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ARCHIVIO NEWS 2010

    
MESSAGGIO DI S.A.R IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA PER IL NUOVO ANNO

S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia    Italiani,
            nel 150° Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, auspico la riscoperta della nostra millenaria tradizione, per ritrovare - tutti assieme - quell’armonia e quel sentimento fondamentali per una completa riconciliazione nazionale, come condizione primaria per affrontare il presente e le sfide del futuro.
    L’Italia ha le capacità per crescere e migliorare. Tutti noi dobbiamo, per questo motivo, operare al meglio, ognuno per quanto gli compete, per il raggiungimento del bene comune.
    Nella nostra Storia, nel nostro passato abbiamo grandi esempi di uomini e donne che, con il loro impegno, hanno dato lustro all’Italia ed hanno dato speranza alle nuove generazioni, incitandole a non arrendersi mai dinanzi alle difficoltà della vita, dinanzi ai soprusi, alle ingiustizie.
    Il mio augurio raggiunga tutti voi per il Santo Natale e sia di auspicio fecondo per un felice 2011.
Amedeo di Savoia Aosta
DATA: 31.12.2010
   
CONFERENZA DEL CLUB REALE “SAVOIA” DI CORATO SUL 150° DELL'UNITA'

Corato: Il tavolo degli oratori    18 dicembre 2010 - il Club Reale “Savoia” di Corato (BA) ha organizzato, presso la sede di via Poerio, una conferenza sul tema: l'Italia di oggi alla vigilia del 150° anniversario della sua unità.
    L'incontro, aperto da Oronzo Cassa, coordinatore del Club Reale e organizzatore dell'evento, ha visto come moderatore il giornalista Franco Tempesta e come ospiti il Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero, il Presidente nazionale U.M.I. a.i. Alessandro Sacchi e il Presidente regionale Giuseppe Interesse. In rappresentanza del Sindaco di Corato è giunto l'Assessore alla cultura. Cassa ha aperto i lavori della giornata con l'auspicio di rivedere presto alle nostre manifestazioni il Presidente nazionale U.M.I. Gian Nicola Amoretti, attualmente afflitto da problemi di salute. Ha poi sottolineato l'importanza dell'attività culturale svolta dal Club nell'ambito dei centocinquant'anni della proclamazione del Regno e ha ribadito il proprioCorato - I soci del Club Reale Savoia impegno nel perseverare in tale direzione.
    Dopo il saluto di Giuseppe Interesse, Franco Tempesta ha introdotto l'oratore ufficiale della conferenza, Sergio Boschiero, chiedendogli quale sia l'attualità della Monarchia. Dopo aver fatto una panoramica su cosa voglia dire essere monarchici oggi, il Segretario nazionale dell'U.M.I. ha approfondito le relazioni che intercorrono fra l'attuale situazione politico-culturale e la storia risorgimentale, manifestando il proprio disagio per gli attacchi che quotidianamente deve subire il periodo che ha portato all'unità del Paese.
    Alessandro Sacchi, da napoletano, ha fatto un'attenta analisi di quello che era il Regno delle Due Sicilie e di cosa abbia comportato per esso l'unità d'Italia. Sacchi ha pure ribadito, con esempi lampanti, come l'Istituzione monarchica sia un punto di riferimento che gioverebbe anche al nostro paese.
Oronzo Cassa e la torta monarchica    L'Assessore alla Cultura, Giuseppe D'Intruno compiacendosi per le attività del Club, ha annunciato i programmi del Comune di Corato per le celebrazioni del 150°, auspicando una fattiva collaborazione con i monarchici coratini.
    Sono stati letti poi i messaggi augurali giunti da S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal Presidente delle Guardie d'Onore Ugo d'Atri.
Fra i tanti amici presenti ricordiamo l'Ispettore nazionale U.M.I. Domenico Fata, Antonio Galli, coordinatore dell'U.M.I. di Cerignola, Giuseppe Barione, coordinatore dell'U.M.I. di Terlizzi, Davide Colombo dell'U.M.I. di Varese e il Prof. Giuseppe Vangi.
    Al termine dell'evento i soci del Club si sono ritrovati per un piacevole incontro conviviale al quale è giunto l'europarlamentare Sergio Silvestris che ha voluto salutare Sergio Boschiero e Alessandro Sacchi. Il Conte Spagnoletti Zeuli, quale segno di attaccamento alla Causa per l'occasione ha offerto all'U.M.I. il pregiato vino della propria azienda agricola.
DATA: 19.12.2010
 
IL CALENDARIO REALE A RADIO-RADIO

Sergio Boschiero a Radio Radio con Francesco Vergovich e Valeria Colangelo    Il 16 dicembre 2010, in diretta su Radio-Radio, il Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero ha presentato il Calendario Reale 2011 durante la popolare trasmissione condotta da Francesco Vergovich e Valeria Colangelo “Un giorno speciale”.  E' stata un'occasione per discutere di Risorgimento, revisionismo storico e Italia. Durante la trasmissione è intervenuto anche il giornalista Aldo Cazzullo, illustre penna del Corriere della Sera e autore del libro “Viva l'Italia!”. Si è discusso di come oggi, a 150 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, il Risorgimento sia  costantemente denigrato da minoranze privo di senso dello Stato.
Riproponiamo in formato Mp3 la prima parte della trasmissione.

Ascolta la trasmissione
20:13'' - 8,10 Mb


DATA: 18.12.2010
   
LA BATTAGLIA DI "STORIA IN RETE" CONTRO GLI STORICI ANTI-ITALIANI

Storia in Rete    Il mensile "Storia in Rete", diretto da Fabio Andriola, ha lanciato dal proprio sito un appello per contestare uno storico inglese, docente all'Università di Glasgow, il quale ha appena pubblicato un libro in cui accusa gli italiani nella Seconda guerra mondiale di essere degli stupratori abituali. Il tutto, ovviamente, senza produrre alcuna prova documentale o testimoniale riguardante le sue affermazioni. Potete trovare tutte le informazioni sul sito di Storia in Rete.
    Storia in Rete invita a scrivere una mail di protesta al suddetto professore, fornendo l'indirizzo e-mail e una traccia del testo in inglese.
Plaudiamo all'iniziativa ed invitiamo i nostri navigatori ad aderirvi.
    Basta con questi "storici" che hanno l'abitudine di ridicolizzare ed accusare il nostro Paese!
DATA: 17.12.2010
  
SVEGLIA, PIEMONTE!

di Aldo Cazzullo - da "Sette", inserto del Corriere della Sera, del 16 dicembre 2010, pag.17

Cavour     In un anno, i piemontesi hanno sentito denigrare il loro contributo alla storia e all'esistenza stessa dell'Italia. Reagiscano
    Il Risorgimento? Meglio i briganti. La Resistenza? Meglio Salò. L'Avvocato? Un playboy evasore fiscale. La Fiat? Un'azienda assistita. In un anno, i piemontesi hanno sentito denigrare e talora insultare il loro contributo alla storia, alla ricchezza, all'esistenza stessa dell'Italia. Il simbolo della Fiat, Giovanni Agnelli, è stato oggetto di un attacco postumo, la sua memoria è stata violata sia sul piano dell'azione pubblica che dell'immagine personale. Il Risorgimento, Cavour, re Vittorio Emanuele e le armate sabaude sono stati vilipesi da libri, film, trasmissioni tv applauditi da milioni di italiani. Una demolizione cui si affianca quella di un altro periodo drammatico di cui i piemontesi sono stati protagonisti: la Resistenza al nazifascismo. Quel che è peggio, i piemontesi non sembrano essersi accorti di nulla. Gli attacchi non hanno avuto né una risposta forte, corale, né sono stati rintuzzati dalle voci istituzionali, dai leader politici, dagli intellettuali, dai giornali. Si è lasciato che la storia della Fiat venisse riletta come una lista di regalie dello Stato, che le memorie degli eserciti risorgimentali fossero infangate, che i patrioti morti per dare agli italiani una patria venissero insultati e addirittura paragonati a un esercito che mise l'Italia intera e il Piemonte in par ticolare a ferro e a fuoco: i nazisti. Non si è ricordato che a San Martino il Piemonte perse 1.500 uomini in un giorno, come se l'esercito italiano ne perdesse oggi 50 mila; e che mandò 14 mila bersaglieri in Crimea, come se oggi spedissimo mezzo milione di soldati dall'altra parte del mondo. Il Piemonte ha fatto l'Italia. Due volte. A San Martino e a Mirafiori. Con i soldati e con gli operai. Nel Risorgimento e nell'industria. Grazie a una famiglia reale e al genio di Cavour. E grazie a un'altra famiglia, gli Agnelli, che fondò l'unica grande azienda privata italiana, dando lavoro a centinaia di migliaia di persone. I piemontesi non sono mai stati simpatici al resto d'Italia, che spesso li ha considerati pedanti con la pretesa di avere qualcosa da insegnare. È anche vero, però, che se si fossero ascoltati di più liberali di destra come Cavour e Luigi Einaudi o di sinistra come Gobetti e Bobbio, oggi l'Italia sarebbe migliore. Ps. Aspetto i piemontesi - e non - che sono d'accordo con me il 23 dicembre al teatro Carignano, alle 18. Parleremo anche di questo.
DATA: 17.12.2010
   
1861. I PITTORI DEL RISORGIMENTO

    Un eccezionale successo di pubblico sta premiando la mostra 1861. I PITTORI DEL RISORGIMENTO,  allestita alle Scuderie Papali del Quirinale e in programma fino al 16 gennaio 2011. Nei suggestivi spazi dello storico edificio che fronteggia il palazzo del Quirinale vengono proposti i lavori di Induno, Hayez, Pagliano, Sciuti, Appiani jr., Joli, Vela, che immortalarono alcuni momenti epocali del nostro Risorgimento: essi seppero cogliere la passione e l’entusiasmo dei protagonisti di quegli anni in uno stile che, per niente accademico, riesce a trasmettere sensazioni e riflessioni grazie a sollecitazioni culturali poi esplose nella seconda metà dell’Ottocento. Nell’ambito della mostra si sta inoltre provvedendo, grazie al contributo della “Fondazione Roma”, al restauro con un cantiere aperto della grande tela di Sifoni dedicata a Vittorio Emanuele II , custodita in Campidoglio.
F.A.
DATA: 17.12.2010

ALESSANDRIA: S. MESSA DELLA FEDERAZIONE DEI MAESTRI DEL LAVORO

ALESSANDRIA: S. MESSA DELLA FEDERAZIONE DEI MAESTRI DEL LAVORO    Sabato 11 dicembre nella chiesa parrocchiale di San Pio V in Alessandria, si è celebrata l'annuale S. Messa in ricordo degli Amici scomparsi nel corso dell'ultimo anno, ed in occasione del Santo Natale per la Federazione dei Maestri del Lavoro di Alessandria , associazione che conta diversi iscritti in tutto il territorio provinciale, fondata nel 1923 dal Sovrano per premiare chi nel lavoro ha potuto realizzare le sue aspirazioni migliori, e concluso la vita lavorativa con un ottimo curriculum da parte del titolare.
    Console della Federazione alessandrina è il dott. Giuseppe Ombrato, coadiuvato dalla Signora Michelangela Zonca, organizzatrice della cerimonia religiosa, celebrata dal carissimo don Angelo Spinolo, il quale ha ringraziato i presenti con l'omaggio del Suo libro di memorie di viaggi. Presente per il Comune il Consigliere Passalacqua.
    Successivamente all'hotel Buoi Rossi seguiva la premiazione dei nuovi Maestri e di quanti hanno meritato diplomi di benemerenza consegnati dal Prefetto Castaldo, dal Sindaco Fabbio e da altre Autorità presenti.
DATA: 17.12.2010

ALL’ASTA LO SPARTITO DELLA LEGGENDA DEL PIAVE

    La notizia è stata velocemente “rottamata”, segno del periodo di confusione e caos che l’Italia repubblicana sta vivendo. Lo spartito autografo su pergamena con firma in calce dell’autore de “LA LEGGENDA DEL PIAVE” , meglio conosciuta come “La canzone del Piave”, è stato venduto all’asta ai primi di dicembre a un collezionista privato per la risibile somma di euro 1.500,00. Lo spartito riporta appunto la firma di Ermete Giovanni Gaeta, famoso con lo pseudonimo di A.E.MARIO ( un patriota caduto nelle guerre risorgimentali), di professione telegrafista, nata Napoli nel 1884 e morto nel 1961. Generosamente Gaeta rinunciò ai diritti di autore. Il manoscritto era dedicato “a Pietro Mandarizzi” e datato “Napoli 23 marzo 1936”. Il testo composto sull’onda emotiva che scosse l’Italia, impegnata nel conflitto titanico contro l’Austria Ungheria, dopo la ritirata di Caporetto, rianimò gli animi dei combattenti preparando alla riscossa del giugno 1918 con la “battaglia del Solstizio” e del novembre 1918 con la battaglia di Vittorio Veneto. Sia il Re Vittorio Emanuele III che il Gen. Armando Diaz si complimentarono con l’autore, che sembra fosse stato di sentimenti “repubblicani”. Le note suggestive e trascinanti del “Piave” divennero subito care a tutti gli Italiani e in particolar modo alla Regina Madre Margherita di Savoia, alle cui solenni esequie furono eseguite dalle numerose fanfare intervenute.
 Ancor oggi segna nelle cerimonie delle Forze Armate il momento in cui vengono resi gli onori ai Caduti.                                                                                                                                 F.A.
DATA: 14.12.2010
         
GOD SAVE THE ROYAL MARRIAGE

foto www.royal.gov.uk    Lui è Sua Altezza Reale William Arthur Philip Louis of Wales, nato il 21 giugno 1982 a Londra, figlio primogenito di Carlo Windsor-Mountbatten Principe di Galles e di Lady Diana Spencer, nipote prediletto dell’attuale sovrana del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, Elisabetta II, nonché “Supreme Governor” della Chiesa d’Inghilterra, Capo del Commonwealth, ecc.ecc., che un giorno, forse prima del previsto, siederà sul trono di Edoardo “il Confessore”.
    Lei è Catherine Elizabeth Middleton nata nel Berkshire il 9 gennaio 1982, figlia del pilota d’aerei Michael Francis e di Carol Elizabeth Goldsmith già hostess di volo. I due giovani si conobbero nel 2001 frequentando i corsi universitari alla St.Andrews University e dopo una lunga ed affettuosa amicizia, hanno annunciato in queste ore il loro fidanzamento ufficiale che prelude alle nozze tra la primavera e l’estate del 2011.
    Sarà ancora una volta una matrimonio “fiabesco” sulla falsa riga di quello che nel 1981 unì i genitori di William, nella speranza che sia più felice per la coppia e per il Paese ove oltre il 70% dei cittadini si è espresso a favore dell’istituzione monarchica.
    L’ufficializzazione era attesa dopo che la regina Elisabetta II, capo della famiglia, aveva invitato i genitori di Kate nel castello reale di Balmoral in Scozia alcune settimane orsono.
In un’epoca nella quale le unioni matrimoniali tra Principi Reali sono rarissime, (l’ultimo grande matrimonio dinastico fu quello tra Aimone di Savoia ed Olga di Grecia e Danimarca),  in quanto gli eredi di tutte le monarchie ancora regnanti in Europa hanno sposato persone “borghesi”, gli studiosi di araldica britannici, tra i primi al mondo insieme ai colleghi francesi, l’Inghilterra è la Patria del famoso “Burke’s Peerage” (la “bibbia” della nobiltà internazionale), si sono affrettati a ricordare che la futura regina nonostante  sia una “commoner”, cioè  senza una goccia di “sangue blu”, in una Nazione ove il 95% degli abitanti discende da re Edoardo III Plantageneto, può annoverare antenati reali, grazie all’ava Eleanor Plantagenet (1318-72), figlia a sua volta di Henry 3° conte di Lancaster e pronipote quindi di re Enrico III. I futuri sposi sono cugini inoltre di 12° grado grazie ad un altro avo comune: sir Thomas Leighton. William e Kate possono vantare un’altra parentela illustre, quella con la famiglia di Anna Bolena secondo moglie di Enrico VIII.
Catherine Elizabeth possiede nelle sue vene il 95% di sangue inglese ed il 5% di sangue scozzese La monarchia britannica ha sempre ammesso le donne alla successione, preferendo che le proprie principesse, nei secoli scorsi, sposassero nobili locali  per evitare che il trono potesse andare ad uno “straniero”. 
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 13.12.2010
   
GRANDE SUCCESSO PER L'ULTIMO LIBRO DI ALDO CAZZULLO:
“VIVA L'ITALIA!”

Aldo Cazzullo - Viva l'Italia!     Segnaliamo il più recente lavoro del giornalista Aldo Cazzullo perché, nella presente crisi della nostra unità ed identità nazionale, “VIVA L' ITALIA!” merita un caloroso elogio per il suo alto patriottismo, per la sua obiettività, per avere tracciato una quasi inedita correlazione fra il Risorgimento e la Resistenza civile e militare, come quella lealista del generale Perotti e di innumerevoli patrioti.
    Cazzullo, una delle migliori penne del Corriere della Sera, è nato ad Alba, la città del partigiano azzurro Beppe Fenoglio.
    Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 la capitale delle Langhe dette questi risultati: Monarchia voti 6.709, Repubblica voti 3.334; merito anche di Beppe Fenoglio?
    VIVA L'ITALIA!              Sergio Boschiero

    Dalla seconda di copertina: «Chissà cosa direbbe dell’Italia di oggi Garibaldi, che conquistò un regno ma con sé a Caprera non portò i quadri di Caravaggio e l’oro dei Borboni, bensì un sacco di fave e uno catolone di merluzzo secco. Cosa direbbero i volontari della Grande Guerra, che scrivevano alle madri: «Forse tu non potrai capire come non essendo io costretto sia andato a morire sui campi di battaglia, ma credilo mi riesce le mille volte più dolce il morire in faccia al mio paese natale, per la mia Patria.
Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio. Se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra, davanti al nostro Carso selvaggio». Cosa direbbe il generale Perotti, capo del Cln piemontese,condannato a morte dal tribunale di Salò, che ai suoi uomini ansiosi di discolparlo e addossarsi ogni responsabilità grida: «Signori ufficiali,in piedi: viva l’Italia!»?
«Viva l’Italia!» oggi è un grido scherzoso. Ma per molti italiani del Risorgimento e della Resistenza furono le ultime parole. La Resistenza non è di moda. È considerata una «cosa di sinistra». Si dimentica il sangue dei sacerdoti come don Ferrante Bagiardi, che volle morire con i parrocchiani dicendo «vi accompagno io davanti al Signore», e dei militari comeil colonnello Montezemolo, cui i nazifascisti cavarono i denti e le unghie, non i nomi dei compagni. Si dimentica che i partigiani non furono tutti sanguinari vendicatori ma anzi vennero braccati, torturati, impiccati ed esposti per terrorizzare i civili; e che i «vinti», i«ragazzi di Salò», per venti mesi ebbero il coltello dalla parte del manico, e lo usarono.
Neppure il Risorgimento è di moda. Lo si considera una «cosa da liberali». Si dimentica che nel 1848 insorse l’Italia intera. Oggi è l’ora della Lega e dei neoborbonici. L’Italia la si vorrebbe divisa o ridotta a Belpaese: non una nazione, ma un posto in cui non si vive poi così male. Invece l’Italia è una cosa seria.
È molto più antica di 150 anni; è nata nei versi di Dante e Petrarca, nella pittura di Piero della Francesca e di Tiziano. Ed è diventata una nazione grazie a eroi spesso dimenticati. Aldo Cazzullo ne racconta la storia. Respinge l’idea leghista e la retorica del Belpaese.
Prefigura la nascita di un «partito della nazione». E avanza un’ipotesi: che in fondo gli italiani siano intimamente legati all’Italia più di quanto loro stessi pensino.»
VIVA L'ITALIA
Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione
di Aldo Cazzullo
prefazione di Francesco De Gregori
MONDADORI, 2010 - Collana Frecce - Pagine 160 - Euro 18,50
Codice EAN 9788804603283

    dal Capitolo II - Il Risorgimento (pag. 19)
Vittorio Emanuele II    "Io parto domattina per la campagna con l'Esercito. Procurerò di sbarrare la via di Torino, se non ci riesco e il nemico avanza, ponete al sicuro la mia famiglia e ascoltate bene questo. Vi sono al Museo delle armi quattro bandiere austriache prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno: valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo; il resto non conta."
Il Re arci-italiano
    Non era scontato ma neppure sorprendente che un arci-italiano come Re Vittorio Emanuele scrivesse così a Costantino Nigra, alla vigilia della seconda guerra d'indipendenza. Come ogni autentico italiano, il Re poteva essere simpaticamente cialtrone, ma nei momenti drammatici dava il meglio di sè. E quel momento era drammatico davvero: la vigilia del conflitto che avrebbe deciso la sorte del Paese e della Dinastia [...].
DATA: 08.12.2010
  
RE JUAN CARLOS: ANCHE DAI RAPPORTI SEGRETI DI WIKILEAKS SI EVINCE LA SUPERIORITA' DELLA CORONA

Re Juan Carlos     Dal Corriere della Sera di martedì 7 dicembre 2010, pag. 11:
“L’ambasciatore americano Aguirre invia all’amministrazione Obama un rapporto: «Il re Juan Carlos è ben disposto verso gli Usa, ma egli agirà secondo quello che ritiene sia il miglior interesse della Spagna. Dove gli interessi di Spagna e Usa coincidono, lui sarà un formidabile alleato».
    Da queste brevi righe si evince uno dei caratteri fondamentali dell'Istituzione Monarchica: il Sovrano non deve perseguire gli interessi di nessuna lobby o partito, solo quelli del proprio Paese! Anche gli americani lo riconoscono...
DATA: 08.12.2010
 
MILANO: I PRINCIPI AMEDEO E SILVIA ALLA PRESENTAZIONE DELLA BIOGRAFIA DEL DUCA DEGLI ABRUZZI

S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia con l'autore Pablo Dell'Osa        Milano, 1 dicembre 2010 – Si è tenuta presso la libreria Mursia di via Galvani la prima presentazione del libro di Pablo Dell’Osa "Il Principe Esploratore - Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi" (Mursia, 2010).
Ospiti d’eccezione le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia.
Il Capo di Casa Savoia e il giovane Autore hanno ricordato alcuni aneddoti riguardanti il Duca degli Abruzzi, soffermandosi sul suo innato amore per l’avventura e sulle sue indiscusse doti umane. Hanno così ripercorso alcuni avvenimenti fondamentali dell’affascinante vita del Principe Sabaudo, morto in Somalia nel 1933.
S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia
Il Principe Amedeo, lodando il lavoro svolto da Dell’Osa, ha ammesso alla platea di avere scoperto alcune cose riguardanti il suo antenato proprio dalla lettura del libro. E’ stata l’occasione per ribadire quanto sia stata importante la figura del Principe Luigi Amedeo, vero personaggio “mitico” dei suoi tempi, tanto che alcuni giornali americani riportavano come notizia anche i suoi semplici spostamenti all’interno del Regno d’Italia.
Al termine della presentazione i Principi e l’Autore si sono amabilmente intrattenuti con i presenti per un rinfresco in cui si è continuato a discutere del fascinoso personaggio protagonista del libro di Dell’Osa.
Il Segretario nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero durante il suo intervento    All’incontro erano presenti il Prof. Camillo Albanese, già autore di una biografia di S.A.R. la Principessa Elena di Savoia, Duchessa d’Aosta, il giornalista Vittorio Giovanni Cardinali dell'Associazione Immagini per il Piemonte, il Segretario Nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero e i dirigenti U.M.I. Giuseppe Marinelli Fachile di Milano, Edoardo Pezzoni Mauri di Torino, Carmine Passalacqua di Alessandria, Alessandro Pezzana di Novara e Davide Colombo di Varese.
    Riproponiamo il video dell’intervento di  S.A.R. il Principe Amedeo a conclusione della presentazione.


DATA: 02.12.2010
 
GIUSEPPE MARINELLI FACHILE: UNO SCRITTORE PRESIDENTE U.M.I. PER LA LOMBARDIA

Giuseppe Marinelli Fachile con Sergio Boschiero    Il Dott. Giuseppe Marinelli Fachile è il nuovo Presidente dell’Unione Monarchica Italiana per la Lombardia.
    Trentatré anni, laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, master in materie internazionali in Spagna, abilitazione alla professione forense, nel 2006 ha iniziato la carriera di romanziere con “Gargan, il Principe di Tìkonsal” di genere fantasy, nella cui visione letteraria e narrativa si va a dischiudere tutto un crogiuolo di idealizzazioni squisitamente cristiane e di valorizzazioni etico-sociali, sempre eterni nella nostra società. 
    Gli studi personali hanno spaziato a tutto tondo nei vari ambiti, dalle passioni per lo studio delle lingue, agli studi artistici, quali la pittura (con varie mostre collettive nel milanese), al pianoforte, alla musica classica, al teatro, altresì allo sport, quali calcio, tennis, ma soprattutto quello che continua a praticare con maggior entusiasmo e migliori risultati resta sempre la scherma.
    All’Avv. Marinelli Fachile migliori auguri dall’U.M.I. e da FERT!
Nella foto il neo Presidente U.M.I. lombardo con Sergio Boschiero.
DATA: 02.12.2010
   
NAPOLI: GLI INTERVENTI DI BOSCHIERO E SACCHI

    Riproponiamo gli interventi di Sergio Boschiero, Segretario Nazionale  U.M.I., e di Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale U.M.I. a.i., tenuti durante la presentazione del libro "Il Miracolo del Risorgimento" di Domenico Fisichella, a Palazzo Serra di Cassano il 27 Novembre 2010.




DATA: 01.12.2010
   
NAPOLI: PRESENTATO L'UTIMO LIBRO DI FISICHELLA ALLA PRESENZA DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO

La sala del Palazzo Serra di Cassano con il Capo di Casa Savoia in prima fila        Napoli, 27 novembre 2010 – In una gremita sala del Palazzo Serra di Cassano, sede dell'Istituto Nazionale per gli Studi Filosofici che ha patrocinato l'evento, l'Unione Monarchica Italiana di Napoli ha organizzato la presentazione dell'ultimo libro del Prof. Domenico Fisichella: “Il Miracolo del Risorgimento” (Carocci ed.). Il libro, giunto in pochi mesi già alla seconda ristampa, è stato scritto dall'illustre studioso per offrire un'analisi completa degli eventi e delle condizioni che portarono, 150 anni fa, alla proclamazione del Regno d'Italia.
Ospite d'onore dell'iniziativa è stato S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, che ha approfittato dell'evento per tornare nella “sua” Napoli, città tanto legata a Casa Savoia.
    L'incontro, moderato dal Presidente regionale dell'U.M.I. Duca Giannandrea Lombardo di Cumia, è stato aperto da Sergio Boschiero, leader storico dei monarchici italiani, accolto da un calorosissimo applauso. Boschiero ha affermato che nell'ottica del 150° anniversario che ci accingiamo a celebrare è doveroso, in primis da parte delle Istituzioni, valorizzare e non soprassedere su quella che è stata la nostra storia. Dei 150 anni di unità nazionale, 85 sono stati di Regno ma ancor oggi, purtroppo, pare che molti dimentichino questo fatto.Il tavolo degli oratori
    Il Prof. Silvio Mastrocola, dell'Università di Orsola Benincasa di Napoli, ha introdotto il libro di Fisichella sottolineando come il testo sia una ricostruzione fedele di quegli anni e che non cade in eccessi di parte come il maggior numero dei saggi sul Risorgimento che sono stati pubblicati negli ultimi tempi.
Ha preso poi la parola l'Autore, il Prof. Domenico Fisichella, il quale è andato ad analizzare minuziosamente il contesto storico, sociale e politico che ha portato il Regno di Sardegna – unico Stato preunitario in cui vi erano le condizioni per compiere il “miracolo” – a realizzare l'unità d'Italia. Fisichella ha sottolineato che una repubblica non avrebbe potuto essere motore per il processo di unificazione perché il contesto internazionale non lo avrebbe mai permesso.
    Ha chiuso l'incontro l'Avv. Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I. a.i. nonché organizzatore della manifestazione. Sacchi ha fatto un'analisi del perché sia importante oggi occuparsi del Risorgimento e di quanta ignoranza sia diffusa e radicata riguardo a questo argomento. Il Risorgimento, come ben ha indicato Fisichella nel suo libro, è stato un miracolo ed il Presidente dell'U.M.I. ha invitato la platea a difenderlo ad ogni costo, assieme all'unità del Paese.
Il tavolo degli oratori    Alla presentazione del libro ha assistito anche l'eurodeputato On. Clemente Mastella che, prendendo la parola per un saluto, ha lodato l'opera di Fisichella in quanto analizza anche i fatti precedenti al Risorgimento, non riducendo così il libro ad un'operazione strettamente celebrativa nell'ottica del 150°. “Il Miracolo del Risorgimento” gli ha offerto uno spunto di riflessione sull'importanza avuta dalla Famiglia Reale nella nostra storia, riconoscendo che anche i repubblicani più convinti hanno accettato la coincidenza fra unità della Patria e Casa Savoia.
    All'incontro erano presenti l'Avv. Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano per gli studi Filosofici, il Conte Giovanni Leonardo Maffei, l'Avv. Corrado Biondi, una rappresentanza della scuola militare "la Nunziatella" e una delegazione dell'U.M.I. di Corato e delle province della Campania.
    Al termine dell'incontro il Capo della Famiglia Reale è stato fermato da una scolaresca calabrese in visita turistica che lo ha salutato applaudendolo. Il Principe si è quindi soffermato con i giovani che gli hanno chiesto di scattare delle foto in loro compagnia e autografi.
DATA: 28.11.2010

NEL RISORGIMENTO UN VALORE FONDANTE DELLO STATO

Il Miracolo del Risorgimento - Domenico Fisichella - Carocci Editore    Articolo di Marta Marrucco, pubblicato sul quotidiano “Il Roma” di venerdì 26 novembre 2010, pag. 10

    A poche settimane dalla sua nomina al vertice dell’Unione Monarchica Italiana, il Presidente Nazionale Umi Alessandro Sacchi annuncia un impedibile appuntamento organizzato a Napoli dall’associazione che, storicamente, raccoglie i monarchici di ogni tendenza politica.
Domani infatti, alle ore 10,30 a Palazzo Serra di Cassano a Montedidio, sarà presentato il libro del Senatore Domenico Fisichella dal titolo “Il miracolo del Risorgimento”, edito da Carocci.
    Un’occasione per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia mentre le istituzioni e il sistema dei partiti attraversano un momento di crisi.
    Ha ancora un senso parlare di unità?
    «Premettiamo che il 150ennale riguarda la proclamazione del regno: il 17 marzo 1861 nasce l’Italia con la proclamazione del Re Vittorio Emanuele II, primo capo dello Stato unitario.
L’Unità d’Italia però si compie nel 1918 con la vittoria contro gli imperi centrali nel primo conflitto mondiale, e il congiungimento all’Italia di Trieste e Trento. Detto questo, negli ultimi decenni c’è stata una notevole trascuratezza nell’alimentare il ricordo e la celebrazione del Risorgimento.
Troppo spesso si è voluto dimenticare che quest’ultimo è l’unico valore fondante e condiviso da tutti i cittadini».
    In che senso?
    «Il Risorgimento fu uno straordinario moto di pensiero e di azione generato dalla migliore gioventù italiana nella quale, seppur per formazione e modalità diverse, i suoi interpreti seppero mettere da parte i personalismi, mandare a casa i sovrani stranieri e unire sotto la stessa bandiera un popolo già uniforme per cultura, lingua e tradizione».
    Dunque, festeggiate. In che modo?
    «Celebreremo i 150 anni dell’Unità in occasione della presentazione del libro del Senatore Domenico Fisichella,“Il miracolo del Risorgimento”. Sarà un’occasione per commemorare quel momento, ma anche per ritrovarci con tanti amici. Saranno presenti, tra gli altri, Sergio Boschiero, segretario nazionale dell’Umi e memoria storica del monarchismo italiano, Silvio Mastrocola dell’Università Suor Orsola Benincasa, e il Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta».
    Secondo Fisichella il Risorgimento è un miracolo, lei è d’accordo?
    «Certo, se si pensa che nel giro di una generazione fu possibile, con pochissime risorse, trasformare una galassia coloniale qual era l’Italia preunitaria in uno stato che sedesse in maniera paritaria nel consesso delle grandi potenze europee».
    Lei ha solo 46 anni ed è il più giovane presidente nella storia dell’Unione Monarchica Italiana. Cos’è che i giovani d’oggi potrebbero trovare interessante nell’ideologia monarchica?
    «Noi non parliamo della Monarchia quale fu fino al 1946, non proponiamo quel modello perché non saremmo compresi. I giovani di oggi viaggiano molto: entrare in un esercizio commerciale a Madrid piuttosto che a Oslo o Bruxelles, e vedere il ritratto del Re esposto dai negozianti dà un’idea dell’attaccamento che i cittadini di quei paesi sentono per il Capo dello Stato e per le istituzioni. Nella totale assenza di riferimenti, i giovani potrebbero riconoscersi in una figura super partes non proveniente dal mondo dei partiti».
    Se è così facile, perché ancora oggi la monarchia è un termine considerato obsoleto, e malgrado il marasma politico non si è pensato ad essa come soluzione?
    «Sessant’anni di propaganda repubblicana hanno addossato alla monarchia la maggior parte delle colpe dei mali sociali del ventesimo secolo. D’altronde la stessa costituzione repubblicana esordisce con il sancire che la sovranità appartiene al popolo e comprimendo la stessa sovranità nell’articolo 139, affermando che la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione. Quanto all’aggettivo “obsoleta”, penso ai miei anni al liceo, dove la platea scolastica era composta in grande maggioranza da ragazzi comunisti, mentre io ero considerato retrò perché militante monarchico. Sono passati 30 anni, e con il crollo del muro di Berlino il comunismo è in buona parte
scomparso, perfino i comunisti storici ormai si proclamano “liberali”.
Viceversa, la monarchia in Europa prospera ancora: chi era anacronistico, io o loro?».
    Tornando al Risorgimento, in programma nelle sale cinematografiche c’è il film di Mario Martone “Noi Credevamo”. Lo ha visto?
    «Per il momento no. Ma noi crediamo ancora».
DATA: 26.11.2010
  
L'U.M.I. E CASA SAVOIA: L'IMPEGNO DEI PRINCIPI

Una delegazione dell’Ufficio di Presidenza dell’UMI, composta dal Presidente Nazionale a.i. Alessandro Sacchi, dal Segretario Nazionale Sergio Boschiero e dal Vicesegretario Nazionale Vincenzo Vaccarella, è stata ricevuta dalle LL.AA.RR. a San Rocco l’11 novembre u.s..
    Una delegazione dell’Ufficio di Presidenza dell’UMI, composta dal Presidente Nazionale a.i. Alessandro Sacchi, dal Segretario Nazionale Sergio Boschiero e da Vincenzo Vaccarella, è  stata ricevuta dalle  LL.AA.RR. a San Rocco l’11 novembre u.s..
I Principi Amedeo e Silvia di Savoia, che hanno amabilmente trattenuto i dirigenti monarchici a colazione, sono stati ragguagliati circa le attività dell’Associazione previste nell’immediato futuro, assicurando la Loro presenza, compatibilmente con gli impegni già presi.
DATA: 19.11.2010

RISORGIMENTO DIMENTICATO: IL CUORE DELL’ITALIA

        Chi almeno una volta nella vita non ha sentito queste espressioni: “Ti sei comportato come nel  libro Cuore”,  oppure “Un atteggiamento deamicisiano”, o ancora: “Non siamo ai tempi del libro Cuore”, “Retorico come l’Italia di Cuore”, ecc.ecc.
    Cosa ha significato veramente per intere generazioni la lettura di questo scritto, di questo manuale educativo, di questo libro che fu tra i primi “best-seller” letterari dell’Italia unita? Ma fu poi veramente un romanzo, un manuale pedagogico, una metafora dell’Italia ottocentesca? O fu una Bibbia laica o il primo manifesto socialista?
    Per rispondere a tutto questo dobbiamo prima di tutto conoscere il suo autore: Edmondo De Amicis. Egli nacque nella ligure Oneglia nel 1846 da Francesco e da Teresa Busseti. Il padre era “banchiere regio dei sali”.
    Il giovane Edmondo, nonostante le origini nel Levante, acquisì il proprio carattere formativo in Piemonte in quanto la famiglia si era trasferita a Cuneo pochi anni dopo la sua nascita.
    Nel 1862 entrò nel Collegio militare Candellero di Torino,  in attesa di essere ammesso alla ben più illustre Scuola Militare di Modena. Nel 1865 ve ne uscì col grado di sottotenente. In questi anni di formazione militare si appassionò con altri giovani alla causa della Polonia, che proprio in questi anni si era ribellata al giogo russo, entusiasmandosi per le imprese degli Italiani andati colà a combattere per la libertà polacca, guidati dal garibaldino Francesco Nullo.
    Fu proprio componendo uno dei suoi primi scritti poetici, che il giovane sottotenente inviò il manoscritto addirittura ad uno dei padri culturali della giovane  nazione italiana: Alessandro Manzoni!
    Il Manzoni rispose che seppur ancora “acerbo” nel lavoro del De Amicis: “In mezzo a di quei difetti che col tempo si perdono, ci sento quelle virtù che col tempo si perfezionano e che nessun tempo può fare acquistare”.
    Nel 1866 Edmondo ebbe il suo “battesimo” del fuoco a Custoza durante la Terza Guerra d’Indipendenza, combattendo contro gli austriaci. Terminato il conflitto, sfortunato dal punto di vista militare, proficuo per quanto riguardò la politica estera in quanto l’Italia comunque ottenne il Veneto grazie ai buoni uffici della Francia, il De Amicis venne inviato con il suo reggimento in Sicilia ove si combatteva un nemico altrettanto pericoloso: il colera. Gli agenti borbonici avevano sparso la notizia che l’epidemia fosse stata portata dai “piemontesi”. Dopo la parentesi sicula, venne trasferito a Firenze, la nuova capitale del Regno. La passione per lo scrivere lo portò nella redazione del periodico de “L’Italia Militare” edito dal Ministero della Guerra, il quale aveva come obiettivo di rendere popolare il Regio Esercito nel popolo italiano.
    I suoi articoli vennero subito apprezzati, tanto che iniziò la collaborazione con “La Nazione” e la “Nuova Antologia”. I suoi racconti vennero raccolti in un volume dal titolo “La vita militare” e fu tra le opere più famose ed apprezzate di De Amicis.
    Affermare come hanno fatto alcuni critici che questi scritti erano solo un’apologia del militarismo dell’Italia post-unificazione, è falso. L’autore odiò sempre il bellicismo, mentre, invece, volle descrivere e far amare agli Italiani la vita militare in quanto “attività socialmente utile” per amalgamare, far conoscere, un’intera generazione proveniente da varie parti della Penisola, ma anche, grazie all’esercito, rendere moderno il Paese.
    Nel 1870 i comandi militari lo nominano inviato a Roma per raccontare la liberazione della città dal potere temporale della Chiesa. L’anno dopo Edmondo si congedò dandosi all’attività letteraria a tempo pieno.
    Come corrispondente del quotidiano toscano “La Nazione” ebbe l’opportunità di viaggiare in Europa, descrivendo con successo i Paesi nei quali soggiornò.
    Tra il 1884 ed il 1885 si recò negli Stati Uniti ove prese coscienza delle dure condizioni di vita dei nostri emigranti confermando il suo vivo interesse per le problematiche sociali, anticipando la sua adesione al Socialismo, considerato dai soliti critici, un’adesione dovuta al “pietismo ed al sentimentalismo” del tempo. Non fu così, per De Amicis gli ideali del Socialismo dovevano di pari passo camminare insieme con l’amor patrio, il senso dello Stato, il rispetto per la donna, l’impegno sociale, ecc.
    Benedetto Croce affermò che non ci si poteva non definirci socialisti seguendo gli insegnamenti dello scrittore.
    All’inizio dell’anno scolastico del 1886 De Amicis pubblicò dall’editore Treves, “Cuore”, e fu subito un enorme successo! In poco più di due mesi uscirono 41 edizioni! L’editore fu subissato dalle richieste di traduzione all’estero: ben 18!
     Il libro era composto dal diario scolastico di un alunno, Enrico Bottini, dall’epistolario dei suoi genitori con le loro osservazioni, ammonimenti e consigli, e con dei racconti mensili. Chi appartiene alla mia generazione ed a quelle precedenti, non può non ricordare alcuni di questi: da “Il tamburino sardo” al “Piccolo scrivano fiorentino”, dalla “Piccola vedetta lombarda” a “L’infermiere di Tata” e via dicendo. Ognuno di questi racconti è ambientato in una diversa regione così come i loro protagonisti, giovinetti di un’altrettanta giovane Italia che ogni giorno combatteva contro le mille difficoltà sociali, economiche, politiche, dopo essere stata per secoli divisa.
    Vi sono in “Cuore” ammonimenti per accogliere nelle classi gli eventuali compagni provenienti dalle diverse province, così come viene esaltata l’istruzione, la cultura, l’amor patrio, il rispetto verso i genitori, la famiglia, e naturalmente rispetto nei riguardi dei “Padri della Patria”.
    Nel corso del tempo questo capolavoro è  stato criticato sia da una certa cultura cattolica conservatrice che da quella marxista, eppure dalle sue pagine vi sono riferimenti ai principi cristiani della carità e della bontà per esempio, così come molti temi sociali vengono sviluppati e portati nel dibattito.
    L’uscita del tanto atteso “Cuore” fu per la prima volta, per l’epoca, preceduto da una vera e propria campagna pubblicitaria, ove sia l’editore Treves che lo stesso De Amicis s’impegnarono. Proprio quest’ultimo informò il Treves in una lettera nel luglio 1878, di aver illustrato i principi di questo libro per ragazzi anche alla Regina Margherita nel corso di un’udienza.
    Buoni sentimenti, concetti morali, convinzioni patriottiche e solidaristiche, ruolo nell’educazione della scuola, della famiglia, della città e del lavoro, fecero sì che nel 1923 venne stampata la milionesima copia!
    Il successo non travolse né sorprese De Amicis, il quale continuò a scrivere con successo: “Il Romanzo di un maestro” (1890), “Fra scuola e casa” (1892), ecc., tutti lavori ove la scuola, la famiglia, erano i principali soggetti. Negli ultimi anni si dedicò maggiormente con scritti ed interventi per diffondere i suoi ideali socialisti, in un’intervista del 1895 affermò: “Il socialismo è una meta che forse, così come la pensiamo, non sarà raggiunta mai”.
    I primi anni del XX secolo furono dominati dall’astro nascente della letteratura italiana: D’Annunzio, in quanto le preferenze del pubblico stavano cambiando.
    La morte dell’anziana madre nel 1898 e la tragica scomparsa del figlio Furio pochi mesi dopo, suicida, prostrarono duramente De Amicis, la cui vita privata, come altri grandi, non andava di pari passo con la sua arte.
    Nel 1873 aveva incontrato Teresa Boassi, di tre anni più grande, fu amore a prima vista, nonostante amici e parenti avevano sconsigliato Edmondo a frequentare la ragazza proveniente da una famiglia con qualche problema e sulla cui serietà c’erano ombre. Nacquero due figli: Furio ed Ugo, e solo dopo la nascita del secondo i due si sposarono. Purtroppo la vita matrimoniale andò peggiorando quando Teresa, gelosissima, entrò in conflitto con la suocera e con la cerchia degli amici del marito. Dopo il suicidio di Furio, i due si separarono nel 1899 non senza durissime polemiche e dispetti reciproci.
    Edmondo De Amicis morì a Bordighera l’11 marzo 1908 in seguito ad una lesione cerebrale.
    L’autore del libro “Cuore” ritornò sulle pagine dei giornali a metà degli anni Ottanta dello scorso secolo, quando scoppiò un vero e proprio “giallo” attorno alla sua eredità: il figlio superstite, l’avvocato Ugo era morto nel 1962, la vedova Vittoria Bonifetti nel 1970, senza discendenti, i due decisero che i loro averi in Italia (circa mezzo miliardo dell’epoca) andassero al Comune di Torino per l’istituzione di borse di studio per gli studenti meno abbienti. Il problema nacque sull’eredità derivante dai diritti delle copie di “Cuore” vendute all’estero, proventi depositati da sempre in una banca svizzera. Grande sorpresa si ebbe quando la banca elvetica comunicò ad avvocati e Comune che il conto era stato “prosciugato”. Da chi? Nel mentre si restava meravigliati da tutto questo ecco che anche il Comune di Imperia, al quale la vedova di Ugo De Amicis aveva lasciato il patrimonio storico-culturale, mobili, manoscritti, ecc., reclamò la sua parte di eredità, così come una parente della signora Bonifetto, tale Adelina Sasso. In questo “affaire” entrò negli anni ’60 anche Giulio Bonifetti, cognato di Ugo, al quale erano stati affidati i beni svizzeri.  In due cassette di sicurezza aperte poi a Lugano nella filiale del  Banco di Roma si trovarono 83 Sterline d’oro e non, come molti si aspettavano, il manoscritto originale di “Cuore”, sparito anch’esso! In tutto questo nel tempo sono “entrati” nell’increscioso misfatto, “faccendieri” politici e personaggi discutibili della Prima Repubblica.
    L’amarezza è arrivata negli ultimi anni, anche da “personalità” della cultura nazionale: Natalia Ginzburg ed Umberto Eco, i quali hanno demolito “Cuore” ed i suoi contenuti, così come i politici di destra e di sinistra, dalla Moratti e Fioroni con le loro pseudo-riforme che hanno affossato, come hanno ricordato recentemente Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella dalle colonne del Corsera, l’Italia nella quale lo studio della storia risorgimentale era ancora un valore pedagogico importante. Anche Vittorio Feltri si è unito al coro degli anti-Cuore, definendo questo capolavoro solo “pieno di retorica la più vieta”.
    Siamo comunque con Rizzo e Stella quando affermano che oggi “Cuore” sarebbe apprezzato dai “bambini a colori”: cioè da quegli alunni provenienti non dalle diverse regioni italiane ma dai tanti Paesi del Sud del mondo, per i quali l’Italia rappresenta ancora “l’America”, quell’America ove tanti nostri connazionali giunsero per trovare fortuna. Alla domanda di un giornalista, in una scuola di New York, di quanti bambini italiani ci fossero, le locali autorità risposero: “Nessuno: per noi qui sono tutti americani”.
    Quando anche nelle nostre scuole risponderemo: “qui sono tutti Italiani”, avremo reso un grande servigio alla nostra Italia ed onorato Uomini come Edmondo De Amicis.
Giuseppe Polito – Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Di Pietramelara
DATA: 19.11.2010
   
LA DISCUSSIONE: INTERVISTA AD ALESSANDRO SACCHI

Riproponiamo l'intervista, fatta dal giornalista Marco Martone, al Presidente nazionale U.M.I. a.i. Alessandro Sacchi, pubblicata su "La Discussione" di martedì 16 novembre 2010, pag. 10.

L’INTERVISTA/ALESSANDRO SACCHI, PRESIDENTE NAZIONALE A.I. DELL’UMI
IL NUOVO VOLTO DELLA MONARCHIA SENZA  NOSTALGIA DEL TEMPO CHE FU
Oggi in Italia ci sono troppi personalismi e una politica poco propositiva
Un possibile Re? Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, anche se Padre Pio...
DI MARCO MARTONE

    NAPOLI - Ama la buona cucina e la musica italiana. Chi lo conosce bene assicura che sia un mago tra i fornelli ed un bravissimo chitarrista, con una voce da tenore. Alessandro Sacchi, napoletano di 46 anni, sposato con Daniela e padre di tre bambine, è il più giovane presidente dell’Umi (Unione monarchica italiana, sito web www.monarchia.it), eletto da qualche settimana per affiancare Gian Nicola Amoretti. Ama definirsi un uomo «faceto e simpatico» e con un grande senso dell’umorismo. Con la sua immancabile sigaretta, una delle tante, troppe, che fuma ogni giorno, ci accoglie nel suo studio, al centro storico di Napoli, per la prima intervista nel ruolo di presidente della più antica associazione apartitica diffusa sul territorio nazionale, forte dei suoi oltre 70mila iscritti.
    Si dice Monarchia e si pensa a qualcosa di molto antico. Ed invece ecco un presidente giovane alla guida dell’Umi. Qual è il significato di questa scelta?
Perché la tipologia del monarchico nel tempo è profondamente cambiata. La monarchia intesa come quella della  nostalgia e del sentimento non esiste più. C’è un dato che a tale proposito deve far riflettere. La maggior parte dei nostri iscritti sono nati con la Repubblica e non hanno quindi conosciuto, direttamente, la monarchia. Nessuno pensa alla monarchia che fu, quello che immaginiamo invece è un meccanismo costituzionale nel quale il Capo dello Stato è, non solo per definizione, veramente al di sopra e al di fuori delle parti. Non si può ignorare che l’Europa comunitaria parla monarchico con Spagna, Norvegia, Olanda, Svezia, Regno Unito e Belgio. Esempi evidenti che, laddove è applicato, il meccanismo funziona.
    In Italia, intanto, qualche difficoltà c’è. Tra i temi più caldi c’è quello relativo alla riforma federale.
Sono molto preoccupato rispetto a questa ipotesi. Le riforme federali possono funzionare nelle nazioni che hanno forti riferimenti istituzionali, come appunto la Spagna. Dove invece questo elemento manca il rischio è che si dia il via alla strada che porta al secessionismo, come è accaduto nell’ex Jugoslavia.
    Come valuta l’attuale momento politico che l’Italia sta attraversando?
Stanno emergendo enormi personalismi, a destra come a sinistra, e politiche fondamentalmente poco propositive. Spesso, insomma, il “bue dà del cornuto all’asino”, e ci si dimentica così dei problemi veri dei cittadini, dei padri di
famiglia che non arrivano alla fine del mese.
    Come se ne esce?
Si potrebbe intanto cominciare con il detassare la tredicesima e gli straordinari, e andrebbe fatto subito. Quando ci si trova qualche centinaio di euro in più in busta paga si possono fare spese apparentemente banali, ma importanti, come le scarpe per i figli, le cartelle per la scuola. Solo questo può determinare un’inversione di tendenza.
    In questo quadro di effettiva difficoltà economica, il sud Italia sembra essere come sempre in maggiore sofferenza.
Napoli, a tale proposito, è forse il simbolo di tutti i mali del Mezzogiorno. Perché?
Per decenni è stata demonizzata l’epoca della giunta Lauro etichettando quel periodo come quello delle “mani sulla città”, “il sacco di Napoli”. Un atteggiamento che manca adesso nei confronti del centrosinistra che pure ha dominato in Campania e a Napoli negli ultimi trenta anni causando danni che sono sotto gli occhi di tutti. Lauro governò molto meno, poco più di dieci anni. Considerazioni che faccio legandole alla storia di questa città, visto che noi monarchici siamo apartitici.
    Quindi nessuna ambizione in vista delle prossime amministrative?
Eppure, dato l’enorme numero di iscritti su cui potete contare, il peso politico che l’Umi potrebbe avere in una competizione elettorale non sarebbe di poco conto.
Ribadisco che noi non siamo un partito. Tuttavia saremo pronti a sostenere le persone perbene, con le giuste professionalità, da qualunque schieramento esse provengano.
    Immaginiamo uno scenario futuro. Il ritorno in Italia della monarchia, chi sarebbe il Re?
Dipendesse da me sceglierei Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, ma in Spagna Juan Carlos fu eletto dalle Cortes.
    Secondo una profezia di Padre Pio, rivelata alla Regina Maria Josè, tornerà la monarchia in Italia e il re sarà Aimone. Sul sepolcro del santo sarebbe addirittura raffigurato un bassorilievo che ritrae il giovane Savoia con il collare dell'Annunziata ed inginocchio.
È vero… si dice.
DATA: 17.11.2010
   
NOI CREDEVAMO....

