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ARCHIVIO NEWS 2011

    
GLI AUGURI REALI DEI PRINCIPI AIMONE E OLGA

In occasione del Santo Natale e dell'anno nuovo, le LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi delle Puglie e d'Aosta, hanno diffuso una splendida foto artistica dei loro due figli: le LL.AA.RR. i Principi Umberto e Amedeo di Savoia. Un modo splendido per cominciare l'anno.
In occasione del Santo Natale e dell'anno nuovo, le LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi delle Puglie e d'Aosta, hanno diffuso una splendida foto artistica dei loro due figli: le LL.AA.RR. i Principi Umberto e Amedeo di Savoia. Un modo splendido per cominciare l'anno.
DATA: 31.12.2011
  
IL GIORNALE TORNA SULLA QUESTIONE DELLE SALME DEI RE AL PANTHEON

Vittorio Emanuele III   Dopo l’articolo di Veneziani pubblicato ieri, il Giornale torna sull’argomento della tumulazione del Pantheon delle Salme dei Sovrani d’Italia, grazie ad una lettere del Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola, nella rubrica “La Stanza di Mario Cervi”. Duole vedere come due esponenti della così detta “cultura di destra” (Veneziani e  Cervi ndr) affrontino con tanta superficialità, pregiudizi e supponenza l’analisi della figura del Re Vittorio Emanuele III. Sembra quasi che facciano una concessione con il loro avallare la questione salme. L’atteggiamento è sbagliato perché vittima di una cultura sbocciata nella RSI e assimilata da ogni preteso intellettualoide - tanto di destra quanto di sinistra-, che vorrebbe Vittorio Emanuele III capro espiatorio di ogni male. Così non è ed è nostro dovere (oltre che diritto) difendere ed onorare la splendida figura del terzo Sovrano d’Italia, così vilmente attaccata da ogni parte. Nel 2012 Gli abbiamo dedicato il Calendario Reale, speriamo che sia di buon auspicio per la Sua tumulazione e per una riscoperta, scevra da menzogne e pregiudizi, della Sua persona come uomo e come Re.

Da “Il Giornale” di giovedì 29 dicembre 2011, pag. 31 “La stanza di Cervi”Aldo A. Mola presidente Consulta dei Senatori del Regno
Caro Cervi, ti allego l'«appello» della Consulta alle istituzioni per traslare in Italia (non necessariamente al Pantheon) le salme di due cittadini sepolti all'estero. Questo il testo: « Vittorio Emanuele III è sepolto nella chiesa di Santa Caterina, ad Alessandria d'Egitto, ove morì i128 dicembre 1947. La Regina Elena, sua Consorte, è tumulata a Montpellier, in Francia, ove si spense il 28 novembre 1952. Sicura di interpretare il comune sentire dei cittadini, anche non monarchici, la Consulta dei Senatori del Regno esorta il Capo dello Stato e i presidenti dei due rami del parlamento e del governo a promuovere la traslazione delle loro salme in Italia, a coronamento del 150° dell'unità. Vittorio Emanuele III morì cittadino di pieno diritto, prima che la Costituzione vietasse ai Re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da interdizioni. La Consulta auspica che, sia pure tardivamente, le supreme istituzioni concorrano a sanare antiche divisioni con un gesto esemplare e ormai doveroso di umanità: il ricongiungimento in Italia delle salme dei Sovrani, accomunati alle famiglie dei compatrioti nelle gioie e nei dolori, come ricorda la straziante morte della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald. Ogni cittadino valuta e valuterà il mezzo secolo di regno di Vittorio Emanuele lll su ricordi propri e alla luce di studi in corso di maturazione. Il giudizio della storia è libero. La traslazione delle reali Salme in Italia è invece priorità di civiltà. Mentre tutte le Repubbliche d'Europa hanno reso e rendono omaggio agli antichi Sovrani dei loro popoli, la Consulta auspica che le supreme istituzioni ricordino nei modi dovuti il terzo Capo dello Stato italiano».
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola

Mario Cervi - foto www.monarchia.itCaro Mola,
sono d'accordo sull'opportunità chele spoglie di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena vengano portate in Italia, come si è dichiarato d'accordo ieri in prima pagina del Giornale Marcello Veneziani. Sia il re, sia la regina appartengono alla storia patria, e non si serba rancore ai morti. Lo scrivo pur avendo sempre espresso giudizi severi su Vittorio Emanuele lll, e pur avendo sempre dichiarato che il problema di questo ritorno non mi angustiava, dato che in terre remote giacciono i resti di tanti caduti italiani che non avevano firmato né le leggi razziali né la dichiarazione di guerra. Ma l'appello della consulta che tu presiedi, dovuto immagino alla tua penna, è degno di pubblicazione per la sua pacatezza e per la sua dignità.
Mario Cervi
DATA: 29.12.2011
   
ANNIVERSARI E STAMPA: SOLO PER MARCELLO VENEZIANI VITTORIO EMANUELE III MERITA IL PANTHEON

Vittorio Emanuele III   Come era da immaginarsi, oggi, 28 dicembre 2011, 64° anniversario della scomparsa in esilio del Re Vittorio Emanuele III, nessuno – o quasi – si è ricordato di questa ricorrenza. Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Aldo A. Mola, con un comunicato di pochi giorni fa, aveva rivolto alle Istituzioni un appello per il rientro in Italia delle salme dei Sovrani di Casa Savoia ancora sepolti in terra straniera. Quanto dovremo aspettare affinché finisca questo ingiusto esilio dei morti? La repubblica, con questo ostinato atteggiamento, si dimostra ancora una volta un gigante coi piedi d’argilla (il referendum del 1946…) che ha ancora molto da temere dalle inermi salme dei Re d’Italia. Ma il rientro delle salme non è un gesto politico, bensì un atto ci civiltà e di pacificazione nazionale. Un paese che censura il proprio passato è un paese che rischia di non avere futuro. Dalle colonne de “Il Giornale”, l’editorialista  Marcello Veneziani è l’unico a ricordarsi del Re Vittorio Emanuele III in questo anniversario e ne chiede la tumulazione nel Pantheon di Roma. Pubblichiamo di seguito l’articolo che, sebbene esprima giudizi crudi, irriguardosi e non condivisibili sulla Monarchia sabauda, ha l’indiscusso merito di sollevare la questione. Ognuno è libero di giudicare la Monarchia italiana ma, come Veneziani scrive e noi chiediamo da sempre, anzitutto occorre traslare al Pantheon i Re d'Italia, a cominciare da Vittorio Emanuele III e dalla Regina Elena. Non possiamo aspettare ancora.

E' TEMPO CHE RIENTRINO LE SALME DEI SAVOIA
di Marcello Veneziani - 28 dicembre 2011 da www.ilgiornale.it

Marcello Veneziani - foto da internetOra che finisce l'anniversario patriottico sarebbe giusto riportare al Pantheon la salma dell'ultimo re d'Italia. Non dico il re di Maggio, ovvero Umberto che regnò poche settimane fino al referendum.
Dico Vittorio Emanuele III, piccolo sovrano di lunga durata, re d'Italia per 47 anni, dall' assassinio di suo padre Umberto I. Vittorio Emanuele morì come oggi, 28 dicembre del 1947, in Egitto, e morì da cittadino italiano perché non c'era ancora la Costituzione che vietava l'accesso in patria ai Savoia vivi e morti. Il re che regnò più a lungo, tra guerre mondiali e coloniali, fascismo e impero, riposi con sua moglie Elena accanto ai suoi avi. Indipendentemente dal controverso giudizio storico su di lui, che pure fu Re Soldato ed ebbe il sommesso affetto degli italiani che lo consideravano il brutto anatroccolo della Casa, nano sulle spalle di giganti. Un popolo può deporre i re, come ha fatto l'Italia, ma non può fingere che non abbiano regnato. La richiesta giunge dallo storico della Monarchia Aldo A. Mola, che presiede la consulta dei Senatori del Regno. Forse sbagliammo a sostenere il rientro in Italia dei Savoia viventi (lo dico a tutela del reame). Ma l'Italia avrebbe avuto bisogno, come simbolo unificante, di una bella monarchia alle spalle: com'è, tutto sommato, quella di Spagna, del Belgio o d'Inghilterra, almeno fino alla Regina regnante. E invece ebbe una monarchia storta e piccola, salvo qualche duca e principessa. Ma i re sono come i nonni: non si scelgono, ma si caricano sulle spalle della memoria storica.

DATA: 28.12.2011
 
ONORE A VITTORIO EMANUELE III NEL 64° DELLA SCOMPARSA

Nel 64° della scomparsa del Re Vittorio Emanuele III, avvenuta in Alessandria d'Egitto il 28 Dicembre 1947,  l'U.M.I. ne ricorda la luminosa e sofferta figura.

Vittorio Emanuele III   Il 28 Dicembre del 1947 moriva esule ad Alessandria d’Egitto il conte di Pollenzo, al secolo Vittorio Emanuele di Savoia, Re d’Italia con il nome di Vittorio Emanuele III.
Se l’esilio avesse richiesto solo la ritirata e non la terra straniera, Montecristo sarebbe stata per lui come Sant’Elena per Napoleone. La piccola isola toscana era il suo ritratto fisico: fiera ed impervia, inaccessibile e rocciosa, scrigno di una solitudine preziosa che egli sempre ricercò a Racconigi, a Ravello e ad Alessandria d’Egitto, ma che mai avrebbe trovato come su quest’isola.
La mano di un anarchico gli pose la corona sul capo all’improvviso, una corona pesante per chi schivava da sempre gli onori e sentiva come macigni le responsabilità di quel ruolo. Il regicidio segnò profondamente il suo animo al punto di giurare a se stesso di evitare al popolo in ogni modo scontri interni e guerre fratricide. Fu forse proprio questo che lo portò ad accettare Mussolini.
Il maestro di Predappio da un lato minacciava la guerra civile, dall’altro incassava i consensi delle forze economiche del paese, della casta dei generali, dei liberaldemocratici e del clero. Tutti avevano ceduto, Mussolini si apprestava ad ottenere la fiducia del Parlamento con ancora pochissimi seggi fascisti; Giolitti, al primo discorso del presidente Mussolini, disse: “ Io approvo pienamente le parole del presidente del consiglio. Questa camera ha il Governo che si merita.”
Quando il duce cadde per mano degli stessi fascisti, Vittorio Emanuele colse l’occasione per liquidare chi tanto a lungo aveva umiliato lui ed il paese.
Acclamato come il Re soldato prima e come il Re vittorioso poi, egli seppe meritare sul campo il riconoscimento dei generali e di tutto il popolo italiano. Fu lui al convegno di Peschiera ad imporre, anche agli sfiduciati alleati franco-inglesi e non solo ai tentennanti generali italiani, l’esigenza di difendere la linea del Piave per contenere la rotta di Caporetto e riprendere l’iniziativa delle armi fino alla vittoria finale.
il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena in VaticanoMa per i superficiali e disattenti cantastorie del nostro tempo l’intrigante figura di Re Vittorio Emanuele III rimane quella di un vile pedone agli ordini di Mussolini, quando egli fu invece molto più astuto di quanto si crede. Capace di muoversi in maniera composita, apparentemente obliqua ma penetrante, egli fu capace di affrontare con il passo del cavallo la scacchiera della storia. Il suo temperamento aveva anche del passo ortogonale della torre e di quello diagonale dell’alfiere; ebbe soprattutto il piglio fiero di chi è capace di riconoscere i passi dell’avversario; l’astuzia in armi ed in politica.
Quando Cesare varcò il Rubicone con l’intento di marciare su Roma ed abbattere il Governo legittimo, Pompeo Magno decise di portare altrove i simboli della repubblica per metterli in salvo, ed offrire allo Stato continuità e più salde difese contro l’usurpatore. Egli prese la via di Pescara, mentre gli avversari lo accusarono di aver tradito la fiducia dei romani per mettere in salvo se stesso. Ma Pompeo Magno non diventò Pompeo il codardo per Cicerone, che lasciò alla storia stabilire se quella fu prova di astuzia o di coraggio.
Anche Vittorio Emanuele III prese la via di Pescara, per mettere in salvo la continuità dello Stato che il nonno aveva costituito. Partì per salvare l’Italia e proteggere Roma, che non poteva essere trasformata in un campo di battaglia. Nel 1918 si dovette decidere se difendere militarmente Venezia o dichiararla città aperta; si anticipò, in sostanza, la polemica del ’43, tra i sostenitori Vittorio Emanuele III a Firenzedell’integrità delle opere d’arte e dei monumenti e coloro che, come D’Annunzio, anteponevano ragioni eroiche e di prestigio bellico. Allora la vittoria non lasciò spazio alle polemiche; nel ’43 invece fu la sconfitta a definire i colori di quella scelta, che si può certo discutere, ma che non può essere semplicisticamente e strumentalmente trasformata in fuga da chi, troppo piccolo, teme ancora oggi il confronto con la memoria di un Re troppo grande.
L’annuncio dell’armistizio colse di sorpresa il vecchio Re, perché nei patti si doveva attendere la metà di settembre, ma probabilmente gli angloamericani, venuti a sapere del piano del sovrano per trasferire in una Sardegna libera da tedeschi e protetta dall’intera flotta italiana il Governo e le Altezze Reali, ne temevano una riorganizzazione scomoda, specie nell’ottica di un gesto che riportasse vigore alle forze armate italiane, popolarità e consenso.
Ma il Regno di Sardegna non rinacque in quell’alta estate del 1943. Il Re fu costretto a partire da Roma senza tentennamenti e senza nemmeno poter aspettare il ritorno di Mafalda, poi catturata ed uccisa dai tedeschi a Buchenwald. Il colpo mancino degli alleati diede malvagiamente un diverso ed improvviso svolgimento degli eventi; non si fece in tempo a dare disposizioni alle forze armate, si dovette sacrificare tutto per l’Italia, anche una figlia amatissima.
Da qui il diurno tormento che accompagnò il Re per tutto l’esilio. Un tormento che rese sempre più opache quelle fotografie scattate quotidianamente alla Regina Elena. Vecchia passione quella della fotografia, così come quella filatelica, che lo portava ad intrattenersi in città, ad Alessandria, tra le bottegacce ed i tappeti polverosi dei bazar. La vecchiaia aveva intenerito l’animo di duro soldato, tanto che la sveglia era stata ritardata di un’ora; si alzava alle sei Vittorio, a mezzogiorno pranzava, cenava alle otto, alle dieci era già a letto, mentre Elena continuava la maglia per una mezz’ora.
Quel 23 dicembre del 1947 un brivido lo colse al molo mentre era intento a pescare. Si ritirò subito, preoccupato ed attraversato da strane sensazioni. Da quel giorno non uscì più.
A Natale accolse i nipotini a letto per i regali. Il suo aiutante di campo lesse i numerosi telegrammi di auguri per le feste; auguri di gente semplice e sconosciuta, italiani che si ricordavano del loro Re. Chi se ne sarebbe dovuto ricordare, non lo fece mai.Il Re a Fiume
Il 28 mattina non riuscì nemmeno a radersi, tanto era la spossatezza che lo colse, precedendo una paralisi. A mezzogiorno toccò con le labbra una tazzina di caffè amorosamente preparato dalla sua sposa. Alle 14.20 spirò con i conforti religiosi. Il figlio Umberto arrivò troppo tardi per salutare il vecchio padre, la cui salma fu tumulata in una chiesa di Alessandria nella speranza che potesse raggiungere presto il Pantheon di Roma accanto al nonno Vittorio Emanuele II, al padre ed alla madre.
Ma la Patria che lo ebbe Re per quarantaquattro anni se ne dimenticò in pochi giorni. I giusti che sulle deboli fondamenta di un referendum quantomeno nullo si elessero a buon governo per l’Italia ne temono tutt’oggi la memoria. A noi, italiani fieri delle proprie origini e della propria storia, non resta che affidare al vento i petali dei fiori che il suo sepolcro meriterebbe, aspettando che i figli ribelli d’Italia si ricordino dei propri padri. Quel giorno, le lacrime del pentimento e della vergogna soffocheranno le loro voci, ma i grandi uomini non servano rancore, sanno aspettare che la Storia, come ricordava Cicerone, possa dire se fu prova di astuzia, di coraggio o di amore.
W il Re, W l’Italia
    Fabio Fazzari - U.M.I. Monza
DATA: 27.12.2011
 
PORTIAMO IN ITALIA LE SALME DEI RE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 25/12/11

Vittorio Emanuele III   Nel 150° del Regno d’Italia le “istituzioni” per ora non hanno né compiuto né annunciato il gesto molto atteso, saggio e riparatore: traslare in Italia le salme di Vittorio Emanuele III, terzo Capo dello Stato, e della Regina Elena. Re Vittorio  è sepolto  ad Alessandria d’Egitto ove morì il 28 dicembre 1947. Col vento che tira da quelle parti, prima lo si porta in Italia, meglio è, anche perché non tutti i musulmani ricordano il suo rispetto per l’islam, come per l’ebraismo. La Regina  Elena è tumulata  a Montpellier, ove si spense il 28 novembre 1952.   
  Vittorio Emanuele III morì cittadino italiano di pieno diritto. Infatti solo dal 1° gennaio 1948 la costituzione vietò ai Re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da interdizioni. Fu quanto la repubblica riconobbe a beneficio della Regina Maria José, vedova di Umberto II, al quale venne invece ingenerosamente negato di rimettere piede in Italia, neppure quando era ormai irreversibilmente malato: una perfida crudeltà. la Regina Elena  
   La traslazione delle reali salme per iniziativa delle istituzioni sia pure tardivamente concorrerebbe a sanare antiche divisioni con un gesto doveroso di umanità verso i Sovrani che vissero uniti in matrimonio 51 anni e rimangono sepolti non solo in due distinti Paesi ma addirittura in due continenti diversi. La loro sorte, nelle gioie e nei dolori, è tutt’uno con quella di tanti compatrioti, come insegna la straziante fine della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald, come ha scritto Mariù Safier in pagine limpide (Bompiani).
   Il lungo regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946) può essere valutato in vario modo, secondo le sue fasi: età giolittiana, grande guerra, fascismo, seconda guerra mondiale, catastrofe…Il giudizio della storia è alimentato dai documenti, come ricorda il Calendario 2012 dell’Unione Monarchica Italiana. La traslazione delle reali salme in Italia è altra cosa: memoria e civiltà.  Tutte le Repubbliche d’Europa, dalla Russia all’Austria, dalla Germania alla Romania, hanno reso e rendono omaggio agli antichi  Sovrani. Perché l’Italia non fa altrettanto? Forse per nascondere che nel referendum del 2-3 giugno 1946 la repubblica fu approvata solo dal 42% degli aventi diritto? Non è colpa dei monarchici  se questa poi si è andata sgretolando. Un gesto di nobiltà d’animo non guasterebbe.
   Il Piemonte ha un debito speciale nei riguardi di chi partì dalla sua nativa Napoli per l’Egitto col titolo di conte di Pollenzo e della Regina Elena che amava estivare a Racconigi o nelle valli del Cuneese. Ma il 150° volge al tramonto…
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 27.12.2011

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA PER IL SANTO NATALE E IL NUOVO ANNO

Casa Savoia    Italiani!
    si chiude un anno in cui abbiamo celebrato il 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia.
    Si è parlato di Unità, ma questa, per il vero,  fu raggiunta più tardi, con Venezia nel 1866, con Roma nel 1870, con Trento e Trieste nel 1918.
    Si è parlato di ombre, più che di luci,  di quella epopea: ma le ombre,
che nessuno vuole negare, sono parte di ogni vicenda umana, che sia personale o collettiva.
    Ciò che resta è che un gran Re come Vittorio Emanuele II, uno statista come Cavour, uomini di pensiero e di azione come Mazzini e Garibaldi, spiriti immortali come Foscolo, Leopardi, Verdi, Manzoni, Carducci fecero sì che, dopo lunghi secoli di servaggio e di divisione, il popolo italiano ritrovasse unità, indipendenza e libertà.
    Si chiude un anno in cui abbiamo attraversato grandi difficoltà economiche e sociali.Il Capo di Casa Savoia
    Esse hanno radici internazionali ma anche, e soprattutto, interne.
    Ho ripetuto tante volte - ma non mi stancherò di farlo - che, senza un profondo rinnovamento culturale e istituzionale, le riforme, auspicate da ogni parte, si risolveranno sempre in operazioni di potere  a vantaggio di pochi e a detrimento di molti.
    Auspico comunque che - nonostante tutto - la classe dirigente del Paese voglia e sappia operare per il bene comune,  tutelando soprattutto, in questi  momenti difficilissimi, i più deboli e i più indifesi.
    Unitamente a mio figlio Aimone, rivolgo a tutti i concittadini, agli italiani che lavorano in ogni parte del mondo, ai militari impegnati nelle missioni all'estero, l'augurio di trascorrere un sereno Santo Natale e di vivere un buon 2012!
    Affrontiamo - tutti insieme - l'anno che viene, con speranza e determinazione,
" ciascuno dal posto che la Provvidenza ci ha assegnato!",
secondo l'esortazione che, in un Suo memorabile messaggio, ci rivolse  il Re Umberto II.
Viva l'Italia!
Amedeo di Savoia
Castiglion Fibocchi, 24 Dicembre 2011

DATA: 25.12.2011
 
ONOREVOLE  CALDEROLI: NON E’ UN COLPO DI STATO E’ TUTTO NORMALE

Roberto Calderoli - Foto da internetChe l’oratoria dell’ex ministro Calderoli sia colorita, efficace e a volte un po’ originale è risaputo, ma il discorso fatto mercoledì scorso al senato dall’onorevole è sicuramente andato oltre ogni ragionevole buon senso comune. “No, senatore Calderoli, non c’è in atto nessun colpo di Stato”, semmai solo una interpretazione elastica della Costituzione. Il governo Monti è un governo di emergenza Nazionale (o meglio del Presidente), appoggiato dalla maggioranza delle forze parlamentari che ha il compito di far rimanere l’Italia agganciata all’Europa; tuttavia non può essere espressione della volontà popolare in quanto non votato dagli italiani. L’onorevole Calderoli proprio su questo ultimo punto del ragionamento rivendica al P.D.R. il fatto che, approvare una manovra economica così vessatoria nei confronti del ceto medio, non può essere legittima in quanto -secondo lui- non avallata dal popolo. Onorevole Calderoli: “E’ TUTTO NORMALE” (in Italia), quante volte abbiamo assistito nel corso della Repubblica a decisioni discutibili sotto questo punto di vista? Quanti P.D.R. hanno svolto il loro mandato con interpretazioni  della Carta Costituzionale a dir poco elastiche? (vedi i Presidenti Leone, Scalfaro, Cossiga, e da ultimo il Presidente Napolitano)? E che dire del Referendum del 1946 sulla scelta tra Monarchia e Repubblica, tecnicamente nullo, che basa la vittoria della Repubblica sull’interpretazione della parola VOTANTE? (che non significava più “chi va a votare” come è scritto in tutti i dizionari di lingua italiana, ma che significa “chi esprime voto valido”).
E’ tutto normale Senatore Calderoli... è tutto normale.
Roberto Carotti
U.M.I. Jesi
DATA: 23.12.2011
 
APPELLO DELLA CONSULTA ALLE ISTITUZIONI DELLO STATO:
RICONGIUNGERE IN ITALIA LE SALME
DI VITTORIO EMANUELE III E DELLA REGINA ELENA

il PantheonVittorio Emanuele III  è sepolto nella chiesa di Santa Caterina, ad Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947. La  Regina  Elena, sua Consorte, è tumulata  a Montpellier, in Francia, ove si spense il 28 novembre 1952.
    Sicura di interpretare il comune sentire dei cittadini, anche non monarchici, la Consulta dei Senatori del Regno esorta il Capo dello Stato e i presidenti dei due rami del parlamento e del governo a promuovere la traslazione delle  loro salme in Italia, a coronamento del 150° dell’unità.   
  Vittorio Emanuele III morì cittadino di pieno diritto, prima che la Costituzione vietasse ai Re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da interdizioni.   
   La Consulta auspica che, sia pure tardivamente, le supreme istituzioni  concorrano a sanare antiche divisioni con un gesto esemplare e ormai doveroso di umanità: il ricongiungimento in Italia delle salme dei sovrani, accomunati alle famiglie dei compatrioti nelle gioie e nei dolori, come ricorda  la straziante morte della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald.
   Ogni cittadino valuta e valuterà il mezzo secolo di regno di Vittorio Emanuele III su ricordi propri e alla luce di studi in corso di maturazione. Il giudizio della storia è libero. La traslazione delle reali Salme in Italia è invece priorità di civiltà.
   Mentre tutte le Repubbliche d’Europa hanno reso e rendono omaggio agli antichi  Sovrani dei loro popoli, la Consulta auspica che le supreme istituzioni ricordino nei modi dovuti il terzo Capo dello Stato italiano.  
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola 
Roma, 22 dicembre 2011 
I Sovrani ancora seplti in terra straniera
DATA: 22.12.2011
 
VIGILI URBANI: ASSEMBLEA CONTRO IL DECRETO MONTI - SI PROFILA LA  RINUNCIA A CONCORRERE IN SERVIZI DI ORDINE PUBBLICO

Mario Monti - foto da internetCon l’abrogazione dell’Istituto dell’Equo Indennizzo, effettuato dalla manovra finanziaria, per tutti gli Agenti ed Ufficiali delle Polizie Locali d’Italia, l’OSPOL-CSA  questa mattina con  l’affollatissima Assemblea  dei Vigili della Capitale,  BOCCIA all’unanimità l’iniqua manovra Monti. La stessa manovra mette , però, al riparo le Polizie di Stato del Comparto Sicurezza (Carabinieri, Poliziotti di Stato, Finanzieri, Vigili del Fuoco, Forestali, Guardie Penitenziarie) oltre ai Militari e agli Operatori di Soccorso. Tutte queste categorie sono escluse dall’abrogazione dell’Istituto  dell’Equo Indennizzo. L’Assemblea dei Vigili della Capitale , che si è svolta dalle ore 7,00 alle 10,00 presso il Comando del Corpo di Via della Consolazione , ha messo a dura prova il traffico cittadino nei  XX Municipi per la massiccia partecipazione di Vigili “viabilisti” all’Assemblea dell’OSPOL. Gli Agenti ed Ufficiali delle Polizie Locali accusano il Governo di essere stato “discriminatorio” nei loro confronti e minacciano, se non viene ripristinato l’Istituto dell’Equo Indennizzo per tutti i 65.000 Vigili d’Italia, di rinunciare a concorrere con le altre Forze di Polizia dello Stato al servizio di Ordine Pubblico che, peraltro, è la funzione  esclusiva delle Polizie di Stato. L’OSPOL –CSA ha inoltrato un documento di rivendicazione al Capo del Governo annunciando lo stato di agitazione della categoria che, se non ci saranno risposte positive, sfocerà in scioperi che saranno proclamati in tutti i Capoluoghi d’Italia.
Ospol – Ufficio Stampa
Roma 20 Dicembre 2012
DATA: 20.12.2011
 
SULLA CITTADINANZA  ITALIANA IL PIEMONTE HA DA DIRE LA SUA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” dell'18/12/11

Caracalla - Foto da internetL’Italia non è affatto un cumulo di macerie. Non ha nessun “Annibale alle porte”.  C’è disorientamento, generato dalla disinformazione,  da chi fa latrare i cani per spingere il gregge. Motivo in più per fare memoria e ricordare che la notte è buia solo per chi non ha luce interiore. Il 150° del Regno d’Italia,  disperso in rivoli presto essiccati, ha trascurato il tema di fondo: la nascita dello Stato nazionale in un’Europa che negava (e ancora nega) le nazioni, dal  Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda all’Impero d’Austria, dallo zar di Russia alla Sublime Porta di Istanbul. Con Risorgimento e unificazione l’Italia voltò pagina, per sé e per i popoli che agognavano all’indipendenza. Dette cittadinanza a ventidue milioni di persone, al “volgo disperso che nome non ha”, come scriveva Manzoni. La definizione di cittadinanza è impegno fondamentale dell’Italia odierna: tutt’uno con la legge elettorale, espressione  della sovranità nazionale.  Molte norme varate in queste ore col pretesto dell’emergenza calpestano diritti non negoziabili. Il legislatore irrompe nella vita privata a cominciare dal libero uso della moneta, il cui possesso viene prospettato di per sé quale indizio di reato (“sterco del diavolo”?) . Certo l’Italia odierna è vincolata  alla  moneta in uso, all’Unione Europea, alla Nato, all’ONU; conta milioni di abitanti non nativi, parte cittadini, parte no, ed è in  affanno. Proprio perciò chi governa dovrebbe allentare i motivi di tensione, anziché moltiplicarli col varo di norme esose, invasive e oppressive. Mentre ovunque è in discussione il concetto stesso di nazione e di cittadinanza in una visione planetaria dei rapporti fra le genti, l’Italia deve fare i conti  con la propria storia senza cesure né censure, senza apologie né demonizzazioni: deve “documentarsi” affinché ciascuno conosca, rifletta, valuti e, se vuole, scelga che cosa fare o non fare: se accettare o rescindere  il “contratto con lo Stato”, condividere o meno la cittadinanza. In tale contesto,  Marco Pizzo, direttore del Museo Centrale del Risorgimento, lancia il progetto di un museo dell’Italia fascista; dal mensile “Storia in Rete” Fabio Andriola propone di discuterne. Il tema è centrale per guardare oltre le cronache.  Un museo (termine vecchio e invecchiante) specificamente intitolato all’ “Italia fascista” (1919-1943/45?)  farebbe da controcanto a quelli della “resistenza”. Sarebbe a sua volta  “partigiano” e darebbe per scontata la separazione o addirittura l’estraneità del fascismo dalla storia generale dell’Italia: una favola, questa, che fece comodo ai tanti  che votarono a favore di Mussolini (a cominciare da Benedetto Croce e da Alcide De Gasperi)  e poi pretesero  di ridurre  il suo ventennale governo e il fascismo (realtà per altro distinte) a episodio accidentale: invasione degli hyksos, barbarie. Semmai va realizzato un Foro permanente degli italici-italiani (sostantivo, non aggettivo): non statico,  ma da aggiornare col flusso della storia, come insegnò Riccardo Bacchelli. Va varato l’anno prossimo, anche per evocare i 1800 anni dell’editto di  Caracalla, dissoluto e geniale, che nel 212 dopo Cristo concesse  la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero e i 1700 anni della vittoria di Costantino il Grande su Massenzio (28 ottobre 312).    L’Italia odierna arriva anche da quegli eventi, da inserire  in un Memoriale o Foro degli Italiani, che abbracci l’intero territorio nazionale e i suoi abitanti e  ponga il tema della cittadinanza in termini non estemporanei e frettolosi, a differenza di quanto ha fatto recentemente Giorgio Napolitano. Al riguardo il Piemonte di Elvio Pertinace e del conte di Pollenzo, due imperatori nell’arco di quasi duemila anni, ha da dire la sua.      
Aldo A. Mola   
DATA: 19.12.2011
 
GdF: MEDAGLIA D’ORO ALLA MEMORIA DEL M.LLO AMBROSELLI

M.llo Antonio Ambroselli13 Dicembre 2011 - Come è stato per Giorgio Perlasca nel 2003, il Museo Storico della Guardia di Finanza ha comunicato che la Fondazione Carnegie presso il Ministero dell'Interno ha conferito la Medaglia d'Oro al Maresciallo Maggiore Aiutante  Antonio Ambroselli (Santi Cosma e Damiano 12/03/1915 - Roma 1/04/1975), padre del nostro Ispettore Nazionale Dott. Sandro, per gli atti di eroismo compiuti durante la Seconda Guerra Mondiale (Città Aperta di Roma 1943/1944). Antonio Ambroselli, di aperta fede Monarchica fino alla morte, si arruolò nella Regia Guardia di Finanza nel settembre 1935. Dieci giorni dopo il fatidico 8 settembre 1943, si sposò con la signorina Mafalda Cangelmi "la Monarchica Partigiana", con la quale di lì a poco, si renderà protagonista di numerose missioni di salvataggio in favore di compaesani e non detenuti nel famigerato Campo di Concentramento Tedesco “La Breda” di Torre Gaia a Roma. Entrato a far parte di una organizzazione partigiana "Fiamme Gialle" sotto il comando del Tenente Alaydin KORCA, organizzò allo Scalo Ferroviario San Lorenzo (Stazione Tiburtina) le fughe dei prigionieri pronti a partire per la Germania. Con loro anche il ferroviere Michele BOLGIA, poi trucidato alle Fosse Ardeatine, che forniva al gruppo dei finanzieri partigiani gli elenchi delle partenze con tanto di orari e persino l'indicazione dei binari. Organizzarono solo nel mese di febbraio 1944, quattro colpi di mano presso il richiamato scalo ferroviario, ove, dopo avere spiombato i portelloni dei vagoni in sosta, fecero scappare oltre un migliaio di giovani rastrellati a Roma, anche ebrei catturati a Piazza Bologna diretti nei campi di concentramento germanici. (Fonte Museo Storico Guardia di Finanza).
La memoria storica concernente la vita e gli eroismi di Antonio Ambroselli e Mafalda Cangelmi sono oggi demandati all'Associazione Ambroselli, Storia Arte Tradizione, presediuta dal Dott. Sandro Ambroselli , e dal Club Reale "Antonio e Mafalda Ambroselli" (Coordinatrice Rag. Maria Capocci) entrambe con sede a Venafro (IS), alle quali si devono numerose e lodevoli iniziative culturali, anche nel campo della didattica della Shoah.
DATA: 19.12.2011
 
A PROPOSITO DEL "RE GIORGIO", LE SUE PREROGATIVE COSTITUZIONALI E LO STATO D'ECCEZIONE

L'articolo di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere della Sera del 12 dicembre scorso, ha suscitato un acceso dibattito attorno alla figura del Capo dello Stato. Pubblichiamo una riflessione di Roberto Carotti, iscritto all'U.M.I. di Jesi, su questa tematica.

foto da internetÈ a conoscenza di tutti che le prerogative costituzionali del nostro Presidente della Repubblica sono per lo più di carattere simbolico-rappresentativo piuttosto che di indirizzo politico-governativo; dalla fine di Ottobre abbiamo assistito invece ad una vera e propria azione di indirizzo politico del nostro Presidente, culminata con la nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio (anche se appoggiato legittimamente dalle maggiori forze del paese). Premesso che in situazioni di emergenza il P.D.R. può spingersi oltre le sue prerogative costituzionali e fungere così da "motore di riserva" (usando l'espressione utilizzata da Marco Olivetti nel quotidiano “l'Avvenire” del 4 Dicembre scorso) in aiuto alle forze politiche in campo, resta da stabilire però in quali situazioni questo possa accadere visto che nella nostra Costituzione Repubblicana; a tal proposito non vi è alcun riferimento. Il 3 Dicembre scorso il New York Time ha dedicato il suo prestigioso "Ritratto del Sabato" al nostro Presidente Giorgio Napolitano - incoronandolo come "Re Giorgio" - per via della sua azione esercitata sino al limite delle sue prerogative costituzionali che assomiglierebbero appunto più alle prerogative di un Re, da cui peraltro la nostra presidenza deriva. Il saggista e scrittore Ernesto Galli della Loggia, nell'articolo pubblicato dal Corriere della Sera dell'11 Dicembre scorso dal titolo "Emergenza e diritto costituzionale il silenzio sullo Stato d'eccezione", esorta la classe dirigente e gli studiosi di diritto costituzionale ad aprire un dibattito sul concetto di "Stato d'eccezione", cioè quel momento particolare della vita di una Nazione dove il P.D.R. può fare da "reggitore sussidiario" del sistema al fine di consentire che esso riprenda a funzionare, concludendo poi che in un paese democratico non può esserci posto per modifiche della Carta Costituzionale attraverso vie surrettizie interpretative e forzando a piacere il testo della medesima. Il periodo storico che stiamo vivendo potrebbe essere a mio avviso un momento propizio per possibili riforme costituzionali anche perché il nostro Presidente, essendo uomo di formazione prevalentemente di sinistra, non può essere accusato di essere un pericoloso autoritario; che sarebbe successo se il P.D.R. fosse provenuto dal centro-destra e avesse tenuto lo stesso comportamento di "Re Giorgio"?... chissà, forse si sarebbe meritato l'impeachment. Solo un Paese ossessionato dal passato non può non capire che sono ormai maturi i tempi per il ritorno dell'unica forma di governo che possa garantire la forza, l'autorevolezza e l'imparzialità che una Nazione come l'Italia si merita: la Monarchia Parlamentare! Viva l'Italia! Viva il Re!
Roberto Carotti
DATA: 14.12.2011
 
SOVRANITA' LIMITATA?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” dell'11/12/11

foto da internetCome le persone, gli Stati hanno un cervello (sovranità e politica estera), un cuore (le forze armate) e visceri (economia e società), che insieme ne formano l’identità. L’Unione Europea dall’Atlantico alla Polonia non ebbe e non ha né cervello né cuore. I suoi visceri sono malandati. Basata su Costituzione logorroica e senz’anima (il Trattato del 29 ottobre 2004 ne ignora le radici greco-romane-cristiane, liquidate  come “eredità culturali, religiose e umanistiche”), l’Europa crolla per l’incomponibile  conflitto tra eurozona e Gran Bretagna, un impero fondato sulla sterlina. L’Unione non ha sovranità né politica estera né, meno ancora, forze armate unitarie. Francia e Inghilterra si guardano bene dal mettere loro armi (a cominciare dall’arsenale nucleare) a servizio dell’Unione. Ogni Stato fa la propria politica estera. Lo si è veduto nella tragedia della Libia. Scatenato il caos, completo di linciaggio efferato di  Gheddafi (un evento che non può essere declassato a “episodio”: la Nato e l’ONU se ne lavarono le mani lorde di sangue), ciascuno ha mirato e mira a procacciarsi una parte di bottino. E’ evidente la contrapposizione tra gli Stati Uniti d’America (incapaci di tener le briglie dell’America centro-meridionale) e l’Europa, coinvolta in operazioni belliche (dall’Iraq all’Afghanistan) dai costi crescenti e dagli esiti deludenti, tanto più  in presenza di un Vicino Oriente niente affatto pacificato e mentre il  mondo islamico è una polveriera  in cui gareggiano l’Iran  degli ayatollah e la Turchia  di Ahmed Davutoglu,  che sogna un nuovo impero ottomano-islamico alternativo a quello dell’Arabia Saudita, costruito coi petrodollari.
   Purtroppo il grosso dell’informazione si occupa quasi esclusivamente di visceri meno nobili: la contabilità spicciola spacciata come alta politica. Però i cittadini scoprono costernati di essere a “sovranità limitata”, come un tempo i Paesi del Patto di Varsavia.  Dopo anni di orchestrato discredito della dirigenza elettiva a tutti i livelli, il presidente della repubblica ha infatti affidato il governo a un manipolo di consulenti. Privi di investitura popolare e lontanissimi dal segnare la svolta che gl’ingenui se ne attendevano (una cosa è parlare, un’altra è fare, col supporto di un buon margine di consenso), in un mese dall’insediamento il governo in carica non ha saputo parlare né al cervello né al cuore.
    Motivo in più per ricordare che solo con l’unificazione nazionale del 1859-1870 l’Italia conquistò, e a fatica, il rango di protagonista della Comunità internazionale e lo esercitò con pienezza sino al 1915. L’intervento nella grande guerra, quasi un secolo fa, mise a nudo i suoi punti di forza e di debolezza. Nel 1918 gli italiani vinsero sul campo e nel 1931 con l’Istituto per la Ricostruzione Industriale risposero in modo autonomo e originale alla Grande Depressione. Un decennio dopo, però, a confini ancor quasi inviolati, il governo Badoglio abdicò alla sovranità nazionale, sottoscrivendo la resa incondizionata (non “armistizio”): clausole dure e mortificanti, ribadite dal Trattato del 10 febbraio 1947, che ignorò il concorso degli italiani alla guerra di liberazione, ridusse l’Italia e sovranità limitata e perciò ebbe il voto contrario dei liberali veri, come Benedetto Croce.
   Lì finì la Terza Italia, sulle cui rovine si ersero clericali e comunisti, divisi su tutto tranne che nella lotta contro le forze nazionali cresciute nell’età della Monarchia statutaria: i liberaldemocratici (repubblicani inclusi) e i  socialriformisti, uniti nell’impegno a subordinare cervello e cuore al Parlamento, espressione delle libere scelte dei cittadini, tutt’altra cosa dal “centralismo democratico” dei comunisti e dalle oligarchie finanziarie che generarono e alimentarono il comunismo sovietico.  
Che cosa rimane dell’età liberale? In quasi settant’anni di repubblica è stato   sperperato il patrimonio morale e civile accumulato da Risorgimento e Terza Italia, da europeismo e pacifismo costruttivo: il movimento federalista europeo, l’entusiasmo originario per l’ONU.
   Acclamato come arbitro supremo e salva-Italia, il  governo del “podestà forestiero” appare nient’altro che una grigia sospensione del principio costitutivo della Nuova Italia, una gelida stagione di oblio della sovranità di un popolo in cerca di un progetto politico e capace di capire e decidere “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. L’Italia deve ritrovare il primato della politica: cervello e cuore.
Aldo A. Mola   
DATA: 12.12.2011
   
ANCORA D'ATTUALITÀ LA PROFEZIA DI PADRE PIO. TORNERÀ LA MONARCHIA?


Padre Pio e i Savoia - la profeziaIl Professor Vignoli, dell'Università di Genova, ha riportato a galla la vicenda in occasione della celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia a Roma. Il Santo qualche mese prima della morte, incontrando Amedeo di Savoia, vedendo il figlio Aimone, predisse per lui un futuro di regnante. La profezia in un basso rilievo a San Giovanni Rotondo, stranamente fatto spostare in uno spazio difficilmente visibile. Nel quattordicinale "SI" diretto da Maria Giovanna Elmi, in questi giorni in edicola, compare un sibillino articolo firmato da Eugenio Parisi, circa una profezia di San Padre Pio riguardante l’Italia ed un possibile ritorno della monarchia. A regnare sarebbero i discendenti dell’attuale V Duca d’Aosta, Amedeo di Savoia. A fare dell’incredibile vaticinio del frate è stato il professor Giulio Vignoli dell’Università di Genova durante una celebrazione a Roma in Campidoglio per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Presenti il Duca d’Aosta, la figlia di Re Umberto II, Maria Gabriella, Aimone di Savoia, autorità politiche ed amministrative delle Repubblica, il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia, Luigi Pruneti, nonché storici della caratura di Aldo Alessandro Mola, Vignoli ha ricordato allo sbigottito uditorio come Padre Pio, già prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, avesse annunciato, durante un toccante incontro, alla allora Principessa di Piemonte, Maria José – poi ultima Regina d’Italia – che casa Savoia avrebbe perso il trono e che la Pianta principale del casato sarebbe seccata ma che "un virgulto sarebbe sbocciato ridando onore e forza alla famiglia riottenendole il Regno". La profezia fuLa manifestazione dell'UMI in Campidoglio confermata anche dopo la guerra dalla stessa Maria José a diversi testimoni che si sarebbe verificata nella sua prima parte sia nei minimi particolari. Dunque, se la profezia fosse veritiera, all’attuale Repubblica, dovrebbe subentrare una nuova Monarchia. Secondo l’articolo di SI , al Santo, qualche mese prima della morte, fu portato il figlio di Amedeo di Savoia e di Claudia di Francia, Aimone. Padre Pio appena visto il piccolo avrebbe esclamato “bimbo innanzi a te vi è onore e regalità”. La frase turbò non poco i presenti e poco dopo il Santo frate, volle parlandone ad alcuni suoi “figli spirituali” che dopo la sua morte fosse realizzato un basso rilievo in cui fosse in qualche modo consacrata la sua profezia. L’opera fu effettivamente scolpita. Posta nella cripta a San Giovanni Rotondo, dove sino a poco fa giaceva il corpo del Santo, il bassorilievo presenta una scena che ha dell’incredibile: vi compaiono la Madonna con Gesù Bambino in grembo e San Giuseppe. Innanzi alla Sacra famiglia, Padre Pio che regge tra le braccia un agnello. Compare poi un gruppo di giovinetti e una ragazzina inginocchiati intorno alla sacra famiglia. Tutti i componenti la raffigurazione sono rappresentati negli abiti tradizionali. Tutti eccettuati due personaggi: lo stesso Padre Pio, con il saio francescano, ed uno dei ragazzi ritratto in abito moderno da cerimonia. A ben guardare quest’ultima figura c’è da rimanere di stucco: il ragazzo ha le sembianze di Aimone di Savoia ed indossa il collare dell’Annunziata (suprema onorificenza sabauda) conferita da Re Umberto II ad Aimone quando il giovane aveva 15 anni. Titolo dell’opera: “Bellezza e regalità ti stanno d’intorno”. Cosa vuole dire questo titolo? Aimone sarà Re d’Italia? Ora con la crisi gravissima che il nostro Paese sta attraversando il bassorilievo è rimasto collocato nella vecchia cripta dove riposava Padre Pio ma è stato spostato in posizione difficilmente visibile. Forse qualcuno ha paura della profezia e che possa cadere la Repubblica?
DATA: 11.12.2011

LIGURIA: RIUNITA LA DIREZIONE REGIONALE
AGIRE CONTRO LA CRISI

LIGURIA: RIUNITA LA DIREZIONE NAZIONALEIn occasione del passaggio da Genova del Presidente Nazionale avv. Alessandro Sacchi  si è riunita  la Direzione Regionale Ligure dell’UMI.
     La Riunione è stata convocata e presieduta dal Presidente Regionale  avv. Aurelio Di Rella Tomasi di Lampedusa.
    Erano presenti il Presidente Provinciale di Genova  geom. Arduino Repetto,  il Presidente Provinciale di Imperia  Marco Olivero, l’avv. Marco Gramegna di Rapallo, il rag. Giacomo Scarsi di Busalla,  la signora Giuliana Carlini Zoppi  e  l’ing. Gianni Stefano Cuttica .
    Assenti giustificati il presidente Provinciale di Savona dott. Francesco Veirana ed il Presidente Provinciale di La Spezia Giuseppe N.  Fago.
    Dopo un esame della situazione regionale dell’UMI, il Presidente Nazionale ha illustrato le nuove prospettive che si stanno aprendo in campo nazionale per la battaglia monarchica.
    La Direzione Regionale si è infine soffermata sull’attuale momento politico della nazione ed ha emesso il Comunicato Stampa seguente:

COMUNICATO STAMPA

immagine da internet    La Direzione regionale dell'Unione Monarchica Italiana, analizzata la  situazione economica contingente,  ritiene necessario che Governo e forze politiche apportino alle norme anticrisi le modifiche necessarie a rendere equi i sacrifici.
    Le misure adottate infatti, afflittive per le famiglie a reddito medio-basso, creeranno una situazione insostenibile a coloro che appartengono alle fasce più deboli, come molti pensionati; particolarmente gravi le conseguenze in Liguria, che da tempo è in crisi di sviluppo ed è caratterizzata da un'elevata percentuale di anziani,  per i quali si porrà in modo sempre più assillante il problema della sopravvivenza.
    Sono carenti le misure dirette a contenere la spesa pubblica ed a contrastare la corruzione che, più dell'evasione, minaccia gli equilibri di bilancio né sono previste iniziative dirette a riequilibrare il mercato ed a rivitalizzare il sistema produttivo; non sono idonee a raggiungere tali scopi norme invasive della sfera privata e liberticide che sembrano preludere ad un regime di polizia bancaria.
    Pertanto la Direzione regionale ha chiesto all'avv. Alessandro Sacchi, presidente nazionale dell'U.M.I., presente alla riunione, di intervenire presso il governo, le forze politiche e le parti sociali perché vengano apportate modifiche che rendano equi i pur necessari ed indispensabili sacrifici; che vengano modificate le misure che comportano contrazione dei consumi, prodromo di recessione; che vengano sollecitamente adottate le misure necessarie a contenere la spesa pubblica, quali la soppressione delle province e della miriade di enti inutili, la riduzione del numero e degli emolumenti dei parlamentari e dei componenti di tutti gli organi elettivi degli enti pubblici territoriali, l'abrogazione dei finanziamenti ai partiti; che siano abrogate le norme che favoriscono  alcune attività di impresa a detrimento delle altre operanti negli stessi settori economici e che siano eliminati i privilegi fiscali  per tutti i beni immobili non adibiti, in via esclusiva, a servizi di utilità sociale; che sia adottata ogni altra iniziativa idonea a riequilibrare  i sacrifici ed a rilanciare l'economia.
Genova, 9 Dicembre 2011
per la direzione regionale
avv. Aurelio Di Rella Tomasi di Lampedusa
(presidente regionale)
DATA: 10.12.2011
   
SI: SPECIALE SULLA PROFEZIA DI PADRE PIO E SULLA MANIFESTAZIONE U.M.I. IN CAMPIDOGLIO

SI: spaciale della profezia di Padre Pio e i SavoiaSul numero oggi in edicola del Settimanale "Si" (anno II - n° 25 del 22 dicembre 2011 - 1 €) vi è un interessante articola, a firma di Eugenio Parisi, sulla profezia di Padre Pio che vede il ritorno del Principe Aimone quale Re d'Italia. L'articolo fa riferimento alla manifestazione tenuta in Campidoglio dall'U.M.I. e dalla Consulta dei Senatori del Regno, dove si è trattato l'argomento. Inoltre vengono pubblicate le foto dei piccoli Principi con il Padre Aimone e il Segretario nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero.
DATA: 08.12.2011

ORA LA VERITA' SULLA GUERRA (IN)CIVILE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicatom su "Il Giornale del Piemonte" del 4/12/11

foto da internetGiuseppe Biglione era un contadino. Classe 1907.  Viveva in borgata Misun a Sampeyre, in Varaita, la valle smeraldina della Provincia Granda.  Il 1° luglio 1944 venne catturato da partigiani delle “Garibaldi”. Sospettato senza motivo di detenere esplosivo, fu torturato per ore con ferri roventi per fargli dire quel che non sapeva.  “Le sue grida erano così orripilanti che dai contorni scapparono tutti” scrisse il parroco, don Antonio Salomone, chiamato quand’ormai il poveraccio agonizzava. Fece appena in tempo ad amministrargli il viatico. Il sindaco di Sampeyre, Roberto Sasia, ora ha proposto di ricordare il fattaccio dedicando una via o una piazza a quella vittima di criminali drappeggiati da liberatori. Come centinaia di altri cittadini assassinati in modi atroci da persone che ne andarono impunite, anche Giuseppe Biglione figura  nelle Vite spezzate, un repertorio che mescola alla rinfusa i caduti in guerra senza indicarne né la  causa di morte né i responsabili. Scientificamente inutile. Perché parlare oggi del “caso Biglione”? Semplice. Se è vero che bisogna far quadrare i conti dell’economia, non solo nazionale, altrettanto importanti sono quelli  della storia, che deve passare dalle leggende partigiane alla ricostruzione dei fatti. Certi istituti storici, mantenuti col danaro di tutti i cittadini, hanno riempito scaffali di ritornelli e di  “celebrazioni”: tutti eroi limpidi da una parte, tutti malvagi dall’altra. Panzane. Decenni prima che  Giampaolo Pansa  scoprisse il Sangue dei vinti  il fegatoso Giorgio Bocca aveva già ammesso molto nella sua Storia dell’Italia partigiana (Laterza, 1966: opera “purgata” nelle successive edizioni). Narra che nel comando della polizia partigiana di Pradleves, dominata da un sanguinario criminale, si accendeva il grammofono per coprire le urla di chi veniva torturato: non solo militari e politici della Repubblica sociale italiana, ma anche civili estranei alla lotta e presunte “spie”, sadicamente martirizzate.    Biglione fu uno dei tanti morti ammazzati senza motivo. Come Guido Ajme, impiegato di banca di Ormea, ucciso a bastonate  da partigiani  della  Valle Mongia ma nelle Vite spezzate classificato addirittura come  milite di una mai esistita XXIX  Brigata  delle S.S. italiane.   Mentre riassettiamo i conti della finanza pubblica, rifacciamo dunque anche quelli  della storiografia, ricordando chi venne ucciso per futili motivi, chi da fine aprile 1945 dovette vivere mesi in clandestinità per scampare a vendette private ammantate di ideologia, chi risalì la china del cinabro mentre troneggiavano ex fascisti dai manti rivoltati.   Le amministrazioni pubbliche hanno fatto e fanno abbastanza in questa direzione? Non sembra. Settant’anni dopo tempo è venuto di documentare la verità sulla guerra (in)civile, per restituire a tutti pace e dignità. Amnistia non significa amnesia. Per decenni venne imposto l’obbligo  di dimenticare. Ora possiamo voltare pagina. Conviene anzitutto a chi si batté con ideali limpidi e in modo dignitoso e non merita di essere confuso con le malefatte altrui.
Aldo A. Mola
DATA: 04.12.2011
   
ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU I

ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU ITirana, 3 Dicembre 2011 – Si sono tenute oggi, nella sede del Parlamento Albanese, le solenni esequie del Re di Albania, Leka Zogu I. Già dalla prima mattinata si è formata una lunga e ordinata coda di persone che ha voluto rendere l'ultimo saluto al Re, presso la camera ardente allestita in Parlamento. A mezzogiorno è iniziato il rito religioso che ha visto la partecipazione delle più alte cariche dello Stato balcanico. Presente tutto il Governo con il Premier Sali Berisha, il Presidente della republika, delegazioni delle comunità albanesi all'estero, trenta ambasciatori esteri accreditati e delegazioni delle tre religioni nazionali. Tra le venticinque e le trenta mila persone si sono recate al Parlamento per seguire da vicino il solenne avvenimento e per stringersi attorno al Principe Ereditario Leka II. Le esequie si sono tenute alla presenza dei reparti militarti schierati in alta uniforme e con la banda dell'esercito. In Albania si è recato il Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero, con una delegazione di monarchici, che è stato ricevuto anche oggi in udienza speciale dal Principe Reale, nonché futuro Re, Leka II. Boschiero, che da sempre segue in maniera ravvicinata le vicende delle Famiglia Reale Albanese, ha manifestato la vicinanza dei monarchici italiani e ha portato un messaggio di cordoglio. Tra le migliaia di messaggi giunti, quelli della Regina Elisabeta II del Regno Unito e del Re di Spagna Juan Carlos.

ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU I
Nella foto in alto l'ingresso del Parlamento Albanese con il picchetto d'onore. Qui sopra la Famiglia Reale con le autorità (Boschiero il primo a sinistra) si dirige verso il Parlamento.

ALBANIA: SVOLTI I SOLENNI FUNERALI DEL RE LEKA ZOGU I
L'interminabile fila di albanesi che ha reso omaggio alla Salma del Re.
DATA: 03.12.2011

ALBANIA: L’U.M.I. RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DI RE LEKA ZOGU

ALBANIA: L’U.M.I. RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DI RE LEKA ZOGUAlbania, 2 dicembre 2011 - Il Segretario nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero è giunto questa mattina a Tirana per esprimere a S.A.R. il Principe Leka II il cordoglio dei monarchici  italiani per la scomparsa del padre Re Leka Zogu I. La delegazione U.M.I.  è stata ricevuta e intrattenuta per oltre un’ora nella residenza privata dell’Erede al Trono, oggetto di continue visite, da parte dei cittadini, con ripetute attestazioni di ammirazione e lealtà. Domani i funerali di Stato ,di fronte al Parlamento Nazionale, per i quali si prevede una vastissima partecipazione popolare. Alle esequie assisteranno anche delegazioni delle comunità albanesi del Montenegro, Kosovo, della Macedonia e degli altri albanesi sparsi nel mondo. Sono state particolarmente significative le condoglianze dei Membri del Governo albanese, a partire dal Presidente Sali Berisha , del Presidente della repubblica Bamir Topi, di personalità della cultura e delle tre religioni prevalenti. Non vano dimenticati discendenti degli Ottomani, i parenti della Regina Geraldina e quasi tutti gli ambasciatori accreditati.
ALBANIA: L’U.M.I. RENDE OMAGGIO ALLA FIGURA DI RE LEKA ZOGU
Nella foto in alto l'Erede al Trono d'Albania, S.A.R. il Principe Leka II, con Sergio Boschiero nella residenza della Famiglia Reale. Nella foto in basso Boschiero porta ufficialmente le condoglienze dei monarchici italiani al Principe Ereditario, davanti alle autorità presenti.
DATA: 02.12.2011
 
SABATO I FUNERALI DEL RE: PROCLAMATO LUTTO NAZIONALE
BERISHA SULLA MONARCHIA: UNA QUESTIONE ANCORA APERTA
VERSO UN NUOVO REFERENDUM?

Il Premier albanese Sali Berisha - foto da internetIl premier  albanese Sali Berisha ha reso noto che per le esequie di Leka Zogu I, previste per la giornata di sabato 3 dicembre, è stato proclamato il lutto nazionale.
Nell’odierna riunione del Consiglio dei Ministri il Premier albanese, chiedendo un minuto di silenzio in onore di Leka Zogu, ha dichiarato: "Oggi è passato a miglior vita il Re dei Albanesi. Questa e una grande perdita per la nazione e per il paese!” e ha aggiunto: "Nella legge del Parlamento Albanese si definisce l'obbligatorietà del coinvolgimento nel protocollo di Stato della Famiglia Reale d'Albania; il Paese e tutta la Nazione albanese daranno l'ultimo saluto al Re Leka Zogu I, con tutti gli onori che spettano ad un Re non in carica”.
Berisha  ha ripercorso la vita di Leka I, incoronato Re nell’Aprile 1961, dopo la morte del Re Zogu I:  "Egli si è allontanato verso l'esilio a solo due giorni dalla nascita, ma è stato cresciuto con un amore infinito per il Paese e la Nazione. Re Leka è stato sempre un grande sostenitore della lotta degli albanesi per la libertà e la dignità in Albania, Kosovo, Macedonia e dovunque si trovino. Era l'ispiratore delle loro battaglie" ha detto Berisha.
Il premier ha rilasciato anche delle dichiarazioni sul referendum del 1997 (dove - secondo i dati ufficiali - la repubblica vinse con il 65% dei consensi) che sono destinate ad avviare nuovi scenari nel panorama politico albanese. Berisha ha detto che ai cittadini albanesi è stata data la possibilità di scegliere tra Monarchia e repubblica nel 1997, questione secondo lui ancora aperta. "Il referendum si è tenuto sotto le fiamme della ribellione comunista e non si può considerare una questione chiusa. In quel referendum ha dominato il principio stalinista". E rivolgendosi al suo popolo ha aggiunto: “Voi votate, il conteggio lo faccio io. Quello che avvenne è che gli albanesi hanno votato per il loro Re".
DATA: 30.11.2011
 
ALBANIA: LA MORTE DI RE LEKA ZOGU I

Re Leka Zogu I - Foto da internetCon sommo dispiacere apprendiamo da un comunicato ufficiale del Ministro della Salute dell' Albania che oggi, 30 Novembre 2011, dopo una breve degenza, il Re d’Albania Leka Zogu I è deceduto. Pochi giorni fa la Famiglia Reale, con un comunicato riguardante la salute del Re, ci aveva preparato al peggio. Si trovava dal 17 novembre scorso nel reparto di rianimazione dell’Ospedale di Tirana, a seguito di un arresto cardiaco causato da problemi cardio-polmonari. Il Re aveva 72 anni e nacque pochi giorni prima dell’invasione italiana del suo paese. Aveva pochi mesi quando la Famiglia Reale si trasferì col bambino prima nella vicina Serbia e successivamente in Egitto, vista la parentela con la Famiglia Reale Egiziana. Combatté il comunismo in una lotta senza quartiere, aspirando costantemente al trono che già fu di Giorgio Castriota Scanderberg. Il Regime comunista dava a lui e al padre una caccia spietata facendo pressioni presso tutti i governi che lo ospitavano (Rodesia, Spagna, Marocco, Egitto). Nel 1961, dopo la morte del padre, venne nominato Re dal Governo monarchico in esilio. Nel 1993, tornato in Patria dopo la caduta del Comunismo, per poco Leka Zogu non vinse il referendum istituzionale fra Monarchia e repubblica. Gravi ombre pesano ancora su quella consultazione popolare. In Albania la Causa della Corona può contare su un movimento monarchico molto simile all’italiana U.M.I. E’ particolarmente seguito nella zona di Scutari a nord del paese. Il Padre di Leka Zogu, Re Ahmned Zogu, è considerato il fondatore dello stato moderno albanese; aveva sposato Geraldina, una aristocratica di origine magiara che aumentò la popolarità della monarchia. Tornata dall’esilio imposto dagli italiani prima e dai comunisti poi, Geraldina è morta qualche tempo fa ed è sepolta  a Tirana. Recentemente il Governo albanese ha approvato all’unanimità una risoluzione per la traslazione in patria della salma di Re Zogu. Erede della Corona albanese è ora il primogenito di Leka Zogu, S.A.R. il Principe Leka Anwar Zogu. Parla cinque lingue ed è stato chiamato dal Governo con un incarico di alto livello presso il Ministero degli Esteri albanese. L’Unione Monarchica Italiana ha inviato le più sentite condoglianze alla Famiglia Reale albanese. Alla grande manifestazione monarchica, tenutasi a Scutari nel corso della campagna referendaria del 1997, ha preso parte una delegazione monarchica italiana guidata Sergio Boschiero che ha tenuto un comizio pro-Monarchia davanti a più di 50.000 persone.

