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ARCHIVIO NEWS 2012

    
RIDIMENSIONATI DALLE ELEZIONI VENTURE: MONTI, BAGNASCO, NAPOLITANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23.12.12

Monti Bagnasco - dal sito uaarDopo il “podestà forestiero” l’Italia ha anche il “cappellano straniero”. Infatti, non solo il  presidente della conferenza episcopale italiana, mons. Angelo Bagnasco, violando il Concordato, plaude a Monti Mario, capo di un modesto cartello partitico, ma altrettanto fa il quotidiano della Città del Vaticano, cioè di uno Stato sovrano, (unica monarchia assoluta nel mondo).  E così, dopo tante chiacchiere di Napolitano Giorgio e di altri sul 150° dell’unità d’Italia, su Camillo Cavour che volle Roma capitale, su Garibaldi che la difese contro i papisti, su Vittorio Emanuele II scomunicato dal papa-re, a tacere di Mameli (quello del cosiddetto “inno nazionale”) che morì per la Repubblica romana, contro francesi, austriaci e malgoverno dei preti, adesso siamo alla comica di un presidente del consiglio in carica che aspira a chissà che con tanto di benedizione dell’ “Osservatore Romano”, quotidiano della Santa Sede. E’ vero che Monti  nega di essere l’ “uomo della provvidenza”; gli però si dichiara pronto ad assumere le  “responsabilità” che “in certe circostanze” gli venissero affidate dal Parlamento. Quali? Senatore a vita e presidente del consiglio Monti già lo è grazie a Napolitano. A che altro aspira, dunque? Al di sopra ha solo due cariche: Capo dello Stato o Santità, magari  col plauso del Gran Muftì di Gerusalemme. Sarà per questo  che il suo governo, senza avallo parlamentare, si è schierato all’ONU a favore dello Stato Palestinese? Aspettiamo e vediamo, come egli  biascica in inglese mentre s’offre. Però ancora esiste il diritto di voto. Tra meno di due mesi gli italiani diranno  la loro e forse le cose andranno diversamente da come molti l’immaginano. Comunque si può già fare un primo bilancio se non dei possibili vincitori  quanto meno degli sconfitti. In primo luogo, da presidente di un governo che contò la più ampia maggioranza parlamentare della storia d’Italia ora Monti si è ridotto a giocare a cubetti con spezzoni di partitini. Di suo concede una gamba per il Senato ma solo mezza per la Camera. Inaugura l’età d’oro della sgambata in politica. Come le marionette, lascia intravvedere, immaginare, sognare… E’ una posizione che rende sul piano verticale e ancor più sull’orizzontale, sempre che il burattinaio non decida di mollare  i fili e interrompere il balletto. A ogni modo l’“agenda Monti” è priva di riferimenti ai cardini veri di uno Stato sovrano: zero politica estera (in specie Mediterraneo e Vicino Oriente), niente politica militare, nulla sui valori culturali e storici costituitivi dell’Italia, non per caso assente dalle sigle dei partiti che la fanno propria (Udc, Fli, etc.).  E’ un elenco di conti in sospeso. In secondo luogo, proprio mentre benedice i listini pro-Monti (che potrebbero raccogliere dal 10 al 15% dei voti) la chiesa  di Roma impensierisce l’85-90% di votanti. Forse dimentica che l’anglicana a Gran Bretagna, mai entrata nell’Euro (come Svezia, Repubblica Ceca, ecc. ecc.),  sta rompendo gli ormeggi dall’Unione Europea e che la partita planetaria in corso è molto più ampia di come la si vede dal vicariato di Roma e va molto oltre i guai finanziari dei Salesiani.  D’altronde, a parte il Barbagianni della Comunità di Sant’Egidio quanti tra i candidati delle liste pro-Monti sono davvero modelli specchiato dei precetti di santa madre chiesa? Infine, a risultare molto appannato in questa affannosa vigilia del voto è il presidente della repubblica, proprio a conclusione del mandato. Napolitano intralciò (eccome!)  l’azione legislativa del Governo Berlusconi, nominò Monti senatore a vita, lo insediò presidente del consiglio e poi asserì che non poteva  candidarsi, ma al sua “creatura” sale in campo a comodo proprio, mostrando nei fatti in quale opinione  ne tenga i sermoni. Anziché recitare un’omelia a reti unificate, per lasciare davvero un segno Napolitano potrebbe ancora valersi del  “messaggio alle Camere” (art. 87, comma 2 della Costituzione): i temi non mancano, a cominciare dalla mancata riforma della costituzione e della legge elettorale. Il grande cattolico liberale risorgimentale Francesco Cossiga lanciò il guanto di sfida in faccia a partiti e a lobbies, rassegnando anticipatamente le dimissioni, con una dura denuncia della degenerazione del sistema partitico, corruttivo delle istituzioni. Ma non ottenne eco perché il Partito comunista già ne aveva chiesto l’incriminazione per attentato alla Costituzione e la Democrazia cristiana correva verso l’autodistruzione. L’esito della lotta elettorale appena iniziata è apertissimo, ma ha già lasciato sul campo tre vinti: Rodo-Monti, nettamente ridimensionato; il cardinale  Bagnasco, che lustra la rombante crocerossa centrista ma dimentica che Pio IX benediceva l’Italia intera non un partitino qualunque; e il presidente della repubblica al crepuscolo. In attesa che gli italiani dicano la loro andando alle urne o magari disertandole, ricordiamo le parole di Socrate a chi lo condannò a bere la  velenosa cicuta: “io vado a morire, voi a vivere; chi di noi vada verso il meglio è ignoto a tutti fuorché al dio” . Così è degli italiani dinnanzi al bicchiere velenoso di elezioni condizionate da anni di interferenze straniere d’ogni genere e dalla spocchiosa pretesa di alcuni bonzi autoreferenziali di disporre del potere a prescindere dal voto popolare.  Non per questa strana idea di Italia generazioni di cittadini sacrificarono la vita e i beni nel Risorgimento, nelle due guerre mondiali, negli anni di piombo, per la costruzione e la difesa della sovranità nazionale.
Aldo A. Mola
p.s.  In Italia dilagano le lacrime. Piangono “in diretta” i ministri che annunciano i sacrifici (dai quali peraltro essi  si esentano), altissimi magistrati che “si spostano” in politica, segretari di partiti. Nell’età doro della sgambata in politica va di moda l’ostentazione spudorata dei sentimenti. Va allora ricordato che gli statuti comunali del Vecchio Piemonte vietavano il pianto pubblico persino ai funerali.

DATA: 30.12.2012
      
NAPOLI: RIUNITA LA GIUNTA ESECUTIVA DELL'U.M.I.

NAPOLI: RIUNITA LA GIUNTA ESECUTIVA DELL'U.M.I.Domenica 23 dicembre u.s. si è riunita, presso la sede dell'U.M.I. di Napoli, la Giunta esecutiva nazionale per fare il punto della situazione sull'anno del Congresso e per discutere sulle linee guida della nostra associazione per l'anno che verrà. Diversi i punti all'ordine del giorno tra cui la convocazione del consiglio Nazionale per il giorno 26 gennaio a Roma, l'indicazione dei delegati del Fronte Monarchico giovanile da inserire nel Consiglio nazionale (ai sensi dell'art. 23 dello Statuto), le delibere riguardanti la sede nazionale di Roma, la situazione amministrativo-contabile e un'analisi della situazione politica italiana. È stata altresì deliberata un'interessante e innovativa iniziativa da tenersi in estate tra le coste francesi e quelle liguri. I ragazzi indicati per far parte del Consiglio nazionale sono Alfonso d'Iorio, Edoardo Tuzi Gallo e Mattia Bonaiuto. La Giunta, che ha visto la partecipazione del Presidente Alessandro Sacchi, del Segretario Davide Colombo, del Segretario F.M.G. Amedeo de Dominicis, del Vicepresidente Fabio Fazzari e dei Vicesegretari Oronzo Cassa e Paolo Rossi de Vermandois, è stata allargata al Consigliere nazionale Fabrizio Ilari per discutere ampiamente della situazione monarchica nella Capitale. Il Vicepresidente Vincenzo Vaccarella, impossibilitato a partecipare alla riunione, ha seguito i lavori in videoconferenza.

DATA: 27.12.2012
   
ITALIA ED EUROPA: UNIONE DI POPOLI O IMPERO ANTIDEMOCRATICO?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23.12.12

La Battaglia di LipziaQuale Europa vogliamo? L’impero di un solo Stato su tutti gli altri e di forze fuori controllo democratico o la libera unione di popoli? Siamo alla svolta. La crisi di governo è salutare perché mette al centro dell’attenzione la vera partita in corso: il conflitto fra diverse concezioni dell’Unione Europea. E’ una lotta che ha assunto caratteri nuovi dall’avvento della  Repubblica francese (settembre 1792) ed è tuttora aperta. Nell’estate 1792 i giacobini lanciarono l’allarme: “La Patria è in pericolo”. Vinsero le elezioni. Scatenarono un’offensiva universale con l’insegna: “La Repubblica o la morte”. Chi non accettava i principi rivoluzionari andava eliminato. Per galvanizzare i propria adepti ghigliottinarono Luigi XVI e la regina Maria Antonietta. Le altre potenze, ottuse, risposero tardivamente. Divampò una guerra feroce, che divenne più dura con il colpo di Stato di Napoleone,  prima console, poi imperatore. La Francia sconfisse ripetutamente tutti gli Stati all’epoca esistenti, ne spazzò via i sovrani, costrinse Francesco II d’Asburgo a rinunciare al titolo di Sacro romano imperatore. Napoleone  ne sposò la figlia in seconde nozze. Da Berlino proclamò il “blocco continentale” contro l’impero economico della Gran Bretagna, già forte di un impero coloniale, la cui forza non comprese mai a fondo. Aveva conseguito successi travolgenti perché in ogni Paese ebbe seguaci  del principio costitutivo della Nuova Era: la Nazione. Rimane paradigmatica l’ode in cui Ugo Foscolo lo cantò “Liberatore”. Altrettanto fece Vincenzo Monti. Illusi e vanesi, anziché veri “poeti” nazionali. Sennonché  Napoleone  identificava l’Europa con la supremazia  di una sola potenza su tutti i popoli. I Francesi incorporarono terre indipendenti da secoli, come Piemonte e Liguria cui imposero la propria come lingua ufficiale. Napoleone creò stati vassalli e ne elevò a sovrani i membri della sua famiglia (i suoi fratelli Giuseppe in Spagna, Luigi in Olanda, Gerolamo nel Wuerttemberg, i cognati Murat a Napoli, Baciocchi in Toscana, Camillo Borghese governatore a Torino, il maresciallo Bernadotte principe adottivo in Svezia). Però proprio l’ideale nazionale alimentò la rivolta generale contro il suo dispotismo. Se ne ebbe la prima prova quando nel 1812 i  russi di Alessandro I  incendiarono Mosca per rendergliela invivibile e lo costrinsero alla disastrosa ritirata. L’epilogo si ebbe nella gigantesca battaglia di Lipsia (16-18 ottobre 1813) che lasciò sul campo quasi 100.000 uomini tra morti (60.000) e prigionieri. Tutti contro i “francesi”. Tra i caduti  vi fu il ventiduenne tedesco Teodoro Koerner, poeta e soldato. Divenne il simbolo del pensiero che si fa azione, della cultura che diviene lotta contro il dispotismo. La sue liriche furono pubblicate postume col titolo “La lira e la spada”. A lui  Alessandro Manzoni dedicò “Marzo 1821”,  l’ode tenuta forzatamente nel cassetto sino al 1848 e poi assurta a espressione della guerra per l’indipendenza, l’unità e la libertà d’Italia. Manzoni non predicò il nazionalismo. Esortò i dominatori ad andarsene: “O stranieri, nel proprio retaggio/ torna Italia e il suo suolo riprende;/o stranieri strappate le tende/ da una terra che madre non v’è”. Ai “germani”, accampati sull’Italia, proprio appellandosi all’esempio di Koerner, Manzoni rinfacciò il tradimento degli ideali che erano stati alla base della vittoria di Lipsia su Napoleone, la “battaglia delle nazioni”. L’Italia, “Gran Madre delle genti”, non aveva e non ha bisogno né di dominatori né di “podestà forestieri”, a differenza di quanto sostenne Mario Monti. Vuole e sa governarsi da sé.     Quel conflitto tra liberta unione di popoli e dominio di un unico potere egemonico (un tempo militare, poi meramente finanziario, ma non meno opprimente) ha mutato vesti e forme  di espressione e di strumenti di lotta ma rimane aperto. La voragine della prima guerra mondiale  risucchiò Carlo d’Asburgo, le cui contraddizioni sono perlustrate da Roberto Coaloa in L’Ultimo imperatore (ed. il Canneto, Geova). Ed ora come allora i popoli europei si logorano senza conseguire vera unità politica (cioè dei sistemi difensivi e di politica estera). Si consumano  mentre altre potenze giorno dopo giorno un po’ la acquistano e un po’ la conquistano con un’invasione  più insidiosa perché silenziosa.  Riecheggiato da Pellico, Balbo, da suo genero Massimo d’ Azeglio e da tanti patrioti d’ogni regione Manzoni era convinto che l’Italia sarebbe stata la profezia dell’Europa dei popoli: fratellanza di popoli liberi, ma non sotto il  giogo opprimente di un despota ma nella libertà né dei carri amati sovietici a Budapest approvati dai comunisti duri e puri d’antan. Quella era e rimane una partita aperta. I suoi capisaldi dànno (o dovrebbero dare) senso e dignità al confronto elettorale imminente.

Aldo A. Mola 
DATA: 23.12.2012
 
LA TRILOGIA DI DOMENICO FISICHELLA

Domenico Fisichella - Elogio della MonarchiaQuando nel luglio del 1995, edito da Vallecchi, uscì un piccolo libro “Elogio della Monarchia” del professore Domenico Fisichella, grande fu la sorpresa per questo titolo, prima ancora del suo contenuto,perché da quasi trenta anni non si parlava più in Italia di Monarchia, come se la stessa non fosse mai esistita e che dal 2 giugno 1946 una pietra tombale fosse stata calata su questa istituzione,impersonata dalla millenaria casata dei Savoia, anche per la scomparsa nel 1972 dell’unico partito politico che alla stessa si richiamava .”Habent sua fata libelli” (anche i piccoli libri hanno una loro fortuna ) per cui dato il successo avuto e l’interesse suscitato, nel 1999, editore Marco, uscì una nuova edizione, arricchita da una significativa premessa,datata 4 marzo 1999,sottolineando che detta data ricordava il 151° anniversario dello Statuto Albertino, e da una appendice nella quale era riportato l’articolo di Luigi Einaudi,pubblicato sul numero del 24 maggio 1946 del quotidiano “L’Opinione”,alla vigilia del voto referendario, dal titolo inequivocabile “Perché voterò per la Monarchia”. Passati gli anni,nell’approssimarsi del 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia,nel luglio 2010, usciva, edito da Carocci,un nuovo libro di Domenico Fisichella,dal fascinoso titolo “Il miracolo del Risorgimento “ sottotitolo “La formazione dell’Italia Unita”,dal contenuto rigidamente storico,dove,  dopo una rigorosa analisi della storia degli italiani, dal medioevo al XVIII secolo,passando dalle Signorie, al Rinascimento ed al secolo dei “lumi”,si spiegava sia il ruolo avuto anche prima del Risorgimento, dalla Casa Savoia,e dal 1848 da Carlo Alberto,con Statuto,adozionIl miracolo del Risorgimentoe del Tricolore,guerra all’Austria,sia pure sfortunata, e come nel giro di due anni,dall’inizio delle Seconda Guerra d’Indipendenza, il 29 aprile del 1859 al 17 marzo 1861, proclamazione di Vittorio Emanuele II,Re d’Italia, si era compiuto il più grande evento della storia d’Italia,dopo quasi 1400 anni dalla caduta dell’ Impero Romano d’ Occidente. Ora con “Dal Risorgimento al Fascismo”, edito da Carocci, Fisichella completa una trilogia indispensabile per chi oggi voglia riproporre il problema istituzionale nella sua forma monarchica. In un periodo in cui si pubblicano libri di tanti storici improvvisati, il libro del professore Fisichella, mai titolo accademico fu più appropriato, si pone in una posizione di assoluta scientificità ed obiettività,dove le convinzioni monarchiche dell’Autore, sono corroborate e documentate dai fatti ed hanno una struttura razionale, ben lontana dal sentimentalismo,sia pure nobile e degno del massimo rispetto, attribuito in genere ai monarchici italiani. Nell’analisi del sessantennio che va dal 1861 al 1922, nulla è tralasciato, dalla situazione dell’Europa ed i relativi confronti con le altre potenze europee ai dati statistici attestanti i progressi del giovane Regno nei vari settori, all’esame delle istituzioni rappresentative, dal Parlamento alla stessa Monarchia,senza tacere le crisi dell’ultimo decennio del XIX secolo e le conseguenze dell’astensionismo dei cattolici terminato solo con le elezioni politiche del 1913, nonché le vicende della nostra politica estera, coloniale e sociale con il sorgere e diffondersi di ideologie e movimenti che caratterizzarono gli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per giungere infine, dopo la pur vittoriosa Guerra 1915-1918, al drammatico triennio 1919-1922. Di questo periodo, caratterizzato nel Parlamento, dall’emergere dei partiti di massa socialista e popolare, quest’ultimo appena nato Fisichella - Dal Risorgimento al Fascismoad opera di don Luigi Sturzo, presenza favorita dall’adozione del sistema elettorale proporzionale, unitamenta al suffragio universale maschile, già concesso da Giolitti nel 1912, e nel Paese dall’esplosione della violenza da parte della sinistra, Fisichella rileva da un lato la debolezza dello stato liberale e dall’altro le responsabilità enormi che gravano sui due partiti di massa (il Partito Comunista nacque solo nel 1921 da una scissione del partito socialista ) che consentirono entrambe ad un movimento, il Fascismo,nato nel marzo 1919, i cui inizi stentati ed elettoralmente irrilevanti non facevano prevedere un grande avvenire, di diventare invece il principale avversario della violenza socialista e di acquisire così un ruolo ben superiore alla sua forza parlamentare e di permettere al suo capo, Mussolini, di arrivare legalmente al potere.
Le pagine dell’ultimo capitolo del libro, dal titolo “ Nessuno immaginava nel 1922 “ per la loro chiarezza didascalica e per la loro rigorosa e spietata elencazione delle reciproche responsabilità dovrebbero essere lette, rilette e meditate come un testo di studio, perché dopo novanta anni non si ripetano errori e colpe.
Domenico Giglio 

DATA: 22.12.2012
 
EURONEWS SI OCCUPA DI MONARCHIA

Stéphane BernIl canale televisivo Euronews, nel programma "I Talk" condotto da Alex Taylor, ha intervistato il giornalista monarchico Stéphane Bern, esperto di Case Reali. Il titoolo dello speciale è: "Monarchia in Europa: anacronistica?". Ne è venuta fuori una semplice, cristallina e veritiera immagine degli stati coronati. Il montaggio, con domande fatte da telespettatori di varie nazionalità, ha evidenziato un'analisi degna di nota. La riproponiamo con la traduzione in Italiano dal sito di Euronews.

DATA: 21.12.2012
 
MONARCHIA GIAPPONESE E REPUBBLICA ITALIANA

Il candidato Ambrosoli, pur ricordando con rispetto l’incontro all’UMI dei suoi genitori che lo hanno chiamato Umberto, dichiara ai giornali di non vedere più l’utilità della monarchia nell’Italia di oggi. Potremmo dimostrargli il contrario confrontando la reazione del Giappone monarchico e dell’Italia repubblicana davanti ad una crisi perfettamente simile nei due Paesi. Anche il Giappone, dopo Fukushima, ha dovuto affrontare un enorme aumento dei costi energetici, insopportabile per un Paese manifatturiero. Il governo del Partito Democratico Giapponese ha infatti chiuso quasi tutte le centrali nucleari ed affrontato l’acquisto di energie alternative a quella nucleare con pesantissime tasse, come dovette fare il governo Amato dopo il referendum del 1987, ed ancor più il nostro Governo a partire dal 14 giugno 2011. L’analoga scelta del governo del Giappone ha strozzato la sua industria, ha fatto crollare la sua borsa, ed esasperato i costi del pagamento del suo debito pubblico, enorme come il nostro. Quel Governo ha anche annunciato l’uscita completa dal nucleare entro il 2039. L’opposizione giapponese di centro-destra non ha fatto ostruzionismo su quegli urgenti aumenti delle tasse però, avendo potuto liberamente confrontare la linea governativa con il rilancio del nucleare da essa propugnato, ha chiesto ed ottenuto elezioni anticipate perché il potere di decidere fra le due opzioni tornasse nelle mani del popolo. Il 16 dicembre sono stati ridotti i seggi del Partito Democratico a 57 dai 230 che erano, ed il solo partito principale di opposizione ha conquistato 294 dei 480 seggi totali senza contare altri seggi disponibili, ma ormai inutili, dall’estrema destra.  L’effetto si è visto: la borsa giapponese è ora ai massimi dall’anno scorso, gli interessi sul debito annichiliti, l’industria in rilancio. Cosa pensi di questa e di qualsiasi altra vicenda politica il Sovrano del Giappone è considerato, ufficialmente e concretamente, un segreto di Stato.  Esattamente al contrario si sono comportate le nostre istituzioni repubblicane nel gestire analoghe scelte ansiose per lo stesso incidente giapponese. L’esito del nostro referendum  non dipendeva dalla conta dei sì e dei no, bensì dal raggiungimento del quorum, ovviamente. A parte l’illegittima eccezione deliberata nel 1946 dal Governo e dalla CGIL contro la nostra Corte di Cassazione sui risultati della scelta fra Monarchia e repubblica, è poi sempre stato così: la nostra Costituzione lega il diritto del popolo di approvare o respingere la proposta del mezzo milione di firmatari alla sua decisione di andare o non andare a votare, altrimenti spaccherebbe in due il fronte dei contrari alla proposta, svantaggiandoli ingiustamente contro il fronte dei proponenti.  Ebbene, il Presidente della Repubblica che ci ritroviamo non si è affatto chiuso nel segreto, anzi, ha esternato ben più che la propria legittima opinione. Interrogato dai giornalisti se sarebbe andato a votare al referendum, ha risposto letteralmente: “Ho sempre fatto il mio dovere di elettore”.  Lasciando così intendere a chi pendeva dalle sue labbra che far superare il quorum fosse un dovere di tutti i cittadini, come in effetti lo sarebbe andare a scegliere i propri rappresentanti nelle elezioni. Così non è nei referendum, ovviamente, ma nessuno ha obiettato a questa fuorviante risposta del presidente, ed il quorum è stato raggiunto anche grazie a questa sua pesante sponsorizzazione del mezzo milione di firmatari, vuoi bersaniani, dipietristi o grillini che fossero. Naturalmente si è ben guardato invece dal precisare, nei tanti suoi appelli affinché restiamo in Europa nonostante le sofferenze,  che il vigente trattato Euratom obbliga ogni contraente a “sviluppare una potente industria nucleare”, proprio per evitare che le guerre commerciali connesse alle sorgenti energetiche distruggano prima noi che non possediamo le più economiche e poi tutta la costruzione europea. Infatti il quesito referendario proponeva di abrogare solo la sospensione di un anno al programma di rilancio del nucleare, e tutte le altre remore inserite dopo Fukushima nel Decreto Omnibus. Quella paradossale vittoria referendaria rende più rapidamente e più facilmente attuabile il vigentissimo programma nucleare che il Governo ha approvato a Luglio 2009, quando il nostro spread scese ai suoi minimi, e nulla di quel che ci affligge oggi poteva minacciarci. 
Al popolo italiano è stato tolto non solo il potere di decidere, ma anche la conoscenza su come si decide, e comunque su cosa avrebbe potuto decidere. Dato che quasi nessuno lo conosce, vorrei riportare il testo del quesito referendario per esteso qui, ma per brevità invito a ritrovarlo nei pochissimi siti web che lo riportano, ad esempio cliccando http://www.archivionucleare.com/files/cirn-ripartenza-dopo-referendum-atti-convegno.pdf e poi andando direttamente a pagina 9 in calce.  Su questi gruppi d’opinione grava una Rimozione perfettamente analoga a quella che circonda i gruppi monarchici. Questa duplice Rimozione converge nel bloccare la crescita della nostra economia, come dimostro nel libro ora pubblicato dall’Editore Armando “Crescita economica italiana. Questione psicologica?” Sono meccanismi che incutono paura nella popolazione, ma si possono disinnescare. La psicologia è nata e cresciuta affrontando l’incapacità di amare che era endemica cento anni fa. Oggi può affrontare l’incapacità di lavorare che soffoca il nostro Paese attraverso meccanismi psicologici collettivi non diversi da quelli di allora. Non fu solo e non fu tanto il lavoro dei nostri predecessori nei loro studioli con i loro pazienti: fu piuttosto l’offerta di psicologia al grande pubblico quella che capovolse un’intera cultura, e colpì quella Rimozione alle sue radici. I colleghi europei, nella nostra ultima assemblea ad Istanbul, hanno accettato queste premesse insieme alla mia proposta di ospitare nel contesto dell’EXPO 2015, intitolato all’energia, il nostro Congresso Europeo di Psicologia, presso la Bicocca, strutturalmente evocante la prematura de-industrializzazione italiana. Inviteremo anche Ambrosoli molto presto, che diventi o meno Governatore.
Pierangelo Sardi, membro della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 20.12.2012
  
GLI ESORCISTI DELLA REPUBBLICA

benigniNon c’è più ombra di dubbio, deve essere il momento dei comici quello attuale. All’assenza della politica oramai ci eravamo quasi abituati ma ecco che dalle fitte nebbie del nulla sopraggiungono con passo clownesco i tiranni della risata, i saltinbanchi del buon umore, sì perché sono proprio loro ad occupare la scena politica odierna e a colmarne i suoi vuoti. Giunti in soccorso della morente repubblica stanno tentando di rianimarla a colpi di sketch e battute. Mi riferisco a Roberto Benigni, venuto in soccorso della Carta Costituzionale proprio ieri sera. Sembrava essersi trasformato più in un esorcista, impegnato nello scacciar via gli spiriti maligni che vorrebbero cambiare la Costituzione. L’interprete del film “Il Piccolo Diavolo” sembrava proprio voler dire: “vade retro riformisti, la nostra Costituzione non si cambia, non si tocca!”, il comico premio Oscar in realtà non deve  aver faticato molto ad esorcizzare chi con intenti mefistofelici vorrebbe cambiare il nostro reticolato costituzionale, il nostro Paese infatti può contare su un nutrito Esercito tra coloro che si oppongono al cambiamento e a qualsiasi tipo di riforma in senso costituzionale. Ma a proposito... di quale repubblica parlava ieri sera il comico toscano? Della prima, della seconda o della terza? Perché è proprio questo il punto: oggi si sente spesso parlare di terza repubblica quindi si presuppone che ne sia esistita una passata e cioè una seconda e prima di questa una prima, ma le cose non stanno così… purtroppo. In realtà come ben sappiamo esiste solo una repubblica e una sola Carta Costituzionale quella “andata” in vigore nel 1948.  In Francia, ad esempio, ha senso parlare di prima, seconda, terza, quarta e quinta Repubblica francese perché qui ad ogni Costituzione succedutasi è sempre seguita l’abrogazione della precedente e la nuova Costituzione andata in vigore cambiava radicalmente rispetto a quella pregressa. Tutto questo non è avvenuto in Italia. Quando con troppa enfasi (era più che altro uno spot della nuova classe politica emergente) si è parlato di seconda Repubblica nel 1993 in realtà non ci si riferiva affatto alla riforma della Carta del 1948 ma solo al ricambio di una classe politica con la conseguente nascita di nuovi partiti dopo che i vecchi furono travolti dalle inchieste di mani pulite. La modifica della legge elettorale per le politiche seguenti del 1994 (voluta dal popolo italiano grazie al Referendum!) fu solo uno strumento tecnico per concretizzare tale cambiamento. Con il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario il sistema politico italiano si ritrovava così sostanzialmente bipolare. Certo, non si può negare che grazie alla nuova legge elettorale (che comunque ha rango di legge ordinaria e non costituzionale) si è spazzato via un antico modo di fare politica, quel modo consociativo e partitocratico di gestire la cosa pubblica (iniziato nel 1948 e finito nel 1989 con la caduta del muro di Berlino) ma comunque tecnicamente non sufficiente ad affermare che si era in presenza di una seconda repubblica in quanto non fu abrogata nessuna Costituzione precedente e tantomeno non fu varata nessuna riforma costituzionale! Siamo dunque sempre fermi alla prima repubblica (quella di cui parlava Benigni!) la stessa del 1948, quella sorta sulle rovine del secondo conflitto mondiale e dalla guerra civile, quella nata dal sangue di via Medina e dalle contrapposizioni ideologiche. Ma nel frattempo il mondo è cambiato sono caduti i muri, i modelli di vita sono cambiati, è cambiato il modo di pensare al mondo. E’ ora quindi di riformare anche la nostra Costituzione (con buona pace dei clown) per renderla più liberale, più moderna e soprattutto più democratica senza amputazioni pregiudiziali, senza cesure con la nostra storia patria, iniziando quindi dall’abrogazione dell’art. 139 della Costituzione che non permette ai nostri cittadini di scegliere la propria forma di Stato.                                                                    
Roberto Carotti Consigliere Nazionale U.M.I.

DATA: 18.12.2012
   
ANCHE MARCELLO PERA AUSPICA LA PARLAMENTARIZZAZIONE DELLA CRISI

Marcello PeraDopo la Consulta de Senatori del Regno (v. Comunicato del 16.12.2012)  anche l'ex Presidente del Senato, Marcello Pera, filosofo e politico insigne, chiede l'immediata parlamentarizzazione  della crisi.
("Libero", 18 dicembre 2012, pag. 7 "Qualcosa non va. Quirinale e Palazzo Chigi dimenticano la Costituzione"). E' vero che la Carta, come scrive Pera,  " è  diventata un canovaccio per spettacoli comici" e non ci stracciamo certo le vesti se la Repubblica crolla; ma se il suo crollo comporta, o rischia di comportare, anche quello dello Stato d'Italia, allora sentiamo il dovere di intervenire. Non possiamo consentire in silenzio veri e propri colpi di Stato: l'eclissi del Parlamento e l'indifferenza delle istituzioni nei confronti dei diritti sovrani dei cittadini. Ai presidenti della repubblica e del Consiglio dei ministri ricordiamo che a metà ottobre del 1922 Re Vittorio Emanuele III chiese a Facta di parlamentarizzare la crisi di governo, ormai palese. Sappiamo come andò a finire.... La storia insegna.

DATA: 18.12.2012
   
PIERO OPERTI E LUCIANO CANFORA

Nello scorso mese di agosto il Prof Luciano Canfora, dalle colonne del Corriere della Sera, con un elzeviro dal titolo "Gli strafalcioni del giornalismo" pubblicizzava un manuale di scrittura pubblicato da Ugo Cardinale. Fin qui nulla di male se non fosse che l'autore dell'elzeviro abbia preso di mira lo storico Pietro Operti, da lui definito "dimenticato", ridicolizzandone la figura e l'opera. La cosa non è sfuggita al vulcanico Prof. Giulio Vignoli che, forte degli approfondimenti sugli studi dell'Operti, ha voluto replicare a Canfora. Pubblichiamo la lettera di rimostranze del Prof Vignoli con qualche fotografia risalente al maggio 2005, quando a Genova venne posta una targa per rendere omaggio alla figura di Piero Operti a trent'anni dalla scomparsa. Alla cerimonia hanno partecipato molti monarchici liguri, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia e la commemorazione ufficiale fu tenuta proprio dal Prof. Giulio Vignoli.

La targa dedicata a Piero Operti  Caro Collega,
con ritardo ho letto il Tuo articolo “Gli strafalcioni del giornalismo” in “Corriere della Sera” del  30/8/2011, ma mi pare che a proposito di Piero Operti gli strafalcioni li faccia Tu.
Prima di tutto Operti non era un giornalista, ma uno studioso, insegnava storia in un prestigioso liceo torinese e ha scritto molti interessanti volumi e articoli che trovo più attuali e fondati dei Tuoi. Soprattutto fu studioso dell'istituto monarchico di cui era convinto assertore. Ma quel che è grave è che Tu metti in dubbio il suo impegno antifascista durante il fascismo. Tu di Operti mi sa che ne sai poco o niente, cosa un po' grave per uno storico noto (stante anche per lo spazio che Ti ha dato la Sinistra).   Se Tu avessi letto la famosissima “Lettera a Benedetto Croce”, sapresti che Operti fu più volte sospeso dall'insegnamento, che ebbe perquisizioni domiciliari e che infine venne trasferito per punizione da Torino, dove abitava, a Napoli dove frequentò la casa di Croce. E questo durante la dittatura, non a fascismo caduto. Non fu perseguitato ulteriormente perchè grande invalido e medaglia al valore della Grande Guerra. Dopo l'8 Settembre fu rappresentante del P.L. nel CLN Piemonte. Certo, caduto il fascismo, non si unì alla canea urlante dei sedicenti antifascisti, prima adulatori del Duce, e per questo fu emarginato, con la congiura del silenzio, dalla cultura marxista trionfante.  Quanto alla collaborazione giornalistica di Operti durante il fascismo, dovresti sapere che moltissimi dei tuoi compagni di fede (come si fa ad essere o essere stati comunisti è un mistero. Come minimo una mancanza di buon senso) hanno collaborato a giornali ben più compromettenti di quelli di Operti, compagni servi sciocchi del fascismo e poi voltagabbana  riveriti dalla “cultura” del nuovo regime. Avresti fatto meglio a tacere sul punto. Quanto ai bisticci su femminile e maschile, per dimostrare che Operti “strafalcionava”, guarda che Kampf va tradotto più come lotta, conflitto, combattimento che come battaglia come dici Tu e che Kultur vuol dire cultura e poi anche civiltà (è uno dei pochi vocaboli tedeschi d'origine latina). Mi sa che di tedesco ne sai pochino, altro che far le bucce ad Operti che “ di suo strafalcionava” solo perché non avrebbe saputo che Kampf è maschile. A me basta leggere i giudizi che diedero di Operti Croce e Vittorio Enzo Alfieri. “Mio caro Operti (risponde Croce alla “Lettera aperta” opertiana), la sua lettera, o meglio la sua analisi della nostra condizione presente e della storia nostra recente, è quale io dovevo attendermi da lei, dalla sua profonda rettitudine, dalla sua sincerità, dalla sua colta e lucida intelligenza, dalla sua valentia di scrittore che sa dire tutto quello che vuol dire”.   E Alfieri: “Un uomo di carattere, una pura e alta coscienza morale: tale appare Piero Operti a chi, avendolo conosciuto di persona o anche solo attraverso i suoi scritti, mediti oggi sulla nobiltà e sulla coerenza di quella vita”. Insomma i Tuoi giudizi su Operti (che forse sono stati dati per motivo politico: Operti era antifascista durante il fascismo, ma liberale e monarchico, tu comunista e antifascista a Duce morto, non foss'altro per motivi anagrafici) sono avventati, errati e poco degni e invece di “disotterrare il giustamente dimenticato  Piero Operti”, come affermi con scarsa eleganza, dovresti sotterrarTi Tu per l'incompetenza sul personaggio. Come Ti sei permesso di negarne la memoria a tanti anni dalla morte? Pensa a non essere dimenticato tu.  Non vorrei che di canfora si ricordasse solo quella che si mette contro le tarme. Sarebbe un vero peccato per la scienza storica!
Distinti saluti.
 Prof. Avv. Giulio Vignoli

Giulio Vignoli tiene il discorso ufficiale per la posa della targa a Piero Operti
Giulio Vignoli tiene il discorso ufficiale per la posa della targa a Piero Operti a Genova il 7 maggio 2005

La Principessa Maria Gabriella di Savoia scopre la targa dedicata a Piero Operti
La Principessa Maria Gabriella di Savoia scopre la targa dedicata a Piero Operti

L'evento venne accolto con entusiasmo dai monarchici liguri che accorsero con le Bandiere del Regno
L'evento venne accolto con entusiasmo dai monarchici liguri che accorsero con le Bandiere del Regno

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella con Gian Nicola Amoretti
S.A.R. la Principessa Maria Gabriella con Gian Nicola Amoretti

DATA: 17.12.2012
  
PORTARE IN PARLAMENTO LA CRISI DEL GOVERNO PER EVITARE IL COLLASSO DELLO STATO

Monti e Napolitano  La Consulta dei Senatori del Regno esprime profonda  preoccupazione per l’opacità che avvolge lo Stato d’Italia. Il capogruppo di uno dei partiti della maggioranza ha dichiarato chiusa l’esperienza del governo in carica. Il presidente del Consiglio dei ministri ha preannunciato le dimissioni, ma per un giorno indeterminato. Per trar conforto ha quindi incontrato dapprima esponenti di istituzioni estere poi il Capo dello Stato d’Italia.  
  In presenza di una crisi di governo annunciata ma nebulosa nella remota genesi e nel suo viluppo, vengono ventilate diverse date per lo scioglimento delle Camere e il loro rinnovo.
   A oggi un solo fatto è certo: la crisi attende il vaglio del Parlamento. Essa non è né può essere risolta come partita privata tra notabili fuori controllo dei cittadini.
   Memore di drammatiche vicende remote, la Consulta dei Senatori del Regno chiede con fermezza che il presidente del Consiglio dei ministri affronti la crisi in Parlamento, espressione dei cittadini, ai quali Re Umberto II affidò la sovranità nazionale. Tocca al presidente della repubblica far rispettare e rispettare la costituzione, celebrata fatuamente e fuori tempo da un comico mentre tanti cittadini vivono il dramma dell’impoverimento e la politica estera deraglia senza alcun voto parlamentare.    
   Sin d’ora la Consulta si domanda quale rappresentatività avrebbe un Parlamento eletto da una modesta partecipazione degli aventi diritto al voto. Per evitare il collasso dello Stato la crisi va portata subito in Parlamento.
Il presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola

DATA: 16.12.2012
  
L’UOMO NERO

L'uomo neroMolte generazioni di bambini, non solo italiani ma di tutto l’occidente, hanno convissuto per tutta la vita con l’incubo ricorrente dell’uomo nero… Lo spauracchio, agitato nella prima infanzia in tutte le circonstanze in cui il malcapitato infante fosse stato recalcitrante ad ottemperare ai propri doveri, dal rifiuto di andare a dormire a quello di mangiare la minestrina, si ripresentava  a più riprese negli incubi ricorrenti perfino nell’età adulta. A quanti sarà capitato di svegliarsi di soprassalto, dopo essere stati in sogno inseguiti da una gigantesca lettera H, ghignante, o da una creatura antropomorfa dal rantolo enfisematoso. Da bambini si poteva trovare facile asilo nel lettone dei genitori e, da adulti, si potrà sempre ritrovare il senso della realtà sorridendo davanti ad una fumante tazza di caffè. Ma un nuovo ricorrente incubo si insinua nelle notti di molti, troppi italiani: lo Spread. Fino a pochi anni fa il termine era conosciuto soltanto a chi, prima di sottoscrivere un contratto di mutuo a tasso variabile, l’avesse letto con attenzione. Oggi la preoccupazione dominante dei cittadini è data dal non proter prevedere quale sarà lo spread dell’indomani.
Già nell’atto di coricarsi alla sera sono riconoscibili sui volti degli italiani, i segnali dell’ambascia, subliminalmente alimentata dall’ultimo notiziario ascoltato. E così, al mattino, ci si sorprenderà a cercare nelle notizie diffuse dal primo notiziario, lo spread del giorno, con le temperature massime e minime delle grandi città e l’oroscopo. Non mi pare che i grandi eventi che hanno segnato la nostra storia, recente e meno recente, frutto di decisioni di uomini determinati, siano stati mai sovrastati da tanta preoccupazione che rasenta il desiderio di un vaticinio. Le ultimissime riflessioni sulla imminente caduta del governo Monti, diffuse dal Colle politicamente più alto di Roma, trovano un precedente forse nell’osservazione del volo degli uccelli o nello studio dei colori e composizione dei visceri degli animali sacrificati. E l’attenzione sugli effetti delle scelte della Politica, effetti soltanto eventuali, è evidentemente falsata da variabili condizionate da movimenti della macroeconomia, la quale, occupata del generale, trascura il particolare. E nell’imperversare delle notizie diffuse (in buona fede?) sulle sentenze emesse dalle agenzie di rating che, è utile ricordare sono dei soggetti privati, attendiamo fiduciosi il prossimo bollettino meteorologico per farci una ragione sulle scarse quotazioni del ghiaccio, tanto abbondante è la neve. Pertanto sotto l’albero, questo Natale, il padre di famiglia sul lastrico cercherà di spiegare che Babbo Natale ha la slitta vuota perché le renne sono state colpite da un attacco di spread!
Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale U.M.I.

DATA: 11.12.2012
  
IL DIAVOLO E IL CANTO NAZIONALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 10.12.12

il diavoloIl Diavolo si nasconde nei dettagli dicevano spaventati gli antichi, quando ancora si distinguevano il nero dal bianco, il rosso dal verdicchio, i Renzi dalle Lucciole…Se nelle miniature dei codici non tutto balzava chiaro, ci si aiutava col chiaretto. L’8 novembre scorso, verso l’ora dell’ombretta che precede il crepuscolo, il Senato della Repubblica (prima? seconda? terza? Se ne sta perdendo il conto) ha messo a segno il colpo grosso: con 208 voti favorevoli, 16 contrari e 2 astenuti ha varato le norme sulla “acquisizione di conoscenze e competenze in materia di  ‘Cittadinanza e Costituzione’ e sull’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole”.
   E’ una legge dalle cifre diaboliche. Perciò sono  in allarme i  satanisti sfrenati e i cattointegralisti accaniti. Entrambi ne hanno valide ragioni. La legge  ha assorbito la n. 3256  sull’istituzione della Giornata dell’Unità d’Italia  (17 marzo) e sin da questo  2012-2013 prevede “percorsi didattici, iniziative e incontri celebrativi finalizzati a informare e a suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonché sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’inno di Mameli e della bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione anche alla luce dell’evoluzione della storia europea”. Il tutto a costo zero per lo Stato e le amministrazioni locali.  Tanto, tantissimo per la retorica d’occasione; troppo, davvero esagerato, per  un’analisi seria  del cosiddetto “inno di Mameli” e dei suoi “fondamenti storici e ideali”. Riparleremo del suo contenuto. Per ora ci fermiamo alla sua cornice: satanica, come abbiam detto. La legge ha infatti numero 3366. Et  voilà: il 33, come tutti sanno, è il grado supremo del Rito Scozzese Antico e Accettato, cioè della Massoneria che ha per insegne i motti “Ordo ab Chao” e “Deus Meumque jus”. Il suo doppio (33 x due) fa 66, abbreviativo di 666, notoriamente la cifra del Diavolo. Perciò il dibattito parlamentare è stato concitato. Per ore si è sentito in Aula il battito delle ali di Satana. La relatrice, Garavaglia (Partito democratico), benché di nome faccia Maria Pia,  sovrastando il “brusio” dei colleghi ha piazzato al 1848 la nascita dell’ “inno” (che invece, a strafare, è del 1847), forgiato da “due eroi morti giovanissimi”. Mameli, in effetti, morì a Roma ventiduenne il 6 luglio 1849 (non il 3 giugno come invece asserito dal piddino Soliani), ma Michele Novaro (Genova,1818-1885), cioè l’autore della vibrante musica dell’ “inno,   morì vecchio e povero in canna nel 1885, dimenticato da tutti. Il dibattito sul Canto Nazionale non figurerà tra le pagine edificanti della repubblica. Ne citiamo tra virgolette alcune frasi: “Questa  è un’aula di silenti e ignavi pecoroni” (senatore Aderenti), … “non mi sono mai sentito italiano…; il Risorgimento italiano è stato voluto dalla massoneria inglese” (sen. Castelli),… “L’inno di Mameli è tato scritto e musicato a Genova…Genova è la città del tricolore…” (sen. Pinotti);  “Cambiamo per lo meno il testo… sono ‘merdacce queste musiche”( sen. Soliani, leghista,  severamente richiamato dalla presidente di turno, Emma  Bonino (“Non siamo in una bettola”). Alla fine la Maria Pia Garavaglia ha constatato che “Pochi sono stati i discorsi  che abbiamo sentito davvero alti”. Per elevarne il tono ha fatto mettere a verbale scampoli di ricordi personali: “Mia  mamma era bellissima, longilinea, non mi assomigliava…”. A ragione il sen. Giai ha concluso “Oggi non è certamente una bella giornata nel nostro Senato”.  Lo dicevano già gli antichi Romani: “Senatori boni viri, Senatus mala bestia”. Già la Grande Bestia, Satana.  Assente il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, il sottosegretario Peluffo (quello che ha seccamente negato di essere massone)  ha tentato di omologare l’insegnamento scolastico del cosiddetto inno di Mameli come sua “costituzionalizzazione”  de facto, ma è stato smentito dalla Bonino stessa.  Dunque, dopo la pubblicazione della legge 8 novembre, n.3366, il Canto Nazionale verrà (forse) insegnato, senza oneri aggiuntivi, ma rimane quello che è: la sua musica è sicuramente di Michele Novaro,  le parole sono forse del padre scolopio Atanasio Canata. Tirato per i capelli a commentarle, Giosue Carducci sbottò che l’ “elmo di Scipio”  è roba  “da panche di scuola”.  Con ciò il Maestro e Vate non era certo anti-italiano. Voleva solo dire che la Nuova Italia aveva (come anche oggi ha) ben altre priorità. Musica per musica, le bastava la Marcia Reale, che non figurava nello Statuto, così come nella Costituzione non vi è l’“inno nazionale” e non se ne sente affatto bisogno mentre è in discussione il concetto stesso di Stato-Nazione. Chiuso il dibattito, nell’Aula di Palazzo Madama l’8 novembre permase un sentore di zolfo. I più colti tra i patres presenti avranno certo ricordato che gli italiani amano zufolare in libertà ma, se si sentono costretti a cantare su ordinazione e a manifestare sentimenti che non provano, rispondono come il diavolo Malacoda  alle linguacce dei suoi compari satanici: “ed elli avea del cul fatto trombetta” (Dante Alighieri, Inferno, Canto XXI, verso 139: tre cifre arcane: 1,3 e 9, proprio  come quelle della legge 3366).

Aldo A. Mola 
DATA: 10.12.2012
  
NUOVI POSSIBILI PICCOLI STATI: EUROPA INGOVERNABILE

Europa  Spesso “repetita juvant” per cui ritorniamo a parlare di separatismi, secessionismi e simili che sembrano la principale preoccupazione di alcuni movimenti politici in Spagna, Gran Bretagna,Belgio ed Italia e questo in un’ Europa in fase di recessione economica e di sempre più scarso peso a livello mondiale. C’è chi si richiama alla guerra di successione spagnola del 1714,chi all’atto di unione della Scozia del 1707,chi ai nostri plebisciti del 1860, per non parlare di chi contesta la liquidazione della Repubblica  di Venezia nel 1797 e  del Sacro Romano Impero nel 1806 per mancanza del “numero legale” dei deliberanti,problemi tutti anche interessanti,se non affascinanti dal punto di vista storico,ma totalmente fuori dall’attuale realtà. Che sia amaro doverlo riconoscere,ma il primato dell’Europa,pur partendo dall’Atlantico per finire agli Urali,è nella fase discendente,anche se non mancherebbero intelligenze,capacità e mezzi per poter fermare tale declino,anticipato peraltro un secolo or sono da Spengler, declino oltretutto demografico perché sommando tutti i 27 stati dell’U.E.(501.100.000 abitanti) e gli altri fuori  dell’Unione, compresa Ucraina e Russia,(totale abitanti Europa 811.543.167) non si raggiunge che un quinto degli abitanti dell’Asia (4.055.957.043) e meno della metà degli abitanti della Cina e dell’India,per non parlare dell’incredibile incremento di alcuni paesi dell’Africa,quale ad esempio la Nigeria con 152.217.000 abitanti e l’ Etiopia con 88.013.000.
Sentire perciò un uomo anziano,che per l’anzianità si dovrebbe ritenere saggio,come Pujol parlare di una Catalogna indipendente, con i suoi settemilioni e mezzo di abitanti,  anche se magari unita al resto della Spagna, da un unico Sovrano, a conferma del valore rappresentativo e  coagulante dell’Istituto monarchico, come in fondo era stata l’unione dinastica dell’ Austria – Ungheria,lascia oggi molto perplessi perché pare dimenticare tutto quello che avviene nel mondo e le trasformazioni continue nei più vari settori. Ignorare che nel terzo mondo la prevalenza è dei giovani,privi di un qualsiasi retroterra storico e culturale,per cui l’Europa non incute loro né timore né rispetto e pensare che  queste ondate migratorie  possano essere meglio gestite da staterelli regionali e non da stati nazionali coordinati in una unione europea,già adesso zoppicante essendo costituita da 27 stati,se gli stessi diventassero oltre trenta,è solo segno di ignoranza  dei problemi mondiali e ciò malgrado che oggi,grazie alla tecnologia ed alle comunicazioni, frutto della civilizzazione di stampo occidentale,il cittadino europeo medio dovrebbe avere invece un livello di conoscenza,come mai avvenuto prima, e come non avevano forse nemmeno gli uomini di stato e le classi dirigenti di un secolo fa, per cui suscita un sentimento di profonda tristezza,se non di commiserazione vedere,come recentissimamente in Catalogna, proprio dei giovani ballare e saltare auspicando la separazione dal resto della Spagna,quasi fosse la caduta del muro di Berlino o la fine di qualche dittatura.
Domenico Giglio

DATA: 05.12.2012
  
IL PATRIOTTISMO DELL’U.M.I. DI ASTI

Il labaroi dell'U.M.I. di Asti  Domenica 4 novembre 2012 alle ore 18.00 la Sezione U.M.I. di Asti, con il Presidente Rag. Luigi Caroli, il Segretario Rag. Antonio Ambrosino e una decina di soci, con il labaro della Sezione, ha partecipato presso l’Insigne Collegiata di San Secondo, in Asti, ad una cerimonia, con Santa Messa, in suffragio degli Ufficiali defunti appartenenti a nobili famiglie astigiane di antica tradizione militare e dei defunti di Casa Savoia organizzata dal Comm. Giovanni Triberti, Delegato Provinciale di Asti delle Guardie d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Sono stati ricordati il leggendario Ammiraglio Umberto Cagni, i Generali dei Carabinieri Cosma e Ferdinando Manera, il Generale dei Granatieri di Sardegna Manfredo Cagni, i Colonnelli Giorgio Cagni, Vittorio Lucrezi, Giovanni Trapassi, i Capitani Corrado Lucrezi, Umberto Manera, Manfredo Manera, il Maresciallo Fernando Manera, il Maggiore Luigi Manera, i Tenenti Cesare Cagni, Aldo Lucrezi, Paolo Cagni, Giovanni Cagni e la Crocerossina Vivina Manera. Alla cerimonia, officiata da Don Giuseppe Gallo, Guardia d’ Onore e Rettore della Collegiata, erano presenti autorità civili e militari e le associazioni combattentistiche e d’ arma con labari e bandiere.

DATA: 05.12.2012
  
LA MONARCHIA CI UNISCE LA REPUBBLICA CI DIVIDE

Oltre la repubblica  Francesco Crispi non aveva le travecole quando nella seduta del Parlamento del 1° Maggio del 1864 pronunciò la famosa frase: “La Monarchia ci unisce la Repubblica ci dividerebbe”, erano anni difficili quelli, proclamato il Regno d’Italia solo tre anni prima c’era il bisogno di tenerlo a briglia il nuovo Stato, le forze antagoniste erano ancora forti, si rischiava di capitolare, si rischiava lo sfaldamento del Regno specialmente al sud. Personaggio multiforme il patriota Crispi, mazziniano e repubblicano si convertì al monarchismo non per sentimento ma per buon senso. La sua conversione suscitò le ire del suo maestro Mazzini, il quale cercò di redarguirlo ma senza successo. Francesco Crispi fu garibaldino convinto, si dice che fu proprio lui ad ispirare la spedizione dei Mille ma raggiunta l’unità si rese subito conto che l’unica istituzione che potesse mantenerla era proprio la Monarchia Sabauda. Quasi 150 anni dopo il dualismo Monarchia-Repubblica sembra riprendere corpo. Abbandonate le ideologie del ‘900 con la caduta del muro di Berlino con esso le differenze politiche tra Destra e Sinistra sono andate quasi scomparendo, l’unica vera dicotomia oggi rimane quella tra Monarchia e Repubblica. Il tecnico Monti in questo ultimo anno ha più volte paragonato la difficile situazione attuale a quella del dopoguerra cioè a quella della ricostruzione post-bellica, allora la nuova Carta Costituzionale fu fondata sui valori dell’antifascismo (e quindi sorta contro qualcosa e non per qualcosa) e della Repubblica, eliminando del tutto l’alternativa monarchica (e con essa quel sentimento che legava il popolo italiano al Re e alla Patria) con legge costituzionale. Una Repubblica che poi con il passare del tempo ha logorato proprio se stessa con i disvalori della corruzione, dell’individualismo sfrenato e delle ruberie. Oggi non c’è nessun fascismo a cui contrapporsi, c’è invece l’esigenza di contrastare le nuove oligarchie del denaro responsabili di dividere il Paese tra ricchi e poveri  e colpevole di aver fatto sprofondare la classe media a livelli mai visti nella storia d’Italia. E’ il momento di rifondare il nostro Paese con una nuova Carta Costituzionale in senso monarchico, per renderlo più unito e più giusto, di rifondare il Regno d’Italia, ma non in nome dell’anti-qualcosa o qualcuno, ma per qualcosa. Per l’Italia e per gli italiani. Oggi come allora l’Italia rischia lo sfaldamento ed è proprio di quel buon senso che ebbe Crispi e cioè quello di capire che solo la Monarchia è capace di tenere unito il Paese che gli italiani avrebbero bisogno. Italiani convertitevi!!!
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.

DATA: 02.12.2012
  
LA REGINA ELENA, IL MESSAGGIO DELLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO E IL PRESUNTO PLAGIO

Pierfranco Quaglieni  Pierfranco Quaglieni, professore in pensione, monarchico in gioventù, poi con minace cappello frigio e onusto di croci repubblicane, sempre riflesso nei premi conferiti dal centro  intitolato al monarchico liberale e per niente giacobino Mario Pannunzio, ha celebrato la Regina Elena nel 60° della morte utilizzando paro paro il comunicato della Consulta dei Senatori del Regno.
Lo avrà scritto egli stesso? Avrà pensato le medesime cose della Consulta con le stesse parole? Lo avrà citato? O si tratta di una mistificazione giornalistica? Attendiamo conferme. Per ora manifestiamo stupore. Grande è la confusione sotto la Mole...

DATA: 02.12.2012
 
VECCHIO PIEMONTE: IL LIBERALE GIUSEPPE FASSINO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02.12.12

Giuseppe Fassino            Dopo il maltempo torna il sereno. E’ quanto accade in natura. Nella storia, invece, se sanno e se vogliono, i popoli in più ci mettono del loro. Non si rassegnano alla  meccanica alternanza degli eventi. Nel 1925-28, ormai prossimo alla morte, ci rifletteva Giovanni Giolitti. Sconfitto in Parlamento, costretto alle dimissioni persino da presidente del Consiglio provinciale di Cuneo (alla sua età non gli andava di cantare “Govinezza”…), isolato a Cavour lo statista leggeva le cronache di millecinquecento anni di invasioni e dominazioni straniere e constatava che, malgrado tutto, la popolazione italica si riprese, risorse, aggiornando via via la regola di Benedetto da Norcia “ora et labora”, in silenzio operoso, senza  bisogno di quotidiane prediche di noiosi “priori”. 
  Quando riemerse dagli anni dell’ideologia totalitaria, nel 1943-1945 l’Italia fece leva su liberali veri, da Benedetto Croce a Marcello Soleri, Leone Cattani, sino a Manlio Brosio, Bruno Villabruna, Emanuele Artom… Chi monarchico, chi repubblicano, qualcuno federalista, tutti europeisti perché i liberali italiani lo erano dal Settecento, un secolo prima  dell’Internazionale di Marx e duecento anni avanti la Terza Internazionale di Lenin, erede dell’imperialismo zarista anziché del mite  socialismo umanitario.  Aristocratico nelle idee e popolare nelle adesioni, come la monarchia (che saldò istituzioni e popoli d’Italia, fusi nella nazione), il liberalismo postbellico contò su giovani come Vittorio Badini Confalonieri e Giuseppe Fassino (Busca, 13 ottobre 1924-27novembre2012), sodale di Giuliano Pellegrini, a sua volta congiunto di Luigi Einaudi. Il Paese  contava una miriade di cittadelle liberali, bersaglio della Democrazia cristiana, ancora profondamente clericale, arcaica, anti-occidentale, diffidente nei confronti degli inglesi (anglicani), degli americani (che neppure avevano un’Ambasciata nella Città del Vaticano ma solo un incaricato d’affari), e della  Francia (gallicana, napoleonica, “barbetta”). Iscritto al Partito liberale italiano dal 1945, suo segretario provinciale per quindici anni, finanziatore del settimanale “Il Subalpino”, palestra di giovanissimi talenti (Elio Ambrogio, Claudio Massa…), consigliere comunale a Busca, consigliere regionale dal 1970 al 1975 e vicepresidente del Consiglio regionale, senatore al 1979 al 1993, Fassino dovette farsi carico di innumerevoli uffici e missioni, in una fase d’emergenza. Nel 1979 al Senato il PLI contò due soli seggi: il suo  e quello di Giovanni Malagodi. Alla Camera aveva appena nove deputati contro i trentanove del 1963. Erano però giovani  pugnaci. Con Raffaele Costa, Valerio Zanone, Salvatore Valitutti e altri Fassino fu tra quanti mostrarono che senza il pilastro liberale l’Italia sarebbe stata povera cosa. Aveva appreso grammatica, logica e filosofia politica accompagnando nei comizi Modesto Soleri. Sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi  Cossiga e Fanfani e alla Difesa con Craxi, Fassino varò la riforma della scuola elementare: lingua straniera, musica, disegno, educazione fisica: formazione della Persona, prima che del “cittadino” (un’ astrazione che spesso è costrizione). All’epoca nessuno immaginava che di lì a poco in Italia si sarebbe scatenata la gara a chi è più liberale, anzi a chi è più liberista. Le cose invero stanno molto diversamente, come insegnano gli autori del Dizionario del liberalismo italiano (Ed. Rubbettino) coordinato da storici e politologi quali Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Fabio Grassi Orsini, Francesco Forte, Roberto Pertici.
 Gentiluomo, umanista, probo, “vir bonus, dicendi peritus”, monarchico e membro della Consulta dei senatori del regno,  Fassino sapeva di essere una sorta di ghiaccio vagante nell’Artico. Come Giolitti (che tra gli amici fedelissimi ebbe il napoletano Pietro Rosano e il calabrese  Antonio Cefaly), anch’egli ebbe amici dal Mezzogiorno (che altro è Gerardo Marotta se non un liberale irriducibile?) alla Sardegna di Cocco Ortu, dalla Liguria di Alfredo Biondi alla Romagna di Patuelli, editore di “Libro Aperto”,  e  in altri lembi d’Italia, all’insegna del liberalismo autentico, insegnato da Giovanni Cassandro: “tot capita tot sententiae”, ognuno è padrone del proprio pensiero ma generosamente antepone l’interesse generale a quello personale.
  Il liberalismo –  lo affermò Giolitti e lo ribadì  Croce – è prepolitica. Non ha bisogno di una forma-partito. E’ Luce. Perciò tanti sacrestani han cercato di spegnerlo con lo smoccolatoio delle ideologie e delle inquisizioni.  Ma la fiammella si rianima come lo Spirito che, recita il Vangelo di Giovanni, “soffia dove vuole”.  Finiscono liquefatti solo i ghiacci artificiali. Gli altri, tutt’uno con la rupe sulla quale sorgono o galleggianti nel gelo polare,  durano e indicano la via.  E’ la lezione di Giuseppe Fassino: fare la propria parte, qui e ora. Proprio perché sono tempi difficili.
Aldo A. Mola 
DATA: 02.12.2012
 
DOMENICA 18 NOVEMBRE 2012 CERIMONIA MONARCHICA ALESSANDRIA

DOMENICA 18 NOVEMBRE 2012 CERIMONIA MONARCHICA ALESSANDRIA  Come di consueto il gruppo alessandrino monarchico, composto dalla sigla UMI ed il suo Club Reale sabaudo dedicato al ricordo di Re Vittorio Amedeo II, primo Sovrano dell’allora Regno Sardo e fondatore della Cittadella; unitamente alla Delegazione dell’Istituto per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Roma ed al Convegno di Cultura “Ven.Maria Cristina di Savoia”, ha organizzato una cerimonia religiosa molto particolare nella centralissima chiesa di N. S. di Loreto, meglio conosciuta come S. Rita, retta dai Padri Domenicani. L’occasione è sempre nobile di sentimenti profondi per ricordare i Sovrani ancora in esilio, Umberto II e Maria Josè, Vittorio Emanuele III ed Elena, quest’ultima nella ricorrenza dei 60 anni dalla scomparsa in Montpellier; ai quali sono stati aggiunti la memoria del Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, eroico tra i suoi soldati in Africa Orientale, e la Ven. Regina Maria Cristina di Savoia, Regina di Napoli, nel bicentenario della nascita a Cagliari. Da  sempre il gruppo monarchico locale ricorda nel mese di novembre i Caduti per la Patria insieme ai propri Soci ed Amici scomparsi nel corso dell’anno.
Ad allietare il servizio liturgico era presente la Corale “don Angelo Campora” di Lobbi diretta dalla prof. Pinuccia Pavese, unitamente al trombettiere M° Giulio Tortello, mentre il rito è stato consacrato dai sacerdoti cappellani della Guardia d’Onore, rev. don Simone Ghersi e don  Gianluca Gonzino. Preceduti dalla recita del S. Rosario da parte di Padre Angelo. Presenti le Bandiere sabaude con le Guardie ed i delegati di Alessandria, prof. Paola De Andrea, e di Novara, Cav. Marco Lovison, inoltre il gruppo calabrese “S. Francesco di Paola” con l’amico Mario Cuzzetto ed il gruppo sardo “Maria Teresa Cau” in costume folkloristico. Tra le Autorità civili il vice presidente della Regione Piemonte dott. Ugo Cavallera, il vice presidente del Consiglio comunale alessandrino, dott. Fabrizio Priano, il vice sindaco di Altavilla Monferrato, dott. Alessandro Traverso, rispettivamente con fascia.; il delegato alessandrino dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Comm. Annibale Gilardenghi, le socie del Comitato femminile della Croce Rossa Italiana, la prof.ssa Carla Moruzzi Bolloli per l’Istituto del Risorgimento, la rappresentante della Federazione dei Maestri del Lavoro, nob. Michelangela Zonca e tante persone convenute in segno di rispetto e preghiera per l’occasione. Dopo la cerimonia, il gruppo seguito con cura da Carmine Passalacqua, ha continuato la serata presso il vicino ristorante DOC in buona compagnia.