    L’arrivo, nei prossimi giorni,  nelle sale cinematografiche in “sole” 30 copie, dell’ultimo film di Mario Martone sul Risorgimento: “Noi credevamo” , liberamente tratto dall’omonimo romanzo di qualche anno fa di Anna Banti, ha reso “fuorioso” il regista, il quale si è lasciato andare a varie riflessioni sullo stato del cinema nazionale, sulla politica italiana e, cosa che a noi interessa maggiormente, ha nuovamente “pontificato” sulla storia di questa epoca indimenticabile e sui suoi protagonisti. Il film sarebbe in lizza per il miglior film italiano al prossimo RdC Awards.
    Abbiamo già in passato “bocciato” questo film che esalta alcuni aspetti del Risorgimento, criticandone ed elaborandone altri, paragonando l’Italia del’Ottocento a quella attuale su taluni, discutibilissimi, versanti.
    Tra le tante “bislacche” affermazioni del Martone, rilasciate alla stampa in queste ore, ce n’è una in particolare: “Il primo Re d’Italia è Vittorio Emanuele II: non hanno nemmeno cambiato la numerazione, cosa che accade in ogni dinastia. Come si fa a non parlare di annessione?”.
    Il dottor Martone dovrebbe studiare maggiormente la storia prima di avventurarsi in dichiarazioni del tutto provocatorie onde seguire la vulgata odierna che vuole ridimensionare il ruolo di Casa Savoia dell’avvenuta unificazione nazionale. Quello di mantenere la numerazione da sovrano del Regno Sardo, invece di passare alla storia come “Vittorio Emanuele I di Savoia”  re d’Italia, fu una decisone concordata con la classe politica del tempo ed in primis con il conte di Cavour, e non scevra da un breve ma intenso dibattito interno. Fu proprio  quest’ultimo ad assumersi ogni responsabilità in tal senso, quando spiegò che occorreva riconoscere il ruolo del Piemonte svolto durante il difficile cammino unitario, i cui governi avevano sempre garantito, nonostante le minacce austriache, e non solo, quelle libertà costituzionali, uniche nella Penisola al termine della Prima Guerra d’Indipendenza, che diedero vita a quel “laboratorio” di democrazia parlamentare, politica, economica, culturale, sociale, che fu la società sabauda per tutti gli emigrati provenienti da ogni regione italiana, dal 1849 al 1860, embrione della futura Italia unita.
    Se il regista non conosce come andarono veramente i fatti, consigliamo, ancora una volta, di apprendere qualcosa di istruttivo, magari sui testi del compianto suo concittadino Professor Alfonso Scirocco. Basterà?
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica "Regina Margherita" Pietramelara (Ce)
DATA: 17.11.2010
   
MESSAGGIO DEL PRESIDENTE NAZIONALE U.M.I. a.i. ALESSANDRO SACCHI

Alessandro Sacchi    Nell’assumere la presidenza interinale dell’Unione Monarchica Italiana, desidero innanzitutto ringraziare gli amici Gian Nicola Amoretti e Sergio Boschiero, senza dei quali non sarebbe stato possibile giungere, con la nostra Associazione e nelle attuali condizioni ottimali di presenza sul territorio, alle prossime scadenze ed agli impegni che ci attendono.
    Ed un affettuoso grazie anche a tutti i dirigenti ed a tutti gli iscritti e simpatizzanti, che con il loro paziente lavoro tengono alto e ben saldo il Tricolore Sabaudo.
Molto è stato fatto. Moltissimo è ancora da fare.
    L’approssimarsi del 17 marzo 2011, centociquantennale della proclamazione del Regno, impone delle riflessioni che vanno al di là della mera celebrazione.
    Il Risorgimento fu un grande moto di passioni ed uno straordinario incontro di Uomini che, con la penna o con la spada, contribuirono ad accelerare un processo ineluttabile che doveva concludersi con la formazione di una Nazione, già unitaria per sentimenti di popolo, lingua e tradizioni, sotto un solo Sovrano ed una sola Bandiera, ma, soprattutto, uno stato libero dalle influenze straniere, che sedesse paritariamente nel consesso delle nazioni.
    Indubbiamente vi furono degli abusi e delle vittime, come accade in tutte le guerre. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nazione fra le prime dell’occidente.
    E nonostante tutti i beceri tentativi revisionisti, spesso semplicemente modaioli, l’impalcatura tiene e probabilmente terrà, in barba ai secessionismi ogni tanto sbandierati, al nord come al sud, da qualche politico in cerca di facili effetti giornalistici.
    Grande è la responsabilità della classe politica repubblicana, la cui noncuranza dei valori risorgimentali ha colpevolmente alimentato un vuoto ideologico facilmente colmato da idee astruse, prive di tradizione culturale e miranti alla sistematica demolizione di ciò che rappresenta il solo vero collante di un popolo: la sua storia.
    Noi monarchici abbiamo l’onere di ricordare agli italiani ciò che furono: sudditi senza diritti, sotto il giogo di sovrani stranieri, spesso spergiuri, che coabitavano in  un‘espressione geografica, e ciò che diventarono, condividendo il sogno dei molti che a tale scopo avevano dedicato la loro gioventù ed il loro valore: una sola Patria con un solo Re!
    Questa la nostra eredità e la sola speranza per il futuro.
    Gelosi custodi di questo patrimonio, sapremo investirlo e farlo rendere.
    Avanti, dunque, verso il lavoro che ci attende. Le prossime settimane saranno scandite dalle iniziative già programmate sul territorio.
Io farò del mio meglio, mi aspetto altrettanto da tutti Voi.
Alessandro Sacchi
Roma, novembre 2010
DATA: 12.11.2010

SFACCIATAGGINE REPUBBLICANA

Ora si vuole parlare di un secolo e mezzo di Unità d’Italia.  A parte il fatto che la vera Unità l’Italia la raggiunse il 4 Novembre 1918 e che il 17 Marzo 1861 fu soltanto proclamato il Regno d’Italia – forse per evitare di pronunciare la parola “Regno”, che fa ancora paura alla sessantenne repubblica delle calcolatrici romitiane, si vuole addirittura precorrere i tempi di ben cinquantasette anni – per celebrare l’avvenimento ora si vuole fare la Storia d’Italia attraverso le monete, comprendendo pure quelle coniate durante il Regno.  E come nulla fosse non ci si fa scrupolo di strumentalizzare persino il massimo Numismatico di tutti i tempi: proprio il Re VITTORIO EMANUELE III, che dell’Unificazione d’Italia fu il principale Artefice (chi di noi non ha ancora nella memoria quell’esortazione del Proclama di Peschiera: “ITALIANI!  CITTADINI E SOLDATI!  SIATE UN ESERCITO SOLO.  OGNI DISCORDIA È TRADIMENTO, OGNI VILTÀ È TRADIMENTO, OGNI RECRIMINAZIONE È TRADIMENTO”…).
Signori della repubblica, vi manca soltanto una cosa, prima di strumentalizzare il Re che avete bandito ed a Cui volete impedire di riposare nell’unico posto che Gli compete, nel Pantheon di Roma, insieme alla sua Augusta Sposa, la Regina Elena, e al Re Signore, UMBERTO II, che per evitare di spargere una sola goccia di sangue italiano preferí vivere in dignitoso esilio per trentasette anni.  Una sola cosa vi manca e l’ho già detta: fare inumare le Regie Reliquie nel Tempio di tutti gli dei (πάντων τω̃ν θεω̃ν).   
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
Milano, 8 Novembre 2010 
DATA: 09.11.2010
   
IL PRINCIPE GIOACCHINO LUIGI NAPOLEONE VIII

    Il suo nome è Sua Altezza Joachim Louis Napoléon VIII Principe Murat e di Pontecorvo, nato a Boulogne-Billancourt il 26 novembre 1944, unico figlio maschio di Joachim Murat (m.1944) e di Nicole Véra Claire Hèlène Maurice Pastre (n.1921), discendente diretto del famoso Gioacchino Murat (1767-1815) tra i più famosi marescialli  di Napoleone I e marito della sorella Carolina Bonaparte (1782-1839). Principe dell’Impero, Granduca di Berg e Cleves ma soprattutto re di Napoli dal 1808 al 1815.
    Egli discende non solo dall’impetuoso re Gioacchino e dai Bonaparte, ma per una amalgama di matrimoni dei suoi avi anche da altri due marescialli napoleonici: Louis Alexandre Berthier principe di Wagram e Neuchatel e  Michel Ney duca d’Elchingen, inoltre, tra i suoi antenati Joachim Louis Napolèon può annoverare François Clary (m.1794) che fu padre della famosa Désirée Clary, amata dal giovane Napoleone Bonaparte e poi sposa del maresciallo Jean-Baptiste Bernadotte poi re di Svezia col nome di Carlo XIV Giovanni e capostipite di tutte le Case Reali europee del Nord Europa. Un altro suo avo fu Wilhelm von Wittelsbach duca in Baviera (m.1837) bisnonno della famosa “Sissi” sposa del Kaiser Francesco Giuseppe e dell’ultima Regina delle Due Sicilie, Maria Sofia, nel secolo scorso i Murat si sono apparentati anche con gli Orléans. A noi interessa in quanto nonostante i Murat fossero di umili e borghesi origini,  riuscirono in meno di un secolo ad imparentarsi con le più antiche casate regali europee, un altro illustre antenato è Amedeo VIII duca di Savoia (1383-1451) che fu Antipapa col nome di “Felice V” nel 1439!
    Tutti questi nobili legami non devono far dimenticare ai suoi discendenti e maggiormente all’erede Principe Murat, che essi devono custodire e rinnovare lo spirito del loro indomito antenato Gioacchino, figlio di un albergatore, militare durante la Rivoluzione Francese, condottiero eroico durante il Primo Impero, sovrano infaticabile del più grande Stato della nostra Penisola e fautore di un’Italia unita grazie al famoso “Proclama di Rimini” del 30 marzo 1815,  nel quale per la prima volta egli chiamò gli Italiani poichè “L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini dell’Italia. La provvidenza vi chiama in fine ad essere una nazione indipendente…”.
    Dal 6 settembre 1808 quando entrando a Napoli successe come sovrano al cognato Giuseppe Bonaparte, destinato al trono di Spagna, e fino al 17 marzo 1815 quando partì al comando del suo esercito verso il Nord Italia contro l’Austria rompendo l’alleanza sottoscritta l’anno precedente e poi disconosciuta da Vienna per conservare anche dopo la disfatta di Napoleone I il trono napoletano, re Gioacchino s’impegnò per garantire ai suoi nuovi sudditi condizioni di vita migliori che non sotto i Borbone spodestati e rifugiati in Sicilia.
    Troppo corposa la biografia di Murat per condensarla in poche righe, è bene ricordare comunque le varie riforme varate: quella dell’abolizione assoluta della feudalità, la riforma finanziaria attuata per garantire maggiori introiti nelle casse esangui dello Stato, con la confisca della “manomorta”, riuscendo a diminuire il debito pubblico da 35 milioni di ducati a 840mila!, ed ancora la riforma tributaria con l’istituzione dell’imposta fondiaria, l’adattamento del Codice Napoleonico alla realtà meridionale, la riforma delle amministrazioni locali, con la nascita del comune di Napoli ecc.
    Vanitoso, ammirato dal gentil sesso, dopo essere stato sconfitto a Tolentino dagli austriaci il 3 maggio 1815,  ed imbarcatosi per la Francia, l’8 ottobre con un gruppo di fedelissimi sbarcò a Pizzo in Calabria, ove caduto prigioniero dei soldati del restaurato Ferdinando I di Borbone, dopo un processo  sommario venne fucilato il 13 ottobre seguente. Davanti al plotone d’esecuzione dimostrò ancora una volta il suo coraggio, quello dimostrato con la sua cavalleria al fianco di Napoleone su tutti i campi di battaglia d’Europa, idolatrato dalla truppa. Rifiutò di farsi bendare, pregando il plotone soltanto di “Sauvez ma face — visez mon cœur — feu!”, ordinando egli stesso il fuoco!
    Joachim Louis Napoléon VIII Principe Murat è spesso in Italia invitato da varie amministrazioni civiche o associazioni storico-culturali per ricordare l’epopea del grande Avo, sempre rispettoso del processo unitario poi avvenuto, nonostante il suo bisnonno Luciano (1803-78) fosse stato indicato da Napoleone III, suo cugino, come possibile candidato per un Regno meridionale nei preliminari di Plombières, con il conte di Cavour, grazie alla sua grande attività diplomatica  svolta in passato: tra il 1849 ed il 1850 fu Ministro Plenipotenziario della Francia a Torino. Nel 1861 con un manifesto reclamò i suoi diritti sul trono di Napoli per rinverdire la proficua stagione riformista del genitore. Questo piano venne ostacolato sia dal partito democratico che dai moderati nonché dai fuoriusciti napoletani in Piemonte, raccogliendo le simpatie di un piccolo numero di aristocratici e di Aurelio Saliceti (1804-62) ex mazziniano già Ministro della Giustizia nell’effimero Governo costituzionale di re Ferdinando II di Bobone nel 1848.
    Joachim Louis Napolèon vive in Francia ove è presidente di una importante società turistica e partecipa con i cugini Bonaparte, eredi dei diritti imperiali sul trono francese a tutte le manifestazioni bonapartistiche. L’8 ottobre 1969 ha sposato Laurence Marie Gabrielle Mouton (n.1945) a Parigi, dalla quale ha avuto: Carolina Letizia (n.1971), Joachim Charles Napolèon (n.1973) Principe di Pontecorvo, Laetitia Carolina (n.1975), Elisa Maria (n.1977) e Paolina Beatrice (n.1977).

GIUSEPPE POLITO
DIRETTORE BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE) 
DATA: 05.11.2010
 
IL IV NOVEMBRE. CONFERMA DELL’UNITA’

Pubblichiamo l'editorialedi Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di domenica 31 ottobre 2010

Vittorio Emanuele IIIIl IV novembre è la festa delle Forze Armate. Coincide con la vittoria dell’Italia nella Grande Guerra (4 novembre 1918). L’intervento in guerra non fu condiviso. Statisti eminenti, come Giolitti, erano contrari. Però la lotta per vincere unì tutti perché l’Italia rischiava l’indipendenza dagli stranieri e la difesa degl’interessi generali permanenti dei cittadini. Fu una prova durissima. Con enormi sacrifici, l’Italia vinse. Fu la vittoria della nazione. Va ricordata, non per “celebrare” ma per studiare e capire.
    Capo dello Stato era Vittorio Emanuele III di Savoia. L’ascesa della sua Casa avvenne tra il Quattro e il Settecento nell’Europa fondata su Papato e Sacro Romano Impero. Vicario dell’Imperatore il duca di Savoia fu il primo tra i principi italiani. I Savoia  svolsero un  ruolo di primo piano nella difesa dell’Occidente cattolico contro l’avanzata dei Turchi, da  Lepanto alle vittorie di Eugenio di Savoia.
   In tale cornice Vittorio Amedeo II ottenne il rango di re di Sicilia prima (1713), di Sardegna poi (1719): risposta italiana a quello di re di Prussia nel 1701 conferito  da Leopoldo I a Federico III Hohenzollern nel 1701. Dal 1792 Vittorio Amedeo III fronteggiò da solo l’offensiva della Repubblica francese, più aggressiva negli anni del Terrore e vittoriosa con l’Armata d’Italia del generale Bonaparte negli anni del Direttorio (1796). Nel 1837 Carlo Alberto depose il titolo di Vicario di un Impero che non esisteva più e si dedicò all’Italia.
   L’identificazione tra Casa Savoia e Risorgimento italiano ebbe accelerazione nel febbraio-marzo 1848, con la promulgazione dello Statuto, l’affermazione dell’uguaglianza dei regnicoli  dinnanzi alle leggi quale ne fosse la religione e l’assunzione del tricolore italiano per bandiera del Regno.  La legislazione laicistica degli anni seguenti non mise in discussione le radici cattoliche della Monarchia, affermate nell’art. 1 dello Statuto, neppure quando venne arrestato ed esiliato l’arcivescovo di Torino. L’annessione dello Stato pontificio da parte di Vittorio Emanuele II (1859-1870) fu un conflitto tra Sovrani e non degenerò mai in guerra di religione. Perciò l’ingresso di Vittorio Emanuele II e dei suoi ministri o comandanti di armata nelle terre via via acquisite ottenne la consacrazione di cerimonie religiose solenni, senza pregiudizio per l’uguaglianza dei cittadini,  cardine della Casa  di Savoia alla guida del Risorgimento e garante dell’unificazione degli italiani: un capolavoro di equilibrio fra tradizione  e novazione, tra storia della Casa e futuro degli italiani.
   Su quelle basi dal 1915 al 1918 l’Italia superò tre anni di guerra, con sei milioni di mobilitati: la “guerra della nazione”. All’estero nessuno credeva che l’Italia avrebbe retto la prova. Ce la fece e mostrò che l’unità non era capriccio di una minoranza, ma frutto della Storia. La salma di Vittorio Emanuele III, il “Re Soldato”, giace ad Alessandria d’Egitto. E’ ora di riportarla in Patria, con quella della regina Elena, sepolta a Montpellier. Il IV novembre ancora una volta deve unire, per capire e guardare avanti.
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 01.11.2010
 
"IL PRINCIPE ESPLORATORE": IN LIBRERIA UNA NUOVA BIOGRAFIA DI LUIGI AMEDEO DI SAVOIA, DUCA DEGLI ABRUZZI

Il Principe esploratore - Pablo Dell'Osa - Ed. Mursia, 2010    Impettito, strizzato nell’abito da sera, i baffi impomatati ad incorniciare un sorriso che non c'era. Lo sguardo pensoso tipico delle teste coronate nelle foto ufficiali. Più adulto dei 25 anni che aveva nel ritratto sulla copertina. Serioso,"distante", come si conveniva ad un rampollo della casa regnante. Così appariva Luigi di Savoia più di cent'anni fa. Ma se, per questo, lo immaginate trascorrere le giornate annoiandosi a corte, al più in cerca di un blasonato matrimonio ... non avete idea di chi fosse il duca degli Abruzzi! Una «mosca bianca della famiglia reale», eternamente sperso tra mari e monti. Un «Aosta atipico» che rifuggì le corsie preferenziali verso il successo imboccando una via tutta sua, scomodissima, per farsi apprezzare. Una vita avventurosa come poche, ora raccontata in questa biografia.
    Il personaggio. Fu un «pioniere dell'età eroica delle esplorazioni» che all’inizio del Novecento i detrattori hanno  ridimensionato a «turista di grande valore», come se il duca degli Abruzzi potesse davvero essere solo un vacanziere. E gli agiografi poi hanno elogiato come «ammiraglio, colonizzatore, scienziato». Di lui non si sa molto. Al più che è stato un discendente di Casa Savoia e un valente alpinista. Nato infante di Spagna il 29 gennaio 1873 e morto il 18 marzo 1933 nel villaggio somalo che aveva fondato, fu una figura poliedrica che pareva uscita da una favola. Il «principe delle solitudini», data la ritrosia ai bagni di folla ovvi al suo rango di cugino del Re, fu campione nell’assecondare la propria indole. Che non lo fece esitare nel farsi amputare due dita congelate pur di raggiungere il Polo Nord (quando ci si avventurava a quelle latitudini in giacca di fustagno e cravatta). A trascinarsi dietro una carovana di portatori per svelare la leggenda dei Monti della Luna. Ad andare contro le cannonate austriache da comandante della flotta navale nella Grande guerra. A sfidare il cancro che lo stava portando alla tomba per risalire il misterioso corso dell’Uebi Scebeli. Il tutto celando i particolari “privati” della love story con Kate, la bella ereditiera americana che non poté sposare per sottostare alla ragion di Stato. Gossip che fece ugualmente il giro del mondo: giornalisti del calibro di Luigi Barzini senior ed Alfredo Oriani furono folgorati dalle imprese d'un protagonista talmente da romanzo da ispirare Emilio Salgari.
L'Autore, Pablo Dell'Osa, è un giornalista di 34 anni di Pescara. Laurea in Legge dell’università di Teramo e il master in Comunicazione istituzionale di Roma “Tor Vergata”. Scrive per il dorso abruzzese del Messaggero e per la rivista D’Abruzzo. Dopo la pubblicazione del suo primo libro ne ha già in cantiere un secondo sulla vita di un gerarca fascista legato al Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Pablo Dell’Osa
IL PRINCIPE ESPLORATORE
Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi
Mursia, 2010 - Pagg. 432, con inserto fotografico
Formato 14 x 21, brossura
Euro 24,00
EAN 978-88-425-4343-5
DATA: 25.10.2010

IL PRESIDENTE ALESSANDRO SACCHI ALLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO

Il Presidente naz. U.M.I. a.i., Avv. Alessandro Sacchi, risponde al comunicato stampa della Consulta dei Senatori del Regno riguardante la sua elezione, scrivendo al Presidente  Aldo A. Mola.

  
    Caro Presidente,
            ringrazio Te e tutti i Colleghi Consultori per le espressioni di stima e di apprezzamento rivoltemi.
    Nell'assumere quest'oneroso incarico, in un momento così difficile per l'Idea che ci accomuna, sentendone tutto il peso e consapevole delle responsabilità che mi vengono affidate, mi è di grande conforto la vicinanza della Consulta dei Senatori  del Regno e del Loro Presidente.
    Nei prossimi giorni sarà opportuno incontrarci, al fine di pianificare attività comuni, per UMI e la Consulta, per celebrare il 150° della proclamazione del Regno.
    A Tutti i Consultori i sensi della mia stima, ed a Te in particolare, della mia affettuosa amicizia.
Alessandro Sacchi
Roma, 22 ottobre 2010
Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Alessandro Sacchi, Presidente naz. U.M.I. a.i.
Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Alessandro Sacchi, Presidente naz. U.M.I. a.i.
DATA: 22.10.2010
  
GIUSEPPE POLITO SULLE IMMINENTI CELEBRAZIONI PER L'INCONTRO DI "TEANO"

Riportiamo un  intervento pubblicato il 19 ottobre 2010 sul Corriere del Mezzogiorno, inserto nazionale del Corriere della Sera, a firma del Direttore della Biblioteca Storica Regina Margherita di Pietramelara (CE) Giuseppe Polito.

  
    Gentile dottor Abate, leggo il Suo articolo di quest’oggi sul Corriere del Mezzogiorno a titolo: “Teano e Vairano, guerra di celebrazioni” e non posso che condividere la Sua tesi che un convegno sulla “disunità” delle due città che si contendono da 150 anni lo Storico Incontro deve ancora organizzarsi!
    Le due comunità dell’Alto Casertano si sono sempre contese la “paternità” di tale avvenimento che sancì l’unione della Penisola al termine del glorioso e tribolato processo risorgimentale che in molti, oggi, tentano di demolire con tesi assurde, più volte denunciate dalla scrivente con prove e dati inconfutabili e non con slogan che “scimmiottano” un leghismo d’annata. Moltissimi comitati sono sorti negli ultimi anni con l’appoggio delle varie civiche amministrazioni  che si sono succedute a Teano e Vairano, per fare cosa? Dai nomi degli illustri invitati che parteciperanno nei prossimi giorni in un centro e nell’altro, notiamo politici, storici, giornalisti, sindacalisti, umoristi ecc., i quali abbiamo il timore  giungeranno per “processare” il Risorgimento ed i suoi protagonisti. Come più volte abbiamo affermato è indubbio che tale epopea abbia avuto delle “ombre” che è giusto valutarle alla luce di nuovi documenti, carteggi. Ciò tuttavia non deve in nessun modo far dimenticare che il brigantaggio del quale oggi si parla tanto, della stessa camorra, dell’arretratezza delle nostre contrade, esistevano già prima del 1860 ed il Regno dei Borbone, dei tanti primati, fu anche lo Stato che negò una carta costituzionale, che esiliò e condannò al carcere, al patibolo, intere classi dirigenti ed intellettuali, che si ben guardò dopo la prima ferrovia (Napoli-Portici) di costruire altre strade ferrate nel resto del Paese per paura che esse potessero facilitare sommosse o rivolte; ove erano assenti collegamenti stradali degni di questo nome in Calabria, Sicilia, ove l’istruzione era affidata al clero con l’analfabetismo che raggiungeva il 95%, ove nel 1848 nonostante l’appello di molti patrioti italiani, re  Ferdinando II si rifiutò di porsi a capo del movimento nazionale che invece raccolse Casa Savoia ed il Regno di Sardegna, unico Stato che conservò sempre una Carta Costituzionale (lo Statuto Albertino) e potrei continuare ancora!
Concludo constatando  che ancora una volta le Istituzioni tentano di cancellare l’operato della Monarchia, dimenticando che senza la quale né Garibaldi, né Cavour, né lo stesso Mazzini e tanti altri Padri della Patria, non avrebbero potuto agire, chi militarmente,  politicamente, diplomaticamente chi con la propria ideologia, per costruire in pochi anni quella vera rivoluzione, non solo politica, ma soprattutto sociale, civica, economica, che porterà poi il 17 marzo 1861 alla proclamazione del Regno d’Italia. “Un’espressione geografica”, un “Paese di morti”, come veniva definita la nostra Penisola nell’Ottocento, dimostrò al mondo interno come tutti uniti, con i sacrifici di tanti uomini e donne, giovani e meno giovani, potesse arrivare a quell’Unità tanto agognata da secoli. Il nostro cammino unitario non è ancora finito e speriamo che le celebrazioni ed i convegni imminenti a Teano come a Vairano non seguano la tendenza del momento a demonizzare quanto di buono i nostri padri attuarono contro tutti e tutti!
VIVA L’ITALIA! VIVA IL RISORGIMENTO!
Pietramelara, lì 17 ottobre 2010
Giuseppe Polito
DATA: 22.10.2010
  
DECORATO LO STENDARDO DEL SAVOIA CAVALLERIA
 
La carica del Savoia CavalleriaLo stendardo del Reggimento “Savoia Cavalleria”, decorato di una Medaglia d’Oro al Valor Militare per i fatti di Isbuscenskj ( luglio-agosto 1942), di una Medaglia di Bronzo al Valor Militare ( Udine-Val di Natisone 1-4 novembre 1918) e di una seconda ( Russia agosto 1941-maggio 1942) è stato decorato quest’anno della “Croce di Bronzo al Merito dell’Esercito”. Il prestigioso riconoscimento è stato concesso per le benemerenze acquisite nel corso dell’operazione “LEONTE”, condotta in Libano tra l’ottobre 2007 e il maggio 2008 con questa motivazione:

Reggimento di Cavalleria impegnato in Libano quale gruppo tattico di manovra denominato ITALBATT. 2, si distingueva durante quasi otto mesi di permanenza in teatro per encomiabile abnegazione, straordinario spirito di sacrificio, sovrumano impegno e coraggio. Responsabile del controllo e della sicurezza di uno dei tratti più sensibili della linea di demarcazione tra Libano e Israele, operava con mirabile tenacia ed indiscussa professionalità, assicurando sempre una presenza capillare ed efficace, pur in un contesto dai profili politici e istituzionali in rapido e progressivo deterioramento. Uomini e donne del “Savoia”, coscienti dell’importante compito da assolvere, dei pericoli e delle difficoltà della missione, conducevano con altissima determinazione ogni attività loro assegnata. Impazienti di emergere alla pari della propria reputazione, evidenziavano consapevole coraggio, elevate virtù militari e contribuivano in maniera determinante al successo delle operazioni, esaltando il prestigio dell’Italia nel contesto internazionale”

Al Mansuri ( Libano) 2 ottobre 2007 – 24 maggio 2008.

Il reggimento, istituito nel 1692 per decisione di Vittorio Amedeo II al fine di potenziare l’arma a cavallo del Ducato, è uno dei reparti più antichi e più gloriosi delle nostre Forze Armate. Il suo stendardo, che aveva sventolato vittorioso a Udine e nelle steppe della Russa, all’indomani del referendum istituzionale fu dal suo ultimo comandante, il Colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, rimesso a S.M. il Re Umberto II. Il Sovrano, che custodì a Villa Italia il prezioso drappo, lo destinò all’Altare della Patria. Al glorioso reggimento di cavalleria, che porta da tre secoli invitto e immacolato il nome augusto di Casa Savoia, i più vivi complimenti per l’importante riconoscimento

SAVOJE BONNES NOUVELLES

DATA: 21.10.2010
  
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RIGUARDO ALL'ELEZIONE DI ALESSANDRO SACCHI
   
Alessandro Sacchi    La Consulta dei Senatori del Regno esprime sentiti rallegramenti al  Collega avv. Alessandro Sacchi, già Vicepresidente Vicario dell’Unione Monarchica Italiana per la sua elezione a Presidente ad interim della più antica e prestigiosa associazione monarchica italiana. La  Presidenza della Consulta prenderà contatti con il Presidente Sacchi per concordare l’attuazione di iniziative in programma.
    Nell’occasione rinnova l’affettuoso augurio per la Persona del Collega  e Presidente  dell’UMI, avv. Gian Nicola Amoretti, e l’espressione di fervida amicizia per il Segretario nazionale dell’UMI, comm. Sergio Boschiero.

 Roma, 16 ottobre 2010         
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
DATA: 20.10.2010
 
IL SENATORE FASANO PER IL RIENTRO DELLE SALME DEI RE D'ITALIA
   
Il Senatore Vincenzo Fasano
    In vista delle celebrazioni del centocinquantenario dell’unità d’Italia, il Sen. Enzo Fasano ha inoltrato un’interrogazione parlamentare, chiedendo al Presidente del Consiglio dei Ministri, se in vista dei festeggiamenti intenda attivare tutte le procedure che ritiene, affinché si possa realizzare il rientro delle spoglie ancora in esilio dei reali, dando così, non solo pienezza di significato ad un gesto di pietà, ma anche rinsaldare la comune appartenenza alla storia italiana.
DATA: 20.10.2010

SERGIO ROMANO PARLA DI DIARCHIA: MONARCHIA-FASCISMO
Tratto da: "Lettere al Corriere", Risponde Sergio Romano. Il Corriere della Sera
di venerdì 15 ottobre 2010, pagina 55.


    Ho letto il Libro di Frido von Senger und Etterlin «Guerra in Europa». A parte lo stile letterario eccezionale e l’acume di alcune considerazioni strategiche dell’autore, sono rimasto colpito dal paragone che il Generale Von Senger fa tra nazismo e fascismo. Soprattutto quando parla della natura diarchica del fascismo.
Marco Ronchetti

Caro Ronchetti, Per i lettori che non conoscono il libro, pubblicato qualche anno fa da Longanesi, ricordo che von Senger fu per molti versi l’opposto di quella caricatura del generale tedesco che divenne popolare in Europa e in America dopo la guerra franco- prussiana del 1870. Era nato nel Baden Württemberg da una famiglia della nobiltà cattolica, aveva studiato a Oxford per due anni prima della Grande guerra e parlava correntemente l’inglese, l’italiano, il francese. Scelse la carriera militare, partecipò alle maggiori campagne della Prima e della Seconda guerra mondiale in Francia, a Stalingrado, in Sicilia, a Montecassino. Ma cercò sempre di comprendere i caratteri del Paese in cui stava combattendo e di apprezzarne le virtù. Si deve a von Senger, in particolare, se il tesoro artistico e culturale dell’abbazia di Montecassino fu trasportato a Roma e affidato al Vaticano, anziché dirottato verso la Germania. Con l’Italia ebbe sempre un rapporto privilegiato. Sin dai suoi primi contatti con il regime di Mussolini aveva capito che tra la Germania nazista e l’Italia fascista vi era una fondamentale differenza. In Germania Hitler era solo, pressoché onnipotente, al vertice dello Stato. In Italia Mussolini aveva conquistato il potere grazie a un compromesso con la monarchia e doveva manovrare strumenti—la diplomazia, le forze armate, la grande impresa, gli alti gradi della burocrazia e della magistratura — che avevano conservato forti sentimenti di lealtà per la Casa reale. Quando, dopo Stalingrado, la guerra gli parve irreparabilmente perduta, von Senger capì che l’Italia aveva vie d’uscita che ai tedeschi erano precluse. Nel suo libro di memorie, commentando gli avvenimenti del 25 luglio e dell’8 settembre, scrisse: «Dal punto di vista storico, prescindendo da qualsiasi risentimento dell’alleato, nella Seconda guerra mondiale Vittorio Emanuele III, per il fatto di aver posto tempestivamente fine alla guerra, ha reso al suo popolo un servizio altrettanto grande della resistenza a oltranza da lui propugnata dopo Caporetto». Non è tutto. Von Senger finì per giustificare il «tradimento» dell’Italia sostenendo che con un regime come quello nazista qualsiasi soluzione concordata sarebbe stata impossibile. Dopo la lettura delle memorie di von Senger, comprendiamo meglio perché Hitler sia stato sorpreso e infastidito dalla continua presenza di Vittorio Emanuele nelle cerimonie organizzate per la sua visita in Italia nel maggio 1938. Capì allora che il suo «maestro» Mussolini aveva accettato un compromesso con la monarchia e che l’Asse, prima o poi, si sarebbe incrinato.
Sergio Romano
DATA: 20.10.2010
  
RIUNITA A ROMA LA GIUNTA ESECUTIVA: ALESSANDRO SACCHI ELETTO PRESIDENTE NAZIONALE A.I.
   
Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I. a.i.    Si è riunita a Roma la Giunta esecutiva nazionale dell'U.M.I.. Preso atto, su comunicazione del Segretario nazionale Sergio Boschiero, della infermità che ha colpito il Presidente nazionale Avv. Gian Nicola Amoretti, nella temporanea impossibilità dello stesso di esercitare la funzione rappresentativa dell'Associazione, ed auspicando una sua rapida guarigione, i componenti della Giunta, all'unanimità, hanno eletto Presidente nazionale ad interim l'Avv. Alessandro Sacchi, già Vice Presidente nazionale vicario.
    Al Presidente Sacchi gli auguri dell'Associazione.
Roma, 16 ottobre 2010.
DATA: 16.10.2010
      
SOLO AL PANTHEON LE SALME DEI SAVOIA
   
il Ministro della Difesa Ignazio La Russa    Alessandro Sacchi e Sergio Boschiero, rispettivamente Vice-Presidente naz. vicario e Segretario naz. dell'U.M.I. (Unione Monarchica Italiana), in merito alle lodevole proposta del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, per la sepoltura in Patria delle salme dei Sovrani di Casa Savoia morti in esilio, hanno rilasciato la seguente dichiarazione congiunta:

    “Un vivissimo plauso al Ministro La Russa per la nobile proposta.
    Ovviamente le spoglie dei nostri ultimi Re e delle Regine possono trovare sepoltura solo nel Pantheon di Roma, accanto agli altri Sovrani e ciò soprattutto per ragioni di continuità storica.
    Il Pantheon fu indicato come luogo di sepoltura dei Re e delle Regine d'Italia dal Consiglio Comunale di Roma e dal Governo alla morte del primo Re d'Italia Vittorio Emanuele II (1878)”.
Roma, 16 ottobre 2010.

I Sovrani sepolti in terra straniera
DATA: 16.10.2010
     
PRESENTATO A PALAZZO MOTECITORIO L'ULTIMO LIBRO DI FISICHELLA “IL MIRACOLO DEL RISORGIMENTO”
   
Mauro Mazza, Domenico Fisichella e Giovanni ValentiniVenerdì 15 ottobre – Nell'ambito dell'iniziativa dedicata alla cultura politica: "Il volume della democrazia - Giornate del libro politico a Montecitorio", in cui vengono presentate le novità editoriali e in cui si svolgono dibattiti e incontri con gli autori, è stato presentato l'ultimo libro del Prof. Sen. Domenico Fisichella “Il Miracolo del Risorgimento” (Carocci, 2010).
La prestigiosa sede ha offerto l'opportunità ad un nutrito e competente pubblico di affrontare un'analisi sintetica ma accurata di quello che Domenico Fisichella ha definito “Il Miracolo italiano”, ovvero il Risorgimento.
    Assieme all'autore erano presenti il direttore di RaiUno Mauro Mazza e il giornalista Giovanni Valentini.
    Il direttore della rete ammiraglia del servizio pubblico radiotelevisivo ha aperto la tavola rotonda elogiando l'approccio non univoco che Fisichella offre in questo libro sulla storia del Risorgimento. Mazza ha ricordato che, fino al'68, la scuola offriva testi a carattere storico-nazionale (come il Silva), poi tutto cambiò. Con il libro di Fisichella finalmente si torna a leggere un saggio storico in cui non vi siano i pregiudizi ideologici che impongono a gran parte degli storici contemporanei di screditare tutto ciò che abbia un carattere nazionale.
    Giovanni Valentini si è invece soffermato sull'attualità de “Il miracolo del Risorgimento”, andando ad esporre la teoria politica di come il Risorgimento sia stato un movimento d'elite e d'opinione che abbia saldato un popolo unito sì socialmente ed economicamente, ma non ancora politicamente ed istituzionalmente. Valentini, dopo una prima lettura pensava che l'Autore fosse stato eccessivamente generoso con Casa Savoia. Questa impressione è durata poco in quanto, anche confrontando alcuni articoli di Eugenio Scalfari (che ha letto ed apprezzato il libro in questione, ndr.) si è reso conto che solo grazie a Re Carlo Alberto l'Italia ha potuto avere lo Statuto e che senza Vittorio Emanuele II non avremmo avuto né l'Italia né Roma Capitale. Il noto editorialista ha concluso il suo intervento offrendo all'Autore tre argomenti di discussione: un giudizio su questione settentrionale,Il libro di Fisichella esposto nella "Sala della Regina" revanscismo meridionale e federalismo.

    Domenico Fisichella ha concluso la tavola rotonda entrando in medias res riguardo a quanto scritto nel libro. L'Autore ha spiegato che l'Italia preunitaria viveva di una cultura basata principalmente sul provincialismo, il municipalismo e l'oligarchismo economico. Il Risorgimento ha rotto con questi schemi in quanto spinto una tradizione tutt'altro che mercantile.
Tutte le grandi nazioni europee sono state concepite da un'aristocrazia feudale, sono le grandi dinastie che hanno dato l'impulso ad una nazione per venire ad essere, le oligarchie economiche si sono inserite in una fase successiva. Nessuna grande nazione è nata come repubblica e, paradossalmente, le repubbliche più importanti (quella di Genova e quella di Venezia) sono state distrutte da Napoleone, uomo di ispirazione repubblicana.
E così avvenne per l'Italia che si costituì attorno a Casa Savoia, per assumere in breve uno slancio completamente italiano. Nell'ottica del dare/avere il Risorgimento ha avuto senz'altro qualche costo ma, mettendo costi e benefici sul piatto della bilancia, i meriti superano di gran lunga il prezzo pagato per il processo di unificazione.
    Fisichella risponde poi ai quesiti di Valentini, cominciando dal federalismo. In Germania, paese con fortissima tradizione federale, da tempo si sta discutendo degli effettivi costi dei Länder.
In Italia, paese con una comunità linguistica secolare, la situazione è ben diversa. Il paese è rimasto unito anche da un punto di vista religioso in quanto, non essendo presente il fenomeno del protestantesimo, non abbiamo mai avuto guerre religiose che – la storia ci insegna – dividono profondamente il territorio. Nessuna realtà che passi da una situazione di unione ad una di disgregazione (o viceversa) può farlo senza conflitti. Sia da un punto di vista strettamente economico, che da un punto di vista culturale, Fisichella non vede il federalismo come una soluzione ai problemi del paese, anche a causa di un'elite, sia politica che sociale, decadente.
    Il revanscismo meridionale è visto dall'illustre Professore come un rischio a cui si va incontro come contrappeso ad una situazione politica radicata nel nord e la cosa comporterà dei costi ingenti. Quindi il rischio non sono i libri oggi tanto pubblicizzati di revisionismo risorgimentale (son semplicemente documentazione di un'aneddotica poco influente a livello nazionale) ma una più profonda crisi politica che potrebbe portare il sud ad una nociva radicalizzazione.
Domenico Fisichella con Sergio Boschiero    Fisichella conclude il suo intervento parlando dello sforzo immane che è stato fatto dalla classe dirigente sabauda per un'integrazione completa a livello nazionale di tutte le realtà esistenti. E Garibaldi, Generale del Regno di Sardegna, ne è forse l'esempio più lampante. L'Italia non è stata unita dal Regno delle Due Sicilie, benché fosse superiore sia territorialmente che demograficamente, perché da troppo soggiogati da una potenza straniera. La repubblica di Venezia, in quanto annullata da Napoleone, non ha potuto pensare a compiere un processo di unificazione nazionale e lo Stato Pontificio non aveva nessun interesse a cimentarsi in un'impresa simile.
Solo Casa Savoia si è messa in discussione, rischiando tutto e compiendo questo “Miracolo”.
    Si è così concluso, fra gli applausi, l'incontro a cui era presente anche il Segretario nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero.
Il Libro di Fisichella, messo in vendita nelle librerie il 16 settembre, ha già avuto una seconda ristampa a sole due settimane dall'uscita e sta riscuotendo un grande successo, non solo nelle librerie, ma anche sulla carta stampata nazionale e in diverse trasmissioni televisive.

DATA: 15.10.2010
   
RISORGIMENTO DIMENTICATO: LA PASIONARIA SALENTINA

    In questa periodica rubrica per conoscere fatti e personaggi meno noti del nostro Risorgimento, vorremmo anche sottolineare il ruolo delle donne in quest’epopea straordinaria. Dopo Adelaide Bono Cairoli, è il turno di un’altra grande personalità femminile del tutto diversa dalla “madre della Nazione”: Antonietta De Pace.
Ella nacque in un’agiata famiglia a Gallipoli nel 1818 dal ricco banchiere Gregorio e da Luisa Rocci Cirasoli, i cui fratelli avevano aderito nel 1799 alla Repubblica Napoletana. La morte del padre, si parlò anche di avvelenamento da parte del suo segretario,  quando Antonietta aveva 8 anni, costrinse i De Pace   a vendere sottocosto molte proprietà agricole. Dopo i primi studi fu accolta a Lecce dalla sorella Rosa, moglie di Epaminonda Valentini il quale unitamente a Sigismondo Castromediano, erano famosi anti-borbonici. Già adolescente s’interessò alle condizioni di vita dei contadini di Ugento, costretti a lavorare dai “padroni” in paludi infette senza acqua potabile, ove la malaria, il tifo e la tubercolosi mietevano decine e decine di vittime. Le prime notizie sulla militanza patriottica di Antonietta appaiono nel 1848, subito  dopo i fatti di Napoli del 15 maggio, ove la “plebaglia” lazzara al grido di “Viva il re ed abbasso i liberali”, compì saccheggi e stragi verso gli ambienti liberali. Le vittime furono oltre 500 mentre in tremila riuscirono a riparare sulle navi francesi ancorate nel porto della capitale!
A Lecce si andò a formare un “Circolo patriottico” che propugnava la difesa della Carta Costituzionale, prima concessa e poi ritirata da re Ferdinando II, opponendosi alle rivendicazioni contadine sulle terre demaniali.
La notizia dell’arrivo delle truppe reali per ristabilire l’autorità governativa, non fermò il tentativo, vano, della De Pace, di Valentini e Castromediano, di organizzare una milizia cittadina per dare manforte alla Guardia Nazionale allo sbando.
Castromediano e Valentini furono arrestati ed accusati di “di illecita associazione ad oggetto di distruggere il governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale”. La Gran Corte di Lecce condannò a morte il cognato di Antonietta, ma nel 1849 causa malattia e stenti, egli morì in carcere.
La morte del Valentini, portò Antonietta e la sorella vedova Rosa a trasferirsi da Lecce a Napoli, ove si rafforzarono i suoi ideali di libertà e di lotta contro i Borbone, ed entrò ben presto in contatto con altre grandi donne meridionali tutte dedite alla causa dell’Italia: la moglie di Settembrini, dell’Agresti e la madre dei fratelli Poerio. Aderì quindi alla setta “Unità italiana”, il cui scopo principale era “l’unità nazionale e per fine prossimo la necessità di togliere di mezzo i Borboni”.
Ben presto la Polizia borbonica arrestò la maggioranza degli adepti, ed Antonietta entrò in un’altra associazione segreta, ove conobbe il tarantino Nicolò Mignogna ed il napoletano Giuseppe Fanelli, entrambi futuri “Mille” con Garibaldi, il secondo divenne uno dei capi dell’anarchismo internazionale.
Tutti costoro entrarono in contatto con Giuseppe Mazzini, il quale era preoccupato della debolezza delle sette meridionali, in quanto decimate dagli arresti e dalle delazioni, unitamente alle difficoltà che incontravano i settentrionali a collegarsi con i fratelli del Sud.
Le difficoltà economiche la costrinsero a chiedere di entrare nel Ritiro del Sacro Tempio delle Scorziate a Napoli come corista. Ma il suo tempo non lo passava a cantare bensì ad alleviare le pene dei detenuti politici nelle “infernali” carceri borboniche. Fingendo di essere la prossima sposa di tale Aniello Ventre, ottenne di poter entrare nella prigione di Procida ma il suo intento fu quello di irrobustire i contatti con i detenuti e raccogliere fondi per una cassa di soccorso istituita per aiutare costoro e le famiglie. Grazie al Mignogna, la coraggiosa Antonietta divenne una vera e propria “staffetta” ante-litteram per recapitare la corrispondenza tra i carcerati, le famiglie ma soprattutto tenere rapporti con i vari comitati mazziniani di Genova, Malta e Londra. L’attività della De Pace permise a Mazzini di migliorare ed aumentare i contatti con i patrioti napoletani. E’ quasi sicuro per i suoi biografi, che Antonietta usasse per la corrispondenza il nome di “Emilia Sforza Loredano”, risultata poi sconosciuta alla Polizia che sequestrò varie lettere in codice al suo indirizzo! Per cercare di venire incontro alle richieste di Mazzini di unificare i vari movimenti patriottici del napoletano, Antonietta insieme al Mignogna s’impegnò su questo versante trovando forti resistenze negli ambienti moderati i quali non trovarono adeguata la soluzione unitaria repubblicana portata avanti dai gruppi mazziniani.
Il 27 luglio 1855 la De Pace e Mignogna vennero arrestati dalla Polizia borbonica con l’accusa di cospirazione repubblicana, furono perquisite le loro abitazioni e sequestrato del materiale ma Antonietta riuscì, si dice, ad ingoiare i più compromettenti messaggi di Mazzini! Così facendo evitò che una dura repressione si scattasse negli ambienti liberali.
Tuttavia venne processata ed il suo procedimento durò 46 giorni con gli avvocati difensori Lauria, Castriota e Longo che tentarono di attenuare i pesanti capi di accusa. Di fronte all’assenza di prove concrete, Antonietta De Pace venne rilasciata ed affidata alla tutela di un aristocratico borbonico mentre il Mignogna venne esiliato.
Tra il 1856 ed il 1857 la sua attività cospirativa, seppur rallentata, non si fermò continuando nell’azione unificatrice con rinnovato vigore anche contro quegli ambienti napoletani fautori del ritorno di un Murat sul trono napoletano.
La tragica fine di Pisacane aumentò l’influenza dei moderati ed Antonietta fece molto perché il movimento unitario non si dividesse.
La notizia della vittoria di Magenta degli alleati franco-sardi durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, la spinse ad organizzare la grande manifestazione patriottica alla Riviera di Chiara sotto l’ambasciata del Piemonte con l’intervento della truppa reale che disperse il corteo attuando parecchi arresti. Antonietta era da tempo in contatto con la rappresentanza diplomatica sabauda a Napoli, dalla quale si procurava periodicamente alcuni giornali, tra i quali “l’Opinione” di Torino ed il “Corriere Mercantile” di Genova. Il seguente trattato di Villafranca diede nuovamente potere ai repubblicani e la De Pace scelse di stare con questi.
La spedizione dei Mille aiutò le varie fazioni napoletane ad uscire alla luce, con la nascita di un “Comitato centrale dell’ordine”, con lo scopo di coordinare i movimenti nelle province, Antonietta era tra i membri per poi confluire nel luglio seguente nel “Comitato unitario nazionale” fedele a Mazzini al quale avevano già aderito gli amici Fanelli e Mignogna.
Alla fine di agosto del 1860 Antonietta De Pace si portò a Salerno ove incontrò Giuseppe Garibaldi e fu con lui sul treno che giunse trionfalmente a Napoli il 7 settembre successivo, abbigliata con un vestito tricolore.
Durante la battaglia sul Volturno coordinò brillantemente il servizio sanitario delle ambulanze, nella sua qualità di responsabile sanitaria dell’Ospedale del Gesù.
Dopo la proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861 l’attività politica della De Pace diminuì sensibilmente. Fu a Torino per i solenni funerali di Cavour, sedendo nelle prime file insieme alle alte cariche dello Stato. Nel 1867 durante un viaggio da Napoli a Firenze per raggiungere il marito, il giornalista Benedetto Marciano, fu arrestata a Ceprano, presso Frosinone, dalla Polizia pontificia e fu rilasciata solo dopo una vibrata protesta del Governo italiano.
Gli ultimi anni furono travagliati: la morte del nipote amatissimo Francesco Valentini avvenuta a Bezzecca nel 1866 contro gli austriaci, e quella di altri congiunti le causarono un forte esaurimento nervoso. Si ritirò a vivere a Napoli ove si dedicò all’educazione dei fanciulli nel convitto fondato dal marito. Una bronchite la portò alla morte il 4 aprile 1893. Scrisse Marciano in una biografia da lui curata: “Svelta, intelligente, ardita e prudente insieme, dimenticò il mondo femminile, e tutta l’anima versò nel proposito di concorrere a liberare la patria dalla servitù”. Ai suoi studenti amava ripetere: “Noi abbiamo fatto l’Italia, voi dovete conservarla, lavorando a farla prospera e grande”.
GIUSEPPE POLITO
BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
DATA: 14.10.2010
  
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO PER IL 150° DELL’UNITA’ D’ITALIA

Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno    Venerdì 8 ottobre 2010 la Consulta dei Senatori del Regno si è riunita in Torino, prima Capitale d’Italia. Con la presenza e l’adesione partecipativa di tutti i suoi componenti, tra i quali S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia e il Principe Aimone di Savoia, Duca delle Puglie, la Consulta ha programmato le proprie iniziative per evocare il 150° dell’Unità d'Italia.   
   In presenza del preoccupante  declino dei valori fondanti della società civile e di pulsioni  disgregatrici, tutt’altra cosa da auspicabili riforme varate nelle forme di legge, la Consulta riafferma la centralità dello Stato e addita le Istituzioni, i principi ideali e i patrioti che fecero l’Italia unita, indipendente e libera: patrimonio indivisibile e attuale per la dignità dei cittadini italiani in Europa e nella Comunità internazionale.                                                       
   Torino, 8 ottobre 2010
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
DATA: 11.10.2010
   
ROMA: A PALAZZO BRASCHI "IL RISORGIMENTO A COLORI"

I magneti risorgimentali in vendita al museo    Il 19 settembre 2010 è stata inaugurata a Palazzo Braschi (piazza Navona) la mostra "Il Risorgimento a colori", mostra che si propone di narrare la storia del Risorgimento romano descrivendone gli eventi più significativi (dalla Repubblica Romana all'annessione al Regno d'Italia) con una selezione di opere realizzate da artisti italiani e stranieri.
In mostra sarà anche esposto il prezioso abito di Roberto Capucci Angelo Barocco realizzato nel1987 e personalizzato per l'occasione, proveniente dall’Archivio Storico Fondazione Roberto Capucci.
Le circa cento opere selezionate - dipinti, sculture e opere grafiche provenienti dalle collezioni del Museo di Roma e da altre raccolte italiane pubbliche e private - illustrano, sia attraverso i tradizionali schemi accademici sia con un innovativo linguaggio tra cronaca ed epopea, venti anni di storia della città, dalla Repubblica Romana del 1849 alla sconfitta di Garibaldi a Mentana, fino al definitivo crollo del potere temporale della Chiesa con la presa della città da parte dei bersaglieri il 20 settembre 1870.
In particolare sarà possibile ammirare dipinti di Dario Querci, Carlo De Paris, Michelangelo Pacetti, Ippolito Caffi, George Housman Thomas, Gerolamo Induno, Michele Cammarano, Carlo Ademollo, Gioacchino Toma, Onorato Carlandi.
Il percorso della mostra inizia con un dipinto di Ippolito Caffi che descrive l’entusiasmo popolare in Piazza del Quirinale per la concessione dello Statuto da parte di Pio IX mentre la tela di Antonio Malchiodi rievoca la figura del tribuno di Trastevere Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio.
Un’intera sezione dell’esposizione è dedicata all’intensa esperienza della Repubblica Romana, ricordata con due grandi dipinti che fissano l’immagine dei maggiori protagonisti: la tela di Dario Querci con Giuseppe Mazzini che in Campidoglio annuncia ai romani l’istituzione della Repubblica e il dipinto di George Housman Thomas raffigurante Garibaldi nell’assedio di Roma. I dipinti di Gerolamo Induno e Giambattista Bassi testimoniano la desolazione dei luoghi bombardati.
Il lungo periodo di normalizzazione che segue il ritorno del pontefice nella città occupata dalle truppe francesi, nell’aprile del 1850, viene celebrato da artisti fedeli al regime in opere come Il ritorno di Pio IX dello spagnolo Carlo De Paris o nelle scene di vedutismo cronachistico di Michelangelo Pacetti.Vittorio Emanuele II riceve i documenti del plebiscito di Roma
Gli ultimi atti dell’epopea risorgimentale romana sono ripercorsi nelle tele di Michele Cammarano e Archimede Tranzi che rievocano la breccia di Porta Pia. La partecipazione di aristocratici e popolo affinché si realizzi la nuova realtà politica di Roma capitale è ricordata in una bella scena di genere di Pietro Saporetti.
Costituisce un’interessante integrazione all’esposizione pittorica la sezione dedicata alla grafica, presentata nelle due nuove sale con accesso dal cortile di Palazzo Braschi, aperte al pubblico proprio in questa occasione. Qui è ospitata la documentazione degli avvenimenti romani tra il 1846, anno di elezione di Pio IX, e il 1870 in 49 opere - disegni, incisioni e libri rari - alcune esposte per la prima volta.
Sono documentati importanti eventi quali l’istituzione della Guardia Civica o la realizzazione degli imponenti apparati effimeri innalzati nelle piazze cittadine in onore del papa. La proclamazione delle Repubblica Romana e i cruenti scontri durante l’assedio del ’49 tra truppe francesi e romane sono efficacemente illustrati nelle famose litografie delle Rovine della guerra di Roma del 1849, tratte dal dagherrotipo e nei panorami di Kandler e Andreae che ritraggono l’assedio da Villa Pamphilj e da Palazzo Caffarelli.
Completano la mostra una serie di opere che illustrano le iniziative di Pio IX dopo il ritorno a Roma
dall’esilio di Gaeta: la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e l’inaugurazione della
colonna, dedicata alla Vergine, in piazza di Spagna; la commissione di importanti scavi archeologici
che portarono al ritrovamento dell’Ercole Righetti presso Campo de’ Fiori e dell’Augusto a Prima Porta; la macchina pirotecnica incendiata sul Pincio per la festività dei Santi Pietro e Paolo.
Museo di Roma in Palazzo Braschi dal 19 settembre 2010 al 9 gennaio 2011.
Orario: fino ale 9 gennaio 2011 da martedì a domenica ore 9.00-19.00
La biglietteria chiude mezz'ora prima - Chiuso lunedì
Biglietto d'ingresso: Intero € 8,00 - ridotto € 6,00
Curiosità: in biglietteria sono in vendita - al prezzo di 7,50 € - dei magneti raffiguranti il Re Vittorio Emanuele II, la bandiera del regno d'Italia e Garibaldi (vds. prima fotografia). In vendita anche la riproduzione di monete con l'effigie di Vittorio Emanuele II.
DATA: 09.10.2010

ALLE ORIGINI DELL’A.C.I., ASSOCIAZIONE CONDIVISA

Articolo pubblicato sul n. 11, del 26/09/2010, di “Hurrà Grigi”, il quindicinale dei tifosi della squadra di calcio di Alessandria.

il Re Vittorio Emanuele IIIE' l’anno 1895 quando al termine della gara automobilistica Torino-Asti-Torino di 115 Km., vinta dall’omnibus Daimler, gli organizzatori si accorgono di una assenza importante: manca un’Ente preposto per tutelare gli interessi dei possessori di automobili, sempre in aumento. Il Conte Carlo Biscaretti di Ruffia, al quale è stato poi dedicato lo splendido Museo dell’Automobile, appassionato di motori, con alcuni collaboratori si mette all’opera, muovendo i primi passi per la costituzione di un Organismo impostato per assolvere i problemi nel campo della nascente motorizzazione.
È l’epoca in cui il Ministero dei Trasporti non è neppure in embrione, una regolamentazione in materia non esiste. Sono i Comuni ad indicare sommariamente il comportamento dei primi mezzi muniti di motore, regolando la circolazione con l’invio, in prima linea, delle guardie di città, ancora inesperte.
L’attività di un tale complesso burocratico vede la luce in Torino; poi, nell’ordine, Firenze, Genova, Milano: così dalle maggiori città, fino alle delegazioni nei minori centri. La nostra Alessandria, corre l’anno 1927, quando possiede la prima sede autonoma, nell’attuale via Faa di Bruno, trasferita
successivamente in via Plana, nelle vicinanze di un distributore di carburanti. Le gare sono l’incentivo per costruire motori sempre più potenti; gli automobilisti di casa nostra, propongono un tracciato di 32 Km, con partenza ed arrivo in Alessandria: con transito a San Salvatore, Valenza, tanto per citare i maggiori centri.
L’A.C.I. organizza sul piano competitivo, a livello nazionale, il primo giro d’Italia in automobile.
Partenza: Torino. Arrivo: Milano, passando per Roma. Le carrozze a motore, anno dopo anno, incrementano le immatricolazioni; da qui la necessità di gestire la selvaggia espansione. Si devono ricavare dati, possibilmente precisi, quantificando mezzi, individuando i possessori. Il problema è risolto con l’applicazione della targa; un semplice numero marchiato di bianco, sul radiatore.
L’interesse per l’auto è in espansione, conseguentemente aumentano le competenze dell’A.C.I., denominata, nel frattempo, Unione Automobilistica Italiana. Milano è la città più prestigiosa, in costante crescita economica. Gli Amministratori locali hanno il problema di disciplinare il traffico, esigenza condivisa dalla sensibilità dei conducenti iscritti, sensibilità esternata con la realizzazione
della prima Scuola Guida, tutta italiana.
Gli appassionati del motore non mancano. L’elenco vanta, ogni anno nuovi nomi; si cerca di allacciare i rapporti con la vicina Francia, anch’essa in via di motorizzarsi con difficoltà analoghe, includendo inediti itinerari, terreno fertile su cui svolgere attività turistica in comune. Roma, divenuta la capitale d’Italia, accoglie i maggiori Uffici burocratici per cui, a distanza di tempo, anche l’Associazione degli Automobilisti elegge, nella città Eterna, la sede principale.
L’A.C.I. è elevato a Ente Morale, la cui Presidenza Onoraria è riservata al Re Vittorio Emanuele III; con tale Presidenza, il nome da assumere non può che essere Reale Automobile Club d’Italia, il famoso R.A.C.I, per dirlo alla maniera dei nostri nonni.
Franco Montaldo
DATA: 09.10.2010
  
PRESENTATO IL REGIO LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA

Il Castello dei Baroni GallelliIn occasione del centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, si è tenuta la presentazione, a cura del barone Gallelli (Presidente Fondatore del Club calabrese per la caccia alla volpe a cavallo) e del famoso storico calabrese Antonio Gesualdo, del Regio Libro d'Oro della Nobiltà Italiana.
Questa nuova pubblicazione vuole essere la continuazione del registro denominato Libro d'Oro della Nobiltà Italiana. Tale registro ufficiale, creato nel 1896 con Regio Decreto da Re Vittorio Emanuele II di Savoia e compilato dalla Consulta Araldica del Regno d'Italia, fu il primo e più importante Registro Nobiliare dello Stato Italiano i cui aggiornamenti cessarono solo negli anni '60 del XX secolo.
Oggi, grazie alle edizioni C.C.C.V. (Club Calabrese Caccia alla Volpe), quest'importante registro nobiliare ufficiale del Regno rivive proprio attraverso il Regio Libro d'Oro della Nobiltà italiana, che è amministrato dal Club grazie al Fondo-Finanziario per le Materie Araldiche e diretto da Antonio Gesualdo: quest'opera si propone di proseguire i censimenti nobiliari iniziati nel Regno d'Italia attraverso la stesura di quel primo e più importante registro nobiliare ufficiale dello Stato Italiano, in due versioni editoriali.
La prima versione (che è poi l'attuale) è costituita da comodi e svincolati fascicoli mensili, organizzati in ordine alfabetico (attualmente è andata alle stampe infatti la lettera A): in questo modo gli studiosi e collezionisti possono acquistare solo il fascicolo contenente la famiglia di loro interesse, menRegio Libro d'Oro della Nobiltà Italianatre la seconda versione - che vedrà le stampe tra circa 3 anni - è costituita dal completo monovolume biennale, nel quale i casati italiani verranno tutti raccolti in un unico volume, con tutti gli stemmi riprodotti a colori alla fine dell'opera.
Questa nuova iniziativa editoriale è stata possibile grazie alla collaborazione dell'Archivio Centrale di Stato di Roma che ha gentilmente concesso la visione di tutti i 41 volumi che costituiscono il Registro Ufficiale dello Stato denominato Libro d'Oro della Nobiltà Italiana.
Il Club non è nuovo a iniziative del genere, esso non è solo una associazione equestre-nobiliare che, dal 2006, organizza cacce alla volpe a cavallo sui fondi dell'anzidetto casato, ma è anche una organizzazione culturale-nobiliare, amministratrice ed editrice oltre che del neo Regio Libro d'Oro della Nobiltà Italiana (2010), anche della Rivista Calabrese di Caccia alla Volpe a Cavallo (2009),
nonché della Rivista Araldica Calabrese (2008).
Affiliati al circolo vi sono noti nomi dell'editoria araldica e genealogica italiana.
Le eleganti strutture del Club sono aperte a qualsiasi tipo di evento mondano e sociale. Per ulteriori informazioni consultare l'apposita pagina "Location eventi" del sito www.caccialavolpe.it
DATA: 08.10.2010
 
LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA SCRIVE A "IL GIORNALE"

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di SavoiaNell'Angolo di Granzotto, su "Il Giornale" di sabato 2 ottobre 2010 (pag. 46), è stata pubblicata una lettera di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia in cui la figlia di Re Umberto II esprime soddisfazione per la sentenza e l'ordinanza che hanno visto convolti sia le LL.AA.RR. i Principi Amedeo ed Aimone di Savoia, che Vittorio Emanuele. L'U.M.I., in data 22 settembre u.s., con un cominicato aveva espresso le medesime valutazioni sull'accaduto.Riportiamo la lettera della Principessa e la risposta del noto opinionista, il giornalista Paolo Granzotto.

