesso inno che Tchaikovsky contrappone alla Marsigliese nella sinfonia “1812”.
Sergio Boschiero
Roma, 17 Luglio 2009
PRESTO LA GALLERIA FOTOGRAF
IL FORTE DI CIMA CAMPOLONGO: E' USCITO IL NUOVO SAGGIO STORICO DI MALATESTA,
 CON PREFAZIONE DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
       

Il forte di Cima Campolongo di Leonardo Malatesta, prefazione Amedeo di Savoia    Il volume, Il forte di Cima Campolongo del dott. Malatesta, giovane storico militare vicentino, edito dalla casa editrice Temi di Trento, analizza per la prima volta utilizzando documentazione archivistica inedita italiana ed austriaca, la vicenda costruttiva e bellica del forte Campolongo nell’altipiano di Asiago.

    Il volume che consta di oltre 200 pagine, con le prefazioni di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia – Aosta, del generale Pino, Comandante del Comando Militare Esercito del Veneto e del Vice Presidente della Provincia di Vicenza, dott. Dino Secco, tratta della politica militare italiana, dei concetti costruttivi, delle artiglierie ed infine della storia bellica del forte Campolongo, a difesa del confine della Val d’Astico che assolse il suo ruolo bellico, durante la cosiddetta “Guerra dei forti”.

    Il libro, è il primo di una collana storica intitolata Le Sentinelle di Pietra, diretta dal dott. Malatesta, intende analizzare con singole monografie, tutti i forti italiani ed austriaci costruiti da fine ‘800 fino alla 2ª guerra mondiale.

    Grazie ad un apparato fotografico e cartografico inedito italiano ed austriaco, il lettore oltre a conoscere la storia del forte potrà, utilizzando le cartine e le fotografie sia d’epoca che dei giorni nostri, scoprire questa fortificazione fino ad oggi poco conosciuta ed inserirla nel contesto delle vicende della prima guerra mondiale.

    L’autore è il dott. Leonardo Malatesta, nato a Malo (Vicenza) nel 1978. Si occupa di storia militare italiana ed europea dell’età contemporanea. Tra i suoi volumi possiamo ricordare Il dramma del forte: 12 giugno 1915. Nel 90° anniversario dalla distruzione del forte Verena, le sconvolgenti verità provenienti dagli archivi militari, Temi, Trento, 2005 e La guerra dei forti. Dal 1870 alla grande guerra le fortificazioni italiane ed austriache negli archivi privati e militari, Nordpress, Chiari, 2003. 
Il forte di Cima Campolongo -Dal Risorgimento alla grande guerra, la storia di una fortifi cazione italianadi montagna dell’altopiano di Asiago.
Leonardo Malatesta
308 pagg. illustrate
Tipografi a Editrice TEMI s.a.s. di Bacchi Riccardo & C. - Formato 17 x 24
ISBN 978-88-89706-62-6
Euro 20,00

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DATA: 14.07.2009
 
LA RISCOSSA DOPO VILLAFRANCA: QUANDO VUOLE L’ITALIA SA FARE BENE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 12 Luglio 2009

S.M. il Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria    Anche centocinquant’anni orsono i Grandi del mondo di allora si incontrarono in Italia, nel cuore della pianura Padana. Lì si giocavano i destini dei popoli. Il 12 luglio 1859 Napoleone III, Imperatore dei francesi, incontrò a quattr’occhi Francesco Giuseppe d’Asburgo, Imperatore d’Austria, che all’epoca dominava parte della Polonia, Ungheria, cechi, slovacchi, un po’ di germanici e il Lombardo-Veneto, cioè le terre più popolose e ricche della sua corona. Pattuirono l’armistizio. L’Austria era stata sonoramente sconfitta a Solferino e San Martino il 24 giugno. Vi si fronteggiarono due eserciti di pari forze, quasi 280.000 in tutto. Fu una battaglia all’antica, dalle 4 del mattino alle 8 di sera. Un uragano pomeridiano impose una pausa fra un assalto e l’altro. Cannonate, spari, urla, galoppate... Le perdite furono altissime. Napoleone III decise che non valeva la pena di fare la guerra per Vittorio Emanuele II che già si era impegnato a cedergli la Savoia e Nizza. Sua moglie, la clericale spagnola Eugenia di Montijo, premeva per la pace nel timore che gl’italiani volessero Roma. Non fu l’unica francese d’acquisto a influire su un capo di stato d’Oltralpe. Perciò Napoleone III puntò diritto all’accordo con Francesco Giuseppe.
    Il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, aveva puntato tutto su quella guerra: doveva assicuragli Milano, Venezia, Bologna, Le Marche... chissà mai? Forse l’Italia intera. Nella battaglia di San Martino-Madonna della Scoperta l’Armata Sarda mise l’anima ma, ricorda il bel volume 1859  edito dall’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito, i collegamenti tra i corpi funzionarono malissimo. La Brigata “Aosta”, ne ricordiamo una per tutte, ebbe feriti il generale, due maggiori, due colonnelli (Vialardi e Alessandro Plochiù, zio materno di Giovanni Giolitti) e un maggiore ucciso.  Gli ufficiali pagavano come i loro uomini. Nessuno di essi risultò fuggitivo o “disperso”. Cadevano con la bandiera in una mano, l’arma nell’altra.
    A cospetto dell’accordo tra i due Imperatori, rimasto col cerino acceso in mano, il 12 luglio anche “Monssù Savoia” firmò l’armistizio, dopo un litigio furibondo con Cavour che voleva la prosecuzione della guerra, senza averne i mezzi.
    Il Re, solo il Re, salvò  il salvabile per non fare la fine del padre, Carlo Alberto, che nel 1848-1849 aveva fatto da solo la guerra contro l’Austria e, sconfitto a Novara, aveva abdicato ed era andato a morire a Oporto, solo e dimenticato.
    Spocchioso come sapeva essere un carbonaro e massone costretto dalla sete di potere ad andare d’accordo coi preti, il 16 luglio 1860 Napoleone III lasciò l’Italia inseguito dall’indignazione di chi non dimenticava che aveva sterminato i difensori della Repubblica Romana nel 1849.  Disse : “Vedremo cosa sapranno far ora gli Italiani”.  Gli Italiani lo mostrarono subito a lui e al mondo. La rete dei liberali, attiva da tempo dalla Toscana a Emilia e Romagna, Stato Pontificio e  Due Sicilie accelerò il passo. Dinnanzi alla sfida della storia l’Italia mostrò ciò che sapeva fare. Come tutte le pagine difficili della sua storia. Con fantasia e  guizzi di genialità.
    Peccato che questa data fondamentale stia fuggendo via nell’indifferenza dei media. Essa aiuta a capire la capacità di riscossa del 1943-45 e quella dei giorni attuali. Cavour stesso (ricorda il suo Epistolario edito da Olschki in diciotto volumi)  il 25 gennaio 1860 esclamò:” Sia benedetta la pace di Villafranca!”. Quello fu l’anno delle grandi imprese: i Mille di Garibaldi, le annessioni... Ma il Piemonte se ne ricorda o no?
Aldo A. Mola 
DATA: 12.07.2009
     
GRANDI INTELLETTUALI E STUDIOSI REPUBBLICANI DI SINISTRA (OVVEROSSIA, FORSE LE FORMICHE SONO MEGLIO INFORMATE)

Riceviamo e pubblichiamo una lettera che il Prof. Giulio Vignoli dell'Università di Genova ha indirizzato ad un collega di Napoli, per fare chiarimento su alcune affermazioni - pubblicate in un libro - che vorrebbero Benedetto Croce sostenitore della Repubblica....
  
Rapallo, 5/7/2009
Benedetto Croce - foto da internet    Chiarissimo e illustre Collega,

        scusi se La disturbo.
    Leggendo il libro recentemente uscito dell’alto magistrato Guido Jetti, “Il referendum istituzionale (tra il diritto e la politica)”, Guida editore , Napoli, 2009, che mi conferma sempre più del modo indegno con cui si arrivò alla Repubblica, mi sono imbattuto in una nota critica (n. 111, pag.97 ) che La riguarda e riferita al Suo scritto “Il percorso psicologico dalla monarchia alla repubblica attraverso i “Taccuini di lavoro” di Benedetto Croce”, in “Benedetto Croce e la nascita della repubblica”, Atti del convegno di studi su Benedetto Croce , organizzato dal Senato della Repubblica, Rubbettino editore, 2003.
    Incuriosito, mi sono affrettato ad acquistarlo.
    Ed effettivamente alcune Sue affermazioni, contenute nel Suo contributo, mi hanno lasciato interdetto. Mi riferisco in particolare alle seguenti: “sul percorso psicologico che condusse Benedetto Croce dalla monarchia alla repubblica, alla cui fondazione il vecchio filosofo dette un contributo determinante”  (pag. 57 ); “da qui la sua accettazione della Repubblica (…). Una soluzione ragionata, convinta e fiduciosa” (pag. 65); “Ebbene le esperienze di vita, le azioni e gli affetti suggerivano ormai a Croce la soluzione tra il 1945 e il 1946, la soluzione repubblicana in nome dell’etica politica di dire la verità” (pagg. 65-66); “Benedetto Croce era convinto che nessun popolo che non valga moralmente riesce a farsi valere . Per questo aveva scelto la Repubblica e questa è, oggi come cinquant’anni fa, la forza del suo insegnamento per tutti gli italiani” (pag. 66).
    Le confesso che a me, modesto giurista, il Suo nome era sconosciuto e quindi,  utilizzando i brevi riferimenti indicati sotto il suo nominativo all’inizio del breve articolo, ho cercato su internet e mi sono soprattutto soffermato sui suoi amplissimi curricula, quale appare in Wikipedia e quale indicato dalla sua Università di Napoli “Federico II”.
    Orbene, a me, modestissimo artigiano (soprattutto se messo a confronto con le altissime e innumerevoli qualifiche, sia in campo scientifico che politico -senatore e deputato per due legislature per la Sinistra- quali appaiono nei due curricula suddetti; la Sua università Le dedica ben quattro pagine fitte fitte di titoli scientifici  e accademici, membro di innumerevoli e prestigiose organizzazioni nazionali e internazionali e politiche, storico e filosofo insigne, Magnifico Rettore, Accademico dei Lincei, presidente di Comitati e Consigli scientifici prestigiosi, autore di oltre 900 pubblicazioni, direttore di riviste scientifiche, professore onorario in molte università straniere, persino nella castrista università dell’Avana, anzi La Habana,  vincitore del premio Napoli per la saggistica e chi più ne ha, più ne metta. Qui, mi scusi, faccio un amplissimo taglio), risulta che il Croce morì monarchico.
    Lei conoscerà  senz’altro la “Lettera aperta a Benedetto Croce” di Piero Operti, definita da Papini “il miglior “pamphlet” del dopoguerra”.
    Ebbene Croce così rispose a Operti, al proposito.
            “Mio caro Operti, (…) tuttavia occorreva che si tenesse presente che l’inadeguatezza di unBenedetto Croce - Foto da Internet re rispetto all’ideale di un re non è da confondere con l’inadeguatezza della monarchia; e questo concetto ho fatto valere nelle mie dichiarazioni e discorsi, e con questo concetto IERI HO VOTATO PER LA MONARCHIA”.
    Inoltre Croce emise la seguente dichiarazione il 22 MAGGIO: “ Io sempre distinsi la questione della persona da quella dell’Istituto. E SEMPRE AFFERMAI IL MIO CONVINCIMENTO CHE ALL’ITALIA GIOVASSE MANTENERE LA FIGURA DEL MONARCA COME SIMBOLO DI UNITA’ NAZIONALE E DI STABILITA’ STATALE. Perfino ciò sostenni pertinacemente , fra le grida di “viva la repubblica” che interruppero quel passo del mio discorso, nel comizio tenuto all’Università di Napoli il 28 novembre 1943”.
    Quindi Le sarei vivissimamente grato se volesse chiarirmi in base a quali dati Ella può affermare l’approdo di Croce al porto della  Repubblica nel suo, da Ella asserito, viaggio dalla Monarchia.
    “Dire la Verità!”, ripete Ella più volte, e  deplora, con Croce, l’“Uso della menzogna”. Ebbene, qual’ è la verità al proposito?
    Mi permetto di chiederLe una breve risposta, certo della Sua cortesia.
        Forse Croce non volle candidarsi alla Presidenza  proprio per il suo credo e inoltre mi pare che negli ultimi tempi fosse piuttosto critico sui primi passi della Repubblica. Vedi, ad es., in sede di approvazione del Trattato di pace. Infine , Ella saprà sicuramente che l’ultimo scritto, pubblicato in vita, di Croce è la prefazione a un libro della regina Maria Jose’.
    Qualora invece le Sue affermazioni fossero errate (nel caso specifico, e per la sede del Suo discorso -il Senato- e per le Sue alte qualifiche, clamorosamente errate, uno sfondone insomma, per dirla fuori dai denti), naturalmente tutti possiamo errare, vorrà concedermi di rilevarlo e di ribattere in pubblica sede (anche se non è il Senato della Repubblica).
    Se invece ho interpretato male, se ho mal capito, ben lieto di prenderne atto: attendo infatti il Suo cortese riscontro.
    Non conoscendo il Suo indirizzo privato, invio questa mia al Senato, alla Camera, all’Accademia dei Lincei e alla Università di Napoli, in modo da essere sicuro ch’Ella la riceva. Nel caso di mancato riscontro, ma ritengo che ciò non avverrà data la Sua ben nota cortesia e disponibilità, riterrò fondate le mie critiche.  
    Con vivo ossequio
Prof. avv. Giulio Vignoli
Già docente di diritto internazionale nell’Univ. di Genova 
DATA: 07.07.2009
 
L'ARCA DELL'ALLEANZA - LA LEGGENDA SVELATA
  
Articolo tratto da "Il Messaggero" di Domenica 28 Giugno 2009, pagina 19 - Ed. Roma

S.A.R.il Principe Amedeo con il Patriarca Abuna Paulos    Era tutta ricoperta d’oro all’interno e all’esterno, sormontata da due cherubini d’oro. Conteneva le tavole dei Dieci comandamenti, un vaso d’oro pieno di manna e il bastone di Aronne capace di mutarsi in un serpente e di far miracoli. Fatta di legno di acacia da Mosè per ordine diretto di Dio, l’Arca dell’Alleanza era lunga 125 centimetri, larga e alta 75. Più del candelabro a sette braccia, più di ogni altra cosa era la testimonianza del patto con Dio del popolo ebraico. Si diceva fosse anche un’arma potentissima, capace di lanciare lampi e di incenerire chiunque osasse toccarla (e, in effetti, era portata tramite due pali collegati con quattro anelli d’oro).. Le ultime notizie che si hanno di lei risalgono al 586 avanti Cristo, quando i babilonesi espugnarono Gerusalemme e saccheggiarono il Tempio.
    L’hanno cercata in tanti, dai babilonesi stessi agli egiziani, ai templari agli archeologi di tutto il mondo. Un film di Indiana Jones ne ha rilanciato il mito, più forte (e più fondato) di quello del Graal, più vero di quello della Pietra filosofale.
    Ebbene quel mito potrebbe presto trasformarsi in una cosa molto concreta. L’Arca potrebbe tornare tra noi ed essere esposta in un museo, visibile dal mondo intero.
L’annuncio l’ha dato il 18 scorso a Roma il Patriarca della Chiesa ortodossa d’Etiopia, Abuna Pauolos. L’Arca esiste, ha detto, è in possesso dell’Etiopia e tra breve sarà esposta.
La notizia, stranamente, non ha fatto molto effetto, è stata ignorata dai grandi media ed è un errore. Vediamo perché.
    Che in Etiopia ci fosse qualcosa si sapeva da secoli e secoli. Lo afferma, prima di tutti, un’opera antichissima, il Kibre Nagast (Il Gloria dei Re), racconto epico dei Re d’Etiopia. Lo dissero viaggiatori, che nei secoli passati percorsero l’Etiopia. Ma soprattutto esiste una tradizione che la colloca in un posto preciso. Nella Chiesa di Nostra Signora di Sion, nell’antica capitale imperiale etiopica, Axum (la stessa città dove è tornato l’obelisco preso dai fascisti e esposto per decenni a Roma).
    La tradizione dice che l’Arca è conservata in un sacello segreto, avvolta in una preziosa stoffa, custodita da un solo monaco, che la protegge per tutta la vita, per poi passare la consegna a un altro monaco. Per essere certi che l’Arca non sia rubata, in ogni grande e antica chiesa d’Etiopia esistono copie che in qualche modo rappresentano insieme la fede cristiana, le radici ebraiche, la grandezza della storia e dei Re etiopici.
    L’annuncio ufficiale dato a Roma dal Patriarca Pauolos (era lì per il G8 delle religioni e per incontrare il Papa) è stato dato dal Patriarca stesso, dal principe Akile Berhan Makonnen Haile Selassie, nipote dell’ultimo Re e dal duca Amedeo d’Aosta, nipote dell’ultimo viceré italiano del Paese africano. È stato anche annunciato che ad Axum sarà costruito un grande museo dedicato all’Arca, dentro la quale, ha dichiarato il Patriarca, esistono le cose affermate dalla Bibbia (quindi le Tavole dei Comandamenti, il vaso con la manna, la verga di Aronne?).
    Ma come è finita l’Arca in Etiopia? Una leggenda dice che quando la regina di Saba (che dominava anche sull’Etiopia) andò a Gerusalemme per conoscere re Salomone essa si unì al Re e da quella unione nacque un figlio, Menelik, che portò in Africa l’Arca che Salomone custodiva nel Tempio di Gerusalemme. E qui c’è qualcosa che non funziona. Salomone regnò intorno al X secolo avanti Cristo e la presenza dell’Arca è testimoniata a Gerusalemme fino, appunto, al 586, anno dell’assedio babilonese.
    Ma un’altra storia può aiutarci. Verso il VI secolo a.C. nell’Isola Elefantina, ai confini meridionali del regno dei faraoni d’Egitto esisteva una guarnigione di soldati ebrei. Una guarnigione che disponeva di un tempio simile a quello di Gerusalemme. Secondo alcuni, poco prima dell’assedio babilonese l’Arca fu trasportata in terra sicura, proprio alla guarnigione di soldati ebrei di Elefantina. Un bel viaggio dalla Palestina al Sud dell’Egitto. Sta fatto che le leggende della presenza dell’Arca sono presenti da almeno milletrecento anni. Ne parlano viaggiatori, esploratori, mercanti, avventurieri. Ne parlano le tradizioni dei Templari e dei loro successori, i massoni. Ma a nessuno è mai stato dato di vederla. Ora l’annuncio.
    Che in Etiopia ci sia qualcosa è certo, oltretutto l’Arca, una volta l’anno, avvolta in un panno blu, invisibile ma presente, viene portata in processione, in occasione dell’Epifania ortodossa. Che cosa sia davvero, siamo ansiosi di saperlo. Certo si tratta di una reliquia antichissima. Secondo certe tradizioni l’Arca dall’Isola Elefantina fu portata in un’isola più a Sud, dove restò per 800 anni. Poi, nel III secolo della nostra era, eccola apparire a Axum, per opera di Re Ezana. Lì rimase per secoli e fu spostata solo una volta, quando un esercito musulmano minacciò Axum. Passato il pericolo essa tornò nella chiesa di Nostra Signora di Sion.
    Secondo alcuni, quando l’Arca viene esposta nella festa di Timkat essa è avvolta in un panno non per custodirla dagli sguardi, ma per proteggere i sacerdoti che la portano. Essa, infatti, non avrebbe ancora perso il tremendo potere di incenerire chi, non autorizzato, osi toccarla.
Ora non ci resta che attendere. Forse dopo i predatori dell’Arca perduta saremo i visitatori dell’Arca trovata.
M.G.
DATA: 30.06.2009
   
COMITATO LUIGI DI SAVOIA, DUCA DEGLI DEGLI ABRUZZI, A FAVORE DELLE ZONE TERREMOTATE
  
Lugi di Savoia-Aosta, Duca degli Abruzzi    All’indomani  del  terribile  terremoto d’Abruzzo  nasce  l’idea  di costituire un  comitato  che abbia come scopo  il  reperimento  di  fondi  per  portare aiuto alla   popolazione abruzzese  così duramente colpita.
    Il Comitato nasce ufficialmente , con atto notarile,  il 17 di maggio 2009.
    La scelta di intitolare il Comitato al Duca degli Abruzzi è scaturita ,oltre che dal titolo stesso che portava Luigi di Savoia  Aosta, anche dalla tempra del personaggio (così simile alla gente d’Abruzzo!)  grande esploratore, sportivo, tenace, concreto : sicuramente  un  buon  auspicio per il Comitato e le sue  finalità.
    Memori dell’esperienza positiva  fatta  durante il  terremoto del 1980 in  Irpinia, abbiamo deciso di individuare  pochi, piccoli  obiettivi  sui quali convogliare  tutta  la  somma  raccolta, in modo da essere , anche se per pochi casi, un aiuto “sostanzioso” e , magari, risolutivo.
Piccola cosa forse, ma come diceva Madre  Teresa di Calcutta, ogni piccola goccia contribuisce a fare il mare…
    Naturalmente  abbiamo  già degli amici  “in loco” che ci aiuteranno a scoprire i nostri obiettivi;  obiettivi che controlleremo e di cui daremo ampia documentazione  a tutti coloro che parteciperanno a questa nostra gara di solidarietà, garantendo personalmente la consegna   ed il buon  fine degli aiuti.
    Grazie a tutti voi che contribuirete versando Qualsiasi cifra sul conto corrente del  “Comitato Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi”, aperto  per la sottoscrizione presso la

Banca  Intesa San Paolo, Ag. 10 di Firenze
IBAN     IT12H030690281810000002275
Con  causale:    DONAZIONE PRO TERREMOTATI  D’ABRUZZO


San Rocco 20 giugno 2009
Amedeo e Silvia di Savoia 
DATA: 29.06.2009
   
TRIPOLI, BEL SUOL D'AMORE!
  
    Riproponiamo la canzone del 1911 “A Tripoli!”, meglio conosciuta come “Tripoli, bel suol d’amore”, che divenne simbolo dell’avventura coloniale italiana. La canzone è entrata nel "mito patriottico" da quando la cantante Gea della Garisenda, moglie del Senatore del Regno Teresio Borsalino, dal palco del Teatro Balbo di Torino la cantò avvolta solamente da un tricolore con lo scudo sabaudo, per esortare i soldati a partire per il fronte.
    Sergio Boschiero, Segretario Nazionale U.M.I., ha dichiarato:
“Nessuna nostalgia delle colonie ma, dopo le “stravaganze” di Gheddafi e la visione dei nostri politici proni di fronte al tiranno libico, gli italiani cacciati dalla Libia meritano un atto di omaggio, atto che l’U.M.I. estende ai nostri valorosi caduti, Ascari libici compresi. Per l’U.M.I., prima degli affari, vengono la dignità e il rispetto della nostra storia.”
Roma, 12 Giugno 2009
DATA: 29.06.2009
   
DICHIARAZIONE DEL CAPO DELLA CASA IMPERIALE DEL BRASILE
    Colpito dal dolore, mi spetta il dovere di registrare nella mia condizione di Capo della Casa Imperiale del Brasile, la scomparsa del mio caro e ormai compianto nipote Dom Pedro Luiz de Orleans e Braganza, nell’incidente fatale del volo Air France (Rio-Parigi), avvenuto il 31 maggio sull’oceano.
    Dinnanzi al pungente dolore dei suoi genitori, Antonio e Christine, dei suoi fratelli e sorelle Amelia, Rafael e Maria Gabriela, della mia cara madre Maria, rivolgo ad essi la mia speciale sollecitudine e il mio particolare affetto. Sollecitudine e affetto che rivolgo ugualmente – e assieme con me tutta la Famiglia Imperiale – a coloro che hanno perso i cari nel menzionato incidente. A tutte queste famiglie – in modo particolare a quelle brasiliane – la Famiglia Imperiale estende i suoi sentimenti e prega Iddio per l’eterno riposo di ogni vittima.
    In questi giorni, da tutto il Brasile e anche dall’estero, sono giunte ai genitori di Dom Pedro Luiz, nonché a me e a tutta la Famiglia Imperiale, numerose e sincere manifestazioni di cordoglio per il così tragico avvenimento.
    Non posso non vedere in queste sentite manifestazioni i legami di affetto che sempre hanno unito la Famiglia Imperiale ai brasiliani, siano essi monarchici o no.
   
Dom Pedro Luiz – fino all’incidente 4° nella linea della successione dinastica – era un giovane principe che spiccava nella sua generazione come una promessa, suscitando l’interesse e l’attenzione di molti a causa del suo modo affabile, delle sue innegabili qualità e della tradizione che rappresentava.
   
Come frutto di esimia formazione e senso del dovere, inculcati dai suoi genitori, dopo essersi laureato in Amministrazione Aziendale nell’IBMEC di rio de Janeiro e aver ottenuto una specializzazione nella FGV, stava facendo i primi passi di una promettente carriera professionale nel BNP Paribas, in Lussemburgo, preoccupandosi di far vedere agli stranieri le grandi potenzialità del nostro Paese.
    Tuttavia la sua presenza era particolarmente cara a coloro che credevano che l’istituzione  monarchica sia una soluzione attuale per il Brasile di oggi.
    Dom Pedro Luiz è stato presidente ad honorem della Gioventù Monarchica ed ha partecipato ad eventi di rilievo in favore degli ideali monarchici, molte volte accompagnato dai suoi genitori, e arrivando persino a rappresentare in più di un’occasione la Casa Imperiale. Mi è particolarmente gradito ricordare la sua presenza in Portogallo per commemorare il 500° della scoperta del Brasile.
    Se il momento attuale è di apprensione e tristezza, non deve essere privo di speranza. Speranza che si volge in modo particolare verso Dom Rafael – fratello dello scomparso – al quale auguro animo e determinazione davanti all’incidente e lo esorto ad essere, nella sua generazione, un esempio di vero Principe, dedito al bene del Brasile ed esempio di virtù cristiane.
   
Nel chiudere questo doloroso comunicato, rivolgo i miei occhi alla Madonna Aparecida, Regina e Patrona del Brasile, che supplico fiducioso affinché accolga Dom Pedro Luiz nell’eternità. E chiedo preghiere particolari per lui, per i suoi genitori, fratello, sorelle e per la mia cara madre, a coloro che con spirito di fede accompagnano la Famiglia Imperiale in questo momento di lutto.

 San Paolo, 8 Giugno 2009

 Dom Luiz de Orleans e Braganza
Capo della Casa Imperiale del Brasile 

NOTA DELL’U.M.I.
    Siamo molto onorati di pubblicare l’alto messaggio di S.A.I. il Capo della Casa Imperiale del Brasile e ci uniamo al dolore dei Famigliari, dei monarchici, del popolo brasiliano per la tragica scomparsa del Principe Dom Pedro Luiz di Orleans e Braganza, alla cui nobile figura ci inchiniamo commossi ed ammirati.

Roma, 23 Giugno 2009

Gian Nicola Amoretti, Presidente nazionale U.M.I.
Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I.

DATA: 23.06.2009
 
DICHIARAZIONE DELL’U.M.I. CONTRO LA BRUTALE REPRESSIONE REPUBBLICANA IN IRAN
  
Lo Scià di Persia Reza Pahlevi    “La repubblica teocratica dell’Iran sta reprimendo nel sangue le manifestazioni popolari che vedono centinaia di migliaia di cittadini protestare contro i brogli elettorali e invocare libertà.
Ci inchiniamo alle decine di vittime innocenti, siamo solidali con le loro famiglie, chiediamo al Governo italiano interventi adeguati ed energici.
Questi sono i risultati della caduta della Monarchia dello Scià Reza Pahalevi che aveva modernizzato l’Iran.
Gli avvenimenti iraniani ci ricordano i fatti di via Medina, a Napoli, quando il popolo insorse contro i brogli del referendum istituzionale del 1946 e si ebbero oltre 10 morti e 150 feriti.
Roma, 22 Giugno 2009

IRAN: REZA CIRO PAHLAVI, TEMIAMO CHE REGIME PROCLAMI LEGGE MARZIALE
    Roma, 19 giu. - (Adnkronos) - "Una Tienanmen iraniana resta un'ipotesi. La minaccia di una fazione pronta a dare vita a una nuova forma di dittatura, mettendo insieme elementi religiosi e militari contro Khamenei, non e' da ecludere. La dittatura iraniana e' complessa e si fonda su un amalgama di forze che fanno appello a un interesse comune. Noi temiamo che il regime scelga la fuga in avanti e arrivi fino alla proclamazione della legge marziale per portare a termine una definitiva repressione contro gli oppositori. Sarebbe il sacrificio di intere generazioni e il regime finirebbe per accelerare il suo programma nucleare. Il che potrebbe scatenare un attacco preventivo israeliano. Uno scenario catastrofico. Per impedirlo bisogna sostenere il movimento di disobbedienza civile". Lo ha affermato in un'intervista di 'Le Figaro', pubblicata da 'il Giornale', Ciro Reza Pahlavi, figlio primogenito dell'ultimo scia' di Persia che da Washington e' il punto di riferimento dell'opposizione monarchica iraniana.
    "Dobbiamo preparare sin da oggi - aggiunge - un processo di transizione che permetta di orientare una parte del regime a favore del cambiamento, assicurando ai moderati un'amnistia e la possibilita' di far parte di un sistema politico laico e democratico".
    La prudenza dell'Occidente di fronte al regime, secondo il figlio dello scia', "e' normale, ma il mondo non potra' lasciare soli milioni di iraniani senza reagire. E questo e' il messaggio centrale che gli oppositori oggi in Iran mi chiedono di trasmettere. Io non dico che l'Occidente non debba avere un dialogo con il potere - ha spiegato Reza pahlavi - Ma deve mantenere legami con l'opposizione iraniana, se vuole uscire dall'impasse geopolitico nel quale l'Iran mantiene l'intera regione". Cio' perche', conclude il primogenito dello scia', "il regime se ne frega delle sanzioni. La sola cosa che lo spaventa e' che il popolo si ribelli. E questa paura deve essere utilizzata come una leva per fare pressione su Teheran".
19 giugno, ore 11:51
DATA: 23.06.2009
   
UN NUOVO IMPORTANTE LIBRO SUL REFERENDUM ISTITUZIONALE DEL 1946
  
JETTI GUIDO - IL REFERENDUM ISTITUZIONALE (Tra il diritto e la politica)    Si consiglia vivissimamente a tutti coloro che sono interessati alle modalità con le quali è nata la Repubblica Italiana, il libro di GUIDO JETTI, "Il referendum istituzionale (tra il diritto e la politica)", Guida Editore (Via Port'Alba 19 www.guidaeditori.it) Napoli, 2009.
    Se ne consiglia la lettura soprattutto per due motivi. Perchè in modo semplice e piano viene rievocato l'evento del referendum e dei suoi prodromi nei più minuti particolari con l'aiuto della più completa bibliografia in materia; perchè con l'esame altrettanto attento dei testi normativi e della loro comparazione, vengono denunciate le innumerevoli violazioni della legge da parte dei promotori della Repubblica.
    Con tale prezioso libro, non a caso opera di un altissimo Magistrato, che ha onorato durante la sua lunga carriera, giunta ai più alti vertici delle giurisdizioni, l'indipendenza e l'autorevolezza della Magistratura, viene troncata una volta per tutte, ogni pretesa e velleità dei fautori della Repubblica circa la regolarità del passaggio dalla Monarchia alla Repubblica.
    Le modalità con cui si arriva alla forma repubblicana costituiscono il primo scandalo degli innumerevoli elencabili nella storia della Repubblica. La caduta verticale dei valori pubblici trova origine, come afferma l'Autore, negli intrighi, nelle trame, nel "brodo di coltura", diremmo, che diedero luogo alla nascita dell'istituzione repubblicana in Italia.
    Il vulnus inferto, sia dal punto di vista dei comportamenti di fatto, sia dal punto di vista delle violazioni di diritto è, e sarà sempre, irrimediabile.
    La Storia (con la "S" maiuscola), caduta la Repubblica nata nel 1946, transeunte come tutte le opere umane, darà atto della verità e ricoprirà di discredito e di obbrobrio i suoi "Padri".
Giulio Vignoli
JETTI GUIDO - IL REFERENDUM ISTITUZIONALE (Tra il diritto e la politica)
GUIDA EDITORI, 2009 - Pagg. 240
ISBN 9788860426024
Prezzo € 16,00
DATA: 19.06.2009
   
IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA A ROMA RICORDA L’EROE DELL’AMBA ALAGI
  
S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia    Roma, 18 giu 2009 - S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia è stato oggi fra gli ospiti di una visita compiuta alla Comunità di Sant’Egidio, la celebre associazione romana di laici della Chiesa, insieme al Patriarca della Chiesa Ortodossa d’Etiopia Abuna Paulos -in questi giorni a Roma per il “G8 delle Religioni”-, al nipote dell’ultimo Negus d’Etiopia Halle Selassie, Principe Berhan Makonnen Haile Selassie, del vescovo Bryan Farrel e del sottosegretario agli esteri Enzo Scotti.
    A margine dell’incontro il Principe Amedeo, intrattenendosi con i giornalisti, ha ricordato la figura dello zio, il Principe Amedeo di Savoia, terzo Duca d’Aosta, Eroe dell’Amba Alagi.
“Ancora oggi in Etiopia del Duca Amedeo d’Aosta si parla bene. Anche perché non era un colonialista e amava molto l’Africa: noi Savoia siamo africani d’adozione. Se mio zio ha accettato di fare il Viceré – sottolinea il Capo di Casa Savoia – è stato per senso del dovere”.
    Amedeo d’Aosta racconta anche un aneddoto legato a suo zio negli anni del suo “governo” in terra africana. “Era benvoluto non solo perché svolgeva il suo ruolo in senso assai poco colonialista ma anche perché montava molto bene a cavallo. E per quelle popolazioni questa era una dote che aumentava la stima ed il rispetto verso un uomo”.
 (fonte Adnkronos)
DATA: 18.06.2009
   
IL NOSTRO 1859
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14 giugno 2009

Vittorio Emanuele II    Il cupo silenzio in atto sul 150° del 1859 non ci piace. Di più. L’impostazione del centocinquantenario della Nuova Italia non convince affatto. Ha due errori di fondo. Ormai è tardi per correggerli, ma non lo è per dire che  sono gravi e deformanti.  Anzitutto il 17 marzo 1861 non venne proclamata l’unità. Quel giorno il Parlamento sancì la nascita del Regno d’Italia, con Vittorio Emanuele II. Senza monarchia, senza Casa Savoia, l’Italia non sarebbe nata neppure nelle dimensioni del 1861, quando ancora le mancavano Roma, Venezia, Trento e Trieste e Istria mentre terre italiane erano state cedute alla Francia o rimanevano occupate dalla Gran Bretagna. Cavour, il Gran Conte, l’abile tessitore di mille trame, era e rimase il ministro del Re. Lo si vide dopo l’armistizio di Villafranca quando Napoleone III stipulò l’armistizio separato con l’Impero d’Austria e il Regno di Sardegna rimase solo contro il nemico potentissimo. Cavour voleva la prosecuzione della guerra, il Re lo liquidò come un “birichino” e fece bene. Ognuno è libero di rischiare la propria vita, ma non può compromettere lo Stato.
    Va ricordato che l’Unità nacque perché le principali forze nazionali, i popolani di Giuseppe Garibaldi, i repubblicani realistici, i federalisti dagli occhi sbendati, cattolici lungimiranti, democratici, protosocialisti e, soprattutto, la miglior dirigenza meridionale capì che  per scrollarsi di dosso gli effetti nefasti di secoli di dominazioni straniere e di lotte tribali tra italioti occorreva uno Stato unitario: prima o poi la sua forma sarebbe tornata in discussione ma, come disse Garibaldi, era inutile discutere sul colore da dare ai muri sin quando la casa non v’era. Lo compresero anche Karl Marx ed Engels, che oggi la sinistra  dimentica (posto che li abbia letti): entrambi fautori dell’avvento del Regno d’Italia.
    A costruire la Casa d’Italia, ecco l’altro grave limite di questo 150° che vivacchia strabico, tardogiacobino e poco attento al vero percorso della storia, si arrivò grazie all’iniziativa del Regno di Sardegna, vale a dire del minuscolo Stato comprendente Savoia e Nizza (a perdere), Piemonte, Liguria e, appunto, Sardegna: economicamente in affanno, con un costoso processo di organizzazione del territorio appena avviato, ma con un esercito di 50.000 uomini preparati, da secoli impegnati a battersi la propria indipendenza (caso unico in Italia)  e un Re ambizioso, deciso a mettersi alla guida del “partito nazionale”. A dirglielo non erano solo il vecchio Piemonte dei Cavour, Azeglio, Lamarmora  e un lungo elenco di aristocratici e militari ma anche gli esuli politici accorsi a Torino da ogni regione d’Italia perché lì vi erano libertà di stampa politica e vi vigeva la netta distinzione tra stato e chiesa, garanzia della libertà di professare un culto o nessuno senza pregiudizio per la dignità personale e i diritti di fronte allo Stato.
    Tra pochi giorni saranno 150 anni dalla vittoria franco-piemontese sugli austriaci nelle battaglie di Solferino e San Martino, riproposte in un bel volume sul 1859 dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Quel giorno, il 24 giugno, la vittoria sull’Austria decise le sorti dell’Italia ventura. Purtroppo a ricordarlo non vi sarà alcun incontro tra Napolitano e Sarkozy. Non vi saranno evocazioni solenni. Eppure da allora si diffuse rapida la rete di patrioti, parte ispirati dal San Giovanni d’Estate, patrono della massoneria, e iniziarono le insurrezioni liberali sfociate nell’annessione alla corona di Vittorio Emanuele  “re costituzionale” di Lombardia, ducati padani, granducato di Toscana, Legazioni pontificie: un primo passo seguito l’anno dopo dall’Impresa dei Mille e dalla galoppata di Re Vittorio attraverso Umbria e Marche. Un’avventura mirabile dalla quale nacque uno Stato sino a poco prima appena sognato.
    La sua costruzione richiese tempo e non riuscì benissimo come accade nei parti affrettati. L’Italia crebbe con qualche mutevole alleato  ma senza amici. Resse grazie alla generalità dei cittadini consapevoli che ora comunque si stava meglio e ci si poteva persino lamentare del Re e del parlamento, attraverso i giornali, le Camere, nelle piazze, senza rischiare il capestro coma invece accadeva ai tempi di Pellico, Maroncelli e Confalonieri, Carlo Poma e don Enrico Napoleone Tazzoli.. e i tanti evocati dall’inno di Garibaldi che proponiamo quale inno nazionale mentre  l’Italia odierna ne è ancora priva. “Si scopron le tombe/ si levano i morti./ I martiri nostri/ son tutti risorti...” Quei patrioti attendono di essere studiati, conosciuti, proposti ai cittadini desiderosi di conoscere le radici della libertà di cui oggi fruiscono anche gli immigrato regolari, avviati a essere parte integrante della più grande Italia, nata sui campi di Solferino e San Martino 150 anni orsono.
Aldo A. Mola 
DATA: 16.06.2009
     
E' IN EDICOLA IL NUMERO DI GIUGNO DI "STORIA IN RETE" CON UN'INDAGINE SULLA AUSPICATA TUMULAZIONE DEI SOVRANI D'ITALIA ANCORA SEPOLTI IN TERRA STRANIERA
  
E' IN EDICOLA IL NUMERO DI GIUGNO DI "STORIA IN RETE" CON UN'INDAGINE SULLA AUSPICATA TUMULAZIONE DEI SOVRANI D'ITALIA ANCORA SEPOLTI IN TERRA STRANIERAStoria in Rete di giugno si occupa dell’impossibile parallelo fra l’immigrazione italiana del 1800 e del 1900 con quella che oggi preme alle nostre frontiere, un parallelo che per essere portato avanti dal “politicamente corretto” ha necessità di tutta una serie di forzature storiche, che l’articolo di Paolo Sidoni va ad evidenziare. Continua quindi il dossier sulla Libia: questa volta sotto la lente d’ingrandimento c’è un articolo di un noto mensile di storia e le sue tesi sul colonialismo italiano. Sergio Boschiero ci parla poi della saga delle salme dei Savoia al Pantheon e Aldo A. Mola e Luciano Garibaldi si soffermano su alcuni aspetti della Guerra Civile in Italia, quelli evidenziati dal film tratto da “Il sangue dei vinti” e le scarse novità presenti nel Rapporto Mokarski pubblicato da NSC. Dopo la sesta puntata della storia dell’Italia nello Spazio, Gian Paolo Pelizzaro chiude il cerchio della strage della Storta, il 4 giugno 1944 a nord di Roma, grazie alla quale è stato ufficialmente dato un nome alla quattordicesima vittima del massacro nazista. Un’altra strage nazista - quella sconosciuta di Vallucciole in Toscana - è al centro di un’inquietante anticipazione da un volume di Paolo Paoletti: i partigiani sapevano, ma non avvisarono la popolazione? Storia in Rete traduce quindi per i suoi lettori degli estratti delle memorie della segretaria di Hitler e va a raccontare il duro mestiere del Papa, tutt’altro che intoccabile, fra pontefici processati da cadaveri, schiaffeggiati, rapiti, assediati o soggetti a linciaggio mediatico. Infine una riflessione sul nuovo “Libro Nero” francese - dedicato alla Rivoluzione del 1789 e la prima parte della vicenda di rivalità fra Napoleone e Moureau. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di giugno!