Scutari, 1997 - La grande folla che ha partecipato alla manifestazione a favore del voto per Monarchia nel referendum istituzionale. Presente il Re Leka Zogu I (foto scattata da Sergio Boschiero che ha portato la solidarietà dei monarchici italiani al Re Albanese).
DATA: 29.11.2011
  
NOTO 27 NOVEMBRE: S. MESSA PER IL RE VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENA

NOTO 27 NOVEMBRE: S. MESSA PER IL RE VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENADomenica 27 novembre, per iniziativa della Delegazione Prov.le dell'Ist. Naz.GG.OO.RR.TT. Pantheon e dell'Istituto del Nastro Azzurro di Siracusa, è stata celebrata nella Cattedrale di Noto una Santa Messa in memoria del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Savoia e in suffragio dei Caduti italiani in guerra. L'antico e suggestivo tempio è stato visitato durante il Regno da tutti i Sovrani d'Italia e nel 1933 dagli allora Principi Ereditari Umberto e Maria Josè, evento al quale l'Istituto LUCE dedicò un'edizione speciale e del quale è ancora vivo il ricordo. Il solenne rito, officiato dal Vicario Generale della Diocesi di Noto, Mons. Angelo Giurdanella, che nell'omelia ha celebrato le virtù della seconda Regina d'Italia e ha pregato per la sua elevazione alla gloria degli altari, ha visto la partecipazione di numerosi soci dei due istituti giunti anche dalle province limitrofe.
NOTO 27 NOVEMBRE: S. MESSA PER IL RE VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENA
Nelle foto l'Avv. Francesco Atanasio, organizzatore dell'evento, assiste alla funzione religiosa.Sotto lo splendido altare della Cattedrale di Noto con la Bandiera del Regno.
DATA: 30.11.2011

IL GIOVANE REGNO D'ITALIA E LA SUA MARINA MILITARE

Circolo REX RomaNel quadro delle manifestazioni del Centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, i problemi della unificazione delle flotte e degli equipaggi della Marina Sarda e della Marina delle Due Sicilie, per creare la Marina Italiana, le prima sfortunate vicende dei 1866, l'evoluzione delle navi dal legno al ferro, la costruzione nei cantieri italiani delle prime grandi corazzate, le crociere in tutti i mari dei mondo, la presenza delle nostre navi nei porti anche americani dove più intenso era il nostro traffico commerciale e più numerosa la presenza dei nostri emigrati, tutti questi argomenti saranno trattati, per iniziativa del Circolo di Cultura ed Educazione Politica REX, domenica 4 dicembre, alle ore 10,45, nella Sala Uno, nel cortile della "Casa Salesiana" in Via Marsala 42 (Roma a fianco della Stazione Termini), dall'ingegnere Domenico Giglio. Ingresso libero.
DATA: 30.11.2011

ROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENA

ROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENARoma, 28 Novembre 2011 - Nell’anno del 150° anniversario della Proclamazione del Regno d’Italia, i dirigenti dell’Unione Monarchica Italiana non sono mancati all’appuntamento nel Pantheon di Roma per la commemorazione della Regina Elena, nel cinquantanovesimo anniversario della scomparsa. L’appuntamento si colloca tra quelli annuali del benemerito Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe, presieduto dall’amico Cap. di Vascello dott. Ugo d’Atri. La cerimonia è stata commovente e di intenso valore storico per la presenza di Frà Marco Galdini de Galda, celebrante la Santa Messa, il quale ha sottolineato le virtù cristianeROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENA della nostra Regina, descritte da tanti racconti della gente comune che beneficiava della Sua bontà. E’ stato inoltre ricordato che il processo di beatificazione è stato aperto nel 2001 per la Sua opera di carità, riconosciuta dal premio cattolico della Rosa d’Oro della Cristianità concesso dal Romano Pontefice Pio XI.
Valori importanti nella vita della Regina furono la Famiglia ed il Suo ruolo di Consorte , sempre attenta a cercare la via della pacificazione per evitare altri lutti, e Lei stessa fu provata da momenti dolorosi come la scomparsa tragica della diletta Figlia Mafalda in campo di concentramROMA: S. MESSA NEL PANTHEON IN RICORDO DELLA REGINA ELENAento, la fine della Monarchia e la malattia che la portò a Montpellier per curarsi; nonostante tutto non mancò mai di aiutare tutti coloro che chiedevano, addirittura inviando pacchi di prima necessità agli Italiani emigrati in America latina, ricorrendo a prestiti bancari per assolvere ai bisogni della vita caritativa.
Alla S. Messa, vicino al Comandante d’Atri il  Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero, accompagnato dal dott. Vincenzo Vaccarella in rappresentanza della Consulta dei Senatori del Regno, il rappresentante del Comune di Alessandria con fascia e dirigente U.M.I. , Carmine Passalacqua; splendida scenografia con gli alfieri dell’Istituto sventolanti il Tricolore sabaudo, coordinato dalla G.d’O. Giovan Battista Mastrosanti e la Bandiera dell’Associazione Amici del Montenegro Onlus ; tra le personalità spiccava la Guardia d’Onore Principe Maurizio Ferrante Gonzaga del Vodice.

Nella prima foto Ugo d'Atri, Sergio Boschiero e il Principe Gonzaga del Vodice durante la cerimonia; nella seconda gli alfieri delle Guardie d'Onore e degli Amici del Montenegro; nella terza gli amici dell'U.M.I. con Sergio Boschiero davanti al Pantheon.
DATA: 29.11.2011
  
LA REGINA NEL REGNO DI ITALIA: ETERNO FEMMININO REGALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 27/11/11

La Regina Elena - foto Maurizio LodiQuando c’era il Re, nell’ora del bisogno toccava alla Regina fare da Sovrano. Mentre sul 150° scende il sipario è lecito domandarsi se Risorgimento e Unità siano stati documentati e narrati a dovere. Molto si è detto di politici, cospiratori, condottieri… E i Re? Carlo Alberto, il Sovrano dello Statuto, è rimasto in ombra. A Vittorio Emanuele II la DNArt di Elena Fontanella ha dedicato la magnifica Mostra di Palazzo Reale a Torino. E le Regine?  E’ ancora la DNArt a spiegare il ruolo delle Sovrane, con la bella mostra sulla Regina Margherita, completa di poderoso Catalogo, in programma  alla Villa Reale di Monza sino al marzo 2012. Accanto ad arredi, ritratti e  documenti della prima Regina d’Italia, biografata dall’azionista torinese Carlo Casalegno, la rassegna presenta uno splendido abito di sua nuora, la Regina Elena, in trono dal 1900 all’abdicazione di Vittorio Emanuele III, il 9 maggio 1946; e quattro manti di Maria José del Belgio, Principessa di Piemonte dal 1930 al 1946 e Regina accanto a Umberto II, provenienti dalla Fondazione presieduta dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia. Basta un’occhiata per coglierne il senso della regalità, che non significa né vanità né sfarzo superfluo: è sacralità. Quei manti svolgevano la funzione dei paramenti sacerdotali. Vien dunque da domandarsi se per la “Monarchia salica”, che passa la Corona da maschio a maschio, la Sovrana avesse un ruolo solo di rappresentanza: feste, ricevimenti, beneficenza, promozione di arti   e scienze…. Le tre Sovrane d’Italia dalle nozze di  Margherita  con Umberto I (1868) alla morte di Maria José ( 2001) ebbero anche un ruolo istituzionale supremo, quasi del tutto ignorato dalla storiografia. Vediamo quale.La Regina Margherita - foto Maurizio Lodi
    La posizione della Regina al vertice dello Stato fu sancita dallo Statuto del Regno di Sardegna promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia.  L’articolo 14  stabilì infatti che, in caso di minore età del Re e in mancanza di prossimo parente nell’ordine della successione già maggiorenne, “la Reggenza apparterrà alla Regina Madre”, che assumeva la reggenza  anche quando “il Re maggiore si trovi nella fisica impossibilità di regnare” (art. 16): una ventaglio amplissimo e variegato, dalla cattura in guerra alla incapacità fisica accertata. La storia ne aveva offerto una casistica enorme.  Infine, la Regina Madre era “tutrice del Re, finché egli abbia compiuta l’età di sette anni” (art.17). La Regina era dunque la riserva estrema non solo della Casa, ma della Corona e dello Stato stesso. Solo nella malaugurata ipotesi di mancanza di Principi reggenti e della Regina Madre, entro dieci giorni dalla vacanza dell’esercizio del potere regio, le Camere, convocate dai ministri  del Re, avrebbero nominato il Reggente (art.15), che, “prima di entrare in funzioni, presta il giuramento di essere fedele al Re, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato” (art. 23). Questo articolo, solitamente dimenticato, a ben vedere sin dal  marzo 1848 trasferì  la sovranità alle Camere, una di nomina regia e vitalizia (il Senato), l’altra, quella dei deputati  eletta sulla base delle leggi emanate dal re, che tale già fu implicitamente per volontà della nazione.
   Carlo Alberto e i consiglieri che con lui approntarono lo Statuto  previdero  più di quanto la storia poi riservò all’Italia. Gli eventi dissero però che essi guardarono lontano.  Basti pensare alle due svolte drammatiche del  Regno: l’assassinio di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900, quando il Principe ereditario era in navigazione nell’Egeo, e alla aggrovigliata transizione da Vittorio Emanuele III a suo figlio, Umberto di Piemonte, nel 1943-1944, quando il maresciallo Pietro Badoglio  e altri “monarchici” proposero reggenti in violazione dello Statuto. Nel Regno d’Italia la Regina fu dunque, almeno potenzialmente, reggente dello Stato. Lo fecero le tre Regine: Margherita, Elena, Maria José.  Motivo in più per traslare in Italia le salme dei sovrani  d’Italia ancora sepolti all’estero, a cominciare da Vittorio Emanuele III, a rischio di profanazione nell’Egitto odierno, e di Elena di Savoia nel 60° della sua morte (1952). Se non ora quando?
Aldo A. Mola
DATA: 28.11.2011
   
TENUTASI AD ALESSANDRIA LA TRADIZIONALE MESSA IN MEMORIA DEI DEFUNTI DI CASA SAVOIA

TENUTASI AD ALESSANDRIA LA TRADIZIONALE MESSA IN MEMORIA DEI DEFUNTI DI CASA SAVOIACome di tradizione, sabato 19 novembre alle ore 18 presso la chiesa parrocchiale di S. Rocco, si riunivano i Monarchici alessandrini, unitamente a Soci e simpatizzanti, per la S. Messa a ricordo del Re Umberto II. Cerimonia riuscita nonostante la nebbia triste, si trovavano centinaia di persone unite dallo spirito di patriottismo per celebrare e pregare per i propri cari, per la Chiesa Cattolica, per tutti i Caduti per la Patria, per i Sovrani sabaudi che ancora sono in esilio anche se deceduti.
Un ringraziamento particolare dal gruppo monarchico alessandrino a don Massimo Marasini per l’ospitalità ai partecipanti, alle associazioni d’arma e club service intervenuti, a tutti quanti i presenti per la solenne Messa, con particolare plauso al Gruppo sardo di devozione in costume caratteristico. Animazione liturgica del Coro Jubilus di Genova diretto dal M° Enrico Sobrero, presenza ufficiale dell’Amministrazione comunale con il consigliere Fabrizio Priano, mentre l’organizzazione di tutto è stata del monarchico- consigliere comunale Carmine Passalacqua, a ricordo del 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia e per celebrare il 160esimo compleanno della Regina Margherita.
DATA: 21.11.2011
 
LUIGI MENABREA E IL PRIMO GOVERNO TECNICO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/11/2011

Luigi Menabrea - immagine da internetFu il primo “governo tecnico” a imporre agli italiani la tassa sulla macinazione delle farine, la più odiata e la più necessaria per salvare l’Italia neonata dalla bancarotta e dalla frantumazione. Era il 1868. La rivolta esplose e fu domata. Presidente del consiglio era il generale Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 1809-1892). I governi tecnici non sono affatto una novità. Certe crisi li impongono. Il 30 ottobre 1922 Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini non come politico ma proprio come “tecnico del consenso e della rivoluzione”, come sapeva Lenin : era l’unico in grado di svuotare la pericolosità del fascismo e di attuare il risanamento finanziario. Infatti si circondò di ministri che non rappresentavano forze politiche ma erano “tecnici” accomunati dalla condivisione della Grande Guerra. L’altro precedente di governo extrapartitico fu appunto quello di Menabrea, nato il 27 ottobre 1867 per decisione di Vittorio Emanuele II. L’Italia era lacerata dalla seconda spedizione di Giuseppe Garibaldi contro Pio IX: un colpo di testa che il presidente del consiglio, Urbano Rattazzi, non aveva né impedito né aiutato. Menabrea era un savoiardo, come Des Ambrois e i Pelloux, monarchico, cattolico e militare tutto d’un pezzo. Ingegnere idraulico e architetto, ufficiale di Stato Maggiore dal 1843, docente di Costruzione e Geometria all’Università di Torino, nel 1848 fu eletto deputato. Primo ufficiale del ministero della Guerra ebbe incarichi internazionali prestigiosi. Ministro della Marina dal 1861 ripensò il futuro della Nuova Italia nel Mediterraneo; poi ai Lavori Pubblici varò le grandi infrastrutture. Plenipotenziario alla conferenza di pace di Vienna che nel 1866 assicurò Venezia all’Italia, il 30 dicembre 1866 ascese a Primo Aiutante del Re, che nell’ottobre 1867 lo volle primo ministro di un governo snello, comprendente all’Interno Filippo Gualterio, ministro della Real Casa, alle Finanze il toscano Luigi Cambray-Digny e all’istruzione Emilio Broglio. Sembrava dovesse durare poco, invece superò due crisi e con pochi cambiamenti resse sino al dicembre 1869: pochi giorni dopo l’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano I. In quei due anni Menabra introdusse la odiatissima tassa sulla macinazione delle farine, equivalente a quella oggi in vigore sui carburanti, e la cessione del redditizio monopolio dei tabacchi a una società privata che anticipò allo Stato una enorme somma, agguantò enormi profitti e generò uno scandalo completo di attentato alla vita del deputato garibaldino e massone Cristiano Lobbia. All’insediamento Menabrea dichiarò di non volere un pateracchio ma due partiti chiaramente distinti, uno “del movimento e dell’impazienza”, l’altro “dell’ordine interno, del riordinamento dello Stato e della prudenza”: il suo. Superò moti popolari e polemiche giornalistiche. Ambasciatore a Londra dal 1876 e a Parigi dal 1882 fu considerato garante della solidità del Regno, ma risultò legato a Cornelius Herz, faccendiere implicato nell’affaire finanziario francese per la costruzione del Canale di Panama. Al confronto quello della Banca Romana fu uno scherzo, ma mentre questo è sempre evocato il francese è dimenticato. Anche la memoria è a noleggio. Menabrea guardò il Bel Paese dalle vette alpine, dai mari, dal confronto con gli Stati esteri esplorati di persona. Le sue dimissioni coincisero con una grave malattia del Re e con il ritorno al potere del Vecchio Piemonte di Giovanni Lanza e Quintino Sella. La Destra storica lo criticò ma ne seguì le orme: tasse e imposte, come ricorda Gianni Marongiu nell’ottimo studio sulla Politica fiscale dell’Italia liberale dall’unità alla crisi di fine secolo (ed. Olschki), che spazza via la leggenda della separazione tra tecnici e politici. Gli uni e gli altri alle spalle avevano la Monarchia e la collocazione dell’Italia nella Comunità internazionale, faticosamente raggiunta proprio nel 1867: sette anni dopo la proclamazione del Regno. A confronto dei problemi essi che seppero superare, gli attuali sono piccola cosa.

Aldo A. Mola

DATA: 21.11.2011
 
SPERANZA NEL GOVERNO MONTI VERSO IL RISANAMENTO E LA PACIFICAZIONE NAZIONALE

Mario Monti - foto da internetDichiarazione congiunta di Alessandro Sacchi e Sergio Boschiero riguardo alla fiducia ottenuta dal Governo Monti:
    “Dopo il voto di fiducia accordato al nuovo Governo da Camera e Senato, l'Unione Monarchica Italiana formula i più convinti auguri ed auspica che il Governo prosegua speditamente verso il risanamento della della grave crisi economica nella quale il nostro Paese si è venuto a trovare e che colpisce soprattutto le categorie più deboli ed i giovani. L'U.M.I., infine, rivolge al neonato Governo, scevro da influenze ideologiche dettate da ingerenze partitiche, l'istanza che si proceda alla translazione in Italia, nella sede storica del Pantheon, delle salme dei due Re e delle due Regine ancora sepolte in terra straniera: accanito e vergognoso esilio dei morti che nessun Governo precedente ha avuto l'onestà e il coraggio di voler affrontare.
    Nella grave situazione in cui ci troviamo è importante la coesione nazionale di tutte le parti; un gesto di pacificazione, come il rientro delle salme dei nostri Sovrani, sarebbe un fondamentale passo simbolico in tale direzione.”
       Roma, 18 Novembre 2011
Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale
Sergio Boschiero, Segretario Nazionale
SCARICA IL COMUNICATO
DATA: 18.11.2011

A SCUOLA COL FUCILE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 13/11/2011

Immagine da internetA scuola per imparare a sparare. Oggi sembra incredibile, eppure è accaduto. Nel 1884 il ministro dell’Istruzione Michele Coppino, nativo di Alba, e  quello della Guerra, gen. Emilio Ferrero si accordarono per  formare davvero il cittadino della Nuova Italia. A ogni liceo vennero assegnate due carabine e un po’ di cartucce. Prima dell’esame di maturità, gli studenti dovevano mostrare di sparare a colpo sicuro. Il grande fisiologo Angelo Mosso stabilì che il fuciliere provetto si vede dai primi tre tiri. Se fa cilecca, meglio scartarlo. Era l’epoca del Tiro a Segno Nazionale, presieduto da Giuseppe Garibaldi, eroe nazionale, e dal Principe Umberto di Savoia, Erede al Trono. L’Italia era circondata da nemici. Il debito pubblico era alto, ma ancor più lo era la minaccia di aggressioni. Non aveva né amici né veri alleati. Perciò doveva tenersi pronta, come avevano fatto tanti popoli, Bibbia alla mano.  Per assicurarsi la pace bisognava mostrare  i denti. Non era facile in un Paese che aveva pochissime scuole, quasi nessuna palestra, scarsità di caserme e per piazze d’armi o campi di Marte usava i primi prati fuori porta.
Nei primi dodici anni dall’Unità il governo cambiò tredici diversi ministri dell’Istruzione.  Anche se bravi (Quintino Sella, Pasquale Villari, Ruggero Bonghi…) non avevano neppure il tempo di capire lo stato dell’arte e già erano sostituiti.  Però lentamente il programma divenne chiaro: bisognava formare il cittadino-soldato, come ai tempi dei Romani: titolare di diritti politici perché in grado di difendere lo Stato. Così andarono le cose. Ed è utile ricordarlo oggi.
   L’Italia ne ha viste tante e le ha superate sempre fidando nello Stellone. Nel suo primo decennio  visse un guaio dopo l’altro. All’estero pochi credevano nella sua solidità e nella sua durata. Perciò quasi nessuno Stato riconobbe il Regno sorto il 14-17 marzo 1861, mentre nel Mezzogiorno imperversava una dura opposizione politica e sociale contro  il nuovo ordinamento: brigantaggio politico e banditismo dilagavano. Su una popolazione di 22 milioni di persone si contavano annualmente circa 500.000 atti reati di varia gravità. Nell’estate 1862 Garibaldi ebbe la pessima idea di organizzare una spedizione per abbattere il poco che rimaneva dello Stato Pontificio. Nel 1864 il trasferimento della capitale  a Firenze suscitò la protesta dei torinesi, repressa nel sangue. Il 1866 fu l’anno della terza guerra contro l’Impero d’Austria, chiusa con l’annessione di Venezia. Nel 1867  divampò un’epidemia di colera; in autunno Garibaldi ebbe un altro colpo di testa, finito con la sconfitta dei suoi uomini a Mentana. Con quella infilzata di prove qualsiasi altro stato sarebbe crollato. L’Italia  resse e crebbe.
   Dal 1865 le leggi preesistenti furono riordinate in un unico codice civile. Soprattutto la scuola dette vigorosi segni di vita. L’istruzione non era solo trasmissione  di cognizioni e di tecniche. Volle essere e fu educativa per confezionare l’abito del cittadino. Ci credevano tutti, da Alessandro Manzoni a Giosue Carducci, Francesco De Sanctis  e i ministri della Guerra. Fecero bene? Fecero male? Di sicuro fecero gli italiani, che in pochi decenni si lasciarono alle spalle fame, miseria, analfabetismo e si affermarono quale Paese industrializzato. Avevano un progetto, l’ “idea di Italia”. Purtroppo ve ne era però anche un altro, di segno opposto: quello dell’opposizione violenta e degli attentati anarchici, molto più pianificati e occultamente orchestrati di quanto asserisce  Erika Diemoz nel  documentato saggio  A morte il tiranno: anarchia e violenza da Crispi a Mussolini (ed. Einaudi). (*)
 Aldo A. Mola  
 
(*) Su iniziativa dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa (col. Matteo Paesano)  si svolge al Centro Alti Studi Difesa ( Roma, Palazzo Salviati)  il Congresso su “Il nuovo Stato, 1861-1871”, con relazioni  di studiosi italiani e stranieri fra i quali Antonino Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico SME, Massimo De Leonardis, Pietro Pastorelli, Piero Del Negro e del nostro editorialista Aldo A. Mola.
DATA: 18.11.2011
 
VARESE CELEBRA IL 150° CON UN CONCERTO PATRIOTTICO

VARESE CELEBRA IL 150° CON UN CONCERTO PATRIOTTICOGrande successo di pubblico per il concerto organizzato lo scorso 6 novembre a Varese dall'Associazione Amici della Lirica "Francesco Tamagno", in occasione del 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia. Il centralissimo Teatro Politeama, che ha ospitato l'evento, ha visto nel programma esecuzioni di brani operistici che hanno caratterizzato il nostro Risorgimento. Ospiti d'eccezione la Corale Lirica Ambrosiana, diretta dal M° Roberto Ardigò, il soprano Fiorella di Luca, il mezzosoprano Giorgia Bertagni, accompagnati al pianoforte dal M° Aldo Ruggiano. A presentare l'evento il Coordinatore dell'Unione Monarchica Italiana di Varese, Davide Colombo, che, introducendo i singoli brani, ha contestualizzato il loro rapporto con la storia risorgimentale. Il concerto si è aperto con "Il canto degli italiani" ed è proseguito con cori e arie dalle più significative opere di Verdi, Rossini, Bellini e Mascagni. "Va' pensiero", "Si ridesti il Leon di Castiglia", "O Signore dal tetto natìo", "Dal tuo stellato soglio" e tanti altri brani hanno riacceso gli entusiasimi patriottici degli oltre 250 varesini presenti, ispirati anche da un palco pieno di Tricolori con scudo sabaudo. L'evento ha avuto il patrocino del comune di Varese e della benemerita Associazione "Varese per l'Italia", già promotrice in maggio della visita nella Città Giardino delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia. "Varese per l'Italia", con il suo Presidente Luigi Barion, ha presentato il calendario 2012, realizzato con le scuole della provincia, ed ha donato al Presidente degli Amici della Lirica, la musicologa Giuseppina Mascari, l'ormai raro gagliardetto del Comitato "XXVI Maggio 1859". Ospite graditissimo del concerto è stato il Ministro dell'Interno (a pochi giorni dalla fine anticipata del suo incarico) Roberto Maroni, accompagnato dalla moglie, che ha seguito attentamente tutto l'evento cantando in piedi "Fratelli d'Italia" e dimostrando uno squisito spirtito istituzional-patriottico. Anche grazie a questo concerto, Varese, a 152 anni dalla celebre battaglia di Biumo che vide Garibaldi sconfiggere gli austriaci, si è dimostrata ancora una volta baluardo dell'italianità e dell'amor di Patria. (foto di Valentina Cusano)
VARESE CELEBRA IL 150° CON UN CONCERTO PATRIOTTICO
Roberto Maroni con la moglie e il Presidente degli Amici della Lirica al concerto di Varese
DATA: 17.11.2011
 
SI ESTENDE L’ATTIVITÀ DELL’ORDINE DI MALTA IN BULGARIA

SI ESTENDE L’ATTIVITÀ DELL’ORDINE DI MALTA IN BULGARIADurante i sei anni trascorsi dall’apertura dell’Ambasciata a Sofia, l’Ordine di Malta ha realizzato, fino ad oggi, 145 iniziative umanitarie e sociali in 70 diverse località della Bulgaria. Nelle scorse settimane sono state consegnate ambulanze, offerte all’Ordine dalla Croce Bianca di Brescia, all’Ospedale per bambini di Vidin e all’Ospedale Regina Eleonora di Avren; un ecografo all’Ospedale di Isperih; attrezzature ospedaliere, medicinali e alimentari agli Ospedali di Belene, Iskrets, Malchika, Oresh, Razgrad, Sofia e Svishtov. Inoltre, l’ATM di Milano ha donato all’Ambasciata dell’Ordine un pulmino da venti posti, attrezzato con elevatore per due carrozzelle, che è stato destinato alla Parrocchia di Perchevich. In occasione del 59° anniversario della fucilazione del Vescovo di Nicopoli, Mons. Eugenio Bossilkov, torturato e ucciso a Sofia l’11 novembre 1952 e, per il suo martirio, proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II il 15 marzo 1998, l’Amb. Camillo Zuccoli nella Cattedrale di Russe ha consegnato al suo successore, Mons. Petko Christov, la Gran Croce pro Piis Meritis dell’Ordine al Merito Melitense, conferitagli dal Gran Maestro Frà Matthew Festing quale riconoscimento e gratitudine per il sostegno che Mons. Christov da sempre assicura alle molteplici iniziative dell’Ordine di Malta in Bulgaria. La Radio Vaticana, con un servizio speciale e una intervista all’Amb. Zuccoli sulle attività dell’Ordine in Bulgaria e nel Mondo, ha dato risalto alla significativa cerimonia.  L’apprezzamento per questo crescente impegno si è visto durante la festa di San Giovanni Battista, Patrono dell’Ordine, svoltasi al Grand Hotel di Sofia con la partecipazione di 500 ospiti, tra i quali numerosi esponenti del Governo, del Parlamento, della società civile nonché ambasciatori e diplomatici di 43 Paesi. Nel corso dell’evento sono state consegnate onorificenze al Merito Melitense a quattro personalità della vita religiosa e accademica bulgara: Suor Massimiliana Proykova, il Prof. Stoyan Denchev, il Prof. Ivaylo Schalafoff, la Dott.ssa Liubka Tasseva. L’Ambasciata ha anche organizzato a Sofia, presso il Centro Roncalli – che fu, dal 1925 al 1933, la casa dell’allora Delegato Apostolico Angelo Giuseppe Roncalli, poi Papa ed oggi Beato Giovanni XXIII – insieme ai Club Lions di Assisi e di Sofia, una mostra fotografica dedicata al matrimonio del Re Boris III con la Regina Giovanna, celebrato ad Assisi, nel 1930, nella Basilica di San Francesco.  L’inaugurazione - alla quale erano presenti Simeone II con la consorte Margherita, gli Ambasciatore di Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Russia e Spagna, Rettori e docenti delle università di Sofia, diplomatici del Ministero degli Esteri e un folto pubblico - si è aperta con gli interventi del Nunzio Apostolico, Mons. Januariusz Bolonek, del Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica, Mons. Christo Proykov, dell’Arciprete della Cattedrale Ortodossa di Sant’Alexander Nevski, Mons. Tihon, e dell’Amb. Camillo Zuccoli.  L’Ordine di Malta opera da mille anni ed è oggi presente, con 100.000 volontari, in 140 Paesi del Mondo.
DATA: 16.11.2011

STORIA IN RETE DI NOVEMBRE-DICEMBRE E' IN EDICOLA CON UN ARTICOLO DI SERGIO BOSCHIERO

Storia in Rete - Novembre/Dicembre 2011Secondo dossier di Storia in Rete sui nostri “cari vicini”. Questa volta è il turno della Gran Bretagna: due secoli di ingerenze e sgambetti della Perfida Albione verso l’Italia e gli italiani. Dal razzismo nemmeno troppo velato alla geopolitica, dalla lotta per il petrolio e per le rotte mediterranee ai misteri degli Anni di Piombo, dalla distruzione del Regno delle Due Sicilie all’assassinio Matteotti.
Storia in Rete passa quindi a parlare di brigantaggio, e in particolare dell’eccidio di Pontelandolfo con un articolo del Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero. Un capitolo triste della storia del Risorgimento dimenticato o usato strumentalmente, ma che necessita approfondimento e uno sguardo in grado di spaziare a 360°. Dalle aggressioni degli insorgenti filo-borbonici a quelle dei rivoluzionari socialisti negli anni del Biennio Rosso contro gli uomini in uniforme. Una storia negata, spesso liquidata come “propaganda” che invece fu una tragica pagina di storia italiana che spianò la strada all’avvento del Fascismo. Continua quindi la serie dei “Grandi Iniziati”, con il profilo di Aleister Crowley, il dandy che volle creare una nuova religione magica. Storia in Rete si conclude quindi con un articolo sulla vicenda delle apparizioni mariane di Ghiaie di Bonate, la cosiddetta “Fatima della RSI”: un episodio quasi sconosciuto su cui pesa una cappa di speculazioni politiche, silenzio e reticenze. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di novembre-dicembre!


DATA: 15.11.2011
  
INAUGURATA A LOANO LA GALLERIA SABAUDA E LA MOSTRA ICONOGRAFICA DELLA GUARDIA D’ONORE

INAUGURATA A LOANO LA GALLERIA SABAUDA E LA MOSTRA ICONOGRAFICA DELLA GUARDIA D’ONORESabato 5 novembre 2011 a Loano hanno avuto inizio le Celebrazioni per il 150° Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia per l’Unità Nazionale.  In occasione dell’evento, organizzato e promosso dalla Delegazione Provinciale di Savona dell’Istituto Nazionale  per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Loano e l’Amministrazione Provinciale, è stata allestita nella Sala del Mosaico di Palazzo Doria (sede del Municipio), la Galleria Sabauda e la Mostra iconografica sulla storia e il ruolo della Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. La collezione privata contenuta all’interno della Galleria è il frutto di una vera e propria passione per la storia ed è composta da uniformi e copri capi dei Carabinieri Reali, decorazioni di ordini dinastici e cavallereschi, dipinti e sculture raffiguranti i Reali di Casa Savoia, Ufficiali del Regio Esercito, accessori e documenti.  Vincenzo Panza, Fabrizio Bava e Roberto di Tanno sono amici collezionisti in possesso di oltre mille pezzi sparsi nelle gallerie d’arte più prestigiose d’Italia che fanno rivivere ai visitatori, con l’ausilio di un percorso, i valori, i sacrifici, le glorie, l’onore e l’orgoglio di una Dinastia che è stata protagonista della nostra storia. Invece, la Mostra iconografica è dedicata alla storia e al ruolo della Guardia d’Onore alle tombe dei Re d’Italia ed è stata organizzata in collaborazione con la Delegazione Provinciale della Guardia di Alessandria. Lo scopo dell’esposizione è di divulgare le finalità e le attività dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon attraverso l’illustrazione della sua storia, le trasformazioni statutarie, regolamentari e giuridiche, i simboli, le tradizioni e i valori perpetrati nelle attività del Sodalizio. Durante il regno di Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia, un gruppo di Ufficiali fondò associazioni di Veterani delle guerre d'indipendenza. Alla morte del Sovrano, avvenuta il 9 gennaio 1878, per mantenere viva la devozione e la riconoscenza all'Augusta Casa di Savoia, tali associazioni decisero, sul proprio onore, di prestare un servizio di guardia alla venerata spoglia mortale del "Padre della Patria" presso il suo luogo di sepoltura al Pantheon di Roma. Re Umberto I approvò tale decisione il 18 gennaio 1878. Le motivazioni del servizio volontario di Guardia d’Onore alle tombe dei Sovrani, esprimono il senso di appartenenza ad un’unica società civile, alla condivisione delle regole di pacifica convivenza e al sacrificio per il bene della collettività che hanno motivato la vita dei fondatori  del Sodalizio, vengono proposti alla cittadinanza e in particolare ai giovani. La Galleria Sabauda e la Mostra iconografica della Guardia d’Onore si potranno visitare, durante l’orario di apertura degli uffici comunali, fino a domenica 20 novembre.
DATA: 08.11.2011
  
CAVOUR - GIOLITTI - EINAUDI: DOTTRINE E PRATICA DELLA LIBERTA’

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 6/11/2011

Guareschi - vignetta da "Il Candido" - Immagine da internetIl mezzo secolo della morte di Luigi Einaudi si accompagna a molte evocazioni del primo presidente effettivo della repubblica e del suo magistero civile e scientifico. Poiché viene solitamente omesso, va ricordato che egli fu un conservatore. Nominato Senatore del Regno (ottobre 1919), nel 1946 propugnò la conferma della Monarchia, quale garanzia di armonia tra libertà e progresso. Temeva quanto poi accadde: gracile e ricattata, la repubblica patteggiò il silenzio sugli sperperi delle istituzioni centrali con quello sugli sprechi delle regioni, soprattutto a statuto speciale, e di enti locali che  hanno divorato immense risorse pubbliche. Il “federalismo” di Einaudi va collocato nel quadro dei tempi, mentre il  suo troppo celebrato “Via il prefetto” rimase  a metà tra scatto umorale e ingenuità, quasi che l’eliminazione dei rappresentanti del governo nelle province  potesse partorire d’incanto milioni di amministratori responsabili. Come tutte le dottrine, il “liberismo puro” è bello nei libri, esattamente come la “rivoluzione purificatrice” dei marxisti-leninisti. Il caos finanziario odierno, generato dall’esplosione di una bolla costruita per decenni dall’affarismo nella remunerata distrazione dei poteri politici, è la parabola della impresentabilità del liberismo puro, che, spiegarono Cavour, Giolitti e Benedetto Croce, trova o dovrebbe trovare  correttivi  nell’opera di chi ha l’onere di governare gli eventi, senza ingenua fiducia nella loro autoregolamentazione.
   A differenza di Croce, Einaudi si occupò meno dell’altra questione vitale della Nuova Italia: il confronto tra liberali e clericali. In questo Paese degli opposti fanatismi di Angela Pellicciari e di Massimo Teodori (Risorgimento laico, una litania dei presunti “inganni clericali sull’unità d’Italia” ed. Rubbettino), è invece bene ricordare  quanto effettivamente accadde, senza miti di alcun genere.
   Tra i tanti pregiudizi, Einaudi nutrì anche quello contro la Massoneria, da lui definita  ridicola e camorristica. Va invece ricordato che negli anni del Risorgimento e dell’unificazione le organizzazioni massoniche, pur divise su molti eventi politico-militari (spedizione garibaldina del 1862, trasferimento della capitale a Firenze, seconda spedizione garibaldina nel 1867, Anticoncilio di Napoli, guerra franco-germanica e sostegno alla Terza Repubblica francese, politica verso la Santa Sede...), appoggiarono sempre lealmente lo Stato. Lo fecero i massoni,  Depretis, Crispi, Farini, Zanardelli, Fortis, San Giuliano, Carducci, De Sanctis, senza i cui nomi non si scrive la storia d’Italia. Lo stesso va detto  di Adriano Lemmi, che, messa tra parentesi l’originaria simpatia per Mazzini, concorse al rafforzamento dell’asse tra la Corona  e il movimento popolare incarnato da Giuseppe Garibaldi, e con l’istituzione della loggia “Propaganda massonica”(1877) preparò la proclamazione di Roma “conquista intangibile” da parte di Umberto I (1878): inizio della stagione più prospera della Nuova Italia e apogeo del liberalismo italiano. Le dottrine economiche sono una cosa, il percorso storico è un altro. L’Italia ha bisogno di far tesoro del proprio passato effettivo (*)
Aldo A. Mola
(*)  Alle h.17 di  lunedì 7 novembre inizia alla Provincia di Cuneo un ciclo di lezioni su Einaudi promosso dalla presidente Gianna Gancia.
DATA: 07.11.2011
   
L'U.M.I. FESTEGGIA IL IV NOVEMBRE

4 Novembre - Vittorio Emanuele IIIQuattro novembre è la data dell’Italia unita come oggi la conosciamo; è la data che sancisce l’unità di un popolo che oggi qualcuno vorrebbe convincere sarebbe stato meglio diviso, colonia di questo o di quell’altro Stato. Qualcuno sostiene che si siano sprecati sangue e mezzi, che non esistano le genti d’Italia, che il sud sia solo sanguisughe e briganti, che il tricolore non abbia significato, che esista solo il verde padano e che con il resto addirittura si netterebbe. A questi signori consiglio una meta loro vicina, un feudo italiano in terra padana: il Vittoriale. Li inviterei a visitare lo “Schifamondo” i nuovi appartamenti del “Vate” in cui è stato allestito il museo della guerra, e dove possano riflettere del loro irrispettoso atteggiamento verso il tricolore. Lo facciano guardando la bandiera insanguinata, quella che avvolse il corpo del Maggiore Giovanni Randaccio, colpito da un cecchino al termine di un’azione tanto ardita quanto vittoriosa. Ideatore dell’azione fu proprio D’Annunzio che ne avvolse il corpo nel tricolore sabaudo, come fosse l’abbraccio di tutto il popolo italiano. In questo giorno di solenne ricordo dell’Italia unita e vittoriosa nella Grande Guerra, mi preme ribadire a gran voce, perché sia chiaro a costoro e diventi anche loro sentimento che “… la Bandiera rappresenta l’Italia, la Patria, la libertà, l’indipendenza, la giustizia, la dignità, l’Onore di quaranta milioni di concittadini; che questa Bandiera non si abbassa non si macchia, non si abbandona mai, e che piuttosto si muore!...” (Massimo D’Azeglio)
W il Re! W l’Italia unita!
Fabio Fazzari
Presidente U.M.I. Monza


4 novembre - la Grande Italia"Oggi 3 Novembre festa di San Giusto ricorre l'anniversario dell'ingresso dei Bersaglieri a Trieste nel 1918 , e domani 4 Novembre celebreremo ancora la Festa delle Forze Armate e dell'Unità Nazionale, senza dimenticare il sacrificio del Milite Ignoto e di 650 mila Soldati che combatterono per l'ultima guerra d'Indipendenza , riunendo alla Madre Patria le città irredente di Trento e Bolzano, Trieste e Santa Gorizia, l'Istria , Fiume e le Isole del Quarnaro, e la gloriosa Zara.
A tutti i nostri Fratelli Italiani si unisce il pensiero della Casa Savoia ieri ed oggi per il sacrificio compiuto, con la presenza in prima linea del Duca d'Aosta, Principe Emanuele Filiberto ora sepolto a Redipuglia , e Suo Cugino S. M. Vittorio Emanuele III detto "il Re Soldato" nelle trincee con gli Italiani, senza dimenticare la Regina Elena, la Regina Madre Margherita e le Principesse sabaude tra i Feriti e Mutilati al Quirinale e Palazzo di via Veneto,  in divisa da Crocerossine anche al fronte.
Il Club Reale UMI ha allestito una vetrina presso  La Parmigiana di via Milano, dove è esposta la licenza più vantica della città , dal 1887 di padre in figlio, ben venga l'esposizione nel negozio che fu insignito diverse volte di Medaglie d'Oro per il commercio;  mentre la Delegazione delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha trovato ospitalità nella centralissima libreria Fissore di piazza della Libertà, ai Titolari il più vivo ringraziamento per l'occasione storica offerta nell'anno del 150esimo della Proclamazione del Regno d'Italia "
Carmine Passalacqua - U.M.I. Alessandria
DATA: 04.11.2011

CRISI: POVERA ITALIA, RICCHI ITALIANI

immagine da internetQualche mese fa si era detto che con la manovra finanziaria la falla non fosse stata riparata, che la tela avrebbe tenuto solo per merito di un mare benevolo. Si era detto, in pratica, che focalizzarsi su una drastica riduzione del debito nel breve termine, senza badare alla crescita del paese, avrebbe lasciato la nave Italia in balia delle onde della crisi internazionale, e ad ogni rinforzo di vento, ci saremmo trovati a temere il peggio. Purtroppo mare e vento non ci hanno dato tregua e registriamo oggi una situazione particolarmente preoccupante sul fronte del costo del debito pubblico. Nell’immediato la situazione di elevata volatilità dei corsi dei titoli del debito pubblico italiano preoccupa più gli investitori privati, in quanto solo il 14% del debito è a tasso variabile, dunque soggetto a periodici aggiustamenti. Il resto del debito emesso, soprattutto a medio/lungo termine è a tasso fisso, con cedole mediamente sotto al 4%. Attenzione però, sebbene la durata finanziaria media (duration) del debito sia di sette anni, molte scadenze sono localizzate tra il 2012 ed il 2013, con un potenziale aumento del costo del debito medio sopra il 5%, se gli spread correnti (maggiorazioni al costo del debito rispetto a quanto pagherebbe un soggetto percepito privo di rischio fallimento) venissero confermati al momento della rinegoziazione del debito in scadenza (nuove emissioni con tassi di interesse più alti). Potenzialmente ci troveremmo di fronte ad una spesa addizionale per interessi passivi che supererebbe lo 0.5% del Prodotto Interno Lordo. Parecchio. Alla povera Italia, potrebbero venire in soccorso i ricchi Italiani, questa è la grossa differenza tra gli altri paesi in difficoltà, grandi o piccoli che siano, ed il nostro. Non c’è nulla da ridere, dunque, caro Presidente Sarkozy, perché l’Italia, a differenza di altri Paesi ritenuti più solidi o più affidabili, ha un’invidiabile riserva di patrimonio privato, e un grande bacino di know-how industriale, assolutamente competitivo. Mi spiego. La ricchezza dei così detti “householders” (possessori di case, di patrimonio immobiliare) è ben 5 volte maggiore del debito governativo, e circa sette volte più grande degli introiti del Governo stesso. Un’ipotetica tassa patrimoniale, prevalentemente su patrimonio immobiliare, non solo non metterebbe a repentaglio la sopravvivenza dei contribuenti, ma servirebbe a trovare i fondi necessari per incentivare la crescita. Una crescita economica che sarebbe sicuramente trainata dai grandi know how industriali che l’Italia può vantare in diversi settori, nei quali i marchi made in Italy continuano ad essere i più venduti al mondo. Luigi Einaudi sosteneva in un suo saggio che […] il miracolo che l’imposta patrimoniale sarebbe chiamata a compiere, è così grande da poter cambiare a fondo e per sempre la psicologia del contribuente. […] Essa infatti gli dice: “Vivi sicuro e fidente. Io vengo fuori ad intervalli rarissimi, dopo una grande guerra, nel 1920, e poi forse di novo nel 1946, per mettere una pietra tombale sul passato, e liquidare il grosso delle spese derivanti dalla guerra. Per l’avvenire tu pagherai solo le imposte ordinarie che tu stesso, per mezzo dei tuoi mandatari in parlamento, avrai deliberato per far fronte alle spese correnti dello Stato. Saranno alte o basse a seconda tu vorrai. Se tu amministrerai bene le cose tue non saranno mai gravose. […] Il miracolo che essa (la straordinaria patrimoniale) deve compiere è dare per la prima volta ai contribuenti italiani, coi fatti e non con le prediche di noialtri economisti, la sensazione precisa che si vuol mutare rotta […] che è finita l’era lunga dell’incremento continuo ed esasperato delle imposte ordinarie sul reddito. Gli aumenti saranno d’ora in poi riservati ai momenti di pericolo, alle grandi opere trasformatrici. Anche gli Italiani sono disposti a veder raddoppiate, triplicate le imposte sul reddito, quando la patria fa ad essi appello per una causa giusta. Ma perciò occorre che il peso dell’insieme delle molte inspiegabili imposte sul reddito sia ridotto ad un limite ragionevole. I ricchi Italiani potrebbero salvare dunque la povera Italia, ma le condizioni che Einaudi riteneva giustificassero un’imposta patrimoniale, sono molto diverse da quelle dell’Italia del nostro tempo. Quante volte la nostra classe politica ha promesso di voler cambiare rotta? Quante volte ha promesso che i sacrifici dei contribuenti serviranno a rilanciare la Patria? Quante volte ha promesso che le imposte sarebbero state […] alte o basse a seconda tu vorrai. Se tu amministrerai bene le cose tue non saranno mai gravose? Quali sono le guerre il cui costo dobbiamo oggi risanare? Quali sono state le costose opere riformatrici del nostro tempo che hanno portato il debito pubblico a salire dal 60% del PIL del 1980 al 120% di oggi?
La realtà deprimente è che la classe politica, (complice anche l’assetto istituzionale del nostro pese) si è occupata e si occupa solo e soltanto della gestione delle masse (elettori) e mai della gestione del Paese. La demagogia regna sovrana a legittimare il ruolo di quella o di quest’altra parte. Si convincono gli italiani che il problema sia negli uomini (via il Premier e tutto è risolto) ma in realtà il problema è nei programmi lacunosi della Destra e della Sinistra. Il problema è nella mancanza di coraggio nel prendere decisioni, forse impopolari ma necessarie per l’Italia; la riforma del sistema pensionistico ne è sicuramente un esempio eloquente. Meglio scaricare il problema sulle coorti future e non perdere il consenso popolare. Chissà se qualcuno dei politici ostili a riformare le pensioni si è mai fermato a guardare i ragazzi uscire da scuola. Lo faccia e vedrà sulle loro spalle il peso dei loro padri, come Enea che fugge da Troia con il padre Anchise sulle spalle. Queste generazioni pagheranno i contributi previdenziali per il sostentamento delle generazioni più vecchie, per la loro previdenza, dovranno versare contributi aggiuntivi a fondi pensione privati, in barba al principio mutualistico dell’istituto. Oggi il dibattito è focalizzato sul Berlusconi sì o Berlusconi no, ma un Governo tecnico, non risolverebbe il problema. Potrebbe servire per accreditarsi internazionalmente, ma le misure che varerà, dettate dalle larghe intese, quindi mutilate nella sostanza, non saranno quelle che convinceranno i mercati della sostenibilità dell'Italia, né gli italiani di un sostanziale cambio di rotta.  Chi crede che il cambio di Governo da solo possa servire a voltare pagina, sull’esempio della Spagna, si ricordi che ciò che differenzia la Spagna dall’Italia non è il cambio di Governo ma il fatto che l’Italia ha tre volte il debito della Spagna, ed è quindi più determinante per il destino dell’Europa. Non basta cambiare Governo per riportare gli italiani ad avere fiducia, ed a guardare di buon grado il sacrificio (economico in questo caso). Gli italiani hanno bisogno di un simbolo forte in cui riconoscersi. Un simbolo che duri oltre le stagioni della politica, e che rappresenti l’Onore di un popolo. Questo è il punto fondamentale che viene prima di qualsiasi proposta: la mancanza di chi operi per il bene dell’Italia innanzitutto. Quando gli italiani ritroveranno un simbolo forte, un padre premuroso che guidi l’Italia con Onore oltre i secoli e le stagioni dei partiti, allora essi saranno di buon grado pronti a salvare il paese, compiendo un sacrificio per la Patria e per il Re.
Fabio Fazzari
DATA: 03.11.2011
 
GIOACCHINO VOLPE: LA GRANDEZZA DI UN TESTIMONE

L'U.M.I. vuole ricordare la luminosa figura dello storico Gioacchino Volpe, alta figura di patriota e di scrittore. Fino alla morte ha partecipato attivamente alla vita della nostra Associazione, presenziando a tutte le manifestazioni organizzate dall'U.M.I. romana.

Gioacchino Volpe - foto da internetCade quest’anno, e precisamente il giorno 1 ottobre, il quarantesimo anniversario della scomparsa di Gioacchino Volpe, uno storico innovatore del  Secolo XX, sicuramente, da ricordare nel CL Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia. Il Volpe nacque a Paganica, in provincia de L’Aquila, il 16 febbraio 1876; si trasferì con la famiglia prima ad Aquilea, e poi a Santarcangelo di Romagna. Nel 1895 si iscrisse all’Università Normale di Pisa, laureandosi in Lettere. Gioacchino Volpe fu allievo dello storico Amedeo Crivellucci (1850-1914) e pubblicò sulla rivista “Studi storici” i suoi primi lavori dedicati alla Pisa Mediovale. Il Volpe, dal 1906 al 1940 fu professore di Storia Moderna, prima (1906-1924) all’Accademia scientifica di Milano, eppoi (1924-1940) all’Università di Roma. Diresse la Scuola di Storia moderna e contemporanea (dal 1906 al 1943), ed anche (dal 1935) la “Rivista Storica Italiana”. Di indirizzo politico nazional-liberale, fu interventista e, quale Ufficiale del Regio Esercito, prese parte alla I Guerra Mondiale, svolgendo attività di propaganda per i soldati della VIII Armata, ricevendo, tra l’altro, una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Quindi, da nazionalista e monarchico, si avvicinò al Fascismo entrando a far parte della Camera dei Deputati dal 1924 al 1929, poi si iscrisse nel 1925 al “Manifesto degli intellettuali fascisti”. Fu quindi un apprezzato membro della speciale commissione [presieduta da Giovanni Gentile (1875-1944), tra l’altro, suo compagno di studi alla Normale di Pisa] insediata dal regime fascista per lo studio delle riforme costituzionali. Il nostro fu Accademico d’Italia dal marzo 1929, della quale fu anche segretario generale fino al 1934.  Fu uno dei fondatori dell’”Enciclopedia Italiana” (poi “Treccani”), di cui fu responsabile della sezione di storia mediovale e moderna. Negli anni del regime fascista il nostro assolse il ruolo di importante organizzatore culturale, riuscendo, però, a conservare equilibrio e capacità di giudizio, non avendo mai a che fare con il fascismo corrotto, né con l’antisemitismo dei razzisti. Gioacchino Volpe aiutò con il “passaporto ex allievi” Sabatino detto Nello Rosselli (1900-1937) ed alcuni suoi amici. Per questo suo atteggiamento, il grande intellettuale, fu osteggiato fortemente e quindi privato della cattedra all’Università, ma con alta dignità e fierezza riprese a lavorare ed a dedicarsi agli studi storici. Diresse, quindi, fino al 1943 la scuola di storia moderna e contemporanea. Nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il nostro aderì al Partito Nazionale Monarchico. Dal 1963 fu il primo presidente ed animatore incomparabile della rinata “Associazione Nazionale Italia Irredenta”, fermo e tenace nel denunciare l’avvilente dettato di pace e di ingiustizie patite nei territori sottratti all’Italia prima e dopo l’infamia del trattato di Osimo. Scrisse, al riguardo, in occasione del suo 95° compleanno (1971) di sentirsi “esule morale in patria”.   Come abbiamo visto, le prime ricerche storiche del Volpe riguardano l’età mediovale e, in particolare, la civiltà dei comuni, eppoi, dopo la I Guerra Mondiale, saturo di Medio Evo e di Età Comunale, si volse agli studi di storia moderna e contemporanea, con l’intento prevalente di cogliere ed illuminare lo sviluppo della nostra Nazione in Europa, con un “animus”, come abbiamo poc’anzi detto, nazionalista. La produzione storiografica del Volpe puo’ comodamente essere inquadrata in quel fertile filone metodologico che Benedetto Croce (1866-1952), abbruzzese di nascita come il nostro, definì “scuola economico-giuridica”.
Il “realismo storiografico” emerse nelle ricerche sull'età medievale, da cui Volpe trasse spunti fondamentali per i suoi studi successivi sul Risorgimento italiano e l'Italia liberale, con aperture di metodo che sottolineavano gli aspetti creativi dell'esperienza umana. Della produzione storiografica di Gioacchino Volpe ricordiamo, tra l’altro: “Medio Evo Italiano” (1923), “L’Italia in cammino” (1927), “Caporetto” (1928), “Vittorio Emanuele III” (dalla nascita alla Corona d’Albania, 1939) (ristampato, con l’introduzione di Domenico Fisichella, per la Marco Editore nel 2000), “Italia Moderna” (in tre volumi, 1949-1955).  A cura della casa editrice di Giovanni Volpe (1906-1984), figlio dell’insigne storico, particolare è l’antologia “Scritti su Casa Savoia” (1983), con presentazione di Emilio Bussi (1904-1997). Al riguardo è interessante “Il Millennio di una Dinastia” [estratto dal volume: “Un Secolo di Regno. L’Unità Nazionale”  (1959), ristampato con la prefazione di Francesco Perfetti, per la Luni Editrice nel 2000] e “Il Centenario del Regno d’Italia”  (1961), in cui, tra l’altro scrisse: “[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]”.
Il Re Umberto II (1904-1983) insignì  Gioacchino Volpe dell'Ordine Civile di Savoia il 15 settembre 1961, e lo creò conte il 16 febbraio 1967. In occasione del novantesimo compleanno (16 febbraio 1966), il Re, tramite il Ministro Falcone Lucifero (1898-1997), gli inviò il seguente telegramma: “Sovrano desidera Le giungano vive felicitazioni particolarmente affettuose ricorrenza Suo novantesimo genetliaco ricordando eminenti servigi resi da Vostra Eccellenza alla patria in una nobile vita di studio e di lavoro et formula fervidi voti perché Ella continui per lunghi anni ancora a servire et onorare l’Italia.”.  Il nostro fu anche membro della Consulta dei Senatori del Regno dal 12 maggio 1960 e Presidente Onorario del Circolo di Cultura e di Educazione Politica Rex dal novembre 1968 fino alla morte, circolo dove fu un ricercato conferenziere su svariati argomenti.
Gioacchino Volpe fu, senza dubbio, uno storico di ampi interessi e di tempra notevolissima. Qualità codeste che fanno di lui uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana del secolo XX.
Gianluigi Chiaserotti
DATA: 02.11.2011
 
IL MONITO DEL “MILITE IGNOTO”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 30/10/2011

Il Milite Ignoto - immsgine da internetAnche il Piemonte vive il “Viaggio dell’Eroe da Aquileia a Roma” (29 ottobre -4 novembre), allestito dal Ministero della Difesa per evocare la tumulazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria il 4 novembre 1921. Il  convoglio sosterà a Udine, Treviso, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto per consentire ai cittadini di visitarne le mostre allestite nelle sue carrozze. L’omaggio al  sacrificio compiuto dai cittadini alle armi nel 1914-18 accomunò le nazioni in cerca di pace. Iniziarono i francesi con la parata  del 14 luglio 1919, omaggio  al cenotafio dell’Arco di Trionfo. Per l’Italia, presenziò il generale Raffaele Montuori.  Affiancato da André Maginot, ideatore della linea difensiva,  il 10 novembre 1920 Auguste Thin scelse a Verdun, teatro di battaglie sanguinosissime, la salma tumulata l’11, festa della Vittoria.  Londra fece altrettanto il 19 luglio 1919 con la partecipazione di Giorgio V, del francese Foch e del feldmaresciallo britannico Douglas Haig. L’Unknown Warrior  fu tumulato nell’Abbazia di Westminster l’11 novembre 1920. Il 4 novembre 1920 il settantottenne Giovanni Giolitti, per la quinta volta presidente del consiglio e ministro dell’Interno, orchestrò con il generale Napoleone Fochetti la Festa delle Bandiere, come narra Alessandro Miniero in Da Versailles al Milite Ignoto (Istituto per la storia del Risorgimento Italiano).  Contrario all’intervento in guerra, Giolitti conosceva bene il sacrificio sopportato dagli italiani che, fermata al Piave la rotta di Caporetto, a Vittorio Veneto vinsero anche per gli Alleati, che poi scipparono il loro successo riducendolo a “vittoria mutilata”, fonte di tanti guai. Dopo quell’adunata all’Altare della Patria i blocchi nazionali vinsero nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920 e  in quelle politiche del 1921, ma non divennero maggiorana parlamentare a causa della “maledetta proporzionale” (la definizione è di Giolitti).  Il 20 giugno 1921 Giolitti presentò la legge per tumulare in Roma la “salma senza nome” , rappresentante oltre 600.000 “umili eroi”. L’Esercito omaggiò in Ravenna Dante Alighieri, profeta della Nuova Italia. Regista di scelta, traslazione e tumulazione del Milite Ignoto fu poi il piemontese Cesare Maria De Vecchi, monarchico, nazional-liberale, futuro quadrumviro. Clericali e socialcomunisti regalarono il mito e i riti della Vittoria a liberaldemocratici, nazionalisti e ai fascisti (all’epoca quattro gatti, sia pure chiassosi), con uno “sciopero morale”, poi storiografico, contro l’idea di Italia. Aprirono una ferita che invece andava subito risanata proprio col riconoscimento della Vittoria quale conquista della Nazione, dei cittadini, sia di quelli caduti (ed elencati nelle lapidi di ogni Comune) sia di quelli che nel  fronte interno ressero la durissima prova cui furono sottoposti da politici imprevidenti, che scaricarono il peso  dell’intervento sui militari, privi di mezzi adeguati.
E’ l’occasione propizia per  riflettere sull’intera vicenda.
Aldo A. Mola
DATA: 30.10.2011
 
LA SCOMPARSA DEL SENATORE BONALDI

Umberto Bonaldi - foto senato.itE’ scomparso il Conte Dott. Umberto Bonaldi, già Senatore e vice Segretario Nazionale del Partito Liberale Italiano (P.L.I.) durante la segretaria dell’On. Giovanni Malagodi.
Devoto al Re Umberto II, Bonaldi era un monarchico dichiarato e restò coerente alla fede istituzionale della Sua famiglia che ebbe l’Ammiraglio Attilio Bonaldi quale precettore del giovanissimo Principe Ereditario Umberto di Savoia.
L’U.M.I., che lo ebbe tra i suoi massimi dirigenti, china le bandiere abbrunate del Regno alla Sua nobile figura.
DATA: 27.10.2011
 
LA ROMANIA FESTEGGIA I 90 ANNI DEL RE MICHELE

Il Re Michele in parlamento con la Principessa Margherita e il Principe Radu - foto news.daylife.com
Bucarest, 25 Ottobre 2011 - Si è tenuto in Parlamento il tanto atteso discorso del Re Michele I di Romania, in occasione del Suo novantesimo genetliaco. Il Parlamento rumeno si era espresso con una maggioranza schiacciante (203 voti a favore, 3 contrari e 46 astenuti) per tenere questo importante e simbolico gesto di pacificazione nazionale. Assenti per “inderogabili” (e imprevisti) impegni sia il Presidente Rumeno che il Premier. A fare gli onori di Casa ci ha pensato il Presidente del Senato, Socialdemocratico e repubblicano ma molto rispettoso della figura del Sovrano. Durante il Suo intervento il Re ha toccato vari temi quali la necessità di una politica morale – in piena antitesi con quanto fatto sotto il regime comunista – e l’impegno che le Istituzioni devono mettere per garantire la tranquillità della Romania. Nonostante la crisi, Michele I ha esortato il suo popolo a farsi forza e continuare ad eccellere in campo artistico, economico e sociale. Il Re ha rivolto un commosso pensiero alle terre romene che per decisioni politiche sono ora sotto altri stati. Si è soffermato sull’importanza della Famiglia Reale che garantisce un tramite tra il passato e il futuro e ha ribadito che la Corona è un simbolo che non può essere cancellato per motivi ideologici. Il Re ha donato una statua bronzea raffigurante il busto di Re Carlo I, il Primo Re di Romania, ed ha ricevuto in regalo dal Parlamento una medaglia.
In serata si è tenuto un concerto al Teatro Nazionale dell’Opera di Bucarest, in onore del Sovrano. Presente tutta la Romania che conta, dal Governatore della Banca Rumena al Direttore dell’Accademia Rumena, dai proprietari di Tv e giornali ai personaggi della politica nazionale, il Metropolita della Chiesa Cattolica e rappresentanti di quella Ortodossa. Foltissima la rappresentanza del corpo diplomatico con tutti i principali ambasciatori. Ospiti d’eccezione i membri della Famiglie Reali Europee tra cui ricordiamo S.M. la Regina Sofia di Spagna, S.M. il Re Simeone II di Bulgaria, S.A.R. il Granduca Enrico del Lussenburgo, S.A.R. la Principessa Lea del Belgio, S.A.I. e R. l’Arciduca Giorgio d'Asburgo con S.A.I. e R. l’Arciduchessa Eilika, S.A.I. la Granduchessa Maria e S.A.I. il Granduca Giorgio di Russia, S.A.R. il Principe Giorgio di Prussia e S.A.R. la Principessa Sofia, S.A.R. il Principe Amedeo e S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia, S.A.R. il Principe Hassan e S.A.R. la Principessa Sarvath di Giordania. S.M. Il Re Michele I è giunto in teatro assieme a S.A.R. Principessa ereditaria Margherita e SAR Principe Radu. La Regina Anna aspettava il Sovrano. Erano presenti anche S.A.R. la Principessa Elena con il marito, S.A.R. la Principessa Irina con il marito, S.A.R. il Principe Nicola e sua sorella Karina, S.A.R. la Principessa Maria. Il concerto ha visto l’esecuzione di vari brani operistici, in cui la musica italiana ha avuto un ruolo primario, e si è concluso con la solenne esecuzione dell’Inno Reale con tutti i presenti in piedi e rivolti verso Re Michele. Al termine del concerto gli intensissimi applausi hanno reso omaggio al Sovrano, con bandiere monarchiche che sventolavano dentro all’Opera Rumena. All’uscita una numerosissima folla di monarchici ha salutato il Sovrano al grido di “Re Michele!”, “Regina Anna!” e “Monarchia salva Romania!”. La serata si è conclusa con un esclusivo incontro conviviale al Palazzo CEC. Antenna 3, il principale canale televisivo di informazione, ha seguito tutti gli eventi con una lunga diretta. Questo genetliaco è stato un emozionante momento di riscossa patriottica rumena. Al Re Michele sono giunti anche gli auguri dell’Unione Monarchica Italiana.