Due buone notizie per casa Savoia (e per il buonsenso)
    Caro Granzotto, finalmente due buone notizie: la sentenza di proscioglimento di Vittorio Emanuele da un'accusa infamante; l'ordinanza della Corte d'Appello di Firenze che blocca un tentativo da parte di Vittorio Emanuele e di suo figlio Emanuele Filiberto di vietare 1'uso del cognome Savoia a componenti illustri della famiglia, quali il Duca d'Aosta e il figlio Aimone. E' per me motivo di gioia e di soddisfazione sapere che il mio nipotino e figlioccio, Umberto, Principe di Piemonte, sia e si chiami Savoia oltre che per diritto anche a norma di legge, se così posso dire. Mi premeva segnalarglielo, nel caso le fosse sfuggita l'ordinanza, perché a più riprese la sua rubrica aveva affrontato 1'argomento incautamente sollevato da Vittorio Emanuele.
Maria Gabriella di Savoia  
DATA: 07.10.2010
 
IL PARADOSSO DI UN PAESE DIVISO SULL’UNITÀ CHE LO HA FATTO GRANDE

articolo di E. Galli della Loggia, da "Il Corriere della Sera" di mercoledì 6 ottobre 2010


Vittorio Emanuele IILe attuali celebrazioni dell’anniversario dell’Unità stanno confermando un carattere particolare e se si vuole bizzarro della nostra vita pubblica: tra i grandi Paesi europei siamo il solo la cui esistenza come Stato ha dato luogo tra i suoi stessi cittadini a forti, spesso radicali, dissensi interni. Che di fatto durano ancora oggi: praticamente su tutto, sui modi della nascita dello Stato stesso (assenza di una vera partecipazione popolare, assenza dei cattolici, «annessionismo» piemontese, eccetera), sull’inadeguatezza militare mostrata e dunque sulla dipendenza dall’aiuto straniero, sulla forma dello Stato (monarchia o repubblica, accentramento o federalismo).
Questo paradossale carattere divisivo dell’Unità italiana si è venuto rapidamente calando in quella che è diventata la divisione principe della nostra storia contemporanea: la divisione Nord e Sud. Che oggi, non a caso, è quella che più anima e spesso esaspera la discussione sull’Unità: con al Nord una Lega che agita a scadenza fissa la bandiera della secessione, mentre al Sud diventano sempre più numerosi coloro che si propongono d’imitarla, dando vita ad un partito del Sud e accontentandosi per il momento di riconoscersi in un libro colmo di invenzioni strampalate e di fole come Terroni.
Come si spiega il paradosso di cui sto dicendo? Credo con due ragioni: la prima è che la lotta per la nascita dell’Italia corrispose, in una misura che abbiamo dimenticato, anche ad una guerra intestina tra italiani (che non ha certo ben disposto i perdenti). E in secondo luogo con il fatto che tutte le culture politiche dell’Italia del Novecento (da quella dei cattolici a quella del fascismo e del comunismo gramsciano) si sono costruite a partire da una critica più o meno radicale al Risorgimento. Cioè al modo, per l’appunto, in cui l’Italia è nata.
Eppure bisogna avere il coraggio di dirlo: la storia dell’Italia, dello Stato nazionale italiano, è stata senza alcun dubbio una storia di successo. Certo, il merito lo ha avuto anche quella cosa che ha riguardato tutti i Paesi e che si chiama il progresso. Ma se negli ultimi 150 anni gli italiani, tutti gli italiani, hanno mangiato, abitato, vissuto incomparabilmente meglio dei loro antenati, se hanno avuto la possibilità di curarsi, di istruirsi, di leggere un libro, di assistere ad uno spettacolo, di conoscere il mondo, in una misura anche 50 anni fa inimmaginabile, lo devono perlopiù solo all’esistenza di quella gracile creatura nata nel lontano 1861. La quale, venuta alla luce da una incredibile avventura grazie specialmente alla politica, sempre grazie a questa, attraverso i diversi regimi, è riuscita a mobilitare le risorse necessarie per raggiungere i traguardi appena detti.
L’iniziativa del «Corriere» vuole servire soprattutto a questo: a ricordarcelo. Vuole servire a renderci consapevoli, attraverso una panoramica sulle dimensioni cruciali della nostra vita collettiva, che l’Italia unita ha rappresentato lo strumento decisivo per la nostra emancipazione culturale, civile ed umana. L’Italia, lo Stato italiano, di cui tutti pure conosciamo i mille difetti, le mille inadempienze, le mille miserie ma che alla fine è il solo paese che abbiamo: il nostro Paese. Perché buttarlo?
Ernesto Galli Della Loggia
06 ottobre 2010
DATA: 07.10.2010
     
DOPO 70 ANNI GLI ITALIANI  DEPORTATI DA STALIN IN UZBEKISTAN INCONTRANO  L’ITALIA

DOPO 70 ANNI GLI ITALIANI DEPORTATI DA STALIN IN UZBEKISTAN INCONTRANO L’ITALIASi è svolto il 30 settembre a Tashkent, capitale della Repubblica dell’Uzbekistan, il primo incontro fra gli Italiani di Crimea deportati in Asia da Stalin e l’Italia e gli italiani.  Protagonisti dell’evento sono stati i fratelli Ivan, Pavel, Elena e Irina NENNO di Tashkent, in rappresentanza degli Italiani di Uzbekistan, che hanno incontrato il nostro ambasciatore Giovanni Ricciulli e l’avv. Vittorio Giorgi, esperto di problemi  di storia dell’emigrazione e di cooperazione con l’Uzbekistan. I fratelli NENNO vantano antichi legami con l’Italia. Tutto comincia alla metà del 1800, quando circa duemila italiani dalla Puglia, Liguria e Campania si trasferirono nell’allora Russia zarista per lavorare le fertili terre vicino la città portuale di Kerch, in Crimea. Nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, tutti gli italiani residenti a Kerch (uomini, donne, bambini) vennero deportati in Kazakistan, per ordine di Stalin, con l’accusa di popolo traditore. Circa due terzi morirono nel tragitto effettuato in carri piombati, per fame e malattie, oppure nei luoghi di destinazione per il freddo e i maltrattamenti. Finita la guerra, dopo la denuncia dei crimini staliniani ad opera di Kruscev, la maggior parte dei sopravvissuti ritornò in Crimea, dove però ogni loro bene era stato confiscato e mai più restituito, alcuni restarono in Kazakistan, altri invece si spostarono in Russia e in Uzbekistan. E proprio a queste vicende storiche si ricollegano i fratelli NENNO, nati alla fine degli anni 40 in Kazakistan, dove i loro genitori erano stati  deportati, e poi trasferitisi in Uzbekistan. Animato da finalità umane e culturali, l’incontro di Amicizia si è svolto a Tashkent nella residenza privata dell’Ambasciatore Ricciulli, che ha dato il benvenuto con un piacevole rinfresco, dimostrando grande sensibilità e disponibilità. Nel corso dell’incontro è poi giunto da Rapallo, via telefono, il caloroso saluto del prof. Giulio Vignoli dell’Università di Genova, autore del libro “L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea” e promotore dell’incontro, che anche a nome di Giulia Giacchetti Boico (coautrice del libro e presidente di Cerkio, l’associazione degli Italiani di Crimea) ha voluto ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questo straordinario evento. Al termine i fratelli NENNO hanno dichiarato che si è trattato del primo contatto con l’Italia e gli Italiani, ed hanno poi espresso il desiderio degli Italiani di Uzbekistan  di visitare la Terra dei loro antenati ed imparare la lingua italiana. Possa questo loro desiderio diventare realtà!
DATA: 05.10.2010
   
E' USCITO "LA MONARCHIA FASCISTA" DI PAOLO COLOMBO
IL PRIMO LIBRO DEDICATO ALLA "DIARCHIA"

La Monarchia Fascista - Paolo ColomboIl 23 settembre è uscito nelle librerie il nuovo libro del Prof. Paolo colombo che tratta interamente di un tema spesso ignorato dagli storici: il rapporto, spesso conflittuale, fra Monarchia e regime fascista. Di particolare rilievo l'analisi di come si comportò il Re Vittorio Emanuele III di fronte alle leggi razziali. Ne consigliamo vivamente la lettura.
Dalla quarta di copertina: Il ruolo della Corona durante il periodo di governo fascista - così come la diarchia, vale a dire il comando a due teste fra Sua Maestà Vittorio Emanuele III e il capo del governo Benito Mussolini - è stato tanto rilevante quanto trascurato dall'indagine storica. Il fascismo si è sviluppato ed affermato all'interno della forma di Stato monarchica, ma troppo spesso lo si pensa come una isolata parentesi storica, chiusa in se stessa. Non è così, e approfondire il tema della continuità istituzionale risulta indispensabile per comprendere il tentativo totalitario del Ventennio. Questo libro, basato su una ricchissima documentazione, racconta allora come si attuò la "Monarchia fascista", ricostruendo le schermaglie e gli accordi che ne segnarono il corso proprio nella prospettiva della storia delle istituzioni politiche, e in quella dei simboli, dei riti, dei cerimoniali, delle apparizioni pubbliche: un delicato gioco di equilibri in cui è difficile dire se fu il fascismo a giovarsi della monarchia, o la monarchia del fascismo.
Paolo Colombo è professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università Cattolica di Milano, dove insegna anche Storia contemporanea. Tra le sue pubblicazioni: "Il Re d'Italia. Prerogative costituzionali e potere politico della Corona (1848-1922)" (Angeli, 1999), "Storia costituzionale della Monarchia italiana" (Laterza, 2001); per il Mulino, "Governo" (2003) e "Con lealtà di Re e con affetto di padre. Torino, 4 marzo 1848: la concessione dello Statuto albertino" (2003).

Paolo Colombo
La Monarchia fascista 1922 - 1940
Edizioni "Il Mulino", 2010
Biblioteca storica
pp. 276, € 25,00
ISBN: 978-88-15-13894-1
DATA: 30.09.2010
  
LA SOCIETA' DANTE ALIGHIERI SI OCCUPA DEL RISORGIMENTO CON L'INIZIATIVA
"L'ITALIANO E L'ITALIA UNITA"

Giuseppe parlato - dal sito della Società Dante AlighieriSeconda giornata del XXII corso di aggiornamento per docenti di lingua italiana a stranieri promosso dalla Società Dante Alighieri.
«Il problema da risolvere in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia è legato alla necessità di fare chiarezza sulla storia risorgimentale partendo dal presupposto che l’Italia arriva tardi a un concetto di Stato, preceduto da quello di Nazione, anche se letteraria e non ancora politica». Giuseppe Parlato, docente di Storia contemporanea presso la Libera Università “San Pio V” di Roma e Presidente della Fondazione Ugo Spirito, ha così inaugurato martedì 28 settembre la seconda giornata dei lavori del XXII corso di aggiornamento PLIDA per docenti di italiano per stranieri promosso dalla Società Dante Alighieri, in programma a Roma (Piazza Firenze 27) fino al 1° ottobre 2010 sul tema “L’italiano dell’Italia Unita”. «Quello delle culture politiche dell’Ottocento - ha proseguito Parlato - è un tema molto complesso, soprattutto se inserito nel delicato ambito delle celebrazioni del 2011. Dal secondo dopoguerra sono intervenuti vari fattori e si sono affermate culture che hanno depotenziato la memoria del Risorgimento e fatto crollare il concetto di Nazione. Quelle critiche accademiche oggi le ritroviamo a livello popolare, probabilmente a causa di discussioni basate su idee poco documentate. Da qui la necessità primaria di rivedere e di chiarire gli episodi e i significati risorgimentali».
DATA: 29.09.2010

LUIGI FACTA: ROMOLO AUGUSTOLO DELL’ITALIA LIBERALE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 26/09/2010

Luigi Facta - da internet   Nei manuali di storia si legge che il 28 ottobre 1922 il fascismo conquistò il potere per rimanerci  vent’anni. E’ proprio vero? Come nasce un regime? Il governo Mussolini fu subito una “dittatura”? Qualcuno e come si oppose al suo avvento? Che ruolo svolsero il re e i vertici dello Stato? Le Forze Armate fiancheggiarono il fascismo e l’avvento di Mussolini o difesero l’ordine pubblico? Infine, quanto pesò la politica estera sulla svolta dell’ottobre-novembre 1922?      
   I fatti sono scomodi ma chiari. Il 28 ottobre non vi fu alcuna “marcia su Roma”. Mussolini la minacciò ma non la fece. Il sistema parlamentare liberaldemocratico ormai era un fantasma. Nella notte tra il 27 e il 28 il consiglio dei ministri presieduto da Luigi Facta, preparò lo stato d’assedio e lo pubblicò senza la firma del re. Alcuni quotidiani lo pubblicarono come se esistesse davvero.  Facta fu il Romolo Augustolo dell’Italia liberale? In realtà ci mise il nome e la faccia ma il declino era in atto da tempo e aveva tanti responsabili.
   Liberali, cattolici, socialisti e democratici si azzannavano a vicenda da anni.  L’unico vero statista, Giovanni Giolitti, il 23 ottobre 1922 festeggiò a  Cuneo  l’80° compleanno. Poi, raffreddato, attese gli eventi a Cavour. Il corso della storia passò anche sul suo capo. Dopo altre ipotesi, il cinquantatrenne Vittorio Emanuele III il 30 affidò al trentanovenne Mussolini l’incarico di formare il governo. Sui riti antichi  vinse la velocità.
   Il 31 ottobre 1922 Mussolini presentò al re la lista dei ministri mentre  le “squadre”, entrate in Roma la mattina presto, sfilarono da Piazza Venezia alla Stazione termini e se ne andarono via. Non avevano armi vere. L’esercito le avrebbe spazzate via senza difficoltà. Ma il problema era politico. I fascisti volevano governare, gli altri volevano solo stare al potere. Fa differenza.
  Il governo Musssolini -  una coalizione di liberali, popolari (cattolici), demosociali, democratici, nazionalisti e fascisti - si presentò al Parlamento e ottenne larghissima alla Camera dei deputati, eletta quando Giolitti era presidente del Consiglio, e al Senato che contava 2 soli fascisti su quasi 400 membri. I deputati fascisti erano appena 37, ma  Mussolini ottenne Esteri e Interno per sé, Istruzione per Giovanni Gentile, Finanze per Alberto De Stefani, Colonie per Federzoni.
   Il governo Mussolini nacque dopo il fallimento di sei precedenti coalizioni  in appena tre anni. L’Italia doveva risolvere i problemi nati con l’intervento nella grande Guerra (1915-1918), dalla radicalizzazione della lotta politica e dalla scioperomania che stava generando la guerra civile.
   La svolta  dell’ottobre 1922  conteneva già l’autoritarismo, il regime di partito unico, la dittatura?
   I documenti dicono l’opposto.  Mussolini arrivò al potere non perché fosse il migliore ma perché gli altri erano allo sbando e il re, rimasto solo, varò una soluzione extraparlamentare ma legale, come lealmente riconobbe Giolitti. Le Forze Armate obbedirono al Re. Garantirono l’ordine pubblico, anche contro i fascisti come documenta il Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Antonino Zarcone, in uno studio su fonti inedite. Il re decise anche sulla base della politica estera: l’Italia aveva diritto a far pesare il sangue versato nella Grande Guerra, contro l’egoismo di  Gran Bretagna e Francia  mentre il caos dilagava nell’Unione Sovietica e in Germania.
La crisi del 1922 è una lezione perenne. I sistemi che sopravvivono a se stessi sono condannati a crollare di schianto.  (*)
Aldo A. Mola

(*) Ne parlano Giovanna Giolitti, Giuseppe Catenacci, Tito Lucrezio Rizzo, Antonino Zarcone e GianPaolo Ferrarioli alle 10.30 di lunedì 27 settembre 2010 nel convegno Da Facta a Musoslini,  all’Abbazia di Santa Maria di Cavour, nuova sede del centro “Giolitti”. Con documenti inediti, sono esposte le novità editoriali dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Alle 17.30 di  lunedì 27, nella sede della Cassa di Risparmio di Saluzzo viene presentato il Carteggio di Giolitti (1877-1928), con prefazione di Francesco Cossiga (Ed. Bastogi):  2200 pagine di lettere sinora in gran parte sconosciute. Presiede Giovanni Rabbia.
DATA: 28.09.2010

FINALMENTE TORINO RICORDA VITTORIO EMANUELE II

Sabato 2 ottobre sarà inaugurata la mostra VITTORIO EMANUELE II, IL PRIMO RE D'ITALIA, che si articolerà presso il Polo Reale di Torino, Palazzo Chiablese e il Castello di Racconigi.
L'evento, promosso dalla fondazione dnart in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Direzione Regionale dei Beni Culturali di Torino, il Comune di Torino, ha il patrocinio del Ministero della Difesa, della Regione Piemonte, della Camera di Commercio di Torino. La mostra si propone come un percorso della memoria sulla figura di Vittorio Emanuele II e il suo ruolo unico nel Risorgimento italiano.
La mostra rimarrà aperta sino al 13 marzo 2011 per poi continuare a Firenze e a Roma.
DATA: 28.09.2010
 
RISORGIMENTO DIMENTICATO: “IL NOBEL DELLA REGINA”

La Regina Margherita - foto da internetLei fu Margherita Maria Teresa Giovanna, figlia di Ferdinando di Savoia I duca di Genova e della Principessa Elisabetta Maria di Sassonia, suo nonno Carlo Alberto re di Sardegna, suo zio ed in seguito suocero,  Vittorio Emanuele II primo sovrano dell’Italia finalmente unita, ma soprattutto moglie orgogliosa dal 1868 del cugino Umberto e prima vera Regina d’Italia dal 1878. Non molto alta, bionda e con occhi azzurri, sopperiva a taluni canoni di bellezza con un fascino che ben poche sovrane hanno avuto nella storia. Incarnò la regalità nell’Italia che usciva dalla fase “eroica” del Risorgimento,  celebre il periodico appuntamento al Quirinale nel suo salotto letterario, dando lustro al palazzo con ricevimenti, abbellimenti, arredamenti, onde far conoscere al mondo questa nuova dinastia che in molti consideravano negli ambienti reali ancora “provinciale”. La Regina Margherita era rispettata dall’aristocrazia ed amata dagli Italiani, sempre pronta con il  regale consorte ad elargire sovvenzioni, aiuti economici, a giungere ove la terra tremava o scoppiavano epidemie in un Paese che lentamente voleva riscattare secoli di divisioni e povertà. Fu anche attenta protagonista della politica nazionale ed internazionale: per l’Italia sognò  un posto ed un ruolo tra le  Potenze dell’epoca, non facendo mancare il suo appoggio morale a Ministeri che potessero controllare le piazze in un’era di grandi cambiamenti sociali, per dare alla Monarchia quel ruolo di garante delle libere istituzioni nate dal Risorgimento.
Lui si chiamava Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci, era nato nel 1835 nella Versilia lucchese primogenito del medico Michele e di Ildegonda Celli, la famiglia era di origini fiorentine e discendeva da Francesco, penultimo Gonfaloniere della Repubblica, fatto poi decapitare dai de’Medici, in seguito la famiglia si trasferì a Bolgheri nella Maremma pisana.
Vivacissimo il giovane Carducci non amava molto studiare, ad eccetto del latino. Già nel 1847 le biografie informano che il giovanetto si dilettava a scrivere versi ma la maggior parte del tempo lo trascorreva nelle campagne con i fratelli, gli amici ed i butteri ad abbeverare i cavalli. Nel maggio 1848 la casa dei Carducci venne investita da una scarica di fucileria, un avvertimento al dottor Michele a smetterla di sobillare i contadini! Le idee politiche paterne costrinsero la famiglia a trasferirsi a Castagneto poi nel pisano ed a Firenze, Giosuè venne iscritto nel collegio di San Giovannino degli Scolopi dove insieme ad altri studenti diede vita ad associazioni e fogli culturali. Nel novembre 1853 è studente alla Scuola normale superiore di Pisa ove nel 1856 conseguì la laurea in filosofia e filologia con il diploma di magistero.
Si dedicò in questi anni alla traduzione di classici latini non tralasciando la poesia senza ancora riuscire, nonostante alcune composizioni, a crearsi uno stile personale. Fondatore degli “Amici Pedanti” con altri colleghi, diede vita ad una forte critica contro il Romanticismo e la moda straniera letteraria sinonimo di decadenza, accusando i vari Botta, Rosmini, Gioberti, Goethe e Byron di essere “immorali, anti-italiani e meschinissimi”.
Insegnante di retorica e greco in vari ginnasi e licei toscani, fu anti-manzoniano attirandosi molte critiche nel suo ambiente. Nel 1857 pubblicò le “Rime di San Miniato”, recensito positivamente dal Guerrazzi, dal Tommaseo e dal Mamiani. Nel 1859 gli avvenimenti della Seconda Guerra d’Indipendenza lo ispirarono per alcune poesie e il 27 aprile quando la Toscana chiese l’annessione al Regno Sardo, clandestinamente per le strade di Firenze venne distribuita la sua canzone “A Vittorio Emanuele”. Qualche mese dopo, su invito dei politici toscani, diede alle stampe il lavoro “Il Plebiscito” ed il canto “Alla croce di Savoia”, onde unire secondo i suoi ideali, “la storia dei due principi, popolano e monarchico, congiunti nel fine di unire la patria e rappresentato il primo nella Toscana gloriosa a buon diritto nella civiltà dei Comuni, il secondo nel Piemonte che ha ogni sua forza nella Monarchia”.
L’armistizio di Villafranca indusse Carducci a criticare aspramente la classe politica risorgimentale accusata di essere succube della politica francese, non solo, anche certe incomprensioni nate dal comportamento di alcuni funzionari piemontesi a Firenze che avevano destato malumori lo indussero a criticare il governo piemontese temendo il ritorno del “municipalismo”.
Nell’estate del 1860 a soli 25 anni, il ministro della Pubblica Istruzione Terenzio Mamiani lo volle alla cattedra di eloquenza all’Università di Bologna.
Amante della città felsinea, furono anni questi di studio e di approfondimenti letterali, non solo classici, particolare interesse gli suscitavano il Medioevo ed il Rinascimento in tutti i loro meandri.
Gli avvenimenti politici della fase post-unitaria italiana influirono moltissimo anche sui suoi scritti poetici: Aspromonte (1862) e Mentana (1867)  lo trovarono oppositore al Governo e alla politica apparentemente “rinunciataria” al completamento dell’Unificazione nazionale degli eredi di Cavour.
Fiero critico di Massimo d’Azeglio, Carducci attaccò violentemente l’ancora persistente potere temporale della Chiesa di Roma, definita “la falsa cattedra di San Pietro”. Fu del 1863 “l’Inno a Satana” e neppure la Convenzione di Settembre diminuì questa fase di forte anti-clericalismo carducciano, mitigato dal crollo del Secondo Impero a Sedan nel 1870, accusato in passato di proteggere il Papato.
Per lui libertà, eguaglianza e fratellanza dovevano essere i cardini non solo politici della nuova Italia ma anche della Massoneria  bolognese, dalla quale venne espulso nel 1866 in quanto entrato in conflitto con il Gran Maestro Lodovico Frapolli.
Le sue esternazioni polemiste lo portarono ad avere parecchi problemi con le autorità universitarie e ministeriali dai quali uscì sempre “indenne”, solo nel 1867 per qualche mese il ministro Broglio chiese il suo trasferimento a Napoli alla cattedra di Latino suscitando la sua opposizione motivata, avendo l’appoggio di altri docenti. Nel frattempo continuava la pubblicazione di opere poetiche in puro stile “giambico”, ossia ponendo in ridicolo anche con parole volgari la propria vena artistica, lui amante della Grecia classica, grazie ad editori fiorentini e bolognesi.
Un altro periodo fecondo artisticamente fu il suo incontro con Carolina Cristofori Piva, una 26enne che nel 1871 entrò nella vita del poeta toscano e fu “rivoluzione” poetica ma anche sentimentale ed umana, essendo lui, sposato e con figli. La relazione durò fino alla morte prematura di lei nel 1881.
Docente universitario, poeta, letterato, critico, storico, polemista, Carducci fu questo e tante altre cose, alternando passioni tumultuose in tutti i campi a lunghi silenzi e solitudini.
Col trascorrere degli anni i suoi “furori” giacobini si attenuarono, accettando nel 1876 la candidatura nel collegio di Lugo di Romagna in quanto convinto che i democratici dovevano confrontarsi nel consesso parlamentare con gli avversari: eletto, fu però escluso dal sorteggio, non potendo sedere alla Camera più di un certo numero di docenti universitari.
La sconfitta della Destra, protagonista dei primi anni dell’Unificazione, con l’avvento al Governo del Paese degli uomini a lui più vicini ideologicamente, sembrò rinvigorire le sue speranze ben presto deluse: “Questa politica vista da più vicino mi fa un senso di noia ferocia e tempestosa … Il Paese e lo Stato non sono più un’accomandita di faccendieri … pur che non si faccia una nuova consorteria di sinistra..Non è la parte mia, non è il mio ideale che trionfa”.
Alieno ai tempi ed alle contumelie della politica, Carducci si scagliò nel 1881 davanti alle numerose crisi ministeriali contro Depretis e Sella, definiti rispettivamente “Spettral vinattier di Stradella” e “Operoso tessitor di Biella”.
In questi anni alimenta fortemente il “mito di Roma” nella poesia come nella politica, rimpiangendo la grandezza e l’eroicità che essa esercitava. Timoroso che la giovane Nazione rimanesse “ostaggio” di un nuovo clericalismo e dal crescente avanzare delle idee socialiste, Carducci s’avvicinò alla monarchia dei giovani sovrani Umberto e Margherita, in quanto unica custode dei valori e delle speranze risorgimentali. E’ indubbio che questa nuova stagione venne favorita da Crispi e da Benedetto Cairoli, i quali seppur rispettando la sua professione di fede repubblicana, intuirono che una personalità così complessa ma allo stesso tempo feconda doveva avere un suo ruolo nell’Italia post-risorgimentale!
Il 4 novembre 1878 durante la visita di Umberto e Margherita a Bologna, Carducci al ricevimento ufficiale venne presentato alla giovane Regina d’Italia, la quale gli confermò la sua ammirazione confessandogli di essere una sua lettrice fedele!
Pochi giorni dopo, il 20 novembre, Carducci scrisse la famosa “Ode alla Regina d’Italia”. Margherita divenne ben presto sua musa e protettrice culturale, alimentando il mito intorno alla sua persona che sarebbe durato fino alla fine dei suoi giorni. Il sommo poeta iniziò a frequentare i salotti letterari di Margherita al Quirinale, così come veniva invitato in Valle d’Aosta durante i lungi soggiorni estivi della sovrana.
 Nell’ultimo decennio del XIX secolo Carducci divenne il “vate nazionale dell’Italia umbertina”, ansiosa di svolgere un ruolo al fianco delle vecchie Potenze europee negli scacchieri internazionali. Appoggiò la causa nazionalista di Oberdan, venendo tuttavia richiamato dalle autorità, subendo nel marzo 1891 nella sua Università una feroce contestazione da parte degli studenti demo-radicali, pochi mesi dopo fu nominato  Senatore del Regno.
Nel 1877 Zanichelli aveva pubblicato le famose “Odi barbare”, 14 liriche in metro neoclassico o barbaro, seguite da “Rime nuove” e poi “Ca ira” e l’ultima raccolta “Rime e ritmi” del 1899. Negli ultimi anni gravi problemi di salute rallentarono le sue attività, era stato colpito da una trombosi,  costringendolo nel 1904 a lasciare l’amato insegnamento. La sera del 10 dicembre 1906 giunse nella sua abitazione il barone De Bildt, ambasciatore di Svezia a Roma, comunicandogli l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura! Giosuè Carducci si spense nella notte tra il 15 ed il 16 febbraio 1907 nella sua Bologna venendo sepolto nella Certosa.
Giuseppe Polito
DATA: 28.09.2010

L’UNITÀ D’ITALIA AL SUD: INVASIONE O LIBERAZIONE?

  Articolo di Gennaro Grimolizzi, pubblicato su Il Sole 24 Ore Sud di Mercoledì 22 Settembre 2010, pag. 23

Immagine risorgimentaleQuali benefici ha dato l’Unità d’Italia al Sud, considerato che la questione meridionale si è riproposta in tutta la sua gravità? Il dibattito, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’evento, è aperto su più fronti e non risparmia, oltre alla storiografia, istituzioni, politica e associazioni. Il ministro per i Rapporti con le regioni, Raffaele Fitto, giudica utile il confronto, purché non si cada nell’errore delle facili strumentalizzazioni. «Tutte le riflessioni storiche sulle vicende che hanno portato all’Unità – dichiara al Sole- 24 Ore Sud – non possono che essere positive. Anche quelle che è invalso l’uso di definire “revisioniste”, perché acute; mettono in discussione le ragioni che portarono all’unificazione e soprattutto i metodi impiegati per conseguirla. Si è anche tornati a rileggere le condizioni sociali, economiche, amministrative e politiche sia del Regno delle Due Sicilie sia del Regno di Sardegna». Ma Fitto diffida dell’uso politicodella storia: «Vedo un pericolo, non tanto dell’approfondimento in senso proprio, quanto nel cercare di contrapporre una retorica “nordista” ad una “sudista”.Non mi iscrivo tra gli appassionati della “memoria condivisa”, essendo la memoria quanto di più soggettivo possa esistere e confidando nel fatto di vivere in un paese di democrazia tanto forte da poter ospitare una proficua dialettica tra memorie e sensibilità diverse».
Secondo lo storico Franco Cardini, l’unificazione ha determinato reciproche influenze tra Nord e Sud: «La storia d’Italia è policentrica e municipalistica, per cui una soluzione di tipo “federale” sarebbe stata più adatta di quella che generò la colonizzazione e lo sfruttamento del Sud da parte del Nord con fenomeni collaterali quali il brigantaggio e la sua tanto orribile, quanto in parte vana, repressione e la meridionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane regno».
Nel dibattito si inseriscono anche monarchici e neoborbonici. I primi evidenziano il ruolo preminente dei Savoia per l’unificazione e mettono in guardia dal pericolo dell’esaltazione del brigantaggio: «Oggi –dice Sergio Boschiero, segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana – con un revisionismo storico da marciapiedi si celebra tanto il brigantaggio, come se fosse stata la risposta natural popolare di un Sud invaso e saccheggiato. Si onorano i briganti e si va affermando una cultura dell’anti-Stato, che rasenta un inedito culto del delitto».
Diametralmente opposto il parere del magistrato napoletano Edoardo Vitale, direttore della storica rivista meridionalista «L’Alfiere», impegnata in una diversa lettura dei fatti. Vitale parla senza esitazioni di «mala Unità»: «Il Risorgimento si è appoggiato su uno stato di ingiustizia sociale. L’Unità si realizzò con la forza e l’inganno e il brigantaggio fu una reazione alla “piemontesizzazione” del Sud». Il 5 febbraio 2011«L’Alfiere» celebrerà il suo anniversario: il 150˚anno dall’assedio di Gaeta, dove i borbonici tentarono di opporsi alle truppe piemontesi del generale Cialdini.
La senatrice Adriana Poli Bortone (Io Sud) chiede al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini di pubblicare un opuscolo integrativo da distribuire nelle scuole sulla storia d’Italia «per rendere quanto più attendibile e veritiera la storia del Sud».
Gennaro Grimolizzi
DATA: 24.09.2010
 
GIUSTIZIA PER TUTTI I SAVOIA

Lo stemma di Casa Savoia  Apprendiamo dalle agenzie stampa che si è conclusa con un’assoluzione la vicenda giudiziaria che, nel 2006, aveva investito Vittorio Emanuele di Savoia. Esprimiamo il più vivo compiacimento per il fatto che si sia posta la parola “fine” ad una vicenda che ha danneggiato, con un’imponente campagna mediatica, il nome della Dinastia che 150 anni orsono ha unito il nostro Paese.S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia
La buona notizia va sommata a quella riguardante l’ordinanza della Corte di Appello di Firenze che, in data 8 settembre 2010, ha disposto la sospensione della provvisoria esecutività della sentenza del Tribunale di Arezzo in data 27 gennaio 2010, che imponeva alle LL.AA.RR. i Principi Amedeo ed Aimone di Savoia di utilizzare il cognome “Savoia-Aosta” e non più semplicemente “Savoia” (come hanno fatto tutti i Loro Avi, a cominciare da Amedeo di Savoia Re di Spagna, primo Duca d’Aosta).
S.A.R. il Principe Aimone di SavoiaNel comunicato stampa del collegio difensivo dei Principi leggiamo come il Giudice di Primo Grado non abbia individuato correttamente i presupposti per la tutela civilistica del diritto al nome. In particolare i Giudici, accogliendo le tesi difensive svolte dagli Avv.ti Maurizio De Gasperis e Daniela Marcucci nell'interesse di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, hanno riconosciuto che non risulta sussistere alcuna norma che - al di fuori di particolari esigenze formali - imponga di utilizzare il proprio nome e cognome anagrafico in forma necessariamente completa. Conseguentemente le LL.AA.RR. i Principi Amedeo ed Aimone di Savoia, attesa la loro reale titolarità del cognome "di Savoia", potranno liberamente usare il loro nome, unitamente o meno all'indicazione del predicato nobiliare cognomizzato, senza che ciò possa ritenersi lesivo di diritti altrui.
DATA: 22.09.2010
 
STORIA IN RETE DI SETTEMBRE E' IN EDICOLA CON UNO SPECIALE SU VITTOTIO EMANUELE II

Storia in Rete - Settembre 2010  Storia in Rete  di settembre ha deciso di dedicare molte pagine al primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II. Un Padre della Patria dimenticato, forse il meno amato dei quattro Grandi del nostro Risorgimento. E a torto: una personalità scoppiettante, un polso ed una determinazione senza precedenti. Un uomo che riuscì a mediare fra Cavour e Garibaldi ed ottenere il meglio fra i due. Storia in Rete  poi conclude – purtroppo prematuramente – la serie dei fratelli e sorelle di Napoleone: è il turno di Carolina, l’ambiziosa che non esitò a tradire il Bonaparte. E mentre continua l’avventura dell’Italia fra le stelle, Storia in Rete si occupa di “gendarmi della memoria”: in un’intervista a Giampaolo Pansa, che ha parole di fuoco per tutti e nella prima parte di una nuova inchiesta su Wikipedia, l’Enciclopedia Libera. Quindi, un reportage ci porta fra le leggende che circondano il Bandito Giuliano, e si conclude la serie d’articoli sull’Operazione Anthropoid, il piano per assassinare Heydrich e far esplodere l’Europa alle spalle di Hitler. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di settembre!!
DATA: 15.09.2010
  
CASERTA CITTA' BORBONICA?

Risposta all'articolo di Marilena Mincione, pubblicato il 9 settembre 2010, nell'inserto del Corriere della Sera - Pagine di Caserta

  Gentile dottoressa Mincione, in riferimento al Suo articolo a titolo “Corso Trieste e via Roma intitolate ai Borbone”, apparso quest’oggi sul Corriere del Mezzogiorno nelle pagine casertane, nel quale gli aderenti al Movimento Neoborbonico chiedono ancora una volta di ricordare con orgoglio i fondatori della città nella toponomastica cittadina, ed alla luce dei pareri del generale Ronzo e della d.ssa Campanile, come monarchici unitari e sabaudi vorremmo sottolineare che non è con taluni cambiamenti di “facciata” , concordando con  la Campanile che Caserta ritroverà il suo antico splendore, andato perduto negli ultimi decenni non certo per colpa della toponomastica, bensì per una classe politica amministrativamente parlando inconcludente, pasticciona, confusionaria ed incapace di governare non solo la cittadinanza, ma anche e soprattutto la cultura, il senso civico, ecc.
Scagliarsi come fanno i neoborbonici contro il Risorgimento ed i suoi protagonisti ancora una volta, dimostra la loro voglia di “scimmiottare” il più becero leghismo d’annata, quando la Lega sorse nel Nord in funzione prettamente anti-meridionale,  prosperando oggi  per l’assenza delle altre forze ed ideologie politiche che non hanno saputo dare ai cittadini risposte e progetti! Un piccolo inciso, da alcune ricerche la maggioranza dei simpatizzanti ed iscritti alla Lega Nord nelle regioni settentrionali sono di origine meridionale (seconda e terza generazione).
Se gli operatori turistico-culturali del Nord avessero le nostre bellezze architettoniche e non solo, un esempio per tutti la Reggia vanvitelliana, quest’ultima non sarebbe rimasta un’opera d’arte abbandonata a se stessa!, con nulla attorno che possa valorizzarla o incrementare il turismo cittadino. I turisti arrivano da Napoli, da Roma, da Milano, visitano parco ed appartamenti e poi via!
Prima delle strade dovremmo ritrovare la politica, dovremmo ritrovare politici in grado di gestire la cosa pubblica, di risolvere i mille problemi dei cittadini: dalla viabilità al degrado civico, dalla disoccupazione all’immigrazione clandestina, ecc. Un tempo si diceva: “o Franza o Spagna basta che se magna”, oggi o destra o sinistra si equivalgono nella nostra ex Campania Felix se lo è mai stata!, dimostrando tutta la loro “scialbità”!
Bisogna scoprire il modo di “risorgere” con uomini ed idee, non addossando sempre e comunque la colpa alla criminalità! Se essa è diventata potenza economica ed altro ancora è certo colpa dei politici che hanno fatto prosperare un cancro simile!
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca "Regina Margherita" di Pietramelara (CE)
DATA: 15.09.2010
   
MORTO A NAPOLI GUIDO GRIMALDI, DECANO DEGLI ARMATORI ITALIANI, GIA' DEPUTATO DI STELLA E CORONA

l'armatore Guido Grimaldi  E' morto Guido Grimaldi, decano degli armatori italiani, aveva 93 anni. Guido Grimaldi lascia la moglie, Paola, e 5 figli. Era il nipote di Achille Lauro, ed era riuscito, insieme ai suoi fratelli, a creare una delle più grandi flotte al mondo.
Attualmente il gruppo Grimaldi conta una flotta di oltre 120 navi e 5 compagnie di navigazione sparse per il mondo. Tra società di navigazione, terminal e collegate sono oltre 5 mila i dipendenti del gruppo. Nipote di Achille Lauro che lo introdusse nel settore dopo l'ultima guerra, acquistando la prima nave Liberty dal Governo Statunitense, Guido Grimaldi ha impresso, negli ultimi quindici anni, uno straordinario sviluppo alla flotta ed alla rete di collegamenti offerti conquistando la leadership grazie anche all'intuizione del grande futuro che avrebbe avuto il trasporto marittimo di rotabili ed in particolare le autostrade del mare in Europa. Imprenditore lungimirante e straordinariamente moderno, è stato capace di trasmettere i propri valori ai collaboratori e facendo dei figli Gianluca ed Emanuele e del genero Diego dei manager di eccezionali capacità, in grado di guidare con successo il Gruppo.
Onestà, umanità, ma soprattutto semplicità hanno caratterizzato la sua lunga vita. La sua incredibile generosità, mai esibita, sarà ricordata dalla schiera di bisognosi che, lungo la strada che lo portava ogni giorno da casa all'ufficio, lo attendevano tutte le mattine per ricevere, assieme ad un sorriso, quanto avrebbe permesso loro di vivere dignitosamente.
Tra i suoi interessi e grandi passioni spiccano l'arte e l'archeologia che condivideva con la moglie Paola. Di lui si ricorda anche l'esperienza politica essendo stato deputato del partito monarchico italiano a metà degli anni 50.
Con Guido Grimaldi, decano degli armatori italiani, se ne va uno degli ultimi imprenditori marittimi che hanno fatto dell'azienda una famiglia nel segno del rispetto dei ruoli, con una valorizzazione delle risorse umane, elemento fondamentale per il successo e la continuità aziendale. 

DATA: 09.09.2010
 
NUOVA STORIA CONTEMPORANEA E LA PRINCIPESSA MAFALDA

Nuova Storia Contemporanea  Il prestigioso bimestrale "Nuova Storia Contemporanea", edito da Le Lettere e diretto dal Prof. Francesco Perfetti, dedica il numero di luglio-agosto alla Principessa Mafalda di Savoia-Assia, morta durante la seconda guerra mondiale nel lager nazista di Buchenwald.
Nella rivista troviamo un lungo articolo del Prof. Massimo de Leonardis dal titolo: "Germania nazista e Monarchia italiana - La cattura della Principessa Mafalda di Savoia" in cui il noto accademico milanese ripercorre le fasi storiche che portarono all'internamento della figlia del Re d'Italia in quel fatale campo di concentramento. De Leonardis analizza anche la concezione nazista dello Stato, dimostrando come quell'ideologia sia in totale antitesi con l'Istituzione monarchica.
    In Nuova Storia Contemporanea vi sono anche degli interessanti articoli fra cui spicca un "liberalismo e cristianesimo" a firma di José Maria Aznar, "Katin e gli occidentali" di Alberto Indelicato, "La missione Frobenius in Eritrea" di Dario Biocca e "Il Msi e Augusto De Marsanich" di Marco Iacona.
In edicola e in libreria: 10,50 €

DATA: 31.08.2010

IL BRIGANTAGGIO SCOPERTO DUE VOLTE

di Giuseppe Galasso - da Il Corriere della Sera di domenica 29 agosto 2010

Briganti  E' duro, ormai, leggere certe cose sul Risorgimento e sull' unità italiana. Lasciamo stare le tante amenità sentite sull' identità italiana; o le riduzioni ideologistiche del Risorgimento a una cortina fumogena di tutt' altre cose che la nazione italiana e la sua unità; o le manie e le smanie revisionistiche che rimpiangono la vecchia Italia e i suoi vecchi Stati (tranne, meno male, lo Stato della Chiesa). Il punto è un altro. Voi credevate al Risorgimento fatto contro l' Austria, contro la Curia romana, contro le dinastie e contro le classi dirigenti legate all' assetto italiano di prima del 1861? Vi sbagliavate. Il Risorgimento fu fatto contro i contadini, contro il popolo e (ora si è scoperto) contro tutti: lombardi, veneti, toscani, gli stessi piemontesi, e, in specie, contro i meridionali. Non parliamo poi dei lager sabaudi, del milione di morti della «guerra nazionale» napoletana nel Sud (con totale disprezzo per tutte le statistiche demografiche dal 1860 al 1870), delle rapine piemontesi (specie al Sud) e di tanto altro. Ma come si fa a credere che tutte queste siano «scoperte» e coraggiose «rivelazioni» che ora finalmente vengono fatte emergere? Non c' è, infatti, molto di ciò che si gabella oggi per nuovo e inedito che non abbia dietro di sé una rispettabile anzianità. Il Risorgimento non era neppure terminato, e già si iniziò a processarlo, in storia e in letteratura. La «conquista regia»? il peso marginale delle classi popolari nel moto e nella sistemazione finale? La natura borghese dell' ordine sociale uscito dal 1861? L' assorbimento finanziario e l' unificazione tributaria a danno del Mezzogiorno? La scelta del centralismo anziché del federalismo o dell' autonomismo? L' indiscriminata unificazione legislativa? Ebbene, proprio questo e altro è ciò di cui si è parlato con successivi approfondimenti e con grande varietà di racconto e di giudizi in un secolo e più di studi, come sa chiunque abbia letto Cattaneo e Nitti, Oriani, Gobetti, Rosselli, Salvemini, per non parlare dei «soliti» Chabod o Romeo, o del grande lavoro di storia sociale del Risorgimento e dell' unità svolto dagli storici «gramsciani» e da quelli «cattolici» dopo il 1945. Prendete il caso del brigantaggio. Se ne è parlato sempre. Esso non nacque affatto nel 1861. Era un grave problema, endemico e storico, del Mezzogiorno. Nel 1817 e nel 1821 con dure campagne di guerra il governo borbonico ne attenuò la portata, e in seguito cercò di controllarlo, ma non riuscì mai a eliminarlo, come dimostrano le sue cronache giudiziarie fino al 1860. Giustino Fortunato raccolse al riguardo un' enorme quantità di materiale. Ne discussero negli Anni 30 Omodeo e altri. Dopo la guerra un libro di Franco Molfese ne fissò alcuni tratti fondamentali. Convegni e seminari, talora di alto livello, ne hanno via via riproposto il tema. Ora sembra che tutto si scopra come una terra vergine, sempre nascosta dal solito imputato di tali misfatti, la «storiografia ufficiale», un monolite inesistente. Dopo la guerra si parlava di Bronte e dei relativi, tragici e crudeli massacri. Oggi si parla molto di Pontelandolfo, altra storia di tragici e crudeli massacri. Scoperte? Colpevoli silenzi? Di Bronte si fece un film di forte efficacia rappresentativa quanto discutibile in punto di storia. Di Pontelandolfo si parlò molto già al tempo dei fatti, e non se ne è mai taciuto. Sia a Bronte che a Pontelandolfo non si ebbe un semplice caso di brigantaggio, bensì, piuttosto, di questioni di altro ordine, come quelle poi inviperite dallo spregiudicato uso politico antitaliano del brigantaggio da parte borbonica e clericale dopo il 1860. Ma tant' è. Il giudizio sul Risorgimento, nel caso migliore, è quello, inverosimile, espresso in un romanzo (per me) di assoluto fascino, Il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla. Perché tutto ciò? Bisognerà parlarne a parte. Per ora, indulgo a un sogno. E se, fra tante scoperte e rivelazioni, qualcuno scoprisse e rivelasse di nuovo il grande senso di rivoluzione e di modernizzazione politica, culturale e morale del Risorgimento e dell' unità? Se si scoprisse che non è stato il Risorgimento a inventare l' Italia e la nazione italiana, bensì la nazione italiana a fare il Risorgimento e l' unità? Se si rivelasse il mondo dei «nobili affetti» e delle «generose passioni» proprio al Risorgimento e al moto nazionale? Se qualcuno riscoprisse il grande e faticato travaglio che ha portato l' Italia da realtà marginale nell' economia mondiale a Paese dei dieci o dodici oggi più avanzati? Anche queste cose, come quelle dette di sopra, hanno dietro di sé un secolo di studi, ma gli studi vi sono per essere proseguiti, approfonditi e rinnovati, non per essere sostituiti da «scoperte» e «rivelazioni», che non apportino ad essi, come è auspicabile, ma accade di rado, effettivi, nuovi contributi.
Giuseppe Galasso
DATA: 31.08.2010
     
GLI AUGURI DELL'U.M.I ALLA REGINA DI GIORDANIA

Il Re e la Regina di Giordania, dal sito ufficiale

  L'Unione Monarchica Italiana volge gli auguri di buon compleanno alla Regina Rania di Giordania, fulgido esempio di donna votata al bene comune e di Sovrana amata e apprezzata.

DATA: 31.08.2010

VOGUE: INTERVISTA A S.A.R. LA PRINCIPESSA OLGA DI SAVOIA-AOSTA
Vogue: S.A.R. la Principessa Olga di Savoia-Aosta
    "Per me monarchia oggi significa soprattutto mettersi al servizio degli altri. Lavoriamo. Non vogliamo finire sui giornali solo per il nome che portiamo, ma per qualcosa che abbiamo realizzato"

    Il suo matrimonio religioso con Aimone di Savoia-Aosta, avvenuto il 27 settembre 2008 sull'isola di Patmos, in mezzo all'Egeo, è stato celebrato con liturgia ortodossa nel suggestivo santuario cinquecentesco della Panaghia Diasozousa, proprio nel cuore della chora bianca sovrastata dal turrito monastero di San Giovanni. Un matrimonio intimo, raccolto.
    L'abito empire d'oro pallido Prada - catalizzatore di luce e buon augurio - con strascico di evocazione ellenica, un diadema di spighe come Demetra e un simbolico bouquet di rami d'olivo. Le scarpe, Christian Louboutin le aveva ornate con applicazioni di farfalle di pasta, in omaggio allo sposo italiano. Una cerimonia con non più di quaranta invitati, sobria e gioiosa, ma anche fedele, come non si vedeva da tanti anni nelle corti europee, alle antiche consuetudini regali, essendo i contraenti ambedue esponenti di famiglie reali.
    Una duplice ermeneutica che racconta molto di Olga, affascinante secondogenita del principe Michele di Grecia e Danimarca, autore di raffinati libri storici, e della pittrice e scenografa greca Marina Karella.
    Olga, 38 anni, è madre felice di Umberto, nato il 7 marzo 2009. Radici ancestrali, il sangue, le intricate vicende di buona parte del gotha della vecchia Europa, nonchè una visione giovane, dinamica e contemporanea della realtà si intrecciano nella sua personalità complessa: scuole primarie in Inghilterra, laurea alla Princeton university e diploma al prestigioso corso di architettura, pianificazione e conservazione della Columbia.
    "Olga è straordinariamente caparbia, di una tenacia irriducibile", racconta Aimone, suo marito, "da vera indomita greca. Ma paradossalmente è una grande sognatrice. Sono io, nella coppia, quello che tiene i piedi per terra. Credo di non aver mai conosciuto nessuno con il suo senso estetico, con la sua capacità di vedere e creare il bello. Un'esigenza quotidiana, per lei irrinunciabile e basilare come respirare".

Cesare Cunaccia, tratto da Vogue Italia, Luglio 2010 (n. 719), p. 146 - 157
DATA: 20.08.2010
   
LETTERE AL DIRETTORE: SUCCESSIONE DINASTICA
 
Maurizio Duce Castellazzo    Pubblichiamo una lettera scritta dal Prof. Maurizio Duce Castellazzo, già autore del libro "Che cos'è la Monarchia?" (Editrice UNI Service 2007), indirizzata a Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I. e direttore dell'Agenzia di Stampa FERT.

Caro Boschiero,

    Le scrivo brevemente riguardo alla questione della successione dinastica in Italia, per avere un Suo parere. La restaurazione pare (purtroppo) ancora lontana, ma in queste cose non si può mai dire… In Francia, per es., dopo la caduta di Napoleone III, si arrivò improvvisamente vicinissimi alla restaurazione borbonica con il Conte di Chambord, come Ella m’insegna, il quale aveva perfino ottenuto di dar vita ad una struttura monarchica costituzionale, e non parlamentare, per poter incidere maggiormente a livello politico; fu ‘solo’ la questione della bandiera a far sfumare quella prospettiva. Comunque, se guardiamo alla storia, le fasi repubblicane non sono che brevi parentesi fra periodi lunghissimi di monarchia. È sempre stato così – e, personalmente, sono incline a credere che debba continuare così anche per l’avvenire…
    Però, in Francia, si era fatta chiarezza sulla successione, nel momento in cui l’erede legittimo degli Orléans aveva riconosciuto la precedenza a Enrico V di Borbone. Da noi questa chiarezza manca ancora, perciò è lecito – a mio modesto giudizio – pensare che sia da tale circostanza che derivi gran parte dello scetticismo che ancora circonda l’idea di un ritorno alla monarchia come soluzione degli inveterati mali italici del dopoguerra. Prima ci vuole un pretendente al trono riconosciuto dalla stragrande maggioranza dell’aristocrazia, da presentare al popolo; poi si può cominciare a discutere di monarchia e repubblica.
    Non avendo alcuna competenza in materia di successione al trono, sono andato a vedere un po’ di documenti che si trovano on line, tanto sul sito ufficiale del Principe Vittorio Emanuele di Savoia, quanto sul Vostro sito dell’UMI: siccome mi è parso di scorgere una sottolineatura forse importante, gliela sottopongo, perché possa darmi un Suo illuminato parere.
    Riassumendo, per come sono capace, il pensiero del prof. avv. Sandro Gherro, che difende le prerogative di V. E., sembrerebbe che, parlando della questione del mancato assenso di Re Umberto al matrimonio del figlio, sia da considerare che le regie patenti di Casa Savoia, cui il Re faceva riferimento nelle sue missive, essendo state promulgate in un periodo di monarchia assoluta, non potessero più avere efficacia già dopo l’entrata in vigore dello Statuto Albertino, che ne avrebbe annullato la validità, per  mantenere in vigore senza eccezione alcuna la sola Legge Salica. Di conseguenza, Umberto II, quando nelle sue lettere ricordò al figlio il pericolo di perdere la successione, avrebbe fatto ricorso ad un diritto di censura che non gli spettava più. Scrive infatti il prof. Gherro: «Vero è che in alcune minute di lettere scritte (o da scrivere) al figlio quando intendeva contrastare un di lui progetto matrimoniale, il Re si riferiva alla regola del consenso regio e lo faceva mancare prefigurando anche le conseguenze negative che la disobbedienza avrebbe determinato in ambito successorio: cioè la perdita delle prerogative dinastiche e la trasmissione di queste ad altri (a S.A.R. il Duca d’Aosta). In proposito, tuttavia, supposta, – ma non pianamente concessa –, l’autenticità formale e ideologica degli scritti, forse non si potrebbe dire: “Rex plus dixit quam voluit; ma certo si dovrebbe dire: “Rex plus dixit quam potuit”. Né infatti poteva vantare, in materia, la vigenza di una norma che non c’era; né tale norma poteva lui promulgare per far valere sanzioni al figlio, per mutare la legge di successione e diseredarlo: in proposito non poteva infatti che subordinare la sua volontà al fatto di averlo generato».
    In realtà, però, tale norma c’era da molto tempo – credo almeno dal 25 giugno 1865. Certo è che nelle due edizioni che ho tra mani in questo momento del Codice civile del Regno d’Italia, una pubblicata a Milano da Ulrico Hoepli nel 1901, così come in quella pubblicata a Firenze da G. Barbera Editore nel 1923, all’art. 69, comma secondo, si legge testualmente: «Per la validità dei matrimoni dei principi e delle principesse reali è richiesto l’assenso del re». Tutto questo non è stato mai abrogato, ma è confluito nell’art. 92 dell’attuale codice civile, che contiene infatti la stessa norma, attualizzata dopo l’incoronazione ad Imperatore di Vittorio Emanuele III (tant’è che se uno va oggi a consultarla, non vi legge: “norma abrogata”, bensì: “Articolo divenuto inoperante” – ovvero: “Omissis”).
    Non Le pare, dunque, Cavaliere, che questa sia una base di appoggio anche migliore di quella offerta delle Regie Patenti, risalenti al XVIII secolo? Infatti, nel momento in cui si parla di successione al trono italiano, non possono che contare anzitutto le norme italiane, tanto più se ancora vigenti. Ebbene: queste prevedono ancora oggi il consenso regio ai matrimoni dei principi. Di conseguenza, quando S. M. Umberto II, che mai abdicò, ha fatto presente al figlio, Vittorio Emanuele, che senza il suo consenso il diritto di successione sarebbe passato al cugino Amedeo, Duca D’Aosta, faceva riferimento a prerogative fondate fino ad oggi nella legislazione nazionale.
    Grato in anticipo per un Suo cortese cenno di riscontro, Le rinnovo i sensi della mia più profonda stima.