DATA: 11.06.2009
   
ALESSANDRIA: IVA ZANICCHI VISITA LA CITTA’ CON LA SPILLA DELL’U.M.I.
  
Iva Zanicchi e Carmine Passalacqua ad AlessandriaDomenica 17 maggio 2009 ad Alessandria si è svolta la tradizionale festa del Borgo Rovereto, la parte più antica della città risalente all'epoca medievale ovvero alla fondazione stessa nell'anno 1168.
    Bella giornata calda con bancarelle e tavolate di gente che consumava pasti e golosità di vario genere, in ogni angolo un gruppo musicale che si esibiva gratuitamente, la Proloco spinettese che raccoglieva aiuti pro Abruzzo in particolare per il piccolo Comune di Barisciano, ma a sorprendere gli Alessandrini un'ospite inattesa la cantante Iva Zanicchi, candidata alle elezioni europee nella circoscrizione Nord-Ovest con il PdL, accolta ovunque con manifestazioni di simpatia, applausi spontanei, richiesta di scattare una foto ricordo ed avere un autografo!
    "L'aquila di Ligonchio" si è dimostrata una vera Signora della musica e solidale benefattrice per tutti, ha promesso concerti a favore di associazioni di volontariato, ha raccontato delle sua intensa esperienza a Strasburgo, confermando il suo impegno per l'amata Italia senza pregiudizi e con interesse verso le categorie disagiate.
    Il consigliere comunale Carmine Passalacqua ha avuto l'onore di accompagnarla in giro per la propria città, offrendole la spilla dell'U.M.I. che subito è stata esposta sul tailleur che indossava, ed omaggiare il Calendario Reale 2009 graditissimo alla cara Iva, la quale ha riconosciuto subito l'immagine della Regina Elena, dicendo che sua Madre ne conserva una foto identica nella sua camera da letto! La Zanicchi ha confermato le sue simpatie monarchiche precisando che è ammiratrice dei Savoia "quelli buoni !" facendo così riferimento a S.A.R. il principe Amedeo.

DATA: 05.06.2009
   
LA SCOMPARSA DEL PRINCIPE PEDRO LUIS, PASSEGGERO DEL VOLO 447 DELL'AIR FRANCE 
  
Il Principe Dom Pedro Luis d'Orléans Braganza                    Ci giunge notizia e comunichiamo che Sua Altezza Reale il Principe Pedro Luis d'Orléans Braganza, terzo in linea di successione al trono del Brasile dopo suo zio Bertrand e suo padre Antonio, si trovava a bordo del volo 447 della Air France partito da Rio de Janeiro e diretto a Parigi, scomparso al largo delle coste brasiliane la notte del 1° giugno.
    Il Principe Pedro Luis era nato il 12 gennaio 1983 ed era il figlio maggiore del Principe Antonio d'Orléans Braganza e di sua moglie, Cristina di Ligne. Dal 1999 era presidente della Gioventù Monarchica Brasiliana.
    L'Unione Monarchica Italiana è vicina a tutte le famiglie che hanno perso un loro caro in questa sciagura e alla Casa Imperiale di Orléans e Braganza.

DATA: 03.06.2009

NUOVO “BROGLIO”: IL TG 1 DELLA RAI TOGLIE ALTRI 500.000 VOTI ALLA MONARCHIA
  
                    Dichiarazione di Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I.:

    “Stamane, 2 Giugno 2009, al termine del TG1 della RAI (ore 8.25 circa), nel corso della rubrica “la pagina di storia” curata da Gianni Bisiac, (rubrica oggi dedicata al referendum del 2 Giugno 1946) il voto complessivo conseguito dalla Monarchia è stato decurtato di altri 500.000 voti rispetto ai dati ufficiali del 1946.
       Questi i dati del servizio RAI: MONARCHIA VOTI 10.188.000
    Altri di dati ufficiali del 1946: MONARCHIA VOTI 10.688.905, come invece risulta dal verbale del 10 Giugno 1946 della Suprema Corte di Cassazione.
        Ci siamo divertiti ma è proprio il caso di dire che “la lingua batte dove il dente duole”.

Roma, 2 Giugno 2009
DATA: 02.06.2009
 
2 GIUGNO: E’QUI LA FESTA?

Varese - una casa listata a lutto per il 2 giugno    Si avvicina la ricorrenza del 2 giugno, la c.d. “Festa della Repubblica”, che solo per le insistenze di Ciampi, mai dimentico delle sue “origini” dal Partito d’Azione, è stata ripristinata dopo la sua abolizione nel presunto clima di risparmio che cancellò la giornata del 4 Novembre e le feste liturgiche del Corpus Domini e di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia.
    L’anonimo rituale della deposizione di una corona d’alloro da parte del Presidente della Repubblica al Milite Ignoto all’Altare della Patria, dove tutto proclama aere perennius i fasti e le glorie della Nazione, ricostituitasi nel 1861 come tale sotto la guida della Monarchia sabauda, precede la c.d. “parata” militare: in un guazzabuglio storico ( e a volte anche…organizzativo…) le rappresentanze di reparti delle nostre Forze Armate, che nella quasi totalità affondano le proprie radici nel Regno d’Italia, nel Regno di Sardegna ( come ad esempio la quasi totalità dei reggimenti di cavalleria) e persino nel Ducato di Savoia ( come i Granatieri di Sardegna) sfilano per l’asse che collega il Colosseo con Piazza Venezia, realizzato dal “piccone” demolitore del Fascismo, sorto come Via dell’Impero e già teatro di imponenti parate come quella che il 9 maggio 1937 celebrò la conquista dell’Etiopia….. In ossequio alla legge del contrappasso, mentre le tribune “vip” ogni anno si allargano sempre più per accogliere quanti si affaticano a procurarsi l’agognato biglietto di invito, gli spazi riservati alla “gente” si riducono con l’effetto di dare al telespettatore l’impressione che una massa di popolo sia convenuta per “festeggiare” la repubblica, mentre in realtà poche centinaia di persone si accalcano dinanzi alla transenne per vedere i propri congiunti sfilare…La prova, infatti, del mancato concorso popolare è data dai telegiornali che ci ammorbano con le notizie dell’esodo dalla capitale e dalle città verso il mare e i monti….
    Anche in provincia frenetico è l’attivismo delle prefetture, ansiose di coinvolgere scuole, associazioni combattentistiche e d’arma e cittadini per fare da contorno ai rituali celebrativi di un avvenimento, di cui pochi sanno qualcosa e quasi sempre in maniera errata. Infatti i c.d. mezzi di informazione parlano di “nascita” della Repubblica, di “vittoria” dei repubblicani, di “volontà” del popolo italiano, che “dopo la liberazione del nazi-fascismo” si liberò anche della monarchia….senza dire ad esempio che votò per la corona la metà degli Italiani e fra questi personalità come Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gianni Agnelli, Indro Montanelli.
    Ma per questo 2 giugno i festeggiamenti si stanno profilando sotto tono: il brutto tempo climatico si sta ripercuotendo sulla Festa della Repubblica. In periferia sono stati aboliti i rinfreschi pomeridiani con la delusione dei “fortunati” invitati ( sindaci con consorti, sindacalisti, onorevoli in quiescenza, presidenti e presidentesse di associazioni filantropiche e di club….), mentre a Roma sono previsti radicali ridimensionamenti della “parata”. Il clima politico, come non mai avvelenato dalle offensive mediatiche dei due schieramenti, non induce certo a “festeggiare” le istituzioni vigenti: un governo sempre in balìa dei processi del suo presidente, un parlamento pletorico, inefficiente, pigro e svogliato che non ha saputo fare nemmeno il gesto di ridursi lo stipendio in favore delle genti di Abruzzo, una magistratura che si dichiara “ingabbiata” dalla carenza di risorse…Sul Quirinale non ci esprimiamo, ma ricordiamo memori i Caduti della rivolta di Budapest del 1956….
    Meno male che dopo il 2 giugno viene il  5, anniversario della fondazione dei Reali Carabinieri, istituiti con le Regie Patenti di Vittorio Emanuele I, Re di Sardegna, e il 10, anniversario della vittoria di Premuda nel 1918, festa della Marina Militare… Respireremo certo un’aria migliore.
Italicus 2009

DATA: 01.06.2009
   
SICILIA: SI TORNA A PARLARE DI INDIPENDENTISMO - NO AL MPA DI LOMBARDO

    Dichiarazione di Sergio Boschiero, segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.):

    “La festa del 2 Giugno non è la nostra festa, preferiamo il 4 Novembre che, con la Vittoria, concluse il Risorgimento e completò l’unità nazionale, oggi nuovamente messa in discussione dalle “minacce” che giungono dalla Sicilia a favore di un nuovo indipendentismo.
    E’ intollerabile che sia proprio l’attuale presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, a riparlare di indipendentismo, parola che evoca ricordi di conflitti, di illegalità e la morte di oltre cento carabinieri, uccisi dalla banda di Salvatore Giuliano.
    La Sicilia ebbe lo statuto di autonomia con un decreto firmato da Umberto di Savoia e concepito per rafforzare l’appartenenza della regione ad un’Italia libera ed unita.
    Anche con l’avvento della Repubblica l’azione dello Stato in Sicilia, in difesa dell’unità della Nazione, fu risoluta.
    Esortiamo i siciliani a non votare per il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo”.
Roma, 1 Giugno 2009
DATA: 01.06.2009
   
CELEBRATI A TIVOLI I 120 ANNI DEL CONVITTO NAZIONALE “PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA-AOSTA”

Tivoli - Convitto Nazionale - S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia    Il 27 Maggio u.s. Tivoli ha celebrato solennemente il 120° anniversario dell’apertura del Convitto Nazionale intitolato al Principe Amedeo di Savoia,  primo Duca d’Aosta, figlio secondogenito di Vittorio Emanuele II, fratello del Re Umberto I, Re di Spagna per poco più di tre anni, valoroso combattente per l’unità d’Italia. Il rettore del Convitto, Prof. Carlo Mercuri, è stato il promotore dell’evento ed è stato lui a ricevere S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia con la Consorte Silvia.         Erano presenti tutte le Autorità civili e militari, genitori e studenti (il Convitto ospita le scuole elementari e medie), gruppi musicali, i labari della Regione Lazio, della Provincia di Roma, diversi sindaci, esponenti politici e della cultura.
    La banda dei Granatieri di Sardegna, nelle  divise risorgimentali, ha eseguito l’Inno Nazionale e quello del Convitto. Per l’U.M.I. è intervenuto il Segretario nazionale Sergio Boschiero.
DATA: 01.06.2009
   
IL MONUMENTO AL DUCA D'AOSTA A TORINO: I BRONZEI CUSTODI DELLA MEMORIA

    Ci sono momenti in cui ci si trova da soli nella grande piazza di una città e si osserva il cuore di una vita pulsante, nuovamente sbocciata. A vederla con gli occhi del cittadino tutta questa energia non è altro che un riprendere del normale flusso di pedoni che notoriamente s’infittisce in epoche in cui la primavera riporta un clima più mite, a vederla con gli occhi del mago rinascimentale si tratta di un chiaro esempio di simpatia. L’aria, la luce, la disposizione degli astri sono tutti tesi a influenzare l’umore della gente, che, senza saperlo minimamente si muove più in fretta, esce di casa per più ore al giorno grazie a questo disegno cosmico. Si tratta di un rapporto di cause e di effetti, anche più semplicemente solo di questo, se volete. L’altro giorno era sera e la piazza castello a Torino brulicava di gente. Ascoltavo dalla mia radiolina, nelle cuffie l’introduzione del presentatore radiofonico all’opera di Wagner, “Lohengrin”, mi avvicinavo, nell’attesa di un appuntamento, al punto prestabilito. Poi, dal momento che mi avanzava del tempo facevo un giro del castello, con le sue rare torrette angolari a sedici lati. Il cotto torinese è più amarantino di quello lombardo, con una punta di terre più scure, più aduste. In tutto il candore alla pan di zucchero, della facciata del palazzo reale e della piazza, un esempio mirabile di come in Italia si possa convivere con antico e moderno senza sforare nel sudicio turismo di massa di Firenze. La piazza, si vede, è davvero vissuta dai cittadini (italiani e non) che hanno la possibilità di sedersi in una panchina, leggere e conversare in un clima piuttosto civile. Ma in tutto questo candore, in tutto questo ordine e in tutta questa armonia, all’ombra della mole del castello, che ancora proietta intorno a sé un non so che di tetro, c’è un bolide grigioverde che sembra un monolite, inferto come un pugno nello stomaco nel costato della città. Lì intorno si respira aria di rimozione. Proprio a quello mi avvicinavo sulle note del Lohengrin, pensate quale coincidenza strana, quando un turbine di rondoni (Apus apus, Linnaeus 1758) si lancia sopra di me in un vorticoso volitare di danze tra la sagoma grigia del bolide e quella impacchettata del Castello. Intorno la città viva, quella che esce nelle sere di primavera a rimirarsi, completamente dimentica della natura dei rondoni che sfreccianti sìbilano come saette infuocate o proiettili alacri. Completamente dimentica del suo passato. In quel torno di penne e di vanni, in quel vortice di gurgiti zirlanti, in quella gioia estrema mi sono ricordato in un palinsesto di sinestesie ormai giunto alla sua massima intensità epifanica, che c’era un significato in tutto quel grigiore, che c’era un monumento e che i monumenti servono a ricordare. Così ho cominciato a guardare i volti enei dei soldati che facevano la guardia al Duca d’Aosta e mi sono chiesto perché tutt’intorno la gente sedeva, chiacchierava sporcando la pietra tetragona, mangiava, sputava, abbandonava bottiglie rotte e cartacce, perché la gente tra i due piloni della armata III, le cui bandiere non ammainate erano sparite, non avesse idea di che cosa rappresentasse quel simbolo. Al dilà di ogni vuota retorica i monumenti sono lì per ricordare. Quando invece sono scambiati dai ragazzini per una specie di campo da skateboard e come tali riutilizzati, significa che la loro funzione è disattesa e anche il ricordo che essi rappresentano, anche, cosa importantissima, nella memoria di chi ormai più non ne ha ricordo. Ho goduto della tragicità estrema di quel momento, in cui tornavo in possesso della grandiosità di un’opera del genere, della sua fosca funzione simbolica. Ho sofferto persino qualche istante di commozione. In trono, anzi in piedi su un crepidoma larghissimo, di pietra verde come verde è il bronzo perenne suo e dei suoi, attorniato da fedelissimi, stava a sorreggere l’intero equilibrio della città, lui, Duca invitto. Come se a un certo punto l’intera popolazione avesse accondisceso allo scempio estetico del suo cuore per dire ai posteri che se tutto quello c’era lo si doveva a lui. Nessun monumento, che io sappia, si staglia in questo nostro paese così lugubre e solenne nella piazza principale, nessuna forma è così in contrasto con le linee gentili dei palazzi. Perché, allora, lasciare una scheggia di questa grandezza a turbarne il “cosmos”? Qalche cosa quell’uomo deve pur aver fatto, se neppure alle divinità si riserba tanto orrore, nella politica della città si è voluto lasciare il segno di quegli anni di violenze e credo che questo monumento sia in assoluto efficace. Con il Lohengrin o senza, con l’urlo tragico delle prochne – rondoni o nel silenzio di una notte d’inverno il corpo solido e funebre della guerra vi si incarna in modo azzurrino, con un senso decorosissimo che sussurra, nelle pieghe del cuoio pesante degli scarponi, nelle fasciature dei gastrocnemi dei militi, nelle loro mani poderose e marziali, che ogni guerra, seppure nella vittoria, è sangue che scorre, e che i nostri confini sono là anche perché il Duca li ha difesi. In un periodo in cui si parla male dei Savoia, in cui si dice che non dobbiamo a loro nulla (ma l’unità del nostro paese a chi?) e pensiamo tutti all’Europa senza sapere cosa sia l'Europa, bisogna ricordare, ricordare e ricordare ancora, io credo. E bisogna avere il decoro di quei giganti che vigili stanno in piedi accanto al loro duce, pur deboli, spaventati, nella loro acromegalia. E chi si permette di criticare dovrebbe prima di tutto pensare al decoro, il senso del quale si è perduto nella volgarità. A lordare questa memoria erano proprio italiani che nulla sapevano di ciò che calpestavano, che non avevano il minimo rispetto di quel sangue e di quella memoria. Primi tra tutti i ragazzini che non potendo scrivere sui profili scuri della pietra la usano come trampolino per le loro acrobazie sulle tavole da pattinaggio, e poi, più colpevoli di tutti, le forze dell’ordine, becere, che astavano allo spettacolo. A tutti civilmente mi sono avvicinato e ho chiesto: “Ma voi lo sapete, per caso, chi fosse questo duca d’Aosta?” con l’aria del turista curioso. Né i fanciulli, né – cosa ancora più grave io ritengo – i carabinieri hanno saputo dire qualcosa. Ovvio che i due appuntati facessero la guardia senza distogliere gli ignoranti colpevoli bambini dallo spregio della memoria che si stava attuando. Ma in fondo, a ben guardare la piazza, senza più rondini e con le cuffie della radiolina ormai cadute e scivolate nella tasca, tutto il monumento era come una cicatrice che scempia il volto di una donna bellissima e che si fa finta di non vedere, per gentilezza, come un occhio mancante sul volto divino di una fanciulla. E le pubblicità campite sui ponteggi del restauro del castello, la foto gigantesca di un bacio romano per un caffè espresso, sono segno di questa latenza, di questo oblio, che porta l’Italia ad essere un paese senza, [con le parole di Arbasino], senza memoria, senza passato e senza futuro…
Mauro Di Vito
DATA: 29.05.2009
    
IL CAPO DI CASA SAVOIA A POGGIBONSI

S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia    Il 19 Aprile 2009 S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia ha partecipato all’intitolazione del Parco pubblico della Magione di Poggibonsi (Si) a Lord Robert Baden-Powell of Gilwell, lo storico fondatore dello scoutismo e del guidismo.
L’intitolazione è stata deliberata dall’Amministrazione Comunale di Poggibonsi in occasione del Centenario dello Scoutismo e del 40° di fondazione del Gruppo Scout Valdelsa “Alberto d’Albertis”.
    Il Principe Amedeo è stato ufficialmente invitato dal Conte Marcello Cristofani della Magione, fondatore del Gruppo ed attuale Gran Maestro dell’Ordine della Milizia del Tempio. Il Principe sabaudo è stato accolto con grande rispetto dalle Autorità e con gioia dai numerosi Scout presenti.
Dopo la riuscitissima manifestazione, S.A.R. è stato ospitato per colazione nello splendido Castello della Magione, struttura romanica del XII secolo di grandissimo interesse storico.
    Il complesso appartenne ai templari fino al 1312 (data dello scioglimento dell’Ordine) e, in seguito, passò agli Ospitalieri che lo tennero fino alla metà del ‘700. Nel 1979 venne interamente restaurato dal Conte Marcello Cristofani della Magione e divenne la sede magistrale dell’Ordine della Milizia del Tempio, attivissima comunità religiosa, punto di riferimento del comune toscano.

DATA: 28.05.2009
   
CELEBRATA A ROMA LA GIORNATA DEL DECORATO

Roma - Giornata del Decorato 2009    Il Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare e l’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare hanno celebrato in forma solenne lo scorso 25 maggio la “Giornata del Decorato” con una cerimonia all’Altare della Patria. La fausta ricorrenza, da tempo legata alla data del 24 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra all’Austria- Ungheria - intesa come momento iniziale della guerra che doveva portare sotto la guida del Re Vittorio Emanuele III alla riunificazione all’Italia delle terre del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia -  ( slittata di un giorno per motivi organizzativi) ha visto la presenza del Generale dei Carabinieri Umberto Rocca, decorato di M.O.V.M., Presidente del Gruppo MM.OO., del Comandante Giorgio Zanardi, Ufficiale della Regia Marina, decorato di due M.A.V.M., Presidente dell’Istituto del Nastro Azzurro e di numerosi soci decorati al V.M.. I labari hanno fatto da contorno ai Carabinieri in alta uniforme, che hanno deposto una corona d’alloro al Sacello del Milite Ignoto, sovrastato dalla statua bronzea del primo Re d’Italia, cui sono seguiti gli onori ai Caduti.
    L’Unione Monarchica Italiana si unisce al ricordo dei Caduti nel nome augusto di Casa Savoia, che può vantare ben sette dei suoi principi decorati della massima onorificenza militare, istituita nel 1833 dal Re Carlo Alberto.
Roma - Giornata del Decorato 2009 - Rocca saluta Zanardi
Il Generale Umberto Rocca saluta il Comandante Giorgio Zanardi

DATA: 27.05.2009
   
“MASSONERIA ESERCITO E MONARCHIA NEL REGNO D’ITALIA”

MASSONI IN DIVISA, SCIARPA E GREMBIULINO
Anche il Maresciallo Ugo Cavallero fu massone
 
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di Domenica 24 Maggio 2009

Aldo A. Mola    Il dibattito sulla vera identità del regime fascista registra un’accelerazione. Paolo Rossi,  caposcuola del pensiero filosofico con Eugenio Garin nelle ultime fasi del fascismo e  durante la Repubblica, ha ammesso che gli intellettuali  si mostrarono compattamente fedeli al regime sino al 1942, vale a dire alla sconfitta militare dal Don all’Africa settentrionale. Fino  quel momento, asserisce Rossi pensando a quanti poi fecero il salto della quaglia , quegli intellettuali forse erano un po’ antifascisti, ma in segreto (nicodemisti). Bruciavano grani d’incenso al duce in tutte le inaugurazioni di anni accademici, gli scrivevano per ottenerne indulgenza e protezione (fu il caso di Alberto Moravia e diNirberto Bobbio, ormai notissimi) ma sotto sotto speravano che cadesse.
    Sergio Romano ha osservano che non si trattò tanto di nicodemismo.  Quegli intellettuali erano al seguito di vai capibastone (Ciano, Bottai, Balbo, Farunaacci,,,) che consentivano tante piccole eresie e la coesistenza di vari fascismi, intenti a disputare sulla vera natura del regime. All’ elenco di Sergio Romano vanno aggiunti Ugo Spirito, capofila del corporativismo, che ritroveremo nella RSI e nel dopoguerra, i clericofascisti e, soprattutto i tecnici passati negli Anni Venti dall’antifascismo al mussolinismo. Qualche esempio? Alberto Beneduce, già componente della giunta di governo del Grande Oriente, antifascista dichiarato, ma poi artefice dell’IRI e della riforma della Banca d0Italia, presente a titolo gratuito in quaranta consigli di amministrazione convinto che Mussolini stesse ammodernando l’Italia grazie ai poteri che  il Parlamento aveva negato a Giolitti e ai governi liberaldemocratici ma aveva invece poi concesso al “Trucio” che  minacciava di trasformare la Camera in bivacco per i suoi manipoli di camicie nere.
    Nel ventennio, soprattutto se visto dal  Piemonte, avvennero due travasi altrettanto importanti a vantaggio della continuità delle istituzioni.
    In primo luogo un robusto nucleo di industriali, finanzieri e scienziati massoni collaborò apertamente con il governo, garante della stabilità sociale e di riforme. Fu il caso di Vittorio Valletta, membro della Gran Loggia d’Italia nata nel 1908 per scissione del Grande Oriente, impelagato in beghe di politica spicciola.
    Ancora più importante fu il cospicuo numero di alti ufficiali (Marina, Aviazione e soprattutto Esercito e corpi tecnici) che irruppe in loggia tra il 1922 e il 1925. Essi fecero quadrato in difesa della monarchia, di Vittorio Emanuele III, garante delle libertà statutarie. Qualche nome? Se ne è parlato sabato 23  in un importante convegno a Cagliari (antico Regno di Sardegna) per iniziativa della Gran Loggia d’Italia su “Massoneria, Esercito e monarchia nel regno d’Italia” Studiosi  di prestigio (il generale torinese Oreste Bovio, già Capo dell’Ufficio Storico delle Stato Maggiore), Tito Orrù, emerito di storia moderna, Nicola Pedde, della Sapienza di Roma, Sergio Ciannella, Luigi Pruneti hanno approfondito i vari aspetti di una vicenda affascinante. Basti pensare che quasi tutti gli alti gradi delle Forze Armate erano massoni: il cuneese Luigi Capello, il Maresciallo d’Italia Ugo Cavallero, che rifiutò di aderire alla RSI e venne “suicidato” da Kesselring, il grande Enrico Caviglia e un lungo elenco di militari dalla schiena diritta, provati dalle leggi razziali che determiunarono l’estromissione dalle forze armate di ebrei, tra i quali l’ufficiale più decorato d’Italia, frettolosamente richiamato in servizio per riorganizzare il porto di Taranto bombardato dagli anglo-americani.
    Quei militari costituirono l’uscita di sicurezza dal regime, dopo la morte del massone Italo Balbo, l’eclissi di Giuseppe Bottai e di  Dino Grandi, massoni entrambi, e il ritorno sulla scena di nazionalisti e democratici che avevano conosciuto a fondo il mondo italiano e internazionale delle logge. Fu il caso di Ivanoe Bonomi e di Ferruccio Parri. La parola d’ordine fu: ritorno alla normalità, ripristino dei diritti. La massoneria si rivela insomma una scuola morale consustanziale alla disciplina militare, come avevano insegnato il filosofo fossanese Balbino Giuliano (a lungo ministro dell’Educazione Nazionale, massone), il generale Pietro Gazzera, di Bene Vagienna, per quattro anni alla guida delle Forze Armate. Lo e mostrò lo stesso Vittorio Emanuele III che aveva in loggia tanti suoi pari grado: sovrani o ex sovrani dalla Spagna alla Gran Bretagna, dai vertici della Repubblica francese alle Case principesche germaniche, a tacere dei sovrani di Svezia, Danimarca, Grecia...
    Un fondamentale capitolo della storia contemporanea può dunque essere meglio compreso passando senza falsi scandalismi, attraverso  le colonne dei templi. Un valido ricercatore, Marcello Millimaggi, documenta  la misura davvero impressionante dei militari che alternavano la divisa d’ordinanza a sciarpa e grembiulino... Dopo lo scioglimento delle logge (1925) rimasero al loro posto e prepararono giorno dopo giorno il ritorno alla libertà.
    Dinnanzi a queste ricerche serie e innovative, il mito secondo il quale la Massoneria è   geneticamente giacobina e repubblicana, tanto caro a studiosi come Gian Mario Cazzaniga, crolla rovinosamente; e con tante leggende. La verità, quella dei fatti storici, non inquinata da chiacchiere, si fa strada. Finalmente.
Aldo A. Mola
DATA: 24.05.2009
   
MONARCHIA: NUOVA EDIZIONE DELL'OPERA DANTESCA

Dante - Monarchia    La nuova Edizione Nazionale della Monarchia, curata da Prue Shaw per la Società Dantesca Italiana, sostituisce l’edizione del 1965 curata da Pier Giorgio Ricci, da tempo non più in commercio.
    Questa nuova edizione critica, che si basa sulla collazione integrale di tutta la tradizione manoscritta conosciuta fino ad oggi, aggiorna e in parte modifica l’edizione Ricci in alcuni importanti aspetti: infatti la Shaw aggiunge alla tradizione lo spoglio di due manoscritti che sono stati scoperti dopo il 1965 - il manoscritto di Uppsala (P133 della Biblioteca Carolina Rediviva) e il manoscritto Phillips (perduto e poi riemerso, segnato con il numero 16281 dal possessore ottocentesco, Lord Phillips) – ma soprattutto perché la Curatrice giunge a stabilire, dopo un’analisi scientificamente accurata e argomentata, nuove relazioni tra le famiglie di manoscritti. Questa analisi testuale dimostra che la tradizione manoscritta della Monarchia è rappresentata in modo migliore e più convincente con uno stemma codicum a tre rami, di contro a quello ipotizzato dal Ricci a due rami. Una delle prime conseguenze di questo radicale riesame della tradizione è l’emendamento di circa 40 luoghi rispetto all’edizione del 1965, ciascuno di essi analizzato e puntualmente motivato nell’ampia e particolareggiata introduzione all’opera. A supporto di questa nuova analisi dei testimoni manoscritti la presente edizione fornisce la Monarchia di un apparato critico completo ed esaustivo che rappresenta per la prima volta l’intera tradizione dell’opera dantesca.
    Questa edizione a stampa si affianca e completa quella elettronica su DVD-Rom curata dalla stessa Studiosa, apparsa nel 2006 sotto gli auspici congiunti della Società Dantesca Italiana e della Scholarly Digital Editions.

Dante Alighieri - Monarchica - a cura di P. Shaw. Ed. "Le Lettere" (2009) pagg.442
ISBN : 8860872308 - €  68,00

DATA: 20.05.2009
   
SVEZIA: LA FAMIGLIA REALE OGGI

foto di proprietà AFP    Una bella immagine odierna della famiglia Reale svedese al completo alla cerimonia del compleanno (30 anni) del Principe Carl Philipp, secondogenito del Re che, nato erede al trono nel 1979, fu retrocesso al secondo posto a favore della sorella maggiore Viktoria per volere del governo socialista di Olof Palme.
    Il principe sembra piu' un latino che uno svedese, evidentemente ha preso dalla madre che è mezzo brasiliana e mezzo tedesca.
    Una nazione che conosco bene e che ammiro molto, malgrado le apparenze il popolo svedese adora le tradizioni ed è attaccatissimo alla Famiglia Reale, nemmeno Olof Palme, socialista molto demagogico e repubblicano sfegatato riuscì a instaurare la repubblica pur causando gravi danni alla monarchia:
    - Dal 1975 il Re non ha assolutamente alcun potere, il primo ministro viene nominato dal presidente del parlamento;
    - la cerimonia del giuramento del Re seduto sul trono d'argento della Regina Cristina e davanti alla corona di Erik XIV (XVI secolo) è stata abolita;
    - il Principe Carl Philipp è stato spogliato del titolo di erede al trono all'età di 7 mesi in favore della sorella maggiore Viktoria in nome della parità assoluta dei sessi;
    - resta al Re il titolo di Capo dello Stato, il diritto di partecipare alle riunioni di alcune commissioni di governo, il titolo di Capo supremo dell'Esercito e la cerimonia con la quale è conosciuto nel mondo, quella dei Nobel.
    Resta anche il gusto per gli svedesi per le parate reali (ho assistito a diverse di esse), il fatto che in molte case ogni mattina si alza la bandiera e si canta l'inno reale e il grande radicamento e l'orgoglio che essi hanno per la loro storia. 
Roberto Margheriti
DATA: 20.05.2009

FRATELLI D’ITALIA (5)

immagine da internet    Discendente diretto di Ruggero I Altavilla (m.1101), di Federico II di Svevia (m.1250), nonché di Carlo I d’Angiò (m.1285), Alfonso V d’Aragona (m.1458), di Carlo V d’Absburgo (m.1558)  e naturalmente di Ferdinando I di Borbone (m.1825),  erede legittimo del più antico e vasto reame pre-unitario italiano composto da  tutte le regioni del Mezzogiorno ad esclusione della Sardegna! S.A.R. Don Carlos Maria Alfonso Marcelo de Borbon-Dos Sicilias y Borbon-Parma, duca di Calabria, conte di Caserta ed Infante di Spagna, Capo della Real Casa di Borbone Due Sicilie e XI Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, è nato a Losanna (CH) il 16 gennaio 1938 figlio unigenito maschio dell’Infante Don Alfonso “II” di Borbone y Borbon (m.1964) e di SAR la Principessa Alice di Borbone-Parma (1917). Pronipote diretto di Roberto I duca di Parma, di re Alfonso XII di Spagna e di re Ferdinando II delle Due Sicilie, il suo albero genealogico è composto da antenati che hanno regnato su tutta l’Europa e sull’Impero Bizantino! Dopo aver compiuto i primi studi in Svizzera, don Carlos unitamente al cugino Juan Carlos, futuro sovrano spagnolo, proseguì la sua formazione  presso il Collegio “San Isidro” a Madrid, per laurearsi infine all’università francese di Droit in scienze finanziarie e bancarie. Il suo curriculum professionale lo ha visto trasferirsi negli Stati Uniti negli anni ’60 lavorando in primari istituti bancari quali la “Chase Manhattan Bank” ecc.
E’ del 1961 il suo primo incontro con la Principessa Anna d’Orléans (1938) figlia di Enrico conte di Parigi e di Isabella di Orléans-Bragança, relazione fortemente contrastata dal conte di Parigi in quanto in qualità di “Pretendente al trono francese” del ramo orleanista, non riconosceva a don Carlos il titolo di “Capo della Real Casa” di Borbone Due Sicilie per la rinuncia nel 1900 ai suoi titoli del nonno Carlo Tancredi di Borbone (m.1949)  sposo dell’Infanta Maria de las Mercedes (m.1904), all’epoca Principessa delle Asturies ed erede al trono del padre Alfonso XII di Spagna con il famoso “Atto di Cannes”. Tuttavia quando nel 1886 prima, con la nascita del futuro Alfonso XIII ed in seguito con il matrimonio di questi con discendenti maschi, venne meno l’eventualità che un Borbone del ramo napoletano potesse salire sul trono spagnolo e gli eredi di Carlo Tancredi rivendicarono giustamente i diritti di primogenitura dinastica del loro ramo.
Finalmente il 12 maggio 1965 Carlos ed Anna si unirono in matrimonio nella Cappella reale di Saint-Louis de Dreux, da questa felice unione sono nati cinque figli: Cristina (1966), Maria (1967), Pedro (1968) duca di Noto, Inés (1971) e Vittoria (1976) che hanno reso più volte nonno don Carlos.
Alla morte del padre nel febbraio 1964 venne riconosciuto legittimo titolare dei diritti dinastici della Casa di Borbone Due Sicilie sia dallo zio don Juan di Borbon conte di Barcellona, il quale gli conferì l’Ordine del Toson d’Oro, che dal cugino don Carlos Hugo di Borbon y Parma, contro le rivendicazioni del ramo “francese” dello zio Ranieri di Borbone (m.1973). E’ importante sottolineare che l’Infante don Carlos non ha mai messo in “discussione” l’Unificazione nazionale italiana, di frequente viene nel nostro Paese sia a Roma che a Napoli, così  come il figlio don Pedro duca di Noto, per le attività assistenzialie culturali del Gran Magistero dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, godendo del rispetto di tutti, senza fare nulla per “ingraziarsi” le autorità locali a differenza del cugino Carlo sposato Crociani che da anni “dispensa” decorazioni a militari e pubblici amministratori nel nostro Mezzogiorno, con l’aggravante di porre in discussione il Risorgimento!
Il 16 dicembre 1994 in virtù dei vincolii fraterni e dinastici con la Casa Reale di Spagna, della quale il ramo napoletano è emanazione, tra i titoli dei sovrani spagnoli vi è anche quello di “Re di Napoli e Sicilia”, S.M. don Juan Carlos I ha concesso con “Real Decreto 2412- por la Jefatura del Estado la Dignidad de Infante de Espana a don Carlos de Borbon-Dos Sicilias y Borbon Parma, como rapresentante de una linea dinastica vinculada historicamente a la Corona espanola….”, venendo inserito con la sua discendenza nella successione spagnola.
Tramite la madre, l’Infanta Alice di Borbone, figlia del duca Elia di Parma e dell’Arciduchessa Maria Anna d’Absburgo-Lorena, don Carlos per alcuni storici britannici è anche l’erede dei diritti cattolici “giacobiti” sul trono inglese in quanto in base alle norme successorie inglesi non è riconosciuto il matrimonio tra consanguinei diretti come avvenuto per le nozze di Francesco IV d’Austria-Este duca di Modena con la nipote Maria Beatrice Vittoria di Savoia, figlia di re Vittorio Emanuele I, ed erede degli ultimi pretendenti Stuart!
In questi anni don Carlos ha esercitato la professione legale nella capitale spagnola occupandosi della splendida proprietà di famiglia “La Toledana” presso Ciudad Real, è presidente e patrocinatore di varie fondazioni ed associazioni storiche ed ambientalistiche.