DATA: 30.11.2012
  
NEL CENTENARIO DELLA MORTE: GIOVANNI PASCOLI POETA ED ORATORE CIVILE

Giovanni Pascoli  Nella grande produzione poetica e letteraria di Giovanni Pascoli,una parte non secondaria è dedicata ai protagonisti del Risorgimento ed agli eventi dell’Italia unita. Iniziato infatti con toni agresti, elegiaci, inframmezzata di ricordi, sia familiari, in primo luogo l’assassinio misterioso del padre Ruggero, sia dell’infanzia, via via l’orizzonte poetico del Pascoli si allarga, e nel mentre si affievoliva lo slancio vitale del suo grande maestro Carducci, Pascoli, quasi sentisse il dovere morale e civile di mantenere alta la memoria del Risorgimento, dei suoi protagonisti e dei suoi valori e di sottolineare eventi e personaggi contemporanei,si dedica come poeta ed oratore a questo impegno civile,senza mai scendere nella polemica politica. Abbiamo così l’inno “Al Re Umberto”, all’indomani del suo assassinio, dedicato “….al partito dei giovani, cioè ai giovani senza partito, cioè ai giovani ancora liberi che vogliono conservare la libertà dei palpiti del cuore. Si che il loro cuore può… alzare il medesimo inno al muratore che cade dal palco ed all’artigliere che spira abbracciato al suo  cannone…”, inno che inizia “In piedi sei morto tra i suoni – dell’inno cui bene si muore –nel cuore, colpito nel cuore..” e dopo aver sottolineato poeticamente gli episodi salienti della vita del Re, termina con l’auspicio dedicato al nuovo Sovrano “Va !..all’ideale la barra! -…Va, Principe giovane  e giovane - Italia! va dove s’incontra e s’indora –con questa che sembra una sera, -la subita aurora! “E poi per la spedizione al Polo Nord, l’inno “Al duca  degli Abruzzi e ai suoi compagni”, dove il poeta prende spunto da questo generoso tentativo per esaltare il genio italico,”….O pionieri…noi siamo – l’opre di tutta la terra – popolo indomito e gramo,… e che riprende la strada – col piccone e la bisaccia..” per terminare  “Eccolo o duca latino, -eccolo il pane di farro, -pane pel nostro cammino – gloria, gloria,gloria, gloria !”.E sempre collegato alla spedizione del Duca degli Abruzzi, un altro inno dedicato al principale collaboratore del Duca, ”A Umberto Cagni”, per non dimenticare l’inno dedicato  “Alle batterie siciliane”, che si erano battute valorosamente nella sfortunata battaglia di Adua, composto per l’inaugurazione a Messina del monumento alla batteria Masotto, poesia particolarmente significativa perché denota la passioneGiovanni Pascoli nazionale di un uomo amante della pace, ma al tempo stesso consapevole della missione civilizzatrice dell’Italia, concetto che ritroveremo nel famoso discorso tenuto a Barga, il 26 novembre 1911, conferenza il cui profitto era destinato ai morti e feriti della guerra di Libia che inizia : ”La grande Proletaria si è mossa” e prosegue “..Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo solo cinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; ….al suo materno ufficio di provvedere  ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono,lavoro..” per poi concludere “…nel sacro cinquantenario, voi (soldati e marinai) avete provato, ciò che era voto dei nostri grandi…., avete provato che sono fatti anche gli italiani.”Questo concetto del cinquantenario “sacro”,lo ritroveremo in due altri discorsi del Pascoli, uno del 9 gennaio 1911, a Bologna, nell’Aula Magna dell’Università, ”Nel  cinquantenario della Patria” che inizia “E’ l’anno  santo… Santo io ripeto. Quello che noi  facciamo e il popolo italiano fa,non è una festa e  una commemorazione civile, ma è una cerimonia religiosa. Noi celebriamo un rito della religione della Patria… Ora il sentimento di Patria è quello che più ci accumuna e a più; ed è perciò religione… che segue ed accompagna anche quelli che la rinnegano..”, temi che ritroveremo, insieme ad una profonda riflessione storica nel discorso tenuto il successivo 9 aprile, a Livorno, all’Accademia Navale, ai giovani allievi :”…L’Italia!   E’ la prima e la sola! La storia dell’Italia vivente come Italia,comincia cinquant’anni or sono…. E’ cominciata in quel giorno di marzo e  in  quell’anno 1861 la storia della nostra Italia….cinquant’anni soli..” ed a Roma,quando nel 1871  si ”…accoglieva la prima volta il Parlamento della Nazione,..il primo Re d’Italia annunziava :l’opera  a cui consacrammo la nostra vita è compiuta..” e poi ancora la rievocazione del 5 maggio 1860,pubblicata il 5 maggio 1910 da “Il Secolo XIX”  di Genova. Tornando poi alla poesia come possiamo dimenticare “I Poemi del Risorgimento” dove si celebra Garibaldi,il Re dei carbonari e Mazzini  ed altre odi quale “ A Ciapin” in memoria di  Giuseppe Galliano, l’eroe di Makallè, morto poi ad Adua il 1 marzo 1896,e quella “A riposo” del 1909 dedicata al valoroso tenente Asinari di Bernezzo, combattente e mutilato a Custoza, che aveva chiusa la sua carriera come Generale. Ed è interessante sottolineare come il poeta “romagnolo” onori con la sua poesia piemontesi e siciliani,come il toscano Carducci aveva onorato il Piemonte ed il Cadore, a dimostrazione  e conferma del bene ineguagliabile costituito dall’ Unità,che oggi dopo 150 si vuole rimettere in discussione al sud come al nord,dimenticando la nobilissima conclusione di un discorso del Carducci:  “L’ Italia avanti tutto ! L’Italia sopra tutto !”
Domenico Giglio

DATA: 28.11.2012
  
XII CONGRESSO NAZIONALE U.M.I: IL MESSAGGIO DI PIERCARLO FABBIO

Carmine Passalacqua, Sergio Boschiero e Piercarlo FabbioTra i tanti messaggi augurali giuntici, pubblichiamo quello del Dott. Piercarlo Fabbio, amico dell'U.M.I. e già Sindaco di Alessandria. Durante il Suo mandato, grazie alla presenza in Consiglio comunale del responsabile U.M.I. Carmine Passalacqua, l'Amministrazione alessandrina si è resa promotrice di svariati eventi atti a valorizzare la storia italiana e locale.

  L’amico Carmine Passalacqua non ha mancato di invitarmi al vostro Congresso. Lo ringrazio caldamente per la sua generosità indiscussa e soprattutto faccio voti augurali di buon lavoro a chi oggi, con infaticabile applicazione, pensa ancora che l’Italia sia un patrimonio incredibile e straordinario per l’umanità, per la storia e per l’economia e non solo un insieme d’individui utili solo a subire costantemente le vessazioni di una classe politica che, richiamandosi all’alto nome della democrazia, impone a loro un sistema di spesa pubblica inarrestabile ed oggi francamente inaccettabile. So che ragionerete non solo sulla memoria, ma anche sulla speranza che oggi deve far premio sulla recessione economica e sulla depressione psicologica nella quale tecnici poco disposti a valutare i destini dei cittadini come persone, ma assai più quelli della burocrazia come vorace macchina tritarisparmi, ci hanno cacciati.
Grazie di nuovo e all’amico Boschiero, sempre pronto a ricordare la vera dimensione della storia patria, invio un caro, particolare saluto.
Piercarlo Fabbio
Sindaco emerito di Alessandria
Alessandria, 24 Novembre 2012

Nella foto Carmine Passalacqua, Sergio Boschiero e Piercarlo Fabbio durante una cerimonia ad Alessandria.

DATA: 28.11.2012
   
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO RICORDA
GIUSEPPE FASSINO DECANO DEI LIBERALI D’ITALIA


Giuseppe Fassino  La Consulta dei Senatori del Regno partecipa al lutto per la morte del proprio componente, il senatore prof. Giuseppe Fassino (Busca, CN, 13 ottobre 1924- 28 novembre 2012), faro di  Vera Luce.
  Monarchico, Giuseppe  Fassino fu e rimarrà espressione del liberalismo storico della Provincia Granda, quello di Giovanni Giolitti e di Marcello Soleri, condiviso da Benedetto Croce: lo Stato è garante dei più deboli, lontano dall’astrattezza del liberismo dottrinario.
   Consigliere comunale a Busca, consigliere regionale del Piemonte, senatore del collegio Cuneo-Saluzzo (1979-1992), sottosegretario di Stato all’Istruzione e alla Difesa, Senatore Giuseppe Fassino partecipò alle sedute della Consulta sino a quella a Vicoforte, nel cui corso raccomandò la traslazione in Italia delle Auguste Salme (6 ottobre 2012).
   La  Sua lezione non andrà perduta.

Roma, 28 novembre 2012
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatiori del Regno

DATA: 28.11.2012
  
SI INCHINA ALLA REGINA ELENA NEL SESSANTESIMO DELLA MORTE
GLI ITALIANI FARANNO QUEL CHE NON FANNO LE “ISTITUZIONI”


La Regina ElenaRicorrono 60 anni dalla morte della Regina Elena. Si spense a Montpellier ove è sepolta. Figlia di Nicola Petrovic Niegos, principe del Montenegro, venne presa in sposa da Vittorio Emanuele, principe di Napoli. Era il 1896.
Divenne regina d’Italia perché  il 29 luglio 1900  Umberto I fu assassinato a Monza  in un tuttora misterioso “complotto anarchico”.
Madre di cinque figli, tra i quali Umberto II, Elena conquistò l’affetto degli italiani, sia durante la Grande Guerra, quando allestì al Quirinale l’Ospedale Territoriale n.1, sia con opere filantropiche, sia con il contatto diretto con i poveri.
Il suo nome fu (e rimane) tra quelli più diffusi, proprio in suo ricordo.
E’ sepolta a  Montpellier, pressoché dimenticata. Vittorio Emanuele III è nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto, dimenticato.
La Consulta dei Senatori del Regno lancia un appello: le Istituzioni sono indifferenti.  Ma i cittadini faranno la loro parte per portare in patria le salme della Regina Elena e di Vittorio che lasciò l’Italia col titolo di “conte di Pollenzo”.
E’ un impegno che non potrà lasciare indifferenti né il Piemonte né la Nazione.
     La Consulta dei Senatori del Regno si inchina dinnanzi alla Regina Elena nel 60° della morte (Montpellier, 28 novembre 1952).   
  Unita dalle nozze (1896) all’Italia di Vittorio Emanuele, Principe Ereditario e Re dal  1900, la Regina Elena ebbe ammirazione universale, Regina della Carità.
   La sua Salma giace all’estero, come quella del Re d’Italia, sempre più a rischio ad Alessandria d’Egitto.
   La Consulta dei Senatori del Regno deplora l’inerzia delle istituzioni dello Stato d’Italia, più volte e invano sollecitate a congiungere in Italia le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena.
  La Consulta depreca l’indifferenza delle istituzioni, ostentatamente indifferenti nei confronti della Memoria Storica.
  Quanto non hanno fatto né fanno i Capi pro tempore dello Stato d’Italia  né i transitori governi gli  Italiani sapranno fare da sé.
   Viva la Memoria di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Viva l’Italia!

Roma, 27 novembre 2012
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatiori del Regno   

DATA: 27.11.2012
  
LA CONSULTA E L’UMI 23 25 NOVEMBRE 2012: PIENA OPEROSA CONVERGENZA

Aldo Mola  La Consulta dei Senatori del Regno ha partecipato all’acclamazione a Presidente dell’Unione Monarchica Italiana nella persona di Alessandro Sacchi, componente della Consulta, e di Sergio Boschiero a Presidente Onorario dell’UMI ad vitam.
  La Consulta ha condiviso tutte le fasi del XII Congresso dell’UMI, presieduto da propri componenti (senatori  Basini, Vaccarella, Lombardo di Cumia, Sacchi), con  interventi del Presidente, Aldo A. Mola, e di molti suoi componenti (Pansini, Sardi, Vignoli…).
  Il Presidente, ricambiato dal Presidente dell’UMI, Alessandro Sacchi, ha ribadito la piena convergenza operosa tra la Consulta e l’UMI nello spirito dettato da S.M. Re Umberto II.
  Roma, 25 novembre 2012

DATA: 27.11.2012
  
IL PRESIDENTE ALESSANDRO SACCHI INTERVISTATO DA "IL TEMPO"

da "Il Tempo" di sabato 24 Novembre - Pagina 2

Alessandro SacchiAlla presenza dei Principi di Savoia e di altre autorità civili e politiche, il presidente ad interim dell'Umi, l'avvocato Alessandro Sacchi, si propone di traghettare il movimento in una nuova epoca. Guardando non solo all'aspetto organizzativo («basta organismi pletorici e riunioni in pompa magna, l'era di internet ci impone strutture più snelle e costi meno elevati») ma soprattutto all'impianto ideologico e programmatico. «Sono passati ormai troppi decenni dalla vecchia Unione Monarchica Italiana - spiega Sacchi - sono scomparse le vecchie generazioni e i vecchi motivi che ci univano. La nostra ottica ora è quella di guardare al futuro, senza più ancorarci a vecchie battaglie del passato». L'intento è chiaro: basta polemiche o ricostruzioni inedite su quanto accadde in quel lontano 2 giugno 1946, quando la forma repubblicana delloStato fu preferita alla monarchia nel referendum istituzionale. Meglio concentrarsi su quello che potrà essere in futuro: «Noi ci riproponiano di ripristinare la monarchia - sostiene il presidente - perché nei Paesi dove è presente questa istituzione, vi è un baluardo all'unità nazionale che sovrasta qualsiasi divisione. Pensi a quanto accade in Belgio, dove Valloni e Fiamminghi si scannerebbero se non fosse per la figura del re che rappresenta l'unico comun denominatore. Solo un monarca può rappresentare davvero una figura "terza", super partes. Non, come accade in Italia, un presidente della Repubblica che per decenni fa parte di un partito e poi si finge neutrale». Ovviamente Sacchi parla di monarchia costituzionale («sarei pazzo se intendessi altro») e cita tutti gli «esperimenti», dalla Norvegia all'Inghilterra fino alla Spagna, in cui la presenza di una casa reale ha contribuito a mantenere forte il legame tra cittadinanza e istituzioni anche nei momenti più difficili. «In Italia tutti parlano di scollamento, tutti si limitano a indicare la malattia. Noi proponiamo la medicina». Che, per Sacchi, si chiama Amedeo di Savoia Duca d'Aosta. «È a lui che spetta il compito di riunificare il senso della nazione in Italia», dichiara Sacchi. Il convegno dei monarchici si concluderà domani con l'elezione dei nuovi organi statutari e la proclamazione degli organi eletti. Nel suo discorso il presidente Sacchi spiegherà anche come l'Umi, forte dei 70mila iscritti in Italia, intenderà far valere il suo appoggio nelle prossime elezioni politiche. «Nessuna lista - conclude - ma il sostegno alle persone per bene che ci daranno il buon esempio». E che, presumibilmente, daranno la disponibilità a rimettere in discussione l'articolo 139 della Costituzione italiana, quello che impedisce la revisione della forma repubblicana dello Stato. Per chi fosse interessato, è possibile consultare il sito www.monarchia.it.Car. Sol.

L'articolo sul sito de "Il Tempo"

DATA: 26.11.2012
 
COSÌ NIZZA DIVENNE FRANCESE
di Giulio Vignoli

   Per comprendere appieno la tragedia della cessione alla Francia di Nizza e della sua Contea, è necessario effettuare un breve excursus della sua storia.
   Qual’era la situazione giuridica e la composizione etnico-linguistica della Città quando nel 1388 chiese l’annessione allo Stato sabaudo?
   Nizza, col suo territorio, era una città autonoma che riconosceva l’alta sovranità del Sacro Romano Imperatore, similmente ai Comuni italiani dell’Italia Settentrionale. Circa la popolazione questa era di antica ascendenza ligure e parlava un dialetto a base occitana, con forti influenze piemontesi e liguri. Il latino era la lingua ufficiale come allora in tutta Europa.
   La dazione di Nizza e Circondario era in funzione antifrancese e antiprovenzale. Francia e Provenza ambivano infatti ad allargarsi e la Municipalità ne temeva l’espansione. Il composito Stato sabaudo era una media potenza che avrebbe difeso validamente la Città, e al tempo stesso non ne avrebbe minato l’autonomia, sia perché esso raggruppava numerosi territori autonomi e ne riconosceva gli statuti (Contee di Savoia, di Aosta, Principato del Piemonte, ecc.), sia perché non era così potente da essere in grado di opprimere impunemente una grande (per allora) città come Nizza.
   I Savoia eressero in Contea il Nizzardo e ne riconobbero gli Statuti di autonomia e giurarono che mai avrebbero ceduto Nizza a Signori stranieri. A ogni successione il giuramento venne rinnovato dal nuovo sovrano e così fu per 461 anni (1388-1849).
   Così i Savoia ottennero lo sbocco al mare e la loro nuova sovranità venne riconosciuta dall’Imperatore e dalla Francia.[...]

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DATA: 21.11.2012
  
MUSSOLINI A PIENI VOTI? DOCUMENTI INEDITI NEL NUOVO LIBRO DI ALDO A. MOLA

Aldo A. Mola - MUSSOLINI A PIENI VOTI? DA FACTA AL DUCE. INEDITI SULLA CRISI DEL 1922Perché e come nacque il Governo Mussolini? Quale ruolo vi ebbe Vittorio Emanuele III? Le Forze Armate fiancheggiarono i fascisti o difesero lʼordine pubblico? Quanto pesò la politica estera sulla svolta? La risposta è nei documenti: negli inediti verbali della Presidenza del Consiglio del 1922 e in altre carte qui pubblicate per la prima volta.
È in uscita il nuovo libro di Aldo Alessandro Mola “Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922” (Ed. il Capricorno) in cui vengono analizzate, per la prima volta in maniera completa, le giornate e gli eventi che porarono Mussolini al Governo. L’opera si contraddistingue per l’abbondanza di documenti, molti dei quali inediti, provenienti dal diario della Casa Militare del Re, dai verbali dei primi due mesi del governo Mussolini e dai dispacci dell'Ufficio Cifra.
Il 28 ottobre non vi fu affatto la marcia su Roma. Quel giorno il presidente del consiglio dei Ministri, Luigi Facta, si dimise; il 30 Vittorio Emanuele III affidò aMussolini l’incarico di formare il governo che comprese fascisti, nazionalisti, liberali, popolari (cattolici), demosociali, democratici, nazionalisti: una coalizione nazionale. Il governo si insediò il 1° novembre, quando le «squadre fasciste», entrate a Roma la mattina del 31 ottobre, ne erano partite su treni speciali dopo una sfilata rumorosa ma pacifica da piazza Venezia alla stazione Termini. Poi Mussolini si presentò al Parlamento. Con quale programma? Liberista, pragmatico, concludente. Il Parlamento lo approvò a pieni voti. Nessuno previde il seguito...

INTERVISTA ALL'AUTORE di Luciano Garibaldi

MUSSOLINI A PIENI VOTI? DA FACTA AL DUCE. INEDITI SULLA CRISI DEL 1922
a cura di Aldo A. Mola con la collaborazione di Aldo G. Ricci e saggi di Antonino Zarcone e Gian Paolo Ferraioli
Edizioni del Capricorno, 2012
pagg. 376 - Euro 25,00
ISBN 978-88-7707-121-7

DATA: 18.11.2012
  
E DOPO “RE GIORGIO” QUANTE ALTRE REPUBBLICHE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/11/2012

XII CONGRESSO NAZIONALE U.M.I.  Gli italiani sono seriamente preoccupati del futuro. Come fa intendere Mario Draghi, le giaculatorie di Napolitano e di Monti (oggi rigore, ripresa chissà quando) non bastano più. Napolitano ha avuto un momento magico: quando affidò il governo a tecnici che, voilà, in tre mesi avrebbero salvato e rilanciato lo sviluppo dell’Italia. Miracolo di Piedigrotta. Da qualche giorno Monti ripete che bisogna dire le cose come stanno. Ammette anche di aver compiuto errori. Lo avevano capito tutti. Il suo errore principale è di non aver governato. Un anno addietro gli italiani gli hanno creduto senza conoscerlo: hanno presa per buona la parola del Capo dello Stato considerato al di sopra dei partiti. Vedremo che cosa “Re Giorgio” farà nei prossimi mesi: verso il solstizio d’inverno e l’opaca primavera 2013. L’incantesimo sembra spezzato…
  Tramontate due repubbliche quante altre ne avremo prima di riformare davvero lo Stato? Contrariamente a quanto sostiene Sergio Romano nella risposta a un lettore del Corriere della Sera, la monarchia non va affatto identificata con la lunga agonia di un partito monarchico. In realtà, come avvertì Giosue Carducci (mazziniano, garibaldino, cantore della Regina Margherita quale Eterno femminino regale, un uomo che si guardava attorno e dentro), nell’Italia erede di Roma, di Comuni, Signorie e staterelli pre-unitari l’unico puntello dell’unità non è un canto nazionale imposto  nelle scuole  ma un Istituzione al di sopra delle parti. Lo fu la Monarchia. Lo fa altrettanto la repubblica?
  La storia non è una fiaba. Ha un compito severo: collocare uomini e fatti nel loro tempo. Documentarli e comprenderli, in tutti i loro risvolti, con serenità e “pietas”: cioè rispetto  nei confronti di chi comunque “fa fatto”, è ormai “passato. Non si indigna. Non sentenzia, non benedice. Com-patisce.  Con il Sapiente dell’antichità latina ripete: poiché sono uomo penso che nulla di quanto fanno gli uomini mi sia estraneo. Un bell’esempio di come una vicenda possa essere letta in prospettive storiche totalmente diverse è offerto da Prove di unità. Unità alla prova. Gli antefatti del Risorgimento e i moti del 1821, un utile libretto curato da Giuseppe Busso per l’Unitre Piemonte.  Con i medaglioni di Santorre di Santa Rosa, Riccardo Sineo, dei Piemontesi in Argentina dopo il moto liberale, Alberico Lo Faso di Serradifalco vi pubblica robuste pagine su Piemonte 1821. Una storia da riscrivere. A qualcuno sembreranno una requisitoria contro i  costituzionali (o rivoluzionari), ai quali, egli  scrive tondo tondo, nessuno aveva chiesto di servire in armi Vittorio Emanuele I e vanno quindi considerati traditori del giuramento verso il Capo dello Stato. Se non erano d’accordo dovevano dimettersi. Il tema è attualissimo: la doppia lealtà dei funzionari dello Stato. La repubblica ha via via esentato i suoi “servitori” dal giuramento di fedeltà. Il ventre molle è stata la scuola. Presidi e docenti vennero sciolti dalla “promessa solenne”, da pronunciare all’ingresso in carriera, e  dal giuramento, all’immissione in ruolo: in piedi, dinnanzi a testimoni. Da un certo punto (sappiamo quale) ognuno fece della cattedra il pulpito delle proprie ideologie.  Si susseguirono ministri, un po’ rassegnati un po’ complici del disastro, quasi tutti  esponenti della sinistra democristiana, poi confluita nel PD. Per un po’ continuò a giurare il personale amministrativo: i segretari e i bidelli…, non i presidi e i docenti. Giuravano su una Carta costituzionale che tutti chiedono di riformare, ma rimane com’è perché i parlamentari si occupano di tutt’altro. Le Camere vivacchiano a suon di voti  di fiducia, voti segreti, con esiti a volte paradossali, talora per soddisfare clientele o interessi personali.  Non sappiamo se la Monarchia oggi assicurerebbe la salvezza. Vediamo però che in Europa i Paesi retti da Sovrani (Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia, Norvegia, la stessa Spagna che ci sta bagnando il naso in molti settori…) se la passano meglio dell’Italia. I Re hanno meno poteri dei presidenti di repubbliche (USA, Francia, ) e i popoli “monarchici” hanno più coscienza e più fiducia in se stessi.
  Non sappiamo se quando e come si andrà a votare. Non sappiamo chi quando e come eleggerà il prossimo capo dello Stato. Siamo però certi che il futuro presidente avrà una missione molto più difficile di quella vissuta per anni da Giorgio Napolitano, bonariamente appellato “Re Giorgio”. Non basteranno due prediche al giorno. Dovrà incarnare la volontà di sessanta milioni di italiani affacciati su un Mediterraneo nuovamente in fiamme. Ad accreditarlo non basteranno pochi voti di scarto, come avvenne per Napolitano, Marini e Bertinotti. Lì ci vorrà l’Italia. Ma se al voto di primavera andrà meno del 60% degli aventi diritto (grillini compresi, funzionali al sistema a ben vedere) o addirittura meno della metà, come è accaduto in Sicilia, vuol  dire che l’Italia è in cerca di una forma di Stato diversa dall’attuale. Ognuno dovrà trarne le conseguenze (*).
 Aldo A. Mola 

(*) Il tema  è al centro del Congresso Nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (Roma. Hotel Massimo d’Azeglio, 24-25 novembre), fondata con il benestare di Umberto II. Sono in programma interventi di Marco Pannella e di molti che nel referendum 1946 votarono Monarchia, come Giulio Andreotti ed Eugenio Scalfari.  
DATA: 17.11.2012
  
FAMIGLIA REALE ALBANESE: LA SALMA DI RE ZOG IN VIAGGIO VERSO TIRANA

FAMIGLIA REALE ALBANESE: LA SALMA DI RE ZOG IN VIAGGIO VERSO TIRANA
Riproponiamo una foto, diffusa dal Principe Ereditario d’Albania Leka II, della cerimonia che questa mattina ha visto l’inizio del viaggio della salma del Re Zog dalla Francia verso il Paese Natale. Domani, 16 Novembre 2012, le spoglie del Re Zog arriveranno a Tirana. Il programma ufficiale della cerimonia, organizzata dal Governo albanese in occasione del 100° anniversario dell'indipendenza, prevede l’arrivo delle spoglie da Parigi a Tirana il 16 novembre e il 17 novembre, anniversario della liberazione di Tirana, è programmato un omaggio al Palazzo delle Brigate di Tirana, seguito da una solenne cerimonia di Stato nell’ambito della quale si svolgerà la tumulazione dei resti di Ahmet Zogu nel ricostruito Mausoleo Reale. 
DATA: 15.11.2012
  
ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA

ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITARoma, 11 novembre 2012 - Nell’ambito del 65° ciclo di conferenze del Circolo di Cultura e di educazione politica REX, presso la Sala Uno della casa Salesiana di via Marsala, è stata ricordata la figura del Re Vittorio Emanuele III, nel 143° anniversario della nascita.
L’incontro si è aperto con l’esecuzione della Marcia Reale e dell’Inno Sardo e la lettura, da parte dell’Ing. Domenico Giglio, del messaggio di Re Umberto II nel 50° anniversario dello sbarco del Re Vittorio Emanuele III a Trieste, il 10 novembre 1918.
Il Presidente del Circolo REX, l’Avv. Benito Panariti, ha tenuto la conferenza dall’emblematico titolo: “Il tempo ha reso giustizia al Re Vittorio Emanuele III?”.ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA
Nel suo intervento Panariti ha ripercorso in maniera dettagliata la vita del terzo Re d’Italia dalla nascita a Napoli, nel periodo in cui solo un 18% degli italiani parlava la lingua nazionale, passando per tutte le tappe fondamentali: il matrimonio con Elena di Montenegro, l’assassinio del Padre, l’esperienza della prima guerra mondiale passata in prima linea sul fronte, l’avvento del fascismo, la conquista dell’Albania, l’esperienza dell’Impero, fino alla seconda guerra mondiale, la morte della figlia Mafalda, la partenza per l’esilio e i solenni funerali di Stato organizzati dal Regno d’Egitto. Panariti si è soffermato su alcuni aspetti del Re tra cui il carattere, la sofferta questione delle leggi razziali e la partenza per Brindisi dopo l’armistizio. La conclusione dell’intervento è stata che la storia non ha reso giustizia a Vittorio Emanuele III, a cominciare dalla tumulazione della slama che ancora riposa in terra straniera.
All’incontro erano presenti anche il Segretario Nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero e il Sen. Prof. Domenico Fisichella.
ROMA: COMMEMORATO IL RE VITTORIO EMANUELE III NEL 143° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA Sergio Boschiero Domenico Fisichella
Nelle foto dall'alto: l'intervento di Benito Panariti, Domenico Giglio legge il messaggio di Re Umberto II, il Sen. Prof. Domenico Fisichella con Sergio Boschiero.
DATA: 11.11.2012
   
CON NAPOLEONE I. LA GRANDE TRAGICA CAMPAGNA DI RUSSIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11.11.12

Campagna di Russia            Il 2012 non è ancora chiuso, ma già si può dire che la rete degli studi storici anche quest’anno porta a riva poche opere memorabili. Non  mancano ottimi saggi di approfondimento  né aggiornamenti di opere già di ampio respiro, come quelle segnalate e premiate all’Acqui Storia, selezionate tra quasi  duecento  candidate.  Però sono state lasciate tra parentesi alcune date fondamentali. Forse i centenari sono ormai un rituale al crepuscolo. Il 150° del regno d’Italia  (smemorata, incapace di riforme vere, pronta ora a intonare un Canto Nazionale il cui autore rimane da stabilire: molto probabilmente  padre Atanasio Canata anziché il ventenne Goffredo Mameli…)  ha forse esaurito il fascino delle  ricorrenze, retrocedendole a passione filatelica. Si avverte un bisogno di oblio: basta commemorazioni; basta orazioni e/o conferenze. Semmai, come diceva Carducci, ci vorrebbero Discorsi.  In questo dolce naufragar della memoria, chi vuol ricordare qualcosa se lo rammemori da sé, a prescindere  da “istituti” sorti per celebrare anziché per studiare.
     Eppure il 2012 era (è?) offriva occasione per ampliare gli orizzonti.  Qui abbiamo già ricordato che quell’anno iniziò la rivoluzione delle colonie spagnole nell’America centro-meridionale contro il secolare dominio di Madrid: un moto storico profondo, che subito attrasse l’attenzione degli studiosi più acuti, come Carlo Botta, autore della celebre Storia della guerra d’indipendenza  degli Stati Uniti d’America(Parigi, 1809), ripubblicato per iniziativa di  Guido Massimo Arri, sindaco  del suo nativo comune di  San Giorgio Canavese (pref. Di  Ugo Cardinale, Rubbettino, 2010, voll. 4).
   Lo stesso 1812 fu anche l’anno dell’aggressione di Napoleone I (Ajaccio, Corsica,1768- isola di Sant’Elena,1821) alla Russia di Alessandro I Romanov (Pietroburgo,1777-Taganrog, 1825). La Grande Armée reclutò italiani dalle terre incorporate nell’Impero (Piemonte e Liguria), nel regno d’Italia (Lombardo-Veneto ed Emilia), nelle regioni  annesse o sotto controllo (ex Stato pontificio), mentre la potente cavalleria (circa 80.000 uomini) fu comandata da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e re di Napoli. Per i militari italiani fu un’esperienza politica e culturale di portata storica, sia per quanto videro, sia per come si condussero. Mostrarono di sapersi battere con valore non inferiore ai veterani dell’imperatore. Anzi, ne suscitarono l’ammirazione.  Nel 1818 il ventenne Giacomo Leopardi (Recanati, 1798- Napoli,1837) riecheggiò l’impresa nell’ode  All’Italia, chiusa con versi profetici:  “ O numi, o numi,/ pugnan per altra terra itali acciari,/ Oh misero lui che in guerra è spento,/non per li patrii lidi e per la pia/ consorte e i figli cari,/ ma da nemici altrui/ per altra gente e non può dir morendo:/Alma terra natia, /La vita che mi desti ecco ti rendo”. Silvio Pellico
    Analoghi concetti espressero negli stessi anni il trentenne Silvio Pellico, redattore del “Conciliatore”, e quanti, come Alessandro Manzoni, anche senza aver preso parte di persona al suo percorso politico-militare, ritenevano che l’età franco-napoleonica aveva fatto capire agli italiani che non dovevano più dividersi a servizio degli stranieri né attendere liberatori da Oltralpe, perché “Il forte si mesce col vinto nemico,/col novo signore rimane l’antico;/ l’un popolo e l’altro sul collo vi sta./ Dividono i servi, dividon gli armenti,/ si posano insieme sui campi cruenti/ d’un volgo disperso che nome non ha”.  Era l’ora di emancipare la patria con la guerra per l’indipendenza.  Non si comprendono le due generazioni seguenti (i cospiratori delle sette, quali massoni, carbonari, federati, adelfi…; la Giovine Italia di Mazzini, il Primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, il Quarantotto, la Società Nazionale di Daniele Manin e Giuseppe La Farina…) se non partendo da quelle esperienze che insegnarono l’eroismo come regola quotidiana, il sacrificio per l’ideale superiore.   L’oblio riservato dall’editoria  di ampia diffusione e dai “media” nei confronti  degli eventi di due secoli orsono, specialmente alla Campagna di Russia  del 1812, fondamentale per la coscienza nazionale e universale, non fa bene sperare sulla preparazione del massimo centenario incombente: la conflagrazione europea dell’agosto 1914 e l’intervento dell’Italia  il 24 maggio 1915. Forse è il caso di rileggere, intanto, Guerra e Pace di Leone Tolstoi.
Aldo A. Mola 
DATA: 11.11.2012
 
ALBANIA: FINE DELL’ESILIO DEL RE ZOG I

Il Re Zog I d'AlbaniaIl prossimo 17 novembre il popolo albanese accoglierà a Tirana la salma del Re Zog I, unico Re eletto d’Europa e fondatore del moderno Stato d’Albania. La cerimonia si terrà nello storico Palazzo delle Brigate, ove vengono organizzate le manifestazioni ufficiali. Le spoglie del Sovrano avranno gli onori militari oltre i rituali colpi di cannone e verranno tumulate nel cimitero dove riposano gli altri membri della Famiglia Reale. Le cerimonie ufficiali avverranno con il patrocinio del Governo Albanese, mentre l’organizzazione del rientro in Patria è stata affidata all’Ambasciatore albanese in Francia, paese ove il Re è morto ed è stato sepolto nel 1961. Alle esequie, oltre al popolo stretto attorno all’attuale pretendente al Trono S.A.R. il Principe Leka II, interverranno anche le scuole albanesi e delegazioni provenienti da tutto il paese, dal Kossovo, dalla Macedonia, etc. Il 24 novembre a Tirana verrà scoperta una statua raffigurante il Re. Zog I ha regnato in Albania dal 1925 al 1939, modernizzando il paese e, dopo l’invasione italiana e sovietica, aveva scelto come residenza l’Egitto prima e Parigi poi, dove nel 1961 sarebbe morto. Moglie di Re Zog è stata la Regina Geraldina, celebrata per il suo amore verso i poveri e per la sua bellezza magiara.
Nel mese di dicembre 2011, alla morte del Principe Leka I, figlio di Re Zog, lo Stato ne ha organizzato le esequie solenni.
E l’Italia? I politici litigano e rubano, mentre i nostri Sovrani restano in esilio.
Sergio Boschiero
DATA: 08.11.2012
  
PROFILO STORICO-CULTURALE SUI RAPPORTI TRA ITALIA E MONTENEGRO

di Giulio Vignoli    I rapporti del Montenegro con l’Italia, ma anche col mondo occidentale, avvennero per secoli tramite Venezia ed anche la Repubblica di Ragusa. I domini veneziani della Dalmazia del sud delimitarono infatti, per quasi 400 anni, il confine meridionale del minuscolo principato. Per il resto, attorno, il Montenegro era circondato dai Turchi coi quali fu sempre in feroce e strenua lotta.
   Le città e cittadine della costa dalmata della Serenissima (Cattaro, Perasto, Budua, ecc.) costituivano l’unico sbocco sulla civiltà europea dei Montenegrini, circondati per il resto dai territori dell’Impero Ottomano. In particolare i contatti fra Venezia e il resto d’Italia  e Montenegro avvenivano a Cattaro. Discendevano i Montenegrini la vertiginosa scalinata (tutt’ora esistente) che dai monti portava alla città veneziana e si accampavano fuori della porta destra (guardando il mare), detta Porta di Suragno, per vendere le loro mercanzie. Necessariamente non solo rapporti economici nascevano con i ben più civili vicini quando i Montenegrini ottenevano il permesso di entrare in città. Essi venivano a contatto con un diverso modo di vivere.
   Dai volumi di Vesna Lipovac Radulović(1) risulta chiaramente come i nomi degli oggetti che denotano una certa civiltà, una certa raffinatezza, sono degli italianismi, segno evidente che gli oggetti stessi, sconosciuti un tempo ai rozzi Montenegrini vennero poi in uso presso di questi grazie al contatto con la civiltà italiana.  Ma non solo, anche in altri campi è evidente l’influenza italiana sulla parlata montenegrina, arricchitasi per osmosi di vocaboli, proverbi, modi di dire d’origine veneta e italiana, migliaia. [...]
DATA: 07.11.2012
 
LA VITTORIA DI OBAMA

ObamaDopo la Francia di Hollande, ora gli Stati Uniti d'America eleggono il Presidente, al momento ancora l'uomo più potente del mondo, con il 50,1% dei voti espressi, che a loro volta, dato l'astensionismo, risultano essere di molto inferiori al 40% degli elettori. Dopo le elezioni, il candidato vincente dichiara che sarà il Presidente di "tutti" ed il candidato sconfitto, negli U.S.A. è consuetudine, si congratula con il vincitore, ma la spaccatura a metà del paese esiste e rimane e gli sconfitti, specie nella  base elettorale, non si sentono rappresentati dal nuovo Presidente.
Egualmente avverrebbe a risultati capovolti, anche con una aggravante nel caso americano, quando i democratici sconfitti da Bush jr., si distinsero per una costante campagna denigratoria nei suoi confronti. In genere infatti la sinistra o i cosiddetti "progressisti", se sconfitti accettano la sconfitta con minore "sportività", e di questo abbiamo avuto esempi anche in Italia. Queste considerazioni fanno risaltare il ruolo di Regine e di Re, dove vige il sistema monarchico, dove a prescindere ed al di là dei poteri politici, i Sovrani, rappresentano la legittimità del potere, il simbolo delle tradizioni, della storia e dell'unità nazionale nei quali  tutto il popolo si rispecchia e non il 50 ,1% !
Domenico Giglio
DATA: 07.11.2012
  
CORONIAMO L’ITALIA! INTERVISTA A SERGIO BOSCHIERO A POCHE SETTIMANE DAL CONGRESSO U.M.I.

Sergio Boschiero      Boschiero, perché un Congresso?
Il mondo e la società di oggi stanno vivendo dei profondi cambiamenti evidenti in ogni ambito. L’Unione Monarchica Italiana ha origini lontane, ben 68 anni di storia alle spalle, e siamo giunti al punto di svolta dove bisogna adeguarsi ai tempi, rinnovarsi profondamente e proiettare la nostra battaglia nel futuro. Negli ultimi 50 anni abbiamo raggiunto traguardi importanti, organizzato manifestazioni memorabili, fatto sentire la nostra voce ma ora è necessario offrire al nostro Ideale un qualcosa in più. Il XII Congresso nazionale stabilirà la rinnovata linea programmatica dell’Associazione e le modalità di azione per armonizzare il nostro movimento politico con il nuovo millennio. E’ un progetto ambizioso ma abbiamo la forza e la volontà per realizzarlo, basandoci sull’ottima esperienza passata e per contare concretamente nel panorama italiano. Sono supportato dall'aiuto di tanti monarchici, in primis l'ottimo Presidente Alessandro Sacchi, motori indispensabili per la realizzazione del progetto e dell'innovazione.

    Lei è sempre stato il protagonista dei grandi eventi monarchici. Come inquadra questo congresso?
Il Congresso che ci accingiamo ad affrontare non avrà nulla a che vedere con le manifestazioni da noi organizzate sia in tempi recenti che più lontani. Non vi sarà spazio per celebrazioni o nostalgie -non sarà quello il luogo- né sarà un semplice rinnovo delle cariche statutarie. Mi permetto di definirlo un evento epocale, senza dubbio il momento di confronto tra monarchici più importante degli ultimi 10 anni. Il risultato del confronto e delle discussioni sarà decisivo per il messaggio con cui l’U.M.I. si presenterà all’Italia di oggi.
 Oltre la repubblica
    In 50 anni di militanza come sono cambiati i Monarchici italiani?
Quando nel 1962 venni a Roma alla guida del Fronte Monarchico Giovanile mi trovai di fronte ad un mondo monarchico che era nato sotto il Regno e lo amava, avendolo vissuto. Per ovvie ragioni anagrafiche la maggior parte dei monarchici di oggi ha conosciuto il periodo del Regno solo sui libri di storia o per testimonianze. Ma hanno conosciuto la repubblica e sanno quanto poco si sia fatta amare. Ci troviamo di fronte ad una base che guarda con interesse più alle attuali dieci Monarchie europee, rispetto al vivere di ricordi per la realtà che unì l’Italia. Nel pieno ed imprescindibile rispetto della nostra storia patria, questo è un bene perché il messaggio che vogliamo portare è anche e soprattutto politico, non solamente storico. Le due anime oggi sono ben armonizzate e ci portano grandi soddisfazioni.

    La società di oggi, radicalmente differente rispetto a quella dei decenni passati, come si pone dinnanzi alla questione monarchica?
Nonostante siano passati 66 anni dalla fine della Monarchia, paradossalmente oggi vi è un terreno meno ostile rispetto a qualche decennio fa. Sono caduti molti tabù e molti pregiudizi abilmente pilotati dal potere costituito. Spesso capita sentire nei discorsi di persone non monarchiche “si starebbe meglio con un Re”. Questa che vuole essere una battuta d’effetto si basa però su una costatazione importante: le cose così come sono non vanno. Sono stati fatti dei sondaggi televisivi in cui, senza un minimo di “campagna elettorale” svolta da noi, significative percentuali degli intervistati si dichiaravano favorevoli al ritorno della Monarchia. E queste non sono cose casuali.

Umberto II con Sergio Boschiero    Rispetto all’ideale monarchico che ruolo ha la politica contemporanea?
La grave situazione in cui versa l’Italia oggi, con una drammatica crisi politica e sociale, è dettata essenzialmente dalla mala gestione degli ultimi 66 anni dello Stato repubblicano. Le crisi economiche sono in gran parte pilotate da altri fattori e non sono circoscritte solo al nostro Paese, esattamente come il “boom economico” degli anni ’60 non si è verificato solo in Italia per merito della classe politica. La politica, fallendo miseramente nel suo compito e non riuscendo più a governare il Paese, dovendo sottostare ad un governo di burocrati, ci dimostra quotidianamente come un’Istituzione diversa sarebbe una valida alternativa a questo sistema.

    La Famiglia Reale oggi in che rapporti è con l’UMI?
La Famiglia Reale, come sempre ha fatto sin dai tempi dell’esilio di Re Umberto, dimostra interesse verso l’U.M.I. e segue costantemente le nostre attività. S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia e la moglie Silvia partecipano spesso alle manifestazioni culturali che organizziamo e hanno un’agenda ricca di impegni dove, invitati principalmente da Amministrazioni Comunali, Università o Associazioni patriottiche, vengono accolti con tutti gli onori, al pari di Capi di Stato. S.A.R. la Principessa Maria Gabriella, pur vivendo in Svizzera, si tiene aggiornata telefonandomi spesso. Lei è la Principessa maggiormente interessata agli aventi culturali, vuole sempre avere anteprime sui libri in uscita e la cosa ci fa molto piacere. S.A.R. il Principe Aimone, avendo un ruolo professionale di primaria importanza in una multinazionale (è Amministratore Delegato per la Scandinavia della Pirelli ndr) e essendo sempre in viaggio, si tiene aggiornato tramite il sito internet su tutto quello che facciamo. Rimango piacevolmente colpito quando, parlando con Lui al telefono riguardo ad una qualche nostra attività, mi sento rispondere: “Sì, ho letto sul sito!”. Questo dimostra e ribadisce un notevole interesse ed un solido legame con Casa Savoia.

    Vede una concreta possibilità di ritorno alla Monarchia?
Oltre che auspicarlo ci credo perché l’attuale situazione italiana richiede un radicale cambiamento che sia non violento ma al tempo stesso strutturale. Solo una Monarchia può offrire simili garanzie. La Storia ci ha abituato a “sorprese” inaspettate e situazioni che qualche tempo prima potevano sembrare impossibili ai più, si sono tradotte in importanti realtà. Non vogliamo farci trovare impreparati, non a casa lo slogan del nostro prossimo congresso sarà: “Coroniamo l’Italia!”.
FERT
DATA: 06.11.2012
    
RICORDO DI PINO RAUTI

Bandiere listate a lutto in via della Scrofa      È morto a 85 anni a Roma l’On. Pino Rauti. Fu coerentemente fedele alle sue idee di duomo di destra, subì persecuzioni giudiziarie, fu calunniato e sempre assolto. Domenica 4 novembre 2012 il Segretario Nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero si è recato presso la camera ardente, allestita nella sede della Fondazione Alleanza Nazionale di via della Scrofa, dove ha reso omaggio a Rauti e ha portato personalmente le condoglianze alla figlia Isabella e al genero Gianni Alemanno, Sindaco di Roma. Boschiero così ricorda il leder della destra scomparso: “Nel 1990 Pino Rauti, allora Segretario nazionale del MSI-DN, intervenne per far pubblicare da «Il Secolo d’Italia» un mio articolo dedicato ai giovani monarchici caduti nel giugno 1946 a Napoli in via Medina. L’articolo, pubblicato in prima pagina, era accesamente filo monarchico tanto che aveva incontrato vivaci opposizioni negli ambienti della destra. Solo Rauti poteva autorizzarne la pubblicazione e lo fece. Rendiamo omaggio alla sua figura, serbando vivo il nostro memore ringraziamento.”
Nella foto le bandiere a lutto in via della Scrofa e Pino rauti durante un comizio.
Pino Rauti
DATA: 04.11.2012
  
FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX      Nella Sala Uno della Casa Salesiana di via Marsala a Roma, come è consuetudine da anni, domenica 4 novembre 2012 si è inaugurato il 65° Ciclo di Conferenze organizzate dal benemerito Circolo di cultura e di educazione politica REX. L’incontro si è aperto con l’esecuzione della Marcia Reale, dell’Inno Sardo e della canzone del Piave, ricorrendo la Festa delle Forze Armate. Al termine degli inni l’Ing. Domenico Giglio, vice presidente del REX, ha letto il messaggio di Re Umberto II del 4 novembre 1968, in occasione dei 50° della Vittoria. L’avvocato Benito Panariti, Presidente del REX, ha esordito ricordando che in questi 65 anni il Circolo REX ha fatto tanto per sciogliere le nubi presenti attorno all’Idea di Monarchia ma che vi è ancora tanto da lavorare.FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX Panariti ha ringraziato le Guardie d’onore presenti con il delegato di Roma Colonnello Paolo Caruso e ha ricordato che se oggi in Italia si può ancora parlare di Monarchia è grazie al lavoro svolto in tanti anni da Sergio Boschiero, applauditissimo dai presenti. È toccato all’autorevole Prof. Sen. Domenico Fisichella tenere la prima conferenza di questo nuovo ciclo, trattando il tema “dal Risorgimento al Fascismo” (titolo del suo ultimo libro edito da Carocci). Fisichella dopo una riflessione su perché sia importante studiare la storia, ha esposto le motivazioni che lo hanno portato ad approfondire il tema: anche se il periodo trattato sembra lontano è “la nostra storia” e non può essere studiata con superficialità. Il Professore ha analizzato la politica italiana, definita “oligarchica” dalla storiografia imperante, ma addirittura all’avanguardia se confrontata con le altre realtà europee. Le conquiste raggiunte dall’Italia in 30 anni sono state raggiunte dalle storiche altre potenze europee in secoli. Fisichella si è appellato ad una contestualizzazione di qualsiasi evento storico, per non avere una visione di parte come troppo spesso viene diffusa. L’Italia oggi è vittima di un bombardamento storiografico che non ha nulla a che vedere con la storia nazionale e questo perché condizionato dalla politica. Come studioso si è sentito in dovere di dare spazio ad una storia nazionale (come già fatto con il libro “Il Miracolo del Risorgimento”, Carocci 2011) perché ultimamente sono state dette troppe cose sbagliate o manipolate. L’intervento si è concluso con un allarme verso un analfabetismo di ritorno che sta prevalendo in una società sempre più insensibile alla vera cultura e che scambia cose secondarie per tale. E’ seguito un dibattito.

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
L'intervento dell'Avv. Benito Panariti

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
L'intervento dell'Ing. Domenico Giglio

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
Sergio Boschiero in frima fila

FISICHELLA HA INAUGURATO IL 65° CICLO DI CONFERENZE DEL CIRCOLO REX
Il Sen. Prof. Domenico Fisichella

DATA: 04.11.2012
   
PRESIDENTI MONARCHICI?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04.11.12

Quirinale         Volge al termine il settennato di Giorgio Napolitano sul “Colle più alto”. Ed ecco in libreria Parla il Capo dello Stato, suggestivo titolo dell’opera libro di stringente attualità, Sessant’anni di vita repubblicana attraverso il Quirinale,  di Tito Lucrezio Rizzo (ed. Gangemi ) (*). Nei ritratti a tutto tondo di  undici presidenti della Repubblica l’autore mette a fuoco i poteri della suprema carica dello Stato e i modi nei quali vennero gestiti. L’autore illustra efficacemente la “ricucitura sartoriale” esercitata dai Capi dello Stato nella crescente confusione di ruoli fra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, con interpretazione “a  fisarmonica” delle loro prerogative, come già osservò Giuliano Amato, citato da Rizzo. In filigrana vi si colgono le attese riposte dai cittadini nel Presidente quale garante dell’Unità, non solo, ovviamente, al di sopra dei partiti, ma anche di corporazioni e di  ordini, quale la stessa magistratura,  che è, si, un “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma, appunto,  non è un potere “sovraordinato” allo Stato.
   La cornice sottintesa da questo importante volume è che i primi due presidenti della repubblica furono monarchici, il napoletano Enrico De Nicola, presidente della Camera all’avvento di Mussolini (31 ottobre 1922), Senatore del Regno, inventore della Reggenza nel 1944 per propiziare il passaggio da Vittorio Emanuele III a Umberto II; e il piemontese Luigi Einaudi, nel 1922 ministro in pectore del governo Mussolini, Senatore del Regno, governatore della Banca d’Italia, ministro con De Gasperi, universalmente apprezzato quale salvatore della lira. Non solo. Degli undici capi di Stato susseguitisi dal giugno 1946 sei provennero dall’antico Regno di Sardegna: Einaudi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro. La sequenza dei presidenti sino agli Anni Sessanta ricalcò il modello regio, alternando un principe di Piemonte e uno di Napoli: De Nicola prima di Einaudi, il napoletano Giovanni Leone dopo il subalpino Saragat.  La Toscana contò due esponenti in sessant’anni, Giovanni Gronchi, già sottosegretario nel governo Mussolini, e Carlo Azeglio Ciampi, “un cittadino europeo nato in terra d’Italia”, come scrive Rizzo, ed europeista perché profondamente italiano, patriota, mazziniano, orgoglioso di aver concorso a tener viva l’Italia nel Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943 (altro che “morte della Patria”!) e di averne riproposti i valori fondanti nel suo settennato. Il Tricolore, il Canto nazionale (che intonava ogni 1° gennaio), il pellegrinaggio dall’una all’altra provincia furono asse portante della sua presidenza, perché Ciampi sapeva che la storia non è acqua e l’Italia era, è e rimarrà delle “cento città”: un mònito attualissimo mentre, sulla scia del predecessore e in nome di un risparmio tutto da accertare, il governo Monti sforbicia la storia con l’abolizione di decine  di province dalla vita secolare e l’invenzione di città metropolitane, che daranno molto lavoro ai tribunali amministrativi e poche soddisfazioni ai cittadini. La cosa peggiore è però l’abolizione dell’elezione diretta dei presidenti delle province da parte dei cittadini, una tra le poche novità funzionanti della presto avvizzita Seconda Repubblica e quindi invisa alle oligarchie che così recidono il cordone ombelicale tra elettori e istituzioni: esempio insigne di miopia autodistruttiva.  Il bel saggio di Rizzo ci ricorda che in sessant’anni immense aree del Paese non sono state rappresentate al vertice dello Stato: il Lombardo-Veneto, l’antico Stato pontificio, incluso il  Lazio (quasi ai romani debba bastare l’altra riva del Tevere ), tre su quattro regioni dell’antico regno di Napoli e la Sicilia: un “continente”, quest’isola, in attesa del riconoscimento di quanto le sue genti hanno fatto per l’unità nazionale (dal 1848 al 1860, con Crispi, Vittorio Emanuele Orlando, San Giuliano di Paternò,  don Sturzo, Scelba e via continuando). Nel novero dei Capi dello Stato Rizzo include giustamente Cesare Merzagora, uno tra i padri della patria, “un gigante di passaggio al Quirinale” nei mesi difficili della malattia di Antonio Segni, quando verso il Colle saliva la marea delle accuse di golpismo, che durò dalla torbida estate 1964 alla incriminazione di  Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione presentata dai parlamentari del Partito comunista italiano: una tra le pagine più tristi della storia d’Italia. Come già non avesse sofferto l’indicibile quando da ministro dell’Interno patì il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, Cossiga dovette bere anche quell’amaro calice.
  Tito Lucrezio Rizzo, Consigliere Capo Servizio della Presidenza della Repubblica, passa in rassegna i Capi dello Stato sulla scorta di vasta letteratura, copiosa documentazione e con il rigore di giureconsulto e docente in Scienze criminologico-forensi alla Sapienza di Ronma,  autore di  saggi quali Le ragioni del diritto (Gangemi), tradotto anche in cinese. Nella prefazione Gaetano Gifuni ricorda che Vittorio Emanuele Orlando  deplorò la “specie di sfiducia anticipata” dei costituenti nei confronti del Capo dello Stato, tanto che “si può dire che non rappresenti più nulla”. Eppure il Quirinale rimane “una sorta di faro nella tempesta” in un Paese che, dicono i “sondaggi”, ha sempre meno fiducia nei partiti (vecchi, nuovi, novelli, novizi…) e sempre più attende un “Principe”, come scriveva Niccolò Machiavelli. La diffusa fiducia  dei cittadini nel Capo dello Stato  evoca quella d’antan verso la Monarchia: un bisogno profondo di certezze che la subordinazione del Colle ai partiti (sinora scongiurata) manderebbe  in polvere.
Aldo A. Mola  
(*) L’opera di Tito Lucrezio Rizzo viene presentata alle 18  dell’8 novembre a Roma (Palazzo Alfieri, p.za del Gesù 49) da Mario Segni, Nicola Merzagora, Paolo Leone e Fabio Grassi Orsini.  
DATA: 03.11.2012
  
IL SECOLO D'ITALIA INTERVISTA ALESSANDRO SACCHI

IL SECOLO D'ITALIA INTERVISTA ALESSANDRO SACCHI
A pagina 6 (con richiamo in prima) dell'edizione di giovedì 31 ottobre 2012 del quotidiano "Il Secolo d'Italia" è pubblicata un'intervista fatta dalla giornalista Désirée Ragazzi al Presidente Nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi.
Dal 23 al 25 novembre si terrà a Roma il congresso nazionale dell'Umi. Il presidente Alessandro Sacchi: «Seguiamo l'esempio delle democrazie più riuscite del mondo».
DATA: 31.10.2012
  
4 NOVEMBRE FESTA DELL’ ITALIA E DEGLI ITALIANI

4 Novembre      Il masochismo storiografico e giornalistico in questi ultimi decenni ha dimenticato di celebrare la ricorrenza del 4 Novembre 1918 o quanto meno ne ha ridotto il suo significato. Nell’immaginario collettivo colpisce di più la sconfitta di Caporetto. In effetti essa rappresenta la disfatta per eccellenza, anche nel gergo comune è divenuto sinonimo di sconfitta. Ma perché quando vinciamo una partita o una competizione sportiva non diciamo “E’ stata una vittoria di Vittorio Veneto”?. La spiegazione è semplice: siamo masochisti! Preferiamo ricordare le cose che ci fanno più male, è un vizio italiano quello di piangerci addosso e di non godere delle vittorie. Ma è solo masochismo?... Cerchiamo di sviscerare bene la questione. La data 4 Novembre 1918 rappresenta la tappa finale di un epopea risorgimentale che  portò l’Italia all’unità geografica, quella degli odierni confini per intenderci. La vera e definitiva unità si realizzò proprio in questa data, è solo dopo questa data che ci potemmo sentire liberi dallo straniero e ci potemmo sentire una Nazione a tutti gli effetti. Il popolo italiano diede buona prova di sé in quel frangente, è vero ci fu anche Caporetto ma fu solo una tappa, poi l’Esercito italiano si ricompattò e vinse la guerra. I soldati che combatterono quella guerra provenivano da diverse regioni d’Italia, parlavano dialetti differenti ma avevano una idea in comune, scacciare lo straniero oltre il confine, fu una straordinaria prova di unità quella... ma allora perché non celebrare degnamente quella data così gloriosa? È possibile che ci sia solo del masochismo? Si dice da più parti che la sua trascuratezza sia dovuta al fatto che oramai quei fatti sono troppo lontani nel tempo e non importi più a nessuno ricordarli, una spiegazione questa poco convincente a mio avviso perché come si fa a non ricordarsi delle proprie origini? La spiegazione va ricercata sul piano delle motivazioni strettamente contestuali a quel periodo e su chi la realizzò quell’unità. Essa infatti fu voluta e realizzata dal Re Vittorio Emanuele III che andò a combattere in prima persona quella guerra, e la vinse! Forse è questo il vero motivo per cui non si vuole ricordare quella data? Perché quella data rappresenta una vittoria della Monarchia? Come al solito si preferisce accusare Vittorio Emanuele III di aver contribuito a portare il fascismo al governo (cosa peraltro non veritiera in quanto fu il parlamento che votò la fiducia al fascismo, il Re non poteva che prendere atto della nuova situazione), ma non si vuole riconoscere che fu proprio lui a ultimare l’unità d’Italia. In periodi come quelli che stiamo vivendo contrassegnati da un generalizzato degrado morale e uno scarso attaccamento alla Patria ricordare il 4 Novembre, può rappresentare un deterrente e un monito a quelle spinte separatiste e disfattiste presenti oggi nel nostro Paese. Per questi motivi il 4 Novembre deve ritornare festa nazionale perché è festa dell’Italia e degli italiani.
Roberto Carotti - Coord. Prov.le U.M.I. Ancona
DATA: 31.10.2012
  
DRAPPO NERO SULLA TARGA IN MEMORIA DI RE UMBERTO

comunisti contro Re Umberto      Roma - Il neonato Largo Umberto, a meno di 48 ore dall’inaugurazione, è già stato testimone di un gesto tanto improvvisato quanto patetico. Esponenti di un’associazione di sinistra vicina al movimento di Vendola, tale Roma Futura, hanno coperto la targa commemorativa del quarto Re d’Italia con un drappo nero e con un cartello dove si definiscono antifascisti, antimonarchici e amanti della Costituzione. Ognuno ha i propri valori, per carità! È già andata bene che non abbiano imbrattato la targa o, peggio ancora, divelta come è solita fare la sinistra extraparlamentare quando scende in piazza. Il problema sono le dichiarazioni, ricche di semplicistica retorica e triviale pressapochismo storico, diffuse per rivendicare il gesto simbolico:  «I Savoia hanno condiviso con il fascismo i peggiori crimini del Novecento. Hanno tenuto a battesimo il regime mussoliniano, dissociandosi dal comune destino soltanto a guerra persa. È inaccettabile quindi che Roma Medaglia d'Oro della Resistenza intitoli ad esponenti monarchici luoghi pubblici. Alemanno può annoverare tra le vergogne del suo mandato anche l'omaggio a figure che hanno contribuito a scrivere le peggiori pagine della nostra storia. Nella nostra idea di Roma futura non ci saranno spazi per ricordare le vergogne del Ventennio».
I “dotti” contestatori, evidentemente, non hanno la minima idea di chi siano stati Umberto II e Maria José e lo dimostrano con le insensate dichiarazioni. Senza dubbio ignorano anche che Roma, nel 1946, votò compatta per la Monarchia con una netta maggioranza tanto nel Comune quanto nella provincia. Ma l’importante è protestare, anche quando si prende un’evidente cantonata.
DATA: 30.10.2012
  
ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ

ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ      Lo scorso 27 ottobre, l’Amministrazione Comunale di Roma Capitale ha dedicato agli ultimi due Sovrani d’Italia, il Re Umberto II e la Regina Maria José, un largo ed un viale all’interno del parco di Villa Ada, già Villa Savoia. All’interno del parco, a poche centinaia di metri dal neo piazzale Umberto II, si erge magnifica Villa Savoia, ora sede dell’Ambasciata d’Egitto per volontà di Re Umberto II che così ringraziò il Re Farouk per aver dato ospitalità al Re Vittorio Emanuele III, riparato nello stato nord-africano dopo l’abdicazione. Piazzale Umberto II è adiacente ad uno dei cancelli di ingresso del parco sulla via Salaria ed il viale dedicato alla Regina vi è attiguo.ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ
 La cerimonia di intitolazione ha visto la partecipazione del Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, oltre che di numerosi romani. Anche se tardivo, in una Roma dove si dedicano vie, piazze e ponti a chiunque, fa piacere che qualcuno si sia ricordato di figure primarie per la storia d’Italia come Re Umberto e la Regina Maria José… Certo, una via la si rende viva quando qualcuno vi dimora o quando qualche attività vi ha sede. Così non sarà per questi seppur suggestivi e caratteristici spazi del secondo parco più grande di Roma. Siamo certi che per i romani che affollano quelle zone, soprattutto nei giorni festivi affinché possano stare in contatto con la natura, sarà un’immagine piacevole e pacificatrice. Vada quindi il nostro plauso ai promotori dell’iniziativa ma non possiamo ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉnon rammaricarci per il fatto che “Villa Savoia”, già acquistata dal Padre della Patria nel 1872 e dimora della Famiglia Reale dal 1904 al 1946, continui a venire chiamata “Villa Ada”, nome di transizione utilizzato per qualche decennio alla fine dell’800, e prontamente ripristinato nel dopoguerra per eliminare ogni riferimento alla Dinastia che fece l’Italia. In un’ottica di questo genere l’intitolazione dei due “sentieri” ai Sovrani italiani sarebbe stata più credibile e rispettosa della storia, così invece ne viene svilito il significato.