Maurizio Duce Castellazzo

Sergio BoschieroCaro Professore,
    la Sua lettera sulla successione dinastica, soprattutto nella seconda parte, incontra il mio plauso più caloroso e convinto.
    La pubblichiamo integralmente. Il Suo riferimento al Codice Civile del Regno d’Italia (art. 69 – comma secondo, confluito successivamente nell’art. 92 del Codice Civile), rinvigorisce gli argomenti sostenuti da tanti monarchici.
Sergio Boschiero
DATA: 19.08.2010

LA SCOMPARSA DI FRANCESCO COSSIGA
 
    L'Unione Monarchica Italiana si inchina alla memoria di Francesco Cossiga, scomparso oggi dopo un breve ricovero ospedaliero. Cossiga era un repubblicano convinto ma si è sempre dimostrato rispettoso nei confronti della storia del nostro Paese e non ha mai censurato il valore e l'importanza del Regno d'Italia. Ricordiamo che sulla scrivania teneva una bandiera con il Tricolore sabaudo, che si è pubblicamente espresso a favore del rientro delle salme dei Sovrani in Italia e che si rivolgeva ai Principi Reali di Casa Savoia con il titolo che Loro spetta.
    Un personaggio cardine della storia moderna della nostra Italia a cui, nonostante le divergenze di vedute, non possiamo che rivolgere con commozione il nostro pensiero.
Roma, 17 agosto 2010

LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DEL PRESIDENTE EMERITO FRANCESCO COSSIGA

    La Consulta dei Senatori del Regno rende omaggio all’opera e alla memoria del Senatore Francesco Cossiga, già Capo dello Stato.
    Nobiluomo, cattolico e liberale, spirito universale, nel solco di Antonio Rosmini il Presidente Emerito Francesco Cossiga visse il senso dello Stato anche nei suoi aspetti drammatici, sulla traccia di Re Carlo Alberto di Sardegna, che dopo meditato silenzio varò riforme, promulgò lo Statuto e assunse la guida dell’unificazione italiana.
    Le esortazioni di Francesco Cossiga ad ammodernare lo Stato caddero nel vuoto; anzi suscitarono contro di Lui le imputazioni più gravi.
    La Consulta auspica che la Sua eredità politica fecondi l’Italia ventura e la restituisca agli Italiani.

Roma, 17 agosto 2010
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
DATA: 17.08.2010

IL PRINCIPE AMEDEO AL CAFFE’ DELLA VERSILIANA
 
IL PRINCIPE AMEDEO AL CAFFE’ DELLA VERSILIANA    13 Agosto 2010 - In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, al Caffè la Versiliana, nell’ambito della trentunesima edizione del Festival della Versiliana, si è tenuto un incontro sul tema “150 anni di conquiste”, con l’obiettivo di affrontare i passi fondamentali che hanno caratterizzato il processo di unificazione nazionale sotto un unico tricolore. Ospite principale della manifestazione è stato S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, che ha aperto la discussione citando S.M. Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria, al quale volgere lo sguardo come primo Sovrano di un’Italia unita.     Il Principe Amedeo ha altresì sottolineato che dall’affermarsi dell’Istituto repubblicano in Italia, fino ad oggi, è venuto inevitabilmente meno il senso di Stato, lamentando la differenza con il senso di citoyenneté dei francesi e il profondo senso di rispetto dei britannici nei confronti delle forze dell’ordine; “si dovrebbe andare oltre il calcio per avere voglia di esporre il tricolore” ha asserito il Duca d’Aosta. Sui giovani della nuova generazione di italiani il Principe ha mostrato fiducia, facendo presente che in Italia vi sono tantissimi giovani, soprattutto in sud Italia, che dimostrano grande serietà che ambiscono a ricoprire ruoli nelle forze dell’ordine affinché possano dare il proprio contributo per la salvaguardia dell’ordine dell’Italia, “ma questi giovani – sottolineava il DucaIL PRINCIPE AMEDEO AL CAFFE’ DELLA VERSILIANA d’Aosta – non appaiono mai nei programmi della Maria de Filippi, forse non sono abbastanza interessanti”. Il Principe Amedeo, in occasione di alcune insidiose domande rivoltegli riguardo la sua opinione sull’Istituto repubblicano, ha citato l’esempio del ruolo fondamentale che la Corona belga ha sull’unità nazionale del Belgio, spiegando il ben risaputo attrito fra la comunità vallona e quella fiamminga. “Carlo Azeglio Ciampi è stato uno degli unici presidenti che si sono attivati per rivalutare il tricolore e l’inno nazionale – spiega il Principe – valori dimenticati a causa della guerra persa e, soprattutto, dopo la caduta del fascismo si censurò la storia etichettando come tutto cattivo, pure i militari venivano visti come guerrafondai. Ciampi ha cercato di ripristinare i valori di un’Italia con la “i” maiuscola; anche Einaudi fece una buona rappresentanza del Paese.” Infine il Duca d’Aosta ha parlato del suo breve periodo di prigionia in Germania e del periodo di permanenza al Palazzo di Atene, dove scoprirà la sua passione per gli animali e le piante.
    I 150 anni d’Italia, argomento cardine dell’incontro, è stato affrontato con indiscutibile bravura, dal Prof. Cosimo Ceccuti, Professore di Storia del Risorgimento e del giornalismo dell’Università di Firenze, che ha illustrato nello specifico tappe storiche determinanti come la spedizione dei mille, l’affascinante figura di Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e la repubblica romana, la triste vicenda di Goffredo Mameli, la potenza dell’Esercito borbonico rivelatasi poi insufficiente di fronte alle strategie dei garibaldini. Infine Enrico Dei, noto esperto d’arte, ha parlato della mostra “Italia sia” sui dipinti che raffigurano le tappe fondamentali del Risorgimento italiano, sottolineando la doverosa presenza predominante dei Macchiaioli, ubicata in Seravezza presso il Palazzo Ducale.     IL PRINCIPE AMEDEO AL CAFFE’ DELLA VERSILIANA    L’incontro si è concluso con la delicata ed insidiosa domanda di Romano Battaglia, conduttore dell’evento, al Principe Amedeo, ossia se fosse convinto su un ritorno in Italia della Monarchia: “Fin’ora ho sentito parlare di Prima e Seconda repubblica – risponde il Duca d’Aosta – ma siamo sempre alla Prima Monarchia”. Di ulteriore appoggio alla costatazione del Principe, una persona del pubblico ha chiesto la parola e, rivolgendosi a Sua Altezza Reale, ha incoraggiato il Principe raccontando l’aneddoto riguardante Padre Pio, il quale ha previsto che il figlio del Duca d’Aosta, Aimone di Savoia, sarebbe diventato un giorno Re d’Italia.
    All’evento, contraddistinto dall’usuale successo di pubblico, ha partecipato il Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, Gian Nicola Amoretti, accompagnato dal coordinatore del Club Reale “Carlo Felice” di Rapallo, Sebastiano Quaglia.
    Il quotidiano “La Nazione”, nell’edizione del 13 agosto (pag. 30, sez. Cultura & Società, il caffè Estate), ha pubblicato un articolo a firma del Principe Amedeo, in cui sono stati affrontati i punti salienti del processo di Unità Nazionale.
Lorenzo Virginio Teucci
DATA: 15.08.2010
   
RISORGIMENTO DIMENTICATO: POLITICA E POLITICI
 
    “L’imposta è dunque una porzione di entrata tolta a ciascun cittadino dal governo per le pubbliche necessità: ovvero il governo è come un altro cooperatore della produzione che insieme coll’operaio, col capitalista e col possidente viene a prendere la sua rata nel riparto del prodotto netto”. (Marco Minghetti-1859).
    “Le maggioranze parlamentari non acquistano forza e prestigio se non sono tenute strette ed unite da un principio, da un programma, da comunanza di viste, di idee e di opinioni nelle questioni più importanti fra i vari deputati che le compongono”. (Dal giornale “l’Opinione” del 1862).
    “Mi sono persuaso che, quantunque riuscissi a salvare il mio prestigio, perderei l’Italia. Ora, mio caro Nigra, ve lo dichiaro senza enfasi, preferisco veder scomparire la mia popolarità, perdere la mia reputazione, ma vedere fare l’Italia. Ora, per fare l’Italia in questo momento, non bisogna mettere in contrasto Vittorio Emanuele e Garibaldi.
    Garibaldi ha una grande forza mortale, gode di un immenso prestigio, non soltanto in Italia, ma soprattutto in Europa. Avete torto, a mio avviso, a dire che siamo messi tra Garibaldi e l’Europa. Se domani venissi in lotta con Garibaldi, potrei avere pure dalla mia parte la maggioranza dei vecchi diplomatici, ma l’opinione pubblica europea sarebbe contro di me, e l’opinione pubblica avrebbe ragione, perché Garibaldi ha reso all’Italia i più grandi servigi che un uomo potesse renderle: ha dato agli Italiani fiducia in se stessi, ha dimostrato all’Europa che gli Italiani sapevano battersi e morire sui campi di battaglia per conquistare una patria”. (Lettera del conte di Cavour a Costantino Nigra del 5 agosto 1860)
    “Non è ancora penetrata nelle nostre abitudini, la persuasione che il governo è parte di noi stessi, che non è nostro nemico il fisco, che, il contrario, è il nostro aiuto principale e che è quello, senza il quale non avremmo sicurezza, protezione, strade, istruzione, non avremmo nulla... Il Piemonte ha tassato, ha tassato spietatamente. Ma, persuaso della necessità di svolgerne la vita economica, ha contemporaneamente costruito ferrovie e strade ordinarie, le ha ampliate, insomma ha impresso alla vita economica quell’impulso che solo poteva essere dato sotto la direzione di quella mano vigorosa, di quelle mente elevatissima che era il conte di Cavour”. (Quintino Sella-1863).
    “La scarsa popolarità di Cavour è innanzitutto l’esito naturale della scarsa conoscenza-popolarità che da noi ha il Risorgimento, cioè quella parte della nostra storia che riguarda la nascita della nazione….Tutte le culture politiche dell’Italia del Novecento (dal fascismo all’azionismo, dal cattolicesimo al socialismo, al comunismo gramsciano, e fino al leghismo) sono nate da una critica più o meno radicale al Risorgimento e in particolare proprio alla soluzione cavourriana di esso, sprezzatamente definitia “moderata”. Perpetuando l’equivoca confusione tra liberalismo e moderatismo che continua a pesare come un macigno sulla nostra vita pubblica. Si aggiunga la dissociazione da ogni dovere collettivo e il disprezzo qualunquistico-anarcoide verso lo Stato in quanto tale che nutre tanta parte del Paese, comprese le sue classi elevate. In misura significativa l’impopolarità di Cavour non è altro che l’impopolarità presso tanti Italiani dello Stato Italiano…Non ha forse bisogno l’Italia di ritrovare il senso originario della sua esistenza come Stato libero e moderno? Lo so bene: invocare un ritorno a Cavour suono solo patetico, prima ancora che vano. Almeno sia consentito, però, di sentirne fino in fondo una disperata nostalgia e ripeterne con gratitudine il nome per trasmetterlo a chi in futuro si dirà ancora italiano, nel duecentesimo anniversario della nascita”. (Ernesto Galli Della Loggia – Corsera 10 agosto 2010).
GIUSEPPE POLITO
DIRETTORE BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)

DATA: 13.08.2010

A SETTEMBRE USCIRA' IL NUOVO LIBRO DI DOMENICO FISICHELLA SUL RISORGIMENTO
 
Il Miracolo del Risorgimento - Domenico Fisichella - Carocci Editore    Pubblichiamo in anteprima la copertina dell'ultimo lavoro del Prof. Domenico Fisichella, già autore di "Elogio della Monarchia".
    Il volume ripercorre, con linguaggio chiaro e non accademico, le vicende che nei secoli hanno condotto allo sviluppo di un profilo unitario - sul piano culturale (religione, lingua, tecnologia) e materiale (commercio, produzione, tecnica) - del popolo italiano.
In tale quadro, il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto dell'iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell'arena europea. Ampia parte del saggio analizza l'incidenza del principio di nazionalità, l'ipotesi federalista, il ruolo di personalità come Carlo Alberto, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Pio IX, Gioberti, Cattaneo, nonché il rilievo degli elementi elitari, popolari, dinastici, internazionali che hanno condotto al 1861 (nascita del Regno d'Italia), con la sua ineludibile appendice di Porta Pia (1870).
Da settembre in tutte le librerie.
Il Miracolo del Risorgimento - La formazione dell'Italia unita.
Domenico Fisichella
Carocci editore, 2010. euro 15.00

DATA: 11.08.2010
 
INTERVISTA AD AIMONE DI SAVOIA-AOSTA SULLA RIVISTA ECONOMICA "IL MONDO"
 
Il Principe presto in Italia.

Il Mondo - Rcs - Enrica Roddolo - Savoia    Riportiamo l’intervista a S.A.R. il Principe Aimone di Savoia-Aosta, pubblicata sul numero 32 (6 agosto 2010) del settimanale economico del gruppo Rcs “Il Mondo”, a firma della giornalista Enrica Roddolo.
    Nella pregevole intervista, il Principe sabaudo dà conferma alle insistenti voci che corrono riguardo ad un Suo trasferimento nel nostro Paese, dopo un lungo e apprezzato periodo di lavoro a Mosca come rappresentante della Pirelli.                                                     Ecco il testo:
    

DALLA RUSSIA (CON PIRELLI)

S.A.R. il Principe Aimone di Savoia    II lavoro è eticamente obbligatorio, come un servizio da rendere alla comunità di cui si fa parte. A prescindere dai risultati che si raggiungono». Aimone di Savoia-Aosta, figlio del duca Amedeo d'Aosta (a sua volta imprenditore agricolo in Toscana), lavora per Pirelli. Anzi, è l'uomo Pirelli in Russia. Riservatissimo, sposato con Olga di Grecia, accetta però di parlare con il Mondo. 
    Domanda. Come inizio I'avventura in Russia, principe?
    Risposta.
Lavoro in Russia dal 1993, e ci vivo dal 1994. E uno dei motivi per cui sono venuto in questo affascinante Paese è stato proprio perché volevo capire cosa sarei riuscito a fare in un ambiente che non aveva nessun tipo di pregiudizio nei confronti del mio cognome (positivo o negativo).
 
    D. Una sfida. E una brillante carriera.
    R.
Diciamo che quella che è iniziata come avventura di un 26enne alle prime armi è diventata, senza che me ne accorgessi, una bellissima carriera. Ho lavorato per società di ingegneria, con le quali ho viaggiato tantissimo in molte regioni russe, per poi approdare in Pirelli nel 2000.
    D. Torner
à
in Italia?
    R. Comincio ad avere molta voglia di tornare in Italia, dopo 16 anni, anche se mi rendo conto che molta parte della mia professionalità è relativa a questa parte del mondo, e questo complica un po' le cose, ma a me stesso ho già provato di valere, adesso basterà convincere gli altri. Ironia a parte, penso di aver sempre portato valore in tutti i lavori e progetti che ho seguito, e quindi sono sicuro che la mia carriera mi porterà presto in Italia.
   D. Senza rinunciare al lavoro. Come lei, oggi molti nobili sono anche bravi professionisti.    Un cambio di stagione?
    R.
Non solo gli aristocratici di oggi hanno saputo rivelarsi ottimi professionisti, bisogna sfatare il mito dell'aristocratico escluso dall'attività professionale manageriale. Attingendo dalla storia di famiglia posso portare l'esempio del duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia (fratello minore di mio bisnonno) che dedicò gran parte della vita alla Marina e alle esplorazioni geografiche, attività che richiede qualità di management non comuni.
    D. E poi?
    R.
Luigi Amedeo lasciò quindi l'Italia e negli anni '20 fondò la Società agricola Italo Somala che, ottenuta una concessione per 90 anni, gestì nell'area di Johar (Somalia) circa 25 mila ettari di terreno dove negli anni Trenta si potevano vedere strutture sociali, dalle scuole agli ospedali, realizzate per i lavoratori: arrivarono infatti ad abitarci quasi 10 mila persone.
    D. E come finanziò quest'impresa?
    R.
I soldi, circa 25 milioni di lire, li prese in prestito, restituendo poi tutto e facendo quindi fruttare l'investimento con qualità manageriali di tutto rispetto. Qualità che fecero sì che si potessero lavorare fino a 3 mila quintali di canna da zucchero al giorno con macchinari moderni, perlopiù alimentati dalla combustione dei gas naturali ricavati dagli scarti fermentati. I prodotti venivano lavorati in loco e poi spediti via ferrovia a Mogadiscio dove erano venduti per l’export.         

Enrica Roddolo

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DATA: 06.08.2010
  
“TANTI NEMICI, TANTO ONORE”
 
    Così dice un vecchio adagio popolare, ed è la sintesi di quello che da mesi per non dire anni assistiamo davanti agli attacchi, spesso solo provocatori, all’epoca risorgimentale ed ai suoi protagonisti.
    Se sul mensile amico “Storia in rete” il giornalista Gigi di Fiore, attenua le sue tesi antirisorgimentali, poi  si rallegra quando la propria casa editrice ha deciso di ristampare tra qualche mese il  saggio indubbiamente meno moderato, scritto nel 2007.
    Giordano Bruno Guerri dalle colonne del “il Giornale” esalta invece un altro libro: “Terroni” di Pino Aprile che abbiamo nei mesi scorsi ampiamente criticato per sua forte carica antisabauda e non solo, tra i più venduti negli ultimi tempi (?), sperando che diventi il “…testo sacro di una futura Lega Meridionale…”; non solo, il Guerri pubblicizza il suo ultimo libro sul’argomento risorgimentale che darà alle stampe a fine anno dalla Mondadori, invitando i lettori a partecipare il 5 agosto prossimo, a Monopoli, ad un dibattito nell’ambito del progetto Cantiere Cultura ove parteciperanno tra gli altri Pino Aprile e Marcello Veneziani. Lo storico prosegue l’articolo, elencando il suo punto di vista sul Risorgimento, ecco alcune “perle”: ..L’annessione del Sud fu una guerra di annessione e di conquista, spietata e brutale. Il Regno delle Due Sicilie non era il paradiso in terra, certo, ma neppure l’inferno. Il paternalismo borbonico permetteva pure ai più poveri di vivere decentemente anche nelle condizioni di arretratezza feudale con le quali venivano gestite le terre coltivabili. La vita culturale, almeno quella alta, era di tutto rispetto. Le industrie, in particolare quelle metalmeccaniche e tessili, erano all’altezza, e a volte superiori, a quelle del Nord. Soprattutto, le casse dello Stato e la circolazione monetaria erano più ricche che nel resto d’Italia messo insieme. Denaro, terre ed industrie facevano gola ai Savoia,  molto meno romantici di patrioti…A rimetterci fu il popolo, che d’improvviso si vide sconvolta l’esistenza da invasori (i cosiddetti plebisciti furono una truffa di Stato)…Fu così che nacque il fenomeno sprezzantemente definito “brigantaggio”….A volte erano veri banditi, ma oggi li chiameremmo partigiani. Fu una guerra civile….”, vi risparmio altre amenità storiche!
    E’ triste leggere da bravi opinionisti e giornalisti,  queste “oscenità storiche” le quali non fanno altro che “cavalcare” la moda del momento, “scimmiottando” il più becero leghismo, nato non dimentichiamo, dalla sordità dei partiti tradizionali alle istanze del cittadino settentrionale e dal tradimento delle vecchie ideologie da parte di coloro che dovevano non solo difenderle ma adeguarle ai tempi.
    Come monarchici e custodi dei valori risorgimentali dobbiamo impegnarci per contrastare in ogni modo queste opinioni, non demonizzando nessuno, ma neppure esaltare quegli Stati pre-unitari che non vollero credere nella libertà e nella democrazia come invece fece il Regno di Sardegna ed il suo sovrano!
    PS.: Poco dopo la stesura di questa riflessione, il Prof.Pietro Craveri, storico, nipote di Benedetto Croce, sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno ha "stroncato" definitivamente da un punto di vista storico-politico la moda del revisionismo risorgimentale con un articolo a titolo "Terrorismo neoborbonico".
GIUSEPPE POLITO
DIRETTORE BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)

DATA: 07.08.2010
 
SAVOIA CAVALLERIA
 
    Il numero 4 (luglio- agosto 2010) della rivista IL NASTRO AZZURRO, edita dall’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare – www.istitutonastroazzurro.org -  presenta a pag. 34 una rievocazione del reggimento “Savoia Cavalleria”, il cui stendardo venne decorato da S.M. il Re Vittorio Emanuele III della M.O.V.M. per le gloriose giornate del 21-30 agosto 1942 sul fronte russo. Dopo il referendum del 2 giugno 1946, il col. Alessandro Bettoni Cazzago, ultimo comandante di “Savoia” volle riconsegnare a Umberto II il glorioso stendardo del reggimento. Per volontà del Sovrano il vessillo è oggi custodito nel Sacrario delle Bandiere dell’Altare della Patria.
    Il numero 4 (luglio-agosto 2010) della Rivista di Cavalleria, edita dall’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria – www.assocavalleria.it – presenta a pag. 37 una rievocazione delle celebrazioni del secondo centenario ( 1682-1892) della fondazione del Reggimento “Savoia Cavalleria” con foto e documenti storici.
SAVOYE BONNE NOUVELLES

DATA: 06.08.2010
  
IL PREMIO CARDUCCI PER LA SAGGISTICA A S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA
 
S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia    Il Premio Letterario Giosue Carducci 2010 per la saggistica storica è stato conferito a S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia. Gli altri premiati sono il poeta Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, la medievista Chiara Frugoni per la critica d’arte ed Enrico Tiozzo, docente all’Università di Goteborg e autore dell’opera sul Premio Nobel e la letteratura italiana (ed. Olschki).
    La giuria, presieduta dallo scrittore Raffaello Bertoli, ha premiato Maria Gabriella di Savoia perché con i propri studi e quale presidente della Fondazione Umberto II e Maria José ha salvaguardato un patrimonio documentario e bibliografico di fondamentale importanza e propone alla storiografia italiana temi a lungo trascurati. Con una decina di volumi tradotti in varie lingue e con la collaborazione a rassegne e ad opere insuperate (Casa Savoia. Diario di una monarchia, 1861-1946, l’ Album di guerra, 1915-1918 di Vittorio Emanuele III, Gioielli di Casa Savoia e Il Parlamento italiano, 1861-1993 (24 voll.), la Principessa ha concorso e contribuisce alla rilettura dell’unificazione italiana. Per gli approfondimenti critici originali di figure a lungo dimenticate, quale Antonio Rosmini, e per la promozione di ricerche scientifiche di ampio raggio la Principessa Maria Gabriella di Savoia avrebbe attratto il plauso che Giosue Carducci riservò alla Regina Margherita: emblema dell’eterno femminino regale quale misura della
 civile di tutti i cittadini.
    Due anni orsono, il suo volume Manti Regali a Corte. Dal corredo della Regina Maria José (Daniela Piazza ed. Torino, 2008) ha accompagnato un evento di richiamo europeo realizzato nel Castello della Venaria Reale, in vista del 150° della proclamazione del regno d’Italia. Allieva di Oskar Kokoschka, la Principessa è anche apprezzata acquerellista. Una Mostra delle sue opere è stata allestita alla Fondazione Bismarck in Parigi ed è in programma in Spagna e a Istanbul. Verrà poi la volta del Piemonte?
Aldo Alessandro Mola

Alla presenza di circa 600 persone, il sindaco di Pietrasanta, dottor Domenico Lombardi, ha invitato la Principessa a compiere una visita ufficiale alla Città e la Prencipessa ha accettato.

DATA: 04.08.2010

IL REGICIDIO DI MONZA NON FERMO’ LE LIBERTA’

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 1 Agosto.
Unico quotidiano a livello nazionale che abbia ricordato il regicidio di Monza.

Re Umberto I    Non sempre la fine luglio annunciò l’inizio delle vacanze. In molti casi fu infausta. Nel 1848 in quei giorni l’Armata di Carlo Alberto si ritirava su Milano, incalzata da Radetzky. Nel luglio di dieci anni dopo Vittorio Emanuele II, “per quello che lo riguardava” accettò l’armistizio di Villafranca tra Napoleone III e Francesco Giuseppe d’Asburgo. Parve la fine del sogno. Il 20 luglio 1860 nella battaglia di Milazzo solo rischiando la vita Garibaldi superò lo scoglio più difficile della guerra di Sicilia. Sei anni dopo, alla stessa data vinse gli Austriaci a Bezzecca, sulla via di Trento, ma venne fermato dall’armistizio e telegrafò “Obbedisco”.
    Tra i giorni più lugubri della storia d’Italia rimane il 29 luglio 1900, quando Gaetano Bresci assassinò Umberto I. Dieci anni fa il regicidio venne rievocato nel Duomo di Monza, che conserva la Corona Ferrea, simbolo della regalità in Italia. Migliaia di persone sfilarono sino alla Villa Reale con Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta. Il presidente della repubblica dell’epoca non aderì, quasi il Quirinale appartenga a una storia diversa da chi l’abitò dal 1870 al 1946.  
    Questo 110° anniversario del regicidio è passato sotto silenzio. Eppure quella è una data fondamentale. Infatti il cinquantaseienne torinese Umberto I era il simbolo della fedeltà della Corona allo Statuto, “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia” da “assoluta” divenuta “rappresentativa”.
    Caposaldo dello Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto fu la ripartizione dei poteri in legislativo, esercitato congiuntamente dal Re e dalle Camere, ed esecutivo, riservato al Re tramite il governo, responsabile dinnanzi alla Corona. Lo Statuto affermò l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi, l’inviolabilità del domicilio, la libertà di stampa e di adunanza pacifica.
    Fondamentale fu l’elettività della Camera dei deputati, scelti dai collegi elettorali e rappresentanti della Nazione liberi da “ mandato imperativo” rispetto agli elettori, affiancata dal Senato di nomina regia e vitalizio. Per lo Statuto la giustizia, emanata dal re, era amministrata in suo nome dalla magistratura, che era dunque un “ordine”, non un “potere” contrapposto a legislativo e ad esecutivo.
    Sin dall’età di Cavour per rimanere in sella i governi non poterono più accontentarsi del favore del re. Dovettero assicurarsi la maggioranza in Parlamento e il sostegno degli elettori, unici veri giudici del potere politico. Le libertà statutarie ressero a innumerevoli scosse tra il loro avvento e il regicidio. Anche la crisi di fine Ottocento, pur segnata da tumulti, dal ricorso allo stato d’assedio e dalla repressione dell’opposizione, non intaccò le libertà statutarie. Nel giugno 1900 la Camera venne sciolta e rinnovata per la quinta volta in soli dieci anni. Il presidente del consiglio, Luigi Pelloux, un generale, cedette il passo all’ottantenne Giuseppe Saracco, originario di Bistagno (Acqui), presidente del Senato, che varò un programma di riforme. L’assassinio di Umberto I avvenne dunque quando la presunta “svolta autoritaria” era ormai alle spalle e la Monarchia aveva ripreso il corso tradizionale, come suggerito da Giolitti e Zanardelli contrari a chi, come Sidney Sonnino, proponeva al Re di arroccarsi isolandosi dal “Paese che lavora”.
    La conferma venne proprio con l’ascesa al trono del trentunenne Vittorio Emanuele III. Il giovane Sovrano enunciò il programma: massima libertà politica, ma chi rompe paghi. Libertà nell’ambito delle leggi, dunque, non contro le leggi. Libertà come legalità, non come arbitrio. Seguirono quindici anni di progresso economico e di sviluppo civile. Meno fazioni, meno estremismi, meno personalismi e più confronto tra istituzioni e cittadini tramite le Camere e le amministrazioni locali, impegnate nell’attuazione delle leggi speciali a sostegno delle regioni arretrate e sottosviluppate. Quel quindicennio vide anche l’avvento del socialriformismo, l’elezione di deputati cattolici, i blocchi popolari alla guida di città e province, la mediazione prefettizia nei conflitti di lavoro, una crescita economica senza precedenti, il prestigio dell’Italia nella Comunità internazionale. Anche per l’Italia fu la Belle époque. Per il Vecchio Piemonte volle dire l’ascesa della Fiat e le celebrazioni a Torino del Cinquantenario del Regno. Inconfrontabile con questo sommesso 150°...

Aldo A. Mola
DATA: 04.08.2010
 
L'U.M.I. IN LUTTO PER LA SCOMPARSA DI CARLO ROSSI

    L'Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) china le bandiere del Regno per la scomparsa del  Dott. Carlo Rossi di Vermandois, già Coordinatore del Club Reale U.M.I. di Arezzo, luminosa figura di italiano e di monarchico.
    Ne diamo notizia ad esequie avvenute,  porgiamo le più sentite condoglianze ai familiari, in particolare al fratello Paolo, guida dell'U.M.I. di Roma.
    Sono pervenute molte telefonate di cordoglio; fra i primi messaggi quello di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta.
DATA: 03.08.2010
 
NEL PANTHEON RICORDATO IL RE UMBERTO I A 110 ANNI DAL REGICIDIO

La cerimonia nel Pantheon    Roma, 29 luglio 2010 – Come ogni anno l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha organizzato una Santa Messa per ricordare il Re Umberto I, nell’anniversario dell’infausto regicidio. In occasione del cento decimo anniversario della scomparsa del “Re buono” la cerimonia è stata particolarmente toccante per la solennità della funzione. La Santa Messa di suffragio si è conclusa con dei canti sacri in lingua latina, eseguiti a cappella, fra i sacri fumi dell’incenso, sotto la tomba dell’Eroe di Villafranca. Molte le Guardie d’Onore romane e non presenti con il Presidente dell’Istituto, il Capitano di Vascello Ugo d’Atri.
Erano presenti il Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero e il Vice presidente del Circolo REX Domenico Giglio.

La cerimonia nel Pantheon

L'omaggio davanti alla tomba di Re Umberto I

La cerimonia nel Pantheon
DATA: 30.07.2010
   
GETTATA A TERRA LE CORONA ITALIANA SULL’EX BALKAN

    I Dalmati italiani del Mondo di Trieste e la Lega Nazionale lamentano che nottetempo sia stata gettata a terra, dopo aver reciso con una tronchesina il filo di ferro e la catenella la sorreggevano, la corona deposta solennemente sull’ex Balkan “in ricordo del sacrificio del ten. Luigi Casciana ferito a morte il 13 luglio 1920 dagli jugoslavisti del Narodni Dom che proteggeva a capo di un gruppo di soldati e di regi carabinieri”.
    Evidentemente, ha dichiarato l’on. Renzo de’Vidovich, qualcuno a Trieste – nonostante la volontà della stragrande maggioranza degli italiani e degli sloveni di restaurare una solida amicizia tra i popoli nel rispetto delle rispettive memorie storiche – ancora infastidisce quanti non vogliono ricordare che, senza le bombe ed i colpi di arma da fuoco sparati sui dimostranti dal Narodni Dom, nulla sarebbe successo, come è dimostrato dal fatto che le altre sedi jugoslaviste presenti in città furono regolarmente protette da un imponente servizio d’ordine.
    È incredibile – conclude de’Vidovich – che un nastro tricolore sull’ex Balkan faccia saltare i nervi a quanti vorrebbero che l’incendio dell’Hotel fosse per forza attribuito agli italiani e ignorano che ben quattro sono gli italiani caduti per mano jugoslavista, prima degli disordini degli anni ’20.
Trieste, 19 luglio 2010                                                                      
Il Presidente On. Renzo de’Vidovich
DATA: 29.07.2010
   
RITRATTO DI RIPRAND MARIA FRANZ VON ARCO-ZINNEBERG

        Nonostante il  nome indichi perentoriamente l’originario  casato tedesco, il conte Riprand Maria Franz von Arco-Zinneberg, nato il 25 luglio 1955 a Monaco di Baviera, ha nelle sue vene molto “sangue” italiano. Figlio del conte Ulrich e della contessa Maria Theresia von Preysing-Lichtenegg-Moos, egli discende da entrambi i genitori da quella Maria Beatrice d’Este (1750-1829) erede del ducato di Modena e Reggio nonché del Ducato di Massa, figlia del duca Ercole III Rinaldo che sposa dell’Arciduca Ferdinando Carlo d’Absburgo-Lorena (1754-1806) figlio cadetto dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria e di Francesco III Stefano di Lorena, in base agli accordi sottoscritti tra lo stesso duca Ercole III e Maria Teresa, diede inizio  alla “Tertur-genitur” d’Austria-Este non essendoci eredi maschi legittimi.
    Una delle figlie di questa coppia, l’arciduchessa Maria Leopoldina (1776-1848) rimasta vedova nel 1799 del primo marito, il Principe Elettore Karl IV Theodor di Baviera si risposò nel 1804 con il conte Ludwig von Arco (1773-1854) discendente di un’antica famiglia trentina la quale nei secoli si è imparentata con le maggiori casate austro-tedesche ma anche con i Gonzaga di Novellara.
    Da Maria Leopoldina, sorella minore del duca Francesco IV di Modena e della regina Maria Teresa di Sardegna, moglie di re Vittorio Emanuele I di Savoia, il conte Riprand discende molte volte così come dallo stesso duca di Modena implicato nel complotto carbonaro di Ciro Menotti.
    Tra i suoi antenati annoveriamo pure la principessa Gabriella Maria di Savoia-Carignano (1748-1828) sposa dal 1769 del principe Ferdinand von Lobkowicz duca di Sagan (1724-84). La parentela più illustre del conte Riprand è con Luigi III di Wittelsbach, ultimo sovrano di Baviera, sposo dell’arciduchessa Maria Teresa d’Austria-Este, nipote diretta di Francesco IV di Modena e di Maria Beatrice Vittoria di Savoia, sua nipote, figlia del già citato Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Austria-Este!
    Quando nella cattedrale di Chartres il 26 aprile 1980 il conte Riprand si unì in matrimonio, alla presenza dell’ultima Imperatrice d’Austria, Zita di Borbone, della contessa di Parigi, di Isabella d’Orléans principessa Murat e di Anna duchessa d’Aosta e di altre illustri teste coronate, con l’arciduchessa Maria Beatrice d’Absburgo-Lorena, nata nel 1954, figlia primogenita dell’arciduca Roberto duca di Modena e della Principessa Margherita di Savoia-Aosta, nipote diretta dell’Eroe dell’Amba Alagi e Vicerè d’Etiopia, Amedeo duca d’Aosta, e di Carlo I Imperatore d’Austria e Re Apostolico d’Ungheria, gli sposi potevano rivendicare di essere tra le   coppie principesche con più “sangue” italiano nelle vene, ed in particolar modo sabaudo-estense!
    Il conte Riprand svolge la sua attività professionale nel settore finanziario negli Stati Uniti, ma appena può con la famiglia si rifugia nella splendida residenza a Punta Cana nella Repubblica Dominicana. La coppia principesca ha messo al mondo 6 figlie tra il 1981 ed il 1997: Anna Teresa, Margherita, Olympia, Massimiliana, Maria Gabriella e Georgiana.
    Un fratello di Maria Beatrice è l’arciduca Lorenzo, attuale duca di Modena, sposo della Principessa Astrid dei Belgi, figlia di re Alberto II e della regina Paola.
GIUSEPPE POLITO
DIRETTORE BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
DATA: 29.07.2010
   
STORIA IN RETE DI LUGLIO-AGOSTO E' IN EDICOLA!

Storia in Rete luglio-agosto 2010    Storia in Rete di questa estate si sofferma sui temi agghiaccianti degli “anni di piombo”, interpretabili come una strategia di destabilizzazione o di intimidazione ai danni del nostro paese da parte di potenze straniere: gli Stati Uniti e l’URSS nella logica della Guerra fredda, ma anche Israele, i palestinesi dell’FPLP e altri insospettabili alleati, gli inglesi e i francesi, contro i quali si è giocata una partita a scacchi per il dominio del Mediterraneo. Torniamo quindi su Cavour, con la riproposizione di un’intervista al grande storico Rosario Romeo, un’intervista allo storico neoborbonico Gigi Di Fiore – esponente del revisionismo scientifico e non revanscista – e una panoramica sul contributo di cattolici e sacerdoti al Risorgimento italiano. Continua quindi la storia dell’avventura italiana nello spazio, con un’intervista a Roberto Somma, ingegnere protagonista di molte imprese scientifiche in Tricolore. Storia in Rete va quindi a colloquio con Chiara Frugoni, medievista, che mostra ai lettori come i “secoli bui” furono tutt’altro che oscuri e che il Medioevo ha tanto da insegnarci. Con un balzo avanti – poi – si ripercorre la vicenda pirandelliana dello Smemorato di Collegno, che appassionò l’Italia sui suoi quotidiani. Per la serie “the Bonapartes” è il turno della prima sorella dell’Imperatore dei Francesi, Elisa, mecenate in Toscana e abile politica. Infine la vicenda del processo a Giovannino Guareschi, condannato per diffamazione di De Gasperi su un argomento delicatissimo: le carte di Mussolini sottratte a Dongo… Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di luglio-agosto!!
In edicola - euro 6,00
DATA: 28.07.2010
   
RAI TRE: BELLE LE IMMAGINI… SUPERFICIALI I COMMENTI

il Re Vittorio Emanuele III    Rai Tre per la trasmissione GLI ARCHIVI DELLA STORIA ha trasmesso venerdì  16 luglio u.s. una puntata avente per tema le figure di Vittorio Emanuele III e di Umberto II e delle loro rispettive consorti. Il presentatore, fin dai suoi esordi, ha “inquadrato” i telespettatori concentrandosi solo sul problema delle “leggi razziali” del 1938, e sulla c.d.”fuga di Pescara”, mentre lo storico presente in sala da par suo nel commentare questi due avvenimenti si è limitato a ripetere i soliti luoghi comuni… Ci si è dimenticati ad esempio di personaggi come Antonello Trombadori (intellettuale e partigiano comunista) o Carlo Azeglio Ciampi, che hanno considerato Pescara un legittimo e improrogabile trasferimento del vertice dello Stato in un territorio italiano libero, come ci si è dimenticato di contestualizzare le odiose leggi sugli Ebrei nel particolare momento politico che l’Italia stava vivendo tralasciando la lezione di De Felice… Forse si voleva mettere subito in allarme quanti si fossero fermati a vedere le immagini successive… che in maniera eloquente hanno testimoniato del forte consenso di cui godeva Casa Savoia in Italia, anche dopo la tragedia della II guerra mondiale quando, ad esempio, il 10 maggio 1946 i romani affollarono la piazza del Quirinale per salutare Umberto II, appena salito al trono, così come avevano fatto dopo la vittoria nel novembre del 1918, per la translazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria, per le varie cerimonie di corte, per l’apertura delle sessioni parlamentari, per le nozze dei Principi Ereditari nel 1930, per la visita di Pio XII nel 1939, alla pari degli altri Italiani, che a Napoli, a Torino, a Venezia, in Sicilia, a Tripoli, a Mogadiscio…ovunque si assiepavano per salutare il Re e i Principi sabaudi. Il commentatore, che non mancava di inserire note inadeguate (il generale Armando Diaz, qualificato come un ignoto collaboratore del Re) e di commettere errori imperdonabili (la proclamazione dell’Impero del 9 maggio 1936 spostata di tre mesi…), non poteva però non riferire della magnificenza e della solennità del cerimoniale di una dinastia che vantava 1000 anni di storia o dell’ampia risonanza che le visite dei Reali avevano in tutta Italia, pur con un Fascismo imperante e ostile soprattutto negli ultimi anni ’30. Incomprensibile poi che alcuni avvenimenti cruciali della c.d. “diarchia” fra Vittorio Emanuele III e Mussolini (ad esempio il conferimento del doppio maresciallato dell’Impero o la visita di Hitler) siano stati ricostruiti esclusivamente su quanto quest’ultimo, rancoroso,  ebbe a scrivere nel 1944 in forma anonima in alcuni articoli apparsi sul “Corriere della Sera”…. E’ incomprensibile che sia stata del tutto taciuta la preziosa e importante opera svolta da Umberto di Savoia dopo l’armistizio del 1943 per la rinascita delle Forze Armate, la liberazione dell’Italia, la ripresa della vita democratica nella Nazione, che tutti i contemporanei, anche quelli di parte avversa (da Churchill a Parri) hanno riconosciuto essere stata svolta dal Principe Ereditario, che dal 5 giugno 1944 adempì con alto senso dello Stato il delicato compito di Luogotenente Generale del Regno. Anche la sua disinteressata decisione di lasciare l’Italia il 13 giugno 1946 dinanzi all’assunzione dei poteri di Capo dello Stato da parte di De Gasperi prima della pronuncia della Corte di Cassazione, unanimente apprezzata, è stata equivocata…
    Le complesse vicende italiane dal 1900 al 1946 andrebbero lette finalmente con serenità perché gli Italiani possano giudicare conoscendo tutti gli aspetti e tutte le responsabilità del tempo… Perché ad esempio non dire che il primo governo Mussolini ebbe la fiducia del partito popolare di De Gasperi e che il futuro Presidente della Repubblica Gronchi era uno dei Sottosegretari? Perché non ricordare che Hitler invase la Polonia grazie all’accordo con Stalin e che Francia e Inghilterra non attaccarono la Germania dopo la dichiarazione di guerra?
    Con rammarico deve notarsi che, a differenza di alcuni anni addietro quando questi avvenimenti venivano affrontati con serenità e oculatezza, stiamo assistendo a una rinnovata ostilità preconcetta che alla domanda del giornalista “Oggi cosa rimane del mito monarchico?” fa rispondere allo storico presente in trasmissione un “Nulla”. Forse che è stato abbattuto l’Altare della Patria alla pari delle statue di Vittorio Emanuele II e del fregio che adorna la Sala dei Deputati di Montecitorio o  i codici civile e penali, emanati da Vittorio Emanuele III, sono stati abrogati ? O forse il complesso di legittimità che ha angustiato la Repubblica, tanto da introdurre nel testo costituzionale la norma che vietava ai Sovrani e ai loro discendenti maschi di rientrare - ora anche da morti - in Italia, fra i rinnovati scandali, sia tornato a pungere?
Francesco Atanasio
DATA: 27.07.2010
   
ALESSANDRO SACCHI, INTERVISTATO DAL QUOTIDIANO "IL ROMA", RICORDA IL RUOLO FONDAMENTALE DELLA MONARCHIA


Alessandro Sacchi, Vice presidente nazionale U.M.I.Nell’assordante silenzio delle istituzioni e nell’approssimarsi della scadenza del centocinquantennale dell’Unità Nazionale, l’Unione Monarchica Italiana alza il dito, a mezzo del suo vicepresidente nazionale, l’avvocato Alessandro Sacchi (nella foto): il 17 marzo 1861 la Camera dei Deputati appena eletta approvò una legge, la numero 1, che citava “il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia”. Così nasce una nazione, con la proclamazione di un regno. È un fiume in piena, l’avvocato Sacchi, leader storico dei monarchici con un forte seguito personale a Napoli e in generale in tutto il Meridione.
    «Il risorgimento – spiega – fu un movimento di idee e di azioni espresse da uomini di varia tendenza
e formazione».
Come si pone l’Unione Monarchica Italiana nei confronti del centocinquantennale?
    «Noi ricordiamo a tutti gli italiani il ruolo fondamentale ricoperto da Vittorio Emanuele II che non esitò a mandare in prima linea i figli Umberto - allora principe ereditario – e Amedeo I Duca D’Aosta nelle battaglie delle guerre d’indipendenza. Solo i falsari, in buona o in mala fede, possono negarlo: senza l’intervento dei Savoia, l’Italia sarebbe ancora una galassia coloniale».
Forse in molti hanno dimenticato.
    «La Repubblica Italiana è stata ingenerosa verso una dinastia che non ha mai avuto paura dei repubblicani, inaugurando monumenti, strade e piazze a Mazzini e a Cattaneo. Negli ultimi 50 anni, sistematicamente, si è cercato di cancellare il ricordo e di recidere le radici, e un paese che rinnega il proprio passato non ha futuro».
A proposito di futuro, pensate ad un partito?
    «Mai più un partito monarchico. Se la monarchia unisce, i suoi sostenitori non possono essere espressione di una parte. Molti dei nostri iscritti militano in tutti i partiti politici che danno loro spazio. I nostri elettori scelgono i galantuomini».
E Berlusconi?
    «È l’effetto, non la causa».
Qual è il vostro programma per celebrare il centocinquantennale?
    «Stiamo promuovendo su tutto il territorio nazionale manifestazioni e convegni di carattere storico, per sottolineare il ruolo della monarchia, che seppe unire un coacervo di staterelli e ne fece una nazione a pieno titolo, inserito nel contesto europeo e mondiale».
E il vostro programma politico?
    «L’Unione Monarchica Italiana indica un percorso: la monarchia è un meccanismo costituzionale che dove c’è, funziona alla perfezione. In Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra o Norvegia, la funziona rappresentativa del capo dello stato è affidata ad un arbitro terzo e imparziale».
Ritenete applicabile questo principio anche all’Italia?
    «L’Italia ha avuto 80 anni di monarchia costituzionale. Il sentimento e la tradizione monarchica sono tutt’oggi fortemente radicati nella gente».
Quale re?
    «Amedeo di Savoia Duca D’Aosta».
DATA: 26.07.2010
   
I COLORI DELLA NOBILTA' - LA LEGGE SALICA
    
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" dell'11 luglio 2010 

S.A.R. il Principe Umberto I mesi estivi propiziano i viaggi. Non solo per mettere alla prova le ghiandole sudoripare ma anche a beneficio di quella dimensione che per brevità diremo “spirito”. Tra le sue soddisfazioni v’è la ricerca dei colori, dominio della vista: il senso oggi più sublimato. E’ l’occasione per fermarsi a riflettere sulla miriade di segni che riassumono la storia millenaria storia religiosa, politica e militare del Piemonte. Il viaggiatore che voglia leggere emblemi e stemmi dispone oggi di un atlante eccellente, il  Blasonario delle famiglie piemontesi e subalpine di Federico Bona, curato da Gustavo Mola di Nomaglio e Roberto Sandri-Giachino  e pubblicato dal duo  Regione-Centro Studi Piemontesi al quale si debbono opere rigorose e sontuose come Le lame del Re. Sabri e spade  dell’Armata Sabauda dal 1560 al 1831 di Maurizio Lupo e Bandiere e stendardi dell’Esercito sardo di Enrico Ricchiardi.
   Sino a pochi anni addietro araldica e scienze sussidiarie sembravano innocenti manie di residui cultori di un passato morto e sepolto. Poi,  molti simboli di recente  confezione risultarono stinti e vennero rimossi senza bisogno di alcun “25 luglio”. Dietro tanti scudi v’era il nulla. Quello della Democrazia Cristiana, il partito di de Gasperi, Aldo Moro e Antonio Segni (antico Patrizio genovese) finì in proprietà di un tal Pizza, che ne trattò liberamente la cessione.
    Un altro formidabile portolano per riscoprire il fascino della storia è il poderoso volume Prosopografie storiche italiane. Libro d’oro della nobiltà, realizzato dalla Società Italiana di scienze Ausiliarie  della Storia e dall’Archivio Centrale dello Stato che custodisce i trenta volumi di 199 bifogli  nei quali vennero registrati in oro  i nomi vagliati dalla Consulta Araldica: bersaglio di un velenosissimo sfogo di Giosue Carducci, non ancora soggiogato dalla Regina Margherita di Savoia. L’opera riproduce i due primi volumi del Libro d’Oro, con saggi introduttivi di Aldo G. Ricci, dedicatario dell’impresa, Aldo Pezzana (sulle famiglie nobili ebraiche italiane, in buona parte piemontesi), Errico Cuozzo e di de’ Giovanni-Centelles  sulla Consulta araldica del regno nella costruzione dello Stato-nazione Il problema che si pose dopo la proclamazione del regno d’Italia fu, infatti, il “riconoscimento” della nobiltà pre-unitaria: operazione complessa che si sostanziò nella identificazione della nobiltà quale Ordine morale al servizio dello Stato, senz’alcun  privilegio ma tanti doveri.
   La prima pagina del Libro d’Oro chiude la fatua disputa sul cognome di Amedeo di Savoia, V Duca dìAosta e discendente da “S.A.R. il principe Amedeo di Savoia duca di Aosta”, secondogenito di Vittorio Emanuele II, re di Spagna (1871-73) e padre di Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele, Luigi Amedeo e Umberto, tutti membri della “Famiglia di Savoia Aosta”, senza alcun trattino né incertezze sul fatto che fossero “Savoia” perché tali erano il padre, il nonno, il capostipite del ramo, Tomaso principe di Carignano, e i suoi antenati via via sino a Umberto dalle Bianche Mani.
   Poiché i dilettanti a volte pasticciano col passato, va anche detto che la nobiltà del regno d’Italia ebbe per cardine la legge salica, propria della Casa di Savoia, cioè la successione di maschio in maschio, non certo per indulgenza al maschilismo (men che meno a quello “fascista”) ma per la concezione politico-militare del suo ruolo quale classe dirigente tenuta a servire la Monarchia in sinergia con il sacerdozio, a sua volta esclusivamente maschile.
   Se ne ebbe la prova alla morte di Carlo Felice, nel 1831. Dei dodici figli di Vittorio Amedeo III  e Maria Antonietta di Borbone di Spagna solo tre giunsero alla successione al trono, ma l’unico ad avere discendenti, Vittorio Emanuele I, ebbe cinque femmine e un unico maschio, morto a  tre anni. Perciò proprio Carlo Felice, il più conservatore dei sovrani sabaudi, riconobbe che la successione spettava a Carlo Alberto, parente di tredicesimo grado. Quelle erano le norme della Casa e nessuno aveva titolo per mutarle, neppure dopo lo Statuto promulgato da Carlo Alberto, che  anzi blindò la successione in forma chiara  e immodificabile. Contrariamente alla leggenda, il Gran Consiglio del fascismo (1928) non ebbe alcun titolo a interferire nella successione, che era e rimase fondata su legge salica, regie patenti del 1780-82 e Statuto. D’altronde, solo chi rispetta le norme può ergersi a  fons honorum e a stella polare per la condotta altrui. Da queste opere  emerge che la nobiltà non è ballerina ma garante di stabilità; né tende a spogliarsi. Semmai, come insegna Federico Bona nel Blasonario, ammanta la propria identità e il proprio onore con divise e colori distintivi. Il Piemonte ne conta migliaia, per il piacere degli occhi e della mente...

DATA: 14.07.2010
    
S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA DI SAVOIA FINALISTA PER LA STORIA AL PREMIO NAZIONALE CARDUCCI

di Aldo A. Mola

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia    S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia è finalista per la saggistica storica al Premio Nazionale Giosue Carducci, con l’egida della Presidenza del Senato. Lo ha deciso all’unanimità la giuria presieduta dallo scrittore e poeta Raffaello Bertoli. La Principessa è stata designata sia per le sue opere (Gioielli di Casa Savoia e Vita di Corte in Casa Savoia, Ed.Electa; Manti a Corte, Ed. Piazza), sia quale presidente della Fondazione Umberto II e Maria José, che ha concorso e concorre alla realizzazione di studi di alto livello scientifico sulla civiltà europea. Con la Principessa sono finalisti per la saggistica storica Roberto Pertici (Stato e Chiesa in Italia dalla Grande Guerra al nuovo Concordato, il Mulino) e Rosanna Roccia, che ha curato l’Epistolario di Camillo Cavour (Olschki) e sta completando quello di Urbano Rattazzi (Istituto per la Storia del Risorgimento).
    Per la poesia sono stati selezionati Corrado Calabrò (La stella promessa, Mondadori), Carla Cantini (La strada della betulla, Moretti e Vivaldi) e Giuseppe Cordoni (Città dell’anima, La Mimosa) mentre per la saggistica d’arte la scelta è tra Gillo Dorfless (L’inviato alla Biennale, Scheiwiller),Chiara Frugoni (La voce delle immagini, Einaudi) e Francesca Cernia Slovin (Aby Warburg. Un banchiere prestato all’arte,Marsilio). Per la saggistica letteraria sono finalisti il carduccista Marco Sterpos (L’Ottocento alfieriano, Mucchi), e Attilio Brilli (Viaggio in Oriente, il Mulino ed Enrico Tiozzo (La letteratura italiana e il Premio Nobel, Olschki), prima storia documentata del premio più ambito del pianeta, anche se da tempo declinante, come tutti gli “ideali”.
    I vincitori saranno proclamati il 24 luglio e verranno premiati alla Versiliana di Marina di Pietrasanta (h. 17 del 27 luglio).
    In precedenti edizioni il Premio Carducci è stato assegnato a Claudio Magris, Alberto Arbasino, Francesco Perfetti e al capo dell’0Ufficio Storico dello Strato Maggiore dell’Esercito, Antonino Zarcone.
DATA: 13.07.2010
   
UN EROE DIMENTICATO: CARLO FECIA DI COSSATO

Carlo Fecia di Cossato - da www.regiamarina.it21° gradi sotto zero dei mari del Nord ai 40° delle temperature dei mari caldi a sud dell’equatore, il Tazzoli, affonda 18 navi, restando in mare per 80 giorni consecutivi. Il Comandante era sempre il primo a dare l’esempio, per stare sveglio mangiava pochissimo, dormiva su una amaca in torretta, oltre alle sue virtù guerriere destavano ammirazione tra il suo equipaggio anche la sua totale assenza di odio nei confronti del nemico, memorabile è la notte di Natale del 1942, festeggiata in mare aperto nel sottomarino con l’equipaggio e tre marinai di due piroscafi nemici. Il 1º febbraio 1943, i mitraglieri del Tazzoli abbatterono un quadrimotore inglese che aveva attaccato il sommergibile. Per questa missione a Carlo Fecia di Cossato venne conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione.
 Medaglia d’Oro al Valor Militare: «Valente e ardito comandante di sommergibile, animato, fin dall’inizio delle ostilità, da decisa volontà di successo, durante la sua quinta missione di guerra in Atlantico affondava quattro navi mercantili per complessive 20516 tonnellate ed abbatteva, dopo dura lotta, un quadrimotore avversario. Raggiungeva così un totale di 100.000 tonnellate di naviglio avversario affondato, stabilendo un primato di assoluta eccezione nel campo degli affondamenti effettuati da unità subacquee. Successivamente, comandante di torpediniera, alla data dell’armistizio dava nuova prova di superbo spirito combattivo attaccando con la sola sua unità sette navi germaniche di armamento prevalente che affondava a cannonate dopo aspro combattimento, condotto con grande bravura ed estrema determinazione. Esempio fulgidissimo ai posteri di eccezionali virtù di comandante e di combattente e di assoluta dedizione al dovere.» Il 28 Febbraio 1943 il Comandante Fecia di Cossato viene trasferito al comando dell’avviso scorta Aliseo, l’equipaggio viene smembrato e il sottomarino viene affondato il 20 Maggio 1943. L’otto settembre, il Comandante è tra i primi a mantenere il giuramento di fedeltà al Re e la sua nave affonderà diverse unità dei nemici tedeschi. Per la sua fedeltà gli si affida il compito di trasferire l’Aliseo, prima a Palermo e poi a Malta scortando S.A.R. il Principe Aimone di Savoia-Aosta. Si trovava nella base di Taranto quando, nel maggio del 1944, il nuovo governo Bonomi si rifiutò di giurare fedeltà al Re; la Marina si adeguò alla scelta ministeriale, e Carlo Fecia di Cossato, di fronte alla richiesta dell'ammiraglio Nomis di Pollone (comandante delle siluranti) di riconoscere con giuramento di fedeltà il nuovo Governo del Sud ed uscire in pattugliamento, fu il solo a rifiutarsi, dicendo di non riconoscere come legittimo un governo che non aveva prestato giuramento al Re e che pertanto non avrebbe eseguito gli ordini che venivano da quel governo. <<No Ammiraglio, questa volta non dobbiamo obbedire. E domani la mia nave non uscirà !>> . Conoscendo l’ascendente di cui godeva tra gli equipaggi, i burocrati della Marina del Sud, decidono di allontanarlo dal comando e mandarlo in licenza per tre mesi. In pochi mesi vedeva crollare tutti i valori nei quali aveva sempre creduto: la Monarchia, la Patria, la Regia Marina. Non potendosi trasferire nella sua casa natia si trasferisce a Napoli a casa di un amico, gli rifiutarono persino l’ingresso al circolo ufficiali . Il 27 agosto 1944 il comandante Carlo Fecia di Cossato, sparandosi un colpo di pistola alla tempia, si suicida, unica testimonianza del suo gesto, una toccante lettera che scrisse alla madre. Un gesto per molti incomprensibile, per gli storici moderni una follia, ma per altri, l’estremo gesto del Comandante Fecia di Cossato, non può restare come esempio di fedeltà e di coerenza e di non scendere a compromessi. All’amico che l’ospitava scrisse << ..Agli amici che te ne domanderanno il motivo, dirai che per continuare a vivere non basta avere affetti, successo, denaro, ma occorre qualcos’altro che io non ho più…>>. Quel qualcos’altro era l’onore per mantenere fede al giuramento alla Patria e al Re.
A.G.
Mamma carissima,

    quando riceverai questa mia lettera saranno successi dei fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile.