La solenne esecuzione dell'Inno Reale al Teatro dell'Opera Nazionale di Bucarest seguito dagli auguri cantati dai presenti.
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DATA: 25.10.2011
  
SERGIO BOSCHIERO HA INAUGURATO IL 64° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX

L'Avv. benito Panariti con Sergio BoschieroRoma, 23 Ottobre 2011 – Il Circolo di cultura e di educazione politica REX ha inaugurato, presso la sala Uno dell’Istituto salesiano di via Marsala la prima parte del 64° ciclo di conferenze, intitolato “Noi crediamo” e dedicato al 150° della proclamazione del Regno d’Italia.  Primo oratore del prestigioso ciclo di incontri è stato – come consuetudine – Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I. e memoria storica del monachismo italiano.  L’Avvocato Benito Panariti, Presidente del circolo REX, ha introdotto l’iniziativa, focalizzando l’attenzione sulle varie sfaccettature delle celebrazioni che stanno andando verso la conclusione. Boschiero, nel suo vibrante intervento, ha tessuto un primo bilancio della ricorrenza. Ha sottolineato come sia stata una festa sentita dal popolo ma, nonostante questo, ha messo in luce alcuni lati negativi che si sono sviluppati, come il crescere di revisionismo antirisorgimentale o fenomeni politici inneggianti alla secessione. Boschiero, tra i vari argomenti trattati ha ricordato come alcune Istituzioni abbiano vissuto le celebrazioni e ha fatto riferimenti all’attualità come le devastazioni che hanno visto vittima la Capitale. Al termine dell’intervento ufficiale si è aperto un vivace dibattito che ha visto, tra i pregevoli interventi, quello del Prof. Gian Vittorio Pallottino. Il Circolo Rex ha già stabilito il calendario dei prossimi incontri che vedranno conferenze del conte Enzo Capasso torre delle Pastene, del Comandante delle Guardie d’Onore Ugo d’Atri e dell’Ing. Domenico Giglio. (Nella foto l'Avv. Benito Panariti con Sergio Boschiero)
DATA: 23.10.2011
 
DES AMBROIS  DE NEVACHE: DALLE ALLE ALPI ALL’OCEANO INDIANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del piemonte” del 26/11/2011

immagine da internetL’opposizione violenta alla realizzazione del Trasporto ad Alta Velocità (TAV) è un reato e va stroncata;  ed è anche contro il buon senso e quello sviluppo,  che tutti invocano ma in troppi lo vogliono  senza sacrifici personali, con le scorie a casa d’altri. Ogni fase del progresso ha avuto un costo: ma, dopotutto, ha migliorato la vita umana. Le mietitrebbie resero superflui i braccianti; gli allevatori non mungono più prima dell’alba; navi e treni non hanno  bisogno dei fuochisti che si consumavano a palate di carbone nei forni. L’ammodernamento avvantaggiò  da un canto, dall’altro  ebbe e ha il suoi prezzo, che ora travolge  ora lambisce, ma sempre offre opportunità nuove. Così fu ed è, sia in natura sia nel cammino dell’umanità. Perciò oggi sulla TAV occorrono parole chiare e definitive non da parte chi l’ha sempre razionalmente considerata necessaria, ma da chi ha tenuto una linea ambigua, un piede sulla soglia dei possibili  benefici, un altro nel dissenso e nel vastissimo pascolo di interessi di altre regioni e di altri Stati, che avrebbero voluto per sé un “corridoio” alternativo a quello deciso dall’Europa. Che cosa sarebbe oggi l’Italia senza rete ferrostradale, aeroporti,  produzione e distribuzione di energia elettrica e la telematica che collega ogni persona a miliardi di informazioni? Una volta non era così. La speranza di vita andava poco oltre i trentacinque anni nelle terre più fortunate. La probabilità di morire per guerre di passo o mano di briganti era elevatissima. Per capirlo basta un’occhiata alle cascine dell’epoca dell’Italia centro-settentrionale e alle masserie del Mezzogiorno: fortilizi, all’interno dei quali si campava in stato d’assedio permanente. Il passaggio dal prima al poi per il Piemonte avvenne centocinquant’anni orsono. Tra i suoi artefici  spicca Luigi Francesco des Ambrois de Nevache. Gli si deve il Traforo delle Alpi tra Bardonecchia e Modane, un’impresa colossale intuita da Giuseppe Medail, proposta, respinta, riscoperta, rilanciata. Dal disegno originario alla sua realizzazione passarono press’a poco trent’anni. Opere di quel genere sono uniche. O le si fa proprio lì, nel posto migliore, nel momento giusto, per una irripetibile somma di fattori esterni e interni, oppure rimangono per sempre nel mondo dei sogni. Certo, per gli ingenti finanziamenti che comportano, ciascuna esclude le altre per decenni, forse per secoli. Quasi per combinazione degli astri, in questo 150°  dell’Unità, su impulso di Roberto Borgis, fattivo sindaco di Bardonecchia, in queste settimane vengono ricordati  il traforo del Frejus, attivo dal settembre 1871, e il suo principale fautore: Luigi Francesco des Ambrois de Nevache. Di famiglia fedelissima ai Re di Sardegna, intendente di Nizza a soli 34 anni, reggente del Ministero dell’Interno dal  1844 , quando comprendeva istruzione, agricoltura e commercio, dal 1847 des Ambrois governò i Lavori pubblici, strategici per  ammodernare il Piemonte. Cattolico fervente, ma contrario a ogni fanatismo, mediatore tra chi voleva finanziare le riforme espropriando gli ordini  religiosi, a costo di lasciare  alla fame quanti  avevano  dedicato la vita ad applicare i precetti della fede, e chi ancora si schierava per il papa-re, nel 1871 des Ambrois ritrasse in poche righe  la trasformazione in atto: “ Il Vallone appartato di Bardonecchia dove  risuonava la lira dei bardi, dove risuonava la tromba del vecchio Castello di Bramafam, sarà presto scosso dal fischio delle locomotive. Il sentiero pittoresco che si inerpica  sulla roccia  e serpeggia in mezzo agli alberi attraverso prati, sarà sostituito da una delle principali ferrovie del mondo: lì passerà, attraverso le Alpi, il commercio di Genova e di Venezia, persino la valigia delle Indie…”. Sono parole da ricordare mentre l’Europa pone  l’Alta Velocità da Torino a Lione tra le arterie vitali dell’intero continente in un’ottica planetaria. Lo avevano chiaro i realizzatori del traforo del Frejus: Sommeiller, Grandis, Grattoni, dei quali si valsero des Ambrois e Cavour, ministri di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II. Le loro parole d’ordine furono  mediazione, conciliazione e infine realizzazione, con l’occhio al futuro, proprio agl’interessi di quelle nuove generazioni   da troppi oggi sospinte nei pascoli di  illusioni e sogni artificiali.  Questa è la lezione, attualissima,  del vecchio Piemonte, lontano dalle doppiezze di meschini calcoli elettorali e da interessi di piccolo cabotaggio.
Aldo A. Mola
DATA: 23.10.2011
 
IL NEO BRIGANTE MICCICHÉ

Briganti Calabresi - foto da internetIl Segretario Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero ha così risposto all'intervista rilasciata oggi al “Corriere della Sera” da Gianfranco Micciché, in cui l'Onorevole si paragona ai briganti e ne loda la figura:
    “L'apologia del brigantaggio anti risorgimentale, fatta dall'auto-nominatosi brigante Gianfranco Micciché, si commenta da sola. Il neo brigante si trova in “ottima” compagnia, con delitti per tutti i gusti sino al cannibalismo. Nella Francia della Rivoluzione sarebbe stato proclamato “nemico pubblico”. In Italia ci mancava soltanto un Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri apologeta del brigantaggio. Che le Istituzioni aprano gli occhi!”
Sergio Boschiero
    Roma, 20 ottobre 2011
DATA: 20.10.2011
 
PRATO RISCHIA DI FARE L’APOLOGIA DEL REGICIDA GAETANO BRESCI

Pubblichiamo una lettera del Prof. Giulio Vignoli, apparsa su “Il Giornale della Toscana” del 3 agosto u.s., in cui si analizza - con l’arguzia e l’ironia che contraddistinguono il noto accademico genovese - l’inquietante scenario che si sta affacciando sulla cittadina toscana, a seguito di una consultazione popolare da parte dell’Assessorato alla Cultura.

Il monumento a Carrara dedicato all'assassino anarchico Gaetano BresciCaro Direttore,    
    sono un vecchio lettore genovese de “Il Giornale” e poiché sono in villa al Forte dei Marmi leggo anche con interesse “Il Giornale della Toscana”, che trovo ben fatto. Mi ha un po' stupito l'articolo di Raffaello Pecchioli, “Benedetti toscani, Guardiamo al presente” (di domenica scorsa, 31 luglio) con cui si dà notizia che “è in atto a Prato, promossa dall'assessorato alla cultura, una consultazione tra i cittadini per stabilire chi sia il personaggio pratese degli ultimi centocinquant’anni, più meritevole di essere ricordato”. In pole position ci sarebbe l'assassino di Re Umberto I, Gaetano Bresci. Che grullerie son queste? Mi son detto. Umberto I fu detto “Il Buono” per il suo comportamento in occasione dei terremoto di Casamicciola e durante il colera a Napoli, quando si recò in queste città aiutando le popolazioni  e sfidando il contagio. Un uomo coraggioso, come dimostrò anche nelle guerre risorgimentali, dove meritò la Medaglia d'Oro al V.M. Certo, ci furono i fatti di Milano. Ma allora la forza pubblica sparava quando era attaccata dai rivoltosi e veniva premiata. Non come ora che viene pestata da questi ultimi e rinviata a giudizio. Scrivere: “Il Monarca stava per risalire nella Real Carrozza per ritornare in Villa, dalla sua amante” non è degno né dell'autore della frase, né del giornale che la pubblica. Umberto I rientrò cadavere insanguinato nella Villa Reale di Monza, portato a braccia. Fu accolto all'ingresso dall'ignara Margherita (una grande Regina, è in atto a Monza una mostra in suo onore, proprio, nella Villa), che dirà poi dopo: “Mi parve di vedere il Cristo deposto dalla croce”. Se poi i Pratesi sono in maggioranza favorevoli, come dice il Pecchioli, o per ignoranza storica o per malvagità, a ricordare un killer, venuto appositamente dall'America, il detto Gaetano Bresci, bei bischeri mi si lasci dire (per usare anche in questo caso un termine toscano) e auguro loro tanti altri cinesi perché li meritano.                                            
DATA: 18.10.2011
 
GIUSEPPE MASSARI: IL PUGLIESE SEGRETARIO DI CAVOUR

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 16/10/2011

Il 150° si avvia alla fine, con luci e ombre. Alcune domande sulle trame segrete che portarono all’unificazione rimangono senza risposta. E’ il caso del Diario delle cento voci di Giuseppe Massari, una tra le principali fonti sulla vera nascita della Nuova Italia  pubblicato anni addietro da Emilia Morelli. Esso risulta troncato con una frase a metà il 24 marzo 1860: in un momento drammatico, mentre esplodeva lo scontro  sulla cessione di Nizza alla Francia tra Cavour, di cui Massari era segretario tentacolare, e Garibaldi; e quando stava per iniziare l’impresa di Mille, nel cui corso Cavour venne tenuto in scacco dal protomeridionalista Liborio Romano, stratega del passaggio indolore dal Borbone a Garibaldi: un genio politico biografato da Nico Perrone (ed. Rubbettino, finalista dell’Acqui Storia 2010). Lo stesso Perrone ora indaga l’ Agente segreto di Cavour: Giuseppe Massari e il mistero del diario mutilato edito da Palomar, che già ne pubblicò un bel saggio su Obama. Ma chi fu Massari? Fu davvero così importante? Diciamo subito che senza di lui Risorgimento e avvento dell’unità si sarebbero ridotti a prassi burocratica. Da meridionale  ci mise invece la filosofia della storia. Nato a Taranto nel 1821 da padre barese, un ingegnere impegnato in grandi opere pubbliche del regno, allievo nel seminario di Avellino, poi studente a Napoli e forse aderente alla “Giovane Italia” di Benedetto Musolino, Luigi Settembrini  e Nicola Nisco, a diciassette anni  Giuseppe fu mandato in Francia. Vi conobbe  Vincenzo Gioberti, se ne entusiasmò e ne divulgò il pensiero. Migrato a Torino nel 1846 assunse la direzione del “Mondo Illustrato”, che  insegnava ai subalpini a pensare in europeo. Eletto deputato all’Assemblea del Regno delle Due Sicilie (1848), nuovamente costretto all’esilio e inseguito da una condanna, Massari pubblicò sul tamburo I casi di Napoli dal  principio del 1848 al novembre 1849, denuncia del carattere irrimediabilmente reazionario della monarchia borbonica. Due anni dopo tradusse l’opera destinata a far da spartiacque per l’immagine dell’Italia  all’estero: Il signor Gladstone e il governo napoletano, sintetizzato con la celebre formula che bollò il governo borbonico come “negazione di Dio”. In risposta la Gran Corte di Napoli lo condannò  al patibolo. Massari riparò in Piemonte. Nel 1856 Cavour gli affidò la direzione della “Gazzetta Ufficiale” del Regno di Sardegna, che faceva da timone della riscossa, di concerto con la Società Nazionale, e poi lo volle a fianco nei rapporti più segreti. Il 25 gennaio 1861 i baresi lo elessero deputato all’VIII legislatura del  regno di Sardegna: quella che il 14 marzo votò la nascita del regno d’Italia.  La Puglia vi fu rappresentata da deputati  massoni, come Giuseppe Libertini e Luigi Zuppetta, e da sacerdoti, quali l’arciprete Antonio Miele, eletto a Calcedonia, e don Flaminio Valenti a Monopoli. Rieletto alla Camera sino alla morte, Massari fu sconfitto un paio di volte a Bari, ma trovò riparo a Guastalla e a Spoleto. Tra i massimi esponenti della Destra storica,  segretario delle Camera e custode delle memorie del Risorgimento dalla sinistra anticlericale era considerato l’uomo da abbattere. Il suo programma recitava: “la fede cattolica, non le cospirazioni, non i pugnali, non le ridicole parodie della demagogia ultramontana rigenereranno l’Italia”. Era un patriota scomodo. Pubblicò i memorabili Ricordi biografici del conte di Cavour, e la poderosa  opera  La vita e  il regno di Vittorio Emanuele II , possibile solo a chi, osserva giustamente Nico Perrone, aveva accesso a documenti segreti, e un appassionato profilo di Alfonso La Marmora, che trasformò in una “meraviglia” l’antico esercito “di caserma”.  Alla morte  di Massari (Roma, 13 marzo 1884) una parte del disegno cui s’era votato settant’anni prima nel seminario di Avellino era giunta a compimento; un’altra, la “questione meridionale”, già proposta da Liborio Romano, era aperta e sanguinante. Massari l’aveva affrontata nella relazione parlamentare su Il brigantaggio e le province meridionale  in cui  denunciò errori ed enormità ed esortò a puntare su  decentramento, autonomie locali e rispetto delle tradizioni, contro la scorciatoia dello Stato centralistico, venato di giacobinismo. Avvertì per tempo che il malcontento serpeggiante nel Mezzogiorno si sarebbe rovesciato contro il nuovo ordine  ancor più di quanto avesse fatto contro i  Borbone.   In un’Italia che si stava lacerando (Aspromonte, Mentana, la tassa sulla macinazione delle farine,un anticlericalismo d’importazione quale paravento per far cassa con la statizzazione e la vendita dei beni ecclesiastici...) il 9 giugno 1866 Massari invitò la Camera “a nome delle lettere, a nome della civiltà, a nome dell’Italia” a rispettare almeno l’Abbazia di Montecassino. Era risorta dopo il passaggio dei saraceni. La Terza Italia, che era liberale perché colta, accolse il suo mònito. Nel 1944 l’Abbazia venne distrutta da un bombardamento dei…liberatori.   Ma perché dunque il suo Diario risulta mutilo? Secondo Perrone ne furono strappate la pagine dal 24 marzo al 18 settembre 1860 proprio per cancellare la testimonianza diretta sull’azione di Cavour, che rimase quindi affidata all’ Epistolario cioè a quanto il Gran Conte mise nero su bianco per i posteri. La vera storia della fase cruciale, quella della stella a cinque punte (re Vittorio, Cacour, Garibaldi, Liborio Romano e Giuseppe Massari), rimane dunque da ricostruire. Motivo in più per rimboccarsi le maniche e continuare la ricerca. Spente le luci del  150° continuerà a brillare lo Stellone d’Italia, nato dall’azione congiunta di Nord e Sud, di anticlericali ed ecclesiastici patrioti, di garibaldini e giobertiani.                                                
DATA: 16.10.2011

TV: BOSCHIERO DENUNCIA LA CENSURA DEL 'VIVA IL RE' NELLA FICTION SUL GENERALE DELLA ROVERE

TV: BOSCHIERO DENUNCIA LA CENSURA DEL 'VIVA IL RE' NELLA FICTION SUL GENERALE DELLA ROVERERoma, 11 ott. (Adnkronos) - I monarchici italiani non hanno gradito fino in fondo la fiction “Il Generale della Rovere”: "Ho seguito e apprezzato la fiction messa in onda da Rai Uno nelle serate di domenica e lunedì. Un solo neo -lamenta, all'Adnkronos, il Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, Sergio Boschiero- rispetto al film di Rossellini, interpretato da De Sica, da un racconto di Indro Montanelli, che vedeva il Generale della Rovere gridare anche “Viva il Re” al momento della Fucilazione. Questo grido, storicamente vero, è stato censurato nella versione della Rai". "Protestiamo anche per la ripetuta qualifica di 'badogliani' riferita agli ufficiali, ai soldati, ai carabinieri rimasti fedeli al Sovrano, Capo legittimo dello Stato. Il termine 'badogliano' veniva usato dalla Repubblica Sociale Italiana in segno di disprezzo verso militari, ufficiali e soldati, rimasti fedeli al Re", conclude Boschiero. (Spe/Ct/Adnkronos)
DATA: 13.10.2011
 
IMPERIA: I PROPOSITI MONARCHICI DEL NUOVO COORDINATORE PROVINCIALE

Marco Olivero - U.M.I. SanremoMi presento: Marco Olivero, classe 1958, nato a Sanremo, da poco nominato Coordinatore Provinciale di Imperia dell'Unione Monarchica Italiana. Sono grato ed onorato di ciò e ringrazio il Presidente Nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario Nazionale Sergio Boschiero. Tutto ciò non sarebbe accaduto senza il contributo della vera anima Monarchica ligure e cioè di Wilma Curti. Potrei scrivere di Lei per molte pagine, raccontando le fatiche, i sacrifici, i bocconi amari dovuti ingoiare, ma anche le grandi soddisfazioni per gli eventi organizzati in Sanremo che hanno sempre caratterizzato il Club Reale Duca Bacicin. Io sono all'inizio e spero di continuare a trasmettere ad altre persone il "virus" che mi ha contagiato e aperto gli occhi sulla nostra tradizione Monarchica. Sempre di più, specialmente in un momento politico ed economico così incerto, serve riscoprire ciò che per decenni è stato coperto di fango, ma non sepolto dalla retorica repubblicana. Spero di riuscire a comunicare ciò a tutti coloro con cui avrò opportunità di parlare, in special modo ai giovani che sono il nostro vero patrimonio, inalienabile, ma che non avendo guide degne si perdono nella pochezza attuale. II mio impegno per la causa Monarchica è totale e continuo, certo di servire ad un grande progetto portato avanti con fede e dedizione unitamene a tutti i Monarchici Italiani. Viva il RE.
Marco Olivero
Coordinatore prov.le U.M.I.Imperia
Sanremo, 21 settembre 2011
DATA: 04.10.2011
  
PROTESTA DELL'U.M.I. UMBRA CONTRO LA RAI

Maurizio Ceccotti, presidente U.M.I. UmbriaALLA DIREZIONE GENERALE RAI TV
Viale Mazzini 14
00195   ROMA

TRASMISSIONE DEL 30.09.2011 “ I Migliori Anni “ condotta da Carlo Conti
       
Siamo profondamente indignati  per la battuta altamente offensiva rivolta a Sua Maestà Il Re Umberto II,  pronunciata da un tale pseudo artista di nome Dado. Il Re Umberto II è stato Capo di Stato Italiano, quindi merita comunque rispetto a prescindere dalle proprie opinioni politiche. Inoltre è indice di vigliaccheria e di codardia offendere qualsiasi persona defunta. Ricordiamo che il Re Umberto II  unitamente ai Suoi Genitori e alla Sua Consorte sono tutt’ora esiliati, appunto anche da Defunti, caso unico al mondo di barbarie umana e politica. Vorremmo che codesta Direzione Generale oltre prendere severi provvedimenti verso i responsabiliimmagine da internet di questo gesto villano, vigilasse con maggior attenzione ed efficacia affinché  simili vergogne non si ripetino in futuro, giacché  tra gli Italiani che pagano il canone, ci sono persone educate che non tollerano questo linguaggio triviale ed offensivo verso la nostra Storia e verso Personaggi  di spessore e moralità senz’altro non paragonabili. Hanno perso una guerra ma non hanno certo rubato allo Stato ed agli Italiani! Siamo stanchi di dover subire oltraggi continui e gratuiti, inoltre la rabbia e la delusione sta montando vertiginosamente tra la gente comune che sempre più guarda con disprezzo tutta la casta politica ed auspica profondi e radicali cambiamenti.
Con osservanza.
Il Presidente Regionale Umbria U.M.I.
Maurizio Ceccotti
DATA: 03.10.2011
 
UN DECRETO REALE CI SALVA  DALLE IMPROVVISAZIONI DELLA LEGASUI MINISTERI A MONZA

Vittorio Emanuele II     È un decreto di Re Vittorio Emanuele II, il n. 33 del 1871, all’indomani della “conquista” di Roma, quello con il quale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, contesta a Silvio Berlusconi la legittimità dell’iniziativa dei Ministri Bossi e Calderoli di attuare una sorta di “delocalizzazione” dei ministeri loro assegnati mediante l’istituzione di "sedi di rappresentanza operativa" a Monza, nella Villa Reale. È quasi uno storico contrappasso  nell’Italia repubblicana perché Napolitano scrive che quel provvedimento, “nell'istituire, all'articolo 1, Roma quale capitale d'Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il Governo ed i Ministeri”. Una Capitale “costituzionalizzata”, come scrive il Presidente, “con la riforma del titolo V della nostra Carta che, con la nuova formulazione dell'articolo 114, terzo comma, ha da una parte introdotto un bilanciamento con le più ampie funzioni attribuite agli enti territoriali e dall'altra ha posto un vincolo che coinvolge tutti gli organi costituzionali, compresi ovviamente il Governo e la Presidenza del Consiglio: vincolo ribadito dalla legge n. 42 del 2009, che all'art. 24 prevede un primo ordinamento transitorio per Roma capitale diretto "a garantire il miglior assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli Organi Costituzionali". Non manca un esplicito richiamo al Presidente del Consiglio.  Napolitano, infatti, rileva che Bossi e Calderoli, che hanno adottato i decreti in data 7 giugno 2011, con i quali hanno istituito le “sedi distaccate” di quelli che sono, rispettivamente, uffici “di un Dipartimento e di una Struttura di missione, che costituiscono parte dell'ordinamento della Presidenza del Consiglio”, evento del quale Berlusconi, nella sua veste di Presidente del Consiglio, evidentemente non era a conoscenza o del quale, più probabilmente, non aveva percepito il rilievo giuridico o, ancora, al quale non aveva potuto opporsi. Pertanto, aggiunge Napolitano, “poiché ai fini di una eventuale sua  elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999, all'articolo 7, attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di adottare con DPCM le misure per il miglior esercizio delle sue funzioni  istituzionali” una eventuale diversa allocazione di sedi o strutture operative, “dovrebbe più correttamente trovare collocazione normativa in un atto avente tale rango, da sottoporre alla registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti profili finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 221 del 2002”. Di tutto questo non si è parlato. Bossi e Calderoli, evidentemente  consapevoli dell’anomalia alla quale davano vita, avrebbero provveduto in proprio all’arredo. Tuttavia il costo per  il bilancio dello Stato dell’iniziativa leghista è altro. Anche gli spostamenti degli stessi ministri e dei loro collaboratori Roma-Monza-Roma, riguardando una sede “non istituzionale”, comportano costi che, in assenza di una basse normativa, non possono essere posti a carico del bilancio dello Stato. “La pur condivisibile intenzione di avvicinare l'amministrazione pubblica ai cittadini, pertanto, – scrive il Presidente della Repubblica - non può spingersi al punto di immaginare una "capitale diffusa" o " reticolare" disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di Capitale della  città di Roma, sede del Governo della Repubblica”. Bossi risponde che “la Costituzione non dice dove devono stare i ministeri”, una presa di posizione che certamente avrà irritato il Quirinale il quale attende una risposta “scritta”, come titola oggi il Corriere della Sera a pagina  9,  anche  se  Berlusconi  ha  detto  di  prendere  atto  della  lettera  e Gianni Letta, in apertura del Consiglio dei ministri, l’ha ribadito con fermezza. I richiami del Presidente  della Repubblica, ha detto, “meritano rispetto, non si commentano, si ascoltano e si applicano”. Bossi minimizza ma non torna indietro. Il fatto è che dietro l’iniziativa “imprudente” di Bossi e Calderoli – a  proposito il Ministro “per la semplificazione” non vorrà mica abrogare il decreto di Re Vittorio Emanuele II -, c’è il malcontento della base leghista sottolineata dai risultati elettorali negativi, anche in quella che sembrava essere la fortezza del Carroccio, Novara, dalla quale proviene il Presidente della Regione Piemonte, Cota, dove ha prevalso il centrosinistra. Un’altra “fatal Novara”, dunque. Sullo sfondo la lotta di successione a Bossi nella quale sembra prevalere Maroni, anche se potrebbero affacciarsi altri concorrenti, come i potenti governatori del Piemonte e del Veneto. E’ mancata la prudenza, della quale in altre occasioni il sanguigno Senatur ha saputo dare prova. Con il rischio che la farsa del trasferimento dei ministeri, diversamente non sapremmo qualificarlo, non complichi ancor più una situazione politica aggravata dal pessimo andamento dell’economia ed ancor più delle borse.                            
Salvatore Sfrecola
DATA: 27.09.2011
 
3 ANNI FA IL MATRIMONIO FRA AIMONE DI SAVOIA E OLGA DI GRECIA


     Il 27 settembre 2008, nella suggestiva isola di Pathmos in Grecia, si è tenuto il matrimonio fra le LL.AA.RR. i Principi Aimone di Savoia-Aosta e Olga di Grecia. Questo matrimonio ha garantito la continuità sabauda, grazie alla nascita dei Principi Umberto (2009) ed Amedeo (2011). L'U.M.I. si complimenta con la "Coppia Reale" e formula i migliori auguri!
Roma, 27 Settembre 2011
DATA: 27.09.2011
 
27 SETTEMBRE: GENETLIACO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA

     Per il fausto genetliaco di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, l’U.M.I. ha inviato gli auguri più fervidi e devoti. Il Principe sabaudo è nato nel Palazzo Pitti di Firenze il 27 Settembre 1943, in piena guerra mondiale e con il Capoluogo toscano occupato dai tedeschi; Egli è frutto del matrimonio fra il Principe Aimone di Savoia-Aosta e S.A.R. la Principessa Irene di Grecia. Nelle ore successive alla nascita il Comandante germanico della città fu inviato da Hitler per chiedere alla madre del Principe Amedeo l’investitura al bambino del titolo di Re. Il Dittatore nazista avrebbe preferito, per un più vasto consenso popolare, la figura di un Savoia-Aosta quale simbolo di un Regno, non di una repubblica, per contrastare il Regno del Sud. La madre di Amedeo disse fieramente di no. Pochi giorni dopo il piccolo Duca fu internato in Tirolo e sarebbe stato liberato nell’aprile 1945 dagli alleati; sempre nello stesso luogo di prigionia erano state internate anche la Madre di Amedeo, la Duchessa d’Aosta Anna, vedova di Amedeo di Savoia M.O.V.M. Viceré d’Etiopia, con le figlie Margherita e Maria Cristina. Il Duca d’Aosta è stato il prediletto del Re Umberto II ed è il continuatore della tradizione sabauda. Grazie a suo figlio, il Principe Aimone, la millenaria Casa Savoia vede garantita la continuità  con la nascita dei Principini Umberto (2009) e Amedeo (2011).
U.M.I, 27 Settembre 2011
DATA: 27.09.2011
 
ARGENIO FERRARI NUOVO COORDINATORE DELL'ISPETTORATO NAZIONALE U.M.I.

ARGENIO FERRARI NUOVO COORDINATORE DELL'ISPETTORATO NAZIONALE U.M.I.Il Dott. Argenio Ferrari, già in passato dirigente della gloriosa sezione con centinaia di giovani del F.M.G. di Colleferro (Rm), e attualmente responsabile dei contatti dell’U.M.I. con il Sovrano Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Spagna), è il nuovo Coordinatore dell'Ispettorato Nazionale dell'U.M.I.
Ferrari si renderà promotore di iniziative a livello nazionale per la valorizzazione della nostra Associazione e per creare un contatto diretto con le realtà territoriali. Il Dott. Ferrari, affermato professionista romano, è stato anche il medico personale del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero. La sua grande fede monarchica, unita ad una vasta cultura e ad una decennale militanza, hanno consentito di istituire questo Coordinamento con piena fiducia e sicurezza nei futuri risultati. Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Sergio Boschiero formulano, a nome di tutta l’Associazione, i migliori auguri al Dott. Ferrari per il maggior successo nel nome della Monarchia e dell'Italia.
DATA: 26.09.2011
 
RE VITTORIO EMANUELE III E GIOLITTI: ALLA CONQUISTA DELLA LIBIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del piemonte" del 25/09/11

il Re Vittorio Emanuele IIIIl 28 settembre 1911 il governo di Roma intimò l’ultimatum all’Impero turco: evacuare entro ventiquattro ore le sue truppe da Tripoli. Diversamente le avrebbe cacciate con le armi. Il giorno dopo iniziò lo sbarco a Tripoli. Il successo non fu fulmineo. La storia insegna quanto sia facile creare uno stato di guerra e come sia poi difficile venirne a capo in maniera limpida e risolutiva. Altrettanto valeva un secolo addietro.
    Sull’inizio del secolo XX la gara coloniale ebbe un’impennata.  Dopo l’Eritrea, colonia dal 1890,  nel 1907 l’Italia costituì la colonia  di Somalia. Roma aspirava a Tripolitania e Cirenaica, ultimo bastione dell’Impero turco-ottomano nell’Africa settentrionale.
  
Nel 1911 la crisi precipitò. Sulla condotta da tenere non vi era una visione univoca. Presidiarvi gli interessi economici o occuparla? Il programma venne fissato dal Re in un incontro segretissimo con Giolitti nel Castello di Racconigi, a metà settembre. Ma quale fu il ruolo effettivo di Vittorio Emanuele III nella guerra?  Il  Carteggio di Giolitti pubblicato dal Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato e dall’Archivio Centrale dello Stato (ed. Bastogi, 2009-2010)  e altri documenti inediti mostrano che nel 1911-12 il Re ebbe una parte  determinante.  Il 30 settembre, a sbarco avvenuto, sollecitò Giolitti a “raccomandare la semplicità militare” nei comunicati sull’andamento delle operazioni, subito troppo enfatici. Il 1° ottobre auspicò: “Spero bene che non ci vengano create difficoltà dall’Inghilterra”. Il 2 aggiunse: ”Voglio sperare  che le inquietudini dell’Austria  con opportune nostre dichiarazioni a Vienna si calmeranno senza alcun pericolo…”. Sin dal 25 ottobre 1911, guardando lontano,  Re Vittorio scrisse all’ “affezionatissimo cugino” Giolitti da San Rossore: “ Se, in vista del prolungarsi della situazione attuale, il governo si risolvesse per un’azione nell’Egeo, occorre naturalmente che il da fare militare ed i mezzi adeguati siano preparati in tempo”: messaggio scarno e chiaro, che precorreva l’occupazione di Rodi e del Dodecaneso, attuata nell’aprile  1912.     Il 3 ottobre infine, quando la Turchia stessa sollecitava un’azione militare italiana così incisiva da giustificarne la resa in Libia per avere mano libera contro gli Stati balcanici, il Re suggerì a Giolitti il bombardamento navale del nodo ferroviario di Dedeagatch, per “ostacolare molto gravemente la mobilitazione ottomana e quindi le operazioni militari turche dirette contro gli Stati Balcanici”.   Dunque, ai sensi dello Statuto, il Re regnava e, quando necessario, governava: nei termini statutari. Il 18 ottobre, appena firmata la pace di Losanna, da San Rossore telegrafò a Giolitti: “Attenderò poi sue comunicazioni per la convocazione del parlamento la quale, se anche Ella è del parere, sarebbe bene di non ritardare”. La guerra era stata condotta a Camere chiuse per non subirne intralci, ma la sua conclusione ora andava parlamentarizzata, proprio per accelerarne la ratifica e ampliare il consenso del paese. 
  
Il Re, Giolitti e di San Giuliano furono consapevoli che il riconoscimento del diritto dei libici a pregare per il Sultano voleva dire che continuavano a considerarlo proprio sovrano. D’altronde Roma aveva sempre escluso di voler fare guerra agli arabi o all’islamismo. Aveva solo voluto  liberare quelle province dal dominio politico-militare turco.
   Re Vittorio non era affatto “Sciaboletta” e quella giolittiana non fu affatto una “Italietta”: era quella che celebrò nell’Esposizione Internazionale di Torino il primo mezzo secolo di Unità nazionale, suggellata dall’impresa di Libia e dal conferimento del diritto di voto a tutti i maschi maggiorenni e dalla creazione dell’INA, ultima vittoria dello Stato sui grandi appetiti privati,  come riconobbe lo storico Giampiero Carocci.
   Giolitti l’Africano spiegò ripetutamente la propria condotta. Il 4 marzo 1914 affermò: “I Ministeri passano, i grandi interessi della patria sono assolutamente permanenti”. Ma fu a Torino il 7 ottobre 1911 che disse le parole più impegnative: “Politica democratica non è sinonimo di politica fiacca, di politica impotente. La politica estera non può, come la politica interna, dipendere interamente dalla volontà del governo e del Parlamento ma, per assolutanecessità, deve tenere conto di avvenimenti e di situazioni che non è in poter nostro di modificare e talora neanche di accelerare o di ritardare. Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti  è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, poiché una esitazione o un ritardo può segnare l’inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli. Sarà degno di un popolo forte se a questa opera di civiltà internazionale faremo corrispondere una grande riforma a beneficio delle mostra classi lavoratrici”.    Con lo sbarco a Tripoli l’Italia “riprende(va)  il suo posto nel mondo”.

DATA: 23.09.2011

PRESENTATA LA SERIE AGGIORNATA DEL LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D'ITALIA

PRESENTATA LA SERIE AGGIORNATA DEL LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D'ITALIABadolato (Cz), 10 Settembre 2011 - In occasione dell'anniversario dell'unità d'Italia (1861-2011), è stata presentata dallo storico Antonio Gesualdo, in occasione della caccia alla volpe a cavallo del Club Calabrese, la serie aggiornata del famoso LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA. Si tratta di un repertorio araldico, genealogico, nobiliare, che è diretta e legittima continuazione del LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA ufficiale, (cioè quello aggiornato fino al 1946 dalla Consulta Araldica del Regno d'Italia.) Il Libro d'Oro della Nobiltà Italiana ufficiale, venne infatti costituito il 1896 da Re Vittorio Emanuele II di Savoia, è fu il primo Registro Nobiliare Ufficiale del neo Regno d'Italia. Sotto l’egida dello Stato Italiano, quel registro manoscritto venne infatti aggiornato per un totale di 41 volumi a opera della Consulta Araldica appunto (l'ufficio araldico del Regno) dal 1896 al 1946, data dopo la quale in seguito alla caduta della monarchia (per le note vicende belliche), il Libro d'Oro della Nobiltà Italiana venne chiuso dalla neo Repubblica Italiana. Quindi mentre la vecchia serie ufficiale del Libro d'Oro della Nobiltà Italiana (rimasta ferma come censimenti nobiliari al 1946), è consultabile ancora oggi presso l'Archivio Centrale dello Stato in Roma, questa serie aggiornata del LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA DELLA CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D'ITALIA, registrata in tribunale ai sensi di legge in data 5.11.2010 con concessione n. 12, composta da 7 volumi di circa 2000 pagine cadauno, dalla periodicità annuale, è amministrata dal Circolo Calabrese della Caccia alla Volpe. La pubblicazione tipo-manoscritta, riavvia di fatto con la simile veste grafica, e i medesimi criteri di compilazione nobiliare, l'aggiornamento storico, araldico, e genealogico della nobiltà Italiana ufficiale, quella cioè riconosciuta dai Savoia con Regio Provv. L'edizione 2011 è quindi composta in ordine  alfabetico dai volumi 42-43-44-45-46-47-48. Pubblicazione che va ad affiancare le altre opere del Club, come la nota RIVISTA ARALDICA CALABRESE, la RIVISTA DI CACCIA ALLA VOLPE A CAVALLO,  e il REGIO LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA, (tutte pubblicazioni registrate in tribunale ai sensi di legge, in vendita nelle librerie del settore, e sempre dirette dallo storico cav. Antonio Gesualdo).
DATA: 23.09.2011
  
CORREVA L’ANNO 1907

immagine da internetIl 1907 ha scarse cronache di battaglie. Ma la parola “Guerra” ha ossessionanti echi nelle pagine dei saggisti più seguiti e fiammeggia nei libri più letti. Giolitti, ora Primo Ministro e Ministro degli Interni, vorrebbe insistere sulla linea di equidistanza tra le forze opposte. Tuttavia, dopo il rifiuto dei socialisti moderati a partecipare all'azione del governo, gli sembra inevitabile appoggiarsi alla destra. Egli, di fronte agli scioperi e alle dimostrazioni popolari, ricorre con assai più decisione che nel passato alle forze dell'ordine. Il leader dei riformisti Turati giudica che buona parte del duro atteggiamento governativo sia da addossare ai sindacalisti rivoluzionari che ostacolano la lenta ma proficua opera della Confederazione Generale del Lavoro, creata l'anno precedente. Gli interessi dell'industria - afferma Turati - devono essere tenuti in giusto conto anche da chi combatte per il proletariato. Sintomi di crisi sono infatti denunciati dall'industria. Le fabbriche d'auto per esempio, che a fine d'anno sono una settantina, registrano una contrazione nelle vendite. Sei società chiudono l'esercizio con profitti scarsi: la media è di 363.000 lire. Altre dodici perdono più di dieci milioni di lire. L'Isotta Fraschini, fondata nel 1904, e la Bianchi, fondata nel 1905, lamentano l'assottigliamento dei capitali sociali. Anche l'industria siderurgica presenta aria d crisi ma riesce a chiudere il bilancio annuale con un record di produzione 430.000 tonnellate di acciaio e 112.000 tonnellate di ghisa. 1907 - Vittorio Emanueue III a Torino per le manovre militari
La crisi travolge soprattutto il proletariato. Nel 1907 i lavoratori costretti ad emigrare sono 440.000, mentre la borghesia celebra i progressi del Paese nelle decine di trionfanti esposizioni organizzate in tutt'Italia, sopratutto nel Nord. Il bilancio finanziario dello Stato dà ragione agli ottimisti: l'attivo è di 86,8 milioni. Incoraggiato dagli individualisti e da D'Annunzio che predica la "vita inimitabile", anche il costume tenta di allontanarsi dalla tradizione e da tutti quei valori che cominciano ad essere bollati come pregiudizi. Compaiono i primi costumi da bagno corti fino al ginocchio. Le suffragette italiane, mettendosi in coda a quelle inglesi, americane e finlandesi, muovono timidi passi. Rivolgono alla Camera una petizione per ottenere il diritto di essere ammesse tra l'elettorato politico ed amministrativo. La petizione è insabbiata. Nella grandissima maggioranza delle case borghesi non arriva neppure l'eco della protesta suffragista. Nelle serate conviviali o al tè delle cinque, a beneficio degli ospiti di riguardo, le fanciulle suonano sui pianoforti. Per i nottambuli le sciantose diffondono canzoni dove si parla di "vita maledetta". L'America ci manda il cake-walk. E' una specie di polka sincopata: il corpo s'inarca all'indietro una gamba è tesa in avanti e il piede ciondola seguendo il ritmo. Il varietè ha i suoi momenti di trionfo con Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma . Gennaro è un ex garzone di sartoria. Canta in falsetto e concede il bis a pagamento Elvira è figlia di un pulcinella che si esibiva a Mergellina. La chiamano la "regina".
Negli Stati Uniti il divo dell'opera è l'ex posteggiatore delle trattorie napoletane Enrico Caruso. A Londra si fanno follie per un soprano leggero: Luisa Tetrazzini. In Italia l'arrivo della bella Cleo de Merode e della formosa Caroline Otero fa aumentare i duelli del 65% . Da Pechino parte la corsa automobilistica che ha per traguardo Parigi. Vi prendono parte cinque vetture. Vince l'Itala del Principe Scipione Borghese. A bordo vi è anche Luigi Barzini inviato del Corriere della Sera. La gigantesca nave inglese Lusitania attraversa l'Atlantico in 4 giorni 19 ore e 52 minuti ad una media di 24 nodi all'ora su un percorso di 2781 miglia. La rete telefonica di tutto io mondo si estende per 6 milioni di chilometri. Un treno francese raggiunge i 120 km/h. In Romania i contadini aggrediscono gli ebrei devastano le loro case. In Francia per la crisi del vino 800.000 vignaioli del sud si mettono in sciopero: a Narbonne erigono barricate e a Montpellier assalgono il Palazzo di Giustizia incendiandolo. I gendarmi sparano sulla folla: 20 i mori e 100 i feriti. La folla reagisce linciando agenti e commissari. A Palermo molta gente tumultua per l'arresto dell'ex ministro Nunzio Nasi rientrato dall'estero dove si era tenuto nascosto da quando gli erano state mosse accuse di peculato e falso continuato. C'è chi è più ricco dei Re. L'americano Rockfeller ogni 15 giorni ricava dalle sue industrie l'equivalente della rendita annua di Re Edoardo d'Inghilterra, ogni 48 quello della Regina d'Olanda, ogni 5 quello dei Sovrani d'Italia. Le cronache dell'automobilismo segnalano l'inaugurazione della Targa Florio sul circuito siciliano delle Madonie. Vince Nazzaro che pilota una Fiat a 58km/h. La coppa del Re è appannaggio di Minoia su Isotta Fraschini. Nazzaro, sempre su Fiat, è il primo sul circuito tedesco del Taunus. Il ciclista Gerbi vince la Milano-Firenze coprendo il percorso di 300 km in 12 ore e 10 primi. Una coppa anche per Giovanni Pascoli. Ha vinto ad Amsterdam per la decima volta il concorso internazionale di poesia latina. La lieta novella è oscurata da un grave lutto: a Bologna, all'età di 72 anni, si spegne Giosuè Carducci. Scompaiono anche nel 1907: il musicista Grieg, lo scrittore Sully Prudhomme, il glottologo Graziadio Isaia Ascoli, il poeta crepuscolare Sergio Corazzini, lo scienziato Marcelin Berthelot creatore della termochimica, il chimico Mendeleieff creatore della famosa "tavola degli elementi", il premio Nobel Henri Moissan inventore del sistema di illuminazione a gas acetilene. I Nobel nel 1907 sono A. Michelson per la fisica, E. Buchner per la chimica, C.I.A. Laveran per la medicina, R. Kipling per la letteratura, l'italiano Teodoro Moneta per la pace insieme col francese L. Renault. In Germania è varata la più poderosa corazzata del mondo. Si chiama "Bellerofonte". In Italia è varata la corazzata "Roma", la prima nave tutta in "acciaio ad alta resistenza".
Maurizio Lodi              
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DATA: 20.09.2011
  
ROMANIA: RE MICHELE I PARLERA’ AL PARLAMENTO IL 25 OTTOBRE

Re Michele di RomaniaBucarest, 20 settembre – In Romania vi sono stati un paio di giorni con un grande fermento monarchico: l’ex premier Calin Popescu Tariceanu (liberale del PNL)   ha proposto di far tenere al Re Michele I un discorso in Parlamento, in occasione del Suo novantesimo compleanno il 25 ottobre prossimo. La maggioranza si è inizialmente opposta (essendo sotto l’influsso del presidente Traian Basescu, che aveva quest’anno definito il Re Michele I “traditore”), adducendo la scusa che solo i Capi di Stato possono tenere discorsi al Parlamento. Si  è fatto però notare che, nel marzo 2010, l’ex  direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn aveva parlato al Parlamento riunito. Ieri, dopo l’iniziale voto negativo del comitato di presidenza delle Camere, in serata si è tenuta una diretta televisiva dal Castello Reale di Sinaia (il Castello Pelesh)  in cui la Principessa ereditaria  Margherita, primogenita di Re Michele, è stata intervistata e ha ribadito che il popolo, affezionato al proprio  Re, è pronto a dimostrare la vicinanza  alla Famiglia Reale. Già si parlava di una grande manifestazione di piazza a favore  del Re, quando, oggi, su iniziativa dell’opposizione, la decisione è stata messa ai voti del Parlamento. La consultazione è stata espressamente richiesta a voto palese in modo che  avrebbe permesso di identificare quali sarebbero stati i parlamentari contrari a questo atto solenne, che sta riscuotendo sempre maggiore interesse da parte dei media. I Parlamentari, con 203 voti a favore, 3 contrari e 46 astenuti, hanno stabilito che il 25 ottobre prossimo il Re potrà parlare in Parlamento durante una sessione solenne. Si tratta della prima volta che il Sovrano si rivolgerà in maniera ufficiale (dopo il 1947) alle Camere riunite. Re Michele I (figlio del Re Carlo II e della Regina Elena, nata Principessa di Grecia) divenne Sovrano, non avendo ancora compiuto i 6 anni,  nel 1927 con una reggenza. Regnò poi dal 1940 al 1947, quando partì per l’esilio con l’imposizione del Regime comunista. Si tratta dell’ultimo Capo di Stato del periodo prebellico ancora in vita. Un Comunicato della Real Casa di Romania ha espresso oggi la gioia per la possibilità del Re di parlare al Parlamento, sottolineando che: “Ritornando alla tribuna del Parlamento dopo più di 60 anni, il Re parlerà alla nazione in un momento in cui c’è bisogno di fiducia, di unità, di speranza e di rispetto nella società romena. La Real Casa considera la decisione del Legislativo come una prova di democrazia e di libertà, di chiaroveggenza e di senso del dovere”. In Romania vi è un grande fermento monarchico e, assieme alla Serbia, è uno dei Paesi dove risulta più concreta una possibile restaurazione monarchica. I monarchici vogliono organizzare una grande manifestazione il 25 ottobre per dimostrare la propria lealtà al Sovrano. Per l’anniversario del Re Michele I ci saranno diversi eventi tra cui un grande concerto all'Ateneo di Bucarest al quale sono stati invitati membri delle Famiglie Reali europee. Vogliamo sottolineare che S.M. il Re Michele I di Romania è cugino di primo grado di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, dato che le loro madri (la Regina Elena di Romania e S.A.R. la Principessa Irene  di Savoia-Aosta, Duchessa di Spoleto e poi d’Aosta) erano sorelle. S.M. la Regina Anna di Romania è la nipote dell’ultimo Duca Roberto I di Parma e la sorella di S.A.R. il Principe Michele di Borbone-Parma (marito di S.A.R. la Principessa Maria-Pia di Savoia).
DATA: 20.09.2011

ANDALO (TN): LA VISITA DEI DUCHI D'AOSTA

ANDALO (TN): LA VISITA DEI DUCHI D'AOSTAIn occasione del 150 ° anniversario della fondazione dello Stato italiano, le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia, Duchi d'Aosta, si sono recati ad Andalo, sull'Altopiano della Paganella, dove hanno salutato i volontari e i cittadini che stanno partecipando alla vacanza organizzata dall'Associazione "Amare Ravenna". Era la seconda volta che il Principe visitava la località trentina, nella quale era già stato ospite nel 2008. Le LL.AA.RR. al mattino sono stati ricevuti ufficialmente in Municipio dal Sindaco dott. Paolo Catanzaro. Dopo un momento conviviale  sono intervenuti alla trasmissione televisiva "A tambur Battente", registrata nel Palacongressi, prodotta da Teleromagna Gruppo Pubblisole, condotta da Daniele Perini (autori Simone Ortolani, Jonathan Paladini e Nicola Mauro Marini), e diffusa su un network di emittenti televisive su scala nazionale.
Nel corso della trasmissione, S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia ha ricordato la figura dell'ultimo Re d'Italia Umberto II, che partì per l'esilio in Portogallo, al fine di evitare scontri e per favorire la pacificazione nazionale.
DATA: 14.09.2011
 
AMMODERNARE SENZA INTACCARE I PILASTRI PORTANTI.

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" dell'11/09/2011

Aldo A. MolaIn principio erano le province, poi vennero gli  Stati  preunitari e infine il regno d’Italia, che è il babbo di questa Repubblica. Le “province”, cresciute da antiche colonie romane, feudi medievali, liberi comuni un po’ allargati, signorie concesse dal Sacro Romano Imperatore, sono il sale dell’Italia. Abbattere un pilastro portante di un edificio pericolante può avere conseguenze catastrofiche. Non è una chiacchiera di dottrina politica. E’ storia.
  L’Italia non fu unificata nel 1861 ma nel 1918, col salatissimo prezzo dei tre anni nella Grande Guerra. A quel punto contò 76 province, alle quali poi si aggiunsero quelle di  Fiume, Pola e Zara. Nel 1861, ancora senza Mantova, Tre Venezie e Lazio, il Regno aveva 59 province. Erano ripartizioni amministrative antichissime, plasmate dall’intreccio tra la geografia e la storia. In Italia vi erano Stati di diverse dimensioni: alcuni (i ducati di Modena e di Parma) comprendevano un paio di province; gli altri (Granducato  di Toscana, Regno di Sardegna, Stato Pontificio, Due Sicilie, Lombardo-Veneto) ne contavano parecchie. I diversi sovrani le ereditarono dal passato remoto e le rispettarono.  La “regione” non esisteva in nessuno Stato preunitario e non sorse neppure nel 1861. Solo  per motivi statistici la Nuova Italia fu ripartita in Compartimenti, che ricalcavano le suddivisioni segnate da Caio Ottaviano Augusto e ridisegnate da Diocleziano quasi duemila anni prima. Per secoli gli studiosi cercarono di definire le regioni su basi  geografiche (catene montuose, displuviali, fiumi,…), etnico-linguistiche, storiche, col risultato che alla fine  avevano più regioni che province (Langhe, Canavesano, Val Camonica,…via via sino alle Calabrie Ultra e Citra e le Grandi Valli siciliane di Mazara, Noto, Dèmone. Nel 1850 lo Stato Pontificio venne riorganizzato in quattro legazioni comprendenti venti province, 45 distretti,170 governi e 1220 comuni.
   La regione è invenzione recente. La provincia è invece antica. Ma già il governo Mussolini cambiò le carte in tavola. Falcidiò i comuni ma aumentò le province. Nel dopoguerra avvenne di tutto: risorsero comunelli asfittici, nacquero le prime regioni a statuto speciale (non ne ha fatto parola il presidente Napolitano in visita a Palermo), poi le ordinarie e le province proliferarono, non per necessità ma per moltiplicare seggi remunerati, proprio quando l’Unione Europea diveniva realtà e iniziava a condizionare la vita quotidiana anche di chi non pratica neppure la lingua nazionale.   
   Il potere governativo nazionale si sfarinò nel groviglio di enti e istituti che mutarono denominazioni e colori proprio quando diveniva più urgente prendere decisioni strategiche. Perciò continua a fare scuola la creazione del Regno d’Italia, formato  da Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi in meno di 18 mesi senza badare a dinastie secolari, a corone europee e neppure al Papa-re: un evento portentoso. Che cosa avverrà ora delle province? Non sono solo strade, edifici scolastici, ambiente. Sono civiltà. Ne scrive Giuseppe Castronovo in un lungimirante saggio  sull’ Accorpamento dei piccoli comuni (ed. Rubbettino). I consigli provinciali furono vivaio di classe dirigente prima che venissero “commissariati” a potentati travestiti da partiti, come poi è accaduto del Parlamento. Il decreto legge costituzionale che ne prefigura la trasfigurazione pone un interrogativo. Quante province italiane dispongono di un’opera decente sulla loro storia dall’Unità a oggi o almeno alla fine del secolo scorso? I parlamentari sanno di che cosa parlano quando decidessero di cancellare le province a vantaggio delle regioni?  Un fatto è incontrovertibile: a unire i popoli d’Italia non furono questi quarant’anni di regioni onnivore e sprecone ma gli Stati preunitari e, dal 1861, lo Stato. Per limitarci al solo Piemonte, l’Ossola e il Monregalese, la piana di Alessandria e le Valli alpine erano e rimangono mondi diversi.  Ammodernare si deve. Anzi, da anni ripetiamo che siamo in grave ritardo. Ma quando si abbattono i pilastri portanti si rischia di rimanere sotto le macerie.     
Aldo A. Mola
DATA: 12.09.2011
    
UNA DESTRA ANTIMONARCHICA E ANTI UNITARIA

briganti - immagine da internet    Nelle riuscitissime celebrazioni per il 150° della proclamazione del Regno d'Italia e dell'unità nazionale, abbiamo notato lo scomposto agitarsi contro il Risorgimento da parte di una sedicente
destra repubblicana e neoborbonica. E' emersa una turbolenta alleanza di contagiati da una rinata “Sindrome di Stoccolma”, costituita da innamorati del brigantaggio antiunitario, da nostalgici del Regno senza strade, da adoratori di un inedito culto del delitto, particolarmente attivi nell'Italia del Sud e capaci di esaltare regicidi riusciti o mancati. Il capobrigante Carmine Crocco, autore di oltre sessanta omicidi, è il simbolo di una esaltazione collettiva e paganeggiante. Ci sono poi coloro che non urlano dai marciapiedi e che tessono le lodi alle brigantesse, cantano tarantelle guerresche, compongono poesie alla ribellione e sognano non l'Italia una ma altre Italie, quelle espresse da una secessione traditrice della Storia e degli interessi vitali del popolo italiano. Noi, monarchici a viso aperto, attendiamo un Re liberatore,un Re che garantisca l'unità nazionale e che difenda l'Italia dalle insidie delle vecchie e nuove oligarchie.
DATA: 09.09.2011

MARIA JOSE’: CONSIDERAZIONI SULLE LETTERE CALUNNIOSE

la Regina Maria José di Savoia    Roma, 8 set. (Adnkronos) - ''La storia d'amore tra Mussolini e la regina Maria Jose' di Savoia è una grande menzogna, anzi una buffonata. Sembra quasi una seduta spiritica, dato che gran parte degli interlocutori che si fanno parlare non appartengono più a questo mondo''. E' quanto afferma Sergio Boschiero, Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, commentando una lettera pubblicata dal settimanale 'Oggi', scritta nel 1971 da Romano Mussolini nella quale il figlio del Duce, morto cinque anni fa, rivelava una presunta liaison tra Benito Mussolini e Maria José di Savoia. ''Anche sul capo del fascismo -fa notare Boschiero- siamo in presenza di Diari falsi, che vengono invece presentati e lanciati come unici e infallibili. E poi va considerato che la Repubblica Sociale, se davvero avesse avuto la possibilità di diffondere una rivelazione del genere, cioé la presunta relazione tra il Duce e Maria José, non si sarebbe trattenuta dal farla uscire''.
    ''Lo stesso Umberto II -conclude Boschiero- ebbe degli attacchi durante la R.S.I., che furono poi utilizzati nella campagna per il referendum istituzionale contro la Monarchia. Mi fa piacere che la Principessa Maria Gabriella si sia espressa sulle questione''.

Infatti S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, figlia di Re Umberto II e della Regina Maria José, ha scritto a “Il Giornale”,lo scorso 5 settembre, ottenendo una precisa puntualizzazione dal parte del giornalista Paolo Granzotto. Riportiamo lo scritto della Principessa, come sempre esempio di classe e di eleganza anche su argomenti così “antipatici”.
S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia
Gentile Paolo Granzotto, alla Repubblica dedita al gossip, sul finire di quest’estate caratterizzata da ribellioni, guerre e gravissima crisi economica, si poteva ben risparmiare l’ennesima baggianata storica. Mi riferisco alle recenti «rivelazioni» di un settimanale circa un’impossibile quanto improbabile relazione tra il Duce del Fascismo e mia madre. Vecchia poltiglia spacciata per memorie di personaggi, peraltro defunti, da dare in pasto al lettore frastornato, con l’unico scopo di distogliere l’attenzione dalla difficile situazione in cui versa. Per quanto mi riguarda posso solo dire che ho sempre sentito mia madre definire Mussolini un «uomo pacchiano» come sembra esserlo ancora parte dei suoi posteri. Conoscendo la sua passione per la storia, gradirei, caro Granzotto, un suo commento del perché di queste falsità che mi riempiono di tristezza e mi fanno pensare che in fondo l’Italia non merita ancora una volta tanto squallore.
Maria Gabriella di Savoia
DATA: 08.09.2011
 
CRISI ECONOMICA E ISTITUZIONI: L'ITALIA E IL REGNO UNITO

foto da internet    L’attuale crisi economica ha posto la domanda se vi sia un nesso tra il funzionamento delle istituzioni e la capacità di rispondere con efficacia ai problemi posti. Il dibattito si è animato – soprattutto sulle pagine del “Corriere della Sera” – e come è prevedibile contro le fondate critiche al sistema parlamentare italiano si sono levate indignate le difese d’ufficio di una carta costituzionale elaborata nel dopoguerra in funzione anti-esecutivo e mai passata al vaglio dei cittadini. Senza dubbio il quadro complessivo è stato alterato dal venir meno del corretto rapporto fra le fonti normative ( inflazionate da una legislazione “emergenziale” o “alluvionale”) e dallo scadere della qualità delle classe dirigenti, selezionate non in base a meriti o titoli ma con vergognose logiche “partitocratiche”: sul nostro futuro resta però come un macigno il fatto che la democrazia parlamentare italiana – pletorica nel numero dei suoi componenti e inutile nel suo bicameralismo con due assemblee elettive eguali – sia dotata di “poteri di veto” – come li ha definiti Angelo Panebianco sul quotidiano di via Solferino -  che de jure e de facto imbrigliano l’azione dell’esecutivo. La risposta non risiederebbe nel semipresidenzialismo alla francese (che solo con De Gaulle, che lo introdusse, poté veramente spiegare i suoi effetti benefici…), ma come postula l’opinionista del Corsera  in un sistema dotato di “regole britanniche”: una democrazia basata su maggioritario e bipartitismo, dove il governo ha ad esempio il controllo dell’agenda dei lavori parlamentari. Non è un caso che l’unico Stato ad essere rimasto indenne dalla tempesta dei mercati, che ha piegato gli Stati Uniti e devastato l’Europa, sia il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord! Ma è qui che “casca l’asino”…..Oltremanica, pur non mancando le emergenze – affrontate con efficacia se si pensa alle recenti rivolte suburbane (in Italia ci si sta ancora baloccando con i tumulti del G8 di Genova…) – ognuno dei protagonisti della vita politica fa la sua parte, senza invasioni di campo, anche perché il vertice dello Stato è di per sé assolutamente estraneo a condizionamenti e ricatti. Volere, infatti, esaltare e proporre il “modello” britannico dimenticandosi che esso è inserito all’interno di una monarchia è un’operazione imprecisa. Tacerlo può sembrare facile grazie anche ad un’informazione di massa che “colora” la Corona con pettegolezzi insulsi ( e lo ha dimostrato lo scandalo di “News of the world” di Murdoch, strenuo oppositore della dinastia…), negarlo è impossibile. Quanti in Italia si riconoscono nei valori della monarchia dovrebbero rivendicare questo importante ruolo dell’istituzione monarchica, che Casa Savoia ha svolto per il raggiungimento dell’unità nazionale e lo sviluppo della nostra Storia unitaria.
Francesco Atanasio
DATA: 03.09.2011
 
UNITA' D'ITALIA: BOSCHIERO, NON SI CANCELLINO VIE AI SAVOIA PER INTITOLARLE AI BRIGANTI

L'ultima Regina di Napoli Maria Sofia di Borbone    Roma, 3 set. (Adnkronos) - ''Nulla in contrario a intitolare strade o piazze a Maria Sofia e Francesco II ma non si può passare dai due Sovrani, che con il tramonto di Gaeta hanno chiuso il periodo storico dei Borboni italiani, a Carmine Crocco , autore di efferati delitti, o ad altri briganti. Anche nella toponomastica risorgimentale occorre equilibrio''. Lo dice all'Adnkronos Sergio Boschiero, Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, commentando la proposta di Pierfranco Bruni, presidente del Centro studi e ricerche 'Francesco Grisi' di Taranto, di intitolare strade e piazze a Maria Sofia e ai briganti, per i 150 anni dell'Unità d'Italia.
    ''Va bene ricordare anche Maria Sofia -rimarca il segretario dell'UMI- magari facendo nascere questa proposta dalla base e dalla società civile, non solo dal cortile degli storici, purché questo non comporti la cancellazione di piazze o strade intitolate ai Savoia''.
''In fondo -fa notare Boschiero- le enfatizzazioni del brigantaggio cui assistiamo oggi, corrispondono a un calo del patriottismo in Italia. La festa del 17 marzo scorso ha segnato però una grande ripresa del sentimento nazionale, grazie anche alla valorizzazione di simboli come il Tricolore o l'inno di Mameli, entrati anche nel cuore dei giovani''.
DATA: 03.09.2011
 
FIOCCO AZZURRO IN CASA U.M.I.: BENVENUTO AD UMBERTO FAZZARI

    Lieta notizia in casa U.M.I.: questa mattina, all'alba, è nato Umberto Fazzari, primogenito di Teresa e Fabio, Coordinatore dell'U.M.I. di Monza. Bambino e mamma stanno bene ed è stato il papà (nella foto) a comunicarci la bella notizia. Il presidente nazionale Alessandro sacchi e il Segretario nazionale Sergio Boschiero esprimono le più fervide felicitazioni dell'Associazione ai neo genitori e plaudono la pregevole iniziativa della scelta del nome, così importante per Casa Savoia e per la storia d'Italia. Il piccolo nasce in un anno speciale, quello del 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia e dell'unità nazionale ed è della stessa classe di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, nato lo scorso 24 maggio. Tantissimi auguri alla famiglia Fazzari!!!
DATA: 03.09.2011

IL PARTITO DEI PREFETTI E LA (MANCATA) ABOLIZIONE DELLE PROVINCE

    Pubblichiamo un approfondito studio, riguardante l’attuale tema dell’abolizione delle province, dell’illustre criminologo Prof. Nicola Coco. La relazione  è stata curata e diffusa dell’Ufficio Legislativo dell’OSPOL, il più numeroso sindacato italiano delle Polizie locali.  Il testo, preciso, serio ma ironico al tempo stesso, offre numerosi spunti di riflessione su un argomento di cui anche l'U.M.I. si è ampliamente occupata.

 Secondo qualche buontempone, una prima soppressione riguardante codesti Enti Locali già v’è stata: è scomparsa, infatti, la lettera “i” nel loro genere al plurale, passato, così da “Provincie” a “Province”, addirittura nel testo della Costituzione riformato nel 2001, oltreché, s’intende, nel linguaggio comune come in quello tecnico e giuridico.
Invero, non è molto chiara la ragione di una simile eclissi letterale – forse qualche accademico della Crusca si era accorto dello scarso purismo etimologico del precedente termine o considerava antiquato il mantenimento di una vocale sostanzialmente “muta” a livello discorsivo – ma, trattandosi dell’unico dato oggettivamente innovativo della questione-Province, l’apprezzamento è giustificabile! [...]


DATA: 31.08.2011
 
IL PESO DELLE FRONTIERE - LA MALATTIA INFANTILE DEGLI STATI NAZIONALI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28/08/2011

Giulio Vignoli - Storie e letterature italiane di Nizza e del NizzardoCome ogni secolo, l’Ottocento visse contrasti acuti. Fu  l’età degli Stati e delle internazionali. Il Quarantotto  mostrò le crepe del Congresso di Vienna (1815) e il declino degl’Imperi sotto la spinta delle nazioni, protagonisti del nuovo corso. Per affermarsi i popoli si vestirono da Stati. Mentre affermarono se stesse, la nazioni  ridussero le minoranze etniche a relitti della storia e le posero al bivio: spogliarsi della propria identità e immedesimarsi nel nuovo contenitore, lo Stato nazionale, elevato a unico legittimo dispensatore di memoria, di identità e del loro veicolo. Fu un’età di disorientamento profondo.  Pochi anni dopo la proclamazione del Regno d’Italia il celebre Alessandro Manzoni propose al ministro dell’Istruzione, Emilio Broglio, l’adozione del fiorentino come vera lingua italiana e l’assegnazione del maggior numero di cattedre a  fiorentinofoni per  diffonderne l’uso. Il progetto suscitò critiche severe e irrisione da parte di Giosue Carducci e del piemontese Vittorio Bersezio, autore delle Miserie ’d  Monsù Travet, e rimase, come meritava, lettera morta. Mentre gli Stati nazionalizzavano le masse a ritmi forzati e con l’impiego della macchina politico-amministrativa, parecchi studiosi idearono lingue come mezzo di scambio universale. Fu il caso dell’esperanto,  tuttora appassionatamente coltivato da una moltitudine di fedelissimi. Il matematico piemontese, Giuseppe Peano, massone, a sua volta propose un latino sine flexione, cioè senza declinazioni. Quei sogni fiorirono prima della Grande Guerra, che registrò il fallimento delle internazionali pacifiste, internazionaliste e dei tribunali internazionali per dirimere il contenzioso tra gli Stati. Poi la  Società delle Nazioni venne piegata agli appetiti delle potenze maggiori e perse di credibilità e di efficienza. Nella tormenta, rinnovata con la seconda guerra mondiale, le popolazioni di confine rivissero  in forme più dure i drammi del passato. Fu il caso del Piemonte. I Duchi e Re di Savoia impiegarono secoli a raggiungere il mare e poi a chiudere tutti i valichi alle reiterate invasioni da Occidente. Quando fu incorporato nel Ducato di Carlo Emanuele I il marchesato di Saluzzo retrocesse da Stato di confine a confine di Stato. Carlo Emanuele III a metà Settecento completò l’opera annettendo la Castellata. L’inclusione del Piemonte nella  Francia franco-napoleonica, che subito impose l’obbligo del francese, segnò la svolta. Alla restaurazione, i Re di Sardegna puntarono sull’italianizzazione, che comportò misure difensive, via via adattate ai mutamenti di confine introdotti con gli accordi tra Cavour e Napoleone III e poi tra il Regno d’Italia e Impero dei francesi. Altrettanto accadeva negli altri Stati europei, dalla Romania, comprendente una decina di minoranze etniche e linguistiche, e avverrà nei decenni seguenti negli Stati sorti dal declino dell’Impero turco-ottomano: Bulgaria, Serbia, Montenegro, Albania,…grovigli di problemi irrisolti, lasciati in eredità al Terzo Millennio. In tale quadro si collocò la vicenda dal confine italo-francese. Mentre la rete ferrostradale ideata e avviata prima dell’avvento del Regno tentava di avvicinare i due popoli (ma in molti casi segnò il passo), nelle relazioni commerciali si alternarono stagioni di distensione e altre di conflitti, sino alla “guerra doganale”, pagata a caro prezzo dalla popolazione, soprattutto subalpina. In un’opera poderosa su La frontiera nord-occidentale dall’Unità alla Grande Guerra (1861-1915), pubblicata dal benemerito Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Mariano Gabriele  ha documentato i piani e gli studi operativi italiani per mettere i sicurezza il confine con la Francia. Del resto Parigi non aveva mai voluto l’unificazione italiana e alla Nuova Italia strappò la cessione della Savoia, francofona, e del Nizzardo che rimase motivo di contenzioso tra i due Paesi, come documenta  Giulio Vignoli  in Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo (Edizioni Settecolori, che per insegna reca il motto di Garibaldi: “Negare l’italianità di Nizza è negare la luce del sole”. Era  possibile incrementare la coscienza dell’universalità senza mettere in discussione il modello di uomo-cittadino imposto dallo Stato nazionale? Lo sforzo venne tentato tra Otto e Novecento con la riscoperta e la valorizzazione delle tradizioni linguistiche e delle parlate popolari, generalmente classificate come dialetti in una visione riduttiva da chi ne temeva ripercussioni politiche.  Per sopravvivere, le minoranze necessitarono di mezzi che Stato e amministrazioni pubbliche elargirono col contagocce, esigendo in cambio che le minoranze anteponessero gl’interessi nazionali ai propri. Accadde sul millenario confine franco-italiano, come nell’URSS di Stalin e  nella Cina di Mao, la cui politica è continuata dalla dirigenza attuale. E’ del tutto imprevedibile che cosa avverrà a tale riguardo  nell’Africa settentrionale da Gaza al Marocco, sia per la lingua sia per le molteplici versioni dell’islam. Certo l’Europa ha poche lezioni di saggezza da impartire agli altri. Ha solo da ricordare le due guerre mondiali scatenate per questioni di confine, malattia infantile dello Stato nazionale, con costi umani ed economici assolutamente spropositati rispetto alla posta in  palio. (*)
Aldo A. Mola     
 
(*)  Di “Frontiere e patrie” sabato 27 hanno discusso Eric Gili e Sergio Maria Gilardino nell’incontro di Santo Lucio di Coumboscuro per il Roumiage de Setembre.       
DATA: 31.08.2011
 
CERVINARA COMMEMORA LE VITTIME DEL BRIGANTAGGIO

Cervinara: 23 agosto 1861 - 23 agosto 2011

immagine da internet    Il Coordinamento Irpino dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I) ricorderà domani, 23 agosto 2011, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’agguato teso dai briganti, i caduti Sergente Cesare Vettori e il Soldato Angelo Bianchi del 1° battaglione del 50° Reggimento del Regio Esercito Italiano.
    Il Coordinatore Provinciale, Augusto Genovese, deporrà  in memoria dei caduti un omaggio floreale sulla lapide del cimitero di Cervinara, il prossimo 4 novembre, anniversario della Vittoria.