ROMA: LE INTITOLAZIONI DELLE VIE A RE UMBERTO E MARIA JOSÉ
Villa Savoia, oggi sede dell'Ambasciata d'Egitto.
In alto il largo dedicato ad Umberto II.
DATA: 29.10.2012
 
90 ANNI DOPO LA “MARCIA” CHE NON CI FU
MUSSOLINI: UN GOVERNO DI UNIONE NAZIONALE


Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28.10.12
 
Marcia su Roma     Il 28 ottobre del 1922 non ci fu affatto la “marcia su Roma”. Contrariamente a quanto tanti ripetono (è il caso di Emilio Gentile, E fu subito regime, Laterza; e  Antonio Di Piero, Il giorno che durò vent’anni, Mondadori) neppure il 30 ottobre 1922, quando il re nominò il governo,  segnò l’avvento della dittatura (mai esistita in Italia), di totalitarismo, leggi razziali del 1938 e tutto quello che viene addebitato al fascismo quale “Male Assoluto”: una giaculatoria infantile.
  Il 28 ottobre il governo era presieduto da, Luigi Facta, un avvocato di Pinerolo dalla mentalità di contabile, ed era formato da liberali, cattolici (partito popolare) e democratici sociali, guidati dal siciliano Antonio  Colonna di Cesarò, un duca massone e appassionato di teosofia come il “fratello” Giovanni Amendola,  ministro delle Colonie. Dopo quattro anni di guerra civile strisciante l’Italia era al bivio. Le sinistre (comunisti, socialmassimalisti e socialisti unitari di Filippo Turati e Giacomo Matteotti) continuavano a ripetere  litanie contro lo Stato reazionario e borghese. Il fascismo era un caleidoscopio di uomini  e idee senza capo né coda, a parte il trentanovenne Benito Mussolini, già socialmassimalista, che alternava azzardo e cautele. A metà ottobre Mussolini mobilitò i “fasci di combattimento” per ottenere l’ingresso al governo. Re Vittorio Emanuele III chiese invano a Facta di convocare il Parlamento che si era radunato solo il 7 agosto per dare una striminzita fiducia al suo secondo governo. Il 27 le squadre fasciste passarono all’azione, ma l’Esercito attuò le misure pronte da un mese e le fermò a ottanta chilometri da Roma. Era autorizzato  a usare le armi e ad arrestare i capi dell’eventuale insurrezione.
   Ma la sera del 27 il governo decise di dimettersi. Poi i ministri, Facta e Soleri in testa, andarono a dormire. Tirati giù dal letto in piena notte deliberarono di proporre al re la proclamazione dello stato d’assedio, comportante Tribunali Militari Straordinari e codici di guerra, lo diramarono a prefetti e alti comandi e lo affissero alle cantonate. Una follia, sia perché l’ordine pubblico era sotto controllo sia perché i fascisti volevano la restaurazione della dignità dello Stato. Fatta la frittata, Facta portò il decreto al re, che rifiutò di firmarlo, non per timore del duca d’Aosta o di dubbia lealtà dei militari. In realtà non ce n’era alcun bisogno. A quel punto il presidente dimissionario dovette smentire se stesso: un caso senza precedenti.  Vittorio Emanuele III fece fronte da solo. Non poté contare su Giovanni Giolitti, l’unico statista veramente capace, invitato a Roma solo il 28 mattina. Ottantenne, raffreddato, rimase a Cavour, aggirato da Facta. Altrettanto fece il cattolico Filippo Meda, fermo a Milano. Nessun socialriformista o democratico si fece vivo col re. Tutti  i politici da lui consultati  dissero che bisognava formare il governo con i fascisti. Dopo varie tergiversazioni, il sovrano chiamò a Roma Mussolini, che vi arrivò il 30 mattina, la sera gli presentò la lista dei ministri. In viaggio depennò  il socialista Gino Baldesi e il liberista Luigi Einaudi. Il 31 prestò giuramento.
  Il Governo Mussolini fu di unità nazionale. Oltre al duce comprese appena tre fascisti, affiancati da nazionalisti, liberali, come il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera, popolari, democratici sociali e l’indipendente Giovanni Gentile, tutti costituzionali, incluso il sottosegretario Giovanni Gronchi futuro presidente della Repubblica.  All’opposizione rimasero repubblicani, socialisti, comunisti e qualche liberale malcontento. Lo stesso giorno, finalmente ammessi in Roma e preceduti dalla Banda musicale della Città Eterna come in una sagra di paese, gli squadristi sfilarono da Piazza del Popolo alla  Stazione Termini e se ne partirono. Marcia su Roma
 Il 1° novembre  il governo si insediò.  Mussolini  assicurò che entro 24 ore tutto sarebbe tornato nella norma.  Dette dieci giorni di tempo ai ministri per presentare il programma dei rispettivi dicasteri: tagli alle spese. Veri e subito.  Il governo ottenne i pieni poteri per riformare la pubblica amministrazione, invano chiesti da Giolitti. Per aumentare lo stipendio dei magistrati rinviò la fusione della quadriga in bronzo solo molto deopo issata sul Palazzaccio di Giustizia (oggi sede della Corte di Cassazione).  Rifiutò la nominatività dei titoli.
 In due mesi con Giovanni Gentile all’Istruzione e De Stefani alle Finanze, il governo fece quel che non era stato fatto in quattro anni. Ebbe il consenso di industriali, banche, chiesa cattolica, sindacati. Di tutto fu regista Vittorio Emanuele III che evitò la guerra civile. Il 4 novembre all’Altare della Patria l’Italia festeggiò l’anniversario della Vittoria  senza bisogno di d’Annunzio, messo fuori scena dalle cannonate di Giolitti su Fiume e dall’abilità di Mussolini, il “lesto-fante” (appellativo dannunziano) che lo surclassò. Il 5 il re tornò a San Rossore. L’Italia era tranquilla. Il 16 novembre la Camera eletta il 15 maggio 1921 dette 306 voti al governo Mussolini: stragrande maggioranza. Così fece il Senato. Era la continuità dello Stato, non il “regime”, che  albeggiò due anni  dopo.  Mussolini si affermò per   anni di errori altrui, molto più che per superiorità propria. E sino al 3 gennaio 1925 la partita rimase aperta. 
Aldo A. Mola 
(*) Martedì 30 ottobre viene presentato ai Martedì Letterari del Casinò di Sam Remo il libro curato da Aldo A. Mola Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922 (Edizioni del Capricorno), che pubblica i verbali sinora inediti dei governi Facta e dei primi mesi del governo Mussolini, telegrammi dell’Ufficio Cifra del Ministero dell’Interno, il  diario della Casa Militare del Re: giorno dopo giorno, ora dopo ora la vita di Vittorio Emanuele III e saggi di Antonino Zarone e GianPaolo Ferraioli. Una novità ghiottissima.  
DATA: 28.10.2012
 
INDIMENTICABILE PASCOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21.10.12
 
Giovanni Pascoli     Furono il toscano Giosue Carducci e il romagnolo Giovanni Pascoli a scrivere i versi più memorabili sul Vecchio  Piemonte, quello che “fece l’Italia”  con i suoi re, i cospiratori e gli esuli, mazziniani e  garibaldini, giovani e meno giovani  dalla vita un po’ disordinata  ma che, al momento giusto, accettarono le redini e le staffe della monarchia: il siciliano Francesco Crispi  e gli emiliani e  romagnoli Luigi Carlo Farini, Manfredo Fanti, Enrico Cialdini. Malgrado sorrisi ironici, l’ode  Piemonte sopravvive al crepuscolo della scuola.
  Ma  chi è “Zvanì” Pascoli?  Poeta sommo della Nuova Italia, forse tra i più sublimi del Novecento. Vittima, con tutta la sua famiglia,  dell’assassinio di suo padre Ruggero, amministratore della tenuta dei principi Torlonia a San Mauro, il 10 agosto 1867. Venne ammazzato da chi voleva prenderne il posto e allo scopo usò due manutengoli, drappeggiati da repubblicani. Liberate dal giogo del Legato pontificio, le Romagne ne subivano un altro: la guerra sociale strisciante contro proprietari e uomini d’ordine.  Quelle plaghe rimasero teatro di delitti  e infamie. Profondo Nord. Non per caso, il primo maxiprocesso della storia d’Italia non fu celebrato  in Sicilia ma a Bologna contro la “associazione di malfattori”,  iceberg della “setta degli accoltellatori:  un mondo che arrivava e sarebbe andato lontano  drappeggiando come anticlericalismo l’ odio contro la borghesia e la ricerca di profitto personale a soddisfazione di istinti inferiori.
  Giovanni  Pascoli rimase schiacciato dall’assassinio del padre, che quasi portò Oltretomba sua moglie e molti dei dieci figli.  Una tragedia. Sopravvissero lui, Ida, Maria (Mariù) e Raffaele (Falino),  che ebbe vita disordinata.  Nel collegio dei padri Scolopi a Savignano sul Rubicone  e all’Università di Bologna, ove studiò lettere grazie alla meritata borsa di studio Giovanni bevve calici amari. Come ad Andrea Costa, internazionalista ma  dal 1882 primo deputato “rivoluzionario”,  fu folgorato dal socialismo, il “sol dell’avvenire”: insegna  dieci anni prima ideata da Giuseppe Garibaldi. Socialismo per Pascoli significava libero pensiero, progresso civile, soccorso ai  bisognosi e “dimenticati”, come egli si sentì’ per tutta la vita. Allievo a Bologna di Giosue Carducci, che in pochi anni  ridestò  l’Università e ne fece faro della Terza Italia, con altri giovani Pascoli cercò di spiegare le radici dell’attentato al re compiuto dal cuoco Giovanni Passannante con un innocuo coltellino. Arrestato, detenuto  tre mesi e processato, Zvani fu assolto. Riprese gli studi e divenne…Pascoli. Dalle cattedre liceali di Matera, Massa e Livorno passò alle universitarie e nel 1905 ereditò a Bologna quella di Carducci, alla cui morte prese sulle spalle la “canzone dell’Italia”, altrimenti  monopolio di Gabriele d’Annunzio. Lavorò ai Poemi del Risorgimento, un’opera dimenticata  nel 150° dell’unificazione italiana, forse perché  prova  che il socialismo umanitario otto-novecentesco non è  antinazionale ma capace di patriottismo, come già avevano insegnato Garibaldi e  Carducci. Pascoli non ebbe nessuna tessera se non  quella di Poeta, cioè la tessera dell’Universo, contemplato  a Livorno, a Castelvecchio di Barga, nel breve ritorno a San Mauro, nella sua “Romagna solatia”. Anziché subire la tessera di partiti-chiese (cioè vincolanti), Pascoli  cinse i fianchi con il grembiale di massone, nella loggia “Rizzoli” di Bologna. Venne iniziato con procedura  speciale (settembre 1882, un anno prima dell’ingresso di Andrea Costa nella “Rienzi di Roma) perché in partenza pe Matera, da operaio della parola. Libero pensatore portò sempre con sé quel breve passaggio tra le colonne: da un luogo qualsiasi all’Universo, un “pavimento” bianco e nero e la volta stellata. Come ricorda Adele Cencetti  in  Giovanni Pascoli: una biografia critica (Le Lettere), tante volte  Zvanì lasciò trapelare  la conoscenza del cifrario massonico. Lo dicono i versi sull’incontro tra Garibaldi e Mazzini: “Tre colpi all’uscio. Era un fratello. Avanti…”.
Carducci scrisse che le “sette” erano state necessarie all’unificazione. Pascoli andò oltre. Celebrò Carlo Alberto di Savoia  come“re dei Carbonari”. Cercò documenti. Colse bene la dimensione europea del liberalismo. E capì che esso doveva fondersi con il socialismo umanitario. Lo disse nel discorso sulla guerra per la sovranità dell’Italia su Libia e Cirenaica: “La grande proletaria si è mossa…”. Era il 1911, l’anno in cui scrisse  in latino l’ Inno a  Roma.
Pascoli  solo “fanciullino”? In quale senso? Le sue grandiose visioni della storia, l’identificazione di Napoleone con Pan, la Natura, la Vita vanno molto oltre la piccola Belle Epoque che mescolò  egoismi con esordio della finanza internazionale, la prima crisi borsistica con ricadute sulla produzione industriale, conflitti sociali esasperati, lo sciopero generale del 1904, la rivoluzione russa del 1905…. Esse additano mete, grondanti di sangue e di duri sacrifici, come era stata la sua vita. Malgrado lo sforzo linguistico  talora affatichi l’efficacia poetica dei suoi componimenti “storici” (è il caso dei Poemi italini e canzoni di Re Enzio) Pascoli rimane voce vivida. Perciò è davvero  singolare che, appena insediato al ministero dei Beni Culturali, Ornaghi, già rettore dell’università Cattolica, si sia affrettato ad azzerare il progettato Comitato nazionale per il centenario  della morte di Pascoli, un omaggio che poteva essere a costo zero per un gigante che non ebbe il Nobel ma vinse  tredici medaglie d’oro ai concorsi di poesia in latino banditi dall’Accademia di Amsterdam. Ne vendette alcune  per acquistare la casetta nel verde di Castelvecchio per sé e la sorella Mariù, due passi dalla cappella ove i due infelici riposano: cattolicissima lei,  libero pensatore lui, passato all’Oriente Eterno senza bisogno di speciale viatico. L’aveva avuto dalla vita.
Malgrado l’oblio del ministero (che poi vuol dire del governo, dello Stato!), non tutti dimenticano il grande poeta della memoria individuale e collettiva , dei popoli e dell’umanità. Chissà se vorrà ricordarsene il Vecchio Piemonte  che gli ispirò  Ciapin, commossa evocazione del maggiore monregalese  Giuseppe Galliano, eroe di Macallè, morto ad Adua come i generali Giuseppe Arimondi, di Savigliano, e Giuseppe Ellena, saluzzese?  (*)
Aldo A. Mola 
(*) Ieri Giovanni Pascoli è stato evocato nella sua nativa San Mauro in un convegno promosso dalll Gran Loggia d’Italia con relazioni dell’ex sindaco Gianfranco Miro Gori, Antonio Faeti, Umberto Sereni,  Sergio Ciannella e Aldo A. Mola (Pascoli oratore e massone: costituzione e destino della Terza Italia). Conclusioni di Luigi Pruneti.
DATA: 25.10.2012
  
L’ITALIA PRENDA ESEMPIO: IN SERBIA TUMULATE LE SALME DEI REALI SEPOLTI ALL’ESTERO

La solenne cerimonia in Serbia
La Serbia ha dato una dimostrazione di evoluzione e di pacificazione nazionale accogliendo ufficialmente e con tutti gli onori le salme del Principe Paolo Karadjordjevic, reggente del Regno di Jugoslavia dal 1934 al 1941, della moglie Principessa Olga e del figlio Principe Nicola.
Lo scorso 6 ottobre a Belgrado le salme Reali, che finora riposavano nel cimitero di Bois-de-Vaux a Losanna, sono state accolte dalla Famiglia reale di Serbia, guidata da S.A.R. il Principe Alessandro, dal Presidente serbo Tomislav Nikolic, da molti parlamentari, da rappresentanti della Chiesa Ortodossa Serba e da autorità civili e militari. Al solenne evento vi è stata un’imponente partecipazione popolare. I Principi sono stati tumulati a Oplenac, nella Serbia centrale vicino alla città di Topola ,nella Chiesa di San Giorgio che è il mausoleo della Famiglia Reale Serba. Le bare che trasportavano i resti dei Principi erano coperte dalla Bandiera Reale e scortati da militari dell’esercito serbo in alta uniforme.
Al termine del solenne rito funebre, prima della tumulazione, si sono tenuti dei discorsi commemorativi. Il Presidente Serbo che ha sottolineato che la Serbia, con questa tumulazione, si è sollevata di un gran peso. S.A.R. la Principessa Elisabetta, figlia del Principe Paolo e della Principessa Olga, ha ringraziato Nikolic per aver risolto la grave ingiustizia dell’esilio delle salme.
Il Capo della famiglia Reale Serba, S.A.R. il Principe Alessandro, ha detto: “Questo è un momento storico sia per la nostra famiglia che per la nostra nazione. Il mio defunto padre, il Re Pietro II, che  purtroppo ancora riposa all'estero, parlava sempre con gentilezza e affetto del Principe Paolo e della Principessa Olga. Ho cari ricordi d’infanzia legati agli incontri avuti con loro. Oggi, con questo solenne e triste evento, dobbiamo tutti stringerci in preghiera, ai piedi della bara di questo grande statista e patriota, per l'unità e la prosperità della nostra Serbia”.
DATA: 19.10.2012
 
LA BANDIERA DEL REGNO SULLA CIMA DEL KILIMANGIARO

La bandiera del Regno aulla Cima del Kilimangiaro
La gloriosa Bandiera del Regno d’Italia ha raggiunto una nuova ambitissima vetta: quella del Kilimangiaro che, con i suoi 5895 metri di altezza, è la montagna più alta del continente africano.
Il merito di aver portato il vessillo sabaudo in Tanzania è di Manfredi Landi di Chiavenna, che si è recato in compagnia dell’amica Ana Relic lo scorso 10 agosto sulla cima del famoso monte.
Manfredi è figlio dell’On. Giampaolo Landi di Chiavenna, già deputato per due Legislature e già
Segretario regionale lombardo della Gioventù Monarchica del PDIUM, da sempre amico dell’U.M.I. Un ringraziamento alla Marchesa Margherita Landi di Chiavenna, che ci ha inviato la foto che ritrae il figlio e complimenti ai giovani per l’alto valore simbolico dell’impresa!
DATA: 18.10.2012
  
IN LIBRERIA: UN PRINCIPE NELLA BUFERA
IL DIARIO DI FRANCESCO di CAMPELLO

Un Principe nella Bufera - Le lettereUfficiale di ordinanza di Umberto di Savoia dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944, il conte Francesco di Campello, amico d’infanzia del Principe, gli fu sempre vicino raccogliendone le confidenze e sollecitandolo a recitare una parte attiva. Il diario è un documento eccezionale su Umberto, uomo e principe, ma anche una testimonianza suggestiva su tutto un mondo, monarchico e conservatore, cresciuto nel culto degli ideali risorgimentali e della tradizione liberal-nazionale.
Le pagine dedicate all’8 settembre e ai giorni successivi costituiscono una fonte attendibile, la più puntuale e minuziosa, ricca di particolari inediti, forse quella definitiva, sugli avvenimenti che portarono al trasferimento del Re e del governo nel Sud. Esse, al tempo stesso, offrono una drammatica e colorita rappresentazione del clima caotico, della confusione, del senso di smarrimento, delle paure che regnavano in quelle ore, a tutti i livelli, nelle alte sfere governative, nelle gerarchie militari, negli ambienti della Corte. Esse, mettono in luce, fra l’altro, l’emarginazione di Umberto da ogni scelta decisionale e ne sottolineano il dramma interiore di fronte alla partenza precipitosa da Roma decisa da Badoglio. Campello rivela in proposito come fosse stato persino predisposto un piano per il rientro in aereo di Umberto a Roma, che non fu possibile portare a termine per l’opposizione dei Sovrani e di Badoglio.
Illuminanti sono anche le pagine che rivelano i giochi politici durante il Regno del Sud e svelano le trame per cercare di imporre al Re la reggenza: un progetto, questo, poi superato con la Luogotenenza. Non meno suggestive le annotazioni, fitte di giudizi in qualche caso impietosi, sui comandanti e sulle autorità alleati oltre che su uomini politici italiani di tutti gli schieramenti.

Francesco di Campello (1905-1983) appartenente a una illustre famiglia legata alla Casa Reale seguì la carriera militare, dapprima, in Cavalleria e, poi, nella Regia Aeronautica. Al fianco di Umberto nel periodo del Regno del Sud, rifiutò di prestare giuramento alla repubblica nel 1946, si occupò della Federazione Pugilistica Italiana e fu presidente del Circolo della Caccia, una delle istituzioni più antiche e simboliche della Capitale.

Francesco di Campello
Un Principe nella bufera
Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944
Prefazione di Francesco Perfetti
Editrice "Le Lettere" - Il filo della memoria
ISBN 9788860875624
Anno 2012 Pagg. 128 € 15,00
DATA: 16.10.2012
 
CAMBOGIA: IL RE SIHANOUK MORTO A PECHINO

SihanoukPhnom Penh, 15 ott. (Adnkronos/Dpa) - Il penultimo Re della Cambogia, Norodom Sihanouk, è morto a Pechino per cause naturali all'età di 89 anni. Il figlio Norodom Sihamoni, attuale Sovrano della Cambogia, si recherà in Cina per accompagnare il rimpatrio della salma, ha reso noto il ministro degli interni Khieu Kanharith. I funerali si svolgeranno in Cambogia. Da anni a Pechino per cure mediche, Sihanouk è stato una figura centrale nella storia del suo Paese per più di 60 anni. Esponente della Famiglia Reale, fu incoronato Re nel 1941 alla morte del nonno, durante il dominio coloniale francese. Dopo la guerra fu fra i promotori dell'indipendenza, che giunse nel 1953. Il suo Regno fu rovesciato nel 1970 dal colpo di Stato di Lon Nol, sostenuto dagli americani. Il Sovrano si appoggiò alle forze della resistenza, la principale delle quali furono i Khmer Rossi, che poi presero il potere nel 1975. Siahnouk ritornò allora a Phnom Penh ma rimase prigioniero nel suo palazzo mentre i Khmer Rossi avviavano un delirante e sanguinario regime filomaoista che porterò alla morte di 1,7 milioni di cambogiani, fra cui diversi membri della Famiglia Reale, deceduti per gli stenti nei campi di lavoro o uccisi nelle carceri. Dopo l'invasione vietnamita del 1979, che mise fine al regime, Sihanouk chiese il ritiro delle truppe straniere e fu una delle figure centrali dell'accordo di pace di Parigi del 1991 che portò alle elezioni due anni dopo. Dopo il voto, Sihanouk tornò sul trono, ma abdicò nel 2004 a causa delle sue condizioni di salute. Da allora ha trascorso lunghi periodi di cure a Pechino. Secondo il vice primo ministro Nhek Bun Chhay, segretario generale del partito monarchico Funcipec, l'ex Sovrano è deceduto per un attacco di cuore. La sua scomparsa giunge proprio in occasione dell'annuale ricorrenza cambogiana in cui le famiglie ricordano i loro morti.
DATA: 15.10.2012
 
VECCHIO PIEMONTE TRA  COSTITUZIONE DI CADICE E DI SICILIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14.10.12
 
Allegoria della Costituzione di Cadice   La Spagna festeggia duecento anni dalla costituzione deliberata a Cadice nel 1812.   Fernando VII di Borbone era stato spodestato dai marescialli di Napoleone, che impose re suo fratello maggiore, Giuseppe. Murat aveva schiacciato la ribellione dei madrileni, passati per le armi come fotografò Francisco Goya nel celebre “Dos de mayo”. Contro il dominio straniero e i suoi alleati (gli “afrancesados”), gli spagnoli insorsero: una guerriglia eroica, feroce, condotta con l’aiuto peloso degli inglesi ai quali interessava la sconfitta di Napoleone, non la libertà della Spagna. Radunati a Cadice, in Andalusia, i deputati (Cortes) discussero e approvarono la Carta che proclamò la sovranità della nazione e istituì un Parlamento monocamerale e invocò l’unione morale tra istituzioni e cittadini, chiamati a essere probi e virtuosi.   Quando già molti pensavano che l’Europa finisca con i Pirenei, la Spagna balzò al centro della vita politica, nel segno delle libertà. Ma con la restaurazione del 1814 Fernando VII sospese la Costituzione.  Cessò di essere il re “Desiderato” e retrocesse a  tiranno, mentre le colonie americane spezzavano le catene e dalla Terra del Fuoco al Messico si battevano  per l’indipendenza guidate da Iturbide, Bolivar, Miranda, San Martin, iniziati in logge lautarine. Nel gennaio 1820 un pronunciamento di militari impose il ripristino della Costituzione di Cadice, L’esempio dilagò, Ne venne positivamente contagiata l’Italia, dove la Restaurazione da cinque anni soffocava  ogni aspirazione di libertà con arresti, torture, carcere duro, supplizi. A differenza della Spagna, nel ventennio franco-napoleonico l’Italia aveva conosciuto una ventina di regimi costituzionali, che avevano lasciato il segno. Ferdinando IV di Borbone su pressione dell’inglese William Bentick nel 1812 promulgò una costituzione che mise su carta il modello inglese, calzante per la Sicilia: parlamento bicamerale (una camera dei comuni e una dei Pari, come i lord  britannici) ma religione esclusivamente cattolica. Dunque non mancavano modelli “locali”. Nel luglio 1820 carbonari (centinaia di migliaia) e  massoni (pochi ma decisi) scatenarono un moto che impose la costituzione di Cadice, giurata da Ferdinando e da suo figlio, Francesco duca di Calabria. La Santa Alleanza rispose con una spedizione per ripristinare l’assolutismo, d’accordo con il re spergiuro. Proprio quando  gli Austriaci, braccio armato della reazione in Europa, stavano irrompendo nel Mezzogiorno, anche a Torino  i liberali si mossero e chiesero la  Costituzione di Cadice. Vittorio Emanuele I di Savoia preferì abdicare. Passò la corona al fratello, Carlo Felice, temporaneamente assente e nominò Reggente il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia, parente  di  tredicesimo ma   successore designato in assenza di eredi maschi. Carlo Alberto  concesse la costituzione, ma con due riserve: successione solo mascolina (legge salica) secondo le leggi della Casa (in vigore tuttora) e  la libertà di  professare i culti ammessi: valdesi (e protestanti) ed ebrei sia pure con tanti vincoli. Santorre di Santa Rosa, ministro della Guerra, avrebbe preferito la costituzione siciliana del 1812,  più equilibrata; ma  la  spagnola sembrò più “democratica” e calzante. Bisognava agire anziché discutere. Sennonché Carlo Felice sconfessò Carlo Alberto e gli austriaci marciarono per reprimere. Per non farsi invadere il regno a tempo indeterminato da un “alleato” ingombrante, anche molti liberali accettarono il ritorno alla monarchia amministrativa, senza costituzione. I compromessi nei moti furono processati. Una settantina vennero condannati a morte, ma solo un paio di militari vennero suppliziati.  Militari,  ecclesiastici, professori e liberi professionisti furono i più colpiti.  I più scamparono in esilio. Fu il caso del saluzzese monsignor Bernardo Marentini, massone, presidente della Giunta di governo del marzo 1821,  che riparò  a Lione. Altri andarono in Spagna e Portogallo per combattere nelle file liberali. Santa Rosa, esule e incarcerato tra Svizzera e Gran Bretagna (ove già era esule Ugo Foscolo), nel 1825andò volontario come lord Byron a difendere i greci in lotta per l’indipendenza contro i turchi e morì a Sfacteria.
Quasi trent’anni dopo, il 4 marzo 1848,  Carlo Alberto promulgò lo Statuto. Più sintetico e limpido della costituzione di Cadice e di quella siciliana del 1812, esso fu incardinato sull’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi. Con un parlamento bicamerale, il regno di Sardegna si candidò a guidare la lotta per l’Italia indipendente, unita, libera. L’esperienza del 1820-21 non era rimasta sterile. Perciò è giusto ricordare anche in Italia il bicentenario della costituzione di Spagna e gli italiani caduti nella campagna di Russia duecento anni orsono, quando, nella tremenda ritirata essi si batterono da leoni (come poi scrisse Giacomo Leopardi, scoprirono di avere una propria patria e di aver bisogno di un re “nazionale” (*).
Aldo A. Mola 
(*) Si conclude oggi a Gibilterra  il XIII Simposio del Centro di studi sulla  massoneria spagnola fondato dal prof. José Antonio Ferrer Benimeli (Un. di Saragozza) e presieduto da José Miguel Delgado Idarreta (Un. della Rioja). Tra i membri del Comitato scientifico Andrew Prescott (King’s College), André Combes e Aldo A. Mola. 
DATA: 13.10.2012
 
LA PRINCIPESSA MARIA JOSE' TRA BELGIO E ITALIA

Regina Maria JoséLa Consulta dei Senatori del Regno, tramite il Presidente Aldo A. Mola, ci ha segnalato l'importante iniziativa culturale, inaugurata in Belgio lo scorso 4 ottobre al Musée du Cinquantenaire (Parc du Cinquantenaire 10, B.1000. Bruxelles): La Princesse Marie José entre Belgique et Italie.
   La Mostra è posta sotto l’egida di S.M. la Regina Paola del Belgio e il Patronato della Fondazione Nazionale Principessa Maria José. Sono esposti abiti, gioielli e documenti relativi alla terza Regina d'Italia.
   Essa è realizzata dalla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, presieduta dal S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, che la Consulta dei Senatori del Regno è onorata di contare tra i propri Componenti.
Per informazioni visitate il sito ufficiale: www.kmkg-mrah.be
DATA: 11.10.2012
  
NOVECENTO DRAMMATICO NEL GRANDE FLUSSO DELLA STORIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 30/09/12

Maria Gabriella di Savoia   Maria Gabriella di Savoia “testimone del tempo” all’Acqui 2012. Un tuffo nostalgico? No. E’ un riconoscimento che fonde storia e metastoria in simboli, come i nodi sabaudi che intrecciano il presente al passato remoto, l’Italia all’Europa. La Principessa ha vissuto la drammaticità del Novecento. Nel settembre 1943, quando aveva tre anni, sua madre Maria José di Piemonte la trasferì di gran corsa dalla Valle d’Aosta in Svizzera con il fratellino e due sorelle, la minore di pochi mesi, sotto l’incubo della cattura ricattatoria de parte di Hitler, mentre Umberto di Savoia assicurava dal Sud la continuità dello Stato. La tragica sorte di Mafalda di Savoia, figlia del Re d’Italia e moglie di Filippo d’Assia, dice quali fossero i rischi: rientrata a Roma dal funerale del cognato, Boris di Bulgaria, fu catturata da Kappler e trasferita in campo di internamento in Germania, ove morì, senza nome sulla tomba. Tre anni dopo, all’indomani del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, Maria Gabriella viaggiò nottetempo dal Quirinale per Napoli e l’esilio in Portogallo. Testimone della storia, dunque; e anche sua custode, con la Fondazione Umberto II e Maria José, fulcro di studi su mille anni di storia.
   L’edizione 2012 dell’Acqui ricorda che le vicende individuali sono segmento di percorsi imprevedibili, tronchi galleggianti nel grande “flusso della storia” come scrisse il maggior romanziere del Novecento, Riccardo Bacchelli. Lo documenta l’opera di Giovanni Tassani su Giacomo Paulucci di Calboli Barone (Le Lettere), per quasi mezzo secolo al servizio della Grande Italia. Massone (all’epoca era valore aggiunto), asceso ai vertici della diplomazia quando Mussolini ne fu apprendista, presidente dell’Istituto Luce, che forgiò l’immagine dell’Italia, nel 1945-46 anch’egli venne iniquamente “epurato” da chi nell’avvento di Mussolini aveva responsabilità di gran lunga maggiori delle sue. Non una semplice biografia, dunque, ma un profilo dello Stato e della sua dirigenza nel secolo di grandi guerre, rivoluzioni, totalitarismi, settarismi. Un mondo che si riflette nell’altra opera premiata dall’Acqui 2012: Vita e pensieri (al plurale!) di Antonio Gramsci (Einaudi), perlustrazione delle lotte tra ortodossi ed eretici della Terza Internazionale moscovita, con riflessi sul maggior partito comunista dell’Europa Occidentale, dapprima per potenzialità sovversiva poi per numero di voti ottenuti allargando le maglie della rete. Giuseppe Vacca, a lungo presidente dell’Istituto Gramsci  e storico del PCI, vi documenta l’uso che dell’opera di Gramsci fece Togliatti (anche per ammaliare ex azionisti e crociani di sinistra e fare  “cassa elettorale”).
  In Sangue romagnolo. I compagni del Duce (Minerva) Giancarlo Mazzuca ricorda che l’Emilia-Romagna è seconda solo al Piemonte per le personalità espresse nell’Otto-Novecento (da Giuseppe Verdi ai dioscuri della rivoluzione: Mussolini e Pietro Nenni), ma, appunto, è terra sanguigna, come narra Dario Fertilio in La notte dei fratelli Cervi (Marsilio). Infine, nel romanzo  L’albero del mondo (Fazi) Mauro Mazza, dal 2009 direttore di Rai 1, trasale alla metastoria investigando la personalità enigmatica di due protagonisti del Novecento, Giaime Pintor ed Ettore Maiorana: il primo caduto mentre tentava di passare il fronte dell’Italia divisa in due, il secondo misteriosamente scomparso.   
  L’aveva già detto Benedetto Croce: la storia (forse) non è scienza ma penetrazione psicologica, intreccio di discipline, opera d’arte. L’Acqui distingue però nettamente la ricerca scientifica, molto spesso sofferta, e la divulgazione meritoria (cioè veridica) da ideologie, polemiche e  banale  cronaca. E’ quanto fa riconoscendo Testimoni del Tempo personalità diverse ma consonanti: Bruno Vespa, Carlo Verdone e Paola Pitagora e premia Mario Cervi con la Medaglia del presidente della Repubblica: un omaggio al giornalismo di classe e all’impegno profuso da Cervi per riscattare l’Italia dalla sconfitta e rianimarvi i principi  cardinali della dignità e della libertà. 
  Neppure quest’anno sono state presentate opere innovative sull’unificazione italiana: un terreno appena sfiorato dal 150° del Regno e ancor tutto da dissodare, come documenta il bel libro di Juri Bossuto e Luca Costanzo, Le catene dei Savoia (Piemonte in Bancarella), confutazione della la strage di militari borbonici prigionieri da parte della Nuova Italia: una leggenda che ha alimentato tante dispute, un po’ come  quella sui fatti di Cefalonia, dramma al quale  Gianfranco Janni ha dedicato un’opera (ed Solfanelli) che meriterà ampio dibattito (*).
Aldo A. Mola
(*) La premiazione, orchestrata da Carlo Sburlati, Assessore alla Cultura, e condotta da Elisa Isoardi e Franco Di Mare, ha luogo alle 18 del 20 ottobre al Teatro Ariston di Acqui Terme.
DATA: 11.10.2012
 
ISACCO ARTOM E I RISORGIMENTI D’ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 23/09/12

Isacco ArtomL’Italia è “a tocchi” disse Vittorio Emanuele III a Mussolini quando gli impose le dimissioni il 25 luglio 1943. Anche oggi par cadere in frantumi e sfarinarsi in polverina. Perciò va ricordato chi la volle una e libera e ne curò la gracilità infantile.  Dalle origini la Nuova Italia ha superato difficoltà enormi, grazie a una dirigenza seria, capace di sacrifici, inclusa la vita. Quel passato fa pegno. Esige rispetto da chi oggi occupa cariche  pubbliche di qualsiasi livello. Farne memoria non è retorica. E’ dovere civile. Quando il 14 marzo 1861 Vittorio Emanuele  II assunse il titolo di Re per voto del Parlamento, lo Stato non aveva alcun riconoscimento estero. Nessuna potenza straniera ne aveva davvero voluto la nascita. Meno di tutti Napoleone III. Nata dalla tenacia di tre generazioni di patrioti, l’Italia avanzò a piccoli passi. Il 27 marzo 1861 il Regno di Gran Bretagna e Irlanda accolse Emanuele Tapparelli d’Azeglio come ambasciatore del Re d’Italia. Venne presto imitato da Svizzera, Grecia e Stati Uniti d’America. La Francia si decise solo il 25 giugno, spaventata dalla morte di Camillo Cavour, nel timore che il Regno neonato venisse azzannato alla gola da repubblicani e rivoluzionari (Napoleone III non aveva dimenticato le bombe di Felice Orsini). Si aggiunsero il Portogallo, anglodipendente, l’impero turco e il Regno di Olanda. Poi la storia segnò il passo. Per l’impero d’Austria l’Italia non esisteva. Lo stesso valeva per Prussia, Russia (antica protettrice dei Borbone di Napoli), che la riconobbero nel luglio 1862, proprio mentre Garibaldi organizzava la sventurata spedizione “Roma o Morte”, che rischiò l’isolamento di Vittorio Emanuele II, accettato solo se garante della pace e dell’ordine. La Spagna (Isabella II era della stessa Casa di Francesco II, lo spodestato Re delle Due Sicilie), i Regni di Sassonia, Baviera e altri attesero tre anni. Mentre cementava il Paese con sforzo titanico oggi dimenticato la dirigenza politica  (Ricasoli, toscano; Minghetti, bolognese;  La Marmora e Quintino Sella, piemontesi; Visconti Venosta, lombardo; De Sanctis e un lungo stuolo di meridionali) seguirono il pensiero di Giuseppe Garibaldi: erigere i muri della casa prima di discuterne i  colori. L’Italia innanzi tutto.  Quella dirigenza alzò antenne e allungò tentacoli per attrarre consensi e amicizie in Europa e nelle Americhe.
  Cavour aveva lasciato in eredità un manipolo di collaboratori di classe, tra i quali meritano memoria speciale Costantino Nigra e Isacco Artom.  Nigra fu una personalità di prima grandezza. Artom (Asti 1829-Roma 1900) non fu da meno. Volontario nel battaglione universitario toscano durante la prima guerra d’indipendenza (1848), intimo di Nigra e amico di Giacomo Dina, giornalista brillante, volontario al ministero degli Esteri dal novembre 1855 tre anni dopo venne scelto da Cavour quale segretario particolare e ne conquistò la piena confidenza. Con David Levi, di Chieri, Artom incarnò il Risorgimento italiano come fascio di Risorgimenti: quello ebraico, il valdese, il liberale classico e, perché no?, il cattolico, che andò oltre gli steccati del curialismo e l’arroccamento a difesa  dei privilegi del clero (tribunali separati, proprietà immobiliari inerti, sovrapposizione della religione allo Stato…). A lungo in missione a Parigi per tutelare una posizione “diplomaticamente assai buona, finanziariamente pessima”, dopo l’annessione del Veneto (1866) Artom si prodigò per conservare la pace ed “evitare il fallimento e il rifiuto di pagare le imposte” da parte di cittadini che non avevano ancora chiaro a che cosa servisse lo Stato unitario. Nel maggio1867 l’Italia fu finalmente accolta nel “concerto europeo” , alla conferenza di Londra  che sancì la neutralità del Lussemburgo: embrione di una pace continentale tre anni dopo travolta dalla guerra franco-germanica che segnò il crollo di Napoleone III (l’imperatrice uscì dalla Reggia al braccio di Costantino Nigra) e l’ingresso dell’esercito italiano in Roma.  Lo aveva promesso Vittorio Emanuele  II proprio ad Artom dopo la tragedia dei garibaldini schiacciati a Mentana dai francesi (1867). Il Re, egli ricordò nel 1898,  lo ricevette con la camicia aperta sul petto villoso e stringendogli con forza la mano gli disse : “Non dubitate, fra breve saremo a Roma!”. “Morto Cavour - aggiunse l’ebreo Artom nominato Senatore del Regno nel 1876-,  Re Vittorio rimase la sola incarnazione dell’unità italiana. E’ giusto proclamarlo altamente. Egli non esitò mai a compiere arditamente la sua grande missione storica”. In mezzo secolo la Nuova Italia, fondata sull’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi qualunque religione professassero, compì progressi di cui all’estero era ritenuta incapace. Lo fece grazie a una moltitudine di persone straordinarie non abbastanza ricordate nel 150° dell’Unità, ripiegato su poche figure, non tutte davvero determinanti.
Aldo A. Mola
DATA: 17.09.2012
 
LA VISITA DEI PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA A RAVENNA

Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it
“Sono arrivati domenica a Ravenna i Principi Amedeo e Silvia di Savoia. La mattina, alle ore 11.30, la partecipazione ad una messa, officiata nella Cattedrale di Ravenna, in suffragio dell'anima del Re Umberto II e della Regina Maria Josè di Savoia, scomparsi rispettivamente nel 1983 e nel 2001. Nel pomeriggio, alle ore 16 il Duca e la Duchessa d'Aosta si sono recati al museo del Risorgimento, in via Baccarini 3 dove sono stati ufficialmente ricevuti dal Vicesindaco Giannantonio Mingozzi a nome dell'Amministrazione comunale.” “Alle 18 il Principe Amedeo e la Principessa Silvia di Savoia hanno assistito all'evento "Note Tricolori: concerto per l'Italia unita" presso la sala Arcangelo Corelli del teatro Alighieri di Ravenna.“


Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it


Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it

Amedeo e Silvia di Savoia a Ravenna - foto di Massimo Argnani dal sito ravennatoday.it


DATA: 24.09.2012

L’8 SETTEMBRE 1943 E VITTORIO EMANUELE III: FU VERA FUGA O DOVEROSO SERVIZIO ALLO STATO?

 
Corriere della sera 8 settembre 1943Leggo con ritardo, complice un breve periodo di ferie, l’articolo di Enrico Mannucci su Sette del Corriere della Sera, dal titolo “Prima del 9 settembre il re preparava la fuga”. La tesi, avvalorata dai ricordi di un giovane sergente, oggi novantenne, torna su un leit motiv un po’ stantio, secondo il quale, il trasferimento di Re Vittorio Emanuele III da Roma a Pescara, per raggiungere poi Brindisi, territorio libero dai tedeschi e senza presenza delle truppe alleate, sarebbe stata una fuga. La tesi non mi ha mai convinto. Anzi ritengo che la figura del Re, che certamente ha compiuto alcuni errori nel suo lungo Regno, ad esempio la firma delle leggi razziali alle quali notoriamente era contrario, costituisca una specie di alibi per fascisti ed antifascisti a giustificazione dei loro errori nel corso del ventennio, fin dalla sua vigilia. È proprio nella tensione sociale e nelle violenze che hanno preceduto per lunghi mesi la cosiddetta “marcia su Roma” che il Sovrano, il quale più volte aveva sostenuto che i suoi occhi e le sue orecchie di Capo di Stato costituzionale erano la Camera ed il Senato, aveva interpellato le forze politiche presenti in Parlamento alla ricerca di una soluzione che desse vita ad un governo, che oggi definiremmo di unità nazionale, per superare la crisi economica gravissima del dopoguerra e le conseguenti tensioni sociali sfociate in violenze in giro per l’Italia, soprattutto nel nord del Paese. Le cronache ed i libri di storia riferiscono che Vittorio Emanuele interpellò ripetutamente i massimi esponenti dei partiti, dai popolari di Luigi Sturzo, ai socialisti di Filippo Turati, passando per i liberali di Giovanni Giolitti, autorevole ancorché anziano. Tutti si fecero indietro. Nessuno ebbe il coraggio di affrontare la bufera. D’altra parte non si intravide un “Monti” ante litteram che, forte di una autorità scientifica, fosse legittimato ad adottare misure severe, necessarie per ristabilire l’ordine pubblico in una condizione di ripresa dell’economia dissestata dalla guerra. In queste condizioni di assenza totale della politica, il Grillo della situazione, forte di un consenso strisciante della borghesia che più di altre classi sociali aveva subito le conseguenze del conflitto, nel quale pure si era impegnata, non ci furono altre soluzioni che l’incarico a Benito Mussolini, una modesta presenza alla Camera, al quale sarebbe stata concessa la più ampia fiducia, come attestano le dichiarazioni di autorevoli esponentiVittorio Emanuele III dei partiti democratici, come Giovanni Gronchi. Di fatto i partiti, che poi si qualificheranno “antifascisti”, diedero via libera al Governo Mussolini e al regime autoritario, al punto da consentirgli di manomettere lo Statuto Albertino, fino a prevedere che la stessa successione al trono dovesse ricevere l’assenso del Gran Consiglio. Una lesione delle prerogative della Corona che Mussolini poté compiere quando fu evidente che il consenso nei confronti del regime, che di meriti in campo sociale comunque ne aveva conquistati, anche per aver aperto a masse di diseredati le pianure laziali e libiche, gli consentiva di sfidare l’autorità del Re. Il quale congedò il Cavaliere (una qualifica ricorrente nella storia d’Italia!) messo in minoranza proprio dal quel Gran Consiglio con il quale riteneva di governare il sistema costituzionale, sfiduciato nella direzione delle operazioni militari, con conseguente restituzione al Sovrano del Comando supremo delle Forze Armate. Eppure Vittorio Emanuele è stato, a mio giudizio un po’ incautamente, accusato di aver addirittura compiuto un colpo di stato nell’accettare le dimissioni del Duce, in assenza di un voto parlamentare. È la tesi, ad esempio, di un giurista di sinistra come Paolo Barile. Eppure quella decisione del Re, che fece gioire tutti gli antifascisti, fu assunta da Vittorio Emanuele nella assoluta autonomia del suo ruolo statutario.
E qui si innesca la polemica sull’8 settembre, sull’esercito lasciato senza ordini in balia dei tedeschi. Ed io mi sono sempre chiesto quali ordini dovessero avere le supreme autorità militari dopo il comunicato del Maresciallo Badoglio che non faceva in nessun modo intendere che dovessero andare “tutti a casa”, come titola un noto film. Forse che un comandate di armata, responsabile di decine di migliaia di uomini ha bisogno di ordini per garantire il controllo del territorio in nome del Governo del Re? Il fatto è che l’8 settembre ha dimostrato l’assoluta inadeguatezza di buona parte della dirigenza militare, quella che sul Carso mandava allo sbaraglio migliaia di soldati, ammassati contro i reticolati e falciati inevitabilmente dalla mitraglia. Quella classe militare che credeva di combattere ancora una guerra stile ‘800, con assalto alla baionetta, quella classe militare che non aveva fatto presente in modo ultimativo al Re ed al Duce l’assoluta inadeguatezza delle nostre Forze Armate, quanto ad armamento (i fucili 91, cioè modello 1891) ed addestramento in una guerra nella quale andavamo a confrontarci con paesi, come la Francia ed il Regno Unito, dotati di soldati addestrati nelle guerre coloniali permanenti. Così un’Italia che, dopo l'eccidio di Dogali e la disfatta di Adua, raro esempio di insipienza dei comandi, si scontrava con gli inglesi che a Khartum avevano subito una durissima sconfitta che non li aveva assolutamente piegati ma anzi determinati a riscattare l’onore delle armi. In queste condizioni, assenti altre autorità dello Stato, senza Governo e senza Parlamento l’unica autorità istituzionale, con specifico compito di guida delle Forze Armate, era il Re. Si sarebbe dovuto far catturare dai tedeschi? Con quali effetti positivi sull’andamento della guerra e sulla gestione dell’armistizio? Nessuno, assolutamente nessuno. Anzi, con la conseguenza di lasciare il Paese, già prostrato dai lutti e dalle distruzioni, assolutamente allo sbando, senza nessuno che potesse, anche nei confronti dei nuovi alleati parlare in nome dell’Italia, in una situazione politica particolarmente difficile, per la diffidenza nutrita nei nostri confronti soprattutto degli americani. La partenza da Roma per Pescara e poi per Brindisi non è, dunque, per un Re che aveva vissuto in prima linea la guerra 1915 – 1918, un gesto di paura. È facile, dunque, immaginare l’angoscia di questo Sovrano, che era salito sul trono all’indomani dell’assassinio del padre, impegnandosi a favorire la pace sociale e lo sviluppo economico che avrebbe caratterizzato il primo decennio del ‘900 sotto la guida sapiente di Antonio Giolitti, vedere la conclusione del suo Regno nelle tristi giornate della sconfitta, militare e politica, dl Paese che tanto ha dimostrato di aver amato, mentre una delle sue figliole, Mafalda, soffriva umiliazioni e angherie in un campo di concentramento tedesco dove si prestava generosamente ad alleviare quelle degli altri. No, Vittorio Emanuele III, che la storia riterrà certamente colpevole di aver firmato le infami leggi razziali, non deve vergognarsi per essersi trasferito a Brindisi, perché quello era il suo dovere di Capo di uno Stato allo sbando, soprattutto nella componente militare, quella di cui dopo il 25 luglio aveva riassunto la guida. Infatti, è stato più volte ricordato, che quell’8 settembre, mentre i comandanti militari dismettevano l’uniforme per darsi alla fuga (i più coraggiosi e fedeli al giuramento al Re per continuare a combattere i tedeschi alla macchia), gli impiegati civili puntualmente si presentavano all’ingresso degli uffici, alle 8 di mattina. Il fatto è che il soldato italiano, che ha sempre dimostrato spirito di sacrificio, capace di atti di eroismo e di gesti di grande umanità, ha spesso avuto comandanti non all’altezza del compito, come hanno dimostrato anche le guerre del Risorgimenti, ove vinte per l’intervento dell’esercito francese ove dai volontari di Giuseppe Garibaldi, come a Bezzecca, a riscattare l’onore delle armi, perduto a Novara o a Lissa. La storia certamente riconoscerà l’obiettiva difficoltà di un Regno nel quale, accanto al Sovrano, è mancata una classe politica adeguata ai tempi e capace di osare nel nome delle libertà statutarie per affiancare il Capo dello Stato nella gestione di un Paese dagli antichi squilibri economici e sociali, fonte di grave malcontento, allora come oggi. Quanto alla testimonianza del "giovane sergente", enfatizzata da Mannucci, si tratta di fatti noti che hanno coinvolto alcuni vertici militari, quelli dei quali poc'anzi riconoscevo l'inadeguatezza e la scarsa dignità.
Salvatore Sfrecola
DATA: 17.09.2012
  
RAVENNA: DOMENICA 23 SETTEMBRE 2012 VISITA UFFICIALE DEI PRINCIPI AMEDEO E SILVIA DI SAVOIA

Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di SavoiaIn occasione della visita a Ravenna delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia, prevista per domenica 23 settembre, questa mattina si è tenuta una conferenza stampa nell’aula del Consiglio comunale della Residenza municipale durante la quale il vicesindaco di Ravenna, Giannantonio Mingozzi, ha ufficialmente presentato il programma della giornata. «Mi fa molto piacere che una delle tappe del Duca d’Aosta sia la visita al Museo del Risorgimento», ha dichiarato il vicesindaco. «Potremo mostrare i segni di quello che la Casa Reale fece a suo tempo: c’è anche una bandiera del 1850, dove c’è un simbolo legato all’impegno di Vittorio Emanuele II. Ad Amedeo d’Aosta va dato il merito di sostenere, anche con questi atti, le proprie idee». «Amedeo d’Aosta ha moltissimi incarichi dal punto di vista sociale. Una settimana dopo, nella stessa sede del Museo del Risorgimento, inaugureremo il restauro di tre quadri su Casa Savoia, Vittorio Emanuele II e Umberto I, per ricordare il loro impegno nella realizzazione dell’unità d’Italia. Riconosco in Amedeo d’Aosta l’unico Savoia degno di poter entrare nel Museo del Risorgimento».
Il programma della visita dei principi Amedeo e Silvia di Savoia Aosta prevede la mattina, alle ore 11.30, la partecipazione ad una messa, officiata nella Cattedrale di Ravenna, in suffragio dell’anima del Re Umberto II e della Regina Maria Josè di Savoia, scomparsi rispettivamente nel 1983 e nel 2001. Nel pomeriggio, alle ore 16 il Duca e la Duchessa d’Aosta si recheranno al Museo del Risorgimento, in via Baccarini 3.  Alle 18 il Principe Amedeo e la Principessa Silvia di Savoia assisteranno all’evento “Note Tricolori: concerto per l’Italia unita” presso la sala Arcangelo Corelli del Teatro Alighieri di Ravenna. «Parlando dell’evento che mi vedrà impegnato il 23 settembre, comincerei col presentare il cast: Gianluca Tassinari, primo oboe dell’Orchestra Cherubini, compagine di giovani musicisti tutti selezionati dal maestro Riccardo Muti; Roberta Montanari, artista versatile, corista nei tour di Cremonini, Lisa Hunt, Elisa, Enrico Brignano e nell’Orchestra Sinfonica di Sanremo; Federica Balucani, vincitrice del Tour Music Fest presieduto da Mogol, apparsa nei nostri teleschermi in collegamento con l’Angelus domenicale di Sua Santità Benedetto XVI», ha detto il pianista Marco Santià, che si esibirà domenica con i colleghi. «Il programma del concerto sarà un alternarsi d'emozioni, prodotte dalle voci o dagli strumenti. Sarà quindi il pubblico a decidere se cedere al ritmo seducente dell’ “Habanera” della Carmen, piuttosto che al timbro sopranile dell’oboe nei brani di Schumann o Saint – Saëns, oppure se scatenarsi allo sfrenato incedere di “Wuthering Heights” di Kate Bush». Concerto Ravenna
Il concerto è a favore del centro per la riabilitazione visiva dell’Associazione nazionale di El Salvador del Sovrano Militare Ordine di Malta (Ingresso euro 16.50, prevendita Teatro Alighieri  -www.teatroalighieri.org, tel. 0544/249244- , presso le filiali della Cassa di Risparmio di Ravenna e presso lo Iat di Ravenna oppure attraverso il circuito Vivaticket - www.vivaticket.it, tel. 899.666.805).
La sera, il Principe e la Principessa saranno  gli ospiti d’onore nel corso di una cena organizzata presso il  Circolo ravennate e dei forestieri. «Il circolo è nato un anno prima dell’unità d’Italia e in centocinquantuno anni non ha mai ospitato  un esponente della Casa Reale, pur essendo punto di riferimento non solo delle maggiori personalità ravennati ma anche di incontro di tutti coloro che venivano a Ravenna», ha affermato il presidente del sodalizio Beppe Rossi. «Ospiteremo nei locali importanti del circolo una cena risorgimentale, per ringraziare il Duca d’Aosta per la sua presenza».
Alla conferenza stampa, è intervenuto anche Simone Ortolani dell’associazione Byron, organizzatrice degli eventi legati alla presenza dei Principi a Ravenna.

DATA: 18.09.2012
 
LA SCOMPARSA DI ROBERTO BENVENUTI, STORICO COLLABORATORE DI FERT

Quando un amico scompare è sempre una tragedia, quando la scomparsa arriva improvvisamente e ad un’età non troppo avanzata al dolore si aggiunge lo sgomento. È appunto con sgomento che abbiamo appreso della prematura dipartita di Roberto Benvenuti, Coordinatore del Club Reale “Mafalda di Savoia” di Torrita di Siena. Roberto era un dirigente attivissimo della nostra Associazione, è stato il primo web master del nostro sito, che ha seguito sin dal 2000, ed ha avuto una primaria importanza per l’Agenzia di Stampa FERT di cui ha curato la stampa per molti anni. L’U.M.I. perde un valido collaboratore e un amico prezioso. Alla moglie Carla e ai figli giungano le più sentite condoglianze di Sergio Boschiero e di tutta l’Associazione. Riposi in pace.
DATA: 17.09.2012
  
ROMA, PRESENTATO IL LIBRO DI JUTI BOSSUTO SUL FORTE DI FENESTRELLE

Teodoro Monescalchi, Antonella Colonna e Ugo d'AtriIn occasione del 108° genetliaco del Re Umberto II, l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha organizzato una serata per ricordare il quarto Re d’Italia, nel corso della quale sono state presentate anche due recenti pubblicazioni. L’Evento si è tenuto presso il ristorante “Antica Biblioteca Valle”, nel cuore di Roma a due passi dal Senato. Il Presidente dell’Istituto Cap. Vascello Ugo d’Atri ha aperto la serata ricordando la figura del Re, soffermandosi sul suo amore per l’Italia e ripercorrendo le fasi salienti della sua vita: la severa educazione, la carriera militare, il Regno e il lungo periodo dell’esilio. Dopo il ricordo di Umberto II la giornalista Antonella Colonna Vilasi ha parlato del suo ultimo libro: “Un eroe italiano”, romanzo ispirato alla vita del monarchico genovese, Medaglia d’Oro al Valor Militare, Ammiraglio Marchese Luigi Durand de la Penne.
Juri Bossuto - Luca Costanzo: Le Catene dei SavoiaIl Dott. Teodoro Monescalchi, appassionato di storia e socio U.M.I., ha presentato in anteprima il libro di Juri Bossuto e Luca Costanzo “Le catene dei Savoia” di imminente uscita e di cui ci siamo più volte occupati. Monescalchi ha analizzato la leggenda del preteso “olocausto napoletano” che mai si verificò ma che predomina in una subdola diffusione sia su carta stampata che sul web. La prima parte del libro è una scientifica trattazione del sistema carcerario dal 1700 all’unità d’Italia, che mette in chiara evidenza il sistema detentivo, i crimini e le punizioni come venivano intese allora. Nella parte finale viene trattato nello specifico la questione del Forte di Fenestrelle, monumentale fortificazione sabauda indicata da una storiografia revisionista come un lager dei Savoia ai danni dello sconfitto esercito del Regno delle Due Sicilie. Gli autori sono andati alla ricerca dei documenti e hanno dimostrato che Fenestrelle non è stato un lager che vide la morte di migliaia di ragazzi napoletani, anzi, dai documenti sono risultati soltanto 40 i morti “borbonici”, perfettamente contestualizzabili con l’alto tasso di mortalità dell’epoca. Monescalchi ha concluso con una riflessione sull’origine di questo revisionismo anti italiano, identificandolo con una rinuncia all’amore patrio e ad una mancanza di orgoglio italiano impostoci politicamente anni addietro. L’intervento di Monescalchi ha offerto spunto al Comandante d’Atri per una riflessione sull’odierno fenomeno neo borbonico che tanto va di moda ma che basa la sua ottica di pensiero su un substrato culturale particolarmente arido e con un’evidente voglia di rivalsa nei confronti di similari movimenti anti italiani presenti al nord Italia.
La serata si è conclusa con un incontro conviviale. A rappresentare il Segretario nazionale U.M.I. Sergio Boschiero era presente l’Ispettore nazionale U.M.I. Davide Colombo.
Nella foto il tavolo degli oratori durante l'intervento di Teodoro Monescalchi.
DATA: 17.09.2012

NIENTE COLPI DI MANO SULLA SOVRANITA’ DEI CITTADINI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 16/09/12

Monti e Napolitano - foto da internetVarare una nuova legge elettorale politica senza riformare il Parlamento non serve affatto a ricucire Paese e ceto politico- parlamentare.  Sarebbe politicamente controproducente. Nel “Corriere della Sera” Michele Ainis propone la “soluzione disperata”: per costringere le Camere a deliberare, il governo Monti dovrebbe resuscitare per decreto la legge precedente. Peggio che disperata, la proposta di Ainis (declassata a  “provocazione istituzionale” dal “Corriere” stesso) fa a pugni con l’art. 72 della Costituzione, che impone la “procedura normale” per le leggi “in materia costituzionale ed elettorale”. Non solo. Anche in una democrazia smarrita nelle nebbie, quale è oggi l’Italia, i decreti legge vanno controfirmati dal presidente della repubblica, sul quale qualcuno propone dunque di addossare una responsabilità abnorme, ad appena sette mesi dalla fine del suo mandato. Caso mai fosse necessario, va ricordato che tutte le leggi elettorali d’Italia, dal 1848  in poi, sono sempre state decise dal Parlamento, attento alla maturità del Paese. Cent’anni orsono l’Italia di Vittorio Emanuele III e di Giovanni Giolitti conferì il diritto di voto ai maschi maggiorenni. L’elettorato balzò da 2.900.000 a 8.500.000 cittadini. Anche la riforma del 1923 (legge Acerbo), discussa e approvata dalla commissione presieduta da Giolitti, fu approvata dalla Camera eletta nel 1921. Quella del 1928 fu sottoposta al plebiscito del 1929. Una riforma elettorale per decreto legge sarebbe un colpo di mano o, per dirla tutta, un colpo di Stato, tanto più che il suo attore sarebbe un governo non nato dal voto.    Il Parlamento in carica dapprima è stato screditato da campagne di stampa contro la “casta”, poi è stato costretto a subire l’imposizione di voti di fiducia a getto continuo. Un consenso  estorto dura sino a quando cessa la paura o ne sorge una maggiore. La “soluzione disperata” di Ainis sarebbe vissuta quale ricatto, come ha bene colto l’on. Gianfranco Rotondi. Il punto politico è che un governo annunciato quale rimedio temporaneo per obiettivi circoscritti (massimo sei mesi, come la dittatura al tempo dei Romani) si protrae da nove e mostra di volersi trascinare per altri sei, senza che  venga risolto alcuno dei problemi nodali del sistema istituzionale italiano: non tanto le modalità delle votazioni (problema rilevante ma non vitale), né il numero dei parlamentari (se lavorassero al meglio andrebbe bene anche l’attuale), ma le funzioni delle Camere, la rispondenza tra la volontà espressa dagli  elettori e la formazione del governo, gli equilibri tra l’esecutivo e il capo dello Stato. Sono materie complesse, discusse in tempi tranquilli in Commissioni parlamentari dagli esiti inconcludenti. Col vento che oggi tira, mentre la politica interna e l’economica passano in secondo piano rispetto a quella estera e militare, l’ultima cosa da fare è scommettere su “soluzioni disperate”, potenzialmente esplosive. Forse certi  costituzionalisti dimenticano che per l’art. 1 della Carta “la sovranità spetta al popolo…”.  E se i cittadini decidessero di ricordarsene? In attesa che il voto di fine ottobre in Sicilia sblocchi lo stallo, l’importante è la certezza di tornare a votare, quanto meno alla scadenza naturale, nell’aprile 2013, sia pure con la legge vigente, che non è certo il meglio ma, dati storici alla mano, non è affatto mostruosa come invece viene dipinta. Basti ricordare che produsse prima il governo Prodi (2006) poi quello Berlusconi (2008): il cui tarlo non fu il bipolarismo ma la persistenza, all’interno delle rispettive maggioranze, di micropartiti, correnti e smodate e incontrollabili ambizioni individuali. Chiamati alle urne i cittadini decideranno. Nel frattempo si discuta semmai in tutte le sedi possibili, a cominciare dalle scuole, su quale legge oggi meglio convenga  all’Italia. Se poi i  cittadini vogliono altro, bisognerà pur  stare ad ascoltarli. O cento anni dopo il 1912 qualcuno mira ad aggirare la libertà di scelta dei cittadini? E’ quanto traspare anche dalle fumose  chiacchiere sul governo futuro  (“Monti-bis”, “agenda Monti” e loro varianti) prima ancora che le Camere vengano sciolte e che gli elettori siano chiamati a esercitare la sovranità, da troppi oggi spocchiosamente liquidata come “populismo”. Chi prenota il dopo-Monti con un Monti-bis o soluzioni analoghe forse involontariamente dice una cosa chiara: che questo governo ha esaurito la missione per cui venne varato dal Quirinale nel novembre 2011: doveva  essere non già  una “soluzione disperata” ma il rimedio estremo, amaro ma temporaneo come le medicine efficaci. L’eccesso di medicine, però, imposte a tempo indeterminato e a casaccio (come un decreto legge sulla riforma elettorale), portano diritti al collasso…
Aldo A. Mola
DATA: 17.09.2012

IL PRESUNTO LAGER DEI SAVOIA AL FORTE DI FENESTRELLE: UN LIBRO SVELA LA MENZOGNA

Juri Bossuto - Luca Costanzo: Le Catene dei SavoiaTra pochi giorni uscirà nelle librerie: “Le catene dei Savoia” editrice Il Punto, di Juri Bossuto e Luca Costanzo. Dopo un articolo pubblicato si Repubblica, in cui si sfatava il mito dei presunti morti borbonici nel Forte di Fenestrelle, gli Autori riaffrontano con ampiezza e professionalità il tema.
Torino, una mattina domenicale del 1814: Giulia di Barolo udiva le imprecazioni provenienti dalla carceri Senatoriali  e vi entrava per osservare le pietose condizioni di vita in cui scontavano le loro pene i carcerati. La vista delle donne e degli uomini custoditi nella prigione le cambierà la vita per sempre, consegnandola a “quell’oscuro mondo” per portarvi un po’ di luce.
Nello stesso anno in cui la Marchesa di Barolo prendeva coscienza del mondo carcerario, a Fenestrelle i piemontesi riprendevano invece il possesso del forte. Da quell’anno la più grande fortezza d’Europa diventava il luogo carcerario, un bagno penale, in cui rinchiudere forzati, discoli, prigionieri politici e giovani da correggere su invio parentale. Agli inizi degli anni ’50 dell’Ottocento, diventarono protagonisti tra quelle mura i Cacciatori Franchi, corpo disciplinare, ed i prigionieri delle varie guerre risorgimentali (papalini, borbonici, austriaci e garibaldini).
“Le catene dei Savoia” si pone lo scopo di aprire una seconda finestra su quella variegata società sette-ottocentesca, e sull’apparato di controllo costruito nei decenni in cui si affacciava l’industria nel Regno Sardo. Anni di disagio per tutti i non abbienti (come ben narrato ne I Miserabili di Hugo) che si riversavano, dalle campagne del circondario, in Torino facendone dei suoi portici i loro giacigli. Immigrati che giungevano in città da territori che oggi definiremmo della provincia, uomini e donne che ci riportano alla nostra quotidianità fatta di lavavetri ai semafori e poveri dal colore della pelle diverso. “Le catene dei Savoia” permette di confrontare nomi, vicende, luoghi e date. Scrutare tra direttori carcerari e comandanti di fortezze aventi a cuore le sorti dei loro detenuti, seppur nei panni di rigidi carcerieri (personaggi quali Caorsi, Suor Eufrosina, ) e le scelte della classe dirigente monarchica pedemontana, sempre a metà strada tra il futuro ed il passato più remoto. La lunga ricerca d’archivio da cui è nato il libro consegna una possibilità per ricostruire alcune pagine di Storia prendendo le distanze da facili strumentalizzazioni, quali le recenti scaturite da non celate voglie secessionistiche al Nord come al Sud che puntano il dito su immaginari e mai provati genocidi avvenuti a Fenestrelle, ed avvicinandosi alla comprensione dei motivi per cui gli atteggiamenti delle Istituzioni verso quel mondo degli esclusi sembrano mai cambiare davvero nel corso dei secoli.
Juri Bossuto - Luca Costanzo: Le Catene dei Savoia
Editrice Il Punto pagg. 440 - Euro 15,00 ISBN 9788888552880
www.piemonteinbancarella.it
DATA: 13.09.2012
 
ANZICHE' LE PROVINCE ABOLIAMO LE REGIONI: L'OPINIONE DEL SEN. FLUTTERO

di Andrea Fluttero da "Il Secolo d'Italia" del 25 luglio 2012

Consapevole di sostenere posizioni che non godono di grande popolarità in questo periodo, ho però piacere di inviarvi alcune mie piccole considerazioni sul tema dell’eliminazione delle Province. Dal 1985 al 2011 sono stato consigliere comunale e assessore in un piccolo Comune, poi consigliere provinciale, e poi ancora sindaco e consigliere comunale in un Comune di medie dimensioni, vivendo quindi dall’interno il sistema degli enti locali. Semplificando possiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a cinque livelli di governo: l’Europa, lo Stato nazionale, le Regioni, le Province e i Comuni. Tre di questi livelli legiferano, Europa, Stato e Regioni, due amministrano, Province e Comuni. Partendo dal basso mi pare evidente che, escludendo le grandi città metropolitane, gli oltre 8mila Comuni italiani hanno bisogno di un livello sovracomunale nel quale gestire i servizi di area vasta e trovare economie di scala non raggiungibili a livello comunale. Tale livello è naturalmente e storicamente la Provincia, che potrebbe efficacemente diventare un organo di secondo livello, composto dai sindaci dei Comuni che vi apportano i servizi da far gestire. Con tale configurazione dovrebbero essere eliminate tutte le altre forme intermedie di gestione sovracomunale come Ato, Consorzi e Società varie. Le Province così definite non avrebbero la necessità di essere accorpate forzosamente e in modo innaturale, ma seguirebbero la naturale e storica propensione di un territorio di avere come riferimento la città più grande, che, spesso fin dal medioevo, ne rappresenta il capoluogo e ne definisce l’identità culturale e socio-economica.
Partendo dall’alto, invece, lo sviluppo e la concretizzazione del progetto europeo ha reso gli Stati nazionali sempre più “regioni d’Europa” che hanno, e dovrebbero sempre più avere, nella dimensione e nell’omogeneità culturale, linguistica ed economica gli elementi di forza per rappresentare in ambito europeo gli interessi dei propri cittadini. Dopo aver partecipato in fase ascendente alla definizione delle Direttive europee, il Parlamento nazionale si incarica di introdurne i principi nella legislazione. Due livelli che amministrano il territorio, Comune e Provincia, due livelli che legiferano, Europa e Stato nazionale. A me pare, a questo punto, che il livello ridondante sia quello regionale, con 20 Regioni, per altro di dimensioni molto diverse tra loro, che legiferano su svariate materie, creando confusione normativa per chi vuole investire in Italia. Le Regioni sono storicamente poco definite, perché nate per scelta politico-amministrativa negli anni Settanta, e spesso disomogenee da un punto di vista sociale, culturale ed economico. Mi chiedo, per esempio, cosa leghi sotto questi aspetti Cuneo con Novara, Varese con Piacenza o Foggia con Taranto. Inoltre, la vicenda dei trasferimenti di competenze dallo Stato alle Regioni dimostra la scarsa utilità di questi enti. Infatti ogniqualvolta lo Stato ha trasferito competenze, come nel caso delle strade ex Anas o degli Uffici di collocamento, le Regioni hanno rapidamente trasferito queste competenze alle Province. Ancora più incomprensibile la gestione della sanità, che assorbe circa l’80% dei bilanci delle Regioni e che dovrebbe essere uno di quei servizi rispetto ai quali si deve garantire ai cittadini il massimo della omogeneità su tutto il territorio nazionale, anziché modelli qualitativamente diversi per ogni Regione. Le Regioni che “giocano” a fare gli Stati, con presidenti che si credono “governatori” e aprono sedi di rappresentanza all’estero e a Roma, che legiferano in modo caotico e con frequenti conflitti di competenza con lo Stato, che sfondano regolarmente i budget di spesa sanitaria e che si indebitano con mutui per pagare la spesa corrente sono, come dimostra la recente cronaca e come dimostrano i preoccupanti dati di bilancio di molte di esse, non solo al Sud, il vero e grande problema da affrontare. In un’epoca caratterizzata da internet e video conferenze, da facilità di collegamenti aerei e ferroviari, il dialogo tra Europa e Stato, che legiferano, e Comuni e Province, che amministrano il territorio, può essere risolto settore per settore con meccanismi di confronto tra i ministeri dello Stato centrale e coordinamenti di Province che di volta in volta si formano in funzione della materia e non dei confini amministrativi. Capisco che dopo mesi di campagne mediatiche per l’eliminazione delle Provincie possa sembrare strano proporre di eliminare le Regioni, ma eliminando le Province a me parrebbe ancora più strano e discutibile il modello organizzativo nel quale ci verremmo a trovare, con tre che legiferano, Europa, Stato e Regione, e uno solo che amministra, il Comune. Sarà magari perché mi ricorda quelle vecchie barzellette nelle quali in tre dirigono e uno lavora...
Andrea Fluttero
DATA: 11.09.2012
 
PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO AL MARCHESE ALFREDO LUCIFERO

Alfredo Lucifero - AutoritrattoIl poeta e scultore Alfredo Lucifero, nipote prediletto del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, ha conseguito un importante riconoscimento per il suo alto valore artistico: il premio internazionale di poesia Città di Massa. Il riconoscimento viene dato annualmente dall’Associazione Culturale San Domenichino e trae le sue origini nel lontano 1914 quando, in località “Poveromo” di Marina di Massa, un movimento di popolo scendeva ogni anno dal paese di Turano, sobborgo di Massa, per celebrare “S. Domenichino” che per i Turanesi era la prosecuzione, il giorno successivo, della festa del Patrono S. Domenico, ricorrente la prima domenica d’agosto. Lo scorso 26 agosto Alfredo Lucifero ha ricevuto il premio, accompagnato da una medaglia conferitagli dal prefetto di Massa. Al noto artista, da sempre vicino all’U.M.I., i più sentiti complimenti!
Nell'immagine un autoritratto bronzeo eseguito da Lucifero.
DATA: 10.09.2012
  
UN SOGNO PER L’ ITALIA

Che la vecchiaia non sia solo un fatto anagrafico è risaputo, si diventa vecchi soprattutto quando si smette di sognare, di immaginare, di progettare; lo aveva capito bene Vittorio Emanuele II di Savoia che ebbe un grande sogno: unificare l’Italia sotto la Monarchia Sabauda. Essa era come una bella e giovane donna, un sogno, la si voleva,… la si fece; i successivi Re Umberto I e Vittorio Emanuele III solidificarono il giovane Regno fino all’avvento del fascismo e della seconda guerra mondiale, tragedia immane voluta da una classe politica incapace di vederci chiaro che si liberò troppo presto dell’unico statista presente nel panorama politico di allora, Giovanni Giolitti. Che cosa sia rimasto oggi di quell’epopea risorgimentale e di quel sogno realizzato è difficile dirlo, la propaganda repubblicana ha preferito addossare alla Monarchia colpe che non ebbe. Il nuovo corso repubblicano con il passare degli anni ha saputo far dimenticare i meriti dell’età monarchica. Erano gli anni ’60, quelli del boom economico, la gente era spensierata e arrivarono le prime televisioni, le prime automobili alla portata di tutti. Vi era voglia di voltar pagina, di divertirsi di non pensare più al passato; le aziende ricominciarono a produrre a pompare prodotti ma questo non fu merito della nuova forma di stato repubblicana, fu ed è solo legge dei cicli economici! (dopo ogni guerra c’è sempre un periodo di prosperità). Dagli anni ’70 in poi l’inizio del declino, non si sogna più, sono gli anni del terrorismo, delle brigate rosse e nere e della crisi petrolifera, si perde la bussola, non si sa dove andare. Inizia la partitocrazia che sfocerà in tangentopoli nel ’92 e poi più nulla non un progetto non un sogno da realizzare, le leggi della corruzione vogliono che rimanga tutto fermo, il debito pubblico schizza alle stelle, la disoccupazione pure, le aziende chiudono i battenti, le migliori se le comprano i nostri competitor. Il fallimento della democrazia repubblicana è ormai sotto gli occhi di tutti, dobbiamo ritornare a quel sogno originario, rifare l’Italia, che solo un Re liberatore potrà realizzare grazie alla sua forza di persuasione che solo lui può inculcare nelle menti del popolo italiano. Né tecnici né Presidenti della Repubblica, vogliamo un Re vicino al popolo che ci guidi verso nuovi orizzonti e che ci indichi la vera strada da seguire che non potrà essere che il bene dell’Italia.
Roberto Carotti coordinatore U.M.I. Ancona
DATA: 06.09.2012
  
GRAZIE RADETZKY? SÌ, CI “COSTRINSE”A ESSERE ITALIANI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 9/9/12

RadetzkyVa di moda il sadomaso pseudostoriografico con farfallina toponomastica  A Milano, sempre all’avanguardia (?),  un comitato spontaneo  propone  di intitolare una strada a Radetzky, governatore militare del Lombardo-Veneto dal 1831 e anche civile dal 1849 al 1857. In effetti val la pena di ripetere “…via Radetzky!” per onorare i milanesi che nel marzo 1848 lo cacciarono e i paesi annientati con ferocia dai suoi soldati (boemi, croati, ungheresi e “tedeschi”) nella ritirata verso Verona e nella guerra contro il Regno di Sardegna. Ne scrisse Vittorio Emanuele di Savoia alla moglie, Maria Adelaide d’Asburgo: “Quanto era stato detto dell’armata croata (cioè degli Austriaci NdA) è nulla al confronto della verità. Ciò che hanno fatto grida talmente vendetta soprattutto sulle donne e sui bambini che sono sicuro che li si ammazzerà tutti. Essi infilzano  tutti (i) piccoli sulle loro baionette e aprivano il ventre delle donne mettendoci dentro due o tre cartucce, nel (…) e gli davano fuoco e poiché erano riverse esplodevano come una mina…Uccidono tutte le donne e massacrano i bambini che impalano e danno fuoco a tutti i paesi…”. Nessuno contesta i meriti degl’imperatori settecenteschi, Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II d’Asburgo (per esempio la  tolleranza dei culti, israeliti inclusi), ma dopo la Restaurazione del 1814-15 l’Austria lottò contro i diritti dell’uomo e del cittadino e oppresse le nazioni, in specie quella italiana, risvegliata nell’età franco-napoleonica e avviata a conquistarsi indipendenza, unità e libertà. Johann Joseph Franz conte di Radetz, brevius Radetzky (Castello di Trebnice, 1866-Milano, 1858), si formò nelle guerre contro i turchi e la Francia di Napoleone. Fu un militare tutto di un pezzo, ma niente più. Quali i suoi meriti? Sposata Franziska Strassoldo, sorella del governatore  di Milano (ne ebbe otto figli, mentre quattro gliene dette l’amante, la popolana Giuditta Meregalli), Radetzky perseguitò spietatamente i liberali italiani. Nel gennaio1848 represse lo sciopero dei milanesi contro il fumo con metodi polizieschi (sei morti e decine di feriti). Quando Vienna si sollevò, anche  i milanesi e i  veneziani scattarono. Con le Cinque Giornate e a prezzo di centinaia di caduti di tutte le classi, Milano lo costrinse a ripiegare nel Quadrilatero. Lungo la fuga lasciò alle spalle una orribile scia di sangue. Fu la rivelazione: era l’occupante delle terre più popolose e ricche dell’impero. Era lì per sfruttarle. Nel 1849 Radetzky sconfisse a Novara Carlo Alberto di Sardegna e impose durissime condizioni armistiziali al ventinovenne Vittorio Emanuele II. Chiusa nella tenaglia dei reparti di Nugent, Haynau e Appel, Brescia, “leonessa d’Italia”, dopo la resa fu saccheggiata. Haynau le impose una taglia pesantissima e, violando i patti, ne fece fucilare i principali patrioti, incluso l’abate Andrea Gabetti. I sacerdoti liberali, incantati da Pio IX, furono il bersaglio preferito della repressione austriaca in Italia. Il crollo della Repubblica romana  del 1849 finì con la fucilazione del barnabita garibaldino Ugo Bassi, previa sconsacrazione. Lo evocò Giosue Carducci: “Quando porge la man Cesare a Piero,/ da quella stretta sangue umano stilla:/quando il bacio si dan Chiesa ed Impero,/un astro di martirio in ciel sfavilla”.   Alla resa di Venezia nel Lombardo-Veneto seguirono  punizioni “esemplari”: la pubblica bastonatura di “ribelli” (ragazze comprese), un migliaio di supplizi, l’impiccagione di don Giovanni Grioli, l’arresto, la tortura e la  condanna alla forca dei mazziniani don Enrico Napoleone Tazzoli, Carlo Poma e degli altri Martiri di Belfiore: un orrore voluto personalmente da Radetzky, insignito del Toson d’Oro, massima onorificenza dell’ex Sacro Romano Impero. Tutto questo richiede appunto memoria. Da Radetzky gli italiani capirono che per salire da “volgo disperso che nome non ha” a nazione dovevano cospirare, armarsi e combattere. Impararono che per raggiungere indipendenza e unità dovevano darsi uno Stato incarnato nell’unica Casa Reale, i Savoia, pronta a impugnare le armi, ad alzare il tricolore nazionale, a chiamare i cittadini a raccolta al di là delle divisioni in partiti. Giuseppe Garibaldi mise la sua spada a servizio della monarchia e il programma della Società Nazionale, “Italia e Vittorio Emanuele”. Però a militari cocciuti come Radetzky e a sovrani ottusi come Francesco Giuseppe d’Asburgo, che rifiutò le più elementari richieste dei “sudditi” italofoni  mentre vezzeggiava ungheresi, boemi e croati, gli italiani purtroppo debbono anche altro: la degenerazione dell’irredentismo in nazionalismo. La proposta (tra nostalgica e stolida) di intitolare una via a Radetzky incita ad approfondire le radici dell’unificazione italiana, anche in vista del centenario della Grande Guerra e dell’intervento dell’Italia (1914-15): un appuntamento imminente che forse coglierà impreparati per un bilancio sereno. 