    Non pensare che io abbia commesso quello che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuro.

    Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci é stata presentata come un ordine del Re, che ci chiedeva di fare l'enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace.

    Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato.

    Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso.

    Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d'uscita, uno scopo nella mia vita.

    Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro.

    Spero, mamma, che mi capirai e che anche nell'immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato.

    Tu credi in Dio, ma se c 'è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell'ora.

    Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno.

    Abbraccia papà e le sorelle e a te, Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato.

    In questo momento mi sento vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete.

 Carlo

Bibliografia
Rastelli A., Carlo Fecia di Cossato , l’uomo , il mito e il marinaio , Ed.Mursia Milano 2001

PRECISAZIONE
    Le spoglie del Corsaro dell’Atlantico riposano oggi a Bologna, e credo sia opportuno ricordarlo perché fu proprio Rè Umberto II ad occuparsi, a proprie spese, del trasferimento della salma dal Poggioreale a Bologna, dove già riposavano altri membri della famiglia Fecia di Cossato (una famiglia Biellese, da sempre molto legata a Casa Savoia); qui venne poi tumulato in una tomba fattagli costruire dall’amato Sovrano.
    Secondo il Rastelli, Rè Umberto II fu molto turbato dalla scomparsa del Comandante, e dall’avere appreso, quando ormai era troppo tardi, che lo stesso Fecia di Cossato aveva cercato più volte udienza durante i travagliati giorni passati a Napoli. Tali richieste non vennero mai fatte pervenire al Sovrano.
Fabio Fazzari
DATA: 13.07.2010
   
L'U.M.I. DI ASTI HA PARTECIPATO ALLE COMMEMORAZIONI DELLA BEATA MARGHERITA DI SAVOIA-ACAIA

la Principessa Margherita di Savoia-Acaia, foto da internet    Il 26 di giugno 2010, su invito della delegazione di Savona dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, l’U.M.I. di Asti ha partecipato insieme alla delegazione delle Guardie di Asti, alla manifestazione per la posa di un busto dedicato alla Beata Margherita di Savoia-Acaia nella Cripta del Santuario di N.S. del Carmine a Giovo Ligure – Pontinvrea - a commemorazione dei 600 anni da cui l’allora Principessa Margherita di Savoia-Acaia, Marchesa del Monferrato fece visita al Castello Delfino a Giovo.
La commemorazione è iniziata alle ore 10,30 con una Santa messa ufficiata in memoria della Beata Margherita di Savoia-Acaia e dei defunti Re e Regine ancora sepolti in terra straniera.
Nell’omelia è stato fatto un cenno storico della Beata, il cui corpo riposa nel Monastero delle Clarisse di Alba (CN), la cui Madre Badessa ha fatto pervenire per la circostanza la reliquia.
Alle ore 12,30 è seguito un pranzo conviviale presso il ristorante “La Pineta” di Pontinvrea durante il quale il Conte Cornero di Genova ha offerto una medaglia raffigurante la Beata Margherita come gentile  omaggio a tutti i presenti.
Alla cerimonia erano presenti varie Associazioni d’Arma, Autorità Civili, Militari e Religiose locali, tra cui il delegato delle GG.DD.OO di Savona il dott. Pastorino, il Conte Cornero di Genova ed  il Presidente dell’U.M.I. di Savona.
Da Asti è giunto un pullmino  con una ventina di persone portanti Labari e Bandiere, di cui una decina associati  dell’U.M.I. accompagnati dalla Presidente rag. Stella Blasco e dal segretario Federico Bollito, una decina di persone associati alle GG.DD.OO. di Asti accompagnati dal Delegato Cav. Giovanni Triberti e dal Cav. Giancarlo Bussi, la Città di Asti è stata rappresentata dall’assessore Franco Ingrasci che indossava  la fascia tricolore in sostituzione del Sindaco Giorgio Galvagno.  
DATA: 08.07.2010
   
ALESSANDRIA: INAUGURATO UN BUSTO RAFFIGURANTE IL SENATORE DEL REGNO TERESIO BORSALINO
Un busto per non dimenticare di S.A.
articolo e foto di www.giornal.it

    E' stato scoperto casualmente mesi fa: alcuni addetti del gruppo Amag di Alessandria stavano compiendo uno scavo nei pressi di un tratto dell'acquedotto cittadino. Fin da subito ha attratto l'interesse di molti e questa mattina è avvenuta la sua presentazione ufficiale.
    Stiamo parlando di un busto raffigurante Teresio Borsalino. Personalità di spicco del passato alessandrino, ha collaborato in modo determinante alla modernizzazione della città negli anni successivi alla prima guerra mondiale. Nel 1924, grazie al suo contributo fondamentale in denaro, iniziò la costruzione del primo acquedotto degno di nota nella storia di Alessandria. Già nel 1927 la parte principale del progetto fu completata: oltre al centro, anche i quartieri Orti e Cristo vennero raggiunti dall'imponente rete di condutture.
    In questo modo, la maggior parte delle famiglie, anche quelle meno abbienti, riuscì ad ottenere un allacciamento, grazie soprattutto al prezzo di fornitura veramente concorrenziale (0.50 lire al metro cubo). Fu per espressa volontà di Teresio Borsalino che l'acquedotto divenne proprietà comunale e gli utili furono devoluti in beneficenza per finanziare la cura dei malati di tubercolosi. Con grande spirito di solidarietà e umanità, Borsalino si accollò tutte le spese dell'acquedotto che ammontarono ad oltre 5 milioni di lire, una cifra colossale a quei tempi.
    Non contento, il benefattore decise di finanziare anche i lavori per la costruzione di un nuovo impianto fognario cittadino: circa 2,7 milioni di lire che permisero la realizzazione di ben 8 lotti complessivi. L'intera opera fu ultimata in un decennio, dal 1926 al '37: Alessandria si è così ritrovata a poter disporre di un impianto idrico e fognario efficiente, completo, all'avanguardia.
    Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la benevolenza di Teresio Borsalino: grazie a lui la città ha potuto svilupparsi, crescere, evolvere nel migliore dei modi durante tutto il Novecento fino ai giorni nostri. Vale la pena, dunque, fare una visita a Palazzo Rosso e ammirare nell'atrio il busto di questo personaggio che, insieme al padre Giuseppe, ha contribuito a far grande Alessandria agli occhi dell'Italia intera e non solo.

Carmine Passalacqua    Dichiarazione di Carmine Passalacqua, consigliere comunale e storico rappresentante dei monarchici di Alessandria:
    "In qualità di Consigliere comunale ho applaudito questa mattina la riscoperta e posizionamento del busto bronzeo raffigurante il fondatore della celebre fabbrica di cappelli , Giuseppe Borsalino; apprezzato le semplici parole dedicate dal figlio Teresio Borsalino ed ammirato la cifra scolpita sul marmo, rimasto per decenni sotto terra. Stupefacente è  la somma attualizzata oggi , che la Famiglia Borsalino spese per la nostra comunità, per la fognatura, l'acquedotto pubblico e tutte le altre opere di carità svolte ed ancora presenti in città , circa 30 milioni di euro ! Come Monarchico convinto voglio ancora una volta paragonare quella classe politica ed industriale dell'epoca, benemerita della Nazione, fedele alla Patria, che si rendeva partecipe delle esigenze della collettività, non solo dei propri operai e delle donne , le celebri "borsaline", senza ostentare il proprio cognome, che già era un pezzo di storia mondiale ! Fu nominato dal Re Vittorio Emanuele III, Senatore del Regno, il nostro concittadino Teresio, insieme al fondatore della celebre FIAT, Giovanni Agnelli, rifiutò il titolo onorifico di Conte, motivandolo come gesto di umiltà , visto che la Famiglia non vantava ascendenze e blasoni ! Ancora una  volta viene fuori il carattere piemontese, il lavoratore, la "nobiltà d'animo" e soprattutto la differenza fra chi oggi persegue solo interessi personali e chi allora spendeva i propri denari per lasciare un segno indelebile alla propria città , tutto questo accadeva in tempo di Monarchia liberale e costituzionale , prendendo esempio dal Sovrano e dalla Sua Sposa, la Regina Elena!"
Carmine Passalacqua
DATA: 07.07.2010
      
IL CLUB REALE “SAVOIA” DI CORATO CELEBRA I 150 ANNI DELLA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D'ITALIA

Bisceglie (BT) - Sabato 19 giugno 2010, presso la struttura del centro sportivo-culturale “Sporting Club” di via del Carro, il Club Reale U.M.I. “Savoia” di Corato, coordinato dal Rag. Oronzo Cassa, con la collaborazione dello stesso “Sporting Club”, ha organizzato un convegno per commemorare i 150 anni della proclamazione del Regno d'Italia.
    Con questa manifestazione si è dato il via, anche nelle Puglie, alla lunga serie di iniziative che l'Unione Monarchica Italiana sta organizzando su tutto il territorio nazionale per festeggiare l'evento cardine del Risorgimento italiano e che culmineranno nel 2011.
    L'incontro, moderato dall’Avv. Oscar Lojodice, dopo l'esecuzione della Marcia Reale, è stato aperto dal Dott. Maurizio Bruni, presidente dello Sporting Club di Bisceglie, e dal Rag. Oronzo Cassa, Coordinatore Provinciale U.M.I. di Bari, i quali, facendo gli onori di casa, hanno salutato e ringraziato tutti gli intervenuti, leggendo inoltre il messaggio che S.A.R. il Principe Amedeo ha mandato per l’occasione e portando il saluto del segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero.
    E' seguito l'intervento dell'oratore principale, il Vice Presidente Nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, il quale ha ricordato le figure dei principali artefici dell'unità nazionale, definiti “i quattro assi del Risorgimento”, ovvero il Re Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini.
    Il convegno si è concluso con gli interventi del  Presidente Nazionale dell'Istituto per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantehon, Capitano di Vascello dr. Ugo d'Atri e del Vice Segretario Nazionale U.M.I. dr. Vincenzo Vaccarella.
    All'incontro, oltre a tutti i soci del Club Reale “Savoia”, erano presenti molti iscritti della Provincia di Bari e Foggia. Particolarmente gradita la presenza del Parlamentare Europeo On.le Sergio Silvestris, del  Presidente Regionale U.M.I. della Campania,  Duca dr. Giannandrea Lombardo di Cumia, del Vice Presidente Regionale U.M.I. della Campania,  Avv. Corrado Biondi, del  Vice Presidente Regionale U.M.I. della Puglia, Prof. Pasquale Marinaccio, del Presidente della Corte di Appello di Bari, Dott. Antonio Belsito e dell'Avv. Luciana Ferrante dell’Avvocatura dello Stato di Bari.
    Il Dott. Pasquale Drago, Vice Procuratore della Repubblica di Bari, ha portato il proprio saluto agli intevenuti.
    Dopo gli interventi l'Avv. Alessandro Sacchi ha consegnato quattro tessere onorarie al  Presidente dello Sporting Club Dott. Maurizio Bruni, all'Avv. Massimo Ingravalle, all'Avv. Giacinto La Notte e al Dott. Pietro consiglio, notaio in Bisceglie.
    Al termine di questa significativa cerimonia, il Vice presidente nazionale U.M.I. ha consegnato  una targa di gratitudine per l’assidua partecipazione alle attività del Club Reale “Savoia” di Corato, per la correttezza, la gentilezza e la disponibilità alla socia Signora Teresa Mangione, la quale ha ringraziato tutti i presenti e in particolare il coordinatore del Club Rag. Oronzo Cassa.
    A conclusione della manifestazione, presso il giardino del ristorante dello “Sporting Club”, i soci hanno cenato, allietati dalla musica di un complesso  di giovani pugliesi.
    Per l’occasione il Conte Onofrio Spagnoletti Zeuli ha offerto ai soci del Club Reale “Savoia” delle bottiglie di vino di sua produzione, che sono state degustate ai tavoli dei convenuti.
    Al termine della giornata così ricca di simbologia patriottico-risorgimentale, il Presidente dello Sporting Club di Bisceglie ha ringraziato tutti per la bella serata e si è dichiarato onorato per aver ospitato nello Sporting Club una manifestazione dell’Unione Monarchica Italiana con i suoi dirigenti, nonché il Presidente Nazionale delle Guardie D’Onore alla Reali Tombe del Pantheon Dr. Ugo D’Atri.
    Un ringraziamento particolare a Oronzo Cassa e all'Ispettore nazionale U.M.I. Domenico Fata per aver organizzato la manifestazione.

DATA: 02.07.2010
  
CONSIGLI DI LETTURA: IL CARATTERE ITALIANO DELLA VENEZIA GIULIA E DELLA DALMAZIA

IL CARATTERE ITALIANO DELLA VENEZIA GIULIA E DELLA DALMAZIAIl Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero consiglia vivamente la lettura di questo interessantissimo volume, scritto a quattro mani da Valentino Quintana e Vittorio Vetrano di San Mauro.
    Questo libro è una guida delle terre d'Istria, del Quarnaro, di Dalmazia, regioni sottoposte al dominio jugoslavo per decenni. Gli autori di questo libro hanno deciso di dedicare un viaggio a questi posti e girando quelle regioni hanno rilevato il grande patrimonio d'Italianità di quei luoghi. Visitando polverosi archivi, raccogliendo testimonianze, leggendo riviste e documenti di varie epoche, hanno deciso infine di scrivere questo libro, che ha lo scopo non solo di descrivere questi luoghi fino al 1947, ma anche e soprattutto quello di costituire un saggio italiano per gli italiani. Questo libro non ha l'obiettivo di affrontare le problematiche inerenti al dominio slavo su queste terre; l'intento è quello di supplire alla lacuna di guide su questo territorio in cui l'Italia ha lasciato un'enorme impronta tuttora presente. Non esistono guide che descrivono queste regioni da un punto di vista esclusivamente italiano; le poche guide "italiane" esistenti rivelano sistematicamente un approccio slavo perfino nella lingua.

Libro Italiano per gli Italiani, come esplicitamente ricordato dagli Autori, questo poderoso scritto si pone come obiettivo fondamentale una rivisitazione storica e geografica della Venezia Giulia e della Dalmazia, con lo scopo di riconoscere le tracce profonde di un’Italianità che, con troppa superficialità, è stata dimenticata per tutti quei lunghi anni in cui il “confine orientale” ha pagato un penoso dazio ad una “correttezza politica” nel senso deteriore del termine. La gradevole lettura si snoda attraverso appassionate descrizioni delle bellezze paesaggistiche ed artistiche, cogliendo i legami con la tradizione Italiana, in particolar modo legata a Venezia e, con maggiore antichità, alla Roma Imperiale; ma, con cadenza molto regolare nella sua ripartizione geografica tra regioni, province, comuni, una serie di brevi ma intense biografie degli Italiani, che spesso con il martirio testimoniarono il loro amore per l’Italia, rievoca il senso più puro ed elevato dell’amor patrio che aleggiò ed aleggia ancora in quelle Terre. Tuttavia, pur calandosi con notevole precisione nella storia locale ed inquadrandola in più ampi scenari, la rappresentazione generale è in verità una trasposizione ideale di una redenzione completa di quelle Terre, mai verificatasi storicamente ma concettualmente ineccepibile all’interno di una suprema idea di civiltà italica come prosieguo di una tradizione genuinamente latina, risorta con l’unità del Regno durante il Risorgimento, cementatasi
con la Grande Guerra, sviluppatasi vieppiù durante il Fascismo e purtroppo smarritasi totalmente con la tragedia bellica del secondo conflitto mondiale, così amaro e devastante per la coscienza nazionale Italiana. Di particolarissimo interesse in questo senso le cartine delle Province Giuliane e Dalmate complete della toponomastica comunale, uniche e create appositamente per il volume.
L’insieme si presenta come una guida che, accompagnando il lettore lungo un itinerario che abbraccia la totalità delle terre irredente “orientali”, trasmette insieme all’entusiasmo per i tesori artistici (in particolare architettonici) un senso profondo di partecipazione emotiva al paesaggio e alle memorie storiche di chi a tali terre ha dedicato tutto se stesso.
Traspare da tutta l’opera un intenso attaccamento alla nostra Patria nel senso più ampio del termine, un lungo studio documentale, un’eccellente completezza di informazione che non scivola mai in arida erudizione.

IL CARATTERE ITALIANO DELLA VENEZIA GIULIA E DELLA DALMAZIA
Valentino Quintana, Vittorio Vetrano
Edizioni QuattroVenti, 2010
25,00 €, pagg. 388
isbn 978-88-392-0879-8
DATA: 01.07.2010
 
SANREMO: PRIMO APPUNTAMENTO PER LE CELEBRAZIONI DEI 150 ANNI DALLA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D'ITALIA

Sanremo    Domenica 13 giugno 2010, nella Sala Conferenza del Museo Civico di Sanremo a Palazzo Borea D'Olmo, il Club Reale U.M.I. “Duca Bacicin”, presieduto dalla Sig.ra Wilma Curti, ha promosso un convegno nel ricordo del Duca Guido Orazio Borea D'Olmo, recentemente scomparso, con il Patrocinio del Comune di Sanremo e della Provincia di Imperia. Il suggestivo luogo, colmo di Storia Sabauda, è servito come ulteriore occasione per ricordare anche Giovan Battista Borea D'Olmo, chiamato affettuosamente dai sanremesi "Duca Bacicin", a cui a dedicato il Club . Numeroso il pubblico interventuto che ha dimostrato grande interesse per l'argomento trattato, dedicando alla fine del Convegno un prolungato e caloroso applauso.
SanremoMolti gli argomenti trattati dagli oratori intervenuti. L'Assessore al Turismo e Cultura del Comune di Sanremo, Avv. Giuseppe Di Meco, ha portato i saluti dell'Amministrazione Comunale e si e complimentato per la bella e importante iniziativa. Il Presidente nazionale U.M.I. Gian Nicola Amoretti, dopo aver ricordato il Duca Guido Orazio Borea D'Olmo - scomparso sei mesi fa - e il Duca Bacicin, ha ampiamente illustrato il rapporto stretto che esisteva tra la Dinastia sabauda ed il Casato Borea D'Olmo, con riferimento al movimento che porto all'Unità del Regno d'Italia di cui il prossimo anno verranno celebrati i 150 anni. Freddy Colt, fondatore dell'Accademia della Pigna (dal nome del quartiere dove e ubicata) specialista in Araldica, Storico e SanremoMusicista, ha proiettato immagini e relazionato sulle presenze a Sanremo di illustri Aristocratici e Teste Coronate.
L'Avv. Luca Fucini, che esercita la professione Forense a Sanremo, Storico e apprezzato Autore di numerosi saggi, fa parte del CEHME, (Centro Studi Storici dell'Università di Saragozza – Spagna), ha ampiamente illustrato tutto il Casato Borea D'Olmo che anche tramite ii Duca Bacicin (morto a Sanremo all'età d 105 anni) fu sempre legato alla Corte dei Savoia, da Re Carlo Alberto a Re Vittorio Emanuele III.
DATA: 28.06.2010
  
UMBRIA: L'U.M.I. CELEBRA I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA

U.M.I. Amelia    Il Vice Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, il Vice Segretario nazionale U.M.I. Dr. Vincenzo Vaccarella e il Presidente regionale U.M.I. per l’Umbria Maurizio Ceccotti, dinanzi ad un numeroso e attento pubblico, hanno celebrato il 150° anniversario della Proclamazione del Regno d'Italia. Dopo le note della  Marcia Reale, Ceccotti ha dato lettura del messaggio inviato per l'occasione da S.A.R il Principe Amedeo di Savoia-Aosta, quindi ha ricordato i Patrioti Amerini del Risorgimento e la liberazione di Perugia  effettuata dai Granatieri di Sardegna. Inoltre, dopo una severa analisi della situazione politica attuale, haIl Vice Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, il Vice Segretario nazionale U.M.I. Dr. Vincenzo Vaccarella e il Presidente regionale U.M.I. per l’Umbria Maurizio Ceccotti, dinanzi ad un numeroso e attento pubblico, hanno celebrato il 150° anniversario della Proclamazione del Regno d'Italia. Dopo le note della Marcia Reale, Ceccotti ha dato lettura del messaggio inviato per l'occasione da S.A.R il Principe Amedeo di Savoia-Aosta, quindi ha ricordato i Patrioti Amerini del Risorgimento e la liberazione di Perugia effettuata dai Granatieri di Sardegna. Inoltre, dopo una severa analisi della situazione politica attuale, ha evidenziato la superiorità della Monarchia quale strumento di equilibrio istituzionale, senso di appartenenza, giustizia sociale, insomma uno Stato più moderno meno costoso amico degli onesti, inflessibile con i malfattori. Di alto profilo storico l'intervento dell'avv. Alessandro Sacchi che, con la Sua oratoria, ha esaltato l'operato del Re Vittorio Emanuele II, del Conte di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini. Figura quest’ultima di cui, pur non condividendo ideali e programmi, i Monarchici per loro stile rispettano e non censurano o mistificano come altri sono soliti fare. Con un appassionato intervento il Dr. Vaccarella ha ricordato il clima di violenze, sospetti ed incertezze con il quale è stata imposta la repubblica, poi come ex dirigente nazionale UIL ha denunciato la precarietà dello stato di sicurezza in cui si trovano costretti a lavorare Operatori delle Forze dell’Ordine, operai e tecnici, spesso vittime di incidenti mortali. La manifestazione si è svolta in Amelia alla Sala comunale Conti Palladini il 26 giugno, Bandiere Tricolori con Corona e Stemma Sabaudo e quadri riproducenti Re Vittorio Emanuele II, il Conte di Cavour, Garibaldi e Mazzini e un pubblico entusiasta, hanno fatto da cornice ad una serata che sta a dimostrare che la Monarchia non è solo passato ma è presente e futuro. Giornalisti presenti hanno intervistato gli oratori sull'attualità della Monarchia, ed alla domanda "Quale Re"? hanno risposto in maniera unanime: Amedeo di Savoia-Aosta e i Suoi Discendenti.evidenziato la superiorità della Monarchia quale strumento di equilibrio istituzionale, senso di appartenenza, giustizia sociale, insomma uno Stato più moderno meno costoso amico degli onesti, inflessibile con i malfattori. Di alto profilo storico l'intervento dell'avv. Alessandro Sacchi che, con la Sua oratoria, ha esaltato l'operato del Re Vittorio Emanuele II, del Conte di Cavour, di Garibaldi  e di Mazzini. Figura quest’ultima di cui, pur non condividendo ideali e programmi, i Monarchici per loro stile rispettano e non censurano o mistificano come altri sono soliti fare. Con un appassionato intervento il Dr. Vaccarella ha ricordato il clima di violenze, sospetti ed incertezze con il quale è stata imposta la repubblica, poi come ex dirigente nazionale UIL ha denunciato la precarietà dello stato di sicurezza in cui si trovano costretti a lavorare Operatori delle Forze dell’Ordine, operai e tecnici, spesso vittime di incidenti mortali. La manifestazione si è svolta Il Vice Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, il Vice Segretario nazionale U.M.I. Dr. Vincenzo Vaccarella e il Presidente regionale U.M.I. per l’Umbria Maurizio Ceccotti, dinanzi ad un numeroso e attento pubblico, hanno celebrato il 150° anniversario della Proclamazione del Regno d'Italia. Dopo le note della Marcia Reale, Ceccotti ha dato lettura del messaggio inviato per l'occasione da S.A.R il Principe Amedeo di Savoia-Aosta, quindi ha ricordato i Patrioti Amerini del Risorgimento e la liberazione di Perugia effettuata dai Granatieri di Sardegna. Inoltre, dopo una severa analisi della situazione politica attuale, ha evidenziato la superiorità della Monarchia quale strumento di equilibrio istituzionale, senso di appartenenza, giustizia sociale, insomma uno Stato più moderno meno costoso amico degli onesti, inflessibile con i malfattori. Di alto profilo storico l'intervento dell'avv. Alessandro Sacchi che, con la Sua oratoria, ha esaltato l'operato del Re Vittorio Emanuele II, del Conte di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini. Figura quest’ultima di cui, pur non condividendo ideali e programmi, i Monarchici per loro stile rispettano e non censurano o mistificano come altri sono soliti fare. Con un appassionato intervento il Dr. Vaccarella ha ricordato il clima di violenze, sospetti ed incertezze con il quale è stata imposta la repubblica, poi come ex dirigente nazionale UIL ha denunciato la precarietà dello stato di sicurezza in cui si trovano costretti a lavorare Operatori delle Forze dell’Ordine, operai e tecnici, spesso vittime di incidenti mortali. La manifestazione si è svolta in Amelia alla Sala comunale Conti Palladini il 26 giugno, Bandiere Tricolori con Corona e Stemma Sabaudo e quadri riproducenti Re Vittorio Emanuele II, il Conte di Cavour, Garibaldi e Mazzini e un pubblico entusiasta, hanno fatto da cornice ad una serata che sta a dimostrare che la Monarchia non è solo passato ma è presente e futuro. Giornalisti presenti hanno intervistato gli oratori sull'attualità della Monarchia, ed alla domanda "Quale Re"? hanno risposto in maniera unanime: Amedeo di Savoia-Aosta e i Suoi Discendenti.in Amelia alla Sala comunale Conti Palladini il 26 giugno, Bandiere Tricolori con Corona e Stemma Sabaudo e quadri riproducenti Re Vittorio Emanuele II, il Conte di Cavour, Garibaldi e Mazzini e un pubblico entusiasta, hanno fatto da cornice ad una serata che sta a dimostrare che la Monarchia non è solo passato ma è presente e futuro. Giornalisti presenti hanno intervistato gli oratori sull'attualità della Monarchia, ed alla domanda "Quale Re"? hanno risposto in maniera unanime: Amedeo di Savoia-Aosta e i Suoi Discendenti.
DATA: 28.06.2010



RISORGIMENTO DIMENTICATO: “LA MADRE DELLA NAZIONE”

    Di lei rimangono una foto in bianco e nero, seduta in poltrona, gli occhi rivolti in alto e sul mobile accanto le foto degli amatissimi figli caduti per la Patria, ed una lapide sul palazzo milanese di famiglia in via Bigli n. 1 (ora famosa strada della moda italiana) che recita: “Adelaide Bono Cairoli – Fra le itale madri fortissima – qui nacque il 6 marzo 1806”.
Di lei Garibaldi disse: “L’amore di una madre per i figli non può nemmeno essere compreso dagli uomini ….Con donne simili una nazione non può morire”.
Figlia primogenita di Benedetto Bono e di Francesca Pizzi, il padre fu un importante notabile durante il governo napoleonico: Primo Commissario della Repubblica Cisalpina, poi conte dell’Impero e Consigliere di Stato del Regno d’Italia.
Orfana di padre a 5 anni, ricevette una profonda educazione religiosa presso le suore del Collegio Reale di Verona. Giovanissima, a 18 anni, andò in sposa nel 1824 a Carlo Cairoli, di dieci anni più anziano, vedovo e con due figli. Si erano conosciuti poco tempo prima quando Adelaide, sofferente per una malattia nervosa, era stata in cura dal dottor Cairoli, un luminare della medicina dell’epoca, docente universitario a Pavia e valente chirurgo, patriota e cattolico osservante.
Nonostante le iniziali titubanze della sua famiglia per la giovane età della sposa, la coppia mise al mondo ben 8 figli: Benedetto, Maria Teresa, Teresa, Ernesto, Luigi, Carlo, Giovanni e Carolina tra il gennaio 1825 ed il luglio 1842.
Rimasta vedova nell’aprile 1849, Adelaide seguì personalmente l’educazione dei figli grazie alla sua vasta cultura, curando la proprietà di famiglia in quel di Gropello in un periodo storico-politico molto delicato. Se il defunto marito non si era rivelato un buon amministratore, ella per limitare il forte passivo lasciato mantenendo nel decoro la numerosa prole, optò nel vendere periodicamente i terreni di famiglia.
Fin da giovinetta non disdegnando di seguire le cose della politica, era un’ammiratrice dell’Impero napoleonico e del Vicereame di Eugenio de Beauharnais, continuò questo suo interesse allevando i figli nel culto della Patria, trasformando la sua residenza in una vera e propria “base” clandestina per opuscoli e giornali anti-austriaci! Perquisita più volte la sua casa, riuscì sempre a venirne fuori a testa alta. La morte prematura di due figlie, rafforzò i suoi sentimenti patriottici che trasmise senza indugio ai figli maschi.
Allo scoppio della Seconda Guerra d’Indipendenza, il figlio Ernesto decise di arruolarsi nei “Cacciatori delle Alpi” seguendo Garibaldi, dopo gli studi universitari in Giurisprudenza suddivisi tra Pavia e Genova per motivi politici. Repubblicano, seguace di Mazzini, ne criticò tuttavia, come scrisse in una lettera del 1856 ad un amico: … la facilità ad improvvisar piani ed a volerli subito eseguiti senza quasi aver esaminata la volontà e i mezzi del paese da lui destinato all’azione …”.
Distaccatosi dal Mazzini durante i moti del 1857, Ernesto, sollecitato dalla madre decise di aderire alla neonata “Società Nazionale”, moderata e favorevole ad un’Italia sabauda. Ernesto Cairoli cadde a Biumo Inferiore presso Varese nel maggio 1859 non ancora 27enne.
Alla ferale notizia, Adelaide fu colpita da febbre alta e convulsioni ma riuscì a superare la crisi, mostrandosi in pubblico e dopo aver ricevuto una lettera dallo stesso Garibaldi che ne esaltava le doti.
La spedizione dei Mille nel maggio 1860 vide altri due figli di Adelaide partire per la guerra: Benedetto ed Enrico. Adelaide seguì i vari spostamenti dei Mille su una cartina geografica, scambiando numerose lettere con i due rampolli, Benedetto ed Enrico  feriti in uno scontro. Ella  scrisse  loro di essere felice per il valore dimostrato ma anche preoccupata per  futuro.
Nel luglio 1860 il giovane Luigi decise di partire anch’egli per la Sicilia con l’armata del Cosenz. Giovanissimo, 22 anni, romantico e sognatore, Luigi si era brillantemente laureato in Matematica per poi iscriversi all’Accademia Militare di Ivrea. Tenente della Divisione Sirtori, si coprì di gloria durante il passaggio dello Stretto di Messina, ma il tifo lo colpì durante la marcia in Calabria causandone la morte a Napoli nel settembre seguente all’Ospedale della Pace.
All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, Mazzini comprese che né Venezia né Roma sarebbero state annesse al nuovo Stato italiano senza riprendere le armi. Decise quindi di sollecitare Garibaldi a riprendere la lotta chiedendo in una lettera proprio ad Adelaide, di intervenire sul generale nizzardo ritiratosi a Caprera, intervento che le fu domandato anche da altri patrioti.
Nel 1862 durante la spedizione garibaldina in Aspromonte, Enrico Cairoli è al fianco di Garibaldi. Enrico era medico, ferito a Palermo nel 1860 e promosso maggiore, fu arrestato dalle truppe regolari e poi rimesso in libertà, spirito inquieto, ritornò all’azione politica organizzando aiuti per gli insorti polacchi alla vigilia della Terza Guerra d’Indipendenza del 1866. Durante la campagna i fratelli Benedetto, Enrico e Giovanni battendosi valorosamente ebbero encomi solenni e riconoscimenti dando a mamma Adelaide una grande emozione. Questa donna non fece mai mancare aiuto morale e materiale a Giuseppe Garibaldi nel corso della sua vita. E fu proprio lei nel 1867 tra gli organizzatori della nuova impresa dei garibaldini per liberare Roma, nonostante l’opposizione della diplomazia internazionale, della corte e del governo Rattazzi, soprattutto perché Papa Pio IX era protetto dalle truppe francesi. Alla testa di 78 volontari, Enrico entrerà nello Stato Romano (precedendo Garibaldi di qualche giorno)  trovando la morte gloriosa il 22 ottobre 1867 a Villa Glori tra le braccia del fratello Giovanni, cadendo sotto i colpi dei fucili degli zuavi di Napoleone III e dei gendarmi pontifici. La sua morte ispirò pittori, poeti, giornalisti, politici del tempo: Ademollo, Induno,  Carducci e Cavallotti.
Nello scontro di Villa Glori era rimasto ferito gravemente anche Giovanni catturato poi dai “papalini” e rimesso in libertà con la promessa di non attentare a cospirare contro il governo pontificio.
Anch’egli brillante matematico, durante l’adolescenza essendo cagionevole in salute Adelaide faticò moltissimo per tenerlo lontano dai campi di battaglia volendo seguire i fratelli maggiori. Giovanni morirà nel 1871 in seguito alle ferite riportate e per i sensi di colpa nel non aver impedito la morte del fratello Enrico, ed il Governo italiano proclamerà il lutto nazionale!
Gli ultimi anni della sua intensa e drammatica vita, Adelaide li trascorse nella dimora di Gropello accudita dal figlio superstite Benedetto, non tralasciando di seguire ed appoggiare la lotta patriottica, affermando “che il dolore di una famiglia era poco in confronto agli ideali dell’ Unità”.
Adelaide Bono Cairoli si spense a Milano il 27 marzo 1871 dopo una lunga malattia e fu sepolta a Gropello Cairoli in provincia di Pavia. Non fece in tempo a vedere il figlio Benedetto, nel frattempo diventato capo della Sinistra in Parlamento,  Capo del Governo il 24 marzo 1878.
BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 30.06.2010
 
NOZZE REALI IN SVEZIA

www.royalcourt.se    Una Stoccolma in festa ha salutato le nozze della Principessa Ereditaria Vittoria, figlia del Re Carlo Gustavo XVI e della Regina Silvia. Sovrani d’Europa e d’Asia, Capi di Stato e personalità del mondo intero sono accorsi per il lieto evento, che ha visto rinnovare i fasti austeri, ma solenni della Monarchia svedese, una delle più antiche della storia dell’umanità.
    L’informazione pubblica della Repubblica Italiana, nello stile che la caratterizza da decenni, ha riferito di un presunto calo di popolarità della Monarchia in Svezia e di presunte vivaci proteste per le spese delle regali nozze senza però darne le fonti o indicarne i motivi.
    Chi conosce e ha visitato la Svezia sa al contrario del grande prestigio che circonda la Corona, nel quale si identifica tutta la Nazione fin dall’Alto Medio Evo, e il Sovrano regnante.Le residenze reali e i loro parchi sono da tempo aperti al pubblico e innumerevoli sono i visitatori, mentre ogni apparizione della Famiglia Reale, assai impegnate sul piano della solidarietà e della cultura, è sempre salutata con affetto dalla popolazione.
    Il Re Carlo Gustavo XVI consegna ogni anno il premio “Nobel” nello splendido palazzo eretto appositamente nel secolo scorso e gode di un vasto consenso internazionale.
    Fra le tante amenità propinate a spese del contribuente italiano vi è stata anche quella che la Principessa Vittoria sarà la prima donna a salire al trono in Svezia…Errore madornale: la prima donna a cingere l’antica corona dei Wasa è stata nel XVII secolo la famosa Cristina, una delle personalità più autorevoli di quell’epoca. Dopo aver abdicato per convertirsi al Cattolicesimo, si trasferì a Roma animando uno dei più importanti circoli culturali dell’Urbe. E’ sepolta nella basilica del Vaticano, privilegio che condivide con la contessa Matilde di Canossa.
    Agli augusti sposi i più deferenti voti augurali dell’Unione Monarchica Italiana e alla RAI il consiglio di leggere qualche manuale di storia ……
Francesco Atanasio
DATA: 24.06.2010
 
L’UNIONE MONARCHICA ITALIANA CHINA LE BANDIERE DEL REGNO ALLA MEMORIA DI AMEDEO DE GUILLET, SCOMPARSO IN ROMA IL 16 GIUGNO 2010

    

In ricordo dell’eroico Cavaliere, pluridecorato al valor militare, riproponiamo l’articolo pubblicato in occasione del 100° compleanno. 

AMEDEO GUILLET COMPIE CENTO ANNI 

Eccezionale, leggendaria, unica : così la vita di Amedeo Guillet, che il 9 febbraio ha compiuto 100 anni. Riservato e schivo, non ha mai scritto memorie o autobiografie, preferendo che di lui parlassero gli amici come Indro Montanelli  o Vittorio Dan Segre. Di nobile famiglia di ascendenza sabauda, dopo l’Accademia Militare e la Scuola di Cavalleria, nel 1931 è assegnato al reggimento “Cavalleggeri del Monferrato”, facendo del motto di famiglia FIDES ET FIDELITAS il suo viatico. Rinuncia a partecipare con la squadra italiana di equitazione alle Olimpiadi di Berlino e va, dopo l’addestramento in Libia con la cavalleria “Spahis”, in Eritrea: ferito a Selaclalà nel 1935, è decorato della sua prima medaglia d’argento al valor militare. Ai fasti del trionfo – cui si presta curando nel 1937 a Tripoli la parte equestre della cerimonia per la consegna della “spada dell’Islam” a Mussolini e poi a Roma la sfilata degli “Spahis” per il 1° anniversario della fondazione dell’Impero – si sottrae andando volontario in Spagna. Aiutante di campo del generale Frusci, ottiene il comando di uno squadrone carri, di un Gruppo Arditi e infine di un “tabor” della temutissima cavalleria coloniale marocchina. Distintosi nella presa di Santander  e a Teruel, viene decorato di quattro croci di guerra da Franco in persona. Alla fine del 1938 torna in Africa Orientale con il XIV Gruppo Squadroni dell’Amhara, dove arruola i “falascià”, gli ebrei etiopici, rivelatisi ottimi combattenti. Dando prova di peculiari virtù militari neutralizza Uvenè Tesserà, detto “amorà “l’avvoltoio”, uno dei più agguerriti capi della guerriglia: invece di deferire i ribelli presi prigionieri all’autorità militare, li convince ad entrare nell’esercito coloniale italiano. Guillet è adesso CUMMUNDAR – AS – SHAITAN – il “Comandante Diavolo”: un nome leggendario, conquistato per il coraggio e le vittorie colte, ma anche per il proprio carisma, frutto della conoscenza delle lingue africane, del rispetto delle tradizioni, delle religioni dei nativi (il cristianesimo, l’islam e l’ebraismo) e delle gerarchie locali. Amedeo di Savoia nel 1940 gli affida l’incarico di costituire un Gruppo Bande a cavallo, che denomina “Amhara” ( dal nome della lingua nazionale etiopica) volendo sottolineare che il reparto sarà formato dai nuovi “sudditi” del giovane Impero italiano, a cui destini, arruolandosi volontariamente, si associavano. Purtroppo la gloria si poserà su i suoi stendardi nella difesa della colonia, la cui pagina più gloriosa sarà scritta a Cherù il 21 gennaio 1941: dopo una prima carica a cavallo contro la “Gazelle Force”( una formazione anglo-indiana, dotata di carri armati, jeep con mitragliatrici, mezzi blindati e artiglieria), evitato l’accerchiamento grazie alla carica guidata dal tenente Renato Togni, Guillet con una seconda carica costringe il nemico a ritirarsi. Sarà “l’ultima grande carica della cavalleria guidata da europei in Africa” (1) contro truppe regolari. Dopo gli scontri a Cheren e Asmara, a una onorevole resa al nemico soverchiante, preferisce con suoi 100 soldati darsi alla guerriglia, che condurrà per otto mesi fino al novembre 1941 arrecando ingenti danni agli inglesi. Colpito da una forte taglia, malato e ferito, lascia liberi gli ultimi uomini e dopo varie traversie trova rifugio in Yemen. Rientrato in Italia il 2 settembre 1943, grazie all’imbarco clandestino su una nave della C.R.I., l’armistizio lo coglie a Roma mentre sta progettando di ritornare in Eritrea. Guillet, che non ha alcuna esitazione su quale sia il suo dovere in forza del giuramento prestato “per il bene inseparabile del Re e della Patria” raggiunge Brindisi per conferire con Vittorio Emanuele III ( al quale narrerà le sue vicende in Africa) e poi con il principe Umberto di Savoia. Nel ricordo di Guillet – per come riferito al giornalista Minoli nel 2007 – quell’udienza del Sovrano fu un evento memorabile… Nel 1944, Guillet, già pluridecorato, riceve la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Aggregato al Servizio Militare Italiano per le sue alte competenze di “africanista” e “orientalista”, coadiuva i servizi segreti alleati, ma dopo il 25 aprile 1945 è in Italia settentrionale per recuperare la corona del Negus, sottraendola alla brigata partigiana “Garibaldi”. Nel 1946 è di nuovo in Eritrea per trattare con gli inglesi il rimpatrio dei connazionali, ma l’esito del contestato referendum lo induce a lasciare l’esercito. Deciso a continuare a servire l’Italia, come gli suggeriva dal suo esilio Umberto II, entra in diplomazia dopo avere superato il regolare concorso aborrendo di avvalersi di “scorciatoie” sulla base del suo servizio militare. Nel 1950 è con l’ambasciatore italiano Prunas al Cairo presso re Faruk, nel 1954 è incaricato d’affari nello Yemen, nel 1962 ambasciatore presso re Hussein di Giordania, che gli manifesterà in più di un’occasione il suo apprezzamento, e nel 1968 alla corte del Marocco, dove sventa un colpo di stato contro il sovrano. Conclude la carriera in India dal 1971 al 1975, particolarmente favorito dal primo ministro Indira Ghandi. Deposta la feluca, si ritira in Irlanda per potersi dedicare all’equitazione tornando alla ribalta per i continui omaggi tributatigli dai nemici di un tempo e da ultimo dalla nuova Repubblica di Eritrea, finalmente liberatasi dall’occupazione etiopica: quella italiana si ricorda finalmente di lui conferendogli nel 2001 la Gr.Croce dell’Ordine Militare d’Italia. Amedeo Guillet è uno dei numerosi esempi di quegli Italiani cresciuti nel clima generoso animato dalla monarchia sabauda, che ha saputo dare una grande lezione di patriottismo, senso del dovere e competenza. AUGURI COMANDANTE DIAVOLO  
 

1) A.Mockeler, Storia delle guerre italiane in Abissinia e in Etiopia, vol.II, pag. 419 
DATA: 18.06.2010
   
BEATIFICATO IL SACERDOTE ANTICOMUNISTA POLACCO POPIELUSZKO

    Da Varsavia - Quasi una cerimonia di Stato con un occhio alle elezioni del 20 giugno. Così è stata a Varsavia la beatificazione di padre Jerzy Popieluszko, il cappellano di Solidarnosc massacrato a bastonate dalla polizia segreta polacca nel 1984 e portato oggi agli onori degli altari come martire della fede, in una cerimonia presieduta da monsignor Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi.
    Duecentomila fedeli giunti da tutta la Polonia si sono riuniti nell’immensa piazza Popieluszko della capitale per la cerimonia di beatificazione, insieme con 120 vescovi e cardinali e oltre 1200 sacerdoti. I fedeli sono arrivati fin dall’alba, da tutto il Paese. Centinaia le bandiere di Solidarnosc, gli operai di Danzica con i caschi dei cantieri navali, i vecchi e nuovi militanti del sindacato stretti intorno all’ex presidente, in prima fila con la moglie. Ma dopo la tragedia aerea di Smolensk che ha ucciso il presidente Lech Kaczynski e decapitato i vertici del potere civile e militare polacco, e dopo le alluvioni degli ultimi giorni che hanno aggiunto tragedia alla tragedia, mettendo in ginocchio il sud del Paese, finalmente sotto il tanto atteso sole di primavera, la Polonia si è ritrovata unita per celebrare il sacerdote martire, simbolo del riscatto e della liberazione del Paese dal regime comunista.
    Alla beatificazione hanno partecipato tutti i vertici dello Stato sopravvissuti alla tragedia di Smolensk: il capo del governo Donald Tusk e i due principali candidati alle elezioni del 20 giugno, il presidente ad interim Bronislaw Komorowski e Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello del presidente morto. Nella commozione generale il pensiero è andato anche a Giovanni Paolo II e all’attesa della sua beatificazione. Il coro polacco in piazza Pilsudski ha cantato “Santo Subito”, dedicato a Wojtyla ma monsignor Amato, forse per non rispondere a domande “imbarazzanti” sui tempi per la beatificazione di Giovanni Paolo II, ha preferito non tenere la conferenza stampa al termine della cerimonia. Per Wojtyla, evidentemente, bisogna ancora aspettare.
DATA: 08.06.2010
   
FESTA DELLA REPUBBLICA, A SCHIAVI DI ABRUZZO SVENTOLA IL TRICOLORE SABAUDO

    SCHIAVI DI ABRUZZO - L'amministrazione comunale di sinistra che dimentica il 'Giorno del ricordo' delle Foibe, l'esodo di centinaia di migliaia di italiani dall'Istria e dalla Dalmazia e la violenza comunista dei titini, si affanna, invece, a celebrare l'imbroglio del referendum del 2 giugno '46.
"Il 2 giugno 1946 gli Italiani, con un referendum, scelsero la Repubblica, mettendo fine alla Monarchia", si legge nel volantino affisso in paese, firmato dall'amministrazione e dal sindaco socialista Piluso.
La Storia, quella avulsa dalle faziosità e dalle censure, insegna che le cose andaro in maniera diversa: sulla scelta degli italiani pesarono le giacobine pressioni dei ministri Togliatti e Romita. Milioni di italiani, i profughi, i prigionieri di guerra e i residenti in Istria e Dalmazia, non furono messi in grado di partecipare al voto referendario, né allora né mai. Con un colpo di mano, un vero colpo di Stato, il Governo in carica decretò il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica senza attendere il pronunciamento della Suprema Corte di Cassazione, con migliaia di ricorsi sui brogli ancora pendenti. Né nel 1946, né in seguito, né mai, fu proclamata la vittoria della Repubblica. L'attuale forma di Stato è un regime di fatto, ma non certo di diritto. E le celebrazioni della 'festa' della Repubblica, in quest'anno in cui cade il 150^ dell'Unità di Italia, opera della Casa Savoia, risultano un'offesa alla storia e all'identità nazionale.
Per questi motivi, per stigmatizzare l'imbroglio del 2 giugno 1946, e in segno di protesta, nelle giornate di domani (festa patronale, San Maurizio Martire) e del 2 giugno su Schiavi di Abruzzo, 'tetto' del Vastese, garrirà al vento il tricolore sabaudo.
Dott. Francesco BOTTONE
Unione Monarchica Italiana (UMI) per l'Abruzzo e Molise
Il tricolore a Schiavi d'Abruzzo



Il tricolore della Patria che sventola a Schiavi d'Abruzzo (in occasione del 2 giugno dello scorso anno). Sopra l'illuminato manifesto dell'amministrazione comunale.




DATA: 01.06.2010
 
CELEBRATA LA GIORNATA DEL DECORATO

    Per iniziativa del Gruppo Medaglie d’Oro e dell’Istituto del Nastro Azzurro è stata solennemente celebrata la “Giornata del Decorato” nell’anniversario della dichiarazione di guerra all’Austria Ungheria del 24 maggio 1915. Alle 9.00 la scalea dell’Altare della Patria era già affollata dei labari dell’Istituto del Nastro Azzurro, dei decorati al valor militare, dei loro congiunti e di tanti soci giunti da tutta l’Italia: fra gli ospiti il Comandante Ugo d’Atri, Presidente dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore RR.TT.Pantheon, e Sergio Boschiero, Segretario Naz. UMI, che hanno preso parte al corteo ufficiale. Presenti anche i gonfaloni della Città di Napoli, decorato di M.O.V.M. e di altri Comuni d’Italia, decorati anch’essi al valor militare. Alle 9.30 il Gen.CC Rocca, M.O.V.M. e il Gen.B. Carlo Magnani, Presidente del Nastro Azzurro, hanno deposto una corona d’alloro al Milite Ignoto, mentre venivano resi gli onori militari da una rappresentanza del Reggimento LANCIERI DI MONTEBELLO. Nella sala del Carroccio del Campidoglio è seguita una conferenza tenuta dal Dott. Federico Vido, Commissario della Federazione del Nastro Azzurro di Monza, sul tema “Le tigri dell’Adamello”, che ha rievocato gli eroismi dei nostri fanti sul fronte alpino della Grande Guerra.

DATA: 31.05.2010
   
STORICO INCONTRO

ARTICOLO APPARSO SULLA GAZZETTA DI CASERTA IL 24 MAGGIO 2010
di Giuseppe Polito – Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara

Negli ultimi mesi sono apparsi sulla stampa casertana articoli ed interventi nell’avvicinarsi del 150° anniversario dello Storico Incontro del 26 ottobre 1860 tra Re Vittorio Emanuele II di Savoia ed il Generale Giuseppe Garibaldi, “duce “ dei Mille e dittatore della Sicilia, rinfocolando annose polemiche campanilistiche sul luogo esatto di tale incontro nel quale il nizzardo salutò il sovrano “Re d’Italia” preludio dell’imminente trasferimento dei poteri e dello scioglimento delle forze militari garibaldine. Ebbe luogo a Taverna della Catena, nell’odierno Comune di Vairano Patenora?, a Borgonuovo o San Giuliano nel Comune di Teano?, per non parlare di ipotesi che parlano anche di Caiazzo, Calvi ecc.
Fino ad oggi come monarchici e custodi dei valori e della storia sabauda e risorgimentale, non siamo mai entrati nel merito di queste polemiche, studiate e divulgate nel corso di un secolo e mezzo da storici, militari, testimoni, ministeri, personalità e discendenti dei due illustri protagonisti di una delle più importanti pagine di Storia Patria. Tuttavia come rappresentante dell’Unione Monarchica Italiana di Terra di Lavoro da oltre 25 anni e legato personalmente da vincoli di amicizia con le comunità di Teano e Vairano Patenora, non volendo polemizzare con nessuno, vorrei suggerire che il mattino del 26 ottobre 2010 i due sindaci pro-tempore dei due Comuni si stringessero la mano sul confine dei propri territori per simboleggiare rispetto e fratellanza reciproca in nome dell’Unità d’Italia mai come in questo momento sottoposta ad un becero revisionismo.
Un’ultima doverosa precisazione: Giuseppe Garibaldi pernottò la notte prima dell’Incontro, in un territorio all’indomani della grande battaglia del Volturno del 1° ottobre 1860, percorso da truppe piemontesi, garibaldine,  dall’esercito borbonico sconfitto e sbandato nonché da mercenari svizzeri e bavaresi, su un fronte di oltre 20 chilometri, nella masseria “Palazzone” sita nel Comune di Riardo ed in posizione centrale tra le contrade Scarpati, Pescara, Cesola e Lagoscello, per poi all’indomani andare incontro al Re, il quale aveva a sua volta trascorso la notte a Presenzano (sulla via per Venafro) nel Palazzo dei duchi del Balzo. Dopo l’Incontro, il generale ritornò verso Calvi-Caserta per portarsi sulla linea del fronte mentre il sovrano fu ospite per qualche giorno a Teano nella dimora dei conti Caracciolo di Santagapito.
DATA: 31.05.2010

FRANCESCO ATANASIO NUOVO VICE SEGRETARIO NAZIONALE VICARIO U.M.I.

L'Avv. Francesco M. Atanasio    L'avv. Francesco M. Atanasio è stato nominato Vice Segretario nazionale Vicario dell'U.M.I.
    L'incarico è stato conferito dal Segretario nazionale Sergio Boschiero, sentito il Presidente nazionale Gian Nicola Amoretti, in considerazione dell'impulso culturale impresso all'U.M.I. della Sicilia e in considerazione delle eccezionali capacità organizzative dimostrate in tanti anni di intensissima attività monarchica.
    Al neo Vice segretario nazionale Vicario i migliori auguri da parte dell'U.M.I. e di FERT.