Cervinara, 22 Agosto 2011
Il Coordinatore Provinciale
Augusto Genovese
DATA: 16.08.2011
 
RAZIONALIZZARE PROVINCE E COMUNI E ELIMINARE LA VANITOCRAZIA

di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/08/2011

il Prof. Aldo A. MolaL’autonomia è sacrosanta. Il caos invece danneggia tutti. Quando si entra in un solaio, occorre fare aria luce pulizia. Ora stiamo affrontando il solaio della storia d’Italia: un intrico di poteri e contropoteri nati per debolezza dello Stato, sorto tra mille  difficoltà 150 anni orsono e passato attraverso molte disavventure. Giustissimo eliminare le Province con meno di 300.000 abitanti, a cominciare da quelle di recente invenzione, frutto di appetiti  quando l’indigestione di partitopoli  era già stata condannata dalla storia.  Ed è saggio costringere i comuni che ne hanno meno di mille ad accorpare  consigli elettivi e servizi.  Basti dire, per capirlo, che se un comunello non ha una sua casa di riposo chi viene ospitato in un comune viciniore paga il sovrapprezzo del 25% della retta: non solo una rapina, una assurdità.  La moltiplicazione delle province anziché risolvere ha complicato.  In troppi casi le finte autonomie frenano e ritardano, complice una giustizia amministrativa  che a sua volta va ripensata da cima a fondo, come del resto tutto il sistema giudiziario di un  Paese che fu culla del diritto  ma ora è allo sbando.  Questo è anche il Paese del giudice monocratico: non l’antico pretore, non il giudice di pace ma un autovelox piazzato per fare cassa, un “tizio” anonimo che causa sospensioni di patenti di circolazione e cambia la vita al coperto di norme assurde, mentre quelle sostanziali vengono violate e beffate con crimini quotidiani nella rassegnazione  dei cittadini (fino a quando?). In questa Italia fondata non sul lavoro ma sui privilegi bisogna allora fare alcuni passi avanti, davvero decisivi. In primo luogo occorre abolire gli statuti speciali riconosciuti ad alcune regioni in situazioni storiche oggi del tutto superate. In Sicilia non c’è più l’Esercito volontari per l’indipendenza. Nessuno la contende. Al riparo dello Statuto speciale i siciliani affondano sé stessi e l’Italia. E questo è insopportabile da parte di un Paese che fa enormi sacrifici. Non solo.  Non abbiamo conflitti con la Francia e l’Austria, tali da giustificare lo statuto speciale della Valle d’Aosta e i privilegi  attribuiti  alla  provincia di Bolzano. Non esiste una sola ragione per tenere in vita le province regionali recentemente  istituite in Sardegna né il Verbanio-Cusio-Ossola che non trova la quadra su alcun problema importante. Quanto ai comuni, è sotto gli occhi di tutti che centinaia di essi sono solo nomi senza sostanza. Non per caso nacquero a suo tempo i Distretti, poi i Comprensori, le Comunità Montane e una ragnatela di enti che si sovrapposero a comuni e comunelli ormai allo stremo.  Intere valli hanno meno abitanti di un condominio di città.  Ora che destra, sinistra, terzi poli e simili  sono azzerati da una crisi che comunque i “politici” (parlamentari, consiglieri regionali, ecc., , ma anche banchieri, industriali, sindacalisti…)  non seppero né prevedere né vedere neppure quando l’avevano già negli occhi, perché mai incoraggiare ulteriormente  le beghe di ringhiera? Certo la cura dimagrante non riguardare non solo gli enti locali, ma anche  il Palazzaccio di Roma. Un esempio tra i tanti: la Corte Costituzionale. Ogni suo presidente scaduto ha privilegi quasi da ex capo dello Stato. Che cosa avrà mai fatto di così importante da meritarseli? Infine: è giusto che le amministrazioni  pubbliche vengano penalizzate se non raggiungono gli obiettivi. Ma quando conosceremo davvero i bilanci dei partiti e dei sindacati (sia padronali, sia dei dipendenti: siamo sempre a Palazzo Vidoni) che si atteggiano a tutori degl’interessi nazionali? Nell’età di internet è giustissimo  eliminare la vanitocrazia, a patto però di non fermarsi a province e comuni al di sotto dei mille abitanti, quasi che gli altri siano più virtuosi.   
Aldo A. Mola 
DATA: 16.08.2011
    
SUPERGA E TURBIA VETTE DELLA STORIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di domenica 14 agosto 2011

L’Italia tornerà quale fu ai tempi di Augusto, con undici regioni  e le isole e una settantina di province com’era a unificazione completata? Per governarla bisogna guardarla dall’alto dei tempi e dei luoghi. Superga è uno splendido osservatorio. La Basilica è una somma di simboli e di messaggi. Secondo la tradizione, mentre studiava il campo di battaglia col cugino Eugenio, il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia promise di edificare un santuario  per l’Assunta se la Gran Madre lo avesse aiutato a sconfiggere i francesi di Luigi XIV che assediavano Torino. La Madonna si schierò? Al termine di una battaglia durissima, il  7 settembre  1706, il Duca  vinse e liberò il Piemonte dagl’invasori. Sette anni dopo, Vittorio Amedeo II ascese a Re di Sicilia, andò a Palermo ad assumere la Corona e ne tornò con l’architetto Filippo Juvarra, un abate cresciuto alla scuola di Bernini, con un nipote, Martinez, ottimo architetto a sua volta.  Come i suoi antenati, il Re di Sardegna pensava in europeo, sia per difendersi, sia per affermarsi, sia per costruire lo Stato.
Per realizzare la basilica votiva Juvarra fece spianare il colle abbassandolo  di quaranta metri: una fatica enorme con picco, pala, carriole. A Sassi, che dal fatto derivò il nome, furono accumulati i materiali poi issati per costruire l’Opera, tutta edificata con materiali del Regno, incluso l’onice di Busca-Dronero. Una gloria del Vecchio Piemonte.
Secondo alcuni la vittoria di Torino fu la premessa del Risorgimento e quindi del Regno d’Italia. E’ una esagerazione. Di sicuro Vittorio Amedeo aveva alle spalle  secoli di guerre per l’indipendenza di uno Stato transalpino e anfibio: da un lato la Savoia, dall’altro il mare, la Liguria, che dall’età di Augusto Imperatore andava da Nizza, sabauda dal 1388, alle bocche di Macra. A differenza degli Asburgo di Spagna e dei  Borbone di Francia, asserragliati nel Sacro Monastero dell’Escorial e nel Castello di Versailles, i Savoia rimasero a Palazzo Reale, nel cuore di Torino.  Sepolcreto della Casa, Superga divenne l’osservatorio più incantevole dell’Italia settentrionale, come tra  molti scrissero Rousseau e De Amicis.
Lì salirono a meditare sulle umane sorti, non sempre progressive, tanti artefici della Nascita dell’Italia unita, le cui Testimonianze e i cui Pensieri sono ora raccolti in una suggestiva Antologia  curata da Antonio Gargano e Arturo Martorelli per l’Istituto italiano per gli studi filosofici (Napoli), dedicata a Carlo Azeglio Ciampi, “che ha ravvivato la memoria del nostro Risorgimento”.  Il volume comprende scritti dei protagonisti dell’unificazione nazionale (Carlo Alberto, Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele II, Gioberti, De Sanctis, Pisacane , Silvio Spaventa, il federalista toscano Giuseppe Montanelli …) e un bel saggio del valdese  Giorgio Spini, storico insigne, su Origini del Risorgimento e circolazione delle idee in Europa. L’Europa infatti già c’era nel Sette-Ottocento, anche senza l’euro. Era l’Europa delle nazioni che precedettero gli Stati.
 Superga ci ricorda i principi costitutivi di un mondo ora riscoperto  dopo decenni di oblio: onore e fedeltà. Li documenta il corposo volume di Fulvio Peirone Per Torino da Nizza e Savoia (Centro Studi Piemontesi). Quando nel 1860  la Savoia e  Nizza vennero cedute alla Francia con l’avallo di un plebiscito truffaldino a sostegno della  loro “riunione” all’Impero di Napoleone III (di cui mai s’erano sognate di far parte) migliaia di regnicoli, di tutte le classi e professioni, chiesero e ottennero di rimanere italiani. Torino concesse loro la cittadinanza. Fu quanto avvenne per l’ “illustre Generale  Giuseppe Garibaldi Nicese” il 27 novembre 1860.
Secondo i patrioti che fecero il Regno d’Italia i confini tra gli Stati non dovevano cancellare la storia, né incitare alla divisione o alla contrapposizione tra i popoli. L’età presente  e la futura vanno studiate guardandole dall’alto e storia alla mano: come da Superga o dal Trofeo di Augusto a Turbia, siti ideali per cantare l’inno della vera Europa nata da Roma, Città Eterna: Trionfi della romanità e Basiliche contro il plebeo mercato di anonimi titoli finanziari.
Aldo A. Mola

DATA: 15.08.2011
 
CAOS ITALIANO… ORDINE BELGA

Il Re Alberto II e la Regina Paola del Belgio - foto da internetMentre la Repubblica italiana annaspa nel suo consueto caos partitocratico il Belgio vive tranquillamente…senza governo. E ciò che avviene dal 13 giugno 2010, giorno delle ultime elezioni legislative. Come mai? Lo scorso anno si dimetteva il governo, incapace di trovare una soluzione alla disputa fra partiti valloni e partiti fiamminghi su questioni linguistiche relative alla regione di Bruxelles. La diatriba sottintende il divario economico esistente fra l’aerea vallone, preda di una forte crisi economica post industriale, e quella fiamminga, florida e avanzata, e che pertanto rivendica più autonomia fiscale e maggiore decentramento. Indette le elezioni, esse hanno visto la vittoria di un partito fiammingo separatista e ultraliberale, che impedisce ai politici belgi di costituire un esecutivo nazionale. Dall’aprile 2010, pertanto, il Parlamento si riunisce solo per gli “affaires courantes”: mese dopo mese vengono approvate le spese per le questioni urgenti. “Mai si è stati così bene governati come da quando non c’è governo” è il sentire comune dei cittadini, eppure il Belgio ha assicurato la presidenza semestrale dell’Unione Europea e ha inviato forze aeree in Libia. Come è possibile tutto ciò? SEMPLICE: in Belgio il Capo dello Stato trae la sua legittimità non dallo scontro dei partiti, ma da altro….. Re Alberto II, successore di Leopoldo I, Leopoldo II, Alberto I, Leopoldo III e Baldovino, rappresenta non solo formalmente, ma anche nella sostanza l’unità dello Stato. A lui tutti i belgi, sia fiamminghi che valloni o emigrati (fra cui tantissimi italiani), guardano come al garante delle istituzioni e al “motore immobile” della Nazione.

Francesco Atanasio
DATA: 12.08.2011
 
CRISI DELLA FINANZA: QUALE SBOCCO?

La Borsa in crisi - foto da internetPer usare una similitudine che, fuori da ogni polemica politica, provi a spiegare la qualità della manovra finanziaria Italiana, potremmo dire che essa appare come nuova tela su un’enorme falla mal riparata che la recente burrasca ha risvegliato, facendo temere a tutti il peggio. Solo nuova tela per imbarcare meno acqua ma la falla rimane.
L’Italia ha carenze strutturali sotto l’aspetto della crescita, che rimane il vero problema del nostro paese. Nessuno sarebbe spaventato dal debito se fossimo in presenza di una crescita sufficiente a far fronte, senza ulteriori indebitamenti di breve termine, alle partite correnti. Un’azienda privata non ha il divieto assoluto di indebitarsi per essere ritenuta solida. Se a fronte di elevato indebitamento si generasse tanta cassa da ripagare in modo soddisfacente azionisti e obbligazionisti, gli investitori non ne sarebbero spaventati ma ingolositi. Crescita dunque per uscire dalla crisi, ma la stretta fiscale proposta dal Governo, oltre ad essere dì per se stessa penalizzante secondo gli equilibri keynesiani del sistema, non mostra alcuna rilevante iniziativa per incentivare investimenti interni o attrarne di stranieri. L’azienda Italia non chiede oggi ai propri soci (gli Italiani) di versare nuovo capitale per finanziare investimenti profittevoli, lo fa per limitare le perdite. Per correre in aiuto delle tante falle. Dal sistema previdenziale a quello sanitario, dagli ammortizzatori sociali agli inutili aiuti al tessuto produttivo come sono stati gli incentivi al maggior consumo, tutto risulta già allocato, buttato in pasto ad un sistema improduttivo, per nulla premiante dell’iniziativa, delle capacità e dell’intraprendenza imprenditoriale, quando sarebbero invece questi gli aspetti da privilegiare, per dare l’esempio a precari vocianti che non è la demagogia che cambia le sorti di un paese ma l’iniziativa. A fronte di questa incapacità di usare il debito per finanziare la crescita, si palesa oggi il problema di non mostrarsi insolventi verso gli impegni a breve termine. E’ questa la ragione per cui il mercato richiede un premio al rischio maggiore per detenere titoli di stato italiani. Gli spread iniziano a salire facendo lievitare le spese dello Stato per interessi passivi, aumentando la pressione sulle partite correnti stesse. Il circolo vizioso ha così inizio e per fermarlo non è necessaria una manovra fiscale restrittiva e sanguinosa, è necessario dare al mondo il vero messaggio del cambiamento. L’Italia è capace di crescere. Ecco perché, nonostante i vari annunci di manovre imminenti a livello dei singoli paesi e a livello comunitario, l’ondata di vendite di titoli di stato e titoli azionari non si placa. Da quando illustri economisti e statisti hanno visto nell’Euro e nell’Unione monetaria la ricetta per rilanciare le economie europee, forti delle sinergie che si sarebbero venute a creare, dobbiamo rilevare due elementi importanti: il primo riguarda la mancata realizzazione delle sinergie sperate. Ogni paese continua ad operare come a sé stante e non vi sono state integrazioni. Il secondo riguarda la politica monetaria, ad oggi incapace di operare come politica comunitaria, anche a causa delle diverse situazioni in cui versano i singoli paesi. Qualcuno, in tempi non sospetti, disse che la Bundesbank si era trasferita a Bruxelles, e non si sbagliava, visto che ancora oggi, le decisioni di politica monetaria ben si adattano alla situazione tedesca, molto meno a quelle di Italia, Spagna, Portogallo. Una manovra fiscale penalizzante, unita ad una politica monetaria altrettanto restrittiva, portano ad uno stallo totale di investimenti e consumi; in altri termini, bloccano la crescita di un paese. Certo la ricetta per la crescita non è di facile attuazione, ma soprattutto non è di rapido compimento. Il Governo sarebbe chiamato a decisioni fortemente impopolari, dovrebbe prescindere dalle sempre presenti oligarchie e dai loro moniti, dovrebbe richiamare milioni di italiani, specie le giovani coorti, ad una maggiore responsabilità. Ma a coordinare la ricetta per la crescita ci deve essere uno Stato forte, con attori di Governo che operino per il bene del Pese e non si accontentino della pacca sulla spalla di qualche leader straniero. Serve un Governo, che sia capace di rispondere ai moniti stranieri con la personalità e la decisione che l’Italia merita. Non è una critica solo al Governo Berlusconi, la maggior parte dei parlamentari e dei leader politici di oggi hanno già avuto incarichi esecutivi in passato, ma nessuno si è distinto per dinamismo e cambiamento. Ridicoli poi quelli che si stupiscono della sudditanza dall’Europa, quando fu proprio questa parte politica che si genuflesse alla benevolenza di Germania e Francia, i due capi famiglia che ci accolsero nella moneta unica. Non ho visto negli anni grossi stimoli ad una reale integrazione europea provenire da Germania e Francia. I grandi distretti industriali europei, ad esempio, non si sono mai concretizzati, sono rimasti uno dei tanti esempi dei testi di Economia dell’Integrazione Europea. Così i recenti impegni per una manovra di salvataggio comune nei confronti della Grecia e l’intervento a sostegno dell’Italia, non sono messaggi di fratellanza ma un impegno necessario a protezione del loro sistema finanziario. Sì perché, nonostante lo si racconti sempre a bassa voce, Germania e Francia sono tra i paesi più esposti, attraverso il loro sistema bancario, ai titoli di stato Greci e Italiani. Le banche e le assicurazioni dei cugini d’oltralpe possiedono oggi più del 20% del debito governativo Italiano, mentre il sistema finanziario tedesco si ferma intorno al 10%. Vi è poi anche la porzione greca: il sistema francese detiene circa il 18% del debito Greco, mentre il sistema tedesco si ferma a circa l’11%. A fronte di questi dati si capisce perché i piani comuni di salvataggio siano stati sempre approvati e con buon esborso da parte di Francia e Germania. Ma non si confonda la necessità di proteggere il proprio sistema finanziario con lo spirito di sacrificio per il bene comune dell’Area Euro. Sul perché poi le banche tedesche e francesi siano colme di bond italiani e greci (tra gli altri) la risposta non è, nemmeno in questo caso, legata ad un focus comunitario, bensì al meno nobile ma più redditizio opportunismo di poter avere rendimenti più elevati senza rischio di cambio.
Dunque, come disse Tremonti, se il Titanic affonda non si salva nessuno, né la prima, né la terza classe. Come si è detto, l’Unione monetaria Europea ha seri problemi di tenuta, non vi sono attori estranei alla crisi. I mercati lo sanno e come si vede, anche il mercato tedesco e francese sono sotto pressione. Per uscire da questo stallo sono necessarie scelte coraggiose, tagli di spesa importanti e concentrazione di risorse verso gli elementi portanti dall’economia. Se chiamati al sacrificio, gli italiani meglio risponderanno di fronte a piani di taglio di spesa e tagli al finanziamento di enti inutili, con una maggiore concentrazione su piani d’investimento che rendano il paese attraente per capitali interni ed esteri. Ma si badi, non bastano infrastrutture ed incentivi fiscali, è necessario anche investire sul capitale umano, riportare i giovani all’azione e non all’immobilismo demagogico che oggi caratterizza i più. Le università devono tornare ad accompagnare gli studenti verso solidi lidi su cui si possano costruire professionalità competitive.  Per fare tutto ciò, per evitare che quella falla torni fra pochi mesi a farci imbarcare acqua, è necessario un esecutivo coraggioso, non servono gli esecutivi ubbidienti al monito degli altri Capi di Stato, non servono campagne di disgregazione nazionale ad opera di certe forze di Maggioranza. Serve quel miraggio che inseguiamo da più di sessant’anni, il piglio di chi possa vivere ed operare con un solo ed imprescindibile pensiero. L’Italia innanzi tutto.

Fabio Fazzari     
Presidente U.M.I. Monza
DATA: 09.08.2011
  
IL RISORGIMENTO SECONDO DEL BOCA: DIFENDERE I BORBONICI A SUON DI INSULTI

di Massimo Novelli da “La Repubblica” del 23 luglio 2011 - pagina 1 - sezione  TORINO

Il Forte di Fenestrelle - foto da internetDopo le anticipazioni a "Repubblica" di Juri Bossuto, già consigliere regionale e candidato a sindaco di Torino, a proposito delle sue ricerche sui militari borbonici detenuti al forte di Fenestrelle, continuano le polemiche e le contestazioni di quanti, meridionalisti e neo-borbonici che siano, revisionisti a torto o a ragione, parlano di «lager dei Savoia». Chi protesta, come il «Comitato delle Due Sicilie e «Insorgenza Civile», lo fa spesso con correttezza. In altri casi si tratta solo di insulti. Intanto si annunciano, per il 30 e per il 31 luglio, due manifestazioni «antirazziste e meridionaliste» a Torino (contro il Museo Lombroso) e a Fenestrelle. Va oltre il giornalista Lorenzo Del Boca, da Romagnano Sesia, consulente di Roberto Cota, presidente leghista della Regione Piemonte, e autore di pamphlet piuttosto violenti contro il Risorgimento, sebbene nell' ultimo, «Polentoni», attacchi pure il governo regionale di Mercedes Bresso. In ogni caso adesso non esita, citando a sproposito Antonio Gramsci, a bollare sulla sua pagina di facebook come «infami scrittori» chi ha riferito delle ipotesi di Bossuto sul numero reale di soldati «napoletani» deceduti a Fenestrelle. Ovviamente se la prende pure con quest' ultimo, definendolo «sconosciuto consigliere di Rifondazione comunista che si è improvvisato ricercatore storico». Un' accusa che sembra ritorcersi invece nei suoi confronti, stando almeno a quanto Sergio Boschiero, segretario nazionale dell' Unione Monarchica, ha dichiarato di recente: «Del Boca ha sposato la tesi secondo cui a Fenestrelle ci sarebbe stato un campo di concentramento per i meridionali, deportati e morti di freddo. A parte la quasi impossibilità di portare in quella zona impervia tante persone, la documentazione rinvenuta da Bossuto parla di soli quattro morti di polmonite». - MASSIMO NOVELLI

DATA: 05.08.2011
   
ORDINE PUBBLICO PRIMA CHE NEI CONTI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 7/8/2011

guerriglia contro la TAV - foto da internetLa vera emergenza sono la sicurezza e l’ordine pubblico. La tenuta della borsa e dei titoli del Tesoro non è affatto l’unica né, meno ancora, la principale preoccupazione dei cittadini. La crisi finanziaria non è dell’Italia ma planetaria e nasce dalla pluridecennale artificiosa supervalutazione di risorse, produzione e mercato. Essa durerà a lungo: fa parte della decolonizzazione, cui le grandi potenze hanno risposto moltiplicando le “guerre di teatro” anziché avviando un (utopico) patto per la pace universale. L’ordine nei conti dello Stato e delle pubbliche amministrazione, al momento fuori portata del governo nazionale, comunque serve a poco se non è preceduto dalla certezza dell’ordine pubblico. Purtroppo da molti mesi dilaga nuovamente un’illegalità organizzata i cui costi sono insopportabili. Per tutelare il cantiere di carotaggio della Tav, avviato l’ultimo giorno disponibile per non perdere il contributo dell’Unione Europea, una vasta parte del Piemonte vive in stato d’assedio. Mille tutori dell’ordine, incluso un reparto di Alpini, sono mobilitati giorno e notte, con un onere pubblico pari a quello di una delle ormai troppe missioni militari all’estero. La “missione per la Tav” ha però costi politici anche più elevati rispetto alle altre perché radica due concetti disastrosi per la democrazia: l’impunità di quanti autoassolvono gesti violenti con argomenti ideologici e l’inadeguatezza  dei tempi e dei modi dell’intervento per il ripristino dell’ordine e della sicurezza. In discussione vi è la libertà dei cittadini di circolare su strade, autostrade e di usare (a carobiglietto) treni, aerei, eccetera. Dalla manipolazione mediatica dei fatti di Genova del 2001 le forze dell’ordine sono rassegnate a subire bastonate per non essere travolte dalle critiche di forze politiche use al doppio gioco, con un piede nelle istituzioni e uno nelle manifestazioni contro lo Stato, e di un’informazione gestita da sciacalli. Vale per la Val Susa come per le “rivolte” dei sedicenti profughi. Questa partita va chiusa senza esitazioni. I lavori per la TAV dureranno anni; una valle non può essere militarizzata a tempo indeterminato. E chi si arrampica sugli alberi o sulle gru prima o poi scenderà o ne cadrà. L’Italia non può perdere tempo con questi novelli baroni rampanti… Per uscire dalle incertezze occorre riflettere sull’uso che un certo pensiero giuridico fa del cosiddetto “diritto all’insorgenza”. Esso venne riconosciuto nella Costituzione francese del 1793, voluta dai giacobini e poi liquidata dal Termidoro che ghigliottinò Robespierre. Il diritto alla rivoluzione armata contro lo Stato nell’Ottocento ebbe la benedizione dei teorici del pugnale contro i governi legittimi e dal 1917 in poi da parte della Rivoluzione bolscevica. Da quelle radici nacquero in decenni recenti i “giacobini miti” e il perdonismo nei confronti di chi viola le leggi atteggiandosi a campione dei diritti umani antecedenti lo Stato. Il ribellismo ideologico endemico sarebbe sopportabile da parte dell’Europa  come il raffreddore se l’Unione Europea fosse un soggetto sano; invece questa non è affatto stabile, pacifica, solidale, progressiva. È un bubbone di egoismi, prossimo all’esplosione. Per guarirne, alcuni governi hanno già riconosciuto che la maggioranza dei cittadini è disposta a sacrificare alcune libertà in cambio di maggiore sicurezza. Il caso dell’Ungheria è esemplare e premonitore. Se non si rimedia in fretta, un evento dopotutto banale e secondario sotto il profilo della politica nazionale qual è il cantiere d’avvio della TAV diviene il detonatore di conflitti di princìpi in un quadro planetario che non si fonda sulla democrazia ma sulla forza: dagli USA alla Cina, dall’India ai regimi islamici… Il dibattito in corso sui rimedi spiccioli alla crisi finanziaria sono solo un mediocre chiacchiericcio estivo che distrae l’attenzione da scelte molto più urgenti, decisive ed esose: la certezza dell’ordine pubblico per non dover sostituire le regole vigenti con un Ordine Nuovo. Se vogliono essere credibili, certi esponenti dell’opposizione, invece di salire sugli alberi o sui tetti a sostegno di manifestazioni  non autorizzate (come fece Bersani nel dicembre scorso) e anziché allearsi con gli estremisti (come fece l’UDC di Casini che partecipò alla coalizione per Mercedes Bresso) vengano in Val Susa a dire chiaro e netto che cosa pensano della TAV e di chi si oppone con metodi illegali alla sua realizzazione. Rimettere ordine in una crisi finanziaria planetaria è impresa fuori portata; concorrere a ripristinare l’ordine e la sicurezza è doveroso e urgente. Su questo occorre chiarezza. Subito. Dunque, appuntamento in Valle Susa.

Aldo A. Mola 
DATA: 07.08.2011
 
LUTTO MONARCHICO

L'Unione Monarchica Italiana china le abbrunate Bandiere del Regno in ricordo dell'amico Walter Beretta, spentosi prematuramente in questo caldo mese di agosto. La notizia dell'improvvisa scomparsa ci ha lasciato basiti; ne ricordiamo la Sua cristallina fede monarchica, il Suo amoreverso l'Arma dei Carabinieri e le sue ineguagliabili doti umane. Walter ha seguito sin dall'inizio le attività dell'U.M.I. di Varese, dal rilancio del 2002, ed è stato uno dei primissimi iscritti. Non ha mai fatto mancare il Suo appoggio e la Sua collaborazione. Ci uniamo nel dolore alla compagna Adriana ed ai figli per questa ncolmabile perdita.

DATA: 06.08.2011
  
CONTRO A CASTA E GLI SPRECHI

foto da internetSi fa un gran parlare dei vergognosi costi della politica, tutti intervengono ma sostanzialmente nulla cambia. La casta di ogni colore politico è sacra ed inviolabile. Di sicuro ci sono i provvedimenti che colpiscono il Popolo nei momenti più delicati come gli odiosi balzelli sanitari, l’aumento vertiginoso del costo dei carburanti con tutto quel che ne consegue. Volevano abolire le Provincie, ma anche questo è stato un sogno. Noi Monarchici abbiamo un progetto ben preciso per la rinascita morale, politica ed economica della Nazione. Una diversa e più agile struttura parlamentare meno onerosa. Abolizione delle Regioni, inutili, gravose e tentatrici continue di disgregamento nazionale. Mantenimento delle Provincie con rivalutazione dei compiti del Prefetto, come del Segretario Comunale in ambito municipale. La politica va intesa come espressione della volontà popolare al servizio dello Stato, quindi ripristino del voto di preferenza. Una Magistratura autonoma, schiva dal clamore pubblicitario, più celere nell’adempimento del suo lavoro e non dedita ad attività politica. Una più severa selezione per le Forze Armate con possibile servizio di leva obbligatoria da utilizzare anche da supporto alla Protezione Civile, oltre che con funzione educatrice. Istituzioni completamente libere ed al di sopra delle parti politiche, che siano il punto di incontro tra Popolo e governanti, che rappresentino e siano difensori della nostra Storia, delle nostre Tradizioni, contro una selvaggia globalizzazione. Istituzioni che garantiscano pur nel rispetto della cultura cristiana e romana, la laicità dello Stato. Questo è realizzabile con una nuova Monarchia Costituzionale con Amedeo di Savoia Aosta, Uomo e Principe mai colluso in politica ed altro, amato e rispettato per le Sue doti umane, per la Sua regale semplicità, per la Sua disponibilità. Noi Monarchici abbiamo un programma chiaro da presentare alla volontà popolare, gli altri solo chiacchiere per non cambiare niente.

Maurizio Ceccotti
Presidente Regionale U.M.I.  UMBRIA
DATA: 05.08.2011
 
L'U.M.I. PER L'AFRICA ORIENTALE

foto da internetUna spaventosa carestia sta piagando le già tanto martoriate terre dell'Africa Orientale e in particolare della sventurata Somalia, devastata da circa vent'anni di guerre tribali ed efferatezze religiose. Quei territori che videro l'azione colonizzatrice dell'Italia, che certo non aveva demeritato se l'ONU, all'indomani della II guerra mondiale, ebbe ad affidarle l'amministrazione fiduciaria della sua seconda ex colonia, meritano la nostra solidarietà.
In Somalia, fra i resti del Villaggio DUCA DEGLI ABRUZZI, un modello di avanzata economia e di armonica integrazione fra gli Italiani e i Somali, vi riposa in una semplice tomba nella nuda terra il principe esploratore Luigi di Savoia che lo fondò con propri capitali nel 1920. A poca distanza nell'antico campo di prigionia di Nyeri in Kenia riposa il nipote, Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, Vicerè d'Etiopia dal 1942.
Nel ricordo di questi fra i più illustri ed amati Principi di Casa Savoia e di quanti fra gli Italiani hanno sofferto e lavorato sotto il sole dell'Africa, l'UMI rivolge un forte e vibrato appello ai suoi iscritti e simpatizzanti perchè contribuiscano ad alleviare le sofferenze di quei popoli.
Si consiglia di rivolgersi al sito umanitario www.agire.it

DATA: 02.08.2011
 
ZAPATERO ADDIO - SCONFITTO IN SPAGNA L’ESTREMISMO FAZIOSO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di domenica 31 Luglio 2011

Zapatero - foto da internetAutunno anticipato e triste per il socialista spagnolo Zapatero, finalmente costretto a lasciare la scena dopo anni di pessimo governo. Lo statista vero unisce il Paese che governa. Zapatero invece ha diviso. Sconfitto alle elezioni, resse col sostegno degli autonomisti catalani e dei canarios, usi a barattare il voto con onnivori vantaggi. Messo da parte una volta tanto il sorriso stampato in faccia, ha annunciato le elezioni anticipate: il 20 novembre, 20N. Il suo socialismo non ha nulla da spartire con quello costruttivo e modernizzatore di Felipe Gonzales, amico di Bettino Craxi. Per lacerare gli spagnoli Zapatero ha girato il coltello rovente nella piaga della guerra civile, che la Transizione aveva saggiamente messo tra parentesi, perché un Paese deve sapersi lasciare alle spalle la pagine buie. Come documenta lo storico inglese Paul Preston in El Holocausto espanol (ed. Debate), nel 1936-39 atrocità efferate vennero commesse da entrambi i contendenti. A Madrid i repubblicani gettarono alcuni preti in pasto alle belve dello zoo. Chiese e monasteri furono incendiati e molte suore stuprate. Anche i franchisti, lo sappiamo bene, perpetrarono orrori. Per esempio, perseguitarono i massoni sopravvissuti al terrore dei rossi. Ma, come ricordò Edgardo Sogno, la Spagna rischiava di diventare una repubblica sovietica, sotto controllo di Stalin e con la regia di Palmiro Togliatti, Luigi Longo e del sanguinario Vittorio Vidali, che spazzarono via gli anarchici, democratici e “utili idioti”. Sono cose note. Zapatero usò la memoria storica per invelenire. Provocò in tutti i modi i cattolici. Antepose le coppie omosessuali alla tutela delle famiglie. Cercò persino di vietare le cerimonie al “Valle de los Caidos”, monumento della memoria collettiva. Storica Ora lascia alle spalle una Catalogna più lontana da Madrid e divisa in fazioni, mentre anche i catalani scoprono che se non vogliono vivere spaesati i loro ragazzi debbono imparare la lingua nazionale, parlata da mezzo miliardo di persone. Oggi l’ETA ammazza di meno ma è sempre più sfrontata, con propri sindaci e assessori che si guardano bene dal condannare il terrorismo e nelle aule di tribunale ridono dei giudici e delle vittime. Il 20 novembre 2011 la parola passerà agli elettori. Candidato dei socialisti (PSOE) è Perez Rubalcaba, il camaleonte che nel marzo 2011 impose i 110 km orari sulle autostrade e a giugno ripristinò i 120: confusione mentale e gioia per chi rifà la segnaletica. Zapatero ha sul groppone cinque milioni di disoccupati, gli indignatos, il baratro dell’economia e, peggio ancora, delle speranze, del “sol dell’avvenire”. L’Italia ha interesse a una Spagna in forze e in ordine per tre motivi: rinsaldare il legame tra nazioni di lingua neolatina dalla Romania alla Terra del Fuoco; ripensare alle regioni nel quadro dell’Unione europea (l’Italia deve drasticamente ridurre le proprie a una dozzina, come erano al tempo di Augusto, eliminando i costosissimi sprechi degli “statuti speciali”) e fare una politica estera comune verso il Mediterraneo, in specie il mondo arabo-islamico. Quel che Zapatero non ha saputo fare lo ha fatto, e bene, il Re: don Juan Carlos di Borbone, che ha mostrato la centralità della monarchia in un Paese complesso qual è la Spagna, vulnerato da autonomismi di cui nessuno sentiva il bisogno se non per moltiplicare le cariche e gonfiare il costo della politica. E’ un esempio che l’Italia deve studiare meglio per capire come uscire dalla crisi delle istituzioni che, ammette Gian Enrico Rusconi nella “Stampa”, sono in liquefazione e reggono su una persona, il presidente Napolitano, anziché su robusti pilastri costituzionali. Alle elezioni la Spagna va alla vigilia del bicentenario della Costituzione di Cadice (1812), che coronò la guerra d’indipendenza, fece da modello per i liberali dell’Ottocento e nel 1821 venne adottata a Napoli e a Torino. La profondità del legame tra Spagna e Italia fu confermata nel 1870, quando Amedeo di Savoia, primo Duca d’Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II, venne proclamato Re di Spagna: una garanzia per la pace interna ed europea. La Spagna fu e rimane termine di riferimento per l’Italia. Perciò una regione frontaliera come il Piemonte ha motivo di seguire con attenzione quanto vi accade in vista del 20-N, quel 20 novembre che deciderà tanta parte della storia europea dei prossimi anni.

Aldo A. Mola
DATA: 01.08.2011
  
GIULIANOVA (TE): IMBRATTATO IL MONUMENTO A VITTORIO EMANUELE II – LO SDEGNO DELL'U.M.I.
il monumento imbrattato - foto www.cityrumors.it
Nella notte del 29 luglio ignoti hanno imbrattato il monumento al Padre della Patria nel centro di Giulianova, splendida località marina in provincia di Teramo.
I Monarchici Aprutini e d'Abruzzo esprimono indignazione per il vile gesto nei confronti del bel monumento del Pagliaccetti, dedicato a Vittorio Emanuele II, ed alla lapide opportunamente ripristinata dal Sindaco di Giulianova, che dopo tanti anni è stata ricollocata nel luogo originale sul lato destro dell’entrata del Duomo di San Flaviano. Il gesto di inneggiare al Regicida anarchico Gaetano Bresci non sorprende i monarchici, infatti, non a caso, è avvenuto il 29 luglio, anniversario del regicidio del Re Umberto I a Monza, nel 1900. Si e colpito il Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria, per colpire il simbolo dell’unità nazionale proprio nel 150° anniversario. “Prendiamo atto  del tempestivo intervento dell’Amministrazione comunale giuliese per aver fatto scomparire le insultanti frasi inneggianti un assassino. Siamo certi di interpretare l’unanime sentimento dei giuliesi” - dicono il Presidente Provinciale dell'U.M.I.  Claudio Agostini e il Regionale Berardo Tassoni - “nel condannare senza appello gli autori del vile dissacrante osanna di uno che è entrato e rimarrà nella storia d'Italia come un assassino”.
DATA: 30.07.2011
  
CANCELLARE CADORNA? SMEMORATEZZA E SUICIDI POLITICI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" di domenica 24 Luglio 2011

Il Generale CadornaNon da oggi il Parlamento italiano mostra vocazione  al suicidio.  Una Camera dei deputati che fa arrestare un proprio membro prima che la magistratura ne pronunci la condanna  definitiva sottoscrive la propria disfatta. Ma non è la prima volta. Accadde anche in età monarchica. Nel maggio 1915 le Camere dovevano  scegliere tra la neutralità  e l’intervento nella Grande  Guerra a fianco della Triplice Intesa, deciso da un paio di ministri (Salandra e Sonnino)  all’insaputa del Parlamento e dello stesso Governo, col seguito  del drammatico voltafaccia contro gli Imperi Centrali di cui Roma era ancora alleata. La generalità dei parlamentari era contraria all’intervento. Quando l’ex presidente del Consiglio e capo morale della maggioranza, Giovanni Giolitti, ai primi di maggio arrivò a Roma  per fermare la corsa verso l’abisso ricevette il plauso scritto di circa trecento parlamentari; ma  fallì la missione e rientrò a Cavour, inseguito da fischi e insulti di plebi organizzate. Quel Parlamento allora votò i pieni poteri al presidente in carica, Antonio Salandra. Si consegnò mani e piedi legati al governo, che a sua volta  scaricò sulle spalle delle Forze Armate una guerra che l’Italia era impreparata ad affrontare. Capo di stato maggiore dell’Esercito era Luigi Cadorna, subentrato nel luglio 1914 ad Alberto Pollio, morto improvvisamente proprio quando più v’era bisogno della sua preparazione e della sua saggezza.  Dubbioso sul legame tra Esercito e Paese il ministro della Guerra Domenico Grandi nell’ottobre 1914 si era dimesso ed era stato sostituito con il generale Vittorio Zupelli. Cadorna fece miracoli per fronteggiare l’esercito austro-ungarico dopo che per mesi era stato rafforzato il fronte contro la Francia. Attuò uno sforzo organizzativo prodigioso. Resse alla spedizione punitiva austro-ungarica del 1916, in agosto liberò Gorizia e un anno dopo la Seconda Armata di Luigi Capello avanzò sul Carso quando ormai la Russia era in preda alla rivoluzione e l’esercito franco-inglesi erano in crisi.  Vienna chiese controvoglia il soccorso militare tedesco e il 24 ottobre sfondò il fronte italiano a Caporetto. Con fredda determinazione, lo stesso Cadorna,  che per anni aveva imposto offensive esose di  sangue, dispose la ritirata sul Piave: perse una parte della  Seconda Armata e impostò la riscossa. Lo capì Vittorio Emanuele III che ne accettò la sostituzione con Armando Diaz, ma gli serbò stima e nel 1924 lo volle Maresciallo d’Italia, a fianco di Diaz,  Duca della Vittoria. E lo documenta Pierluigi Romeo di Colloredo nel mensile “Storia in Rete”, diretto da Fabio Andriola, che cita i giudizi di Conrad e di Alfred Krauss, concordi nel valutare  Cadorna un gigante a fronte di “nullità”: i “politici”, da Salandra allo stesso Orlando al cocciuto Sonnino, a tacere di Camera e Senato che in seduta segreta dette uno spettacolo indecoroso, come a Giolitti scrisse Alfredo Frassati, il direttore della “Stampa”. Il comando supremo di Cadorna era a Udine, la città  che ora ha intitolato all’Unità d’Italia  l’ex Piazza Cadorna. Senza Cadorna non avremmo il confine attuale, decurtato dopo la  sconfitta nella seconda guerra mondiale.  Unità d’Italia, quindi, vuol dire Cadorna. Ma la smemoratezza  e la falsificazione della storia vanno di moda. Dimentichiamo, per esempio, che nel 1923 la Camera dei deputati eletta due anni prima  sotto la regia  di Giolitti approvò la legge che attribuiva due terzi dei seggi al partito che avesse raggiunto il venticinque per cento dei voti. Fu il suicidio di un Parlamento eletto sulla base della “maledetta proporzionale” voluta da don Sturzo, “prete intrigante”  e fatuo. Quella proporzionale  ancor oggi è rimpianta da chi pensa di ricattare qualunque governo o maggioranza sulla base di  un 10% di voti  raccattati in qualche regione anziché nell’intero Paese o sommando gruppetti sparsi, come fa l’aspirante terzo polo  capitanato da deputati di antico conio:  Rutelli, Casini e Fini, che solo in un Parlamento indeciso a tutto  può fare il capopartito e il presidente della  Camera. Dunque, cancelliamo pure il nome di Cadorna dalla toponomastica. Ma quali eroi di riferimento hanno da proporre le due repubbliche? I comunisti che appoggiarono la repressione dell’Ungheria con i carri armati sovietici? Certi sedicenti cattolici intruppati con i relitti del comunismo? Allora, teniamoci  le vie e piazze Cadorna e studiamo di più e meglio la storia. Cadorna è la prova del nove della pochezza del Parlamento quando occorre  fare politica estera e politica militare.  Fu il  Comandante Supremo.  Non venne abbattuto dalle Camere ma dall’offensiva austro-tedesca. Fu sostituito da Diaz, che, narra il suo biografo, Luigi Gratton, resse l’Italia con  mano di ferro in guanto di velluto e vinse a Vittorio Veneto perché tenne in pugno il patriottismo.  A fianco aveva Ugo Cavallero (massone), gli arditi e un Paese che scelse per motto “Vinceremo”, una insegna utilizzata male in anni seguenti.  Nel 1918 l’Italia vinse la prova più difficile della sua storia: dalla conca di Plezzo (Caporetto) gli  austro-tedeschi puntavano  diritti su Verona e Milano. Sarebbe stata la fine dell’Italia nata dal Risorgimento. L’Esercito salvò il Paese; le Camere  lo precipitarono nel caos e generarono esse stesse il regime autoritario di Mussolini che prese il potere quando aveva appena 37 deputati su 535. Tra i fuochi fatui di questo 150° poco se ne è parlato. All’epoca  la casta politica era meno costosa ma altrettanto inadeguata. Perciò poi gli elettori approvarono il duce a pieni voti.
Aldo A. Mola 
DATA: 29.07.2011
  
MONTENEGRO: PRIMA VISITA UFFICIALE DELLA FAMIGLIA REALE DOPO LA CONCILIAZIONE CON LO STATO
foto www.gov.me
Cetinje - La Famiglia Reale Montenegrina è stata ricevuta ufficialmente dal premier Igor Luksic lo scorso 22 luglio, durante un ricevimento appositamente organizzato in onore del Principe Nicola  Petrović-Njegoš.  E’stata la prima visita ufficiale della Famiglia Reale montenegrina dopo la così detta “conciliazione con lo Stato”, dove il Governo si è impegnato a rendere loro funzioni ufficiali di rappresentanza, alcune proprietà confiscate oltre che un indennizzo per l’ingiusto trattamento subito con l’esilio. Il Premier Luksic ha tenuto uno splendido discorso in cui ha sottolineato l’importanza avuta dalla Famiglia Reale nella storia del paese balcanico  ed ha ringraziato il Pretendente al Trono per quel che rappresenta. Il principe Nicola, Figlio del Re Michele I, era accompagnato dalla moglie e dai figli. Il Montenegro ha dato una dimostrazione di civiltà e di rispetto per la propria tradizione, lezione che alcuni paesi definiti “più avanzati” dovrebbero prendere d’esempio.
La Famiglia Reale è stata anche ricevuta dal Sindaco di Cetinje, fra l'entusiasmo popolare.
Nella foto il Principe Nicola con il Premier Luksic con la Famiglia Reale sulla scalinata.

DATA: 26.07.2011
  
LA SCOMPARSA DEL CONTE ARRIGO LUCA DI WINDEGG

il Conte Arrigo Luca di Windegg alla manifestazione dell'U.M.I. del 19 marzo 2011    L'Unione Monarchica Italiana inchina le sue Bandiere nel commiato dal Conte Arrigo Luca di Windegg, luminosa figura di gentiluomo e di monarchico fedele. Egli fu testimone diretto della storia di Casa Savoia, legato da profonda amicizia al Re Umberto II.
L'U.M.I. esprime il suo cordoglio ai famigliari ed alla Consulta dei Senatori del Regno, di cui l'illustre scomparso era vice presidente.
I funerali avranno luogo mercoledì pomeriggio, nella chiesa di San Procolo a Bologna.

Roma, 25 luglio 2011
Alessandro Sacchi
Presidente naz.U.M.I.
Sergio Boschiero
Segretario naz.U.M.I.

IL CONTE ARRIGO LUCA DI WINDEGG

  Con rammarico appena lenito dal ricordo imperituro della Sua luminosa  Figura, comunico che è morto il Conte notaio  Arrigo Luca di Windegg, Vicepresidente della Consulta dei Senatori del Regno.
  A nome del  Consiglio di Presidenza e mia personale affido ai Signori Consultori e all’Italia la memoria della Sua Opera: esempio costante di rigore,  coerenza e saggezza. La Sua Parola dotta, limpida e pacata  ci fu  preziosa nelle ore delle decisioni difficili e ci sarà sempre di guida.

Roma, 25 luglio 2011
Aldo Alessandro Mola                 
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 25.07.2011

SOLENNI ESEQUIE PER OTTO D’ASBURGO
Foto da internet
Vienna, 16 luglio 2011 – Una grande folla ha assistito al corteo funebre lungo i tre km del tragitto, da Santo Stefano alla Cripta dei Cappuccini, nel quale si è ripetuto il rituale così come previsto per i vari Imperatori del passato, fino a Francesco Giuseppe. Otto d’Asburgo ha ricevuto onori sovrani e i mille illustri presenti, compresi i Reali di tutte le Monarchie europee, hanno seguito il feretro. In Santo Stefano è stata eseguita la messa funebre di Michael Haydn e l’officiante, il primate d’Austria Christoph Schönborn, è stato assistito dagli arcivescovi di Praga e di Lubiana e dai Vescovi di Brno e di Banja Luka. Segnaliamo ancora la presenza del Presidente austriaco Heinz Fischer, quello della Georgia, il Presidente del Parlamento Europeo, i capi di Governo della Croaziae della Macedonia, il Ministro degli esteri ceco Karel Schwarzenberg. Gli onori militari sono stati resi da speciali reparti dell’esercito austriaco. Oltre mille gli studenti universitari nei costumi tradizionali. Trecento gli inviati dei media provenienti da tutto il mondo. Nella Cripta dei Cappuccini è stata sepolta anche la moglie di Otto, Regina, scomparsa un anno fa. Il cuore dell’Arciduca Otto è stato portato in Ungheria e sepolto nell’Abbazia benedettina di Pannonhalma.


Alcune immahgine del funerale di Otto d'Asburgo.


La suggestiva cerimonia per la richiesta d'ingresso nella Cripta dei Cappuccini.

DATA: 18.07.2011
  
BOSCHIERO IN VISITA AL CLUB REALE "MAFALDA CANGELMI"

BOSCHIERO IN VISITA AL CLUB REALE "MAFALDA CANGELMI"
Domenica 17 Luglio 2011, il Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero si è recato in visita al Club Reale "Mafalda Cangelmi" di Santi Cosma e Damiano (LT). E' stata una piacevole occasione di confronto sui temi di attualità ed analisi storiche, oltre che un momento di socializzazione con i soci e i simpatizzanti del Club, guidato dal Rag. Angelo Patriarca, tra cui ricordiamo gli amici Coniugi Antonio Monaco e Natalia Amendola, il Dott. Tommaso Massaro, la Dott.ssa Lina Fagnoni, oltre ai coniugi Dott. Sandro Ambroselli e Rag. Maria Capocci.
BOSCHIERO IN VISITA AL CLUB REALE "MAFALDA CANGELMI"
DATA: 18.07.2011
  
L'U.M.I. PER L'ABOLIZIONE DELLE PROVINCE

COMUNICATO STAMPA

    La crisi economica internazionale e le difficoltà finanziarie in cui l'Italia si trova, impongono modifiche strutturali e manovre ingenti per contenere la spesa pubblica e ridurre al minimo indispensabile i costi della politica. Ci troviamo di fronte ad un Parlamento repubblicano che, in tutte le sue diverse componenti, respinge qualsiasi innovazione che, volta all'interesse del popolo e del Paese, comporti dei sacrifici alla politica. A dimostrazione di ciò, persino la proposta di abolizione di enti ormai inutili e costosissimi, come le province, è stata bocciata.
    Pertanto l'Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), la più antica e numerosa associazione monarchica del nostro Paese, aderisce alle iniziative dirette a promuovere una raccolta di firme per una proposta di legge costituzionale per la soppressione delle Province. L'U.M.I. invita tutti i responsabili territoriali ad aderire ai comitati in via di costituzione e a sollecitare i monarchici ad ogni utile forma di collaborazione per ridurre gli inutili sprechi di questo sistema.
    Roma, 14 Luglio 2011
Alessandro Sacchi
Presidente Nazionale
Sergio Boschiero
Segretario Nazionale
Scarica il comunicato
DATA: 14.07.2011
  
L’ATTENTATO A UMBERTO I AD OPERA DI PASSANNANTE
LA VERITÀ SUL PRESUNTO COINVOLGIMENTO DI GIOVANNI PASCOLI

Giovanni Pascoli - Foto da internetNelle varie ricostruzioni storiche sull’attentato a Umberto I, ad opera del cuoco lucano Giovanni Passannante, capita spesso di leggere di una presa di posizione a favore dell’attentatore da parte del grande poeta Giovanni Pascoli. La vulgata vorrebbe che Pascoli in questa occasione abbia letto pubblicamente una propria poesia in cui si proponeva di fare «col berretto del cuoco una bandiera», un componimento poetico che poi – guarda caso – sarebbe andato distrutto. Inoltre, si mette in relazione l’arresto e la detenzione del poeta con la partecipazione a una presunta manifestazione di solidarietà verso il Passannante. In realtà l’arresto scattò per alcune parole del Pascoli male interpretate da un ufficiale della forza pubblica, una vicenda che peraltro si concluse con un nulla di fatto e la piena assoluzione del poeta romagnolo. Ma soprattutto, in questo episodio, non vi sono elementi che possano lasciare trasparire alcuna simpatia da parte di Pascoli nei confronti di Giovanni Passannante. È vero, semmai, il contrario, come emerge inequivocabilmente da quanto scrive la sorella e biografa Maria Pascoli nel volume “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”. Nella Parte Prima del volume, al Capitolo IV, vi è un paragrafo intitolato “Andrea Costa e alcuni episodi di Giovannino militante nel socialismo – scritti di questo tempo (1876-1878)”.
In queste pagine, Maria Pascoli ricostruisce la militanza socialista del fratello e l’amicizia che lo legava al leader del movimento Andrea Costa. E qui si riferisce con estrema puntualità di una riunione in cui questa presunta presa di posizione pro-Passannante sarebbe avvenuta. Da quanto scrive Maria Pascoli si apprende che Pascoli non scrisse affatto una poesia successivamente distrutta – Pascoli mai avrebbe distrutto una propria poesia – si apprende anche che non aveva assolutamente sentimenti ostili nei confronti del Sovrano, ma soprattutto che il poeta condannava senza mezzi termini l’inqualificabile gesto del “pazzo” Passannante. Scrive infatti Maria Pascoli in “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”:
«Io però mi limito a ricordare soltanto due di queste riunioni: la prima delle due presieduta da lui fu nell’imminenza della visita a Bologna dei nuovi sovrani Umberto e Margherita, avvenuta sui primi di novembre del 1878. Gli animi di molti socialisti erano fortemente agitati e mal disposti, sì che egli cercò subito di calmarli e di persuaderli che non c’era nessun motivo di agitarsi per una visita che non aveva nulla a che vedere con loro. Li consigliò a star quieti, a non fare dimostrazioni ostili e a non provocare in nessun modo disordini e rappresaglie tra la popolazione. Queste in sostanza le cose ch’egli mi disse d’aver detto in quelle adunanze, e forse non furono vane. Perché la visita fu accolta da tutta Bologna con entusiasmo e nessun brutto incidente la turbò all’infuori del freddo e della pessima stagione. I Sovrani si trattennero qualche giorno, ricevendo nel frattempo i capi e le personalità della città, tra cui il Carducci.
«Nello stesso mese di novembre 1878, quando, pochissimi giorni dopo la partenza dei Sovrani, giunse a Bologna la notizia dell’attentato del cuoco Passanante contro il Re Umberto a Napoli, fu tenuta l’altra riunione dei socialisti presieduta da Giovannino. Mentre egli stava per cominciare a parlare, da un folto gruppo che si era messo dietro le spalle gli fu passato un foglio scritto, dicendogli di leggere forte. Lesse; e appena letto stracciò il foglio e lo gettò a pezzi in terra con disprezzo e disgusto. Si trattava di una poesiaccia che esaltava l’azione del Passanante, e terminava con la... sublime idea di fare «col berretto del cuoco una bandiera». Molti applaudirono, alcuni gli chiesero perché l’aveva stracciata; ed egli: «Perché? perché non si deve uccidere; la vita è sacra, a chiunque appartenga, e deve essere sempre rispettata da tutti». Biasimò l’atto insano del Passanante che non poteva considerarsi che un pazzoide o un pazzo a dirittura. Indi lasciò che parlassero gli altri».
Paolo Tritto
DATA: 13.07.2011
  
I MORTI BORBONICI A FENESTRELLE NON FURONO QUARANTAMILA, MA QUATTRO


Il Forte di Fenestrelle - Foto da internetUna ricerca di Bossuto dai registri parrocchiali del paese ridimensiona le cifre del revisionismo risorgimentale, i cui seguaci si sono ritrovati sabato al Forte per l'annuale cerimonia in ricordo di chi forse non è mai deceduto in quelle carceri.