Aldo A. Mola
DATA: 08.09.2012
 
NELLE LIBRERIE L'ULTIMO LIBRO DI DOMENICO FISICHELLA

Domenico Fisichella - Dal Risorgimento al Fascismo (1861-1922)È uscito oggi, giovedì 6 settembre 2012, l’ultimo libro del Senatore Domenico Fisichella, storico, politico e scrittore, già autore tra l’altro di “Elogio della Monarchia” e “Il Miracolo del Risorgimento”. In questo nuovo libro Fisichella ripercorre le vicende dell’Italia unita dalla nascita e lungo un sessantennio che, pur tra crisi significative, conducono il giovane Stato nazionale a divenire una potenza continentale: questo è il senso del presente volume. In tale quadro, demografia, economia, partecipazione popolare, cultura, politica coloniale, alleanze internazionali, partiti e movimenti, fino alla prova decisiva della Grande Guerra, sono altrettanti tasselli di un processo storico ricostruito in una prospettiva sempre attenta alla comparazione con la realtà europea. I primi passi, le difficoltà, infine il successo del fascismo, il suo confronto con socialisti, liberali, popolari, nazionalisti, comunisti, monarchia, costituiscono i momenti di un percorso il cui svolgimento fa emergere le condizioni, le circostanze e le responsabilità che consentono a Benito Mussolini di conquistare la guida del governo.
Domenico Fisichella
Dal Risorgimento al Fascismo (1861-1922)
Carocci Editore, Sfere (2012)
Pagine 336 - Prezzo€ 22,00
ISBN: 9788843065738
DATA: 06.09.2012
  
LA CALUNNIOSA TESI CONTRO UMBERTO II

Lo scrittore Paolo Tritto ha contestato, con una convincente confutazione, l’ennesima tesi sulla presunta inclinazione sessuale di Umberto II. Tritto non fa parte del mondo monarchico e come storico gode di un’indiscussa autorevolezza e credibilità. Questo il pezzo dello scrittore lucano:

Dictionnaire des Chefs d’Etat homosexuels ou bisexuelsIl “Dictionnaire des Chefs d’Etat homosexuels ou bisexuels”, dizionario dei Capi di Stato Omosessuali o Bisessuali, nel prossimo aggiornamento inserirà Umberto II, ultimo re d’Italia, tra i sovrani gay. Non so perché facciano questa specie di enciclopedia; ma sappiamo quanto grande sia oggi l’esigenza di un’offerta editoriale variegata. Ad ogni modo, la cosa ha provocato la reazione indignata del nipote del re, Emanuele Filiberto. L’indignazione non riguarda la realtà omosessuale, ma il particolare che sia presentato come un fatto storico ciò che invece non ha alcun fondamento.
Si potrebbe risolvere la questione con una battutaccia, dicendo che la smentita dell’omosessualità di Umberto di Savoia potrebbe essere lo stesso Emanuele Filiberto. Ma temo che non serva, anche perché vedo che i redattori dell’enciclopedia, prudentemente, hanno inserito la categoria della “bisessualità”, messa lì proprio per salvare capra e cavoli. La questione dell’omosessualità di Umberto di Savoia è una storia vecchia, che però ha un’origine ben precisa. Uno dei più grandi desideri di Benito Mussolini era quello di togliere di mezzo la monarchia e in effetti fu la prima cosa di cui si sbarazzò all’indomani dell’8 settembre. Se per vent’anni il Duce tollerò la sovranità di Vittorio Emanuele III era perché si rendeva conto che difficilmente avrebbe potuto trovare un altro capo di stato più basso di lui. Ma allo “short man” Vittorio Emanuele sarebbe succeduto lo slanciato Umberto. E questo evidentemente era un problema per Mussolini che diede incarico ai servizi segreti dell’OVRA di raccogliere un dossier su una presunta inclinazione gay dell’erede al trono. Sarebbero queste le “prove storiche” cui fanno riferimento i sostenitori dell’omosessualità di Umberto. Ma quale studioso serio farebbe passare per prove storiche i dossier dei servizi segreti fascisti? Bisogna aggiungere che a questo proposito se ne sono dette veramente di cotte e di crude. Perfino Luigi Pirandello, forse per compiacere Mussolini di cui diceva di voler essere «umile e obbediente gregario», ironizzò poco elegantemente su una presunta incapacità sessuale di Umberto e, per esempio, confidò ad Alberto Moravia la sua convinzione che la consorte Maria Josè avesse fatto ricorso alla fecondazione assistita, non si sa fino a che punto praticabile all’epoca.
La “leggenda gay” di Umberto fu alimentata anche dal fatto che l’esponente di Casa Savoia, al contrario del comune maschio fascista, ben poco si curava di sottolineare la propria virilità. Anzi, non raramente si “lasciava andare” a manifestazioni di compassione, non raramente lasciava trasparire sentimenti di umana pietà. Era uno stile di vita, era un modo di porsi evidentemente molto distante da quello dell’energumeno del littorio. Quando nel giugno del 1944 fu nominato, da Vittorio Emanuele III, Luogotenente del Regno, assumendo di fatto i poteri del re, Umberto destinò il 90% dell’appannaggio a lui riservato in opere di beneficienza e adibì la sua residenza del Quirinale a centro di accoglienza per quanti erano privi di mezzi a causa della guerra. Il palazzo si popolò di orfani, poveri, senzatetto, malati; soprattutto di bambini mutilati di guerra. Il Luogotenente non tralasciò un solo giorno di andare a visitare i suoi sfortunati ospiti. Perfino nei momenti decisivi per le sorti della monarchia, quando tanti gli consigliavano di dedicarsi piuttosto alla campagna per il referendum istituzionale per scongiurare lo spettro dell’esilio, egli antepose l’impegno caritativo a quello politico. Non so se la cosa interesserà il Dizionario dei Capi di Stato Omosessuali o Bisessuali, ma non bisognerebbe dimenticare il significato dell’esempio di Umberto di Savoia, ultimo re d’Italia, se persino un avversario come il repubblicano Ferruccio Parri confessò: «In coscienza, devo riconoscere che sarebbe il migliore dei re».
Paolo Tritto
DATA: 05.09.2012
  
L’ANNO CHE VERRÀ

La Borsa di MilanoI fantasmi del fallimento sembrano dissolversi nel cielo d’Italia. Dando un rapido sguardo alla mole di dati e statistiche pubblicati emergono tre punti importanti e confortanti: i) le risorse ci sono; dai 250 mld di debito in scadenza nel 2012, rimangono da rifinanziare solo 174 mld, ovvero il 38% del totale. ii) Le emissioni nette, escluso il rifinanziamento del debito in scadenza dovrebbero essere circa 48 mld, contro un’attesa di deficit di 27.7 mld, sbagliata, a mio giudizio, di una decina di miliardi, ma ampliamente nel limite dei 48 mld detti prima. iii) la proprietà estera dei titoli del debito pubblico italiano è scesa a circa il 40%, anzi, al netto del detenuto dalla BCE, la percentuale è ancora più bassa; gli italiani, i risparmiatori, sono saliti al 30%, sono i più attivi finanziatori del proprio paese, e questo è sicuramente un bene, è un indice di’autonomia del paese stesso. Il 2013 si appresta dunque ad essere più leggero, la quota di debito a medio lungo termine in scadenza è materialmente più bassa, e chissà che questo possa dare alle banche la possibilità di usare liquidità per finanziare il sistema produttivo e non solo per far fronte alle necessità di rifinanziamento dei propri patrimoni e del debito pubblico. Allora dice bene Monti che intravede la luce in fondo al tunnel? No, nessuna luce all’orizzonte, perché la sfida più impegnativa per l’Italia non era questa, sarà quella dei prossimi anni, in cui il paese deve trovare la giusta rotta verso la crescita e la sostenibilità degli equilibri virtuosi tra gli elementi della domanda e quelli dell’offerta. Sapete qual è il dato più inquietante in cui mi sono imbattuto? Quello relativo al costo medio per unità di lavoro nel decennio 2001/2011. Siamo al 39.6% del fatturato unitario medio; in Spagna è il 30.4%, in Francia il 26.6%, in Germania il 5.3%. Questi dati ci dicono che se un’azienda italiana riuscisse a trovare la forza per far ripartire in maniera materiale il proprio fatturato, non riuscirebbe comunque ad essere competitiva nel breve. Da qui una serie di problematiche che ogni giorno sentiamo commentare da più o meno eloquenti esperti. Si dice che i salari italiani siano fermi ormai da troppo tempo; ma come è possibile aumentare ancora il costo del lavoro senza di fatto uccidere la competitività delle nostre aziende? Il tema è dunque complesso, e non v’è tempo né spazio per le faziosità. La lotta di classe è sospesa. C’è solo la lotta per l’Italia, e gli italiani, siano essi imprenditori, insegnanti o esperti operai di filanda debbono essere uniti per l’Italia; pronti alla rinuncia, senza eccezioni e distinzioni. Purtroppo, questi giorni ricchi di nauseabonde polemiche già sentite, di interventi sterili e di ostruzionismi senza prospettiva, infondono nuova rabbia e nuovo odio tra cittadini di pensare o di vivere diverso; esse sono la triste conferma che i sogni di compattezza sociale rimarranno tali ed il paese è sempre più infestato dal morbo del Rizoma. Niente paura, non si tratta di un morbo mortale; il Rizoma è una pianta infestante che cresce nei fossi, così arrovellata che quando la si prende in mano non ci si rende conto dov’è la radice e dov’è l’apice, tutto si confonde, non ci sono differenze, si perdono le gerarchie. E’ così è l’Italia della confusione odierna, l’Italia che rinnega spergiurando la memoria dei propri padri e ne costruisce di nuovi; ma i padri no si scelgono, non si cambiano. Il padre è la storia: elimini il padre, elimini la storia, con la conseguenza della perdita delle radici individuali, del senso di appartenenza soggettivo alla comunità, dello spirito di sacrificio per il bene comune. Come di fronte a ragazzini disorientati non basta un ordine, un comando, ma è necessario riportare in essi la serenità di chi riconoscendo la propria guida vede nell’ordine e nel comando non l’imposizione ma una regola che rassicura e semplifica il loro vivere, così gli italiani hanno bisogno di ritrovare nelle loro radici la serenità del fidarsi di chi li guida; specie in questo tempo di profonda corsa alla delegittimazione collettiva. Amici, un po’ impauriti e un po’ divertiti mi chiedono spesso: ma cos’è questa monarchia di cui parli? Come puoi di fronte a quanto avviene oggi nel mondo parlare di monarchia, di medioevo? La Monarchia non è medioevo, non è un anacronistico e nostalgico pensare ma è proprio l’elemento collante e garante di cui oggi avrebbe bisogno l’Italia. La Monarchia è la memoria e l’insegnamento dei padri. E’ quel fulcro inamovibile che garantisce il corretto bilanciamento delle parti. La Monarchia è il sole attorno al quale ruotano le stagioni della politica e che dà continuità nei secoli all’indipendenza, alla giustizia, all’identità ed alla dignità di un popolo. Non è dunque anacronistico parlarne, perché il nostro paese ha bisogno di riforme urgenti, riforme pesanti che scontenteranno molti e non possono essere fatte se il popolo Italiano non avrà di fronte a se la garanzia di un progetto che vada oltre le stagioni dei partiti, un progetto che se pur richieda sacrificio, lo renda fiero di parteciparvi. Gli Italiani vogliono essere liberati dal sospetto che qualcuno stia approfittando di loro, rassicurati dalla presenza del padre e orgogliosi delle proprie radici. Il peggio è passato, ma il difficile sta per arrivare. Incominciamo dalle cose semplici: restiamo uniti per la Patria e per il Re.
Fabio Fazzari - U.M.I. Monza
DATA: 05.09.2012

IL RUOLO DEI MONARCHICI NELLA RICOSTRUZIONE DELL’ITALIA 1946-1961
(Dedicato ai  nati  dopo  il  1961 )


Domenico GiglioLa storia della repubblica italiana, almeno per i suoi primi anni, è una strana storia sulla quale vale  la  pena di soffermarsi.La repubblica voluta e votata da una maggioranza “ ufficiale “ di 12.717.923 elettori vedeva in questo numero complessivo una presenza dei partiti  comunista e socialista con voti 10.087.471, degli altri partiti decisamente repubblicani, a cominciare proprio dal P.R.I., e cioè Partito d’Azione, Concentrazione Democratica  Repubblicana, con voti 1.430.748, per un totale di 11.518.219, per cui rimaneva ai democristiani repubblicani ed qualche  liberale  e  qualunquista  egualmente  repubblicani  il  residuo di  1.199.704  voti .Appare  evidente  che  in  pratica  la   repubblica  aveva  ricevuto  poco  più  di  2.600.000   voti  da  elettori  non  social comunisti ,tanto  da  far  pensare ,  e  questo  può  essere  accaduto  nel  mezzogiorno  d’ Italia, a  svariati  voti  dati  da  questi  elettori  alla  Monarchia,essendo  eccessivamente  ridotto  il  numero  di  votanti  democristiani  per  la  repubblica ,solo  se  si  considerino  gli  iscritti  alla  DC ,che  nel  congresso  nazionale  prima  del  referendum  avevano  espresso  la  loro  scelta  per  la  forma  repubblicana .Senza  dubbio  quanto  sopra  espresso  a  grandi  linee  potrebbe  essere  verificato  circoscrizione  per  circoscrizione  confrontando  i  dati  del  referendum  con  quelli  della  Costituente, ma  l’interesse  è  nel  quadro  complessivo e  nelle  sue  conseguenze  politiche. Dal  momento  che  i  due  partiti  di  sinistra  PSIUP  e  PCI  furono  estromessi  dal  Governo  nel  1947  per  non  più  rientrarvi  nel  quindicennio  preso  in  esame ,la  ricostruzione  dell’ Italia  ,l’ adesione  alla  Nato, l’ ingresso  all’ ONU, l’ ottenere  di  essere  sede  delle  Olimpiadi  Invernali  nel  1956  a  Cortina  d’ Ampezzo  e  nel  1960  di   ospitare  a  Roma  la  XVII  Olimpiade, quando  invece  oggi  ci  si  ritrae  anche  dal  presentare  la candidatura  per  il  2020, la  restituzione  di  Trieste  all’ Amministrazione  italiana,il  miracolo  economico  e  la  grande  manifestazione  di  “ Italia  ’61 “, a  Torino ,di  cui  ricordiamo  il  grandioso  padiglione  conclusivo  con  le  enormi  bandiere  tricolori  con  lo  stemma  sabaudo , il  merito  a  chi  va  attribuito?  Solamente  a  De  Gasperi ,di  cui  in  questo  periodo  si  fa  un  gran  parlare  per  spartirsene  l’eredità, o  anche  al  lavoro  di  milioni  di  “ formichine “ ,che  nel  1946  avevano  votato  per  il  mantenimento  dell’ ‘ istituto  monarchico  e  che  ora  ,assicuravano  in  tutti  gli  organi  dello  Stato ,nelle  altre  amministrazioni  periferiche ,nelle  istituzioni ,nelle  Università  ,la  continuità  delle  stesse   con  alto  senso  di  responsabilità ,di  cui  si  sono  perse  successivamente  le   tracce ,anche  se  già  allora  vi  furono  diversi  scandali  attribuibili  però  alla  nuova  classe  politica. Oltre  alle  “ formichine “,compresi  quei  militari  che ,malgrado  il  Re ,nel  Suo  messaggio  all’atto  della  partenza  per  l’ esilio ,avesse  sciolto  dal  giuramento  di  fedeltà  alla  Sua  Persona, ma  non  quello  alla  Patria ,si  erano  egualmente  dimessi  in   segno  di  rivolta  morale  per  le  vicende  del  referendum , iniziando  una  faticosa  vita  ed  un  non  facile  reinserimento  nella  vita  civile , vi  furono  figure  di  spicco , di  convinzioni  monarchiche ,che  contribuirono   in  maniera  determinante  alla  rinascita , “ in  primis “  Luigi  Einaudi  per  la  parte economica  e  finanziaria  e  successivamente  Giuseppe  Pella  sempre  in  questo  fondamentale  settore ,Raffaele   Cadorna  ed  Efisio  Marras  per  le  Forze  Armate , Giuseppe  Pagano  e  Massimo  Pilotti  per  la  Magistratura , Luca  Pietromarchi ,  Amedeo  Guillet  ed  Edgardo  Sogno  per  la  diplomazia ,Ettore  Paratore, Luigi  Origone ,Orazio  Condorelli  e  Giuseppe  Menotti  De  Francesco  per  le  Università, elenco  indicativo ,ma  non  certo  esaustivo . Questi  sono  uomini  e  fatti  sui  quali  meditare  e  da  far  conoscere  alle  generazioni  più  giovani, unitamente  per  la  parte  più  propriamente  politica ,all'atteggiamento  ed  all'azione  responsabile  dei  monarchici  di  “ Stella  e  Corona “  in  Parlamento ,specie  in  momenti  critici  e  determinanti  dal  governo  De Gasperi  senza  i  social comunisti , alla  adesione  al  Patto  Atlantico  ed  ai  primi  passi  della  comunità  europea ,coerenti  e  fedeli  alle  parole  del  RE :  “…rivolgo  l’esortazione  a  voler  evitare  l’ acuirsi  dei  dissensi  che  minaccerebbero  l’ unità  del  paese… “ e  confrontarlo  con  quello  dei  repubblicani  nei  primi  decenni  successivi  alla  proclamazione  del   Regno  d  ‘ Italia . Il  confronto  nei  termini  di  un  atteggiamento,sia  pure  a  volte  duramente  critico  nei  confronti  delle  istituzioni  repubblicane, ma  mai  fautore  del  “ tanto  peggio , tanto  meglio “  è  favorevole  ai  monarchici  in  maniera  netta  rispetto ai  repubblicani ,solo  si  pensi  ai  moti  di  Palermo  del 1866  dove  i  repubblicani ,per  avversione  alla  monarchia ,non  esitarono  ad  unirsi  nella  protesta  ai  borbonici , al  caporale  Barsanti ,ed  alle  tante  altre  manifestazioni ,tra  le  quali  ricordiamo  il  tumulto  all’ Università  di  Bologna ,contro  Carducci   “traditore “,perché  nel  1891 ,cioè   a  trent’anni  dalla  proclamazione  del  Regno,  aveva  “ osato “  tenere  a  battesimo  con  un  suo  discorso  il  gagliardetto  del  Gruppo  studentesco  Savoia,al  che  il  Carducci ,al  quale  non  mancava  certo  la  vena  polemica  seppe  dare  una  risposta  adeguata ,dando  una  lezione  di  patriottismo  ai  repubblicani , il  cui  dovere  era  di  rispettare  la  volontà  popolare  che  aveva  accettato  la  monarchia  dei  Savoia  e  di  non  dire  mai  “…perisca  la  Patria  purché  trionfi  la  parte…"   E  questo  mentre  da  parte  della  Monarchia  non  vi  era  preclusione  alcuna  nei  confronti  di  repubblicani  che  lealmente  servissero  lo  Stato ,come  non  lo  era  stato  per  chi  aveva  servito  fedelmente  negli  Stati  preunitari ,accettando  poi  il  grande  fatto  dell'Unità.
Domenico  Giglio
DATA: 05.09.2012

IL CASO DEL “FILOSOFICO” DI NAPOLI CREPUSCOLO DELL’UNITA’ D’ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26.08.12
 
Manifestazione UMI all'Istituto Italiano per gli Studi FilosoficiGran parte della biblioteca dell’Istituto italiano per gli studi filosofici (Napoli, www.iisf.it) è finita in scatoloni. Nel migliore dei casi, non sarà consultabile per anni.  Fuggiti i buoi,  si cerca di chiudere la stalla. Per salvare la faccia e tacitare la polemica contro la loro ignavia, esplosa anche all’estero, gli Enti locali promettono qualche rimedio. Il MIUR tace. Poiché non è né una scuola materna né una Università, l’Istituto è fuori competenza. E i Beni Culturali? Sarebbe falso ridurre il caso a mera distrazione burocratica nell’erogazione dei fondi vitali per il “Filosofico,  che non è volano di voti ma tempio della libera ricerca. Il suo crepuscolo in realtà mette a nudo la faglia che da anni si è aperta sotto la crosta dell’unità nazionale e che ora rischia di inghiottire tutto. Il paese conta moltissime biblioteche  con i libri bene ordinati negli scaffali, cataloghi accurati, ma senza personale e quindi  chiuse: un incubo da “sepolto vivo”.  Ma il suo caso supera ogni altro.   Lo scorso anno una mostra fotografica documentò che il Salone di Palazzo Serra,  sede  del “Filosofico”, ospitò l’ultimo rito dell’Italia politica e imprenditoriale  capace di guardare in volto i grandi della Terra senza complessi di inferiorità perché forte della  propria cultura. Per fermarne il declino, dalla sua fondazione, nel 1975, l’Istituto per gli studi filosofici ha promosso in Italia e all’estero migliaia di convegni, seminari, conferenze e pubblicato altrettanti volumi e opuscoli. Con impegno assiduo Aldo Tonini orchestra annualmente centinaia di Scuole in tutte Italia, anche grazie ad antenne, presenti nell’area liguro-piemontese da Asti  e Acqui Terme a Cuneo e Imperia. Perciò la sorte della sua biblioteca investe  la vita culturale dell’Italia intera. A suo sostegno occorre la mobilitazione dell’Italia civile. Non è retorica d’occasione. Come l’Istituto italiano per gli studi  storici, creato da Benedetto Croce nel 1947, poi diretto  da Federico Chabod e vivaio di storici illustri, così il “Filosofico”, noto anche col nome del suo fondatore e presidente, Gerardo Marotta, si muove nel solco dell’Italia che trae linfa vitale dai Lumi e dal Risorgimento.  Bastino pochi nomi: Pasquale Stanislao Mancini docente di Giovanni Giolitti all’Università di Torino, Francesco De Sanctis ministro dell’Istruzione con  Camillo Cavour e poi a fianco dell’albese Michele Coppino nella  modernizzazione dell’Istruzione pubblica dalle elementari alle Università. Era l’Italia di Quintino Sella e dei fratelli Silvio e Bertrando Spaventa, degli hegeliani di Napoli che dettero nerbo ideale allo Stato unitario: un magistero dialettico che mezzo secolo fa  ha veduto tre uomini del Mezzogiorno alla guida della riflessione  sulla memoria nazionale: Rosario Romeo biografo di Cavour, Ruggiero Romano (Storia d’Italia Einaudi), Giuseppe Galasso (Storia d’Italia Utet).
 Nel 150° del regno d’Italia l’Istituto di Marotta dedicò al presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi “che ha ravvivato la memoria  del nostro Risorgimento”  l’antologia  La nascita dell’Italia unita, curata da Antonio Gargano e Arturo Martorelli: panorama equilibrato ed esauriente di testimonianze e pensieri che alimentarono l’unificazione e ne fecero il cemento d morale dei “popoli d’Italia”, da Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II  di Savoia a Mazzini e Marx, da Melchiorre Gioia a Settembrini e Pisacane…    Con l’ Appello alla filosofia  sottoscritto da Hans-Georg Gadamer, Edgar Morin, Giovanni Pugliese Carratelli, Marotta e altri e fatto proprio dal Parlamento Europeo e dall’ONU, vent’anni orsono l’Istituto ammonì: senza filosofia politica non vi è politica, come senza economia politica non vi è politica economica ma solo l’affanno  di “decreti” scadenti a grida manzoniane, cerotti su piaghe cancrenose come da decenni accade.   La vicenda della Biblioteca del “Filosofico” meriterà di far da appendice all’Inchiesta Saredo su Napoli, opportunamente ripubblicata dall’Istituto per ricordarci che, se i mali sono antichi, non mancano intelligenze ed energie per sconfiggerli. Non è dunque tempo di rassegnazione, ma di azione, come nel 1848  scrisse De Sanctis nel Discorso ai giovani pubblicato da Giuseppe Catenacci per l’Associazione ex Allievi della Nunziatella e per il Filosofico. L’Italia e l’Istituto simul stabunt, simul cadent: vivranno o crolleranno insieme, perché l’Italia nacque da un’idea, spenta la quale torna a essere terra per invasioni e scorrerie.
Aldo A. Mola  
DATA: 05.09.2012

DON GIACOMO MARGOTTI DA SAN REMO - ELETTI ED ELETTORI: I CATTOLICI E LO STATO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 02.09.12
 
Il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, auspica che i cattolici in politica siano “molti, preparati, con coerenza”. E’ una battaglia antica. Lo spiega Oscar Sanguineti, direttore  della rivista “Cultura e identità”, in  Cattolici e Risorgimento. Appunti per una biografia di don Giacomo Margotti, con prefazione di Marco Invernizzi (Ed. D’Ettoris, Crotone): grumo di una futura biografia scientifica. Don Giacomo Margotti (San Remo, 1823- Torino, 1887) a 25 anni concorse a fondare in Torino il foglio cattolico “L’Armonia”, che raccolse la sfida offerta dalle regie patenti di Carlo Alberto di Sardegna sulla libertà di stampa (novembre 1847). Da secoli i cattolici pubblicavano periodici nei Paesi a maggioranza  protestante o evangelica. Da metà Settecento la chiesa di Roma e alcuni suoi Ordini di élite, a cominciare  dalla Compagnia di Gesù, erano stati bersaglio di campagne di stampa ben coordinate. Non seppero reagire. Finì con lo scioglimento dei gesuiti e Pio VI cacciato da Roma, mutata in repubblica giacobina (1798).  Dopo la Restaurazione, a filosofie, ideologie, dottrine politiche e governi dichiaratamente antipapisti, anticattolici e antireligiosi la chiesa di Pietro rispose con laici ed ecclesiastici impegnati in trincee avanzate (Giuseppe Cottolengo, Giovanni Bosco, Francesco Faà di Bruno, Tancredi e Giulia di Barolo…) e con chierici dalla penna aguzza e svelta, come don Margotti. A metà Ottocento si registrarono due eventi che segnarono i centocinquant’anni seguenti. Nel 1848 il tentativo di Pio IX di ammodernare lo Stato pontificio cadde con Pellegrino Rossi, pugnalato da chi voleva rendere impossibile il dialogo tra la chiesa e il mondo moderno. Pio IX lasciò Roma per Gaeta, all’epoca nel Regno delle due Sicilie, il cui sovrano, Ferdinando II di Borbone, si atteggiò a protettore suo e della Fede. I Gesuiti, memori, lo arginarono. La Repubblica Romana del 1849 fu certo ispirata da nobili ideali, ma in Europa repubblica evocava lo spettro del Terrore. Perciò Gioberti, Rosmini e persino Cesare Balbo, Silvio Pellico, Massimo e Roberto d’Azeglio (oltretutto con un fratello gesuita, come lo stesso Pellico) finirono ai margini della storia.    Don Margotti rifiutò ogni compromesso e si batté con irruenza contro  i neogiacobini, che  pretendevano il monopolio della scuola e delle coscienze spacciandolo come progresso liberale. Staffilò anche la vita privata del re e lo pagò. Secondo Filippo Crispolti Vittorio Emanuele II conservò il bastone rotto sulla sua testa la sera del 27 gennaio 1856 presso il torinese caffè “Il Progresso”, perché aveva accennato alla Bella Rosina, futura moglie morganatica del sovrano.    Nel 1857 si registrò la seconda crisi.  Don Margotti fu eletto deputato nel collegio  di Oristano, come altri quattro canonici,  ecclesiastici senza cura d’anime e quindi eleggibili. Per sconfiggere la Destra, capitanata da Clemente Solaro della Margarita e da Ottavio Thaon di Revel, Camillo Cavour fece dichiarare ineleggibili i canonici deputati. Vinse ma spaccò il Paese, con ripercussioni sull’Italia seguente. Secondo Margotti, infatti, all’arbitrio politico i credenti dovevano rispondere disertando le elezioni politiche: né eletti, né elettori, una linea durata sino al “Patto Gentiloni” del 1913 quando per sconfiggere i socialmassimalisti rivoluzionari i cattolici votarono candidati liberali e persino massoni e viceversa.    Il governo Cavour-Rattazzi colpì ripetutamente “L’Armonia” con sequestri, multe, processi, condanne. Nel 1859 ne ordinò la chiusura. Cinque anni dopo la Conciliazione dell’11 febbraio 1929, nell’ Enciclopedia Italiana don Giuseppe De Luca sentenziò che “come scrittore (don Margotti) non ha più interesse” (1934). Oggi  invece il prete integralista è considerato  tra i campioni del caleidoscopico movimento cattolico. Qualche volta esagerò, ma la sua Storia dei ladri nel regno d’Italia da Torino a Roma (1872) sembra il ritratto dell’Italia odierna. Don Margotti voleva gl’italiani liberi di professare le proprie convinzioni nell’ambito delle leggi.  Il vero avversario non era comunque nei Palazzi ma nei “petrolieri”, come si vide dal 1871 con la Comune di Parigi.      Quel trauma è documentato nei due ottimi studi di Ercole Camurani 1810-2010. Duecento anni di liberalismo e  Padre Francesco Saverio Bruniani. La via difficile all’Unità Italiana per un cattolico liberale (ed. Mattioli 1885: www.mattioli1885.com) e nel bel libro di Cristina Siccardi Il Cardinale Massaja missionario in Africa (ed. San Paolo), scritto sulla scia di p. Antonino Rosso.  Il saggio di Sanguineti sul sanremasco don Margotti ricorda anche che vi sono tanti archivi ricchissimi ma poco studiati benché preziosi per capire i nodi irrisolti dell’Italia odierna.
Aldo A. Mola  
DATA: 05.09.2012
  
NAPOLI: LO SPOSTAMENTO DELLA BIBLIOTECA DELL’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI

Palazzo Serra di Cassano è stato la sede di diverse manifestazioni organizzate dall’U.M.I. di Napoli alle quali anche le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia hanno preso parte. L’U.M.I. si associa alle parole del Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Aldo Mola, che in veste di Direttore del Centro Giolitti ha diramato un comunicato per deplorare l’accaduto. Eccone il testo:

Napoli - L'Avv. Gerardo Marotta e il Principe Amedeo a Palazzo Serra di CassanoL’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), apprezzato in tutto il mondo quale motore della cultura in Italia, deve immagazzinare la biblioteca (350.000 volumi) a decine di chilometri da Palazzo Serra di Cassano, ove ha sede: un patrimonio straordinario viene sepolto lontano da studenti e docenti.
   Orgoglioso della sua originaria libertà, che è tutt’uno con la Cultura, l’Istituto non riceve da anni i finanziamenti indispensabili per la sua attività. E’ la conferma del tracollo della vita scientifica in Italia e dell’indifferenza dei “poteri” nei confronti degli studi non servili.
   L’assenza di una visione  filosofica comporta quella di un disegno politico. Perciò i “governanti” annaspano nelle immondizie.
   Da Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, uscì il ventenne Gennaro, decapitato con i Martiri del 1799: credeva nell’Italia libera e grande, nella civiltà dei Lumi. Come ha fatto e fa, con il fondatore e presidente dell’Istituto, Gerardo Marotta, il generoso cenacolo di quanti nell’Istituto e per l’Istituto lavorano.
   Il Centro “Giolitti” esprime profonda solidarietà all’Istituto e deplora quanti lo stanno afforcando per soffocarne il Magistero.
Aldo A. Mola
Direttore del Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato

Nella foto Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con S.A.R. il Principe Amedeo ad una manifestazione UMI tenutasi a Palazzo Serra di Cassano.
DATA: 24.08.2012
 
PROVINCE  TRANSALPINE PER L’EUROPA DEI POPOLI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “IL Giornale del Piemonte” del 19/08/12

Perché non varare province europee almeno nelle Alpi Occidentali? Ne offre occasione il “riordino” delle amministrazioni locali. Posseduti dal demone di apparire, da anni governi e politici incolti sparano a zero contro Comuni e Province, cioè proprio contro l’unica realtà amministrativa seria, frutto di storia millenaria, a differenza delle regioni che sono invenzione recente, artificiosa, costosissima e fonte di contenziosi indistricabili e paralizzanti. Province e Comuni rispondono direttamente ai cittadini, mentre le regioni “giocano a fare gli Stati con presidenti che si credono Governatori”, come osserva tagliente il senatore Andrea Fluttero. Se davvero vogliamo “riordinare” le Province senza distruggerne la funzione secolare, scopriamo che l’Italia pre-unitaria era più europea di quanto lo sia oggi. Il Regno delle Due Sicilie faceva grande politica estera. Perciò gl’inglesi ne vollero la distruzione. Lombardo-Veneto, Toscana e Modena erano parte dell’Impero d’Austria. Col il Papato l’Italia Centrale era fulcro del mondo. Il Regno di Sardegna era transalpino e anfibio, andava dalla Savoia a Nizza, passando per Aosta e Torino e arrivava a La Spezia.  Il sabaudo Cesare Balbo scriveva sommari di storia universale. Come gli Azeglio, gli Alfieri e Pellico, pensava in grande molto prima di Cavour.  E’ quanto manca alla riflessione sul riordino dell’Italia: il salto di qualità dal provincialismo alla lungimiranza, fondata sulla cognizione del passato.  Il direttore di questo Giornale del Piemonte, Fulvio Basteris, propone di tenere in vita in Piemonte le due province storiche (Torino e Cuneo) e accorpare il resto in “Piemonte Orientale”: Alessandria, Casale, Novara…, plaghe dai confini incerti, sabaude appena dal Settecento, attratte da Genova e da Milano assai più che da Torino. La presidente della “Granda”, Gianna Gancia, si schiera invece per l’unione di Cuneo con Imperia, la città inventata per pacificare Oneglia e Porto Maurizio. Si può guardare anche più lontano. Lo fece decenni orsono il Movimento federalista europeo proponendo la provincia transfrontaliera Cuneo-Imperia-Nizza, che esisteva prima del 1861, nell’ambito della regione Rodano-Provenza-Alpi Marittime. Sono cose arcinote. Tuttavia vanno ripetute, perché oggi le istituzioni supreme parlano in italiota anziché in europeo. Di conseguenza anche il 150° della proclamazione del Regno d’Italia è passato come acqua sulle pietre: retorica arida, luoghi comuni. Ne è conferma la produzione storiografica. Da anni il Premio Acqui Storia non include tra i finalisti saggi sull’unificazione nazionale: non per pregiudizio ma perché non se ne scrivono di validi. L’Italia ha urgenza di ripensarsi in prospettiva europea per non far la fine dell’antico ducato di Parma e Piacenza: né internazionale né nazionale, ma a noleggio, affidato a sovrani palesemente “a tempo”, come la lussuriosa Maria Luisa d’Asburgo e il tirannello Carlo III di Borbone. Non è facile, ma si può tentare. Certo, per superare le asperità del passato bisogna mettersi in due. I subalpini se la sentono di tornare transalpini? E i francesi credono nell’europeismo dell’Italia o come da Carlo VIII a De Gaulle continuano a considerarla terra per invasioni? Quante bandiere francesi si vedono salendo da Cuneo a Tenda e quante italiane scendendo verso Nizza? Eppure dovrebbe essere più facile pensare in europeo sulle Alpi Occidentali che al confine con la Svizzera, l’Austria, la Slovenia, ove tanti conti rimangono aperti. La storia non fa sconti. L’Europa dei popoli rimane lontana. Non la avviciniamo cancellando qualche provincia o un po’ di comuni all’interno dei confini nazionali. Occorre una rivoluzione culturale vera. Invece di scandalizzarci per quanto accade nel Vicino Oriente  meditiamo sull’imminente centenario della guerra dei trent’anni (1914-1945, con l’intervallo di tensioni tra il 1918 e il 1939) nei quali i popoli fratelli si scannarono senza pietà. Per fare un passo avanti vanno create province transalpine o regioni transfrontaliere, almeno dove possibile, anche per salvaguardarne le lingue. Lo proponemmo nel 1963 ad Anversa, alla fondazione del Partito federalista europeo, mentre in piazza fiamminghi (calvinisti e di lingua olandese)  e valloni (cattolici e francofoni) si bastonavano di (poco) santa ragione. Ma da allora il cammino dell’Europa è rimasto al palo, accecata dal luccichio di una deludente unione monetaria rimasta a mezz’asta.
Aldo A. Mola 
DATA: 20.08.2012
  
L’U.M.I. DI ASTI AL TEMPIO DELLA FRATERNITÀ (PV)

L’U.M.I. DI ASTI AL TEMPIO DELLA FRATERNITÀ (PV)Il 24 giugno 2012 la Sezione U.M.I. di Asti, con il labaro, e molti iscritti, ha partecipato a Cella di Varzi (PV), presso il Tempio della Fraternità, ad una manifestazione organizzata dal Presidente  dell’ U.N.I.R.R., Sezione di Asti, Comm. Giovanni Triberti, con la partecipazione anche delle Guardie d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Asti, Valmaira (CN), e Reggio Emilia. Erano presenti altresì associazioni combattentistiche e d’arma, con bandiere, ed autorità civili, militari e religiose. In occasione dell’inaugurazione di una targa in onore ed in memoria del Cav. Pietro Aguzzi già Presidente dell’Associazione Carristi della Regione Lombardia e fedele sostenitore del Tempio della Fraternità, l’ U.M.I. ha voluto partecipare alla celebrazione per commemorare tutti insieme  i caduti e dispersi in Russia e i defunti di Casa Savoia. Il Tempio della Fraternità, costruito con le rovine raccolte dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato fondato da Don Adamo Accosa, ricordato durante la funzione, quale momento di riflessione sulla necessità di costruire un avvenire di pace, collaborazione e fratellanza, tra gli uomini e le nazioni. Inoltre è stato ricordato il Beato Don Carlo Gnocchi, già reduce di Russia, nonché cappellano militare durante la guerra e fondatore di istituti di riabilitazione. Sono stati letti alcuni messaggi di saluti pervenuti da autorità, tra i quali è stato molto apprezzato ed applaudito quello del nostro grandissimo Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero. La Sezione U.M.I. di Asti ringrazia i suoi iscritti per la partecipazione e rivolge un ringraziamento particolare al Comm. Giovanni Triberti, per l’ottima organizzazione dell’evento.
Il Presidente U.M.I. Cav. Luigi Caroli
Il Vice Presidente U.M.I. Cav. Giancarlo Bussi
Il Segretario Rag. Antonio Ambrosino
DATA: 14.08.2012
 
UNA NUOVA BIOGRAFIA DELLA PRINCIPESSA MARIA CRISTINA DI SAVOIA

Maria Cristina di SavoiaUn racconto originale e storicamente documentato della vita di una “sovrana Venerabile” strettamente legata alla terra sarda, pubblicato in occasione del secondo centenario della nascita.
Un volume che getta nuova luce sul processo di beatificazione ancora in corso, arricchito da documenti inediti e materiali di archivio.
Sono gli anni turbolenti dell’avventura napoleonica che rimescola le carte politiche di un intero continente. I Savoia, cacciati dal Piemonte, si rifugiano in Sardegna, nella capitale del regno ricevuto nel 1720. E qui, a Cagliari, una mattina del 1812, vede la luce Maria Cristina di Savoia. Figura speciale di donna – ritenuta in odore di santità già in vita –, la sua vicenda terrena è ripercorsa con dovizia di particolari, tratti da fonti e documenti contemporanei, in un racconto storico affascinante che fa ampio riferimento al suo epistolario e alle testimonianze di chi l’ha conosciuta. Maria Cristina, divenuta poi regina delle Due Sicilie, moglie di Ferdinando II e madre di Francesco II, è considerata infatti esempio di “perfezione” nella “normalità della vita” poiché con le sue virtù, con la sua pietà e il soccorso che sempre ha devoluto verso i deboli, si è ben presto conquistata presso i suoi sudditi l’appellativo di “reginella santa”. In questo volume Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano – proponendo in appendice alcuni documenti inediti – ripercorrono le vicende biografiche della “figlia del Regno di Sardegna”, offrendo così ai lettori una nuova e originale cronaca in occasione della ricorrenza del secondo centenario della nascita della Venerabile, il cui processo di beatificazione sarà riavviato al più presto.

Maria Cristina di Savoia. Figlia del regno di Sardegna, regina delle due SicilieMario Fadda (Iglesias, 1977), si è diplomato in Studi Filosofici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Con Ilaria Muggianu Scano ha pubblicato Iomàn: Diario della Mandorla Amara (CTE, 2010) e Diario del Risorgimento sardo. Pietro Domenico e Gavino Scano: sangue diviso tra Chiesa e Stato (Arkadia, 2011).
Ilaria Muggianu Scano (Meana Sardo, 1977) è giornalista ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana), si è diplomata in Studi Filosofici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. È redattrice di diverse testate di divulgazione religiosa e collabora a progetti editoriali di salvaguardia della cultura tradizionale. È stata consulente alla sceneggiatura del film di Giovanni Columbu Su Re.


Maria Cristina di Savoia
Figlia del Regno di Sardegna, Regina delle Due Sicilie

di Ilaria Muggianu Scano e Mario Fadda - Introduzione di Alessandro Fadda
Arkadia Ed. Collana Akademia ISBN 978-88-96412-66-4 - Pagine 240 - Euro 17,00
DATA: 14.08.2012
 
FIOCCO ROSA IN CASA U.M.I.

Oronzo Cassa

       Il giorno 6 agosto, presso la Clinica “La Madonnina” di Bari, è nata Aurora Cipri, nipote del Cav. Oronzo Cassa, consigliere Nazionale U.M.I. e coordinatore del Club Reale" Savoia di Corato. La bellissima bambina è figlia di Loredana Cassa, primo Dirigente dell' Ufficio Amministrativo della Confagricoltura di Bari e moglie del Capitano dell'Arma Aereonautica Militare Luigi Cipri, in Servizio a Gioia del Colle. Congratulazioni al nonno e ai genitori per il bellissimo evento!

Nella foto Oronzo Cassa, nonno della piccola Aurora e motore inossidabile dei monarchici pugliesi.
DATA: 14.08.2012

DEMOCRAZIA COL VELO?

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 12/08/12

Ragion di Stato, da Cesare Ripa, "Iconologia"Ogni capo politico e militare ha diritto di fare qualsiasi cosa per il proprio popolo. Anche la più nefanda. Ne risponderà all’Altissimo o, più prosaicamente, alla Storia, cioè al corso degli eventi e alla Memoria. Lo spiegò Benedetto Croce, quando votò contro il trattato di pace che sforbiciò l’Italia a ovest e la privò di terre e genti italianissime a est. Per chiudere la guerra con il Giappone e imporsi potenza mondiale suprema nel dopoguerra, gli USA gli sganciarono addosso due bombe atomiche. Non se ne sono mai “scusati”. Azione politico-militare e “morale” (e quale, poi?) sono mondi separati. Ora qualcuno vorrebbe revocare l’onorificenza conferita dalla Repubblica italiana al presidente della Siria, al-Assad, anticipando il giudizio morale e storico su eventi ancora ignoti. Ma chi mai ne ha titolo? Forse gli inglesi o i francesi che a Versailles nel 1919-1920 si spartirono l’Impero turco, Siria inclusa, per sfruttarne le risorse? Obama e Clinton vanno fieri del premio Nobel “per la pace”. Quale? Molto si discute di Ragion di Stato e segreti di Stato: disputa fondata sull’ingenua identificazione fra democrazia e “trasparenza” (abolizione di ogni segreto) e su un equivoco lessicale: la confusione fra “segreto” (ritenuto necessariamente malvagio, criminale) e “riservato”, cioè “limite invalicabile dai non addetti”. In realtà non esistono segreti assoluti. Anche l’azione più tenebrosa è nota almeno a chi la compie.  E vi è certo separazione tra sacro (cioè riservato ai sacerdoti, “congiurati”) e profano, cioè i “laici” (il “popolo bue”, insomma). Senza bisogno di scomodare i segreti politico-diplomatici-militari, basti un esempio elementare: è bene che solo gli addetti governino l’acquedotto cittadino, altrimenti preda chi potrebbe avvelenarne gli utenti. Lo stesso vale per una miriade di azioni quotidiane, che sarebbe strambo considerare penalmente perseguibili solo perché necessarie alla salute dello Stato, legge suprema. La gente va in vacanza sperando di viverla tranquilla. Malgrado i gufi che, invece di rimediarvi governando, profetizzano un autunno terribile (è il caso della ministra Elsa Fornero), le vacanze saranno serene solo grazie all’immensa rete di tutori dell’ordine e “congiurati”. Essi sono il velo di cui ha bisogno anche la democrazia più avanzata. Lasciamoglielo.
Aldo A. Mola  
DATA: 14.08.2012
 
«LE SALME DEI SAVOIA TORNINO IN ITALIA»: RICCARDO MIGLIORI (PRES. OSCE) SCRIVE A MONTI

On. Riccardo Migliori       Riportare in Italia le salme di Vittorio Emanuele III e dei Reali come «gesto di umanità e patriottismo» in vista del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale: è questo ciò che il Presidente dell’Assemblea Parlamentare dell’Osce (Organizzazione del la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), On.le Riccardo Migliori, chiede in un’accorata lettera scritta al Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti. Eccone il testo:
«Nell’avvicinarsi del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale varie organizzazioni internazionali, tra cui l’Assemblea Parlamentare dell’Osce che ho l’onore di presiedere, stanno programmando iniziative che a partire dal Sarajevo 2014 ricordino all’Europa i passati lutti come insegnamento perenne per evitarli in futuro».
«In questo contesto, sono in ponte progetti di integrazione e pacificazione soprattutto in Europa centrale e nei Balcani».
«In questo spirito, una volta sopite le polemiche politico-culturali al riguardo, mi permetto di considerare estraneo ad un clima di riunificazione storica, soprattutto dopo il felice esito delle celebrazioni del 150° anniversario della nascita dello Stato unitario, il permanere della sepoltura all’estero degli ultimi due Re d’Italia Vittorio Emanuele III e Umberto II e delle loro consorti».
«Alessandria d’Egitto, Altacomba, Montpellier non rappresentano, come il Pantheon, l’essenza della storia unitaria dell’Italia, né risulta comprensibile per il suo ruolo decisivo rivestito nel corso della prima guerra mondiale l’esilio della sepoltura di Vittorio Emanuele III».
«Il suo Governo che, per composizione e maggioranza parlamentare, è in grado di essere al di sopra di stanche polemiche sul corso della nostra storia nazionale, può autorizzare la traslazione delle salme dei Reali».
«Auguro a Lei ed all’Italia che vi possano essere oggi le condizioni per un gesto di umanità e patriottismo».
Già nei giorni dell’insediamento del Governo Monti, l’U.M.I. ha chiesto al nuovo esecutivo la sepoltura nel Pantheon dei Sovrani esiliati. La nostra Associazione plaude all’iniziativa dell’On. Migliori, che da sempre ci è vicino con fattiva collaborazione.
 
I Sovrani in esilio
DATA: 09.08.2012
 
FUNERALE “MONARCHICO” PER IL SAGRESTANO DI DON CAMILLO

Il funerale di Vittorio GiannelliBrescello: la bandiera sabauda sul feretro di Vittorio Gianelli, che ha curato la chiesa di Brescello per 59 anni.
BRESCELLO. Un lungo applauso ha sottolineato l’uscita del feretro di Vittorio Gianelli dalla chiesa di Santa Maria Nascente, ieri pomeriggio gremita per i funerali. Occhi lucidi e molta commozione hanno fatto da cornice all’ultimo saluto al sagrestano brescellese in servizio da 59 anni, le cui esequie sono state celebrate da cinque sacerdoti, tutti a lui molto legati: oltre al parroco, don Giuliano Davoli, hanno presenziato don Giuliano Cugini, don Evandro Gherardi (che si insedierà a Brescello a settembre, in sostituzione di don Davoli che partirà per una missione in Africa), don Pietro Paterlini e il diacono Andrea Cristalli. In ossequio alle ultime volontà del 78enne – fervente monarchico – la bara era avvolta dal tricolore con il simbolo sabaudo, così come avvenne nel film “Don Camillo”, per i funerali della maestra Cristina. Ma più di tutto, a colpire, è stata la commozione nei volti di chi ha voluto salutare per l’ultima volta Vittorio nella “sua” chiesa, che ogni giorno curava e puliva con un’attenzione quasi maniacale. La sua meticolosa disponibilità è stata sempre apprezzata dalle varie generazioni che hanno potuto conoscerlo, come testimoniano le presenze in chiesa: tanti anziani, ma anche persone di mezza età e giovani, ai quali Gianelli era molto legato. E’ stato don Cugini a ricordarlo con parole commosse: «Con la morte di Vittorio, non perdiamo solo un sagrestano ma un amico di tutti i brescellesi, che ha vissuto una vita degna di essere raccontata in una biografia. Va ricordato che il suo ineccepibile servizio era compiuto con grande religiosità, accompagnato da una preghiera assidua e da vita eucaristica intensa. Lo vediamo ancora qui, intento a suonare le campane, a servire messa e a pulire. Era una persona divertente come suo padre Mario, poi negli ultimi mesi, a causa della malattia, si era fatto più aspro e severo, e nelle mansioni aveva iniziato a farsi aiutare da altre persone, che erano onorate di prestargli servizio. Sempre pronto a provvedere anche al divertimento dei ragazzi, era un esempio anche per i seminaristi, i quali apprendevano da lui come fare il prete. Resta in me un desiderio irrealizzato: mi sarebbe piaciuto che il vescovo lo nominasse accolito permanente. Gli mancavano gli studi, ma abbondava di pietà e competenza per esercitare questo ruolo, che gli affiderà il Signore. Nei giorni scorsi, quando gli ho chiesto se voleva che gli impartissi l’estrema unzione, pur faticando, mi ha sorriso. Un sorriso che non mi dimenticherò mai e che mi fa capire che Vittorio era pronto per il regno dei cieli». Il feretro di Gianelli è stato tumulato nel cimitero locale.
Andrea Vaccari
DATA: 08.08.2012
  
IL TRICOLORE DEL REGNO ALLE OLIMPIADI DI LONDRA

IL TRICOLORE DEL REGNO ALLE OLIMPIADI DI LONDRA
 Non poteva mancare ai XXX Giochi olimpici di Londra la presenza del tricolore con lo stemma sabaudo. Più volte, per merito del giovane Michele Migliori del Fronte Monarchico Giovanile di Firenze, le gare dei nostri atleti sono stati accompagnate dalla bandiera sotto la quale si è compiuto il Risorgimento. Migliori ha fatto sventolare il nostro glorioso vessillo in occasione della finale vinta da Jessica Rossi nel tiro a piattello,nella partita di Pallavolo contro l'Algeria e nella marcia 50 km femminile.  Nella foto che pubblichiamo il Tricolore alla ringhiera a Westminster, in occasione della marcia. Complimenti per l’iniziativa!
DATA: 08.08.2012
  

NEPAL: IL RE GYANENDRA PROPONE LA RESTAURAZIONE MONARCHICA

manifestazione per il ritorno della Monarchia in Nepal. Nepal: Gyanendra, il Re deposto del Nepal, ha dichiarato per la prima volta di essere pronto a tornare sul trono. Parlando al canale televisivo News 24 ha detto di aver stipulato un accordo, risalente a sei anni fa, con i partiti politici del suo paese per rimarcare il suo ruolo di Monarca costituzionale. Ma nel 2008 il governo marxista ha abolito la Monarchia. Il Sovrano ha riferito di non volere un ruolo attivo nella politica del Nepal, ma un ruolo istituzionale, legato al cerimoniale. La sua dichiarazione arriva in un momento di agitazione politica in Nepal. L’assemblea costituente è stata recentemente sciolta dopo non essere riuscita a raggiungere un accordo su una nuova costituzione. Nuove elezioni sono previste per novembre, ma nel frattempo in Nepal vi è un vuoto politico. Il corrispondente della BBC a Kathmandu, John Narayan Parajuli, fa sapere la maggior parte dei nepalesi vivono un frustrante disagio, dovuto al fallimento della classe politica nel compiere progressi su temi fondamentali come la disoccupazione. E’ ormai sentire comune pensare che il ritorno del Re, anche con un ruolo cerimoniale, comporti uno sviluppo positivo. In una rara intervista, il Sovrano deposto, ora noto come Gyanendra Shah, ha detto a News 24 di essere stato costretto a siglare un accordo con i partiti di opposizione nel 2006, dopo settimane di proteste anti-governative. Il Re ha detto che l’accordo "comporta il ripristino del disciolto parlamento, la nomina di un primo ministro tra le parti, e la restaurazione della Monarchia costituzionale e democrazia multi-partitica", ha detto. Ha concluso auspicando che le parti tengano fede agli accordi presi.
DATA: 06.08.2012

DALLA GRANDE BONACCIA ALLA TEMPESTA PERFETTA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 05/08/12

tempestaObama o Romney? Non è il duello cavalleresco fra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America. E’ la guerra senza esclusione di colpi tra le cordate che li sostengono: affarismo spregiudicato, produzione e vendita di armi, innesco di insurrezioni e conflitti di lunga durata,  atti ad alimentare l’industria bellica, l’unica che davvero tiri. In attesa del responso del 4 novembre, il mondo  si avvita su se stesso, indeciso a tutto, in stallo. L’ha messo a nudo la fatua condanna sul “caso Siria” del Consiglio di Sicurezza da parte dell’Assemblea dell’ONU, la maggioranza dei cui membri evidentemente dimentica di essere sovrana solo per finta. La grande bonaccia delle Antille precede l’uragano. Una volta era l’Italia ad avere il primato dell’ambiguità. Ora è l’Unione Europea, anzi la cupola delle Grandi Potenze. Per decenni la “politica” italiana ha subordinato scelte vitali a continue verifiche elettorali (politiche o amministrative, anche parziali), attese come referendum sulla condotta dei governi. Mentre ostentava venerazione per la “sovranità popolare”, la casta al potere si fece i fatti propri. L’avvento dell’ “Europa” e, specularmente, del localismo (nati insieme e insieme invecchiati, presto e male) rinviò tempi e modi della resa dei conti del malgoverno. La mistificazione, però, ha le ore contate. Mentre la “grande politica” (estera e militare) batte alla porta della storia, ognuno vede che l’Europa  non ha un governo unitario, né una politica estera, né, tantomeno, una difesa comune. L’ “Europa”  non esiste. Gran Bretagna e Francia hanno i loro arsenali nucleari; a diritto o a torto la Germania vuol rifare il bilancio di mezzo secolo di guerre perdute; altri Paesi dell’Unione fondano la loro economia sull’energia prodotta da centrali nucleari.  Dal canto suo, l’Italia non ha politica estera, né militare, né energetica. La sua accidia ha contagiato l’Europa, condannata al nullismo da un Trattato costitutivo privo di valori fondanti. A metà Ottocento l’Italia venne unificata dalla monarchia di Savoia perché già era  “una di altari, di memorie, di sangue e di cor”, come scrisse Alessandro Manzoni sin dal 1821.  L’Europa attuale non ha nulla di tutto questo. Ha solo una moneta, “coniata” da una Banca non legittimata dai  suoi utenti e utilizzata solo da una parte dei suoi abitanti. L’Unione Europea  è la cornice sbilenca di uno specchio rotto: mosaico di mezze volontà e di contrasti insuperati. Basti, per conferma, l’attuale presidenza, assegnata a Cipro, ovvero alla metà “greca” dell’isola, separata col filo spinato da quella sottoposta a sovranità della Turchia: Paese, questo, che fa parte della Nato ma non dell’Unione Europea e strizza l’occhio all’Iran, a sua volta  tutelato dalla Russia, che per parte sua sostiene la Siria contro la Turchia. La “grande politica” è come l’ Uroboros: il serpente che si morde la coda. Si crede immortale ma a volte s’avvelena.    Abbacinati dai fuochi artificiali della speculazione finanziaria fuori controllo, tanti europei rinunciano a sapere e a capire quanto avviene  al di là del Mediterraneo, troppo a lungo considerato un immenso villaggio turistico con qualche rischio marginale. Credono persino alla  fiaba della “primavera araba”, che spiana la strada al fondamentalismo e costringerà i “moderati” a irrigidirsi per non perdere credito, potere, futuro. L’urgenza dell’Italia e tutta lì: riprendere a ragionare sulla propria storia, passata e futura. In quale Europa pensa di essere? In quale Europa vuole stare? Quanto deve pagare per la sua posizione geografica e per salvaguardare il proprio patrimonio di civiltà? Quanto per avere a Roma il Vicario di Cristo? Sono domande che non trovano risposta nel differenziale fra i buoni del Tesoro nostrani e quelli tedeschi, né dalla riduzione  delle spese, che  sempre più assomiglia alla bapoletanaa “ammuina” ( tutto viene spostato a casaccio e tutto rimane come prima, moto perpetuo a somma zero). Meno ancora la risposta viene dall’aumento dell’emissione di titoli monetari da parte della BCE: un rimedio che evoca la decadenza dell’Impero romano, quando le monete di rame erano spacciate come fossero d’oro.       
Ma davvero per decidere che cosa fare di se stessi gli europei debbono aspettare che gli americani scelgano tra Obama e Romney? Senza l’immediato ritorno al primato della filosofia politica, alla grande bonaccia  attuale seguirà l’uragano devastante. Un primo segnale viene dalla Libia, ove gli affiliati ad al-Qaeda hanno iniziato  a distruggere i cimiteri di guerra italo-britannici: perché per gli integralisti la terra della comunità  islamica va purificata da presenze aliene, sia vive sia morte. Torna attuale il monito dei Profughi di Parga, la città dell’Epiro nel 1819 cinicamente venduta da Londra ad Alì Pacha. Il loro dramma venne cantato da Giovanni Berchet: per sottrarsi alla prevedibile strage, gli abitanti fuggirono tutti, portando con sé anche le ossa degli antenati, dissotterrate prima che fossero profanate dagli invasori. L’orrendo supplizio di Gheddafi  ha insegnato poco…
Aldo A. Mola
DATA: 06.08.2012
   
ALBANIA: IL PRINCIPE LEKA II CONFERMA LE INTENZIONI GOVERNATIVE PER UN NUOVO REFERENDUM ISTITUZIONALE

Leka d'AlbaniaIl Capo della famiglia albanese Reale, il Principe Leka, chiamato dai monarchici albanesi Re Leka Zogu II, ha affermato che Sali Berisha e Fatos Nano hanno promesso un nuovo referendum istituzionale tra Monarchia e repubblica. In un'intervista rilasciata al quotidiano russo “Ekho planety”, riproposta dal in lingua albanese dal quotidiano "Shekulli", l’erede al trono Leka Zogu, in risposta alla domanda "Hai preso in considerazione la prospettiva di ripristinare la monarchia nel vostro paese? ", ha affermato: "Non so quali siano le prospettive per il ripristino della Monarchia nel mio paese, tuttavia l'attuale primo ministro Sali Berisha e il suo predecessore Fatos Nano hanno costantemente dimostrato che la questione del referendum rimane aperta".
Leka ha poi ricordato il ruolo importante che gli ufficiali russi dell’Armata Bianca hanno avuto negli anni ’20 quando il nonno Ahmet Zogu si trovava in difficoltà. Grazie all’intervento di questi ufficiali è stato posticipato l’avvento del regime comunista e Leka sarà sempre grato agli emigranti russi per quanto fatto in Albania.
DATA: 02.08.2012
  
BARLETTA: ALESSANDRO SACCHI OSPITE AL CONVEGNO DELLE GUARDIE D’ONORE

BARLETTA: ALESSANDRO SACCHI OSPITE AL CONVEGNO DELLE GUARDIE D’ONORESabato 11 luglio 2012, nella splendida sala rossa del Castello di Barletta, l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha organizzato un convegno sul tema “L’Istituto nella storia del Regno e dell’Unità d’Italia”. L’incontro, moderato dal giornalista Franco Tempesta, si è aperto con i saluti dell’Assessore Marcello Lanotte, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale di Barletta. Ha preso poi la parola il promotore dell’iniziativa, il Rag. Oronzo Cassa, Coordinatore provinciale dell’U.M.I. di Bari e Ispettore nazionale delle Guardie d’Onore, il quale ha ricordato come la città di Barletta sia insignita di ben dieci medaglie al valor civile per il suo alto senso civico e di italianità.
Il dottor Ruggiero Piazzolla, commissario Prov.le BAT delle Guardie, dopo aver ringraziato tutti iBARLETTA: ALESSANDRO SACCHI OSPITE AL CONVEGNO DELLE GUARDIE D’ONORE convenuti, ha sottolineato  l’impegno dell’Istituto che, con spirito di servizio per la Patria, da sempre anima il cuore dei soci. Il Presidente nazionale dell’Istituto, il Capitano di Vascello dott. Ugo d’Atri, ha portato da Roma la testimonianza diretta dell’operato del sodalizio. Ha concluso l’incontro il Presidente nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Avv.  Alessandro Sacchi, il quale  ha  augurato  a tutti i presenti di essere portatori  convinti e determinati nella crescita e ripresa dell’Idea Monarchica, con la grande forza e la carica emotiva che lo contraddistinguono.
Oltre agli oratori erano presenti l’Ispettore per l’Italia Meridionale delle Guardie Avv. Angelo Gadaleta,  il comandante della Compagnia dei Carabinieri di Barletta Cap. Vatore e una rappresentanza della Croce Rossa. Presente una rappresentanza del Club Reale “Savoia” di Corato.
DATA: 31.07.2012

IL CAPO DI CASA SAVOIA IN UNA VIDEO INTERVISTA: NATURA E POLITICA

Il sito internet ilghirlandaio.com ha diffuso una video-intervista al Capo di Casa Savoia in cui il Principe Sabaudo tocca svariati temi: dalla natura all'idea di mettersi a disposizione del proprio Paese anche da un punto di vista politico.