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 20.05.2009

INAUGURATO SU WIKIPEDIA IL PORTALE CASA SAVOIA

Wikipedia    E’ stato inaugurato sulla popolare enciclopedia on-line Wikipedia il “Portale Casa Savoia”, una sezione del sito interamente dedicata al Casato che ha unito l’Italia.
    Il pregevole lavoro è corredato da un’ampia iconografia, da articoli storici e dagli alberi genealogici di moltissimi rami della Famiglia sabauda.
    Siamo consci del fatto che Wikipedia (per la sua stessa natura di enciclopedia libera sulla quale  chiunque  possa scrivere qualsiasi cosa) spesso presenti degli errori grossolani ma, grazie ad un accurato controllo di accorti supervisori, rimane comunque un innegabile punto di riferimento per trovare informazioni.
    Questo portale offre moltissimi spunti per conoscere la storia – anche quella meno nota – della millenaria dinastia sabauda.
DATA: 19.05.2009
   
NEL SITO INTERNET DELL’U.M.I. LA FOTO DEL RE JUAN CARLOS E L’INNO NAZIONALE SPAGNOLO

foto da internet    Da oggi l’ Inno nazionale spagnolo può essere ascoltato cliccando il sito internet dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), Prima pagina: www.monarchia.it
    Vi appare la foto del Sovrano sottoscritta da espressioni di solidarietà e di simpatia anche per l’amico popolo spagnolo.
    In merito all’indegna gazzarra da parte dei separatisti baschi e catalani, il segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero ha dichiarato: “La selvaggia contestazione, una vera e propria imboscata, era nell’aria ed era stata sicuramente preparata da tempo.
    Esprimo piena solidarietà al Re senza il quale la Spagna non sarebbe passata, in modo indolore, dalla dittatura alla democrazia.
    Voglio dire ai contestatori che sarebbero stati più coerenti se, invece di portarsela a casa, avessero rinunciato alla “coppa del Re”.
    Evidentemente il Re, anche se contestato, resta sempre fonte di prestigio e di orgoglio”.

E' POSSIBILE SCARICARE LA MARCHA REAL SUL SITO DEL GOVERNO SPAGNOLO
DATA: 18.05.2009
   
GIUSEPPE CORDERO DI MONTEZEMOLO: UN EROE ESEMPLARE

editoriale pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di Domenica  17 Maggio 2009
di Aldo A. Mola

Giuseppe Cordero di Montezemolo - foto da internet    Ogni italiano ha diritti, doveri e “debiti” morali.  Sia di destra, sia di sinistra, sia cittadino da molte generazioni o da pochi anni o in attesa di divenirlo, lo sappia o meno ognuno deve qualcosa  a chi ha costruito e difeso l’Italia di oggi. Non è questione di revisionismo o altro.  Vi sono figure e ideali dinnanzi ai quali occorre fermarsi e meditare. E’ il caso di Giuseppe Cordero di Montezemolo (Roma, 26 maggio 1901- 24 marzo 1944),  un eroe al di sopra di ogni riserva. Di antica famiglia piemontese, ufficiale negli alpini al fronte dall’agosto 1918, allievo dell’Accademia militare di Torino (ove è ricordata la luminosa  figura del generale Giuseppe Perotti, capo del Comitato militare del CLN piemontese, fucilato al Martinetto), ufficiale del Genio, laureato in ingegneria civile col massimo dei voti al Politecnico di Torino, tenente del Genio in servizio permanente  dal 1924, Montezemolo percorse una brillante carriera militare.  “Sacerdote di Marte”, come lo ricorda il generale Oreste Bovio, dedicò la vita alle Forze Armate quale espressione della nazione e garanzia delle istituzioni, a cominciare dalla monarchia. Ufficiale di  Stato maggiore dalla guerra d’Etiopia, volontario con le Frecce Nere in quella di Spagna, dal 1940 al 1943 fu al Comando Supremo  con Badoglio, Cavallero e Ambrosio, meritandosi la stima di Rommel e  decorazioni germaniche oltre all’Ordine Militare di Savoia. Colonnello dal 1942 e comandante dell’ 11° Reparto Genio Motorizzato, Segretario di Badoglio, ebbe parte centrale nella crisi del settembre 1943, accanto al maresciallo Caviglia, al generale Calvi di Bergolo (genero di Vittorio Emanuele III) e di quanti accettarono la resa proposta da Albert Kesselring. Roma doveva avere lo status di “città aperta”, con riguardo alla Santa Sede. In realtà i germanici e RSI la trattarono da città occupata.  Montezemolo non esitò a organizzare subito il Fronte militare clandestino, a contatto con il ministro della Guerra, Sorice, e il governo Badoglio, al quale  chiese invano il riconoscimento formale dei militari  da lui tenacemente organizzati. “Non salverà (dalla) fucilazione – egli scrisse - ma sarà utile per morale”. 
    Il 25 gennaio 1944, dopo lo sbarco anglo-americano ad Anzio, niente affatto risolutivo, Montezemolo venne catturato con il suo collaboratore Filippo de Grenet, forse su delazione.  Fu reiteratamente sottoposto a atroci torture, come già i generali Lordi, Simoni e Martelli Castaldi e il capitano dei Carabinieri. Frignani, seviziato in presenza della moglie Lina. Come testimoniò lo stresso Kappler, Montezemolo rivendicò apertamente le proprie responsabilità di ufficiale del Regio esercito ma senza fare alcuna rivelazione. Esempio di straordinaria dirittura e dignità, ormai “fucilando”, il 24 marzo fu indicato per primo da Kappler tra i prigionieri da uccidere per rappresaglia contro l’attentato dei Gap a Via Rasella. Venne abbattuto alle Fosse Ardeatine come Frignani, Pilo Albertelli, del partito d’Azione, i militanti di “Stella Rossa”, molti ebrei e tredici massoni. Decorato di Medaglia d’Oro al valor militare con motu proprio del Re, lasciò due maschi, Manfredi e Andrea (ora cardinale) e tre femmine, avuti da Amalia Dematteis, sposata nel 1923.
    A Montezemolo e al Fronte Militare Clandestino, poco studiato e ricordato in Piemonte come tutta la resistenza monarchica,  ha dedicato un eccellente saggio Sabrina Sgueglia della Marra, pubblicato  dal benemerito Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, con prefazione del suo Capo, col. Antonino Zarcone.
    Il nome di Giuseppe si aggiunse alle glorie di una Casa che dal Duecento si era affermata in Mondovì e aveva contato i rami dei Pamparato, San Quintino, Vonzo e altri. Il marchese  Massimo Cordero di Montezemolo fu tra i liberali che nel 1831 dovettero sottrarsi al carcere e al patibolo con l’esilio. Tornato in Piemonte vi fondò “Il Subalpino”, liberale conservatore. Fu deputato, consigliere provinciale, senatore.
    Le belle opere di Sgueglia della Marra, di Gabrio Lombardi e di altri sui Montezemolo arricchiranno un giorno  il repertorio di Gustavo Mola di Nomaglio, Bibliografia delle famiglie subalpine. Nobiltà, borghesia e cittadinanze attraverso studi di storia e storia sociale, genealogia, feudalità e diritto, arte e architettura, araldica e onomastica, pubblicato or ora dal Centro Studi Piemontesi: un cantiere aperto, che è anche un monumento al senso dello Stato e dell’onore del vecchio Piemonte.  

Aldo A. Mola   
DATA: 17.05.2009
   
LENTINI:  UNITA’ NAZIONALE E TRADIZIONI MILITARI

Lentini - Mostra iconografica    Nell’ambito delle iniziative per ricordare il 90° anniversario della Vittoria, le Sezioni di Lentini dell’Istituto del Nastro Azzurro e dell’Assoc.Naz.Autieri d’Italia,la Delegazione prov.le di Siracusa dell’Istituto Naz. GG.OO.RR.TT. Pantheon, e il comitato cittadino dell'U.M.I., hanno promosso presso la propria sede di via Regina Margherita nei giorni 9, 10 e 11 maggio una mostra iconografica dal titolo UNITA’ NAZIONALE E TRADIZIONI MILITARI in concomitanza con le solenni celebrazioni dei Santi Patroni i martiri cristiani Alfio, Cirino e Filadelfo. La mostra, articolata con uniformi, bandiere, ritratti, cimeli e pubblicazioni, ha celebrato le Forze Armate italiane, artefici nel nome di Casa Savoia, dell’unità nazionale: fra le centinaia di visitatori le principali Autorità militari delle province di Siracusa e Catania e i fedeli convenuti per le feste religiose.
DATA: 15.05.2009

9 MAGGIO 1946: UMBERTO II SALE AL TRONO

S.M. il Re Umberto II    Si compie oggi il 63° anniversario dell’ascesa al trono di S.M. il Re Umberto II. Il quarto sovrano dell’Italia unita, nato nel 1904 sotto i migliori auspici mentre la Nazione viveva uno dei suoi più sereni anni sotto il regno di Vittorio Emanuele III, Umberto II cingeva la corona in un momento in cui tutto congiurava contro il mantenimento della monarchia: la guerra mondiale appena conclusasi con il suo doloroso retaggio di lutti e distruzioni, la vita politica avvelenata dalle contrapposizioni partitiche, la popolazione in uno stato di profonda miseria e disagio, la stampa trasversalmente schierata ( tranne alcune combattivi, ma limitati giornali) contro la dinastia, l’indifferenza e a volte l’ostilità delle Potenze vincitrici, il confine orientale della Venezia Giulia gravemente minacciato dalla dittatura iugoslavia di Tito, le colonie occupate, le Forze Armate e i Reali Carabinieri emarginati e ridotti di numero….Il giovane Sovrano, forte della sua esperienza di Luogotenente Generale del Regno, assunta il 5 giugno 1944, dovette trovare nelle sue elette virtù morali e civili la forza per “regnare” e animare – solo con la Sua presenza – le fila di quanti volevano il mantenimento della Monarchia in Italia. Nel suo messaggio il Re, dopo avere ricordato i Caduti della lunga guerra, i Morti dei campi di concentramento, i Martiri della guerra di liberazione, e rivolto il pensiero agli Italiani della Venezia Giulia e delle terre d’oltremare, che invocano di rimanere cittadini della Patria comune, ai prigionieri, ai reduci, confermata la volontà di porre la Costituzione al riparo da ogni pericolo e da ogni violenza e nella rinnovata Monarchia costituzionale di subordinare gli atti fondamentali della vita nazionale alla volontà del Parlamento, individuava nella libertà dei cittadini, nell’alternarsi delle parti al potere e nella giustizia sociale i cardini del suo regno. Con l’invito a stringersi intorno alla Bandiera sotto la quale si è unificata la Patria e quattro generazioni di Italiani hanno saputo laboriosamente  vivere e eroicamente morire, Umberto II dichiarava di voler essere il primo fra gli Italiani nelle ore dolorose, ultimo nelle liete e nelle une e nell’altre restare vigile custode delle libertà costituzionali e dei rapporti internazionali che siano fondati su accordi onorevoli e accettabili.
    L’11 maggio, senza alcuna preventiva organizzazione, decine e decine di migliaia di cittadini di Roma si riversarono lieti e festanti nella piazza del Quirinale e così sarà in tutte le città della Nazione, laddove si poteva manifestare con libertà la propria fedeltà alla Monarchia.

    L’Unione Monarchica Italiana, nell’attuale momento di crisi economica e di cortocircuito delle istituzioni repubblicane, ricorda commossa l’anniversario della salita al trono di Umberto II, al cui pensiero e alle cui convinzioni esorta i Principi di Casa Savoia e tutti i monarchici.
 
Francesco Atanasio
DATA: 09.05.2009
   
IL 150° ANNIVERSARIO DELLA II GUERRA D’INDIPENDENZA

foto da internet    Il Regno di Sardegna, respinto il 26 aprile 1859 l’ultimatum dell’Austria che intimava a Torino il disarmo militare e di congedare i volontari provenienti da tutte le regioni d’Italia, viene aggredito da Vienna, il cui esercito il giorno successivo varca il fiume Ticino, confine fra i due Stati. E’iniziata la II guerra d’indipendenza, che il Piemonte sabaudo affronterà nell’alleanza con la Francia di Napoleone III. La campagna militare dell’armata franco-piemontese fu condotta con rapidità e un vasto dispiegamento di soldati e si concluse con forti perdite da entrambi le parti. Gli esordi del conflitto vedono il tentativo austriaco di sorprendere e sconfiggere l’esercito sabaudo, composto da 63.000 effettivi, prima dell’arrivo dei francesi: le incertezze dell’alto comando austriaco e gli allegamenti provocati dai piemontesi nella Lomellina e nel Vercellese frenarono gli imperiali, che il 20 maggio sono battuti a Montebello: nello scontro si distinguono i reggimenti di cavalleria “Lancieri di Novara”, “Lancieri di Aosta” e “Cavalleggeri del Monferrato”, che al comando di Maurizio Gerbaix de Sonnaz, ( che verrà insignito di M.O.V.M.) con ripetute cariche riescono a fermare una grossa formazione nemica in marcia verso Voghera, favorendo l’azione di una divisione alleata francese che l’arresta definitivamente: “Novara” e “Monferrato” riceveranno la Medaglia di Bronzo al Valor Militare allo stendardo. Rilevante si rivela anche l’azione di Garibaldi, alla testa dei Cacciatori delle Alpi, che penetra in Lombardia e conquista Varese e Como: il reggimento “Guide a cavallo” in forza ai reparti garibaldini sarà anch’esso decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Fra il 30 e il 31 maggio il solo esercito piemontese occupa Palestro nel Pavese e respinge il contrattacco austriaco; le forze francesi, grazie all’ottima rete ferroviaria piemontese Alessandria-Casale-Vercelli, raggiungono così senza problemi Novara e passano il Ticino ( che gli Austriaci hanno a loro volta già riattraversato): il 4 giugno impegnano e battono pesantemente a Magenta il nemico, che abbandona la Lombardia e si ritira nel Quadrilatero ( Legnago, Mantova, Peschiera e Verona). L’8 maggio Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrano in una Milano tripudiante. I fortunati combattimenti hanno già determinato la caduta dei Lorena a Firenze, dei Borbone a Parma, degli Asburgo-Este a Modena e del legato pontificio a Bologna: in tutte queste città si formano dei governi provvisori che reclamano l’unione con Torino. Garibaldi entra intanto a  Bergamo e a Brescia e si spinge verso il lago di Garda. Il 24 giugno l’esercito francese a Solferino guidato da Napoleone III e quello piemontese a San Martino,guidato da Vittorio Emanuele II, a prezzo di elevatissime perdite, respingono la controffensiva austriaca, diretta personalmente da Francesco Giuseppe: gli imperiali in rotta si ritirano verso il fiume Adige. Il 30 giugno,mentre i piemontesi stringono d’assedio Peschiera, i francesi puntano su Verona e le flotte franco-sarda pongono il blocco a Venezia: gli entusiasmi che scuotono l’Italia saranno interrotti però dall’annunzio dell’armistizio di Villafranca, voluto dall’imperatore francese per ragioni di politica internazionale e ormai timoroso che l’erigendo Stato unitario nazionale italiano possa rivelarsi cosa diversa da quella ipotizzata negli accordi di Plombieres con Cavour: una Nazione libera e sovrana che finalmente avrebbe sottratto la penisola alle influenze straniere. Le vicende militari della II guerra d’indipendenza, risultato del “decennio di preparazione” iniziato da Vittorio Emanuele II all’indomani della sua salita al trono, dopo la sconfitta di Novara, coadiuvato da D’Azeglio e Cavour, segnano così il momento più rilevante del nostro Risorgimento, che l’anno successivo si completerà con l’impresa dei Mille per culminare nel 1870 con la presa di Roma. La monarchia sabauda, forte della sua missione nazionale e delle libertà statutarie, seppe così in pochi anni ridare all’Italia, ancora solo “espressione geografica”, libertà, indipendenza e unità. Di tale ricorrenza i vertici attuali della Nazione avrebbero dovuto fare memoria….
Francesco Atanasio
DATA: 06.05.2009
   
IN LIBRERIA: LA CORTE DEI SAVOIA (1849-1900)

Carlo M. FIORENTINO, La corte dei Savoia ( 1849- 1900), il Mulino, 2008, pp. 370

Fiorentino: La corte dei Savoia    Lo studio e l’analisi del costume e dei modi di vivere quando concernono i livelli più alti del potere pubblico – e tali erano le corti degli Stati monarchici in Europa almeno fino alla Grande Guerra – contribuiscono a rivedere presunte consolidate letture storiografiche e giudizi riduttivi o  negativi sui loro rappresentanti. E’ il caso di questo saggio, che prende in esame le corti di Vittorio Emanuele II e di Umberto I e Margherita di Savoia al duplice scopo di “colmare una lacuna della nostra storiografia” e “di restituire il clima di un’epoca che il trascorrere del tempo ha sepolto nell’oblio”. L’autore descrive gli ambienti delle due corti sabaude a Torino, Firenze e Roma e con essi “gli attori e le dinamiche sociali che li legavano attraverso uno stile narrativo impressionistico, dove i colori accostati gli uni agli altri sono stati tratti da carteggi, memorie, cronache del tempo, relazioni ufficiali e ufficiose, documenti dissepolti dagli archivi, in un consapevole gioco di climax e anticlimax” tale da far apparire la loro vera fisionomia! La scioltezza dello stile ( prima chiave del successo di ogni saggio storico…), l’essenzialità dell’argomentare e la levità del discorso introducono la storia delle due corti – pur diverse per il carattere dei due Sovrani e la presenza di una personalità come quella di Margherita – in cinque capitoli, corredati da ben 75 pagine di note a fine testo, che provano la copiosità della documentazione consultata e delle fonti reperite. In un “continuum” cronachisticoFiorentino: La corte dei Savoia scorrono le vicende strettamente legate alla Famiglia Reale (nascite, matrimoni e morti), che a Roma doveva misurarsi con il prestigio quasi bimillenario della Sede Pontificia, in quei decenni ostile al Quirinale “regio”, i viaggi e le visite dei Reali nelle varie regioni d’Italia ( dalla Sicilia post feudale alla Romagna “repubblicana”) con lo scopo di far conoscere la dinastia, protagonista del Risorgimento, al nuovo Regno e di creare una sua positiva e riconoscibile immagine pubblica, e all’estero per consolidare il prestigio della risorta Nazione. E ancora gli incontri con gli altri Sovrani d’Europa e dell’Asia e le delegazioni estere e infine l’ampio e variegato numero di personalità italiane e straniere che gravitarono attorno alle due corti: da Cavour a Crispi, da Minghetti a Bonghi, da Gregorovius a Carducci, da Sgambati a D’Annunzio, da Canonica alla Duse. Uomini di governo, statisti, intellettuali, musicisti, personalità dell’arte e del teatro in un caleidoscopio di intelligenze e culture che fece soprattutto del Quirinale di Margherita di Savoia una delle corti più brillanti della seconda metà dell’Ottocento dopo il tramonto di quella del II impero napoleonico. Le corti sabaude ebbero e officiarono il compito arduo di custodire l’equilibrio politico di una Nazione appena riunificatasi - dopo sette secoli di divisioni intestine e con nel suo seno un’istituzione universalistica come il Papato - e per di più in una seconda parte di un secolo segnato da profonde trasformazioni ( il passaggio dalle monarchie di diritto divino a quelle costituzionali, il liberalismo, il colonialismo, il socialismo….). Casa Savoia “adeguando” le sue secolari tradizioni subalpine alla realtà frammentata e complessa dell’Italia seppe trovare con i suoi sovrani e i suoi principi la soluzione più idonea per “erigere” una Patria comune, che ben saprà affrontare le gigantesche prove del’900.
DATA: 06.05.2009
   
INAUGURATA LA MOSTRA SUL TRICOLORE A CASTELL'ALFERO

La prima coccarda tricolore    Grande successo per la giornata, organizzata dal Comune di Castell’Alfero (At), in cui si è inaugurata la Mostra sul Tricolore.
    Finalmente, dopo parecchie insistenze e lavoro diplomatico si è raggiunto un accordo con la città di Bologna per l'esposizione della "coccarda" dell'eroico GiamBattista De Rolandis, nativo del paesino astigiano, che insieme a  Luigi Zamboni di Reggio Emilia, inventò per primo la Bandiera italiana e perciò venne torturato ed impiccato all'età di 21 anni dalla repressione governativa papalina.
    I suoi discendenti, Carla ed Ito De Rolandis , scrissero a S. S. Giovanni Paolo II una lettera riservata per ottenere almeno le scuse ed il perdono per la tragica morte del loro congiunto antenato, ed ottennero benedizione e preghiera di non confondere la Santa Chiesa con il mal operato di personaggi poco felici della storia papalina.
    Le vicende del primo Tricolore sono state ricordate dagli storici Aldo Mola e Giovanni Rabbia, con interventi di Adriano e Francesca Capuzzo, discendenti del Generale Ercole Capuzzo, pioniere della Regia Aviazione, nativo del paese, e ricordato per le sue gesta eroiche. La serata è stata introdotta dal giornalista Ito De Rolandis.
    A contribuire al successo della manifestazione vi è stata la presenza notevole di giovani che hanno costituito un bel gruppo musicale intitolato "G.B. de Rolandis Band".
    L’U.M.I. era rappresentata dal Vicesegretario nazionale Carmine Passalacqua, accompagnato dalla prof. Carla Moruzzi Bolloli, Presidente della delegazione di Alessandria ed Asti dell'Istituto per la Storia del Risorgimento.
    Dal prossimo anno la mostra sarà aperta nel periodo estivo. Eventuali informazioni sugli orari di potranno essere richieste alla Segreteria del Comune, tel. 0141.406611.
Il Consigliere comunale Carmine Passalacqua insieme alla prof. Carla Moruzzi Bolloli, Presidente della delegazione di Alessandria ed Asti dell'Istituto per la Storia del Risorgimento, insieme al Sindaco di Castell'Alfero dott. Angelo Marengo ed il prof. Aldo Alessandro Mola, relatore al convegno sull'origine del Tricolore Nazionale, nel Castello dei Conti Amico la sera del 24 Aprile scorso.
da sin: Carmine Passalacqua, la prof. Carla Moruzzi Bolloli, il Sindaco di Castell'Alfero dott. Angelo Marengo ed il prof. Aldo Alessandro Mola, relatore al convegno.
DATA: 29.04.2009
   
RICORDATI IN KAZKSTAN LA DEPORTAZIONE E IL MARTIRIO DEGLI ITALIANI DI CRIMEA

il prof. Giulio Vignoli con la Direttrice del Museo prof. Aprisa Khusainova    Il giorno 21 aprile scorso, 2762° anniversario della fondazione di Roma, il prof. Giulio Vignoli - nel quadro dei rapporti culturali fra Italia e Repubblica del Kazkstan - ha presentato presso il Museo Statale delle Repressioni Politiche e Totalitarismo “Alzhyr”,  il libro da lui scritto assieme a Giulia Giacchetti Boiko: “L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea”.
    Il museo, che si trova nel villaggio Akmol, in piena steppa, regione di Akmolinskaya, alcuni chilometri dalla capitale Astanà, sorge sul luogo dove esisteva in epoca staliniana un gulag nel quale morirono di stenti migliaia e migliaia di deportati di varie nazionalità a cominciare dagli intellettuali kazaki che si opponevano alla colonizzazione russa. Nel gulag trovarono la morte anche molti Italiani deportati dalla Crimea.
    Dopo la deposizione da parte di S. E. Bruno Antonio Pasquino, ambasciatore d’Italia in Kazkstan, accompagnato dal prof. Vignoli, di una corona d’alloro sulla lapide che ricorda il martirio, la folla si è raccolta in un minuto di silenzio.
    E’ seguita la cerimonia di presentazione nella sala dei convegni del museo, letteralmente gremita di pubblico, fra il quale molti studiosi, studenti dell’Università di Astanà, giornalisti, operatori delle televisioni kazake. Un apposito bus-navetta collegava l’Università di Astanà al Museo.
    Hanno preso la parola S. E. l’Ambasciatore Pasquino, il prof. Vignoli, S. E. rev.ma mons. Edoardo Canetta, rappresentante personale di S.S. in Kazkstan, nonché prof. di Lingua e Letteratura italiana nell’Università “Eurasiatica” di Astanà, la direttrice del museo prof. Aprisa Khusainova.
    Hanno preso la parola anche vari docenti e personalità che si sono espressi sia in lingua kazaka, sia in russo. La manifestazione era infatti bilingue.
    Successivamente è stato visitato il Museo che in vari pannelli e con reperti originali illustra le orrende condizioni in cui erano obbligati a vivere i deportati.
    Era presente il Nunzio Apostolico accreditato in Kazkstan e in Kighisistan.
    L’agenzia giornalistica A.N.S.A., una delle maggiori del mondo, ha diffuso la notizia in tutte le Repubbliche ex sovietiche dell’Asia, in Russia e Ucraina.
  (Nella fotografia il prof. Giulio Vignoli con la Direttrice del Museo prof. Aprisa Khusainova)  
DATA: 29.04.2009
   
25 APRILE

Il Sacrario di Montelungo - foto da internet    La recente celebrazione del 25 aprile, preceduta dalle solite polemiche politiche e giornalistiche, è stata finalmente l’occasione per sentire dalle massime cariche dello Stato una parola di chiarezza e di rispetto verso il contributo fornito nell’immediatezza dell’armistizio e della successiva occupazione nazista dell’Italia dal Regio Esercito sia con la nascita del Corpo Italiano di Liberazione – C.I.L. - , che con le formazioni di ispirazione monarchica nel nord che con la c.d. resistenza “passiva” dei 600.000 militari italiani ( di cui 30.000 ufficiali), presi prigionieri dai tedeschi in violazione di tutte le leggi di guerra e delle convenzioni internazionali.
    Particolarmente significativa è stata l’allocuzione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che dopo il consueto omaggio al Milite Ignoto all’Altare della Patria, si è recato presso il Sacrario Militare di Montelungo, dove sono sepolti i soldati italiani caduti per la conquista nel dicembre del 1943 di quell’aspra zona montuosa.
    Il Presidente della Repubblica, dopo avere deposto una corona d’alloro sulla tomba del Gen. Umberto Utili, comandante del C.I.L., ha nel suo discorso riconosciuto senza riserva alcuna l’alto significato morale che ebbe per la rinascita dell’Italia la partecipazione dei reparti italiani, rimasti fedeli al legittimo governo di Badoglio e al giuramento prestato al Re Vittorio Emanuele III, alla guerra di Liberazione.
    Le truppe italiane, che risalirono la penisola avendo alla testa la bandiera del Regno, ebbero in totale quasi 90.000 caduti e decine di feriti e dispersi.
    Nel corso della “diretta” dal Sacrario sono state trasmesse immagini rare di questi reparti sia in azione che nel corso delle visite loro fatte da Umberto di Savoia, il cui impegno e la cui dedizione nei lunghi e drammatici mesi dal settembre 1943 all’aprile 1945 sono ormai patrimonio della storiografia militare. In più di un fotogramma sono  stati visti sventolare la bandiera del Regno e i vessilli dei reparti, tutti recanti lo stemma di Casa Savoia.
    L’Unione Monarchica Italiana, che sempre nella quasi sessantennale attività ha rivendicato il ruolo importantissimo delle Forze Armate e della resistenza “azzurra” nella guerra di Liberazione, fatto oggetto in passato di una rigida censura, è lieta di quanto la Repubblica finalmente ha riconosciuto nel corso di queste cerimonie.
Francesco Atanasio
DATA: 27.04.2009
 
LETTERA AL COMUNE DI GENOVA PER LA RECENTE LAPIDE ANTISABAUDA
 
    Riportiamo una lettera, scritta dal prof. Giulio Vignoli al Comune di Genova, riguardo la contestata lapide antisabauda posta in piazza Corvetto. Il testo della lapide recita: "Nell'aprile 1849 le truppe del re di Sardegna Vittorio Emanuele II al comando del generale Alfonso La Marmora sottoposero l'inerme popolazione genovese a saccheggi bombardamenti e crudeli violenze provocando la morte di molti pacifici cittadini aggiungendo così alla forzata annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna del 1814 un ulteriore motivo di biasimo affinché ciò che è stato troppo a lungo rimosso non venga più dimenticato il comune di Genova pose".
Questa la reazione dell'Illustre Docente:

La Lapide di Piazzale Corvetto a GenovaIll.mi Signori
Sindaco di Genova
Giorgio Guerello
Presidente del Consiglio comunale
Genova  

Oggetto: lapide in piazza Corvetto
 
    Solo di recente sono passato a piedi da piazza Corvetto ed ho potuto leggere con attenzione la lapide posta su un marciapiede e che rievoca la sommossa di Genova del 1849.
    Quale genovese, nato a Genova nel 1938 e figlio di genovesi (mia madre nacque a Genova nel 1901 nel centro storico e mio padre nella non più esistente via Giulia nel 1899), esprimo il mio parere.
    Trattasi e per il testo della stessa e per il luogo dove posta, di una iniziativa sciocca nonché malvagia e scempia (per usare termini danteschi).
    Sciocca perché il testo dimostra ignoranza. Del resto come potrebbe essere altrimenti quando codesto Comune dà ascolto a gruppuscoli che, rigurgitati dalle fogne della storia, vorrebbero addirittura ricostruire uno Stato pre-unitario, la Repubblica di Genova, i cui ultimi secoli di vita furono miserevoli e disonorevoli (basti pensare alla vendita della Corsica. I corsi lo rinfacciano ancora)?

Ma esaminiamo il testo dell’incredibile lapide.

   1. Ricordo che alla data dell’aprile 1849 il Regno di Sardegna era uno Stato costituzionale con tanto di Ministri e di Presidente del Consiglio, Claudio Gabriele de Launay, al quale spettava la decisione dell’intervento su Genova (come in tutte le democrazie). Nella lapide non risulta. Sembra che ogni responsabilità sia del Re e di La Marmora.
   2. Dalla lapide non risulta affatto che Genova fosse in mano ai rivoltosi. Alcuni militari furono linciati. Si parla solo di “inerme popolazione genovese” e di “morte di molti pacifici cittadini”. Sembra che una mattina Vittorio Emanuele e La Marmora si siano svegliati con la prava intenzione di ammazzare i genovesi.
   3. “La forzata annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna nel 1814”, come si dice nella lapide, è semplicemente una bufala. Nel 1814 non esisteva più nessuna Repubblica di Genova, essendo stata abolita diversi anni prima da Napoleone I che annesse la Repubblica all’Impero francese! Al proposito suggerirei di scoprire una lapide commemorativa e deplorativa dell’evento. Non comprendo perché a tutt’oggi il partito indipendentista genovese non lo abbia fatto. Il prof. Bampi, ottimo docente di ingegneria, potrebbe esserne il promotore. Comunque l’allargamento del Regno di Sardegna anche al territorio ligure fu evento provvidenziale per il nostro Risorgimento.

    Il deprecabile episodio genovese del 1849 va inquadrato nei fatti dell’epoca. Il governo sardo, Vittorio Emanuele, La Marmora e moltissimi altri si sentirono traditi dai rivoltosi genovesi che alle spalle approfittavano del tragico momento in cui si trovava lo Stato, dopo una guerra persa in malo modo, e con gli austriaci in casa che minacciavano di occupare tutto il Regno, per insorgere. Questa è la verità storica, altro che dar retta, per bassi motivi politici, a “revisionisti” della domenica.
    Giustissimo era ricordare le vittime innocenti di quella tragedia, come sempre è giusto, ma non sempre viene fatto in Italia,  ricordare tutte le vittime innocenti di ogni evento, di qualsiasi colore esso sia, ma con vera, autentica carità e pietà, e soprattutto con verità, non già per far assaggiare a movimenti condannati dalla storia piatti gelidi di risentimenti, ormai ridicoli e perciò strumentali.
    L’iniziativa è inoltre malvagia e scempia perché non fa altro che attizzare incomprensioni, antipatie, odi fra italiani (come ce ne fosse bisogno), con faziose e false ricostruzioni di avvenimenti storici di quasi 200 anni or sono. E proprio quasi in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità, bene supremo della Nazione. Unità e concordia fanno grandi i popoli.
    L’iniziativa è anche malvagia e scempia in quanto come luogo della indegna lapide è stata scelta la piazza dove sorge il monumento al Gran Re, quasi a volerne sminuire la gloria. Che pena, egregio Comune!
    Tutte le volte che passerò di fronte alla obbrobriosa lapide rivolgerò un pensiero non certo di apprezzamento a Voi civici amministratori che l’avete permessa o partorita. Mi auguro che prima o poi venga abbattuta, come sicuramente sarà quando l’Italia avrà ritrovato se stessa.

Ritengo superfluo salutare.

Prof. avv. Giulio Vignoli
Già docente di Diritto internazionale nell’Ateneo cittadino.
DATA: 26.04.2009
     
VISITA UFFICIALE DEL PRINCIPE DI GALLES IN ITALIA

  Riproponiamo una dettagliata nota dell'Agenzia Apcom sulla visita ufficiale che il Principe Carlo d'Inghilterra terrà a Roma e a Venezia. Prevista per martedì una conferenza alla Camera dei Deputati, alla presenza del Presidente Fini.

Il Principe Carlo d'Inghilterra - foto da internet    Roma, 23 apr. (Apcom) - Saranno ospiti del presidente Giorgio Napolitano, il principe Carlo e la moglie Camilla, in visita di lavoro in Italia dal 26 al 28 aprile. La coppia reale sbarcherà a Roma domenica sera e gli appuntamenti ufficiali sono concentrati nelle giornate di lunedì e martedì. La lotta ai cambiamenti climatici, la sostenibilità e il risanamento i temi centrali della due giorni del principe e la duchessa. Dopo l'incontro con il presidente della Repubblica lunedì mattina, l'erede al trono britannico si sposterà alla Camera dei deputati dove terrà un discorso sul tema dei cambiamenti climatici. Al termine si recherà in Vaticano per un'udienza con Papa Benedetto XVI per discutere, fra i vari temi, di cambiamenti climatici e comprensione interreligiosa. In tarda mattinata la coppia reale parteciperà ad un ricevimento a Villa Wolkonsky (la residenza dell'Ambasciatore britannico in Italia) per celebrare ed incoraggiare la cultura "Slow Food" dell'approvvigionamento locale e della coltivazione con metodi biologici. Dopo una visita alla casa di Augusto, al Palatino, il principe del Galles e la Duchessa di Cornovaglia - che in giornata si recherà in visita al Keats and Shelley House per la cerimonia di premiazione di un concorso di poesie - sarà ospite di una cena privata al Quirinale. Martedì mattina l'appuntamento per il principe sarà a Confindustria dove si terrà un incontro con il Corporate Leadership Group del Regno Unito, che riunisce le aziende impegnate nella ricerca di politiche "ambientaliste" a lungo termine, e gli Amministratori Delegati delle maggiori società italiane. La coppia reale si sposterà poi a Venezia per una serie di incontri sul risanamento urbano. Il Principe parteciperà ad un seminario sulla riprogettazione della Laguna prima di osservare da vicino un esempio di rigenerazione edilizia sostenibile nella città (San Giobbe). Le due Altezze Reali si recheranno inoltre ad ammirare il Teatro dell'Opera La Fenice dopo i lavori di restauro e in serata assisteranno alla messa in scena dell'opera "Maria Stuarda". Dal 2000 ad oggi il principe di Galles si è recato due volte in visita in Italia, nel 2002 e nel 2004, e una volta alla Santa Sede nel 2005, in occasione dei funerali di Papa Giovanni Paolo II.
DATA: 25.04.2009
 
“A VOLTE RITORNANO…”