DATA: 27.05.2010
 
ALESSANDRIA: IL SAVOIA FBC RICEVUTO DAL SINDACO A PALAZZO ROSSO   

articolo tratto da www.inalessandria.it

Savoia F.B.C. - foto www.inalessandria.it    Il Savoia F.B.C., il sodalizio calcistico di Litta Parodi che è stato recentemente promosso in Prima Categoria, è stato ricevuto a Palazzo Comunale dal Sindaco Piercarlo Fabbio. La delegazione, guidata dal Consigliere Comunale Mario Bocchio e dal Team Manager Natalino Ferrari, ha ricevuto dalle mani del Primo Cittadino il dono del Carlino d’Oro, coniato nel 1755 e recante il busto del Sovrano Carlo Emanuele III di Savoia, appunto soprannominato Carlin. Alla cerimonia hanno anche presenziato una rappresentanza della “rosa”con il tecnico Marcello Candiloro, e una vecchia gloria non solo del Savoia, ma dell’intero football alessandrino, Mario Pietruzzi.
“Un nome impegnativo come Savoia, che per tanti anni è stato pure scomodo - ha sottolineato il Consigliere Bocchio - potrebbe essere anche un buon viatico per portare in forma ufficiale anche a Litta Parodi i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia”. Ricerche storiche effettuate da Natalino Ferrari hanno portato alla luce Giovanni Battista Balza, nato a Litta Parodi, che militò nell’ Esercito garibaldino. Lo scorso mese di novembre la Signora Divina Arvigo Baralis, moglie del defunto nipote del garibaldino Balza, ha donato alla Città di Alessandria il suo berretto originale, conservato in ottimo stato. “Considerando che nel 2011 ricorrono i 150 anni dell’Unità d’Italia - ha annunciato il Sindaco proprio durante la premiazione del Savoia F.B.C.- in seno alla diverse manifestazioni che verranno organizzate per tale evento, Alessandria possa rivolgerà anche un’iniziativa in favore di questo nostro illustre concittadino dell’Esercito di Garibaldi. E’ infatti prevista la collocazione di un busto marmoreo del miliziano da collocare nelle Scuole Elementari di Litta Parodi”. Per rimanere in tema prettamente calcistico, il Savoia F.B.C. sta lavorando all’organizzazione di una mostra fotografica e di cimeli sui grandi calciatori della Fraschetta e di un torneo calcistico dedicato proprio all’Unità d’Italia.
Il Savoia F.B.C. è infatti una realtà sportiva ignorata dai più, ma che si è rivelata un inesauribile serbatoio per le grandi società. Correva l’anno 1920 e il giovane Pietro Grassano ebbe l’idea e l’ardire di fondare una società calcistica a Litta Parodi: il Savoia. Il primo problema fu il pallone, acquistato dopo una colletta, andando di casa in casa a “cantare le uova”. Poi, si dovette pensare alle porte del campo, prima costituite dagli indumenti dei giocatori e, finalmente, dai pali regolamentari. I primi successi (la Coppa Toro, vinta nel 1931), celebrati con la banda, portarono i giocatori forestieri: Cizek (slavo), Asinelli, Mandosso, Bagliani (ex grigio), strappati agli altri club grazie all’inserimento del pranzo nel premio d’ingaggio. L’Alessandria cominciò a disputare le partite d’allenamento contro il Savoia, ma poi i rapporti si guastarono, tanto che i giocatori più forti presero altre direzioni: Mario Pietruzzi approdò al Pergocrema (tornò nei Grigi nel 1938), Luigi Cassano all’Us Milanese (conquistò poi con il Torino il titolo di campione d’Italia 1942/’43), Fiorenzo Taverna al Novara, per interessamento di Adolfo Baloncieri. Dopo la pausa bellica, il Savoia conquistò il titolo di Campione provinciale, grazie all’esordio di Ginetto Armano (che poi divenne il capitano dell’Inter), alle acrobazie di Gianni Borasio, alla classe di Mario Morandi e alle astuzie tecniche di Ferruccio Bocchio.
Al termine della cerimonia, lo stesso Sindaco Fabbio ha altresì comunicato che intenzione dell’Amministrazione Comunale, in occasione del Compleanno della città del 2011, consegnare proprio a Pietruzzi il “Gagliaudo d’Oro”. “Mandrogno” della Fraschetta, ha pressoché svolto tutta la sua attività agonistica nell’ Alessandria - ha sottolineato Fabbio - quando il calcio era ancora l’espressione di una pura e sana competizione, in cui era facile che prevalesse lo spirito romantico dell’attaccamento alla propria maglia. Giocatore dal carattere umile ma dalle doti atletiche di primo livello, avrebbe potuto approdare ad altri clubs di maggior lignaggio, ma la sua scelta di vita è stata quella di rimanere fedele al Vecchio Orso Grigio di cui è oggi il terzo calciatore più presente in maglia grigia dopo Antonio Colombo e Renato Cattaneo”.
DATA: 27.05.2010
    
LA SEPOLTURA DEI SOVRANI NEL PANTHEON

Sergio Boschiero, segretario nazionale dell'U.M.I, interpellato dalla ADN-KRONOS sulla irrisolta questione della sepoltura nel Pantheon delle spoglie dei Sovrani d'Italia ancora sepolti in terra straniera, ha dichiarato: “ non esiste una legge che vieti tale sepoltura e la questione non è giuridica ma politica tanto che solo il Presidente Giorgio Napolitano potrebbe risolvere il caso. Nessuno meglio di lui può farlo tenendo presente che la figura del Presidente raccoglie i maggiori consensi negli ultimi sondaggi. Il Presidente ha preso a cuore la questione degli attacchi all'unità d'Italia e quando si è recato a Quarto ed a Marsala i suoi appelli patriottici non sono caduti nel vuoto.La traslazione dei Reali d'Italia nel Pantheon nel 150° anniversario dell'unità d'Italia favorirebbe la riconciliazione nazionale e assumerebbe un grande significato patriottico”.

DATA: 20.05.2010
 
LA GIORNATA DEL DECORATO

22 Maggio 2010
    Per iniziativa del Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare e dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare.Sabato 22 maggio, con inizio alle ore 9.00, all’Altare della Patria in Roma sarà celebrata la “Giornata del Decorato” nell’anniversario della dichiarazione di guerra all’Austria Ungheria, proclamata da Vittorio Emanuele III il 24 maggio 1915. Il Gen. CC Rocca e il Gen. Magnani, Presidenti Nazionali rispettivamente dei due storici sodalizi, deporranno una corona d’alloro al sacello del Milite Ignoto alla presenza di tutte le Associazioni Combattentistiche e d’Arma della Capitale e dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Seguirà presso la Sala del Carroccio del Campidoglio un  convegno dedicato alle “Tigri del Montello”.
    L’Unione Monarchica Italiana nel salutare tutti i Decorati al Valor Militare d’Italia, i loro congiunti e i Soci dei due sodalizi, si associa alle celebrazioni nel ricordo del Re Soldato e invita tutti i monarchici a partecipare alla nobile cerimonia.
DATA: 20.05.2010
 
GHEMME (NO): L'U.M.I. RICORDA I DUCHI D'AOSTA ALLA MANIFETAZIONE "MODELLANDO 2000"
 
GHEMME (NO): L'U.M.I. RICORDA I DUCHI D'AOSTA ALLA MANIFETAZIONE "MODELLANDO 2000"Ghemme, maggio 2010 - Il Coordinamento novarese dell’Unione Monarchica Italiana ha contribuito all’allestimento della tradizionale rassegna “Modellando 2010” organizzata dal Club Frecce Tricolori 81 nell’ambito delle celebrazioni della Festa della Beata Panacea tenutesi nella cittadina novarese  dal 24 aprile al 9 maggio.
    In particolare l’U.M.I.  ha curato la parte storica della mostra e ha deciso di ricordare e far conoscere meglio le figure storiche e attuali della Famiglia Savoia-Aosta.
    I cinque Duchi d’Aosta, il Conte di Torino, il Duca degli Abruzzi, il Conte  di Salemi e gli attuali discendenti della dinastia sono stati ricordati con pannelli esplicativi, manifesti, libri, riviste e cartoline d’epoca.GHEMME (NO): L'U.M.I. RICORDA I DUCHI D'AOSTA ALLA MANIFETAZIONE "MODELLANDO 2000"
    Il socio U.M.I. sig. Vittorio Gianola, ha esposto vari modelli di velivoli pilotati da S.A.R.  Amedeo di Savoia 3° Duca d’Aosta e grande attenzione ha destato il Fiat CR 32 con le insegne personali del Duca.
    Il numeroso pubblico accorso ha  dimostrato vivo interesse e più volte al coordinatore Alessandro Pezzana è stato chiesto di ricordare le diverse figure dei Duchi d’Aosta. Commoventi i ricordi di alcuni combattenti  del 2° conflitto mondiale che hanno ricordato le loro imprese belliche e il senso di ammirazione che nutrivano verso tutti i membri della dinastia sabauda e in modo particolare verso S.A.R. Amedeo di Savoia 3° Duca d’Aosta.
GHEMME (NO): L'U.M.I. RICORDA I DUCHI D'AOSTA ALLA MANIFETAZIONE "MODELLANDO 2000"    La parte modellistica della rassegna ha visto la presenza di un grande plastico ferroviario opera del Gruppo Fermodellistico Novarese e in omaggio al 50° anniversario della costituzione della Pattuglia Acrobatica Nazionale, l’esposizione di tutti i modelli di aerei in dotazione alla P.A.N. e alle pattuglie acrobatiche degli anni ‘50 creati appositamente per l’occasione dal presidente del Club Frecce Tricolori 81 sig. Nicola Gian Mario.
    L’U.M.I. novarese desidera ringraziare tutti coloro che hanno contribuito con il loro lavoro e il loro entusiasmo alla buona riuscita dell’iniziativa.
DATA: 19.05.2010
 
SINDONE A MONTEVERGINE: L'ADNKRONOS INTERVISTA SERGIO BOSCHIERO
il Re Vittorio Emanuele III a Montevergine    Sindone: durante la II guerra mondiale fu segretamente nascosta in un'abbazia/Adnkronos
Re Vittore Emanuele III volle e organizzo' il trasferimento top secret nel santuario di Montevergine vicino ad Avellino

Roma, 15 mag. (Adnkronos) – Non fu sempre Torino la ‘casa’ della Sindone. Durante la seconda guerra mondiale il sacro lenzuolo venne nascosto prima al Quirinale e poi, per sette anni, nell’abbazia Montevergine, vicino Avellino, dove si salvò dalle mire dei tedeschi che erano interessati alla reliquia. A svelarlo e' Sergio Boschiero, segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana, che anticipa all’ADNKRONOS un suo articolo per la rivista “Storia in rete”. La ‘fuga’ della Sindone, secondo Boschiero fu voluta da Vittorio Emanuele III che voleva salvarla dalle bombe e non solo.
    Era risaputo infatti che Hitler fosse alla ricerca delle reliquie famose, come il Santo Graal, la lancia di Longino e l’Arca dell’Alleanza, avrebbe quindi potuto pensare anche alla Sindone. Tutto fu fatto in grande segreto. Solo il re, Papa Pio XII e il Cardinale segretario di Stato Luigi Maglione e Monsignor Giovanni Battista Montini, allora sostituto alla Segreteria di Stato vaticana, sapevano dell’operazione.
    Inizialmente si pensò a tre diverse sedi: Quirinale, Vaticano oppure Abbazia di Montecassino. Nessuna di queste sembrò una sede sicura, come del resto hanno dimostrato le vicende storiche. Quindi si optò per il l monastero di Montevergine dove fu tenuta nascosta fino alla fine della guerra in una cappella secondaria. 
    “Partirono dal Quirinale due automobili – spiega padre Andrea Davide Cardin dei Benedettini Sublacensi, direttore della Biblioteca Statale di Montevergine – ma non c’è alcuna documentazione su dove fossero dirette. Le notizie ci vengono fornite solo da alcuni nostri registri che abbiamo provveduto ad inviare, solo di recente, anche al Quirinale dove, era tale il segreto, che si evitò di lasciare alcuna testimonianza”.
    Pure Mussolini e il regime fascista vennero tenuti all’oscuro dell’operazione. Nemmeno il cardinale Fossati, Arcivescovo di Torino, era stato informato della partenza della Sacra Sindone dal capoluogo piemontese il 7 settembre del 1939, a qualche mese dall’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania.il Principe Ereditario Umberto di Savoia a Montevergine
    “Una ragione plausibile – spiega Boschiero – può essere stata la necessità che il Cardinale, non sapendolo, non avrebbe potuto parlare neanche sotto tortura. Egli sarebbe andato a Montevergine a guerra finita, per riportare a Torino la reliquia dopo aver ottenuto il consenso del Re Umberto II, il consenso indispensabile essendo la Sindone proprietà di Casa Savoia”. Infatti, in una lettera del 10 giugno 1946, solo tre giorni prima della partenza dell’esilio, Umberto II scriveva al Cardinale Fossati dando il consenso a la Sindone "ritrovi il suo pristino collocamento a Torino, nella Cappella che ne reca il nome”.
    Il Cardinale Fossati giunse a Montevergine per riportare la Sindone a Torino ma, prima di iniziare il viaggio di ritorno in auto fino a Roma e in treno da Roma a Torino, autorizzò una straordinaria ostensione della Sacra Sindone solo per i padri del monastero che l’avevano nascosta e protetta. Nella notte fra il 28 e il 29 ottobre 1946 la Sindone fu aperta per soli dieci minuti.
    Il Cardinale Fossati in un messaggio indirizzato ai fedeli e al clero della diocesi di Torino, in occasione del ritorno della sacra Reliquia nella sua storica sede, scrisse che “fu saggia cosa l’averla allontanata da Torino, perché se anche rispettata dalle bombe, non sarebbe forse stata rispettata dall’invasore che si affrettò a chiederne notizie”.
    Infatti, il comandante tedesco della piazza di Torino dopo l’8 settembre del 1943 chiedeva notizia di dove fosse. Ora, in occasione della ostensione della Sindone, anche l’abbazia di Montevergine vuole celebrare la Sacra Reliquia con una mostra che inaugurerà il 5 giugno: “Abbiamo voluto raccontare attraverso 20 pannelli – spiega padre Andrea Davide Cardin – tutta la storia della Sindone esponendo anche, per la prima volta, tutte le nostre testimonianze”.

LO SPECIALE SUL SITO DELL'ADNKRONOS

DATA: 18.05.2010
 
LA MONARCHIA NELL’ETA’ DELLE COSTITUZIONI - IL “CASO SAVOIA”
 
La Principessa "di Lamballe" Maria Teresa Luisa di Savoia-CarignanoLa rivista  “Delta, rassegna di cultura”  (ed. Bastogi, via Zara 47, tel 0881.725070) pubblica gli Atti del Convegno di Cagliari (23 maggio 2009) su Massoneria, Esercito, Monarchia, con contributi del prof. Luigi Pruneti, del Gen. CdA Oreste Bovio, dell'avv. Marcello Millimaggi e altri, tra i quali Aldo A. Mola, che vi tratta il tema centrale del convegno, con un saggio nel quale confuta la identificazione corrente tra massoneria e repubblicanesimo, tra logge e giacobini: una visione destituita di fondamento alla luce dei fatti, dai quali sempre bisogna partire quando si parla di storia.
A sostegno del proprio  ragionamento, Mola ricorda la Principessa  Maria Teresa Luisa di Carignano nota come Principessa di Lamballe  dal nome dello sposo.  Gran Maestra delle Logge di Adozione (cioè femminili) di fine Settecento in Francia e prima dama di Maria Antonietta, la Principessa di Lamballe venne orrendamente suppliziata dai giacobini proprio perché leale verso la Regina e perché "massona".
Riproponiamo qui di seguito il saggio di Mola. Esso è particolarmente utile agli studiosi italiani che solitamente  identificano la Massoneria con quel Giuseppe Mazzini che non volle mai farne parte e la trattò sprezzantemente nei suoi scritti perché non si piegava ai suoi disegni politici e ai suoi metodi terroristici di lotta.
DATA: 18.05.2010

CON I BERSAGLIERI SFILA A MILANO UN’ITALIA (A SORPRESA) ANCORA VIVA

dal "Corriere della Sera" di lunedì 17 Maggio

    
Parata di bersaglieri ieri a Milano e i cittadini sono accorsi ad applaudire in massa i militari che avanzavano a passo di corsa con le piume che svolazzavano al ritmo delle loro trombe. Sembrava di essere tornati indietro, a un’altra Italia, infinitamente più semplice, più dimessa e anche più bonaria di quella di oggi, fatta di lunghe domeniche trascorse al capo di bocce, alle fiere di paese, all’osteria fuori porta, al cinema dell’oratorio e, appunto, alle sfilate di soldati al suono della banda. Un’Italia e un mondo dei quali serbiamo memoria a volte un po’ nostalgica e comunque ancora abbastanza viva, ma che pure è definitivamente tramontata – o tale la si credeva – da quel dì.
Abituati come siamo alle sistematiche dissacrazioni di ogni cosa, in particolare – e non necessariamente a torto – di tutto quelo che ha sapore anche solo vago di retorica, si pensava, sì, che le parate militari ancora riscuotessero l’entusiasmo di molti, anziani soprattutto, immaginando, però, che fischi e sghignazzi inevitabilmente venissero a interrompere gli applausi. Del resto, il sistematico svilimento, avviato da tempo da certe politiche, di quanto ci rammenta che nonostante tutto siamo l’unico paese per il quale innumerevoli nostri padri, nonni e bisnonni hanno, a torto o ragione, combattuto o sono morti, non può che produrre, appunto, fischi e sghignazzi all’evocazione, anche solo simbolica, di quell’unità e di quegli innumerevoli che caddero in nome suo.
Invece l’applauso compatto della folla alla sfilata di ieri dei bersaglieri, gli uomini gallina tanto sbeffeggiati dagli Alleati – pur senza volergli attribuire nessun valore  esagerato – ha dato l’impressione che qualcosa di quell’altra Italia, più bonaria e più seria, quasi a sorpresa sopravvive ancora, tenuta da conto e rispettata. Ha fatto pesare, l’entusiasmo della gente, che certi valori – e il lettore perdoni l’uso di questo sfruttatissimo termine messo in mezzo da chiunque e a ogni piè sospinto – che certi valori, si diceva, di unità, di fatica e sacrificio ancora risuonino dentro di noi, da qualche parte nel profondo, chissà, più vitali perfino del previsto.
Isabella Bossi Fedrigotti
DATA: 17.05.2010
 
IL CONVEGNO DI NOTO SUL 150° DEI MILLE

IL CONVEGNO DI NOTO SUL 150° DEI MILLE    Il pubblico delle grandi occasioni ha affollato l’8 maggio la sala di rappresentanza del Convitto “F.lli Ragusa” di Noto in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario della storica giornata del XVI maggio 1860. L’iniziativa promossa dall’Istituto per la Valorizzazione di Noto Antica unitamente al Comune di Noto, all’Archivio di Stato di Noto e alla Delegazione Provinciale di Siracusa dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, è principiata con il saluto del Sindaco Avv. Corrado Valvo e si è articolata con tre relazioni.
    L’Avv.Francesco Atanasio, delegato prov.le dell’Istituto Naz.GG.OO.RR.TT. Pantheon, ha trattato il tema legato ai presupposti storici dell’Impresa dei Mille ripercorrendo le vicende politiche, diplomatiche e culturali che portarono alla spedizione di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e nel Mezzogiorno d’Italia: l’alchimia fra “moderati” e “democratici”, gli accordi fra Francia, Inghilterra e Piemonte, l’opzione unitaria dei ceti dirigenti e intellettuali siciliani e meridionali che, abbandonate aspirazioni municipaliste e separatiste, aderirono al programma della Società Nazionale di “Italia e Vittorio Emanuele”.
    L’Avv. Francesco Balsamo, presidente dell’Isvna, ha rievocato le vicende di Noto dal 1837 al 1860: l’antica città, assunto il ruolo di Capo Valle, dopo la rivolta del colera che aveva visto Siracusa insorgere Siracusa contro i Borboni, visse una stagione di grande fioritura per i copiosi favori elargitile dal Re di Napoli. Ma il movimento liberale, che fin dagli anni’20, aveva trovato sostenitori, in occasione della rivoluzione del 1848 riprese forza e vigore, che mantenne anche dopo la restaurazione del regime borbonico e che nel maggio 1860 si impose nella città.
    Il Cav. Francesco Maiore, socio Isvna, ha infine rievocato la storica giornata del XVI maggio 1860, quando i giovani netini, appresa la notizia dello sbarco di Garibaldi, pur sconoscendo il vittorioso esito della battaglia di Calatafimi combattuta il giorno prima, insorsero contro le forze di polizia borboniche e innalzarono il tricolore sulla statua di Ercole, simbolo del potere civile a Noto. Il clima di quelle giornate fece sì che la città conferisse a Garibaldi la cittadinanza onoraria, prontamente accettata dall’Eroe dei Due Mondi.
    Una preziosa mostra di documenti provenienti dall’Archivio di Stato di Noto ha arricchito il convegno: lettere, biglietti e foto di Garibaldi inviati a esponenti liberali di Noto, la bandiera fatta recapitare dal Nizzardo, manifesti e decreti del 1860, unitamente a armi e cimeli militari del tempo, hanno consentito agli intervenuti di “rivivere” quei momenti storici.
    Un corteo preceduto dal Gonfalone del Comune e seguito dalle Autorità e da numerosi cittadini si è portato successivamente dinanzi alla fontana di Ercole, dopo ha avuto luogo l’innalzamento di una bandiera tricolore del Regno d’Italia, seguita dalla deposizione da parte del Sindaco di un serto d’alloro alla lapide celebrativa di Garibaldi, collocata nel 1910.

DATA: 14.05.2010
   
STORIA IN RETE DI MAGGIO E' IN EDICOLA CON UN ARTICOLO DI SERGIO BOSCHIERO SULLA SACRA SINDONE

Storia in Rete - maggio 2010    Storia in Rete di maggio punta il dito sullo scandalo dell’oblio in cui è tenuta la figura di Camillo Benso, Conte di Cavour. Il Padre della Patria italiana nel 2010 compirebbe 200 compleanni e 150 anni fa completava il suo capolavoro, sostenendo Garibaldi e i suoi Mille. Ma chi lo ricorda? le sue dimore storiche sono dimenticate, in TV ci si scorda di lui fra i Grandi Italiani, una minima frazione degli appuntamenti dedicati al Centocinquantesimo lo riguardano. E allora Storia in Rete lo ricorda come economista, ne ricorda i nemici (che allora avevano ben altra statura di quelli di oggi) e ricorda che… eravamo stati avvisati che questo anniversario sarebbe caduto nel dimenticatoio, ennesima occasione sprecata per una nazione in cerca di identità.

Lasciato il Risorgimento, Storia in Rete continua con la storia del servizio segreto di Mussolini per difendere l’Alto Adige dall’annessione nazista durante la RSI, e con la 15^ puntata chiude il primo ciclo di storia dell’astronautica italiana. Passa quindi a raccontare, 
con un articolo di Sergio Boschiero, il viaggio della Sindone in un'antica abbazia avellinese per difenderla dalle brame di Hitler, e la trista eredità lasciata da costui al suo effimero successore, l’ammiraglio Doenitz che per 20 giorni fu Fuhrer della Germania (o meglio, di ciò che ne restava). Con un balzo indietro si torna a quello che fu invece davvero un impero dei Mille Anni – quello Romano – che oltre a grandi Imperatori aveva anche grandi… suocere, come fu Matidia, suocera di Adriano. Poi nel 1565, a Malta assediata dagli ottomani in una battaglia vista con gli occhi di un testimone del tempo.  E ancora, Luigi Bonaparte, il fratello pedante e idiosincratico dell’Imperatore dei Francesi: una vita di piccolezze e nevrosi. Infine, Storia in Rete è a colloquio con Carlo Sburlati, l’assessore alla cultura di Acqui Terme che ha rinnovato il premio Acqui Storia aprendolo a tutta la cultura, non solo a quella di parte. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di maggio!
DATA: 13.05.2010
 
FATE L’ITALIA E SONO CON VOI

Daniele Manin    Sono iniziate a Quarto le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia…e ci prepariamo a un diluvio di parole….
    L’Unione Monarchica Italiana vuole ripetere quelle che scrisse e divulgò sulla rivista “IL DIRITTO” Daniele Manin, già a capo della Repubblica di Venezia nel 1848 e personaggio di spicco dello schieramento democratico e repubblicano, esule in Francia, il 20 settembre 1855:
“IL PARTITO REPUBBLICANO FA NUOVO ATTO DI ABNEGAZIONE E DI SACRIFICIO ALLA CAUSA NAZIONALE. CONVINTO CHE ANZITUTTO BISOGNA FARE L’ITALIA, CHE QUESTA E’ LA QUESTIONE PRECEDENTE E PREVALENTE, EGLI DICE ALLA CASA DI SAVOIA:FATE L’ITALIA E SONO CON VOI… E DICE AI COSTITUZIONALI: PENSATE A FARE L’ITALIA...SIATE ITALIANI E NON MUNICIPALI.”
    L’11 febbraio 1856 sempre sulla rivista IL DIRITTO Manin precisò il suo pensiero su un nuovo partito nazionale, sulla cui bandiera andava scritto INDIPENDENZA E UNIFICAZIONE.
    “MA E’UN FATTO CHE IL PIEMONTE E’ MONARCHICO. E’ DUNQUE NECESSARIO CHE ALL’IDEA MONARCHICA SIA FATTA UNA CONCESSIONE, LA QUALE POTREBBE AVERE PER CORRISPETTIVO UNA CONVALIDAZIONE DELL’IDEA UNIFICATRICE.
In una lettera del 26 giugno al quotidiano “DAILY NEWS” scriverà ancor più esplicitamente:
LA MONARCHIA PIEMONTESE NON PUO’ TIRAR FUORI LA SPADA E GITTARNE IL FODERO FINCHE’ NON E’ TOLTO INTERAMENTE IL DUBBIO CHE DOPO LA VITTORIA I MAZZINIANI NON SOLO LE NEGHERANNO LA DEBITA RICONOSCENZA, MA TENTERANNO DI CACCIARLA DAL TRONO DEI SUOI PADRI”

Dedichiamo queste coraggiose parole di Daniele Manin agli immemori di tutti i tempi…. 
DATA: 11.05.2010
   
SALEMI CAPITALE D'ITALIA!

    Dopo la partenza da Quarto e lo sbarco sulle coste siciliane di Marsala, Giuseppe Garibaldi ed i suoi volontari sabato 12 maggio 1860 si misero in movimento verso l’interno, destinazione la cittadina di Salemi, che all’epoca contava 13mila abitanti circa. Dal paesaggio marino i Mille iniziarono a marciare sotto il sole già alto ,verso le alture tra vigneti ed ulivi dopo aver ricevuto una razione di pane e la loro prima paga: due tarì a testa (85 centesimi di una Lira) provenienti dalla cassa di Francesco Crispi. Garibaldi aveva tassativamente proibito fin dagli inizi della spedizione ogni requisizione o saccheggio nei confronti delle popolazioni locali.
Salemi era lontana 35 miglia, il caldo, la sete, la stanchezza cominciarono a farsi sentire ma, come un’ombra, Nino Bixio sorvegliava onde prevenire che qualcuno si fermasse a qualche pozzo malsano. Dai resoconti di numerosi garibaldini, essi si aspettavano un paesaggio certamente meno brullo, in quanto in passato la Sicilia era stata descritta come il “granaio d’Italia”. I contadini incontrati assistevano in silenzio al marciare di quella lunga colonna. Al tramonto giunse il barone Santanna di Alcamo a capo di un gruppo di patrioti che si era dato alla macchia dopo la sfortunata rivolta del convento della Gancia in Palermo, ma soprattutto portò le tanto attese notizie di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao che tra le montagne del circondario stavano organizzando giovani volontari. Nel tardo pomeriggio i Mille giunsero nel feudo di Mistretta nei pressi del diroccato castello di Rampagallo ove Garibaldi decise il pernottamento dopo aver consumato una frugale cena a base di pane a formaggio. Per fortuna, narrano i diari dei protagonisti, il bolognese Paolo Bovi, invalido di un braccio, con la rimanenza dei denari comprò da un pastore un piccolo gregge. Le pecore vennero uccise ed arrostite subito.
Nel frattempo le guide garibaldine capeggiate dal trabiese Giuseppe La Masa giunsero al campo avvertendo che una colonna borbonica di 3mila uomini,  al comando del generale Francesco Landi a tappe forzate si stava dirigendo verso di loro, i “garibaldesi”.
All’alba della domenica sotto una fitta pioggia i Mille continuarono il cammino verso Salemi, raggiungerla in breve tempo avrebbe posto Garibaldi in vantaggio grazie alla sua altura. L’accoglienza degli abitanti della cittadina fu calorosa, anche grazie alla propaganda dei giorni precedenti di Pilo e La Masa. Fu proprio presso il convento di San Francesco che Garibaldi fece conoscenza del famoso Fra’ Giovanni Pantaleo del quale divenne amico e confidente.
La  notizia dell’arrivo di Garibaldi in poco tempo si propagò per tutte le campagne e le montagne e ben presto centinaia di giovani “picciotti” accorsero per unirsi a lui e furono immediatamente forniti di armi e di un primo rudimentale corso di addestramento militare.
Il 14 maggio, un lunedì, Garibaldi decise di dedicarlo alle attività politiche ed amministrative, con discorsi alla popolazione ed alla popolazione.
Stilò subito un proclama che venne affisso in tutta Salemi:
“Italia e Vittorio Emanuele”
Giuseppe Garibaldi
Comandante in capo le forze nazionali in Sicilia
sull’invito di notabili cittadini e sulle deliberazioni prese dai Comuni libri in Sicilia
considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari siano concentrati in un solo uomo
Decreta
di assumere nel nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia, la dittatura in Sicilia.
Salemi, 14 maggio 1860
G.Garibaldi

Poco dopo issando la bandiera tricolore sui ruderi del castello normanno-svevo, il duce dei Mille proclamò Salemi “prima capitale d’Italia”, onore che mantenne per un giorno, con la promulgazione di una delle prime leggi dell’Italia unificata, ordinando la leva obbligatoria per tutti gli uomini validi dai 17 ai 50 anni, istituendo la carica di segretario di Stato affidata a Francesco Crispi, il quale divenne così i principale consigliere politico di Garibaldi ed il capo effettivo del governo siciliano. In ognuno dei 24 distretti isolani, venne insediato un governatore, nominato dal nizzardo, con facoltà di di ristabilire i consigli comunali ed i funzionari in carica prima della restaurazione borbonica del 1849, unitamente alla legislazione abrogata. Tutti gli atti pubblici sarebbero stati emanati in nome di “Vittorio Emanuele re d’Italia”. Furono abolite l’odiata legge sul macinato e tutte le imposte gravanti sulla popolazione dal 1849.
Il giorno dopo Garibaldi decise di ripartire in quanto all’orizzonte si stava prospettando la prima vera grande battaglia contro i borbonici sulla strada per Calatafimi, ma questa è un’altra storia….

La Repubblica fa bene ad omaggiare in terra siciliana l’epopea garibaldina, non si tratta di retorica, parola che fa paura a qualche politico “asino”, ma di porre in risalto, come abbiamo più volte sottolineato un’epopea irripetibile, purtroppo. Qualche amministratore locale dimorante a Palazzo d’Orléans, sede del governo regionale, invece di prendersela con il Risorgimento ed i suoi protagonisti, dovrebbe governare meglio una terra bellissima invece di legiferare unicamente per custodire i privilegi di una casta che dopo 150 anni ha dimostrato incapacità e tanto altro!
Viva l’Italia! Viva il Risorgimento! 
DATA: 10.05.2010
 
L'89% DEGLI ITALIANI PER L'UNITA' D'ITALIA

    Il Corriere della Sera del 10 maggio u.s.ha reso noto un sondaggio sull'unità d'Italia.
Qual'è l'orientamento degli italiani?
Scrive il Corriere: “per l'89% l'unità è un valore da sostenere.
Solo l'11% lo reputa un male.
Anche per 7 leghisti su 10 l'unità d'Italia è un bene.

GLI ALPINI A BERGAMO E L'ITALIA UNITA

    Un sondaggio de "La Repubblica" (10 Maggio u.s.) ha dato i seguenti risultati: "2 leghisti su 3
considerano positiva l'unità d'Italia e 8 su 10 si dicono orgogliosi di essere italiani (il 52% molto)."
    D'altra parte, basti pensare all'adunata nazionale degli alpini ieri. Centinaia di migliaia di penne nere confluite a Bergamo, nel cuore di una zona leghista. Gli alpini, al cui interno le simpatie leghiste non sono poche (basta citare l'esempio di Gentilini, prosindaco di Treviso e “alpino doc”). Sfilano orgogliosamente dietro al Tricolore. Accompagnati da inni patriottici.
DATA: 10.05.2010
   
COSTITUITO IL COMITATO ITALIA UNITA

Comitato Italia Unita    Sono sempre più numerosi i cittadini che reagiscono agli attacchi al Risorgimento.
Si è costituita a Milano - su iniziativa dell'esponente della destra liberale Arch.Gabriele Pagliuzzi - il Comitato Italia Unita.
Anche Sergio Boschiero ha dato la sua adesione.
Per informazioni:
COMITATO ITALIA UNITA
Foro Buonaparte,54 - 20121 Milano - fax: 02.7561050
DATA: 10.05.2010
   
RISORGIMENTO DIMENTICATO: TRA CENTRALISMO E FEDERALISMO

    Negli ultimi tempi si è tornato a parlare insistentemente di “federalismo”, vuoi perché uno dei partiti dell’attuale  coalizione governativa ne ha fatto il suo principale obiettivo da metà degli anni Ottanta, vuoi per il dibattito scaturito alla luce della Legge costituzionale del 18 ottobre 2001 n.3 “Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione”, pubblicata sulla G.U. generale del 24 ottobre 2001, infine per il riacutizzarsi di uno sterile e becero dibattito storico sulle scelte amministrative della nostra Nazione all’indomani dell’Unificazione nazionale. Nel 1859 nell’Italia divisa in “Stati francobollo” vi erano 60mila dipendenti pubblici, dei quali 24.970 nel solo Regno delle Due Sicilie. Gli impiegati pubblici, non contando magistrati, insegnanti e personale di servizio erano 42.586, 17.123 nel reame borbonico.
Dopo questi dati vediamo cosa veramente significhi la parola “federalismo” così abusata ed invocata in questi giorni tanto da diventare una sorta di medicina, di panacea per risolvere i mali della Repubblica.
Federalismo deriva dal latino “foedus”, cioè patto e politicamente parlando ebbe inizio con la nascita degli Stati Uniti d’America, quando le 13 ex colonie inglesi si vennero a trovare nella situazione di Stati indipendenti, ma pure di quella di Stati divisi in quanto l’associazione confederale, sorta militarmente per fronteggiare gli Inglesi, era ancora troppo debole per assicurare l’unità dopo la fine del conflitto comune contro lo stesso nemico. L’Italia per secoli venne vista in senso “federalistico”, in quanto fu proprio la “federazione” a disgregare l’Impero Romano, caratterizzando la nostra storia fino al 1861, per poi favorire ingerenze straniere, nascita di Comuni, signorie, principati, insomma quell’Italia del “particolarismo”conosciuta fino al suo ultimo assetto post Vienna del 1815.
Così si fa anche molta confusione tra federalismo e Stato federale, laddove quest’ultimo è sinonimo di “un’associazione di Stati organizzata in modo tale che i poteri siano divisi tra un governo generale che in certe materie, ad esempio la stipulazione dei trattati o l’emissione di moneta, è indipendente dai Governi degli Stati associati, e i governi degli Stati che sono a loro volta, in certe materie, indipendenti dal governo centrale” (K.C.Wheare in  Federal Government, Oxford University Press).
Nella storia delle forme di governo non è mai accaduto che uno stato unitario si trasformasse in federale, gli Stati con tale ordinamento sorsero già federali: Stati Uniti, Svizzera e Germania per citare gli esempi più noti.
Vorrei domandare ai soliti “tuttologhi”, chi tra di loro, tra il 1860 ed il 1861 in un’Italia che aveva sancito la cacciata dei vari sovrani italici in Toscana e nei Ducati emiliani e dei rappresentanti pontifici nelle Legazioni, entrati a far parte del Regno Sardo, con gli anatemi non solo religiosi di Pio IX che chiamava le Nazioni cattoliche ad una “crociata” anti-italiana, con l’armata austriaca che dalle fortezze venete del “Quadrilatero” erano pronte a dilagare nella Pianura Padana alla minima debolezza della neonata Italia e con il grande brigantaggio politico ritornato ad infiammare le deboli contrade meridionali sponsorizzato dalla corte borbonica e dal governo dello Stato Romano, chi  dicevamo, avrebbe avuto il coraggio di “suicidare” un Paese appena “risorto” e con tali problematiche da risolvere, avrebbe varato un ordinamento federale?
Giustamente fa osservare lo studioso Sergio Romano a tal proposito: “E mentre lo Stato unitario era alle prese con la sua prima grande emergenza nazionale (il brigantaggio, n.d.a.), alcune potenze europee, ostili all’unità italiana, aspettavano con piacere il fallimento di un’impresa che molti in Europa consideravano pericolosamente liberale e rivoluzionaria. Chi sostiene che il Risorgimento fu in realtà la conquista piemontese della penisola dimentica che non esisteva nell’Italia di allora nulla di più liberale della classe dirigente creata da Cavour negli anni precedenti. Ma era impossibile, in quelle difficili circostanze, tentare la creazione di uno Stato decentrato, caratterizzato da forti autonomie locali. La rinuncia al progetto di Minghetti fu il prezzo che l’Italia dovette pagare per sopravvivere”.
Questa piccola ma grande riflessione vale molto di più dei saggi scritti in questi ultimi anni su tale annosa diatriba!
Precisiamo nuovamente che un progetto di decentramento amministrativo non è che non fosse stato studiato tra il 1859 ed il 1861 e non dobbiamo  pensare al solito Cattaneo quale “custode” di una politica di decentramento amministrativo, in quanto ci furono altri illustri personaggi del tempo a suggerire un dibattito sul federalismo come Gustavo Ponza di San Martino, poiché è bene rammentare che il centralismo era associato all’epoca giacobina e della rivoluzione francese aborrita da tutti!
Sia il piemontese Cavour, che il bolognese Minghetti e il romagnolo Farini, tutti ammiratori del sistema britannico delle contee, su impulso dello stesso Cavour , capo del Governo, diedero vita ad una speciale “commissione temporanea di legislazione” presso il Consiglio di Stato il 24 giugno 1860 nella quale si iniziò a discutere di regioni e governatori. Scrisse Farini: “Stabiliti i limiti delle Regioni, dovranno essere determinate le attribuzioni … Ogni Regione è sede di un Governatore che rappresenta il potere esecutivo con le attribuzioni: fanno capo a esso politicamente gli intendenti delle Provincie..”.
A Farini successe Marco Minghetti come titolare degli Interni, il quale nella seduta del 28 novembre dichiarò che si potevano decentrare almeno 4 ministeri: Interni, Istruzione, Lavori Pubblici ed Agricoltura. Non era il federalismo come viene inteso oggi, ma sicuramente, ci si era incamminati in direzione di un ordinamento meno centralistico.
Il 13 marzo 1861, pochi giorni prima della proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia, un progetto di decentramento dell’ordinamento amministrativo venne presentato alla Camera dal Minghetti. I 4 disegni di legge eliminavano il sistema centralizzato allora vigente, affidando ampi poteri agli enti locali: regioni, province e comuni. Veniva proposta la creazione di un ordinamento regionale su base elettiva che consentiva di conservare le tradizioni ed i costumi delle diverse parti d’Italia. Alle Regioni, in particolare, sarebbe andato il potere legislativo e l’autonomia finanziaria in merito ai lavori pubblici, all’istruzione superiore, alla sanità, alle opere pie ed all’agricoltura. Province e comuni avrebbero poi ampliate le loro competenze e la loro base elettorale, estendendo il diritto di voto amministrativo a tutti i cittadini iscritti almeno da sei mesi nei ruoli delle imposte dirette, indipendentemente dall’ammontare della imposta e senza escludere gli analfabeti. I sindaci, ancora di nomina regia, sarebbero diventati elettivi all’interno del consiglio comunale. Allo Stato sarebbe spettato, secondo la proposta Minghetti, la politica estera, i grandi servizi di utilità nazionale: difesa, ferrovie, poste, telegrafi e porti, nonché l’azione di vigilanza e di controllo sull’operato degli enti locali. Lo stesso Minghetti alla Camera affermò: “… non vogliamo la centralità francese … neppure una indipendenza amministrativa come quella degli Stati Uniti d’America o come quella della Svizzera”.
Il 23 marzo la composizione del primo governo dell’Italia unita rispecchiò la dimensione ormai nazionale del Paese: Cavour capo dell’esecutivo con i dicasteri di esteri e marina, chiamò a farne parte: emiliani, napoletani, siciliani, toscani, piemontesi ecc.
Il 9 maggio 1861 il Consiglio dei Ministri prese atto della bocciatura in sede di commissione parlamentare del disegno di legge Minghetti sul decentramento e la proposta venne “temporaneamente” ritirata, mentre il Paese fu costretto a fronteggiare il dilagare del grande brigantaggio nel Mezzogiorno dando una svolta amministrativa in direzione di un sempre maggior accentramento dei poteri dello Stato, le date infatti coincidono con il progressivo mutare geo-politico della nuova Nazione italiana: se con Farini si iniziò il confronto sul decentramento,  si era nei mesi quando al Regno Sardo erano state annesse l’Emilia, la Romagna e la Toscana. Già con Minghetti ci fu una disputa più vivace tra i parlamentari in quanto l’impresa garibaldina portò all’attenzione le gravi problematiche sociali ed economiche del Mezzogiorno borbonico. Come aveva scritto negli anni della Restaurazione un abile amministratore meridionale come Carlo Afan de Rivera: “Il comune è un corpo morale peggiore di tutte le mani morte, perché amministra senza interesse e dissipa per opere de’ più influenti..”.
Un altro fattore determinante oltre alla questione meridionale che indusse sulla strada del centralismo fu l’improvvisa morte dopo una breve malattia di Camillo Benso di Cavour il 6 giugno 1861 a Torino. Il suo successore, il toscano barone Bettino Ricasoli già pochi giorni dopo il suo insediamento, il 13 giugno fu costretto a fronteggiare l’avventura legittimista del generale spagnolo José Borjes, sbarcato in Calabria per capeggiare militarmente il brigantaggio in nome e per conto dello spodestato re Francesco II di Borbone e di Papa Pio IX!
Poco prima della sua scomparsa, nonostante non si fosse mai recato nel Meridione, intuendo tuttavia che l’esclusione dal voto degli analfabeti faceva mancare l’apporto della stragrande maggioranza dell’elettorato ai moderati, pensando quindi di farvi accedere queste masse,  Cavour scriveva: “Se non si vuole che i comuni di quella parte d’Italia cadano sotto la tirannia dei dottoruzzi di villaggio, la peggiore di quante se ne conoscono…".
BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 10.05.2010
   
UNITA’ D’ITALIA: BOSCHIERO (U.M.I.), GRATO A NAPOLITANO PER DIFESA NOSTRA MEMORIA STORICA
HA USATO GIUSTA TERMINOLOGIA, ORA VENGA A VISITARE IL PANTHEON

Sergio Boschiero - Unione Monarchica Italiana    Roma, 5 mag. – (Adnkronos)- “Credo che questa giornata sia molto importante per la ripresa di uno spirito patriottico al quale ha fatto riferimento Napolitano, presidente che sta acquisendo crescenti benemerenze proprio per la difesa della nostra memoria storica e dell’Unità nazionale. Ho visto che si sta ricompattando un fronte in difesa dell’Unità d’Italia e del suo significato storico. Il presidente Napolitano ha nominato per ben due volte il Re Vittorio Emanuele II e lo ringrazio per aver ricordato, con la dizione esatta, che celebriamo i 150 anni della proclamazione del Regno d’Italia. E’ stato molto scrupoloso nella terminologia”. Lo ha detto all’ADNKRONOS Sergio Boschiero il segretario nazionale dell’UMI, l’Unione Monarchica Italiana.
“Tra i vari atti previsti, nel corso di queste cerimonie che si protrarranno per tutto l’anno prossimo, sarei grato se Napolitano trovasse la possibilità di andare al Pantheon e rendere omaggio ai Re d’Italia come capi di Stato e suoi predecessori al Quirinale – ha aggiunto –. Per il centenario dell’Unità al Pantheon andò il capo del governo Amintore Fanfani, ma nessun presidente della Repubblica c’è mai andato. Il presidente attuale non è solo l’undicesimo, ma il quindicesimo perché prima abbiamo avuto altri capi di Stato: quattro Re”.
“Credo che con l’apertura delle celebrazioni sia iniziata anche questa risalita dalla depressione provocata dagli attacchi al processo unitario – ha aggiunto – dall’atmosfera che c’era a Genova si coglie che invece il consenso popolare non è stato incrinato dalla campagna diffamatoria contro l’Unità d’Italia. Mi auguro che ci siano manifestazioni popolari senza simboli di partito”.
Infine Boschiero ha apprezzato la disponibilità del sindaco di Verona, Flavio Tosi, che ha messo a disposizione l’Arena per il concerto di tutte le bande militari in occasione delle celebrazioni.
“Se questo è vero – ha detto – questo è il sindaco che finora ha dimostrato di avere maggiore senso della realtà”. (Sod/Ct/Adnkronos)
 
DATA: 07.05.2010
   
150° DEL REGNO D’ITALIA: QUANDO GARIBALDI SALPO’ DA QUARTO L’ITALIA ERA GIA’ UNITA
editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 1 maggio 2010

    Nell’aprile-maggio del 1860 Torino faceva storia con Vittorio Emanuele II e Garibaldi. Ora la fa  con la visita di papa Benedetto XVI in coincidenza con l’ostensione della Sacra Sindone. C’erano e ci sono zone d’ombra: un tempo Cavour, ora altri poteri. Quell’Italia di 150 orsono è certo lontana dalla sensibilità odierna.  Ma il Re e il Generale la misero insieme.
    Il 20 aprile 1860 Pio IX nominò il belga Saverio de Merode ministro delle armi dello Stato pontificio. Il giorno prima una deputazione di romani, guidata da principe Emanuele Ruspoli, donò a Vittorio Emanuele II di Savoia un'emblematica spada  d’onore. La Città Eterna attendeva...
    Visitata Firenze, ove ebbe uno scontro durissimo con il suo primo ministro, Camillo Cavour, Re Vittorio il 1° maggio 1860 arrivò a Bologna  e fu accolto in San Petronio dal clero festante, deplorato dal cardinale Viale-Prelà. Nella cattedrale di Lucca i canonici cantarono Oremus  pro Rege, poi fu la volta del Duomo di Modena... Insomma il Re cuciva con il clero mentre i neogiacobini volevano lo scontro.
    Di mezzo vi era Cavour. In duro conflitto con il Re, il 2 maggio Cavour scrisse al Re che non avrebbe lasciato la presidenza del governo perché non si considerava un ministro qualunque e per dovere verso la Dinastia e l’Italia. “Dunque rimango” concluse, sapendo di fargli dispettosamente un favore. Bolliva in pentola la spedizione dei Mille. Il 29 aprile da Genova Garibaldi esortò Cavour a chiamare alle armi “ogni uomo capace di portarle”. A lungo indeciso se salpare o no alla volta della Sicilia, proprio quel giorno il Generale venne convinto da Francesco Crispi, che inventò un telegramma secondo il quale l’insurrezione patriottica a Palermo era vittoriosa. Un falso clamoroso, che all’epoca nessuno era in grado di smentire.
    A Torino Garibaldi e garibaldini non godevano grandi consensi elettorali e Cavour ne gongolava. Ma  il Generale aveva altre carte da giocare. Si considerava “l’azione posta al servizio di una grande idea”.  Il 5 maggio 1860 non fu un sabato come tanti. Sciabola  sulla spalla destra, seguito dallo stato maggiore dell’impresa (con Rosalia Montmasson a fianco di Crispi),  la sera tardi Garibaldi lasciò villa Spinola.  Confermò al Re che il suo programma era sempre: “Italia e Vittorio Emanuele”; e tramite il fido Biagio Caranti chiese a Cavour di dargli una mano o almeno di non  mettersi di traverso. Alle due di notte i piroscafi Piemonte e Lombardo presero il largo alla volta della Sicilia.
    Secondo Gaspare Finali “delle persone pensanti niuna approva la spedizione”. Ma la storia non è fatta solo di raziocinio. E’ anche passioni e azzardo. Del resto, come Cavour il 7 maggio scrisse a Costantino Nigra, il console inglese in Genova favorì la spedizione.
    Il Papa ora arriva a Torino dopo l’ennesimo incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, completo di scambio pubblico di elogi per la funzione che entrambi stanno svolgendo con apprezzamento di tutte le persone di buon senso. La visita fa riflettere che la Nuova Italia all’origine ebbe il falso telegramma portato da Crispi a Garibaldi il 29 aprile 1860 ma anche i tanti Te Deum celebrati per Vittorio Emanuele II da un clero memore del saluto augurale di Pio IX appena eletto, nel 1846: “Gran Dio, benedici l’Italia”.
    Il cammino verso il Regno d’Italia proseguì a zig-zag, costò sacrifici, ma oggi consente ai cittadini di vivere in pace: senza veli sul passato né velette per le strade. Schiena dritta e fronte alta. Oggi non vi sono due Italie. Ve ne è una sola. Quella dei cittadini.
Aldo A. Mola 
DATA: 06.05.2010
 
QUANTA GENTE

    Era il 5 maggio 1860  poco dopo  la mezzanotte quando lo “scoglio” di Quarto al Mare, all’epoca un piccolo comune del levante genovese distante 6 chilometri dalla città della Lanterna,  fece il suo ingresso nella nostra Storia Patria e nell’iconografia risorgimentale.
Il 2 aprile precedente, Giuseppe Garibaldi, “l’Eroe dei due mondi” è a Torino in veste di deputato eletto in vari collegi elettorali: Cicagna, Chiavari, Corniglio di Parma, Stradella di Piacenza e naturalmente nella sua Nizza, onde partecipare ai lavori del Parlamento non più subalpino e non ancora nazionale, scaturito dalle elezioni del 25 marzo precedente, alle quali parteciparono per la prima volta i rappresentanti dei “territori annessi”: Emilia, Romagna e Toscana. Nei suoi interventi non fece mistero della sua disapprovazione per la cessione di Nizza e Savoia, pronunciando frasi molto dure nei confronti  del  maggior responsabile: il conte Camillo Benso di Cavour capo del Governo.
Il 13 aprile, amareggiato per il destino della sua città ma sempre pronto a mettersi in gioco per l’Unità d’Italia, da Torino in treno si portò a Genova, alloggiando all’albergo della Felicità, ove ricevette la cittadinanza onoraria di Chiavari e Brescia. La sera di domenica 15 aprile, Garibaldi raggiunse Quarto, fissando la propria base operativa a villa Spinola di proprietà di Candido Augusto Vecchi, nativo di Fermo nelle Marche, amico di lunga data di Garibaldi, dimorando in una dependance, il “Casoun Gianco” (Casone bianco).
Erano settimane che centinaia e centinaia di patrioti, volontari, ex combattenti delle campagne del 1848, 1849 e 1859, stavano affluendo da tutta la Penisola a Genova. Sorvegliati e spiati dalle cancellerie europee che nella città avevano inviato loro emissari, ma anche dalla Polizia piemontese e borbonica. Tutti avevano intuito
che il nizzardo stava preparando un’altra delle sue famose imprese: il problema era quando, come e dove. Molti si aspettavano un “colpo di mano” contro Roma, nonostante la città dei Papi fosse difesa da una guarnigione francese ben armata, altri pensarono a Venezia o ad un’invasione dello Stato Pontificio dalle Marche, infine c’era chi aveva capito che questa volta l’azione era diretta contro un nemico apparentemente inattaccabile per la sua vastità, quel Regno delle Due Sicilie esecrato da molti come il simbolo dell’arretratezza socio-economica e del baluardo di un assolutismo paternalista ormai fuori dal tempo!
Ad ideare il progetto di una così ardita spedizione nell’estremità del Regno  borbonico, furono due esuli locali: Rosolino Pilo e Francesco Crispi. Il primo nell’aprile 1860 era ritornato nell’isola pochi giorni dopo la sfortunata insurrezione palermitana del mastro fontaniere Francesco Riso, repressa nel sangue dai Borbone con l’assalto al Convento della Gancia ove si erano asseragliati i rivoltosi. Tredici patrioti caduti prigionieri furono condannati a morte e fucilati il giorno 14, ma il fermento, l’agitazione patriottica dalle città si era spostato nelle campagne palermitane, catanesi e messinesi. Mentre Pilo nell’entroterra si prodigava a mantenere viva la protesta, Crispi convinse Garibaldi ad accettare di guidare la spedizione.
La vigilia della partenza, Giuseppe Garibaldi la trascorse scrivendo alcune lettere ad amici e sostenitori. La più importante la indirizzò ad uno dei suoi massimi e fidati collaboratori: il medico milanese Agostino Bertani che amministrava i fondi raccolti in tutta Italia per le imprese garibaldine., tra gli organizzatori della famose “Cinque Giornate” di Milano, già mazziniano e poi difensore della Repubblica Romana.
 “Mio caro Bertani, spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gli incarichi seguenti:
raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa;
procurare di far capire agli italiani che, se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo e con poche spese; ma che essi non avranno fatto il loro dovere quanto si limitino a qualche sterile sottoscrizione;
che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati, deve armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare. Con tale esercito l’Italia non avrà più bisogno di padroni stranieri che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;
che ovunque sono italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere gli animosi, e provvederli del necessario per il viaggio;
che l’insurrezione siciliana non soltanto in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono nemici da combattere.
Io non consigliai il moto della Sicilia, ma, venuti alla mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo aiutarli.
Il nostro grido di guerra sarà: Italia e Vittorio Emanuele. E spero che anche questa volta la bandiera italiana non riceverà strazio”.
Con affetto vostro G.Garibaldi
Poco dopo le 9 di sera, Garibaldi uscì tra due ali di folla da Villa Spinola circondato dai suoi aiutanti, rimanendo sorpreso dalla quantità dei volontari esclamando: “Quanta gente!” , diretto all’imbarco di Quarto. La gloriosa, irripetibile epopea dei Mille iniziava.
Partirono in 1.150, ne sbarcarono in Sicilia 1.069.