(Il Ghirlandaio) Roma, 30 lug. Il rilancio di un Paese passa attraverso molti segnali. Il modo in cui si curano il verde pubblico, i giardini e i parchi, per esempio. Uno dei più competenti sull'argomento è Amedeo Savoia Duca d'Aosta, grande appassionato di botanica e architettura dei giardini.
Intervistato da Ilaria Grillini per ilghirlandaio.com, a margine della festa per l'anniversario dello yatching club di Catania il quinto duca d'Aosta ha parlato del suo giardino da due ettari a Pantelleria, costellato di piante grasse e alberi tropicali. Un paradiso dove tornerà per passare la fine dell'estate. “Ma l'amore per il verde è radicata da tempo in casa Savoia: i viali alberati di Roma, Firenze, Torino e Madrid voluti dai miei antenati ne sono la testimonianza più tangibile”.
“Il mecenatismo non ha influito solo sulla scrittura e sulle arti visive – ha continuato Amedeo d'Aosta - ma anche e soprattutto sui giardini. A cominciare dalla reggia di Venaria per continuare con tanti altri palazzi Savoia, che hanno dedicato sempre grandi spazi al verde”.
Ma il discendente della ex dinastia regnante ha anche manifestato l'intenzione di entrare in politica. “Mi piacerebbe prendere parte alla lista civica di Luca Cordero di Montezemolo. Sta nascendo in me il desiderio di partecipare alla vita pubblica e penso che in questo momento sia fondamentale fare qualcosa per il nostro paese”. Con l'ex presidente di Confindustria “ci siamo già conosciuti – spiega Amedeo d'Aosta - ma non abbiamo avuto modo di parlare di politica. Spero però di rivederlo presto”.
DATA: 31.07.2012
     
LONDRA 2012: LA CENSURA DELLA REGIA OLIMPICA

foto da internetNei giorni scorsi Giorgio Napolitano è giunto a Londra per salutare gli azzurri della XXX Olimpiade ma evidentemente l’omaggio presidenziale non è bastato al nostro CONI. Questa la nota di protesta che ci accosta alla Biellorussia e che così recita: “Il Coni ha inoltrato una protesta formale al general manager dell'Olympic Broadcasting Service (OBS), Manolo Romero, per non aver inquadrato il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, mentre dalla postazione assegnatagli dal cerimoniale del Comitato Organizzatore (Locog) salutava in piedi il passaggio della rappresentativa italiana durante la cerimonia d'apertura dei Giochi Olimpici di Londra 2012.” Al posto di Napolitano la regia olimpica SKY avrebbe inquadrato lo storico esponente sportivo Franco Carraro. Trattasi, come si apprende, di un normale scambio di persona in un paese così pieno di sosia. Una preghiera ai cari amici dell’italico CONI: lasciate in pace almeno la Regina.
Sergio Boschiero
DATA: 30.07.2012
 
SALME VIVENTI: GARIBALDI E I RE D’ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 29/07/12

Giuseppe GaribaldiIl 3 novembre 1880 Giuseppe Garibaldi andò a Milano per l’inaugurazione del monumento ai caduti di Mentana, sua ultima sfortunata battaglia (1867) per abbattere il potere temporale. Era rattrappito dall’artrite, pallido, portato a braccia su un lettuccio di ferro.  Attònita, una popolana esclamò “El par viv”, “Sembra vivo”. L’ultimo Garibaldi, nemico dell’imperialismo francese a Tunisi, impegnato  a  “guarire la gran piaga della miseria” con il “fascio della democrazia”, incardinato sulla Massoneria, rimane in gran parte da scoprire. L’edizione nazionale del suo Epistolario è ferma al 1871.  Anita Garibaldi, figlia del generale Ezio,  chiede la ricognizione della salma dell’Eroe. Che male c’è? E’ vero che a Caprera è appena stato inaugurato l’atteso Museo: ma per far conoscere,  non per “ri-velare”, non per mettere un’altra pietra sulla storia. Sin dal 26 settembre 1877 Garibaldi aveva disposto che il suo corpo fosse bruciato su una pira di “agaccio, lentisco, mirto e altra legna aromatica” e che un pugno delle sue ceneri fosse deposto in un’urna accanto a quelle di Rosa e Anita, due delle sue tre figlie premortegli (ma i biografi distratti ne ricordano due sole).
Come spiega Aldo G. Ricci in Obbedisco. Garibaldi eroe per scelta e per destino (Palombi), il rogo gli venne negato perché la Corona presenziò ai funerali con  Tommaso di Savoia, duca di Genova.  A suo buon diritto, la chiesa di Roma deprecava la cremazione ostentata come rito positivistico, pagano, anticattolico: in netto contrasto con la Monarchia, cattolica.  Perciò anche i massoni Agostino Depretis (presidente del Consiglio) e Francesco Crispi, “secondo dei Mille” e già presidente della Camera, optarono per l’imbalsamazione. Dieci anni prima era accaduto a Giuseppe Mazzini, “la Mummia della Repubblica”, come ha scritto Sergio Luzzatto nel suo miglior libro (Rizzoli,2001). Con la “pira omerica”  Garibaldi non voleva far dispetto ai preti (ne aveva molti per amici, compagni e fratelli di loggia). Gli pareva che a quel modo si sarebbe dissolto subito nell’Universo, raggiungendo  la madre, le tre figliole, la amatissima Anita, i caduti nelle patrie battaglie, don Ugo Bassi, fucilato dagli austriaci previa sconsacrazione…La sua salma, dunque, sta bene dove è. Come a Santena quella di Camillo Cavour, che rimane il genio che fu anche se pochi ne visitano la tomba. Vale per Giovanni Giolitti a Cavour, Einaudi a Dogliani e altri giganti che vivono nell’attualità del loro magistero.
    Qualche eccezione però va fatta per cementare uno Stato giovane, una nazione in cerca e oggi in ansia. E’ il caso della salma di Vittorio Emanuele II, murata al Pantheon per ricordare  (ormai soprattutto agli stranieri), che fu lui,  Padre della Patria, a volere  l’Italia unita, grande, libera.  Di fronte a lui riposa suo figlio, Umberto I, assassinato il 29 luglio 1900  a soli 56 anni. Vendetta anarchica o borbonica? Complotto repubblicano straniero?  
  Però non tutti i tasselli della memoria sono al loro posto. Lo saranno solo quando lo Stato si deciderà a traslare in Italia e a congiungerle in un unico monumento funebre le salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Umberto I andò a scoprire la statua equestre di Garibaldi al Gianicolo (1895). Vittorio Emanuele III fece  diffondere nelle scuole I  doveri dell’uomo di Giuseppe Mazzini perché la monarchia non aveva paura né di sani principi civili né del federalismo vero. Perché mai la repubblica dovrebbe temere le Salme dei Re più che lo spettacolo di una  casta “politica” che non riesce a varare una nuova  legge elettorale né ad aggiornare una Costituzione ormai  logora? In compenso viene introdotta l’ereditarietà dei posti di lavoro, come accadde nell’estrema decadenza dell’Impero romano, tra Costantino e Teodosio…. Pochi decenni dopo i barbari (quelli veri: come Alboino che del teschio del nemico vinto fece una coppa)  travolsero tutto. Dunque non ha torto Anita Garibaldi a chiedere l’ispezione della salma del bisnonno: è il paradigma dello stato di salute dell’Unità nazionale, delle sue radici italiane e universali, come fu l’Eroe dei Due Mondi, il cui grembiulino massonico (dono degli inglesi) Anita conserva con orgoglio.  La ricognizione della salma di Garibaldi potrebbe anzi rilanciare il trasferimento a Caprera dei resti di Anita. Come ricorda Paulo  Markun in Anita Garibaldi. Un’eroina del Risorgimento (ed. Armando, 2011), uno studio eccellente ma  passato quasi sotto silenzio, quella era la loro vera destinazione quando vennero recuperati a Nizza (non più italiana…). Ma l’ultimogenita di Garibaldi, Clelia, si oppose. Minacciò di precipitarsi in mare, sicché furono tumulati al Gianicolo. La storia non deve far paura. Perciò ben venga la verifica delle spoglie dell’Eroe, temibili solo da parte di chi pensa vi sia qualche cosa da nascondere.    
Aldo A. Mola
DATA: 30.07.2012
   
ALESSANDRIA E L’ANARCHICO CHE SPARO’ AL RE

La delegazione UMI di Alessandria a Monza per commemorare il Re Umberto I.Ho appreso la triste notizia dell’organizzazione di un evento alessandrino per denigrare la figura del legittimo secondo Capo di Stato dell’Italia unita. Per noi Monarchici il ricordo del Re Umberto I resta un punto fermo per condannare ogni tipo di violenza, a maggior ragione dettata da falsi sentimenti di vendetta. In questa città appartenente al Regno di Sardegna dal lontano 1728, è inaccettabile la propaganda contro Casa Savoia, specialmente se fatta ad arte per mistificare la verità storica.Già fu dedicata una pubblica piazza alle “Vittime dei moti del 1898”,  proprio qui dove non vi era bisogno di commemorare un evento che non ha traccia nella stessa Milano, dove avvenne l’eccidio! Oggi continuare a fomentare il rancore e la vendetta contro il Sovrano legittimo e la Dinastia che unì l’Italia, non ha proprio senso ed è frutto di mentalità malata.
Per cui mi rivolgo pubblicamente al nuovo Prefetto ed alle Forze di Polizia perché siano annullate queste manifestazioni, soprattutto se celebrate in luoghi occupati con tanta superbia da questi gruppi anarchici, che già hanno fatto danni alla precedente Villa Guerci, ai Forti militari e per ultimo all’ex Caserma dei Vigili del Fuoco. Noi Monarchici non abbiamo una sede, così come tante benemerite associazioni di volontariato e culturali, ma nessuno si è mai sognato di procedere con la forza per occupare un edificio pubblico! Abbiamo ricordato il “Re Buono” a Monza sabato scorso 21 luglio con un lungo corteo dalla piazza del Duomo per le vie centrali, fino al monumento dedicato a Lui, dove è stata posta una corona di alloro, dopo si è raggiunta la Cappella Espiatoria, edificio liberty costruito con fondi della Regina Margherita, sul luogo esatto dove cadde il Re assassinato, e successivamente la S. Messa a suffragio presso la chiesa dei Carmelitani; il tutto patrocinato e pagato dall’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon di Roma, per precisare che ogni manifestazione è sempre a carico nostro e non abbiamo mai fatto cerimonie senza mancare di rispetto alle Autorità locali e nazionali!
Era presente anche una Delegazione alessandrina con il sottoscritto, uno sforzo notevole per esserci, mentre vedevamo in autostrada che la maggior parte delle persone viaggiava verso le località turistiche estive. Purtroppo sono mancate le rappresentanze ufficiali della stessa città di Monza, dove nei mesi scorsi la competizione elettorale ha fatto vincere la Sinistra sia al Comune che in Provincia, per cui l’unico Gonfalone presente era quello della Provincia di Milano; l’assenza è un altro aspetto deprecabile di come siano faziose le Amministrazioni locali, senza pensare che, grazie a quella Dinastia, ebbe sviluppo l’intera città attorno alla Villa Reale e tutt’oggi sono in corso delle mostre che portano turismo e commercio.
La figura del Re Umberto I deve essere commemorata anche qui, dove un tempo ai Giardini esisteva un bellissimo monumento, dedicato ed offerto dai nostri Avi per il perenne ricordo.
Carmine Passalacqua - Coordinatore U.M.I. Alessandria

Nella foto la delegazione UMI di Alessandria a Monza per commemorare il Re Umberto I.

DATA: 28.07.2012
 
28 LUGLIO 1849 - 28 LUGLIO 2012: ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL RE CARLO ALBERTO

Il Monumento equeste dedicato a Carlo Alberto a RomaL’U.M.I. (Unione Monarchica Italiana) deporrà domani, 163° anniversario della morte in esilio di Re Carlo Alberto di Savoia, un serto d’alloro ai piedi del monumento equestre a Lui dedicato, innalzato nei giardini di via del Quirinale a Roma. Sarà così onorato il Re che con la prima Guerra di Indipendenza lanciò la sfida all’Austria, dando inizio all’avventura risorgimentale per l’unità d’Italia.
Carlo Alberto modernizzò lo Stato, creò un’armata fedele, promulgò lo Statuto e riconobbe la libertà di culto per le comunità ebraiche e valdesi del Regno. Va annoverato di fatto e di diritto tra i Padri della Patria.
DATA: 27.07.2012
  
STORIA IN RETE DI LUGLIO-AGOSTO È IN EDICOLA CON UNO SPECIALE DI MOLA SU MATTEOTTI

Storia in Rete numero 81-82, luglio-agosto 2012Questa estate, Storia in Rete analizza con un lungo dossier la nascita dell’imperialismo americano: dalla Guerra di Secessione, la prima guerra totale della storia, al conflitto fra coloni e pellirossa, fino all’affacciarsi degli States fra gli imperi coloniali, con la guerra ispano-americana. Ci spostiamo quindi nella Romania del dicembre 1989, durante la “rivoluzione” che portò il paese balcanico a rovesciare il regime di Ceausescu: ma chi volle che il dittatore e sua moglie finissero al muro dopo un processo-farsa, e perché?
A luglio e agosto il consueto appuntamento con la rievocazione ci porta sulle spiagge di Anzio, della Normandia e fra le nevi delle Ardenne, con un gruppo di rievocatori specializzato nella ricostruzione della Seconda guerra mondiale. E ancora quel conflitto protagonista di una conferenza che riscrive completamente il rapporto fra Stalin e Hitler: nemici per caso, alleati mancati. Poi, a 100 anni dalla nascita del papà dell’intelligenza artificiale, un ritratto delle ultime ore di Alan Turing, il genio della matematica condannato e castrato perché omosessuale. Da un genio della matematica a uno del crimine: un ritratto di don Vito Cascio Ferro, l’uomo che gettò il ponte fra Sicilia e New York creando la mafia moderna, e che morì solo e abbandonato all’ergastolo in un duro carcere fascista. E per concludere, il punto sulla ricerca storiografica sul caso Matteotti: un nuovo libro tenta di proporre un’ulteriore tesi per spiegare perché il deputato socialista fu assassinato dalla squadraccia di Dùmini.
Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di luglio agosto!! In tutte le edicole o su web.
DATA: 27.07.2012
 
TERRORISMO: IL 29 LUGLIO E L'ESALTAZIONE DEL REGICIDA

Il monumento a Carrara, dedicato a Gaetano Bresci Il prossimo 29 luglio cadrà il 112° anniversario dei tre colpi di pistola che uccisero il Re d’Italia Umberto I, il Re di Villafranca, ricordato in maniera toccante nel libro Cuore dal patriota risorgimentale Edmondo de Amicis.  Il folle gesto, compiuto dal terrorista anarchico Gaetano Bresci, gettò il Paese nel lutto. Il popolo italiano, dopo l’empio avvenimento, si legò ancora di più alla propria Famiglia Reale, già molto amata.  Bresci, per quello che rappresenta, più volte è stato celebrato con becero senso anti italiano, divenendo un simbolo di disprezzo per lo Stato e per le Istituzioni. Addirittura, negli anni ’80, gli venne innalzato un lugubre monumento in quel di Carrara, platealmente avversato su media, stampa e persino in Tribunale da Sergio Boschiero.
Oggi, nella sabauda Alessandria, uno sconosciuto circolo anarchico preannuncia una giornata celebrativa per il prossimo 29 luglio, intitolata “Facciamo la festa al Re”. Lo scopo evidente è quello di celebrare e incensare il regicida. Ci troviamo di fronte agli ennesimi paladini del culto del delitto, male che sembra non diminuire affatto. La logica porterebbe chiunque a prendere le distanze da simili manifestazioni ma queste vengono tollerate e addirittura pubblicizzate come fenomeni di folklore. In Italia esiste il reato di apologia di fascismo ma non quello di apologia di terrorismo (nel codice penale è solamente un'aggravante all’art. 302 per l’istigazione a commettere delitti). Vista la stagione terroristica vissuta negli anni ’60, ’70 e ’80, che ha devastato il nostro Paese, è una grave carenza legislativa. Però è così e questi inquietanti circoli anarchici sono liberi di esaltare, mistificando e strumentalizzando la storia, un uomo che viene dipinto come eroe ma altro non è che uno spietato assassino.
Nella foto il monumento a Carrara, dedicato a Gaetano Bresci, dopo che anonime mani patriottiche hanno dimostrato il proprio disprezzo (con vernice rossa) nei confronti di questa vergogna dell'Italia repubblicana. 
DATA: 26.07.2012
  
OMBRE ROSSE SANGUE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 22/07/2012

Ombre rosse 
“Speculazioni miserrime…”: così il presidente Napolitano stigmatizza certi attacchi al Colle. E’ però bene fare un altro passo in avanti e deplorare altre demonizzazioni dei capi dello Stato d’Italia. A parte quella dei Re, tuttora in atto, basti ricordare l’infame campagna denigratoria contro il presidente della Repubblica Giovanni Leone, la cui vera colpa non fu l’elezione al Quirinale con i voti delle destre e dei massoni orchestrati da Licio Gelli ma l’aver presieduto due monocolori democristiani (1963 e 1958) per propiziare governi di centro-sinistra e fermare l’ascesa del Partito comunista italiano, devoto alla “sovranità limitata” dei Paesi del Patto di Varsavia. Finì come sappiamo. Leone non venne difeso dai democristiani, ricevette lo sfratto dal Quirinale e rassegnò le dimissioni anzitempo. L’infondatezza delle imputazioni a suo carico fu provata, ma decenni dopo. Peggio che miserrime furono le “speculazioni” contro Francesco Cossiga da parte dei comunisti che, Luciano Violante alla testa, ne chiesero l’incriminazione per attentato alla Costituzione. La sua vera colpa era di aver concorso a schierare i missili della NATO in Sicilia, per contenere l’aggressività dell’URSS. Tra i capi d’accusa vi fu la sua presunta indulgenza verso la Loggia Propaganda massonica n.2, poi assolta da ogni imputazione dalla Corte d’Assise di Roma con sentenza definitiva. Erano le prove generali di Tangentopoli. La lunga guerra civile condotta dai comunisti per il dominio sull’Italia è ripercorsa da Fabrizio Cicchitto in La linea rossa: da Gramsci a Bersani: l’anomalia della sinistra italiana (Mondadori). Capogruppo del Partito delle Libertà alla Camera, Cicchitto proviene dalla sinistra socialista. Questo suo memoriale sintetizza decenni di dibattiti miranti a liberare la sinistra dall’utopia della rivoluzione come “purificatore bagno di sangue della borghesia”. La “questione Gramsci’, approfondita da Cicchitto, è al centro di una battaglia senza esclusione di colpi. In Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1922) Leonardo Rapone ha documentato il vero bersaglio dell’ “Ordine Nuovo” di Gramsci e Bordiga: non tanto i reazionari, ritenuti ormai condannati dal “fatale corso della storia” (mito micidiale della sinistra hegeliana), ma i riformatori, sia liberali sia socialisti, cioè Giovanni Giolitti, vera bestia nera dei comunisti italiani, e Filippo Turati, vittima delle proprie incertezze e del terrore di non avere nemici a sinistra, malattia infantile di “democratici”, azionisti e socialisti. Cicchitto riscatta l’ultimo Gramsci, studiato da Franco Lo Piparo nei Due carceri di Gramsci (Donzelli) e appena sfiorato da Giuseppe Vacca in Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1922-1937 (Einaudi). Se quella è storia antica, ma serpeggiante per l’uso strumentale che Togliatti fece del compagno-antagonista Gramsci, sulle sinistre incombe ancora l’eredità di Enrico Berlinguer e dei suoi “ragazzi”, propugnatori di due linee inconciliabilmente opposte: il compromesso storico da un canto e l’asserita “diversità” dei comunisti dall’altro, lo sbandieramento dell’eurocomunismo da una parte e la questione morale, l’austerità, il pacifismo filosovietico dall’altra. Non stupisce che l’azionista Ugo La Malfa abbia puntato al dialogo con Berlinguer. Colto da raptus calvinistico, condiviso da Bruno Visentini, anche La Malfa avversò le autostrade nel Mezzogiorno e la televisione a colori: fu l’espressione del neofrancescanesimo laicistico. Giustamente Cicchitto ricorda due fra i più incisivi ispiratori del nuragico Berlinguer: Franco Rodano e Antonio Tatò, che bollò il socialista Bettino Craxi come “un avventuriero, anzi un avventurista (…) un bandito politico di alto livello (…) un socialdemocratico di destra con venature fascistiche”, più o meno come Togliatti aveva marchiato a fuoco Turati, “socialfascista”, e Lev Trotzky, “la puttana del fascismo” (epiteto falsamente attribuito a Gramsci). Vanno però ricordate anche altre quinte colonne del cattocomunismo, come Pietro Scoppola. L’ampio affresco della “anomalia italiana” tracciato da Cicchitto spiega la debolezza culturale che ha indotto tanti sedicenti cattolici, democratici e persino liberali a intrupparsi nelle file della sinistra. Oggi sono accampati sotto l’ombrello del Partito democratico: un contenitore di utopie, integralismi, estremismi, tenuto insieme dal giustizialismo, che è la negazione del diritto. Attratti dall’egemonia del moralismo e a occhi bendati dinnanzi alle innumerevoli prove della doppiezza, dell’opportunismo e dell’affarismo del PCI e derivati tossici (dal “compagno Greganti” al “sistema Penati”), essi subiscono il fascino e il dominio del Partito democratico benché questo sia privo di progetto politico di vasto respiro, ma abile nel marketing propagandistico e ancora bene incistato nel controllo sull’informazione. Perciò bisognerà riflettere ancora sulla “questione cattolica”. L’anomalia italiana, spiega Cicchitto, non venne compresa appieno neppure da Silvio Berlusconi, la cui “temerarietà esibizionistica” si è tradotta in “serio errore politico”, prestando il fianco al moralismo calvinista. Quella stessa anomalia lascia pochi margini di speranze. Occorrerebbero “una incisiva riforma istituzionale e una nuove legge elettorale”, ma il tempo sta per scadere anche per la ruota implacabile del capitalismo che vive e cresce di crisi in crisi. Sul paese si allunga dunque la cupa ombra rossa di un passato che non passa. I più rimangono attoniti in attesa di misure miracolistiche (inclusi prelievi straordinari e a la “patrimoniale”). Cicchitto mira a dare la sveglia. Ve n’è bisogno.(*)
Aldo A. Mola
(*) Alle ore 18 di martedì 24 luglio La linea rossa da Gramsci e Bersani di Fabrizio Cicchitto viene presentato a Roma (Sala Santa Marta, piazza Collegio Romano 5) dall’autore con Massimo D’Alema, Silvio Pons e Gaetano Quagliariello. 

DATA: 19.07.2012
 

CONGRATULAZIONI AD AUGUSTO GENOVESE PER LA LAUREA IN GIURISPRUDENZA

nella foto Augusto Genovese con Alessandro Sacchi, Giannandrea Lombardo di cumìa, Ugo d'Atri e il Prof. Anzevino
Il 19 luglio 2012, il Coordinatore Provinciale dell'U.M.I. di Avellino Augusto Genovese ha discusso la tesi e si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Giustino Fortunato. Al neo laureato le più sentite congratulazioni dell'U.M.I. La nostra Associazione era presente alla cerimonia con il Presidente Nazionale Alessandro Sacchi e il Presidente dell'U.M.I. Campania Duca Giannandrea Lombardo di Cumìa. Complimenti vivissimi.
Nella foto Augusto Genovese con Alessandro Sacchi, Giannandrea Lombardo di cumìa, Ugo d'Atri e il Prof. Anzevino.
DATA: 19.07.2012
 
COMUNICATO DEL COMITATO ABOLIZIONE PRIVILEGI AI POLITICI CONTRO LA CASTA

Riceviamo e pubblichiamo.

QuirinaleEgr. Direttore, invio il seguente comunicato  che prego voler pubblicare: 
"Il presidente del Comitato" pro abolizione dei privilegi ai politici", Danila Annesi, dopo attento ed approfondito esame scientifico della Costituzione Italiana e dei codici penale e di procedura penale, e senza riferimenti specifici a chi ricopre o ha ricoperto la carica di Presidente della Repubblica,ritiene che, in questo corso politico impegnato ad applicare concretamente i valori di libertà, giustizia ed uguaglianza, sia necessario abolire tutti quegli anacronistici privilegi riservati al Capo dello Stato nel campo del diritto penale.
La faraonica "divinizzazione" dell'Ufficio di Presidente della Repubblica, sancita dall'art,90 della Costituzione, per cui il Capo dello Stato non è responsabile penalmente nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione stessa, suona offensivo per tutti noi comuni cittadini.
Anche la atipicità della procedura inerente l'addebito delle accuse, per la quale è necessaria la maggioranza assoluta dei membri del Parlamento (deputati e senatori) riunito in seduta comune, è frutto del perpetuarsi della nefasta ideologia post-bellica, fondata sulla eccessiva e preventiva difesa della casta politica (politici da una parte e popolo dall'altra), in contrasto evidente con il principio generale ed universale di uguaglianza, previsto dalla Costituzione stessa.
Al danno si aggiungerebbe la beffa! Alcune tesi giuridiche affermano che, in caso di addebito da parte del Parlamento, esisterebbe l'impossibilità di procedere contro il Capo dello Stato  per carenza di specifica previsione nel codice penale dei due reati " per alto tradimento" e " per attentato alla Costituzione". In altre parole, nonostante l'imputazione, la Corte Costituzionale (art. 134 Cost.it.) non potrebbe giudicare il Presidente della Repubblica a causa dell'art.25, comma II, della Costituzione che stabilisce:"Nessuno  può essere punito, se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso".Altre tesi, al contrario, più realistiche, affermano che tali norme già esistono (vedi articoli 241, 283, 287, 289, 398 del codice penale e l'art. 77 del codice militare di pace) e sarebbero applicabili anche al Capo dello Stato. Su questa diatriba giuridica il Comitato Pro-Abolizione Privilegi ai politici si ripromette di consultare  gli organi competenti.
Altro privilegio è pure la possibilità , prevista dall'art.33 del codice penale, di tutelare il Capo dello Stato, preservandolo da eventuali scabrosi procedimenti per offese riguardanti il suo onore ed il suo prestigio. E' infatti obbligatorio, in questi specifici casi, l'autorizzazione del Ministero di Grazia e Giustizia. Trattasi, questa, di tutela passiva indiretta del Presidente della Repubblica,anche per evitare eventuali processi che, eventualmente rivoltandosi contro lo stesso, potrebbero deturpare la sua immagine e, di riflesso, quella della nazione.A questo proposito, il nostro Comitato ritiene opportuno che anche questa forma di tutela sia abolita, poichè la verità, anche se amara, deve sempre essere conosciuta dai cittadini, soprattutto quando riguarda chi ricopre le massime cariche dello Stato, persona che deve essere , nella dinamica delle sue azioni, sempre "candido" e "trasparente"Chi ricopre le suddette cariche non dovrebbe utilizzare "tutele indirette" per salvaguardare la propria immagine e riservatezza...Privilegio riservato al Capo dello Stato è anche l'intoccabilità dello stesso da parte della Magistratura ordinaria, durante il suo mandato , per i reati comuni commessi come privato cittadino. Solo alla scadenza di detto mandato, il futuro ex-Presidente della Repubblica potrà essere perseguito.Tutto ciò contrasta con il principio costituzionale che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini.
Il Comitato per l'abolizione dei privilegi  pertanto, ritenendo che i rischi e le responsabilità del Capo dello Stato siano già abbondantemente ricompensati dai consistenti emolumenti percepiti e dall'onore e prestigio che la carica stessa comporta, auspica che, in sede di revisione delle norme costituzionali, tutti i citati privilegi presidenziali vengano cancellati. In fondo, perchè far esistere delle norme che privilegiano il Capo dello Stato nel diritto penale, quando chi ricopre tale carica deve essere persona notoriamente qualificata politicamente, culturalmente e moralmente per svolgere tale alto incarico!? ". Distinti saluti.
DANILA ANNESI, Presidente Comitato Abolizione Privilegi concessi ai politici
DATA: 19.07.2012
  
LA SCOMPARSA DEL PROF. NICOLA D’ORIO

Nicola d'OrioChiniamo le abbrunate bandiere del regno in memoria del prof. Nicola d’Orio, storico monarchico di Merano che si è spento, all’età di 92 anni, lo scorso 12 luglio. Lascia la moglie ed i figli. È stato un inossidabile difensore della causa monarchica sin dai tempi del contestato referendum. Viveva a Merano dall 1953 dove ha insegnato tedesco alla scuola di avviamento commerciale e alle scuole medie. Negli anni Sessanta, per due legislature, è stato consigliere comunale del Partito Monarchico e da sempre rappresentante delle associazioni monarchiche in Trentino. E’ stato anche dirigente dell’Unione Monarchica Italiana. Alla Famiglia giungano le più sentite condoglianze dell’U.M.I.
DATA: 17.07.2012

PARLAMENTO O CAMERA ARDENTE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 15/07/2012

Giovanni GiolittiLa “svalutazione” dell’Italia decretata da Moody’s è solo un episodio della guerra in corso da anni  per ricordarci che siamo Paese vassallo, “ausiliario” nei conflitti veri, come ai tempi dei bombardamenti NATO su Sarajevo e  nell’aggressione al regime di Gheddafi.  USA, Francia, Gran Bretagna e Germania (da sempre tutrice della Turchia) ora vogliono risolvere il caso Siria a mano armata, col pretesto delle “armi di distruzione di massa” in mano ad Assad. Tra guerra fredda  strisciante e calda incombente, l’Italia rilutta. Certo non può avere due politiche estere opposte. Per molte forniture e mercato dipende anche da Russia e Cina. Che cosa accadrà? A deciderlo non sarà certo l’etereo ministro degli Esteri. Napolitano è sempre più compreso dal rango di Capo delle Forze Armate, come Scalfaro ai tempi dei bombardamenti su Sarajevo.  E Monti? E il Parlamento? A nove mesi dalle votazioni (sempre che non vengano rinviate con qualche pretesto) senatori e deputati  sono assillati da tutt’altre priorità: rimediare la rielezione o come sbarcare il lunario da ex. E’ la prova della distanza tra titolarità del potere e suo effettivo esercizio. Quirinale e Palazzo Chigi occupano spazi sempre più ampi perché Montecitorio e Palazzo Madama abdicano al loro ruolo votando la fiducia a getto continuo.       Col peso di due guerre mondiali sulle spalle, l’Italia non può ambire a ruoli di protagonista. Però dovrebbe vendere  la pelle a prezzo più alto: arte di mercanti, abilmente praticata dall’età di Comuni e Signorie alla dominazione straniera. Nell’Ottocento, con l’unificazione, Casa Savoia cambiò marcia facendosi garante della pace europea agli occhi delle Cancellerie e dello stesso Pio IX, che certo preferiva i sabaudi ad anglicani, gallicani, luterani e americani. A inizio Novecento la Nuova Italia raggiunse il massimo fulgore. Però nel 1914 sfuggì dalle mani del suo maggior statista, Giovanni Giolitti, sintesi suprema di politica e tecnica di governo. Giusto cent’anni orsono, presidente del Consiglio per la quarta volta, Giolitti varò il diritto di voto  universale maschile. Gli elettori balzarono da 2.930.000 a 8.443 000. Formarono una Camera che presto si mostrò inconcludente e vile. Fece la voce grossa sulle piccole cose ma si lasciò esautorare sulle fondamentali.  Il 26 aprile 1915  Antonio Salandra e Sidney  Sonnino, d’intesa con il Re, attuarono  un  colpo di Stato: con  il Patto di Londra  impegnarono l’Italia a scendere in guerra a fianco dell’Intesa contro Vienna e Berlino, ancora suoi alleati. Un voltafaccia forse senza alternative. Il punto è che non chiesero né compensi adeguati (per esempio Fiume, ove  d’Annunzio andò poi a creare una pericolosa reggenza: sedizione militare) né  finanziamenti. Si condussero da sprovveduti. Altrettanto fece Badoglio nell’agosto 1943. Doveva subire, anzi implorare, la “resa senza condizioni”, ma poteva almeno pretendere  lo “sconto di pena” previsto dal Memorandum di Quebec.  Neppure lui, imvece, seppe trattare sul prezzo del cambio di alleanze. Il risultato si vide con il trattato di pace, che rimase punitivo e va imputato, come fece Benedetto Croce,  alla  neonata repubblica di De Gasperi, Togliatti e Nenni  (“Premio Stalin”…), abile soprattutto nel manipolare  la verità storica e scaricare sulla memoria di  Casa Savoia i frutti della propria inettitudine.   Questi precedenti fanno riflettere sulla partita in corso. Da venerdì l’Italia vale meno. Tutti sono più poveri. Protestarsi virtuosi non serve a nulla. Bisogna imparare a perdere senza farsi far troppo male: un’arte che richiede scaltrezza (almeno serpi se non si può essere leoni). Dopo la prima guerra mondiale Salandra e Sonnino alimentarono il mito della “vittoria mutilata”, che fece da pedana per l’ascesa dei nazional-fascisti. Tornato presidente del consiglio, Giolitti chiese pieni poteri per risanare la finanza, sfoltire il pubblico impiego, tassare i sovraprofitti di guerra, varare la riforma dell’istruzione, trasferire  dalla Corona  alle Camere il potere spremo di decidere guerre e trattati di pace. Il Parlamento o si oppose o sonnecchiò, salvo poi consegnarsi mani e piedi a Mussolini. Nel secondo dopoguerra  la  “vittoria mutilata” venne replicata col mito della “resistenza tradita”: frutto della retorica  parolaia di esterofili, spesso sul libro paga di potenze straniere, come il Partito comunista italiano che  all’ “oro di Dongo”  aggiunse i finanziamenti  dell’URSS. Sono cose notissime ma è bene ricordarle mentre al declassamento  dell’Italia Monti risponde flebile  che siamo virtuosi e facciamo tanti sacrifici da meritarci un po’ di clemenza. In realtà l’Italia deve riscoprire sé stessa, senza rincorrere costosi localismi, che hanno sempre fatto il gioco degli stranieri e danneggiato gli abitanti del Paese. Attendere le elezioni, sempre che non vengano differite, richiede troppo tempo. Annibale è alle porte. Il  Parlamento deve mostrare di esistere, qui e ora: con un franco dibattito sulla politica estera, riforme istituzionali vere, legge elettorale e l’elezione di una Costituente. La costituzione, benché rigida, non lo vieta. Come già ammise Giovanni Gronchi, nulla impedisce neppure un referendum sulla forma dello Stato. Se non dà segnali di vita il Legislativo si riduce a macabra …Camera ardente di parlamentari prossimi all’uscita forzata. Nel 1919-22, dopo le delusioni ascese l’ “uomo forte”.  Al dimenticato Facta seguì l’amato-odiato Mussolini. Come disse Giolitti, il Parlamento  ebbe il governo che si meritava. Lo presero in groppa non solo le Camere ma gli italiani tutti. Sappiamo come finì.
Aldo A. Mola
DATA: 16.07.2012
  
ROMANIA: PROGRAMMA SETTIMANALE SULLA MONARCHIA ALLA TELEVISIONE NAZIONALE

Il Re Michele di Romania durante il Suo RegnoIn un momento molto delicato della storia romena, in cui il Presidente della repubblica è stato sospeso dal Parlamento e in cui è in atto una sentita campagna referendaria tra i sostenitori del Presidente sospeso e i suoi avversari, la televisione nazionale romena ha lanciato un nuovo programma che, solo qualche tempo fa, probabilmente non sarebbe stato ipotizzabile. Il programma televisivo è intitolato “ L’ora del Re” e viene trasmesso ogni sabato alle ore 13.00. Cerca di parlare del presente della società romena, partendo dai valori e dai princìpi della Corona Reale. Il programma settimanale contiene interviste, notizie, conversazioni su temi culturali, diplomatici, religiosi, politici, giuridici, economici e costituzionali e vuole far luce sulla storia romena che è stata per più di 40 anni nascosta dal regime comunista. Così si cerca di offrire al popolo la verità sulla Monarchia, sul ruolo della Real Casa Romena nella modernizzazione e nell’indipendenza del Paese. I telespettatori hanno la possibilità di vedere immagini d’archivio con tutti i Re e le Regine della Romania, ma anche tante immagini sulla vita quotidiana della Real Casa Romena di oggi. I giornalisti della televisione nazionale Camelia Csiki, Bogdan Şerban Iancu, Marilena Rotaru,Cristina Ţilică compongono l’equipe che si occupa di questo programma. La giornalista Camelia Csiki parlando del nuovo programma ha affermato: “I romeni non sanno nemeno oggi qual è la verità sul periodo della Monarchia, sul ruolo dei Re di Romania nella società rumena che, come si sa, ha iniziato a svilupparsi e a modernizzarsi soprattutto in quel periodo. Ci sono tanti aspetti da chiarire…  non dimentichiamo che anche lo scorso anno sono state divulgate delle falsità sull’abdicazione del Re Michele e che anche oggi la gente è convinta che il Re Michele sia partito con un treno pieno di ricchezze: un’informazione falsa, diffusa dai comunisti già nel 1948. Cercheremo di chiarire tanti altri aspetti legati alla Corona romena, riprenderemo la storia con l’aiuto di prove e testimonianze.”
Su facebook c’è una pagina dedicata a questo programma aperta dall’Ufficio stampa della Real Casa (https://www.facebook.com/pages/Ora-Regelui/389716261087758)
Nell’attuale complessa situazione politica del Paese, che preoccupa parecchio anche le Istituzioni europee, il numero dei Romeni che guardano con speranza alla Famiglia Reale e alla Monarchia è in grande crescita e l’iniziativa della televisione nazionale sembra una vera e propria campagna a favore della Monarchia.
Lunedì 16 luglio, alle ore 19.00, all'Ateneo Romeno di Bucarest, verrà proiettata l'anteprima del documentario "Michele I, Re dei Romeni - 85 dall'ascesa al Trono della Romania", realizzato da uno dei quattro giornalisti del programma "L'ora del Re", la signora Marilena Rotaru. L'evento sarà presieduto da S.A.R. la Principessa ereditaria Margherita e da S.A.R. il Principe Radu di Romania. Essendo previsto un grandissimo afflusso di persone all'evento, verrà predisposto un maxi schermo all'esterno dell'Ateneo per permettere a tutti di poter assistere al documentario.
Cosa sceglieranno i romeni per il loro futuro? Una repubblica che ha portato solo ingiustizie e caos istituzionale o una Monarchia che garantirebbe la continuità e l'equilibrio del Paese?


Nella foto il Re Michele I di Romania durante il Suo secondo Regno.

DATA: 14.07.2012
 
QUEL VIZIO ALL’ORIGINE

Nascita repubblica italiana  Noi italiani siamo un popolo di gente fantasiosa, quando vogliamo sappiamo venir fuori dalle situazioni più intrigate grazie al nostro estro. Gli esempi sono innumerevoli e svariati in tutti i settori: dall’imprenditoria, allo sport, dalla politica, allo spettacolo, ecc… Le eccellenze italiane, nei momenti di crisi, sanno tirar fuori quel “Quid” che ci rende famosi in tutto il mondo e che fa dire agli altri: “però questi italiani!”. Non altrettanto si può dire del nostro carattere, almeno per quanto riguarda la capacità di ammettere gli errori fatti in passato. Proprio questa mattina il Prof. Galli della Loggia, in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, accusa la nostra classe politica di non aver saputo riconoscere in questi ultimi 30 anni responsabilità alcuna del degrado morale, politico e civile cui andava incontro l’Italia. L’articolo si concludeva affermando che l’Italia non potrà avere alcun futuro finché non riuscirà a disporre di una narrazione del passato che la renda consapevole degli sbagli trascorsi, delle cause e dei responsabili. A mio avviso, caro Prof. della Loggia, non solo non abbiamo una consapevole narrazione del passato che riguardi gli ultimi 30 anni, ma non l’abbiamo dal 1946. È questa la data del “vizio d’origine”, quando si volle far cadere la Monarchia, con un Referendum quantomeno giuridicamente nullo, e si mandarono via dall’Italia il Re Vittorio Emanuele III e il Re Umberto II, non facendoli più ritornare in Patria neanche da morti. Un popolo civile, che rispetta la sua storia e che ne accetta tutte le sue traversie, è un popolo che ha una narrazione del passato consapevole. Anche Mussolini riposa in pace in quel di Predappio, non vedo perché gli ex Re d’Italia non possano ancora riposare al Pantheon vicino ai loro Padri.
Roberto Carotti, Coordinatore U.M.I. Ancona
DATA: 13.07.2012
  
A ROMA L’INTITOLAZIONE DI DUE VIE A RE UMBERTO II E MARIA JOSÉ

Umberto II e Maria José - foto Maurizio Lodi  Roma avrà due vie dedicate agli ultimi due Sovrani d’Italia. Dopo un lungo iter burocratico, che è passato dal Municipio II, dal consiglio Comunale, dalla Giunta Capitolina e dall’Ufficio toponomastica, si è finalmente ottenuta l’autorizzazione per dedicare due vie al Re Umberto II e alla Regina Maria José. Probabilmente le vie saranno identificate all’interno dello splendido complesso di Villa Ada, già Villa Savoia. La proposta, formulata tra l’altro da uomini delle Istituzioni come l’On. Giovanni Quarzo e il consigliere del Municipio Roma II Francesco Di Bartolomei, merita il plauso dell’U.M.I. con l’auspicio che le strade vengano identificate al di fuori del parco di villa Ada per fare in modo che risultino “vive”, avendo abitazioni e uffici in via Umberto II e in via Maria José di Savoia.
L’U.M.I. in un recente passato ottenne l’intitolazione di una strada alla principessa Mafalda di Savoia e l’Amministrazione stabilì che un viale del prestigioso rione Parioli portasse questo nome, proprio dove vi è l’ingresso della Villa Polissena, residenza della Principessa.
(archivio Maurizio Lodi) Castello di Laeken (Belgio 1929) Foto ufficiale del fidanzamento dei Principi Reali Umberto di Savoia d'Italia e Maria Josè del Belgio.
DATA: 11.07.2012
  
NEL 70° DELLA SCOMPARSA UN RICORDO DI AMEDEO DI SAVOIA DUCA D’AOSTA

Amedeo di Savoia, Eroe dell'Amba Alagi Un uomo di un metro e 98 risponde al saluto di una compagnia inglese che gli presenta le armi: la mano sulla visiera, il volto asciutto e fiero, la divisa impeccabile… Amedeo di Savoia Duca d’Aosta sembra un vincitore, invece è un prigioniero, che ha perso la sua ultima battaglia. Di lui disse Sua Santità Pio XII: «Era una bella figura di soldato, di principe e di cristiano». In Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, Viceré d’Etiopia ed eroe dell’Amba Alagi, del quale quest’anno ricorrono i 70 anni dalla morte, si riunirono la nobiltà di nascita, la nobiltà d’animo e la ricca Fede. Una figura troppo bella, troppo cattolica per essere ricordata dai libri di storia. Alieno dalle insidie e miserie del potere, fu un combattente coraggioso, aviatore esperto, africanista appassionato e come scrisse Gigi Speroni «aveva ereditato dalla madre, Elena d’Orléans, quell’esprit tipicamente francese che gli impedì di cedere alla retorica imperante e gli permise di vedere sempre le cose con un certo distacco». Diceva: «Essere principi non ha senso, quando non si ha un principato, se non si è capaci di farsi valere come uomo». La sua vita fu avventurosa, austera e semplice; una vita di autodisciplina, con una religiosità molto profonda. Dormiva su una branda militare, spesso in una tenda da campo, si alzava alle sei, pranzava in venti minuti; non amava i ricevimenti mondani, preferiva stare in compagnia degli amici o in mezzo alla natura. Primogenito di Emanuele Filiberto, secondo Duca d’Aosta, e di Elena di Borbone Orléans, Amedeo, che significa «Colui che ama Dio», nacque nel palazzo della Cisterna a Torino il 21 ottobre 1898. A sedici anni si arruolò volontario nella prima guerra mondiale, come soldato semplice in prima linea. Seguì lo zio Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi in Somalia: furono gli artefici della ferrovia per Mogadiscio e della costruzione del villaggio Duca degli Abruzzi. Il “mal d’Africa” lo catturò completamente. Conseguì la laurea in giurisprudenza a Palermo con la tesi I concetti informatori dei rapporti giuridici fra gli stati moderni e le popolazioni indigene delle colonie, nella quale esaminava il problema coloniale sotto l’aspetto morale: era un fermo assertore del colonialismo apportatore della civiltà. Il 5 novembre 1927 sposò a Napoli Anna di Borbone Orléans. Terminata la seconda guerra italo-abissina, il 21 ottobre 1937, fu nominato Governatore generale, Comandante in capo dell’Africa orientale italiana e Viceré d’Etiopia. Contrarissimo ad un’alleanza bellica con la Germania, nel 1941, di fronte alla travolgente avanzata degli inglesi in Africa orientale italiana, organizzò l’ultima resistenza sulle montagne etiopi. Si asserragliò dal 17 aprile al 17 maggio sull’Amba Alagi con 7.000 uomini: una forza composta da carabinieri, avieri, marinai della base di Assab, 500 soldati della sanità e circa 3.000 indigeni. Lo schieramento italiano venne ben presto stretto d’assedio dalle forze del generale Cunningham, il quale disponeva di 39.000 uomini. I soldati italiani, inferiori sia per numero sia per mezzi, diedero prova di grandissimo valore, ma si dovettero arrendere. Il 23 maggio il generale inglese Platt comunicò al Duca che gli era stata concessa da Vittorio Emanuele III la Medaglia d’oro al valor militare. Amedeo, prigioniero di guerra numero 11590, venne trasferito in Kenya per mezzo aereo e durante una parte del volo gli vennero ceduti i comandi per consentirgli di pilotare un’ultima volta. Arrivato in Kenya, venne tenuto prigioniero dagli inglesi presso Dònyo Sàbouk (Nairobi), una località infestata dalla malaria, che lo colpì insieme alla tubercolosi. Morì il 3 marzo 1942 nell’ospedale militare di Nairobi, dopo essersi confessato da padre Boratto ed avergli detto: «Come è bello morire in pace con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo è quello che veramente conta». Al suo funerale anche i generali britannici indossarono il lutto al braccio e per sua espressa volontà fu sepolto al Sacrario militare italiano di Nyeri (Kenya), insieme ai suoi 676 soldati. Aveva scritto il 28 maggio 1941 sul Diario dell’Amba Alagi: «Addí Úgri. Tramonta il sole (…) prego in quest’ora divina in cui il giorno è passato e la notte non è ancora venuta. Mi sento in pace, in stato di euforia spirituale; ringrazio Iddio clemente e misericordioso (…) per le grazie, le gioie e i dolori che Egli mi ha mandato nella sua onnipotenza, e nelle lodi non gli chiedo favori, pago solo di esaltarne la grandezza».
(Cristina Siccardi)
DATA: 11.07.2012
 
UN RECLAMO "MONARCHICO" ALL'AZIENZA DEI TRASPORTI DI MILANO

Umberto Biancamano Pubblichiamo una lettera indirizzata all'ATM (l'azienda dei trasporti di Milano) da un nostro fedele lettore. Egli ha espresso le sue rimostranze perché sulle linee degli autobus 43 e 94 di Milano, alla fermata in Via Moscova/angolo Piazzale Biancamano, il sistema audio annuncia sempre invariabilmente “Piazza Lega Lombarda”.  La suddetta piazza si trova dall’altra parte rispetto alla fermata. Alla fine, dopo reiterate telefonate con preghiera di correggere, vedendosi sistematicamente inascoltato, ha provato a fare il reclamo al dovuto sito internet, senza ottenere risposta. Si è quindi recato personalmente all’A.T.M. e ha presentato il reclamo. Di fronte ad una risposta in politichese, il nostro Manca di Villahermosa ha mandato una raccomandata con una “frecciatina”… monarchica che riproponiamo. 

Spett.le Azienda Tranviaria,
Vi faccio presente che ho capito benissimo che voi avete “standardizzato” i nomi delle vie (anche la parola “standardizzare” è una brutta parola, che non trova riscontro nella nostra lingua italiana: non siete capaci di usare un linguaggio piú umano e non “politichese”?  Comunque, anche se avete “standardizzato”, la denominazione che date Piazza Lega Lombarda è toponomasticamente errata: è Piazzale Biancamano.  Per cui provvedete a correggerla.  O forse avete paura del nome Biancamano, che richiama alla mente il Capostipite di Casa Savoia?  Dopo 66 anni di repubblica e dopo ventinove anni dalla morte di S.M. Umberto II mi sembra strano che abbiate ancora paura del solo nome SAVOIA e di quanto ad esso richiama.  Segno che questa repubblica è nata all’insegna dell’inganno e della frode.  Come volevasi dimostrare. 
Infine, quanto alle Vs. “spiegazioni” sul campo Antispam, non occorre che mi “spieghiate”. Ma Vi segnalo che anziché confermarmi ricevuta del mio messaggio, Voi continuate sempre a ritornarmi lo stesso messaggio chiedendomi di scrivere i risultati di altre operazioni.  Ma infine, che siamo?  Un’azienda al servizio del cittadino, o una scuola elementare con tanto di problemi di aritmetica? 
Rebus sic stanti bus (per chi non ha studiato la Lingua dei Padri: allo stato attuale delle cose), mi duole dirvi che tecnologicamente siete molto indietro.  Provvedete ad aggiornarvi e a portare le dovute correzioni.  Non pretendete di essere infallibili.  Infallibile è soltanto il Papa e neanche sempre: soltanto quando parla ex-cathedra, cioè pronuncia un dogma di fede o di morale. 
Cordiali saluti. 
Mario Salvatore Manca di Villahermosa

DATA: 26.06.2012
  
CEFALONIA SETTEMBRE 1943: LA TRAGICA SORTE DELLA DIVISIONE ACQUI

 Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato del 25/06/2012

Divisione Acqui a CefaloniaCefalonia, Mar Ionio orientale, settembre 1943. La Divisione Acqui vi venne risucchiata nel vortice della seconda guerra mondiale.  Circa 1700 caduti tra morti in combattimento o fucilati dai tedeschi; soprattutto gli ufficiali, almeno 129, trucidati dopo la resa. Appena un’increspatura nell’oceano di 50 milioni di morti  che si aggiunsero ai 20 milioni della Grande Guerra: due piaghe del Novecento, secolo dei totalitarismi, ripercorsi in Libri Neri troppo presto dimenticati. Ognuna di quelle vite continua a bussare alla porta della memoria. L’annientamento della Divisione Acqui rimane  paradigma delle contraddizioni dell’ingresso dell’Italia in guerra a fianco della Germania e dei modi in cui ne uscì: la “resa senza condizioni” stabilita nella Conferenza di Casablanca e imposta al governo italiano dagli anglo-americani su procura dell’Urss di Stalin. La sera dell’8 settembre 1943 il Maresciallo Badoglio, subentrato il 25 luglio a Mussolini, addolcì la resa come “armistizio” e confermò le direttive già diramate dal Comando Supremo, tardi e confusamente: difendersi da qualunque attacco. Di chi? Gli aggressori potevano essere solo i tedeschi, che dal loro punto di vista avevano motivo di considerarsi traditi (se lo aspettavano da tempo e avevano preso contromisure mandando in Italia divisioni in assetto di guerra sin da fine luglio e mobilitando gli “sfusi”: oltre 150.000 uomini). E’ la guerra. Con le sue  regole lugubri e necessarie, soprattutto a conflitto in corso.  I comandanti, e non essi soli, sanno che potranno essere chiamati a rispondere delle loro azioni anche dopo anni.  
L’8 settembre aprì una stagione opaca. Che cosa accadde veramente a Cefalonia? Il Quartier Generale tedesco affermò che quattromila dei circa 12.000 italiani si erano arresi; gli altri, a cominciare dallo Stato Maggiore, erano stati annientati in combattimento, perché colpevoli di aver  rifiutato di deporre le armi e aperto le ostilità contro l’ex alleato.  Il 1° marzo 2001  l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, onorò a Cefalonia i militari che “decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria… primo atto della resistenza di un’Italia libera dal fascismo”. La storia è più complessa. La ricostruisce minuziosamente Gianfranco Ianni in  Rapporto Cefalonia. Gli uomini della Divisione Acqui (Ed. Solfanelli), fondato su ricerche di prima mano, testimonianze, indagini “sul campo”, e lunghe ricerche all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito diretto dal colonnello Antonino Zarcone, sulla traccia  dei meritori studi di Massimo  Filippini che per primo ne scrisse  con la razionale amarezza di chi in quel vortice perse il padre ma non si arrese a spiegazioni di circostanza.
Dopo i giorni dell’ira (una delle tante pagine nere ricostruite da Elena Aga Rossi e  Maria Teresa Giusti in Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani, 1940-1945, il Mulino), parte della Acqui perì mentre veniva deportata dai tedeschi: 720 uomini colarono a picco con l’“Ardena”, finita su mine italiane; 544 affondarono col “Marguerita” silurato dagli inglesi, di lì a poco “alleati”.  Altri 1286 agli ordini di Renzo Apollonio (“Pennanera”) collaborarono con i tedeschi fino all’insurrezione del settembre 1944.  Ottomilatrecentonovantadue furono chiusi nei campi germanici.
La tragedia della Divisione Acqui è dunque diversa da come venne inizialmente narrata o immaginata. Non per questo rimane meno cupa. Accanto alle tante pagine buie, Ianni ricorda anche sprazzi di luce. Suor Remigia, per esempio, che alleviò le pene dei prigionieri lanciando qualche pagnotta a rischio delle fucilate tedesche; la popolazione che ospitò i pochi fuggiaschi scampati all’eccidio e alla prigionia. Tanti singoli episodi di eroismo genuino  o almeno di umana generosità.
Il grande affresco degli “uomini della Divisione Acqui” tracciato da Ianni  è meno ma anche  molto  più di una “storia”: non ha il gelo di chi giustifica i fatti con le cause e le concause. L’autore sa bene che ogni evento ha un “prima”; in quest’opera però egli  focalizza “quella” sola vicenda, con la passione sferzante del giudizio morale: pochi giorni “isolati” dal contesto generale del conflitto. A libro chiuso si rimane perplessi nell’apprendere che la Procura Militare ha aperto un processo a carico del novantunenne Alfred Stork, imputato di “omicidio continuato in danno dei militari italiani prigionieri di guerra”. Stork era un caporale, un granello nella macchina della guerra. Ben altri furono i responsabili della tragedia, come ricorda Massimo Filippini a Luciano Garibaldi. Fu il generale Eisenhower a imporre a Badoglio la dichiarazione di guerra alla Germania proprio per liberare i militari italiani dallo status di “partigiani”, passibili di fucilazione sommaria. Secondo Ianni Cefalonia non fu né resistenza militare né (ancor meno) lotta antifascista. A parte l’iniziativa di poche centinaia di uomini fu una disordinata sequenza di disperati propositi di sottrarsi alla vendetta dei tedeschi e di guadagnare l’Italia, la pace, la libertà: obiettivi colpevolmente lasciati intravvedere nel clima dell’illusorio “tutti a casa”. Settant’anni dopo se ne può parlare con pacatezza. Ed è giusto che lo si faccia ad Acqui, “La Bollente”, che  da quasi mezzo secolo promuove il prestigioso Premio di Storia: un invito a riflettere e a discutere, con passione ma documenti alla mano.
Aldo A. Mola
DATA: 26.06.2012
  
PRESENTAZIONE DEL LIBRO SU SANTA MARIA IN MONTESANTO E LA MESSA DEGLI ARTISTI

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “SANTA MARIA IN MONTESANTO E LA MUSICA” a cura di Anna Risi Roma, 20 giugno 2012 – Presso la Sala Accademica del Pontificio Istituto di Musica Sacra, lo storico ateneo fondato nel 1910 da Pio X, si è tenuta la presentazione del libro “La Basilica di Santa Maria in Montesanto e la Musica”, curato da Anna Risi. Il libro ripercorre gli ultimi vent’anni di attività della “Messa degli Artisti”, istituzione musicale romana fondata da Mons. Ennio Francia negli anni ’50. Dal 1953 la “Messa degli Artisti” ha sede nella nota Basilica di Piazza del Popolo, conosciuta dai romani anche come “chiesa gemella” vista la vicinanza con Santa Maria dei Miracoli. Questo ha permesso alla basilica di diventare un punto di riferimento per generazioni di artisti. La presentazione del libro, tenutasi sotto il monumentale organo Mascioni del Pontificio Istituto di Musica Sacra, è stata aperta dalla Contessa Erina Russo de Caro. La scrittrice – autrice tra l’altro di varie sezioni del libro presentato – ha fatto un excursus storico partendo da Giovanni Pierluigi da Palestrina e Papa Sisto V, fino ad arrivare all’intervista da Lei realizzata al compositore Goffredo Petrassi, estimatore della Messa degli Artisti. Il secondo relatore, padre Isidoro Liberale Gatti, ha sottolineato l’importante ruolo avuto dal Comitato romano della Messa degli Artisti nella riscoperta di brani poco celebri, anche di noti compositori, e dell’opera di diffusione dei lavori di artisti meno conosciuti. Monsignor Philip Whitemore ha concluso gli interventi lodando il libro quale raccolta di svariati contributi che hanno portato ad un mosaico contrastante di interventi. Al termine degli oratori ufficiali il pubblico ha richiesto, tra tanti applausi, un intervento di Anna Risi, il soprano che ha curato il libro e che, negli ultimi 20 anni, ha dedicato tanto tempo ed energie alla Messa degli Artisti. All’evento erano presenti il Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero, il Cerimoniere Vaticano Mons. Guglielmo Karcher, co-autore del libro, e la celebre artista Lya de Barberiis.

DATA: 21.06.2012
 
AD ALDO MOLA IL PREMIO “GOETHE” DI TAORMINA

Aldo Mola Lo storico cuneese Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno e membro della Giuria del Premio Acqui Storia,  ha vinto il “Wolfgang Goethe” uno dei quattro  Premi Internazionali di giornalismo Taormina  2012.  Altri tre riconoscimenti, intitolati a Edmondo De Amicis, André Gide e Roger Peyrefitte, sono andati al critico d’arte Vittorio Sgarbi, al direttore degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, Dante Marianacci, e all’ex direttore dell’agenzia Novosti, Gamer Baudtinov, mentre la ventisettenne giornalista russa Marina Avakyan, di Krasnodar, ha ottenuto la menzione speciale. Ideato dal Dino Papale, colto e dinamico promotore di Grandi Eventi, il Premio si vale di una giuria formata da Enrico Tiozzo, docente di italianistica a Goteborg e pluripremiato dall’Accademia Nobel, Bo Raph, membro dell’Accademia di Svezia, Alberto Bevilacqua, scrittore e regista, e Tony Zermo, inviato speciale di “La Sicilia”. La premiazione ha luogo mercoledì 27 giugno nel Teatro Greco di Taormina. Intervengono Michael Dezer, magnate di Sunny Isles Beach-Miami, e  l’imprenditrice russo-americana Elena E. Baronoff, per suggellare il gemellaggio culturale tra Taormina e la Florida. Il “Goethe” è stato conferito a Mola per un editoriale su La siciliana Taormina fu il grande sogno di Garibaldi (“Il Giornale del Piemonte”).
  Da decenni  Mola documenta l’asse storico tra il Vecchio Piemonte e la Sicilia. “Nel 1713  -  sottolinea - Vittorio Amedeo II crebbe da Duca di Savoia a Re di Sicilia. Nel 1848 l’Assemblea siciliana offrì la Corona a Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto di Sardegna. Dal 1861 siciliani furono alcuni tra i maggiori statisti della Nuova Italia: Francesco Crispi, alla cui scuola si formò Giovanni Giolitti, Antonino di San Giuliano, il ministro più stimato da Vittorio Emanuele III, il giurista Vittorio Emanuele Orlando”.
  “Taormina - aggiunge Mola - è un esempio di civiltà. Poche settimane orsono vi è stato scoperto il busto dello Zar Nicola II che la visitò sulla scia di imperatori, sovrani, artisti celeberrimi, che vi cercarono pace e ispirazione, come documenta in Taormina segreta durante la Belle Epoque, 1860-1914 documenta Dino Papale, dinamico promotore del Premio”.