Tra bandiere neo-borboniche e vessilli leghisti sabato si è reso omaggio a Fenestrelle ai soldati del Regno delle Due Sicilie ""detenuti e defunti" nel forte piemontese a cominciare dalla fine del 1860. Ma quanti furono i "napolitani" e i militi papalini morti di freddo o di fame, di malattie, nelle carceri sabaude? Storici e giornalisti, tanto meridionali quanto padani, hanno addirittura parlato di circa 40 mila vittime. Per Juri Bossuto, invece, già consigliere regionale di Rifondazione comunista e ora volontario proprio a Fenestrelle, che si è recentemente laureato in Giurisprudenza all'Università di Torino con una tesi su questo argomento, i fatti emersi dagli archivi locali e dall'Archivio di Stato torinese "disegnano una fortezza diversa da quella descritta da chi, forse, vorrebbe l'Italia nuovamente divisa in monarchie". Le sue ricerche, soprattutto, ridimensionano in modo drastico e azzerano, anzi, le cifre spaventose care alla pubblicistica revisionista. Come spiega lui stesso: "Non si sa con esattezza quanti militari borbonici persero la vita al Forte San Carlo. Dai registri parrocchiali, però, precisi e puntuali, ne ho riscontrati davvero pochi. Ho trovato riferimenti a quattro morti nel novembre del 1860, in seguito a malattie polmonari". Aggiunge Bossuto: "I "napoletani" vennero alloggiati nei quartieri militari e nutriti fin da subito. La corrispondenza che ho potuto consultare cita i trasferimenti a Nizza dei prigionieri più anziani e cagionevoli, ma pure la preoccupazione per la nostalgia verso le proprie famiglie provata dai più". Le nuove rivelazioni sul presunto "lager" dei Savoia, nella ricostruzione di Bossuto e del suo collaboratore Luca Costanzo,, poggiano su un altro punto fermo: "I borbonici furono suddivisi nelle varie compagnie disciplinari, in attesa dell'incorporazione nell'esercito, di lì a poco italiano". Nel dicembre del '60 "vennero trasferiti ai corpi di appartenenza, ed alcuni forse ritornarono al forte vestendo i panni e i gradi dei fanti Cacciatori Franchi. Rimasero alloggiati a Fenestrelle solo alcuni militari, ricoverati in infermeria per il freddo o per la sifilide. I decessi erano regolarmente annotati nei registri parrocchiali e nelle lettere inviate al comando di Torino". Tutto ciò non significa, ovviamente, che il numero dei morti sia limitato ai pochi nominativi di "napolitani" rinvenuti dal ricercatore torinese. Del resto "il vitto, unito al freddo costante della valle, non era sicuramente d'aiuto alla quotidianità dei soldati delle Due Sicilie". Ma questo, conclude Bossuto, "non può rendere vero quanto è stato scritto, come nel caso di Lorenzo Del Boca, su "chissà quanti morti che neppure avranno registrato!". Sono concetti nati da suggestioni non avvalorate da alcun documento.
da “La Repubblica” – Edizione Torino (08 luglio 2011)
DATA: 06.07.2011
 
LA MITTELEUROPA SI INCHINA ALL'EREDE DELL'IMPERO AUSTRO-UNGARICO
Nella foto Otto d'Asburgo fra i genitori a Budapest per il rito dell'incoronazione. Sul capo dell'Imperatore Carlo la Corona di Santo Stefano.
       Il 14 luglio l'Arciduca Otto d'Asburgo sarà sepolto a Vienna, nella Cripta Imperiale dei Cappuccini, fra i nomi di centoquarantacinque  Asburgo ivi tumulati dal 1633. Si ripeterà così il suggestivo cerimoniale, come ce lo ha trasmesso Joseph Roth nei suoi romanzi, attingendo alle cerimonie delle esequie di Rodolfo, dell'Imperatrice Elisabetta – la mitica Sissi – di Francesco Giuseppe e di tanti altri. Il corpo di Otto d'Asburgo giacerà accanto a quello della moglie Regina e della madre Zita, mentre rimarrà ancora vuoto il sepolcro di Carlo I, tutt'ora giacente a Maderia. Anche in Austria, come in Italia, c'è chi litiga sui luoghi di sepoltura di Imperatori, di Re e di Regine. Trattasi di politici capaci di litigare su tutto, anche sulle tombe. Otto d'Asburgo aveva sette figli, fu eletto per quattro legislature deputato europeo ed è stato Presidente dell'Unione paneuropea. I solenni funerali si celebreranno  nel Duomo di Santo Stefano della Capitale austriaca. Il cuore di Otto d'Asburgo verrà sepolto in Ungheria, nel ricordo della Tradizione della duplice Monarchia. A Santo Stefano è sepolto il principe Eugenio di Savoia-Soissons; Napoleone lo annoverava fra i primi 5 più grandi condottieri della storia. Eugenio sconfisse i turchi a Belgrado ed a Zenda, decretando la crisi irreversibile dell'Impero ottomano. Nella Capitale imperiale risiedeva al palazzo del Belvedere. Un treno speciale, con le insegne al vento, porterà il corpo di Otto d'Asburgo dalla Baviera a Vienna, nel Palazzo Imperiale, per l'omaggio popolare; poi la solenne celebrazione religiosa, la processione nel cuore della Capitale e il rito definitivo nella Cripta dei Cappuccini. L'unione Monarchica Italiana sarà presente.
Sergio Boschiero
Nella foto Otto d'Asburgo fra i genitori a Budapest per il rito dell'incoronazione. Sul capo dell'Imperatore Carlo la Corona di Santo Stefano.
DATA: 06.07.2011
 
AUSTRIA: BOSCHIERO (U.M.I.), OTTO D'ASBURGO EUROPEISTA COLTO E ILLUMINATO
     
Otto d'Asburgo parla con Sergio Boschiero        Roma, 4 lug. - (Adnkronos) - ''Colto e illuminato, si oppose alla politica hitleriana dell'Anschluss, difendendo fino alla fine il suo paese nel ricordo dell''Austria felix'''. Così Sergio Boschiero, segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, ricorda Otto d'Asburgo, figlio di Carlo I, ultimo Sovrano dell'Impero austro-ungarico, e di Zita di Borbone Parma, morto oggi a 98 anni. ''Dopo la fine della Monarchia, si adoperò molto per il suo Paese, anche a livello internazionale - racconta Boschiero all'Adnkronos - aveva infatti buoni rapporti con inglesi, americani, ed era ben collegato con la chiesa. Tanto che, a metà degli anni '60 fu dichiarato decaduto dall'esilio da parte dell'Austria, gli fu consentito di rientrare con la famiglia''.
''Negli ultimi decenni era più in Austria che in Baviera, spesso andava a Budapest, dove teneva conferenze all'Università, visitava tutte le provincie del vecchio Impero, ma fuori da qualunque idea di revanscismo. Pochi anni fa, ad esempio in questo spirito - ricorda ancora Boschiero - si è adoperato per restaurare un monumento all'Imperatrice Sissi a Trieste''.
      ''Europeista convinto e propositivo, fu parlamentare per 4 legislature, eletto nella CSU di Franz Joseph Strauss, e presiedeva l'associazione transnazionale Paneuropa. Parlava 5-6 lingue, aveva un
alto senso del nome che portava''. ''Sarà interessante vedere se l'Austria gli concederà la sepoltura alla Cripta dei Cappuccini - conclude Boschiero - dove riposa la madre Zita, ma non il padre Carlo
I, morto in esilio a Madeira''. (Sin/Ct/Adnkronos)
Nella foto Otto d'Asburgo con Sergio Boschiero a Monaco di Baviera (maggio 1979).
DATA: 06.07.2011
  
UNA REPUBBLICATA FONDATA SU UMBERTO  II
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 3.7.2011
     
Umberto II al voto        Tutti sanno ma non sempre ricordano che la Costituzione della repubblica  italiana è fondata su Umberto di Savoia. Fu lui, principe di Piemonte e Luogotenente del Regno, a varare il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944 n. 151 in forza del quale entro quattro mesi dalla fine della guerra gli italiani, maschi e femmine, avrebbero scelto la forma dello Stato ed eletto la Costituente per dargli veste. Quel decreto non poté essere convertito in legge dalle Camere perché  l’improvvido Pietro Badoglio sciolse la Camera  e  paralizzò il senato, perseguitato dall’alto commissario per le sanzioni contro il fascismo, Carlo Sforza, logori mito dell’antifascismo peloso.
Alle urne gli italiani andarono non quattro ma tredici mesi dopo la resa di Caserta che il 2 maggio 1945 mise fine alla guerra in Italia la guerra tra i tedeschi e le Nazioni Unite, per le quali l’Italia era “nazione nemica” e così venne trattata al tavolo della pace di Parigi (10 febbraio 1947), che fu un diktat e peggiorò i contenuto della resa senza condizioni del 3-29 settembre 1943. L’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna lo firmò con la stilografica propria e sigillò con lo stemma istoriato sul suo anello. Per dare tardiva legittimazione a tre anni di “fatti compiuti” spacciati come  atti istituzionalmente legittimi (inclusa la proclamazione dell’esito del referendum il 18 giugno 1946),  la XV disposizione transitoria e finale della Costituzione precisò che quel decreto di Umberto “si ha per convertito in legge”: una patacca tipica dei costituzionalisti che avallano  secondo il vento che tira, come soleva dire il grande Vittorio Emanuele III. Nell’edizione “riveduta e aumentata” del suo gustosissimo  libro del 1953  su La illegittimità del governo Badoglio (Gastaldi) col titolo Dal governo Badoglio alla Repubblica italiana (Clu, Genova,2011) Elio Lodolini ricorda  che il 22 dicembre 2008, tutto preso dall’ardore di  cancellare le leggi superflue, un decreto legge convertito nella legge 18 febbraio 2009, n. 9 2009 abrogò 27.806 leggi vigenti, tra  le quali il dll 25 giugno 1944, n.151, sul quale regge lo Stato. Solo  mesi dopo la Repubblica si accorse di  essersi tolta lo sgabello di sotto e corse ai ripari richiamandolo in  vigore con decorrenza dal 19 dicembre 2009: un giorno prima della decadenza   frettolosamente decretata un anno prima. Vennero ripescate altre 861 leggi “bruciate” da Calderoli…
Anziano e vispo, Lodolini è uno studioso coerente. Già direttore dell’Archivio  di Stato di Roma, Membro d’Onore della organizzazione mondiale degli Archivi per meriti eminenti, ha l’indelicatezza di ricordare, per esempio, che il mancato scambio di consegne tra Mussolini e Badoglio, il 25 luglio 1943, inflisse un  vulnus  insanabile alla legittimità del governo, che era e rimase provvisorio, come tutti quelli seguiti (Bonomi, Parri, De Gasperi…) sino al 1° gennaio 1948. Non solo: gettò nel caos l’Italia centro-settentrionale ove molti, anche monarchici, scelsero l’unico Stato in quel momento e lì esistente. Lodolini e altri studiosi scomodi mostrano che si può scrivere, e,  bene, la storia d’Italia e della Monarchia  anche se non si dispone  di tutte le carte, forse in piccola parte disperse (non malizia per i casi della storia). La Casa, del resto, non aveva alcun obbligo di conservarle e di consegnarle,  visto il trattamento subito  con l’iniqua condanna all’esilio del Re e di suo figlio, nato in Italia nel 1937.  La presunta mancata consegna è stata ora  deplorata da Nicola Tranfaglia, in un articolo che Dino Messina giudica “nobile” , perché, dice, senza documenti non si scrive storia. Verissimo. Aggiungiamo, però, che senza documenti non si lanciano neppure accuse o insinuazioni di scorrettezza. Di sicuro tra le carte di Vittorio Emanuele III non reperite vi erano quelle che provavano la sollecitazione della Francia all’Italia a entrare in guerra (10 giugno 1940): una decisione  assunta dal re e da Mussolini per propiziare la richiesta francese di armistizio e fermare i tedeschi  prima che  arrivassero sul Mediterraneo. Poi la storia prese altro corso.
Quanto al pensiero degli ebrei italiani su Vittorio Emanuele III, che sta a cuore non solo a Dino Messina, va detto che esso emerge dalla folla dei Levi, Lattes, Segre, Sacerdote, Ottolenghi  ecc. , i quali fra il 1939 e il 1942 annualmente salivano in vacanza nelle valli cuneesi ove estivavano il Re e la Regina Elena, perché lì si sentivano al sicuro, come dicono le carte dell’Archivio Centrale dello Stato a studiosi pazienti e non prevenuti. In conclusione, a differenza di quanto scrive Paolo Colombo in La monarchia fascista, 1922-1940 (il Mulino: ove è errata anche la data della sfilata delle camicie nere  a Roma, che fu il 31 e non il 30 ottobre), la Monarchia garantì la legittimità della vita pubblica italiana  anche nel ventennio mussoliniano, sanando le intemperanze e le inadempienze  dei politici. Perciò nel 150° della nascita del Regno d’Italia  con la XV disposizione transitoria e finale della Costituzione essa rimane il pilastro portante di quanto di solido vi è nella repubblica, oggi periclitante a causa di leggi elettorali, sia nazionali sia regionali, che ne mettono a nudo l’inclinazione congenita ai brogli e al caos e allontanano i cittadini dalle istituzioni.
Aldo A. Mola
DATA: 03.07.2011
   
CORREVA L'ANNO.....1899
     
Il Regicidio per mano di Gaetano Bresci - 29 Luglio 1900        Stanno scoppiando guerre nel mondo nelle terre estreme d'Oriente e nel lontano sud dell'Africa: ma sono per ora come tuoni di remoti temporali.
In Italia la minaccia alla pace si chiama "conflitti sociali" . Le leggi repressive applicate dopo le cannonate di Bava Beccaris del 1898 avevano invano creduto di poterli eliminare con un colpo di penna riprendono invece con vigore. Il Partito Socialista che ha appena otto anni di vita ha già mandato rappresentanti alla Camera: Costa, Morgari, Nofri, Turati e tanti altri. Adua brucia ancora e nel ricordo di Adua, dei morti, delle speranze inutili, i rappresentanti dei lavoratori insorgono contro le spese militari e come si scrive allora "insultano l'esercito": in piena Camera rovesciano le urne per impedire che una certa votazione vada a buon fine.
    Ruggero Bonghi anni prima aveva annotato che lo spirito patriottico era in declino dato che a Milano, in Galleria Vittorio Emanuele, accadeva che "i borghesi non salutassero gli uffiziali". In Francia la salute della repubblica è gravemente scossa dal caso Dreyfuss che giunge al suo epilogo con la grazia del condannato dopo oltre quattro anni di pena all'Isola del Diavolo: il nazionalismo aggravato da parecchio razzismo, che aveva fatto di Dreyfuss un capro espiatorio, è posto sotto accusa.
    In Italia è sotto processo la salute pubblica. A parte l'ombra paurosa della peste bubbonica che dall'Est ha lambito l'Europa, nel nostro Paese la malaria continua a far vittime e i suggerimenti di "abbruciare la razzia insetticida", antenata dello zampirone, non servono a nulla. C'è anche un nuovo male che viene definito "nervosità". I sintomi della malattia: eccessiva irritabilità, cambiamenti d'umore, preoccupazioni, insonnia, noia di vivere. Si lavora troppo, si corre troppo e si riposa poco. L'Ottocento deve ancora finire e già qualcuno lo rimpiange. Suggeriti come rimedio lo sport, le passeggiate, il tiro da camera, le raccolte filateliche. Qualcuno auspica quattro settimane di ferie all'anno per ogni lavoratore. C'è anche chi consiglia le cure termali.
La De Dion Bouton non si preoccupa delle recriminazioni contro le velocità e i rumori. Esalta le qualità della sua ultima automobile modello a petrolio, che costa su strada 5.000 lire. Un primo timido accenno di codice stradale: accendere i fanali quando comincia a far buio., ossia tale obbligo deve essere osservato quando si accendono i lampioni municipali nelle strade.
Anche l'elettricità fa il suo primo tentativo di soppiantare il vapore e viene elettrificato il tronco ferroviario Milano - Monza.
    In Inghilterra c'è già un breve tratto di ferrovia monorotaia sul quale il treno può viaggiare a 140 km all'ora. Il telegrafo è già largamente usato. Un giovane di Sasso in Emilia, un certo Guglielmo Marconi sta perfezionando quello senza fili. Il telefono funziona e l'ungherese Teodoro Puskas prima ancora della radio inventa la filodiffusione e utilizza il telefono per diramare agli abbonati notiziari, concerti, varietà.
    L'oceano è diventato una bagnarola:  è stata costruita una nave lunga 215 metri in grado di navigare a 37 chilometri l'ora. Nelle acque del benessere e della pace la navicella dell'arte naviga a tutto vapore. Esce "Fecondità" di Zola. Sono 750 pagine di polemica romanzata contro il controllo delle nascite. In Italia escono riveduti e ampliati i "Racconti" di Panzacchi. De Amicis sta raccogliendo le bozze delle sue memorie. D'Annunzio sta scrivendo "Il Fuoco". Nel personaggio principale la Foscarina i lettori riconosceranno Eleonora Duse,amica del poeta. Fogazzaro promette con "Piccolo Mondo Moderno" il "riscontro" a "Piccolo Mondo Antico".
    Ma lo svago più popolare è comunque il "cafè - chantant" . I ricchi vanno nei locali di Parigi dove si è giunti a concludere lo spettacolo addirittura con incontri di lotta. I meno ricchi si accontentano dei cento "cafè - chantant" che esistono in Italia un pò dappertutto.
    La barriera che divide i ricchi e poveri si fa più sottile: lo statuto di una filanda di Como precisa che tra le cause di licenziamento c'è quella dell'operaio che si reca, non invitato, a casa del padrone. Sono tentativi ingenui di non riconoscere una realtà suscitata proprio da quei pionieri che con la loro audacia e i loro capitali hanno fatto nascere l'industria moderna. Sorgono infatti in questi anni la Breda, la Fiat, la SME, la SIP.
    Le nuove possibilità d'acquisto da parte di masse sempre più vaste suggeriscono la produzione di confort alla portata di tutti e nella corsa di benessere si raggiungono anche obiettivi destinati a cadere: il pettine elettrico che brucia i capelli, la catena elettrogenica che cura il mal di gola, il cuscino sonnifero contro incubi e insonnia, la vasca da bagno a dondolo al posto dell'antiquata tinozza di zinco, museruole che vincono la tendenza a russare e per accelerare l'andatura dei gambaletti a rotelle.
    La necessità delle "pubbliche relazioni" comincia a farsi sentire: un industriale milanese, che ha la fabbrica in periferia, crede di risolverla andando ad accogliere gli operai alla fermata del tram con pifferi e tamburi che ne accompagnino la marcia fino allo stabilimento.
I bollettini della lunga guerra contro la calvizie cominciano a farsi sentire:  le lozioni di petrolio sembrano aver sconfitto l'invincibile nemico. Contro la calvizie il rimedio più dignitoso continua ad essere il cilindro che ben s'intona al frac con bavero e risvolti di raso. Sconsigliati per gli uomini eleganti anelli con brillanti e pietre preziose; consigliati alle signore il colore tortora orlato di bianco, i colletti altissimi arrotondati, i cappelli di feltro con piume.
    Qualcuno teme, come già novecento anni prima, la fine del mondo, ma pochi ci credono. L'anno finisce con un gesto di pacificazione: l'amnistia generale per i troppi condannati politici. I botti dei fuochi artificiali che chiudono il 1899 non possono lasciar prevedere gli spari di Bresci, che a Monza inaugureranno il nuovo anno e il nuovo secolo.
DATA: 30.06.2011
 
PASSANNANTE NON MERITA RIABILITAZIONI: NO AL FILM APOLOGETICO
     
Sergio Boschiero "ferma" la mano del tentato regicida Passannante a Savoia di Lucania    Roma, 30 giu. - (Adnkronos) - Monarchici in sala per il film 'Passannante' di Sergio Colabona incentrato sulla figura di Giovanni Passannante, che il 17 novembre nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. L'uomo fu condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo.
''Sono stato tra i primi 'non anarchici' a vedere il film in un cinema di Trastevere -spiega all'Adnkronos Sergio Boschiero, Segretario Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana- C'erano 17 persone, la colonna sonora era buona... Ho avuto la sensazione di una pellicola molto apologetica del Passanante''.
''E' un film molto carico -rimarca il segretario dell'U.M.I.- che può risvegliare un odio antico. Soprattutto si dimentica che i Savoia furono una monarchia costituzionale e non hanno mai revocato lo Statuto. Sono stati anche i primi a dare libertà religiosa agli ebrei e valdesi. La regina Margherita visitava le carceri e fu traumatizzata dall'attentato al Re. Il coltello da otto soldi? Si può uccidere una persona anche con pochi centimetri di lama. Mi sembra che ci si arrampichi davvero sugli specchi''.
''Ulderico Pesce, l'anima di questo film -conclude Boschiero- se la prende con i Savoia per l'ergastolo a Passannante. Ma all'attore dico: sarebbe come se oggi Pannella facesse lo sciopero per le carceri e desse la colpa del loro stato a Napolitano''.
(Sin/Pn/Adnkronos)
      
Roma, 22 giu. (Adnkronos) - “Non invito al boicottaggio perché farei pubblicità al film, ma in ogni caso mi oppongo alla riabilitazione di un anarchico che ha tentato di uccidere un Capo dello Stato italiano: il Re Umberto I”. Sergio Boschiero, segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, parla all'Adnkronos dell'uscita del film 'Passannante' di Sergio Colabona - nelle sale da venerdì 24 giugno - incentrato sulla figura di Giovanni Passannante, che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. L'uomo fu condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo. "Questo film - spiega Boschiero - (che che comunque è andato a vederlo al cinema) - contribuisce a recuperare la sua figura all'insegna dell'esagerazione e la abbellisce. Si vuole sminuire il tentativo di regicidio: Passannante è stato addirittura disarmato 'metaforicamente' da chi ha detto che ha usato un semplice temperino per aggredire Umberto I". Il film ha ricevuto un finanziamento da parte del ministero per i Beni culturali. (Vim/Col/Adnkronos)

    E' uscito nelle sale cinematografiche un film che rivaluta ed esalta la figura di Passannante,  l'uomo che nel 1878 a Napoli attentò alla vita del Re Umberto I. E' giusto approfondire qualsiasi tematica storica ma una visione poltica distorta e faziosa, atta a esaltare la cultura dell'antistato, trasforma la cronaca in apologia di un mancato assassino: operazione pericolosa e inaccettabile. Si manca così di rispetto alle Istituzioni proprio nel 150° dell'unità d'Italia. Riproponiamo le cronache del 2007 quando il Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero andò a Savoia di Lucania (PZ), paese natale del Passannante, ed evitò che le riabilitazioni del mancato assassino prendessero piede.
DATA: 27.06.2011
 
INAUGURATA A SOFIA LA MOSTRA SUL MATRIMONIO REALE DI ASSISI
     
        Mercoledì 22 giugno è stata inaugurata a Sofia, al Centro spirituale Roncalli (la casa dove l’allora Delegato Apostolico, Mons. Angelo Giuseppe Roncalli, visse 8 anni dei 10 trascorsi in Bulgaria), la Mostra fotografica dedicata al Matrimonio tra Re Boris III di Bulgaria e la Regina Giovanna, nata Principessa di Savoia, che fu celebrato ad Assisi, nell’ottobre 1930, nella Basilica di San Francesco. All’inaugurazione della Mostra - organizzata dall’Ambasciata dell’Ordine di Malta a Sofia in collaborazione con i Lions Club di Assisi e di Sofia e con la Fondazione Re Boris e Regina Giovanna - sono intervenute oltre 400 persone tra le quali numerosi esponenti della vita religiosa, politica, diplomatica, accademica e culturale bulgara.
Tutti i canali televisivi e radiofonici bulgari, così come la stampa quotidiana, hanno dato ampio risalto all’evento. Alla presenza di Re Simeone II e della Regina Margherita; del Nunzio Apostolico e degli Ambasciatori di Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Russia, Serbia e Spagna; del Segretario Permanente del Ministero degli Esteri, del Direttore Generale del Protocollo dello stesso Ministero e di alti dirigenti di altri Ministeri, hanno preso la parola il Nunzio Apostolico Mons. Bolonek; l’Esarca Apostolico e Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica Mons. Proykov; il Vescovo Ortodosso Mons. Tihon, Arciprete della Cattedrale di Sant’Alexander Nevski di Sofia; l’Ambasciatore dell’Ordine di Malta, Zuccoli, e il Presidente del Lions Club di Assisi, Carli.
L’Ambasciatore Zuccoli ha così concluso: “Le fotografie, le lettere, i ricordi esposti in questa Mostra testimoniano il legame forte e affettuoso tra la Regina Giovanna – la Regina francescana – e Assisi, nella devozione tenerissima a San Francesco. Assisi, alla quale sempre andava il suo pensiero. Il Santo della fratellanza, al quale sempre rivolgeva le sue preghiere, negli anni sereni – troppo pochi – della sua vita in Bulgaria; negli anni terribili e tragici della guerra e, poi, nella lunga, forzata lontananza dalla Patria bulgara tanto amata. Nell’ottobre 1930 un nodo d’amore fu consacrato nella Chiesa di San Francesco d’Assisi, da dove la luce splendente del suo insegnamento illumina il mondo. Quel nodo legò indissolubilmente il Re Boris e la Regina Giovanna; Assisi e la Bulgaria. Oggi, come ieri, quel nodo d’amore parla ai nostri cuori e ci ricorda i valori essenziali della vita: la Fede; la dedizione al bene comune; la responsabilità; il dovere.
Ascoltiamolo.”.
La Mostra, che resterà aperta a Sofia fino a metà luglio, proseguirà poi per le città di Varna, Bourgas, Plovdiv, Russe, Vidin e Veliko Tirnovo.
DATA: 27.06.2011
 
ROMA: IN CAMPIDOGLIO RICORDATO VITTORIO EMANUELE II
     
ROMA: IN CAMPIDOGLIO RICORDATO VITTORIO EMANUELE II        Su iniziativa dell'istituto Nazionale per la Guardie d'Onore alle Reale Tombe del Pantheon, con il patrocinio del Comune di Roma, venerdì 24 giugno 2011, nella sala della Protomoteca in Campidoglio, è stata ricordata la figura del Padre della Patria: il Re Vittorio Emanuele II. La giornata, introdotta dal Presidente delle Guardie d'Onore, Capitano di Vascello Ugo d'Atri, ha previsto gli interventi di vari docenti universitari che hanno analizzato gli aspetti socio-politici, storici e personali del primo Re d'Italia. Si sono succeduti i Professori Stefano Monti Bragadin dell'Università di Genova, Antonio Bellizzi dell'Università di Firenze, Riccardo Scarpa dell'Università Roma Tre, Nicola Neri dell'Università di Bari e Ciro Romano dell'Università di Turku. Il vicesindaco Mauro Cutrufo, in rappresentanza del Sindaco Alemanno, ha portato il saluto dell'Amministrazione comunale.
    Presente il Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero, acclamato da un lungo e caloroso applauso da parte dei convenuti. In rappresentanza della Consulta dei Senatori del Regno presenti i consultori Vincenzo Vaccarella e Giannandrea Lombardo di Cumia.
ROMA: IN CAMPIDOGLIO RICORDATO VITTORIO EMANUELE II
Sergio Boschiero e Vincenzo Vaccarella in prima fila durante il convegno.

DATA: 24.06.2011
  
CASALBORGOGNE: UNA RIFLESSIONE SUL PAESE CHE VORREBBE DEDICARE UNA PIAZZA AL RE UMBERTO II
     
        LETTERA APERTA AI CONTESTATORI DELLA PIAZZA UMBERTO II, AI GIORNALISTI DE “LA STAMPA” CHE NE HANNO SCRITTO CREDENDOSI SPIRITOSI, ALL’EX SINDACO COMUNISTA DI TORINO DIEGO NOVELLI, ALL’ANPI E A TUTTI COLORO I QUALI, CON PROFONDO SPIRITO ANTIDEMOCRATICO, CREDONO ANCORA DI POTER IMPORRE LA LORO VISIONE PARTIGIANA (NEL SENSO DI “DI PARTE”) DELLA STORIA.

Umberto IIAntefatto.
Con regolare delibera, alcuni mesi fa il Comune di Casalborgone, piccolo e ridente borgo della collina torinese, decideva di accogliere l’istanza di un’associazione culturale del paese, denominata “ ‘L Leu” di dedicare uno spazio pubblico al IV e ultimo Re d’Italia, Umberto II di Savoia.
    Nulla di più normale, direte voi. L’Italia è, in fondo, una Repubblica, e come la Repubblica francese si fa vanto di affondare le proprie radici nei 40 Re che la hanno preceduta, del pari la Repubblica italiana sembrava in questi ultimi anni aver metabolizzato la propria discendenza dal Regno d’Italia.
    Basterebbe fare una passeggiata per le vie di Torino, imbandieratissima in occasione del 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia (e non dell’unità), per rendersi conto del numero di tricolori con lo scudo sabaudo che sventolano ai balconi della città.
    Del resto, non sono stati proprio due Presidenti della Repubblica italiana, Cossiga e Ciampi, a compiere al massimo livello istituzionale quel discorso di recupero delle radici comuni degli italiani radici che, piaccia o no, affondano nel risorgimento, che è sabaudo?
    E invece no.
    E’ infatti bastato che il Sindaco di Casalborgone accogliesse la proposta di dedicare una piazzetta al Re Umberto II perché si scatenasse la solita boriosa, antistorica ridda di polemiche che i professionisti della falsificazione sono usi opporre a qualsiasi analisi storica difforme dai propri dogmi, a qualsiasi attività culturale che mini il loro ferreo controllo sulla memoria storica.
    Cari signori, chi vi scrive è un semplice cittadino. Torinese, appassionato di storia, di formazione culturale e politica  liberale, avverso a qualsiasi forma di dittatura. E proprio perché nemico di ogni forma di ideologia totalitaria e prevaricazione, non posso più tollerare le vostre insulse argomentazioni, il veleno che scorre dalle vostre penne.
    Cari signori, la vostra egemonia culturale è  tramontata, rassegnatevi.
    Quella contro piazza Umberto II è una battaglia di retroguardia, ma ha l’indubbio ed oggettivo merito di svelare ancora una volta, manco ce ne fosse bisogno, la vostra reale natura, che è profondamente antidemocratica.
    Cari signori dell’ANPI, caro Novelli, la questione  qui è molto semplice.
    Da un lato dovete rendervi conto che il Sindaco di Casalborgone è stato democraticamente eletto, e sarà democraticamente giudicato dagli elettori alle prossime votazioni. La delibera è stata votata ed  approvata da un organo democratico, non vedo quindi a quale titolo o per quale ragione l’amministrazione comunale dovrebbe ritornare sui propri passi, accettando così che lo strepitio di alcuni prevalga sulla volontà della maggioranza degli elettori.
    D’altro lato, cari signori, ma proprio col mite Re Umberto II dovevate andare a prendervela?
    Via, ma leggete, studiate, approfondite.
    Capisco che per voi sia molto più  facile vivere di slogan e di semplicissime equazione Savoia = fascismo = cattivi, ma non è così.
    Non ho alcuna intenzione di ritornare in questa sede ad elencare i meriti storici della figura sabauda: il suo antifascismo, il suo desiderio di farsi paracadutare nel nord per porsi a capo della Resistenza, il suo abbandono del Trono prima della proclamazione dei risultati del referendum per evitare la guerra civile, il suo rispetto delle istituzioni repubblicane, la beneficenza fatta, il lascito della S. Sindone al Papa (con l’impegno alla sua conservazione a Torino) ecc….., non è il luogo. Mi limiterò ad invitarvi a leggere qualche buon libro di storia, come quelli dell’ex assessore Pd Gianni Oliva, oppure a guardare la fiction che un paio d’anni fa la Rai dedicò all’ultimo Re e all’ultima Regina (forse vi è più congeniale).
    Mi sorge però un dubbio. E se voi queste  cose le sapeste benissimo?
     Se voi foste pienamente coscienti dell’insussistenza di ragioni oggettive per opporsi all’intitolazione di una piazza a Re Umberto e foste unicamente animati dall’ideologico odio non tanto nei confronti del povero Re, quanto piuttosto nei confronti di chi, oggi, si permette di minacciare la vostra egemonia sulla Resistenza, così strappandovi il monopolio che vi siete creato e che vi consente di vivere di rendita, culturale, ma non  solo?
    Oddio, e se fosse proprio così? In fondo, il pandemonio lo avete scatenato quando si è diffusa la voce che la targa di dedica della Piazza al Re sarebbe stata offerta dai reduci dei “Combattenti delle Forze Armate regolari della Guerra di Liberazione”, e cioè dai reduci dei combattenti partigiani che lottarono per la Libertà con il fazzoletto azzurro al collo e non con il ritratto di Stalin nella tenda.
    Infine, concludo con un invito a tre persone.
    In primo luogo a Diego Novelli. Ma cosa vuole, cosa c’entra, chi è?
    Un ex sindaco di Torino, noto per aver combattuto la metropolitana in quanto dallo stesso considerata troppo “borghese” in confronto al “proletario tram”! Già solo per questo motivo, per aver fatto perdere alla Città di Torino preziosi anni, per aver fatto respirare ai suoi cittadini fumi di scarico di auto per anni dovrebbe avere il buon gusto di sparire dalla circolazione ed andare a nascondersi, evitando di mostrare la sua “caratteristica ed allegra” faccia in giro. Tralasciamo poi come il suddetto personaggio ancor oggi si dica orgogliosamente comunista e militi in un partito che ha come emblema la stessa bandiera (uguale uguale) sotto la quale Stalin, Mao, Pol Pot hanno ammazzato qualche decina di milioni di esseri umani. E’ un po’ come se qualcuno militando in un partito con la svastica come simbolo si permettesse di venire a dare lezioni di democrazia. Verrebbe giustamente preso a calci; quindi, caro Novelli, taccia, si vergogni e metaforicamente si prenda un bel calcione nelle terga.
    In secondo luogo ai signori Di Poppa e Canotti, che su La Stampa del 17 giugno hanno scritto un articoletto sulla questione. A voi, che dire. Penso che vi crediate pungenti e spiritosi. La realtà è che il vostro brano era solamente penoso.
    Con profonda disistima.
Edoardo Pezzoni Mauri
Presidente U.M.I. Torino
DATA: 22.06.2011
 
GIOVANI MONARCHICI: AMEDEO DE DOMINICIS SUL CONVEGNO F.M.G.
     
Amedeo De Dominicis, Segretario nazionale F.M.G.        Si è concluso oggi a Castel di Sangro il convegno di formazione quadri che ha coinvolto i  responsabili regionali del Fronte Monarchico Giovanile. Nei tre giorni i giovani hanno avuto modo di affrontare le questioni relative alla struttura nazionale e riflessioni su come procedere per meglio raggiungere gli obiettivi preposti. Nella giornata di sabato un preparatissimo parterre di relatori ha snocciolato anche le tematiche più ostiche, affrontando l'operato dell'Unione Monarchica tra passato presente e futuro. Proprio quest'ultimo è stato il protagonista di questi giorni; si è parlato di futuro monarchico, di come portare avanti la Causa che instancabilmente i sostenitori della Corona, riuniti sotto la sigla dell'Unione Monarchica Italiana, portano avanti dal 1944, allora a fianco del Re Umberto II. Grande spazio è stato dato alla situazione attuale del nostro Paese, analizzando il quadro politico e la situazione economica, senza tralasciare le questioni più importanti in ambito ambientale. I giovani monarchici si riuniscono e riflettono insieme per il bene della nostra Patria, son determinati e preparati ad occuparsi delle questioni che quotidianamente affliggono la nostra Nazione, insieme pensano e progettano un futuro migliore convinti che il domani sarà determinato principalmente dall'operato dei giovani di oggi. I monarchici progettano un futuro comune, quel futuro che possa esser degno di un Paese come il nostro e che risulti essere sano e forte proprio come avrebbe desiderato il nostro ultimo Sovrano.
Amedeo De Dominicis  
Segretario Nazionale F.M.G.
Castel di Sangro, 19 Giugno 2011
DATA: 21.06.2011

LA TORINO DEI BAMBOCCIANTI
     
La Torino dei Bamboccianti - Anna Cremonte Pastorello        Tra i tesori esposti a Palazzo Madama, che per decenni sono rimasti invisibili agli occhi dei torinesi e degli appassionati d'arte, ammiriamo molti quadri di Pietro Domenico Olivero, Giovanni Michele Graneri, Pietro Maurizio Bolckman, che raffigurano scene di vita cittadina tra 600 e 700. Parliamo delle bambocciate, che nella fioritura della tavolozza di colori e di soggetti sono testimonianze di vita, riflesso di un’epoca: fiere, feste della Madonna, distribuzione della minestra ai poveri, mercati, falò, alberi della cuccagna. Come scrive Anna Cremonte Pastorello di Cornour nel suo nuovo libro “La Torino dei Bamboccianti” (Cittadini dell’Ordine-Associazione Immagine per il Piemonte-Alzani), in queste tele piemontesi spiccano la quotidianità, la vita di tutti i giorni, con il lavoro, in casa e all’aperto, i mestieri, il medico, il cavadenti, il cantastorie, i giullari che si esibivano per le strade, in qualche spiazzo fra una casa e l’altra.
Ma perché questo strano nome e chi sono questi pittori? Il termine “Bambocciata” nasce con il genere di pittura ispirato a scene quotidiane di vita popolare del Bamboccio, ossia di Pieter Van Laer (1582-1642) e deriva dal fiammingo “bamboots” (che significa “sgraziato”) con cui era soprannominato il gobbo e sproporzionato artista olandese.
Il compito dei Bamboccianti era quello di ritrarre il mondo di quei poveri, che si contrappongono ai “ricchi mai contenti”, sono “contenti” di non avere alcunché da rischiare e soprattutto sono lieti di non poter commettere i peccati che derivano dalla ricchezza, dei quali peccati si voleva far sentire colpevoli i ricchi, affinché ne provassero rimorso e trovassero il perdono di Dio nella Chiesa, in quanto unica depositaria della remissione dei peccati. Ecco quindi l'atmosfera che non troviamo nei quadri delle bambocciate, nelle quali manca del tutto la degradazione sia fisica che morale, l’infelicità senza speranza ed è proprio la totale mancanza di drammaticità a rendere gradite alle classi ricche queste pitture che potevano adornare le pareti delle loro dimore, senza suscitare alcun rimorso. Un ottimo regalo per gli appassionati di storia torinese.
Vittorio G. Cardinali
Anna Cremonte Pastorello
LA TORINO DEI BAMBOCCIANTI
Alzani Editore - pagg. 179 - Euro 20,00
DATA: 21.06.2011
  
“IL CERCHIO” INTERVISTA IL PRESIDENTE DELL'U.M.I. AVV. ALESSANDRO SACCHI
    
Intervista al Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, pubblicata
sulla rivista "Il Cerchio" n° 78/79 del gennaio-giugno 2011


Il Presidente dell'U.M.I. Alessandro Sacchi    Alessandro Sacchi, 46 anni, napoletano, avvocato, è il più giovane presidente nella storia dell'Unione Monarchica Italiana, ed il primo nato in Repubblica.
    Recentemente Ella ha assunto l'alto e impegnativo incarico di Presidente Nazionale dell'U.M.I. La storica ormai, e gloriosa unione degli italiani di convinzione monarchica ma che della Repubblica hanno sempre fedelmente osservato le regole, seguendo l'esempio di Umberto di Savoia l'ultimo Re d'Italia. Vuole dirci oggi cosa significa dirsi monarchici?
    I monarchici sono negli ultimi anni molto cambiati. Quasi scomparsa ormai la generazione che ricordava il discusso e discutibile referendum istituzionale del 1946, si e consolidata in molti giovani e giovanissimi la convinzione che al vertice dello Stato debba sedere un soggetto veramente terzo ed imparziale, privo di ogni colore politico, anche solo riferibile ad un lontano passato e che non abbia mai militato in un partito.
    Giova molto, in un'Europa attraverso la quale con estrema facilità i giovani si spostano, la considerazione comparative di istituzioni solide e rassicuranti, come quelle inglesi, belghe, spagnole, svedesi, norvegesi, olandesi: insomma, la visione della Monarchia intesa come meccanismo costituzionale che, dove applicato, funziona. Proviamo ad immaginare, nella veste di Capo dello Stato, Amedeo di Savoia Duca d'Aosta.
    E quale azione concreta Ella intende pilotare in uno scenario politico e istituzionale tanto complesso e articolato qual è quello di oggi in Italia?
    In un contesto internazionale dove il principio di nazionalità è sempre più compresso da istituzioni sovranazionali, basti pensare all'Europa comunitaria, ed il principio sacrosanto della sovranità popolare, che soggiace in maniera preoccupante alle esigenze delle oligarchie economiche che ci hanno trasformato in un popolo di "consumatori", noi siamo molto attenti a ricordare agli italiani che non sempre le proposte meglio pubblicizzate sono le migliori.
Molti dei nostri iscritti, che detto per inciso sono più di settantamila e sono distribuiti su tutto il territorio nazionale, sono al servizio delle istituzioni come amministratori locali, quindi diamo il nostro piccolo contributo alla soluzione dei problemi sul territorio, quando possiamo occuparcene.
Attraverso il nostro sito www.monarchia.it, che conta migliaia di contatti giornalieri, riusciamo a comunicare con dirigenti ed iscritti, che ci sottopongono i quesiti più vari. Tale presenza telematica può rivelarsi determinante soprattutto in occasioni elettorali o referendarie: saremo presenti con scelte, da individuarsi caso per caso, nelle prossime consultazioni referendarie. Personalmente ritengo che, ad esempio, la "privatizzazione dell'acqua" sia una follia.
Si e molto parlato nelle ultime settimane del Risorgimento. Bene, è necessario che l'Italia intraprenda una nuova stagione risorgimentale: un Risorgimento delle Idee, dei Valori e della Politica.IL CERCHIO - ANNO XVI - GENNAIO/GIUGNO 2011 - 78-79
    Sono in corso le celebrazioni dell'Unita d'Italia. Meno, invece, si parla e si sottolinea il valore della Libertà e soprattutto dell'Indipendenza di cui i Padri fondatori del Risorgimento furono strenui sostenitori. Ritiene che lo scenario oggi sia tale da consentirci di parlare liberamente di indipendenza della nostra Nazione?
    Diceva un saggio che la libertà di un individuo finisce là dove comincia la libertà di un altro individuo; credo che questo principio possa applicarsi anche alle nazioni ed ai popoli.
L'Italia è una nazione molto apprezzata in tutto il mondo, soprattutto da quando, da qualche anno, ha iniziato ad avere una sua politica estera, indipendente dagli schieramenti, diciamo, di "blocco".
Vi sono delle emergenze planetarie alle quali bisogna dare delle risposte: immigrazione, energia, inquinamento, distribuzione delle risorse, tutti aspetti di uno stesso problema, la sovrappopolazione. Presto bisognerà gestire queste emergenze e l'Italia potrà e dovrà fare la sua parte.
    La nostra rivista dedica da sempre molto spazio a Napoli. Una città monarchica nel profondo della sua storia e dei suoi sentimenti. Una città martoriata da mille problemi, la cui prima soluzione a certo una solida unità d'intenti delle menti pensanti per la definizione di un grande progetto unitario di riscatto e di rilancio. Come pensa che l'U.M.I. possa fattivamente intervenire, dando avvio ad un progetto tanto alto e nobile? Quali sinergie, contatti e interlocuzioni andrebbero messe a punto?
    Napoli è la mia città e, pur muovendomi per la penisola continuamente, risento fortemente dei suoi disagi e delle sue ferite.
L'Unione Monarchica Italiana non e un partito, pertanto non partecipa direttamente alle competizioni elettorali; tuttavia, come già in passato, siamo pronti a sostenere progetti, da qualunque parte provengano, che abbiano a cuore il Risorgimento della città. Saremo severi sui programmi, ma soprattutto sulle persone.
DATA: 20.06.2011
  
UNA FATWA NEOBORBONICA: CHE PAURA!
     
Ferdinando di Borbone    “Il patron della casa editrice Laterza di Bari, ha sostenuto alcune tesi in una sua intervista in risposta alla tesi antigaribaldine di De Laurentiis che, da imprenditore e appassionato di storia napoletana, si è liberato dei complessi di inferiorità e dei falsi miti che ci accompagnano da 150 anni dimostrando, con orgoglio e capacità, che anche a Napoli si può essere vincenti (l’unica cosa che funzioni a Napoli è il Napoli…). Se Laterza, però, sostiene che Napoli – deve smetterla di sognare di diventare capitale di un regno che non c’è più… - che la nostalgia borbonica non serve a disegnare il futuro (e Benedetto Croce non l’avrebbe tollerato)…che tutti questi sentimenti sono solo partenopei e neanche campani…che il Sud ricco e felice espropriato da un Nord rapace e feroce è solo un luogo comune…che la Napoli-Portici era solo un giocattolo per portare il re al mare…ed è colpa del Sud se non è riuscito a tenere il passo…Non condividendo nessuna di queste tesi, suggeriamo a tutti gli amici neoborbonici (e soprattutto ai tanti docenti presenti tra noi) di non comprare più libri della casa editrice Laterza…Il vecchio editore di Croce, evidentemente, non ha saputo ancora che da allora in poi studi e ricerche sono andati avanti senza nostalgie ma con dati e documenti che dimostrano l’esatto contrario di quanto affermato nella sua intervista al Corriere del Mezzogiorno. Il Movimento Neoborbonico, inoltre, invierà a tutti gli industriali campani una copia di – Malaunità. 150 anni portati male – il libo dossier che raccoglie gli scritti inediti degli autori più rappresentativi e artefici della ricostruzione della verità storica negli ultimi anni (Pino Aprile, Lorenzo Del Boca, Gigi Di Fiore, Lino Patruno, Ruggero Guarini, Jean Noel Schifano).
Estratto del comunicato stampa dei neoborbonici pubblicato dopo la polemica per le dichiarazioni del presidente del Napoli Calcio, dottor De Laurentiis, il quale poneva sotto accusa ancora una volta l’Unità del Paese e l’opera di Garibaldi, con le risposte dell’editore Laterza e non solo, pubblicate in questi giorni dal Corriere del Mezzogiorno.
Noi, invece, ci auguriamo che gli storici, quelli veri, continuino ad acquistare e scrivere per Laterza.
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita - Pietramelara (Ce)
DATA: 18.06.2011

IL TEATRO COMUNALE DI TERAMO
     
Fabrizio Primoli: IL TEATRO COMUNALE DI TERAMO    Segnaliamo il nuovo lavoro del giovane Fabrizio Primoli su il Teatro Comunale di Teramo, un gioiello architettonico realizzato dall'illustre Architetto Nicola Mezucelli fra mille difficoltà e dopo secoli di dinieghi da parte delle autorità borboniche che costituì per quasi novant'anni il cuore della cultura e dell'arte in città.
    Lustro dell'intero territorio provinciale, vide la luce nei travagliati anni dell'unità d'Italia e, travolto dall'onda del modernismo, fu demolito nel 1959, lasciando un vuoto infinito nel cuore dei teramani. Quest'opera è la prima a ripercorrere in maniera organica la nascita, l'attività e le sorti di questo sfortunato teatro.
    L'opera beneficia di una breve illustrazione ad opera del Dott. Eugenio Soldà, Prefetto della Provincia di Teramo, nonché del patrocinio della Regione Abruzzo, della Provincia di Teramo e del Comune di Teramo.
    La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha inoltre concesso l'autorizzazione all'utilizzo del logo ufficiale delle Celebrazioni dei 150 anni dell'Unità Nazionale.
In data 1 giugno 2011, altresì, la Presidenza della Repubblica ha concesso all’autore, una medaglia di rappresentanza che verrà consegnata, dopo aver letto la relativa motivazione, dal Sindaco in occasione del convegno di presentazione.

Il Teatro Comunale di Teramo
1868-1959 Fasti e miserie, fra silenzi e applausi in appena novant'anni di vita
Autore: Fabrizio Primoli
Formato: 15x21 cm Pagine: 184
Codice ISBN: 9788896395387
Prezzo: euro 20,00
DATA: 16.06.2011
 
ALESSANDRIA: INCONTRO SULLA REGIA MARINA
     
Regia Marina - foro da internet     Sabato 18 giungo alle ore 16 nella Galleria "Les Artistes" di via Vochieri 25,  il consigliere comunale Carmine Passalacqua presenterà il volume "Marina sabaudo-sarda : dal Conte Rosso all'Unità d'Italia" edizione Ananke del 2011, grazie alla generosa ospitalità della titolare e mecenate degli Artisti, dott.ssa Roberta Ossola,  con la quale si può collaborare al fine di valorizzzare le opere in mostra dello stesso autore del volume ed anche pittore Massimo Alfano, il quale ha condotto una ricerca specifica sulle navi usate nei secoli precedenti all'800, oltre a  presentare le gesta eroiche della nostra Marina Militare prima Sarda , poi ancora nel lungo periodo di guerre , fino a quando non venne ammainato il Tricolore del Regno, tanto caro a Casa Savoia con figure luminose come il Duca degli Abruzzi, Luigi di Savoia , e le imprese stupefacenti dei "maiali" sottomarini del Marchese Durand de La Penne e del Duca di Spoleto, Ajmone di Savoia e gli alessandrini M.O.V.M. Vittorio Moccagatta ed il Conte Giovanni Figarolo di Gropello , pluridecorato di guerra e per lungo servizio a cui è dedicata una sala della sede dei Marinai alessandrini.
    Vi aspettiamo per brindare con noi al termine della conferenza e festeggiare la  MARINA ancora impegnata in azioni di pace in tutto il mondo !
    Con il patrocinio delle associazioni d'arma Marinai d'Italia ed Istituto per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon sezioni di Alessandria.
DATA: 14.06.2011
  
L'U.M.I. DI ASTI AL RADUNO DEI MARINAI D'ITALIA
     
L'U.M.I. DI ASTI AL RADUNO DEI MARINAI D'ITALIA    Domenica 12 giugno 2011 la Sezione U.M.I. di Asti ha partecipato al raduno provinciale dell’Associazione dei Marinai d’Italia che si è tenuto ad Asti al Santuario della Madonna del Portone, famosa meta di fedeli provenienti da tutta la provincia.
    Alla Santa Messa in suffragio dei caduti della Marina di tutte le guerre, officiata dal Rettore del Santuario, erano presenti le autorità civili, militari e religiose cittadine e alcune Associazioni d’Arma, tra cui le Guardie d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Asti.
    Durante la cerimonia è stata letta la preghiera del Marinaio e sono stati resi gli onori alla lapide posta a ricordo dei Marinai defunti, situata all’interno del Santuario.
    Per la Sezione U.M.I. di Asti erano presenti il Presidente Luigi Caroli, il Segretario Antonio Ambrosino e molti iscritti.
DATA: 14.06.2011
 
65 ANNI FA RE UMBERTO II LASCIAVA L'ITALIA
     
il Re Umberto II
         Il 13 giugno 1946, dopo un gesto rivoluzionario del Governo di allora, il Re Umberto II partiva per un esilio che sarebbe durato 37 anni e dura ancora, nonostante siano passati 28 anni dalla Sua morte.
    A sessantacinque anni da quella partenza, l'Unione Monarchica Italiana rende omaggio alla Sua adamantina figura, nella speranza che possa al più presto trovare degna sepoltura nel Pantheon.
Roma, 13 Giugno 2011
DATA: 13.06.2011
 
GENOVA: LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RENDE OMAGGIO A CAVOUR
In sintonia con il comunicato emesso dalla Presidenza della Consulta del Senato del Regno in occasione del 150° anniversario della scomparsa del Conte Camillo Benso di Cavour, ricorrenza volutamente ignorata dallo Stato,  i Consultori Arduino Repetto, Giuseppe Tarò e Gianni Stefano Cuttica, in collaborazione con la Direzione Provinciale dell'U.M.I. di Genova, hanno provveduto  a deporre un omaggio floreale ai piedi dell'unico busto genovese che ricorda il Grande Statista, nel Palazzo della Borsa di Genova in via XX Settembre.     
    In sintonia con il comunicato emesso dalla Presidenza della Consulta del Senato del Regno in occasione del 150° anniversario della scomparsa del Conte Camillo Benso di Cavour, ricorrenza volutamente ignorata dallo Stato,  i Consultori Arduino Repetto, Giuseppe Tarò e Gianni Stefano Cuttica, in collaborazione con la Direzione Provinciale dell'U.M.I. di Genova, hanno provveduto  a deporre un omaggio floreale ai piedi dell'unico busto genovese che ricorda il Grande Statista, nel Palazzo della Borsa di Genova in via XX Settembre.     
    Alla cerimonia erano presenti anche il Consigliere Comunale di Genova dott. Gianni Bernabò Brea,  il cav. Giacomo Scarsi ed il dott. Andrea Pedemonte Cabella.
DATA: 08.06.2011
 
LO STATO DIMENTICA CAVOUR NEL 150° DELLA SUA MORTE?
     
Cavour - foto da internet    La Consulta dei Senatori del Regno addita agli italiani la figura e l’opera del Conte Camillo Benso di Cavour. Il 4 luglio 2007 il Parlamento italiano, presente il Capo dello Stato, doverosamente ricordò Giuseppe Garibaldi nel bicentenario della sua nascita; altrettanto non accade per Cavour nel 150°della sua morte (Torino,6 giugno 1861).
    Eppure, presidente del Consiglio dei Ministri di Vittorio Emanuele II di Sardegna dal 1852 alla morte, Camillo Cavour  fu artefice dell’unità d’Italia e del governo parlamentare.
La Consulta ricorda che Cavour presentò anzitutto al Senato le leggi fondative del Regno: l’assunzione del titolo di Re d’Italia per sé e i successori da parte di Vittorio Emanuele II (approvata il 14 marzo 1861) e la formula per la promulgazione di leggi e decreti: “per grazia di Dio e volontà della Nazione” (17 aprile).
    Nel 150° della sua morte, la Consulta evoca Camillo Cavour in Roma, che il 25 marzo 1861 egli propose capitale d’Italia con il sostegno e il plauso di Alessandro Manzoni, di padre Luigi Tosti, abate di Montecassino, e di p. Carlo Passaglia S.J., poi deputato alla Camera.
   
Roma, 5 giugno2011, 150ª Festa nazionale dell’Unità e dello Statuto.
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 04.06.2011
  
PARATA DEL 2 GIUGNO: SEQUESTRATI TRICOLORI SABAUDI
     
La Bandiera del Regno sventola nei pressi dell'Altare della Patria il 2 giugno 2011L'Unione Monarchica Italiana esprime la propria calda solidarietà ai monarchici che, in occasione della parata del 2 giugno, tenutasi in via dei Fori Imperiali a Roma, si sono visti sequestrare da agenti della Polizia due tricolori sabaudi con la singolare motivazione che avrebbero turbato la sensibilità di Giorgio Napolitano.
Dopo l'identificazione dei monarchici presenti, le bandiere sono state riconsegnate ai proprietari, ammoniti con commenti sarcastici.
Il fatto si commenta da solo. Reputiamo paradossale questo comportamento anche perché, proprio durante la parata, gli stessi militari in uniforme storica hanno sfilato anche con il suddetto tricolore sabaudo. Dopo 65 anni dal contestato referendum istituzionale la repubblica ha ancora paura di un simbolo?
DATA: 04.06.2011
  
DE GASPERI AL PANTHEON? IL NO DI SERGIO BOSCHIERO

il Pantheon di Roma      Roma, 26 mag. - (Adnkronos) - "Sono contrario, per motivi giuridici e anche di opportunità storica e politica". E' netto il giudizio di Sergio Boschiero, segretario nazionale dell'U.M.I., l'Unione
Monarchica Italiana, rilasciato all'ADNKRONOS a proposito della richiesta di trasferire al Pantheon la tomba di Alcide De Gasperi, ora nella basilica romana di San Lorenzo al Verano, avanzata dal  segretario del movimento Rinascita popolare, Publio Fiori.
      "Anzitutto - spiega Boschiero - mancherebbe un fondamento giuridico. Perché i Savoia stanno al Pantheon? Perché - ricorda – fu firmato in tal senso un accordo fra lo Stato italiano e la Chiesa
cattolica nel 1878, oggetto anche di una delibera del Consiglio comunale di Roma". E poi, osserva, "in Italia tanti fanno confusione tra la funzione simbolica del Pantheon di Roma e quella del Pantheon di Parigi: quello francese é in effetti il luogo dove vengono sepolti i Grandi di Francia, benemeriti delle lettere, delle arti, della musica, delle scienze. Ma a Roma, é destinato solo a ospitare le tombe dei Re Savoia".Allcide De Gasperi - foto da internet
      Ma c'e' anche Raffaello Sanzio sepolto al Pantheon... "Sì - replica il segretario dell'U.M.I. - ma perché ne fece espressa richiesta nel testamento, che fu accettata dal Papa viste le enormi benemerenze artistiche accumulate dal grande artista in vita, proprio con la Chiesa".
Inoltre, per Boschiero, "ospitare la tomba di De Gasperi al Pantheon creerebbe un precedente che rischierebbe di allargarsi a macchia d'olio, con analoghe richieste nel tempo. E segnerebbe una nuova frattura, rispetto al fatto che nel Pantheon mancano ancora all'appello due Re, Vittorio Emanuele III e Umberto II, e due regine, Elena e Maria José".
      Boschiero sostiene infine che "per i riconoscimenti ad altre personalità storiche e culturali, in Italia c'e' la basilica di Santa Croce a Firenze. Ma credo che De Gasperi stia bene nella basilica di
San Lorenzo a Roma. Comunque, al Pantheon non ci piace proprio".
DATA: 31.05.2011

STAZIONE TERMINI: VENTENNE  FERITO GRAVEMENTE IN UNA RISSA – ARRESTATE E TRADOTTE A REGINA COELI 4 PERSONE DI NAZIONALITA’ POLACCA

foto da internet      Il pronto intervento di una pattuglia della Polizia Municipale del Nucleo speciale della Stazione Termini, comandata dall’Ufficiale Sergio F., ha evitato conseguenze peggiori ad un cittadino somalo di circa 20 anni che è stato, questa mattina alle ore 11,00, prima aggredito e poi “tagliato” in varie parti del corpo, presumibilmente da bottiglie di vetro, da quattro persone di nazionalità polacca in stato di ebbrezza in Via Marsala nei pressi della Stazione Termini.
La professionalità degli Agenti della Municipale, che prontamente  hanno fatto scattare le manette ai polsi dei quattro aggressori che sono stati immediatamente condotti all’Ufficio Stranieri per l’identificazione, ha  disinnescato una miccia che poteva esplodere ed avere conseguenze più devastanti sia per i “gruppi” di stranieri di varie etnie che “bivaccano” ai margini della Stazione, sia per i passanti e viaggiatori  che  alle ore 11,00 affollavano i marciapiedi al momento della rissa.
Il giovane somalo ferito gravemente è stato immediatamente portato d’urgenza al Policlinico dove è stato posto ad intervento chirurgico ed è stato ricoverato in prognosi per 40 giorni s.c.
La pattuglia composta da un Ufficiale uomo e da due donne in divisa hanno dimostrato, anche in questa occasione , che il Corpo della Polizia Municipale della Capitale è fortemente operativo nel mantenimento della vivibilità  e della Sicurezza Locale nella città.
L’OSPOL chiede alla Amministrazione Comunale  l’istituzione, in tutte le Stazioni ferroviarie  e nelle Stazioni più importanti della Metro, l’istituzione  di  Nuclei di Reparti Speciali della Polizia Municipale per combattere il fenomeno, ormai dilagante,  dei senza fissa dimora che quotidianamente lottano tra di loro  per prendere possesso dei marciapiedi e delle panchine  delle  Stazioni ferroviarie e Metro della Capitale.
Il Sindacato OSPOL chiede al Sindaco Alemanno di insignire i 3 Agenti Municipali del massimo riconoscimento  di Roma Capitale.
Alle ore 16,00 il Magistrato di turno a confermato l’arresto dei 4 aggressori che sono stati tradotti nelle Carceri di Regina Celi in attesa di processo.
DATA: 31.05.2011
      
ALTRO CHE ITALIA! QUESTA E’ AFRICA…

Giovani “nullafacenti”, ossia la generazione “neet”, sono oltre due milioni, il 22,1% hanno tra i 15 ed i 29 anni; cittadini a rischio povertà o esclusione sociale sono 15milioni, il 24,7% della popolazione; 800mila le donne che hanno perso il lavoro causa gravidanza ne biennio 2008-2009 pari all’8,7%  della forza lavoro femminile; crollo alla propensione al risparmio; oltre mezzo milione i posti lavoro persi nella fascia di età 15-19 anni; crescita del PIL in Italia pari allo 0,2 (dati ultimo rapporto Istat). “l’Italia è arretrata di 10 anni…” (Emma Marcegaglia – Presidente Confindustria); “Il Paese è in crisi, la gente è stanca delle risse” (Card.Angelo Bagnasco – Presidente della Cei); su un totale di 16 milioni di assegni erogati dalla previdenza sociale, il 50,8% è inferiore ai 500 euro, il 79% sono sotto la soglia dei 1000 euro (Antonio Mastrapasqua – Presidente dell’Inps); c’è un pensionato che ogni mese incassa un assegno di 90mila euro; un altro ne incassa 31mila; e poi c’è la tribù dei “mandarini” e dei “boiardi” di Stato e privati che hanno redditi da sceicchi, tra benefit, stock-options ed altre prebende, e si potrebbero continuare a lungo…
Precariato, licenziamenti, chiusure di fabbriche, cantieri navali ed edili, criminalità “padrona” di intere regioni non solo del Sud, perdita di valori, istruzione pessima come altri primari servizi: dalla sanità ai trasporti, per non parlare del “bubbone” dei rifiuti a Napoli. E poi intolleranza verso il fenomeno dell’immigrazione in assenza di vere politiche di accoglienza e di tutela dei diritti-doveri degli stranieri; corruzione, lavoro nero, lassismo verso la delocalizzazione industriale, nessuna politica di incentivazione per l’imprenditoria, ecc.ecc.
Era questo il Paese che nel 1861 desideravano coloro che lottarono e morirono per la sua nascita? Non dobbiamo scandalizzarci delle parole del conte Farini, il quale esasperato dalla situazione di Napoli, in qualità di Luogotenente generale, scrisse al grande Cavour e che abbiamo riportato nel titolo!
Noi monarchici non siamo sordi e ciechi di fronte all’attuale situazione della nostra Patria, né occupati solo a custodire quei valori che furono alla base dell’epopea risorgimentale! Per tale motivo dobbiamo augurarci che siano le giovani generazioni, come nell’Ottocento, a farsi coraggio e scendere pacificamente nelle piazze, sull’esempio di quanto accaduto a Tunisi, Il Cairo, Bengasi, Damasco ed in altre capitali del Mediterraneo, non ultima Madrid!
Non è vero che il Risorgimento fu una “rivoluzione” di pochi borghesi con l’apporto massonico ed i finanziamenti inglesi. Fu soprattutto una rivoluzione di giovani, donne, operai ed artigiani, i quali scesero nelle strade di Milano durante le famose “giornate”, o di Napoli nel maggio 1848. Tutti “affamati” di libertà, di condizioni sociali migliori, sfidando eserciti, forche e prigioni!
Maggioranza ed opposizione sono estranee ai reali bisogni della Nazioni e fuori dai portoni dei palazzi del potere, c’è un’altra Italia, un’Italia che anela non un futuro, ma un presente che possa dare risposte e risoluzioni ai tanti problemi che ci affliggono. A 150 anni dalla sua nascita gli Italiani hanno tutto il diritto di riprendersi il loro destino!
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita - Pietramelara (Ce)
DATA: 30.05.2011
   
IN MONTENEGRO TORNA IL RE, MA SENZA CORONA

Articolo di Fausto Bioslavo, pubblicato su "Il Giornale" del 19 maggio 2011

In Montenegro torna il re e tutta la famiglia. Non al potere, ma con qualche aspirazione politica mai celata ed il portafoglio gonfio, dopo anni di trattative con il governo di Podgorica. Per il rientro in patria, con tutti gli onori, del principe Nikola Petrovic, erede al trono del Montenegro si è mobilitato il parlamento. Una legge ad hoc «normalizzerà» lo status della dinastia fondata da Nikola I oltre un secolo fa. Il re conosciuto agli inizi del ’900, come «il suocero d’Europa». Cinque delle sue figlie sposarono monarchi o principi europei. Una di queste era Elena del Montenegro, seconda regina d’Italia come moglie di Vittorio Emanuele III.
Gli eredi dei Petrovic incasseranno dal governo montenegrino 4,3 milioni di euro, nei prossimi sette anni, per la corona ed i beni perduti. L’erede al trono, Nikola, che è cresciuto in Francia e vive a Parigi avrà lo stesso stipendio di 3000 euro del capo dello stato montenegrino. Non solo: alla famiglia reale verranno restituite alcune terre confiscate a Njegosih. A Cetinje, antica capitale del regno, sarà ricostruita una nuova casa reale. Oggi c’è solo un museo, ma nel borgo fra le montagne, culla dell’indipendentismo montenegrino, è nata e cresciuta Elena, regina d’Italia. Pure a Podgorica, l’attuale capitale, il governo concederà una residenza all’altezza del principe ereditario. I dettagli della ricucitura con la monarchia sono stati negoziati per anni ed il vero nodo, oltre ai soldi e alle terre, riguardava il ruolo politico dell’erede al trono. Il precedente premier montenegrino e uomo forte del paese temeva la discesa in campo del principe o dei suoi familiari. Nikola II non voleva fare solo la bella statuina e nel 2010 il braccio di ferro era talmente forte, che l’erede al trono non si presentò alle manifestazioni per il centenario del regno.Il re Nicola I di Montenegro
La situazione si è sbloccata con l’attuale primo ministro, Igor Luksic. Secondo la legge ad hoc il principe potrà svolgere «alcune funzioni protocollari e non politiche» in Montenegro utilizzando «obiettivi rappresentativi e altri beni del patrimonio pubblico». Il principe Nikola si era già speso per l’indipendenza del Montenegro e l’ingresso della piccola perla dell’Adriatico nell’Unione europea. Classe 1944 è il figlio di re Michele e di Genevieve Prigent. Suo nonno combattè contro l’impero austro ungarico nella prima guerra mondiale, ma alla fine del conflitto la dinastia serba del cugino Karajeorjevic si prese anche il Montenegro. Nikola I fu costretto all’esilio sull’isola di Antibes. Il fervore monarchico riaffiorò al crollo dell’ex Jugoslavia voluta da Tito. Il passo per la discesa in campo politico di un Petrovic è breve, ma la legge che normalizza lo status della monarchia sancisce fra le righe un importante aspetto storico, che sfocia nell’attualità. Dal testo parlamentare si evince che nel 1918 la corte di Belgrado destituì la dinastia Petrovic e di conseguenza l’unione del Montenegro alla Serbia è stata un vero e proprio atto di annessione. L’unione ha retto fino ai tempi di Slobodan Milosevic. Nel 2006 un discusso referendum sull’indipendenza sancì definitivamente lo strappo di Podgorica da Belgrado. Non a caso la comunità serba che vive in Montenegro si oppone alla legge pro monarchia. Secondo il deputato serbo Goran Danilovic «si compie un atto unilaterale di revisione storica, che interpreta il passato nell’ottica più favorevole allo status quo».
Si sono messi di traverso sostenendo la linea serba anche gli eredi della dinastia Karadjeordjevic, che hanno rotto i ponti con i principi montenegrini dal 1918. Alessandro, l’erede al trono, è tornato a vivere a Belgrado dal 2001 nell’ex villa reale di Beli Dvor a Dedinje, la collina Vip di Belgrado. Pure lui sogna il ritorno della corona. Come ogni anno, anche lo scorso gennaio, si è rivolto al popolo serbo inneggiando alla monarchia costituzionale. Paragonando una serie di dinastie storiche ai regimi che le hanno sostituite ha invitato i cittadini serbi a riflettere «se Pol Pot sia meglio di Sihanouk, Menghistu di Selassie, Ceausescu di re Michele, Zivkov di re Simeone, o l’Afghanistan di oggi dello stato del re Mohammed Zahir!».
DATA: 20.05.2011
   
L'U.M.I. NELLE TERRE DI MINTURNO: FONDATO IL CLUB REALE “MAFALDA CANGELMI”

L'U.M.I. NELLE TERRE DEL MINTURNO: FONDATO IL CLUB REALE “MAFALDA CANGELMI”Santi Cosma e Damiano, in provincia di Latina, è un ridente paese di collina, ubicato quasi al confine con la Campania (regione alla quale apparteneva amministrativamente sino al 1934) e dal quale si può ammirare la bella e prosperosa pianura del fiume Garigliano.
E’ in questo piccolo borgo che nacque nel 1915 Antonio Ambroselli, figlio di un benestante terriero di nome Domenico e di Maria Concetta Capraro, figlia di possidenti terrieri di Corigliano di Sessa Aurunca. Egli si arruola nel 1935 nella Regia Guardia di Finanza e si distingue per grande coraggio e generosità.
Dieci giorni dopo il fatidico 8 settembre 1943, si sposò con la signorina Mafalda Cangelmi, con la quale, di lì a poco si renderà protagonista di numerose “missioni di salvataggio” in favore di molti detenuti in un improvvisato Campo di concentramento romano allestito presso la fabbrica Breda, e per far fuggire i deportati dalla stazione ferroviaria di Roma Tiburtina. Rischiò più volte la fucilazione e la deportazione, essendo entrato a far parte di una organizzazione partigiana, interamente composta da Finanzieri, che si era formata sin dall’ottobre 1943.
Molti sfollati del campo Breda, chiamavano l’ardimentosa Mafalda Cangelmi, all’epoca ancora ventenne, “La Monarchica Partigiana”.
A questa donna di coraggio e di buon cuore, è stato intitolato il nuovo Coordinamento U.M.I. per i territori di: Gaeta, Formia, Minturno, Santi Cosma e Damiano, Castelforte.
Il Coordinamento U.M.I. è affidato al Rag. Angelo Patriarca, come vice il Rag. Maria Capocci, nuora della monarchica Mafalda Cangelmi. La sede è nella Villa Patriarca, Via Cisterna n.60 - 04020 Santi Cosma e Damiano (LT).
Al valore dei Coniugi Antonio Ambroselli e Mafalda Cangelmi, si aggiunge la devozione del figlio il Dott. Sandro Ambroselli che ha dimostrato grande affetto e rispetto per la conservazione del profondo ricordo dei suoi cari e per la piena condivisione della straordinaria missione umanitaria da essi svolta per amore del prossimo, fondando l’Associazione per l’Arte, La Cultura e la Memoria Storica “Antonio Ambroselli”, alla quale si devono numerose e lodevoli iniziative culturali, anche nel campo della shoah.L'U.M.I. NELLE TERRE DEL MINTURNO: FONDATO IL CLUB REALE “MAFALDA CANGELMI”
La conferma è dimostrata soprattutto nella attribuzione dei nomi di battesimo dei genitori ai nipoti: Mafalda ed Antonio Ambroselli, figli di Sandro e Maria Capocci.
Il Segretario nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero, nei giorni di sabato 21 e domenica 22 maggio 2011, si è recato nei territori del Club Reale, calorosamente accolto dai coordinatori, ed ha illustrato  le finalità associative e il programma d'azione. Ha proceduto inoltre alla consegna dei distintivi dell'U.M.I. con la Corona e il nodo sabaudo.
Alla nuova formazione monarchica i più fervidi auguri per l'attività.
Nella foto Sergio Boschiero con Angelo Patriarca e Sandro Ambroselli.
DATA: 23.05.2011
 