Henri Eugène Philippe Louis d'Orléans, duc d'Aumale - foto da internet    Uno dei protagonisti della nostra storia è nato nel 1967, l’altro nel 1822, eppure se osservate una foto di SAR il Principe Aimone di Savoia duca d’Aosta con un ritratto del pro-pro zio Henri-Eugène-Philippe-Louis d’Orléans duca d’Aumale e Principe Reale di Francia la somiglianza tra i due è impressionante: sembra che il figlio del Capo di Casa Savoia indossi una divisa francese del XIX secolo. La vita del duca d’Aumale potrebbe essere la trama di un romanzo storico ma è pura realtà…Nato a Parigi il 16 gennaio 1822 quinto figlio maschio dell’allora Louis-Philippe duca d’Orléans e di Maria Amelia di Borbone Due Sicilie, nipote diretto di Louis-Philippe che votò la condanna a morte del cugino Luigi XVI re di Francia e di re Ferdinando I delle Due Sicilie, pronipote di Maria Teresa d’Austria e di Francesco III d’Este duca di Modena.
    Il 27 agosto 1830 alla morte del prozio Louis-Henri-Joseph  9° Principe di Condé, 16° duca di Borbone e 13° duca di Guise, pronipote diretto di Luigi XIV di Francia, il “Re Sole”, suo padrino, il giovanissimo duc d’Aumale a 8 anni ereditò  una delle più grandi fortune economiche e feudali di Francia, stimata dai contemporanei in ben 66 milioni di Franchi oro!, comprendente il più importante patrimonio forestale del Regno, del quale faceva parte il castello demaniale di Chantilly nell’Oise e l’immensa foresta di Thiérache nell’Aisne! Lo scomparso Principe di Condé era morto tragicamente nel suo castello di Saint-Leu-la Forèt dopo che nessun figlio gli era sopravvissuto, tra i quali il famoso Louis-Antoine duca d’Enghien fatto fucilare a Vincennes da Napoleone Bonaparte nel 1804.
    Nonostante l’immensa ricchezza ricevuta, il giovane Henri venne ducato semplicemente dai genitori compiendo gli studi al “Lycée Henri IV” di Parigi per poi intraprendere la carriera militare a 16 anni. Promosso capitano a 17 anni nel 1839, si distinse nella campagna d’Algeria nel 1840 durante il regno del padre Luigi Filippo I Re dei Francesi salito al trono nel 1830 alla caduta del ramo primogenito dei Borbone. Rientrato in Patria per motivi di salute, Henri d’Aumale ritornò in Africa nel 1842 per partecipare nel maggio dell’anno seguente alla conquista del campo del capo berbero Abd el-Kader col grado di “Maresciallo di Campo”. Al termine della guerra  venne promosso “Luogotenente Generale” dirigendo la campagna di Biskra nel 1844, ed insignito della “Legion d’Honeur”. E’ dello stesso anno il suo matrimonio con la prima cugina Maria Carolina di Borbone (1822-69) figlia dello zio materno Leopoldo Principe di Siracusa. Nel frattempo s’impegnò in grandi lavori di ristrutturazione del castello di Chantilly una vera e propria dimora principesca, acquisendo pure la baronia di Chateaubriand.
    Il 21 settembre 1847 venne nominato Governatore Generale dell’Algeria in sostituzione del Bugeaud ma poco dopo la “Rivoluzione” del 1848 che vide la caduta della “Monarchia di luglio” del padre, si dimise da ogni incarico il 24 febbraio  partendo in esilio volontario per la Gran Bretagna, installandosi dopo la morte del padre nel 1850 ad Orléans House presso Twickenham con tutta la sua famiglia, diventando l’indiscusso capo della Casa d’Orléans entrando ben presto in polemica con Luigi Napoleone Bonaparte (il futuro Napoleone III), ed in questo ereditando le gesta dello sfortunato cugino duca d’Enghien!
    Studioso di storia militare, il duc d’Aumale fu importante collezionista ed intelligente uomo di affari, iniziando  al contempo un’ardua lotta per ritornare in possesso dei suoi beni, confiscati dalle nuove autorità francesi, per avere restituiti almeno i beni ereditati e quelli dotali della moglie. Acquisì in questi anni proprietà immobiliari in Inghilterra e negli Stati Uniti, diventando il più intraprendente,  anche finanziariamente, esponente degli Orléans.
    Legatissimo al Paese materno, le Due Sicilie, durante i vari soggiorni a Napoli il duca d’Aumale venne informato della messa in vendita di una grande proprietà nei pressi di Palermo nell’agosto 1852 da parte degli eredi del Principe di Partanna: si trattava del feudo dello Zucco, di quasi 4mila ettari di terreno coltivato a vigneto, agrumeto  ed uliveto, la somma richiesta partì da 150mila once, Henri d’Orléans riuscì ad acquisirla per 95mila.
    Il Principe francese amava particolarmente soggiornare a Palermo, ove i genitori agli inizi del loro matrimonio avevano dimora a Palazzo d’Orléans, dimora ereditata proprio da Henri, il quale ampliò notevolmente la superficie del parco fino a 70 ettari, facendolo diventare un vero e proprio “polmone verde” nel centro della capitale sicula, non solo, anche l’arredamento venne rinnovato con mobilia fatta arrivare dalle altre sue residenze francesi ed inglesi,  attualmente tale palazzo è sede del governo siciliano.
    Strenuo difensore della cultura e della storia francese, fu autore della famosa “Lettre sur l’Histoire de France”. Vero e proprio principe rinascimentale, Henri d’Aumale era un appassionato bibliofilo, tanto da fare della sua biblioteca di Chantilly una delle più importanti d’Europa! Nell’altro suo castello di Condè, il duca invece concentrò tutte le collezioni d’arte ereditate sia dal padrino che dal suocero Leopoldo di Borbone.
    Fu tra i primi a capire l’importanza della stampa nell’opinione pubblica,  e per rafforzare il partito “orleanista” acquisì varie partecipazioni azionarie in importanti testate in Belgio. Temutissimo durante il Secondo Impero da Napoleone III, il quale osservava con preoccupazione il forte ascendente e prestigio del quale godeva l’Orléans, si paventò per l’Aumale la candidatura al trono del Messico, che rifiutò, corona che venne accettata dallo sfortunato Massimiliano d’Absburgo; mentre fu molto più sensibile ad un eventuale candidatura al trono di Grecia, previo un suffragio universale. Purtroppo per lui né la Francia né la Gran Bretagna furono d’accordo, appoggiando invece l’ascesa al trono di Giorgio di Danimarca.
    La disfatta di Sedan nel 1870 quando le truppe francesi furono sconfitte dai Prussiani, lo sorprese in Belgio ove vi regnava il nipote Leopoldo II, figlio della sorella Luisa d’Orléans. Immediatamente si mise a disposizione del suo Paese ma fu costretto per la legge sull’esilio ad attendere fino al 1871. L’8 febbraio 1873 venne eletto deputato dell’Oise, nonostante l’ostilità del Presidente della Terza Repubblica francese, Adolphe Thiers. Nel dicembre dello stesso anno assunse il comando di un corpo d’armata a Besançon. Dopo le dimissioni di Thiers nel 1874, con una maggioranza monarchica all’Assemblea Nazionale di ben 400 deputati, divisi tuttavia tra legittimisti ed orleanisti, accettò “l’interim” in attesa dell’elezione di Patrice de Mac-Mahon duca di Magenta a capo dello Stato, sperando che si concretizzasse il progetto di restaurazione monarchica in favore del cugino Henri “V” di Borbone conte di Chambord nipote di re Carlo X.
    Nel 1879 tramontato il progetto di restaurazione e dopo la dimissioni anche di Mac-Mahon, Henri d’Aumale grazie all’amicizia con il riformista Léon Gambetta, capo del Governo, fu nominato ispettore generale dell’esercito andando a ricoprire l’ultimo suo incarico militare per la Francia tanto amata.
    Nel 1886 la cerimonia di fidanzamento a l’Hotel de Galliera di Parigi della pronipote Maria-Amélie d’Orléans con l’erede al trono del Portogallo, dom Carlos di Braganza (figlio a sua volta della Principessa Maria Pia di Savoia),  si trasformò in manifestazione politica di appoggio ad un’eventuale restaurazione monarchica, scatenando l’ira del Primo Ministro Georges Clemenceau, che ottenne l’11 giugno l’approvazione della legge che condannava nuovamente tutti gli appartenenti alle ex case reali ad un nuovo esilio!
    Solo con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Marie-François Sadi Carnot nel 1887 ( il quale finirà assassinato dall’anarchico italiano Sante Geronimo Caserio), il duca d’Aumale potè ritornare in Patria l’8 marzo 1889.
    Grandissimo mecenate, al suo ritorno ad occuparsi delle arti, scienze, letteratura, autorizzando ilHenri Eugène Philippe Louis d'Orléans, duc d'Aumale - foto da internet pubblico a visitare il parco e le collezioni artistiche della sua residenza di Chantilly. Poco prima del suo ritorno a Parigi, decise che questa meravigliosa proprietà compresi gli arredi, andasse all’Istituto di Francia, decisione che gli aprì le porte non solo de l’Institut de France ma anche delle altre istituzioni artistiche e scientifiche francesi: Accademia di Belle Arti, di Scienze Morali e Politiche, dell’Académie Française, ecc.ecc.
    Non dimenticò di ampliare e modernizzare le sue culture agricole in Sicilia, a Partanna come a    Terrasini, per meglio esportare i prodotti locali in tutta Europa!
Fu proprio durante un suo soggiorno a Zucco, che la morte lo colse improvvisamente il 7 maggio 1897. L’emozione non solo in Francia fu enorme: in Patria gli vennero concessi onori militari prestigiosi ed una nave da guerra venne inviata per riportare la salma sul suolo natio. Grandi furono le esequie alle quali parteciparono il Presidente della Repubblica, il Cardinale Arcivescovo di Parigi ed ospiti da tutta Europa, venendo tumulato nella cappella di famiglia a Dreux.
    Moltissime le parole, i ricordi espressi da tante personalità sulla figura politica, umana ed intellettuale  di Henri d’Aumale, vogliamo ricordare quelle che furono dette dal grande Victor Hugo all’atto della nomina dell’Orléans a membro dell’Académie: “Pour moi, votre royauté a cessé d’etre politique, et maintenant est historique. Ma République ne s’en inquiète pas. Vous faites partie de la grandeur de la France et je vous aime”. Non lasciò discendenza, dei suoi 7 figli avuti dalla moglie, nessuno sopravvisse alla prima giovinezza.

A S.A.R. il Principe Aimone di Savoia duca d’Aosta l’augurio di custodire i tanti valori di questo suo avo.

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
    IL DIRETTORE GIUSEPPEPOLITO
DATA: 25.04.2009
   
SONDAGGIO POINT DE VUE
   
    Point de Vue è uno dei più importanti settimanali che tratti della vita dei Reali e delle Monarchie a livello mondiale. La rivista francese è un aggiornato e autorevole punto di riferimento per i monarchici che possono così conoscere le ultime novità del Gotha.
     La settimana scorsa Point de Vue ha effettuato un sondaggio presso i sui lettori e questi sono i risultati:
 
Domanda 1:
Sei a favore o contrario al fatto che le donne abbiano gli stessi diritti al trono?
A favore: 88.4%
contro: 11.6%

Domanda 2:
Vorresti che ci fosse la primogenitura (senza distinzione tra maschio o femmina) in tutte le monarchie europee?
 A favore: 72.6%
Contro: 27.4%
 
Domanda 3:
Quale delle tre Regine regnanti preferisci?
 Elisabetta II di Gran Bretagna: 41.6%
Margrethe II di Danimarca: 33%
Beatrix dei Paesi Bassi: 25.4%
 
Domanda 4:
Delle 5 Principesse mogli di Eredi al trono quale diventerà la migliore regina consorte?
Mathilde del Belgio: 47.8%
Máxima dei Paesi Bassi: 21.1%
Mary di Danimarca: 10.7%
Mette-Marit di Norvegia: 2.6%
 
Domanda 5:
Quale delle 4 regine consorti preferisci?
Sofía di Spagna: 54.1%
(Sofia è figlia, sorella e moglie di Re)
Silvia di Svezia: 26.4%
Paola del Belgio: 14.2%
Sonja di Norvegia: 5.3%
 
a cura di Roberto Margheriti
DATA: 24.04.2009

FRANCIA: LA REPUBBLICA DECORA IL PRINCIPE

Henri d'Orleans - foto da internet    La notizia era nell'aria da tempo: il prossimo 18 Maggio il presidente Sarkozy concederà al principe Henri d'Orléans, Conte di Parigi, la decorazione del Collare della Legion d'Onore, decorando così la famiglia Reale di Francia: effettivamente in questi ultimi anni si ripetono "reportages" televisivi riguardanti la monarchia e i politici francesi non esitano a inchinarsi davanti ai Principi e a chiamarli "Altezze Reali". Il mese scorso il ministro della Giustizia francese Rachida Dati ha unito il matrimonio il figlio del Conte di Parigi Jean. Per non parlare poi del sindaco di Nizza che lo scorso anno si è recato a in Inghilterra, dove risposa da quasi 140 anni l'imperatore Napoleone III, dichiarando di voler riportare in Francia le sue spoglie con tutti gli onori.
Roberto Margheriti
DATA: 24.04.2009

FRATELLI D’ITALIA (4)

VIII Prince Napoléon - foto da wikipedia    E’ l’ultimo degli “Aiglon” erede legittimo di quel Napoleone I Bonaparte che agli inizi del XIX secolo con la sua irresistibile epopea militare e politica, cambiò la geografica dinastica e non solo del “Vecchio Continente”: rovesciando monarchie millenarie ed innalzando la sua famiglia ai fasti del trono!
    S.A.R. e I. Jean-Christophe-Louis-Ferdinand-Albèric  “VIII Prince Napoléon” è  nato a St.Raphael nel Var l’11 luglio 1986 unico figlio maschio di Charles Prince Napoléon e di Beatrice di Borbone Principessa delle Due Sicilie. Nelle sue vene, per ironia della sorte,  “scorre”  il sangue delle tre dinastie che hanno regnato in Francia: Borbone, Bonaparte ed Orléans! Sua trisavola fu la Principessa Maria Clotilde di Savoia (m.1911) figlia prediletta di re Vittorio Emanuele II, sposa del Principe Gerolamo Napoleone (m.1891), matrimonio che sancì l’alleanza politica e militare che portò la Francia del Secondo Impero di Napoleone III a diventare protagonista del nostro Risorgimento al fianco del Regno di Sardegna nella Seconda Guerra d’Indipendenza contro l’Austria!, non solo, entrambi i genitori discendono direttamente  da Vittorio Amedeo II di Savoia Re di Sardegna (m.1732). Egli è l’ultimo esponente maschio legittimo del fratello minore di Napoleone I, Jérome (1784-1860) “Principe francese, Altezza Imperiale dal 1806, Re di Westfalia dal 1807 al 1813, poi Principe di Montfort dal 1816” e di Caterina del Wurttemberg (m.1835).
Tra i suoi antenati il giovane Principe annovera Leopoldo II re dei Belgi, Luigi Filippo I re dei Francesi, Ferdinando II re delle Due Sicilie, i sovrani di Gran Bretagna, Sassonia, Wurttemberg, Russia, ecc.,  grazie ai quali è imparentato con tutte le Case Reali d’Europa, inoltre tramite  le nonne sia materna che paterna discende da illustri Casati francesi: quali i de Foresta e savoiarde come i Chevron-Villette, ma anche dal famoso Jean-Baptiste Colbert (m.1683) ministro delle Finanze di re Luigi XIV di Francia.
    Ci piace sottolineare che la famiglia Buonaparte poi Bonaparte aveva illustri casati, infatti era del tutto falsa la tesi secondo la quale Napoleone  non poteva vantare un’ascendenza aristocratica! Tralasciando la tesi cara a Napoleone I la quale indicava i Bonaparte come discendenti dei  Merovingi: durante la cerimonia dell’incoronazione ad “Imperatore dei Francesi” nel 1804,  il sovrano indossava un mantello ricamato di centinaia di “api” , simbolo merovingio con altri ornamenti ritrovati nel 1653 nella  tomba di re Childerico I, la famiglia di Carlo Maria Buonaparte e Maria Laetitia Ramolino risaliva a a Cesare Buonaparte (m.1475ca.) Nobile di Sarzana sposo della nobildonna Apollonia Malaspina, figli naturale di Niccolò marchese di Verrucola a sua volta discendente diretto di Cubitosa d’Este, figlia di Alix de Chatillon e di Azzo VI d’Este!
    Il Principe Napoleone ha conseguito il dottorato in economia presso l’Università di Parigi 11 perfezionando i suoi studi economici alla H.E.C. School of Management. Poco prima della sua morte, nel 1997, il nonno paterno Louis Jérome lo designò nel suo testamento quale erede della Famiglia Imperiale escludendo dalla successione il padre Charles Napoleon, il quale aveva divorziato nel 1989 da Beatrice di Borbone per risposarsi civilmente nel 1996 con Jeanne-Françoise Valliccioni, aprendo un contenzioso dinastico all’interno della famiglia.
    Il giovane “Aiglon” partecipa a tutte le manifestazioni storiche e culturali in Francia come nel resto del mondo per custodire l’eredità napoleonica unitamente alla nonna S.A.I. e R. la Principessa Alix de Foresta ed allo zio paterno Jèrome, rispettato dalla Repubblica Francese e dai Francesi. Ha una sorella maggiore, la Principessa Imperiale Caroline Marie nata nel 1980 ed un’altra nata dalla seconda unione del padre: Sophie Cathérine. Fisicamente di statura alta, l’erede napoleonico è un giovane simpatico e di buon carattere.
    Durante il periodo napoleonico vari esponenti della sua famiglia hanno regnato nella Penisola: dal Vicerè Eugenio de Beauharnais a Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat ad Elisa Napoleone Baciocchi, allo stesso Napoleone I che fu anche Re d’Italia.

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
                                                                                   IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 24.04.2009

PRECISAZIONE DELL’U.M.I.: MONTANELLI ERA MONARCHICO

    Nel centenario della nascita di Indro Montanelli, al grande giornalista e scrittore sono state attribuite le qualifiche più contraddittorie, compresa quella di “anarchico”.
Montanelli fu, invece, un monarchico convinto che si pronunciò a favore del mantenimento della Monarchia il 2 Giugno 1946.
    Fece parte del Consiglio nazionale U.M.I. negli anni ’50 e fu il primo italiano illustre che la Regina Maria José incontrò quando venne in Italia, alla cessazione del suo esilio.
    Incontrò il Re Umberto II poche settimane dopo l’arrivo dell’Esule a Cascais e scrisse un’amara denuncia degli sgarbi ricevuti dal Sovrano dalla nostra Ambasciata dopo la partenza dell’Ambasciatore Rossi Longhi.
    Montanelli fu monarchico come lo fu Guareschi!
Roma, 23 Aprile 2009


    Riproponiamo una lettera di Indro  Montanelli sulla prima pagina del settimanale “Candido”, diretto da Giovannino Guareschi (n. 2 dell’ 11 Gennaio 1948).

LE ANGHERIE DELL’AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA ITALIANA A LISBONA CONTRO IL RE IN ESILIO A CASCAIS.
Tolto il passaporto ai salesiani “rei” di aver invitato il Re ad una festa del collegio, aperte le lettere destinate a Umberto II….

S.M. il Re Umberto II in esilio    Cari Amici,
        poiché il vostro è l'unico giornale in cui sia consentito a un monarchico come me di scrivere la parola Re con la R maiuscola - diritto riconosciutomi perfino dalla Costituzione testè approvata - permettetemi di segnalarvi quanto segue:
    Qui a Lisbona c'è un Ministro d'ltalia che, tanto per non fare nomi, si chiama Grossardi: il quale tempo fa, avendo saputo che alcuni salesiani nostri compatrioti avevano invitato Umberto II a una piccola festa per i ragazzi del loro collegio, li mandò a chiamare e tolse loro il passaporto. “Nenni mi ha mandato qui a ripulire la stalla”, rispose a chi avanzava qualche dubbio sulla correttezza di un tale procedimento. Poco dopo il viceaddetto aeronautico Cap. Moschino, dovendosi recare in Italia, fece sapere al Re che volentieri gli avrebbe portato della posta, Il Re lo ringraziò e scrisse a un suo corrispondente di Roma di affidare pure le lettere al suddetto Capitano, se aveva da mandarne. Così fu fatto.
    Il Cap. Moschino giunse a Lisbona con una trentina di lettere, che furono immediatamente sequestrate dal Ministro Grossardi, aperte e mai più consegnate al destinatario.
    Queste cose non mi sono state raccontate dal Re, dal quale sono stato e mi sono trattenuto a lungo proprio l'antivigilia della morte di Suo Padre. Me le hanno raccontate, con orrore, gli italiani di Lisbona, alcuni dei quali sono repubblicani (ma galantuomini bene educati) e con ancora più orrore i portoghesi, i quali si affrettarono a far sapere al governo di Roma che, sin quando Umberto era ospite di casa loro, non avrebbero consentito a nessuno, italiano o non italiano, ministro o non ministro, di mancargli di rispetto.
    Il Ministro Grossardi fu una fervida camicia nera del ventennio. Nulla di male, visto che camicie nere, più o meno fervide, nel ventennio lo siamo stati tutti o quasi tutti. Nulla di male nemmeno che a un certo punto egli abbia sostituito alla cimice littoria quella socialista.
    Il guaio comincia dal momento in cui, come conseguenza di quanto sopra, egli si credette in dovere di cambiare il cilindro che, come rappresentante di Sua Maestà, portava idealmente in capo, col basco suggeritogli dal nuovo gerarca di palazzo Chigi, Pietro Nenni, e di intonare a quell’arnese di dubbio gusto tutto il suo nuovo modo di essere e di comportarsi. Perché se la morale politica può anche consentire a un monarchico di diventare repubblicano, la morale comune vieta a chiunque di aprire la posta altrui. Né credo che ci sia qualcuno, fra i contribuenti italiani monarchici o repubblicani che siano, disposto a pagare un ministro quarantamila "escudos" al mese, cioè la bellezza di un milione di lire, per assolvere il modesto compito di ritirare il passaporto a dei padri salesiani e di rubare le lettere a un Re esiliato, la cui assoluta correttezza è riconosciuta dai suoi
stessi avversari. Ma soprattutto penso che non ci sia nessun italiano felice di sapere che un loro Ministro si è fatto deplorare per villania dal governo straniero presso il quale egli si trova accreditato a rappresentare non solo i nostri interessi, ma anche il nostro buon nome di persone civili.
    Grossardi ora è stato silurato, e questa lettera potrebbe quindi sembrare pleonastica.
Senonché egli ha annunciato che, rientrando in Italia, si presenterà alle elezioni nella lista dei nenniani. È il suo posto.
    E ora un'altra cosuccia. Nel lungo colloquio che ebbi col Re, Egli mi domandò di varie cose d'ltalia, fra cui anche dei fatti di Milano. E disse a un certo punto con ammirevole ingenuità: “Me ne dispiace proprio per Troilo, che è una così brava persona. Lo conobbi mentre combatteva con la sua “Maiella” ed era un bravo soldato. Anzi ricordo che mi scrisse una nobilissima lettera per dirmi che la Medaglia d'Oro lui non avrebbe potuto accettarla che dalle mani “del suo Re”. A questo punto non ebbi più il coraggio di dire a Sua Maestà che la defenestrazione di Troilo era stata interpretata dalle sinistre milanesi come un oltraggio alla repubblica e al suo più fedele paladino.
Vedete un po’ quante cose si vengono a sapere sull'Italia, quando si va fuori d’Italia.
Indro Montanelli
DATA: 23.04.2009
   
LA VERA NASCITA DEL TRICOLORE ITALIANO CELEBRATA A CASTELL’ALFERO
di Aldo A. Mola 

Mostra
sul Tricolore.
 

Alle ore 21 di domani, 24 aprile, nel Municipio di Castell’Alfero (Asti) viene inaugurata la Mostra sul Tricolore. Vengono esposti la Coccarda ideata nel 1794 da Giovanni Battista De Rolandis (1774-1796) e altri cimeli del  patriota e martire del primo Risorgimento.   

Come e perché nacque  la coccarda tricolore (1794).

Coccarda tricoloreContrariamente a quanto si crede, il tricolore italiano non nacque affatto il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia  come bandiera della Repubblica Cispadana. Esso  fu ideato in forma di coccarda da due studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni, bolognese (1772-1795), e Giovanni Battista De Rolandis (1772-1796), nativo di Castell’Alfero (Asti). Ai colori delle rispettive città (bianco e rosso) i due aggiunsero il verde: “per far risorgere l’Italia a nuova vita” e non “far da scimmia alla Francia”, come  poi  spiegò De Rolandis. Le coccarde tricolori dovevano fare da segno distintivo di una insurrezione decisa a sostituire il dominio papale con un governo liberamente eletto. Traditi alla vigilia del moto, i due giovani fuggirono ma furono catturati illegalmente dalle guardie pontificie a Covigliaio, nel Granducato di Toscana, incarcerati nel Torrone di Bologna (16 novembre 1784) e sottoposti a strazianti torture. Il 18 agosto 1795 Zamboni fu trovato impiccato in una cella alta appena un metro. Il suo corpo era piagato dalle sevizie.  

Giambattista De Rolandis protomartire del Risorgimento (1796)

Il processo a carico di De Rolandis si concluse con la condanna a morte per impiccagione (23 aprile 1796, pochi giorni prima della vittoria di Napoleone Buonaparte sul regno di Sardegna). Prima del supplizio, al giovane vennero “tolte le forze”, cioè venne evirato. Reggendo il Vangelo tra le mani legate, venne sospinto sino alla Montagnola e lì fu afforcato. Il boia gli saltò sulle spalle perché aveva sbagliato il nodo e Giambattista stentava a morire. Un orrore. Il loro difensore, Antonio Aldini, ministro di Napoleone, portò la coccarda tricolore di Giambattista alla sua famiglia in Castell’Alfero. Lì essa fu custodita dallo zio di “Giò”, Giuseppe Maria, medico, archeologo, scienziato geniale, fautore delle riforme liberali, apprezzato da re Carlo Alberto di Sardegna.  

Carlo Alberto di Sardegna adotta il tricolore (23 marzo 1848)

Il 23 marzo 1848, quando iniziò la guerra contro l’Impero d’Austria per l’indipendenza dell’Italia, Carlo Alberto sostituì il vessillo azzurro sabaudo poco prima stabilito dallo Statuto (4 marzo). Il re ordinò: “Per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe portino lo scudo di Savoia sovrapposta alla bandiera tricolore italiana”. Parole forti, che parlavano di indipendenza, unità e libertà. L’obiettivo venne raggiunto il 17 marzo 1861 con la proclamazione del regno. Quella bandiera rimase in uso sino al 18 giugno 1946, quando la Corte di Cassazione prese atto dell’avvento della repubblica.  

I promotori della Mostra

La famiglia De Rolandis ha donato la coccarda al Museo Europeo degli Studenti di Bologna, promosso dall’ex Rettore Fabio Roversi Monaco, che la presta al Comune di Castell’Alfero per una importante esposizione, con altri cimeli. La Mostra sul Tricolore, voluta dal sindaco Angelo Marengo, ha l’adesione  di Centro Europeo “Giolitti” di Dronero, Comitato di Cuneo dell’Istituto per la storia del Risorgimento, Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella  e Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito., e Comitato Guglielmo Marconi di Bologna. 

Fu il mago e massone Cagliostro il vero ideatore del Tricolore di Reggio Emilia?

Del tutto diversa è la genesi del già ricordato tricolore di Reggio Emilia. Il suo principale suggeritore, Giuseppe Compagnoni (Lugo di Romagna, 1778-1833),  era stato inquisitore ai danni di Giuseppe Balsamo, il celebre conte di Cagliostro, massone, mago, alchimista. Processato, torturato, rinchiuso nel forte di San Leo e forse impazzito per le bastonate quotidianamente inflittegli. Cagliostro spiegò che il rito egizio di sua invenzione usava nastri verdi bianchi e rossi, proprio i colori proposti   da Compagnoni, spretato, giacobino e voltagabbana come molti “arrabbiati” del suo tempo. Va ricordato che il tricolore della Repubblica Cispadana, poi adottato dalla Repubblica Cisalpina e, successivamente, dal regno italico, nacque  a fasce orizzontali anziché verticali. La sua fu dunque tutta un’altra storia, dunque, rispetto al tricolore ideato dal ventenne De Rolandis per un’Italia capace di riforme senza guerre civili, libera dall’orrore delle guerre civili.  

Aldo A. Mola

DATA: 23.04.2009
   
RECENSIONI:
ENZO SANTARELLI - "DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA"

Santarelli - Dalla Monarchia alla repubblica    Coloro i quali – per studio o diletto – si interessano di storia non potranno perdere l’occasione di leggere “Dalla monarchia alla repubblica” a cura di Enzo Santarelli, edito nel 1974 e ristampato nel 60° anniversario del referendum istituzionale da Editori Riuniti.
    Il testo si compone di una serie di scritti ed articoli pubblicati tra gli anni ’40 e ’50 da alcune fra le maggiori personalità repubblicane dell’epoca - tra le quali Sforza, Nenni, Parri e Togliatti - cui fanno da corollario alcuni interventi favorevoli alla monarchia. Interventi che, peraltro, sembrano avere quale scopo principale quello di offrire il destro a Enzo Santarelli per evidenziare – nelle brevi note introduttive – lacune e mediocrità del complesso mondo monarchico, da contrapporre alla pretesa superiorità, anche morale, che egli intenderebbe appannaggio esclusivo di parte repubblicana.
    Fatto salvo il diritto di ciascuno di sostenere le proprie convinzioni, non si può fare a meno di notare, tanto nell’introduzione del Nostro quanto nei singoli contributi, l’ampio ricorso alle argomentazioni che per decenni saranno – ed, in parte, tuttora sono – utilizzate dalla storiografia per gettare discredito sui Sovrani di Casa Savoia.
    Nessun riferimento alle responsabilità dei politici e dei primi partiti organizzati all’indomani della fine del primo Conflitto Mondiale, la cui palese incapacità a governare fu condizione necessaria per l’ascesa di Benito Mussolini e neanche un cenno a coloro i quali plaudirono al futuro Duce e parteciparono al Suo primo Governo, taluni, arrivando pochi decenni dopo ad occupare addirittura il Quirinale.
    Nessun riferimento all’indiscutibile consenso di cui il regime fascista godette per anni presso milioni di italiani di ogni regione e ceto, quasi a voler far credere che esso durò vent’anni solo ed esclusivamente grazie all’appoggio del Sovrano e di non ben qualificate forze “reazionarie”.
    Nessun riferimento all’efficacia dell’azione del Re nel corso degli eventi che portarono – il 25 luglio 1943 – alle dimissioni di Mussolini ed alla fine del Ventennio.
    A fronte dell’ampio risalto dato al sostegno offerto dal clero alla causa monarchica nei mesi che precedettero il referendum, specie nei piccoli centri di provincia e nelle campagne (in ossequio al logoro canovaccio secondo cui monarchia deve essere sinonimo di arretratezza), nessun rigo viene speso a proposito delle violenze e dei condizionamenti imposti dai sostenitori della Repubblica nei popolosi centri urbani ed in alcune zone d’Italia.
    Per quanto possa sembrare strano agli occhi del lettore attento e curioso, non hanno trovato posto nel variegato insieme di interventi gli scritti di Einaudi attraverso i quali egli motivava con precisione e sobrietà la scelta di sostenere la monarchia; in primis l’ineccepibile “Perché voterò la Monarchia” apparso sul quotidiano “L’Opinione” il 24 maggio 1946 e con esso tanti altri. Non ha trovato posto quanto ripetuto per decenni da Indro Montanelli – “vecchio e mai pentito monarchico” – sulla necessità di non recidere l’unico filo che ci legava all’unica nostra tradizione nazionale, il Risorgimento, e garantito all’Italia la “sopravvivenza contro ogni conato di decomposizione, meglio della Repubblica.”
    Nessun accenno, inoltre, a tutti coloro i quali, ancora prigionieri nei vari angoli del mondo o impossibilitati poiché residenti in terre ancora occupate, fu impedito di esprimere il loro voto, in barba a quelle norme di democrazia spesso evocate come sinonimo di Repubblica dai più digiuni di storia.  
    In sostanza si può affermare con una certa dose di sicurezza che “Dalla monarchia alla repubblica” costituisce nel suo insieme una bella lezione di storia. Tanto per quello che dice quanto per quello che non dice.
    Una bella lezione di storia che ci invita a riflettere sul nostro passato dimostrando ancora una volta come la repubblica – priva di radici storiche profonde – possa fondarsi anche sulla menzogna, quella stessa alterazione della realtà che – ripetuta all’infinito – diventa istituzione, diventa storiografia, diventa intoccabile “Verità”. 
    Ma ogni ombra ha la sua luce e, quindi, il libro ci ricorda come sessant’anni di narrazione storica volutamente parziale non sono riusciti a cancellare del tutto la memoria monarchica. Quella memoria della quale tanti oggi ritengono doveroso farsi portatori ed innovatori. Non certo per nostalgia di un epoca che i più non hanno vissuto, non certo per precoce senilità dell’intelletto ma solo perché convinti che essa abbia una sua precisa ed attuale validità, che le ideologie del XX secolo – che tanti ritennero destinate quasi all’eternità – non hanno scalfito e che neppure il “Potere” dei nostri partiti – impegnati nella celebrazione della repubblica poiché solo in tale contesto hanno potuto coltivare e sviluppare non il “Governo e l’Ordine della cosa pubblica” ma, per l’appunto, il loro “Potere” – scalfirà.
Norberto Viganò
DATA: 20.04.2009
   
AIUTI ALL’ABRUZZO: VEDERE PER CREDERE

    Il principe Emanuele Filiberto, in una intervista a “Diva e donna” (n. 16 – del 21 Aprile 2009), ha dichiarato dopo la sua visita alle tendopoli: “Io ho visto le tende, era solo il giorno dopo il terremoto ed era già stato fatto un grosso lavoro, ma aveva piovuto e già l’acqua passava all’interno. Un’umidità terribile, letti da campo. Le tendopoli possono durare giusto per un’emergenza, che non deve durare più di una settimana, due al massimo”…
    Il principe, poi, rassicura l’intervistatore Roberto Alessi che chiede: “In 24 ore siete riusciti a portare cinquantamila pasti: come avete fatto?”
    Risposta: “Abbiamo amici che ci aiutano in questo frangente.”
    Per la prima risposta consigliamo al valoroso Bertolaso di inserire l’intervistato principe nella equipe di vertice della “Protezione Civile”.
    Per la seconda preghiamo San Tommaso, l’Apostolo.
Italicus
DATA: 16.04.2009
   
AD ASTI RICORDATA LA FIGURA DI ANGELO GATTI

    Lo scorso 3 aprile, su iniziativa del Comune di Asti, del Centro Europeo "Giovanni Giolitti" per lo studio dello Stato e dell'ISRAT, con il patrocino del Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca, si è tenuta una giornata di studi dal titolo "La storia, la guerra e i romanzi: Angelo Gatti militare e scrittore", dedicata  a questa straordinaria figura di italiano.
Riportiamo un articolo del relatore Prof. Aldo Alessandro Mola e un resoconto di alcune inedite informazioni messe in evidenza durante l'apprezzatissimo incontro.
 
Angelo GattiANGELO GATTI STORICO E  SCRITTORE OLTRE LE TEMPESTE
di Aldo A. Mola

    Nel 90° della vittoria perdura alto il silenzio sull’Italia nella Grande Guerra. E’ passata senza eco la Battaglia del Solstizio che nel giugno 1918 vide fallire l’ultima offensiva austro-germanica per balzare sulla destra del Piave, spezzare il fronte italiano, come a Caporetto a fine ottobre 1917, aggirarne e annientare le ali. In quei mesi decisivi l’Italia visse profondi cambiamenti.  A capo del governo il siciliano Vittorio Emanuele Orlando sostituì il ligure Paolo Boselli, al posto di Luigi Cadorna, di Pallanza, comandante supremo divenne il napoletano Armando Diaz, la cui ultima biografia è di Luigi Gratton, un militare all’antica, che s’affaccia sullo specchio di mare di Civitavecchia, ma ha sempre nel cuore la sua nativa Gradisca d’Isonzo.
    Lingue, dialetti, parlate si accavallarono come mare in tempesta, che infine si placò nella riaffermata unità nazionale.Tra tanti l’unico che parlava perfettamente piemontese e napoletano era Vittorio  Emanuele III. Lo ricorda Angelo Gatti, a sua volta prova vivente della rapida unificazione nazionale realizzata nei  decenni tra l’annessione di Roma Porta  e la vittoria.
    Nato a Capua il 9 gennaio 1875 da padre piemontese e madre siciliana, allievo della “Nunziatella” a Napoli, poi all’Accademia di Modena, in servizio a Belluno, Palermo, Torino e Milano, dal 1912 docente alla Scuola di guerra  a Torino, allora e oggi fucina di ufficiali di tutte le specialità, Gatti collaborò alla “Gazzetta del popolo” e poi al “Corriere della Sera”. Al fronte con i generali Cantore e Giardino, nel gennaio 1917  ebbe da Cadorna l’ufficio storico del comando supremo. Oreste Bovio, storico militare di gran classe, ha osservato che,  senza campanilismi, buona parte dei vertici dell’Esercito pensavano in piemontese: Luigi Capello, comandante della II Armata (un milione di uomini) era cuneese, un futuro maresciallo d’Italia, Ugo Cavallero, era alessandrino. Torinesi e delle antiche province erano tanti ufficiali superiori.
    La Grande Guerra ebbe in Gatti il diarista acuto e lo storico che seppe sublimare le passioni  in pagine celebri come Uomini e folle di guerra e Il problema sociale della nazione armata. Direttore della Collezione italiana di diari, memorie, studi e documenti per servire alla storia della guerra del mondo (1925-35), perduta la moglie, Emilia Castoldi, sposata per procura un mese dopo la rotta di Caporetto, dalla storiografia tornò alla letteratura, sempre con forte penetrazione psicologica, come del resto le sue opere di storia, attente alla “morale” dei personaggi e dei popoli indagati. Accademico d’Italia visse gli ultimi anni appartato a Camerano Osasco,  che ritorna in Ancoraggi alle rive del tempo e  in La terra. Racconti del paese di Camerano, da rileggere quale anticipazione di Pavese e,ancor più, Beppe Fenoglio. Poco lontano da Castell’Alfero, patria di Giambattista De Rolandis, ideatore della bandiera italiana, come oggi ricorda Ito De Rolandis in Orgoglio tricolore, Angelo Gatti era dunque vicino e lontanissimo da Grazzano, che legò il nome a Pietro Badoglio, l’ “uomo di Caporetto” e di altro ancora.
    Sessant’anni dopo la morte (Milano, 19 giugno 1948), Gatti rimane tra le voci più espressive del Novecento italiano: oltre il dolore. E’ il caso di tornare ad ascoltarla con attenzione. E’ attuale.
Aldo A. Mola

LA CRITICA A BADOGLIO
    Nel convegno su Angelo Gatti  militare e scrittore (Asti, 3 aprile, Teatro Alfieri)  lo storico Aldo A. Mola ha presentato inediti di Angelo Gatti su Pietro Badoglio, “causa prima militare della sconfitta” subita dall’Italia a Caporetto (24 ottobre 1917).
    Il commento di Gatti sugli Atti della Commissione d’ Inchiesta sulla rotta di Caporetto e la ritirata al Piave è durissimo: “Tutto questo dimostra in Badoglio la più grande, la più profonda ignoranza di ciò che doveva fare e di ciò che stava per accadere”, cioè l’offensiva austro-germanica, fermata dall’eroismo delle truppe, in piccola parte accusate di viltà dal Comandante supremo, Luigi Cadorna.

ANGELO GATTI  SCRITTORE E ACCADEMICO
    Su quel dramma Angelo Gatti (Capua 1875-Milano, 1948), Capo dell’Ufficio storico del Comando Supremo, scrittore famoso, accademico d’Italia, si sfogò solo negli appunti inediti presentati da Mola ad Asti.
    Perché il suo lungo silenzio? Secondo Mola la spiegazione va cercata nell’affiliazione massonica di Gatti, che il 28 giugno 1917  venne iniziato alla loggia “Propaganda massonica”, controllata da Ernesto Nathan, già sindaco di Roma, interventista, fautore della distruzione degl’Imperi Centrali e di quello turco da lui liquidato come un “accampamento militare in Europa”, come poi avvenne con la pace di Versailles.