DATA: 21.06.2012
  
GLI SPRECHI DI QUESTA REPUBBLICA

 Buongiorno Italia, siamo difronte a un altro, altissimo, esempio di come si demolisce moralmente ed economicamente una Nazione, grazie ad i nostri rappresentanti governativi.
Hanno proposto una riforma del lavoro ed un piano economico per il rilancio dell'Italia da veri incapaci. Lo sanno, lo hanno dichiarato, ma ciò serve per portare alla Commissione Europea il segno tangibile di un impegno per far ripartire l'economia e ottenere così altri aiuti economici. Ottimo. E' come farsi preparare dal proprio consulente fiscale un bilancio ed una previsione di espansione aziendale ad hoc, cioè fasulla, e portarlo alla banca per avere un finanziamento. Quale esempio di rettitudine, mostrano carta straccia, otteniamo gli aiuti e poi li sperperano a loro piacimento. Come? Leggete le prossime righe, nulla di nuovo o eclatante, ma semplice ripasso di quanto riescono a sprecare con i nostri soldi. A Cimoli Giancarlo, che amministrò negli anni 1996-2004 le Ferrovie Italiane, contribuendo all'inefficienza attuale e pilotò, per modo di dire, l'Alitalia del 2005 al 2008, lo Stato riconoscente pagò liquidazioni per un totale di 9,7 milioni di euro, oltre naturalmente ad avergli pagato lo stipendio per sette anni a quasi 4 milioni di euro per  anno. A Guarguaglini Pier Francesco, presidente e amministratore di Finmeccanica, dimesso dalla carica perché indagato per frode fiscale e falsa fatturazione, lo Stato riconoscente liquida 5,6 milioni di euro. A Malaschini Antonio, viene riconosciuta una pensione netta annua di 277.000,120 euro, netti, come Segretario Generale in quiescenza del Senato della Repubblica e uno stipendio di euro 106.000 netti, come sottosegretario ai rapporti con il parlamento. Scusate la mia ignoranza, ma che lavoro fa il sig. Malaschini Antonio? A Mastropasqua Antonio, presidente dell'Inps, e di altri svariati enti statali, di cui parlerò con più cognizione  prossimamente,  vengono liquidati stipendi per quasi un milione e duecentomila euro all'anno. Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Barak Obama, ha uno stipendio annuo di 300 mila dollari, al cambio circa 245.000 euro. Pensiero finale. Caro Mario Monti, mi dicono che suo figlio Giovanni, dopo essere stato in passato in Parmalat, ottima scuola, sia stato vice presidente della Morgan Stanley, bravo, a cui pare che Lei abbia appena liquidato due miliardi e mezzo di titoli derivati del Tesoro. Soldi delle Casse Italiane, quindi nostri, tutto sotto silenzio... Dio ci salvi da Voi.
Marco Olivero coordinatore  U.M.I. Imperia
DATA: 20.06.2012
  
SONDAGGIO: IL 64% DEI SERBI FAVOREVOLE AL RITORNO DELLA MONARCHIA

La Famiglia Reale Serba Il quotidiano serbo Blic ha realizzato un sondaggio secondo il quale la maggioranza dei cittadini serbi vedrebbe favorevolmente il passaggio da una repubblica ad una Monarchia costituzionale. La domanda è stata posta in maniera semplice: tra Monarchia e repubblica cosa preferite?  Il dato a favore della Monarchia è risultato una maggioranza netta pari al 64%. I sostenitori della Monarchia affermano che l’Istituzione regia abbia tra la gente un sostegno maggiore di quanto si possa percepire dalle manifestazioni pubbliche. Lo scrittore Writer Dušan Kovačević, Membro del Consiglio della Corona di Belgrado, ha sottolineato in una dichiarazione alla stampa il fatto che nonostante l’importante risultato del sondaggio, in Serbia non vi è alcun partito politico che voglia accogliere la richiesta di Monarchia espressa dai serbi.   
In Serbia una delle più grandi sostenitrici della Monarchia costituzionale è l'associazione del Regno di Serbia, con decine di migliaia di soci e oltre cinquanta comunità in tutta la Serbia. L'Associazione divulga i benefici della Monarchia costituzionale in Serbia, attraverso una campagna popolare oltre che con un concreto impegno in cause umanitarie. Sul loro sito internet (www.kraljevinasrbija.com) si afferma che una Monarchia costituzionale sia l'unica vera soluzione ed un percorso sicuro, valorizzandone il passato in un’ottica futura, per la salvezza della Serbia. Vi è una campagna di adesione rivolta ai serbi di tutto il mondo per riportare la Monarchia costituzionale in Serbia. Il Capo della Famiglia Reale Serba è S.A.R. il Principe ereditario Alessandro II di Serbia, conosciuto e rispettato. Zorica, un ragazzo di Belgrado intervistato afferma: "Il nostro Principe ereditario ha portato molta fortuna alla Serbia. Grazie ai suoi sforzi per portare gli investitori nel paese e, soprattutto, alla diffusione del nostro bel paese a livello mondiale, la Serbia ne ha beneficiato enormemente. Sua moglie, la Principessa Katherine, ha salvato migliaia di vite nel paese e ha migliorato le condizioni generali.” In riferimento alla Famiglia Reale continua affermando:  “Questo è ciò di cui la Serbia ha maggiormente bisogno: un vero padre e una vera madre per il nostro Paese”. S.A.R. il Principe ereditario Alessandro da sempre è un convinto difensore della democrazia e dei diritti umani. Nel 1989, ha assunto un ruolo attivo nell'aiutare il suo popolo per scrollarsi di dosso l'eredità della dittatura e del regime. Nel decennio successivo il Principe ereditario Alessandro ha condotto numerosi incontri ed ha mantenuto un contatto costante con l'opposizione democratica in tutta la ex Jugoslavia. Nel novembre 1999 ha convocato una grande conferenza a Budapest per i rappresentanti dell'opposizione democratica in Serbia.   
Il Principe ereditario Alexander è stato un collaboratore instancabile nel processo di cooperazione e di unità tra i partiti politici democratici per fare della sua Patria una grande democrazia per tutti i serbi, indipendentemente dal credo politico, dalla religione o dalle origini etniche.
da www.balkans.com - di Michael Roberts

Nella foto la Famiglia Reale Serba. Da sinistra le LL.AA.RR. il Principe Pietro, il Capo della Famiglia Reale Principe Alessandro II, la Principessa Caterina, il Principe Filippo e il Principe Alessandro.
DATA: 19.06.2012
 
UNA CALDA ESTATE ITALIANA

 È arrivata l’Estate, le scuole sono finalmente chiuse, è arrivato anche lo Scipione Africano che non ha nulla a che vedere con il grande condottiero che sconfisse Annibale nella leggendaria battaglia di Zama (202 a.c.) e che chiuse la seconda guerra punica decretando il primato di Roma su Cartagine, ma si tratta di una estesa struttura anticiclonica con radici nell’ Africa Sahariana che si estenderà su tutta la penisola italiana per almeno 10 giorni decretando così l’arrivo della bella stagione. Ricordo che ero a Riccione con i miei genitori quell’estate del 1982 quando l’Italia vinceva i mondiali di calcio contro la Germania, la città era piena di turisti tedeschi, vincemmo noi! Che schiaffo per loro! Bei tempi quelli…., anni 80’, i tempi della Milano da bere, c’era prosperità, c’era allegria, i Direttori degli hotel non negavano sorrisi ai propri ospiti, i bagnini erano sempre pronti a qualche conquista da raccontare agli amici. Così era l’Estate 1982 a Riccione, piena di risa e di dolci segreti, di piadine, cocco e granite a volontà, una cartolina sbiadita al confronto di questa , dove l’unica parola in tedesco pronunciata  in giro è “SPREAD”, pochi i turisti tedeschi quest’anno, dicono che sia colpa della crisi economica, ma non si fa nulla per sconfiggerla, il solito teatrino, le forze politiche sono più intente a difendere i loro privilegi e le loro clientele, li hanno chiamati dalla prestigiosa Università Bocconi i “nuovi tecnici”, ma i loro conti non portano mai, e giù tasse, e giù I.M.U., come se noi cittadini potessimo assorbire tutto. In nome del glorioso passato e dello spirito del grande condottiero, che se li porti via tutti lo Scipione Africano!
Roberto Carotti coordinatore  U.M.I. Ancona
DATA: 19.06.2012
  
QUIRINALE REPUBBLICANO: LA REGINA ELISABETTA COSTA 6 VOLTE DI MENO

QUIRINALE REPUBBLICANO: LA REGINA ELISABETTA COSTA 6 VOLTE DI MENOQuando ci confrontiamo con un repubblicano, spesso l’obiezione che ci vien fatta è: “Perché dovremmo spendere un sacco di soldi par mantenere un Re?”. Dopo l’inchiesta pubblicata sul libro “La Casta” dei giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Rizzoli, 2007), il quotidiano “Libero”, con un articolo di Franco Bechis a pagina 11 dell’edizione del 29 febbraio scorso dal titolo “Re Giorgio si aumenta la corte (e le spese)”, ci aiuta a fare chiarezza sulla questione. L’idea di una Monarchia costosa e dispendiosa, contrapposta ad un’economa repubblica, si infrange bruscamente dinnanzi ai dati ufficiali. Bechis parte da un comunicato diffuso dal Colle il 12 febbraio 2012, in cui si esaltavano i tagli alle spese quirinalizie, evidenziando un risparmio di 60,5 milioni di euro e una riduzione del personale pari a 394 dipendenti. Ma è stato proprio così? Dall’articolo si evince che i 60,5 milioni di euro risparmiati sono semplicemente spese extra preventivate che non hanno trovato accoglimento. Il Quirinale “di Napolitano” costa a noi contribuenti ben 12 milioni di euro in più rispetto al Quirinale “di Ciampi”. Vero soltanto il ridimensionamento del personale che è passato dai 2.158 dipendenti dell’era Ciampi agli attuali 1.787. Il dato si ottiene fondamentalmente dalla riduzione dei militari impegnati presso il Colle. E’ però aumentato il personale a contratto legato al presidente, ovvero lo staff di Napolitano: da 85 a 103. Quindi dove sta il risparmio? “Libero” è andato a confrontare i conti del Quirinale con quelli dell’Eliseo e di Buckingham Palace. Non ci dobbiamo sorprendere del responso. La Monarchia inglese, nonostante i pregiudizi repubblicani, all’anno costa ai contribuenti ben poco (37,9 milioni) rispetto alla repubblica francese (112 milioni)… ma nulla in confronto a quella italiana (221 milioni). Sconvolgenti anche i costi di ogni singolo dipendente del Quirinale con una media di 123.670 euro all’anno, contro i 74.160 euro dell’Eliseo e i 43.546 euro di Buckingham Palace (un terzo di quelli italiani). Il Quirinale ha anche il primato della mancanza di trasparenza, infatti - come già denunciato a suo tempo da Francesco Cossiga - le spese dettagliate del Colle non vengono rese pubbliche, al contrario di un’adamantina trasparenza della Corte Inglese che rende note anche le cifre del restauro delle toilette reali. La Monarchia non solo è un’Istituzione migliore, ma fa anche risparmiare chi ce l’ha!
da FERT 02/2012

QUIRINALE REPUBBLICANO: LA REGINA ELISABETTA COSTA 6 VOLTE DI MENO
*I dati sono stati convertiti dalla sterlina all’euro - Tratto dal quotidiano “Libero” del 29.02.2012 - pag. 11 - di Franco Bechis - P&G/L


DATA: 18.06.2012
  
LUTTO MONARCHICO

 Chiniamo le abbrunate bandiere del Regno nel ricordo del Professor Fabrizio Wolkenstein Braccini di Pisa che si è spento sabato 16 giugno 2012. A darne il triste annuncio i figli Bianca e Baldo a cui è giunta la vicinanza dell’U.M.I. I funerali si sono svolti lunedì 18 giugno presso la Chiesa della Sacra Famiglia di Pisanova. Il Capo di Casa Savoia, che ben conosceva il Professor Braccini, ha fatto giungere un messaggio di condoglianze.
DATA: 18.06.2012
  
LA STRANA STORIA DEL CANTO NAZIONALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 17/06/2012

L’Italia ha una bandiera ma non ha non ha un inno o musica di Stato. La repubblica ereditò il tricolore dal Regno d’Italia costruito da Carlo Alberto di Savoia e da suo figlio, Vittorio Emanuele II, che coronarono il Risorgimento con l’adesione dei “popoli” via via annessi col suggello dei plebisciti. La nascita del tricolore viene celebrata ogni 7 gennaio a Reggio Emilia, perché lì venne proposto nel 1797 da  Giuseppe Compagnoni alla nascente Repubblica Cisalpina. Compagnoni era un prete che  aveva gettato la talare alle ortiche. Divenne famoso anche per  un falso letterario (Le notti del Tasso). Dopo la Restaurazione tornò “nella vigna del Signore”. In realtà, come è ampiamente documentato, la bandiera verde bianca e rossa non nacque affatto a Reggio Emilia. Venne deliberata il 16 ottobre 1796 a Bologna, la città ove due anni prima erano stati suppliziati gli studenti universitari Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis, primi ideatori e martiri del tricolore. Nel 1946 l’Assemblea Costituente strappò dal tricolore lo scudo sabaudo, simbolo delle lotte che, almeno a oriente, portarono i confini politici a coincidere con quelli “naturali”. I costituenti approvarono anche, ma solo in bozza, l’emblema repubblicano ora vigente, scarabocchiato in bianco/nero da Paolo Paschetto, molto apprezzato da Benito Mussolini, poi colorato e varato nell’aprile 1948, a Costituente sciolta. Incuriosisce l’invenzione dello stendardo del Capo dello Stato: un “di più”, di cui in repubblica non si sente alcun bisogno. Ancora più bizzarra è la storia dell’inno di Stato, sino a oggi inesistente. Nel Dizionario biografico degliItaliani Giuseppe Monsagrati scrive che  il “canto” di Mameli “il 17 novembre 2005 , in forza di un decreto legislativo del Senato, è stato formalmente proclamato inno nazionale”. Non è affatto vero. Le cose andarono e sono così: il 12 ottobre 1946 il governo De Gasperi (comprendente i partiti del Comitato di liberazione) decise che  nelle imminenti cerimonie militari del 4 novembre venisse eseguito “Fratelli d’Italia” in sostituzione della Marcia Reale. La Costituzione non dice che lo Stato deve avere un inno. L’Assemblea affidò la decisione alle Camere. Ma dal 1948 a oggi il Parlamento non ha deciso se lo Stato abbia un inno e quale esso sia. In ogni legislatura sono stati depositati disegni di legge, sempre meno convincenti. Il tempo fa il suo corso. In tutti i Paesi del mondo, ormai plurietnici, il concetto di “nazione” è in discussione. Anziché canto “nazionale” semmai occorre una musica o inno “dello Stato” o “dell’Italia”, non  della “Repubblica”, che è un termine storicamente  riduttivo, perché si riferisce solo alla forma non alla sostanza storica e morale dello Stato. Adesso una commissione parlamentare in sede deliberante ha deciso che il “Canto nazionale” venga studiato: un obbligo insensato sino a quando il Parlamento non deliberi quale sia l’inno o musica dello Stato. Diversamente il cosiddetto inno di Mameli rimane quel che è: una  musica composta da Michele Novaro sul testo portatogli da Ulisse Borzino, che gli disse “Questo te lo manda Mameli”, non  già “è di Mameli”. Secondo Massimo Scioscioli (Goffredo Mameli. Una vita per l’Italia, Einaudi) il “Canto nazionale” venne scritto nel novembre 1847 dal ventenne genovese, poi ferito da fuoco amico e morto nella difesa di Roma (luglio 1849). Molti elementi dicono invece che esso è del padre scolopio Atanasio Canata, scrittore, poeta e docente  di Giovanni Battista Mameli nel collegio di Carcare (Savona), ove suo fratello Goffredo andò in vacanza e lo ap-prese. Su un punto non vi sono dubbi: “Fratelli d’Italia” è un testo appassionato, complesso, erudito, coltissimo, storicamente aggiornato sino al 1846. Esprime l’animo non di un ventenne ma di un pedagogo profondamente religioso che si rivolge ai discepoli e li esorta: “Uniamoci, amiamoci; /l’unione e l’amore/rivelano ai popoli/ le vie del Signore”: nulla di “sabaudo”, dunque,  ma neppure di repubblicano, mazziniano, giacobino, rivoluzionario, sinistrorso. Quindi, se e quando lo adottasse, il Parlamento confermerebbe la continuità  tra l’attuale e l’Italia neoguelfa di Gioberti e Rosmini, eccitata da Pio IX che esclamò “Benedite, Gran Dio,  l’Italia, e conservatele sempre questo dono preziosissimo fra tutti, la Fede”.  Ma saranno d’accordo la deputata Maria Coscia e il capo di Sel, Vendola? Nessuno stupore, in realtà, se molti docenti non se la sentiranno di subordinare il concetto di cittadinanza alle parole di un canto di quel genere. Lo ha ricordato più volte Enrica Bonaccorti, che propone di aggiornarne  il testo, in linea con italiani che hanno l’orgoglio della propria storia (tutta intera: 2500 anni malcontati) e della propria unità effettiva, antica e  profonda (non  quella sequestrata da arroganti “giacobini miti”) ma si sentono al tempo stesso europei e cittadini del mondo. Decenni orsono allo studio della storia venne appicciato quello dell’educazione civica, un po’ come la “mistica fascista” negli anni del regime. La leggina su “Cittadinanza e costituzione e insegnamento dell’Inno di Mameli nelle scuole” arriva fuori tempo massimo. Essa non nasconde la verità: neppure la Legislatura ora al crepuscolo ha approvato l’inno “ufficiale” dell’Italia. Ma ve ne è davvero bisogno?  La Marcia Reale nacque e vinse senza parole… Per dare la sveglia agl’italiani di oggi e di domani forse bastano la musica di Novaro e i due primi versi  del Canto nazionale, di padre Canata o di chiunque sia: “Fratelli d’Italia/ l’Italia si era desta”.  Il resto può rimanere sobriamente a fior di labbra.

Aldo A. Mola

DATA: 17.06.2012
  
VIGNETTA "SABAUDA" DEL CORRIERE DELLA SERA

Giannelli - Corriere della Sera - Giovedì 14 Giugno 2012
 Sulla prima pagina del Corriere della Sera di giovedì 14 giugno 2012 il vignettista Giannelli propone una rivisitazione in chiave moderna delle guerre d'indipendenza.
DATA: 15.06.2012
 
ANGOLA: LA BANDIERA DEL REGNO D'ITALIA

Augusto Poma Angola
 NGli italiani che vivono all’estero hanno sempre dimostrato uno spiccato senso patriottico e un particolare attaccamento al proprio paese d’origine. È il caso del parà Augusto Poma, già militante del Fronte Monarchico Giovanile ai tempi di via Ludovisi, che vive in Angola da 30 anni. Nella sua "fazenda", a circa 300 km est da Luanda, nel cuore del Paese africano, tiene sempre issata una bandiera del Regno d’Italia. Pubblichiamo una foto che Poma ci ha mandato, orgogliosi del fatto che anche in un paese così lontano il nostro glorioso vessillo faccia bella mostra di sé nel vento africano.
DATA: 14.06.2012
  
ROMA: LA PRINCIPESSA MARIA PIA DI SAVOIA HA PRESENTATO LA SUA AUTOBIOGRAFIA
Andai a Cascais a intervistare Umberto II. L'ex re aveva una conoscenza incredibile dell'Italia di quegli anni. Nel suo studio, cataste di riviste del Touring Club consumate per quanto le aveva sfogliate. Toccammo l'argomento del ritorno delle salme reali a Roma, per la sepoltura al Pantheon. Un tema che trovava d'accordo pure la sinistra. Dopo 33 anni non è ancora avvenuto. Assurdo». Il rilievo è di Carlo Rossella, giornalista di razza e di bon ton. E lo fa davanti alla primogenita di Umberto II, Maria Pia, la principessa soave e glamour che ha saputo essere modella per Vogue e giornalista, al centro del bel mondo e custode saggia delle memorie familiari. La cornice dell'incontro è il romano Palazzo Ruspoli, dove Maria Pia e il principe Michele de Bourbon-Parma, suo secondo marito, sono stati ospiti per due giorni di Sforza Ruspoli. E dove appunto Rossella insieme al professor Guglielmo de' Giovanni Centelles ha parlato di fronte a un parterre de roi (il cardinal Poupard, Francesco Perfetti, Giulio Anselmi, Carla Fendi, Emmauele Emanuele, Janos Esterhazy tra gli altri) del libro «La mia vita, i miei ricordi» firmato per Mondadori da Maria Pia, e di «Un prince dans la tourmente», l'autobiografia del suo consorte. Foto inedite fanno la parte del leone nel volume della principessa Savoia. Quelle con maman Maria Josè, la regina altera che ebbe il coraggio di insultare gli occupanti tedeschi. Quelle degli anni portoghesi, del primo matrimonio con Alessandro di Jugoslavia, dei quattro figli. E ancora, gli scatti durante l'intervista al Duca di York e quelli della crociera organizzata dalla sovrana di Grecia, Federica. «Sotto la monarchia forse Atene stava meglio», commenta Carlo Rossella svariando dal mondo dorato degli anni '60 a quello tormentato di oggi. Ma a colpire sono soprattutto le pagine finali dell'autobiografia: «Non ho mai dimenticato che un sorriso e l'ottimismo servono a vivere la fantastica avventura che è la vita», scrive Maria Pia, principessa esiliata a dieci anni. «È maestra di stile - rilancia poi Rossella - Dei quattro fratelli, quella che somiglia di più a Umberto II. E la sua prediletta, come ben sapeva Giovanni Agnelli. Ma ci deve spiegare qualcosa in più di lei. Quel suo speciale rapporto con l'angelo custode...». Maria Pia glissa, charmant nella camicetta a ramages. Non una parola sul ritorno delle spoglie dei genitori in Italia, tantomeno sull'angelica protezione. «Sono felice di essere a Roma e di rivedere tanti amici dopo molto tempo». E cede la parola a Michele de Bourbon, che ha ancora, a 86 anni, il piglio elegante del francese e quello deciso del combattente. Le memorie pubblicate da Nimrod dicono del sedicenne addestrato negli Usa per la resistenza ai nazisti. Della guerra in Vietnam dove viene catturato dai vietmin e sbattuto per mesi in una prigione di canne di bambù. «Per raccontare quello che ho vissuto ho aspettato il Freedom Information Act», sottolinea. Anche lui è stato protetto.
DATA: 13.06.2012
 
VERSO IL CONGRESSO NAZIONALE: LETTERE A FERT
Pubblichiamo una riflessione del coordinatore U.M.I. della Provincia di Imperia indirizzata a FERT. L'identità monarchica, anche nell'ottica del Congresso nazionale di fine novembre, rimane un opunto fondamentale.

Non sono nato Monarchico, lo sono diventato (grazie Wilma Curti). Per anni sono stato solo Monarchico, mi sono compiaciuto di esserlo, ho parlato, cenato, ho partecipato ad eventi molto belli, assistito a messe e commemorazioni con i miei simili. Per anni, diciamolo, ci siamo parlati addosso, chiusi nei nostri schemi, avvinghiati al nostro passato, glorioso, mai domo, ma passato. E' giunto il momento di rompere gli schemi che ci danno la sicurezza delle nostre convinzioni, ma che allo stesso tempo ci frenano. Affrontiamo nuove sfide, scendiamo dal treno regionale e saliamo sul Pendolino, dritti allo scopo. Abbiamo un congresso che ci attende a novembre, rendiamolo epico, trasformiamolo nell'inizio del nostro Risorgimento. Abbiamo deciso per un Congresso Nazionale. Dopo una decisione, vera, deve seguire un'azione concreta, non solo fatta di bellissime parole, un'azione che sia misurabile nella sua efficacia, visibile a tutti. Abbiamo la forza dell'idea, abbiamo la cultura, abbiamo l'identità necessaria per essere superiori a tutti i nostri avversari. Abbiamo contro i partiti di una repubblica morente, siamo circondati da movimenti estemporanei, i girotondini, i viola, gli arancioni, i grillini... Ci rendiamo conto che abbiamo al potere dei politici che somigliano sempre più a tristi comici, che si confrontano con un comico che diventerà un triste politico? Sapete qual è il virus più terribile al mondo? E' l'idea, la semplice idea che si annida nel cervello e non ne esce più. Ci rendiamo conto che noi siamo i portatori sani di un virus micidiale, il virus dell' IDEA MONARCHICA. Mi aspetto molto da noi monarchici. Non deludiamoci.
Marco Olivero - Coord. Prov.le U.M.I. Imperia
DATA: 12.06.2012
   
IL MISTERO SCOMODO DI GIACOMO MATTEOTTI
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del  10/06/2012

Verso le 16 del 10 giugno 1924 il segretario del Partito socialista unitario, Giacomo Matteotti, fu aggredito  sul Lungotevere Arnaldo de Brescia a Roma, mentre da casa si recava alla biblioteca della Camera dei deputati. Reagì, fu tramortito e spinto a forza in una vistosa Lancia Lambda, che partì a zig-zag.  Gli assalitori vennero notati da ragazzi che prendevano il sole; la targa fu segnata da un portinaio. Uno degli aggressori rimase sul predellino per centinaia di metri. All’interno della vettura si consumò la tragedia. Non atletico ma vigoroso, Matteotti si divincolava urlando. Con un calcio sfondò un finestrino e gettò fuori la tessera di deputato, ritrovata. Un colpo dopo l’altro, finì assassinato. I sequestratori volevano azzittirlo o farlo tacere per sempre? Nell’ottobre 1922, poche settimane prima dell’avvento di Benito Mussolini a capo del governo di coalizione nazionale, con Filippo Turati e altri socialisti “moderati” Matteotti aveva capitanato la nascita del PSU per separazione dal Partito socialista italiano, incline alla collaborazione con il partito comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale al potere nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.  Nato a Fratta Polesine nel 1885 da genitori ricchissimi, sposato con Velia Titta, sorella del celebre tenore Titta Ruffo, una brillante carriera di amministratore locale e deputato, Matteotti era già stato sequestrato e malmenato dai fascisti, a Castelguglielmo (12 marzo 1921). Alla Camera smentì seccamente di essere stato sodomizzato quella volta, però…
 Il 6 aprile 1924 venne rieletta la Camera. La lista governativa (“listone”), comprendente fascisti, nazionalisti, liberali, cattolici, democratici e alcuni nomi di spicco quali gli ex presidenti del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando e  Antonio Salandra, e della Camera, Enrico De Nicola, ottenne il 66% dei voti e due terzi dei seggi, che per  legge le sarebbero andati anche se avesse ottenuto appena il 25% dei suffragi. Il restante terzo dei seggi fu spartito tra le opposizioni con metodo proporzionale: partito popolare, repubblicani, democratici di Giovanni Amendola, tre partiti socialisti, comunisti e  la pattuglia liberale di Giovanni Giolitti.
 Il 30 maggio, poco dopo l’inaugurazione dei lavori, Matteotti denunciò i brogli e le violenze attuate dai fascisti per vincere. Suscitò l’ira di Mussolini, che mirava a procacciarsi l’appoggio di socialisti e sindacalisti per bilanciare il debito nei confronti di banchieri e industriali. Gli autori del rapimento e dell’assassinio di Matteotti lasciarono tali e tante tracce da essere rapidamente identificati e arrestati. Emersero subito i loro legami con il capo della  polizia  comandante della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, generale Emilio De Bono, che si dimise, come fecero gli altri due stretti collaboratori di Mussolini, il capo dell’Ufficio Stampa, Cesare Rossi, e Giovanni  Marinelli, entrambi massoni., come alcuni degli autori del delitto, a cominciare dal capobanda Amerigo Dùmini. Lo scandalo fu enorme. Mussolini reagì, ma settimana dopo settimana risultò sempre più isolato. Quasi novant’anni dopo il misfatto e malgrado l’alone di misteri che ancora lo avvolge si possono fissare alcune certezze. Di sicuro Matteotti stava raccogliendo documenti sull’azione della compagnia petrolifera Sinclair e su bische e  biscazzieri, come narra Riccardo Mandelli in Al Casinò con Mussolini. Gioco d’azzardo, massoneria ed esoterismo intorno all’ombra di Matteotti (Lindau), uno straordinario mosaico di tessere tenute insieme da intuizioni e suggestioni, con  riferimenti inediti a massoni socialisti ma anche in camicia nera, come Mario Calvino, padre del celebre Italo, già studiato da Luca Fucini, ed ai seguaci di Rudolph Steiner e della Gnosi, affascinati dall’identificazione del Mondo e la satanica Roulette, dall’esaltazione del Male come accelerazione della Luce.   Mancano invece  prove convincenti su due capi d’accusa ricorrenti. In primo luogo è del tutto priva di fondamento la responsabilità di Vittorio Emanuele III, che alcuni dipinsero addirittura quale mandante dell’assassinio. Come ripete Enrico Tiozzo nel poderoso volume La pubblicistica italiana  e la censura fascista dal delitto Matteotti alla caduta del Regime (Aracne) è assolutamente  improponibile che il Sovrano dovesse ricorrere a una squadraccia fascista per cancellare la sua mai provata compartecipazione ad affarismo di petrolieri.  In secondo luogo, anche Giovanni Borgognone in Come nasce una dittatura. L’Italia del delitto Matteotti (Laterza), per nulla tenero nei confronti del Re e della massoneria, che fu la prima vittima della dittatura, ammette che per settimane Mussolini rimase con le spalle al muro e si salvò solo per l’inconcludenza delle opposizioni, prive di un disegno politico, appollaiate sull’astensione  dai lavori (“Aventino”), incapaci di mandare il segnale più volte sollecitato da Vittorio Emanuele III, che non poteva fondarsi su manifestazioni di piazza o dicerie giornalistiche, tanto più in presenza di un’indagine giudiziaria  condotta con rigore e indipendenza da Mauro Del Giudice e Umberto G. Tancredi, conclusa col rinvio a giudizio degli imputati, poi condannati per omicidio preterintenzionale: una conclusione condivisa dal socialista Carlo Silvestri. All’indomani dell’assassinio di Matteotti gli “antifascisti” rimasero divisi come erano stati dal 1919 al 1922. Perciò anche chi fascista non era  (il Re, la Chiesa, i liberali come Croce o Einaudi che deplorò il “silenzio degli industriali”)  dovette sostenere il governo non per stima verso Mussolini ma in assenza di alternative percorribili. Incolmabile rimase la distanza tra socialisti e comunisti. E così Matteotti rimase l’ “italiano diverso” come lo ha definito il suo biografo, Gianpaolo Romanato, che oggi lo rievoca nella Casa Museo di Fratta Polesine, inaugurato l’11 maggio scorso quasi alla chetichella dopo la lunga vana attesa  della presenza ufficiale del presidente della repubblica,  Giorgio Napolitano. C’erano una volta le “celebrazioni”, retoriche. La verità storica poco per volta si afferma. Il “regime” durò meno di 15 anni: un battito di ciglia nella storia di un popolo. Il 10 giugno 1940  Mussolini annunciò che l’Italia aveva dichiarato guerra a Francia  e Gran Bretagna…: il precipizio, quasi l’ombra di Matteotti aleggiasse su Piazza Venezia.
Aldo A. Mola
DATA: 01.06.2012
 
CAMERA: TORNA IL BUSTO DEL RE VITTORIO EMANUELE II

Vittorio Emanuele II  Roma, 7 giugno – Una nota dell’Adnkronos ci fa sapere che il busto del Padre della Patria, il Re Vittorio Emanuele II, riemerge dagli scantinati di Montecitorio per tornare ai piani alti del Palazzo. Per decenni il suo candido busto marmoreo è rimasto sepolto nel magazzino della Camera. Dal primo giugno, giorno d’inaugurazione del percorso espositivo permanente sul significato storico, politico e culturale del Parlamento, il “Re galantuomo” ha finalmente trovato giusta collocazione nel posto che gli spetta: tra i padri della Patria, nella galleria dei busti, al primo piano. È paradossale che assieme ai busti di Cavour, Garibaldi e Mazzini mancasse proprio il busto del vero motore del Risorgimento ma, con questa decisione, dopo più di sessant’anni si rende giustizia alla nostra storia nazionale. Il busto è stato collocato di fronte alla Sala della Lupa, dove alle 18 in punto del 10 giugno 1946 il Presidente della Corte Suprema di Cassazione, Giuseppe Pagano, lesse i risultati del referendum istituzionale fornitigli dal Ministero dell’Interno, senza proclamare la repubblica, in attesa dell’esame dei 35.000 ricorsi presentati per brogli. Sappiamo come andò a finire ma il fatto che da oggi il Padre della Patria guarderà con sguardo fiero quella sala, ci fa sembrare quella il luogo meno lugubre, nonostante il fatto che - probabilmente - non sia casuale la sua simbolica collocazione.
DATA: 07.06.2012
 
SACRIFICI, CRISI E PROFESSORI

immagine da internetIl padre di mia moglie era  professore di matematica e fisica al Liceo Classico Cassini di Sanremo. E' stato veramente un grande professore, ricordato ancora adesso come giusto e competente.  Insegnava con passione e perizia linguistica le sue materie e per questo era rispettato e temuto dai suoi alunni e colleghi. A casa una moglie e tre figlie. Una donna che ha saputo amministrare con estrema bravura lo stipendio del marito professore. Sicuramente con sacrifici, sicuramente rinunciando a qualcosa di superfluo, ma non facendo mancare mai nulla alla sua famiglia. Capisco che il prof. Monti sia stato messo lì da una classe politica che ha continuato, nonostante i chiari segnali di una crisi annunciata, ad agire esattamente al contrario della tanto usata responsabilità (penso che Casini usi questa parola come mantra personale). Una classe politica che ha rivelato a noi cittadini quanto sia deleteria una repubblica, nata con l'inganno, vissuta con il clientelismo dei partiti e governata da persone, elette da noi, assolutamente prive di ogni senso pratico e civico. Vi ricordate quando all'inizio si parlò di sacrifici per tutti, vi ricordate la splendida frase detta da Casini – NOI SIAMO PRONTI A FARE SACRIFICI - ( mi perdoni onorevole se me la prendo solo con lei, ma prima di ciò la ritenevo una delle rare personalità politiche italiane....), e poi durante le vacanze del Santo e povero Natale 2011, lei con altre mezze figure, Rutelli in testa, se ne è andato ai tropici spendendo per una settimana ciò che un italiano medio guadagna in un anno... NOI SIAMO PRONTI A FARE SACRIFICI. Noi chi? Noi che ogni mattina ci alziamo e sappiamo che il 65% di quello che guadagneremo andrà ai nostri soci, Stato e Comune, cosa dovremmo dire. Noi che veniamo a sapere che nei primi mesi dell'anno nonostante l'aumento delle tasse il gettito relativo è diminuito, e che la Corte dei Conti ha fatto notare al governo Monti che l'eccessiva tassazione frena la ripresa.....( dovevano dirglielo loro) Voi che vivete in un mondo parallelo, che dell'aumento della benzina non vi frega nulla, mica la pagate, Voi che a Montecitorio pranzate, molto bene, spendendo meno dei buoni pasti di un bambino che pranza (male) a scuola
Voi che andate in ferie spendendo l'inverosimile (potevate farle almeno in Italia), Voi che non vi vergognate di nulla, Voi...potrei andare avanti all'infinito...
….ma la gravità assoluta e che non capite nulla di economia....o peggio fate finta.....trattandoci come degli idioti... Per governare uno stato basterebbe un buon ragioniere e persone oneste che mettano i pratica la vecchia e logora ma attualissima “ diligenza del buon padre di famiglia”....che svolge il suo lavoro (professore) e lascia amministrare a chi ne è capace.
Dio ci salvi da Voi.
Marco Olivero – Coordinatore U.M.I. Imperia
DATA: 06.06.2012
  
ROMA: MOSTRA "LA  MACCHINA  DELLO  STATO"
di Domenico Giglio
Questo il  titolo  di  una  interessantissima  mostra  tenutasi  a  Roma, nei  locali  dell’Archivio  Centrale  dello  Stato, per  il  centocinquantesimo  anniversario  della  proclamazione  del  Regno  d’ Italia  e  che  riguardava  leggi,  uomini  e  strutture  che  hanno  fatto  l’Italia. La  Mostra,  ormai  chiusa,  non  ha  probabilmente avuto  il  successo  di  pubblico  che  meritava (nonostante  la  visita  fosse  gratuita ),  forse  anche  per  l’ubicazione  all’EUR,  ma  essendo  stato  pubblicato  un  catalogo  con  lo  stesso  titolo,  edito  da  Electa,  ricchissimo  di  dati,  di  fotografie,  di  tavole  e  tabelle,  di  documenti,  è  sperabile  che  lo  stesso  possa  acquistarsi  in  qualche  libreria  specializzata,  dato  che  una  recensione  approfondita  non  appare  possibile  per  il  numero  e  l’ampiezza  dei  temi  e  la  personalità  degli  autori  dei  vari  capitoli,  tutti  di  un  estremo  interesse  per  testo  e  documentazione.  Basti  pensare  alla  sua  strutturazione   da  “Il  primo  quarantennio” dello  Stato  unitario,  periodo  sul  quale  ci  soffermeremo  successivamente,  a  “Da  Giolitti  al  primo  dopoguerra“,  al  “Fascismo“,  in cui  sono  state  messe  in  luce  sia  le  realizzazioni  positive  in  tutti  i  settori  -dalle opere pubbliche, all’architettura, all’istruzione, al lavoro e dopolavoro-  sia  l’apparato  poliziesco  e  repressivo  e  le  discriminazioni  razziali  -a  dimostrazione  che  non  si  possono  cancellare  venti  anni  di  storia,  fermo  restando  il  giudizio  che  dello  stesso  periodo  ciascuno  può  liberamente  dare  proprio  in  virtù  di  tutti  i  dati  e  gli  elementi  esposti-,  per  chiudere  con  il  breve  periodo  “Verso la Repubblica” dal  25  luglio  1943  alla  promulgazione  della  attuale  Costituzione ,  il  cui  originale  faceva  bella  mostra  di sé all’inizio  della  esposizione,  unitamente  a  quello dello  Statuto  elargito  da  Carlo  Alberto  al  Regno  di  Sardegna  e  divenuto  successivamente  la  carta  costituzionale  del  Regno  d’Italia,  fino  al  1946 [...].
DATA: 06.06.2012
 
VIVA LA REGINA!

Le cifre parlano da sole: un milione di inglesi, incuranti della pioggia, ha festeggiato la Regina Elisabetta per il sessantesimo anniversario del Suo Regno. Tutto è stato grandioso, riproponendosi a storici raffronti fra le due Elisabette: quella della tradizione e quella della modernità. Le mille barche coperte di fiori e inquadrate dai riflettori si meritavano la resurrezione di Shakespeare con lo sfondo della foresta semovente di Birnam. Il Battello Reale diffondeva i rintocchi delle campane medioevali, le stesse che avevano seguito le magiche incoronazioni dei Tudor, di Riccardo Cuor di Leone e di innumerevoli Sovrani britannici e di Scozia. La Monarchia britannica è l’umana Istituzione che nella esaltazione della simbologia perpetua e incarna valori universali. Nemmeno i giornali italiani hanno potuto esimersi dal dare a queste celebrazioni il giusto spazio, con intere pagine a colori che inneggiavano alla Regina e a quel che rappresenta per i suoi sudditi. A questi valori anche gli altri popoli dell’Europa torneranno un giorno, popoli oggi stanchi dei poteri oligarchici che interferiscono nell’antico continente.
Sergio Boschiero
DATA: 04.06.2012
  
LA CELEBRAZIONE DEL 2 GIUGNO SUI RAI STORIA

Domenica 3 giugno 2012, sul canale Rai Storia, nell’ambito del programma televisivo “Mille Papaveri Rossi” e riprendendo una vecchia puntata di “Correva l’anno”, si è tenuto uno speciale dedicato al Referendum Istituzionale del 2 Giugno 1946. Il referendum è stato liquidato come un grande moto popolare per la repubblica e fin qui nulla di differente da quanto leggiamo sulla storiografia ufficiale scritta dai vincitori. La solita storiella del popolo che va felicemente a votare per la repubblica. I brogli sono stati liquidati come presunzione da parte dei monarchici sconfitti, poco importa a Rai Storia la documentazione prodotta su quello che ora dovrebbe essere un fatto conclamato (in primis le dichiarazioni dell’ex Segretario di Palmiro Togliatti, Massimo Caprara, in cui - da testimone diretto dei fatti - scriveva di “parto difficile che va aiutato”). Un cenno a quei giuristi di Padova che hanno sollevato la questione della convocazione del referendum (in qui si parlava di maggioranza dei votanti) e nessun accenno ai 35.000 ricorsi per brogli presentati. Ma anche qui nulla di nuovo. I fatti di via Medina sono stati liquidati dal documentario come "scontri a Roma e Napoli che portarono a sette morti", senza nemmeno specificare da quale parte. Il colpo di Stato fatto da De Gasperi invece è stato presentato come un atto dovuto per la confusa situazione creatasi. Bontà loro hanno citato Re Umberto che ha parlato di “gesto rivoluzionario”… ma non ne sembravano convinti. La novità del documentario è stata quella della partenza di Re Umberto, dipinta come talmente affrettata da sembrare una fuga. Hanno detto che non ebbe nemmeno il tempo di avvisare De Gasperi. Ma come? Un politico illegittimamente avoca a sé i poteri di Capo dello Stato e il Re legittimo gli deve pure comunicare i propri spostamenti? Siamo al delirio storico. Poi la Corte di Cassazione che si riunisce il 18 giugno e il Presidente Pagano che legge i risultati… ed è subito repubblica, pronta a godersi il giro d’Italia.
Per non parlare dell'editoriale conclusivo di Paolo Mieli in cui si accusa Vittorio Emanuele III di aver fatto vincere la repubblica per non aver abdicato prima, ma ormai è sport nazionale attaccare il Re di Peschiera. Quel che lascia sconcertati più di tutto è però la conclusione di Paolo Mieli. Secondo l’illustre giornalista il 2 giugno sarebbe una vera festa di unità nazionale sia perché i repubblicani ne devono celebrare la vittoria che per il comportamento del Re e dei Monarchici in quanto il primo è partito per l’esilio semplificando le cose e i secondi non hanno fatto ulteriori proteste per la sconfitta. Se questo è elemento di unione…    
A ridosso della contestata parata del 2 giugno, con la Casta stretta attorno a Napolitano e Monti, non potevamo pretendere un’analisi approfondita degli eventi storici. Ma speravamo in un approccio un po’ meno semplicistico. Bell'esempio di televisione di regime.
FERT
DATA: 04.06.2012
 
GOVERNARE OLTRE QUESTO MALINCONICO DUE GIUGNO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 3/6/2012

Immagine da internetUn due giugno così, con tante polemiche severe e condivisibili, non s’era mai visto. D’altronde i cittadini chiedono più Stato e di eliminare il superfluo e il vano, a cominciare da esercitazioni retoriche spacciate per “feste”. Il 18 giugno 1946 alla repubblica vennero riconosciuti 12.700.000 su 28 milioni di elettori: un magro 42% degli elettori. Quindi? Tuttavia bisogna andare oltre queste polemiche. Per risalire la china bisogna comunque da questa Italia. Non vi sono Italie di riserva, nuove di zecca e pronte per l’uso, come Minerva che esce dalla testa di Giove. Qui non ci sono né Giove né Minerva. Giorgio Napolitano creò il professor Monti Mario senatore a vita e lo incaricò di formare un governo, lasciando credere che avesse in serbo chissà quali programmi miracolistici. Illusionismo. Dopo ormai sette mesi di promesse, tra impacci parlamentari, ganasce sindacali e fiscali, errori e  sciagure, la finanza pubblica, le  riforme istituzionali e la legge elettorale sono allo stadio dell’estate 2011. Consolare gli italiani dicendo che non sono finiti come la Grecia o la Spagna è doppiamente ingiusto. In primo luogo perché essi hanno una storia politico-economica del tutto diversa, e poi perché la Spagna, malgrado la “Bankiarotta” sta mettendo in campo ottime energie e relazioni internazionali più solide e fruttifere di quelle del governo italiano.
E qui viene il punto. Governare deriva dal latino “gubernare” a sua volta consonante con greco “kybernan”. Le lingue classiche sono “morte” solo per chi non le capisce. Esse dicono che governare significa reggere il timone, tenere la rotta. Il vero timoniere conosce, prevede e perciò ordina. Guadagna il rispetto e la fedeltà con l’esempio che sa dare, non per la benedizione della suocera. Il Timoniere è  anche il tramite tra la Nave, il Mare e  l’Assoluto. Ha un ruolo mistico e mitico, senza il quale il Potere viene messo ai voti e giocato ai dadi da marinai declassati a ciurma. Governare non significa stare coi remi in barca, in attesa che spiri il vento o passi la tempesta. Nessuno crede al timoniere se si limita a promettere una meta vaga per generazioni future, mentre le sue esose richieste si traducono in stasi e persino in prevedibile catastrofi. Il presidente Monti accampa plauso dall’estero, ma da lì gli  arrivano anche critiche pesanti. E fischi dall’Italia. Comunque i voti deve prenderli in Parlamento, a Roma. Non altrove. Tra un anno i partiti dovranno chiederli agli italiani. Non ad altri popoli. Sessanta milioni di cittadini non chiedono di essere governati di meno.  Se quasi il 50% degli elettori non è andato a votare o in parte ha votato cartelli di protesta è perché gli italiani vogliono essere governati più e meglio. Chiedono piloti veri e anzitutto vogliono  capire se chi è al timone o chiede di andarci ha o no un progetto e quale esso sia.  Lasciamo dunque alle spalle questo malinconico 2 giugno 2012. Tra meno di un anno avremo Camere nuove, un governo sicuramente diverso dall’attuale, un Capo dello Stato sul cui nome oggi nessuno scommette. Certo è augurabile che i piloti venturi non siano più “politici politicanti”, cioè l’incarnazione della politica come vaniloquio tra sedicenti “addetti”, arroccati su posizioni di potere confiscate da decenni. E’ superfluo far nomi. Li conosciamo. Non meritano menzione. Sono i veri anti-politici.
Aldo Mola
DATA: 04.06.2012
  
CELEBRAZIONI. CAMBIARE SI PUO’ - JUAN CARLOS E LA FESTA DELLE FORZE ARMATE IN SPAGNA

Re Juan CarlosIl 2 giugno 2012 il Re Juan Carlos di Borbòn y Borbòn ha presieduto la XXV Festa delle Forze Armate della Spagna, celebrata per la prima volta anche nell’intero Paese Basco. La cerimonia si è svolta nella Plaza Mayor di Valladolid ed è costata l’85% in meno rispetto all’anno passato, con altrettanta solennità.
Quali i segreti del successo? Il ricevimento a Palazzo San Paolo è stato interamente offerto da imprese locali che hanno generosamente donato vini di origine controllata e garantita, formaggi, pane di Valladodid e prosciutto di Carnica Ponientes.
I “Fornitori” sono stati orgogliosi di rendere omaggio alla Famiglia Reale al completo (il Sovrano, la Regina Sofia, il Principe delle Asturie, Felipe, e sua  moglie, Donna Letizia) e di ripetere con le Tre Armi, la Guardia Civil (Carabinieri) e la Guardia Real (Corazzieri) che la Spagna è “una, libera, forte”. Miracoli della Monarchia.
Re Juan Carlos sta per capitanare una missione di imprenditori spagnoli alla …riconquista delle Americhe. E’ unanimemente considerato il miglior diplomatico del Paese.  
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Valladolid, 3 giugno 2012

DATA: 03.06.2012

IN UN'ITALIA PIENA DI ANGOSCE E DI SUICIDI C'È POCO DA FESTEGGIARE

Re Umberto IILa decisione di evitare festeggiamenti pomposi per il 2 giugno merita il nostro plauso. La data, da sempre, ricorda una profonda divisione del popolo italiano che ha visto versare il sangue innocente di tanti giovani patrioti nella via Medina della monarchicissima Napoli.
    La parata militare si deve tenere il 4 novembre e questo 2 giugno c'è poco da festeggiare in un'Italia piena di angosce e di suicidi.
    L'Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) si inchina alla memoria dei caduti per la Patria e invia un commosso omaggio alla luminosa figura del Re Umberto II, che ha indetto il referendum e ne ha subito i contestati esiti, auspicando la Sua sepoltura e quella degli altri Re e Regine nel Pantheon di Roma come vero gesto di pacificazione nazionale.
Alessandro Sacchi, Presidente nazionale
Sergio Boschiero, Segretario nazionale
Roma, 2 giugno 2012

DATA: 02.06.2012

L'OMAGGIO DI GIULIO VIGNOLI AL VICERÉ D'ETIOPIA

Amedeo di Savoia, Viceré d'EtipoiaDurante la sua permanenza al “Festival della Storia”, svoltosi a Gorizia dal 18 maggio al 20 maggio u.s., dove ha presentato il suo nuovo libro sugli Italiani di Crimea, il prof. Giulio Vignoli, membro della Consulta dei Senatori del Regno, ha voluto rendere omaggio alla figura del Viceré Amedeo di Savoia nel 70° della morte, deponendo una corona d’alloro al grande monumento in travertino situato presso l’aeroporto di Gorizia, e che lo rappresenta in tenuta di aviatore.
Ricordiamo che il monumento, opera di Paolo Caccia Dominioni, l’autore del sacrario di El Alamein, fu inaugurato nel ventesimo anniversario della scomparsa dell’Eroe dell’Amba Alagi alla presenza della vedova, Anna di Savoia-Aosta, delle due figlie e del Presidente della repubblica Antonio Segni.
All’omaggio era anche presente Giulia Giacchetti Boiko, Presidente dell’Associazione degli Italiani di Crimea, giunta appositamente dall’Ucraina per partecipare alla presentazione del libro del prof. Vignoli.
DATA: 30.05.2012
 
L'AVV. CAIAFA PREMIATO DALL'ASSOCIAZIONE GIOVANI AVVOCATI

Massimo CaiafaL'avv. Massimo Caia¬fa, fervente monarchico e iscritto U.M.I., è stato tra i premiati della terza edizione del "Premio dell'Eccellenza", organizzati dall'Associazione Giovani Avvocati: AIG, sezione salernitana, guidata dall'avvocatessa Gisella Lauriello. Per il 2011, il risultato della votazione degli Avvocati nella veste di elettori per i personaggi che, nel mondo della giustizia salernitana, si sono distinti per com¬petenza giuridica, disponibilità, rispetto e cordialità verso i colleghi ed altri operatori, i più votati sono stati: l'avv. Massimo Caiafa, il dott. Mario Pagano, Giudice civile, la dott.ssa Avv. Lucia Fiorillo, Magistrato onorario, il dott. Luigi Biondo, Cancelliere. Alla serata erano presenti diverse personalità del panorama giudiziario salernitano, tra cui Americo Montera, presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Salerno, l'Avv. Giuseppe Nocilla, cui è andato il premio alla carriera. L'avv. Massimo Caiafa, nell'esprimere la sua sorpresa per l'inatteso premio, ironicamente, ha detto: "I colleghi sono stati molto affettuosi con me, forse hanno voluto premiare la vecchiaia: comunque va detto che il mio impegno verso i giovani è stato costante e credo moltissimo in loro che sicuramente faranno più e meglio di noi, anche perché sanno benissimo sfruttare le nuove tecnologie che non guastano, anzi sono un elemento importante per l'avvocatura del vero sapere, con meno spazio alle furbizie". Massimo Caiafa è avvocato patrocinante in cassazione, vincitore del Premio Mobilio dell'anno 1968, componente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Salerno dal 19.1.1974 al 20.1.1994, rieletto nell'anno 1999, docente a contratto della scuola di specializzazione per professioni legali presso l'Università degli Studi di Salerno (Ordi¬namento Giudiziario, Diritto Processuale Civile e Deontologia Forense), autore di numerose pubblicazioni in diritto delle assicurazioni e diritto processuale civile. Cura con il figlio, avv. Domenico, la pubblicazione, fuori commercio "Assicurazioni e Dirit¬to". All’Avv. Caiafa i più sentiti complimenti da parte dell’U.M.I!
da "La Giustizia" del 31.03.2012
DATA: 30.05.2012
  
MEDITERRANEO INQUIETO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27/05/2012

Il degrado circonda la tomba di vittorio Emanuele IIILa storia prima o poi presenta il conto. Il Mediterraneo ne ha tanti in sospeso, in parte frutto del millenario irriducibile antagonismo tra cristianesimo e islam, in parte causati da colonialismo spocchioso e decolonizzazione frettolosa.  Tra i focolai di crisi, quello di Gibilterra è tutto interno all’Europa, l’egiziano è foriero di destabilizzazione generale. Il “caso Gibilterra” è pressoché ignorato dai media italiani, ripiegati su cronache locali, ma in Spagna domina i ritmi della politica. La convergenza tra il popolare Rajoy e il socialista Rubalcaba nasce anche dall’urgenza di rispondere alla tracotanza britannica. A Gibilterra (popolata di spagnoli, genovesi, maltesi..) l’ammiraglio George Rooke arrivò il 24 luglio 1704, nel bel mezzo della guerra per la successione sul trono di Spagna, conteso tra Asburgo, Borbone e persino Vittorio Amedeo II di Savoia, discendente di Carlo Emanuele I e Caterina di Asburgo-Spagna.  Da quel momento Londra non ha più mollato la presa. Madrid finì per riconoscerle il possesso, ma non la sovranità sull’antica Calpe, testa di ponte dell’invasione araba dell’Europa (711), poi strappata al dominio islamico solo sette secoli dopo (1462), trent’anni prima della vittoria dei cattolici sull’emiro di Granada e la scoperta dell’America. L’occupazione inglese di Gibilterra causò continue frizioni tra Londra e Madrid, più acute nel Novecento. In un referendum del 1967, quando a Madrid c’era Franco e l’Unione Europea era di là da venire, i gibiltarini si pronunciarono per la conservazione dello status quo, come farebbero  i monegaschi o i sanmarinesi, i cui staterelli però non sono colonie a uso militare del dominatore. Da qualche giorno gli spagnoli pescano sotto la Rocca con la scorta della Guardia Civil, mentre Londra minaccia di mandare la Royal Navy ad affondarne i pescherecci. Non è, per adesso, una nuova guerra delle Malvine (o Falkland), però mette a nudo  i “tic”  degli inglesi, che usarono  e usano il patriottismo  altrui (Mazzini, Garibaldi, ma anche di polacchi, ungheresi…) per destabilizzare i rivali e affermare il proprio impero, senza se e senza ma. Lo si vide anche a Malta ove lo statuto speciale venne più volte revocato e chi voleva l’indipendenza da Londra fu impiccato.
   A questa luce appare davvero ambiguo il sermone di George Scrutton sul Bisogno di Nazione (Firenze, Le  Lettere): la “nazione” vale solo a beneficio dei britannici.
I quali hanno creato situazioni esplosive, come nel 1947-48 in Palestina e poi lasciando via libera ai movimenti che abbatterono Faruck e Re Idris in Libia. Come sia finita la Libia è noto: il caos. Dove possa precipitare l’Egitto è  sotto gli occhi di tutti: la vittoria dei Fratelli Musulmani guidati da Mohamed Ahmed contro  Morsi Shafir, già ministro di Mubarak, e l’uscita di scena del moderato Amr Mussa, preludono al ritorno della sharia. Otto milioni di copti sono in allarme, come i cristiani lungo tutta la costa del Mediterraneo, dal Marocco a Costantinopoli, passando ove i cristiani sono terrorizzati dai “liberatori”, usi a scannarli, assai più che da Assad, sinora garante della libertà religiosa.
Non solo in Nigeria, Kenia, Somalia, Indonesia, Pakistan…, ma ora che in Egitto atroci mattanze di cristiani vengono liquidate dai Fratelli Musulmani come “occasionale violenza settaria”: incidenti di un percorso che porterà all’eclissi dell’Occidente e  chiuderà Israele nella tenaglia dei fondamentalisti di Egitto, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in gara per la conquista del Califfato.
In questa prospettiva è urgentissimo traslare  in patria la  salma di Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia dal luglio 1900 al maggio 1946, tumulata nella Chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto (v. foto) e comporla accanto a quella della Regina Elena, sepolta a Montpellier, ove morì il 28 novembre di sessant’anni orsono.
E’ compito del Capo dello Stato e del Governo di Roma tutelare i simboli della continuità dell’Italia. E una “occasionale violenza settaria” si traducesse nella dispersione dei resti del re, i responsabili non potranno dire che non  sapevano. Perciò è lecito attendersi iniziative anche dalla Regione e dai parlamentari del Vecchio Piemonte. Vittorio Emanuele III è il nipote del “Padre della Patria”. Che cosa si aspetta a riportarlo in Italia? Tocca agli italiani fare la propria parte, e subito, sapendo che non avranno certo alcun appoggio da governi europei inclini al giacobinismo né dagli inglesi, le cui teste coronate in questi giorni si sono circondate di monarchi ed ex monarchi di seconda e terza fila, di capitribù afro-asiatici, accampati nel suo ex impero, e da bizzarri principotti, con rigorosa esclusione di Asburgo e dei Savoia, “vinti” e quindi da dimenticare. La Regina di Spagna, Sofia, invitata, non ha messo a piede a Londra, perché il “caso Gibilterra” è serio. Tocca dunque agli italiani avere un guizzo d’orgoglio patriottico. Di Vittorio Emanuele III si discusse e si discuterà, anche accanitamente: ma dopo la traslazione della sua salma nell’Italia di cui fu Re dal 1900 al 1946.
Aldo A. Mola.
Nella foto una recente immagine delle condizioni di degrado in cui attualmente versa la tomba del Re Vittorio Emanuele III nella Chiesa di Santa Caterina in Alessandria d'Egitto.
DATA: 29.05.2012
 
LA CRISI ECONOMICA E L’AZIONARIATO OPERAIO: UNA PROPOSTA DELL’U.M.I.

Argenio Ferrari UMINell’agosto 2009 il Coordinatore dell’Ispettorato nazionale U.M.I. Dott. Argenio Ferrari ha inviato la seguente lettera all’allora Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, agli organi di stampa e ai parlamentari. Non seguì alcuna risposta da nessuna parte. Oggi, stranamente, i temi toccati tornano di stretta attualità e vengono indicati come modello. L’U.M.I. anche allora ha visto lontano.
Al fine di promuovere il più rapido, ordinato e concreto progresso sociale ed economico dei Lavoratori ed una più equa distribuzione della ricchezza prodotta e per garantire in questo particolare momento di crisi la pace sociale si suggerisce l'istituzione dell'Azionariato operaio e della cointeressenza sugli utili delle aziende dei Lavoratoti stessi. Nell'ottica di una concreta "giustizia sociale" questa proposta socio economica è sempre stata un cardine programmatico dei vari partiti monarchici rappresentati in Parlamento PNM - PMP-PDI-PDIUM. Reputo utile ed opportuno che i destinatari di questa mia Lettera valutino con attenzione le modalità per inserire nel Codice Civile, rendendola operativa, tale proposta.
Roma, 20 agosto 2009
Dott. Argenio Ferrari - Ispettore Nazionale U.M.I.
DATA: 25.05.2012
  
24 MAGGIO: AUGURI AL DUCA DEGLI ABRUZZI

Il principe Aimone con il figlio Amedeo, Duca delle Puglie
   Il 24 Maggio 2011 nasceva a Parigi S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. Nel Suo primo genetliaco l'U.M.I., nelle persone del Presidente Nazionale Alessandro Sacchi e del Segretario Nazionale Sergio Boschiero, formula al piccolo Pincipe i più devoti auguri! Il Futuro della Corona e la continuità dinastica sono garantiti dal Duca degli Abruzzi e dal fratello, Principe di Piemonte. Viva la Monarchia!
Roma, 24 Maggio 2012
Nella foto il Duca degli Abruzzi in braccio al padre S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, Duca d'Aosta e delle Puglie.
DATA: 24.05.2012
 
L’EUROPA DIVISA DALLA MONETA COMUNE

euro - immagine da internetOgni volta che la Germania cercò di imporre prepotentemente il proprio rigore, l’ordine, una visione del mondo schematica e spigolosa non ottenne grandi successi. A Jena, l’esercito disordinato di Napoleone vinse una battaglia insperata, contro una cavalleria così ordinata e metodica, che si potrebbe pensare avesse confuso l’eleganza e la vanità della parata con il pragmatismo che la polvere insanguinata della guerra richiede. In tempi recenti, il primo ed il secondo conflitto mondiale confermarono il passato, e si badi, non per le sconfitte in sé, ma per il consueto approccio che non lascia spazio all’estrosa mente degli uomini, dunque al talento, all’improvvisazione, al sentimento.
Mentre naufraga la concordia in tutto il mediterraneo (non solo al Giglio), in Europa si combatte oggi una guerra che per fortuna non gronda di sangue; la si combatte con le armi silenziose della speculazione, a colpi di vili ricatti e sotterfugi ad opera di quelli che solo dieci anni fa erano i nostri fratelli maggiori, quelli che accogliendoci nel caldo grembo d’Europa, ci accompagnavano alla scoperta del mondo visto con gli occhi dei forti. Non si spendevano che parole di elogio e di giubilo per l’Euro. La moneta unica è il solo prospero futuro per l’Europa e chi si fa catturare dal dubbio, chi la mette in discussione, è solo vittima della propria demagogia, un disturbatore. I fatti ci dicono che l’Euro, così com’è, non funziona. Chi nega questo nega l’evidenza. Sul perché non funzioni si potrebbe parlare a lungo, di sicuro nessun paese è stato ai patti; noi non siamo entrati nell’Euro preparati, come dire, ci siamo presentati con la nave scuola Vespucci a una regata di velocissimi multiscafi (con classe, ma fuori luogo). I tedeschi hanno usato la moneta unica per i propri interessi finanziari (banche piene di titoli greci e italiani con rendimenti più alti ma senza rischio di svalutazione della moneta) ed industriali (la famosa valorizzazione dei distretti produttivi dei diversi paesi UE non è mai avvenuta, le politiche industriali e monetarie hanno sempre e solo badato al bene dell’economia tedesca). Oggi i deboli equilibri sono saltati. Per rimanere nell’Euro è necessario essere maggiormente coesi, non sulla carta, nemmeno nelle intenzioni, ma nei fatti. Non possono esistere politiche fiscali singole e politica monetaria comune, perché questo significa,di fatto, assenza di politica economica; significa lasciare paesi come l’Italia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo in agonia, con manovre  fiscalmente sempre più restrittive, che paralizzano la crescita, non risolvono il problema del debito, e pongono le basi per un malessere sociale che, se lasciato a se stesso, è più pericoloso dello “spread”. Allora si dica ciò che si vuole. La moneta unica impone omogeneità di politiche e pari dignità, sempre e comunque. Se poi si vuole continuare come in passato a guardare il mondo con gli occhi miopi di un rigore e di un ordine fuori luogo, allora ognuno ritrovi la propria indipendenza e vedremo chi ne avrà più a dolersi. Ci si dovrà ridimensionare sulla nostra capacità di acquisto di beni importati e denominati in valute più forti della nostra, ma l’Italia ritroverà il vecchio vigore per i propri prodotti, esportati in tutto il mondo a prezzi competitivi (grazie alla svalutazione), ridando vita ai vecchi distretti industriali, vittime di una moneta troppo forte per un paese strutturalmente troppo debole. Ci saranno opportunità di riportare in Patria tanta produzione oggi impiantata altrove, si potrà essere in sostanza artefici del proprio destino. Certamente il processo richiederà più coesione, più responsabilità nazionale, sacrificio e maturità; tutto ciò che i motti federalisti e le gestioni oligarchiche della cosa pubblica ci hanno fatto accantonare in quel cassettone impolverato in soffitta, là dove è imprigionato quello strano tricolore con lo stemma la centro, quello che fece l’Italia, quello che rappresenta la dignità, la tenacia e l’Onore degli Italiani. Forse è il momento giusto per liberarlo dalla polvere.
Fabio Fazzari - U.M.I. Monza
DATA: 24.05.2012
  
IL PIAVE MORMORÒ

Vittorio Emanuele IIICon l’entrata in guerra Il 24 Maggio del 1915 iniziava per l’Italia la prima grande esperienza collettiva degli italiani. Bisognava dimostrare che l’unità raggiunta cosi faticosamente non era solo frutto del caso o delle circostanze favorevoli del momento in cui si realizzò, bisognava dimostrare che il popolo italiano aveva una propria coscienza e una propria consapevolezza di sé. Il nemico era l’Austria-Ungheria che invadeva i nostri territori e la nostra storia, popolo arcigno e tenace, l’Italia un Regno giovane con una forza ancora tutta da esprimere, per la prima volta si trovarono fianco a fianco giovani provenienti da più regioni che parlavano dialetti diversi ma che avevano lo stesso obiettivo: “sbaragliare il nemico oltre la frontiera”. Non era facile per un popolo alla prima grande prova… ma lo fece!.. lo fece eccome!.. Guidati da un gran Re, Vittorio Emanuele III, sempre presente sui campi di battaglia (che proprio per la valorosa impresa venne soprannominato “il Re soldato”) e dallo stratega Generale Armando Diaz, scacciarono il nemico al di là delle amate sponde e delle Alpi, e “sul Patrio suol vinti i torvi  Imperi, la Pace non trovò ne oppressi ne stranieri”. 
Roberto Carotti - Coordinatore Prov.le  U.M.I. Ancona
DATA: 24.05.2012

EUROPA IN PACE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 20/05/12

I “Tecnici” della diplomazia e delle armi un secolo fa precipitarono l’Europa nella catastrofe della grande guerra, della fame, dei totalitarismi: rimedio estremo contro il caos. Dunque, mai lamentarsi se la vita è monotona. L’Europa di cent’anni orsono s’annoiava spassandosela. Era la Belle Epoque: opulenta e miserevole. Di quando in quando si torceva cacciando con un gesto della mano i pipistrelli maleauguranti di anarchici e rivoluzionari e dei nazionalismi montanti. Era sicura di avere lunga vita.  Trionfavano lo sport (altra cosa dal salutismo fatto di rinunce), i viaggi, la curiosità per mondi inesplorati. Poiché  non le bastavano la natura e un normale aldilà, l’Europa perlustrava l’occulto, lo spiritismo. Positiva e irrazionale. Scientifica e passionale.  Essa chiuse gli occhi dinnanzi all’assassinio  del Re del Portogallo e di suo figlio, che generò una repubblica anticlericale al soldo della Gran Bretagna. Ignorò l’assassinio di Canalejas che in Spagna tentava di conciliare la Monarchia di Alfonso XIII e la modernità. Assisté inerte alla guerra di Bulgaria,  Grecia, Serbia e Montenegro contro la Turchia proprio quando il movimento Unione Progresso puntava a instaurarvi un islam “occidentale”. Come fa oggi dinnanzi alla crisi anglo-spagnola per Gibilterra, che conferma e confuta alla radice  Il bisogno di nazione  di Roger Scruton (Le Lettere): un sentimento non solo dei britannici ma di ogni popolo europeo. 
   Malgrado la grande crisi finanziaria del 1907, banche e industrie facevano e disfacevano affari. A Torino il vertice della FIAT finì sotto processo per aggiotaggio. Ma il mondo era grande e ancora tutto da  saccheggiare: Cina,  India, Africa… Proprio gli europei però avevano diffuso idee che si sommarono alle aspirazioni libertarie. Nel 1912 Italia e impero austro-ungarico rinnovarono la Triplice Alleanza comprendente la Germania che quell’anno registrò la vittoria del Partito Socialdemocratico, che sembrava onnipotente.  Dietro la maschera della pace le potenze si armavano in vista di una guerra generale, che scoppiò nel 1914 e travolse tutto: quattordici milioni di morti. Il malessere odierno è un’inezia al confronto. Eppure tante persone colte, garbate, intelligenti si buttarono a capofitto nella fornace. Nel 1912 Boccioni  fuse nel bronzo le “Forme uniche nella continuità dello spazio”, manifesto della Forza prorompente.  Tra quanti inneggiarono alla guerra come cura suprema contro l’imperialismo vi fu il giovane Piero Pieri ( (Sondrio, 1893-Pecetto Torinese, 1979), poi caposcuola della storia militare in Italia. Concluse la carriera  all’Università di Torino. L’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa, diretto dal colonnello Matteo Paesano, ne ha ripubblicato la Storia militare del Risorgimento (Einaudi, 1962), un classico tuttora insuperato, con prefazione di  Piero Del Negro, presidente della Società italiana di storia militare. Biografo di Cesare e Napoleone, Federico II il Grande e Garibaldi, storico di Roma e della crisi militare nel Rinascimento, Pieri illustrò il nesso tra idee politiche e azione militare, tra insurrezioni e guerre, movimentismo, rivoluzioni e Ordini Nuovi. L’antica repubblica romana e la Rivoluzione Francese, egli insegnò, furono i due grandi cardini della storia, perché si basarono sul cittadino-soldato, che ha diritti civili e politici perché li difende in armi. Spiegò anche il nodo insoluto dell’Italia monarchica: chi risponde di guerre, vittorie sconfitte? Corona, governo, ministro della guerra, comandante supremo erano e rimasero un groviglio insoluto. Nel 1943-46 colpevole di tutto venne dipinto il Re, costretto all’abdicazione. Ma il garbuglio rimane.  
   La divisa militare è sintesi  di principi morali, come illustra Stefano Ales in Dall’Armata Sarda all’Esercito italiano (1843-1861) pubblicato dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, diretto dal colonnello Antonino Zarcone, benemerito per tante opere di storia anche subalpina come Tre secoli e mezzo di storia militare piemontese. Dal Ducato all’Unità di Ciro Paoletti. Queste opere, presentate al Salone Internazionale del Libro di Torino, aiutano a vedere con distacco la crisi speculativa in atto, assestamento di un sistema che  ha sopravvalutato i beni in circolazione ma  produce più di quanto il mercato possa assorbire e quindi, come in passato, è tentato di ripiegare su armi e guerre quali scorciatoie per arraffare sovraprofitti. Conoscere il passato non basta certo a correggere il presente; però giova constatare la pochezza dei “tecnici del potere” e di diplomatici insulsi. Anche il deserto ha il suo fascino…
Aldo A. Mola
DATA: 21.05.2012
  
LA MALA GESTIONE DEL PATRIMONIO ARTISTICO ROMANO

Pubblichiamo una lettera di protesta per la gestione del patrimonio artistico romano della nota studiosa Erina Russo de Caro, pubblicato su "Il Corriere della Sera" edizione di Roma del 15/05/2012.