RISORGIMENTO DIMENTICATO: DA SUTRI A PORTA PIA

immagine da internetPrologo. Sono 50 i chilometri che separano la cittadina di Sutri, nel viterbese, da Roma, capitale del cattolicesimo. Tuttavia sono stati mille gli anni di vita del “Patrimonium Urbis o Petri”, in seguito diventato “Stato Romano” e poi “Stato della Chiesa”. Tutto ebbe inizio nell’Italia dell’VIII secolo, percorsa dagli eserciti longobardo e bizantino per affermare il proprio potere sulla Penisola. Fino ad allora i successori di San Pietro erano stati impegnati in lunghe diatribe dottrinarie con i confratelli delle Chiese orientali, appoggiate dai sovrani di Costantinopoli.
Il Romano Pontefice, autorità religiosa e morale per l’Occidente, aveva la sua residenza in Roma. Nel 728 il re longobardo, Liutprando, il quale in un momento di debolezza dinastica, aveva iniziato a conquistare vasti territori centro-meridionali
In Italia, ai Bizantini, assecondò le richieste di Papa Gregorio II Savelli, donando agli “Apostoli Pietro e Paolo” la roccaforte di Sutri con alcuni castellanie limitrofe: primo nucleo territoriale del futuro potere temporale della Chiesa di Roma. [...]
DATA: 20.05.2011
 
LA GALLERIA DELLE BATTAGLIE: LA COLLEZIONE SAVOIA DI PALAZZO REALE A MILANO

Girolamo Induno: La battaglia di Magenta - foto da InternetE’ in corso presso la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano una mostra dedicata alla “Collezione Savoia”: undici grandi tele dedicate alle principali battaglie della II guerra d’indipendenza ( e alcune delle altre due guerre) e commissionate da Vittorio Emanuele II all’indomani della proclamazione del Regno per arredare le sale del Palazzo Reale di Milano. Con un sottofondo di musiche risorgimentali (ivi compresa la “Marcia Reale”) e di suoni riproducenti la furia dei combattimenti ( colpi d’artiglieria e di fucileria, correre e nitrire di cavalli, stridere di finimenti e di carriaggi…) i visitatori possono ammirare i quadri de “La battaglia di Magenta” di Gerolamo Induno, “Il bollettino di Villafranca” di Domenico Induno, “La battaglia di Novara” di Norfini, “La battaglia di San Martino” di Giacometti, “La battaglia di Palestro” di Pontremoli,  “La battaglia di Solferino” di Pagliano, “La battaglia di Custoza” di Rossi Scotti, “I campi di San Martino” di Olivieri, “La partenza dei coscritti”, “La presa di Palestro” e “La battaglia della Cernaia” di Gerolamo Induno. Eccezionale l’introduzione nel catalogo (edito da Allemandi) di Paolo Peluffo dal titolo “L’esercito perduto, un re dimenticato, una storia che deve essere ancora raccontata”: un imponente e innovativo saggio che rivendica l’azione di governo svolta da Carlo Alberto e dai figli Vittorio Emanuele II e Ferdinando di Savoia per costituire l’Armata Sarda.
La mostra rimane aperta fino al 5 giugno 2011.
Francesco Atanasio
Orari: Martedì, mercoledì, venerdì, domenica 9.30-19.30 - Lunedì 14.30-19.30 - Giovedì e sabato 9.30-22.30. La biglietteria chiude un’ora prima.
Biglietti € 9,00 intero; € 7,50 ridotto.
DATA: 18.05.2011
 
ALDO MOLA SCRIVE A SERGIO ROMANO: COME UMBERTO E DE GASPERI EVITARONO LA GUERRA CIVILE

Pubblicato sul Corriere della Sera del 13 Maggio 2011, pagina 57

Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno    A commento della sua risposta a un lettore a proposito dei giorni in cui De Gasperi fu capo dello Stato, va aggiunto che, contrariamente a quanto molti credono, Alcide De Gasperi non fu mai «nominato capo dello Stato». Tre giorni dopo la comunicazione dei risultati provvisori del referendum istituzionale (che avvenne il 10, non l’8 giugno 1946), alle 0.15 del 13 giugno 1946, con decisione politica e scavalcando la legge istitutiva del referendum, il governo conferì arbitrariamente al suo presidente, Alcide De Gasperi, «l’esercizio delle funzioni» di capo dello Stato. Fu un «gesto rivoluzionario», come dichiarò il ministro Epicarmo Corbino. Lo stesso giorno Umberto II lasciò l’Italia, che pertanto ebbe due «sovrani»: il Re e un «facente funzione» di capo dello Stato. Il 18 giugno la Corte Suprema di Cassazione comunicò l’esito del referendum senza proclamare la Repubblica perché la legge istitutiva del referendum non lo prevedeva: e l’indomani, 19 giugno, uscì il n. 1 della «Gazzetta Ufficiale» della Repubblica. Da quel momento, non prima, De Gasperi fu capo provvisorio. Su personale perentoria imposizione del ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti (comunista), il governo negò la verifica delle schede asserendo che «forse» erano già state distrutte (!). Nel referendum del 2-3 giugno 1946 su 28.000.000 aventi diritto al voto la Repubblica ebbe 12.700.000 suffragi: il 42 per cento: un po’ meno della maggioranza... La storia di quei giorni spiega molto degli anni seguenti.
Aldo A. Mola
Sergio Romano, foto da internetCaro Mola,
Abbiamo ricevuto altre lettere, scritte da lettori prevalentemente monarchici, che contestavano questa o quella data proponendo una diversa sequenza degli eventi. Effettivamente la comunicazione dei dati, da parte della Corte di Cassazione, ebbe luogo il 10 giugno (anziché l’8, come ho scritto erroneamente). Ma sul giorno in cui il Consiglio dei ministri affidò a De Gasperi il compito di reggere provvisoriamente lo Stato, non vi è fra me e lei alcuna differenza. Io ho scritto la notte del 12 giugno, lei preferisce il primo quarto d’ora del 13. Non vi è sostanziale differenza neppure tra le nostre definizioni di De Gasperi. Io ho scritto che fu capo dello Stato di un regime provvisorio, lei preferisce la formula legalmente impeccabile di capo provvisorio dello Stato. Le differenze, se mai, sono politiche e sentimentali. Lei non ha mai permesso che la fede monarchica influenzasse il suo lavoro di studioso, ma crede, come altri lettori, che nel giugno del 1946 sia stata commessa, a danno della monarchia, una grave ingiustizia. Io penso invece che De Gasperi e Umberto, ciascuno nel suo campo, abbiano concorso a evitare che l’Italia scivolasse nella guerra civile. La monarchia avrebbe avuto maggiori possibilità di sopravvivere se il referendum fosse stato indetto un anno dopo. Umberto avrebbe avuto il tempo di rafforzare la sua immagine. Il ritorno in patria dei prigionieri di guerra italiani avrebbe allargato considerevolmente il numero dei votanti. Gli echi della guerra fredda avrebbero convinto una parte dell’elettorato che la monarchfoto da corriere.itia poteva rappresentare un più solido baluardo contro la marea comunista. Ma nel giugno del 1946, un anno dopo la liberazione del Nord, il ricordo dell’8 settembre e della fuga di Pescara avevano creato a nord degli Appennini una corrente maggioritaria che detestava la monarchia e di cui facevano parte anche i seguaci della Repubblica di Mussolini. Lei scrive, caro Mola, che i 12.717.923 voti della Repubblica non rappresentavano la maggioranza assoluta. Ma la monarchia aveva avuto due milioni in meno e neppure l’ipotesi dei brogli (quanti? dove?) sarebbe bastata a raffreddare gli animi di coloro che erano persuasi di avere vinto.
DATA: 13.05.2011
 
NAPOLI: MOLA E SACCHI IN VISITA ALLA MOSTRA SULLA REGINA MARGHERITA

NAPOLI: MOLA E SACCHI IN VISITA ALLA MOSTRA SULLA REGINA MARGHERITAMartedì 3 maggio, nell’assolata primavera napoletana, il Presidente nazionale Avv. Alessandro Sacchi, su  invito del Prof. Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, si è recato a visitare la mostra dedicata alla Regina Margherita, prima Sovrana  d’Italia.
L’evento, ideato nell’ambito delle iniziative celebrative del 150° della proclamazione del Regno, è organizzato dalla Fondazione DNArt, in collaborazione con il Ministero per i beni e le attività culturali, e l’Assessorato alla Cultura dellaNAPOLI: MOLA E SACCHI IN VISITA ALLA MOSTRA SULLA REGINA MARGHERITA Regione Campania.
Il percorso interattivo allestito nei saloni della reggia napoletana, ripercorre i momenti salienti della vita di corte, sul finire del ventesimo secolo, offrendo ai visitatori un interessante spaccato di usi, costumi e mode, soprattutto a Napoli, dando a ciascuno la sensazione di partecipare ad un vero e proprio viaggio nel tempo.
Il Prof.  Mola, componente del Comitato Scientifico che cura la mostra dedicata alla Regina Margherita , ha amabilmente accompagnato l’Avv. Sacchi nella visita, soffermandosi, quasi guida d’eccezione, sui momenti salienti della stessa. 
La mostra, la cui visione consigliamo a tutti, permarrà al Palazzo Reale di Napoli fino al 17 luglio. 


NAPOLI: MOLA E SACCHI IN VISITA ALLA MOSTRA SULLA REGINA MARGHERITA


Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A Mola e il presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi con il dott. Abate, curatore della splendida mostra sulla prima Sovrana d'Italia.
DATA: 10.05.2011
   
PARI OPPORTUNITA’? LE MONARCHIE LE REALIZZANO DA SECOLI

Le cerimonie per le nozze dei nuovi Duchi di Cambridge, William e Katerine, hanno sollecitato i mezzi di informazione di massa a ripetere spesso vuoti e stanchi commenti sull’istituzione monarchica quando si erano da poco spenti gli echi delle rituali manifestazioni per la c.d. “Festa della Donna”, caricate quest’anno in Italia da strumentalizzazioni partitiche e giudiziarie. Tanti i discorsi e tante le proposte… L’istituto monarchico, a differenza delle democrazie parlamentari o di quelle, ormai tramontate, socialiste, ha da sempre previsto che le responsabilità degli Stati, siano essi Regni o Principati o Signorie feudali,  potessero essere assolte – con le formule più diverse da territorio a territorio – dalle donne. Regine, Regine Madri, Reggenti, Contesse, Viscontesse, Marchese… copioso l’elenco delle dignità assunte da mogli, madri, spose, figlie e discendenti dei Sovrani o dei maggiori aristocratici e questo fin dall’alto Medioevo. Alcune di esse sono state elevate alle glorie degli altari dalla Chiesa Cattolica. Ecco qualche nome: Eleonora d’Aquitania, Elisabetta d’Ungheria, Matilde di Canossa, Isabella di Castiglia, Elisabetta I Tudor, Maria de Medici, Giovanna Battista di Savoia, Maria Teresa d’Austria, Caterina II di Russia, Luisa di Prussia, Vittoria d’Inghilterra…Molteplici le formule, ma sempre vincenti le scelte. Nell’Europa contemporanea donne regnano felicemente in Inghilterra, Olanda, Danimarca, gli Stati ove forse maggiore è la stabilità istituzionale e più avanzata la democrazia. Avete mai visto un Presidente della Repubblica francese o statunitense o sovietico o cinese donna?  E credete di vederlo un giorno? Ma anche quando non hanno assunto dirette responsabilità le donne hanno trovato nel ruolo loro offerto dalle Monarchie compiti e funzioni determinanti: così sarà per  Margherita di Savoia ed Elena del Montenegro, Zita di Borbone Parma, Federica di Grecia e Sofia di Spagna solo per ricordare le epoche a noi più vicine. Anche sotto questo profilo la Monarchia, che è tradizionale nelle forme, è rivoluzionaria nei principi.
Francesco Atanasio
DATA: 10.05.2011
   
FRONTE MONARCHICO GIOVANILE E L'UFFICIO DI PRESIDENZA
Il Fronte Monarchico Giovanile con l'Ufficio di Presidenza
Giovedì 5 maggio 2011 si sono riuniti, presso la sede di Roma, il Coordinamento nazionale del Fronte Monarchico Giovanile (F.M.G.) e l'Ufficio di Presidenza U.M.I. per discutere di tematiche inerenti alla formazione dei giovani monarchici, futura classe dirigente. Si è parlato altresì dell'organizzazione di raduno dei giovani del F.M.G. a Roma nei mesi autunnali. L'incontro si è tenuto, approfittando della presenza del Presidente U.M.I. Alessandro Sacchi e del Segretario Sergio Boschiero, a lato della tradizionale riunione che tutti i giovedì pomeriggio il F.M.G. tiene presso la sede di via Riccardo Grazioli Lante.
DATA: 06.05.2011
  
LA SCOMPARSA DEL GENERALE LI GOBBI

Alberto Li GobbiApprendiamo dall'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare che è scomparso il Generale CA Alberto Li Gobbi (1914-2011), MOVM e 2 MBVM. Figura leggendaria di soldato e di Comandante, è stato Comandante delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE) a Verona (1976-1977), Comandante della Forza Mobile di ACE (NATO) (1969-1972), Rappresentante Militare Italiano presso il Comitato Militare della NATO (1973-1976) e Addetto Militare presso la Legazione d'Italia a Washington (1960-1963). Alla Sua luminosa figura di Soldato e di Italiano, l'Unione Monarchica Italiana inchina le abbrunate Bandiere del Regno.
DATA: 06.05.2011
   
LA SINISTRA E L'INNO DI MAMELI

concerto 1° maggio 2011 - foto da internetIl primo maggio l'Inno di Mameli è stato cantato per ben tre volte ed a squarciagola da oltre duecentomila giovani, radunatisi per il tradizionale spettacolo in piazza san Giovanni a Roma.
L' inno era stato preceduto, nella stessa piazza e solo un'ora prima dal “Va' Pensiero” di Verdi, cantato dalla stessa folla e guidato da Gino Paoli.
E' venuto, pertanto, a cessare il monopolio della Lega che si era indebitamente impadronita del coro verdiano. Quanto accaduto il primo maggio a Roma aveva avuto il precedente dell'inno di Mameli cantato in tv al festival di Sanremo da Benigni.
Il nostro patriottismo ha una tradizione antica, tradizione che non ci espone a gelosie e che ci consente di gioire per le suddette novità.
Ora tocca alle destre non essere in contraddizione con la loro tradizione storica contro ogni revisionismo anti-risorgimentale.
Facciamo nostro il motto del Re Umberto II : L'ITALIA INNANZI TUTTO!
Sergio Boschiero
DATA: 04.05.2011
  
ALDO MOLA: “ITALIA: UN PAESE SPECIALE”

Aldo Mola - Italia: Un Paese specialeSalutiamo l'uscita di un'opera storica di Aldo Alessandro Mola: trattasi di quattro volumi, per complessive 720 pagine, ricche di fotografie inedite e riferite alla tematica risorgimentale.
La casa editrice è il Capricorno di Torino. L'opera viene distribuita da “La Stampa”e da altri quotidiani. Questi sono i temi volume per volume:
1800- 1858 : le radici
1859 : l 'indipendenza
1860 : l 'unità
1861 :  la libertà
Con questi splendidi volumi, che raccomandiamo agli italiani, si rende giustizia a Casa Savoia, ai suoi Re, al glorioso Piemonte ed a tutti gli Stati Sardi, al Risorgimento ed ai suoi indistruttibili miti che nessun revisionismo potrà demolire. Prossima la pubblicazione in un unico volume.
Ringraziamo lo storico Aldo A.Mola per quest'opera preziosa destinata all'Italia  libera e unita.
Sergio Boschiero
DATA: 03.05.2011
 
SONDAGGIO DI SKY: IL 32% DEGLI ITALIANI VUOLE LA RESTAURAZIONE MONARCHICA IN ITALIA

Notiamo con somma gioia dal sito di SKY TG24, nella sezione dedicata ai sondaggi, che alla domanda posta il 29 aprile:
William e Kate sposi in Gran Bretagna, vorresti che in Italia fosse restaurata la monarchia?
Più del 30 % degli interpellati ha risposto sì.
Trattasi di un dato significativo in quanto giunto senza una campagna pro Monarchia, semplicemente sul comune sentire degli italiani.
Che il 150° abbia fatto porre quale quesito?
DATA: 02.05.2011

ALESSANDRIA: VIVA CARLO ALBERTO!


    Carlo Alberto Amedeo di Savoia detto "il Magnanimo" ha legato indelebilmente il suo nome alla promulgazione dello Statuto fondamentale della Monarchia  Sabauda , noto, appunto, come Statuto Albertino, che rese il Regno di Sardegna  prima, e l'Italia poi, una monarchia costituzionale.
    Egli legò il suo nome anche al nostro territorio, tramite la costruzione del canale Carlo Alberto prese il posto del preesistente canale Betale scavato nel XIV secolo e particamente abbandonato dopo il XVIII secolo.
    Venne derivato dalle acque del fiume Bormida e fu costruito i tra il 1833 ed il 1839, sotto il re Carlo Alberto da cui prese nome. Partiva da Cassine e sboccava nel Tanaro presso Casalbagliano attraversando sei comuni (Castelnuovo, Sezzadio, Gamalero, Frascaro, Borgoratto e Alessandria) ed aveva lo scopo di consentire sia l'irrigazione delle campagne sia l'azionamento di mulini ed opifici situati entro l'abitato della città di Alessandria.
    Ora pare che si stia procedendo ai suoi lavori di ristrutturazione in zona Cabanette, foto quasifotografo.com
DATA: 01.05.2011
    
MARGHERITA DI SAVOIA REGINA DI MENTI E DI CUORI
di Aldo A.Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

Mostra Regina Margherita - NapoliE’ Napoli a riscoprire la Regina Margherita di Savoia, con una splendida mostra a Palazzo Reale, realizzata da Elena Fontanella, presidente della Fondazione  DNArt, in collaborazione con il MiBac e l’alto patronato del Presidente della Repubblica.
Figlia  di Ferdinando Duca di Genova, secondogenito di  Re Carlo Alberto di Sardegna,  e di Maria Elisabetta di Sassonia, Margherita nacque a Torino il 20 novembre 1851 e morì a Bordighera il 4 gennaio 1926. Orfana di padre a quattro anni crebbe tra Torino e Stresa, dedicandosi allo studio e alle arti. Su suggerimento del presidente del consiglio, Luigi Menabrea, Vittorio Emanuele II, suo zio, la scelse sposa del figlio, il ventiquattrenne  Umberto di Piemonte. Le nozze avvennero il 22 aprile 1868. Il Regno aveva ottenuto il Veneto con la Terza guerra d’indipendenza (1866), ma Roma sembrava irraggiungibile.
   Da Principessa  Margherita si dedicò  a radicare la Monarchia nella Nuova Italia. Dal 1855 vedovo di Maria Adelaide d’Asburgo, che gli aveva dato otto figli in tredici anni, e poi unito in matrimonio morganatico con Rosa Vercellana (1869), Vittorio Emanuele II non ebbe vita di corte. Il suo fu un Regno militare, politico, burocratico.
  Militare valoroso, come suo fratello Amedeo, primo Duca d’Aosta e Re di Spagna, Umberto I ne seguì le orme. Asceso al trono trentaquattrenne (1878), si dedicò all’Esercito e alla Flotta, cresciuta impetuosamente negli anni di Depretis, Crispi e Benedetto Brin. La Regina Margherita  resse con mano salda l’altra metà del regno: cultura, arti, istruzione, educazione, filantropia,... Ne nacque il margheritismo: un vero stile di vita.
Regina di menti e di cuori, Margherita attrasse alla Monarchia anche chi aveva vissuto una stagione sotto influsso di Mazzini e Garibaldi. Fu il caso di Giosue Carducci, che la cantò emblema dell’Eterno femminino regale. La regina catalizzò le simpatie di cattolici e massoni, di democratici e di conservatori. Non volle cortigiani ma sabaudi perché Savoia voleva dire Italia. Umberto fu assassinato da un complotto quando con gli anni i sovrani si stavano avvicinando sempre più. Nel successivo quarto di secolo Margherita continuò la sua opera da Regina Madre. Propiziò l’unione tra le diverse regioni d’Italia,  specialmente tra Napoli  (ove partorì Vittorio Emanuele III) e la nativa Torino,  senza mai trascurare San Rossore, Monza e Roma, ove promosse concerti, pittura, lo studio di Dante. Fuse insieme Tradizione e modernità
Nell’imponente catalogo della Mostra  di Napoli (ed. DNArt) la sua figura e la sua opera sono ripercorse da storici e studiosi d’arte e letteratura, quali Giuseppe Galasso ed Annamaria Andreoli,  Giuseppe Catenacci e Riccardo  Garosci (che tratteggiano La Nunziatella di Napoli e la Scuola Teuliè di Milano), Valerio Castronovo, Romano Bracalini, Mauro Giancaspro...   Da Napoli la Mostra passerà a Monza e a Torino, memore della  biografia che della regina Margherita scrisse Carlo Casalegno (ora ed. il Mulino), militante del partito d’Azione ma storico di specchiata onestà, vittima dei terroristi rossi.
DATA: 01.05.2011
   
L’ITALIA ATTENDE LE SALME DEI SUOI RE
IL PIEMONTE IN VIA PROVVISORIA?
articolo pubblicato su Il Giornale del Piemonte

il Re Umberto IIL’Italia è l’unico Stato europeo a non onorare in patria i propri Capi di Stato. Lo hanno fatto la Russia con l’ultimo Zar, Nicola II,  la Germania, l’Austria e via continuando. Persino Tirana ha voluto l’ultimo Re di Albania.
Nel 150° dell’unità l’Italia ha dunque motivo di traslare dall’estero le spoglie dei suoi Re, anzitutto Vittorio Emanuele  III  e la regina  Elena.  
Lo afferma la Consulta dei Senatori del Regno, che apprezza l’omaggio reso dal presidente  Giorgio Napolitano alla tomba di Vittorio Emanuele II al Pantheon.
  Però, aggiunge la Consulta, proprio per conferire compiutezza alla coscienza  nazionale è urgente  tumulare in Italia delle Salme dei sovrani. Uniti in matrimonio esemplare per oltre mezzo secolo, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena   giacciono in due Paesi di due diversi continenti. Il Re ha sepoltura provvisoria ad Alessandria d’Egitto, ove morì italiano di pieno diritto il 28 dicembre 1947, prima che la Costituzione (in vigore  dal 1° gennaio seguente) con disposizione ora inefficace vietasse l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale degli ex Re e dei loro discendenti maschi. La Regina è tumulata a Montpellier, in Francia, ove morì il 28 novembre 1952.
   Gli sconvolgimenti in corso in Egitto preoccupano sulle possibili sorti delle spoglie di Vittorio Emanuele III. Montpellier è sempre più lontana. Se non si trovasse subito la giusta collocazione al Pantheon – dice la Consulta - il Piemonte non manca certo di luoghi ove dare sepoltura provvisoria ma degna a chi ha regnato 46 anni  ed è partito dall’Italia col titolo di conte di Pollenzo.
DATA: 01.05.2011
 
I DUCHI D’AOSTA IN VISITA A VARESE

Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia    Giovedì 28 Aprile – Presso la Sala Montoli del Municipio di Varese si è tenuta una conferenza stampa, organizzata dall’Associazione “Varese per l’Italia”, in cui si è illustrato il programma ufficiale della visita che le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia terranno nella “Città Giardino” il prossimo 11 maggio.
L’Associazione, nata nel 2009 per commemorare il 150° anniversario della Battaglia di Biumo, è il principale motore patriottico-risorgimentale presente nel capoluogo bosino, da sempre feudo di forze politiche avverse all’unità nazionale. Nell’ambito dei festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia, hanno ritenuto doveroso invitare l’attuale Capo di Casa Savoia per rendere omaggio alla Dinastia senza la quale non avrebbe avuto compimento il processo risorgimentale. Il Presidente di “Varese per l’Italia”, Luigi Barion, ha sottolineato la preparazione e la sobrietà dell’illustre Ospite e ha anticipato che Gli verrà donato un prezioso cimelio legato alla Sua famiglia.
La giornata di mercoledì 11 maggio si articolerà nel seguente modo:
ore 9.30 visita alla mostra risorgimentale presso il Civico Museo di Villa Mirabello;
ore 10.30 incontro con i giornalisti nel Salone d’Onore di Palazzo Estense;
ore 11.15 passeggiata nei luoghi risorgimentali del centro cittadino (Campanile del Bernascone e Arco Mera);
ore 12.00 omaggio al Monumento al Cacciatore delle Alpi (Garibaldino) in piazza Podestà;
ore 13.00 pranzo e incontro con i cittadini e soci dell’Associazione.
La Conferenza Stampa tenuta presso la Sala Montoli dall'Associazione "Varese per l'Italia" - da sinistra: Agostino Savoia, Roberto Gervasini, Ambrogio Vaghi, Luigi Barion e Franco Prevosti.
La Conferenza Stampa tenuta presso la Sala Montoli dall'Associazione "Varese per l'Italia"
da sinistra: Agostino Savoia, Roberto Gervasini, Ambrogio Vaghi, Luigi Barion e Franco Prevosti.
DATA: 28.04.2011
   
MATRIMONI REALI: SU CORRIERE.IT UNO SPECIALE RIGUARDANTE LE NOZZE DI UMBERTO E MARIA JOSE'
Nozze Umberto di Savoia e Maria José - foto da corriere.it
    Segnaliamo sul portale del Corriere della Sera uno speciale dedicato a tutti gli articoli pubblicati dallo stesso, in occasione delle ultime nozze reali tenutesi in Italia, nel 1930.
Interessanti fotografie e cronache del tempo, dal fidanzamento al rito.

DATA: 28.04.2011
 
NOZZE REALI: WILLIAM E KATE TESTIMONIANO BELLEZZA MONARCHIA
BOSCHIERO INTERVISTATO DALL’ADNKRONOS

foto da internet    Il fatto che sposa abbia antenati minatori accresce fascino e la lega al popolo
Roma, 26 apr. (Adnkronos) - Il matrimonio tra William e Kate ''è un revival della Monarchia, perché incarna simboli molto popolari che vengono guardati con ammirazione dalle nuove generazioni sia nel Regno Unito sia nelle altre parti del mondo.'' Lo sottolinea all'ADNKRONOS Sergio Boschiero, Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana. ''Il fatto che Kate abbia antenati minatori -rileva- arricchisce il suo fascino e la lega ancora di piu' al popolo''.
Per Boschiero, il fatidico 'sì' che sarà pronunciato venerdì all'abbazia di Westminster sarà l'occasione per far passare il ''messaggio di bellezza di questa istituzione. Per 24 ore -sottolinea- l'evento catalizzerà milioni di persone sul fascino della favola e della regalità e lascerà un ricordo profondo in tante persone. Nessuna Repubblica può offrire questo spettacolo di corone e scettri, cavalli bardati, carrozze e trombe d'argento. Tutto in questa cerimonia parla al desiderio recondito della gente, al sogno delle giovani di diventare principesse''. Foto da internet
Ma anche William parla all'immaginario. ''Ad esempio nel film 'Le Cronache di Narnia' -fa notare il segretario dell'U.M.I.- c'è un Principe che somiglia molto a William. Dal punto di vista della comunicazione, vale più quel passaggio che dieci anni di Monarchia. E poi -rimarca Boschiero- va sottolineato il ruolo e la figura di Elisabetta: anche per la dignità con cui ha portato la Corona, la Regina ha contribuito a dare alla Monarchia britannica uno smalto tale da renderla inossidabile''. Più in generale, per Boschiero ''le cifre di due miliardi di telespettatori annunciati che seguiranno le nozze in diretta tv, denotano come la Monarchia sia una calamita fortissima e sono il segno concreto che sull'istituzione non hanno avuto peso quei toni da giallo internazionale usati per la morte di Lady Diana''. ''William e Kate parlano alla società reale -sottolinea ancora Boschiero- offrendo la visione universale della regalità, ci invitano a essere supernazionali, facendoci uscire dal nostro rotocalco''.
''Seguirò l'evento in tv -fa sapere il segretario dell'U.M.I.- mi sono programmato la giornata per non perdermi un minuto. Voglio anche valutare la partecipazione della gente, il grado di entusiasmo e la tipologia sociale. Sono sicuro che oltre la cronaca sarà un giorno da fiaba''. Per i promessi sposi nessun dono da Roma. Sarebbe fuori etichetta, ma ''manderò un messaggio di auguri via e-mail agli sposi -spiega Boschiero- il mio auspicio è che possano prendere dal passato quello che viene tramandato di positivo e credere che quando ci sono motivi per essere smarriti, l'idea della regalità puo' illuminare i popoli''.
''Infine un consiglio ai telespettatori che saranno inchiodati davanti al piccolo schermo per commentare l'abito della principessa: ''Occhio anche ai simboli della cattedrale dove sarà celebrata la cerimonia: c'è una simbologia che va catturata e tutto un mondo da scoprire''.

DATA: 28.04.2011
 
INDEROGABILE IL RIENTRO IN ITALIA DELLE SALME DEI RE PER UNIRE I CITTADINI NEL 150° DELLO STATO NAZIONALE

    La Consulta dei Senatori del Regno apprezza l'omaggio reso dal Capo dello Stato, sen. dott. Giorgio Napolitano, alla memoria di Vittorio Emanuele II, Padre della Patria, nel 150° del Regno d'Italia.
    Proprio per conferire compiutezza alla coscienza nazionale, bene indivisibile dell'Italia odierna e per quella ventura, la Consulta afferma l'inderogabile necessità che le evocazioni memoriali in corso si coronino con il rientro e la tumulazione in Italia delle Salme dei Sovrani.
Uniti in matrimonio esemplare per oltre mezzo secolo, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena giacciono in due Paesi di due diversi continenti. Il Re ha sepoltura provvisoria ad Alessandria d'Egitto, ove morì italiano di pieno diritto il 28 dicembre 1947, prima che la Costituzione (in vigore dal 1° gennaio seguente) con disposizione ora inefficace vietasse l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale degli ex Re e dei loro discendenti maschi. La Regina è tumulata a Montpellier, in Francia, ove morì il 28 novembre 1952.
    Tempo è venuto per la riunione delle Reali Salme all'Italia, la Patria Grande cui i Sovrani dedicarono la loro vita.
Aldo Alessandro Mola
Presidente Consulta dei Senatori del Regno
Roma, Pasqua 2011
DATA: 23.04.2011
   
150°: ALESSANDRO SACCHI A TORINO PARLA DI RISORGIMENTO

150°: ALESSANDRO SACCHI A TORINO PARLA DI RISORGIMENTO    Si è svolta martedì 19 aprile a Torino, capitale sabauda, presso il Jolly Hotel Ambasciatori, una serata promossa dalla F.I.D.A.P.A., cui ha partecipato in qualità di relatore il Presidente nazionale U.M.I. avv. Alessandro Sacchi.
Dopo una cena all’insegna delle prelibatezze piemontesi, il Presidente ha intrattenuto gli invitati con un intervento sul tema del Risorgimento.
In poco più di mezz’ora l’avv. Sacchi ha tracciato i passaggi più importanti che hanno portato, nel 1861, alla proclamazione del Regno d’Italia. La relazione, chiara e completa, ha sottolineato i caratteri di ogni singolo personaggio che ha fatto l’Italia: da Cavour, a Garibaldi, fino a Vittorio Emanuele II.150°: ALESSANDRO SACCHI A TORINO PARLA DI RISORGIMENTO
Il momento più saliente dell’intervento ha riguardato il chiarimento dell’equivoco di fondo su cui poggia la festa dei 150 anni di Unità; infatti, continua il Presidente, l’unità d’Italia può dirsi compiuta solo nel 1918 al termine della prima guerra mondiale (o meglio IV guerra di indipendenza). I 150 che ricorrono nell’anno in corso celebrano, semmai, il secolo e mezzo dalla proclamazione del Regno d’Italia…
L’uditorio attento e commosso non ha mancato di porre numerose domande; qualcuno, al termine della serata, ha ringraziato il presidente U.M.I. per averlo fatti sentire più uniti per la Patria.
DATA: 23.04.2011
   
LA MONARCHIA BRITANNICA AMMIRATA IN TUTTO IL MONDO, DIVENTA ISTITUZIONE UNIVERSALE

foto da internetIl prossimo 29 aprile avrà luogo a Londra il matrimonio del Principe William con la fidanzata Kate Middleton, ed i popoli di tutta la terra staranno davanti ai televisori per assistere all'evento che va ben oltre ogni immaginazione. I cuori di oltre due miliardi di persone palpiteranno all'unisono. Gli squilli delle trombe d'argento saranno uditi da una Londra in festa e giungeranno in tutti i continenti: dall'Australia al Canada, dall'India all'Africa, nell'Europa continentale, nella Federazione Russa, nei paesi di lingua spagnola fino al Brasile dei lusitani, alla Scandinavia, ai paesi baltici...
    La Corona cinta dalla Regina Elisabetta II con tanta dignità si conferma, anche per i paesi repubblicani, come simbolo universale di una nuova regalità.
    Gloria alla Corona di una Monarchia mondiale che la gioventù britannica fa sua non solo per un'eredità del passato ma, soprattutto, per la rivendicazione di un futuro.
Il giovane Principe un giorno regnerà sul trono che fu di Re Riccardo Cuor di Leone.
    Il 29 Aprile anche i monarchici italiani saranno di fronte alla televisione.
DATA: 21.04.2011

NOVITA' EDITORIALI: ALLA CORTE DELLA REGINA

Fiorentino: Alla corte della ReginaTra le personalità che furono più vicine a Margherita di Savoia durante il suo regno (1878-1900) e che formarono il suo “circolo” di corte al Quirinale, il bolognese Marco Minghetti fu senza dubbio una delle figure più rappresentative. Politico di statura europea, ricco di cultura e di charme, Minghetti, più volte ministro e presidente del Consiglio nel 1863-64 e nel 1873-1876 (ultimo governo della Destra storica), dal 1882 al 1886, anno della sua morte, fu lettore di latino della prima regina d’Italia. Questa carica gli permise di entrare in confidenza con lei e di influire sulla sua formazione non soltanto umanistica. La corrispondenza tra Margherita di Savoia e Marco Minghetti, di cui in questo volume si dà una edizione critica, riflette un significativo momento della vita culturale e politica dell’Italia liberale e costituisce un singolare documento umano dei protagonisti.

Alla corte della Regina - Carteggio fra Margherita di Savoia e Marco Minghetti 1882-1886 
A cura di C.M. Fiorentino  - Ed. Le Lettere - Il filo della memoria
ISBN : 9788860874085 - Anno : 2011  - Pagine : 222  PREZZO: € 22,00
DATA: 21.04.2011
  
VISITA IN ALESSANDRIA DEL GRUPPO CROCE BIANCA DI TORINO SABATO 9 APRILE 2011

VISITA IN ALESSANDRIA DEL GRUPPO CROCE BIANCA DI TORINO SABATO 9 APRILE 2011Organizzata dal consigliere comunale Carmine Passalacqua , noto monarchico rappresentante UMI, finalmente sono arrivati "turisti" dall'antica e prima Capitale d'Italia, il gruppo del Croce Bianca di Torino, che ha come simbolo la famosa Croce di Casa Savoia , mutuando dalla poesia di Carducci "Bianca Croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re !".
Sabato 9 di buon mattino sono scesi da un pullmann arrivato direttamente in centro, con la guida turistica per l'occasione offerta da Passalacqua, ricevuti in Municipio per il tradizionale scambio di doni e cortese simpatia da parte del vice-Sindaco ed Assessore alla Cultura dott. Paolo Bonadeo. Il gruppo ha potuto ammirare le sale dell'amministrazione locale, vedere i quadri esposti, sentire quali progetti sono pronti per l'Alessandria del secolo nuovo. Dopo sono stati gentilmente ricevuti nella sede comunale della Società di Storia Arte ed Archeologia, grazie al segretario generale dott. Mario Ferri, e poi al primo piano di Palazzo Cuttica nel piccolo Museo Abbà Cornaglia, con la simpatica prof.ssa Gigliola Bianchini; tutti sono rimasti colpiti dalla ricchezza di oggetti esposti e dalla poca conoscenza avuta finora dei piccoli "tesori alessandrini" . A seguire un doveroso omaggio in Cattedrale , a ricordo di quanto si fece nel lotano 1997 con il restauro della prima Cappella dedicata alla Madonna del Rosario ad opera del Gruppo e di tanti Amici di allora, una preghiera alla Madonna della Salve e la visita della preziosa Sacrestia con le tele del Moncalvo. Un breve pranzo gustoso e ben organizzato al ristorante Noisette di viale Tivoli, prosecuzione per omaggio al monumento agli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati, poi al monumento alla Principessa Mafalda di Savoia - Assia a 10 anni dalla Sua inaugurazione, quindi dopo un giro turistico in bus , l'ingresso alla Cittadella e la visita alla Mostra sul Regio Esercito, accolti dai Bersaglieri, dai volontari FAI con Ileana Spriano, dall'amico Enrico Patria , prezioso "cicerone" e dall'instancabile Stefano Gagino , presente alla guida di una tagliaerba per collaborare effettivamente alla manutenzione del monumento militare! Il gruppo con il Suo Presidente conte Alessandro Cremonte Pastorello di Cornour ha dimostrato notevole interesse e l'intenzione di ritornare presto con altri amici per vedere nuovamente la Cittadella, ed i Musei ancora ignoti come il Cappello Borsalino, la Gambarina, al Biblioteca e le Sale d'Arte. Seguiranno altri gruppi in visita da Modena, Genova, Milano, Bergamo per valorizzare l'Alessandria sabauda che ha avuto un ruolo di primo piano nella storia!
VISITA IN ALESSANDRIA DEL GRUPPO CROCE BIANCA DI TORINO SABATO 9 APRILE 2011
L'omaggio al Busto della Principessa Mafalda di Savoia
DATA: 15.04.2011
 
SU FLASH MAGAZINE INTERVISTA A SERGIO BOSCHIERO

    Riportiamo l'inizio dell'intervista al Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero a firma di Gianmatteo Fascina, pubblicata sul numero di aprile della rivista diretta da Nicardo D'Angelo, "Flash Magazine". (www.flashmagazineonline.it)
    L'intera pubblicazione si può trovare anche su internet, all'indirizzo
http://www.flashmagazineonline.it/aprile2011.pdf
    L'intervista a Boschiero è a pagina 24.

Sergio Boschiero    Cosa significa oggi essere monarchico?
Essere monarchico oggi significa guardare alla Monarchia come l’istituzione in grado di tenere uniti i popoli e di dare una risposta alla domanda di valori, come quello della regalità e dell’identità di tutti e di ciascuno. La Corona in Italia sarebbe l’antidoto naturale alle vecchie e nuove oligarchie; in un Paese così litigioso la Monarchia svolgerebbe benissimo il ruolo di arbitro perché non deve rendere conto a nessun partito e a nessun centro di potere.
    Quale ruolo svolge l’Unione Monarchica Italiana?
L’Unione Monarchica Italiana è la più antica e numerosa associazione monarchica, è presente sin dal 1944, ha fatto la campagna pro monarchia nel referendum del 1946, tiene alto il principio monarchico ed è aperta agli italiani di ogni ceto e di ogni idea.
Obiettivo prioritario dell’U.M.I. è la difesa dell’unità d’Italia, salvaguardando le radici storico-nazionali che hanno ragion d’essere grazie a secoli di storia sabauda.
    Quale fu il contributo di Casa Savoia all’Unità d’Italia?
Casa Savoia sentiva il dovere di realizzare l’unità d’Italia sin dal quindicesimo secolo, quando trasferì la capitale del Ducato da Chambery a Torino e il Duca Emanuele Filiberto introdusse l’italiano come lingua ufficiale dello Stato. Nel diciottesimo secolo Vittorio Amedeo II cinse la Corona regale e nel 1848 Re Carlo Alberto adottò il Tricolore con lo stemma sabaudo come bandiera nazionale e dichiarò guerra all’Impero austro-ungarico.
Carlo Alberto concesse la libertà religiosa nonché i diritti civili agli Ebrei e ai Valdesi del Regno. Vittorio Emanuele II in soli 22 anni, dal 1848 al 1870, realizzò il 90% dell’unità nazionale che sarebbe stata completata con la conclusione vittoriosa della Grande Guerra 1915-1918. Casa Savoia ha avuto il grande merito di accettare la sfida della storia e, rischiando tutto, di guidare il moto risorgimentale con una Italia una, libera e indipendente. La nostra nazione entrò fra le grandi potenze e venne traghettata nella modernità.
    Vittorio Emanuele II, Umberto I, Vittorio Emanuele III, Umberto II. Un aggettivo per ognuno dei nostri Re?
La storia ha già attribuito dei “soprannomi” per ciascun Re: al Padre della Patria Vittorio Emanuele II “Re Galantuomo”, il “Re Buono” ad Umberto I, il “Re Soldato” a Vittorio Emanuele III.
Umberto II ha regnato solo un mese e credo meriti quello di “Re di Maggio”.
Sono i nemici della Monarchia ad essersi inventati questa definizione.
Hanno sbagliato perché maggio è il mese delle rose. Umberto II rimarrà nella storia per essersi comportato da vero “Signore”.
    Molti sostengono la tesi della fuga di Vittorio Emanuele III nel settembre del 1943, ma davvero il Re fuggì?
Più passa il tempo e più la storia rende giustizia al Re Vittorio Emanuele III che, andando a Brindisi e non all’estero, garantì la continuità dello Stato, legittimò la vera resistenza, incarnò il principio di legittimità che Gli consentì di diventare il solo interlocutore con i nuovi alleati. A Lui rimasero fedeli per il giuramento prestato anche i cinquecentomila soldati italiani imprigionati dai tedeschi. Guareschi ha descritto efficacemente questo aspetto della fedeltà. Il Re non poteva rimanere a Roma che, essendo stata dichiarata “città aperta”, aveva quasi raggiunto i due milioni di abitanti, perciò certa di non dover subire altri bombardamenti. Rimanere a Roma implicava per il Re e il Suo Esercito una battaglia casa per casa, strada per strada, e una perdita drammatica di vite umane nonché l’inevitabile distruzione di un’infinità di opere d’arte; il papa Pio XII non voleva la distruzione di Roma. [...] Segue sul sito di Flash Magazine
DATA: 14.04.2011


BRIGANTAGGIO E SINDROME DI STOCCOLMA

Carmine Crocco, foto da internetFra gli avvenimenti del 150° anniversario della proclamazione del Regno d' Italia e dell'unità nazionale spicca il revisionismo di sedicenti storici sul brigantaggio anti-unitario.
E' evidente il tentativo di trasformare in patrioti meridionali noti capibanda, responsabili, come Carmine Crocco, di decine di omicidi, di sequestri di persona, di saccheggi.
Ci troviamo di fronte, soprattutto in Basilicata, ad una inedita “sindrome di Stoccolma” che si ha quando, anche nel caso di un sequestro di persona, si verifica una specie di innamoramento fra la vittima e il sequestratore.
Sergio Boschiero

Nella foto il brigante Carmine Crocco.
DATA: 14.04.2011
  
LA MOSTRA I MILLE ANNI DI CASA SAVOIA A PALAZZOLO ACREIDE

LA MOSTRA I MILLE ANNI DI CASA SAVOIA A PALAZZOLO ACREIDE    Sabato 12 marzo, alla presenza del Sindaco di Palazzolo Acreide, il Presidente del Centro Studi Acrensi, Prof. Giuseppe Di Stefano, ha inaugurato la mostra I MILLE ANNI DI CASA SAVOIA NEL 150° DELLA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D'ITALIA, organizzata dalla Delegazione Provinciale di Siracusa dell' Istituto Naz. GG.OO.RR.TT.Pantheon, con il contributo della PRO NOTO e  che già tanto successo di pubblico e di apprezzamenti ha ricevuto negli allestimenti di Noto e di Augusta. La mostra, unico evento promosso dal Comune di Palazzolo Acreide in occasione del 150° dell'unità d'Italia, è ospitata presso le sale del Museo del Viaggiatore e rimarrà aperta sino al 3 aprile p.v.
DATA: 13.04.2011
  
GIULIO VIGNOLI - STORIE E LETTERATURE ITALIANE DI NIZZA E DEL NIZZARDO

Giulio Vignoli - Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo     150 anni fa Nizza e il suo territorio vennero ceduti alla Francia, dopo un plebiscito truccato dalle autorità piemontesi di comune accordo con quelle francesi, in ottemperanza agli accordi di Plombières che prevedevano, in cambio delle mutilazioni territoriali (anche della Savoia), l’aiuto di Napoleone III nella Seconda Guerra d’Indipendenza. Nizza (e la sua Contea) si era data liberamente nel 1388 ai Savoia con l’impegno di quest’ultimi che mai sarebbe stata ceduta ad altro Stato o Signore… In questo pamphlet viene illustrata anche la letteratura italiana di Nizza e del Nizzardo e di Briga e di Tenda (cedute anch’esse alla Francia dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale), con precisi riferimenti storici che ristabiliscono la verità ignorata sulle vicende di queste terre.
Oltre che della storia italiana di Nizza e del Nizzardo, anche della loro letteratura italiana nulla o quasi si sa in Italia, mentre in Francia esse vengono volutamente tenute nascoste per motivi politici. Un libro di denuncia, quindi, che vuole sollevare la spessa coltre dell’ignoranza e dell’oblio italiani e della congiura francese del silenzio. Nizza non era così “francese” come si vuol far credere.
Giulio Vignoli, già professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova, si occupa da vari anni di minoranze nazionali e di lingue minoritarie. Ha pubblicato vari libri in argomento. In particolare I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica Italiana (Giuffrè); Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa (Giuffrè); La vicenda italo-montenegrina (Ecig); Il Sovrano Sconosciuto. Tomislavo II Re di Croazia (Mursia); L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea (Settimo Sigillo).

Collana: Solitudini - Formato: cm 12x20
Pagine: 136 Data di uscita: maggio 2011
ISBN: 978-88-96986-04-2
Prezzo Euro: 13,00
Scarica il file
DATA: 13.04.2011
 
MIGRANTI ITALIANI, MIGRANTI STRANIERI

foto ANSA     Quello che si sta verificando a Lampedusa ha dell’incredibile! Centinaia di immigrati costretti ad un degrado morale ed umano indescrivibile per i tempi odierni. Poco cibo, condizioni igieniche vergognose, rarissime le docce, accampamenti di fortuna, e quant’altro di “infernale” sul molo di un lembo di terra, seppur piccolo, dell’ottava potenza economica mondiale!
Specifichiamo: non è colpa certo degli abitanti dell’isola, i quali sopportano con cristiana rassegnazione il tutto, anzi, in molti aiutano questa gioventù nord-africana giunta per migliorare la propria vita,  ma al momento che condizioni sono queste alle quali sono costretti???
Il nostro Paese, terra di emigrazione, non ha saputo nel corso di questi lustri dotarsi di strutture adeguate per ospitare, provvisoriamente, questi uomini, i quali, nonostante tutto, manifestono il loro desiderio di libertà e democrazia. Fino ad oggi ci hanno dato lezioni di civiltà: nessun problema di ordine pubblico, rispettosi, silenziosi, e con sguardi, questi sì, che ci inducano a riflettere sulle nostre condizioni di vita, sui capricci, sulle tavole imbandite, nonostante la crisi. Anche in Italia, in Europa, viviamo con tristezza la disoccupazione, in special modo quella giovanile e femminile, tuttavia abbiamo, comunque, un tetto ed un piatto di minestra…, almeno lo spero!
C’è da dire che questi immigrati hanno in maggioranza un diploma o una laurea, o hanno frequentato dei corsi professionali e giustamente chiedono che i loro sacrifici siano incanalati verso il mondo del lavoro, come del resto domandano i nostri figli. Purtroppo se la loro classe politica ha fallito, anche la nostra non “brilla” per impegno e cultura.
Dunque? E’ semplice: invito i nostri rappresentanti in Parlamento ed al governo,  ad evitare paragoni e parallelismi con i loro predecessori dei secoli scorsi o peggio ancora, con alcuni “Padri della Patria”. Non sono degni neppure di nominarli!
Si impegnino piuttosto a risolvere i tanti mali che affliggono questa repubblica, senza ma e perché, dimostrino di “valere” almeno qualche centimetro di “grandezza” confrontandosi con il passato…
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 12.04.2011
  
L’ESERCITO DEGLI ITALIANI PER L’ITALIA

Editoriale di Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei senatori del Regno, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10 Aprile 2011.

foto da internet     L’Italia odierna ebbe tre pilastri: la Monarchia parlamentare, l’esercito, la scuola. Ognuno di essi subì i colpi della storia e reca i segni del tempo. L’istruzione ha in corso una ristrutturazione che darà i frutti tra un paio di decenni. La Monarchia costituzionale è del Tricolore che sventola dappertutto. L’Esercito Italiano nacque il 4 maggio 1861, in punta di piedi, con la nota  ministeriale n. 76 pubblicata nel “Giornale Militare”. Il ministro Manfredo Fanti notificò che  “d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di Armata Sarda”. Semplice, chiaro.
L’Armata Sarda aveva portato dalla sconfitta di Novara del 1849 alla vittoria di San Martino del 24 giugno 1859, dall’annessione di Emilia e Toscana alla grande impresa dal Po al Volturno nel settembre-ottobre 1860. In pochi mesi aveva annesso due terzi dello Stato Pontificio e afferrato le redini dell’impresa di Giuseppe Garibaldi nel Mezzogiorno, che rischiava di sbandare chissà dove e chissà come. Mazzini, Cattaneo e altri erano e rimasero fuori gioco.
La  storia dell’Armata Sarda è stata scritta da Stefamo Ales in poderosi volumi editi dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (US-SME, via Etruria 23, 00183 Roma). Fu la base di quello che nel 1879 ebbe la denominazione di Regio Esercito Italiano.
  Che fosse Regio dal 1861 non v’era dubbio. Lo spiega il suo maggiore storico, il generale Oreste Bovio, già Capo dell’ufficio Storico dello SME. L’Esercito fu il corpo della nazione, attraverso la leva obbligatoria di massa: fucina della coscienza nazionale che a sua volta alimentava le Forze Armate di terra e di mare. Fu palestra di educazione fisica e di civismo, formata nelle scuole per ufficiali e sottufficiali, dai “catechismi” del soldato, nelle classi per analfabeti.
Nel 1861 la Nuova Italia compì il miracolo di unificare i militari degli Stati pre-unitari e i rispettivi servizi di sicurezza,  fondamentali per la vita pubblica e la società.  
Nella poderosa Storia dell’Esercito italiano (1861-2000) edito dall’US-SME Bovio esplora e illustra il sistema sanguigno dell’Italia unita. Non si limita agli aspetti istituzionali, ma aggiunge sessantacinque profili  di comandanti,  da Giuseppe Arimondi a Edgardo Sogno, dai tre Cadorna  a Giuseppe Govone e Pietro Gazzera, da Pietro Toselli a Enrico Martini Mauri.  Agiografia? No. E’ la biografia degli italiani, il panorama dei simboli nei quali essi si riconoscono, come tutti hanno veduto in queste settimane: Tricolore, decorazioni, le stellette, lo Stellone...
L’Opera di Bovio è esemplare. Ci dice che le dispute artificiose su presunti primati degli Stati pre-unitari sono chiacchiere. La Nuova Italia affrontò da sola, senza veri amici e con alleati infidi, la lunga navigazione verso il futuro. Lo fece con Re sempre orgogliosamente in divisa. Lo loro salme vanno portate in Patria, accanto a quelle dei caduti delle due guerre mondiali. Fanno parte della storia italiana  e, appunto, mondiale, nella quale il Paese entrò  e sopravvisse proprio perché era uno Stato unitario, non uno staterello difeso da truppe mercenarie (*).
                                                             
(*) L’ Evoluzione del Regno di Sardegna a Regno d’Italia (1848-1861) verrà approfondita nel seminario di studi a Torino (Comando per la Formazione  e Scuola di Applicazione dell’Esercito, via Arsenale) giovedì 14 aprile, con relazioni di Antonino Zarcone, Oreste Bovio,  Fabrizio Giardini, Silvia Cavicchioli, Marco Montagnani, Marco Albera, Giovanni Rabbia e Dino Aloi.
DATA: 11.04.2011
   
IL PRESIDENTE ONORARIO DELL'U.M.I. GIOVANNI SEMERANO DIFENDE LA VERITA' STORICA

    Pubblichiamo una lettera del Dott. Giovanni Semerano, Presidente onorario dell'U.M.I., indirizzata al giornalista Bruno Vespa, in cui vengono analizzati molti pregiudizi e molte false convinzioni storiche che godono tutt'oggi di grande considerazione. Uno scritto conciso e dettagliato che fa riflettere.
 
Allegoria Italia - Immagine da internet     Illustre Dottor Vespa,
                                    la ringrazio per aver dimostrato, per l'ennesima volta, la sua conoscenza delle materie che affronta e il suo equilibrio di giudizio.
 Mi riferisco alla trasmissione TV del 30 marzo quando non sono mancati i soliti, triti e barbosi luoghi comuni, nati dalla propaganda nazifascista-repubblichina, poi fatti propri dalla propaganda repubblicana, comunista, socialista-nenniana e azionista e, una volta "prevalsa" la repubblica, diventati la "verità storica" ufficiale del sistema, comodissima a tutti in quanto faceva del Re "fuggiasco" il capro-espiatorio di tutti i mali d'Italia.
Come, d'altronde, è avvenuto nel giudizio sul 28 ottobre 1922 – quando nacque un governo di coalizione con ministri e sottosegretari popolari, liberali, social-riformisti, nazionalisti, tecnici e, ovviamente, fascisti; alla Camera, presieduta dall’On. Enrico De Nicola, i deputati fascisti erano 35; il Governo Mussolini ebbe 306 voti a favore, con la dichiarazione di voto del Presidente del Gruppo Popolare, On. De Gasperi.
Come è avvenuto e continua ad avvenire nella valutazione di tante altre vicende storiche, mai ricordando un solo merito di quel Re, dall'intesa personale e politica con Zanardelli e Giolitti - quando la lira faceva aggio sull'oro - a Peschiera, nel 1917, quando egli si impose per la difesa sul Piave e non sul Mincio come volevano gli Alleati (vedasi le memorie del Primo Ministro britannico David Lloyd George); per non parlare del 25 luglio: senza il Re Vittorio Emanuele III - come anche recentemente hanno ricordato Sergio Romano sul “Corriere della Sera” e Mario Cervi sul “Giornale” - l’Italia sarebbe finita come la Germania, rasa al suolo e divisa; e potrei proseguire citando molti altri eventi significativi… per finire al suo ultimo gesto, prima di imbarcarsi a Napoli per l’esilio di Alessandria d’Egitto dove morì (e dove è ancora sepolto!): la donazione al "Popolo italiano" della collezione di monete, dal valore incalcolabile (il Presidente Fanfani, nel 1983, parlò di una “stima” di 100 miliardi di lire; le allego in proposito la "memoria" del Marchese Fausto Solaro del Borgo resa pubblica nel 2010).   
Mai una volta, in quasi settant'anni ed anche ieri sera, che sull'8 settembre sia stato possibile fare una analisi almeno un po' distaccata dalla solita, stucchevole superficialità a senso unico (e, mi lasci dire, anche ignoranza: mi riferisco all'orecchiante "ballerino", ma non solo a lui...).  Gli analisti storici onesti fuori dal coro della “fuga” non sono mancati - dai monarchici Volpe, Artieri, Paratore, al liberale Arangio-Ruiz, al socialista Alfassio Grimaldi, al comunista Ernesto Ragionieri (che, sulla Storia d’Italia edita da Einaudi ha scritto “Quella lunga teoria di berline nere dirette a Pescara portava in salvo la continuità dello Stato”) – ma sono stati  sempre ignorati e “silenziati”. Vengono ignorate perfino le parole pronunciate nel 2000 dal Presidente Ciampi “L’8 settembre per me fu facile scegliere tra Salò e il legittimo Governo; non solo non morì la Patria, quel giorno, ma neppure lo Stato”; cito dal “Corriere della Sera” del 15 novembre 2000: Quando riuscì a raggiungere la Puglia, dove rientrò nei ranghi, Ciampi racconta di come avesse già chiara la legittimità del Governo del Re e di Badoglio, legittimità sostanziata dalla dichiarazione di Guerra alla Germania del 13 ottobre 1943. Nel ringraziare il Presidente Ciampi sento di dover rivolgere un commosso e ammirato pensiero all’87% dei soldati e sottufficiali e al 92% degli ufficiali che, prigionieri nei campi di concentramento nazisti, rifiutarono di aderire alla cosiddetta  repubblica sociale di Mussolini e restarono fedeli al giuramento al Re legittimo Capo dello Stato.
Lei sa quanto la stimava - e seguiva! - il Ministro Falcone Lucifero, con il quale io ho avuto l'onore di collaborare per 40 anni. Le invio il suo libro “Il Re dall’esilio” e un articolo che lei gli dedicò su “Il Tempo” del 21 marzo 1986.
Mi affido alla sua onestà intellettuale, ed esemplare professionalità, affinché i due anni - giugno 1944-giugno 1946 - in cui Re Umberto fu Capo dello Stato (con 4 governi: 2 Bonomi, 1 Parri, 1 De Gasperi) come Luogotenente Generale e come Re, con accanto Lucifero, non siano stravolti dagli ignoranti, in buona e, più spesso, cattiva fede. E sul Referendum - e sul suo epilogo "frettoloso"... - non si ripetano le solite "parole d'ordine", rispettando almeno il voto di quei quasi 11 milioni (secondo i "dati" di Romita sui quali, lo scorso 12 marzo su “Libero”, ha giustamente espresso le sue perplessità l’ex Presidente del Senato Marcello Pera) di italiani che votarono per la Monarchia facendo di Umberto II l'uomo - da solo, senza partiti e candidati al seguito - più votato nella storia d'Italia.
Un uomo che ebbe la stima e il sostegno di tante illustri personalità, da Churchill a Eisenhower, da Croce a Einaudi, da Guareschi a Montanelli, da Barzini a Pampaloni a Pannunzio… e potrei andare avanti a lungo, ma soprattutto ebbe, fino al suo ultimo istante di vita terrena, l’affetto di milioni e milioni di italiane e di italiani.
Infine, invoco rispetto pure per noi romani che al Re demmo una netta maggioranza, come tutto - tutto - il centrosud e le isole, ma anche, al nord, come le Province di Cuneo, di Asti, di Bergamo, di Padova, e molte centinaia di Comuni, senza dimenticare che non poterono votare l’Alto Adige, la Venezia Giulia, centinaia di migliaia di prigionieri di guerra (tra i quali i valorosi che rifiutarono…) non ancora rientrati in Patria.
Voglia scusarmi, caro Direttore, se mi sono permesso di disturbarla.
Grazie per l’attenzione e ogni migliore augurio di bene e di continuo successo per lei e per il suo impegno giornalistico!
Giovanni Semerano
Presidente onorario U.M.I.
DATA: 04.04.2011

ONORE ALLA STORIA: PORTIAMO IN ITALIA LE SALME DI TUTTI I NOSTRI RE

Editoriale di Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei senatori del Regno, pubblicato su "Il Giornale del piemonte" del 27 Marzo 2011.