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 01.05.2010
   
RISORGIMENTO DIMENTICATO: L’ECCIDIO DI BOSCO

    Quando si tratta di denigrare e mistificare il Risorgimento i “soloni” sono sempre pronti ad intervenire per criticare l’operato sabaudo ed i protagonisti noti e meno noti di un’epoca straordinaria. Quando si vogliono elencare le “colpe” dello Stato unitario nel Mezzogiorno post-unitario,  eguagliandolo a quello nazista o al regime di Saddam Hussein, giornalisti  ed intellettuali, quelli che i Borbone avrebbero chiamato in modo dispregiativo, “pennaruli”, hanno sempre l’inchiostro facile, ma la  fretta di accusare gli altri, ha sempre nascosto i limiti e le colpe, per esempio, del regime borbonico. Nessuno di costoro nei loro libri ed articoli, negli ultimi mesi, ha ricordato l’eccidio di Bosco! Lo faremo noi…
Nonostante la dura repressione seguita ai moti del 1820 e 1821, i fermenti liberali e costituzionalistici non si erano mai spenti del tutto nel Regno delle Due Sicilie. Questi “focolai” di protesta crebbero notevolmente nell’estate del 1828 nel Cilento, quell’area montuosa della Campania meridionale che si protende a penisola tra i golfi di Salerno e Policastro. Qui un’alleanza composta da carbonari, intellettuali, sacerdoti, contadini e briganti, era sorta per sollecitare la monarchia borbonica a concedere la Costituzione. Fu proprio un prete, don Antonio De Luca, parroco di Bosco, con le sue omelie domenicali a dare il via alla protesta. Si unirono a lui i tre fratelli Capozzoli, capi di una banda che da tempo seminava il terrore nel salernitano. I rivoltosi incaricarono proprio i Capozzoli ad assaltare un deposito di armi a Palinuro, ma prima del loro arrivo vennero traditi da una spia, la stessa che per una fatale distrazione di Antonio Galotti, un altro dei capi della rivolta, aveva già informato la Polizia borbonica, dopo la distruzione delle linee di comunicazione telegrafiche tra il salernitano e Napoli.
Al grido di “Viva Dio Viva il Re” i partecipanti alla sommossa decisero anche senza armamento di marciare verso i centri abitati del circondario, invocando la concessione di una carta costituzionale sul modello francese del 1791. In tutte le chiese della zona si iniziò a cantare Te Deum per ingraziarsi la vittoria. A Camerota i patrioti riuscirono a disarmare i gendarmi e lo stesso avvenne nella frazione di Licusati. Il primo obbiettivo doveva essere quello di assaltare le truppe regie per renderle inoffensive per poi puntare alla liberazione dei tanti prigionieri politici. Giunti a San Giovanni a Piro, le campane iniziarono a suonare mentre la locale guarnigione si arrese subito. Quando venne deciso di celebrare il Te Deum, sia il parroco che il sindaco si rifiutarono innescando una violenta reazione dei rivoltosi. Nel vicino centro di Bosco, invece, la popolazione scese per le strade osannante, capeggiata da don De Luca così come a Montano. Tutto sembrava andare bene quando giunse la notizia che 8.000 soldati borbonici al comando del maresciallo Francesco Saverio Del Carretto (un ex carbonaro rinegato) stavano dirigendosi a marce forzate contro i ribelli. Affrontare in campo aperto l’esercito regolare sarebbe stata pura follia, un suicidio, per tanto accogliendo i consigli del canonico De Luca e degli altri capi dell’insurrezione, venne deciso che tutti si sarebbero dati alla macchia mentre altri decisero di arrendersi.
Al Del Carretto erano stati attribuiti i pieni poteri per reprimere senza indugi la rivolta cilentana ed insensibile comunque, alle direttive di moderazione che gli erano pervenute dai ministri Intonti e De’Medici, nonostante il primo fosse tra i fondatori della Polizia borbonica, i quali si fecero interpreti del pensiero di re Francesco I di non infierire sui vinti, il 7 luglio ordinò che la cittadina di Bosco fosse data alle fiamme, rasa al suolo, facendo spargere sale sulle rovine, con l’innalzamento di una colonna d’infamia a perpetua memoria del moto rivoluzionario del 28 giugno, composta dalle teste  dei primi prigonieri. Tutto questo per punirla per aver dato asilo ai “felloni”.
“S’imponeva con urgenza - scrisse il Del Carretto al ministro Intonti – un esempio capace di terrificare e convertire gli altri malintenzionati. L’incendio di Bosco ha prodotto un notevole cambiamento nei selvaggi e corrotti abitanti del distretto, trasformandoli in gente di tutt’altro genere”. A dire il vero gli scampati all’eccidio e gli insorti, circa 200, furono processati e poi o condannati a morte o imprigionati. Una delle sorti peggiori toccò all’anziano don Antonio De Luca ed ad un suo nipote anch’egli sacerdote: strappati gli abiti talari i soldati borbonici li fucilarono seminudi alla schiena come traditori!
Altri 27 sventurati furono decapitati e le loro teste in gabbie di ferro furono esposte in varie piazze della regione, chi sfuggì alla cattura come i fratelli Capozzoli, vennero in seguito perseguiti finendo anch’essi sul patibolo. Scrisse in quelle settimane, l’ambasciatore inglese a Napoli sir William Noel-Hill barone di Berwick: “Ho saputo che il cavalier de’Medici disapprova recisamente l’estrema severità con cui sono stati trattati i delinquenti….ha dichiarato…che essa è derivata soltanto dagli ordini del re, la cui febbrile apprensione non poteva in nessun altro modo venire placata…Tutte le brillanti speranze destate dall’avvento al trono dell’attuale sovrano (Francesco I di Borbone, n.d.a.) sono da lungo tempo estinte. Anche se, come qualcuno insiste nel credere che il personale desiderio del re mirerebbe al miglioramento e alla rigenerazione del popolo, è evidente che le perniciose influenze da cui è attorniato sono troppo forti per lasciar sussistere la sia per minima speranza nella sua capacità di attuarli. Il governo è oggi odiato più di quanto non lo sia stato mai sotto il suo predecessore (Ferdinando I di Borbone, n.d.a.).
Il 4 agosto 1828 un decreto reale soppresse il paese di Bosco e ne vietò la riedificazione.
Dobbiamo ringraziare agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, l’editore salernitano Galzerano per aver pubblicato con vari titoli e portato alla ribalta storica i fatti citati. Ma si sa che i “panni sporchi si lavano in famiglia”.

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 01.05.2010
   
UNITÀ D'ITALIA: BOSCHIERO (U.M.I.), MORALMENTE DELITTUOSO NON CELEBRARLA DEGNAMENTE
 
L'Agenzia di Stampa Adnkronos ha intervistato Sergio Boschiero riguardo alle celebrazioni per il 150° dell'unità d'Italia.
Sergio Boschiero davanti al Palazzo del QuirinaleRoma, 23 apr. (Adnkronos) - "Non celebrare degnamente il 150° anniversario dell'Unità d'Italia è un delitto figurato". Non usa mezzi termini il segretario nazionale dell'Umi, l'Unione monarchica italiana, nel commentare al'ADNKRONOS le dimissioni dal comitato dei garanti di alcuni membri, seguite a quelle del suo presidente Carlo Azeglio Ciampi, anche se queste ultime giustificate dall'ex Capo dello Stato per motivi di salute dovute all'età.
"La Lega Nord ha creato un clima di condizionamento, un'atmosfera ricattatoria sulle iniziative celebrative. E il governo Berlusconi - teme il segretario dell'Umi - rischia seriamente di subire questo ricatto, con tutte le conseguenze relative, compresa quella delle dimissioni in sequenza dal comitato. Ma festeggiare in tono volutamente minore l'anniversario dell'Unità d'Italia sarebbe un errore gravissimo e imperdonabile, moralmente delittuoso e inaccettabile".
Per Boschiero, "sarebbe anche grave tacere di fronte a questo evidente disinteresse, al quale guardiamo con crescente preoccupazione per la carenza di un forte impegno e di una volontà politica che lo accompagni. E questo nonostante il forte spirito patriottico che, lo riconosco volentieri da monarchico, è stato indubbiamente incarnato al Quirinale dal presidente Ciampi prima e ora dal presidente Napolitano".
(Bon/Gs/Adnkronos)
DATA: 26.04.2010


IL PRINCIPE CARLO UGO DI BORBONE

    Pochi giorni orsono ha compiuto 80 anni, ed è uno degli ultimi nipoti viventi dell’ultimo duca regnante di Parma, Piacenza, Guastalla e Stati annessi, Roberto I di Borbone (1848-1907), unitamente ai cugini Otto d’Absburgo-Lorena, Jean de Nassau già Granduca del Lussemburgo, Anna regina di Romania, Remy (figlio di Maria di Savoia) ed Isabella de la Rochefoucauld e di conseguenza bis-nipote di Vittorio Emanuele I  di Savoia Re di Sardegna. Parliamo di S.A.R. il Principe Carlo “IV” Ugo di Borbone nato a Parigi l’8 aprile 1930, figlio primogenito di François-Xavier Principe di Parma e della contessa Madeleine de Bourbon-Busset. Alla fonte battesimale fu chiamato “Hugues Marie Sixte Robert Louis Jean Georges Benoit Michel”, tuttavia il 28 giugno 1963 grazie ad una sentenza della Corte d’Appello de La Seine, essendo nato in Francia,  ottenne di chiamarsi “Charles Hugues”, e nel 1980 diventò cittadino spagnolo naturalizzato. La sua è una vita da romanzo per una serie di circostanze storico-politico. Il padre Saverio, era figlio di Roberto duca di Parma e della sua seconda moglie, l’Infanta Maria Antonia di Braganza, unitamente al fratello minore Sisto, durante la Prima Guerra Mondiale si arruolò nell’esercito belga, mentre i fratellastri di primo letto del padre scelsero quello austriaco. Nel 1917 il Principe Saverio tentò, con l’avallo del cognato Carlo I d’Absburgo-Lorena, marito della sorella Zita, di organizzare una pace separata tra Francia ed Austria ma il piano fallì. Decorato al termine del conflitto dagli Alleati, Saverio intraprese una lunga battaglia legale contro il fratellastro Elias, reggente del Ducato di Parma in quanto l’erede legittimo, Enrico I, unitamente agli altri maschi di primo letto di Roberto I erano nati con gravi problemi fisici, per la proprietà dello storico Castello di Chambord, non solo, Elias aveva riconosciuto come legittimo sovrano di Spagna il cugino Alfonso XIII, nonostante il padre avesse sempre sostenuto i diritti “carlisti” del pretendente don Carlos Maria, marito della sorella Margherita. Quando poi i genitori di Carlos Hugo si sposarono, Elias non riconobbe questa unione come dinastica e fu solo nel 1961 che ciò avvenne grazie al duca Roberto II il quale riconobbe anche lo zio Saverio quale suo erede per il Ducato di Parma non avendo lui discendenti. La madre, la contessa Madeleine, discendeva dall’antico casato dei  Busset, ramo primogenito dei Borbone, la grande casata reale francese, ma morganatico, quindi non dinastico.
Il 23 gennaio 1936 Saverio venne nominato reggente della “Comunione Tradizionalista Carlista” non essendoci altri parenti maschi prossimi, dall’anziano ultimo diretto erede di questi diritti sul trono spagnolo: l’Infante don Alfonso Carlos che morì qualche tempo dopo, accettando questa difficile eredità sintetizzata nel motto: “Dios, Patria, Fueros (governo locale, n.d.a.) e Rey”.
Nel secondo conflitto mondiale, Saverio si arruolò nuovamente nell’esercito belga, venendo poi arrestato dalla Gestapo con l’accusa di aver militato nella Resistenza francese, liberato dagli Alleati nel 1945 ottenne nuove decorazioni.
Il 20 maggio 1952 il Consiglio Nazionale della Comunità Tradizionalista, lo elesse legittimo successore al trono spagnolo col nome di “Javier I”. Durante il regime franchista, don Javier si dimostrò alquanto critico nei confronti del dittatore Francisco Franco e nel 1956 venne interdetto dal soggiornare in Spagna. Nel 1962 ci furono vari incontri tra il giovane Carlos Hugo ed il “generalissimo” il quale deciso a restaurare l’istituzione monarchica in Spagna, abilmente teneva rapporti con i vari pretendenti al trono: dal conte di Barcellona don Juan, padre dell’attuale sovrano, all’arciduca Carlo Pio d’Absburgo, ecc. Quando nel febbraio 1972 don Javier ebbe un grave incidente d’auto, Carlos Hugo divenne l’indiscusso leader carlista, dandogli un’impronta “socialista” avendone nuove adesioni, soprattutto in Navarra, la roccaforte del movimento ma alienandosi gli ambienti tradizionali del “movimiento” nell’esercito e negli apparati pubblici.
Il 20 aprile 1975 si aprì una nuova diatriba all’interno del carlismo, quando l’anziano Javier abdicò in favore di Carlos Hugo, ottenendone l’opposizione del figlio cadetto Sisto Enrico, rappresentante dell’ala tradizionalista. Se Carlos ottenne l’appoggio delle sorelle nubili, Maria Teresa, Cecilia e Maria de las Nieves, Sisto fu sostenuto dalla madre e dalla sorella maggiore Maria Francesca, rimasta vedova in questi giorni del principe Eduard Lobkowicz.
Fino alla sua morte, avvenuta il 7 maggio 1977, gli ultimi anni di don Javier I furono costellati da dichiarazioni, più o meno veritiere, nell’appoggiare alternativamente un figlio o l’altro, venendo spesso sottratto alle cure mediche in ospedale con fughe e rapimenti rocamboleschi ad opera dei vari figli, degni di una “spy story”.
Dopo l’ascesa al trono di re Juan Carlos I nel 1975 con la morte di Francisco Franco, il carlismo fu al termine del suo percorso storico, nonostante manifestazioni pubbliche e proclami. Il 9 magio 1976 a Montejurra in Navarra, il colle sacro del carlismo, due sostenitori di Carlos Hugo vennero uccisi da estremisti dell’estrema destra con la complicità degli ambienti filo-fascisti italiani, argentini e spagnoli. Quando gli spagnoli democraticamente, dopo gli anni del franchismo, ritornarono alle urne dal 1931, il movimento carlista riuscì ad eleggere un solo senatore nel 1977. In quelle del 1979, l’ala conservatrice del movimento ottenne un seggio alle Cortes. Da questa data il carlismo tramontò politicamente, raccogliendo consensi solo in qualche consiglio comunale. Nel 1979 Carlos Hugo abbandonò le sue pretese dinastiche carliste, raccolte dal fratello Sisto Enrico, diventando, per regio decreto di re Juan Carlos I, cittadino spagnolo nel 1980 come “Carlos Hugo de Borbon-Parma y Borbon”. Nel 2002 donò gli archivi dei pretendenti carlisti all’Archivio Historico Nacional, attirandosi le proteste di tutte le fazioni carliste.
Il 28 settembre 2003 ad Arbonne in Francia, Carlos Hugo ha riaffermato i suoi diritti sul trono spagnolo, annunciando di assumere il titolo di “conte di Montemolin”, concedendo ai suoi figli titoli carlisti: “duque de Madrid”
al figlio maggiore, “duque de San Jaime” al figlio cadetto, e “duquesa de Gernika” per una delle figlie. Non solo, il Principe ha sempre rivendicato il Gran Magistero del Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio, quale legittimo erede della Casa Farnese, opponendosi ai cugini Borbone delle Due Sicilie sia del ramo francese che spagnolo. Nella veste di Duca titolare degli antichi Stati Farnesiani, Carlos Hugo è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, ed in udienza dal Romano Pontefice, più volte,  assistito dai membri del suo seguito, tutti appartenenti alle più grandi ed illustri famiglie parmensi e piacentine. Tramite l’Ordine e la sua segreteria particolare, visita spesso il Ducato degli Avi, partecipando attivamente alla vita culturale di Parma e sovvenzionando restauri, mostre e non ha mai posto in discussione il processo unitario italiano.
Grande scalpore suscitarono le sue nozze il 29 aprile 1964 nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, con S.A.R. la Principessa Irene di Orange-Nassau, figlia della regina Giuliana dei Paesi Bassi e del principe Bernardo di Lippe, senza la partecipazione di nessun membro della famiglia reale olandese. Lui cattolicissimo, lei protestante, le nozze causarono una crisi politica e costituzionale, in quanto Irene perse per sé e per la discendenza i diritti sul trono “Batavo” , in quanto la legislazione olandese non permetteva che il monarca potesse, eventualmente, essere sovrano di una nazione straniera (la Spagna) e per di più di religione cattolica!
La coppia andò a vivere a Madrid  e divorziò nel 1981. I due sposi hanno comunque mantenuto ottimi rapporti. Quattro i figli nati da questa unione: Carlo Saverio (1970) Principe di Piacenza e duca di Madrid; Margherita (1972) contessa di Colorno; Giacomo Bernardo (1972) gemello della precedente, conte di Bardi e duca di San Jaime,  Maria Carolina (1974) marchesa di Sala Baganza. La Principessa Margherita contrasse un primo matrimonio nel 2001 con Edwin Karel Willem de Roy van Zuydewijn dal quale divorziò nel 2004 dopo essere stata coinvolta in un problema finanziario, che le causò l’allontanamento dalla corte dei Paesi Bassi. Nel 2008 la contessa di Colorno si è risposata con Tjalling Siebe ten Cate (1975), avendone una figlia: Julia Carolina Catharine ten Cate, riottenendo comunque il perdono della zia, la regina Beatrice I.
Anche il Principe ereditario Carlo Saverio, dal suo legame con Brigitte Klynstra ha avuto un figlio naturale, riconosciuto: Carlos Roderik Sybren Klynstra (1997); in queste settimane ha annunciato le sue nozze con la signorina Annemarie Gualthérie van Weezel.

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 26.04.2010
 
SOLIDARIETÀ ALLA POLONIA IN LUTTO
 
L'aquila polacca     Lunedì 12 aprile u.s. il Presidente dell'Istituto Nazionale delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon Dott Ugo D'Atri, assieme al Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero, hanno presentato le condoglianze delle rispettive associazioni all'Ambasciata di Polonia in Roma.
    I due esponenti hanno firmato un messaggio di cordoglio per la tragedia che nei cieli di Smolensk ha colpito l'intera rappresentanza civile e militare della Polonia che si apprestava a celebrare i valorosi  Caduti massacrati dai sovietici a Katyn.
DATA: 14.04.2010
  
ONORE AI CADUTI ANTICOMUNISTI DELLA GUERRA DI SPAGNA
 
Sabato 10 Aprile sono stati ricordati, con l'omaggio al Milite Ignoto ed una Santa Messa nella Chiesa di San Marco a piazza Venezia, i Caduti italo-spagnoli della Guerra di Spagna 1936-1939     Sabato 10 Aprile sono stati ricordati, con l'omaggio al Milite Ignoto  ed una Santa Messa nella Chiesa di San Marco a piazza Venezia, i Caduti italo-spagnoli della Guerra di Spagna 1936-1939. Numerose le delegazioni della associazioni combattentistiche e d'arma con labari e bandiere oltre ad una  delegazione spagnola di ex combattenti.
    Particolarmente nutrita la delegazione dell'Istituto per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon guidata dal Presidente Ugo D'Atri; al seguito dei tricolori sabaudi anche il Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero.
Sabato 10 Aprile sono stati ricordati, con l'omaggio al Milite Ignoto ed una Santa Messa nella Chiesa di San Marco a piazza Venezia, i Caduti italo-spagnoli della Guerra di Spagna 1936-1939
Sergio Boschiero, Ugo d'Atri e gli ufficiali presenti all'Altare della Patria

Sabato 10 Aprile sono stati ricordati, con l'omaggio al Milite Ignoto ed una Santa Messa nella Chiesa di San Marco a piazza Venezia, i Caduti italo-spagnoli della Guerra di Spagna 1936-1939
Le bandiere del Regno

Sabato 10 Aprile sono stati ricordati, con l'omaggio al Milite Ignoto ed una Santa Messa nella Chiesa di San Marco a piazza Venezia, i Caduti italo-spagnoli della Guerra di Spagna 1936-1939
Il corteo in piazza Venezia
DATA: 14.04.2010
   
RASSEGNA STORICA DEL RISORGIMENTO: LA LEGA DOGANALE ITALICA

Pio IX    E’ stato pubblicato il fascicolo IV – anno XCVI – della “Rassegna Storica del Risorgimento”, edito dall’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, presieduto da Giuseppe Talamo. Nell’interessante volume emerge con il ricordo del grande storico Alfonso Scirocco, curato da Renata De Lorenzo, il saggio “UN PAPA FEDERALISTA. PIO IX PROPONE NEL 1847 LA LEGA DOGANALE FRA GLI STATI ITALIANI” di Mario Di Gianfrancesco. Pio IX, la cui elezione al soglio pontificio il 16 giugno 1846 tante speranze aveva suscitato nello schieramento neoguelfo, propugnato dagli scritti di Gioberti, Balbo e D’Azeglio, aveva deciso di sondare la disponibilità a costituire fra gli Stati italiani una lega doganale – sul modello di quella tedesca –e dalla quale ci si aspettavano vantaggi economici ( unificazione dei mercati e riduzione dei dazi) e politici: incamerare le ormai evidenti richieste di unità e di indipendenza in un alveo riformista, che non dovesse necessariamente passare per la guerra all’Austria. Mons. Corboli – Bussi il 24 agosto 1847 venne inviato con il testo della proposta a Firenze e a Torino. Acquisito subito il parere favorevole di Leopoldo II, il prelato incontrò i ministri di Carlo Alberto, che valutarono con estrema attenzione il progetto anche in ragione del diverso peso economico del Piemonte sabaudo rispetto agli Stati Pontifici e alla Toscana, mentre l’idea della lega assumeva una rilevanza europea. Il 3 novembre 1847 i tre Stati firmarono un accordo preliminare per costituire una “Lega Doganale Italica”: una commissione da nominarsi avrebbe formato una “tariffa daziaria comune” e scelto “un equo principio distributivo dei comuni proventi” nell’auspicio che vi aderissero il ducato di Modena e il Regno delle Due Sicilie. La Lega, ove si fosse concretamente realizzata, avrebbe contribuito al percorso unitario nazionale e di questo si deve essere grati a Pio IX. Ma sia il governo estense che quello napoletano ( messo in difficoltà da continue insurrezioni e ostile a qualsiasi apertura), fortemente legati all’Austria e timorosi che gli accordi doganali preludessero – come era nelle speranze dei moderati italiani – a più stringenti intese politiche, preferirono non impegnarsi.  Mentre le Congregazioni provinciale e comunale di Milano chiedevano l’ingresso del Lombardo – Veneto nella Lega Doganale con tariffa distinta dagli altri Stati austriaci, imponenti manifestazioni in favore dell’accordo avvenivano a Genova, Reggio Emilia, Napoli e Palermo,  che il 12 gennaio 1848 insorgeva contro il regime borbonico. La decisione del Re di Napoli di concedere la costituzione  ( al precipuo scopo di incoraggiare – a suo dire- le fazioni più estremiste dello schieramento nazionale per poi più facilmente reprimerlo) obbligherà Firenze, Roma e Torino ad imitarlo. Il movimento liberale italiano si trasformava così da riformista in rivoluzionario: la prima guerra d’indipendenza era alle porte.
www.risorgimento.it 

Francesco Atanasio
DATA: 12.04.2010
   
SPECIALE SULLA SINDONE

Sul numero 14 di “Diva e Donna”, in edicola dall'otto aprile, la rivista dedica un ampio servizio, firmato da Antonio Parisi, alle vicende della Sacra Sindone che il Re Vittorio Emanuele III volle salvare dai bombardamenti e dalle bramosie esoteriche di Hitler.
    Alla fine del settembre 1939 la Sacra Reliquia fu segretamente trasferita nel Santuario Reale di Montevergine (Avellino), dopo una tappa al Palazzo del Quirinale a Roma.
Fu riconsegnata alla Chiesa torinese nel giugno 1946, pochi giorni dopo la partenza del Re Umberto che aveva dato il Suo consenso.

LA SINDONE SU RAI 2

Lunedi' 12 aprile, alle ore 23,30, documentario sulla Sacra Sindone.

DATA: 09.04.2010
   
IL PRINCIPE UMBERTO IN UN ACQUARELLO

Mosca: S.A.R.il Principino Umberto di Savoia-Aosta in un acquarello dipinto dalla nonna, la Principessa Marina di Grecia.

Mosca: S.A.R.il Principino Umberto di Savoia-Aosta in un acquarello dipinto dalla nonna, la Principessa Marina di Grecia.

DATA: 06.04.2010
     
LA LEGA E L'UNITA' NAZIONALE

E' innegabile che la Lega Nord sia uscita vittoriosa dalle ultime elezioni regionali e amministrative.

Non ci siamo uniti ai peana né sappiamo ancora se il successo leghista sia un merito per Berlusconi

o l'anticipazione di una coabitazione sempre più complessa.

Osserveremo la lega su queste tematiche: rispetto per il tricolore ed il Risorgimento, celebrazioni per il 150° anniversario del Regno d'Italia e dell'unità nazionale, costi previsti per realizzare il federalismo, difesa della famiglia tradizionale, difesa della lingua italiana anche nei rapporti internazionali.

L'Unione Monarchica Italiana non ha pregiudizi ed auspica che la Lega corrisponda alle aspettative

di molti, nella visione degli interessi generali dell'Italia e del suo popolo.

DATA: 06.04.2010
 
ALESSANDRIA: PROPOSTA INTITOLAZIONE A EDGARDO SOGNO

Edgardo Sogno    “Disporre l’intitolazione di una via o di una piazza (o di qualunque altro spazio pubblico compreso nel territorio comunale) a Edgardo Sogno”: è quanto chiedono i Consiglieri Comunali Mario Bocchio (primo firmatario), Fabrizio Priano (Capogruppo FI-PdL), Maurizio Sciaudone e Carmine Passalacqua.
    “Sogno ha rappresentato con amore, passione e dedizione i caratteri più nobili dell’uomo a servizio delle Istituzioni, del Piemonte e dell’ Italia senza mai risparmiarsi e meritando la stima, il rispetto e la considerazione di tutti quanti ebbero a conoscerlo al di là degli schieramenti e delle logiche di partito – spiegano Bocchio e Priano - Il ricordo della sua onestà, della sua rettitudine morale e del suo amore per la libertà e la democrazia rappresentano chiaro esempio per tutti coloro i quali svolgono attività politica e ricoprono incarichi istituzionali”.
    Il torinese Edgardo Sogno (29 dicembre 1915-5 agosto 2000), fu leggendario comandante partigiano, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, ambasciatore, scrittore, statista, apostolo strenuo della libertà e della democrazia.
    “Venne perseguitato dalla Magistratura, che lo accusò di voler ordire un golpe, solamente perché fu un convinto oppositore del comunismo- concludono Bocchio e Priano - risulta sicuramente meritevole e degno di particolare riconoscimento, sia pure soltanto purtroppo alla memoria posta la sua scomparsa, per tutta l’opera da lui svolto a servizio delle istituzioni. Sogno è anche la dimostrazione che la Resistenza non fu un fatto solamente dei comunisti”.

DATA: 06.04.2010
   
A PROPOSITO DI CARLO CATTANEO....

    Quando vogliamo narrare la vita di un personaggio famoso è molto facile soffermarsi sulle “ovvietà” dette o sulle azioni più eclatanti conosciute senza approfondire le altre sfumature della vita di questi, le quali spesso raccontano una personalità totalmente diversa. E’ il caso per Carlo Cattaneo (1801-69), filosofo, scrittore, politico e patriota. Allievo del Romagnosi, di formazione positivista, fu teorico del progresso tecnico-scientifico per migliorare le condizioni, anche economiche dell’Italia, ed è ricordato per le sue idee federaliste, il forte liberalismo e la laicità del suo pensiero.
    L’occasione per riscoprire Cattaneo è arrivata in questo 2010 vigilia del 150° anniversario della nascita dell’Italia, con l’inaugurazione del “Centro internazionale insubrico Carlo Cattaneo e Giulio Preti”, fondato nella sede dell’Università degli studi dell’Insubria (Varese e Como, n.d.a.) e diretto dal professor Fabio Minazzi, ordinario di filosofia teoretica e fortemente sponsorizzato dai massimi dirigenti della Lega Nord, con la presentazione di un ricco archivio storico, inedito, nel quale è comparso un carteggio del tutto sconosciuto del Cattaneo intrattenuto  con altri protagonisti del Risorgimento, primo fra tutti Garibaldi. In queste lettere pervenute ai nostri giorni grazie alla raccolta dell’avvocato Guido Bersellini, ex partigiano, discendente della famiglia di editori svizzeri Capolago, che stampò molte pubblicazioni di Cattaneo, emerge un Cattaneo che fu invitato da Garibaldi a mediare con Cavour per concordare a quale società si potesse affidare la costruzione delle ferrovie meridionali all’indomani dell’Unificazione, mediazione gentilmente rifiutata. In altre lettere Cattaneo, ormai rassegnato a vedere la nascita di un’Italia unita sotto i Savoia, invita il “dittatore Garibaldi” a difendere la corrente repubblicana, ricordandogli comunque l’obbiettivo demo-federalista nevralgico di “Venezia e Roma!”. Secondo il deputato varesotto del Pd, Daniele Marantelli, unico politico non leghista membro della fondazione “Carlo Cattaneo”, “Egli era prima di tutto favorevole all’unità della nazione…In Cattaneo non si trovano venature separatiste, perché è stato un teorico della libertà e della difesa dei diritti dal basso…Ci sono, certo, gli scritti nei quali consegna, per esempio, al futuro Presidente del Consiglio, Francesco Crispi, il messaggio che ogni fratello padrone a casa sua, ma ci sono anche scritti ad alto tasso unitario, nei quali esprime tutta la sua adesione all’unità d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia”. In questa documentazione vi è solo da confermare la sua nota avversità all’istituzione monarchica.
    Non bisogna dimenticare che il pensiero di Cattaneo nacque al’interno di un programma riformista da attuarsi nell’Impero austro-ungarico, del quale la Lombardia era parte vitale seppur osteggiata dal governo centrale viennese, onde favorire una maggiore autonomia amministrativa e politica delle diverse nazionalità che componevano la monarchia absburgica.
    Tentò, giunto a Napoli nel settembre 1860,  di convincere Garibaldi a dare vita ad un duplice Parlamento, siciliano e napoletano, per negoziare un’eventuale unione federale con il Regno Sardo, ma il nizzardo intuì meglio di Cattaneo, che in quelle circostanze, l’Italia avrebbe avuto maggiori probabilità di sopravvivenza, nel contesto nazionale ed europeo, solo ed esclusivamente con un governo centrale con a capo la monarchia sabauda, l’unica tra quelle della Penisola, che aveva difeso con le armi la propria indipendenza e le libertà civili!
    Ecco dunque il suo rifiuto a candidarsi al Parlamento nazionale nel 1861 e quando eletto nel 1867 il suo diniego a giurare fedeltà al Re. Da Croce a Montanelli, da Rumi e Nobbio, fino a Miglio e Bossi, tutti hanno esaltato Carlo Cattaneo, forse perché l’Italia da lui immaginata non è mai esistita, ecco perché condividiamo la tesi del professor Sergio Romano che non lo annovera tra i “padri del Risorgimento”, bensì tra i “creatori dell’Italia moderna”.
    Per quanto riguarda poi la materia principale degli studi del Cattaneo, ossia il “federalismo”, tutti ne parlano da un quarto di secolo, tutti lo vogliono, nessuno lo rifiuta ed è diventato più che una progettualità concreta, una parola dai mille significati da tutti interpretano a proprio uso e consumo nelle tornate elettorali.
    Avendo come modello di società il liberal-capitalismo, Cattaneo propugnava, per ridurre i motivi di contrasto, di rendere le singole individualità più autonome possibili, libere di aggregarsi e di costituirsi sulla base di comuni interessi etnici, linguistici e culturali. Così come per lui la proprietà acquistata legittimamente, essendo fonte di ricchezza, era inviolabile. Già nel 1844, prima ancora che Marx pubblicasse il suo “Manifesto”, si oppose al comunismo, perché “demolirebbe la ricchezza senza riparare alla povertà, e sopprimento fra gli uomini l’eredità e per conseguenza la famiglia, ricaccerebbe il lavoratore nell’abiezione degli antichi schiavi, senza natali, senza onore”.
“L’homme le plus éminent de la Lombardie”, come lo presentò Mazzini al governo francese nel 1848 quando membro della “Giunta insurrezionale” milanese si recò a Parigi per chiedere aiuto ai francesi contro gli austriaci, fu a differenza di questi, favorevole nel 1854 all’invio del corpo di spedizione piemontese in Crimea, così come plaudì ai colloqui tra Napoleone III e Cavour (suo acerrimo nemico) per dar vita ad un’Italia confederale suddivisa in 4 grandi Regni. Fu anche fautore della “nazione armata”, contro la casta professionista dei militari, col motto: “Per fare l’Italia armata, militi tutti, pretoriani nessuno”.
    Il nostro giudizio non può che essere positivo per l’apertura di questo archivio il quale ci consegna un Cattaneo diverso da quello studiato, quindi il nostro voto è un 9 per coloro che hanno avuto il merito ed il coraggio di ristabilire alcune verità su questa discussa personalità.

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 06.04.2010
   
PERCHE’ I RE D’ITALIA SONO (E DEVONO ESSERE) SEPOLTI NEL PANTHEON

I Sovrani in esilio       L’Italia perse la sua unità in epoca longobarda e da allora rimase divisa, frammentata, alla mercè dello straniero, fino a quando il Re Vittorio Emanuele II “le sparse membra della Patria raccolse in Roma”.
   L’Italia ha avuto quindi varie dinastie regionali, alcune autoctone, altre straniere. Diverse di esse hanno ben governato il loro Stato, sono state illustri per la promozione delle arti e della cultura. Hanno ben meritato l’affetto dei sudditi di allora.
   Una sola però è la dinastia nazionale, quella dei Savoia, la cui missione storica è stata l’Unità della Patria, bene supremo della Nazione. Unità vaticinata dai nostri grandi spiriti, Dante, Petrarca, Machiavelli, Alfieri, ed altri.
   Dal nido fra le Alpi, la Dinastia millenaria, l’Aquila sabauda ha volto lo sguardo verso le valli e la pianura dove ha esteso progressivamente il suo dominio fino a diventare il caposaldo essenziale del glorioso Risorgimento che ha portato all’unificazione.
   E’ poiché i Savoia sono la Dinastia nazionale, le loro salme riposano e devono riposare nella capitale dello Stato unitario, Roma, nel Pantheon romano. Nessuna altra soluzione è ammissibile, è accettabile, è ipotizzabile.
   Nell’auspicio che il 150° del Regno d’Italia e dell’Unità induca la nostra classe politica a prevedere il rientro in Patria delle salme di Vittorio Emanuele III e di Umberto II, di Elena e di Maria Josè, dobbiamo affermare  alto e chiaro che solo il Pantheon le attende.
Nessuna altra soluzione è immaginabile.
   Questo era del resto il fermo desiderio di Umberto II, espresso più  volte in colloqui privati e in interviste, durante i suoi 37 anni d’esilio.
   Solo eventi gravissimi e tragici, come rivoluzioni o sommosse o guerre, potrebbero giustificare la traslazione dalle attuali sepolture, dalle attuali sedi in luoghi diversi dal Pantheon.
   E’ bene inoltre ricordare che in Egitto e in Francia i nostri ultimi Sovrani in esilio furono accolti con onore, considerazione, simpatia e affetto, sentimenti che perdurano fra le popolazioni che hanno il vanto di ospitare le loro Salme.

Giulio Vignoli
già Prof. di Diritto internazionale Università degli Studi di Genova
DATA: 01.04.2010
     
IN LIBRERIA IL NUOVO LIBRO SU ZARA DI PAOLO SIMONCELLI

Simoncelli - Zara    Il 21 settembre 2001 Ciampi firmava il decreto di conferimento della medaglia d’oro al valor militare al gonfalone dell’ultima amministrazione italiana di Zara. La relativa, solenne cerimonia politico-militare convocata al Quirinale per la mattina del 13 novembre seguente, venne d’improvviso rinviata con risibili pretesti. Il decreto, mai revocato, comunque non avrebbe più avuto seguito.
Si snoda da qui una vicenda nascosta, un giallo politico-diplomatico con corredo di importante documentazione che esamina già le intenzioni di altri presidenti della Repubblica di onorare il tragico destino patito dal più distrutto capoluogo di provincia italiana, Zara, nel corso dell’ultimo conflitto. Un giallo che affronta i difficili rapporti con la Jugoslavia prima e la Croazia poi; che ricostruisce le angosce diplomatiche italiane di fronte alla logica storica. La via intrapresa di onorificenze alternative compone un mosaico inimmaginabile di paure e soprattutto di ipocrisie. Ne risulta un quadro politico-istituzionale ineffabile, ma tradizionalmente antitetico alla sensibilità nazionale (c’è da sperare che il 150° dell’Unità induca al “coraggio”?).

Simoncelli Paolo: Zara, Due e più facce di una medaglia
Collana La Nuova Meridiana - 67
ISBN 9788860873538 Anno 2010, Pagine 140

DATA: 31.03.2010
   
COMUNICATO STAMPA DELLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO
 
   LA CONSULTA DEI SENATORI PLAUDE
all’esito delle votazioni per il rinnovo dei Consigli Regionali.


    La Consulta dei Senatori del Regno plaude alla vittoria di forze autenticamente popolari, quali la Lega e il Partito della libertà, nel rinnovo dei Consigli Regionali (28-29 marzo 2010), mentre urge  superare il bicameralismo perfetto nel quadro di nuovi equilibri tra Capo dello Stato, esecutivo, legislativo e ordine giudiziario (non “potere”, men che meno “di veto”).
    Gli autentici liberali, ai quali va il merito della costruzione dello Stato, ora possono riprendere ad armi pari la battaglia per la verità della storia, manipolata e falsata per decenni nelle aule scolastiche e nella divulgazione.
    Il cammino da compiere per restituire all’Italia la dignità civile basata sulla memoria storica  è lunghissimo, ma l’esercizio delle virtù cardinali fu e sarà sempre premiato.
Forte del consenso dei cittadini anche in una Regione paradigmatica quale il Piemonte, lo Stato può assumere le forme centocinquant’anni orsono proposte da statisti quali Camillo Cavour e Marco Minghetti: unità e federalismo. 

Roma,
30 marzo 2010 

Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
DATA: 30.03.2010

OPINIONI:
FUTURO E MEMORIA DEL PIEMONTE
 
articolo di Aldo Mola pubblicato sul Giornale del Piemonte del 28.III.2010

   La parola è agli elettori. In Piemonte la scelta  è netta: o con la maggioranza di governo o con l’opposizione. O  Roberto Cota, espressione della coalizione governativa, o la presidente scadente, che guida un ventaglio di liste comprendente i nostalgici dello stalinismo, ansiosi di riprendere  il sopravvento. Rileggiamo quanto dichiarò un candidato delle sinistre: “Berlusconi lo vorrei vedere davanti al plotone di esecuzione, insieme a tutta la sua ghenga”. L’odio. Quello degli “anarchici informali” contro Roberto Maroni, ottimo ministro dell’Interno. In queste ore se ne debbono ricordare i “moderati”. La sinistra massimalista ha  sempre vezzeggiato i fiancheggiatori, usati come specchietto per le allodole, spremuti e gettati via, come si fa con libertari incapaci di distinguere tra libertà nell’ambito delle leggi e anarchia.
    Su scelte di fondo e temi sensibili, per cinque anni la coalizione Bresso è stata dominata dall’estremismo radicale. Ora il Piemonte non ha più tempo da perdere. L’Europa esige decisioni. Per contare il Piemonte deve far leva sulla continuità tra il governo locale e quello nazionale: Partito della libertà e Lega. La vittoria dei partiti di governo alle elezioni regionali è necessaria per restituire slancio alle riforme istituzionali, da troppo tempo al palo, in un quadro internazionale preoccupante, con un Vicino e Medio Oriente percorsi da tensioni, guerre guerreggiate e troppe  incognite.
    Il voto si svolge in un clima sereno, a  conferma di quanto sia falso che l’Italia è un regime. Badiamo ai fatti: prima che i seggi si sono aperti centinaia di siti monumentali per iniziativa del FAI: è un patrimonio culturale  straordinario disprezzato dalla cultura “rivoluzionaria” che l’ ha sempre liquidato come espressione di casta o di classe o “dei preti” e quindi da cancellare con tasse e con l’organizzazione dell’oblio.
    Nel 150° dell’unificazione il Piemonte deve fare un passo in avanti. Non basta aprire una tantum le porte di antichi palazzi. Deve riportare in Italia le salme dei re tuttora all’estero: Vittorio Emanuele III, che se ne andò come conte di Pollenzo e giace ad Alessandria d’Egitto, e Umberto II, conte di Sarre, morto a Ginevra dopo 37 anni di esilio, sepolto ad Hautecombe. Se a Roma il Parlamento non vorrà o non saprà fare la sua parte, per quei due simboli della propria storia il Vecchio Piemonte ha Superga  e il santuario di Vicoforte, ove riposa Carlo Emanuele I. Il passato  appartiene a tutti, qualunque giudizio se ne voglia dare. Restituire alla loro terra le salme dei re non significa esaltarne le figure. E’ solo la prova che siamo pronti a conoscere il passato liberi dall’odio: quell’odio che una certa opposizione ha seminato e semina sognando di mettere l’avversario davanti al plotone di esecuzione.
    Anche di questo occorrerà  discutere a urne chiuse e a schede scrutinate, proprio per mostrare che il Piemonte è consapevole della propria storia millenaria ed è davvero civile.  

Aldo A. Mola
Presidente della consulta dei Senatori del regno
DATA: 30.03.2010
 
ESAMI DI STORIA
 
    Dispiace che un bravo giornalista come Pino Aprile, per molti anni a capo di testate importanti, da “Oggi” a “Gente”, collaboratore di Sergio Zavoli nella sua famosa inchiesta “Viaggio nel Sud”, ed alla messa in onda di rubriche di apprendimento come “TV7” ecc., ha “sposato”, come tanti, la causa di un revisionismo anti-risorgimentale ed anti-sabaudo che, purtroppo, ben conosciamo e con il quale ci confrontiamo da lustri!
Nel suo ultimo saggio, “Terroni” – Piemme edizioni – il dottor Aprile, pugliese, accomuna l’esercito piemontese ai nazisti della strage di Marzabotto, ai marines delle operazioni più discusse in Iraq, assimilando le popolazioni meridionali post-unitarie agli Ebrei “travolti dall’Olocausto”, arrivando a contabilizzare in un milione di persone, le vittime dell’esercito italiano nel Mezzogiorno!!!!
Ed ancora: “Una parte dell’Italia, in pieno sviluppo, fu condannata a regredire e depredata dall’altra, che con il bottino finanziò la propria crescita e prese un vantaggio, poi difeso con ogni mezzo, incluse le leggi…Il Sud fu unito a forza, svuotato dei suoi beni e soggiogato, per consentire lo sviluppo del Nord…E non avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera…Che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo, terzo, dopo Inghilterra e Francia…”, e tanti altri “non sapevo” per accusare il Nord di ogni nefandezza politica, sociale, economica, morale ai danni del Sud.
Sarebbe ripetitivo ribattere personalmente al dottor Aprile, in quanto ho divulgato in questi anni  dati e fatti inconfutabili sull’arretratezza del Regno borbonico, il quale, terza potenza mondiale, collassò velocemente in poche settimane…
Mi affido alla risposta del dottor Mario Cervi, già collaboratore di Montanelli, giornalista, storico, il quale dalle colonne del “il Giornale” ricorda al collega che “ogni anno dal Nord arrivano al Sud ben 50miliardi di euro, domandandosi poi come un progressista come l’Aprile possa difendere uno Stato ove i cardini erano “Trono ed Altare”; porre sotto accusa l’amministrazione piemontese che giunse nel Mezzogiorno – continua Cervi – è fuorviante, in quanto oggi la maggioranza dei burocrati che amministra l’Italia è meridionale, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti”.
Affermare, aggiungo,  che i Mille erano degli “avanzi di galera” mortifica una delle pagine più gloriose della nostra storia, quella che vide nei giorni precedenti il 5 maggio 1860 radunarsi a Villa Spinola, nella capitale ligure, centinaia di volontari, nella maggior parte giovani, provenienti da tutta l’Italia settentrionale, tra di loro il 69enne genovese Tommaso Parodi e l’undicenne Giuseppe Marchetti di Chioggia. Nello specifico i  1.089 che sbarcarono a Marsala risultavano così suddivisi per provenienza regionale: 435 lombardi, 163 liguri e nizzardi, 151 veneti, 11 trentini, 1 altoatesino, 21 friulani, 29 piemontesi, 39 emiliano-romagnoli, 82 toscani, 5 umbri, 11 marchigiani, 9 laziali, 1 abruzzese, 17 campani, 18 calabresi, 4 pugliesi, 1 lucano, 42 siciliani e 3 sardi.
Per metà erano operai, il resto studenti, professionisti, artigiani. La città che diede più volontari fu Bergamo, seguita da Genova, Milano, Brescia e Pavia. Partirono verso l’ignoto con l’entusiasmo sciagurato delle grandi imprese, contro il più antico ed esteso Stato della Penisola con 9 milioni di abitanti,  una capitale, Napoli, la più popolosa dell’Italia ma anche la più miserabile. Miseria ed analfabetismo erano le prime credenziali del Regno borbonico, ove le masse contadine erano abbruttite e sfruttate, con un poverissimo proletariato urbano, con una borghesia ed una nobiltà parassitarie, sorde ed arroganti, ove la vivace e colta “intellighenzia” era stata costretta al silenzio ed all’esilio dal Governo. Queste, purtroppo, caro dottor Aprile le inconfutabili verità della Storia, quella con la “S” maiuscola.
Il nostro voto non può essere che negativo per un’opera che vuole essere saggio e divulgazione storica, ma già letta ed arciletta, insomma un bel compitino copiato: voto 3.
BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 30.03.2010
   
SAVOIA: UNA FAMIGLIA ITALIANA
 
articolo di Aldo Mola pubblicato sul Corriere della Sera di Sabato 27 Marzo 2010, pag. 23

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia con il Prof. Mola e la Presidente della Provincia di Cuneo Gianna Gancia    Tornare alla propria terra. Separarsene per sempre. Sono i dilemmi e i drammi di tanti; nei secoli li vissero anche i Savoia. Nel maggio 1814 al quarantacinquenne Vittorio Emanuele I non parve vero di tornare re dalla Sardegna a Torino. Restaurato sul trono pretese di cancellare vent’anni di storia.
    Nel 1796 l’Armata d’Italia di Napoleone Bonaparte aveva disfatto i generali del regno di Sardegna, sacrificati dall’Impero d’Austria. Due anni dopo Carlo Emanuele IV fu costretto ad isolarsi in Sardegna. Il Piemonte venne incorporato dalla Repubblica francese e poi da Napoleone I.  Devotissimo, il re pensò che fosse una penitenza necessaria.
    Il Regno di Sardegna  era frutto di sette secoli di contese, guerre, acquisizioni, acquisti veri e propri, dedizioni, eredità. Il fondatore della dinastia, Umberto dalle Bianche Mani, è avvolto nella leggenda: sassone, borgognone, provenzale o italico? Conte  di Savoia, Belley e in Moriana, fu feudatario del sovrano della Borgogna, relitto dell’impero di Carlomagno diviso tra Francia, Germania e la Lotaringia. I conti di Savoia capirono presto di non avere molto spazio in Francia. Parteciparono a tutte le imprese dell’Europa cristiana: crociate e spartizione dell’Impero di Bisanzio con titoli da spendere al tavolo delle alleanze. Nel 1946 Vittorio Emanuele d’Italia ancora era Re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia... E possedeva la Sacra Sindone, da suo figlio Umberto donata al Papa.
    La fantasia è smisurata, la realtà pragmatica. I conti accrebbero i domini. Amedeo VI ottenne la dedizione di vari comuni. Nel 1388 suo figlio, Amedeo VII, mise a segno il colpo grosso: Nizza Marittima. Amedeo VIII fece di più. Duca di Savoia dal 1415, ingrandito e riordinato lo Stato, lasciato il potere per l’eremo di Ripaille, nel 1439 fu eletto papa col nome di Felice V. Attinse il Cielo.
    La Savoia era  uno Stato frontaliero, esposto ai venti delle grandi potenze: tanti valichi sulle Alpi e un’ampia pianura difficile da difendere. Perdute la Savoia e Nizza, nel 1553 Carlo III il Buono morì a Vercelli in un Piemonte devastato. Sembrò la fine. Invece nel 1557 suo figlio Emanuele Filiberto sconfisse Enrico II di Francia per conto di Filippo II di Spagna. La pace di Cateau Cambrésis  nel 1559 gli confermò il ducato, ma dovette riconquistarselo cominciando da Nizza e dalla fedelissima Cuneo. Mentre la Francia precipitava nelle guerre di religione tra cattolici e ugonotti, nel 1561 concesse ai Valdesi libertà di culto nelle loro valli: caso unico di tolleranza nell’Europa che obbligava i sudditi a praticare la religione del  sovrano: cuius regio eius et religio.
    Con Emanuele Filiberto Casa Savoia scelse il Piemonte. Trasferì la capitale da Chambéry a Torino, adottò l’italiano quale lingua ufficiale, restaurò l’Università e sostituì gli statuti comunali con le proprie leggi. Fece anche grande politica. Nel 1571 tre navi sabaude furono fulcro della flotta che a Lepanto fermò l’avanzata di turchi-ottomani, vittoria solennizzata da papa Pio V, nativo di Bosco Marengo, con la  devozione alla Madonna del Rosario. La strada era tracciata. Ma seguitarla non fu semplice. Suo figlio, Carlo Emanuele I, guerreggiò mezzo secolo per annettere il Saluzzese in cambio di ricchissime terre d’Oltralpe, il marchesato del Monferrato, e persino la Provenza. Tante ne pensò, parecchie ne fallì.
      Tra  Sei Settecento Vittorio Amedeo II riassunse speranze e delusioni, sconfitte e vittorie. Nel 1690  fu travolto presso Staffarda dal maresciallo di Francia Catinat che applicava la “terra bruciata”. Luigi XIV, il re Sole,  nel 1706 assediò Torino, salvato dall’arrivo di Eugenio di Savoia con un esercito imperiale. A Vittorio Amedeo bastava battere il piede per veder scaturire guerrieri da ogni parte. Anche la Savoia fece la sua parte. Gli era devota. Con la pace di Utrecht, nel 1713 Vittorio Amedeo II ebbe la corona di re di Sicilia. Modernizzò lo Stato, anche dopo il cambio dell’isola del Sole con la Sardegna, meno appetita e meno rischiosa. Suo figlio, Carlo Emanuele III, ne continuò l’opera.
   Nei secoli conti duchi e re sabaudi coltivarono sapientemente la politica matrimoniale. Adelaide signora di Torino, Gisla di Borgogna, Iolanda di Monferrato, Bianca Maria Sforza, Beatrice di Portogallo, Margherita di Francia,  Caterina di Spagna, Maria Giovanna Battista di Nemours, Polissena Cristina di Assia ..., non furono solo ritratti di una galleria di famiglia ma timone per navigare tra guerre e paci, prima che lo stato patrimoniale divenisse monarchia rappresentativa. Anche le nozze di Vittorio Emanuele di Napoli con Elena di Montenegro (1896) e quelle di Umberto di Piemonte con Maria José del Belgio (1930) furono politiche.
   Vittorio Amedeo III completò l’opera degli antenati sposando Maria Antonietta di Borbone –Spagna e legò il regno alla Francia e all’Impero con le nozze dei figli, Carlo Emanuele IV e  Vittorio Emanuele. I Savoia erano dunque il perno delle grandi alleanze, ma la Rivoluzione francese infranse tutto. Dal 1792 il regno fu investito dall’Armata di Francia: sei anni di guerra  durissima, finita con la sconfitta e l’ “esilio” in Sardegna. Carlo Felice sposò Maria Cristina di Borbone proprio quando il padre, Ferdinando IV, fu cacciato da Napoli e costretto a rifugiarsi in Sicilia sotto tutela dell’inglese lord  Bentinck. L’unione dei Savoia coi Borbone era la lega dei perdenti?
   Nel 1814 la Restaurazione capovolse il corso della storia. Oltre agli antichi domini Vittorio Emanuele I ebbe la repubblica di Genova. Sette anni dopo i liberali piemontesi chiesero la costituzione. Per non tradire il giuramento di non concederla mai, Vittorio Emanuele I abdicò a favore di Carlo Felice, alla cui morte la corona passò a Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano, parente in tredicesimo grado, perché così vuole la successione in Casa Savoia: di maschio in maschio (legge salica), nati da matrimoni autorizzati dal Capo Famiglia ( regie patenti del 1780-82).
   Dopo trent’anni di esitazioni il 4 marzo 1848 Carlo Alberto concesse lo Statuto, adottò il tricolore italiano, decretò che la differenza di culto non discrimina i regnicoli, fece guerra all’Austria per l’indipendenza d’Italia, perse, abdicò, morì esule,  italo Amleto “per tant’anni bestemmiato e pianto”, come ne scrisse Carducci in Piemonte.  Suo figlio, Vittorio Emanuele II, appena ventinovenne, ereditò il “brut fardèl”, il peso della Corona. Nel luglio 1858 autorizzò gli accordi segreti di Plombières tra Cavour e Napoleone III di Francia: la cessione di Nizza e della Savoia, valli monti e mezzo milione di abitanti, in cambio di Lombardo-Veneto, ducati padani, Emilia Romagna e poi chissà...
   Dopo le vittorie franco-piemontesi sull’imperatore d’Austria, l’armistizio di Villafranca e la pace di Zurigo del 10 novembre 1959, il 24 marzo di 150 anni orsono il patto venne saldato con la cessione avallata da un plebiscito. “Monsù Savoia” risultò straniero all’Italia come il nizzardo Giuseppe Garibaldi. Figlio di Maria Teresa di Asburgo-Lorena e marito di un’altra Asburgo, congiunto di Francesco II delle Due Sicilie,  quando il 17 marzo 1861 divenne re d’Italia Vittorio Emanuele aveva una figlia sposa di Gerolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III, un’altra regina di Portogallo, un figlio, Umberto, destinato alla corona d’Italia e un altro, Amedeo duca d’Aosta, poi re di Spagna.
    Dopo la cessione della Savoia il francese non fu più lingua ufficiale al Parlamento ma molti savoiardi rimasero fedelissimi al loro re. Fu il caso di Luigi Pelloux, presidente del Consiglio a fine Ottocento. Nei Savoia rimase la nostalgia della patria smarrita: un pensiero costante di Vittorio Emanuele III  nell’esilio in Egitto e di Umberto II a Cascais in Portogallo. Il secolare percorso a spirale, dalle vette ai mari, si chiuse nel 1983 con la deposizione di Umberto II nell’avello dell’Abbazia di Hautecombe, mausoleo della Casa, di fronte alla tomba di Carlo Felice: alfa e omega della dinastia. E’  una vicenda ricostruita carta su carta dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia, storica della Casa. 

Aldo A. Mola
DATA: 28.03.2010
 
PRINCIPI VERI E NOMI D’ARTE. ONORIFICENZE E PATACCHE  N.2
( Risposta al ch. mo prof. S. Gherro)

Opinioni: pubblichiamo la seguente lettera del Prof. Giulio Vignoli
 

Giulio Vignoli       Per combinazione ho trovato su internet un lunghissimo, denso e acrimonioso saggio (ben 17 pagine) dell’illustre prof. avv. S. Gherro, ordinario di Diritto canonico e supplente di ecclesiastico nell’Università di Padova, che risponde “sua sponte” alla mia unica e sola paginetta intitolata “Principi veri e nomi d’arte. Onorificenze e patacche”, pubblicata poco tempo fa su questo sito. L’illustre Accademico, a me prima del tutto sconosciuto, mi degna di cotanta attenzione; di essa gli sono grato.
   Rispondendo brevemente -seguendo l’iter dell’intemerata-, farei notare innanzi tutto all’illustre Docente (non oso chiamarlo Collega) che il mio asserito “stile forbito”  (pensate, ho osato chiamare “Signori” Vittorio Emanuele e il suo unigenito) non lo autorizza a chiamare, con squisita educazione, Amedeo di Savoia “er sor Ammedeo”, come lui fa.  Il quale Amedeo dovrebbe, a giudizio del prof., “dimettere i panni di “pretendente” (ché, altrimenti, credo non saprebbe che cosa meglio fare)”.
   Tutti infatti sappiamo cosa fanno, e hanno fatto  purtroppo, i “protetti” dell’illustre ecclesiasticista e canonicista.
   Osservo inoltre che la mia paginetta non richiamava la sola “lontana” Lettera Patente, ma altre norme, forse ignote all’illustre prof. avv. S. Gherro (“in primis” il Codice civile).
   Poiché il docente “cede all’invito della (sua) penna che desidera esporre qualche considerazione in proposito”, eccomi procedere nell’esame puntuale delle sue considerazioni, anche perché il prof. vuole “venire in mio aiuto”. (Mi consola che l’Accademico se la prenda anche con altro prof., quest’ultimo suo caro amico).
   Fino a pag. 13 il succoso e supponente saggio consiste in profonde e sottili elucubrazioni filosofiche, o quasi. Si sa come va con la filosofia. Il manzoniano don Ferrante, che era filosofo, riuscì a dimostrare che la peste non esisteva. Infatti morì del morbo.
   Riprendendo dalla fine di pag. 13, noto che secondo il prof. Gherro, Umberto II , che aveva scritto delle “minute di lettere scritte (o da scrivere) al figlio” (testuale!!!) -ma la lettera alla Regina e la risposta (sgrammaticata) del figliolo dove sono finite?-, avrebbe sbagliato. Povero Sovrano, già destituito dal figlio presso notaio, non si intendeva troppo di successione dinastica.
   Invece -prosegue il prof.- anche se nessuno della Famiglia Reale andò  ai due matrimoni di Vittorio Emanuele, il Re, secondo l’Accademico, avrebbe approvato il matrimonio andando al battesimo (che non vuol dire nulla) e perché ebbe vicini nuora e figlio in occasione della “sua unica pubblica comparsa quando numerosi italiani monarchici gli attribuivano onori reali” (“sic”!).
   Guardacaso, quel giorno in Francia richiamato dal prof. avv., chi scrive fu presente e non si accorse di particolari “onori reali”, né si accorse della presenza fra il pubblico del prof. Gherro. Questi ben poco conosce le vicende, giacchè ben altre pubbliche comparse nella villa sulla Costa Azzurra (e altrove) e con gli stessi onori, ci furono del Re, senza figlio e nuora.
   Quanto alle dichiarazioni della Regina comprendiamo il suo amore di madre e per rispetto non ci addentriamo nei rapporti interfamiliari che ben conosciamo e che non sono quelli fantasticati dal prof. Gherro. In questo contesto inseriamo anche “il ben noto scritto”, firmato dalla Regina e dalle figlie, subito dopo la morte del Re e poi disconosciuto dalle Principesse stesse.
  Circa il “metodico e sistematico conferimento delle onorificenze” con Grandi o piccoli Maestri,da parte del Signor Vittorio Emanuele di Savoia-Carignano, suggeriamo all’illustre Accademico di chiedere al suddetto Vittorio Emanuele di poter leggere quanto afferma il magistrato al proposito, nella nota “sentenza dei cognomi” (che, fra l’altro, non dice per nulla quanto Vittorio Emanuele ha trionfalmente asserito), sul trasferimento degli atti alla Procura.
   Glielo suggerisco stante anche la sua curiosità. Il prof. è curioso anche di cose intime altrui.  Ma forse dipende dalla preparazione  canonicistica e sacrarotistica del Nostro.
   Nel mentre lascio l’illustre Professore ad approfondire la questione da lui sapientemente impostata a pag, 16, lo invito nuovamente a rileggersi la mia paginetta dove non mi soffermo “esclusivamente” sulla Patente (ma perché insiste? Avrà senz’altro letto il Codice civile), lo invito anche a leggersi il commento in “Foro it”.
Espongo anch’io in conclusione un’ultima considerazione copiando l’Accademico. Come si possono assecondare, oggi, “le pretendenze dinastiche” di coloro che sono solo i Signori Savoia-Carignano, “o più semplicemente ancora”, parafrasando il prof. Gherro (che ripete quanto già educatamente affermato prima), “er sor Vittorio Emmanuele” e “er sor Emmanuele Filibberto”?
“Satis est”
Giulio Vignoli
DATA: 21.03.2010
   
Uscito il numero 1 (gennaio-febbraio 2010) di NUOVA STORIA CONTEMPORANEA diretta da Francesco Perfetti
 
Nuova Storia Contemporanea    In copertina una foto del Re Vittorio Emanuele III e l'annuncio di un interessantissimo articolo di
Leonardo Malatesta su “il piccolo Re e la Grande Guerra. I diari inediti del conte Azzoni degli Avogadro”.Nel nuovo numero articoli di Josè Manuel Aczona Pastor, Pietro Di Muccio de Quattro, Mariano Gabriele, Giovanni Tassani, Raimondo Luraghi, Alberto Indelicato e Riccardo Maffei.
Segnaliamo, infine, l'articolo di Michele Millozzi su “Revisionismo si e no”.