La Breccia di Porta PiaCaro Paolo Conti,
            poiché Roma è principalmente una città di cultura, vorrei segnalare il modo originale con cui questa cultura è amministrata. Per esempio le chiese, che con le opere d’arte che contengono sono dei veri e propri Musei.
            Santa Francesca Romana: sono ben quattro mesi che cerco di entrare nella famosa e bella chiesa, è sempre chiusa! Ho scritto, nessuna risposta. Alcuni miei amici studiosi hanno telefonato, sono stati trattati malissimo, ed è stato loro detto che la Basilica è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 18. Martedì mattina alle ore 10.40 ero lì con un amico venuto da Varese e interessato alle opere d’arte conservate nella chiesa… ebbene era chiusa! Ci siamo seduti sul muretto vicino alla porta del Convento aspettando qualcuno che ci aprisse. Nel Convento, con la chiave, è entrata una signora che ci ha detto: “forse aprono”. Alle 11.10 stava entrando nel Convento un sacerdote al quale abbiamo chiesto ragguagli sull’apertura. Lui ha risposto “Pazientate! Pazientate!” Io ho detto che avrei scritto al Soprintendente competente, e lui: “Scrivete pure al Papa!” e ha sbattuto la porta con un ghigno beffardo. Così Mino del Reame, il pavimento cosmatesco, Bernini sono destinati all’oblio e all’incuria, e noi all’ignoranza. A chi dobbiamo rivolgerci per segnalare una situazione del genere?
            Grazie dell’attenzione, molto cordialmente.
            Erina Russo de Caro
DATA: 18.05.2012
 
IL CAPO DI CASA SAVOIA INTERVIENE SULLA CRISI GRECA

Amedeo di Savoia  Roma, 16 mag. (Adnkronos) - ''Tante road map, nessun programma preciso''. Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, greco per parte di madre, la principessa Irene, definisce ''senza uscita almeno per il momento'' la situazione politica in cui si trova la Grecia, ''paese -dice- che amo quanto l'Italia''.
''Ci sono troppi partiti - sottolinea- anzi direi troppe fazioni. E tutte incapaci di mettere da parte i loro interessi in un momento in cui invece dovrebbero fare quadrato in nome del bene comune. Anche per questo motivo finora la Grecia, storicamente terra di esasperazioni, ha avuto una dittatura di destra, un partito comunista tra i piu' accesi d'Europa, una famiglia reale troppo nordica, non e' riuscita a respingere gli assalti politici ed economici di paesi come Germania e Francia, che sono persino riusciti a imporre ad Atene l'acquisto di armamenti provenienti dai loro arsenali, strumentalizzando una fantomatica minaccia turca. Cosi' come, a questo punto, vorrebbero liberarsene, inducendola a uscire dall'eurozona. Cosa che invece, come ci dicono gli ultimi sondaggi, la stragrande maggioranza dei greci, il 70%, non vuole affatto''.
(Rre/Col/Adnkronos) 
DATA: 16.05.2012
 
IL BIGLIETTO DI ANDATA E RITORNO DEI RE DI GRECIA

Il Re Costantino di Grecia  Dichiarazione di Sergio Boschiero, Segretario nazionale U.M.I. (Unione Monarchica Italiana), sulla situazione in Grecia:
“Dopo oltre quattrocento anni di dominio turco, nel 1832 la Grecia divenne indipendente e scelse un Re, affidando la Corona al Principe Ottone di Wittelsbach. Per oltre due secoli, pur con interruzioni repubblicane, sul Trono ellenico si avvicendarono diversi Sovrani, da Giorgio a Costantino, e mai la Grecia ebbe a soffrire tanta miseria e tante umiliazioni come sta avvenendo in repubblica. Si dice che i Re di Grecia, tornati più volte dall'esilio, abbiano la fortuna di tenere sempre pronti per il Trono i biglietti di andata e ritorno. Speriamo nella fortuna degli antichi Dèi!”
Roma, 15 maggio 2012
Sergio Boschiero
Segretario Nazionale U.M.I.
Nella foto il Re Costantino di Grecia.
DATA: 15.05.2012
     
TORINO: CELEBRATI I FUNERALI DELLA MADRE DELLA PRINCIPESSA SILVIA DI SAVOIA - IL CORDOGLIO DELLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO

Torino, 14 maggio 2012 - I Funerali di Donna Rosanna BellardoLunedì 14 maggio 2012 si sono svolti a Torino i funerali di Donna Rosanna Bellardo, madre di S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia. Alla raccolta cerimonia, officiatasi in un'affollata Chiesa dell'Annunziata di via Po, sono intervenuti tante personalità, tra cui spiccava la classe e l'eleganza della nobiltà torinese, che si sono strette attorno alla Famiglia Reale. Oltre alla Principessa Silvia e al fratello, Casa Savoia era rappresentata dal Capo della Famiglia Reale, S.A.R. il Principe Amedeo, da S.A.R. il Principe Aimone con la moglie Principessa Olga e da S.A.R. la Principessa Mafalda di Savoia-Aosta
Donna Rosanna verrà sepolta in Toscana.
L'Unione Monarchica Italiana era presente con il vice segretario nazionale Carmine Passalacqua, il Coordinatore di Torino Edoardo Pezzoni Mauri e l'ispettore nazionale Davide Colombo in rappresentanza del Presidente Nazionale Alessandro Sacchi e del Segretario Nazionale Sergio Boschiero.
Nella foto l'ingresso del corteo funebre nella Chiesa dell'Annunziata.

LA CONSULTA IN LUTTO CON S.A.R. LA DUCHESSA SILVIA D’AOSTA

   La Consulta dei Senatori del Regno esprime profondo cordoglio per la dipartita di Donna Rosanna Paternò di Regiovanni Bellardo e Ferraris, Marchesa di Regiovanni, Contessa  di Prades, baronessa di Spedalotto, Madre di Sua Altezza Reale la Duchessa Silvia d’Aosta, componente della Consulta, e partecipa al lutto della Casa di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Aosta, Suo Capo.
  Nel lutto e in tempi calamitosi, la Consulta ripete con Sua Maestà Re Umberto II “Viva il Re, Viva l’Italia”.
  Roma, 13 maggio 2012
Il Presidente della Consulta di Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
DATA: 15.05.2012
 
SBAGLIA MICHELE ANAIS NELL’EDITORIALE DEL CORRIERE DELLA SERA DEL 14 MAGGIO 2012

Aldo Alessandro Mola  Contrariamente a quanto scrive Michele Anais nell’editoriale del “Corriere della Sera” del 14 maggio 2012 la riforma della Costituzione deve imprescindibilmente precedere la legge elettorale, perché, come noto, la Carta stabilisce il numero dei deputati (630) e dei senatori (315), previsti dagli articoli 56 (comma 1) e 57 (comma 2) attualmente in vigore. Questa è “la cosa”.
   Lo Statuto Albertino era flessibile. Non si sfarinò in dettagli. Invece i costituenti vollero una Carta rigida e oggi l’Italia ne paga le spese. Anche piccole riforme  (abbassare l’asticciola affinché ognuno pensi di saltare più in alto) debbono passare sotto la tagliola dell’art. 138 della Costituzione, che esige la duplice conferma da parte delle due  Camere con intervallo non minore di tre mesi e voto favorevole dei 2/3 dei membri. Come se l’Italia del 2012 possa perdere tempo con questi ferrivecchi mentre tutto precipita.
   Non è il momento di creare l’illusione di riforme facili,  né di scaricare su questo Parlamento e soprattutto sui cittadini i “vizi originari” della Repubblica. E’ auspicabile non lo facciano quotidiani influenti.  
 
Roma, 14 maggio 2012
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
DATA: 15.05.2012
 
LA LUPA ROMANA AL CENTRO DELLA ROMANIA
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 13/5/12 

“Risvegliati, romeno, dal sonno della morte,/nel quale ti hanno sprofondato i barbari tiranni!/Ora o mai più ritaglia il tuo destino/ al quale dovranno inchinarsi anche i tuoi crudeli nemici!/ Ora più che mai diamo prova al mondo/che in queste mani ancora scorre il sangue dei Romani,/e che nei nostri petti conserviamo con orgoglio un nome/trionfatore in battaglia, il nome di Traiano!”. Sono i primi versi di “Dèstati, Romeno”, l’inno nazionale della Romania, cantato sin dalla rivoluzione del 1848. Scritto dal poeta Andrei Muresano (1816-1863) e musicato da Anton Pann (1796-1854), esso ricorda “Fratelli d’Italia” dello scolopio Atanasio Canata (attribuito a Mameli) e fu adottato alla caduta di Nicolae Ceausescu (1989). Dopo due inni di sapore fortemente comunista composti da Matei Sicor, il dittatore aveva imposto un canto più patriottico, “I tre colori”, in omaggio alla bandiera nazionale, blu, gialla e rossa, come i tricolori modellati sull’esempio della Rivoluzione francese del 1789). L’attuale è dunque il quinto inno della Romania, a conferma della complessità della sua storia. Dopo secoli di dominio da parte dei turchi, che la svenarono tramite governatori prezzolati e corrotti, la Romania ottenne l’autonomia con il moldavo Alessandro Cuza, massone, nel 1859 riconosciuto principe della Moldavia e della Valacchia, unite nella sua persona. In quegli anni il Risorgimento nostrano coronò il sogno con l’avvento del Regno d’Italia (1859-61). Solo nel 1866 e controvoglia le grandi potenze europee, ottuse e miopi, riconobbero la Nuova Romania ma le imposero un sovrano tedesco, Carlo Hohenzollern-Sigmaringen, per di più cattolico in un paese prevalentemente ortodosso, guidato, come dice “Dèstati, Romeno” dai “preti con la croce davanti, poiché l’esercito è cristiano”. Nel 1877 i romeni sbaragliarono i turchi a Plevna e nel 1881 Carlo assunse la corona di re di Romania: uno Stato la cui dirigenza stava facendo corsi accelerati di modernizzazione in tutti i campi, come mostra la storia della Sua gloriosa Accademia, scritta da un amico dell’Italia, lo storico Dan Berindei. Volàno della nuova Romania furono le organizzazioni massoniche, sia di romeni sia impiantatevi da altri paesi. Fu il caso dell’Italia che vi contò e parecchie fiorenti logge a Bucarest, Bacau, Botosani, Calarasi, Mihaleni. Lo documenta il castello massonico di Petriceucu Ashdeu, diretto da Jenica Tabacu. L’apertura dei romeni alla fratellanza con i popoli neolatini venne vissuta dal poeta-editore ebreo Angelo Fortunato Formiggini che andò in missione a Bucarest per la Federazione Internazionale Universitaria “Corda Fratres” ideata nel 1898 da Efisio Giglio Tos nei congressi di Torino-Roma e di Parigi (1898-1900). Anche lì emerse il nodo degli ebrei di Romania. Nel 1906, prima che Ernesto Nathan ne divenisse sindaco, la Città di Roma donò a Bucarest la Lupa che allatta Romolo e Remo. Collocata in Piazza Romana, oggi molto trafficata, la statua è stata trasferita in una posizione secondaria, ma merita una collocazione più degna, come alla Fiera Internazionale del Libro hanno chiesto Luigi Pruneti, storico e saggista, gran maestro delal Gran Loggia d’Italia, e il suo pari grado della Gran Loggia Nazionale Romena “1880”, generale Constantin Savoiu. La storia della Romania risulta asimmetrica rispetto a quella italiana, ma con molti “incastri”. I due Paesi furono alleati nella prima guerra mondiale, al cui termine entrambi raggiunsero la massima estensione territoriale. L’Italia ottenne Monte Nevoso, Fiume, Zara. Ad Alba Iulia il 1° dicembre 1918 nacque la Grande Romania, comprendente la Transilvania, Banato e Crisana in aggiunta a Dobrugia e Bessarabia. Inizialmente a fianco della Germania (anche contro l’avanzata dell’URSS), nella seconda parte della nuova guerra mondiale Italia e Romania cambiarono campo. Schiacciati dal totalitarismo nazista e dalle Guardie di ferro, liberali e massoni romeni mirarono a ricostruire la democrazia, ma gli anglo-americani, con calcolo meschino, li abbandonarono all’URSS di Stalin che in pochi anni eliminò la monarchia e in tre anni liquidò fisicamente ogni opposizione con processi di massa. Anche i massoni vennero incarcerati, assassinati, costretti all’esilio o al silenzio. La ricostruzione della dirigenza di uno Stato non s’improvvisa, ma in Romania oggi è in corso. Non intende però ridursi a strumento del capitalismo d’assalto. I romeni vanno orgogliosi della loro lingua neolatina, con tanto di declinazioni, della letteratura, della tradizione. Nel Museo della loro storia, a Bucarest, hanno riprodotto pari pari la Colonna Traiana, come pegno di pace nella fratellanza. L’Europa, e l’Italia anzitutto, deve fare di più per questa terra di frontiera tra l’Est e l’Ovest, ancora poco e male conosciuta nella sua vera grandezza e identità, con una chiesa ortodossa in forte riaffermazione, un 10% di cattolici che hanno retto a cinquant’anni di ateismo di stato e una comunità di massoni che risorge da mezzo secolo di orrenda dittatura comunista. “Meglio morire in lotta, con gloria piena/ che restare schiavi nella nostra antica terra” canta l’inno nazionale…
Aldo A. Mola
DATA: 14.05.2012
 
LUTTO NELLA FAMIGLIA REALE: LA SCOMPARSA DI DONNA ROSANNA PATERNÒ DI REGIOVANNI, MADRE DELLA PRINCIPESSA SILVIA DI SAVOIA-AOSTA
L'Unione Monarchica Italiana esprime la vicinanza alla Famiglia Reale per la scomparsa di Donna Rosanna Paternò di Regiovanni Bellardo e Ferraris, Marchesa di Reggiovanni, Contessa di Prades e Baronessa di Spedalotto, madre di S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia e suocera del Capo di Casa Savoia. La nobildonna si è spenta nella sua abitazione di Torino, città sabauda nella quale, lunedì mattina, si terranno i funerali (ore 11,30 nella Chiesa dell'Annunziata di via Po) prima della tumulazione in terra Toscana. Il Presidente e il Segretario nazionale U.M.I. hanno espresso, nella giornata di ieri, le condoglianze a nome dell'Associazione alla Principessa Silvia.
L'U.M.I. china commossa le abbrunate bandiere del Regno.
DATA: 12.05.2012

L'INCOSTUTUZIONALITA' DELLA NUOVA TASSA SULLA CASA

No all'IMU, Sì all'UMI!

Riproponiamo un utile spunto di riflessione indirizzato agli Ispettori nazionali dal Coordinatore Dott. Argenio Ferrari.

Cari Amici, a mio modesto parere la legge istitutiva dell’IMU viola palesemente la Costituzione vigente in ben 3 articoli.

L’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Con l’IMU vengono esentate le Fondazioni Bancarie dal pagamento della stessa. L’ingente patrimonio immobiliare delle Fondazioni Bancarie è frutto anche degli interessi pagati dai clienti per i mutui della prima casa.

L’articolo 47 recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”
Con l’IMU si punisce l’acquisto di un bene frutto di stipendio già abbondantemente tassato.

L’articolo 53 recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”
La violazione è palese avendo riguardo alla progressività del nostro sistema fiscale.

Auspico pertanto che si riesca ad intervenire tramite la Corte Costituzionale per bloccare questo provvedimento iniquo ed odiato dalla maggior parte degli italiani.
Argenio Ferrari
Coordinatore Ispettorato nazionale U.M.I.

DATA: 10.05.2012
 
LA DEPORTAZIONE DEGLI ITALIANI DI CRIMEA: IL NUOVO LIBRO DI GIULIO VIGNOLI

GLI ITALIANI DI CRIMEA Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio A cura di Giulio VignoliCinque anni fa Giulio Vignoli, già professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova e autore di numerosi studi sulle minoranze italiane in Europa, portò a conoscenza di una tragedia sconosciuta che colpì la minoranza italiana in Crimea. Negli anni '30 gli italiani subirono gravi discriminazioni, culminate con delle vere e proprie deportazioni all'inizio degli anni'40, per volontà di Stalin. Di quei morti nessuno se n'era occupato prima e, solo dopo quasi 70 anni, grazie alle ricerche del prof. Vignoli siamo venuti a conoscenza di questi tragici avvenimenti. Ora è uscito un secondo libro di Giulio Vignoli che fa seguito al saggio di Giulia Giacchetti Boico e dello stesso Vignoli, "L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea", Settimo Sigillo, Roma, 2008.  Nel libro vengono fornite più ampie notizie storiche sulla presenza  italiana in Crimea, nel Mar d’Azov e nel Mar Nero. Successivamente sono riportate nuove testimonianze dell’olocausto che non avevano trovato posto nel precedente saggio o perché ancora sconosciute, o perché i superstiti dello sterminio si erano rifiutati di fornirle o pubblicarle temendo ancora per se medesimi e per i loro cari. Chiudono il volume brevi accenni agli Italiani tuttora rimasti, dopo la deportazione, in Kazakistan e in Uzbekistan.

GLI ITALIANI DI CRIMEA
Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio
A cura di Giulio Vignoli
Edizioni Settimo Sigillo, 2012 - euro 16,00
ISBN 978-88-6148-100-8
DATA: 09.05.2012
 
APPELLO CONTRO IL SUICIDIO

L’U.M.I. esprime la sua accorata preoccupazione per quegli italiani che, da alcuni mesi, trovandosi di fronte a gravi difficoltà economiche, scelgono il suicidio come drammatico strumento per porre fine alla situazione nella quale si sono venuti a trovare. Un gesto che va oltre la protesta e che racchiude la dignità, l’orgoglio e la disperazione di chi non vuole vivere con il peso di debiti insormontabili. Lo Stato ha il dovere di intervenire per risolvere il problema alla radice e non si può consolare con il fatto che in altri paesi il numero dei suicidi è maggiore. Non vi può essere pace sociale con l’esasperazione e l’instabilità economica. Troppi sono stati i morti e la situazione non è più tollerabile. Agli italiani vada la nostra esortazione a scegliere la vita: con la morte nulla è possibile, tutto invece diventa possibile con la vita.
Sergio Boschiero
Roma, 8 maggio 2012

DATA: 08.05.2012
 
CONSEGUENZE DI UN COLPO DI STATO

Manifesto Referendum 2 giugno 1946Se guardiamo all’attuale situazione politica del nostro Paese, alla crisi economica e finanziaria (comune d’altronde a gran parte dell’Europa e del mondo intero), alla pace continuamente messa in pericolo dai vari movimenti terroristici, perloppiú d’ispirazione islamica, ai vari fenomeni di pirateria in tutte le parti del mondo (la “telenovela” dei marò in India non è altro che la punta di un iceberg), il fenomeno dell’immigrazione dal terzo mondo che invade tutte le nostre coste (e siamo chiamati “il ventre molle dell’Europa”), tutto questo malessere generale mi spinge oggi a un pensiero (forse psicopatologico, ma non riesco a trovare altra risposta): NON È PER CASO CHE TUTTO QUESTO SIA UNA MALEDIZIONE CHE PESA SULL’ITALIA IN SEGUITO AL COLPO DI STATO DEL 12 GIUGNO 1946?  Inutile riandare agli avvenimenti di quei tragici giorni.  Voglio soltanto ricordare l’esempio di S.M. il RE UMBERTO II, che di fronte a dei dati – provvisori e parziali, non definitivi, e meno ancora chiari – aveva l’Esercito, la Marina e i Carabinieri a Lui fedeli, ma per evitare una nuova sanguinosa guerra civile peggiore della prima , scelse il “male minore”, andando in quel dignitoso esilio in cui visse per quasi trentasette anni, senza una parola di recriminazione e di astio o livore per quanti lo avevano cosí ignobilmente trattato.   Non solo: durante questi trentasette anni, ogni volta per ragioni di famiglia che Sua Maestà doveva comparire in pubblico (ad esempio, ai matrimoni dei nipoti belgi , alla “crociera dei Re” organizzata nel 1954 dalla Regina Federica di Grecia), ma anche in tragici eventi in cui erano coinvolti moliti operai italiani (vedasi ad esempio la tragedia di Marcinelle, mentre l’allora presidente Gronchi se ne stava in panciolle a Capri o a Ischia), la televisione italiana, con una condotta da struzzo, provvedeva accuratamente a “oscurare” quell’Augusta Presenza che ai nostrani soloni diventava troppo stretta.  Lo si vide in quelle giornate tristi e piovose del Marzo 1983, durante il funerale dell’Augusto Sovrano: infatti, dato che io non potei andare per ragioni di lavoro (il principale, a cui avevo chiesto il permesso, me lo negò tassativamente) , per poterlo vedere, dovetti ricorrere alla televisione svizzera… (allora per le televisioni private c’erano ancora problemi tecnici).  L’unico giornalista italiano presente era Enzo Tortora, che tre mesi dopo avrebbe avuto quel “servizio” che sappiamo.  Siccome “a pensaa mal se fa pecaa, ma d’i volti s’induina”  come diceva mia nonna, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che sia stato un tentativo (malriuscito) di “fargliela pagare”.  
Oggi ci troviamo di fronte a un clima di malcontento: criminalità dilagante, pensionati a cui vien tolta la pensione, imprenditori costretti al suicidio di fronte alla voracità dell’oppressione fiscale, un governo presieduto da un professore della Bocconi (che mi fa dubitare della serietà e della preparazione professionale di tale ateneo) , che ci fa temere sempre il peggio.  Inoltre – last but not least – la “telenovela” dei nostri marò in India, in cui mi sembra di rivivere i romanzi di Salgari, le mie letture giovanili preferite (se sbaglio, prego i miei quattro lettori di correggermi).
Non voglio dire che un eventuale (sia pure sempre ancora possibile) ritorno della Monarchia in Italia possa fare da toccasana.  Non voglio dire questo.  Ma potrebbe darsi che possa esserci invece un Re veramente al di sopra delle parti, in cui tutti gli Italiani possano tranquillamente trovare un punto di riferimento: un Re di tutti gli Italiani.  
Mario Salvatore Manca di Villahermosa
NOTE:
1. Quella dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. 
2. Alberto (l’attuale Re Alberto II), Baldovino e Joséphine Charlotte, figli di Leopoldo II, marito della Regina Maria José.
3. Lo struzzo, rincorso da qualche animale predatore, caccia la testa nella sabbia, illudendosi, nascondendo la testa, di nascondere tutto il proprio corpo. 

4. Avrei potuto rivolgermi ai sindacati, ma dato il clima che regnava, forse si sarebbero messi dalla parte del principale (politica di sinistra col portafoglio a destra).
5. A pensar male si fa peccato, ma a volte si indovina.
6. Molto probabilmente, il fondatore della Bocconi si starebbe rivoltando nella tomba…

DATA: 07.05.2012
 
QUAL E’ LA SOGLIA CRITICA DEL REGIME VIGENTE?

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 6/5/2012

Le elezioni amministrative 2012 pongono un interrogativo più importante del computo dei voti assegnati alle liste  concorrenti e del conseguente riparto dei seggi. Il quesito di fondo riguarda la somma di astensioni, schede bianche e nulle. Su di essa si saggerà la tenuta delle istituzioni e del regime in vigore dal 1946. Governo e parlamento infatti reggono solo se sorretti da consenso diffuso, indicato dall’insieme dei voti validi. I sistemi radicati possono consentirsi il lusso di ampie astensioni dal voto, perché la loro macchina politico-amministrativa  fonda sul plebiscito della vita ordinaria, che non necessità dei noiosissimi appelli alla solidarietà civica quotidianamente ammanniti dal Quirinale e dal governo. E’ quanto accade negli USA (che sono una repubblica presidenziale) e in tanti Paesi europei (prevalentemente monarchie: dalla Spagna al Be-Ne-Lux, dalla Danimarca alla  Scandinavia). La Gran Bretagna non cade in ginocchio se alle urne va appena il 32% degli aventi diritto. Ma l’Italia? Dopo il sessantennio liberale (in prospettiva sempre più apprezzabile) e il  decennio di elezioni mussoliniane (1929-1939),  contraddicendosi la democrazia impose il voto come dovere. Chi non si recava alle urne veniva marchiato col timbro “Non ha votato”, come nell’Unione sovietica e nei suoi satelliti. L’obbligo di votare era complementare all’esclusione dalle urne per ragioni politiche, come accadde nel 1946. Perciò  dal 1946  a Tangentopoli  (1994) si registrarono alte affluenze.  Tra il 1948 e il 1983 gli astenuti passarono dal 7,1 all’11%.  Le schede bianche  salirono dallo 0,6 al 2,3%  in un quarantennio. Le nulle  oscillarono dal 2,1 al 5,6%. Nelle politiche del 2001 le astensioni balzarono al 17,3%; in quelle del 2006 scesero al 16,4 ma alle politiche del 2008 schizzarono al 19,5 benché il bipolarismo incrementasse gara e partecipazione.  Molto peggio però già andò alle regionali.  Nel 2005  l’affluenza alle urne si fermò al 71,4%. In quelle del 2100 crollò al 63,3 con  un calo medio dell’8% e punte depressive allarmanti in Toscana (61,9 contro il 71, 4 del 2005), Piemonte, Campania, Puglia, Calabria… Se in altri Paesi l’astensione può dirsi fisiologica, in Italia è patologica. Denuncia la disaffezione nei confronti della politica e la sfiducia nelle istituzioni e nelle persone che le incarnano. Molti ricordano che Napolitano approvò la repressione degli ungheresi insorti contro l’URSS. Altrettanti associano i nomi di leaders politici a comportamenti screditanti. Una marea crescente di cittadini è infine profondamente delusa perché, mentre per anni era stato ripetuto che solo le urne  indicano il governo, il 12 novembre 2011 il presidente Napolitano ne ha formato uno, di “ tecnici”, con mandato esplicitamente circoscritto e (si fece credere) breve durata. In sei mesi  i dittatori raddrizzavano le sorti della Res publica romana. In sei mesi che cosa ha risolto il governo Monti-Passera-Fornero?  A  differenziale invariato tra Bpt italiani e Bund tedeschi e a debito pubblico addirittura aumentato, non si vede ombra di risanamento finanziario né di quella crescita sbandierata sin dal primo giorno. Non bastasse, per saggiare il voto di queste ore bisognerà aggiungere a  astenuti, schede bianche e nulle anche le preferenze assegnate a liste dichiaratamente antisistema. Sono gli stessi partiti di maggioranza e di opposizione a dipingerle come “appestate”  e, quindi, a imporre che per un corretta valutazione del voto esse debbano venir detratte dal mucchio dei voti “buoni” e “attendibili”. Ed ecco dunque il punto politico: le amministrazioni locali, come del resto il governo centrale, possono legiferare e, anzitutto, esigere tributi solo se contano su un tasso adeguato di sostegno. Qual è la soglia critica sotto la quale la loro azione perde di efficacia e le istituzioni implodono? Dal IV secolo avanti Cristo, Eubulide di Mileto spiegò che se da un mucchio si toglie un granello, il mucchio rimane tale, e così se se ne tolgono due, tre, quattro. Alla fine rimangono due granelli e poi uno solo, che non è il mucchio…. E’ il paradosso del sorite (mucchio) che fa il paio col quello del mentitore, che afferma: “Ciò che sto dicendo è falso”. Per dire il vero deve mentire e viceversa (proprio come molti “politici”).  Al di là della sofistica, un punto è chiaro: se il voto valido, detratte le preferenze assegnate alle liste antisistema, si ferma a un magro 55- 60%  (come nelle rovinose elezioni del 1919-21) la democrazia in Italia si avvia a drammatica crisi durante la quale tutto diviene possibile, inclusa l’implosione della forma istituzionale. D’altronde a volere la repubblica furono (forse) 12.700.000 elettori: appena il 42% dei 28.000.000 aventi diritto. Certi vizi d’origine prima o poi si pagano.
Aldo A. Mola
DATA: 06.05.2012

TOTO’, PEPPINO, MONTI E LA… MALAFEMMINA

Totò Peppino e la MalafemminaNon sappiamo se il Prof. Monti abbia fatto il militare a Cuneo come Totò o non lo abbia fatto per nulla, ma una cosa è certa in questi giorni stiamo assistendo a delle scenette alquanto comiche e non prive di commenti sarcastici riguardo all’attuale Governo. Partito come tecnico, il governo Monti si ritrova ora doppiamente tecnico. Con gli incarichi a Bondi (l’Eliminatore degli sprechi), Amato (Il Razionalizzatore dei futuri finanziamenti ai partiti), e Giavazzi (Il Regolatore dei rapporti banche-imprese), il professore sta tentando di raddrizzare una situazione economica oramai giunta al collasso, una situazione ancora tutta da decifrare e, a quanto pare da capire. Appare quindi legittimo chiedersi il perché i tecnici bocconiani non sarebbero stati in grado di fare quello che i nuovi tecnici potrebbero o dovrebbero fare ora! Forse il nostro Presidente del Consiglio si è ispirato proprio al celeberrimo film di Totò,“Totò, Peppino e la… malafemmina” di cui la famosa frase “punto anzi due punti… ma sì, facciamo vedere che abbondiamo!” che tradotto nel caso specifico sarebbe “Tecnico anzi doppio Tecnico… ma sì, facciamo vedere che ab-Bondi-amo!” A questo punto ci auguriamo solo che i nuovi super tecnici non inizino a vendere le nostre bellezze artistiche per fare cassa a qualche straniero di passaggio, proprio come un Totò d’annata fece in un suo famosissimo film, (“Totò truffa” ) del 1962.
Roberto Carotti coordinatore Prov. U.M.I. Ancona
DATA: 06.05.2012
 
ROMA: RICORDATO NEL PANTHEON L’ON. ALFREDO COVELLI

ROMA: RICORDATO NEL PANTHEON L’ON. ALFREDO COVELLIRoma, 5 maggio 2012 - L’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon si è reso promotore di una Santa Messa in ricordo del fondatore del Partito Nazionale Monarchico On. Alfredo Covelli e della moglie Sig.ra Elvira Riola, tenutasi nel Pantheon. L’evento ha assunto un particolare significato data la presenza di tutti e cinque i figli della coppia commemorata. Prima della funzione religiosa Fortunato, Vincenzo, Marcello, Maria Rosaria e Gian Piero Covelli hanno deposto davanti al sepolcro del Re Vittorio Emanuele II una corona d’alloro per rendere omaggio al primo Sovrano d’Italia e all’Ideale a cui l’On. Covelli ha dedicato la vita. Il solenne rito religioso è stato celebrato dal Rettore della Basilica di Santa Maria ad Martyres, Mons. Micheletti. Al termine della Santa Messa, il secondogenito Vincenzo Covelli ha ricordato dal pulpito la vita del Padre, il suo legame con Casa Savoia e l’Ideale Monarchico, l’importante esperienza parlamentare per sette legislature, i successi e le conquiste del Partito monarchico e il fondamentale ruolo che l’On. Alfredo Covelli ha avuto nel gettare le basi di una destra moderna che sarebbe poi stata sdoganata e proiettata verso un’imprescindibile presenza politica nel panorama italiano.
Tante le persone che hanno partecipato all’evento, a cominciare dalle Guardie d’Onore presenti con il Presidente nazionale Cap. di Vascello dr. Ugo d’Atri e il Delegato di Roma Col. Paolo Caruso. L’Unione Monarchica Italiana era presente con il Segretario nazionale Sergio Boschiero e la Consulta dei Senatori del Regno era rappresentata dal Consultore Vincenzo Vaccarella. Innumerevoli le personalità che hanno voluto rendere omaggio alle figure dell’On. Covelli e della moglie: la pronipote dell’Eroe dei Due Mondi dott.ssa Anita Garibaldi, S.A.R. la Principessa Hassan d’Afghanistan, l'Ambasciatore del Montenegro, l'On. Fanz Turchi, il Sen. Michele Pazienza, il Presidente della Corte dei Conti piemontese Salvatore Sfrecola, il Presidente del Circolo REX avv. Benito Panariti, il Presidente del Circolo degli Scacchi, il Presidente dei Circoli Sportivi Storici di Roma, il Presidente della polisportiva S.S. Lazio dott. Antonio Buccioni. L’incontro, oltre ad essere stato motivo di raccoglimento, ha coronato un processo di valorizzazione della figura politica dell’Onorevole Covelli che il 25 ottobre scorso, presso la Sala della Lupa della Camera dei Deputati, ha visto la presentazione degli atti parlamentari del fondatore del PNM alla presenza della terza carica dello Stato.


DATA: 06.05.2012
  
ROMANIA: INTENSO PROGRAMMA DI FESTEGGIAMENTI PER LA FESTA NAZIONALE DEL REGNO

Palazzo Elisabetta a BucarestCome ogni anno la Real Casa di Romania festeggia il 10 maggio, data che fino al 1947 è stata la festa nazionale. Il 10 maggio è l’anniversario dell’indipendenza di questa nazione neo-latina dell’Europa centro-orientale. L’ufficio stampa della casa di S.M. il Re Michele I ha annunciato il programma dei membri della Real Casa per tutti gli eventi pubblici dei prossimi giorni:
-Martedì 8 maggio nella Sala dei Re di Palazzo Elisabetta, S.A.R. la Principessa ereditaria Margherita riceverà a nome di S.M. il Re il titolo di Dottore Honoris Causa da parte dell’Università di Iasi.
-Giovedì 10 maggio, alle ore 8.00, davanti al Palazzo Elisabetta, comincerà la maratona Reale 2012, evento al quale parteciperà anche S.A.R. il Principe Radu.
-Giovedì 10 maggio, alle ore 11.30, S.M. il Re Michele I, accompagnato da S.A.R. la Principessa ereditaria Margherita e da S.A.R. il Principe Radu, deporrà un omaggio floreale alla statua equestre di Re Carlo I nella piazza del Palazzo Reale.immagine da internet
-Giovedì 10 Maggio, alle ore 15.00, davanti al Palazzo Elisabetta si terrà la premiazione dei vincitori della Maratona Reale 2012, evento presieduto da S.A.R. la Principessa ereditaria Margherita.
-Giovedì 10 maggio, alle ore 17.30, a Palazzo Elisabetta avrà luogo il tradizionale evento annuale “Garden Party” a cui saranno invitati rappresentanti delle diverse comunità e categorie professionali di tutto il Paese, evento presieduto da S.M. il Re Michele I e dalle LL.AA.RR. la Principessa ereditaria Margherita e il Principe Radu.
-Giovedì 10 maggio, alle ore 20.20, la televisione nazionale rumena trasmetterà un film realizzato da Bogdan Şerban-Iancu dal titolo “Per amore di Patria”.
-Venerdì 11 maggio, alle ore 11.00, nella sala dei Re del Palazzo Elisabetta, S.M. il Re Michele I conferirà le Onorificenze Reali ad alcune personalità romene.
-Venerdì 11 maggio, alle ore 19.00, nel salone d’onore del Palazzo Elisabetta si terrà un ricevimento per la festa del 10 maggio, offerto da S.M. il Re. A questo ricevimento parteciperanno personalità del mondo della cultura, politico e diplomatico.
-Lunedì 14 maggio, alle ore 17.00, nella Sala dei Re del Palazzo Elisabetta, S.A.R. la Principessa ereditaria Margherita riceverà a nome di S.M. il Re il titolo di Dottore Honoris Causa dell’Università Nazionale di Educazione Fisica e Sport.
-Lunedì 14 maggio, alle ore 19.00, le LL.AA.RR. la Principessa ereditaria Margherita e il Principe Radu parteciperanno all’Ateneo Romeno alla prima del film documentario “La Regina Maria - l’ultima romantica, la prima donna moderna”, film del regista Sorin Ilieșiu.
-Martedì 15 maggio, alle ore 17.00, le LL.AA.RR. la Principessa ereditaria Margherita e il Principe Radu ospiteranno nella sala dei Re “La Sera del Palazzo Elisabetta dedicata alla Collezione reale di arte contemporanea”, con questa occasione sarà presentato il catalogo della mostra.
-Giovedì 24 maggio, alle ore 14.00, le LL.AA.RR. la Principessa ereditaria Margherita e il Principe Radu parteciperanno all’Università Politecnica di Bucarest alla cerimonia con cui S.M. il Re Michele I sarà insignito con il titolo di Dottore Honoris Causa.
DATA: 05.05.2012
 
LA SCOMPARSA DELLA DUCHESSA VEDOVA DI SEGOVIA

Roma - Lo scorso 2 maggio è mancata, all’età di 98 anni, Emanuelle de Dampierre, vedova di S.A.R. l’Infante di Spagna Jaime di Borbone, Duca di Segovia. La defunta Duchessa, nata nel 1913, era figlia di Roger de Dampierre, Duca di San Lorenzo Nuovo, e di Donna Vittoria Ruspoli dei Principi di Poggio Suasa e Cerveteri. Il 4 Marzo 1935 Emanuelle de Dampierre sposò nella Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma l’Infante Don Jaime, figlio del Re Alfonso XIII di Spagna e della Regina Vittoria Eugenia di Battenberg. La coppia ha avuto due figli: Alfonso, Duca di Cadice, e Gonzalo. L’Infante Don Jaime ha rinunciato alla Corona Spagnola a favore del fratello Don Juan, Conte di Barcellona, a causa di problemi di salute. Per i legittimisti francesi Don Jaime è diventato pretendente al Trono di Francia assumendo il titolo di Duca d’Anjou. La Duchessa ha avuto una vita piena di drammi familiari, perdendo il marito, i due figli e il nipote Francisco. I funerali si terranno l'11 maggio prossimo, alle ore 10.00, a Parigi nella Cappella di  Notre-Dame du Val-de-Grâce, organizzati dal nipote Luigi Alfonso di Borbone, attuale pretendente legittimista francese.
Nella foto la Duchessa di Segovia con il Nipote Luigi Alfonso di Borbone.
DATA: 05.05.2012
 
ROMA, RICORDATO FALCONE LUCIFERO NEL 15° DELLA SCOMPARSA
Messa in memoria di Falcone Lucifero 2012
Roma, 2 maggio 2012 – nel quindicesimo anniversario della scomparsa (2 maggio 1997) si è tenuta presso la chiesa di Santa Maria del Popolo in Roma una solenne Santa Messa in ricordo di S.E. Falcone Lucifero, già Ministro del Re Umberto II. Alla funzione religiosa, promossa dal nipote Avv. Alfredo Lucifero, si sono stretti nel ricordo del defunto molti monarchici di Roma. Presenti, oltre al Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero, la Principessa Elettra Marconi, accompagnata dal figlio, l’Avv. Benito Panariti e l’Ing. Domenico Giglio del circolo REX, la Contessa Erina Russo de Caro, il Consigliere di Stato dott. Domenico La Medica molti iscritti U.M.I. e Guardie d’Onore di Roma.
DATA: 04.05.2012

CERVINARA (AV): RICHIESTA L’INTITOLAZIONE DI UNA VIA A MONS. LOMBARDI, CROCE DI GUERRA AL VALORE MILITARE

Augusto Genovese,  Coordinatore dell’U.M.I. di Avellino nonché Commissario straordinario dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti e Decorati al Valor Militare, si è reso promotore di un appello alle istituzioni locali per dedicare una via del comune di Cervinara a Mons. Lombardi, Croce di Guerra al Valore Militare. Ne riportiamo il testo, con la speranza che la richiesta venga accolta.

Mons. Antonio Lombardi, Croce di guerra al valore militareGentile Sindaco, Gentili Assessori e Consiglieri, questo Istituto -  Federazione provinciale di Avellino – sottopone alla  Vostra  cortese attenzione la presente richiesta, diretta ad ottenere che una  strada di Cervinara possa essere intitolata a  Mons. Antonio Lombardi, che è stato per tanti anni iscritto al nostro Istituto, conferendo ulteriore  prestigio e lustro  per la sua autorevole presenza. La motivazione a supporto di tale richiesta è connessa agli avvenimenti splendidi, per la loro abnegazione, che hanno illuminato la vita di Mons. Antonio Lombardi. Innanzitutto, lo si ricorda, anche se forse superfluo perché è nella memoria di tutti i cittadini cervinaresi, è stato Parroco per moltissimi anni della parrocchia della frazione Salomoni. La bontà, la dedizione agli altri, l’amorevole e caritatevole soccorso ed intervento per alleviare ogni disagio e problema umano furono i luminosissimi fari  della sua attività sacerdotale, sempre ispirata alla realizzazione dei meravigliosi e imperituri ideali della fede cristiana.
Lui, originario di Pannarano (Bn) fu Tenente - Cappellano militare presso l’aeroporto di guerra di Gerbini (CT) e non una sola volta, ma in ben tre occasioni, per sua scelta decise di portarsi su terreni assai pericolosi ed a rischio della propria stessa vita. Infatti, sotto il mitragliamento e sotto il bombardamento degli aerei nemici, si recò presso i resti di un veicolo incendiato, che stavano per esplodere. Lo fece per soccorrere alcuni militari feriti e per recuperare le salme dei caduti, a cui poter dare almeno una cristiana sepoltura, con sprezzo del pericolo e con totale senso di pietas. Che splendido esempio di uomo, oltre che di Sacerdote! Infatti, Gli venne conferita la Croce di Guerra al Valor Militare. Questo Istituto ritiene, quindi, che la dedica di una strada possa evitare che il ricordo di Mons. Antonio LOMBARDI, con il passaggio inevitabile del tempo e con il susseguirsi delle generazioni di Cervinaresi, si affievolisca inevitabilmente. Sicuri in un accoglimento della presente richiesta, si ringrazia  e si porgono i più sentiti saluti. Si allega copia della motivazione che venne data  a supporto della decorazione conseguita dal nostro Sacerdote, nel lontano settembre del 1941.
Cervinara, 2/5/2012   
Augusto Genovese

Croce di Guerra al Valor Militare
LOMBARDI don Antonio, da Pannarano (Bn) Tenente cappellano - Cappellano militare presso un aeroporto di guerra, in tre distinte occasioni, portandosi arbitrariamente su terreno battuto dal mitragliamento e dal bombardamento di aerei nemici e presso i resti esplodenti di un velivolo incendiato, soccorreva militari feriti e recuperava le salme dei caduti, dimostrando sprezzo  del pericolo, abnegazione e pietà.
Aeroporto Gerbini , maggio –settembre 1941 XIX
DATA: 04.05.2012
 
LA SCOMPARSA DEL COMANDANTE GIORGIO ZANARDI

LA SCOMPARSA DEL COMANDANTE GIORGIO ZANARDIIl 27 aprile si è spento nella sua Ferrara il Comandante Giorgio Zanardi, Presidente emerito dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare, Ufficiale della Regia Marina, decorato di due Medaglie d’Argento al Valor Militare, di cui la seconda sul campo nel 1945. Zanardi, dopo l’armistizio del 1943, svolse incarichi di particolare importanze per la Regia Marina raggiungendo il nord occupato: il Principe Umberto ebbe a riceverlo diverse volte al Quirinale. Dopo il referendum, in ossequio al giuramento prestato, lasciò le Forze Armate per assumere compiti di alto rilievo nel campo delle assicurazioni. A breve seguirà un suo più ampio profilo. L’Unione Monarchica Italia china reverente le proprie bandiere nel ricordo deferente di un Eroe della nostra Italia.

IL CAPO DI CASA SAVOIA HA MANDATO UN TELEGRAMMA DI CONDOGLIANZE ALLA FAMIGLIA DEL DEFUNTO

Il Capo di Casa Savoia
FAMIGLIA ZANARDI

APPRESA TRISTE NOTIZIA SCOMPARSA COMANDANTE GIORGIO ZANARDI, PLURIDECORATO AL VALOR MILITARE, PRESIDENTE EMERITO ISTITUTO NASTRO AZZURRO, MEMORE SUOI MERITI ACQUISITI SUL CAMPO, FEDELE AL GIURAMENTO PRESTATO, DESIDERO FAR PERVENIRE A TUTTI LORO IL MIO PIU' SENTITO CORDOGLIO.

AMEDEO DI SAVOIA

DATA: 03.04.2012
 
IL PRINCIPE NICOLA DI GRECIA VISITA LA ROMANIA

Il Principe Nicola di Grecia con la moglie TatianaTra il 23 e il 25 aprile 2012, S.A.R. il Principe Nicola di Grecia farà una visita in Romania rispondendo all’invito della Principessa Ereditaria Margherita di Romania e del Principe Radu. Il Principe Nicola di Grecia è figlio di S.M. il Re Costantino II degli Elleni e di S.M. la Regina Anna Maria (nata Principessa di Danimarca). Durante la visita in Romania il Principe greco visiterà il Castello Peles e il Castello Pelisor di Sinaia oltre al centro storico di Bucarest e al museo del Villaggio. Il Principe Nicola sarà anche ospite della scuola “Principessa Margherita” della Capitale romena. Nella serata del 23 aprile, alle ore 21.00, il Principe parteciperà assieme alla Principessa ereditaria Margherita di Romania e al Principe Radu alla ventesima edizione del galà Uniter, evento in cui vengono premiati i migliori attori e le rappresentazioni teatrali dell’anno. In questa occasione il Principe Nicola di Grecia consegnerà, a nome della Real Casa di Romania, il premio per il miglior spettacolo teatrale dell’anno. L’evento verrà trasmesso in diretta dalla televisione romena. Nella serata di martedì 24 aprile la Principessa ereditaria Margherita e il Principe Radu di Romania daranno un ricevimento in onore del Principe Nicola di Grecia a Palazzo Elisabetta di Bucarest.
Il Principe Nicola di Grecia è cugino di secondo grado della Principessa ereditaria Margherita di Romania e del Principe ereditario Aimone di Savoia; tutti e tre sono i pronipoti del Re Costantino I degli Elleni e della Regina Sofia degli Elleni, nata Principessa di Prussia e sorella dell’ultimo Kaiser.
da www.princeradublog.ro
Nella foto il Principe Nicola di Grecia con la moglie Tatiana.
DATA: 23.04.2012
 
PORTIAMO LA CROCE DA QUEL 28 OTTOBRE DEL 312 d. Cr.

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 22/04/2012
     
La Battaglia di Pontemilvio  A novembre 2012 inizia il “semestre bianco” durante il quale le Camere non potranno essere sciolte neppure da Giorgio Napolitano, inventore del cosiddetto “governo tecnico”. Ai tempi delle guerre fratricide si indicevano “tregue di Dio”: pause di ristoro, svago e riflessione. Un burlone narrò che, assediato da un famelico duca di Savoia, il marchese di Saluzzo invocò una pausa per festeggiare il giovedì grasso. Così il 28 aprile  Napolitano potrebbe proporre sei mesi di pax partitica per festeggiare il 28 ottobre. Non però quello del 1922, cioè della mai avvenuta “marcia su Roma” delle squadre fasciste, bensì l’altro, il veramente importante: il 28 ottobre del 312 dopo  Cristo.  Da due anni era papa Melchiade (o Milziade?) l’Africano. Se ne sa poco. L’Africa  era l’attuale Tunisia. Comunque sia, l’Africano divenne Vicario di Cristo perché  i cristiani  di Roma cacciarono in esilio papa Eusebio e l’antipapa Eraclio. I travagli della chiesa attuale sono piccola cosa al confronto di quella di allora. Disprezzati dai Sapienti (neoplatonici, stoici, epicurei) e perseguitati dal potere imperiale, “pagano”, che venerava la Vittoria Alata, il Sole Invitto e gli dei avìti, i cristiani erano divisi in sette: una manìa che durò secoli e non è ancora estinta. L’Impero romano era stato rassettato da Diocleziano (285-305 d. Cr.), fautore del culto di Mitra, dio del Sole contrapposto alle Tenebre: un culto incardinato sui principi di forza, onore e fedeltà, completo di battesimo del sangue. La sua festa principale cadeva il  Solstizio d’Inverno, quando la Luce riprende il corso ascendente. Galerio,  tetrarca con Diocleziano, scatenò una ferocissima persecuzione dei cristiani, ma nel 310 fu proprio lui il primo a decretarne la tolleranza. Nel 313 il suo esempio fu seguito da Licinio, subentrato a Galerio in Oriente, e da Costantino: il celebre Editto di Milano. Forse Costantino fu incitato dalla madre, Elena, originariamente “stabularia” (accoglieva amorevolmente gli avventori della sua trattoria), molto venerata nelle Chiese orientali. Forse ebbe la visione della Croce (“In hoc signo vinces”) poi istoriata sui labari e incisa sulle monete. Di sicuro sappiamo che il 28 ottobre 312 il suo esercito sbaragliò quello del suo rivale Massenzio, al Ponte Milvio, alle porte di Roma. Ucciso, Massenzio venne gettato nel Tevere. Costantino, già pagano come tutti i generali, fu acclamato imperatore.  La sua fu la vittoria anche di papa  Melchiade, che avviò la costruzione di grandiose basiliche, a cominciare da quella di San Giovanni in Laterano. L’Imperatore morì nel 337  presso Nicomedia e fu sepolto nella Seconda Roma, Costantinopoli, avvolto nella porpora come già Cesare. Dal 1453 la sua città è dominata dai turchi-ottomani, islamici.  Papa Melchiade morì nel 314. Il suo successore, Silvestro I, fu Vicario per 24 anni, durante i quali  ottenne la scomunica degli ariani, condannati dal Concilio di Nicea e massacrati a man bassa e man salva come i seguaci  e di altre eresie. Il 28 ottobre 312 suggellò la compenetrazione tra l’Impero e la Chiesa, tra la macchina burocratica romana e quella della chiesa cattolica, basata sui vescovi. E’ una data da ricordare, molto più di quella dell’unificazione di regni e Stati. E’ uno spartiacque della grande storia. Se ne è ricordata la Fondazione Lepanto. Dopo l’ “altra” marcia su Roma, quella del 1922, la sconfitta di Massenzio venne pianta da riviste di Liberi Pensatori come Julius Evola e Arturo Reghini.  Secondo l’Annuario della Ragione (1923) il 28 ottobre andrebbe perpetuamente ricordato come “avvento rivoluzionario del governo fascista…contro il mondo nero dei gesuiti da parte di Benito Mussolini”, originariamente ateo dichiarato e rivoluzionario.  Ma proprio lui, il Duce, l’11 febbraio di sette anni dopo firmò la “pace” tra lo Stato e il Papato,  in San Giovanni in Laterano, vegliato dalla statua di Costantino… Al confronto le chiacchiere sull’articolo 18  e persino l’esito del voto in Francia sono meno di una increspatura di una morta gora. Bene farebbe dunque Napolitano a proporre sei mesi di riflessione su temi più seri rispetto al differenziale tra il poco e il nulla. Costantino coniò il Solidus,  quasi cinque grammi di oro sopraffino, a  sostituzione dell’Aureus che era ormai di rame dipinto. Chi riuscì ad averne, li tesaurizzò: meno tasse, più sviluppo. Come insegnava l’imperatrice  Elena, “inventrice” della Croce.
Aldo A. Mola
DATA: 22.04.2012
  
POINT DE VUE INTERVISTA IL PRINCIPE LEKA D’ALBANIA ASSIEME ALLA FIDANZATA

il Principe Leka II con la fidanzata EliaIn una recente intervista al settimanale francese "Point de Vue", S.A.R. il Principe Leka II, Capo della Real Casa d’Albania,  assieme alla sua futura sposa Elia Zaharia, racconta la vita della Famiglia Reale nell’Albania di oggi. Il futuro Sovrano spiega che si è preparato al proprio ruolo con l’appoggio del Padre, recentemente scomparso, ma anche grazie al contributo della madre, la Regina Susan. A loro egli deve la sua apertura verso il mondo, la sua cultura internazionale, la conoscenza approfondita dell’Albania e l’amore per il suo paese e per il suo popolo. Per quanto riguarda il suo attuale ruolo nel Paese, il Principe sottolinea che la Famiglia Reale si è integrata perfettamente e lavora  per rinforzare la stabilità del Paese e l’unificazione del popolo albanese in tutta la regione balcanica. La Famiglia Reale dà priorità alle attività sociali e culturali ma cerca di contribuire anche al processo di integrazione europeo dell’Albania. Il Capo della Casa Reale albanese ricorda gli ultimi momenti della vita di suo padre che il 28 novembre scorso, giorno della festa nazionale, poche ore prima di morire ha chiesto che la bandiera nazionale venisse messa a sventolare alla finestra della sua camera d’ospedale. Quando ha visto il suo desiderio realizzato, Leka I ha preso le mani del figlio, lo ha esortato a proseguire per la propria strada e a consacrarsi al ruolo che gli spetta. Il Re ha anche detto al figlio di non esitare mai ad affrontare dei sacrifici nell’interesse della nazione albanese. Per il giovane Principe Leka è stata una scena impossibile da dimenticare. Dopo i difficili momenti della morte del padre, l’attuale Capo della Real Casa ricorda con emozione il grande sostegno e l’incredibile simpatia testimoniata dagli albanesi. Nell’arco di tre giorni la Famiglia Reale ha ricevuto più di tremila visitatori tra cui le più alte cariche dello Stato, inclusi il Premier, il Presidente del Parlamento, tutti i ministri e i più importanti rappresentanti delle tre confessioni religiose del paese, venuti a porre il loro omaggio a Leka I. Quella grande folla, piena di emozione, ha dato tanto coraggio e speranza al giovane Principe. Dal 2005 Leka II è anche consigliere ministeriale, parallelamente con le sue funzioni reali, permettendo in questo modo alla Famiglia Reale di portare il proprio contributo al cambiamento. Per quattro anni il Principe ha lavorato presso il Gabinetto del Ministro degli Affari Esteri, proprio negli anni in cui l’Albania è diventata membro della Nato. Ora Egli lavora presso il Gabinetto del Minsitro degli Interni ed ha contemporaneamente la missione di Capo della Real Casa, avendo così delle giornate lavorative particolarmente lunghe. Il Principe ha annunciato che presto diffonderà un comunicato ufficiale riguardante le sue nozze. La futura Principessa Elia ammette che la sua vita è profondamente cambiata da quando è diventata la fidanzata ufficiale del Principe Leka. Ha lasciato la Francia per vivere nel suo paese d’origine, l’Albania, cosa non facile dopo 8 anni di vita francese. La giovane futura Principessa ha potuto sempre contare sull’aiuto del suo fidanzato reale. Elia è stata accanto al suo futuro sposo anche nei tristi giorni che seguirono la scomparsa di Re Leka, da lei ricordato come un uomo meraviglioso con un amore straordinario per il suo paese e per il suo popolo, che aveva consacrato tutta la sua vita alla causa nazionale albanese. Ha imparato a conoscere il futuro suocero e ad amarlo con tutto il suo cuore. Per il momento la giovane Elia sta accanto al Principe Leka, aiutandolo nel migliore dei modi nelle sue missioni, cosa non sempre facile. Si tratta di una coppia complementare tra di loro. La futura Principessa afferma che la Famiglia Reale trova in maniera naturale la propria collocazione nella realtà politica, culturale e sociale del paese. Nello stesso tempo Elia crede che la politica in Albania sia spesso aggressiva, ma il popolo necessiti di maggiore pace e di essere ascoltato. Lei spera che tutta l’energia impiegata dalla Coppia reale per la causa donerà all’Albania maggiore stabilità, equilibrio, sviluppo e amore. Alla futura Principessa piacerebbe che il proprio matrimonio si ispirasse a quello di Re Zogu con la Regina Geraldina, evento che per il popolo albanese fu uno dei più felici negli anni ‘30. La futura Regina d’Albania desidera soprattutto che il suo matrimonio sia una grande e felice festa per tutti gli albanesi, risorsa di gioia e di speranza.
DATA: 22.04.2012
 
L’ITALIA E L’INNOVAZIONE UNA RICETTA CONTRO LA CRISI

Quando ci fu la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, l’era industriale era già ampiamente in corso. I Paesi occidentali si svilupparono rapidamente convertendo materie prime in prodotti finiti e le esportazioni diventarono emblema di prosperità economica. Con la globalizzazione dei mercati in questi ultimi trent’anni i vecchi modelli di produzione industriale sono andati in crisi, i progressi nel settore dell’ICT, le privatizzazioni dei monopoli nazionali, la crescita dei paesi asiatici come potenze economiche, hanno fatto si che Nazioni come l’Italia si siano scontrate con dinamiche differenti che portano tutte ad un'unica soluzione: “L’Innovazione”. Molti Paesi in via di sviluppo erano una volta fonte di manodopera a buon mercato, dal momento che basavano le proprie economie sulla produzione a basso costo, e sommergevano il mondo con merci basate su design creati nelle aree sviluppat. A partire dal XXI secolo, molte “economie emergenti” hanno incrementato il loro contributo nella creazione di valore, diventando fonte di progetti originali e di innovazioni. La Cina oggi sta investendo in istruzione superiore al fine di coltivare talenti che possano sostenere un’economia dell’innovazione. L’India oggi è già un centro d’eccellenza per l’information technology tanto che i propri ingegneri che prima emigravano negli USA oggi restano sempre di più nel loro Paese per sviluppare l’economia nazionale. L’Italia, che da sempre fa prodotti di qualità, si trova oggi in concorrenza non più e non solo con i bassi prezzi dei prodotti asiatici, ma anche nella qualità degli stessi prodotti. Il modo più valido per competere oggi è essere fantasiosi nel ridefinire prodotti e marchi. L’innovazione costituisce l’unica forma legale di monopolio, un monopolio temporaneo che dura per il periodo in cui un’azienda offre qualcosa di migliore, di più veloce, o di più economico, ma è l’unica a farlo. Solo l’innovazione può aprire nuovi mercati o spingere i clienti al cambiamento. Ma il vantaggio competitivo generato dall’innovazione è temporaneo non è per sempre, un’azienda non può innovare una sola volta e pensare che sia sufficiente, l’innovazione porta con se infatti anche il germe dell’imitazione: essere il primo a innovare  non garantisce il monopolio perpetuo. Per assicurarsi un vantaggio competitivo costante è necessario quindi anche costruire la cultura dell’innovazione in azienda per far si che i prodotti si rinnovino in modo costante.  Senza innovazione l’Italia potrebbe trovarsi a fronteggiare una stretta economica ancora peggiore rispetto ai problemi derivanti dalla crisi attuale.
Roberto Carotti coordinatore prov.le U.M.I. Ancona
DATA: 20.04.2012

A ROMA RICORDATO PAPA SISTO V

A ROMA RICORDATO PAPA SISTO VDomenica 15 Aprile 2012, presso la bellissima Chiesa di S. Agata dei Goti in Roma, su iniziativa del Comune e della Proloco di S. Agata dei Goti (Bn), si è tenuta la presentazione degli atti del Convegno “Il Papa 'Nsisto - Sulle tracce di Sisto V”, tenutosi nel comune beneventano lo scorso anno. S. Agata de' Goti, sede vescovile fino a qualche anno fa, è legata al Pontefice cinquecentesco in quanto Egli, Felice Peretti, dal 1566 al 1571 ne fu Vescovo. Il comune, ancor oggi, non dimentica questo legame e si è reso promotore di una serie di iniziative atte alla valorizzazione del Papa che in soli 5 anni di pontificato ammodernò Roma con una serie di lungimiranti riforme strutturali. All'incontro sono intervenuti il Prof. Claudio Lubrano, Presidente della Proloco di S. Agata, il Sindaco Carmine Valentino, il Consigliere Lombardi della Provincia di Benevento e la Contessa Erina Russo de Caro, storica tra i massimi studiosi del Papa Sisto V. Durante l'incontro è stato proiettato un filmato in cui si sono ripercorse le tappe delle commemorazioni “sistine” tenutesi a S. Agata dei Goti e, dopo un saluto delle autorità presenti, la Contessa Russo de Caro ha ricordato l'importanza della figura di Papa Peretti e il legame che S. Aga dei Goti ha anche con altri Papi, come il noto Alessandro VI. Una cinquantina i santagatesi presenti, tra cui alcuni studenti del locale liceo scientifico vincitori di un concorso letterario riguardante proprio Sisto V. Presenti anche personalità come la Marchesa Carmen Fiumi Sermattei della Genga, il Barone Mario Catalano Farina e la dott.ssa Maria Teresa Gomez Valencia. L'Unione Monarchica era rappresentata dall'Ispettore nazionale Davide Colombo.
DATA: 18.04.2012
 
SONDAGGIO: IL 42% DEI ROMENI SOSTIENE IL RE MICHELE I

La Famiglia Reale RumenaRomania - Il sondaggio CCSB, realizzato da Intact Media Group tra l’11 e il 14 febbraio 2012, rivela che S.M. il Re Michele I gode di un sostegno popolare pari al 42%. Il dato risulta in forte crescita rispetto a quello dello scorso anno, quando la popolarità era di poco inferiore al 30%. Il Sovrano, che quest’anno compirà 91 anni, risulta sempre più amato e viene visto come una risorsa nel contesto della grave crisi economica e sociale che questo paese neolatino versa. In Romania la repubblica è stata il risultato di un vero colpo di stato, compiuto dai leader comunisti il 30 dicembre 1947 quando il Sovrano firmò sotto pressione un’abdicazione ritenuta successivamente nulla. Negli ultimi mesi in diverse grandi città del paese, inclusa la capitale Bucarest, gruppi di monarchici hanno manifestato chiedendo il ritorno della Monarchia e l’abolizione della repubblica. I monarchici, soprattutto giovani, si stanno organizzando per celebrare la festa del Regno il 10 maggio, quando per tradizione cade l’anniversario dell’indipendenza del Paese. Quel giorno si terranno manifestazioni monarchiche a Bucarest e Timisoara e un grande ricevimento, organizzato dalla Famiglia Reale, presso il Palazzo Elisabetta di Bucarest, residenza ufficiale del Sovrano. Nell’ultimo anno la Famiglia Reale è si è fatta conoscere e apprezzare dalla gente soprattutto per due ragioni: il discorso del Re nel Parlamento il 25 ottobre 2011 e i tanti impegni pubblici a favore della cultura e delle opere sociali della Principessa Ereditaria Margherita, del futuro Principe Consorte Radu e del giovanissimo Principe Nicola.
DATA: 16.04.2012
 
MONARCHIA: BOSCHIERO SCRIVE AL CORRIERE DELLA SERA

Sabato 14 aprile 2012, nella rubrica "Lettere al Corriere", l'Amb. Sergio Romano risponde ad una lettera di Sergio Boschiero sulla Monarchia italiana. Romano dà una risposta colta e pacata - come e solito fare - ma scivola sul fatto che la riscoperta storiografica (politico-culturale) della Monarchia non è dovuta a Napolitano, ma alla costanza dei monarchici e delle "persone per bene".
Da il Corriere della sera del 14/04/2012:

PER UN PASSATO NAZIONALE OCCORRE ANCHE LA MONARCHIA

Perché la Repubblica in Italia ha mantenuto i corazzieri, il Quirinale, ed espone in questo palazzo -che già fu sede dei Papi e dei Re- una mostra meravigliosa sulla Regina Margherita? Non dimentichiamoci le notevoli cifre profuse per la rivalorizzazione delle regge sabaude di Venaria, di Racconigi e di Stupinigi. Qualcosa avrà ben lasciato la nostra tanto vituperata Monarchia!
Sergio Boschiero
info@monarchia.it
Caro Boschiero,
Quando divenne monarchico, Francesco Crispi disse alla Camera, rispondendo indirettamente a Mazzini, che «la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Oggi una improbabile restaurazione monarchica avrebbe l’effetto opposto: spaccherebbe il Paese. Ma questo non esclude che lei abbia almeno in parte ragione. La monarchia ci appartiene, fa parte della nostra storia nazionale, è indissolubilmente legata alla vicenda risorgimentale. Non è giusto identificare la dinastia con le sue pagine peggiori e permettere che alcuni avvenimenti proiettino una luce negativa anche sulle fasi storiche nelle quali i Savoia hanno rappresentato, persino per chi avrebbe preferito uno Stato repubblicano, l’unità nazionale.
Vittorio Emanuele III non fu soltanto il re che firmò le leggi razziali nel 1938. Fu anche il sovrano che assecondò la politica riformatrice di Giovanni Giolitti nel 1900, rimase al fronte per tutta la durata della Grande guerra, ispirò la rinascita morale del Paese dopo Caporetto. Umberto I non fu soltanto il re degli stati d’assedio in Sicilia e a Milano. Fu anche il sovrano che, insieme a Margherita, creò lo stile, i riti e le rappresentazioni di una monarchia che non poteva più essere soltanto piemontese. E Umberto II fu il re che lasciando l’Italia per l’esilio, ebbe il merito di evitarle il rischio di una guerra civile. Possiamo continuare a discutere sul ruolo dei Savoia durante il ventennio fascista, sulla firma delle leggi razziali e sulla fuga di Pescara, ma non possiamo condannare a una sorta di proscrizione perenne tutti coloro che hanno creduto nella monarchia e hanno combattuto nel suo nome.
Un Paese è nazione soltanto quando accetta il proprio passato e assume per tutto ciò che è accaduto nella sua storia una responsabilità collettiva. Finché questo non accadrà tutti gli italiani, anche quelli di più sicure convinzioni repubblicane, saranno privi di una storia veramente nazionale e saranno nella condizione di orfani o figli di divorziati. Credo che i tempi siano ormai maturi per un recupero dell’intero passato italiano e mi sembra che qualche passo in questa direzione sia stato fatto l’anno scorso grazie ad alcuni gesti del presidente della Repubblica nelle celebrazioni per il 150˚ anniversario dell’Unità.
Sergio Romano