     Italia Tricolore:  garrisce ovunque la bandiera scelta da Re Carlo Alberto di Savoia quando affrontò la prima guerra d’indipendenza. L’Italia  si ridesta da decenni di oblio. Riscopre la propria storia.  Per la prima volta dal 1946 un Capo dello Stato ha reso doveroso omaggio al Padre della Patria, al  Pantheon, a Roma, ove riposa con suo figlio, Umberto I, assassinato da un anarchico a Monza il 29 luglio, e alla Regina Margherita (1851 -1926). 
Ma gli italiani e la miriade di stranieri che visitano il Pantheon si domandano: l’Italia ebbe altri Re? Dove sono?
Alla morte di Umberto I salì al trono Vittorio Emanuele III, che portò l’Italia al vertice della Comunità internazionale. In un quindicennio l’Italia svettò per cultura, scienze, arti, riforme sociali, civiltà. Il Re ebbe consiglieri di altissimo sentimento patriottico, come Pasquale Villari che gli disse papale papale di cacciare a calci nel sedere i cortigiani e di ascoltare gli innovatori. Lo fece.
Nel 1915 l’Italia entrò nella grande guerra: uno sforzo immane. Vinse. Il “piccolo Re” resse il timone dell’unica grande Monarchia  continentale sopravvissuta al crollo di quattro Imperi (Russia, Germania, Austria e Turchia), fronteggiò i totalitarismi, conciliò il Regno con la Santa Sede, deglutì e mitigò decisioni del parlamento che non condivideva, come le leggi razziali. Poi l’Italia si destreggiò nei marosi della seconda guerra mondiale. Vi entrò per facilitare la resa della Francia ormai alle corde e condusse una guerra “parallela” a quella della Germania. Fu Vittorio Emanuele III a dimissionare Mussolini e fu lui a accettare l’armistizio del settembre 1943: l’Italia perse la guerra ma cadendo sul fianco meno doloroso, a Occidente anziché nelle braccia dell’URSS di Stalin. Il 5 giugno 1944 il Re trasferì tutti i poteri della Corona al figlio, Umberto (1904-1983), suo Luogotenente e poi  Re d’Italia dal 9 maggio alla morte (Ginevra, il 18 marzo 1983). Il 13 Umberto II  lasciò l’Italia per l’estero dal 13 giugno 1946; dal 1° gennaio 1948 fu esule. E’ sepolto ad Altacomba, sacrario della casa, con la regina Maria José: vissero a lungo separati, là sono uniti.
Anche Vittorio Emanuele III morì all’estero il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto,ove viveva col titolo di conte di Pollenzo, ed ebbe sepoltura provvisoria nella chiesa di Santa Caterina. Chi ne garantisce l’incolumità nel caos attuale e forse peggiore in futuro? La Regina Elena, sua consorte, morì ed è sepolta a Montpellier. Quei Re d’Italia, uniti in un  matrimonio saldissimo per cinquantadue anni, sono un esempio straordinario, sia per come vissero sia perché da  sessant’anni le loro salme giacciono addirittura in due diversi continenti: Vittorio Emanuele in Africa, Elena in Europa. E’ assurdo. Inaccettabile.   
Vittorio Emanuele III morì prima che entrasse la costituzione vietasse il rientro e soggiorno in Italia del Re e dei suoi discendenti: una misura comprensibile per una repubblica che al referendum ebbe il magro consenso del 42% degli aventi diritto al voto. Morì da cittadino italiano di pieno diritto.
Comunque la costituzione non vietò il rientro delle salme dei Re. Esse vanno tumulate con tutti gli onori al Pantheon accanto ai genitori, perché questo vogliono il rispetto della memoria e la Storia nel 150° del Regno d’Italia.  Su un tema così delicato il Piemonte deve farsi sentire: è questione di elementare dignità.
DATA: 01.04.2011
 
RIUNITO A ROMA IL COORDINAMENTO NAZIONALE DEL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE

I giovani del F.M.G. con Sacchi e Boschiero
     Roma, 24 Marzo 2011 – Si è riunito presso la sede nazionale di via Riccardo Grazioli Lante il Coordinamento Nazionale del Fronte Monarchico Giovanile dell'U.M.I. che ha discusso e pianificato il programma d'azione e il calendario dei prossimi eventi, in accordo con il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Sergio Boschiero.
    Nell'ambito della prosecuzione delle celebrazioni del 150° del Regno d'Italia, iniziate ufficialmente con la grande manifestazione del 19 marzo a Roma, i giovani monarchici, guidati da Amedeo de Dominicis si impegnano a essere presenti sul territorio e hanno programmato una giornata di studi formativa, mirata alla preparazione dei giovani del F.M.G..
DATA: 24.03.2011
 
SPOLETO: PRESENTATO IL LIBRO DI DOMENICO FISICHELLA "IL MIRACOLO DEL RISORGIMENTO"

Spoleto - Il miracolo del Risorgimento     Spoleto, 17 Marzo 2011 - Grande successo per la manifestazione celebrativa del 150° anniversario del Regno d'Italia, nonostante una continua e fredda pioggia. I Tricolori Sabaudi hanno fatto da cornice ad una splendida sala colma di signore e signori che hanno avuto modo di apprezzare l'alta dialettica coinvolgente del Sen. Prof. Domenico Fisichella, che ha illustrato lo scenario politico antecedente la nascita dello Stato Nazionale Unitario, dovuto alla Monarchia Sabauda, evidenziando il diverso stile di costumi e di amministrazione in uso in epoca monarchica. Il Presidente Nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi, commentando l'attuale crisi mediorientale ha sottolineato come le repubbliche arabe abbiano reso incandescente l'area mediterranea. Inoltre ha denunciato il rischio di perdita d'identità nazionale a seguito di forti future immigrazioni verso  di noi, se lo Stato italiano non avrà un'Istituzione saldamente rappresentativa ed unitaria, cioè una nuova Monarchia. Il Presidente regionale U.M.I. Umbria Maurizio Ceccotti ha presentato l'Unione Monarchica Italiana ed i suoi fini, mettendo in risalto l'attualità e la necessità dell'Istituto Monarchico, rappresentato da S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia. Il Vice Coordinatore U.M.I. di Spoleto, Rag. Alberto Mazzoneschi, ha dato lettura del messaggio inviato da S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca delle Puglie. Un sincero ringraziamento per la gentile ospitalità offertaci dall'Associazione Rinnovamento per Spoleto, presente con il suo Presidente Avv. Cappelletti che ha portato il suo apprezzato saluto ai convenuti. Il convegno ha dimostrato ulteriormente che anche in Umbria sta risorgendo l'interesse per la proposta dell'alternativa istituzionale monarchica.
DATA: 24.03.2011
  
ANCHE A SCHIAVI D'ABRUZZO GARRISCE IL TRICOLORE SABAUDO

     «Si celebra, per legge, l'unità d'Italia, ma non si ricordano opportunamente i principali artefici di tale immensa e meritoria opera: i Savoia. Per questo motivo il 17 marzo tornerò ad esporre, dal balcone della mia abitazione a Schiavi di Abruzzo, il tricolore sabaudo, l'unico drappo tricolore da far garrire al vento in questa occasione così importante».
E' quanto dichiara alla stampa Francesco Bottone, delegato per l'Abruzzo e il Molise dell'U.M.I. (Unione monarchica italiana), alla vigilia della festa nazionale del 17 marzo. Non nuovo ad iniziative del genere, solitamente in occasione della festa della repubblica del 2 giugno, Bottone esporrà il tricolore con lo stemma di Casa Savoia ancora una volta.
«Il mio gesto vuole essere una provocazione, - spiega - una ferma protesta nei confronti delle tante celebrazioni ufficiali durante le quali, come appare evidente sin dai programmi annunciati, saranno volutamente e colpevolmente dimenticati o messi in ombra i meriti di Casa Savoia, della Corona che ha fatto, letteralmente, l'Italia unita. Il tricolore attuale, dal quale vigliacche mani hanno strappato lo stemma Sabudo, è un affronto alla realtà storica, il frutto ideologico e fazioso delle giacobine operazioni messe in atto, nel 1946, subito dopo il referendum istituzionale, dai ministri Romita e Togliatti. Che almeno in occasione della festa del 17 marzo, ricorrenza della proclamazione del Rego d'Italia, si torni ad esporre la vera bandiera d'Italia, l'unica, quella Sabauda. Lo impongono l'onestà intellettuale e la verità storica».
DATA: 18.03.2011
 
IL SINDACO DI ALESSANDRIA RICEVE UN OMAGGIO SABAUDO

Piercarlo Fabbio, Sindaco di Alessandria
     Il Sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio ha ricevuto ufficialmente  i  responsabili dell'Unione Monarchica  Italiana , Carmine Passalacqua, ed il Delegato dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Alessandria, i quali hanno fatto omaggio, in occasione del 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia il 17 Marzo 1861, del Calendario Reale 2011 e del "Piatto del Regno".
DATA: 18.03.2011

TOPONOMASTICA RISORGIMENTALE

     Chiedere al Ministero dei Beni Ambientali e Culturali ed alle Soprintendenze ai Beni Archeologici e Paesaggistici l’immediata apposizione del vincolo di bene culturale a tutta la toponomastica risorgimentale presente nel territorio del Paese.
    E’ questa la proposta avanzata dall’associazione “Avvocati con Giuseppe Garibaldi”, in concomitanza con la data del 17 marzo 2011, giornata ufficiale delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. L’associazione, creata dagli avvocati Corrado Piccione e Corrado V. Giuliano, vanta adesioni di prestigiosi rappresentanti dell’attività forense di diverse località italiane.
    L’iniziativa sarà presentata alla stampa e alle emittenti locali martedì 15 marzo, alle ore 10,30, presso lo Studio legale Giuliano, in via Nizza, 16 – Ortigia, Siracusa.
DATA: 14.03.2011
 
APERTURA STRAORDINARIA SCUDERIE SABAUDE DEL QUIRINALE

     Per il fausto anniversario del 150° della proclamazione del Regno d'Italia e visto il grande successo di pubblico, il 12 e il 19 marzo ( ore 9.00- 12.00) è stata prevista l'apertura straordinaria delle Scuderie Sabaude del Palazzo del Quirinale, erette nel 1874. Esse ospitano le antiche carrozze usate dalla Famiglia Reale nelle cerimonie più importanti del Regno, come l'apertura della Camera dei Deputati, visite di Stato, matrimoni dei Principi.
DATA: 14.03.2011
 
ROMA: I DUCHI D'AOSTA ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"IL PRINCIPE ESPLORATORE" DI PABLO DELL'OSA

Pablo Dell'Osa ♦ ll principe esploratore. Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi ♦ Mursia, Milano 2010 ♦ 528 pagine ♦ brossura, con inserto fotografico ♦ 29 euro     Roma, 8 marzo 2011 - Presso la prestigiosa sede del Circolo Ufficiali di Marina "Caio Duilio", sul lungotevere Flaminio, è stato presentato il libro del giovane talento storico-letterario Pablo dell'Osa "Il Principe Esploratore" (Mursia, 2010 - euro 29,00), biografia del Principe Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi. All'evento hanno presenziato le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia, Duchi d'Aosta. L'incontro si è aperto con la proiezione di fotografie e documenti riguardanti l'avventuroso esploratore sabaudo. In seguito all'apprezzatissimo filmato, S.A.R. il Principe Amedeo ha ricordato la figura dello "Zio Luigi"; poi l'Autore si è soffermato su alcuni caratteristici aspetti del Duca degli Abruzzi: dal suo irrefrenabile spirito avventuriero alla sua grandissima umanità. Al termine vi è stato spazio per un dibattito in cui molte persone del qualificato pubblico sono intervenute testimoniando il proprio attaccamento ad una meravigliosa figura come quella del Duca degli Abruzzi. Il Principe Amedeo ha "svelato" che sette anni orsono aveva intenzione di far tumulare la salma del Duca degli Abruzzi dall'omonimo villaggio in Somalia a Santa Maria degli Angeli ma, dopo una toccante manifestazione di affetto da parte degli abitanti locali, capiì che solo la Somalia è la terra in cui è giusto che riposi il Suo grande antenato.
Al termine dell'incontro le rappresentanze del Circolo "Caio Duilio" hanno regalato al Capo della Famiglia Reale il crest della Marina Militare.
Oltre agli Ufficiali di Marina soci del Circolo, tra cui il Presidente delle Guardie d'Onore al Pantheon Capitano di Vascello dr. Ugo d'Atri, erano presenti il Conte delle Pastene Enzo Capasso Torre, il Segretario nazionele U.M.I. Sergio Boschiero e il responsabile dell'U.M.I. di Roma Paolo Rossi di Vermandois.
Il libro di dell'Osa sta avendo un ottimo successo e continua il suo giro di presentazioni attraverso l'Italia. Il prossimo appuntamento sarà a Torino, presso la libreria Feltrinelli (piazza CLN, 251), martedì 22 marzo p.v., alle ore 18.00. (www.pablodellosa.it)

FOTO

S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia
S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia ricorda lo zio esploratore.

S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia commenta con Pablo dell'Osa le fotografie durante la proiezione del filmato
S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia commenta con Pablo dell'Osa le fotografie riguardanti il Duca degli Abruzzi durante la proiezione del filmato.

Il tavolo degli oratori
Il tavolo degli oratori.

S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia fra il pubblico
S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia fra il pubblico.

L'intervento dell'Autore
L'intervento dell'Autore del libro, Pablo dell'Osa.

Il salone del Circolo Ufficiali di Marina "Caio Duilio"
Il salone del Circolo Ufficiali di Marina "Caio Duilio".

Il salone del Circolo Ufficiali di Marina "Caio Duilio"
La consegna del Crest della Marina Militare al Principe Amedeo.

DATA: 09.03.2011
  
A CERVINARA (AV) SOLENNI CELEBRAZIONI PER IL 150°

Cervinara, 4 marzo 2011     Venerdì 4 marzo si è celebrato a Cervinara il 150° anniversario dell’Unità d’Italia; la manifestazione è stata organizzata dall’assessorato alla cultura del Comune di Cervinara in collaborazione con il mensile ”Il Caudino”, con la Pro Loco, con le delegazioni irpine delle Guardie d’Onore al Pantheon e dell’Istituto del Nastro Azzurro.  Il corteo è nato in piazza Trescine accompagnato dalla fanfara dei bersaglieri  della brigata  Garibaldi di Caserta, per poi arrivare al monumento ai caduti dove è stata deposta una corona d’alloro.  Il corteo poi è rientrato alla casa comunale dove è stata deposta una lapide commemorativa accanto alla sala consiliare Sacco. La commemorazione ufficiale si è tenuta presso l’auditorium della scuola media, dove ha aperto i lavori il sindaco di Cervinara Filuccio Tancredi. E’ intervenuto il consigliere dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria, Duca Giannandrea Lombardo di Cumia, che ha ricordato il sacrificio che ha dato la cavalleria per l’unità nazionale. Ha portato il saluto dell’Associazione Amici del Montenegro il dott. Marco Romano. Il Gen. Giuseppe Picca, vice presidente dell’Istituto Nastro Azzurro, ha presentato l’associazione e da alpino ha voluto ricordare la figura del capitano Massimo Ranzani, ucciso in Afghanistan. Picca, al termine del suo intervento, ha consegnato il crest dell’Istituto del Nastro Azzurro al Gen. Antonio Vittiglio, comandate della brigata Garibaldi di Caserta. Il capitano di vascello Ugo d’Atri, Presidente delle Guardie d’Onore al Pantheon, ha commemorato le figure di Garibaldi, che fu vice presidente onorario  delle Guardie d’Onore al Pantheon, di Camillo Benso di Cavour e del Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria. Ha concluso i lavori l’assessore alla cultura Francesco Viola. L’avv. Alessandro Sacchi, Presidente nazionale UMI, impossibilitato ad essere presente per impegni precedentemente assunti, ha inviato un messaggio, che è stato letto dal Delegato delle Guardie d’Onore, nonché coordinatore dell'U.M.I. di Avellino, Augusto Genovese.
Presente una delegazione dell'U.M.I. del Club Reale “Savoia” di Bari, guidati da Oronzo Cassa.
Grande affluenza di partecipazione da parte della cittadinanza anche con scolaresche che sventolavano orgogliosamente centinaia di bandierine tricolori.
DATA: 08.03.2011
  
L’OSPOL CHIEDE L’ISTITUZIONE DEL POLIZIOTTO SOCIALE NELLE SCUOLE

Ospol    Riportiamo il documento conclusivo del convegno tenutosi il 18 febbraio scorso a Roma, in cui l'O.S.Po.L., Organizzazione Sindacale delle Polizie Locali, chiede l'istituzione del poliziotto sociale nelle scuole. Quella del poliziotto sociale è una figura che garantisce controllo e sicurezza ai nostri ragazzi dato che, purtroppo, alcuni istituti scolastici presentano seri problemi sociali.
Al Presidente dell'O.S.Po.L., Luigi Marucci, i migliori auguri per l'accoglimento della richiesta e i complimenti per la funzione sociale svolta dall'importante associazione sindacale.
DATA: 04.03.2011
  
ONORE AI NOSTRI CADUTI
foto Ansa
    Nel giorno delle esequie private del Cap. Ranzani del V REGGIMENTO ALPINI l'Unione Monarchica Italiana china le bandiere del Regno d'Italia in memoria dell'eroico Caduto e rinnova i propri sentimenti di vicinanza ai congiunti e a tutte le Forze Armate.
DATA: 04.03.2011
 
A CASALBORGONE (TO) UNA PIAZZA AD UMBERTO II
IL PLAUSO DELL'U.M.I. ALL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE

    A Casalborgone, comune della provincia di Torino, in occasione del 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, il Consiglio comunale ha deliberato l'intitolazione di una piazza al Re Umberto II. Il gesto, fortemente voluto dal sindaco Amos Giardino, ben rappresenta una volontà di pacificazione nazionale e rispetto per la storia patria. L'opposizione, invece, grida allo scandalo e si appella a Giorgio Napolitano per bloccare la delibera comunale, minacciando proteste clamorose.
    L'Unione Monarchica Italiana, tramite il responsabile torinese Avv. Edoardo Pezzoni Mauri, esprime il massimo plauso al Sindaco di Casalborgone per la lodevole iniziativa, ma manifesta una forte perplessità per la sconsiderata e irrispettosa reazione di chi, ottenebrato da pregiudizi storici e forte di una subcultura anti-patriottica e anti-italiana, contesta l'adamantina figura dell'ultimo Re d'Italia. Ricordiamo che Umberto II sacrificò se stesso e il Suo Regno per il bene supremo della nostra Patria, partendo per un ingiusto esilio all'indomani del contestato referendum istituzionale del giugno 1946, ed evitando così una sanguinosa guerra civile che avrebbe portato morte e dolore alla nostra Italia.
    Roma, 3 marzo 2011
DATA:03.03.2011

NELL'ANNIVERSARIO DELLA MORTE IN AFRICA DI AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D'AOSTA, VICERE' D'ETIOPIA, L'UNIONE MONARCHICA ITALIANA LO RICORDA CON DEFERENZA QUALE ALTO ESEMPIO DI SERVITORE DELLO STATO
NELL'ANNIVERSARIO DELLA MORTE IN AFRICA DI AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D'AOSTA, VICERE' D'ETIOPIA, L'UNIONE MONARCHICA ITALIANA LO RICORDA CON DEFERENZA QUALE ALTO ESEMPIO DI SERVITORE DELLO STATO
Rarità: Cerimonia di inaugurazione del monumento ad Amedeo di Savoia, Vicerè d'Etiopia nel parco del castello di Miramare, Sua residenza dal 1931 al 1937. Presenziano le LL.AA.RR. la Duchessa Anna di Savoia Aosta e la Principessa Maria Cristina di Savoia Aosta, consorte e figlia del Vicerè, e il nipote, Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta.
Lo scatto raffigura la commemorazione tenuta dal Sindaco di Trieste Gianni Bartoli nel novembre 1972.
Cerimonia di deposizione di corona d'alloro al Monumento al Vicerè presso l'aeroporto di Gorizia ( Foto Archivio Teja)
 Cerimonia di deposizione di corona d'alloro al Monumento al Vicerè presso l'aeroporto di Gorizia ( Foto Archivio Teja)
DATA:03.03.2011
 
RISORGIMENTO DIMENTICATO: MEZZOGIORNO PROTAGONISTA
        
Ferdinando IV, foto da internetMolti pseudo storici, nel fiume d’inchiostro profuso in questi mesi per il 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, hanno scritto che al Risorgimento mancò la “voce del Sud”…
Il clima reazionario scaturito dal Congresso di Vienna nel 1815 cancellò in pochi mesi in Europa e quindi anche dalla nostra Penisola quelle speranze libertarie sorte all’indomani della Rivoluzione Francese e istituzionalizzate con Napoleone. Molti ufficiali formati durante il regno di re Gioacchino Murat, cognato del Bonaparte, diedero vita ad un’associazione segreta, la “Carboneria”, per custodire quei valori retaggio della precedente epoca: autonomia, indipendenza, riformismo economico, ecc. Nel nostro Mezzogiorno la Carboneria si sviluppò rapidamente, tanto che nel maggio 1820 alcuni fermenti insurrezionali promossi dalla “vendita” carbonara di Salerno, vennero sventati preventivamente dalla Polizia borbonica che attuò molte perquisizioni ed arresti. Poche settimane dopo, tuttavia,  le insoddisfazioni contro il governo di re Ferdinando I di Borbone, sfociarono nella ribellione del reggimento “Real Borbone” di Nola. Capeggiati dai sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati, con il segreto appoggio del generale Guglielmo Pepe, copertosi di gloria durante la Repubblica Partenopea nel 1799 e sui campi di battaglia al seguito di Napoleone I, i 127 soldati di questo reggimento da Nola decisero di dirigersi su Avellino. I rivoltosi al grido, rassicurante per la popolazione, di “Dio, Re, Costituzione”, volevano che anche nel Reame napoletano venisse introdotta una Costituzione sul modello spagnolo. Ma i soldati inviati a fermare questa colonna, solidarizzarono con essi, ed il 3 luglio tutti entrarono trionfalmente nel capoluogo irpino, dove venne proclamata la Costituzione di Spagna del 1812. [...]
DATA:02.03.2011

STORIE E LETTERATURE ITALIANE DI NIZZA E DEL NIZZARDO

Giulio Vignoli    Fra pochi giorni verrà pubblicato l'ultimo volume del Prof. Giulio Vignoli, storico da sempre attento alle realtà locali che si è sempre contraddistinto per aver affrontato argomenti non trattati dalla storiografia ufficiale. Vignoli, già autore di numerose pubblicazione fra le quali ricordiamo la biografia di Tomislavo II, Re di Croazia, e la tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea, torna ad occuparsi dell'italianità di Nizza con "Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo (e di Briga e di Tenda e del Principato di Monaco)". Il volume verrà pubblicato dalle Edizioni Sette Colori (via Adda, 88046 Lamezia Terme - Tel. 333.8273143 - info@settecolori.it) e verrà distribuito da Mursia. Visto il carattere mirato dell'argomento trattato, per gentile concessione dell'Autore, dal nostro sito è possibile scaricare il volume in formato .pdf. Buona lettura!


DATA: 02.03.2011
 
LIBIA, E SE L'OPZIONE MONARCHICA FOSSE L'ULTIMA VIA D'USCITA?

    Hanno sostituito il verde vessillo della Jamahiriya con il tricolore nero, rosso e verde dei tempi di Idris Al Senussi
E se in Libia la via di uscita fosse un re?

Re Idrsis I riceve un piccolo barile di petrolio in oro a suggello dell'apertura del primo pozzo in Libia: è l'ottobre del 1961 (Ap)Oltre gli entusiasmi, sempre contagiosi e talvolta infantili, che hanno accompagnato le rivolte nel Nord Africa, si fa strada una certezza. Che le transizioni non saranno facili, come Tunisia ed Egitto stanno dimostrando. E che in Libia sarà ancora più arduo e pericoloso. Perché se al Cairo e a Tunisi un «dopo», magari accidentato, è ormai visibile, a Tripoli non è così. Guidare e governare il Paese, sfibrato da decenni di spietata dittatura, da odi tribali, ambiguità, vendette, sarà davvero un'impresa titanica. Però dovrebbero far riflettere due dettagli. Il primo legato alla disarmata intifada diplomatica, con decine di ambasciatori e consiglieri che abbandonano il Colonnello, si schierano con i rivoltosi, e sostituiscono il verde vessillo della Jamahiriya voluto da Gheddafi con la bandiera tricolore (nero, rosso e verde) della Libia monarchica e indipendente dei tempi di re Idris. Il secondo dettaglio è che il vessillo tricolore del regno è quello scelto dai ribelli armati: sventola a Bengasi, in gran parte del Paese, e con esso si coprono pietosamente i cadaveri dei «martiri della rivoluzione».
Voglia di monarchia, allora? È vero che il ricordo del saggio e tollerante re Idris Al Senussi, è sempre vivo, soprattutto fra gli anziani, che in silenzio lo hanno rimpianto per oltre 40 anni: da quando il sovrano fu costretto all'esilio in seguito al golpe incruento deciso dalle Forze armate e portato a compimento da un gruppetto di giovani ufficiali, guidati da Gheddafi. Tuttavia, la scelta di riproporre la bandiera monarchica non è una manifestazione di sterile nostalgia, ma la volontà di pretendere un autorevole quadro istituzionale alla fine della rivoluzione. La verità è che la Libia sembra un pianeta sconosciuto. Ricco, da corteggiare, da blandire. Ma rimasto una galassia misteriosa, con la sua ragnatela di tribù: alcune pacifiche, altre sensibili alle suggestioni dell'estremismo, altre ancora assai radicali, e infine alcune lungimiranti e moderate come quella dei Senussi, che possono vantare un grande eroe nazionale: quell'Omar al Mukhtar, che guidò la resistenza contro i colonialisti italiani dello spietato maresciallo Graziani.
Il rischio è che, dopo 42 anni di intossicazione dittatoriale, i mai sopiti odi tribali possano prepotentemente risorgere. Dando corpo al fantasma di una frantumazione territoriale (di tipo somalo) che danneggerebbe non soltanto la Libia ma tutti i clienti del suo grande patrimonio energetico, a cominciare dall'Italia.
I consigli rivoluzionari, nati con la rivolta, possono gestire la prima fase, però dopo è necessario un punto di riferimento istituzionale. Non l'esercito, troppo legato alle bizze del dittatore, e oggi disgregato; non gli intellettuali, appena riaffiorati dalle catacombe del pensiero, quindi non ancora pronti a ruoli decisivi; non i giovani, entusiasti ma inesperti e disorganizzati. La soluzione potrebbe essere appunto un re, una figura al di sopra delle parti.
In questi giorni si è presentato con qualche intervista il principe Idris al Senussi, che vive tra Roma e New York, erede designato da suo nonno. Pronto a tornare nel suo Paese (fu costretto all'esilio quando aveva 14 anni) e ad assumere un ruolo, che potrebbe essere quello di sovrano, se verrà restaurata la monarchia, oppure quello di leader politico, come successe in Bulgaria con l'ex re Simeone. Tuttavia anche un cugino più giovane di Idris, che vive a Londra, potrebbe vantare titoli dinastici. Ma, almeno in questo caso, non vi sarebbero problemi di appartenenza perché entrambi sono Al Senussi. Provengono cioè dalla tribù che in Libia è la più rispettata.
Antonio Ferrari
DATA: 02.03.2011
 
RICORDARE LA MONARCHIA NELLE FESTE PER L’UNITÀ

    Sabato 26 febbraio 2011, nella rubrica "Lettere al Corriere" del Corriere della Sera, l'Amb. Sergio Romano risponde ad un lettore in merito al ruolo passato e presente di Casa Savoia.

    Il 17 marzo perché non invitare alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia anche Emanuele Filiberto di Savoia quale discendente di Vittorio Emanuele II, che unì gli Italiani e proclamò il Regno di Italia il 17 marzo 1861?
Umberto Giorgio Marzano

S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Capo della Famiglia Reale Caro Marzano, Vorrei poterle dare una risposta netta e argomentata: sì o no. Ma ho dubbi che non riesco a sciogliere. Come molti lettori che hanno scritto al Corriere in queste ultime settimane, sono personalmente convinto che la celebrazione del 150˚, senza alcun riconoscimento del ruolo che i Savoia ebbero in quella vicenda, sarebbe una colossale bugia storica. Conosciamo le contraddizioni di Carlo Alberto, i suoi trascorsi reazionari, lo stile arcigno e bigotto con cui governava la corte di Torino. Ma gli dobbiamo lo Statuto, la bandiera nazionale, la prima guerra d’indipendenza e persino l’abdicazione. Se avesse conservato il trono sarebbe stato, sino alla fine della sua vita, il re sconfitto. Lasciando il trono a Vittorio Emanuele dette al suo Stato un re giovane, a cui non poteva essere imputato alcun errore e che avrebbe potuto perseguire con nuove energie la politica del padre. È esattamente ciò che accadde. Anche di Vittorio Emanuele II può essere fatto un ritratto critico e ironico. Potremmo parlare dei suoi scatti autoritari, delle trame che tesseva dietro le spalle del governo, della sua insaziabile fame di donne a cui Carlo Alberto Pisani Dossi dedicò alcune delle sue più spietate «note azzurre». Ma dovremo pur sempre riconoscere i suoi meriti. Non firmò il trattato di pace con l’Austria nel 1849 prima di avere ottenuto garanzie per la sorte dei lombardi e dei veneti che l’avevano combattuta. Si comportò bene sul campo di battaglia. Permise al Parlamento di rafforzare i propri poteri. Non amò Cavour, ma lo lasciò governare. Sostenne Garibaldi. Non si lasciò intimidire dalla Santa Sede. Ma quando penso a una grande parata per il 150˚ anniversario dell’Unità e immagino Emanuele Filiberto con il padre nella tribuna d’onore, provo una specie di stretta al cuore. Non credo che il loro stile di vita corrisponda al ruolo che vorrebbero avere nella società italiana e non credo, di conseguenza, che abbiano i titoli necessari per rappresentare la loro famiglia. Esiste una soluzione? Forse sì. Se il Quirinale e il governo vogliono che un Savoia sia presente alle cerimonie, la scelta potrebbe cadere su Amedeo di Savoia-Aosta. Non appartiene al ramo regnante dei Carignano, ma è nipote di Emanuele Filiberto comandante della Terza Armata, di Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi e appassionato esploratore, e di un altro Amedeo viceré d’Etiopia, morto in prigionia nel 1942. Per di più l’ultimo duca, nato nel 1943, è un ufficiale di complemento della Marina, si è laureato in scienze politiche a Firenze ed è un viticoltore italiano. Tralascio le discussioni dinastiche sul problema della discendenza (un problema a cui l’Italia repubblicana non può che essere indifferente) e osservo che questo Savoia ci appartiene e sarebbe cortese invitarlo.
Sergio Romano
DATA: 28.02.2011
   
RIUNITO IL CONSIGLIO DI PRESIDENZA DELL'U.M.I.

    Si è riunito in Roma, presso la sede nazionale di via Riccardo Grazioli Lante, il Consiglio di Presidenza dell'U.M.I.
    Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Sergio Boschiero hanno fatto il punto della situazione sull'organizzazione delle manifestazioni per il 150° anniversario della Proclamazione del Regno d'Italia. L'impegno che l'U.M.I. sta mettendo - già da un anno ormai -  nelle celebrazioni dell'unica tradizione comune dell'Italia moderna, ovvero del Risorgimento, sta dando buoni frutti in un clima di attenzione sempre crescente per la nostra storia patria.
    La manifestazione che l'U.M.I. ha organizzato il 19 marzo a Roma, alla presenza della Famiglia Reale, sarà il coronamento di un lavoro svolto a livello nazionale già da tempo e che si protrarrà per tutto il 2011.
    Il Consiglio di Presidenza ha espresso la propria preoccupazione per la carneficina che si sta compiendo il Libia, auspicando che le bandiere del Regno di Libia, le quali sempre più numerose sventolano nel paese nord-africano, siano oltre che simbolo, portatrici di una libertà che da troppi anni manca in Libia.
DATA: 24.02.2011
   
RISORGIMENTO DIMENTICATO: LE GIARDINIERE D’ITALIA

    In questa periodica rubrica alla scoperta di fatti e personaggi del nostro Risorgimento meno noti, abbiamo dato una particolare visibilità al ruolo della donna nel cammino che portò il nostro Paese alla tanto sospirata unificazione e continueremo a farlo. Questa volta ci soffermeremo su quelle figure femminili, le quali nei primi decenni dell’Ottocento e maggiormente dopo il 1815 sono passate alla storia come “le Giardiniere”.
Con tale termine vennero identificate le appartenenti di sesso femminile alla “Carboneria”, che a differenza dei colleghi maschi, i quali amavano incontrarsi nelle “vendite”, così nel gergo carbonaro erano chiamati i luoghi di riunioni segrete, si davano appuntamento nei loro giardini. Quest’ultimi erano formati da un giardino formale o aiuola, composto da 9 donne; per entrarvi anch’esse dovevano superare delle prove e sottoporsi ad indagini preventive sulla loro condotta. Per la neofita “apprendista” il motto era “costanza e perseveranza”, essa poteva essere informata dei programmi operativi, poi dopo una lunga militanza si poteva arrivare a ricoprire l’incarico di “maestra giardiniera”, il cui motto era “onore e virtù”. Le signore che giungevano a questo stadio, avevano l’autorizzazione a portare un pugnale tra calza e giarrettiera! Tra di loro, come segno di riconoscimento, disegnavano con la mano un semicerchio, toccandosi la spalla sinistra, poi quella destra ed infine si battevano tre colpi sul cuore.
Le città nelle quali si sviluppò inizialmente questa società segreta “rosa” furono Milano e Napoli tra il 1816 ed il 1821. In una nota informativa del settembre 1819, scritta dal Segretario di Stato di Papa Pio VII, il cardinal Ercole Consalvi parlò di “una società romantica il cui scopo è l’insegnare, il persuadere ai suoi membri che l’Uomo non è soggetto ad alcun principio di Religione o di morale, ma che deve seguire solo le leggi della sua natura”.
    Inizialmente non tutti pensarono che questa organizzazione potesse esistere veramente, in quanto la donna nell’Italia, ma non solo, post-Restaurazione, era ancora vista come “angelo del focolare”, o come “amante”, in pratica incapace di elaborare una propria idea politica né tantomeno la si poteva  immaginare in un ruolo così impegnativo per un ideale  che non fosse la famiglia.
Il 3 settembre 1823 in una lettera al suo ministro di Polizia, conte von Seldnitzsky, l’imperatore austriaco Francesco I, scrive: “…le accludo qui il rapporto per astratto inviatomi dal presidente Plenciz  l’8 agosto 1823, riguardo la cosiddetta società delle giardiniere con l’incarico di far sorvegliare attentissimamente le donne descrittevi quali sospette e di tenere d’occhio con cura le loro azioni. Franz”.
    Seppur in ritardo, le autorità poliziesche austriache presero quei provvedimenti atti a sorvegliare il  “preoccupante affancendarsi”, di queste patriote della prima ora:  Camilla Fè, Matilde Viscontini Dembowski, Bianca Milesi, Teresa Cobianchi Agazzini, Amalia Cobianchi Tirelli. Tuttavia i controlli principali furono effettuati su due nominativi, entrambe appartenenti alla grande aristocrazia: le contesse Teresa Casati Confalonieri e Maria Gambarana Frecavalli.
    Queste signore di buona famiglia, borghesi ed aristocratiche furono unite non solo dalla reciproca amicizia  e dagli ideali nazionali, ma anche da un carattere, che rispetto alla loro epoca, lo si può paragonare a quello delle donne del XX secolo! Molte di esse, dopo aver accettato matrimoni imposti dai genitori o dalle convenzioni del tempo,  ebbero il coraggio di separarsi, nonostante la nascita di figli, e in taluni casi di allacciare altre relazioni sentimentali.
Subirono umiliazioni, persecuzioni, l’esilio, ma non si piegarono né alle autorità di Stato né alle critiche familiari, portando avanti le loro battaglie civili.
    Possiamo senz’altro affermare che fu anche grazie al loro coraggio che il Risorgimento innescò anche per la donna italiana,  un processo che seppur lento le avrebbe portate in pochi decenni ad essere consapevoli del loro importante ruolo nella società moderna.
    La loro vita fu veramente un romanzo di avventura: talune morirono ancor giovani, altre in età avanzata, per la maggior parte in ristrette condizioni economiche ma dignitosamente e consapevoli di aver contribuito alla nascita della Patria! Sulle barricate di Milano, Napoli, Roma o Palermo, nell’assistenza ai bisognosi, ai feriti delle battaglie, a coloro che erano detenuti nelle galere,  o come fidate consigliere e complici dei loro uomini, le donne del Risorgimento hanno fatto sentire la loro voce, e anche a loro deve andare il nostro grazie!
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (CE)
DATA: 24.02.2011
       
UEBI SCEBELI: LA SPEDIZIONE DEL DUCA DEGLI ABRUZZI

   L’Uebi Scebeli è il più grande fiume del Corno d’Africa, porta di accesso all’Etiopia. Dopo quasi un secolo di vani tentativi, la prima esplorazione integrale del suo corso si deve a Luigi di Savoia, Duca degli Abruzzi, fra il 1928 e il 1929. L’eroico e leggendario Principe, che aveva già consegnato alla Storia esplorazioni memorabili e scritto nel servizio con la Regia Marina pagine di alto ardimento, al termine della sua intensa vita, fondata la famosa azienda agricola nella Somalia italiana, volle cimentarsi con la scoperta del grande fiume. Questo libro è il resoconto dettagliato di quel viaggio, al quale partecipò il maggiore Vito Cosimo Basile, naturalista, meritoriamente ripubblicato da Stilo.
Vito Cosimo Basile, UEBI SCEBELI
Edizioni Stilo-Biblioteca di letteratura pugliese
pp.270, euro 18,00                                                                 F.A.
DATA: 24.02.2011
     
L’OTTOCENTO ELEGANTE

   L’800 elegante dei grandi salotti alla moda, delle corse, dei balli, dei ricevimenti, ma anche delle
feste popolari e campestri, dei carnevali storici, degli idilli. La mostra vuole mettere a fuoco
soprattutto le opere pittoriche del periodo 1860 – 1890, tre decenni di grandi speranze e di fiducia
sull’onda degli entusiasmi dell’Italia unita da Casa Savoia. In esposizione opere di De Nittis,
Boldini, Fortuny, Bianchi, che ci restituiscono l’immagine di una Nazione all’avanguardia nel
campo delle arti figurative.
Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 12 giugno
DATA: 24.02.2011
   
IN LIBIA TORNA A SVENTOLARE LA BANDIERA DEL RE

foto da internet
    Nell'inferno libico di questi giorni sono riapparse, sempre più numerose, le bandiere di Re Idris, il Sovrano che aveva assicurato alla Libia progresso e indipendenza.
    Gheddafi è apparso ieri alla televisione di Tripoli inacciando il popolo ed esaltando le stragi tanto che anche i giornali in lingua araba stampati in Inghilterra e in altre parti d'Europa e dell'Africa hanno parlato di follia.
    La popolazione insorta contro il tiranno chiede libertà e invoca la Monarchia!
    Il presidenzialismo, cumulando in una sola persona poteri di vita o di morte, rappresenta oggi quanto di peggio si possa augurare ai popoli della terra.
foto da internet
DATA: 23.02.2011
 
E' IN EDICOLA IL NUMERO DI FEBBRAIO DI STORIA IN RETE!

Storia in Rete Febbraio    Storia in Rete di febbraio si aggancia all’attualità più scottante: le “puttanopoli” d’ogni tempo, a parallelo coi fatti dei giorni nostri. Con una riflessione amara: quando si ricorre allo scandalo sessuale, la frattura politica è oramai insanabile, e le conseguenze – come mostra il caso di Pericle ed Aspasia, illustrato nel secondo articolo del numero di febbraio – possono essere disastrose. Dai legami fra trono e alcova ai risultati del Concilio Vaticano II, in un’intervista a Roberto De Mattei, vicepresidente del CNR. Scienza e storia, quindi, protagoniste di due articoli ad ampio respiro: la guerra condotta da Hitler contro le malattie professionali, in particolare quelle scatenate dall’amianto, e la seconda parte del viaggio fra i fondamentali contributi della comunità scientifica italiana alla realizzazione del Risorgimento, prima, e del consolidamento dell’Unità dopo. Grandi italiani, quindi, al centro di due ritratti: Giovanni da Verrazzano, il navigatore gentiluomo che portò la Toscana in Nordamerica, e Maria Beatrice d’Este, “Mary of Modena”, l’unica italiana ad essere salita sul trono d’Inghilterra e Scozia. Un po’ di colore infine, con i bizzarri – ma bellissimi – costumi storici che si possono vedere al Wave Gotik Treffen di Lipsia e la Grande Guerra vista attraverso i soldatini di carta e l’illustrazione.
    Il Segretario Nazionale dell'U.M.I. Sergio Boschiero, con una lettera a pagina 79 parla della Corona Ferrea e di quanto Casa Savoia la onorò e la valorizzò.
Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di febbraio!!
DATA: 18.02.2011

LE RIVOLTE IN NORD AFRICA E MEDIO ORIENTE: UNA SPERANZA PER IL FUTURO

Il Re di Libia Idris as Sanusi , deposto da ufficiali infedeli nel 1969    “As-Salam-Aleikum”. La pace scenda su tutti i popoli arabi del Mediterraneo, e non solo, che in queste settimane danno un esempio altamente civico che nel nostro Occidente è andato perduto. Stanno insegnando dalla Tunisia all’Algeria, dall’Egitto allo Yemen, dal Bahrein alla Libia, dal Marocco alla Giordania, dall’Iran a Gibuti, dalla Siria al Libano, e poi domani forse anche da Gaza e in chissà in quali altri Paesi, che l’Islam, quello vero, quello che si fonda sul Libro rivelato, il Corano, (al’Qur’an) può anche trasmettere una vitalità inaspettata e dei valori. I tanti giovani che sono scesi nelle piazze, i quali hanno fatto vedere, purtroppo, come si muore per la libertà e la democrazia nel XXI secolo, sono la dimostrazione che la maggioranza di loro non è  affetta dal fanatismo né tantomeno affascinati dai “kamikaze”! Sono solo una generazione che grazie ad internet, ai social-network (facebook, twitter, ecc.), vuole confrontarsi con i loro omologhi che vivono in quel cosiddetto Occidente del benessere e delle “libertà”. I loro padri, i loro nonni, scesero nelle piazze nella confusa epoca post-coloniale nella speranza di affrancarsi dalla fame e da secoli di miseria. Hanno studiato, si sono laureati, vestono all’occidentale, hanno telefonini, leggono, scrivono, amano, soffrono. E’ a queste voci che né gli Stati Uniti né l’Europa hanno dato risposte concrete, gelosi di proteggere apparati politici che hanno pure, in taluni casi, preservato questi Paesi da regimi teocratici, ma in cambio hanno “oscurato” il futuro di milioni di cittadini, con governi corrotti, pseudo-democratici, che nulla avevano da invidiare alle antiche monarchie feudali medioevali! Sono anche le donne protagoniste di questo epocale cambiamento. Come abbiamo già descritto tempo fa per la Libia e la Tunisia, non sappiamo questa “primavera dei popoli” dove porterà; la nostra speranza è che un giorno ad Algeri come a Tunisi, a Il Cairo come a Damasco, Saana, e soprattutto a Teheran, questa gioventù sulla falsariga di quella che nell’Ottocento nella nostra Penisola intraprese quel cammino che ci avrebbe portato all’Unificazione nazionale, possa finalmente affrancarsi, possa finalmente vivere in una società più giusta. L’augurio, in particolare, che i sovrani di Giordania e Marocco, le loro Maestà Abdullah II e Mohammed VI, diretti discendenti del Profeta, possano guidare i loro popoli in questo cammino. Ai Principi eredi dei troni di Tunisia, Egitto, Libia, Iran, di non aver timore a lasciare le loro residenze di Parigi, Londra e New York, ritornando in Patria per aiutare e consigliare con la storia e la tradizione questo difficile momento.
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (CE)
DATA: 17.02.2011

150° E CASA SAVOIA: ON LINE UN BLOG CON CENTINAIA DI FOTOGRAFIE INEDITE

(1939) Ritratto fotografico del Principe Umberto di Savoia in divisa di Generale di Corpo d'Armata    Per celebrare il 150° della proclamazione del Regno d’Italia, l’amico Maurizio Lodi, collezionista di cartoline sabaude oltre che fine musicologo, ha regalato alla “rete” un blog in cui ha inserito tantissimi scatti provenienti dalla sua collezione.
    Il titolo è: “1861-2011: I Savoia artefici dell’Unità d’Italia” e raccoglie materiale ufficiale, affiancato da svariati scatti poco noti.
    Molto pregiato il materiale riguardante la Vita Militare e privata del Principi sabaudi.
    Fra le varie fondi vi è anche la collezione appartenuta in precedenza al Ten. Col. Giraud di Torino.
    Alle fotografie si affiancano i vari stemmi della Casa Reale Italiana e cenni sulla sua storia.
Un blog da visitare, ammirare e con il quale emozionarsi.
Complimenti per la splendida iniziativa!


L'indirizzo del blog è:
http://isavoiaperimmagini.blogspot.com
DATA: 14.02.2011

SONDAGGIO DEL CORRIERE: 4 ITALIANI SU 5 VOGLIONO FESTEGGIARE IL 17 MARZO

Dal Corriere della sera del 13 febbraio 2011, pag. 11
        Quattro cittadini su cinque apprezzano la ricorrenza. In questo periodo l'Italia vive momenti drammatici. Ai già noti gravi problemi sul piano economico, si è affiancato, da ormai diverse settimane, un violento conflitto tra le istituzioni, in particolare la presidenza del Consiglio e la magistratura. Come se tutto ciò non bastasse, negli ultimi giorni si è acceso un confronto, spesso assai serrato, su di un'altra questione: se festeggiare o meno con una vacanza l'anniversario del centocinquantesimo dell'Unità d'Italia. Dopo che il governo ha preso l'iniziativa di indicare come festivo il 17 marzo, si sono manifestate due opposte posizioni. Alcuni hanno plaudito all'idea, ritenendo che ricordare in questo modo l'anniversario dell'Unità potesse aiutare ad attirare l'attenzione sull'evento e, forse, a stimolare l'orgoglio di essere un'unica nazione. Altri hanno obiettato alla decisione, basandosi soprattutto su argomentazioni di tipo economico. Un giorno di festa (o forse più d'uno, visto che la data scelta cade di giovedì e si presta al classico «ponte lungo») comporta infatti un rilevante costo in termini di ore (e, dunque, di prodotto) perdute, problematico da affrontare, specie in questo periodo di crisi. Ma cosa ne pensano gli italiani? Le risposte non lasciano adito a dubbi: la maggioranza (79%) ritiene che l'istituzione di una festività per ricordare il centocinquantesimo dell'Unità d'Italia sia opportuna. Appaiono significativamente più favorevoli i più giovani, specie se studenti, e i laureati. Dal punto di vista dell'orientamento politico, si riscontra un maggiore favore relativo (88%) tra gli elettori del centrosinistra. Tuttavia, anche la netta maggioranza dei votanti per il centrodestra (77%) si dichiara d'accordo all'istituzione della festa. Solo poco meno di un italiano su cinque (20%, con una accentuazione tra chi dichiara di volersi astenere alle elezioni) non la ritiene utile. Ma, per festeggiare degnamente la ricorrenza, occorre davvero fare vacanza negli uffici, nelle fabbriche e nelle scuole? Di fronte ad un esplicito quesito al riguardo, la maggioranza relativa della popolazione (44%) si dichiara ancora una volta favorevole a chiudere tutto per un giorno. Questa prevalenza si riscontra in ogni categoria sociale, ivi compresi gli imprenditori e i liberi professionisti, oltre che, come era facile immaginare, i lavoratori dipendenti. Osservando le preferenze politiche, si rileva come questa posizione sia relativamente più frequente tra gli elettori del centrosinistra (ove raggiunge la maggioranza assoluta), ma sia in ogni modo presente, seppure in misura minore (37%), tra i votanti per il centrodestra. Vi è poi una quota considerevole (35%) di cittadini che riterrebbe più opportuno lasciare decidere alle singole aziende e ai singoli uffici se chiudere o meno: è questa l'opinione che assume la maggioranza relativa dei votanti per il Pdl (mentre la gran parte, 41%, degli elettori della Lega propone in ogni caso di fare vacanza). Solo una minoranza, seppure con  un'accentuazione tra i residenti nel Nord-ovest e i leghisti) dichiara che sarebbe comunque meglio «andare tutti a lavorare». Insomma, gran parte degli italiani, di qualunque ceto sociale e di ogni colore politico, propende per fare vacanza il prossimo 17 marzo. Si può discutere se questo atteggiamento derivi più dalla sincera volontà di celebrare adeguatamente l'anniversario dell'Unità d'Italia o dalla più prosaica voglia di godere di un giorno di ferie in più. Concorrono evidentemente entrambe le motivazioni, che finiscono con l'avvalorarsi l'una con l'altra. Non rimane che auspicare, a questo punto, che, grazie anche alle modalità con cui sarà organizzata e agli eventi che verranno proposti, la festività contribuisca ad accrescere il nostro, relativamente esiguo, senso di identità nazionale.
DATA: 15.02.2011
 
DI MARTINO (PDL): "APPELLO AL CAPO DELLO STATO PER MILANO ED IL 17 MARZO

Le cinque giornate di Milano - da internet        Il Vice Presidente del Consiglio Comunale di Milano Stefano Di Martino comunica quanto segue:  
    "Ho scritto una lettera al Presidente della Repubblica, 15° Capo dello Stato dell'Italia unita, per chiedergli di intervenire, così come ha fatto nei confronti del Presidente della Provincia di Bolzano per dare la giusta dignità al 17 Marzo, giornata nella quale vengono celebrati i 150 anni dell'Unità d'Italia.
    In accordo con il Ministro della Difesa On. Ignazio La Russa, chiedo al Presidente della Repubblica di prendere una posizione netta e di ribadire soprattutto a Milano che le scuole devono restare chiuse come gli altri giorni di festa così come anche i luoghi di lavoro restaranno chiusi per consentire ai cittadini di parteciparealle cerimonie organizzate da tutte le Istituzioni.
Tacciano i soliti demolitori della Patria e rispettino il Sangue versato per l' Unità d'Italia.
Questo continuo, subdolo e strisciante coro di irresponsabili deve finire!
     Chiedo al Capo dello Stato di intervenire nei confronti dei ministri che si sono inseriti nel coro del controcanto con stonature e che quindi rispettino le decisioni già assunte dal Governo e dal Parlamento.
     Milano attende il Presidente Napolitano per celebrare in tono solenne le Cinque Giornate di Milano."    
    Stefano Di Martino ha concluso plaudendo alla decisione del Presidente di recarsi al Pantheon di Roma il 17 Marzo a rendere omaggio al primo Capo di Stato Re Vittorio Emanuele II
DATA: 14.02.2011
   
L'UNITA'? UNA DATA DA FESTEGGIARE - INTERVISTA AL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA


S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia    Il duca Amedeo di Savoia-Aosta è arrivato ieri alle 15 all’Hotel Delle Arti di via Bonomelli con la duchessa Silvia, accompagnato dal presidente del Comitato provinciale dell’Istituto per la storia del Risorgimento Emanuele Bettini. Ad accoglierlo, anche il padre cappuccino Marco Galdini, amico di Casa Savoia.
    Altezza, lei arriva a Cremona nell’ambito delle celebrazioni dei 150 anni dell’Italia unita, o, più precisamente, della proclamazione del Regno d’Italia. Anche alla luce delle critiche rivolte in questi giorni alla festa del 17 marzo, ritiene che il valore dell’unità nazionale e dell’amore alla Patria sia ancora patrimonio comune degli italiani?
    «Non direi ‘ancora’; direi che assolutamente deve essere una data che va festeggiata d’ora in poi sempre. E’ estremamente importante. Il Risorgimento si conclude con gli ultimi giorni della guerra del 1915-18, anche con la presa di Gorizia da parte di mio nonno, comandante della Terza armata. E quindi, secondo me, è la festa più importante in assoluto. La vogliono spostare al 2 giugno, ma quella è la festa della repubblica, non è la festa dell’Italia unita degli ultimi 150 anni, anche se la repubblica ormai ha sessant’anni compiuti. Io invece credo che l’unità è al di sopra, è più importante sia della monarchia sia della repubblica, anche se è la fondazione del Regno d’Italia. Che poi è rimasta sempre e comunque unità grazie alla nostra famiglia.
    Come valuta le proposte di riforma in senso federale dell’ordinamento dello Stato?
    «E’ una cosa molto importante ed attuale. Lo è da molto tempo in Svizzera, che è una repubblica ed è una confederazione dove addirittura si parlano quattro lingue; il federalismo è stato molto importante e lo è ancora oggi in Germania durante la monarchia e adesso in repubblica. La Germania è una federazione di repubbliche. Quindi credo che rimanendo in quella che è l’unità del Paese, che è la cosa più importante di tutte, si possono fare alcune differenze tra un territorio e l’altro, come è avvenuto ancora in monarchia con il regio decreto motu proprio che faceva della Sicilia una regione a statuto speciale, o inTrentino Alto Adige o in Val d’Aosta. C’era un’idea in Casa Savoia che faceva capo ancora al mio bisnonno Amedeo, fratello di Umberto I, che fu re di Spagna, che era quella di una federazione, nel senso di lasciare alcuni dei regni in Italia sotto un sovrano italiano: lasciando ad esempio i Borbone nel Regno delle due Sicilie, piuttosto che altri nel Nord. Sarebbe stato difficile, perché forse le monarchie avrebbero aderito, ma sarebbe stato un approccio molto complicato. E, tutto sommato, è meglio che sia andata così. Adesso ci si torna sopra, e bisogna stare attenti a farlo bene questo che io non voglio chiamare una divisione ma un decentramento dell’amministrazione. Epoi da noi si pensa sempre che copiare da altri sia un difetto: no, si può benissimo emulare un Paese come la Svizzera o la Germania, o il Brasile, o gli Stati Uniti».
    La funzione unificatrice della monarchia sabauda nel Risorgimento è a suo avviso oggi adeguatamente riconosciuta e ricordata?
    «Non abbastanza perché si parla soprattutto di Garibaldi che ha avuto un ruolo fondamentale, si parla di Cavour, e stranamente non solo non si parla abbastanza di Vittorio Emanuele II; non si parla abbastanza neppure di Mazzini. E’ ovvio che un Savoia debba difendere un antenato che è Vittorio Emanuele II,maè addirittura strano che io debba difendere la memoria di Mazzini che non è ricordato sufficientemente. Io ho scritto un articolo recentemente (che è stato pubblicato da ‘La Nazione’ dal ‘Resto del Carlino’ e da ‘Il Giorno’) in cui dicevo di cominciare addirittura da Mazzini, proprio per poter arrivare aVittorio Emanuele II più serenamente e senza che io possa apparire di parte. E c’erano tutti questi personaggi, perché l’uno non poteva fare a meno dell’altro. Nelle monarchie che sono diventate parlamentari, dal tempo di Carlo Alberto in poi, c’è ancora la tendenza, in molti, di guardare ai sovrani come a dei sovrani assoluti. Invece c’è un primoministro che conta di più del capo dello Stato, perché ha comunque più poteri decisionali, come nelle repubbliche naturalmente. Ma di questo non si tiene conto. Vittorio Emanuele II non è citato abbastanza, e tutto quello che ha fatto di buono non è detto. Quanto a Umberto I, quando lo si vuole ricordare si parla di Bava Beccaris, dimenticando che c’era un primo ministro anche allora e che la monarchia era parlamentare e quindi una cosa che si può rimproverare eventualmente al Re per i moti di Milano del 1898 è quella di aver dato la decorazione dell’Ordine militare di Savoia a Bava Beccaris, niente di più. Non credo che nei fatti di Reggio Emilia del 1960 si potesse definire ‘polizia di Gronchi’ quella che sparò sulla folla».
     In un’intervista di qualche mese fa ad Alain Elkann lei ha affermato che “la classe politica è troppo litigiosa e non ha il senso dello Stato”. Alla luce degli avvenimenti successivi e di quelli in corso è un giudizio che ritiene di confermare?
    «E’ un giudizio che confermo, anzi questo fenomeno purtroppo si è rafforzato. Noi ci lamentavamo di quella che veniva chiamata la prima repubblica, ma credo che adesso ci sia anche qualche rimpianto, verso alcuni che erano statisti. Temo che una parte della classe politica di oggi non sia una categoria da emulare».
DATA: 11.02.2011
  
U.M.I.: LA FESTA NAZIONALE DEL 17 MARZO NON SI TOCCA ALTRIMENTI... VIVA L'ASTENSIONISMO!

Il Vittoriano - foto da internet        In merito alle crescenti polemiche sulla festa del 17 marzo 2011 per  il 150°anniversario del Regno d'Italia e dell'unità nazionale, l'avvocato Alessandro Sacchi e Sergio Boschiero, rispettivamente presidente e segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, hanno rilasciato la seguente dichiarazione congiunta:

    “L'offensiva in atto contro la festa nazionale commemorativa dei centocinquant'anni dell'unità  della Patria, merita una risposta da parte di quella stragrande  maggioranza degli italiani che ama l'Italia unita. E' uno spettacolo indegno il vedere personalità - politiche e non - che cercano giustificazioni di facciata per ostacolare l'unica giornata di festa prevista.
    Non vorremmo fare appello all'astensionismo elettorale qualora la festa dovesse essere snaturata. L'Italia viene prima di ogni distinzione di destra o di sinistra”.

Roma, 10 febbraio 2011
Alessandro Sacchi
Presidente nazionale a.i. U.M.I.
Sergio Boschiero
Segretario nazionale U.M.I.
DATA: 10.02.2011
  
UN FILM DA VEDERE: IL DISCORSO DEL RE

Re Giorgio VI con la moglie e le figlie tra cui l'attuale Regina Elisabetta
    (ANSA) - LONDRA, 4 FEB - La regina Elisabetta ha visto 'Il Discorso del Re' e le e' piaciuto. Secondo quanto riferisce oggi il Sun, la sovrana ha trovato la pellicola 'commovente' e 'divertente' ed e' stata particolarmente colpita dall'interpretazione fatta da Colin Firth di suo padre re Giorgio VI. Elisabetta, 84 anni, ha visto il film nella sua residenza di Sandringham dopo che le erano state recapitate due copie. 'Le scene piu' leggere l'hanno chiaramente divertita', ha detto una fonte al tabloid.
   
(Corriere della Sera) Non è solo un film su Giorgio VI d'Inghilterra, ma su una Nazione, sulla guerra contro Hitler, su Churchill, e sull'amore che porta la Regina Madre, una grande Helena Bonham Carter, a far guarire il marito balbuziente da un terapista australiano ostico alla Corte. Diretto con ogni sfumatura da Tom Hooper, sorretto dalla classe di Colin Firth e Geoffrey Rush, è un gioiello.

IL DISCORSO DEL RE
Al cinema dal 28/01/2011
REGIA: Tom Hooper
SCENEGGIATURA: David Seidler
ATTORI: Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, James Currie, Tim Downie, Michael Gambon, Anthony Andrews, Eve Best, Claire Bloom.
DISTRIBUZIONE: Eagle Pictures
PAESE: Australia, Gran Bretagna 2010
GENERE: Drammatico, Storico
DURATA: 111 Min
DATA: 07.02.2011

MADE IN ITALY: L'EUROPA TUTELA L'OLIO D'OLIVA ITALIANO

l'On. Sergio Silvestris    "Il nostro olio extravergine pugliese sarà finalmente tutelato grazie al regolamento UE 61/2011 che entrerà in vigore il 1° aprile prossimo". Lo comunicano con soddisfazione i Deputati europei Sergio Silvestris e Raffaele Baldassarre (PDL).
    "Il provvedimento - spiegano i due Parlamentari - mediante un nuovo sistema di controlli permetterà di scovare, all'interno di ogni miscela, la presenza di etil e metil ester, consentendo di accertare che l'olio etichettato come extravergine d'oliva non contenga altri olii lampanti, deodorati attraverso trattamenti chimici. Sono quindi finiti i tempi della commercializzazione di olii deodorati spacciati per extravergine d'oliva.
    "Finora - proseguono l'On. Sergio Silvestris e l'On. Raffaele Baldassarre - il mercato oleario italiano ha subito la concorrenza sleale per l'immissione in commercio di olii vergini di scarsa qualità, provenienti sia da Paesi europei come Spagna e Grecia, sia da altri Paesi extraUE. Si trattava di olii vergini, con un costo di produzione sensibilmente più basso, che mediante trattamenti chimici e sistematiche contraffazioni giungevano sulle nostre tavole con la classificazione fraudolenta di "extravergine". Così il quantitativo di olio disponibile sul mercato cresceva in modo illegale, e di conseguenza diminuiva il valore del vero extravergine.
    "Questa truffa colossale e sistematica ha inevitabilmente distorto il mercato, facendo perdere valore al prodotto di qualità, e impoverendo produttori e frantoiani costretti a svendere l'extravergine a prezzi irrisori".
    Di qui la soddisfazione dei due parlamentari del PDL: "il provvedimento rappresenta una svolta epocale per le nostre aziende agricole. Si pensi, infatti, che la Puglia produce ogni anno due milioni e mezzo di quintali di extravergine di qualità, quasi la metà della produzione nazionale. Una grande risorsa, sia in termini di volume d'affari che di occupazione, che potrebbe costituire la più grande ricchezza della nostra terra.
    "L'azione svolta in sede europea, anche attraverso nostre iniziative parlamentari, ha portato all'adozione di questo nuovo regolamento sui controlli, che finalmente mette la parola fine alle frodi. In questo modo, le produzioni lecite e di qualità troveranno una giusta remunerazione e una dignitosa collocazione sul mercato nazionale ed estero.
    "Dall'Europa giunge così un giusto risarcimento a tutte quelle aziende agricole e della trasformazione che da decenni, pur tra mille difficoltà, continuano a garantire un prodotto che per caratteristiche organolettiche e nutrizionali ci viene invidiato da tutto il mondo.
    Silvestris e Baldassarre concludono: "Il nostro olio, apprezzato dai consumatori attenti alla qualità, é da oggi più tutelato per giungere direttamente e senza sofisticazioni sulle tavole di tutto il mondo".
DATA: 07.02.2011

DICHIARAZIONE DI SERGIO BOSCHIERO: LA MARCEGAGLIA E IL 17 MARZO

Emma Marcegaglia - foto da internet    La Presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, proponendo di non riconoscere come festiva la giornata del 17 marzo, ha urtato il sentimento patriottico del nostro popolo, ha usato un linguaggio degno della più retriva delle oligarchie ed ha mancato di rispetto al Capo dello Stato.
    L’U.M.I. esprime alta la protesta.
Sergio Boschiero
Roma, 5 Febbraio 2011


    E il sito del corriere lancia un sondaggio: Emma Marcegaglia: «Festeggiamo il 17 marzo. Ma non perdiamo ore di lavoro». Siete d’accordo?
    Circa il 60% dei navigatori che ha votato si dice contrario alla proposta della Presidente di Confindustria.
DATA: 06.02.2011
 
STORIA E REVISIONISMO ANTI RISORGIMENTALE

 Riportiamo la lettera inviata dal Direttore della Biblioteca Storica "Regina Margherita" di Pietramelara (CE) al direttore del quotidiano "Il Mattino" di Napoli.