IL LUNGO SOFFERTO SILENZIO DI GATTI
    Lo stesso 28 giugno 1917 in cui Gatti fu iniziato massone si aprì a Parigi il Congresso delle massonerie dei Paesi dell’Intesa (Francia, Italia, Stati Uniti...) e neutrali o non ancora esistenti (Serbia, Cecoslovacchia, Polonia), con eloquente assenza, però, delle Grandi Logge di Gran Bretagna, Irlanda, Olanda. In quel congresso il Grande Oriente  d’Italia venne giocato dai francesi che subordinarono i confini postbellici a “plebisciti”.  Su tale base l’Italia non avrebbe mai avuto l’Istria e l’Alto Adige,..: terre prevalentemente non italofone. Quanto a Fiume, come è noto, non venne inclusa tra i “compensi” riconosciuti  all’Italia dal Patto di Londra del 25 aprile 1915, sulal cui base il 24 maggio staccò l’intervento in guerra.
    A parte quella rovente polemica, nel 1917 esplose nuovamente la “questione cattolica”: emerse che col Patto di Londra l’Italia aveva vincolato l’ingresso in guerra all’esclusione della Santa Sede dal  futuro Congresso della Pace. I cattolici, a milioni nelle trincee  e nel “fronte interno”,  si sentirono ingannati nelle loro mai tramontate aspirazioni al riconoscimento di una sovranità temporale del Pontefice su un lembo di terra sia pure simbolico (come poi sancito dai patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, recepiti dalla Costituzione vigente).
    Cattolico osservante, il massone Angelo Gatti voleva un impegno del Paese per l’Esercito e dell’Esercito per il Paese. L’Inchiesta  su Caporetto  (1918-1918) gli sembrò un’occasione mancata per fare chiarezza: un insieme di  “si, ma, forse...”, “ibis redibis non morieris...”
    Molti suoi scritti inediti sono conservati nell’Archivio storico del Comune di Asti che ha promosso il convegno con il Centro “Giolitti” di Dronero, l’Israt e l’Associazione ex Allievi della Nunziatella, ove Gatti si formò e che ha presieduto i lavori con il  suo presidente, Giuseppe Catenacci.
    Ma, allora, si è domandato Mola alla conclusione della relazione, perché il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III sostituì Benito Mussolini proprio con il discusso Maresciallo Pietro Badoglio, “duca di Addis Abeba”?
    Dalla pubblicazione degli Atti (comprendente le relazioni di Nicoletta Fasano, Gianluigi Gatti, Oreste Bovio, già capo dell’Ufficio Storico SME, Giovanni Rabbia, mons. Vittorio Croce e dello stesso Mola)  emergerà copiosa documentazione inedita.
DATA: 16.04.2009
   
CORATO: S.MESSA IN RICORDO DI RE UMBERTO II 

Messa Corato    Sabato 4 Aprile 2009, presso la chiesa dedicata a Maria Santissima Incoronata di Corato (BA), il Club Reale “Savoia” ha organizzato una Messa in suffragio di S.M. il Re Umberto II, in ricorrenza del 26° anniversario della Sua scomparsa e per ricordarne le alte doti di uomo, di italiano, di cristiano.
    La funzione religiosa, che ha visto ampia partecipazione di fedeli, è stata celebrata dal Parroco Don Gino De Palma, titolare della Cattedrale della Chiesa Maria Santissima Incoronata.
Per l’U.M.I., oltre a tutti i soci del Club Reale “Savoia” di Corato guidati dal Coordinatore del Club e Provinciale Rag. Oronzo Cassa, erano presenti il Vicepresidente nazionale Avv. Alessandro Sacchi, il Coordinatore Regionale Comm. Giuseppe Interesse accompagnato da molti soci dell’U.M.I. di Bari, il Consigliere nazionale Cav. Antonio D’Imperio e l’Ispettore nazionale Dott. Antonio Fata.
    Fra le Autorità civili e militari che hanno partecipato ricordiamo il Dott. Aldo Mazzilli, Consigliere comunale di Corato, il Segretario della Destra Dott. Ettore Bucci e il Presidente dell’Associazione dell’Arma dei Carabinieri M.llo Pasquale Venditti con la Bandiera dell’Arma, scortata da sette Carabinieri.
    Al termine della cerimonia, presso la Sede del Club Reale di via Poerio 22, i soci si sono intrattenuti con il Vicepresidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi per un saluto e per discutere dell’attuale situazione monarchica.
DATA: 15.04.2009
   
LE LL.AA.RR. I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA ALLE ESEQUIE DI STATO PER LE VITTIME DEL TERREMOTO

I funerali - dal sito AdnkronosL'Aquila, 10 Aprile - Fra i tanti i leader politici presenti ai funerali di Stato per le vittime del terremoto in Abruzzo erano presenti Dario Franceschini, accompagnato da Piero Fassino e Rosy Bindi.
    Tra i primi ad arrivare nei posti riservati alle autorità sul lato sinistro della piazza d'Armi della Scuola ispettori e sovrintendenti della Gdf di Coppito, dove si è tenuta la toccante cerimonia funebre, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il commissario Ue ai Trasporti Antonio Tajani. Tra gli esponenti del centrosinistra anche Paolo Ferrero segretario di Rifondazione comunista, Paolo Cento dei Verdi. Hanno partecipato anche il Principe Amedeo di Savoia con la consorte Silvia. I Principi sabaudi hanno espresso il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime e alla popolazione tutta.
fonte Adnkronos
DATA: 10.04.2009
   
LA CITTADELLA DI ALESSANDRIA PROTAGONISTA PER LO STREHLER

All'interno di "In viaggio con l'autore" per i mercoledì del Touring Club Italiano a Milano

la delegazione alessandrinaMercoledì 25 marzo alle ore 16.30 presso il Teatro Giorgio Strehler di Milano, il Touring Club Italiano ha presentato la Cittadella di Alessandria all'interno dell'iniziativa In viaggio con l'autore, giunta alla decima edizione.
Attraverso la proiezioni di immagini della fortificazione militare alessandrina, ne è stata ripercorsa la storia, sottolineando i momenti più significativi: in epoca risorgimentale, la Cittadella fu il luogo che vide per primo sventolare il tricolore.
A margine dell'incontro, letture tratte dal Diario di Sibilla Aleramo e dal romanzo Presto con fuoco di Roberto Cotroneo.
A rappresentare la Città di Alessandria per l'occasione è stato il consigliere comunale Carmine Passalacqua che nel suo intervento ha sottolineato l'impegno dell'amministrazione comunale per la valorizzazione della Cittadella e per la promozione turistica della città.
Il protocollo d'intesa per Expo 2015, siglato recentemente a Palazzo Marino dal sindaco di Milano Letizia Moratti e dal vicesindaco e assessore alla cultura e turismo Paolo Bonadeo, in qualità di presidente del Circuito Città d'Arte della Pianura Padana, alla presenza del sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio; il successo della stagione teatrale estiva dello scorso anno organizzata dal Teatro Regionale Alessandrino proprio all'interno della Cittadella e l'impegno del Touring Club Italiano nel promuovere le bellezze storiche, culturali e architettoniche della città di Alessandria sono stati i temi al centro dell'intervento del consigliere Passalacqua.
All'incontro milanese, che ha visto il Teatro Strehler pieno in ogni ordine di posti, hanno partecipato il presidente del Teatro Regionale Alessandrino, Elvira Mancuso e il console del Touring Club Italiano per Alessandria, Carla Moruzzi Bolloli. 
DATA: 10.04.2009
       
SE CI FOSSE STATO ENRICO VIII....
DATA: 03.04.2009

ESERCITO: UN FRANCOBOLLO PER I GRANATIERI DI SARDEGNA

  (ANSA) - ROMA, 1 APR - Compie 350 anni il Corpo dei Granatieri di Sardegna e le Poste Italiane celebrano l'evento con un francobollo da 0,60 euro. L'emissione - rileva un comunicato diffuso oggi - avverra' il 16 aprile prossimo. La vignetta raffigura un Granatiere di Sardegna che indossa l'uniforme in uso nel Seicento, affiancato da una schiera di Granatieri con la divisa di rappresentanza attuale. Il bollettino illustrativo dell'emissione reca articoli firmati dal Gen.Fabrizio Castagnetti, Capo di Stato Maggiore dell' Esercito e dal Gen. Mario Buscemi, Presidente dell' Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna. L'annullo speciale primo giorno di emissione sara' apposto a Torino: le prime unita' di granatieri  infatti furono costituite dai Duchi di Savoia. Fu Carlo Emanuele II nel 1659 a istituire un reggimento delle Guardie da cui trassero origine i granatieri e fu Vittorio Amedeo II nel 1685 ad inquadrare in modo organico questi soldati scelti per la loro prestanza fisica (a cominciare dall'altezza) e per il loro ardimento, capaci tra l'altro di lanciare efficacemente le granate. La denominazione definitiva arrivo' infine nel Settecento, con il cambio di nome dello stato sabaudo in Regno di Sardegna. (ANSA)
BO
01-APR-09 15:03 NNNN
DATA: 03.04.2009

RIGUARDO AL TITOLO DI  PRINCIPE DI PIEMONTE

 Sezione Studi della Segreteria di S.A.R. il Duca di Savoia

In ordine alla titolatura di S.A.R. Umberto di Savoia Principe di Piemonte
(Risposta alla nota  del sedicente Ufficio Storico Araldico della Casa Reale d’Italia)

    All’interno della Famiglia reale di Savoia i titoli sono assegnati dal Capo della Casa indicato dalla legge. Alla morte di Re Umberto II il titolo di Principe di Piemonte, che già aveva portato da Prin-cipe ereditario, non risultava assegnato a nessun membro della Famiglia.
    A quella stessa data la funzione e i poteri di Capo della Casa sono passati per legge dinastica “automaticamente” a S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, secondo le leggi della Casa, richiamate dall’art. 2 dello Statuto albertino del 1848 mai abrogato e secondo le disposizione del Re Vittorio Amedeo III del 1713 sul matrimonio dei Principi e Principesse della Famiglia reale , (mai abrogate e) richiamate dallo Statuto stesso e dal codice civile del Regno d’Italia (sia da quello del 1865 che da quello del 1942, ancora in vigore ), in base alle quali si era verificata la decadenza di Vittorio Emanuele di Savoia, sin dall’11 gennaio del 1970 ; data delle sue prime nozze civili a Las Vegas, reiterate a Ginevra e ripetute in forma religiosa a Teheran. Matrimonio avvenuto in spregio della prerogativa regia sull’assenso matrimoniale previo.
    Per tanto, il Principe Ereditario Vittorio Emanuele di Savoia, Principe di Napoli, da quel mo-mento in poi perdeva per legge, come ha spiegato per iscritto il Re Umberto II, tutte le prerogative e i titoli dinastici di Casa Savoia, diventando semplicemente il Signor Savoia .
Tutto ciò è ben noto anche allo stesso Vittorio Emanuele e risulta da documenti scritti che in-credibilmente sono sfuggiti all’“Ufficio Storico Araldico della Casa Reale d’Italia”, del quale non si sapeva l’esistenza e che debutta con un comunicato disinformante e incentrato su di un presupposto sbagliato. Se solo i redattori avessero dato una sguardo alle lettere del Re Umberto II si sarebbero accorti dell’ inconsistenza dei loro ragionamenti.
     Vittorio Emanuele di Savoia non è più Principe ereditario ma, sia per la Repubblica, sia per il Regno, sia per la Famiglia reale, un ex Principe reale.
     In base alle summenzionate considerazioni e in ossequio alle inviolabili leggi della Dinastia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Capo della Casa, ha ritento superfluo dare un pubblico chia-rimento, che l’improvvida nota dell’Ufficio Storico Araldico ha invece provocato.
    Con l’occasione si rammenta e si spiega alla Commissione stessa che il Capo legittimo della Casa ha ritardato a ufficializzare e pubblicizzare il suo ruolo di erede e poi di Capo della Casa presso le altre Case reali europee, che del resto bene lo sanno da loro, sia per parentela, sia perché uguali o simili sono le loro regole dinastiche – sin dalla morte del compianto Re Umberto II – proprio per non aggravare la posizione di Vittorio Emanuele, l’ex Principe Ereditario, essendo a quel tempo ingiustamente esiliato da una anacronistica disposizione costituzionale – la XIII – e, d’altra parte, risultando lo stesso più volte inquisito dalla magistratura italiana e straniera.

CIÒ POSTO

    è ben chiaro che non vi è nessun contrasto tra la posizione dell’attuale Capo della Casa, Principe Amedeo di Savoia, e il R.D. 1° gennaio 1890 di Re Umberto I sui Titoli e Stemmi della Famiglia Reale; si conferma l’esattezza dell’affermazione secondo cui il figlio primogenito del re (se non de-caduto) ha il trattamento di A.R., la qualità di Principe reale ereditario ed è insignito dal re di un ti-tolo e predicato nobiliare. Prerogative che un tempo appartenevano al re e oggi, all’interno della     Famiglia, competono al Capo legittimo della Casa, S.A.R. Amedeo di Savoia.
Tutto ciò era stato fatto da parte del Re Vittorio Emanuele III nei confronti del nipote Vittorio Emanuele, assegnandogli il titolo di Principe di Napoli. Ma è lo stesso Re Umberto II che più tardi ha chiarito (nel 1960, nel 1963 e dopo con il suo fermo silenzioso diniego) qual era il tenore delle leggi dinastiche e quali conseguenze negative ne derivavano automaticamente nei confronti del figlio Vittorio Emanuele se le avesse violate; spiegando altresì quali sarebbero state le conseguenze positive in favore del nipote Amedeo di Savoia: la decadenza del primo e l’assunzione da parte del secondo della posizione lasciata vuota di primo chiamato alla successione.
    Né il re ha mai tentato di riabilitare il figlio successivamente, nel qual caso avrebbe dovuto necessariamente chiedere, senza poterlo ordinare, al Duca d’Aosta e al Duca di Genova se erano di-sposti a retrocedere dal nuovo rango acquisito per legge . Cosa che con certezza non ha fatto.
Il rientro dall’Esilio nel 2002 dei discendenti maschi (non successori) del re, conseguente alla parziale abolizione della norma costituzionale repubblicana e transitoria (XIII), non costituisce alcun riconoscimento di un ruolo dinastico per Vittorio Emanuele, né per altri.
    Fuor di luogo è oggi richiamare per il Principe Amedeo di Savoia la condizione di Principe ereditario di Croazia, trattandosi al presente della sua posizione dentro la famiglia reale di Savoia; né serve – se non a confondere le idee – richiamare la posizione di S.A.R. il Duca di Genova, fratello del primo Re d’Italia e figlio del Re di Sardegna Carlo Alberto.
    Ancora incongruo è rifarsi alla legge spagnola che per i titoli della Famiglia reale segue criteri diversi ma che osserva la norma sul regio assenso matrimoniale previo con criteri ben più rigorosi di quelli vigenti in Casa Savoia, in base ai quali criteri parimenti Vittorio Emanuele sarebbe stato considerato decaduto.

SI PRECISA ALTRESÌ:

     che l’ereditarietà del titolo di Duca d’Aosta non potrebbe costituire mai un limite ma solo un ampliamento della posizione nobiliare di quel ramo della Famiglia;
che il titolo di Duca delle Puglie è stato assegnato ad Aimone di Savoia dal Re Umberto II e dallo stesso confermato all’atto del conferimento della massima onorificenza dinastica sabauda, il Collare della SS.ma Annunziata (cosa che non ha fatto per Emanuele Filiberto);
    c   he l’attuale legittimo Capo della Casa, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, non ha assegna-to il titolo di Principe di Napoli ad Aimone, titolo resosi disponibile per la decadenza di Vittorio Emanuele, solo per un riguardo verso di lui;
    che quanto sopra detto rende ragione della scelta del titolo di Principe di Piemonte per il neo-nato Principe Umberto di Savoia, per via della sua posizione dinastica nella linea di successione ad essere il Capo della Casa reale di Savoia secondo le sue regole.
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NOTE:
1. La nota, che con involontario umorismo viene detta di “chiarificazione”, è reperibile qui.
2. Come si legge al n. 2 della r.p. del re V. Amedeo III di Savoia del 1780: “Se all’inadempimento di questa obbligazione (la richiesta del previo assenso matrimoniale) si aggiungesse la qualità di matrimonio contratto con persona di condizione e stato inferiore, tanto i contraenti, che i discendenti da tale matrimonio, s’intenderanno senz’altro decaduti dal possesso dei beni e diritti provenienti dalla Corona, e alla ragione di succedere nei medesimi, come pura da ogni onorificenza e prerogativa della famiglia”.
3. Si considera implicitamente abrogata dalla formula repubblicana la parte che tratta dei principi reali.
4. Estratto da: Lampi di vita. Vittorio Emanuele. Rizzoli, Novembre 2002. Pagg. 186-187 – Cap. 13: “In uno dei miei viaggi in America con Agusta, Marina, alla quale Corrado voleva bene, ci aveva seguito. Eravamo fidanzati ormai da tredici anni. Dovevamo provare in volo a Las Vegas l’elicottero Agusta AB112, bimotore. Una volta là dissi ridendo a Marina: “Già che siamo qui perché non ci si sposa? Prova a informarti sulle pratiche”. La sera Marina mi rispose: “Qui non fanno che quello”. Dunque tutto fu organizzato. Con Corrado Agusta, e il suo segretario Franco Chiesa, in un negozio abbiamo comprato due fedi, in un altro un bouquet preconfezionato, poi siamo andati davanti a un giudice di pace, il quale ci ha sposato. Era l’11 gennaio del 1970, a Las Vegas, Nevada, Usa. Matrimonio civile di cui non informai nessuno, neanche i miei genitori. I genitori di Marina invece lo seppero, da noi. Poi ci sposammo anche con rito religioso, ma a Teheran, il 7 ottobre 1971, nella Cappella dell’Istituto Don Bosco.”
5. Così scrive il Re Umberto II da Cascais al figlio (25/1/1960): “Il tuo matrimonio con la sig.na Claudel porterebbe co-me conseguenza la tua decadenza da qualsiasi diritto di successione come Capo della Casa di Savoia e di pretensione al trono d’Italia, perdendo i tuoi titoli e il tuo rango e riducendoti alla situazione di privato cittadino”.
   Lo stesso concetto viene ribadito il 18 luglio 1963, questa volta nei confronti di Marina Ricolfi Doria: “Ho letto – per caso – la tua intervista su ‘Oggi’: se essa rispecchia fedelmente il tuo pensiero – e questo ti chiedo di farmelo sapere al più presto, con assoluta chiarezza – mi rincresce sopratutto che tu non abbia sentito il bisogno di parlarmi o di scivermi prima, anche perché tratti di questioni che riguardano direttamente me. Nell’attesa di avere una tua lettera, devo, circa i tuoi progetti matrimoniali, ripeterti, parola per parola, quanto ebbi a scriverti il 23 gennaio 1960, in una simile circostanza”. N.B.: la lettera datata 23 in realtà era posteriore di due giorni.
DATA: 01.04.2009

IL MESE DI MARZO… IL MESE DI CASA SAVOIA

Il mese di marzo, che segna il passaggio dalla stagione invernale a quella primaverile, può ritenersi il mese… di Casa Savoia.

Il Beato Umberto III - foto da internet    4 marzo: la Chiesa Cattolica fa memoria del Beato Umberto III, Conte di Savoia ( 1126-1189). E’ sepolto e venerato nell’Abbazia di Altacomba.

    17 marzo: anniversario della proclamazione del Regno d’Italia ( Torino 1861)

    18 marzo: muore Umberto II, quarto Re d’Italia ( 1904 – 1983). E’ sepolto nell’Abbazia di Altacomba in attesa di essere traslato nella Basilica di Santa Maria ad Martyres in Roma - Pantheon

    25 marzo: festa della Annunciazione a Maria SS.ma.
Alla Madre di Dio, sotto il titolo di SS. Annunziata, è dedicato il più importante ordine dinastico di Casa Savoia. Istituito nel 1362 da Amedeo VI, il Conte Verde, come “Ordine di Collare” ( alla pari dell’Ordine del Toson d’Oro e della Giarrettiera….) assunse l’attuale titolo nel 1518 per iniziativa di Carlo II, Duca di Savoia, che ne definì la forma ornandolo di quindici rose rosse e quindici rose bianche e impreziosendolo con l’immagine dell’annunciazione dell’Angelo alla Vergine Maria.
Il Beato Amedeo IX - foto da internet
    30 marzo: la Chiesa Cattolica fa memoria del Beato Amedeo IX, Duca di Savoia (1435-1472). E’sepolto e venerato nella cattedrale di Sant’Eusebio in Vercelli.

    A queste importanti ricorrenze Casa Savoia può dal 7 marzo scorso annoverare anche quella della fausta nascita di Umberto, Principe di Piemonte,  figlio primogenito dei Principi Aimone e Olga di Savoia Aosta.
    Il piccolo Principe, che porta per volontà degli Augusti Genitori, il nome del Capostipite di Casa Savoia, di uno dei Suoi Beati e del quarto Re d’Italia, è venuto al mondo sotto i migliori e beneaugurati auspici.  
Francesco Atanasio 
DATA: 31.03.2009

UN FISCHIO A EMANUELE FILIBERTO....

Il giornalista Paolo Mosca - foto da www.paolomosca.com Il giornalista Paolo Mosca cura la rubrica "FISCHI e APPLAUSI" del settimanale "Di TUTTO".
    Ecco cosa scrive nel pezzo a pagina 24 del numero 13 del  3 Aprile 2009 :

    "A Emanuele Filiberto che vince a "Ballando con le Stelle", assieme alla ballerina Natalia Titova, va invece un fischio, sperando che si svegli. Nessuno gli nega il diritto di divertirsi come vuole, di fare quel che crede, ma è vero che non fa proprio una figura reale il giovane Savoia, messo lì in prima serata come una velina qualunque. E tante scuse alle veline."

    Paolo Mosca è figlio di Giovanni Mosca, amico e collaboratore di Giovannino Guareschi sin dalla nascita di Candido, Autore di "Il Re in un angolo" (Ed. Rizzoli), che raccolse la prima intervista al Re Umberto II in esilio a Cascais.
DATA: 31.03.2009

FONDO DI SOLIDARIETA' REGINA ELENA
Fondo Regina Elena
    Riproduciamo il logo del "Fondo di solidarieta Regina Elena" che, come abbiamo gia comunicato a suo tempo, e stato costituito a Kerch, citta della Crimea, per aiutare gli Italiani di Crimea piu miseri e in disperate condizioni economiche. Il fondo acquista e distribuisce medicine, alimenti e vestiario. Rammentiamo che gli Italiani di Crimea vennero deportati, dispersi e uccisi in Asia da Stalin.
    Nel logos appare uno dei piu bei ritratti della nostra indimenticabile Regina Elena, che fu definita da papa Pio XII "Signora della carità benefica".  La Regina  viene quindi ad essere onorata anche in un Paese cosi lontano dall'Italia. Il motto del Fondo e: "re, non verbis" (aiutare "con fatti, non con chiacchiere").
    Chi vuole aiutare gli Italiani di Crimea, riuniti nell'associazione CERKIO, puo scrivere per informazioni ai seguenti indirizzi: Voksalnoe sciosse, 51-b/8, Kerch, Crimea, Ucraina.  cerkio@rambler.ru
DATA: 31.03.2009

INTERVISTA A PASSALACQUA


Carmine Passalacqua - foto dal sito del Comune di Alessandria    E alla fine sul trono si siede lui: il Principe non più Principe, disconosciuto perfino dalla sua famiglia (e in particolare da Amedeo di Savoia) ha vinto la quinta edizione di Ballando con le Stelle, il programma di punta di Rai Uno. Non potendo essere incoronato in altro modo, si accontenta di diventare "re" della Polka e del Valzer.
    Carmine Passalacqua, consigliere comunale e rappresentante dell'Unione Monarchica Italiana, sentito sull'argomento afferma: "sono felice per lui, bravissimo nelle performance e lo dico con simpatia, in quanto vorrei saper ballare così bene, certamente dopo ore ed ore di duro allenamento ed in coppia con una professionista, ovviamente è tutto più semplice". Emanuele Filiberto "di sicuro ha riconquistato maggiori simpatie da parte degli Italiani, indifferenti al Suo cognome ed alla storia secolare della Sua Famiglia, sono diventati suoi fans ed hanno televotato per lui; cosa ben diversa sarà il voto per eleggerlo in qualsiasi carica pubblica, come sperano i suoi sostenitori monarchici".
Pur invidiando le performance in pista del Principe, da buon monarchico, continua a preferire Ajmone di Savoia (figlio di Amedeo di Savoia), chiarendo che "nessuno contesta la discendenza Reale, ma cosa ben diversa è la rappresentanza e la titolarità del diritto ad essere una possibile alternativa al regime repubblicano, tutto ciò lo si trova nella compostezza e preparazione ad un possibile evento democratico italiano con la figura del Principe Ajmone di Savoia, recentemente divenuto per la prima volta "Papà" di un Erede maschio della Dinastia, a cui è stato dato il nome di Umberto ed il titolo di Principe di Piemonte, tutto ciò dovrebbe riempire di orgoglio anche gli alessandrini!".
DATA: 31.03.2009

E ORA VARARE LA SECONDA REPUBBLICA 

editoriale di Aldo A. Mola
pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di Domenica 29 Marzo 2009

Aldo Alessandro Mola    E adesso bisogna proprio mettere all’ordine del giorno la Costituzione. Con il voto di un anno fa gli elettori hanno assegnato un compito chiaro non solo alla maggioranza ma al Parlamento: passare davvero dalla Prima alla Seconda Repubblica, sempre annunciata ma non ancora nata. I cittadini chiedono sicurezza, certezza dei risparmi e dei livelli di benessere conseguiti con decenni di duri sacrifici. Ma vogliono anche liberarsi dai due tabù che da troppo tempo paralizzano il Paese. In primo luogo vi è la pretesa che la Costituzione, inclusi i primi dodici articoli, sia immodificabile. In secondo luogo gl’italiani sono stufi delle accuse di “incostituzionalità” lanciate un giorno si e uno anche contro ogni tentativo di rendere più funzionante la macchina dello Stato e più libera la loro vita quotidiana.       
    I veri e gretti conservatori, cioè i sedicenti Democratici della sinistra e certi costituzionalisti, passano il tempo a gridare che il governo non può scavalcare regioni, province, comuni. Lo sanno o no che siamo in Europa? Lo sanno o no che la globalizzazione è una  drammatica realtà? Questi conservatori sono gli stessi che inventarono comprensori, comunità montane, circoscrizioni, consigli scolastici, una miriade di enti e organismi inutili e costosi in nome di una democrazia fasulla.
    Occorre ripartire dagli Anni Ottanta: dalla Grande Riforma proposta da Bettino Craxi: superamento del bicameralismo perfetto con tanto di 630 seggi deputatizi  e 315 senatoriali scritti  nell’art. 57 della Costituzione, separazione della magistratura inquirente dalla giudicante, accesso agl’impieghi pubblici solo tramite concorsi seri,  per andare oltre il fango dell’Università odierna  descritto da Nino Luca in Parentopoli (Marsilio) e da Paola Potestio in L’Università italiana: un irrimediabile declino (Rubbettino). Occorre tornare alla meritocrazia e alla responsabilità e, perché no?, varare la Repubblica presidenziale.
    Come dice la Costituzione e ripete Berlusconi, “la sovranità appartiene al popolo”. Il quale, appunto, ha diritto di modificare la Costituzione e la stessa forma dello Stato se così gli pare. Come insegnò il grande Gian Domenico Romagnosi, ogni generazione ha diritto di darsi lo Stato che vuole.
    Bisogna anche interrogarsi sull’art. 49 della Costituzione, che riconosce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” ma non prevede alcun controllo della loro democrazia interna.
    Nel “Corriere della Sera” Sergio Romano scrive che il problema di Berlusconi è l’ “avvento di un successore”. E’ un ragionamento da Prima Repubblica, da ottocentesco “Ducato di Modena”.  L’obiettivo impellente dell’Italia odierna è un altro: adattare la Costituzione alla realtà. Gli italiani  hanno dato fiducia all’attuale maggioranza, che è ampia ma insufficiente per ammodernare una Costituzione che sta sempre più stretta. Tempo è venuto che l’opposizione  concorra davvero a cambiare le regole. Diversamente il governo sarà costretto a tornare alle urne per chiedere il voto sulla Grande Riforma, prima che scada il tempo e l’intero edificio crolli di schianto. Non sarebbe la prima volta...
Aldo A. Mola   
DATA: 30.03.2009
 
LETTERA AD UN FIGLIOLO ITALIANO

   Caro figlio mio, ho deciso di scriverti oggi, perché desidero che questo mio stato d’animo, non sia per te un episodio passeggero come tanti altri. La tua piccola persona con la giusta spensieratezza ed i tuoi mille interessi di bambino, ti porterebbero inevitabilmente a dimenticare quanto sto per rivelarti nel breve volgere di qualche giorno, e ciò non è bene per te e per la nostra Italia.
    Vedi tesoro mio, il nostro Paese, che sembra tanto piccino se confrontato con gli altri quando guardiamo assieme l’atlante mondiale, in verità è un grande Paese in tutto.
    Anche se offuscato di recente dalla cecità di persone neanche troppo intelligenti, non vorrei mai che tu debba vergognarti in futuro di esso.
    Può darsi che tu un giorno abbia la possibilità di decidere cosa fare per la nostra Italia, …non è solo la speranza di un papà che desidera un avvenire luminoso per il proprio figlio, ma è anche la speranza di un italiano che ama la propria Patria.
    Quel giorno potrai rileggere queste righe !
    La settimana passata, oltre al 19 di marzo, festa del papà, che tu hai onorato a scuola con un lavoretto manuale molto gradito, prevedeva la data storica del 17 Marzo.
    E’ davvero un peccato, che in tutta Italia a scuola, per dei bambini di 9 anni come te si sia potuto sorvolare su questa importante data.
    Questa è la data che segna la nascita dell’Italia nostra. Il 17 marzo 1861 !
    In tutto il mondo si festeggiano date simili, …sono date che segnano unità, fratellanza tra le persone, orgoglio di appartenenza, la fine di sofferenze ingiuste. Forse la maestra tua, come tutte le altre maestre italiane ha davvero troppo da fare, se non riesce a dedicare una giornata alla nascita dell’Italia, anche se… se il tempo per parlare e festeggiare halloween lo si trova sempre vero ?
    La mia non vuol essere una critica, soltanto una constatazione.
    Del resto non possiamo che constatare con tristezza che i nostri figli, diventano adulti senza conoscere nulla della propria storia di Italiani. Saranno così costretti a vergognarsi di esserlo, essendo cresciuti tra un telegiornale e l’altro, dove da anni non si sente altro che parlare di mafia, camorra, corruzione, truffe, omicidi, stupri e bassezze di ogni tipo.
    Ecco, quello che desidero davvero per il tuo futuro, e che tu non debba vergognarti mai di essere Italiano. Un italiano nel mondo è sempre un valore aggiunto !
    Eppure sarebbe bastato davvero poco a fare una lezione unica martedì 17 ai bambini di tutt’Italia parlando semplicemente di fratellanza tra le persone da sud a nord, dell’importanza in questo mondo in profonda trasformazione e di crisi dell’unità, cantare tutti assieme almeno una strofa dell’inno di Mameli !
    “Tre colombi come una fava” verrebbe da dire, …storia, educazione civica e musica, all’insegna dell’Italia nostra madre.
    E’ davvero un misero Paese l’Italia di oggi, se non riesce a ricordarsi la propria nascita ? No caro figliolo, non è l’Italia che è misera, …misere sono le persone che non tramandano ricordi o che non hanno ricordi !
    Noi ricorderemo assieme d’ora in poi il 17 marzo. Vedrai che ogni anno sarà una sorpresa, ogni anno sarà più interessante. Come piemontesi soprattutto, non dimenticheremo che si combatte una guerra durissima contro lo straniero, per giungere all’unione di tutti gli italiani sotto la medesima bandiera. La bandiera d’Italia da oltre 160 anni, non è quella che sventola stanca, sporca e sfilacciata dal pennone della tua scuola, ma è quella che il tuo papà difende da ogni critica e fa sventolare con orgoglio dal balcone della nostra casa.. Verde, bianca e rossa, dove il bianco non si presenta vuoto come i valori morali d’oggi, ma pieno delle tradizioni e dei colori di mille anni di gloriosa epopea !
    Ora devo terminare perché il groppo che sento in gola mi soffoca e mi scendono alcune lacrime dagli occhi. I papà non possono piangere, ma possono sperare, e soprattutto educare !
    Torna a giocare adesso, …torna alla tua spensieratezza, ma ricordami a fine settimana di parlarti di un’altra importante data della nostra Storia, …marzo non è solo il mese della primavera e della festa del papà !
23.03.2009 - Alberto Conterio
Unione Monarchica Italiana - Biella
DATA: 27.03.2009
 
MATRIMONIO REALE IN FRANCIA

Foto tratta da Point de Vue    Dopo anni di dissidi e polemiche, la casa d'Orleans si avvia a offrire ai monarchici una bella giornata: giovedi' 19 marzo il Ministro della Giustizia francese Rachida Dati ha celebrato il matrimonio civile del principe Jean d'Orléans con la spagnola Phiilomena de Tornos, il matrimonio religioso si svolgerà il prossimo 2 maggio.
    Malgrado la repubblica ben consolidata da 140 anni circa, i francesi seguono regolarmente le vicende dei reali tramite il molto seguito "Point de vue", oppure da trasmissioni televisive spesso molto ben fatte e obiettive: circa due settimane fa la terza rete francese ha trasmesso un'intervista all'imperatrice d'Iran Farah Diba in esilio in Francia, in occasione di trent'anni della caduta della monarchia iraniana.
    Da notare che un ministro del governo repubblicano di Sarkozy - non un ministro qualunque ma il Ministro della Giustizia - sarà l'ufficiale che unirà gli sposi in matrimonio.
    Auguri al Principe Jean, Duca di Vendôme e fututo pretendente al trono orleanista di Francia. Il Principe Jean d'Orléans, Duca di Vendôme, è cugino di Aimone di Savoia, Duca d'Aosta, essendo la madre di quest'ultimo, Claudia d'Orléans, sorella del padre del principe Jean d'Orléans, il principe Henri d'Orléans, Conte di Parigi.
Roberto Margheriti
DATA: 27.03.2009

IN LIBRERIA: LA BIOGRAFIA DI ANTONINO SAN GIULIANO

Giampaolo Ferraioli, Politica e diplomazia in Italia fra XIX e XX secolo. La vita di Antonino di San Giuliano, Soveria Mannelli, Rubettino, pp.1006, euro 45,00  

Giampaolo Ferraioli - Antonino San GiulianoIl  volume nel ripercorre l’itinerario umano e pubblico di Antonino di San Giuliano non si limita a narrare l’azione dell’aristocratico siciliano in campo internazionale, ma ne delinea il multiforme percorso politico fin dai suoi esordi nella Sicilia post – risorgimentale. La descrizione delle classi dirigenti isolane della seconda metà dell’Ottocento, protese ad inserirsi nei nuovi meccanismi istituzionali dello Stato unitario ( tanto erano state marginalizzate o escluse dal precedente regime borbonico) ha pagato sempre il prezzo di una critica moraleggiante, alla quale fu sottoposto lo stesso San Giuliano, accusato di carrierismo e “trasformismo”. L’autore non sfugge alla polemica proponendo una difesa apologetica del personaggio ( pur avendone molti argomenti…), ma analizzando con l’operato del personaggio il pensiero politico sottostante e proiettandolo così dalla società d’origine al più ampio panorama dell’Italia dei notabili. Eletto alla Camera dei Deputati nel 1882, vi rimarrà per un ventennio militando in quasi tutte le correnti liberali presenti a Monte Citorio, ma rimanendo fedele a tre linee guida: il miglioramento delle condizioni socio-economiche del Mezzogiorno, l’impegno dell’Italia per una “grande” politica estera, la tutela dell’istituzione monarchica. Sottosegretario all’Agricoltura e Industria nel primo governo Giolitti nel 1892, sostiene il governo Crispi nella sua politica di espansione in Africa orientale, intesa come risposta ai problemi del Meridione, si avvicina a Sonnino ( pur ritenendolo “poco elastico e molto poco realistico”) nel tentativo di dare centralità alla monarchia, ambasciatore a Londra e Parigi, senatore del Regno, assumerà la responsabilità degli affari esteri nel 1910. Sarà a capo della Consulta nei governi Luzzatti, Giolitti e Salandra fino alla morte, avvenuta il 16 ottobre 1914, assicurandole continuità, originalità e successo alla condotta internazionale del Regno: la guerra italo- turca del 1911-1912 con la conquista della Libia, la crisi dei Balcani, flagellati da due guerre, con la creazione dell’Albania, “lo strumento per fermare al tempo stesso l’espansionismo serbo e lo strapotere degli Asburgo” in quell’area, la neutralità italiana nel luglio 1914 per indurre Vienna – nell’ambito delle clausole della Triplice Alleanza – ad eque concessioni in cambio della sua espansione ad est, e, vistone il diniego, i primi contatti con Londra, poi continuati dopo la sua morte. Una messe di eventi, che Ferraioli esamina e approfondisce grazie all’esame degli archivi dei ministeri degli esteri italiano, francese e inglese, dell’archivio di Giolitti ( lo statista con il quale maggiore fu la sintonia politica, come sempre particolarmente intensa fu quella con Vittorio Emanuele III) e alla consultazione della vasta documentazione diplomatica edita. San Giuliano operò sempre convinto della necessità per l’Italia di dotarsi di un impero fatto da colonie di popolamento, che costituisse nel dare prestigio alla Nazione una soluzione alla povertà economico del “suo” Mezzogiorno, e di completare il processo unitario con l’acquisizione – magari per via diplomatica - delle terre “irredente”. La sua figura, spesso oggetto di interpretazioni superficiali o persino ignorata, ha trovato finalmente un degno biografo, che la presenta nella sua complessa interezza dal punto di vista anche umano e sociale, espressione di una aristocrazia “illuminata” ed europea. La ricerca di Ferraioli si appalesa così più che utile non solo per lo studio della politica estera del Regno d’Italia, chiamato a confrontarsi con le grandi sfide dell’Europa “fin de siècle”, ma anche per la comprensione della storia siciliana fra Risorgimento e Grande Guerra.
Francesco Atanasio 
DATA: 27.03.2009
 
OPINIONI
Intervista all’Avv. Alessandro Sacchi pubblicata sul quotidiano “Il Roma” di martedì 24 marzo 2009, pag. 12