DATA: 21.03.2010
   
ESAMI DI STORIA
 
    Sulla Stampa di Torino, un articolo di Marco Revelli, docente di Scienza della politica presso l’Università piemontese “UNIPMN”, figlio del noto partigiano-scrittore Nuto, ex capo manipolo della Milizia fascista prima, ha anticipato la lezione che ha tenuto nel quadro del ciclo di conferenze al Teatro Carignano, su “Torino e il Piemonte. Gli anni della nostra storia”, promossa dalla Regione, dal Comune di Torino, dalla Stampa e da Laterza editore.
Ecco cosa scrive il Revelli: “Chi non ha idea di che cosa sia stato l’8 settembre non può comprendere il significato vero della Resistenza. Quel giorno, davvero, andò giù tutto. Lo Stato si disfece. Le istituzioni caddero a pezzi. Ogni autorità pubblica venne meno. Con la fuga ingloriosa del re, della corte e del governo verso il Sud. Con i generali, i colonnelli, i comandanti di reparto che si strappavano i gradi e si mettevano in borghese. Con le prefetture, gli uffici pubblici, i magazzini militari abbandonati. Allora l’Italia ufficiale, un’intera classe dirigente, quella sta in alto, crollò. E ognuno, in basso, restò solo, a scegliere…”.
Il Revelli non cita tuttavia alcune cose importanti suffragate da documentazione storica-militare:
-       Dopo tre anni di conflitto, il nostro esercito, come più volte sottolineato dal Principe ereditario Umberto che dal cugino Amedeo duca d’Aosta e Vicerè d’Etiopia (destinato proprio da Mussolini a tale incarico per allontanarlo da Roma), nonostante il valore dimostrato su tanti campi di battaglia si era “liquefatto”; già nell’aprile 1943, il Landgravio Filippo d’Assia, esternò in un burrascoso incontro con Hitler a Klessheim, i dubbi, le perplessità della Corona italiana sul proseguimento della guerra, a margine dei colloqui tra il Fuhrer con Mussolini e l’ammiraglio Horthy, reggente d’Ungheria. Fatto sta che qualche mese dopo, il genero del Re d’Italia venne arrestato e la moglie, la martire Principessa Mafalda di Savoia anch’essa imprigionata con l’inganno, finendo, come ben sappiamo,  i suoi giorni a Buchenwald.
-       All’indomani  del 25 luglio, in un Paese percorso dal’entusiasmo, alternato alla paura per la reazione tedesca e con le incognite dell’atteggiamento degli Alleati, l’unico punto di riferimento politico-istituzionale fu re Vittorio Emanuele III. Sia la Germania, la quale aveva da mesi pronto un piano per invaderci, ed infatti già qualche ora prima della riunione fatidica del Gran Consiglio del Fascismo, divisioni tedesche scesero dal Brennero,  sia gli anglo-americani con le loro ambigue richieste di resa senza condizioni,  decisero di “punire” in diverso modo l’Italia.
-       Gli ordini militari c’erano come testimoniano alcuni diari di ufficiali italiani, e la documentazione presentata negli anni ’50 dall’organo ufficiale dell’Esercito, ossia la “Rivista Militare”. Il problema fu un altro e da pochi citato:  profittando della delicata situazione venutasi a creare, molti preferirono “scappare” veramente, e la propaganda post-bellica, comunista, fascista ecc., seppe ben manipolare e celare questa verità! Come spiegare allora il comportamento corretto di intere nostre divisioni, quali la “Taurinense, Ariete, Bergamo, Acqui, Piave, Pinerolo” ecc.ecc.?
-       Onde evitare quello accaduto nella maggioranza dei Paesi occupati dai nazisti, ossia la nascita di governi “fantocci”, era essenziale evitare che il Capo dello Stato, ossia il sovrano, cadesse prigioniero non solo dei tedeschi ma anche degli Alleati, per dare continuità allo Stato, così come hanno riconosciuto studiosi e politici non di parte, come Massimo Caprara, Antonello Trombadori ed altri. Ecco quindi, la decisione, sofferta certo, di trasferire l’autorità statale da Roma, indifendibile anche per la presenza del Papa, in luogo sicuro. Senza Brindisi, non si  sarebbe stato il congresso di Bari del gennaio 1944 (fortemente anti-monarchico più che anti fascista e nazista) e la svolta di Salerno di qualche mese dopo.
-       Così come gli storici non hanno mai affrontato seriamente la questione relativa ai tanti misteri attorno alla firma dell’armistizio di Cassibile (detto “corto”) e la sua genesi travagliata, unitamente ai comportamenti discutibili tenuti  da personalità della Resistenza romana, dal colonnello Eugen Dollman, e di tanti altri “attori” di quei mesi così tragici…
Concludiamo con il giudizio al Prof. Revelli: grave insufficienza, cioè un bel 4, nonostante l’impegno per “demolire” ancora una volta Casa Savoia.
BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 22.03.2010
   
STORIA IN RETE DI MARZO E' IN EDICOLA!
 
Storia in Rete di Marzo    Storia in Rete di marzo si inoltra nell’orrore della sperimentazione su esseri umani: non un’esclusiva del dottor Mengele&soci nei lager nazisti, ma una pratica tremendamente diffusa, anche fra le democrazie, tanto prima che dopo la Seconda guerra mondiale. In occasione poi della mostra dedicata a Caravaggio, Storia in Rete anticipa un capitolo di una nuova biografia del grande genio della pittura, che lo vede protagonista a Roma di una rischiosa sfida a colpi di ingiurie, un reato che all’epoca poteva costare il collo… Si apre quindi un’ampia sezione dedicata al Risorgimento, con l’analisi delle forze culturali che si oppongono ad una ricostruzione serena della storia dell’Unità nazionale – e il suo prossimo 150° compleanno – e i retroscena del funerale di Garibaldi. Una cerimonia fatta contro le sue volontà, per un eroe costretto all’ “Obbedisco” alla ragion di Stato pure dopo morto. Continua quindi con la tredicesima puntata la storia dell’esplorazione spaziale made in Italy, mentre ad un’altra impresa clamorosa – lo smantellamento e ricostruzione della Regia Nave Puglia nel parco del Vittoriale degli Italiani di D’Annunzio, viene dedicato un servizio con foto inedite. Storia in Rete anticipa quindi l’introduzione di un nuovo saggio di storia socioeconomica sull’importanza del commercio nelle vicende umane e quindi si sofferma su due ritratti: Cola di Rienzo, il tribuno della Roma medievale che sognava di rifondare l’Impero, e Giuseppe Bonaparte, il fratello maggiore di Napoleone, che invece dell’Impero sognava una vita tranquilla (e – al contrario del fratello – la ebbe). Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di marzo!

DATA: 21.03.2010
   
UMBERTO II: IL RE MAI DIMENTICATO
 
    I
Dall'Ansa del 18 marzo 1983:
Il Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, ha dichiarato  " Oggi, alle ore 15.35, il Re Umberto si è spento. La Sua ultima parola percepita è stata 'Italia' ".

il Re Umberto II    Si compiono il 18 marzo 2010 ventisette anni dalla morte di Umberto II, il quarto Re dell’Italia unita, e mentre l’ostracismo politico e storico è ormai cessato per i protagonisti, grandi e piccoli, degli eventi svoltisi decenni addietro, per Lui la pena dell’esilio rimane senza termine alcuno. La storiografia ha ormai acclarato, anche se con opinioni diverse e giudizi opposti, la levatura morale, le virtù civili, la lungimiranza politica, l’alto senso delle istituzioni e l’amore di Patria di Umberto II, che seppe svolgere con equilibrio dal 1944 al 1946 il complesso e delicato compito di Luogotenente Generale del Regno prima e di Re di una Nazione uscita piagata dal conflitto mondiale. Se il referendum si fosse potuto celebrare con serenità e libertà il responso delle urne sarebbe stato ampiamente favorevole al mantenimento della Monarchia (come avverrà in Belgio qualche anno dopo) facendo avviare l’Italia verso un cammino di sviluppo basato sulla tradizione risorgimentale. La Storia non si può fare certo con i se, ma se…Umberto II fosse rimasto al Quirinale …. il Suo esempio di Capo dello Stato avrebbe influenzato i governi e i parlamenti, …..le istituzioni – dalla diplomazia alle Forze Armate, dalla magistratura alla burocrazia - avrebbero trovato in Lui il garante dell’imparzialità e della neutralità del vertice dello Stato, cui fare riferimento direttamente senza le intermediazioni dei partiti, ….i valori di Patria e Nazione, depurati da ogni accento estremistico, sarebbero rimasti patrimonio dell’intera comunità italiana, così come lo erano rimasti dopo i fatali avvenimenti del settembre 1943 nei campi di concentramento, sui campi di battaglia della guerra di Liberazione, fra le città bombardate, quando in circostanze strazianti e delicate non si venne meno al giuramento prestato…Del resto se la Monarchia fosse rimasta non sarebbero stati esiliati i vari Degasperi, Togliatti, Nenni, che fra il 1944 e il 1946 avevano trovato in Umberto II un interlocutore attento e pensoso solo del bene dell’Italia e non certo dei propri interessi dinastici o di una “parte” politica, per come è naturale sia per i capi di partiti o di fazioni! Ed è per questo che la Sua immagine non sbiadisce con il passare del tempo… Umberto II è rimasto sempre l’ uomo, che il 10 maggio 1946 si affacciava al balcone del Quirinale e che poi visitava tutta l’Italia in quel mese infuocato…la Sua lezione è tutta contenuta negli atti sottoscritti dal 5 giugno 1944 al 13 giugno 1946 e nell’esempio di dignità e di vigile attenzione per le sorti della Nazione, osservato fino al 18 marzo 1983. Nel Suo ultimo messaggio del 31 dicembre 1982 il Re aveva rilevato che una profonda crisi attraversava l’Italia determinando “vasta disoccupazione, pesante svalutazione della moneta, debito pubblico crescente, mancanza di case” e che occorreva affrontare “i necessari sacrifici, pretendendo però che essi siano di tutti e che cessino gli innumerevoli sprechi del pubblico denaro. Si rifletta almeno sulle dolorose privazioni alle quali sono costretti tanti contribuenti. Si avrà allora vergogna per ogni lira di sperpero”

Non sono affermazioni attualissime, che sembrano essere rivolte agli Italiani del 2010? 

    Umberto II dorme il sonno dei giusti nell’Abbazia di Altacomba accanto ai Principi più antichi e gloriosi della sua stirpe, fra quelle Alpi che videro oltre mille anni fa il primo Umberto di Savoia affacciarsi sul palcoscenico dell’Europa…

    L’U.M.I. Lo ricorda con deferenza e Lo addita a tutti gli Italiani, che vivono sconfortati fra le convulsioni della Repubblica, perché da Lui sappiano trarre il necessario insegnamento…

Francesco Atanasio
Vice Segretario nazionale U.M.I.
 
DATA: 19.03.2010
   
MESSA NEL PANTHEON PER IL 27° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL RE UMBERTO II
 
Umberto II ricordato nel Pantheon    Il giorno 18 Marzo 2010 le Guardie d'Onore alle Reali Tombe nel Pantheon hanno ricordato con una Messa solenne il 27° anniversario della morte del Re Umberto II. Ha celebrato Mons. Micheletti, canonico della insigne Basilica dedicata ai Martiri Cristiani. Molti i presenti attorno al Presidente Ugo D'Atri con Sergio Boschiero, Segretario naz. U.M.I. e l'ing.Domenico Giglio, Vice presidente del Circolo REX.
DATA: 19.03.2010
   
ESAMI DI STORIA
 
    In queste  settimane assistiamo a numerose recensioni e riflessioni sul Risorgimento e su altri periodi importanti della nostra Storia Patria, alcune stimabili, altre da censurare…, quindi ci pare giusto sottoporre ad esame, con voto, il tutto, iniziando da un tema risorgimentale.
Sul Corsera del 6 marzo nella rubrica settimanale “Visioni d’Italia” dedicata alle celebrazioni unitarie del 2011, il Prof.Alberto M.Banti dell’Università di Pisa, descrive amabilmente l’entusiasmo che portò un’intera generazione “a prendere il moschetto per la causa patriottica, uomini e donne…”, calcolando precisamente coloro che presero parte tra il 1846 ed il 1859 al periodo più fecondo del Risorgimento, smentendo coloro che continuano a sostenere che il processo unitario venne guidato da un’esigua minoranza di intellettuali. Scrive il Banti: “Si stima che gli affiliati alle sette carbonare e poi alla Giovine Italia, siano stati diverse migliaia. I volontari che nel 1859 partono da varie parti d’Italia per andarsi ad arruolare a Torino nel 1859 sono sicuramente tra i 16 ed i 24mila, mentre a inizio dell’anno gli effettivi dell’esercito piemontese sono poco più di 50mila. E 20mila sono i volontari che da maggio a ottobre 1860, partendo dall’Italia centro-settentrionale, si uniscono a Garibaldi nell’impresa meridionale….Si devono poi affiancare i molti altri uomini e donne che non avendo l’età o il coraggio per mettere a repentaglio la propria vita, nondimeno incoraggiano i combattenti, li guardano con simpatia, oppure leggono o ascoltano o ammirano con passione i best-seller letterari, musicali, iconografici di ispirazione patriottica (prodotti da autori del calibro di Foscolo, Manzoni, d’Azeglio, Guerrazzi, Verdi, Hayez…). E’ poco tutto ciò? E’ irrilevante? Poco in una terra di diffuso analfabetismo, dove lo stato delle comunicazioni non facilita il movimento né delle persone né delle idee? Dove, fino al 1846 tutte le Polizie degli Stati esistenti fanno a gara per reprimere il diffondersi dell’idea nazionale? Francamente- prosegue il Prof.Banti – penso che si debba rispondere che no, non è né poco, né irrilevante. Penso che il movimento risorgimentale, pur diviso al suo interno da gravi e profondi dissensi sulla natura istituzionale del futuro Stato italiano, sia stato un movimento politico compatto nel condividere l’idea dell’esistenza della nazione italiana….Senza la cultura patriottica, senza cinquant’anni di lotta politica, senza la formazione di una vasta opinione pubblica di orientamento nazionale, quella operazione non avrebbe avuto il senso che ha avuto..”. Bravo Prof. Banti, merita proprio un bel 9!

BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)
IL DIRETTORE GIUSEPPE POLITO
DATA: 18.03.2010
     
SERGIO BOSCHIERO HA CHIUSO IL 62° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
 
Boschiero al Circolo REX5    Roma, 14 Marzo 2010 - Il Circolo di Cultura e di Educazione Politica REX ha concluso il 62° ciclo di incontri, per la stagione 2009-2010, con l'interessantissima conferenza di Sergio Boschiero, Segretario nazionale dell'U.M.I., che ha trattato il tema “Destra e sinistra oggi di fronte al Risorgimento”.
    L'incontro si è aperto con l'esecuzione della Marcia Reale, che è stata trionfalmente accolta dai convenuti alzatisi in piedi in segno di omaggio.
    Boschiero ha parlato per circa un'ora davanti ad una sala UNO dei Salesiani di Roma gremita di persone. Il pubblico ha più volte applaudito l'oratore che è stato presentato dall'avvocato Panariti, Presidente del Rex. Applausi anche per il Senatore Domenico Fisichella, il conte delle Pastene, il dott. Ugo d'Atri, i dirigenti nazionali UMI Amoretti e Sacchi, il presidente della OSPOL Luigi Marucci, l'ing. Domenico Giglio e il Ten. Colonnello Mario Capone, che hanno portato il proprio saluto. Paolo Rossi, Amedeo De Dominicis e Davide Colombo hanno letto brevi testi sul tema trattato dall'oratore.
    Boschiero ha denunciato il pericolo di un revisionismo senza storici mirante a demolire il mito risorgimentale mentre l'Italia vive in una grave crisi di identità.
    Sono stati analizzati alcuni testi di sedicenti storici che, attraverso la stampa, spargono odio in funzione antinazionale, evento sempre più comune da molti anni.
    Purtroppo anche il mondo della politica non è immune a questo revisionismo anti-italiano e, troppo spesso ormai, sui quotidiani si leggono interventi di personaggi di primo piano che arrivano addirittura ad esaltare il brigantaggio e i suoi esponenti.
    Il Presidente nazionale dell'U.M.I. Gian Nicola Amoretti, dopo la relazione di Boschiero, haBoschiero al Circolo REX sottolineato la necessità di difendere il nostro Risorgimento e ha fatto un appello per l'opportunità offertaci dal 150° del Regno d'Italia, per la sepoltura nel Pantheon di Roma dei Sovrani ancora sepolti in terra straniera. Il Vicepresidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, da napoletano, ha ricordato quanto abbia giovato al meridione il passaggio al Regno d'Italia.
    La manifestazione si è conclusa con l'esecuzione dell'Inno Sardo e della Canzone del Piave, fra gli applausi generali.


PRINCIPI VERI E NOMI D’ARTE. ONORIFICENZE E PATACCHE  N.2
( Risposta al ch. mo prof. S. Gherro)
 
Per combinazione ho trovato su internet un lunghissimo, denso e acrimonioso saggio (ben 17 pagine) dell’illustre prof. avv. S. Gherro, ordinario di Diritto canonico e supplente di ecclesiastico nell’Università di Padova, che risponde “sua sponte” alla mia unica e sola paginetta intitolata “Principi veri e nomi d’arte. Onorificenze e patacche”, pubblicata poco tempo fa su questo sito. L’illustre Accademico, a me prima del tutto sconosciuto, mi degna di cotanta attenzione; di essa gli sono grato.
   Rispondendo brevemente -seguendo l’iter dell’intemerata-, farei notare innanzi tutto all’illustre Docente (non oso chiamarlo Collega) che il mio asserito “stile forbito”  (pensate, ho osato chiamare “Signori” Vittorio Emanuele e il suo unigenito) non lo autorizza a chiamare, con squisita educazione, Amedeo di Savoia “er sor Ammedeo”, come lui fa.  Il quale Amedeo dovrebbe, a giudizio del prof., “dimettere i panni di “pretendente” (ché, altrimenti, credo non saprebbe che cosa meglio fare)”.
   Tutti infatti sappiamo cosa fanno, e hanno fatto  purtroppo, i “protetti” dell’illustre ecclesiasticista e canonicista.
   Osservo inoltre che la mia paginetta non richiamava la sola “lontana” Lettera Patente, ma altre norme, forse ignote all’illustre prof. avv. S. Gherro (“in primis” il Codice civile).
   Poiché il docente “cede all’invito della (sua) penna che desidera esporre qualche considerazione in proposito”, eccomi procedere nell’esame puntuale delle sue considerazioni, anche perché il prof. vuole “venire in mio aiuto”. (Mi consola che l’Accademico se la prenda anche con altro prof., quest’ultimo suo caro amico).
   Fino a pag. 13 il succoso e supponente saggio consiste in profonde e sottili elucubrazioni filosofiche, o quasi. Si sa come va con la filosofia. Il manzoniano don Ferrante, che era filosofo, riuscì a dimostrare che la peste non esisteva. Infatti morì del morbo.
   Riprendendo dalla fine di pag. 13, noto che secondo il prof. Gherro, Umberto II , che aveva scritto delle “minute di lettere scritte (o da scrivere) al figlio” (testuale!!!) -ma la lettera alla Regina e la risposta (sgrammaticata) del figliolo dove sono finite?-, avrebbe sbagliato. Povero Sovrano, già destituito dal figlio presso notaio, non si intendeva troppo di successione dinastica.
   Invece -prosegue il prof.- anche se nessuno della Famiglia Reale andò ai due matrimoni di Vittorio Emanuele, il Re, secondo l’Accademico, avrebbe approvato il matrimonio andando al battesimo (che non vuol dire nulla) e perché ebbe vicini nuora e figlio in occasione della “sua unica pubblica comparsa quando numerosi italiani monarchici gli attribuivano onori reali” (“sic”!).
   Guarda caso, quel giorno in Francia richiamato dal prof. avv., chi scrive fu presente e non si accorse di particolari “onori reali”, né si accorse della presenza fra il pubblico del prof. Gherro. Questi ben poco conosce le vicende, giacchè ben altre pubbliche comparse nella villa sulla Costa Azzurra (e altrove) e con gli stessi onori, ci furono del Re, senza figlio e nuora.
   Quanto alle dichiarazioni della Regina comprendiamo il suo amore di madre e per rispetto non ci addentriamo nei rapporti interfamiliari che ben conosciamo e che non sono quelli fantasticati dal prof. Gherro. In questo contesto inseriamo anche “il ben noto scritto”, firmato dalla Regina e dalle figlie, subito dopo la morte del Re e poi disconosciuto dalle Principesse stesse.
  Circa il “metodico e sistematico conferimento delle onorificenze” con Grandi o piccoli Maestri,
da parte del Signor Vittorio Emanuele di Savoia-Carignano, suggeriamo all’illustre Accademico di chiedere al suddetto Vittorio Emanuele di poter leggere quanto afferma il magistrato al proposito, nella nota “sentenza dei cognomi” (che, fra l’altro, non dice per nulla quanto Vittorio Emanuele ha trionfalmente asserito), sul trasferimento degli atti alla Procura.  
   Glielo suggerisco stante anche la sua curiosità. Il prof. è curioso anche di cose intime altrui.  Ma forse dipende dalla preparazione  canonicistica e sacrarotistica del Nostro.  
   Nel mentre lascio l’illustre Professore ad approfondire la questione da lui sapientemente impostata a pag, 16, lo invito nuovamente a rileggersi la mia paginetta dove non mi soffermo “esclusivamente” sulla Patente (ma perché insiste? Avrà senz’altro letto il Codice civile), lo invito anche a leggersi il commento in “Foro it”.
Espongo anch’io in conclusione un’ultima considerazione copiando l’Accademico. Come si possono assecondare, oggi, “le pretendenze dinastiche” di coloro che sono solo i Signori Savoia-Carignano, “o più semplicemente ancora”, parafrasando il prof. Gherro (che ripete quanto già educatamente affermato prima), “er sor Vittorio Emmanuele” e “er sor Emmanuele Filibberto”?
“Satis est”
Giulio Vignoli
DATA: 12.03.2010


ONORIFICENZA VATICANA AL GENERALE FRANCO FASELLA

    Apprendiamo con vero piacere che il generale di brigata dei Carabinieri (Aus.) Franco Fasella, residente a Tortona (Al), già Grand'Ufficiale dell'Ordine Equestre Vaticano del Santo Sepolcro di Gerusalemme ed attuale Preside per il Piemonte e la Valle d'Aosta del medesimo ordine, ha ricevuto la pergamena di nomina a Grand'Ufficiale dell'Ordine Vaticano di San Gregorio Magno Papa, che Sua Santità il Pontefice riserva ai laici che si sono particolarmente distinti per benemerenze acquisite nei riguardi della Chiesa Cattolica.
    Si tratta in effetti di una delle massime onorificenze che lo Stato Pontificio concede ad un funzionario laico non ambasciatore e non capo di stato.
    Ci congratuliamo vivamente con il Generale Franco Fasella.

DATA: 21.01.2010
   
VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A ENRICO D'ASSIA
IL NUOVO LIBRO DI MARIU' SAFIER

Mariù Safier - VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A ENRICO D'ASSIA    “Attraverso queste pagine desidero raccontare il grande amore che provo per Villa Polissena, il luogo in cui ho passato gran parte della mia vita”. Enrico d'Assia, secondogenito di Mafalda di Savoia e di Filippo d'Assia, ha vissuto per molti anni nella villa che era stata dei suoi genitori e della sua famiglia.
Prima della scomparsa, avvenuta nel 1999, Enrico aveva lasciato all'amica scrittrice Mariù Safier i suoi ricordi legati a Villa Polissena. E la Safier, con una tecnica efficace e coinvolgente, in questo volume fa parlare Enrico d'Assia in prima persona. Gli ambienti della villa rivivono così riportando il lettore indietro nel tempo, alle persone che l'hanno frequentata. Come la Regina Elena, Sovrana dalle insospettabili doti pittoriche; Costantino di Grecia, che vi fu ospite durante l'esilio dopo il golpe dei colonnelli; Carlo d'Inghilterra, che la visitò in luna di miele insieme a Diana. E ancora l'attrice Audrey Hepburn, cara amica di Enrico e sua ospite a Villa
Mafalda di Savoia-Assia Polissena.
La seconda parte del libro propone una carrellata di immagini della villa, del giardino e dei personaggi che l'hanno abitata o vi sono stati ospiti dal 1926, anno di costruzione, ad oggi.

Mariù Safier
VILLA POLISSENA: DA MAFALDA DI SAVOIA A ENRICO D'ASSIA
Editoriale Giorgio Mondadori

Collana:  Grandi Libri Illustrati
Pagine: 96
Euro 25,00
ISBN:  9788860522627
DATA: 21.01.2010
   
OPINIONI: DIO ESISTE?

    Davanti alla tragedia di Haiti, ognuno di noi, di qualsiasi credo religioso  si è posto questa domanda.
    Nelle nostre belle case ci sono arrivati come uno “schiaffo” sul volto, le immagini dei bambini haitiani, costretti da questa natura così poco divina ad affrontare un  tragico destino. Certo gli aiuti sono giunti, e continuano ad arrivare da tutto il  mondo (anche l’Italia è coinvolta con mezzi ed uomini), la raccolta fondi è incessante da una settimana, eppure, siamo allo stallo: macerie nelle strade, cadaveri ancora da estrarre, feriti, orfani, la popolazione è senza acqua potabile, luce, e soprattutto  senza cibo e medicinali. Certo la vastità del terremoto è stata immane, colpendo un paese già sconvolto in passato da uragani, tifoni e quant’altro.
    A questo punto ci chiediamo “Dio perché hai permesso tutto questo?”, perché nella tua infinita bontà “fai morire degli innocenti, rendi orfani tanti fanciulli, dai così tante tribolazioni ai tuoi figli?”.
Davanti a tali eventi c’è ben poco da fare in luoghi come Haiti, dopo gli USA il più antico Stato indipendente delle Americhe, con una storia politica molto travagliata: dapprima sotto dominio spagnolo, poi francese, infine nel 1804 l’indipendenza con un susseguirsi di governi incapaci e “rapaci” delle poche risorse interne. Francia, Stati Uniti e Germania tra il XIX ed il XX secolo hanno avuti grandi interessi economici sull’isola, governata da spietate dittature come quella della famiglia Duvalier.
    Più che domandarci se “Dio esiste”, dovremo riflettere se l’uomo è mai esistito ad Haiti, ma anche in tanti altre nazioni con eguali problematiche politiche e sociali, sorte al’indomani di una decolonizzazione frettolosa e pasticciona.
    E’ una vergogna morale che la comunità internazionale si sia accorta delle condizioni di questo Paese solo oggi, è vergognoso che l’ONU, nella sua inconsistente nullità, non abbia preso provvedimenti seri a suo tempo, inviando funzionari e soldati in palazzi, i quali come la sua autorità, sono miseramente crollati!
    Quello che colpisce in questa immane “piaga” umana, sono gli occhi dei bambini di Haiti, occhi grandi, nerissimi che ci entrano non solo nel cuore ma nel nostro animo di uomini “occidentali”, di uomini che a poche decine di chilometri, nelle Antille per esempio, si crogiolano al sole tropicale in alberghi a 5 stelle...
    Le nostre coscienze si sono immediatamente destate dal torpore di questo inverno gelido, sollecitando adozioni, affiliazioni, ecc., tutte belle azioni ci mancherebbe!, tuttavia lo sguardo così composto ed allo stesso tempo interrogativo dei bambini di Haiti, ci induce ad una riflessione amara: “Se ci fosse stato l’Uomo ad Haiti, questa tragedia sarebbe stata minore?”. Il mio augurio che tutti noi monarchici contribuiamo, per quanto possibile, affinchè i bambini di Haiti possano un giorno nascere in un Paese ove non solo “Dio esiste”, ma nel quale sia presente l’Uomo!
Giuseppe Polito
Biblioteca storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 20.01.2010
   
L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE

L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE    L’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha celebrato il suo 132° anniversario di fondazione. All’indomani delle solenni e partecipatissime esequie di Vittorio Emanuele II, scomparso il 9 gennaio 1878, i reduci della prima guerra di indipendenza – che avevano scortato il feretro del Padre della Patria il giorno dei funerali – si impegnarono a prestare “in turno il servizio d’onore della guardia alla Tomba del Re Vittorio Emanuele II al Pantheon”. Il benemerito sodalizio, posto sotto la presidenza di Re Umberto I, si sviluppò e consolidò nei successivi decenni divenendo una delle istituzioni patriottiche della nuova Italia. Eretto con Regio Decreto 1047 del 1911 Ente Morale, assunse l’attuale denominazione e i compiti definiti nello Statuto ancora in vigore nel 1932. L’Istituto può vantare fra i suoi Soci ben 37 medaglie d’oro al valor militare e fra di esse il Gen. Alberto Li Gobbi (classe 1914) e il Gen. Umberto Rocca (classe 1940). Superato indenne il referendum del 1946, il sodalizio svolge l’importantissima funzione di curare le Tombe dei Sovrani d’Italia nel Pantheon e quelle dei Sovrani ancora sepolti all’estero in vigile attesa di assicurare anche a Loro il riposo eterno in Roma, ma anche quella di tenere viva la tradizione del Risorgimento.
    Le cerimonie ufficiali della fondazione sono state precedute dal Consiglio Generale, che per acclamazione ha rieletto Presidente dell’Istituto il Cap.Vasc. Dott. Ugo d’Atri, che nel 2003 subentrò all’mm. Div. Nav. Antonio Cocco, cui tanto deve l’Istituto e la Causa Monarchica.L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE
Il Presidente d’Atri, unitamente ai Consultori, ha deposto all’Altare della Patria una corona d’alloro al Milite Ignoto, mentre un picchetto in armi rendeva gli onori previsti. E’ seguita nel Pantheon una solenne Santa Messa, presieduta dal Rettore della Basilica Mons. Micheletti coadiuvato da Mons. Millimaci, cappellano capo dell’Istituto e da altri sacerdoti Guardie d’Onore. Il rito, officiato in suffragio dei Sovrani d’Italia e di tutti gli Italiani caduti in guerra, ha visto la partecipazione dei congiunti delle Guardie d’Onore Filippo Raciti e Carlo de Trizio (caduto a Nassiria), delle cariche sociali dell’Istituto e di oltre mille persone fra Soci e simpatizzanti: il tempio, ove prestava servizio una rappresentanza in uniforme storica del Primo Reggimento GRANATIERI DI SARDEGNA ( il più antico reparto del nostro Esercito, fondato nel 1659, e nel quale prestò servizio Umberto II), si è riempito delle bandiere del Regno d’Italia delle varie delegazioni provinciali che hanno fatto da suggestiva ala al labaro della Presidenza Nazionale dell'ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALOR MILITARE, per la prima volta intervenuta alle celebrazioni delle L’ISTITUTO PER LA GUARDIA D’ONORE CELEBRA IL 132° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONEGuardie d'Onore, e al vessillo dell'Associazione AMICI DEL MONTENEGRO. Fra le numerose personalità intervenute si ricordano Gian Andrea Lombardo di Cumia, Consigliere Nazionale dell'Ass. Naz. Arma di Cavalleria, Stefano Di Martino, in rappresentanza del Comune di Milano, Carmine Passalacqua in rappresentanza del Comune di Alessandria, assieme a numerosi delegati di Sindaci e Presidenti di Provincia. Per l'Unione Monarchica Italiana era presente, in prima fila, il Segretario nazionale Sergio Boschiero, accompagnato dal responsabile U.M.I. di Roma Paolo Rossi. Particolarmente significativi i messaggi di adesione del Ministro della Difesa, On. Avv. Ignazio La Russa, e del Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, che ha auspicato la translazione delle salme dei Sovrani d'Italia ancora sepolti all'estero e la cui lettura è stata suggellata da un prolungato applauso dei presenti. Al termine della funzione il Presidente d’Atri ha deposto corone d’alloro ai sacelli del Padre della Patria e di Re Umberto I e della Regina Margherita, benedetti da Sua Beatitudine il Patriarca Michail del Montenegro.
Francesco Atanasio
DATA: 19.01.2010
   
TROPPI I COSTI DELLA POLITICA
Il parere del presidente U.M.I. dell'Umbria

da “Il Corriere dell'Umbria” del 17 gennaio 2010

    Amelia- L'Unione Monarchica Italiana, per bocca del presidente regionale Maurizio Ceccotti, interviene polemicamente su un tema molto dibattuto, specie in questi ultimi tempi, quello del costo della politica in Italia. “In concomitanza con le recenti festività natalizie - afferma Ceccotti -  i vertici istituzionali hanno rivolto agli italiani appelli accorati, tante parole, buoni propositi, pensieri fraterni rivolti ai meno fortunati, disoccupati, cassaintegrati, pensionati. Però hanno omesso di rendere pubblici i rimborsi elettorali ai partiti politici, resi noti ultimamente. Il criterio è che per ogni euro di spesa ne vengono riconosciuti cinque. Possiamo ben immaginare, quindi, i milioni di euro che verranno erogati ai partiti in base a questo criterio. E che dire poi - prosegue Ceccotti - degli emolumenti che percepiscono parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, assessori, consulenti? Una continua emorragia di fondi che pesano sulle tasche dei contribuenti a dispetto proprio delle categorie più deboli protagoniste di tante belle parole. A questo dobbiamo sommare il fatto che anche la Presidenza della  Repubblica pesa, in maniera consistente, sulle tasche degli italiani e che notizie dettagliate in merito a tutte queste spese si possono trovare solo in una apposita voce di costo di bilancio dello Stato. Ben diversamente da quanto avviene in Inghilterra o negli Stati Uniti dove il bilancio della Casa Reale inglese e della Presidenza statunitense sono resi pubblici attraverso internet e stampa. In quest'ottica – continua Ceccotti – dobbiamo leggere il messaggio augurale rivolto agli italiani dal Principe Amedeo di Savoia, con contenuti sobri e motivati solo dall'amore verso la Nazione ed i concittadini. Lo stesso Principe che è, da sempre, l'alfiere di una monarchia sul modello spagnolo, auspicata da molti italiani, per uno Stato meno burocratico, meno costoso, più funzionale e rappresentativo”.
Elisabetta Pevarello
DATA: 19.01.2010
     
IL SANTO NATALE DEL PICCOLO PRINCIPE

    Il Principino Umberto di Savoia-Aosta (nelle foto) ha festeggiato il primo Santo Natale della Sua vita con i Genitori Aimone e Olga. A Mosca ha visto la Sua prima neve.

S.A.R. il Principe Umberto di Savoia S.A.R. il Principe Umberto di Savoia

DATA: 19.01.2010
   
FOLLA AL PANTHEON: I 132 ANNI DELLE GUARDIE D'ONORE

Guardie d'Onore    Oltre 1.000 persone hanno presenziato, domenica 17 gennaio 2010, nel Pantheon di Roma alla solenne funzione religiosa promossa per ricordare il 132° anniversario della fondazione dell'Istituto per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Pubblichiamo alcune foto che anticipano il commento e la cronaca  a firma di Francesco Atanasio. Rileviamo la presenza del rappresentante del Sindaco di Roma Alemanno, che ha letto un messaggio, e i rappresentanti dei sindaci di Alessandria (il Consigliere Carmine Passalacqua), di Asti (Giorgio Calvagno), della Provincia di Asti Davide Cavallero), di Sergio Boschiero per l'U.M.I. Molte le bandiere con lo stemma sabaudo. Significativa la presenza del labaro nazionale dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro e di un picchetto dei Granatieri di Sardegna. Bene organizzate le Guardie d'Onore accorse da ogni parte d'Italia, coordinate dal loro Presidente Nazionale dott. Ugo D'Atri. Fra tutte le delegazione delle Guardie, la più numerosa è stata quella di Asti, guidata dal Delegato Provinciale Cav. Giovanni Triberti. Significativa la presenza delle Principesse India e Luciana Pallavicini Hassan d'Afghanistan, dell'Ambasciatore del Montenegro e ad un alta personalità della Chiesa Ortodossa montenegrina.

Guardie d'onore
Guardie d'Onore schierato al Pantheon il 17 gennaio 2010.
DATA: 17.01.2010
   
LUTTI
    Il giorno 13 gennaio u.s. Si è spento serenamente il Nobile Prof. Mario Lucifero dei Marchesi di Aprigliano, Prof. Emerito nella Università di Firenze. Alla moglie Ludovica Susanna di St. Eligio e alla famiglia le più sentite condoglianze dell'U.M.I.
***
      L'Unione Monarchica Italiana  volge con riguardo il pensiero alla figura del giornalista e storico Gigi Speroni, spentosi sabato 15 gennaio all'ospedale di Luino (Va), dopo breve ed improvvisa malattia. Fra le sue opere numerose biografie di membri di Casa Savoia.
      Alla moglie Mirella e alla famiglia le più sentite condoglianze.

SE IL COLLE SI ABBASSA...

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17.I.2010

la Corona Ferrea    Tra due mesi e mezzo i nodi  verranno al pettine. Rinnovati i consigli di quattordici regioni su venti, i nodi da sciogliere torneranno le grandi riforme attese da decenni. I cittadini non sono grulli  e la loro pazienza non è illimitata. Perciò vogliono sapere da ora se l’opposizione concorrerà o (come dice Bersani) si metterà di traverso, alla faccia del riformismo di sinistra!
    Nel frattempo qualche cosa di utile molti possono fare, nell’ambito delle proprie competenze. A cominciare dal presidente  Giorgio Napolitano. Il Vecchio Piemonte ha dato tre presidenti alla Repubblica: Einaudi, Saragat e Scalfaro. Se aggiungiamo Segni e Cossiga, metà dei Primi Cittadini vennero espressi dall’antico regno di Sardegna. Come esercitarono il mandato? Sino a metà della presidenza Cossiga  si attennero scrupolosamente alla Costituzione. Parlarono poco, perché il  presidente “rappresenta l’unità nazionale”. Solo quando ve n’è davvero bisogno “può inviare messaggi alle Camere”: un atto solenne, un mònito da ascoltare in piedi, non in un Aule semideserte e nell’indifferenza degli italiani come poi accadde.
    La Costituzione non prevede che il capo dello Stato dica cose sensazionali due o tre volte al giorno sugli argomenti e le figure  più diversi. Spese ogni giorno, le sue parole fatalmente si logorano, cadono nel tritacarne della cronaca. Perciò, per esempio, è molto atteso il suo discorso su Craxi, benché la figura e l’opera del leader socialista non abbiano bisogno di condanne né di assoluzioni da parte di nessuno ma di un serio dibattito storiografico, come quello consegnato da Ugo Finetti al bel saggio Storia di Craxi: miti e realtà della sinistra italian (Ed. Boroli), che è quanto di meglio sinora sia stato scritto sull’argomento.
    Meno ancora bisogna attendersi che il primo cittadino dica se le riforme vanno fatte a colpi di maggioranza. Che per approvare una legge basti un voto solo di maggioranza è ovvio. Un paio di voti in più rispetto al 50% bastarono per eleggere Marini e Bertinotti a presidenti di Camere dalla breve durata e Napolitano stesso a capo della Repubblica. La riforma della Costituzione richiede la maggioranza qualificata, ma le leggi ordinarie vanno fatte, e in fretta.  I numeri ci sono.
    Invece di ripetere appelli destinati a cadere nell’indifferenza, Napolitano potrebbe regalare ai parlamentari una copia dei Discorsi della Corona, pronunciati dai re di Sardegna e poi d’Italia tra il 1848 e il 1939: concordati ogni volta con i presidenti dei governi in carica. Sono discorsi sobri, limpidi, rivolti all’esecutivo, alle Camere, al Paese  senza preoccupazioni di corto respiro. I sovrani  assistevano alle grandi manovre, inauguravano mostre  e convegni  di studio, ospedali e scuole, visitavano città... ma non interferivano ogni giorno nella cucina politico-parlamentare.
    Tra qualche mese l’Italia avrà bisogno di un Presidente al di sopra delle parti, di un Colle davvero più alto. In Italia il Capo dello Stato è figura irripetibile. I presidenti dei due rami del Parlamento presiedono le Camere e basta. Non sono un secondo o un terzo semicapo dello Stato. Non hanno alcun potere di mandare messaggi, interpretare, ammonire. Sono liberi di scrivere libri, dipingere, tuffarsi negli abissi, scalare vette, farsi i fatti privati in pubblico o anche solo tacere, ma non hanno alcun ruolo costituzionale, né un primato pedagogico-didattico sulla vita politica.  Perciò ci si attende che all’ imminente stagione delle riforme il presidente Napolitano non arrivi logorato dal chiacchiericcio quotidiano al quale i suoi altrettanto giornalieri interventi rischiano di esporne il ruolo. Diversamente qualcuno si domanderà se la formazione ideologica e la pluridecennale militanza partitica non continuino a pesare troppo su chi, dopotutto, non si oppose alla richiesta dei gruppi parlamentari del Partito comunista italiano di incriminare il Presidente Cossiga per alto tradimento della Costituzione (5 dicembre 1991): l’ultima spallata della decennale offensiva  dell’Estrema sinistra contro i partiti democratici.

Aldo A. Mola - Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 17.01.2010
   
PRINCIPI VERI E NOMI D’ARTE. ONORIFICENZE E PATACCHE

Giulio VignoliRitengo opportuno ribadire -quale giurista e storico dei Savoia e ideologicamente repubblicano-   con precise indicazioni la posizione nei confronti della Dinastia sabauda dei signori Vittorio Emanuele di Savoia e del suo figliolo Emanuele Filiberto, in considerazione della continua attribuzione loro, nell’ambiente dei giornalisti e del Carro di Tespi delle nostre televisioni, di titoli nobiliari ch’essi non possiedono.
    In particolare in occasione delle varie “performance” televisive del signor Emanuele Filiberto di Savoia, spesso e volentieri egli viene chiamato col titolo di principe da personaggi dello spettacolo oramai suoi colleghi di lavoro.
    Orbene, Vittorio Emanuele di Savoia, avendo contratto matrimonio senza l’assenso del Sovrano, è decaduto da ogni prerogativa reale e di appartenenza alla Real Casa.
    Il signor Vittorio Emanuele ha violato tutta la normativa regolante la sua Casa in materia. A cominciare dalla regie patenti del 1780, mai abrogate durante il Regno né da Umberto II durante l’esilio (lo Statuto Albertino si limita a indicare la legge salica in tema di successione, cioè esclude le donne dalla Corona) per finire all’ art. 92 del Codice civile in tema di matrimoni reali.  Norma mai abrogata in modo esplicito, ma semplicemente inapplicabile per la sopravvenuta forma repubblicana dello Stato.
    La violazione della normativa dinastica in caso di matrimonio non approvato e le conseguenze relative, è stata fatta presente da Umberto II al figliolo nelle due famose lettere del Re dal contenuto inoppugnabile: “Tale legge, io 44mo Capo famiglia, non intendo e non ho diritto di mutare. Ma se anche mancassi al mio dovere, sarebbe vano, perché nessuno potrebbe riconoscere valido il mio operato”. Il tuo matrimonio comporta “la tua decadenza da ogni diritto di successione (…) perdendo i tuoi titoli e il tuo rango e riducendoti alla situazione di privato cittadino. Perciò tutti i diritti passerebbero immediatamente a mio nipote Amedeo, Duca d’Aosta.
        Più chiaro di così!
    Il signor Vittorio Emanuele è, come si è detto, decaduto da ogni prerogativa reale e quindi di appartenenza alla Real Casa di Savoia con perdita di ogni titolo conseguente. In parole povere il personaggio in questione è  privo di ogni titolo nobiliare.
    Indubbiamente Vittorio E. , in quanto figlio di Umberto II, fa parte della famiglia Savoia intesa in senso privatistico, ma non ha più alcun titolo come bene indica anche l’Annuario della nobiltà italiana nella sua ultima edizione.
 
    Passiamo al signor Emanuele Filiberto di Savoia. Essendo egli figliolo di un comune cittadino è privo di ogni titolo anch’esso e non appartiene alla Famiglia Reale, intesa come istituzione. Ovviamente, invece, egli fa parte della famiglia privata Savoia.
    Si aggiunga ancora: ovviamente anche sua madre, la signora Marina Doria, non appartiene alla Famiglia Reale e quindi non gode  assolutamente del titolo di Altezza Reale, che Umberto II non le ha mai conferito. E’ una comune cittadina anche la moglie del signor Emanuele Filiberto.
    Il preteso titolo di “Principe di Venezia” col quale si fa chiamare e si lascia chiamare Emanuele Filiberto non risulta nell’elenco delle concessioni nobiliari di Umberto II, né si conosce l’esistenza di documenti firmati dal Re relativi alla concessione del titolo. Non esiste.  Possiamo quindi concludere che eventualmente la dizione “Principe di Venezia” è un nome d’arte, un “nom de plume”, del signor Emanuele Filiberto di Savoia.
    Ovviamente il titolo di “Principe di Piemonte” di cui il signor Emanuele Filiberto anche talvolta si ammanta, e che avrebbe ricevuto dal babbo,  non sussiste in quanto Vittorio Emanuele, non facendo più parte della Famiglia Reale, ha perso ogni “fons honorum”.   Si aggiunga “ad abundantiam” che di questa pretesa concessione di titolo non è mai stata precisata né la data, né la formalità.
    Il titolo appartiene ora al figlio di S.A.R. il principe Aimone, S.A.R. Umberto, principe di Piemonte, in ossequio al provvedimento regolarmente emesso con tutti  i crismi dal Capo della Real Casa di Savoia, S.A.R. Amedeo di Savoia.
 
    Curiose  e stravaganti,  insussistenti e inconcludenti  sono le tesi contrarie  (spesso anche contraddicentesi fra loro) a quanto sopra affermato, espresse dai due interessati e da loro amici e legali a volte retribuiti dai due personaggi.
    Una prima tesi, assai comica in verità per le sue conseguenze, è che l’ordinamento giuridico della Repubblica ha abrogato tutte le norme regolanti la Dinastia. Ebbene, non si riesce a capire dove i due signori e i loro sodali vogliono andare a parare. La Repubblica Italiana infatti non riconosce nessun titolo nobiliare (art. XIV delle disp. trans. e fin. della Cost.), non riconosce ovviamente nessuna norma che riguarda la Dinastia, ne consegue che appunto, per la Repubblica, i signori sopramenzionati sono due semplici cittadini.  Insomma, se applichiamo le norme del Regno i due personaggi sono semplici cittadini, avendone violato le norme, se applichiamo le norme della Repubblica il risultato non cambia.
    Non si comprende quindi in base a quale titolo i due personaggi dispensino a dritta e a manca onorificenze a ingenui o a compiacenti.
    Una seconda tesi è che Umberto II avrebbe successivamente riconosciuto il matrimonio del figlio contratto civilmente a Las Vegas, dicesi Las Vegas, e religiosamente in Persia, al quale il Re non partecipò, né la Regina, né nessun membro della Famiglia Reale per ordine del Sovrano, solo perché otto mesi dopo sarebbe andato al battesimo del nipotino e perché -parole di Emanuele Filiberto in una delle tante sue comparse televisive nel Carro di Tespi-, egli conosceva il nonno suo. E gli altri (Giordano Bruno Guerri nel caso specifico) non l’hanno mai conosciuto.
    Ora, siccome chi scrive ha conosciuto il Nonno molto più del bambino Emanuele Filiberto (come ha conosciuto il suo babbo prima che si sposasse con sua madre), fa presente che i riconoscimenti di cose delicate come è la successione in una Casa Reale, richiedono atti scritti, ben documentati e non una presenza a battesimi privati che rientrano nell’ambito strettamente familiare e domestico.
    Altra tesi sarebbe che lo Statuto Carloalbertino prevede, come si è già  detto la successione salica (cioè solo per i maschi). Ma , si risponde, il trasferimento al ramo Aosta della successione (saltando Vittorio E. e Emanuele F. per i motivi sopra espressi) è avvenuta proprio nel rispetto della legge salica. 
  Un’altra tesi è che il Duca Amedeo sarebbe stato per anni zitto. In verità più volte, senza clamori (che è invece lo stile dei cugini) rivendicò i suoi diritti. Chi afferma il contrario conosce ben poco la storia di questi anni. Basti pensare alla ferma posizione assunta dall’UMI alla morte del Re. Chi scrive era nella assemblea che respinse con forza le interessate pressioni di alcuni Papaveri e riaffermò, a sensi delle leggi della Dinastia, l’esclusione di Vittorio Emanuele e del figlio dalla successione e  all’unanimità indicò in Amedeo il continuatore della Dinastia.
    Altra tesi  è che condannando all’esilio i due personaggi, la Repubblica ne riconosce i diritti. Questa è comicità pura. Al momento dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana Vittorio E. non si era ancora sposato a Las Vegas di nascosto al padre. Aveva 10 anni… La Repubblica pensava che il figlio sarebbe stato degno del padre di cui temeva l’enorme prestigio, la grande dignità e probità.
Faccio venia di altre cervellotiche tesi.

Bisogna prendere atto che il ramo principale della Dinastia si è estinto e che la Dinastia continua nel ramo Aosta.
    I sigg. Vittorio  e Filiberto lascino perdere le pretese araldiche, si mettano il cuore in pace.
 
    Spero vivamente che questo mio appunto sia chiaro e contribuisca a rincuorare i fedeli di Casa Savoia, smarriti e sgomenti da anni per le ripetute cadute di stile (diciamo così) dei due Personaggi.
    Essi sono dei semplici cittadini, liberi di fare quello che vogliono, essi non coinvolgono la Casa Reale . La millenaria, gloriosa Dinastia continua nelle LL. AA. RR. il principe Aimone e il piccolo Umberto (III), Principe di Piemonte.
 

Prof. avv. Giulio Vignoli

DATA: 15.01.2010
 
IL PIU’ GRANDE ITALIANO DI TUTTI I TEMPI?

      Così si chiama il nuovo programma in prima serata di RaiDue che inizierà il prossimo 20 gennaio, acquistato dal format inglese “100 Greatest Britons” andato in onda sulla BBC.  Sono previste 4 puntate, con la produzione di Bibi Ballandi, in diretta dallo studio 3 di Cinecittà. Presentato dal “scoppiettante” Francesco Facchinetti proveniente da X Factor, il programma nasce per individuare il nostro connazionale più famoso ed amato di tutti i tempi, votato poi  grazie al televoto.
    Storici ed esperti in studio commenteranno le vite e le scelte del pubblico da casa. Circola in rete una lista di 50 “Italiani famosi” : dal Petrarca a Dante, da Falcone a Borsellino, da Enzo Ferrari e Massimo Troisi, da Benigni a Pirandello, da Cristoforo Colombo a Sophia Loren, da Caterina da Siena a Giovanni XXIII, da Pascoli a Carducci, da Padre Pio a Mastroianni, ecc.ecc., come personaggi politici e storici vi sono Sandro Pertini, Mazzini, Cavour e Garibaldi.
Naturalmente non sono in elenco personaggi scomodi (assassini, dittatori ecc.) che potevano provocare “casi politici”, né tantomeno c’è Vittorio Emanuele II di Savoia (il primo Capo dello Stato del nostro Paese) o la prima Regina d’Italia, Margherita,  né il pronipote Umberto II, l’ultimo sovrano sabaudo, o la martire Mafalda von Hessen. Pochissime le donne, abbiamo detto della Loren, poi  Santa Caterina, la Levi Montalcini, la Magnani e Mina.
    Il programma inizialmente avrebbe dovuto presentarlo un discendente della più antica dinastia d’Europa, il quale ha preferito cambiare canale…
    A pochi mesi dalle celebrazioni…?, per il 150° anniversario della nascita dell’Italia, ci saremmo aspettati scelte coraggiose, veramente intelligenti, e non la solita classifica di “nani e ballerine”, ma la cultura storica nel nostro Paese non è della televisione pubblica, purtroppo.
    Viva il Re, Viva gli Italiani, quelli veri però!

Giuseppe Polito
Biblioteca storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 14.01.2010
   
ORDINE DEL GIORNO DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA: I RE E LE REGINE D’ITALIA AL PANTHEON

Palazzo dei Normanni a Palermo      L’Assemblea Regionale Siciliana, nella seduta del 17 dicembre 2009, su proposta dei deputati regionali Caputo, Pogliese e Vinciullo, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che impegna il Governo della Regione Sicilia “AD INTERVENIRE PRESSO IL GOVERNO NAZIONALE AL FINE DI CONSENTIRE ALLE SALME DELLE LL.MM. VITTORIO EMANUELE III, ELENA DEL MONTENEGRO, UMBERTO II E MARIA JOSE’ L’INGRESSO IN ITALIA E IL SEPPELLIMENTO PRESSO IL PANTHEON DI ROMA”.
    L’Unione Monarchica Italiana plaude alla nobile iniziativa promossa dai deputati regionali Caputo, Pogliese e Vinciullo, da sempre vicini alla nostre battaglie, e auspica che il nuovo anno, fausto anniversario dell’Impresa dei Mille e dei plebisciti celebrati al grido di ITALIA E VITTORIO EMANUELE, lanciato dalla Società Nazionale guidata dal siciliano La Farina, possa vedere finalmente ricomposte nel Pantheon di Roma, indicato dal siciliano Francesco Crispi come ultima dimora dei Re d’Italia, le spoglie dei Sovrani ancora sepolti all’estero.

DATA: 13.01.2010




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