Napoli - Palazzo Reale - foto da internet    Gentile Direttore, leggo da alcune settimane nelle pagine culturali del Suo giornale, l’appuntamento domenicale che il dottor Gigi di Fiore dedica al 150° anniversario della nascita del Regno d’Italia, con articoli dedicati a fatti e persone dell’epoca risorgimentale.
    Debbo ammettere e mi perdoni, che “Il Mattino” sorto per dare voce ai meridionali ed alle loro problematiche, affidando al dottor di Fiore, persona stimatissima, il racconto del Risorgimento non fa, a mio modesto avviso, opera di corretta informazione in special modo nei riguardi delle nuove generazioni. Sappiamo benissimo, in quanto li abbiamo letti tutti o quasi, il pensiero storico e culturale del dottor di Fiore, legato ad associazioni e centri culturali neo-borbonici, i quali erroneamente stanno “cavalcando” da anni forti risentimenti anti-nazionali, “scimmiottando” il più becero leghismo!
    Continuare a “sparare” sul Risorgimento e sui suoi protagonisti non aiuta certo, alla luce di nuovi documenti, a comprendere che il processo unitario seppur con molte problematiche era ormai necessario e vitale per far sì che “un Paese di morti” (Lamartine), “un’espressione geografica” (Metternich), diventasse al parti degli altri grandi Paesi europei, una sola entità: politica, economica, sociale, culturale. Anche l’espressione “fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”, erroneamente addebitata a Massimo d’Azeglio, venne coniata nel 1896 dal senatore Ferdinando Martini in altro contesto lessicale, semmai “fatti gli Italiani, bisognava fare l’Italia”…
    Persistere ad accusare il Risorgimento e l’unificazione dei mali odierni del Mezzogiorno, significa non avere letto bene la storia, quella con “S” maiuscola, né tantomeno gli scritti di studiosi e storici: da Giuseppe Galasso e Sergio Romano, da Lucio Villari al compianto mio maestro Alfonso Scirocco, scomparso da pochi mesi.
    E’ un quarto di secolo che tento, di illustrare in convegni, conferenze, scritti, la grande stagione risorgimentale, che fu principalmente una vera e propria “rivoluzione” non solo politica ma culturale e sociale, coinvolgendo strati di popolazione fino ad allora emarginata e costretta all’esilio, alla prigionia, al patibolo…Nessuno vuole demonizzare i Borbone, hanno avuto molte qualità che col tempo tuttavia sono andate disperse in un “paternalismo” inadeguato a rispondere alle nuove realtà della società meridionale, le quali nonostante i controlli di Polizia, anelavano a seri cambiamenti costituzionali e riformisti.
    I lettori del “Il Mattino” devono sapere che la principale impresa economica del Regno delle Due Sicilie pre-unitario era la Chiesa, con un clero che numericamente superava di gran lunga quello di un Paese molto più grande come la cattolicissima Francia! Il patrimonio ecclesiastico ammontava a ca.40 milioni di Lire dell’epoca! Al clero era appaltata anche l’istruzione pubblica, infatti l’analfabetismo nel Sud era dell’86% con punte del 90% in Sicilia, terra mai amata dai Borbone.
    Tra il 1830 ed il 1859 gli anni di regno di Ferdinando II, la spesa pubblica fu irrisoria, nel 1858, ultimi dati contabili certi, su un attivo complessivo di 32.800.000 ducati, lo Stato borbonico ne spese per opere pubbliche appena 2.216.000 a fronte di 11.911.000 per il mantenimento delle forze armate e dei reggimenti mercenari di bavaresi e svizzeri a tutela della famiglia reale! Indigenti i quartieri popolari della capitale, Napoli, la quarta metropoli d’Europa, gli ospedali erano così fatiscenti che gli stessi poveri della città si rifiutavano di ricoverarsi! Per le nozze del duca di Calabria Francesco con Maria Sofia di Baviera, il governo decise di tagliare i fondi per la Sanità onde coprire le ingenti spese.
    Su 1.828 comuni napoletani, ben 1.431 non erano collegati viabilmente tra loro; esistevano in un Reame così esteso solo tre strade postali! Alla vigilia dell’Unità, vi erano solo 125 Km di ferrovie, nonostante il Paese avesse avuto il primato della prima ferrovia italiana, questi pochi chilometri collegavano solo alcuni siti regi e re Ferdinando II aveva vietato che le locomotive passassero sotto eventuali gallerie per timore di attentati! L’assenza di adeguate opere pubbliche ritardò pesantemente l’adeguamento del Sud al resto dell’Italia. Nel 1864 la linea ferroviaria adriatica collegò Bari a Bologna seguita da altri tratti nel volgere di pochi lustri onde consentire anche alle regioni di meridionali di usufruire di questa importante innovazione sia dal punto di vista economico che sociale.
    Su 9 milioni di abitanti, gli studenti del Regno erano solo 66mila!, un terzo dei comuni era sprovvisto di scuole primarie. Lo storico Paolo Macry osserva: “E’ clamoroso il gap che divide Napoli tanto dai grandi centri burocratici, dalle altre ex capitali, dalle città dello sviluppo economico, quando da numerosi centri di taglia media e con forti caratteri rurali, come può essere il caso di Bologna”.
    Per quanto riguarda l’agricoltura, in ingegnere borbonico, Carlo Afan de Rivera scriveva nel 1833: “Dacchè le nostre pianure e specialmente quelle in riva al mare rimasero spopolate ed incolte per effetto delle calamità politiche, cessò affatto l’industria dell’uomo nel regolare il coro delle acque che le attraversavano. Nel tempo stesso i disboscamenti e dissodamenti operati ne’ monti (dalle popolazioni ritiratesi ad abitare là), grandemente contribuirono a disordinare l’economica delle acque stesse che devastarono le sottoposte pianure”.
    La tanto decantata industria pre-unitaria del Sud, viveva esclusivamente sotto l’ombrello protezionistico delle commesse statali, in un mercato, quello europeo che aveva abbandonato tale politica da decenni.
    Come affermò l’economista e futuro Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, in riferimento alla politica fiscale borbonica, “…Troppa essere la predilezione per le imposte sui consumi e sommo il timore di scontentare i ceti medi con le imposte sulle professioni, sui commerci e sulle industrie…Le segretezza dei documenti finanziari; le cause del debito pubblico napoletano (meno consistente di quello piemontese) ma dovuto alle spese di occupazione di soldatesche straniere accorse nel Regno a ristabilire e difendere la dinastia, la inconsistenza delle opere pubbliche intese a crescere la potenza economica del Paese…Non esiste documento storico il quale possa essere a maggior ragione ricordato dai teorici delle finanze a sostegno delle tesi che le imposte gravavano sui popoli solo quando sono estorte da governi oppressori ritornati sulle punte delle baionette straniere, com’era il governo borbonico…”.
    Un’attenta e critica  analisi del sistema finanziario dei Borbone fu descritto con dovizia di particolari da Giovanni Carano-Donvito, collaboratore di Piero Gobetti, nella quale pose in luce come l’ex governo napoletano “…se poco chiedeva ai suoi sudditi, pochissimo spendeva per essi e questo pochissimo spendeva anche male…”.
    Secondo gli studiosi del credito, Muzzioli e Demarco, “…la penuria di piazze bancabili era anche responsabile, insieme alla scarsa mobilità dei capitali, del ristagno nella circolazione della moneta. Si calcola che all’unificazine la circolazione monetaria delle province napoletane fosse doppia di quella di tutto il resto d’Italia”.
    Brigantaggio e camorra furono sempre al “soldo” del governo borbonico che utilizzava questo “cancro” a proprio uso e costume in determinati periodi, anche per controllare i sovversivi ed i liberali!
    Il patriota e letterato molisano, Gabriele Pepe, affermava: “Quando si parla dell’Italia meridionale e delle regioni circostanti Roma, non bisognerebbe mai dimenticare che si parla di paesi nei quali il brigantaggio è stato endemico per secoli; dove, a dirla con schiettezza, il brigantaggio era una classe sociale e il capo brigante una forza contesa dai politici”.
    Un’intera generazione di intellettuali, giornalisti, politici, ecc., chiamati in modo dispregiativo da Ferdinando II, “pennaruli”, furono costretti a lasciare le proprie famiglie e case, trovando “rifugio”, primo esempio di emigrazione integrata, proprio nel tanto “odiato” Piemonte sabaudo, ove venne votata il 16 dicembre 1848 la prima legge a favore degli immigrati provenienti dalle altre regioni italiane.
    Potrei continuare a lungo…., sperando nella Sua benevolenza nel voler pubblicare, se possibile queste righe.
    RingraziandoLa per l’attenzione porgo i miei più cordiali saluti e l’augurio di un proficuo lavoro.
Pietramelara, lì 26 gennaio 2011

Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 02.02.2011
 
ALESSANDRIA - GIORNO DELLA MEMORIA, 27 GENNAIO 2011 - MONUMENTO A MAFALDA DI SAVOIA

Il busto di Mafalda ad Alessandria    Ci troviamo di fronte al Monumento inaugurato nell'anno 2001 dall'allora Sindaco Francesca Calvo, in ricordo di Mafalda di Savoia Assia.
    Mafalda nasce a Roma nel 1902. E' la secondogenita di Re Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro. Già da adolescente manifesta un'indole dolce e sensibile e una grande passione per l'arte. Ma è la naturale propensione al volontariato benefico e la dedizione alla famiglia che la rendono figura tra le più amate della famiglia reale.
A Racconigi nel 1925 sposa il Principe Filippo d'Assia. Dal matrimonio nascono i quattro figli amatissimi della coppia.
    L'ascesa del regime e la Guerra vedono Mafalda impegnata nel sostegno alla popolazione e ai soldati feriti.
    L'armistizio dell'8 settembre del 1943 sorprende Mafalda in visita alla sorella Giovanna in Romania. Solo nel viaggio di ritorno verso Roma la principessa viene messa al corrente del precipitare della situazione in Italia dove, l'esercito viene disarmato dai tedeschi.
Invitata a rimanere rifugiata all'estero Mafalda decide invece di tornare a Roma per ricongiungersi con i figli custoditi in Vaticano da Monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI).
Al ritorno riesce solo a riabbracciarli brevemente prima di essere catturata con l'inganno dai tedeschi e trasportata in Germania.
    Da Berlino verrà deportata nel Lager di Buchenwald nella baracca n. 15 sotto il falso nome di Frau von Weber.
    Anche nel campo, nonostante le privazioni e i soprusi, la Principessa Mafalda, con grande dignità, riesce ad aiutare gli altri spesso privandosi di gran parte del poco cibo che gli è concesso.
Già debilitata per la detenzione viene gravemente ferita nell'incendio, a seguito di un bombardamento aereo, della sua baracca. Le ferite sono molto gravi e vengono volutamente trascurate dai carcerieri.
    Solo dopo quattro giorni di terribili sofferenze e quando oramai le ferite si sono irrimediabilmente infettate, in una infermeria di fortuna viene operata e le viene amputato un braccio.
Con grande crudeltà i nazisti la abbandonano a se stessa dopo l'operazione e così, priva di cure, Mafalda di Savoia Assia muore dissanguata senza aver ripreso conoscenza.
    Grazie al prete boemo Padre Tyl viene evitata la cremazione del corpo e la principessa viene sepolta in una fossa comune.
    Alcuni marinai italiani assegnati alla sepoltura dei cadaveri di Buchenwald mantennero memoria del luogo e, alla liberazione, riuscirono a rintracciare la tomba.
    La Principessa Mafalda riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg nei pressi di Francoforte.
    Alla base del Monumento che troviamo qui di fronte a noi è iscritta la frase “agli angeli di pace”.
    Le donne: madri, figlie, sorelle e mogli, nelle tormentate vicende umane hanno portato sempre la parte più grande del dolore, spesso in silenzio. Come gli angeli hanno pregato e vegliato sui loro cari sperando che il loro amore li riportasse alla serena quiete e alla pace delle case e delle famiglie.
In Mafalda di Savoia noi commemoriamo queste donne delle quali Lei sarà sempre un fulgido esempio.
    Una corona d'alloro verrà deposta, dal Sindaco di Alessandria accompagnato dal Consigliere Comunale Carmine Passalacqua in rappresentanza dell'Unione Monarchica Italiana al monumento in Memoria della Principessa Mafalda di Savoia Assia.

DATA: 02.02.2011
 
I GIANDUJA DI MARTONE
Presentare le armate risorgimentali come fa il regista di "Noi credevamo" è ridicolo e offensivo.
 
Articolo di Aldo Cazzullo, pubblicato a pagina 17 del settimanale "Sette",
inserto del Corriere della Sera (n° 4 del 27 gennaio 2011).

Noi credevamo - film antirisorgimentale - foto dal web    La fiaccola accesa nell'antica Torino un secolo fa guida la lotta degli uomini dovunque: in Italia, negli Stati Uniti in tutto il mondo”, disse John Fitzgerald Kennedy nel marzo del 1961. L'America riconosceva che cent'anni prima l'Italia era ritornata tra le nazioni, rientrando nella storia e affermando valori universali: i diritti civili, la fine della monarchia assoluta, dei ghetti, del foro ecclesiastico, delle servitù feudali. Ma nei libri usciti per i 150 anni non c'è traccia di questo. Sono tutti “anti” e “contro”, parlano di “traditori” e di “lati oscuri”, esaltano Radetzky e i Borboni, gli austriaci e i briganti. Di film invece ne è uscito uno solo, Noi credevamo. Decisamente anti-risorgimentale, non da destra come i neoborbonici ma da sinistra; contro l'unificazione vera, reale, storica, in nome delle utopie tradite. Il film è noiosetto, come tutti quelli di Martone. Bella la e ricostruzione di alcune scene, che ricordano i quadri di Hayez. Ma il regista sceglie con cura i tre episodi più infelici del Risorgimento. La spedizione mazziniana in Savoia – contro l'unico Stato italiano dotato di un esercito – che non poteva riuscire e infatti non riuscì; per fortuna, altrimenti l'Italia non sarebbe mai nata. L'attentato di Orsini contro Napoleone III, che si era già impegnato a fare la guerra agli austriaci: altra “impresa” per buona sorte fallita, di cui peraltro il film omette l'unico raggio di speranza, la lettera in cui Orsini accetta la ghigliottina ma richiama l'imperatore ai suoi doveri morali verso l'Italia. Infine, l'Aspromonte, il fatto più triste, esercito italiano contro garibaldini, sullo sfondo di un Sud insanguinato. Non è in discussione la libertà artistica. Non si pretendono celebrazioni. Ma presentare le armate risorgimentali, e in particolare i piemontesi, alla maniera caricaturale di Martone, è ridicolo prima che offensivo per la memoria di chi ci diede una patria. I bersaglieri sembrano tanti gianduja, parlano in dialetto torinese, ora sono sciocchi ora crudeli, ed entrano in scena esattamente con la stessa espressione – che non ho mai sentito pronunziare in 44 anni se non da Macario – con cui i Vanzina introducono i torinesi nel loro Vacanze in America . “Boja fauss!”. E dire che Martone conosce Torino, di cui dirige da anni il teatro stabile. Piemontesi, continuiamo così: facciamoci del male.

DATA: 28.01.2011

150° UNITA': MONTEZEMOLO, LA NUOVA FERRARI 'F150' DEDICATA ALL'ITALIA


(ASCA) - Roma, 28 gennaio - La nuova Ferrari F150 per il mondiale di Formula 1 è ''dedicata all'Italia''. E' quanto ha sottolineato il presidente della casa di Maranello, Luca Cordero di Montezemolo, alla presentazione della nuova monoposto di Formula 1 del Cavallino rampante, mostrando il tricolore che compare sulla scocca della Rossa. ''Speriamo che ci porti fortuna'' ha detto Montezemolo aggiungendo che ''in un paese dove troppo spesso c'è il tutti contro tutti'' la dedica all'Italia nel 150° anniversario dell'unita' e' un contributo importante.''Migliaia di imprese e imprenditori portano in giro per il mondo il nome dell'Italia e la Ferrari in questo ha un ruolo importante''.
DATA: 28.01.2011
  
EGITTO, TUNISIA E YEMEN: DALLA MONARCHIA ALLA FAME
 
Le piramidi - da internet    Nei tre paesi musulmani richiamati nel titolo sono in corso da giorni delle vere e proprie rivolte di piazza e anche a Sanà a nello Yemen ed in tutto l'Egitto folle immense tentano di rovesciare i regimi tirannici che li governano. Le repressioni hanno lasciato sul terreno decine di morti e centinaia di feriti. In questi paesi il regime presidenziale ha creato tre tirannie camuffate da democrazie. Di fronte alla triste realtà diventa inevitabile ricordare che nei tre stati sconvolti dalla fame e dalla ribellione popolare c'era una Monarchia e solo il ripristino della Monarchia preesistente rappresenta l'unica possibilità di rinascita. L'Egitto stava meglio con Re Farouk; con Nasser slittò per qualche anno nella sfera sovietica ed ora Mubarak non è in grado di garantire  neanche la libertà di culto per i cristiani copti. Nasser invase lo Yemen che, dopo secoli di indipendenza garantita dalla Monarchia, la perse. La Monarchia tunisina, incarnata da un Bey, garantì l'indipendenza  fino al golpe di Bourguiba. Cosa succederà in Libia, al cui dittatore l'Italia repubblicana rese gli onori militari dedicandogli le acrobazie delle frecce tricolori? Proprio a lui che aveva cacciato gli italiani come ladri e che aveva distrutto i nostri cimiteri facendovi entrare le ruspe? No al presidenzialismo artefice delle nuove tirannie.
Sergio Boschiero
DATA: 28.01.2011
 
GIORNATA DELLA MEMORIA - CASA SAVOIA E GLI EBREI: UNA LETTERA CHE OFFRE SPUNTI DI RIFLESSIONE
 
Una pubblicazione razzista italiana - foto da internet    Caro Boschiero,
                    ho letto – e ho fatto leggere a un mio amico ebreo – l’interessante articolo di Giuseppe Polito sulla partecipazione degli Ebrei al nostro Risorgimento.
    Purtroppo, come si vede, quel “manifesto in difesa della razza” fu una solenne pagliacciata.  Infatti, tra i firmatari del suddetto, leggiamo nomi come Margherita Sarfatti, nome chiaramente ebraico: forse perché era stata amante del duce?  
    Come francescano, mi ha fatto male leggere il nome di P. Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, tra i firmatari.  Ma c’era anche il famoso Nicola Pende, nonno ed omonimo di quel medico, ex-marito di un’attrice cinematografica di secondo piano, passato alla cronaca (nera) per quella lite dell’agosto 1978 con il signor Vittorio Emanuele, che finí per portarlo alle sbarre.
    Comunque, il mio amico ebreo mi ha segnalato un piccolo importante particolare, che del resto già sapevo: Theodor Herzl – fondatore del movimento sionista – aveva chiesto aiuto a tutti i Capi di Stato dell’epoca: dal Kaiser Wilhelm II al Kaiser Franz Josef (lui era d’origine ungherese), dalla Regina Vittoria allo Zar di Russia, ma l’unico che lo ascoltò seriamente e attentamente fu proprio – indovinala grillo! – S.M. VITTORIO EMANUELE III.  Prima di congedarlo, gli disse testualmente: “Quella terra mi sembra molto ebraica (la Palestina).  Lei mi trovi 300 ebrei disposti ad andare in Palestina ed io la aiuterò con ogni mezzo”.  Dopo avere sperimentato tante delusioni, quella risposta gli provocò un infarto: pochi mesi dopo morí d’infarto: al suo funerale c’erano due giovani ebrei dell’Europa Centrale: David Ben Gurion e Golda Meyr.  Prima di andare dal Re, era stato anche dal Papa Pio X (e mi meraviglio come lo abbiano fatto santo), il quale, poco ecumenicamente, rifiutò categoricamente di ascoltare le sue richieste: “Gli ebrei hanno crocifisso Gesú Cristo e non hanno diritto ad avere quella terra che non deve essere piú loro”.  Nel 1959 il documento “Nostra Ætate“ di Giovanni XXIII faceva chiarezza sul “deicidio”.  
Monarchicissimi saluti.
Mario Salvatore Manca di Villahermosa - Milano
DATA: 27.01.2011

GIORNATA DELLA MEMORIA - RISORGIMENTO DIMENTICATO:
“FIGLI D’ISRAELE, FIGLI D’ITALIA”
di Giuseppe Polito

    Iniziamo subito da una data: il 1° settembre 1938 una serie di provvedimenti antisemiti viene varata dal Consiglio dei ministri: gli Ebrei stranieri sono espulsi, agli Ebrei viene tolta la cittadinanza se ottenuta dopo il 1918; sono inoltre esclusi dall’insegnamento nelle scuole statali di ogni ordine e grado; non possono frequentare scuole secondarie pubbliche e nelle elementari vengono raggruppati in sezioni speciali. Tutto questo ed altro che limitava lo studio, le professioni, la libertà dei cittadini italiani di religione ebraica si concretizzò con i Regi Decreti Legge del 5, 7 e 23 settembre e del 15 e 17 novembre 1938 nonché dal R.D.L. del 29 giugno 1939, sottoscritti dal Capo del Governo Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III di Savoia “Per grazia di Dio e volontà della Nazione” Re d’Italia ed Imperatore d’Etiopia.
    Tra il 3 ed il 9 maggio 1938 Hitler aveva iniziato una visita ufficiale in Italia, in tutte le cerimonie pubbliche si tese ad esaltare la grande affinità esistente tra il regime nazista e quello fascista, così come fu palese ai più, imbarazzi protocollari e frizioni tra Hitler e Vittorio Emanuele III. Già il 30 aprile Papa Pio XI anticipando le vacanze estive, aveva lasciato Roma per la residenza di Castelgandolfo per rimarcare la sua disapprovazione per l’arrivo dell’ospite tedesco.[...]
DATA: 17.01.2011

E’ IN EDICOLA LO SPECIALE DI STORIA IN RETE DEDICATO AL RISORGIMENTO
 
STORIA IN RETE – SPECIALE n° 1 “1861, nascita di una Nazione”    Il primo speciale di “Storia in Rete” vede la luce nel 2011 e per questo non poteva non essere dedicato al Risorgimento, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un Risorgimento che affrontiamo come memoria di ciò che siamo in tutti gli aspetti e in tutte le contraddizioni. Lo speciale – 130 pagine tutte a colori, in brossura – ripropone ai lettori contributi inediti assieme ad articoli già pubblicati su “Storia in Rete” (molti dei quali pubblicati su numeri oramai esauriti) rivisti nella veste grafica e nell’apparato redazionale. Dalla nascita del Tricolore alla gioventù di Cavour, dalle gloriose Cinque Giornate di Milano al disastro di Novara nella Prima guerra d’Indipendenza. Dalla paziente preparazione nel decennio fra le due guerre d’Indipendenza ai profili dei Padri della Patria: i quattro grandi – Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele II – ma anche Cattaneo e i cattolici fautori dell’unità. Quindi l’epopea dei Mille, la Seconda guerra d’Indipendenza, i retroscena della conquista delle Due Sicilie e la guerra civile del Brigantaggio.
    Immergiamoci dunque in quella epopea che fece epoca e destò l’ammirazione del mondo intero: dall’Inghilterra alla Prussia i protagonisti del Risorgimento furono presi a modello, studiati, analizzati e, quando possibile, coccolati. E anche negli ultimi anni forse si son fatti incontri e scritti libri di spessore su vari aspetti del Risorgimento più all’estero di quanto non si sia fatto in Italia. «Nessuno è profeta in Patria» è il motto che andrebbe messo sul tricolore invece del “Tengo famiglia” proposto da Flaiano tempo fa.
    Nelle pagine che troverete in edicola non poteva starci tutto ovviamente. Quindie, volutamente, ci siamo fermati al 1861. Chi avrà la pazienza di scorrere le pagine, soffermandosi oltre che sulle parole, anche sulle vecchie foto, speriamo avrà la sensazione di quante persone serie e appassionate si misero al servizio di un grande progetto che poi era un grande sogno. Un sogno che non era nato d’improvviso nella testa e nei cuori di qualche decina di esagitati ma che era stato cullato e trasmesso di generazione in generazione per secoli. Perché, piaccia o no, l’Italia era già l’Italia prima che qualcuno, 150 anni fa, si prendesse la briga di unirla anche politicamente all’interno dei confini che ci avevano assegnato la geografia e poi la storia.
    La soddisfazione maggiore che potremo avere da questo nuovo sforzo editoriale – veramente importante per una rivista come “Storia in Rete”, che non ha nessuno alle spalle e può contare solo sull’edicola e gli abbonati – è che magari in qualche discussione con gli immancabili nemici dell’Unità italiana qualche lettore di «Storia in Rete» possa mettere a tacere o in difficoltà i propri antagonisti dopo aver attinto notizie e riflessioni da questo speciale.
    A pagina 6 l'articolo "I nemici del Risorgimento" a firma del Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero. Pregevolissimi gli interventi del Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo Alesandro Mola e, fra gli altri, atricoli a firma di Aldo G. Ricci, Emanuele Mastrangelo e del direttore Fabio Andriola.

STORIA IN RETE – SPECIALE n° 1
“1861, nascita di una Nazione”
130 pagine, 8,50 euro. Nelle migliori edicole
DATA: 27.01.2011
  
L’OMAGGIO DI NAPOLITANO A VITTORIO EMANUELE II

Vittorio Emanuele II    Il Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, presieduto da Giuliano Amato, ci ha dato due buone notizie: il 17 marzo 2011 sarà festa nazionale e, fra i vari eventi che caratterizzeranno le celebrazioni, lo stesso giorno Giorgio Napolitano andrà al Vittoriano e al Pantheon a rendere omaggio al Padre della Patria. 
    Esprimiamo la nostra soddisfazione visto che, a due mesi dal patriottico anniversario, ci si sia finalmente ricordati che non furono solo Mazzini, Garibaldi e Cavour ad unire il nostro Paese ma – e il comitato lo ha quasi miracolosamente riconosciuto – è stato affermato che il Risorgimento è stato realizzato soprattutto grazie a Vittorio Emanuele II.

    L’U.M.I. preannuncia una manifestazione nazionale a Roma per sabato 19 marzo.

DATA: 27.01.2011

IL FIDANZAMENTO DEL PRINCIPE DI HOHENZOLLERN
 
Georg Friedrich Ferdinand von Hohenzollern - foto da internet    L’annuncio era atteso da tempo e finalmente è arrivato. S.A.R. e I. Georg Friedrich Ferdinand von Hohenzollern, capo della casata di Prussia e legittimo pretendente al trono germanico, ha annunciato il suo fidanzamento con Sophie d’Isembourg, figlia del principe Franz e della contessa Christine de Saurma baronessa von und zu der Jeltsch.
    Il Principe era uno degli scapoli più ambiti del Gotha internazionale, nato a Brema il 10 giugno 1976, figlio di Luigi Ferdinando jr. e della contessa Donata Emma zu Castell-Rudenhausen. Georg Friedrich ha una sorella minore, la principessa Cornelie-Cècile Viktoria Louise, nata nel 1978, disabile. Il timore dei tanti fedeli all’antico casato degli Hohenzollern, i quali dapprima regnarono sul Brandeburgo, poi sulla Prussia ed infine nella Germania unita, era che l’erede, seguendo l’esempio degli zii paterni, Federico Guglielmo e Michele, sposasse una borghese, contravvenendo così alle secolari leggi di successione vigenti nella famiglia. I due zii, alla morte prematura del padre di Georg, Luigi Ferdinando nel 1977, ritornarono sulla loro precedente rinuncia al trono, onde sposare donne non nobili, contestando la decisione del padre, Luigi Ferdinando (1907-94), di proclamare erede al trono il giovane nipote orfano, aprendo nei tribunali tedeschi una lunga disputa per riottenere i loro diritti. L’ultima sentenza del Tribunale regionale di Stoccarda, nel 2005, ha sentenziato che il Principe Georg è l’erede legittimo del nonno Luigi Ferdinando quale capo del Casato degli Hohenzollern, ma gli zii ed i cugini nati dai loro matrimoni diseguali, hanno diritto a ricevere parte dell’eredità prussiana.
    Il Principe Georg rappresenta la nuova Germania, con i suoi studi, con il suo impegno a favore di associazioni di assistenza ai malati ed ai disabili, grazie all’educazione ricevuta dalla madre. Dal nonno, Luigi Ferdinando, ebbe conoscenza del proprio ruolo quale ultimo erede degli Hohenzollern e custode di una storia millenaria che tanto ha dato al Paese.
    La sorella di Sophie d’Isembourg, Katharina, ha sposato nel 2005 l’arciduca Martino Carlo Amedeo d’Austria-Este, figlio di Roberto d’Absburgo-Lorena-Este duca di Modena e della Principessa Margherita di Savoia-Aosta, figlia del Vicerè d’Etiopia Amedeo di Savoia duca d’Aosta. Inoltre la madre, Christine de Saurma, discende da Margherita (1584-1655), figlia di Carlo Emanuele I duca di Savoia e di Catalina d’Absburgo infanta di Spagna, la quale sposò nel 1608 Francesco IV Gonzaga duca di Mantova.
    Georg von Hohenzollern è pronipote del kaiser Guglielmo II, della regina Vittoria, dello czar Alessandro II, nel cui albero genealogico ricorrono più volte. La madre Donata si è risposata nel 1991 con Federico Augusto duca d’Oldenburg.
    Dopo gli studi universitari, il 35enne rampollo degli Hohenzollern, prestò servizio militare per poi intraprendere la professione di economista.
    E‘ probabile che le nozze avvengano a Potsdam fra pochi mesi quando ricorreranno i 950 anni della dinastia Hohenzollern!
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 26.01.2011
  
IL BELGIO IN PIAZZA CONTRO I POLITICI

la marcia in Belgio - foto da internet  
    E' bastato un appello su internet, su facebook e twitter, di tre studenti e due impiegati, perché domenica 23 gennaio sessanta mila persone scendessero in piazza contro i politici i quali, malgrado la tenacia del Re dei Belgi Alberto II, impegnato da mesi per salvaguardare l' unità nazionale, litigano da 224 giorni e rendono quasi impossibile la formazione di un governo. Il corteo è stato imponente, un corteo di popolo caratterizzato dalla partecipazione di famiglie e di migliaia di giovani che agitavano innumerevoli bandiere nazionali.
    Il progetto degli estremisti fiamminghi porta alla fine del Belgio ma il popolo sta rialzando la testa
perché il Belgio viva. La Monarchia è la garanzia contro le spinte disgregatrici di un federalismo egoista e antipatriottico.
DATA: 25.01.2011

E NEL GENNAIO 1861 TORINO FU CAPITALE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato sul Giornale del Piemonte
di domenica 23 gennaio 2011

Piazza San Carlo - Torino    Torino fu la fucina della Nuova Italia. Tra gennaio e febbraio del 1861 gli italiani elessero i 443 deputati della prima Camera del Regno d’Italia. La storia superò la fantasia. In pochi mesi avvenne molto più di quanto fosse stato sognato per decenni. Torino era la capitale: l’Armata, la diplomazia, la burocrazia, un governo che rispondeva alle Camere, una delle quali elettiva, decine di quotidiani, riviste,un fermento politico riassunto nella legge sull’ assunzione del titolo di Re d’Italia da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia per sé e i successori. Era il 14 marzo 1861, la vera data “di battesimo” della Nuova Italia, quella formale e sostanziale perché quel giorno gli italiani vollero che Vittorio Emanuele II assumesse per se e i successori il titolo di “Re d’Italia”. Il 17 marzo è la festa della... “Gazzetta Ufficiale”.
    Torino e il Regno di Sardegna  misero sulla bilancia della storia decenni di sacrifici  dei suoi uomini, alcuni ancor oggi in memoria, come Cavour, Mazzini, Gioberti e Garibaldi, altri di seconda fila ma decisivi, come gli Azeglio (politici, artisti, gesuiti), Sclopis, Manno, Sineo, Valerio..: un lunghissimo elenco di patrioti oggi ingiustamente dimenticati a vantaggio di pochi medaglioni. La statua è più visibile se ha un  basamento di grandi personalità e le svolte epocali sono frutto di movimenti profondi, con la partecipazione di popolo. Fu il caso del Risorgimento.  
   Le istituzioni hanno perso la grande occasione di pubblicare un dizionarietto dei deputati del 1861, sul modello dei Moribondi di Palazzo Carignano di Petruccelli della Gattina.. Male, perché la storia è fatta di persone. Un loro repertorio dimostra tre cose semplici e chiare. In primo luogo erano uomini di grande esperienza culturale, politica e umana. Inoltre assunsero il mandato benché  esso non comportava né retribuzione né benefici. Molti deputati  a Torino si contentarono di alberghetti squallidi a prezzi  esosi  e camparono di ideali e corrispondenze (gratuite o mal pagate) per editori avidi, come il “Librajo di Sua Maestà”, Bocca, che scippò le Mie Prigioni a Silvio Pellico.
   Infine quei parlamentari ebbero un coraggio enorme. Il 14 marzo votarono all’unanimità Vittorio Emanuele II Re d’Italia  benché fosse scomunicato da Pio IX. Fu la vittoria della grande politica sul passato remoto. Ognuno al suo posto, Chiesa compresa. Anche il presidente del consiglio dei ministri del Re, Camillo Cavour, ebbe qualche merito. Capì che la politica deve avere il governo della finanza e non viceversa. Non fu un liberista libresco, fu un liberale. Lo si vede nei suoi Scritti e discorsi politici ora riproposti da “Libro Aperto” di Antonio Patuelli a cura di Pierluigi  Barrotta, Marco Bertoncini e Aldo Ricci: volumetto prezioso, da rileggere per capire se davvero meritasse  fare l’Italia.   
    Su quella base il Re e il suo governo affermarono che la capitale della Nuova Italia era Roma, perché la Patria era rinata sull’idea della Città Eterna, la culla del diritto, che unisce e concilia, comprende e perdona, memore che il suo solco venne bagnato dal sangue del fratricidio tra Romolo e Remo, un monito a guardare avanti, all’unione dei “popoli di Italia”, come disse Vittorio Emanuele II nel Discorso della Corona detto all’apertura della legislatura, il 18 febbraio 1861: poche parole ponderate su millenni di storia, come fanno i veri grandi capi di Stato.
    Perciò Torino deve sentire l’orgoglio di aver generato l’Italia.
DATA: 23.01.2011

VIVA VERDI! LA COLONNA SONORA DEL RISORGIMENTO

Giuseppe Verdi - da Internet    In occasione del 110° anniversario della morte di Giuseppe Verdi, la "STORIA SIAMO NOI" di Giovanni Minoli rende omaggio al più grande compositore del melodramma italiano. Giovedì  27 gennaio, RAI DUE, ore 23.25 andrà in onda lo speciale "Viva Verdi! La colonna sonora del Risorgimento". Con immagini e testimonianze, il racconto della vita del compositore di Busseto, che con le sue opere seppe dare voce alla volontà di riscatto del popolo italiano.

DATA: 21.01.2011
  
LE SALME DEI NOSTRI SOVRANI AL PANTHEON: ANCHE DAL COMUNE DI ALESSIANDRIA UNA RICHIESTA 

Mario BocchioCarmine Passalacqua    “Il Consiglio Comunale di Alessandria esprima il proprio parere favorevole al rientro in Italia delle spoglie dei Re esiliati e, di conseguenza, sensibilizzi il Governo nazionale nell’intento di porre fine a questo ingiusto esilio dei morti che dura da troppi anni”: è quanto chiedono i Consiglieri Comunali Mario Bocchio e Carmine Passalacqua, che hanno presentato un Ordine del Giorno.
    “Crediamo sia giusto che al di là del giudizio che si può dare sul percorso personale e storico degli ultimi due Re d’Italia, ad anni ormai dalla loro morte, possa essere accolto il desiderio dei discendenti e anche di tanti Italiani di vedere riposare nella terra italiana le salme degli ultimi due Re e delle loro Consorti – spiegano - Si tratterebbe di un gesto di pietà, ma anche di un gesto capace di rinsaldare la comune appartenenza alla nostra storia italiana, proprio adesso nel 2011, anno che rappresenta i 150 anni di Unità d’Italia”.
    “Riteniamo infatti che in occasione proprio del 150esimo anniversario dell’unificazione nazionale fra le tante cose che stiamo facendo sarebbe giusto traslare le salme degli ultimi due Re e delle loro Consorti - aggiungono i due esponenti del PdL -  Sarebbe opportuno che fossero tumulate al Pantheon, e riteniamo che sarebbe un atto di pietà e anche di ricordo di ciò che comunque le varie generazioni, nel bene e nel male, hanno fatto per consegnarci la nostra identità. Nel 1878 il Consiglio Comunale di Roma stabilì, all’unanimità, che la salma del Padre della Patria, Vittorio Emanuele II, sarebbe stata collocata nel Pantheon, la seguirono quella del Re Umberto I e della Regina Margherita. La sepoltura nel Pantheon, comunque, di Re Vittorio Emanuele III, di Re Umberto II, delle Regine Elena e Maria José sarebbe un importante gesto di riconciliazione con la storia comune a cui tutti gli Italiani appartengono, non una mera esaltazione del passato”.
    “Recentemente il Ministro della Difesa, l’ On. Ignazio La Russa, ha redatto la Proposta di Legge (sottoscritta anche dall’ On. Franco Stradella, espressione del territorio alessandrino) di riportare in patria le spoglie dei Re d’Italia che risposano in terra straniera”, concludono Bocchio e Passalacqua.
DATA: 21.01.2011

KENNEDY E VITTORIO EMANUELE II

Kennedy in visita in Italia con Fanfani - fotowww.corbisimages.com    'Lo dimenticò Kennedy nel suo discorso per il Centenario, ora la storia si ripete'
    Roma, 14 gen. - (Adnkronos) - "La storia, si sa, spesso si ripete: purtroppo, in questo caso". Protesta Sergio Boschiero, segretario nazionale dell'U.M.I., l'Unione Monarchica italiana. "Cinquant'anni fa, nel discorso dedicato al Centenario dell'Unità d'Italia, il presidente americano John Fitzgerald Kennedy citò Cavour, Mazzini e Garibaldi dimenticando Vittorio Emanuele II. Ora - sottolinea Boschiero all'ADNKRONOS - è la politica italiana, salvo alcune lodevoli eccezioni - a tenere nell'oblio il ricordo del Re di casa Savoia in occasione del 150° anniversario dell'Italia unita: o per calcolata faziosità o per involontaria ignoranza".
    Lamenta ancora Boschiero: "Nel nostro Paese vige ancora una sorta di “censura” nei confronti di Vittorio Emanuele II, modulata secondo il grado di faziosità dei vari oratori ufficiali. Ma la criminalizzazione del nostro passato - sottolinea - contribuisce ad accrescere l'attuale crisi di identità dell'Italia: non si difende così l'unità nazionale dal pericolo sempre presente di una disgregazione dell'unità della nostra Patria".
    Il 27 marzo del 1961, in occasione del Centenario, fu l'allora presidente nazionale dell'U.M.I. Raffaele Guariglia a scrivere al presidente USA Kennedy per evidenziare che "celebrare l'Unità d'Italia senza ricordare il Re Vittorio Emanuele II è come celebrare l'indipendenza degli Stati Uniti senza fare il nome di George Washington". Il 14 giugno dello stesso anno, l'incaricato d'affari presso l'ambasciata Usa rispondeva che "non vi era alcuna intenzione da parte del presidente Kennedy di ignorare il contributo che ebbe a dare alla causa dell'unità italiana il Re Vittorio Emanuele II, il quale è a buon diritto considerato tra i creatori dello Stato italiano". (Bon/Pn/Adnkronos)
DATA: 15.01.2011
 
TUNISIA: DALLA MONARCHIA DEL BEY ALLA REPUBBLICA DELLA FAME

foto AnsaLe immagini di questi giorni provenienti dalla vicina Tunisia ci colpiscono profondamente. Ragazzi e donne sono scesi per le strade delle maggiori città del Paese per protestare contro il repentino aumento dei generi di prima necessità: pane, zucchero, farina ecc. Fino a qualche anno fa, conoscevamo questa nazione per il suo turismo, per la bonomia degli abitanti, per essere stato l’ultimo “buen ritiro” di Bettino Craxi, per la moderata emigrazione verso la Sicilia, in particolar modo a Mazara del Vallo, ove da decenni convive pacificamente una foltissima comunità tunisina impegnata nel settore della pesca con vari matrimoni misti, in quanto l’Islam professato in questo giovanissimo Paese è quello tollerante, moderato, aperto alla convivenza con le altre religioni abramitiche.
    La Tunisia prima colonizzata dai Fenici, poi da Cartagine, nel 146a.C. divenne provincia romana, primo nucleo della futura provincia dell’Africa proconsolare. Nel III secolo assurge a centro religioso del Cristianesimo grazie alle forti personalità di Tertulliano, san Cipriano e sant’Agostino. Dopo un breve periodo di governo bizantino, i tunisini subirono le prime invasioni arabe con l’insediamento di varie dinastie musulmane, nonostante le forti resistenze della popolazione locale: i Berberi. Aglabiti, Fatimidi, Ziriti, Almohaidi, Hafsidi, si alternarono nei secoli,  ottenendo il titolo di “emiri dei credenti”, fino al 1574, quando i Turchi ottomani sottomisero questa bellissima terra, nominandovi un governatore.
    La propria indipendenza la Tunisia la conobbe con la ribellione di Hussein ben Alì, fondatore della dinastia “husseinita” che avrebbe governato dal 1705 al 1957. Ospitale verso gli stranieri, la Tunisia ebbe la sua epoca d’oro tra il XVII ed il XVIII sec., con la nascita di una fiorente classe mercantile, attirando commercianti dall’Impero Ottomano, dall’Andalusia, o Ebrei espulsi dalla Spagna e dall’Italia. L’Università coranica di Tunisi, la “Zituna” divenne il maggiore centro di diffusione del rito “malechita”, pratica del culto e del diritto islamico, diffusa nel Nord Africa ed un tempo anche in Sicilia e nella Penisola Iberica, nata dal teologo Malik ibn Anas al-Asbali (715-95), padre di una delle quattro scuole giuridiche musulmane sunnite.
    L’espansionismo coloniale francese in Algeria, nel 1830, rallentarono il processo riformista della monarchia tunisina volta ad organizzare un regime parlamentare. Bismarck, per distogliere la Francia dall’Alsazia-Lorena, incoraggiò le mire di Parigi verso la Tunisia. Col Trattato del Bardo nel 1881, la Francia ottenne il protettorato sul Paese, ossia il controllo dell’amministrazione, della politica estera e difesa, dopo che anche l’Italia aveva tentato vanamente di assicurarsi questa “sponda” mediterranea. Non ottenendo l’appoggio internazionale, il Regno d’Italia preferì a differenza dei francesi, varare una politica di amicizia e collaborazione economica con Tunisi, i vari ministeri Cairoli, Depretis e Crispi, non vollero agire militarmente e la Francia ottenne così il controllo delle “amate sponde.”
    Tra i primi del Novecento e gli anni Trenta del nuovo secolo, l’insofferenza per la Francia si manifestò con la nascita di vari partiti e movimenti (Destur e Neo-Destur), guidati da giovani politici come Habib Burghiba, il quale con altri venne arrestato nel 1938 e deportato. Il Paese durante il Secondo conflitto venne occupato dai Tedeschi per poi essere liberato dagli Alleati nel 1943. Le autorità golliste di Parigi rifiutarono comunque accordi con i nazionalisti locali riaffermando il protettorato, nominando un nuovo “residente”, ossia un governatore. Nel 1952 questi fece arrestare tutti i fautori dell’indipendenza. Il sovrano Mohamed el-Amine Bey (1881-1962) decise di appellarsi all’ONU,  mentre la Tunisia precipitò per due anni nell’anarchia. Poi con un gesto spettacolare, Pierre Mendès-France, Primo Ministro della Francia, il 31 luglio 1954 arrivò a Tunisi e con il famoso discorso di Cartagine, riconobbe l’autonomia interna dello Stato tunisino.
Il 5 giugno 1955 ritornato in Patria, Burghiba ruppe con l’amico Salah ben Yussef, capo della fazione armata del movimento, e con la vittoria alle elezioni del 1956 divenne capo del governo dopo il riconoscimento della piena indipendenza da Parigi.
    Il 25 luglio 1957, la monarchia husseinita fu dichiarata decaduta, nonostante il  ruolo fondamentale che aveva svolto nell’autodeterminazione del Paese dal colonialismo francese. Da questa data il Neo-Destur diventato poi “Partito socialista desturiano” prese il potere con Burghiba che varò una politica laicistica e di modernizzazione, sempre rimarcando un forte nazionalismo nei confronti della Francia con la quale ebbe sempre buoni rapporti  nonostante la crisi algerina e l’occupazione della base di Biserta. La Tunisia conobbe  l’abolizione della poligamia, il diritto di voto e l’eleggibilità delle donne, la sostituzione del diritto coranico con quello civile ed altre riforme. Amico dell’Occidente, dal quale ottenne forti aiuti finanziari, Burghiba fu tra i fondatori della politica del “non-allineamento” con la Jugoslavia di Tito, l’India della Gandhi, ecc., sostenitore di una politica di pacificazione con Israele.
    Molti membri dell’ex casa reale rimasero in Tunisia dopo la confisca dei loro beni, rimanendo confinati in alcune residenze governative.
    A metà degli Settanta e dopo la caduta dello Scià in Iran, la sura del fondamentalismo islamico, favorì una svolta ancora più autoritaria del regime a partito unico: congelamento dei rapporti con Israele, censura sulla stampa, chiusura dei rapporti con l’opposizione. La salute malferma di Burghiba portò a lotte interne di potere che favorirono corruzione e malaffare. Nel 1987 il leader venne deposto da un “golpe medico” causa senilità ad opera del generale Zine el-Abidine Ben Alì, con l’appoggio di alcuni servizi militari occidentali, tra i quali il nostro Sismi. Il Presidente Alì in questi anni ha stabilizzato il regime favorendo forti investimenti stranieri e dando impulso al settore turistico. Rieletto tutte le volte con percentuali che sfioravano il 95% dei suffragi, Ben Alì ha inasprito al suo interno il potere, favorendo malaffare e corruzione. In un Paese ove la maggioranza sono giovani sotto i 20 anni, la crisi economica internazionale ha intaccato le speranze di crescita dei tanti laureati che con il benessere hanno potuto studiare. La mancata, vera, democratizzazione ha portato così alla grave situazione attuale.
    L’attuale erede della dinastia husseinita, è SAR il Principe (Sidi) Fayçal Bey, nato nel palazzo reale di Cartagine nel 1955, affermato biologo di fama internazionale, al quale speriamo i tunisini diano qualche possibilità per aiutarli in questo delicato momento della loro millenaria storia.
Nelle ore della stesura di questo articolo il Presidente Ben Alì avrebbe lasciato Tunisi, alcune agenzie dicono grazie ad un aereo militare francese è già Parigi, altre fonti lo danno riparato a Malta con l’appoggio di elicotteri libici.
    Presidente ad interim è stato proclamato il Primo Ministro Mohamed Ghannouch. I Paesi arabi hanno bisogno di una vera democrazia parlamentare, di riforme economiche e sociali, di libertà. Inshallah!
Giuseppe Polito
Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)
DATA: 15.01.2011


NUOVA STORIA CONTEMPORANEA SI OCCUPA DELLA PARTENZA DI RE UMBERTO PER L'ESILIO

    La rivista “Nuova Storia Contemporanea”, bimestrale edito da Le Lettere e diretto dallo storico Prof. Francesco Perfetti, nel numero 6 (novembre-dicembre 2010) attualmente in edicola, si occupa  dell'arrivo di Re Umberto II a Lisbona il 13 giugno 1946.
    Nel saggio di Maurizio Serra vengono ripercorse quelle drammatiche ore, le false aspettative, e le condizioni in cui si trovò il quarto Re d'Italia all'indomani del contestato referendum istituzionale.
    La rivista pubblica delle fotografie provenienti dall'archivio del Generale Luigi Bianchi, personalità di spicco dell'Aeronautica Militare oltre che uomo di fiducia di Re Umberto, e vari articoli di giornali portoghesi che trattavano l'inizio dell'esilio del Sovrano.
    Fra gli altri articoli: "La crisi dell'ordine pubblico all'inizio degli anni Settanta", "Cavour economista e liberale", "Le idee politiche di Bertrand de Jouvenel", "L'Armata italiana di Liberazione", "Pio XII e il blocco di Berlino".
    In edicola e in libreria – 10,50 euro
DATA: 13.01.2011
  
L'U.M.I. NELLA CITTA' DELLA CORONA FERREA

Fabio Fazzari, Coordinatore U.M.I. Monza    Il Dott. Fabio Fazzari è il nuovo Coordinatore Provinciale dell'U.M.I. di Monza, la città custode della Corona Ferrea, prestigioso e sacro simbolo della Regalità.
    Fazzari, trentatreenne laureato a pieni voti in Economia presso l'Università degli Studi di Torino, si occupa di analisi finanziaria presso una primaria società di intermediazione mobiliare. Velista, grande appassionato di storia navale e musica, ha suonato per diversi anni la viola nell'Orchestra d'Archi Biellese.
    Al Dott. Fazzari i migliori auguri dell'U.M.I. e di FERT.
La Corona Ferrea - da internet
DATA: 13.01.2011

MONARCHIA, CASA SAVOIA E LEGGE SALICA
di Giuseppe Polito

    Attualmente portano indiscutibilmente il cognome “di Savoia” i seguenti discendenti di Re Vittorio Emanuele II primo sovrano dell’Italia unita: Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella, Maria Beatrice, Emanuele Filiberto, Vittoria, Luisa, Margherita, Maria Cristina, Amedeo, Bianca, Aimone, Mafalda,  Ginevra ed Umberto, il quale chiude la millenaria e più antica dinastia reale del mondo che si perpetua dal X sec. circa,  da Umberto Biancamano o dalle Bianche Mani ad oggi. Del fratello minore del “Re Galantuomo”, Ferdinando di Savoia  duca di Genova, c’è un’unica discendente: Maria Isabella.  Tutto questo nel  rispetto dell’antica “Lex salica” che al titolo 59.5 recita: “Nessuna terra (salica) può essere ereditata da una donna, ma tutta la terra spetta ai figli maschi”. Questa norma non ha mai escluso che le femmine potessero ereditare altri territori in altre regioni e altri beni di qualsiasi altra natura, con l’esclusione appunto dei beni allodiali salici, che ai tempi di tale legge, il Regno dei Franchi Salii, era composto da un “allodio”, e giuridicamente indicava un bene o una terra posseduta in piena proprietà, senza legami di vassallaggio o di qualsiasi altro tipo di concessione. La Casa Reale sabauda uniformandosi alle leggi dinastiche del suo tempo, nella prima carta costituzionale italiana, il famoso “Statuto Albertino”, rimasto in vigore fino al varo della vigente Costituzione repubblicana nel gennaio 1948, al punto 2 recitava: “Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo. Il trono è ereditato secondo la legge salica.” [...]
DATA: 13.01.2011
  
STORIA IN RETE DI GENNAIO E' IN EDICOLA!

    Storia in Rete di gennaio, il mensile diretto da Fabio Andriola che si occupa di storia, va ad esplorare il nostro rapporto coi Longobardi: primi Re d’Italia o invasori? Costruttori di un’identità italiana o locale? Intanto, in tutto il paese è longobardo-mania.
    Dal Medioevo alla Belle Epoque, con la vicenda di Joe Petrosino, l’emigrato italiano che divenne il terrore della Mafia in America e in Sicilia. Da un eroe della lotta al crimine, ad una criminale che fece rabbrividire l’Italia nel 1946: la Saponificatrice di Correggio. Storia in Rete vi porta quindi nelle sale operatorie del 1800, con Semmelweis, il pioniere della moderna antisettica (ebbene sì, prima non ci si lavava le mani!!). Segue quindi un ritratto di Giulietti, il sindacalista dei lavoratori del mare, un uomo contro tutti, dai fascisti agli antifascisti. E per questo pagò con l’esilio e l’ostracismo. Infine un’anticipazione da un libro di prossima uscita sulle relazioni italo-tedesche viste dall’Ambasciata italiana di Berlino e una riflessione sulla contemporaneità alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione.     Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di gennaio!!
DATA: 12.01.2011
  
LETTERE AL DIRETTORE

    Riceviamo e pubblichiamo questa lettera che, senza dubbio, offrirà al lettore spunti di riflessione.

    Carissimo Direttore,
                          nel giorno dell'avvio delle celebrazioni per il 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, sarebbe opportuno una presa di posizione ufficiale dell'U.M.I. sulla farsa da guitti andata in onda ieri sera durante la trasmissione di Rai uno "I Raccomandati", ove i conduttori della stessa, Pupo ed Emanuele Filiberto di Savoia, hanno parodiato con travestimento da avanspettacolo lo storico incontro del 26 ottobre 1860 tra il Re Galantuomo ed il Generale Garibali.
    Purtroppo devo constatare ancora una volta che i discendenti del Padre della Patria hanno completamente tradito e messo in "berlina" la loro eredità storica e morale! Occorrono parole forti e definitive anche da molti di noi che pur vantando di custodire quei valori che furono alla base del Risorgimento nazionale, non hanno il coraggio, per mero opportunismo di sconfessare una volta e per sempre tutto questo per paura? Per futuro tornaconto? Certo, in molti nonostante tutto vedono in Emanuele Filiberto e nel Padre gli eredi legittimi ma di cosa? Gli altri Principi come più volte ho sollecitato, devono se hanno intenzione di portare avanti questa nobile eredità, di farsi avanti, di essere sensibili al "grido di dolore" che tanti italiani sollevano ogni giorno combattendo contro la crisi morale, politica, economica la disoccupazione, la criminalità! Questo dovrebbe l'impegno per un nuovo Risorgimento di uomini ed impegni!
    Ti ringrazio per il Tuo impegno, esempio per tutti noi!
    Viva l'Italia, viva il Risorgimento, viva il Re!
Giuseppe Polito
Presidente Provinciale U.M.I. Caserta


DATA: 11.01.2011
   
IL SINDACO MENNITTI RICORDA A NAPOLITANO
«BRINDISI FU CAPITALE»

    Riprendiamo dal sito de "La Gazzetta del Sud" l'articolo che pubblica il testo della lettera scritta dal Sindaco di Brindisi, On. Domenico Mennitti, a Giorgio Napolitano, in cui si ricorda il ruolo svolto dal capoluogo pugliese all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943.

da www.lagazzettadelmezzogiorno.it    «Signor Presidente - scrive il sindaco -, oggi con la manifestazione di Reggio Emilia, a ragione indicata come la città culla del tricolore, si è avviata la serie delle iniziative organizzate per celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Per l’occasione Lei ha convocato i sindaci delle città che nel corso degli anni hanno svolto il ruolo di capitale. Perciò Torino, Firenze e Roma».
    «Considero l’iniziativa di grande sensibilità - aggiunge -, peraltro tesa in una fase delicata a rinsaldare i valori dell’unità. Mi permetta però una domanda, puntualizzando che personalmente non ho la tendenza a dolermi di esclusioni, soprattutto se fondate su valide motivazioni. Però, signor Presidente, conoscendo bene la sua sensibilità politica e culturale, sarei curioso di conoscere la Sua posizione rispetto alla vicenda che nel 1943 vide per qualche mese Brindisi capitale d’Italia in un momento tra i più tragici della storia nazionale. Dobbiamo cancellarne il ricordo e perchè? Oppure è opportuno rileggere quella pagina della storia patria per darne la dimensione e la interpretazione giuste?».
    «Colgo l’occasione per farLe omaggio di un libro edito qualche mese fa da Laterza, il cui titolo è “La gabbia infranta - conclude il primo cittadino -. Gli alleati e l’Italia dal 1943 al 1945”. Gli autori Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra interpretano la fuga a Brindisi del re come un momento decisivo per la ripresa della diplomazia italiana in vista dei patti successivamente sottoscritti. Spero di trarre dalla risposta che vorrà fornirmi le motivazioni della esclusione di Brindisi dalla manifestazione odierna. Con la più viva cordialità».
DATA: 11.01.2011
  
LEGA E RISORGIMENTO

Vignetta di Giannelli, pubblicata sul "Corriere della Sera" di domenica 9 gennaio 2010
Vignetta di Giannelli, pubblicata sul "Corriere della Sera" di domenica 9 gennaio 2010
DATA: 09.01.2011

IL TITOLO SBAGLIATO DI UN GRANDE GIORNALE: "NAPOLITANO DIFENDE IL TRICOLORE"!

Riportiamo un interessante articolo, a firma di Salvatore Sfrecola, pubblicato sul sito www.unsognoitaliano.it.

           Ci sono titoli che valgono più di un articolo, che spesso è costruito proprio sul titolo, destinato a colpire l'attenzione del lettore. Tanto che fare i titoli è una responsabilità  che spesso è del direttore o del redattore capo. Il titolo vale per le parole che lo compongono, per il corpo usato, per le colonne e per la posizione che occupa nella pagina.
     Il titolo, in ogni caso, deve essere coerente allo scritto che presenta.
     Non è stato così, oggi, il titolo che in prima pagina dà conto del discorso che ha fatto il Presidente della Repubblica a Reggio Emilia, in apertura delle celebrazioni dell'unità d'Italia, "Napolitano difende il Tricolore".
     Detto così è di una banalità sconcertante. Come dire "il governo garantirà l'ordine pubblico". Ricordo in proposito, ero un ragazzo, il commento di Marino Bon di Valsassina, docente di dottrina dello Stato ed oratore facondo, a quella dichiarazione del Ministro dell'interno. Perché, commentava con la sua consueta arguzia, "cosa dovrebbe fare il Governo se non garantire l'ordine pubblico"?
     Così è banale scrivere che il Capo dello Stato "difende il Tricolore" se non si spiega, cosa che il giornale fa nel sottotitolo e nel corpo dell'articolo, che, in realtà, il Capo dello Stato aveva voluto, proprio in occasione della prima manifestazione celebrativa dell'unità d'Italia, dare un avviso alla Lega: "chi è al governo lo deve rispettare" (il Tricolore). Tanto che Bossi ha replicato "festa solo dopo il varo del federalismo".
     Il titolo "sbagliato" consente, dunque, qualche ulteriore riflessione sulla bandiera, l'unità del Paese ed il quadro politico istituzionale, temi sui quali è certo saranno in molti nei prossimi mesi ad esercitarsi.
     Per cui vorrei mettere qualche puntino sulle "i" per cercare di tenere il dibattito nei suoi confini naturali.
     In primo luogo la bandiera "della Repubblica", come si esprime l'art. 12 della Costituzione "è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni".
     Prima osservazione. La bandiera "della Repubblica è il tricolore italiano". Un vessillo, dunque, che preesiste alla forma istituzionale conseguente al referendum del 2 giugno 1946. La Repubblica non ha cambiato bandiera. Ha escluso implicitamente dalla banda centrale, bianca, lo stemma della Casa Savoia, con una operazione inversa a quella che aveva fatto Re Carlo Alberto nel proclama del 23 marzo 1848 quando, rivolgendosi alle popolazioni del Lombardo Veneto per annunciare la prima guerra d'indipendenza affermava che "(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana".
     Il Tricolore Italiano, dunque, preesiste al Regno d'Italia e sopravvive nella Repubblica. E' la bandiera d'Italia. Non va, dunque, confusa con un determinato assetto istituzionale. Lo ha inalberato la Monarchia costituzionale dei Re sabaudi, ha sventolato durante la Prima Guerra Mondiale, ultima dell'indipendenza nazionale (per l'acquisizione di Trento e Trieste), è stato su tutti i campi di battaglia dal 1940 al 1945, è stata la bandiera dei partigiani antifascisti e della Repubblica Sociale Italiana, che, ovviamente, aveva sostituito allo stemma degli odiati Savoia i simboli del fascismo, l'aquila e il fascio. Oggi è la bandiera della Repubblica.
     E' stata ed è, in ogni caso, la bandiera della Nazione. Identifica lo Stato al di là delle situazioni istituzionali. Immaginiamo quanto sia estranea alle beghe di partito, Destra, Sinistra, Centro, nelle loro variabili, compresa la Lega Nord.
     Intendo dire che il Tricolore non può essere messo in mezzo perché alcuni vogliono il centralismo governativo, altri richiedono un ampio decentramento o l'autonomia di regioni e province ed un federalismo variamente configurato.
     Dobbiamo cominciare a ragionare in termini di neutralità dello Stato e della Nazione rispetto all'assetto istituzionale e amministrativo. E' un problema di cultura e di capacità di identificare il valore di ciò che unisce un popolo che è arricchito dalla varietà delle storie e delle tradizioni di un territorio.
     Per me romano, con alle spalle una storia politica e civile unica al mondo il fatto che l'Italia comprenda aree geografiche e culture straordinarie come la toscana, la veneziana, la napoletana, la siciliana, per semplificare e senza togliere niente al Piemonte, alla Liguria, alle Marche, alla Romagna e all'Abruzzo, significa che la mia Italia è un territorio straordinario, luogo di culture che hanno dato un apporto alla Nazione intera che non ha di altri esempi al mondo. Forse solo la Spagna, perché la Francia è Parigi, come in altre realtà nelle quali la vita politica, economica e culturale si è incentrata nei secoli nella capitale.
     Sbaglia, dunque, Bossi e quanti lo seguono in questa esercitazione di incultura a prendere di petto il Tricolore per criticare "Roma Ladrona". Perché se vogliamo essere sinceri, sempre da romano, la Capitale potrebbe essere trasferita altrove, magari con una operazione alla "Brasilia" ed all'ombra del Cupolone si potrebbe vivere di turismo culturale e religioso. Ma l'Italia è Roma più Venezia, più Torino, più Napoli e così via, città e storie delle quali ognuno può giustamente essere orgoglioso.
     La bandiera, dunque, "il Tricolore italiano"  è il simbolo di tutte le storie e delle culture del Bel Paese. Bossi e la Lega hanno cavalcato il malessere di aree del Paese che si sono sentite tradite dalla politica "romana", dove peraltro, siedono in abbondanza, con posizioni di potere significative, "nordici" importanti, dal milanese Presidente del Consiglio al  sondriese Ministro dell'economia, che hanno fatto molto per quelle regioni (basti leggere "Chi paga la devolution?").
     Adesso che è al Governo con posizioni di responsabilità ed un peso politico superiore a quello elettorale la Lega può legare, mi si perdoni il bisticcio, la sua presenza ad una più incisiva riforma istituzionale in senso federalista.  Lasci stare il Tricolore, che non è di destro né di sinistra, e lasci il segno di un impegno politico che ha molti meriti perché l'anno celebrativo dell'unità d'Italia sia da ricordare anche per una moderna riforma federale. Levando in alto il vessillo della Patria, quella che continuiamo ad ancorare al concetto di "terra dei padri".
8 gennaio 2011
DATA: 08.01.2011
 
APPELLO DI SERGIO BOSCHIERO: DOPO GLI ATTENTATI IN EGITTO TUMULIAMO NEL PANTHEON VITTORIO EMANUELE III

il Re Vittorio Emanuele III     Roma, 3 gen. (Adnkronos) - ''Via da Alessandria le spoglie di Vittorio Emanuele III. Il Re sia finalmente sepolto al Pantheon''. A lanciare l'appello per riportare in Italia i resti del Re soldato, morto in esilio in Egitto il 28 dicembre del 1947, è Sergio Boschiero, Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana che esprime forti preoccupazioni per gli attacchi terroristici messi in atto nel paese nord-africano contro la comunità cristiana.
    ''Il problema della convivenza pacifica in Egitto tra due gruppi religiosi torna adesso ma ha radici antiche'', spiega all'ADNKRONOS Boschiero. ''Ricordo -riferisce- quando nel 1969, proprio durante il periodo natalizio, accompagnai Re Umberto ad Alessandria d'Egitto per assistere alla Messa in suffragio di Vittorio Emanuele III che riposa appunto nella chiesa di Santa Caterina, retta dai francescani. Il sovrano -racconta Boschiero- era fortemente preoccupato della situazione dell'ordine pubblico in Egitto e della sorte della comunità cristiana e, in particolare, di quella italiana che all'epoca era particolarmente numerosa nel paese. Anche se non era più sul trono Farouk, Umberto aveva buoni rapporti con alcuni dei ministri dell'allora presidente Nasser . E confidò loro i suoi timori''.
    ''La situazione all'epoca era così calda - aggiunge Boschiero- che Umberto II ventilò l'ipotesi di spostare da Alessandria a Malta le spoglie del padre. Poi però non se ne fece più niente.
Oggi penso che invece sia arrivato il momento di riaprire, al di là delle sterili polemiche politiche ormai superate, la questione della sepoltura dei Re d'Italia al Pantheon soprattutto in coincidenza delle celebrazioni dei 150 anni della proclamazione del Regno d'Italia''.
(Rre/Col/Adnkronos)
 
DATA: 04.01.2011
    
NON HANNO RISPETTO NEMMENO PER I MORTI

il Caporal Maggiore Matteo Miotto, nella foto originale con la bandiera Sabauda
     Dichiarazione congiunta di Alessandro Sacchi e Sergio Boschiero, rispettivamente Presidente nazionale a.i. e Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), la più numerosa ed antica associazione monarchica del nostro Paese:
    “Sulla prima pagina del quotidiano veronese “L’Arena” di oggi vediamo pubblicata la foto del Caporal Maggiore degli Alpini Matteo Miotto, tragicamente ucciso lo scorso venerdì in Afghanistan, che mostra una Bandiera del Regno d’Italia con le firme di amici e la visibile scritta “Thiene”, suo paese di origine.
    Rimaniamo basiti nel rivedere la stessa fotografia diffusa dai mezzi di informazione nazionali e non, epurata dello scudo sabaudo. Persino a pagina 3 della stessa “Arena” viene riproposta l’immagine ritoccata.
    La Censura oggi, proprio all’inizio del 150° anniversario della Proclamazione del Regno d’Italia, ha ancora così paura della simbologia della nostra storia, tanto da arrivare a mancare di rispetto ad un soldato caduto mentre svolgeva il proprio lavoro?
    Sconcertati per l’accaduto, ci stringiamo attorno alla Famiglia di questo ragazzo che ha dato tutto per la nostra Patria  e che vede, con questa operazione mediatica, tradito il ricordo del proprio caro. ”
Roma, domenica 2 gennaio 2011
Alessandro Sacchi
Presidente naz. U.M.I. a.i.
Sergio Boschiero
Segretario naz. U.M.I.

il Caporal Maggiore Matteo Miotto, nella foto censurata
    Riproponiamo la foto originale, pubblicata in prima pagina sul quotidiano l'Arena di domenica 2 gennaio 2011 e, qui sopra, l'immagine "ufficiale", censurata e diffusa dai mezzi di informazione.
DATA: 02.01.2011


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