ALESSANDRO SACCHI, VICEPRESIDENTE DELL’UMI: È NATO IL PRINCIPE UMBERTO, NUOVO CAPO DELLA CASA
Emanuele Filiberto vince ma perde il titolo

di Antonio Santoro
l'Avv. Alessandro Sacchi di Napoli   Ha appena assaporato il piacere di un’incoronazione di “principe ballerino” – “re per una notte”, grazie alla sua abilità di “tanghèro” in coppia con Natalia Titova e al plebiscitario verdetto televisivo di “Ballando sotto le Stelle” – ed Emanuele Filiberto di Savoia si vede subito rovinare la festa dal ritorno di un vecchio tormentone di Casa Savoia, su chi – tra il padre Vittorio Emanuele e lo zio Amedeo D’Aosta – abbia titoli per designare il principe ereditario in predicato dinastico. La “querelle” scoppiata negli anni ’80, quando re Umberto, con una lettera rovente “diseredò” il figlio Vittorio Emanuele a favore di Amedeo, si è nuovamente accesa in questi giorni. Tutto è cominciato domenica 8 marzo, con la nascita del Principe Umberto di Savoia Aosta, primogenito delle “loro altezze reali il principe Aimone di Savoia Aosta, duca delle Puglie e della consorte Olga di Grecia”. Il lieto evento ha sparigliato le carte e rotto gli indugi.
    Mentre Filiberto sgambettava in Rai con la Titova al ritmo di tango e fox trot, Amedeo, accusato di temporeggiare troppo, ha incoronato “Principe di Piemonte” e, quindi, principe ereditario, il neonato nipote Umberto. Un atto – per gli Aosta – che mette fuori gioco Emanuele Filiberto. Se prima il “principe ballerino” non vedeva il trono neanche con il cannocchiale; oggi non potrebbe avvistarlo neanche con il telescopio di Capodimonte. L’unico titolo che gli resta è quello di “Ballando con le Stelle”, assegnatogli dalla corte di Milly Carlucci, un nome che evoca una tenera lontana storia in casa Savoia, quella di un’altra Milly, irresistibile regina del varietà, al secolo Carla Mignoni, di cui si invaghì negli anni Trenta un giovanissimo e scalpitante principe Umberto. Se i fan dei Savoia gongolano in queste ore per la incoronazione televisiva di Emanuele Filiberto – ribalta di una importante rivalsa mediatica dopo le impopolari pretese di risarcimento post esilio; sul fronte opposto, gli “ultras” degli Aosta intensificano la loro offensiva da contraerea araldica. Alla vigilia di “Ballando sotto le Stelle”, il tacito armistizio aveva fatto molto comodo a Emanuele Filiberto, scampato così a un pericoloso “valzer” mediatico. Ora la “ripresa del conflitto” rischia di far saltare la festa di Emanuele Filiberto.
    Non siamo su “Scherzi a parte”. Dopo le critiche del Movimento Monarchico all’arbitraria scelta di Amedeo di incoronare il nipote Umberto, definita una carognata, una “usurpazione”, è scesa in campo l’Unione Monarchica Italiana di indiscussa osservanza “aostana”. Sangue o non sangue blu, riaffiorano comunicati, parole e ruggine incandescenti come lapilli. È un vulcano il vicepresidente dell’Unione Monarchica Italiana, Alessandro Sacchi, avvocato napoletano, che, squadernando ben altri e blasonati rogiti, dice alla Di Pietro: “Carta canta”. «Sono sconcertato – esordisce – Non ci sono altre parole per definire quello che sento dire su tutta questa vicenda. E lo sono – sottolinea subito – di fronte a chi si ostina a sostenere che Amedeo non ha la prerogative per assegnare tale titolo.
    Ci si vuol rendere conto che oggi è lui, l’unico vero capo di Casa Savoia? Questo non è un nostro capriccio ma emerge chiaramente da quanto deciso dalla Consulta dei Senatori del Regno il 7 luglio del 2006.
    In quel documento, che si può leggere integralmente nel nostro sito www.monarchia.it, ci sono una serie di norme inconfutabili, che hanno comportato e comportano l’esclusione automatica di Vittorio Emanuele e dei suoi discendenti, a cominciare dal figlio, Emanuele Filiberto.
Tale esclusione annullò ogni rango, titolo e ruolo, perché Vittorio Emanuele contrasse nozze senza
consenso regio, in violazione di norme, come invano il padre gli ricordò anche per lettera».
Sì, però, il Movimento ribatte ancora che la Consulta non è altro che un’ associazione privata.
«Ma scherziamo. Privata? Essa fu voluta da re Umberto e, guarda caso, ne fa parte sua figlia, la principessa Maria Gabriella, la quale ha espressamente riconosciuto il cugino Amedeo come capo della Casa».
    Oltre a questo tipo di contestazione, leggo che c’è anche un riferimento allo Statuto albertino, da quanto sostengono, talmente inconfutabile sulle regole della successione da non far sorgere alcun dubbio.
    «Alcun dubbio? Chi fa questo richiamo, si butta la zappa sui piedi.
Evidentemente ha letto male lo Statuto. Perché proprio lo Statuto Albertino in realtà stabiliva automatismo nella successione al trono per sottrarla ad ogni ingerenza dal parlamento appena nato; con un particolare che va meglio evidenziato che, mentre escludeva le donne da tale successione, non abrogava affatto le “regie patenti” di re Vittorio Amedeo III, del 1780-1782, che sancivano l’esclusione dalla famiglia del principe reale che avesse contratto matrimonio impari senza il consenso del re, oggi del Capo della Casa.
    Quanto ha fatto Vittorio Emanuele, escludendosi dalla successione. Qui non ci piove…».
In tutta questa saga di nomi, titoli e di prerogative; può dare una risposta a una curiosità diffusa?
Come mai la rivendicazione di Amedeo si è manifestata in maniera netta soltanto dopo la modifica costituzionale che ha soppresso la pena dell’esilio?
    «Io vorrei ribaltare il discorso. Perché non pensare invece a cosa sarebbe successo se Amedeo avesse profittato della condizione di esiliato di Vittorio Emanuele per proclamarsi Capo della Casa? Oltre ad essere considerato un vile e una persona sleale, lo avrebbero sicuramente accusato di maramaldeggiare.
    Egli giustamente e saggiamente ha atteso il ritorno del cugino in patria per rivendicare il suo sacrosanto diritto a succedere in tutti i titoli e le prerogative del re Umberto».
Siamo soltanto ai primi assaggi della nuova serie di una vecchia “querelle” che rischia stavolta di far ballare a Emanuele Filiberto il “ballo di San Vito”. Speriamo che questa storia non si trasformi in un ennesimo chiassoso “mega reality” – “la Scuderia o Foresteria” – scegliete voi, eminentemente di concorrenti blasonati.
    Quelli “trash”da tempo in corso – con sboccati apporti promiscui e interclassisti – già bastano e
superano ogni sopportazione.
DATA: 26.03.2009

POINT DE VUE, LA RIVISTA DELLE CASE REALI DIFFUSSA IN TUTTO IL MONDO, HA COSI' DEFINITO IL NEONATO PRINCIPE DI PIEMONTE:
   Umberto de Savoie-Aoste est le plus royal des bébés du Gotha [...]
    Son père et sa mère sont altesses royales. Leur mariage à Patmos avait été discret mais prestigieux [...]
    Aujourd'hui, tous se retrouvent autour du berceau de ce petit prince dont le prénom est évidemment un hommage au denier roi d'Italie, Umberto II [...]
I Principi Aimone e Olga di Savoia - Foto tratta da "Point de vue"
La foto dei principi Aimone e Olga pubblicata da "Point de Vue"
DATA: 23.03.2009

I REALI DI SVEZIA IN ITALIA

   Il nostro saluto ai Reali di Svezia che saranno in Italia in visita ufficiale dal 24 al 27 Marzo.
La visita si propone di rafforzare ulteriormente gli eccellenti rapporti già esistenti fra i due Paesi sotto l'aspetto culturale, scientifico ed economico.
    La Svezia non e solo il paese delle foreste e delle renne; è anche il paese del "Premio Nobel", della modernità, delle grandi conquiste sociali, del rispetto della natura, dell'orgoglio delle tradizioni, di una democrazia stabile garantita dalla Corona.
    La moderna Monarchia svedese e il simbolo luminoso e razionale che incarna l'identità della Svezia
e che ha nella Famiglia Reale il simbolo prestigioso dell'unità e della concordia.
    Una Monarchia popolare ed amata rappresentata dagli attuali Sovrani: Re Carl XVI Gustav e la Regina Silvia.
    Una immagine giovane di una Nazione che guarda al futuro senza rinnegare il suo grande passato.
Sergio Boschiero
Roma 19 Marzo 2009

IL PROGRAMMA DELLA VISITA REALE

da "Il Corriere della Sera" del 19 Marzo 2009
I Sovrani di Svezia - foto www.zimbio.com    Prenderà il via, martedì prossimo, la visita di Stato in Italia dei sovrani svedesi. Dal 24 al 27 marzo, re Carl XVI Gustaf e la regina Silvia di Svezia - su invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano- arriveranno nella Capitale per prendere parte ad una fitta serie di appuntamenti, non solo istituzionali. A presentare, ieri, le tappe della visita ufficiale a stato l'ambasciatore di Svezia, Anders Bjurner. I sovrani incontreranno le più alte cariche dello Stato e del Governo. E la regina Silvia di Svezia inaugurerà due importanti iniziative dedicate ai disabili e ai bambini: martedì alle 15, parteciperà all'apertura del seminario «Sentire, che bello!”, organizzato dall'ospedale Fatebenefratelli. Mentre, mercoledì, la regina terrà a battesimo iI primo festival della Cultura infantile svedese, in programma nel museo di Explora (via Flaminia 8o, fino al 29 marzo).
    L'ensamble teatrale Teater Tre dedicherà alla regina lo spettacolo «Filippo e il coccodrillo» (poi replicato nel corso del festival). Dai libri della scrittrice Astrid Lindgren alle fiabe per bambini di Sven Nordkvist e Gunilla Bergstrom, la Svezia è da tempo impegnata nello sviluppo della cultura per l'infanzia. I piccoli visitatori di Explora potranno incontrare Nordkvist e Pija Lindenbaum the leggeranno alcuni brani tratti dai loro libri più conosciuti (mercoledi, alle 16.45). Non mancheranno i film, con Ia proiezione di «Elina”, vincitore del premio Orso di Cristallo al Festival di Berlino 2003.     La visita dei Reali di Svezia sarà inoltre un'occasione per discutere di “Innovazione per un futuro sostenibile: il modello svedese”: mercoledì, alle 15.45, re Carl XVI Gustav parteciperà al Forum Italia-Svezia, nella sede di Confindustria (viale Tupini), insieme con il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. Faccia a faccia, mercoledì in Campidoglio, tra i ministri degli Esteri svedese e italiano, Carl Bildt e Franco Frattini: aprirà i lavori il sindaco Gianni Alemanno. Ancora: martedì, i sovrani saranno all'Istituto Svedese di Roma per la presentazione del progetto «Via Tiburtina”, tredici ricerche sull'importante arteria romana, coordinate dall'archeologo Hans Bjur e da Barbro Santillo Frizell, direttore dell'Istituto Svedese; presente Umberto Broccoli, sovrintendente capitolino ai Beni culturali.
Simona De Santis
DATA: 20.03.2009
 
MARTEDI' 17 MARZO 2009 COMMEMORAZIONE DELLA PROCLAMAZIONE DELL'UNITA' D'ITALIA NEL 1861

Alessandria - L'Intervento di Aldo Mola  Ben riuscito il convegno promosso dal gruppo consiliare di F.I.-PdL  del Comune di Alessandria, insieme alla delegazione dell'Istituto di Storia del Risorgimento e dall'UMI , a portare il saluto dell'Amministrazione in vice Sindaco Paolo Bonadeo che ha accolto il prof . Aldo Alessandro Mola, considerato uno dei maggiori storici e studiosi attualmente impegnati sia in Patria che all'estero, orgogliosi di avere un piemontese doc che ha raggiunto ambiti traguardi nel trattare argomenti e riscoprire archivi e biografie di personaggi dimenticati.
    Moderatore il consigliere comunale Passalacqua che ha voluto fortemente questo convegno storico, proprio per rimediare alle colpe della società attuale che ha tralasciato lo studio della storia per insegnare ai giovani cio' che fu fatto dai nostri maggiori; un piccolo omaggio anche alla famosa cantante Gea della Garisenda, che cantava avvolta dal Tricolore nazionale per inneggiare alla conquista di Tripoli, meglio conosciuta poi come Signora Borsalino.
    Inidirzzo di saluto da parte del dott. Fabrizio Priano che ha sempre a cuore l'organizzazione di eventi culturali per la città, e da parte della prof.ssa Carla Moruzzi Bolloli, la quale si dedica con tantissimi sforzi a riportare Alessandria nelle cronache per il suo impegno durante tutto il
Risorgimento nazionale.
    Il prof. Mola ha commemorato la nascita del Corpo dei Cacciatori delle Alpi proprio 150 anni fa, un gruppo di volontari uniti dall'impeto di liberare la penisola dalle dominazioni straniere, che si riconoscevano in un unico programma "Italia e Vittorio Emanuele".
    L'Austria era il nemico per antonomasia, ma era una Nazione progredita che raggruppava sotto di sè diverse etnie che formavano il grande Impero, uniti tutti da interessi economici, ma fragilissimo equilibrio, pronto a spezzarsi dietro alle spinte autonomistiche che hanno portato alla nascita di altri
Stati indipendenti.
    Lo Stato sabaudo partiva svantaggiato, ma i Sovrani avevano iniziato un processo irreversibile di trasformazione dei loro territori, pensiamo solo alla poverissima Sardegna che vide la nascita della prima strada di comunicazione da nord a sud, la "Carlo Felice" dal nome del Sovrano illuminato.
Non esistevano ghetti, dopo la liberazione dei credenti di varie religioni, soprattutto i cittadini israeliti, ad opera di Carlo Alberto, quindi lo Stato sabaudo era l'unico in grado di far convivere tutti senza prevaricazioni, il Cattolicesimo liberale ad opera dello statista Massimo d'Azeglio, il quale aiuta il Clero ma non vuole avere nemici di natura religiosa.
    Tutti gli Stati preunitari ebbero uno Statuto ma solo quello Sardo resistette alle pressioni austriache per sopprimere le libertà fondamentali, e tutto ciò si deve a due uomini, Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, i quali scelsero l'Italia come progetto politico, proprio Carlo Alberto, ingiustamente denigrato da certa storiografia di parte, scelse per decreto il Tricolore nazionale come
bandiera, spinto dai suggerimenti di Giuseppe de Rolandis, parente di quel GiamBattista de Rolandis che per primo ideò il Tricolore, primato che noi alessandrini contendiamo a giusta ragione a Reggio Emilia.
    Pensare che de Rolandis finì la sua vita terrena nelle carceri papaline, tutt’altro che tenere nei trattamenti dei cospiratori per la libertà!
    Venne creato il Senato del Regno che comprendeva diverse categorie di persone illustri per sostenere il Sovrano, era la prima volta che si riconosceva il "genio" creativo e politico, dando spazio anche a persone di censo inferiore ma che ben meritavano tale onore, eravamo nel 1848 con uno Stato molto avanzato.
    Si giunse rapidamente al 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia, riconosciuto all'inizio soltanto da Svizzera, Grecia e Stati Uniti, moltissimi erano i nemici della nostra Nazione, fu un processo lentissimo per ottenere giusta menzione fra le grandi potenze.
    Logicamente l'Unità fu raggiunta in pochissimi anni, si saltarono passaggi  storici fondamentali, scegliendo l'unificazione e non la federazione di stati, proprio per il pericolo di crollo della giovane Italia affrancata da secoli di schiavitù.
    Il prof. Mola si è complimentato per il folto pubblico qualificato ed attento, rappresentanze di Club service come Lions Marengo, Zonta, Fidapa, Kiwanis, Patronesse della CRI, Federazione Maestri del Lavoro, UDC, Consiglieri di F.I. provinciali e comunali di Valenza e Nizza Monferrato.
    17 Marzo una data importante che rappresenta il primo vagito della nostra Nazione, dovrebbe essere ricordata come festa nazionale.


DATA: 17.03.2009
 
AMORETTI RICEVUTO DAL GRAN MAESTRO DELL'ORDINE DI MALTA
Gian Nicola Amoretti è stato ricevuto da S.A.E. il Principe e Gran Maestro del Sovrano Ordine Militare di Malta Frà Matthew Festing a Villa Pagana il 7 Marzo u.s.
   Gian Nicola Amoretti è stato ricevuto da S.A.E. il Principe e Gran Maestro del Sovrano Militare  Ordine di Malta Frà Matthew Festing a Villa Pagana il 7 Marzo u.s.
DATA: 17.03.2009

AMORETTI AI CONGRESSI NAZIONALI DI ALLEANZA NAZIONALE E DEL POPOLO DELLA LIBERTA'
Gian nicola Amoretti con Gianfranco Fini
   Gian Nicola Amoretti parteciperà ai prossimi congressi nazionali di Alleanza Nazionale e del Popolo della Libertà che si svolgeranno alla Nuova Fiera di Roma rispettivamente il 21-22 ed il 27-28-29 Marzo 2009.
DATA: 17.03.2009

MOLA RIEVOCA LA NASCITA DEI CACCIATORI DELLE ALPI

Aldo Mola    Oggi, 17 marzo, ricorre il 150° della istituzione dei Cacciatori delle Alpi.
        Abbiamo chiesto ad Aldo A. Mola, presidente della Consulta dei Senatori del Regno se l’evento sia stato DAVVERO importante.
 
Ci ha risposto: 

La formazione del Corpo dei volontari agli ordini del generalei Giuseppe Garibaldi suggellò l’unione della nazione con la  monarchia costituzionale. Anche ex mazziniani, radicali, federalisti, cattolici, protosocialisti si schierarono  con il re. La loro insegna fu “Italia e Vittorio Emanuele”, felice formula della Società nazionale.
    Reputo gravissimo che una data così densa di significati passi sotto silenzio, sia a Roma sia Torino. A sconcertanti sperperi spacciati come “cultura”, alla inerzia delle “accademie” e alla pochezza dell’informazione radiotelevisiva occorre rispondere con nuovi studi e con maggior impegno per far conoscere le radici della Nuova Italia almeno a quanti vi abitano, quale ne sia la provenienza.
    Anziché a inutili schermaglie su questioni risolte da decenni, dobbiamo dedicare le nostre energie alla rievocazione del valore universale del 150° della proclamazione del Regno: punto di arrivo del biennio glorioso iniziato nell’aprile 1859 con al Seconda Guerra d’Indipendenza”.
 

Alla nascita dei cacciatori delle Alpi il prof. Aldo A. Mola ha dedicato un articolo. Con lievi varianti, esso compare oggi ne “La Stampa” (Torino).    

IL 150° ANNIVERSARIO DEI CACCIATORI DELLE ALPI
I GARIBALDINI CONCORSERO ALL’AVVENTO DELLA NUOVA ITALIA
di Aldo A. Mola
Garibaldi - Foto da wikipedia

I Cacciatori delle Alpi vennero istituiti 150 anni orsono 

Il 17 marzo 1859 è una data fondamentale nella storia d’Italia. Quel giorno Vittorio Emanuele II istituì i Cacciatori delle Alpi e nominò generale del regio esercito il loro comandante,Giuseppe Garibaldi. Il governo, presieduto da Camillo Cavour, inquadrò i volontari in due “depositi”, a Cuneo e Savigliano: più vicini alle Alpi che al confine tra Regno di Sardegna e Impero d’Austria, il loro vero bersaglio.
    Da quasi due anni Cavour aveva stipulato un accordo ferreo con Napoleone III, imperatore dei Francesi: se il “Piemonte” fosse stato aggredito dall’Austria, la Francia sarebbe intervenuta al suo fianco per assicurargli il Lombardo-Veneto, i Ducati Padani e altro in cambio della Savoia e della contea di Nizza. Come pegno, la sedicenne Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele, andò in sposa al cugino di Napoleone III, il principe Girolamo, “Plon Plon”.
 

I volontari accorsi in Piemonte per la Seconda guerra d’indipendenza  
    Però doveva risultare chiaro che era l’Austria ad assalire il Piemonte. Bisognava “provocarla”. Dal gennaio 1859 alla chetichella affluirono in Piemonte “volontari” da varie regioni: drappelli, poche decine, qualche centinaio. Il governo seppe ma fece finta di non vedere. Erano reduci di tante cospirazioni e  battaglie, soprattutto delle varie fasi della prima guerra d’indipendenza (1848-49) con lo strascico delle Repubbliche di Roma e di Venezia e il fallimento dei liberali in Toscana e nel regno delle Due Sicilie, a Modena e a Parma, costato patiboli, carcere, condanne all’esilio.
    Tra persone concrete, come erano il re Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi, le intese sotterranee  divennero più precise dal 1° marzo quando l’Eroe dei Due Mondi lasciò Caprera e sbarcò a Genova. Cavour ufficialmente ne deplorò l’arrivo ma preparò un incontro segreto fra il generale dalla camicia rossa e il Re.
    A parte altre migliaia di volontari incorporati nell’Esercito, i meno preparati vennero concentrati in “depositi”. Garibaldi andò al sodo. Indicò i nomi dei comandanti. A Cuneo volle Enrico Cosenz, allievo della Nunziatella, e a Savigliano Giacomo Medici, eroe della Repubblica Romana. Gli altri ufficiali superiori, tutti scelti da lui, erano uomini esperti e decisi  a battersi per “Italia e Vittorio Emanuele”. In entrambe le città i volontari furono sistemati alla meglio negli ex conventi delle clarisse. Avevano bisogno di tutto: scarponi , calzoni, camicie, giubbe. Faceva ancora freddo. Gli ideali patriottici ogni giorno cozzavano con la fame e altro. Migliaia di giovani erano impazienti di correre a combattere ma non sapevano maneggiare le armi, marciare, stare in fila, capire ed eseguire gli ordini. I più non erano mai stati “al fuoco”. Avrebbero retto la prova o sarebbero scappati? Nino Bixio, di cui Garibaldi si fidava come di se stesso, usava sparare su chi scappava dalla posizione assegnata.
    In primo tempo, per distrarre l’occhiuta attenzione delle Ambasciate che affollavano Torino, i volontari dovevano denominarsi Cacciatori “della Stura”. Poi s’allargarono a “delle Alpi” ed ebbero un terzo reggimento, comandato da Nicola Arduino, cospiratore dal 1821.
 

In maggioranza “padani” e tosco-emiliani. Poco presenti il Lazio e il Mezzogiorno   
    In massima parte i quattromila volontari inquadrati come Cacciatori delle Alpi arrivarono da Lombardia (quasi 2000), Emilia-Romagna (1.000) e Toscana (600). L’apporto del Lazio fu modesto (14). Il Piemonte ne dette 109; 104 erano liguri. Quasi irrilevante il concorso del Mezzogiorno. I più rimasero di stucco quando  scoprirono che la “ferma” militare durava otto anni. Pensavano che la guerra fosse cosa di poche settimane, cantando gli inni in voga, dalla Bella Gigogin ad Addio mia bella addio e all’inno garibaldino scritto da Luigi Mercantini: “Si scopron le tombe, Si levano i morti, I martiri nostri son tutti risorti...” 

Garibaldi generale del Re 
    Garibaldi giurò da generale il 20 marzo. Venne ibernato a Rivoli. Non doveva dare nell’occhio. Visitò i suoi Cacciatori a Cuneo e Savigliano a inizio aprile. Salutò la folla accorsa in piazzette capaci di poche decine di persone. Ottenne da Cavour  il rinforzo di carabinieri genovesi armati di tutto punto: punta di diamante verso l’esterno, ordine all’interno. Poiché in battaglia si rischia la vita, affidò l’ambulanza ad Agostino Bertani: sapeva bene che si moriva di ferite infette più che in combattimento.  

La guerra che generò l’unità d’Italia 
    Il 23 aprile l’Austria chiese al Piemonte di sciogliere i temutissimi garibaldini e smobilitare entro tre giorni. Il governo lasciò scadere l’ultimatum. Dal 25 i Cacciatori delle Alpi partirono verso le zone assegnate in vista dell’attacco. Il 26 scattò lo stato di guerra. Per non perdere la faccia dinnanzi all’Europa, l’Austria iniziò malvolentieri un’offensiva tante volte minacciata ma non preparata. Vittorio Emanuele II e Cavour non rimasero soli. Napoleone III fu costretto ad accorrere in sostegno dell’alleato. I volontari di Garibaldi mostrarono che tutta l’Italia era a fianco del re di Sardegna.  Agenti  del governo dettero il via alle insurrezioni liberali da Piacenza alla Toscana, da Modena a Perugia...
    Esattamente due anni dopo l’istituzione dei Cacciatori delle Alpi, il 17 marzo 1861, venne proclamato il regno d’Italia. Esso ebbe la culla anche negli ex conventi  di clarisse del Cuneese, dove tanti giovani non sapevano marciare ma pensavano in grande: a un’Italia indipendente, unita, nazione di cittadini liberi da ogni dispotismo e affratellati agli altri popoli europei in cerca di Stato.

Aldo A. Mola 
DATA: 17.03.2009
 
NOTA U.M.I.: NESSUNA GUERRA IN CASA SAVOIA

S.M. il Re Umberto II   Da parte di alcune testate giornalistiche si afferma che in seguito all’ultimo nato sia scoppiata nuovamente la guerra tra i due rami di Casa Savoia. Per stare ai fatti e non alle congetture si ha che: ogni padre ha diritto di dare al figlio il nome che vuole e Vittorio Emanuele non ha dato al suo figlio il nome Umberto (ma quello di Emanuele Filiberto); il Re, quale Capo della Casa Reale, assegna di sua scelta un titolo ai membri della famiglia, e alla nascita del nipote Emanuele Filiberto non gli ha assegnato (pur potendolo fare) il titolo di Principe di Piemonte (che aveva portato quando era Principe ereditario) ma (forse) quello di principe di Venezia.  
    Pertanto alla nascita del figlio di Aimone di Savoia, avvenuta lo scorso 7 marzo 09, sia il nome Umberto che il titolo di principe di Piemonte erano liberi.
    Bene ha fatto Aimone a imporre al proprio figlioletto il nome dell’ultimo re della Dinastia, che lo meritava; altrettanto sembra da condividere l’attribuzione del titolo di Piemonte da parte di Amedeo di Savoia, che rafforza il rispetto e il ricordo dello scomparso sovrano.
    Non vi è nessuna ragione di lagnanza da parte di Emanuele Filiberto se non con i propri genitori che non lo hanno chiamato Umberto; tanto meno vi è per il titolo di Principe di Piemonte che già gli è stato negato dal re suo nonno, che ben sapeva che non glielo avrebbe potuto conferire nessun altro. Infatti, i titoli tradizionali della Casa sono tutti del Capo della Casa, che ne assegna uno a ciascun membro della famiglia. Uno e non due, come è risaputo.   
    L’aggiunta del titolo di Piemonte oltre quello di Venezia è del tutto priva di senso e serve solo a sottolineare il diniego da parte dell’ultimo re di assegnare al nipote un titolo tradizionale della famiglia, quello solitamente portato dal principe ereditario. Il che la dice lunga sulle convinzioni del re a tale proposito.
Alessandro Sacchi
Vice presidente nazionale U.M.I.
Roma, 13 Marzo 2009
DATA: 13.03.2009
     
DEPUTATI.... MUSICISTI POCO VIRTUOSI
    
foto tratta dal sito www.madokamaxwell.com    E’ di questi giorni la notizia che alla Camera dei Deputati si è deciso di utilizzare un nuovo voto elettronico che si basa sul rilevamento delle impronte digitali dei parlamentari al momento della votazione.
    Presentato sui media stampati e non, come un moderno sistema in grado di vanificare l’opera dei così detti “pianisti”, cioè di quei Deputati che votano anche per il collega assente, questa notizia si è presto persa tra le innumerevoli altre che ogni giorno ci bombardano senza sosta.
    Finalmente, verrebbe da dire, …bene quel che finisce bene !
Non vorrei sembrare polemico, personalmente invece, ritengo sia una cosa scandalosa !
    Cominciamo con il sottolineare che questa innovazione, ha un Costo di circa 450.000 Euro, e che questi soldi rappresentano per il popolo italiano la beffa dopo il danno.
    Non sono sufficienti infatti i costi che occorre sopportare per alimentare la classe politica più costosa ed inutile del mondo, definita “la Casta” sono necessari altri soldi per garantire che le votazioni alla camera siano trasparenti, visto che alcuni “Onorevoli” Deputati si sono dimostrati in questi anni, degli incalliti imbroglioni, incapaci di rispettare delle regole e di farle rispettare, cosi come sono incapaci di avere la dignità necessaria a rappresentarci in Parlamento !
    Saranno soldi ben spesi ?
Viene da dire di no, in quanto l’adesione al nuovo sistema di votazione è volontaria e ad oggi sono 19 i parlamentari che hanno rifiutato l’utilizzo del nuovo sistema e un altro centinaio non si sono ancora espressi.
    Siamo al ridicolo quindi, di una repubblica che incapace di garantire la trasparenza delle votazioni effettuate dagli “Onorevoli”, spende dei soldi pubblici per auto controllarsi, ma allo stesso tempo si tutela nei suoi privilegi, rendendo il sistema facoltativo e non obbligatorio.
    A questo punto se tutti i parlamentari optassero per “saltare” questa garanzia (come potrebbero), i 450.000 Euro sarebbero stati buttati al vento ? Pare di si !
    Disquisendo sull’argomento, vogliamo far notare ancora, come questo provvedimento alla Camera, contrasti con la stessa Costituzione, che parla della assoluta simmetria tra la Camera e Senato. Pare infatti che esso (il provvedimento) entrato in funzione ieri 10 marzo solamente alla Camera, non sarà molto probabilmente adottato al Senato, dove potranno continuare le irregolarità di voto tipiche della carente etica e moralità fin qui dimostrata dai nostri politici.
    Insomma, il caos repubblicano continua !
    Queste istituzioni nate per moralizzare e rinnovare il paese nel 1946, si sono dimostrate in questi anni assolutamente poco trasparenti e molto scorrette, arrivando come in questo caso a limitare addirittura la democrazia tanto invocata.
    Chi semina vento del resto, raccoglie soltanto tempesta…
Alberto Conterio - 11.03.2009
Unione Monarchica Italiana - Biella
DATA: 13.03.2009
 
FIOCCO AZZURRO IN CASA SAVOIA
UMBERTO È IN CODA PER IL TRONO
IL PICCOLO, FIGLIO DI AIMONE E OLGA DI GRECIA E NIPOTE DI AMEDEO, PORTA IL NOME DELL'ULTIMO RE E HA IL TITOLO DI PRINCIPE DI PIEMONTE

articolo tratto da "Il SECOLO XIX" di mercoledì 11 Marzo 2009

  PARIGI. C'è un nuovo Umberto in casa Savoia. E’ nato a Parigi sabato pomeriggio e si fregia del titolo, essenziale per la successione al trono, di Principe di Piemonte. A conferirglielo è stato il nonno, il Principe Amedeo di Savoia Aosta, esercitando così, secondo il comunicato ufficiale, “le alte funzioni di Capo della Casa in sintonia con le Regie Patenti del Re Vittorio Amedeo III”.
Il piccolo Umberto è figlio di Aimone di Savoia Aosta, 41 anni, a sua volta figlio di Amedeo e della sua prima moglie Claudine d'Orléans, e di Olga di Grecia, 37 anni. Le loro nozze erano state celebrate di recente, il 27 settembre 2008 a Patmos, in Grecia. Sia la mamma sia il bambino godono di ottima salute. Umberto, il cui nome si lega a quello dell'ultimo Re d'Italia, assume come detto il titolo di Principe di Piemonte, “che è stato portato sempre con grande dignità sin dall'era medievale da decine di Conti, di Duchi e di Sovrani sabaudi, fino all'era moderna”, come scrive l'Unione Monarchica Italiana.
    I monarchici hanno da tempo "scaricato" Vittorio Emauele e considerano il cugino Amedeo il legittimo erede al trono, sia pure virtuale, d'Italia. Umberto diventa così dopo Aimone il terzo in linea di successione. Il ramo della famiglia che fa capo a Vittorio Emanuele non ha invece avuto, almeno finora, la fortuna di un nipote maschio: Emanuele Filiberto, 37 anni, e Clotilde Coureau, 40, hanno due figlie femmine, Vittoria e Luisa. Emanuele Filiberto ebbe alla nascita, dal nonno, il titolo di Principe di Venezia mentre quello di Principe di Piemonte gli è stato dato dal padre e molti lo contestano.
    Gian Nicola Amoretti, presidente dell'Unione Monarchica Italiana, ricorda che si è così avverata la profezia di Padre Pio, che quando Aimone aveva un anno disse “un ramo fiorirà, un ramo seccherà”. Aimone è rappresentato in un bassorilievo proprio nella cripta dove riposano i resti di Padre Pio, e indossa il Collare della Santissima Annunziata, la più alta onorificenza di Casa Savoia.
In attesa di vedere dove lo porterà la protezione del frate, Aimone è attualmente responsabile per la Pirelli del mercato russo. Sportivo e avventuroso, nel 2001 ha raggiunto il Polo Nord insieme al padre Amedeo ripetendo l'impresa del prozio Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi. La moglie Olga di Grecia, invece, è architetto e designer d'interni; ha lavorato tra l'altro alle ville dello stilista Christian Louboutin, che le donne appassionate di scarpe (ossia tutte) conoscono bene. Olga, tra i suoi molti interessi, annovera anche le farfalle e la fotografia. Anche se le sue chancese di riconquistare il trono appaiono al momento limitate, il piccolo Umberto potrà comunque contare su geni molto promettenti.
Claudio Paglieri
DATA: 12.03.2009
 
IL RE UMBERTO II E I TITOLI DI PRINCIPE DI PIEMONTE E DI VENEZIA

S.M. il Re Umberto II  Dichiarazione congiunta di Gian Nicola Amoretti e Sergio Boschiero, rispettivamente Presidente e Segretario nazionale dell’Unione Monarchica italiana (U.M.I.):

“Grande è il nostro dubbio che il Re Umberto II, poco prima di morire nel marzo 1983, possa aver attribuito il titolo di Principe di Piemonte a qualcuno della famiglia, malgrado le sollecitazioni.
Il Sovrano in esilio era “gelosissimo” di questo titolo prestigioso e si preoccupava.
Quanto al titolo, creato ex novo, di Principe di Venezia, il dubbio ci assale in quanto Umberto II non poteva mancare di riguardo alla tradizione repubblicana della Serenissima che aveva avuto Dogi per quasi mille anni , mai dei Principi.

La nostra solidarietà al Principe Amedeo di Savoia, a Suo figlio Aimone e al neonato Umberto di Savoia, Principe di Piemonte.”
Gian Nicola Amoretti
Presidente nazionale
Sergio Boschiero
Segretario nazionale
Roma, 11 marzo 2009
DATA: 11.03.2009

PRINCIPE DI PIEMONTE

Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno.   Il Duca Amedeo di Savoia, Duca di Savoia e Duca di Aosta, Capo della Real Casa di Savoia, ha conferito al nipote il titolo di Principe di Piemonte valendosi dei poteri che gli derivano dalla sua posizione, riconosciuta da Case Estere e ribadita nei più aggiornati Annuari della Nobiltà. Il Duca Amedeo è “fons honorum”.
Per contro, a chi obietta che il titolo di Principe di Piemonte sarebbe già “in capo” a Emanuele Filiberto di Savoia rispondo che, in qualità di studioso di storia, sarò lieto di esaminare il decreto di nomina, sinora mai pubblicato. Chi lo emanò? Quando? Che titoli aveva per farlo?
Anche negli Annuari della Consulta dei Senatori del Regno (l’ultimo a stampa è del 1998) Emanuele Filiberto  compare sempre e solo come “Principe di Venezia”. mentre Aimone vi figura  Duca delle Puglie.
Questi sono i dati sinora conosciuti.
Altri argomenti non meritano risposta.
                                                                         Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
                                                                                                     Aldo Alessandro Mola
Roma, 11 marzo 2009
DATA: 11.03.2009
         
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RENDE OMAGGIO AL NEONATO UMBERTO DI SAVOIA, PRINCIPE DI PIEMONTE.

S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia   Il Capo della Casa di Savoia, S.A.R. Amedeo di Savoia, Duca di Savoia  e di Aosta, ha conferito il titolo di Principe di Piemonte al Nipote, Umberto, primogenito delle LL.AA.RR. Aimone, Duca delle Puglie, e Olga di Savoia, nato a Parigi il 7 marzo.
  La Consulta dei Senatori del Regno plaude alla decisione del Capo della Casa e si felicita con le LL. AA. RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia per una scelta così emblematica. Precedente Principe di Piemonte fu il Re d’Italia Umberto II (15 settembre 1904-18 marzo 1983),  fulgido esempio di devozione alle inseparabili sorti della Patria e della monarchia  costituzionale. Con alto senso del dovere, anche nell’esilio Egli soleva ripetere “Italia innanzi tutto”.
   La Consulta auspica che  la nascita di S.A.R. Umberto di Savoia Principe di Piemonte concorra alla conciliazione nella verità della storia e che, nel 150° della proclamazione del Regno d’Italia, i cittadini possano rendere omaggio alle salme dei Re Vittorio Emanuele III e Umberto II e delle Regine Elena e Maria José ricongiunte a quelle degli Avi nel Pantheon di Roma.

                                                                         Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
                                                                                                     Aldo Alessandro Mola

Roma, 9 marzo 2009
DATA: 10.03.2009

LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO
RENDE OMAGGIO AL NEONATO PRINCIPE DI SAVOIA
   
     La Consulta dei Senatori del Regno esprime la propria esultanza al Capo della Casa di Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Savoia e di Aosta, e alla Sua Consorte, S.A.R. Duchessa Silvia, per la nascita del  Primogenito delle Loro Altezze Reali il Principe Aimone di Savoia, Duca delle Puglie, e Principessa Olga di Grecia.
    Mentre si china dinnanzi alla culla del neonato Principe di Savoia, la Consulta dei Senatori del Regno rende omaggio a Sua Maestà Umberto II che da Hautecombe veglia sulle sorti della Casa di Savoia, raggiante per il nuovo Astro: il Suo nome vivrà nei secoli con le fortune dell’Italia, cui Carlo Alberto e i suoi discendenti si legarono con lo Statuto Albertino, “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia”.

Roma, 7 marzo 2009

                                                                                         Aldo Alessandro Mola
                                                                      Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 07.03.2009

SANREMO: CONSEGNA DEL PREMIO "REGINA MARGHERITA"

Amoretti Sanremo Premio Regina Margherita     Il Club Reale dell'U.M.I. di Sanremo, intitolato alla storica figura del Duca Bacicin, ha istituito il "Premio REGINA MARGHERITA" che viene consegnato a chi si distingua per Fedeltà-Arte-Cultura nell'ideale Monarchico. Per la prima volta è ststo consegnato alla sig. Ottavia Volpi del Club Duca Bacicin per la sua fedeltà Monarchica, durante l'incontro conviviale del Direttivo U.M.I. che si è svolto a Sanremo il 27 Febbraio 2009. Presente il Presidente Nazionale U.M.I. Avv. Gian Nicola Amoretti, che ha consegnato il Premio.
Congratulazioni da tutti noi alla Sig.ra Volpi.

Amoretti Sanremo Premio Regina Margherita
DATA: 10.03.2009
   
LENTINI (SR): COMMEMORATA LA VENERABILE SERVA DI DIO MARIA CRISTINA DI SAVOIA 
     Su iniziativa congiunta dell’U.M.I., della Delegazione prov.le dell’Istituto Naz. GG.OO.RR.TT. Pantheon e della Sezione cittadina dell’Istituto del Nastro Azzurro, sabato 8 febbraio 2009 è stata celebrata una solenne Santa Messa in memoria della Venerabile Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, Regina del Regno delle Due Sicilie. Il rito religioso, officiato nell’antica chiesa dell’Immacolata dal suo Rettore, Don Vincenzo Salemi, ha visto la presenza del Sindaco (con fascia tricolore) Dott. Alfio Mangiameli e delle principali Autorità Militari e Civili della città di Lentini. Accanto al Gonfalone comunale i vessilli e i labari delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, che sono stati benedetti al termine della funzione. Particolarmente suggestiva l’animazione liturgica curata dalla Corale polifonica AD DEI LAUDEM. A piedi dell’altare è stata innalzata un’immagine della Serva di Dio, circondata da serti floreali.
    La stampa regionale ha annunciato e ripreso la nobile iniziativa.
    L’importante centro urbano di Lentini, posto nella parte settentrionale della provincia di Siracusa e unico ad avere dato una sia pur ristretta maggioranza alla repubblica il 2 giugno 1946, sta vivendo da circa tre anni un importante risveglio associativo e di iniziative da parte di un qualificato gruppo di giovani monarchici, impegnati nella riscoperta delle tradizioni patriottiche e religiose della Sicilia.

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DATA: 07.03.2009

FABIOLA UNA "RAGAZZINA" DI 80 ANNI

La Regina Fabiola con Re Baldovino - foto da wikipedia    Dopo la recente grave malattia che l'ha colpita, una polmonite di origine nosocomiale che l'aveva ridotta a soli 45 chili, la Regina Fabiola è stata dimessa dall'ospedale e si avvia alla guarigione
Nel frattempo due giornalisti belgi, specialisti della famiglia reale hanno pubblicato un opera  per cercare di conoscere meglio la personalità di Fabiola de Mora y Aragon, divenuta la quinta regina dei Belgi sposando il 15 dicembre 1960 Re Baldovino 
    Nata nel 1928 a Madrid, Fabiola de Mora y Aragon appartiene a una famiglia nobile spagnola, la sua madrina fu la regina di Spagna Vittoria Eugenia di Spagna, nipote della Regina Vittoria e nonna di Re Juan Carlos! durante la repubblica spagnola e la guerra civile, la famiglia di Fabiola si esilio' per qualche anno in Francia e in Svizzera. Di ritorno a Madrid, Fabiola segue dei corsi d'infermiera, si reca ogni giorno alla messa, partecipa alle opere di carità e scrive "le docici storie meravigliose" per i suoi nipoti. Il padre Gonzalo muore nel 1957.
    Il suo destino cambia nel 1960 quando fabiola incontra il Re Baldovino tramite il cardinale Suenens e una suora irlandese: decisono di sposarsi a Lourdes. La cerimonia ha luogo il 15 dicembre 1960 a Bruxelles ed è evidente che i due sposi sono innamorati. I due autori fanno notare "Senza dubbio Baldovino ha trovato la perla rara con Fabiola. Trovare una sposa piu' perfetta di lei sarebbe stato difficile: ha assolutamente tutto, è ultracattolica, provine da una famiglia nobile, è di costumi irreprensibili ed in oltre è sensibile al sociale".
    L'inizio del loro matrimonio è segnato dalla rottura totale tra la coppia reale e l'ex Re Leopoldo III (padre di Baldovino) e la sua seconda moglie Lilian. I motivi sono molteplici: i legami stretti tra i sovrani e il cardinale Suenens, la volonta del governo belgio di allontanare Baldovino da suo padre, i caratteri opposti di Fabiola e Lilian. Da parte sua Fabiola rompe ogni rapporto con suo fratello Jaime (detto Fabiolo) protagonista degli scandali notturni madrileni negli anni 60 e 70, e con la loro madre accusata di tollerare il comportamento di Jaime.
    Malgrado 5 aborti e l'assenza di bambini, la coppia reale è unita è felice. la regina Fabiola è gioiosa, energica e molto popolare presso i belgi. Essa accorda molta attenzione ai diseredati e crea un segretariato sociale per poter rispondere in modo efficace alle persone che le scrivono. Nel campo delle arti essa sostiene il concorso musicale regina Elisabetta (nonna di Re Baldovino) e preferisce l'arte classica a qualla contemporanea.
    In campo religioso gli autori smentiscono di avere trovato prove sull' appartenenza dei sovrani all"opus Dei"  e si soffermano sul rifiuto di Re Baldovino di firmare la legge sull'aborto. Dopo la morte del Re baldovino il 31 luglio 1993, Fabiola difende la memoria di suo marito, lascia il posto di prima dama a sua cognata la Regina Paola trasferendosi dal castello Reale di Laeken per il piu' modesto Stuyvenbergh. Il suo appannaggio suscita delle critiche e costringe il Palazzo Reale a giustificare la concessione di quel denaro. Oggi ottantenne e sofferente di artrosi, la regina continua spostandosi con un bastone a compiere i suoi impegni ufficiali

DATA: 06.03.2009
 
TRISTI ANNIVERSARI

l'incoronazione - foto da Wikipedia    Le  partenze per l'esilio sono tutte uguali: tempo grigio, grande tristezza e commozione dei presenti, parole di circostanze scontate.Ci viene alla memoria il più triste per noi degli addii, quello del giugno 1946 nel cortile del Quirinale: S.M. Re Umberto II di Savoia che saluta mestamente i funzionari, il personale del palazzo, le segretarie che si inchinano per l'ultima reverenza, la stretta di mano con il comandante del picchetto d'onore, maggiore Riario Sforza, e poi di corsa con il Ministro della Real Casa, marchese Falcone Lucifero e pochi altri verso l'aereoporto di Ciampino, dove in pista il comandante Lizzani,  fratello del famoso regista Carlo, aveva già i motori caldi del suo "Savoia-Marchetti 95" per volare in Portogallo.
    Altro aereoporto, altra storia.Teheran: 16 gennaio 1979, Sua Maestà Imperiale Mohammad Reza Pahlavi, Imperatore dell'Iran,  Shahan Shah, Re dei Re, Luce degli Ariani, ecc., è costretto dalle folle "strumentalizzate" degli ayatollah della minoranza sciita islamica, (gli Iraniani non sono arabi bensì di etnia indoeuropea) a lasciare la Patria per l'esilio negli Stati Uniti, unico Paese coraggiosamente disposto ad "ospitare" lo Scià di Persia e la sua famiglia, in seguito fu l'Egitto di Sadat ad offrirgli amicizia ed una residenza stabile!
    L'unica colpa del sovrano persiano, fu il tentativo di trasformare un Paese medioevale,  in una potenza moderna ed all'avanguardia nell'economia, nella società, grazie alla sua popolazione giovane e soprattutto ai proventi delle estrazioni petrolifere. E' indubbio vi furono errori, mancanze, superficialità, ma il compito dello Scià non fu semplice. Poteva contare sull'appoggio militare e politico degli USA mentre gli altri governi lo ossequiavano solo per il "suo" petrolio!, criticando ferocemente anche più del dovuto, la sua politica volta a reprimere le tante complessità della società iraniana, con un clero sciita sempre più pericoloso. Quella di Khomeini e "company" fu una rivoluzione a ritroso, ossia precipitare l'Iran indietro nel tempo, nonostante gli entusiastici appoggi della solita "intellighenzia" occidentale, salottiera, ignorante e pacifista! Poche settimane dopo con l'arrivo da Parigi di Khomeini era già chiaro il quadro della situazione che andò poi lentamente a deteriorarsi: crisi con Washington per gli ostaggi dell'ambasciata americana durante la presidenza Carter, la guerra contro l'Iraq di Saddam,  ecc.ecc.
    La storia del Medio Oriente cambiò dieci anni fa proprio in questi giorni. All'epoca uno dei più famosi filosofi, il francese Michel Foucault, scrisse: "La situazione in Iran sembra essere sospesa ad una grande tenzone tra due personaggi dal blasone tradizionale; il re ed il santo, il sovrano in armi e l'esule inerme; il despota, con di fronte l'uomo che si erge con le mani nude, acclamato dal suo popolo." Per Foucault, il "santo" avrebbe rispettato le libertà e comunque né lui né il clero avrebbero assunto direttamente il potere. Il potere politico non li interessava..Belle pagine tutte da cestinare.
    In questi 30 anni la figura del "Re dei Re" è stata ampiamente rivalutata alla luce di quanto è accaduto poi ma non solo. La colpa della caduta dei Pahlavi è da addossare al pavido Occidente con in testa gli Stati Uniti incapaci di capire dove avrebbe portato la sua fine.
    Solo e dimenticato, il 27 luglio 1980 a Il Cairo, morì l'ultimo erede di Dario e Cambise. L'Iran aspetta una nuova rivoluzione.
Il Direttore Giuseppe Polito
Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara - CE 
DATA: 06.03.2008
   
LA VERA CAMORRA (4a puntata)

Francesco II di Borbone e la moglie Maria Sofia di Baviera - foto da wikipedia   E’ nel caos periodico politico, sociale ed amministrativo nel quale precipita il Mezzogiorno italiano che la criminalità prospera, accrescendo il proprio potere e la sua “immagine” di alternativa allo Stato di diritto!
    Alla vigilia dell’Unificazione Nazionale, il 25 giugno 1860, re Francesco II di Borbone, nell’estremo ma tardivo tentativo di salvare il trono, concesse una carta costituzionale ed un’amnistia generale, la quale se da un lato riportò in libertà centinaia di patrioti, dall’altra vide graziati una moltitudine di camorristi, “schedati” a suo tempo come liberali. La capitale borbonica in poche ore fu protagonista di tumulti e manifestazioni di piazza, nelle quali confluirono “umori” sinceramente patriottici e gravi episodi di turbativa all’ordine pubblico. Il giovane sovrano decise il 27 seguente di affidare al duca Antonio Spinelli la formazione di un nuovo Ministero, nel quale fu chiamato a far parte l’avvocato salentino Liborio Romano in qualità di   Prefetto  di Polizia, essendo il Ministro incaricato dell’ordine pubblico, Federico Del Re, incapace di di fronteggiare la delicata situazione venutasi a creare dal repentino crollo dell’apparato burocratico borbonico in preda a paure ed illusioni. Come ricordò nelle sue memorie don Liborio, egli cercò con ogni mezzo  di evitare “le tragiche scene del 1799 e del 1848”, varando una nuova politica non più repressiva ma volta ad una “mite forma dello stato d’assedio”, rivolgendosi con un manifesto alla cittadinanza, esortandola alla collaborazione per mantenere l’ordine, proibendo ogni sorta di assembramento, attuando per la prima volta una collaborazione diretta con il cittadino, sollecitando il governo Spinelli al varo di una serie di riforme: da quella elettorale, all’istituzione di una Guardia Nazionale, ad una moderna riorganizzazione amministrativa, alla soppressione delle “segrete” prigioni sotterranee, ad una nuova regolamentazione del sistema carcerario ecc.ecc., fu un impegno lodevole anche perché tutti erano in preda al panico o all’euforia  per l’arrivo dei garibaldini, che dalla Sicilia stavano risalendo vittoriosamente lo “stivale”. La vecchia gendarmeria e la Polizia borbonica avevano preferito disertare, lasciando sguarnite caserme e depositi di pubblica utilità che senza il risoluto intervento di Liborio Romano sarebbero cadute nelle mani dei molti facinorosi. C’era  poi l’eventualità  che il partito reazionario o sanfedista si “saldasse” con quegli elementi della criminalità organizzata che a Napoli la facevano da padrona. Ecco quindi che Romano coinvolse alcuni capi camorristi, offrendo loro una “riabilitazione” politica coinvolgendoli nella nuova politica di controllo del territorio in un numero certamente inferiore a quello che vanno da decenni sbandierando i neo-borbonici, accusando al contempo Liborio Romano di essere stato colluso con la camorra.
    Ancora dalle memorie del ministro , estrapoliamo: “Si condanni ora il mezzo da adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizi e di arbitri. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l’ordine; e lo salvai col plauso di tutto il paese.”
L’entusiamo di poco più di Mille “scalmanati” provenienti dalle valli bergamasche, certamente favoriti dalla decennale politica riformista-liberale piemontese e dal sentimento nazionale sorto in epoca napoleonica  e da appoggi internazionali,  aveva causato la fine dell’antico Regno delle Due Sicilie, crollato tuttavia principalmente sotto le sue tante fragilità e contraddizioni.
    La fuga di Francesco II di Borbone e della corte dalla sua Napoli il 6 settembre 1860 con l’arrivo il giorno seguente di Garibaldi, il quale riconfermò Liborio Romano nel suo ministero, fece conoscere al resto della Penisola le gravi condizioni sociali, economiche, nelle quali versava la capitale del Sud, venute prepotentemente alla ribalta nella loro gravità,  al termine del “governo dittatoriale” garibaldino il 7 novembre con  la sconfitta definitiva dell’esercito borbonico sul Volturno e l’incontro tra Vittorio Emanuele II e lo stesso “eroe dei due mondi”.
    Dopo la breve parentesi di Luigi Carlo Farini a “Luogotenente” delle province meridionali, il 3 gennaio 1861 fu nominato al suo posto il Principe Eugenio di Carignano il quale arrivò a Napoli con il giovane diplomatico Costantino Nigra, tra i più fidati collaboratori del capo del Governo sardo: Camillo Benso di Cavour. Nuovo responsabile della sicurezza pubblica fu nominato il patriota Silvio Spaventa, il quale come primo atto istituì il corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza sciogliendo la Guardia Civica e quella Nazionale le quali nel corso dei mesi non avevano più ottemperato al loro servizio. Nonostante lo stoico coraggio dello Spaventa, girava per le strade di Napoli senza scorta, incurante delle  numerose minacce di morte, ottenendo l’ammirazione degli stessi camorristi, la “Bella Società Riformata” (ossia la camorra) non fu debellata.
    Da un rapporto del 20 maggio 1861 del Nigra al Cavour leggiamo: “Nelle carceri, nell’esercito, nell’amministrazione e in tutti i luoghi pubblici, è esercitata la camorra”. Dobbiamo attingere ancora gli scritti del primo grande meridionalista, Pasquale Villari, il quale dal 3 settembre 1861 periodicamente dalle pagine del giornale milanese “La perseveranza” informava il resto dell’Italia sulla situazione napoletana. Il 5 ottobre suscitò enorme scalpore il suo articolo “La camorra e il progresso del popolo” eccone una sintesi: “La sola via da tenere per spegnere affatto la camorra, sarebbe, secondo me, il punire da una parte severissimamente ogni atto di sopruso; l’incoraggiare e, fino a un certo punto, comandare la resistenza di quelli che anche ora si sottomettono, perché credono sempre che la camorra sia onnipotente. Una grave difficoltà nel punire sta in questo, che coloro i quali pagano il loro tributo alla camorra, non lo confessano; anzi lo negano se possono, o adducono ragioni difficili da contraddire. Un cocchiere vi dirà che soccorre i compagni senza lavoro; un altro che fa l’elemosina, ecc. Più volte, in questi mesi la polizia ha inviato dei camorristi al potere giudiziario, che li ha sempre assoluti. Aggiungete che se voi arrestate un camorrista, voi non lo punite niente affatto. Nella prigione egli esercita il suo mestiere meglio che altrove, riscuote tasse, riceve aiuto da fuori, denaro, soccorsi ecc. Le sue donne hanno libero ingresso, perche anche ora che vi scrivo, non c’è un carceriere che si senta abbastanza forte per mettersi in rotta con la camorra”.
    Napoli era l’unica città della Penisola ad avere una criminalità urbana, in quanto nelle altre città, da Milano a Torino, Firenze, Venezia ecc., la criminalità esistente era quella proveniente dalle campagne, così come la mafia siciliana.
Il Direttore Giuseppe Polito
Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara - CE 
DATA: 06.03.2008
   
REALI AL PANTHEON: RACCOMANDAZIONI AI MONARCHICI, ALLE GUARDIE DELLE TOMBE REALI, AI SAVOIA

I Sovrani ancora sepolti in esilio
    Finalmente, dopo decenni di insuccessi, qualcosa, più di qualcosa, si è mosso: 26 Parlamentari (primo firmatario l’On. siciliano di A.N. Basilio Catanoso) hanno presentato un disegno di legge che chiede il placet del Parlamento per la sepoltura nel Pantheon di Roma delle spoglie mortali dei Sovrani d’Italia morti in esilio e ancora sepolti in terra straniera.
    L’iter parlamentare procede ed è già all’esame delle commissioni affari costituzionali.
Raccomandiamo caldamente alle organizzazioni monarchiche, all’Istituto per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, ai Savoia resi liberi dall’abrogazione dell’esilio, quanto segue:

•    le associazioni monarchiche non tentino di strumentalizzare l’iniziativa politicizzandola, ripetendo polemiche inopportune o abbandonandosi a risse intestine;
•    l’Istituto delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon osservi il suo statuto che prescrive neutralità politica - anche sul problema istituzionale - e non entri più nelle dispute dinastiche.
•    i Savoia rientrati dall’esilio evitino comportamenti inadeguati come spettacoli, dichiarazioni dannose, etc, etc, etc...

L’U.M.I. si atterrà alle raccomandazioni qui esposte e altrettanto si aspetta dalle categorie sopra citate.
Raccomandiamo discrezione, senso di responsabilità, misura.
I modi di comportamento del passato non si devono ripetere, pena un alto rischio di fallimento dell’operaznione Pantheon, che tanti Parlamentari illustri e benemeriti hanno ripreso.

Sergio Boschiero

Roma, 26 Febbario 2009


DATA: 26.02.2009

GOVERNO: PRINCIPE AMEDEO SAVOIA AOSTA A BERLUSCONI, MONARCHIA NON E’ CONTRARIO DI DEMOCRAZIA
S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia    Roma, 23 Febbraio 2009 (Adnkronos) – “Non ho certo la veste per sostituirmi a otto ambasciatori e a un cardinale ma voglio ricordare a Silvio Berlusconi, e qualcuno deve pur farlo, che la monarchia non è il contrario della democrazia”. Tiene a precisarlo il Principe Amedeo di Savoia Duca d’Aosta in riferimento alle parole pronunciate dal premier, che, in un’intervista a “Le Figaro” che sarà pubblicata domani in coincidenza con il vertice italo-francese, ha dichiarato a proposito del G8 che non presiederà un quarto spiegando: “l’Italia è una democrazia, non una monarchia, quindi le date dei passaggi di poteri non le decido io. Sono gli italiani a deciderle, ogni cinque anni, con il voto”.
(Rre/Col/Adnkronos)
DATA: 25.02.2009

FRATELLI D’ITALIA (3)

    Sua Altezza Imperiale e Reale Sigismund Otto Maria Giuseppe Gottfried  Henrich Erik Leopoldo Ferdinando d’Absburgo-Lorena è Granduca Titolare di Toscana, Arciduca d’Austria, Principe Reale di Ungheria e Boemia e Capo della I. e R. Casa Granducale di Toscana (Tertur-genitur von Habsbourg-Lothringen u.Toskana), nonché Gran Maestro degli Ordini dinastici di pertinenza della sua Famiglia: Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire ed Ordine di San Giuseppe ecc. Il Principe è nato a Losanna il 21 aprile 1966, figlio primogenito dell’Arciduca Leopoldo Francesco e della sua prima consorte: Laetitia de Belzunce d’Arenberg, la e figlia dell’eroe di guerra francese, Henri, caduto durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia durante la battaglia di Cassino,  la quale venne adottata dal terzo marito della madre, Erik Engelbert principe-duca d’Arenberg nel 1956, unitamente al fratello minore Rodrigue Henri de Belzunce. Questi non avendo discendenti, allevò il giovane Sigismondo come un figlio tra l’Uruguay, ove la famiglia ha degli interessi economici e la Gran Bretagna. A Londra il giovane arciduca intraprese gli studi d’informatica, impiegandosi poi nel settore bancario, per meglio seguire le attività della famiglia materna, la quale ha grandi possedimenti agricoli a Punta del Este, a 140km dalla capitale Montevideo.
    Nel 1981, adolescente, i genitori divorziarono. Nel 1993 le seconde nozze morganatiche del padre Leopoldo (III) Ferdinando con la borghese Maria Pérez Fernandez, portarono il 12 aprile 1994 alla rinuncia di tutte le  prerogative dinastiche del genitore in suo favore, in quanto in base alle leggi di famiglia ed a quelle della Chiesa cattolica, un divorziato non poteva assolutamente continuare a presiedere i capitoli degli Ordini Dinastici del Casato. Con tale rinuncia, a 28 anni Sigismondo si trovò ad essere ufficiosamente il nuovo capo della Casa granducale di Toscana.
L’11 settembre 1999 a Londra, sposò Elyssa Juliet Edmonstone (n.1973), figlia dei Sir Archibald Bruce Charles VII Baronetto of Duntreath  e di  Elyssa Juliet Elizabeth Deakin, dalla quale ha avuto: Leopoldo Amedeo (2001), Gran Principe ereditario di Toscana ed arciduca d’Austria,  Tatyana (2003) e Massimiliano nato nel 2004. La granduchessa Elyssa appartiene ad una delle più antiche famiglie scozzesi di “sangue reale” Stewart, discendente diretta di re Giacomo V.
    In questi anni l’arciduca Sigismondo, seguendo le orme paterne, ha intensificato i rapporti culturali con la Toscana, soggiornandovi spesso per cerimonie pubbliche, presenziando a mostre, convegni ecc., non solo sui Lorena ma anche sui predecessori de’Medici, ottenendo attestati di stima e rispetto.
    Sigismondo può vantare di discendere in linea paterna più volte dal granduca Leopoldo II (1797-1870), detto familiarmente dai fiorentini “canapone”,  sposo dapprima di Maria Anna di Sassonia (m.1832) poi di Antonietta di Borbone-Due Sicilie (m.1898), nonché da Vittorio Emanuele I di Savoia re di Sardegna (m.1824), Mentre dal lato materno, può annoverare tra gli altri, avi come Giovanni II duca di Borbone (m.1488) e Luigi II di Valois re di Sicilia (m.1417).
Non solo, nel suo albero generalogico vi compare più volte  Henriette (m.1611) figlia di Honorat II de Savoie conte di Tenda. Molto stretti i legami di parentela con gli ultimi sovrani delle Due Sicilie, in particolare con re Ferdinando II di Borbone (m.1859), e con i la Casa ducale di Modena.
    L’Arciduca Sigismondo ha un fratello minore: Guntram (n.1967) sposato organicamente dal 1996 con Debora da Silva, dalla quale ha avuto: Anna Faustina e Tiziano.
Il Direttore Giuseppe Polito
Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara - CE 
DATA: 27.02.2008


A BRUXELLES I TESORI DELLA CORTE DEI SAVOIA
Articolo pubblicato a pagina 21 de "Il Messaggero" di Mercoledì 25 Febbraio 2009
di FABIO ISMAN
    Torino presenta all’Europa, al Parlamento di Bruxelles, le sue celebrazioni per il 2011, i 150 anni da quando divenne la prima Capitale d’Italia, e lo fa con una bella mostra di 120 dipinti, Da Van Dyck a Bellotto, splendori della Corte di Savoia (al Bozart, fino al 24 maggio, cat. Allemandi) e illustrando un ambizioso progetto di infrastrutture e di cultura («150 milioni di euro, oltre a 200 per le altre iniziative», dice la presidente della Regione Mercedes Bresso), che presto ne muterà l’essenza dei maggiori musei. Qui si tocca con mano uno dei grandi problemi italiani dei beni culturali: la Galleria Sabauda raggiunge a malapena i 30 mila visitatori all’anno; assai meno di quanti ne totalizzerà questa sola mostra, fondata su alcuni dei suoi quadri. Ma nel 2011, il museo si rinnoverà e raddoppierà lo spazio, trasferendosi a Palazzo Reale: non dovrà più coabitare con quello Egizio, il quale, con il piano del palazzo liberato dalla Pinacoteca, potrà così ingrandirsi e divenire, esso pure, più efficiente. Da qui, questa mostra: «Riallestita durante i lavori, sarà ospitata alla Venaria reale», spiega Dario Disegni, della Fondazione per la Cultura della Compagnia di San Paolo; e toccherà altre sedi, fruttando in cambio a Torino un’esposizione di fiamminghi.
    Bruxelles i reali li ama ancora; e vedere una dinastia in immagini dipinte, per i belgi è attraente. Anche perché non pochi di questi quadri hanno a che fare con la cultura del luogo: sono fiamminghi mai veduti, o quasi, qui. E alcuni, poi, capolavori assoluti dell’arte di ogni tempo: come Il principe Tommaso di Savoia-Carignano a cavallo che apre la rassegna, un prototipo nel genere; Anton Van Dyck lo crea nel 1634, quando proprio a Bruxelles l’effigiato governa i Paesi Bassi. Per dipingerlo, l’artista viene qui da Londra; ma di suo ci sono altri quadri, tra cui Amarilli e Mirtillo e I Figli di Carlo I d’Inghilterra, che fanno bella figura accanto a tre Rubens scelti dalla soprintendente Enrica Spantigati: La Resurrezione di Lazzaro, Ercole nel giardino delle Esperidi e Dejanira tentata dalla Fama.
    La mostra percorre la storia del Casato: da quando, a metà del Cinquecento, Emanuele Filiberto porta la prima capitale a Torino, a quando il cardinale Maurizio, bel Seicento, da Roma, impingua le collezioni (Domenichino, Reni, Guercino, Albani, Lanfranco); ai caravaggeschi (iniziando da Orazio Gentileschi e Valentin de Boulogne); ai tanti acquisti di prestigio (Mantegna) e alle realizzazioni reali come quelle commissionate da Carlo Emanuele I ai Bassano e a Veronese (dirige i lavori Federico Zuccari da Urbino; la decorazione del palazzo è sparita, rimangono i quadri). La Torino del tempo è ritratta da Bernardo Bellotto in una celebre tela: è un fervore d’attività, mentre Antonio Tempesta aveva già immortalato la festa per le nozze di Vittorio Amedeo I e Cristina, una delle due Madame. E’ il volto della “Torino della cultura”, con cui la città ha sostituito quella delle catene di montaggio, e che ora esporta nel mondo. Qui, il Piemonte, con le Regioni finitime di due Paesi, ha anche aperto un Wine bar: nettari famosi e sapori tipici, perché ormai molto turismo si genera anche nel nome del palato.
    Il progetto per il 2011 prevede la fine dei lavori alla Venaria; l’ampliamento dei due massimi musei, oltre a quello dell’Automobile; l’Officina Grandi Riparazioni, 20 mila metri quadrati in cui da fine 1800 al 1980 si riparavano i treni, ospiterà Fare gli italiani, la grande mostra per i 150 anni; lungo la Dora nascerà un nuovo Parco. L’Egizio si affiderà all’allestimento di Dante Ferretti; e la Sabauda rinascerà, finalmente, a più proficua esistenza. Attesi sei milioni di visitatori, in 250 giorni di eventi: «Il 1961, quando Torino celebrò il Centenario, fu in assoluto l’anno di maggiore crescita economica del Paese: un Pil, prodotto interno lordo, aumentato del 6 per cento», dice Paolo Verri che dirige il Comitato per i 150 anni; ma, con i tempi che corrono, forse si accontenterebbe di festeggiare il secolo e mezzo senza più un Paese in recessione. Tra gli sponsor, anche l’Eni: ha pensato di mostrare il Van Dyck issato su una piattaforma petrolifera, intento a prendere l’umidità e a corrodersi. Mentre l’Annunciazione di Orazio Gentileschi ci ricorda la devozione del pittore, che a Genova la offrì a Carlo Emanuele I; i dipinti di Valentin (Jean de Boulogne) ci rimandano agli studi e alle scoperte di Longhi; e come sempre, Vanvitelli ci regala squarci di Roma e Napoli. E in mostra c’è un’ultima “chicca”: Il Profeta Daniele, tela di Francesco Trevisani (1656-1746) ha un suo pendant; ma dal 1911 è stato prestato all’Ambasciata di Pechino, e non si riesce ancora a farlo ritornare indietro. E’ un altro dei troppi malanni di cui soffrono i Beni culturali in Italia: la mostra ne rappresenta un piccolo e parziale compendio, ma questo, per favore, ai belgi non spieghiamolo troppo.
DATA: 25.02.2009

TUMULAZIONE NEL PANTHEON DI ROMA DEI SOVRANI ANCORA SEPOLTI IN TERRA STRANIERA
IL TESTO DELLA PROPOSTA DI LEGGE

I Sovrani ancora sepolti in esilio    

XVI LEGISLATURA

N. 1892

CAMERA DEI DEPUTATI

 PROPOSTA DI LEGGE

d'iniziativa dei deputati

CATANOSO, BARBIERI, BRIGANDÌ, CALABRIA, CASTELLANI, CASTIELLO, COLUCCI, DI CATERINA, DIMA, DIVELLA, FALLICA, GAVA, HOLZMANN, LAMORTE, LORENZIN, MAZZOCCHI, MIGLIORI, ORSINI, PATARINO, ANTONIO PEPE, POLLEDRI, PORCU, RAISI, STRADELLA, VELLA, ZACCHERA

Autorizzazione alla sepoltura delle salme dei Re d'Italia

Vittorio Emanuele III e Umberto II nel Pantheon in Roma

Presentata il 12 novembre 2008   

Onorevoli Colleghi! - Sono trascorsi ben sessantatre anni dalla fine della seconda guerra mondiale e sessantadue dall'avvento della Repubblica e, dopo che sono stati sospesi nel 2002 gli effetti della XIII disposizione finale della Costituzione, con la fine dell'esilio per i discendenti maschi di Casa Savoia, appare necessario un gesto di riconciliazione all'interno del popolo italiano, metà del quale nel referendum istituzionale del 1946 si espresse a favore della permanenza dell'istituto monarchico.  
      Con questa proposta di legge ci si ripropone di compiere un atto di riconciliazione nazionale in favore di quella parte del popolo italiano che fu ingiustamente esclusa dalla vita civile e politica del secondo dopoguerra a causa dell'esito del referendum istituzionale del 1946.  
      Occorre che l'Italia tutta si riconcili con la propria storia di Nazione, riconoscendo il passato nella sua complessità composta da luci e da ombre; e questo è il momento propizio, giacché, a distanza di piú di sessant'anni dagli eventi, è quasi completamente sparita la generazione dei testimoni che hanno giudicato i fatti storici con la passione della cronaca, inserendovi i propri sentimenti di amore e di odio, mentre ora è possibile valutare con maggiore serenità quanto appartiene al popolo italiano.  
      È con questo spirito che si prospetta la sepoltura al Pantheon - luogo a suo tempo prescelto dall'amministrazione comunale di Roma per la sepoltura dei sovrani - del terzo e del quarto Re d'Italia e delle loro consorti, tuttora sepolti in terra straniera e quindi esuli anche dopo la morte. Tale gesto di doverosa e umana pietà è anche il riconoscimento della storia e dell'identità della Nazione, giunta ad unità statuale attraverso Casa Savoia, ed è infine una prova dell'avvenuto e maturo consolidamento delle istituzioni repubblicane.  
      L'approvazione della legge non comporterebbe oneri per la finanza pubblica, facendosene carico gli aventi causa dei defunti sovrani, con la partecipazione eventuale di altri soggetti, fra cui in particolare l'Istituto nazionale per la guardia d'onore alle reali tombe del Pantheon, ente di natura risorgimentale e combattentistica, sorto nel 1878 e tuttora deputato a funzioni di servizio di guardia alle tombe reali.  
 
 

PROPOSTA DI LEGGE

                                                                            Art. 1.    
1. Sono autorizzate la traslazione delle salme dei Re d'Italia Vittorio Emanuele III e Umberto II, nonché delle Regine Elena e Maria José, e la loro sepoltura a Roma, nella basilica di Santa Maria ad Martyres (Pantheon).

                                                                            Art. 2.      
1. Gli adattamenti tecnici per la sepoltura di cui all'articolo 1 sono curati dal Ministero per i beni e le attività culturali.

                                                                             Art. 3.
1. Dall'attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le spese necessarie sono sostenute dagli aventi causa dei soggetti indicati nell'articolo 1, qualora intendano procedere alla traslazione e alla sepoltura dei medesimi. Essi possono chiedere il concorso volontario di altre persone, fisiche e giuridiche, compreso l'Istituto nazionale per la guardia d'onore alle reali tombe del Pantheon, con sede legale in Roma, via della Minerva, 20.

DATA: 18.02.2009
             
COMMEMORAZIONE DEL GENOCIDIO DEGLI ITALIANI DI CRIMEA
     Domenica 1° febbraio, in occasione del 67° anniversario della deportazione in Kazakistan della Comunità italiana di Crimea, si è svolta a Kerch una cerimonia in ricordo del genocidio dei nostri connazionali ad opera delle autorita sovietiche.
    Nella Chiesa degli Italiani  (la chiesa costruita nel 1840 dagli Italiani di Crimea) è stata celebrata una messa a ricordo dellle vittime, morte di fame, di freddo, di stenti, per i maltrattamenti nei vagoni piombati durante il lento e lungo viaggio verso l'Asia o nelle località di arrivo.
Era presente l'intera Comunità composta dai pochi superstiti alla strage e dai loro discendenti.
Successivamente si e formato un corteo che, attraversata la citta, si e recato sulla riva del mare, dove sono stati lanciati fiori nell'acqua. Infatti la deportazione inizio via mare quando gli Italiani furono trasportati dalla riva europea del Mar Nero a quella asiatica.
    Ricordiamo che di questi Italiani, completamente dimenticati dalle autorità della Repubblica per motivi ideologici, si sono interessati la Principessa Maria Gabrilella e il Principe Aimone di Savoia. Il Fondo di solidarietà creato per aiutare gli Italiani più poveri della Crimea, è intitolato alla Regina Elena.
    In coincidenza è uscito in Italia per i tipi della Casa editrice Settimo Sigillo (via Santamaria n. 15  00192 ROMA, tel. 06/39722155,  fax 06/39722166,  ordini@libreriaeuropa.it,  euro 13),  il libro di Giulia Giacchetti Boiko e Giulio Vignoli, "L'olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea",  che rievoca, tramite le testimonianze dei superstiti, il calvario dei nostri connazionali nella deportazione, deportazione taciuta e ignorata per anni in Italia.

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DATA: 17.02.2009

CELEBRAZIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DI FERT
LE MUSICHE DEI RE
Il Principe Amedeo decora la vedova Pucci - Foto M. Migliori     Roma, 8 Febbraio 2009 – Grande successo per la manifestazione sulle Musiche dei Re, promossa per celebrare il 50° compleanno dell'Agenzia di stampa FERT. L'evento, organizzato dall'U.M.I. in collaborazione con il circolo di educazione politica REX, ha visto l'augusta partecipazione di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia.
    Il Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero ha presentato un percorso musicale che si è intrecciato con i Sovrani di ogni tempo e ogni luogo. Dalle crociate alle musiche di Giacomo Puccini, passando per gli inni, le marce, le composizioni di Enrico VIII, l'opera una vita per lo Zar di Glinka, etc..
    Era presente la signora Franca, vedova di Mario Pucci, fondatore del FERT, che è stata insignita di una medaglia celebrativa da parte del Capo di Casa Savoia.
Numerosa e qualificata la partecipazione dei convenuti.

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DATA: 10.02.2009
   
PERCHE’ RE UMBERTO II CANCELLO’ VITTORIO EMENUALE DA PRINCIPE EREDITARIO 
ALDO A. MOLA REPLICA A “Il Tempo”
   
Il 30 gennaio u.s., in una intervista a Vittorio Emanuele di Savoia pubblicata ne “Il tempo” (Roma), il giornalista Marco Dolcetta ha attribuito la “presunta” decisione  di Re Umberto II  di cancellare il figlio  dalla eredità successione al trono al fatto che “sposava una non nobile, Marina Doria”. Come noto il 25 gennaio 1960, quando il Re scrisse al figlio la lettera pubblicata da Aldo A. Mola in Declino e crollo della monarchia la sig.a Doria non era sull’orizzonte.  A Vittorio Emanuele si attribuita l’intenzione di sposare “la sig.na Dominique Claudel: “Voci che – lamentò Sua  Maestà -arrecano tanto danno a te, a me e alla intera famiglia”.
    Il prof. Mola ha replicato con la lettera al direttore di “Il Tempo”che alleghiamo. Essa chiarisce ancora una volta come andarono i fatti:
   
Umberto IIIllustre Direttore,
 
   contrariamente a quanto scrive il dott. Marco Dolcetta in “Il Tempo” (Gioielli Savoia fuori del caveau, 30  gennaio,p.33, che leggo solo ora), la lettera in cui re Umberto II ricordò  al figlio che, se avesse contratto nozze in conflitto con  la legge vigente da ben 29 generazioni in Casa Savoia “e rispettata da 43 Capi Famiglia”(datata Cascais, 25 gennaio 1960), avrebbe perso titoli e rango di principe ereditario (ed emolumenti connessi) non è affatto apocrifa.  Come si legge nel mio saggio Declino e crollo della monarchia in Italia (Oscar Mondadori, settembre 2008, nuova edizione ampliata e con documenti inediti, pp. 402-410), Vittorio Emanuele  firmò la lettera “per presa conoscienza “ (sic). Come  in successiva missiva  (18 luglio 1963), Umberto II informò il figlio che, in caso di sue nozze in conflitto con le norme della  Casa, la successione ereditaria sarebbe passata “immediatamente  a suo nipote, Amedeo, Duca d’Aosta”. Va aggiunto che il 24 gennaio 1960 Umberto II ne mandò copia alla regina Maria José, raccomandando: “Sono sicuro che vorrai far notare a Vittorio l’importanza di questa lettera”. A differenza di quanto scrive il dott. Dolcetta, la nullità delle nozze non derivava dalla “qualità” della sposa (nobile o borghese: condizione superabile con atto sovrano, questa ) ma dal mancato “previo consenso”, che Vittorio era tenuto a chiedere al padre, come  previsto dalle Regie Patenti emanate da Vittorio Amedeo III (13 settembre 1780 e 17 luglio 1782): un consenso che Vittorio Emanuele non chiese mai, anzi tenne a  non chiedere, come egli stesso ha scritto in Lampi di vita (Rizzoli,2002).
    L’autenticità dei documenti da me pubblicati è fuori discussione.
    Per contro, a differenza di quanto scrive il dott. Dolcetta, la “partecipazione  alla P2” di Vittorio Emanuele di Savoia non è affatto “presunta”. Essa è copiosamente documentata dagli Atti delle Commissioni parlamentari d’Inchiesta  (Sindona e P2) e dalle Carte donate all’Archivio di Stato di  Pistoia  da LicioGelli, che l’autore dell’intervista conosce e potrà quindi consultare per conferma.
Grato per la pubblicazione, buon lavoro e cari saluti. 
                                                                                                                 Aldo A. Mola

DATA: 07.02.2009

AUGURI COMANDANTE DIAVOLO
AMEDEO GUILLET COMPIE CENTO ANNI

Amedeo Guillet    Eccezionale, leggendaria, unica : tanti i modi per cercare di definire la vita di Amedeo Guillet, che ha varcato felicemente la soglia delle sue prime 100 primavere. Ad ogni punto nodale della sua esistenza egli si è comportato da cavaliere dando prova di generosità d’animo, abnegazione, senso dell’onore: può ritenersi il cavaliere per eccellenza non solo perché nella gloriosa arma a cavallo ha servito la sua Nazione, ma anche perché ha saputo essere un esempio vivente di quelle virtù che furono le stigmate dei cavalieri antichi. Da vero cavaliere è stato sempre riservato, non ha mai scritto memorie o autobiografie…preferendo che della sua vita parlassero gli amici come Indro Montanelli  o Vittorio Dan Segre o, meglio  ancora, gli avversari. Nato a Piacenza il 7 febbraio 1909 da una nobile famiglia di ascendenza sabauda e dalle spiccate tradizioni militari, dopo aver frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola d’applicazione di Cavalleria a Pinerolo, nel 1931 è assegnato con i gradi di sottotenente per il servizio di 1a nomina al reggimento “Cavalleggeri del Monferrato”, il cui grido di battaglia QUO FATA VOCANT, unitamente al motto di famiglia FIDES ET FIDELITAS, sarà d’ora in avanti il suo viatico. E il destino – rinunciato a partecipare con la squadra italiana di equitazione alle Olimpiadi di Berlino del 1936 – lo condurrà, dopo l’ addestramento in Libia con il 2° squadrone della cavalleria “Spahis” – in Eritrea. Tra la “quarta sponda” e gli altopiani eritrei, alla pari degli europei più sensibili, Guillet è contagiato dal “mal d’Africa”: sarà per sempre preso da una grande passione per l’ancora misterioso continente “nero”, fatto di immense solitudini, di civiltà arcaiche, di lunghi silenzi, di sconvolgenti rivelazioni, di sentimenti e amori disinteressati. Per la campagna per la conquista dell’Etiopia, ferito a Selaclalà del 24 dicembre 1935, è decorato della sua prima medaglia d’argento al valor militare. Ai fasti del trionfo – cui si presta curando nel marzo del 1937 a Tripoli la parte equestre della cerimonia per la consegna della “spada dell’Islam” a Mussolini e poi nel maggio a Roma la sfilata degli “Spahis” per il 1° anniversario della fondazione dell’Impero – si sottrae andando volontario in Spagna - come i cavalieri di un tempo - laddove “infuria la mischia” e sventolano i colori della sua Patria. Pesa su tale scelta anche la decisione di rinviare le nozze con la cugina, Beatrice Gandolfo, in segno di omaggio cavalleresco verso la donna amata (evita così che la promozione, per l’entrata in vigore di norme restrittive degli avanzamenti per i militari non coniugati, possa derivargli proprio dal matrimonio e non da azioni di guerra). Aiutante di campo del generale Frusci, a capo della Divisione “Frecce Nere”, chiede ed ottiene il comando di uno squadrone carri, poi di un Gruppo Arditi e infine – caso più unico che raro per un ufficiale non spagnolo – di un “tabor” della temutissima cavalleria coloniale marocchina. Distintosi nella presa di Santander  e a Teruel, viene decorato di quattro croci di guerra da Franco in persona. Alla fine del 1938 torna in Africa orientale: è con il XIV Gruppo Squadroni dell’Amhara, dove arruola – sfidando l’antisemitismo del Fascismo – i “falascià”, gli ebrei etiopici, rivelatasi ottimi combattenti. Dando prova di peculiari virtù militari neutralizza Uvenè Tesserà, detto “amorà – “l’avvoltoio”, uno dei più agguerriti capi della guerriglia scioana: invece di deferire i ribelli presi prigionieri all’autorità militare, li convince ad entrare nell’esercito coloniale italiano. Guillet è adesso CUMMUNDAR – AS – SHAITAN – il “Comandante Diavolo”: un nome leggendario, conquistato fra il Tigrai e l’Eritrea per il coraggio dimostrato in combattimento e le vittorie, spesso impreviste e imprevedibili, raccolte, ma anche per il carisma, frutto della conoscenza delle lingue africane, del rispetto delle tradizioni e delle religioni dei nativi (il cristianesimo, l’islam e l’ebraismo), della comprensione delle spesso criptiche gerarchie locali. Lo nota subito il viceré , Amedeo di Savoia, che vuole valorizzare chi “sente” e conosce gli indigeni nella loro profonda indole: nel febbraio 1940 Guillet, a poco di più di 30 anni e ancora solo tenente, ha l’incarico di costituire un Gruppo Bande a cavallo, che denomina “Amhara” ( dal nome della lingua nazionale etiopica) volendo sottolineare che il reparto sarà formato dai nuovi “sudditi” del giovane Impero italiano, a cui destini, arruolandosi volontariamente, si associavano. Guillet recluta personalmente quasi 2000 uomini fra eritrei, etiopici e yemeniti, così divisi: 800 a cavallo, 400 ascari appiedati, 200 meharisti, una sezione anticarro e una mitragliatrici: è un grande reparto mobile con massima libertà d’azione e piena autonomia. Purtroppo la gloria si poserà su i suoi stendardi – mai battuti – non con le incursioni e le offensive proposte da Guillet nel Sudan anglo- egiziano, ma nella difesa delle nostre colonie, la cui pagina più gloriosa sarà scritta a Cherù il 21 gennaio 1941: dopo una prima carica a cavallo e bombe a mano contro le avanguardie del “Gazelle Force”( una formazione anglo-indiana, dotata di carri armati, jeep con mitragliatrici, mezzi blindati e artiglieria), evitato l’accerchiamento grazie alla carica guidata dal vicecomandante, tenente Renato Togni, che cade colpito a soli 26 anni ( Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria), Guillet con una seconda travolgente carica ferma e costringe il nemico a ritirarsi. Sarà “l’ultima grande carica della cavalleria guidata da europei in Africa”  (1) , non però come quella degli inglesi a fine’ 800 a Ondurman contro i dervisci, ma contro truppe regolari di britannici e Sikh ( i reparti speciali indiani). Dopo gli scontri del Cochen, Cheren e Asmara, promosso capitano per meriti di guerra, a una onorevole resa al nemico, soverchiante per uomini e mezzi, Guillet preferisce con suoi ex 100 soldati nell’aprile del 1941 la guerriglia. Per otto mesi guiderà assalti a ponti, a strade di comunicazione, a depositi di munizioni con azioni che sfiancano il nemico, richiedono l’intervento delle Intelligence Service, impensieriscono il gen. Platt, comandante delle forze inglesi in Africa orientale. Colpito da una taglia di 1000 sterline d’oro quale bandito, malato e ferito, lascia liberi gli ultimi 30 uomini sopravvissuti, e dopo innumerevoli traversie ( magistralmente narrate nel volume di Dan Segre, La guerra privata del tenente Guillet) , trova rifugio nel neutrale Yemen, ospite dell’iman Yahiad. Rientrato in Italia il 2 settembre 1943, grazie all’imbarco clandestino su una nave della Croce Rossa Italiana, l’armistizio con gli Anglo-Americani lo coglie a Roma mentre sta progettando di ritornare in Eritrea per mantenere la parola data ai suoi “cavalieri”. Guillet, che non ha alcuna esitazione su quale sia il suo dovere in forza del giuramento prestato nel 1931 “per il bene inseparabile del Re e della Patria”, passato il fronte, è a Brindisi per conferire con Vittorio Emanuele III ( al quale narrerà le sue vicende in Africa) e poi con il principe Umberto di Savoia. Nel ricordo di Guillet – per come riferito al giornalista Minoli in un servizio del 2007 – quell’udienza del Sovrano fu un evento memorabile… Nel 1944, dopo cinque medaglie d’argento al valor militare, una croce di guerra con gladio al valor militare, quattro croci di guerra al merito, gli viene conferita la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia e l’avanzamento al grado di maggiore e sposa finalmente a Napoli Beatrice. Aggregato al Servizio Militare Italiano per le sue alte competenze di “africanista” e “orientalista”, Guillet coadiuva i servizi segreti alleati, ma dopo il 25 aprile 1945 è in Italia settentrionale per recuperare la corona del Negus, sottraendola alla brigata partigiana “Garibaldi”, che l’aveva confiscata al governo di Salò. Il diadema sarà poi restituito ad Hailè Selassiè in segno di riappacificazione. Nel 1946 torna di nuovo in Eritrea per trattare con gli inglesi il rimpatrio dei connazionali, ma l’esito del contestato referendum monarchia-repubblica induce Guillet a rassegnare l’Esercito, nonostante Umberto II nel suo messaggio del 13 giugno 1946 abbia sciolto “dal giuramento di fedeltà del Re… coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso durissime prove”. Deciso a continuare a servire l’Italia, come suggeriva a tutti dal suo esilio il Sovrano, non volendo privare la Nazione dell’apporto dei suoi elementi migliori, Guillet entra in diplomazia dopo avere superato il regolare concorso aborrendo di avvalersi di “scorciatoie” sulla base del suo servizio militare. Nel 1950 è con l’ambasciatore italiano Prunas al Cairo presso la corte di Re Faruk, nel 1954 è incaricato d’affari nello Yemen, accolto con affetto dall’iman Ahmed ibn Yahiad, nel 1962 presenta le sue credenziali di ambasciatore a re Hussein di Giordania, che gli manifesterà in più di un’occasione il suo apprezzamento. Nel 1968 è ambasciatore alla corte del Marocco e durante un ricevimento, coinvolto in un tentativo di colpo di Stato, salva la vita a molti colleghi diplomatici (2) . Mentre il Re del Marocco gli conferisce la Gr. Croce dell’Ordine Alawita, la Germania Federale gli concede la Gr.Croce con stella e fascia dell’Ordine al merito. Conclude la carriera come ambasciatore in India dal 1971 al 1975, particolarmente favorito dal primo ministro Indira Ghandi, che lo considera uno dei pochi diplomatici da consultare. A lui si erano anche rivolte le autorità di  Nuova Delhi per organizzare gli incontri di polo per la visita del Principe di Galles e di Lord Mountbatten. Deposta la feluca, si ritira in Irlanda per potersi dedicare all’equitazione. Persona quanto mai schiva e riservata, Guillet ritorna alla ribalta per i continui omaggi tributatigli dai nemici di un tempo, come il magg. Max Harari, capo dell’Intelligence Service in Eritrea nel 1941, il gen. Platt o gli ufficiali dei vari reggimenti inglesi e indiani contro cui aveva combattuto. Solo dopo che la nuova Repubblica di Eritrea, finalmente liberatasi dall’occupazione etiopica, lo ha ricevuto con tutti gli onori, quella italiana si è ricordata di Amedeo Guillet e nel 2001 gli ha conferito la Gr.Croce dell’Ordine Militare d’Italia nel corso di un’apposita cerimonia al Quirinale.

L’Italia deve essere più che fiera  di Amedeo Guillet, il “Comandante Diavolo”!

Francesco Atanasio 
1) A.Mockeler, Storia delle guerre italiane in Abissinia e in Etiopia, vol.II, pag. 419
2) Mario Mongelli, Amedeo Guillet, Rivista Militare, 2007.
 
DATA: 04.02.2009
   
PIU’ SAVOIA PER LA “GRANDE CUNEO”

di Aldo A. Mola da "La Stampa" di Lunedì 2 Febbraio 2009

Lo stemma della Città di Cuneo    Dall’origine i colori di Cuneo sono il bianco e il rosso delle  città di Asti e di Milano che la tennero a balia e la difesero nei primi decenni di esistenza (1198-1231), contro il marchesato di Saluzzo e altri nemici, come ricorda Piero Camilla in tante sue opere meritorie, sulla traccia di Ferdinando Gabotto e Lorenzo Bertano (1898). Lo scudo a fasce rosse e argento degli Angiò (ramo cadetto), adottato  con la dedizione di Pignans (24 luglio 1259) venne sostituito con la croce in campo rosso, quando il  10 aprile 1382  Cuneo si offrì al duca Amedeo VIII di Savoia, il Conte Rosso.
    Il vicepresidente del consiglio comunale di Cuneo Nello Streri propone ora che lo stemma di Cuneo torni a essere quello, appunto, quello della “dedizione ai Savoia” del 1382, notoriamente più subìta che voluta. Lo stemma attuale, approvato dalla Consulta Araldica, costituisce invece motivo di vanto  e di orgoglio per i cuneesi.  Esso venne conferito con l’ambìto titolo di “città” dal duca Emanuele Filiberto (Bruxelles, 13 gennaio 1559)  non solo per il valore dei suoi abitanti nell’assedio di due anni prima, ma anche per dire che Cuneo non era uno dei tanti domini sabaudi ma faceva parte attiva di un disegno politico universale: il Sacro Romano Impero, la monarchia di Spagna, estesa dalle Americhe alle Filippine, la lotta della Cristianità, tutti riassunti nella parte alta dello stemma vigente. Tale scudo in capo alle fasce rosse e bianche originarie inquarta, con colori, metalli e simboli, le “armi” di pretesa, di origine e di padronanza di Casa Savoia: un riassunto della grande storia di cui Cuneo fu ed è parte.
    Nel 1862 l’insegna della città venne semplificata, ma solo per raffigurarla come uno dei quattro circondari formanti la Provincia di Cuneo, istituita nel 1859 (Alba, Mondovì, Saluzzo e Cuneo, appunto). Adottata per ragioni grafiche, la nuova insegna non abolì affatto l’uso dello stemma in vigore dal 1559, riprodotto dappertutto in pubblico e da privati tra il 1862 e il 1936, quando essa venne formalmente ripristinata con l’aggiunta, nel capo di un minuscolo fascio littorio, come previsto dal regio decreto 12 ottobre 1933, n.1440.
    Si possono aggiungere tre rapide osservazioni. Anzitutto il “fascio” non sostituì affatto i colori  sabaudi e della tradizione civica: a conferma  della transitorietà e breve durata del “regime” (1936-1943). In secondo luogo lo stemma in uso dal 1559, integralmente ripristinato nel 1945, fu e rimane riconoscimento del valore mostrato dalla gente cuneese anche nella lotta di liberazione (1943-1945), che ebbe protagonisti partito d’azione, comunisti ma anche liberali e monarchici, come provato dalla nomina di Guido Verzone, delle Formazioni Autonome, a primo prefetto di Cuneo. Il 18 settembre 1948, presente il presidente della repubblica Luigi Einaudi, monarchico e liberale, il comandante di “Giustizia e Libertà” Dante Livio Bianco ricordò che nel Vecchio Piemonte al duca Vittorio Amedeo II bastava “battere col piede la terra per farne uscire soldati da ogni banda”. Quella era la virtù di Cuneo.  Infine, è più urgente celebrare i 150 anni dei Cacciatori delle Alpi organizzati a Cuneo nel marzo-aprile 1859 da Giuseppe Garibaldi, Generale del Regio Esercito su nomina di Vittorio Emanuele II, che discutere se togliere l’antico simbolo della gloria di Cuneo e sostituirlo colo con la Bianca Croce in campo rosso.
    Anziché raschiare lo stemma storico dal frontespizio degli Statuti, dai Secoli della città di Cuneo di Teofilo Partenio (1710), dal Theatrum Sabaudiae stampato ad Amsterdam nel 1682 e dall’affresco che nel santuario degli Angeli di Cuneo ricorda il Beato Angelo difensore della città nell’assedio del 1744, ove sempre garrisce lo sgargiante stemma ora in discussione, per evidenti ragioni storiche e politiche è meglio riprodurlo, semmai, anche nella modulistica del Comune. Si può dunque concludere: più Savoia per la più grande Cuneo. 
DATA: 02.02.2009
   
ALESSANDRIA: OMAGGIO FLOREALE AL BUSTO DELLA PRINCIPESSA MAFALDA



   A ricordo di tutte le Vittime italiane dei campi di concentramento e di tutte le Donne vittime di violenza, il gruppo di Forza Italia in Consiglio Comunale unitamente all'Unione Monarchica Club Reale di Alessandria deporra', martedì 27 gennaio ore 15 ad Alessandria, un omaggio floreale al monumento di Mafalda di Savoia (nella foto), unica Principessa italiana di Casa Savoia, scomparsa tragicamente a Buchenwald il 28 agosto 1944.
    L'iniziativa è stata promossa da Fabrizio Priano, Capogruppo e proponente dell'intitolazione della piazza nel 2000, inaugurata poi da Francesca Calvo il 27 maggio 2001, ed unico monumento ad una donna in città.Per l'Unione Monarchica, il consigliere comunale Carmine Passalacqua.

DATA: 27.01.2009
   
LE GESTA DEI SOMMERGIBILI ITALIANI SU RAI DUE 
  
Taranto, 17 settembre 1939: il varo del "Smg. LIUZZI" dal sito www.sommergibili.com    Il nuovo ciclo sul canale radiofonico RAI 2 (lunedì-venerdì ore 20.00) denominato “ALLE OTTO DELLA SERA” è dedicato in questi giorni alla rievocazione della battaglia dell’Oceano Atlantico combattuta nella seconda guerra mondiale dai mezzi sottomarini dei Paesi belligeranti. Fra di essi anche i sommergibilisti italiani della Regia Marina: ufficiali ed equipaggi si resero protagonisti di eccezionali imprese navali, che colpirono ripetutamente la Marina Britannica e le flotte alleate, e di altrettanto atti di eccezionale valore per il salvataggio delle vite dei naufraghi dei piroscafi silurati.
    Questi solo alcuni dei loro nomi, aureolati di gloria: Danilo Stiepovich, Carlo Marenco di Moriondo, Carlo Fecia di Cossato, Gianfranco Gazzana Priaroggia, Primo Longobardo, Salvatore Todaro.
    L’U.M.I. plaude all’iniziativa editoriale dell’emittente radiofonica italiana per la coraggiosa scelta e il certo utile servizio reso alla comunità nazionale.
Francesco Atanasio
DATA: 27.01.2009
   
QUANDO IL GOVERNO ARRESTO’ L’ARCIVESCOVO DI TORINO
PIEMONTE LIBERALE - IERI E OGGI

di Aldo A. Mola
editoriale da "Il Giornale del Piemonte" del 18 Gennaio 2009, pag. 1

Il generale Alfonso La Marmora    In Italia, come negli altri Paesi nei quali esiste, la Conferenza Episcopale della chiesa cattolica svolge un ruolo fondamentale. La CEI non si limita a “esprimere i sentimenti dei fedeli”. Sarebbe come dire che un docente “esprime” gli allievi anziché esserne la guida. Orbene, la CEI ascolta, discute ma anzitutto insegna: sulla traccia del magistero ecclesiastico incarnato dal Pontefice e orchestrato dagli organi di governo della Chiesa. Le dichiarazioni della CEI richiamano dunque i capisaldi del Vangelo: la Rivelazione e  duemila travagliatissimi anni di cristianesimo. Non vanno intese come eco di politichetta spicciola, né usate per polemiche da cortile.
    E’ il caso di suoi pronunciamenti sulle condizioni degli immigrati. La CEI fa bene a richiamare tutti alle opere di misericordia spirituale e corporale. Però lo Stato e le amministrazioni pubbliche a loro volta sono tenuti a evitare che il disordine divenga incontrollabile. Non possiamo chiudere le strade per la neve e spalancare le frontiere a chicchessia. Non possiamo pretendere marciapiedi puliti per farne bivacco di chiunque voglia occuparli. Non possiamo esigere rispetto delle leggi da parte dei “cittadini normali” e pretendere che la gente non veda l’illegalità dilagante (malgrado l’impegno delle forze dell’ordine) e si interroghi sulla credibilità delle istituzioni e della cosiddetta classe politica.
E’ il caso, appunto, dell’immigrazione clandestina e dell’ormai scandalosa rinuncia a difendere i diritti dei cittadini dinnanzi alla conquista del territorio da parte di genti che per fede e costumi ignorano lo Stato e non intendono affatto accettarne i principi costitutivi.
    Il Vecchio Piemonte ha la sua tradizione da far valere a questo riguardo. Nell’agosto 1850 il governo del Re arrestò l’arcivescovo di Torino, Luigi Franzoni, Collare dell’Annunziata e quindi “cugino di Vittorio Emanuele II”, lo incarcerò a Fenestrelle e lo espulse dal regno. Ad arrestarlo andò il generale Alfonso La Marmora. Con tutti i riguardi, ma con assoluta fermezza. L’arcivescovo aveva ricattato il ministro Pietro Santa Rosa, morente, chiedendogli  di sconfessare la politica liberale in cambio del viatico. A quel modo lo Stato difese la libertà di coscienza dei cittadini e difese la Chiesa da chi, al suo interno, la trascinava in un conflitto antistorico.  Altrettanto deve valere oggi nei confronti dei nuovi fondamentalisti di un umanitarismo mal inteso: quelli che, in nome di una malintesa tolleranza o di chissà quale fratellanza, impongono di chiudere gli occhi dinnanzi all’islamismo integrale, pericoloso come tutti i fanatismi.
    Dunque, è vero che la CEI non è una sorta di “terza Camera” dello Stato italiano. Ma non lo sono neppure i centri sociali, la miriade di gruppi e gruppetti di sedicenti laici che, come Piergiorgio Odifreddi, si strappano le vesti contro le pretese “ingerenze” della Santa Sede nell’ordinamento italiano ma tacciono sulla pervasività del settarismo: quello islamico e quello degli atei “militanti” (niente affatto “atei”, bensì chierichetti di una tra le tante ideologie).
    Nella babele delle lingue oggi imperversante non dobbiamo dimenticare le amministrazioni locali che finanziano festivalstoria  usi a condannare lo Stato di Israele e una domanda si impone: da che parte stanno gl’istituti di storia della resistenza sorretti dal pubblico danaro? Per i diritti di tutti o, come scrive Ugo Finetti in Togliatti e Amendola : la lotta politica nel PCI (Ares), si schierano per l’elogio della continuità tra partigianato e terrorismo, come ai tempi delle Brigate Rosse? Per la pace o per chi grida “Hamas, Hamas! Gli ebrei nelle camere a gas”? 
DATA: 23.01.2009
   
NOZZE REALI IN GEORGIA

   Il Principe Davit di Bagration Mukhran, Capo della Famiglia Reale georigiana, ha dato l'annuncio delle Sue imminenti nozze con la Principessa Anna, figlia maggiore ed erede del Principe Nugzar Bagration Gruzinsky.
La lieta unione, che verrà celebrata l'8 febbraio 2009 nella cattedrale di Sameba in Tbilisi, è il primo matrimonio reale celebrato in Georgia dai tempi dello Zar.
Il Principe Davit è succeduto lo scorso anno come Capo della Casa Reale di Georgia al padre Giorgi XIII di Bagration, morto improvvisamente il 16 gennaio 2008.
Questo matrimonio unirà due antichi rami della casa Reale Georgiana: i Gruzinsky e i Mukhrani.
Entrambi i principi sono nati nel 1976.
Alla coppia reale i più fervidi auguri dell'Unione Monarchica Italiana.

DATA: 23.01.2009
 
I MONARCHICI E IL PRESIDENZIALISMO

dal sito www.hotelfree.it    Negli ultimi tempi vengo chiamato spesso in ballo sul presidenzialismo: sono sicuramente un estimatore di Berlusconi ma non sono mai stato favorevole, nemmeno in linea teorica, col presidenzialismo e col presidente eletto dal popolo, a dir la verità sono contrario a tutti i tipi di presidenti.
    Per secoli si è detto che il Re, capo dello stato,  doveva lasciare il potere esecutivo nelle mani di un governo rappresentativo: ora che già dal 19° secolo il Re non detiene piu’ costituzionalmente questo potere ecco che un po’ da tutte le parti e anche  da sinistra i repubblicani rispolverano l’uovo di colombo, che in realtà è un’idea vecchia quanto il mondo : si sente il bisogno di « ridare » questo potere al capo dello stato, ma con una differenza rispetto alla monarchia :
* Il capo dello stato è sempre il rappresentante di una parte, spesso di una risicatissima maggioranza, negli Stati Uniti, che sono la massima potenza mondiale il presidente è stato spesso eletto con un 50,01 per cento e nel caso di Bush nel 2000 il candidato alla presidenza vincente aveva addirittura meno del 50% dei voti… piccola riflessione… il capo dello stato della Massima potenza mondiale, con poteri enormi, e si sono visti come li ha usati… eletto con meno del 50%
  I Re non hanno questi problemi : il loro indice di gradimento supera sempre l’80% !
* Il massimo potere dev’essere al di sopra delle parti e dev’essere al di sopra della negoziazione politica : un Re, un capo di stato, non è una figura politica o non solo, egli è il continuatore dell’ identità statale, incarna l’unità dello stato, ne è il massimo magistrato e la massima carica militare, rappresenta il prestigio del paese all’estero.
  Come puo’ un capo di stato essere l’espressione del 50% o poco più ?
  * Naturalmente i repubblicani che non hanno necessariamente questo grande senso della Storia, della continuità, dell’eternità della nazione attraverso un sovrano ereditario che ne eredita la fiaccola dal suo predecessore per trasmetterla al suo successore, possono accettare con disinvoltura l’idea di un presidente del 50% o poco più che dura 5 anni per poi venire sostituito da un avversario che disfa cio’ che lui ha costruito, è nella logica della lotta politica e del mal riposto senso dell’alternanza perchè quest’altenanza « ballerina » non dovrebbe avere sede nella massima carica dello stato
Ma allora come fare per rendere rappresentativi e autorevoli i governi che eleggiamo ?
Bè vi sono Nazioni serie, niente affatto meno democratiche nè meno prospere di noi, che hanno mantenuto le istituzioni nate in epoca monarchica, addirittura nel XVII secolo, si tratta del cancellierato, che non sembra soffrire di  appannamenti e di crisi di rappresentatività nè di democrazia.
    La Germania e l’Austria si avvalgono della carica di cancelliere federale, espressione di maggioranze elette dal popolo ma anche dell’avvallo parlamentare, lasciando al presidente gli incarichi rappresentativi che potrebbero essere quelli di un sovrano costituzionale. Se calcoliamo la media di durata dei cancellieri tedeschi noteremo che in 60 anni di esistenza la Germania ha avuto solo 9 cancellieri, quasi tutte figure prestigiose che hanno garantito una grande stabilità al paese, Adenauer promosse la ricostruzione del paese, il boom e la sua pacificazione, oltre all’ingresso come fondatore nella CEE, Brandt la pacificazione con l’Est e  sotto la cancelleria di Kohl che è durata ben 16 anni, si è assistito alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione delle due Germanie.
    A mio avviso in Italia la forma di cancellierato o premierato, affiancata da una camera e da un senato federale, sarebbe la soluzione più adatta.
Roberto Margheriti
DATA: 19.01.2009
 
LA VERA CAMORRA (4a puntata)
     E’ nel caos periodico politico, sociale ed amministrativo nel quale precipita il Mezzogiorno italiano che la criminalità prospera, accrescendo il proprio potere e la sua “immagine” di alternativa allo Stato di diritto!
Ha scritto qualche mese l’ex ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer dalle colonne dell’Unità: “Gli enti locali nel Centro-nord hanno fatto in questi decenni cose straordinarie per la scuola…nel Sud tutto questo o è episodico o non c’è. Nel Centro-nord la scuola è tema che influenza le scelte dell’elettorato locale, che stimola così gli amministratori. Al Sud o è episodico o non c’è”. Commentando queste parole, l’editorialista del Corsera, Ernesto Galli della Loggia commenta: “…la società meridionale presta scarsa o nulla attenzione alla sua scuola, alla qualità dell’insegnamento, perché evidentemente non le considera cose molto importanti. Le famiglie, più che alla sostanza sembrano guardare all’apparenza dei “bei voti” comunque ottenuti. E quando la verità comincia a venir fuori (come la denuncia sull’impoverimento della qualità scolastica nel Sud sollevata dal ministro Gelmini) allora la reazione generalizzata è quella del perbenismo indignato, del ridicolissimo “ma come!?, noi che abbiamo avuto Croce e Pirandello!”: nella sostanza, cioè, è il fingere di non vedere, di non capire. E’ il silenzio. Un sostanziale silenzio sulle condizioni del proprio sistema scolastico che appare come un aspetto del più generale silenzio del Mezzogiorno. Un Mezzogiorno che ormai da anni ha cessato di parlare di se stesso e dei suoi mali, che da anni ha messo volontariamente in soffitta la “questione meridionale”, che sembra ormai rassegnato a fingere una normalità da cui invece è sempre ormai rassegnato a fingere una normalità da cui invece è sempre più lontano. E così la spazzatura copre Napoli, la scuola del Sud è quella che abbiamo visto, intere regioni sono sotto il dominio della delinquenza, in molti centri l’acqua ancor oggi viene erogata poche ore al giorno, i servizi pubblici (a cominciare dai treni) sono in condizioni pietose, il sistema sanitario è quasi sempre allo stremo e di pessima qualità, ma il Sud resta muto, non ha più una voce che dica di lui. L’opinione pubblica meridionale nel suo complesso latita, è assente. Mai che essa metta sotto l’esame, e poi se del caso sotto accusa, i suoi gruppi dirigenti locali di destra o di sinistra che siano…E’ stata la conferma di un dato da tempo sotto gli occhi di tutti: che proprio la cultura meridionale, ormai, non si sente più tenuta a rappresentare quella coscienza polemicamente ed analiticamente esploratrice della propria società, a svolgere quella funzione critica, che pure dall’unità in avanti avevano costituito un tratto decisivo della sua identità…”; fin qui Galli della Loggia.
Apprendiamo pure dalla stampa che il governatore della Sicilia, Lombardo, ha proposto un ridimensionamento delle prebende dei politici, così come sono state chiuse le sei “ambasciate” della Regione Sicilia aperte nel 2002 durante il mandato del predecessore Cuffaro,   in Francia, Argentina, Stati Uniti e Canada, causa affitti non pagati!, restano ancora in piedi quelle in Tunisia e Bulgaria…Le Camere di Commercio sicule che dovevano contribuire al pagamento delle locazioni sono state le prime a ritirarsi, causa una sciagurata legge regionale che le obbliga   a  pagare stipendi e pensioni ai propri dipendenti! Ci domandiamo se le regioni a statuto speciale servono ancora…
Il Presidente della Repubblica, Napolitano, nella sua ultima visita a Napoli, ha dichiarato,  in riferimento alla malapolitica meridionale: “Si è andata impoverendo sul piano della cultura e della morale ed è diventato difficile perfino parlarne”. Il professor Francesco Barbagallo, docente di Storia contemporanea alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Federico II di Napoli, ha dichiarato: “Penso ai miei nipotini di tre e cinque anni. Qui da noi non hanno speranze. A meno che non decidono di entrare nei clan camorristici o politici…La situazione è gravissima e coinvolge maggioranza ed opposizione. E’ il degrado totale. Siamo di fronte ad una vera e propria tragedia etico-politica. E le origini risalgono ad alcuni decenni fa. Trent’anni fa Napoli era già allo stremo al termpo del terremoto…Tutta colpa dei partiti che sono centri di gestione e di interesse spesso illeciti. Come dimostrano le inchieste tutti i partiti puntano soprattutto alla gestione di affari illeciti. In passato solo alcuni partecipavano al banchetto. Ora non si salva nessuno perché si è capito che per se partecipano tutti è meglio…Rimane solo la magistratura a svolgere un ruolo di supplenza che non può però sostituire la politica…La morale è stata completamente distrutta. Non c’è più etica e non c’è più politica. In Campania la politica non governa più. Domina la camorra.”
“Una città simbolo di una bellezza e di un’armonia uniche al mondo eppure invivibile”, ecco le ultime parole del Cardinale Sepe Arcivescovo di Napoli. Le immagine di Napoli invasa dai rifiuti e la sciagurata trasferta dei tifosi napoletani ad inizio campionato che mettevano a “ferro e fuoco” stazioni e città della Penisola hanno fatto il giro del mondo causando danni gravissimi all’immagine della città partenopea e non solo.
Che dire poi della pantomina a Palazzo San Giacomo, sede della civica amministrazione, o a Palazzo Santa Lucia sede del governatorato campano?, con quell’ottusa e scaltra volontà di restare “aggrappati” alla poltrona col silenzio assenso di tutti? “Dopo la vergogna, ecco l’agonia. Che sarà lunga.”, afferma nel suo ultimo libro, “ I giorni della vergogna”,  il giornalista del Corsera Marco Imarisio.
E l’ultima inchiesta?, quella per intenderci della “Global Service”, società che doveva gestire la viabilità napoletana e tante altre cose ancora con risvolti inquietanti tra affari e politica di ogni colore e collocazione: consiglieri, assessori, deputati, corrotti e furbescamente interessati più ai propri interessi che alla cosa pubblica.
Ci vorrebbe un nuovo Risorgimento, di uomini e di idee. L’annuale classica sulla qualità della vita del quotidiano “Il Sole 24 Ore”,  vede ancora una volta i capoluoghi campani agli ultimi posti.
Concludiamo questa ennesima cronaca dalla “Campania Felix”, con le parole dell’attore napoletano Carlo Giuffrè, 80 anni, dei quali 60 vissuti sui teatri di tutta la Penisola, già allievo del grande Eduardo: “Napoli?, non la riconosco più…A proposito del libro Gomorra di Saviano, non l’ho apprezzato del tutto. Dice cose giuste, ma che tutti sanno. L’arte deve andare oltre; farti vedere cosa c’è all’orizzonte. Come la “nuttata” di Eduardo: se sei artista, sai che finirà. Gomorra è un documentario, ma non è poesia.”
AUGURI REALI A TUTTI GLI AMICI DELL'U.M.I.
Il Direttore Giuseppe Polito
Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara - CE 
DATA: 19.01.2008

FRATELLI D’ITALIA (2)
Bello, buono, intelligente, educato, con un albero genealogico da far “impallidire” qualsiasi altro Principe, questo ed altro ancora è S.A.R.e I. Amedeo Maria Giuseppe Carlo Pietro Filippo Paola Marco d’Aviano, nato  21 febbraio 1986 nella clinica universitaria di St.Luc, Woluwe Saint-Lambert presso Bruxelles,  Arciduca ereditario d’Austria-Este,  Principe Reale di Ungheria e Boemia, in virtù del Decreto Reale del 2 dicembre 1991 elevato anche  al rango di Principe del Belgio. Figlio  primogenito di Lorenzo d’Absburgo-Lorena-Este duca di Modena e di SAR Astrid Principessa Reale dei Belgi. Il 22enne Amedeo ha un’altra particolarità genetica: nelle sue vene “scorre” molto sangue italiano, caratteristica che lo fa amare in particolare dai cittadini belgi di origine italiana. La madre Astrid è figlia dell’attuale sovrano belga, Alberto II v.Saxe-Coburg u.Gotha e della Regina Paola Ruffo di Calabria, il padre Lorenz, appartenente al grande casato d’Absburgo-Lorena è “duca di Modena” in qualità di erede della “tertur-genitur” d’Austria-Este, figlio a sua volta dello scomparso Arciduca Roberto (m.1996) e della Principessa Margherita di Savoia (n.1930). Quindi sia la nonna materna che quella paterna sono italiane a tutti gli effetti!, la Regina Paola è figlia del Principe Fulco (1884-1946), 18° conte di Sinopoli e 6° duca di Guardialombarda asso e medaglia d’oro dell’aviazione italiana durante la Prima Guerra Mondiale, amico e successore a capo della famosa “91a Squadriglia ” di Francesco Baracca e della contessa Luisa Gazelli di Rossana e Sebastiano (1896-1989).  La nonna paterna, Margherita,  è figlia di Amedeo II di Savoia 3° duca d’Aosta e Vicerè d’Etiopia ( 1898-1942) e della Principessa Anne d’Orléans (1906-86).
Il giovane Amedeo ha studiato con profitto presso il “Sint Jan Barchmans College” nella capitale belga, proseguendo gli studi superiori in Gran Bretagna al “Sevenoaks College” nel Kent tra il 2001 ed il 2004, ritornato in Belgio ha frequentato l’Accademia Militare fino al 2005 per poi iscriversi alla prestigiosa “London Scholl of Economics” terminando gli studi nel giugno di quest’anno; negli ultimi mesi ha soggiornato in Spagna per alcune esperienze professionali. Grande sportivo, Amedeo è appassionato di rugby ed ha partecipato alla maratona di New York 2008.
Affezionato alla famiglia ed in particolar modo ai fratelli più piccoli: Joachim, Maria-Laura, Luisa Maria e Laetitia Maria, il Principe Amedeo può altresì vantare la sua discendenza da  Ferdinando I di Borbone re delle Due Sicilie, da Vittorio Emanuele I di Savoia re di Sardegna, da Roberto I duca di Parma, da Vittorio Emanuele II di Savoia re d’Italia, da San Carlo I d’Absburgo-Lorena Imperatore d’Austria e Re Apostolico d’Ungheria, da re Luigi XV di Francia, da re Luigi Filippo I d’Orléans, dai sovrani di Svezia, Danimarca, Baviera, Portogallo, Francia, ecc.ecc.
Grazie ai Ruffo di Calabria egli discende dai maggiori casati meridionali italiani, mentre grazie alla bisnonna materna, la contessa Luisa Gazelli di Rossano e San Sebastiano, Amedeo può vantare l’apparentamento con le maggiori famiglie aristocratiche piemontesi! Suoi celebri Avi, tra gli altri, in quanto l’elenco sarebbe troppo lungo: Gilbert Motier  marchese de La Fayette (1757-1834) famoso eroe dell’Indipendenza americana, e Hernan Cortés (1485-1547) marchese de Valle de Oaxaca il “conquistadores” del Messico!
Auguriamo al giovane Amedeo una vita felice e ricca di traguardi, in quanto un “discendente della storia d’Italia” ed in particolar modo di Casa Savoia possa custodire quei valori tanto cari ai suoi illustri precedessori!
Viva il Re! Viva l’Italia!
Il Direttore Giuseppe Polito
Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara - CE 
DATA: 19.01.2008

OMAGGIO ALLA REGINA ELENA NEL CENTENARIO DEL TERREMOTO DI REGGIO E MESSINA

Carmine Passalacqua    Messina, Largo Seggiola - Il 28 Dicembre 2008, in occasione del centenario del terremoto che devastò Reggio e Messina, il vicesegretario nazionale U.M.I. Carmine Passalacqua, in rappresentanza del Sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio, accompagnato dallo storico Tony Frisina, autore di un libro sui tragici eventi del 1908, ha reso omaggio al monumento dedicato alla Regina Elena.
    Al monumento è stata deposto un omaggio floreale recante la scritta "Alla Regina della Carità, nel centenario del terremoto. L'Unione Monarchica Italiana".
    Ai piedi del monumento è posta una lapide in cui viene ricordato che lo stesso è stato inaugurato del 1960 da S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia.
    Il monumento è stato realizzato grazie ad una raccolta fondi organizzata dal giornale "La settimana incom" ed ha visto la generosissima partecipazione degli italiani che non hanno voluto dimenticare i tragici avvenimenti.
DATA: 01.01.2009

INAUGURAZIONE SEDE NASTRO AZZURRO LENTINI
S. MESSA IN MEMORIA DI VITTORIO EMANUELE III e di ELENA DI SAVOIA
      
I labari fuori dalla sede    Domenica 21 dicembre la città di Lentini si è colorata di “azzurro”.
Nel pomeriggio ha avuto luogo la cerimonia ufficiale di inaugurazione della sede della Sezione dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Decorati al V.M., svoltasi alla presenza del Sindaco, Alfio Mangiameli, intervenuto con la fascia tricolore, delle rappresentanze delle FF.AA. e delle FF.OO., dei decorati al V.M., dei loro congiunti, dei dirigenti provinciali e di un folto gruppo di Soci simpatizzanti, di Guardie d’Onore e Soci Umi. La prestigiosa sede, posta in via Regina Margherita n.59, adiacente alla piazza principale del comune, dedicata a Re Umberto I, consta di numerosi e  ampi locali, ove Il Ritratto di Vittorio Emanuele III in sedeun’aerea è dedicata espressamente a Casa Savoia. Per la disponibilità del Presidente della Sezione, Ivan Grancagnolo, la sede ospiterà in futuro anche le iniziative dell’U.M.I. e della delegazione dell’Istituto per la Guardia d’Onore RR.TT.Pantheon.
    Successivamente le Associazioni d’Arma intervenute hanno raggiunto l’antica chiesa della SS.Trinità, dove è stata celebrata una solenne Santa Messa in memoria dei sovrani Vittorio Emanuele III e Elena di Savoia e dei Caduti Italiani nella Grande Guerra.
    Al termine dell’impegnativa giornata è avvenuto lo scambio degli auguri, cui ha partecipato via telefonica il Segretario Nazionale Sergio Boschiero.

Le foto ritraenti Re Umberto II nella sede

La folla durante l'inaugurazione

Al termine della funzione religiosa
DATA: 01.01.2009

APPELLO DELLA CUSTODIA DI TERRA SANTA

        La Custodia di Terra Santa ha diramato un pressante invito a sostenere le opere di assistenza in Palestina. L’azione dei Frati Francescani è il solo sostegno disinteressato e generoso non solo per i Cristiani di Palestina, ma per quanti versano in condizioni di bisogno. Casa Savoia può con orgoglio vantare fra i suoi titoli quello di Re di Gerusalemme fin dal XV secolo e proprio quest’anno è ricorso l’80° anniversario della visita nella Città Santa di Umberto di Savoia, che seguiva le visite nel 1887 di Vittorio Emanuele, Principe di Napoli, e nel 1869 di Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta.
E’ pertanto nelle nobili tradizioni della Dinastia Sabauda la vicinanza spirituale a quelle terre così martoriate, ma uniche per la storia del Cristianesimo.
DATA: 01.01.2009
   

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