DATA: 16.04.2012
 
MUSSOLINI, CAPORALE DI RAMAZZA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/04/2012

Mussolini  “Se  le apparenze non ingannano l’on. Mussolini passerà ai posteri come un Erculeo scopatore…”. Era il 7 novembre 1922 quando il quotidiano di Cuneo, “La Sentinella delle Alpi”, pubblicò questa profezia involontariamente sarcastica sulle inclinazioni mussoliniane, recentemente descritte da  Roberto Olla in Dux. Una biografia sessuale di Mussolini (Rizzoli).  In realtà il giornale esprimeva l’umore del paese: “fare pulizia di tutto e di tutti, su tutto e su tutti, ove il bisogno lo richiederà”, spazzare via i parassiti, incluse decine di migliaia di dipendenti pubblici superflui, abolire gli enti inutili,  accorpare i comunelli,  sostituire i consigli comunali e provinciali elettivi con podestà e prèsidi, o rettori, e giunte nominate dall’alto e in carica a titolo gratuito, assicurare la stabilità di governo con un premio di maggioranza al partito più votato. Mussolini però aveva da parte anche altre riforme: affiancare al Parlamento il Gran Consiglio del fascismo, che era un consesso privato, e alle Forze Armate la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, nata dalle squadre del partito ma poi tenuta a giurare fedeltà al re.  Ma com’è che  Mussolini, antico rivoluzionario e appena  caporale durante la grande guerra, divenne  lo Scopatore nazionale? Poco lo chiariscono diari e carteggi di statisti famosi, né il melanconico saggio di Federico Lucarini su Antonio Salandra  (il Mulino), che si ferma al 1922, cioè proprio  al suo avvento al governo. La spiegazione vera fu confidata da Vittorio Emanuele III a Paolo Puntoni, l’aiutante di campo che lo seguì esule ad Alessandria d’Egitto: a fine ottobre del 1922 liberali, cattolici e democratici lo lasciarono solo a fronteggiare il corto circuito tra mobilitazione delle squadre fasciste, spinte da  industriali e banchieri, ed evanescenza del Parlamento. Di nessun aiuto gli fu il governo presieduto da Luigi Facta, un sessantenne onnisciente di finanze e leggi sul lavoro ma opaco: più furbo che intelligente. La sera del 27 ottobre  1922 il ministero si dimise ma l’indomani mattina diramò il decreto che istituiva lo stato d’assedio senza che il Re lo avesse firmato (venne pubblicato in vari quotidiani) e quindi dovette rimangiarselo. Vittorio Emanuele III fu il vero politico tra tanti apprendisti stregoni. Contrariamente a quanto si legge in molti manuali scolastici e credono i più, il 28 ottobre 1922 non vi fu alcuna “marcia su Roma”. Lo Stato era solido. La Monarchia contava sulle Forze Armate che avevano vinto la guerra e, su ordine di Giolitti, avevano cacciato da Fiume Gabriele  d’Annunzio.  Senz’alcun bisogno di stato d’assedio, i ministri per l’Interno (Paolino Taddei) e della Guerra (il cuneese Marcello Soleri) e il comandante della Divisione di Roma (Emanuele Pugliese) avevano fermato a ottanta chilometri da Roma le squadre fasciste, poco e male armate, infreddolite, affamate, sotto la pioggia battente.  Però la crisi richiedeva una soluzione politica.  I più attendevano che Giolitti riprendesse le redini del governo. Ottant’anni appena compiuti, lo statista lo avrebbe fatto, ma attese a Cavour la convocazione da parte  del Re. Facta, che puntava a formare un terzo governo comprendente i fascisti, gliela telegrafò solo la mattina del 28 ottobre, aggiungendo però (malignamente?) che la ferrovia era interrotta. Giolitti non si mosse. Pioveva. Tossiva. Come nel maggio 1915, nell’ora decisiva mescolò orgoglio e ritrosia. Così la partita si chiuse. Tramontata l’ipotesi di un governo Salandra, Mussolini ottenne l’incarico e partì in treno da Milano la sera del 29,  subì l’interruzione ferroviaria a Civitavecchia, fu ricevuto in udienza dal Re la mattina del 30 e il pomeriggio presentò la lista dei ministri, che il 31 giurarono mentre le squadre, finalmente ammesse nella Capitale, sfilavano e partivano sui treni speciali allestiti dal governo stesso. La marcia si travestì in corteo. La rivoluzione indossò i drappi di Ordine Nuovo: ma il fascista, non quello di Gramsci.
  Un sassolino fa ribaltare la carrozza. La storia procede a zig-zag. Solo i deterministi (hegeliani, marxisti, crociani…, cioè la versione “laica” dei provvidenzialisti) la ritengono dominata da Cause e Concause, dall’invidia degli Dei, del Fato o da chissà quali Manine e Complotti. La verità del 27-29 ottobre 1922  è semplice: il Re tirò le somme di anni di inconcludenza del Parlamento e affidò la presidenza all’uomo che comunque tutti volevano associarsi al governo. Toccava però al Parlamento dargli o no la fiducia. Ed è quanto avvenne il 16 novembre da parte della  Camera, “sorda e grigia” e del Senato, che aveva appena due membri iscritti al PNF ma gli tributò 184 “sì” contro 19 “no”. Il governo comprendente fascisti, nazionalisti, liberali, popolari e demosociali si insediò il 1° novembre e varò subito riforme di cui l’Italia aveva bisogno. Molti fatti e poche chiacchiere. Ebbe il sostegno delle due associazioni massoniche, Grande Oriente e Gran Loggia. Giolitti dichiarò che il Paese aveva il governo che si era meritato. Benedetto Croce votò a suo favore anche dopo il rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti, proprio nel 1922 espulso dal Partito socialista come Turati, poi bollato dai comunisti come “socialfascista”.  
  L’Erculeo scopatore fece piazza pulita delle opposizioni, vincolò i sindacati alla trattativa obbligatoria (patto di Palazzo Vidoni) e non mancò di ottenere vistosi successi e consensi, ma la storia continuò a procedere a strattoni (chi di scopa ferisce…), sino al tragico finale del 28 aprile 1945, quando i “liberatori” imposero al CLN di rimuovere le salme  di Mussolini, Clara Petacci e dei gerarchi appesi a testa all’ingiù a Piazzale Loreto, Milano: orrendo spettacolo da macelleria messicana che tarò alla nascita la nuova Italia, segnata da rimozioni, mancati esami di coscienza e invenzione di capri espiatori.
Aldo A. Mola 
DATA: 16.04.2012

LA FAMIGLIA IMPERIALE RUSSA CONTRO L’IDEA DI UN PARTITO MONARCHICO

Maria Vladimirovna e Giorgio RomanovLa Famiglia Imperiale Russa, guidata da S.A.I. la Granduchessa Maria Vladimirovna, si è espressa contro la formazione di un partito monarchico in Russia. L’ufficio stampa della Casa Imperiale ha dichiarato: “Il Capo della Casa dei Romanov, la Granduchessa Maria Vladimirovna, ha sottolineato diverse volte che la Casa Imperiale non deve partecipare alla lotta politica dato che il proprio principale scopo è quello di salvaguardare le tradizioni”.
Il Partito Monarchico della Russia è stato fondato a Mosca, lo scorso sabato, con un congresso. Il Capo del nuovo partito è l’ex deputato della Duma Anton Bakov, già noto per aver proclamato Suwarrow, piccolo atollo delle Isole Cook nel sud del Pacifico, come capitale di un nuovo Impero Russo.
Ricordiamo che oggi la Famiglia Imperiale Russa (la Granduchessa Maria Vladimirovna e suo figlio, il Granduca Giorgio Mihailovich) vive in esilio volontario, pur visitando spesso la Russia dove è sempre accolta con grande rispetto dal Patriarca ortodosso Kirill e dalle Autorità.
DATA: 12.04.2012

GLI ASBURGO IN PELLEGRINAGGIO ALLA TOMBA DEL BEATO IMPERATORE CARLO I A FUNCHAL

La Famiglia Imperiale Austriaca a FunchalIn occasione del novantesimo anniversario della scomparsa del Beato Imperatore Carlo I d’Austria, lo scorso 1 aprile, diversi membri della Famiglia Imperiale degli Asburgo, guidati da S.A.I. l’Arciduca Carlo, Capo della Dinastia, hanno vistato l’isola di Madeira che fu luogo di esilio della Famiglia dopo l’insuccesso della ripresa del trono ungherese nel 1921.
I membri della Famiglia Imperiale sono stati ricevuti al comune di Funchal dal presidente Miguel Albuquerque che ha regalato al Capo della Dinastia Imperiale la medaglia dei cinquecento anni della città. All’evento ha partecipato anche S.A.R. il Duca di Braganza, Capo della Real Casa Portoghese.
S.A.I. l’Arciduca Carlo era accompagnato, tra gli altri, dal fratello Arciduca Giorgio e dal cugino Arciduca Carlo Cristian.
Il Beato Imperatore Carlo I è ancora sepolto a Funchal nella Chiesa di Nostra Signora del Monte e non nella Cripta della Chiesa Viennese dei Cappuccini accanto a sua moglie, l’Imperatrice Zita di Borbone-Parma.


DATA: 12.04.2012

IL RE SIMEONE II DI BULGARIA IN VISITA A BRUXELLES

Simeone II - foto da internetIl Re Simeone II di Sassonia-Coburgo-Gotha, nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele III, ha visitato Bruxelles ed è stato ricevuto dai responsabili della Commissione Europea e del Parlamento Europeo per parlare del proprio Paese, dove è stato sia Sovrano che Premier.
Durante la visita il figlio del Re Boris III dei Bulgari e della Regina Giovanna di Savoia ha incontrato il vice presidente della Commissione Europea nonché Commissario per gli affari economici Olli Rehn e i capi dei principali gruppi del Parlamento europeo. Il Re Simeone ha avuto un interessante colloquio anche con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz. Il Sovrano ha dichiarato, dopo l’incontro con Schulz, che si sta adoperando nonostante i suoi ridotti poteri per il bene della Bulgaria.
Parlando ai giornalisti di Bruxelles il Sovrano Bulgaro ha sottolineato il suo non essere un politico e il non cercare un appoggio da parte dell’UE per nessun partito o per nessun politico bulgaro. Ha comunque ammesso di aver parlato con i responsabili europei anche riguardo argomenti di politica interna bulgara. Con i giornalisti il Sovrano non ha voluto criticare apertamente la politica del premier bulgaro Borisov.
Il Presidente del parlamento europeo Martin Schulz ha descritto la sua conversazione con Simeone di Sassonia-Coburgo come amichevole, sottolineando come il suo interlocutore definiva la situazione in Bulgaria come “seria ma con una prospettiva positiva”. I due sono stati concordi riguardo al fatto che le Autorità bulgare abbiano preso delle misure serie per una ripresa economica del Paese.
DATA: 12.04.2012

IL RE COSTANTINO DI GRECIA A TATOI PER RICORDARE I SUOI AUGUSTI GENITORI

TATOIIl 12 marzo del 2012 nel cimitero di Tatoi, vicino all’ex residenza dei Re degli Elleni, si è tenuto un momento di preghiera in memoria del defunto Re Paolo I e della Regina Federica e di altri membri deceduti della Real Casa Greca.
A questo momento di intenso significato storico, familiare e spirituale ha presenziato S.M. il Re Costantino II degli Elleni, insieme con S.M. la Regina Anna Maria, nata Principessa di Danimarca, S.A.R. il Principe ereditario Paolo, S.A.R. il Principe Nicola e la moglie Principessa Tatiana. Hanno preso parte anche alcuni membri dello staff che serviva la defunta coppia reale.
La cerimonia religiosa è stata guidata da tre Metropoliti, assistiti dal Padre Patrikios Kaleodis Nico.
Nell’ultimo anno la coppia reale greca è sempre più presente nel Paese essendo accolta con simpatia dalla popolazione, che risulta molto provata dalla grande crisi economica. Per la Settimana santa e la Pasqua ortodossa la coppia reale sarà sempre in Grecia in mezzo al suo popolo.
DATA: 12.04.2012
  
GLI ITALIANI CHE (SI) CONTANO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 7/4/2012

  Prima o  poi l’ISTAT darà i numeri. Così sapremo quanti e come erano gli italiani schedati dal fastoso ma già dimenticato censimento svolto nel 150° dalla proclamazione del Regno d’Italia. La prima constatazione è che, quando sarà noto, il conteggio effettuato tra  il 12 settembre 2011 e il 29 febbraio 2012 (tanto ci è voluto!) sarà  superato dai fatti, “convenzionale”. Una riflessione dunque s’impone. Per “fotografare” i cittadini  vi è ancora bisogno di costose indagini porta a porta? Non basta sommare i dati che di ciascuno di essi  hanno (o dovrebbero avere) i Comuni e la miriade di organi di amministrazione e di controllo, sempre più vessatori. Il Censimento 2011 ha esibito all’occhiello il fiore della trasmissione per posta elettronica dei moduli statistici, con esiti curiosi. Secondo i dati diffusi il 5 marzo 2012 le regioni che meglio hanno risposto alla consultazione tramite e-mail, a parte la provincia di Bolzano che spicca con l’88,4%,  sono  Sardegna, (45%),  Molise, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata… Le plaghe meno inclini all’utilizzo della posta elettronica risultano Lombardia (32%), Toscana e Veneto. Il Piemonte si ferma a un misero 25,9%. In sintesi,  dei 25.707.151 questionari distribuiti il 32,8% è stato restituito tramite web, il 41% ai Comuni, il 21,7% per posta. Alla conta ha risposto il 96% dei destinatari dei moduli, con differenze curiose. Chi ha fatto meglio sono la Valle d’Aosta con il 99,7%, Marche (98,7), Molise (98,8) Basilicata (99,5). Spicca su tutti la provincia di Bolzano con lo strabiliante 102,2%: un dato che ricorda il referendum del 2-3 giugno 1946 sulla forma istituzionale, quando la repubblica, a forza di brogli, un po’ qua un po’ là ottenne il consenso del 99%  degli aventi diritto al voto  e in alcuni casi, come per magia, superò il 100%, a conferma che il suffragio universale è come l’oro: malleabile e…duttile. A volte agevola i cambi di regime e consolida le tirannidi. La legge istitutiva del censimento 2012 previde multe da 206 a oltre 2.000 euro  per quanti non avrebbero risposto alla consultazione. Staremo a vedere chi, quando, come e a chi applicherà. Per inventariare gli italiani, le loro abitazioni  e alcuni loro requisiti al 9 ottobre 2011 furono stanziati 580 milioni di euro, spalmati per gli esercizi 2010-2013, con una spesa di  circa 10 euro per ciascuno dei circa 60.000.000  di cittadini presunti. Ma era proprio necessario? I censimenti decennali avevano senso prima dell’informatizzazione. Oggi assai meno, o forse nessuno. Se davvero si vuole  voltar pagina, da qui bisogna partire. I censimenti ebbero importanza strategica alla proclamazione del Regno d’Italia e nei suoi primi non facili decenni. Il 5 luglio 1860 Cavour istituì il ministero di Agricoltura industria e commercio, che assorbì la direzione della statistica e fissò due obiettivi: il censimento generale della popolazione e l’esposizione nazionale di Firenze (1862), vetrina della Nuova Italia. Il ministro Ferdinando Cordova, siciliano e massone, organizzò rapidamente i servizi statistici. L’8 settembre 1861 avviò il censimento del Regno d’Italia (ancora senza Roma né il Veneto) sulla notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio 1862.  Le operazioni si svolsero con scrupolo, regolarità e un pizzico di orgoglio. I capi famiglia dettero le informazioni richieste su composizione della famiglia, abitazione, lingua, religione, condizione di salute, migrazioni. Leopoldo Galeotti giustamente scrisse che  quel censimento fu un “nuovo plebiscito”. I 21.777.334 abitanti del Regno (chissà perché anche storici insigni continuano a ripetere che erano 26.000.000?) erano distribuiti in 7720 comuni, 8 soli dei quali superavano 100.000 anime, 9 ne contavano da 50 a 100.000, 26 da 30 a 50.000,  36 da 20 a 30.000 e 215 tra 10 e 20.000. L’Italia era  un paesone rurale: 6230 comuni contavano meno di 5.000 abitanti. Il cammino verso la modernità richiese tempo e costanza, anche perché l’Italia si trovò continuamente alle prese con emergenze politiche, economiche, militari: il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, la terza guerra d’indipendenza, che al Regno fruttò Mantova e il Veneto, cospirazioni, il brigantaggio nel Mezzogiorno e infine l’annessione di Roma e del Lazio.
  Il 20 giugno 1871 fu deliberato il secondo censimento dello stato della popolazione al 31 dicembre-1° gennaio 1872. Il ministero degli Affari Esteri concorse a censire gli italiani all’estero o in viaggio o residenti fuori confine. Tra i molti dati emblematici della realtà nazionale spiccano quelli sull’istruzione e sull’emigrazione. Nel 1871 gli cittadini in età scolare analfabeti costituivano  il 68,77% della popolazione: il 61,86% dei maschi e il 75,73% delle femmine. Quella era la base, fragilissima, sulla quale “fare gli italiani”. Il raffronto delle statistiche sull’Italia del 1871 e quelle di dieci prima fu, e rimane, la miglior prova del cammino compiuto malgrado immense difficoltà. Un dato impressionante riguarda la criminalità. Nel 1871 vennero denunciati  452.104 reati. I detenuti erano 26.500 (su 26.000.000); 75.000 furono giudicati a piede libero; 378.000 in un modo o nell’altro risultarono assolti. Le cause pendenti furono  36.000. Quell’Italia funzionava.
    Il primo censimento del Regno costò 640.000 lire, due  centesimi  per ogni abitante. Il censimento del 2011 è costato  200 volte di più e ancora non se ne conoscono i risultati. Dunque l’Italia di Vittorio Emanuele II, cioè quella delle “mezze maniche” e delle somme fatte coi crajùn, come le matite sono dette in piemontese (ce lo ricorda  Gianfranco Gribaudo nel suo “Dissionàri” edito da Daniela Piazza), funzionava meglio dell’odierna con tutti i suoi cervelloni elettronici e Monti di tecnici.  
Aldo A. Mola
DATA: 09.04.2012

VENARIA REALE: MOSTRA I QUADRI DEL RE - LA COLLEZIONE DEL PRINCIPE EUGENIO

I QUADRI DEL RE - VENARIADalle superbe collezioni della Galleria Sabauda di Torino è stata inaugurata una raffinata mostra integrata al percorso di visita della Reggia di Venaria, in programma fino al 9 settembre 2012.
Insieme a dipinti preziosi e capolavori d’arte scorrono le vicende di un protagonista, intrigante e carismatico, della politica europea del Settecento, il Principe Eugenio di Savoia, esperto collezionista, abile stratega militare, grande condottiero.
Un'importante occasione per ammirare 130 opere di celebri artisti (da Reni a Van Dyck, da Brueghel ai rinomati nomi della pittura fiamminga e olandese) che tornano a costituire -seppur per un periodo limitato- la "quadreria della Reggia" in attesa dell'allestimento definitivo della nuova Galleria Sabauda nella Manica Nuova di Palazzo Reale a Torino, dove ha luogo in contemporanea un'altra imperdibile esposizione.
La mostra I quadri del Re è composta da due esposizioni: Le raccolte del Principe Eugenio nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria e Torino, Europa. Le grandi opere d'arte della Galleria Sabauda che ha luogo nella Manica Nuova di Palazzo Reale di Torino.
Biglietti (compresa la visita di Reggia e Giardini)
Intero 18 euro - Ridotto14 euro - Ragazzi 8-18 anni 7euro - Gratuito fino a 8 anni.
DATA: 07.04.2012
  
TAORMINA: IL SOGNO DI GARIBALDI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 1/04/2012

Nicola II“Torna, torna Garibaldi…”.  E torna anche lo czar di tutte le Russie. A Taormina, che impartisce una lezione di civiltà. Il 9 giugno nel Giardino Pubblico della città universalmente celebre per paesaggio storia e opere d’arte verrà scoperto un monumento in bronzo e granito di Nicola II che vi visse giorni felici con la Zarina Alessandra e i figli, poi sterminati con lui a Ekaterinburg dai leninisti, qui e là ancora presi a modello.  Peccato che il Vecchio Piemonte non abbia saputo fare altrettanto nel centenario della visita dello Zar a Vittorio Emanuele III nella Real Racconigi, ove il 24 ottobre 1909  Italia e Russia concordarono linee convergenti di politica estera, auspice il presidente Giovanni Giolitti.  Taormina fa scuola… Fa sognare. Come avvenne nell’agosto 1862, quando furono in tanti  a cantare l’inno appassionato e  nostalgico di Garibaldi sulla costa orientale della Sicilia.  Da lì l’eroe dei Due Mondi era salpato due anni prima per la “liberazione del Mezzogiorno”, che agli occhi di tanti, e non solo allora, parve illegittima aggressione di una terra felice. E lì dunque dovevano nuovamente adunarsi i garibaldini per il balzo decisivo: “Roma o morte!”: un dramma che ancora imbarazza la memoria.  Il 28 giugno 1862 l’Eroe era giunto a Palermo da Caprera e aveva iniziato a tessere la sua trama. Dopo vari diversivi, partito dal Bosco della Ficuzza (Palermo) il 18 arrivò a Catania, passando per Santa Caterina, Caltanissetta, Castrogiovannni (sacra alla memoria di Euno), Piazza Armerina,…Regalbuto. La data non era scelta a caso. Era il sogno che si rinnovava. Esattamente lo stesso giorno di  due anni prima, l’eroe era poco più a nord. Il 18 agosto 1860 Garibaldi datò da “Taormina” il messaggio segretissimo a Giuseppe Sirtori : “Ho pensato di accompagnare la spedizione  Bixio e credo che sbarcheremo nelle vicinanze di Capo dell’Armi vicino a Reggio. Il generale Turr  vi dirà a voce alcuni concerti presi”. In realtà, come ricordano solenni lapidi, Garibaldi era a Giardini-Naxos, separata tredici anni prima da Tauromenion, ma nell’uso e nell’opinione sempre tutt’uno con la gloriosa sede del Parlamento Siciliano che vi si adunò nel 1410: pugnacolo di libertà.  L’Eroe non ebbe tempo di salirvi. Ospite  della famiglia Carrozza si contentò di sognarla, mentre febbrilmente raccoglieva il necessario per la spedizione e  sovrintendeva a chiudere con “purina”, sterco di vacca atto a saldare alla bell’e meglio il “buco” del piroscafo Franklin che con il Torino doveva portarlo sulla costa calabra. A Giardini-Naxos Garibaldi non mise insieme solo uomini, ma il fascio degli ideali, un gioco politico internazionale condotto d’intesa con Vittorio Emanuele II, al quale il 28 luglio da Milazzo aveva promesso di consegnare le Due Sicilie “al termine della missione”. Due giorni dopo gli chiese però 10.000 fucili con baionetta annunciandogli lo sbarco in Calabria per il 15  del mese seguente. Nel frattempo corse da Messina a Cagliari per disinnescare la mina di chi dalla Sardegna voleva puntare direttamente su Napoli o addirittura su Roma, mettendo tutto a repentaglio. Il re sapeva e approvava perché Garibaldi  aveva una parola sola: “Italia e Vittorio Emanuele”, una garanzia per le grandi potenze, a cominciare dalla Santa Russia di Nicola I.  Ma quel 18 agosto 1860 Taormina non aveva bisogno che il Generale vi salisse. Lo avevano già sognato presente e vivo il 9 aprile antecedente, quando si sparse la voce che fosse alle porte se non già in città, a riportarvi la Vera Luce. Invece  Garibaldi era a Torino, ancora incerto sulle decisioni supreme. Da poco aveva traslato  a Nizza le spoglie di Anita, si scrollava di dosso il fardello del tragicomico matrimonio con Rosa Raimondo, la Contessina del Lago, incinta da un suo ufficiale, come egli apprese nel corso della cerimonia nuziale,  e studiava come riprendere Nizza ceduta a Napoleone III da Camillo Cavour. I suoi sogni si accavallavano come in navigazione sul Pacifico… A Giardini-Naxos Garibaldi imbrigliò Nino Bixio che spazzava dagli occhi il ricordo di Bronte, ove aveva fatto fucilare sei insorti colpevoli di assassinio: un roveto ardente. Ed ebbe a fianco l’ufficiale ungherese Carlo Eberard. Capitanava l’internazionale azzurra, come poi scrisse per sconfessare il programma  di quella rossa (“La proprietà è un furto, l’eredità altro furto…”). Garibaldi era uomo d’ordine.  Costruttore. Pontiere di civiltà. Devoto al Grande Architetto.  Vegliata dal solenne Capo Taormina nell’agosto 1860 l’impresa ebbe successo trionfale. Da Mèlito Porto Salvo proseguì e  a  Soveria Mannelli i borbonici  del generale Giuseppe Ghio gli corsero incontro. Era fatta. Un mese dopo entrò in Napoli. Nell’agosto 1862 Garibaldi salpò invece da Catania. Il sogno di Taormina s’infranse irrimediabilmente. La spedizione finì ad Aspromonte nel modo peggiore. Fu il cammino del cinabro. Da sublimare nella solitudine del forte di Varignano (La Spezia) ove, ferito, il Generale fu tradotto,  con piccola vista sul mare. Perciò per l’Eroe la fortuna continuò a identificarsi con Marsala e Taormina, alfa e omega del cammino incontro al Sole, alla ricerca della Grande Italia.
  La città non dimenticò il sogno preveggente (suo o del Generale?) e dedicò a Garibaldi piazza 9 aprile, ov’è murata una lapide di esemplare sobrietà. E’ una sosta lungo via Umberto I, non lontano dalla Chiesa di Santa Caterina di Alessandria, che evoca Vittorio Emanuele III sepolto ad Alessandria d’Egitto, in attesa dell’auspicata traslazione in Italia. Non meriterà anch’egli un ricordo nella città cara ai sovrani temporali e spirituali? Sarebbe un’altra lezione universale di civiltà. Il Piemonte, forse, seguirebbe…
Aldo A. Mola
Nel 1862 Garibaldi ebbe fretta di passare dall’Isola del Sole sulla strada di Aspromonte, cammino del cinabro. Imbarcò da Acitrezza.
DATA: 03.04.2012
  
BARBAROSSA E LE FICTION ANTI PATRIOTTICHE: L’ENNESIMO FIASCO

Barbarossa - Fiction RaiUno MartinelliCi spiace per il noto regista Renzo Martinelli ma il pubblico italiano ha confermato il suo scarso interesse anche per la ripresa televisiva del suo film su Federico Barbarossa, riciclato come fiction in due puntate e andato in onda nelle scorse serate su RaiUno. Affascinante questo Imperatore che amava sicuramente i suoi sudditi molto più degli attuali capi popolo di alcuni comuni repubblicani del nord ai quali, evidentemente non paghi dello sventolio delle proprie bandiere verdi, è mancato il tintinnio delle infide spade. Sui costi della fiction il Corriere della Sera è stato esplicito: una grandinata di dati che hanno fatto correre innumerevoli rischi d’infarto ai militanti della Lega Nord. Non sono bastati 6 milioni di euro del servizio pubblico per la realizzazione del capriccio. Il sinedrio leghista al gran completo non si è lamentato per l’ingente investimento economico (privo di utili), evidentemente soddisfatto per l’estemporanea apparizione di un Bossi claudicante, vestito con un costume da nobile milanese. Alberto da Giussano è rimasto quello che era - o meglio che non era - trattandosi di una figura inesistente e misteriosa, mentre l’Imperatore che cingeva la Corona Ferrea è apparso ripetutamente tra i bagliori della lotta, della gloria, e della potenza. I Partiti politici riflettano prima di cimentarsi in altre battaglie: è il terzo fiasco di un film che ha goduto di ingenti sovvenzioni pubbliche. Ne sanno qualcosa Pasquale Squittieri con il film “Li chiamarono... briganti!”, Sergio Colabona e Ulderico Pesce con il recente filmato inneggiante all’anarchico Passannante, mancato regicida di Umberto I… Ma evidentemente si vuole perseverare nel gettare sul grande schermo pellicole ideologiche e anti-patriottiche.
Sergio Boschiero
Roma, 27 Marzo 2012
DATA: 28.03.2012
 
L’ITALIA TITANIC IN 3-D

titanicUscirà in Italia il 6 Aprile prossimo la versione in 3-D del famoso film drammatico-romantico Titanic, capolavoro già della tecnologia cinematografica nel 1997 e vincitore di 11 premi Oscar per la regia di James Cameron. Se pensavamo che le immagini dell’affondamento del Titanic ci rendessero l’idea esatta di come si svolsero i fatti di quell’immane tragedia nella notte tra il 14 e il 15 Aprile del 1912 nei ghiacci della Groenlandia, adesso è ora di ricrederci! La tecnologia 3-D infatti è un tipo di proiezione cinematografica che, grazie ad alcune specifiche tecniche di ripresa, fornisce una visione a 3 dimensioni delle immagini. Con l’utilizzo di appositi occhialini infatti si avrà la possibilità di vedere tutte le evoluzioni e le traiettorie dello sfortunato transatlantico che ha dovuto subire prima di sprofondare negli abissi gelidi delle acque dell’Oceano Atlantico, dando allo spettatore sensazioni ancor più reali rispetto alla versione precedente. Tutto questo si realizzerà grazie alla 3° dimensione: la profondità delle immagini. La versione 3-D del Titanic uscirà in Italia in 250 sale in occasione del centenario dalla tragedia. La versione della nave Italia che sta inesorabilmente affondando nelle acque del mediterraneo è già uscita e visibile a tutti e in tutti gli schermi televisivi dal Novembre 2011, proprio nell’anno in cui si festeggiò l’anniversario dei 150 anni dalla proclamazione del Regno d’Italia. Permettetemi di dire che non ci vuole molta fantasia nel paragonare le disgrazie del Titanic alle disgrazie del transatlantico Italia… Entrambi infatti avevano delle potenzialità enormi, entrambi erano dotati di buoni fondamentali, ma in entrambi i casi è bastata una manovra sbagliata per far precipitare gli eventi. Sapevamo già dal precedente governo Berlusconi che la nave Italia non navigava in acque sicure: le due dimensioni della crisi erano una di origine esterna, a noi e l’altra interna tutta nostra (alto debito pubblico, poca crescita dell’economia). Ma la versione 3-D uscita a Novembre in tutti gli schermi televisivi italiani (ma soprattutto nel paese reale) dal titolo: “Titanic Italia”, con la nomina del Prof. Mario Monti a comandante del non ancora relitto Italia, ci sta facendo vedere ancora meglio e con l’ausilio degli irrinunciabili occhialini la 3° dimensione della crisi: la profondità. In questi giorni infatti sta venendo in rilievo (proprio come un film in 3-D) la profondità della stessa, famiglie che non riescono più ad arrivare a fine mese per via di stipendi miseri, disoccupazione giovanile devastante, imprenditori che si suicidano perché costretti a chiudere le loro aziende o perché strangolati dai debiti. E’ notizia di pochi giorni fa poi che all’Italia appartiene il triste primato del popolo più tartassato dalle tasse del mondo e dove la benzina costa di più. Mentre l’acqua del mediterraneo ci sta arrivando alla gola e la “3° dimensione” ci rende tutto più tragico e spettacolare, non basterà togliersi gli occhialini per evitare l’immane tragedia.
Roberto Carotti
Coordinatore provinciale Ancona
DATA: 28.03.2012
  
ROMA: IL DOTTORATO IN DIRITTO CANONICO DI DON CORIOLANO, CORRISPONDENTE ROMENO DI FERT

ROMA: IL DOTTORATO IN DIRITTO CANONICO DI DON CORIOLANO, CORRISPONDENTE ROMENO DI FERTMartedì 27 marzo 2012, presso l’Aula Magna del Pontificio Istituto Orientale di Roma, è stata discussa la tesi di dottorato in Diritto Canonico Orientale di Don Coriolan Ciprian Muresan, collaboratore di FERT ed esperto di dinastie. Don Coriolano da anni è un punto di riferimento per i monarchici europei in quanto, grazie all’ausilio di internet, fa costante opera di ricerca e di studio sulle Famiglie Reali – regnanti e non – di tutto il mondo. E’ impegnato anche a seguire in prima persona le interessanti vicende monarchiche in Romania, tenendoci aggiornati in tempo reale. La tesi, che ha ottenuto il vivo apprezzamento da parte dei tre relatori, ha trattato per la prima volta in ambito accademico i Sinodi dell’Eparchia romena di Lugoj, uno studio storico-giuridico di imminenteROMA: IL DOTTORATO IN DIRITTO CANONICO DI DON CORIOLANO, CORRISPONDENTE ROMENO DI FERT pubblicazione che ha analizzato due controversi secoli di storia romena. A presiedere l’assemblea dei relatori il Rettore Magnifico dell’Istituto Pontificio Orientale, che si è congratulato personalmente con Don Coriolano per il lavoro svolto. Oltre a varie Autorità ecclesiastiche, alla Segretaria del Forum Internazionale dell'Azione Cattolica e alla dirigente dell’Azione Cattolica di Romania, era presente alla discussione il Segretario Nazionale dell’U.M.I. Sergio Boschiero, accompagnato dall’Ispettore nazionale Davide Colombo. Il Presidente Alessandro Sacchi ha fatto giungere un messaggio di congratulazioni. Al termine della discussione i presenti si sono ritrovati per un amichevole convivio presso la Parrocchia di San Domenico di Guzman. A Don Coriolano, insostituibile e prezioso collaboratore, giunga il plauso da parte di tutta l’U.M.I.
Nelle foto Don Coriolano durante la discussione della tesi e con Sergio Boschiero.
DATA: 28.03.2012
  
STORIA IN RETE DI MARZO E' IN EDICOLA CON UNA RIFLESSIONE DI ALDO MOLA SULLA VISIONE STORICA DEL COLLE

Stotia in Rete Marzo 2012Sul numero di Marzo del mensile "Storia in Rete", partendo da quanto pubblicato sull'ultimo numero di FERT, lo storico Aldo Mola analizza la visione storica  dell'unità d'Italia, tracciata da Giorgio Napolitano nel suo ultimo libro e negli interventi tenuti durante le pubbliche manifestazioni. Da non perdere!
La copertina è dedicata ai 500 anni dalla morte di un grande fiorentino, purtroppo dimenticato in patria: Amerigo Vespucci. Mentre Firenze non trova i 45.000 euro necessari ad una grande mostra su colui che “inventò” il Nuovo Mondo e (suo malgrado) battezzò l’America, Storia in Rete dà ai suoi lettori un ampio ritratto di un’epoca, un personaggio e una famiglia. E dopo Vespucci, altri italiani più famosi all’estero che in patria: Raimondo Montecuccoli, il feldmaresciallo di Modena che non perse mai una battaglia e salvò il Sacro Romano Impero e l’Europa a San Gottardo nel 1664; Onorata Rodiani, una Lady Oscar realmente esistita, che nel 1400 lasciò i pennelli per indossare l’armatura e vivere come soldato di ventura nella turbolenta Italia dei Condottieri. Precede tutto questo una amara analisi sulle ingerenze del Quirinale nella storiografia, ingerenze che nel 150° si sono fatte sentire particolarmente più forti. E ancora, il terzo appuntamento con la Rievocazione Storica, con la presentazione del Manoscritto I.33 sull’arte della spada e del brocchiero. E poi la CIA, il più grande critico d’arte del dopoguerra, col suo supporto all’arte astratta in chiave anti-sovietica; le lettere fra Mussolini e Claretta Petacci che non si trovano nell’ultima edizione dell’epistolario fra il dittatore e la sua amante; il diario di un liberale antifascista che per i suoi commenti feroci sull’Italia del 1943-44 è rimasto molti anni in un cassetto…
Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di marzo!!

LA PAGINA INTERNET DEDICATA AL NUMERO DI MARZO

Storia in rete - Napolitano
"Il Capo dello Stato ama dire la sua sul passato della Nazione. Ma lo fa troppo spesso in modo dogmatico, superficiale unilaterale. Un vezzo, quello di parlare di storia in maniera qualunquista, che ha ereditato dai suoi più recenti predecessori."

LEGGI L'ANTEPRIMA DELL'ARTICOLO DI MOLA ON LINE

ATA: 27.03.2012
   
200 ANNI DALLE COSTITUZIONI DI CADICE E DELLE SICILIA: GIUSTI E BENEFICI PER OBBLIGO?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 25/03/2012

Allegoria delle costituzioni di Cadice - da internetIncoraggiato dal presidente Napolitano, che riecheggiando Enrico Berlinguer esorta all’“austerità”, il governo Monti invade sempre più la sfera privata dei cittadini. Pervaso dalla fregola di “riformare gli italiani” (la mania di Arnaldo da Brescia, Girolamo Savonarola e degl’ideologi del secolo scorso), in nome del bene comune esso punta sulla delazione come strumento  di lotta alla corruzione e all’evasione fiscale. I cittadini vengono  incitati a scrutarne il divario tra reddito ufficiale e tenore di vita appariscente del vicino. Nel sospetto che occulti chissà quali segreti sperperi, in nome di una trasparenza più pelosa delle ormai famose cozze il Moralizzatore pretenderà di controllarne ogni istante. Non è una novità. Questa pretesa ricalca i principi ispiratori della Costituzione spagnola di Cadice, approvata  giusto due secoli orsono e poi invocata nei  moti costituzionali italiani del 1820-31. Nel cupo provincialismo che ha dominato il 150° del Regno d’Italia, essa è stata trascurata. Perciò, va evocata sia pure sinteticamente, proprio per ricordare le origini vere del Risorgimento: un processo che investì l’intero Occidente e le sue proiezioni oltre Atlantico. Cadono infatti due secoli dall’indipendenza dell’America centro-meridionale da Portogallo e Spagna e dalla guerra d’indipendenza spagnola, condotta anche con i metodi della guerriglia,  contro i francesi che nel 1808 insediarono Giuseppe Bonaparte sul trono di Madrid. La risposta degli spagnoli agl’invasori non fu solo militare. A Cadice dal 1810 si adunarono le Cortes che il 18 marzo 1812 approvarono la Costituzione, di ben 384 articoli. Essa proclamò che la sovranità “risiede essenzialmente nella nazione”, alla quale sola  appartiene  il diritto di stabilire le leggi fondamentali”, tramite un parlamento monocamerale, i cui componenti sono liberi da ogni vincolo nei confronti degli elettori. Al crollo dell’Impero napoleonico i patrioti italiani ebbero tre modelli: la Costituzione spagnola, la Carta concessa da Luigi XVIII  nel 1814, quando fu restaurato sul trono di Francia, e quella approvata dal Parlamento siciliano nel 1812, su pressione dell’inglese lord William Bentinck, che reggeva le briglie  di Ferdinando IV di Borbone. Non elaborarono un progetto propriamente italiano e dimenticarono la svolta liberale impressa da Napoleone I alla Francia nei Cento Giorni (1815), pur apprezzata da Constant  e Sismondi. La costituzione spagnola risultò il modello preferito. Apparentemente più democratica, essa conteneva due cardini sconcertanti: affermò che la religione  della nazione era e sarebbe stata perpetuamente la cattolica, “unica vera” e protetta da leggi vietanti la professione di qualunque altra (eredità delle persecuzione di  islamici ed ebrei); ed enunciò  il “dovere” dei cittadini di essere “giusti e benefici”. Con buona pace di quanti si segnano al solo sentirne il nome, la massoneria (e molto meno la carboneria) lavorò poi a liberare le costituzioni da pretese moralistiche e a depurare la legislazione da intenti pedagogici, involontariamente liberticidi. Il 4 marzo 1848 Carlo Alberto di Savoia promulgò lo Statuto del Regno di Sardegna, di soli 84 articoli e flessibile, a differenza della costituzione del 1948, rigida e soffocante. Lo Statuto arginò l’ingerenza dell’esecutivo nel legislativo (Parlamento bicamerale, anziché monocamerale) e nell’ordine (non “potere”) giudiziario. Esso fu espressione di una nazione che non aveva conosciuto gli orrori delle guerre di religione e che, a differenza di quanto oggi solitamente si crede su  suggestione di storici e giornalisti, neppure nel 1943-45 cadde  preda di una vera “guerra di civiltà”. Quel conflitto rimase tra milizie e bande subordinate a ideologie estranee alla stragrande maggioranza degli abitanti, immuni dall’infezione  dei totalitarismi (repubblicani, socialcomunisti, neogiacobini…). Perciò anche oggi gli italiani guardano sbigottiti chi pretende di farli per decreto giusti e benefici. In tempi di Quaresima taluni sono disposti a confessarsi peccatori “in pensieri, azioni e omissioni”, ma a cospetto dell’Onnipotente, non già proni a  poteri civili, che vanno anzi fermati sulla soglia della libertà di pensiero e di fruizione delle proprie oneste disponibilità.
Aldo A. Mola
DATA: 27.03.2012
  
REGGIO EMILIA: LA PIAZZA RESTA DEDICATA AL RE VITTORIO EMANUELE II

Articolo di Cosimo Pederzoli pubblicato su “Il Resto del Carlino”
di Sabato 17 marzo 2012, pag 13 Ed. Reggio


Piazza Vittorio Emanuele II - Reggio Emilia - foto da internetIl 14 febbraio 2011, il monarchico Antonio Formentini, 73 anni, si recava all'ufficio toponomastica per chiedere spiegazioni. Perché piazza del Duomo porta il nome di Camillo Prampolini, quando la vera intitolazione è  ‘Vittorio Emanuele II?’ Osservazione che, un anno fa, aveva spiazzato l'ingegnere Daniele Pecorini, dirigente del Servizio edilizia del Comune. Formentini allora come oggi ha formalmente ragione: manca una delibera comunale per il cambio di intitolazione.
Il 15 febbraio dell'anno  scorso dall'Ufficio toponomastica hanno dichiarato che «il problema verrà risolto a breve, tramite una delibera della Giunta. Delibera che non dovrebbe tardare». Ma quando pochi giorni fa, il cavalier Formentini, si è recato all'ufficio per chiedere nuove informazioni, nulla era cambiato. «Non è stato fatto niente -osserva il monarchico - e non è stata accolta la mia richiesta di inserire una targa che ricordi il primo Re d'Italia: Vittorio Emanuele II».
FORMENTINI non chiede infatti di togliere le insegne intitolate a Camillo Prampolini, «se ufficialmente la piazza porta ancora il nome del Re, vorrei che fosse inserita una targa per ricordarlo, di fianco a quella del noto socialista». Il problema era già stato sollevato nel lontano 1962, sempre da Formentini che all'epoca guidava la sezione reggiana dell'Unione Monarchica Italiiana. «L'assessore delegato, un certo Galaverni - ricorda il  monarchico - ha constatato che legalmente nessuno ha proceduto a formalizzare il cambio di intitolazione. Oggi, nel 2012, siamo nella stessa situazione». E pensare che la targa ‘Camillo Prampolini’ è stata inserita nel 1947. Per modificare il nome di una via, come di una piazza, c'è bisogno del consenso della Prefettura. Questa autorizzazione insieme ad una delibera comunale sono i passaggi mancanti per  ‘regolarizzare’ il nuovo nome (anche se da più di 60 anni), di piazza Prampoilini.
DATA: 21.03.2012
  
NAPOLI: SANTA MESSA IN MEMORIA DI RE UMBERTO II

NAPOLI: SANTA MESSA IN MEMORIA DI RE UMBERTO II    Domenica 18 marzo 2012, 29° anniversario della scomparsa di Re Umberto II, l’Unione Monarchica Italiana di Napoli ha fatto celebrare nella Chiesa di Santa Caterina a Chiaia una messa di suffragio in ricordo del Sovrano. La splendida chiesa del centro di Napoli ha un alto valore simbolico in quanto ospita il sepolcro della Principessa Maria Clotilde, consorte del Re Carlo Emanuele IV di Savoia, fatta restaurare nel 1933 dall’allora Principe di Piemonte Umberto. Il sacerdote celebrante ha ricordatoNAPOLI: SANTA MESSA IN MEMORIA DI RE UMBERTO II le virtù di Re Umberto e, tra le splendide musiche per organo eseguite, ha spiccato un solenne e Inno sardo.  Dal pulpito il Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi ha ricordato la vita del Sovrano, ripercorrendo le tappe salienti della sua vita e leggendo il testamento spirituale del Re. Presenti all’evento tutta la dirigenza napoletana U.M.I. e una considerevole rappresentanza del Fronte Monarchico Giovanile con il Segretario nazionale Amedeo de Dominicis e la responsabile napoletana Marida Biondi. Al termine della funzione una parte dei ragazzi del FMG ha improvvisato una passeggiata per il centro storico, esponendo la bandiera del Regno ai piedi della statua di Vittorio Emanuele II collocata sulla facciata di palazzo Reale.
Nelle foto la Chiesa durante la funzione e la commemorazione del Re Umberto II tenuta da Alessandro Sacchi.
DATA: 19.03.2012

ANCONA: L’U.M.I. TORNA IN PIAZZA PER IL 151° DEL REGNO

UMI Ancona    Sabato 17 marzo 2012, 151° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, l’Unione Monarchica Italiana ha voluto celebrare la ricorrenza mettendo nella centrale piazza Roma di Ancona un banchetto informativo. L’iniziativa, organizzata dal neo coordinatore provinciale Roberto Carotti, ha avuto un alto valore simbolico in quanto incontro dell’U.M.I. con la gente in una città notoriamente “rossa” come Ancona. Sin dalla mattina il banchetto ha suscitato interesse nei passanti che hanno manifestato il proprio interesse e la propria sorpresa nel vedere i monarchici in piazza. Alcuni passanti hanno anche espresso la propria contrarietà  ma, con un pacato dialogo, vi è stata l’occasione per analizzare e sfatare i pregiudizi antimonarchici imperanti. E’ stato comunque un momento di confronto e un’occasione per poter attestare la presenza monarchica nel capoluogo marchigiano in cui, da decenni, non si verificava un’iniziativa del genere. Con l’occasione è stato distribuito un volantino, stampato dall’U.M.I. di Ancona, in cui si ricordano le dieci monarchie europee, attuali baluardi di democrazia.
DATA: 19.03.2012
  
EQUINOZIO 2012: POLVERE E FOSCHIA

Editoriale di Aldo Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/03/2012

    Frantumi. Quando la folla festosa scavalcò il Muro  che da quasi quarant’anni spaccava sanguinosamente  in due Berlino in milioni s’illusero che s’avverasse il sogno di Publio Virgilio Marone: “Già torna la Vergine…”. Era un Nuovo Ordine planetario. Purezza e fratellanza. Pace perpetua. Felicità assoluta. Di quella colossale illusione rimangono i frammenti del Muro, venduti all’ingrosso e al minuto ai feticisti. Altrettanto accadde dei partiti politici italiani, ferrivecchi sopravvissuti come i pupi dei teatrini  di Sicilia: picchiato in testa e infilzato dal Moro, il Paladino Orlando torna sempre in scena. Riso e dramma si confondono, come nelle recite dei “politici” riaffioranti dai decenni di  Terrorismo politico  Tangentopoli, passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, sempre intenti a proporre la Grande Riforma, promessa così tante volte che non se ne ricorda neppure il possibile contenuto. Ormai in agonia, tra il 1992 e il 1994 il pentapartito partorì l’unica riforma elettorale politicamente significativa dal 1946 a oggi: il breve ritorno ai collegi uninominali nelle elezioni politiche e l’elezione diretta dei sindaci  e dei presidenti di Province  e Regioni. Così si restituì dignità al voto. Ma il tarlo ormai aveva corroso le gambe del tavolo sul quale era la posava la scacchiera.  Perciò ora proprio le cariche elettive dirette vengono sabotate con propositi di elezioni di secondo grado: un colpo basso ai danni della sovranità dei cittadini.
   La babele delle lingue è un male antico. Lo spiega  il direttore di Rai1, Mauro Mazza, nel romanzo L’albero del mondo. Weimar, 1942 (ed. Fazi), presentato da Carlo Sburlati  nelle Giornate Culturali del Premio Acqui Storia: ritratto amaro e veridico delle certezze (poche) e dei dubbi (molti) di quanti nell’ottobre 1942 che si radunarono nel cuore della Selva Turingica, due passi da Buchenwald,  paesaggio idilliaco se non fosse che era campo di concentramento. Lì Joseph Goebbles chiamò a raccolta  per  disegnare il Nuovo Ordine Europeo, vagheggiato da Hitler. Tra gl’italiani, ricorda Mazza, vi furono anche Giaime Pintor, poi protomartire della lotta di liberazione, ed Elio Vittorini, successivamente comunista critico. Erano due tra le migliaia di intellettuali che fluitarono dal corporativismo fascista allo sperimentalismo sindacale postbellico, con profonde radici nel socialismo nazionale di  Marcel Déat e Angelo Tasca. La polvere del “nazifasciosocialtuttismo” si cristallizzò in piastrelle la cui vernice sbiadì nel tempo. Ma neppure ha retto la democrazia partitocratica che rantolò dal 1978 al 1992 e lasciò il posto a vent’anni di transizione. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Nelle imminenti rielezioni delle amministrazioni locali, tranne rare eccezioni, i nomi e le insegne dei partiti  vengono sostituiti  con liste abborracciate, gruppi, gruppetti, circoli, associazioni: una miriade di sigle fantasiose. Difficile che da questa polvere si possano trarre mattoni per edifici durevoli. La frantumazione avviene sul locale, su dispute di quartiere, di rione, per spostare una panchina, sulla scelta tra la i fiori da desinare ad aiuole deserte… ,mentre il pianeta sta per andare in fiamme e un Karzai qualunque, prese le misure della Storia, intima a Stati Uniti e Nato (Italia inclusa) di sloggiare un anno prima dei quanto pretendessero e  uno stato della Federazione indiana fa che quello che vuole dei discendenti dei Caboto e  Vespucci, di Pigafetta e  Verrazzano… A differenza di quanto avviene al Teatrino dei Pupi, non sempre nella storia il Paladino risorge e riprende a combattere e sconfigge il Feroce Saladino. Nella realtà talora soccombe per sempre. Accadde a Milano nel marzo 1814 quando aristocratici e borghesi assassinarono a colpi di punta d’ombrello  l’ex ministro delle Finanze Francesco Prina, “ministro tecnico” di prima grandezza, stufi di pagar tasse dilapidate da un sistema del tutto separato dagli interessi generali  dei cittadini. Fu la conferma che le rivolte della borghesia sono le  più drastiche e pericolose, come nella Gran Bretagna di Cromwell che mozzò la testa a Carlo I e nella ricca Francia di Luigi XVI, finito con Maria Antonietta sotto la ghigliottina.
Per ora l’Equinozio di Primavera 2012 accumula la polvere di parole consunte e la foschia di propositi vaghi e disattesi.
Aldo A. Mola
DATA: 19.03.2012
 
18 MARZO 1983: MORIVA IN ESILIO IL RE UMBERTO II

Umberto II - foto Maurizio Lodi
    Oggi, 18 marzo 2012, ricorre il 29° anniversario della scomparsa del Re Umberto II, lasciato morire lontano dalla Sua amatissima Patria dopo 37 anni di ingiusto esilio.
L'U.M.I. si ritrova a Napoli per onorarne la memoria con una funziona religiosa.
Dopo quasi tre decenni dalla scomparsa rimane vivo l'alto insegnamento del quarto Re dell'Italia unita e, inchinandoci alla Sua figura, lo ricordiamo son una Sua frase che lo ha posto fra i più grandi patrioti: "L'ITALIA INNANZI TUTTO!"
U.M.I. - FERT
Roma, 18 Marzo 2012
foto Maurizio Lodi
DATA: 18.03.2012

SEMPRE VIVO IL MESSAGGIO DI UMBERTO II

Umberto II - foto Maurizio Lodi    Le recenti cronache hanno messo in luce l’ennesimo cortocircuito della Repubblica italiana dell’esecutivo Monti-Napolitano: si è parlato pertanto di un “commissariamento” della politica e con essa, cosa per noi più grave, di tutta la Nazione. E’ l’esito finale di 60 anni di gestione insana della cosa pubblica, contro la quale aveva sempre levato la voce Umberto II, che aveva saputo svolgere con equilibrio dal 1944 al 1946 il delicato compito di Luogotenente Generale del Regno e di Re di una Nazione uscita piagata dal conflitto mondiale. Se il referendum si fosse potuto celebrare con serenità  il responso delle urne sarebbe stato ancor più favorevole al mantenimento della Monarchia facendo avviare l’Italia verso un cammino di sviluppo basato sulla tradizione risorgimentale. La Storia non si può fare certo con i se, ma se…Umberto II fosse rimasto al Quirinale il Suo esempio di Capo dello Stato avrebbe influenzato i governi e i parlamenti; le istituzioni – dalla diplomazia alle Forze Armate, dalla magistratura alla burocrazia -  avrebbero trovato in Lui il garante dell’imparzialità e della neutralità del vertice dello Stato, cui rapportarsi direttamente senza le intermediazioni dei partiti; i valori di Patria e Nazione, depurati da ogni accento estremistico, sarebbero rimasti patrimonio dell’intera comunità italiana, così come lo erano rimasti dopo il settembre 1943 nei campi di concentramento, sui fronti della guerra di Liberazione, fra le città bombardate, quando in circostanze strazianti non si venne meno al giuramento prestato… Del resto se la Monarchia fosse rimasta non sarebbero stati esiliati i vari De Gasperi, Togliatti, Nenni, che fra il 1944 e il 1946 avevano trovato in Umberto II un interlocutore attento e pensosoUmberto II - foto Maurizio Lodi solo del bene dell’Italia e non certo dei propri interessi dinastici o di una “parte” politica, per come è naturale sia per i capi dei partiti.! La c.d. “maggioranza silenziosa”, ossia quella gran parte del popolo italiano che professava il culto della Patria, della famiglia, della buona amministrazione, avrebbe trovato in Umberto II il necessario e insostituibile punto di riferimento.  Anche la Chiesa Cattolica, che un ruolo senza precedenti svolgerà nella campagna elettorale del 1948 per mobilitare gli Italiani contro il pericolo di una vittoria del Fronte Popolare, avrebbe avuto in Umberto II il naturale interlocutore. La lezione del Re è tutta contenuta negli atti sottoscritti dal 5 giugno 1944 al 13 giugno 1946 e nell’esempio di dignità e di vigile attenzione per le sorti della Nazione osservato fino al 18 marzo 1983, giorno della Sua morte in esilio. Nel Suo ultimo messaggio del 31 dicembre 1982 il Re aveva rilevato che una profonda crisi attraversava l’Italia determinando “vasta disoccupazione, pesante svalutazione della moneta, debito pubblico crescente, mancanza di case” e che occorreva affrontare “i necessari sacrifici, pretendendo però che essi siano di tutti e che cessino gli innumerevoli sprechi del pubblico denaro. Si rifletta almeno sulle dolorose privazioni alle quali sono costretti tanti contribuenti. Si avrà allora vergogna per ogni lira di sperpero”. Non sono tutte affermazioni attualissime, che sembrano essere rivolte agli Italiani del 2012 e che anche Monti potrebbe sottoscrivere? Gli appelli al rigore, pertanto, che provengono dai vari pulpiti repubblicani rimangono privi di quell’autorità morale che solo il Sovrano ancora conserva….e per questo le porte del Pantheon resteranno ancore chiuse per Lui…
Francesco Atanasio
DATA: 18.03.2012
   
17 MARZO: 151 ANNI FA NASCEVA IL REGNO D'ITALIA

Vittorio Emanuele II    Con gioia abbiamo appreso che, dopo l'entusiasmo popolare dimostrato in occasione delle celebrazioni dello scorso anno, il Governo - durante il Consiglio dei Ministri del 9 marzo scorso - ha proclamato il 17 Marzo "GIORNATA DELL’ANNIVERSARIO DELL’UNITÀ D’ITALIA". La giornata non avrà gli effetti di una festività ma di una solennità civile. La denominazione, come è stato nello stile dei festeggiamenti ufficiali, non fa riferimento al Regno d'Italia con Vittorio Emanuele II come Re costituzionale.... Non possiamo però pretendere troppo. E' comunque un buon risultato. Auspichiamo che gli entusiasmi del 150°, con il passare del tempo, non si smorzino cadendo nel dimenticatoio. Noi teniamo vivo lo spirito che il 14 marzo 1861 (con comunicazione sulla Gazzetta Ufficiale il 17) portò all'inizio dell'unificazione nazionale, culminata nel 1870 con Roma capitale per concludersi con Fiume italiana nel 1924. Sempre Viva l'Italia!
U.M.I. - FERT
Roma, 17 Marzo 2012
DATA: 17.03.2012
  
RISORGIMENTO: QUANDO I NOSTRI SOLDATI EBBERO TAGLIATA LA TESTA DAI BRIGANTI

I CAVALLEGGERI DI SALUZZO E LA LOTTA CONTRO IL BRIGANTAGGIO
tratto da “Rivista di Cavalleria” n° 1/2012 di Franco Apicella e Dario Temperino

Cavalleggeri SaluzzoIl Priore del Tempio Sacrario della Cavalleria ha di recente ricevuto dal rag. Emilio Bozza lo stralcio di un diario del suo trisavolo Angelo e la foto di una lapide che si trova in stato di abbandono presso una stazione ferroviaria ormai in disuso nel comune  di Rapolla (Potenza). Una lapide ricorda 21 militari del Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo caduti nei 1863 durante la campagna per la repressione del brigantaggio; lo stralcio dei diario riporta la cronaca dell’episodio, scritta da Angelo Bozza all’epoca medico, Capitano della Guardia Nazionale e successivamente sindaco di Barile, in provincia di Potenza. Il rag. Bozza ha chiesto al Priore di intervenire presso il sindaco di Rapolla per restaurare la lapide e porla in un luogo adeguato "a ricordo perenne di questi giovani soldati provenienti da tutta Italia e che hanno dato la vita per liberarci dal brigantaggio”. Un Patrono del Tempio, dott. Gerardo Giuratrabocchetti è stato incaricato dal Priore di contattare il sindaco di Rapolla ed è addivenuto al seguente accordo: poiché è in fase di costituzione a Rionero il museo sul brigantaggio, la lapide dei Cavalleggeri di Saluzzo sarà restaurata e ricollocata presso detto museo a cura del comune di Rapolla. C'è dunque motivo di rallegrarsi e al tempo stesso di conoscere l’episodio che si inquadra nella fase più difficile della campagna contro il brigantaggio, fenomeno che nella sua durata complessiva abbraccia un arco di circa 10 anni dal 1860 al 1870.

Dal diario di Agelo Bozza
"La sera del 26 luglio 1863 uno dei cavalleggeri di Saluzzo che stanziavano in Venosa sotto gli ordini del luogotenente Borromeo si salvò a stento in Barile senz'armi , lacero, trafelato ed in uno stato d'animo indescrivibile; appena si fu un poco rassicurato e rifocillato ci raccontò che la sua compagnia era stata distrutta ai piani della Rendina da gran numero di briganti delle bande Schiavone e Caruso, come poi sapemmo congiunte a quella di Teodoro Gioseffi di Barile, e che egli solo si era salvato per vero miracolo. Nella speranza almeno di salvare qualche ferito, riunii la Guardia Nazionale nel maggior numero che fu possibile e spedii un espresso al Maggiore Paoli onde chiedere un rinforzo di soldati, ma avendo questo ufficiale risposto che non aveva soldati a disposizione, fui obbligato a rinnovare l'invito, raccontando in breve il fatto in un secondo messaggio, e denotando la possibilità di salvare qualche infelice ferito. Si mosse allora il Maggiore personalmente con buon numero di soldati e muovemmo da Barile circa le due ore di notte verso il luogo del disastro. Giunti poco sopra il ponte di Toppo d'Avuzzo il Maggiore ordinò che si facesse tappa in quel punto fino all’alba, per timore di qualche imboscata da parte dei briganti. Allora ci muovemmo tutti e giunti finalmente all'ingresso della rotabile che porta a Venosa, dopo un centinaio di passi, trovammo i primi cadaveri de cavalleggeri dei quali numerammo ventidue (*) fino a Sansanello ove fu trovato l'ultimo; tutti nel fiore dell'età intorno ai 20 anni, tutti belli che il cuore d'ognuno faceva sangue a vedere tanto strazio di gioventù ed il lutto di tante famiglie italiane causato da mala direzione ed insipienza di comando. Erano tutti feriti al petto e pareva molto da vicino poiché i panni erano completamente bruciati dal colpo. Vestiti dei loro panni, ma tutti sbottonati e taluni con la camicia di fuori ed il ventre scoperto, che i briganti li avevano frugati fin sulla pelle. Giacevano tutti sul dorso, la maggior parte colle braccia distese in crcoce. Mentre noi eravamo sul luogo, uscì da un folto cespuglio un cavalleggero che vi si era nascosto e salvato Dio sa come ed allora solo ne uscì quando vide i soldati e riconobbe il Maggiore. Diceva come era la terza volta che usciva salvo in scontri simili. Si fecero venire quattro carri e, preceduto al doloroso uffizio di caricarvi i morti, andammo a Venosa ove nessuno poté tenere il ciglio asciutto a quello spettacolo e, misero conforto alle anime di quei valorosi, si fecero le loro esequie col concorso di quasi tutti i cittadini accompagnandoli all'ultima dimora."

ANCHE A MELFI LA FEROCIA DEI BRIGANTI

Quello di Rapolla non era peraltro il primo episodio del genere; pochi mesi prima "il 12 marzo, un plotone del 4° squadrone dei Cavalleggeri di Saluzzo, comandato dal Tenente Giacomo Bianchi, disorientato dalla pioggia dirotta e, forse, fuorviato dalle guide, cadde in una imboscata tesagli, presso la masseria Catapane, in territorio di Melfi, da varie bande riunite, tra cui sembra vi fosse anche quella di Crocco. L'Ufficiale e 14 uomini rimasero uccisi.
Le teste del Bianchi (tenente del 4° squadrone Cavalleggeri Saluzzo ndr) e di un sergente vennero inchiodate dai briganti ad un albero con la scritta “Vendicati i caduti di Rapolla”!  (Si trattava della banda Petrone, decimata dai cavalleggeri nel novembre del 1862).
Franco Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’unità – Ed. Feltrinelli.

DATA: 15.03.2012
 
LA DEMOLIZIONE  DELL’IDENTITÀ

immagine da internetCi risiamo, i ricercatori di Gerush92 (organizzazione che gode del rango di consulente speciale del Consiglio Economico e Sociale dell’ONU) vorrebbero mettere al bando la nostra ‘Divina Commedia’ dalle nostre scuole, rea secondo la suddetta associazione di diffondere contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza nei confronti di ebrei, islamici, omosessuali. I canti sotto accusa sarebbero il 23° dell’inferno ma anche il 28° canto dove sono puniti sia Maometto che il suo successore Ali’. Non va meglio a Celestino V collocato nell’anti-inferno dal sommo poeta e trattato con disprezzo per via del suo ‘gran rifiuto’. Il motivo della censura sarebbe da attribuire a ragioni di ‘Politically Correct’. A questo punto ci chiediamo che fine farà la cultura delle singole nazioni se andremo avanti di questo passo? Ma allora perché non censurare anche l’Iliade e l’Odissea perché opere guerrafondaie e misogine? O anche Moby Dick che fomenta la caccia alle Balene? E’ da molto tempo ormai che in nome dell’Europa si sta tentando di disgregare in modo sistematico e sotto qualunque punto di vista i singoli stati nazionali che ne fanno parte, ma come ha scritto il Prof. Ernesto Galli Della Loggia in un suo articolo scritto ieri sul Corriere della Sera dal titolo ‘Ma la Nazione siamo tutti noi’ le nazioni rimangono dei contenitori indispensabili per il futuro della democrazia perché quello ch lega noi cittadini all’autogoverno del nostro Stato-Nazione sono proprio quei valori come la Cultura, il territorio, la storia, i costumi… valori che facendoli nostri ci rendono diversi dagli altri stati. Ma forse fare questa affermazione può essere non politicamente corretta?,  comunque nessuno ancora  può negarci di dire: VIVA L’ITALIA!
Roberto Carotti
Coordinatore provinciale U.M.I. Ancona
DATA: 13.03.2012
 
DON JUAN CARLOS, RE DI SPAGNA: LA MODERNITA’ DELLA MONARCHIA

di Aldo A. Mola

Juan Carlo I di Borbone  è Re di Spagna dalla morte di Francisco Franco y Bahamande, che instaurò la Nuova Monarchia: erede dei Borbone, degli Asburgo, dei Re Cattolici, delle opposizioni, delle guerre civili, della riconquista. Asceso al trono dopo la saggia  rinuncia del padre, Juan conte di Barcellona, il giovane Sovrano divenne emblema della Transizione dall’autoritarismo franchista alla democrazia, sancita dalla Costituzione del 1978. Ma qual è oggi il polso della Monarchia in Spagna?  Il 7 dicembre Juan Carlos ha aperto i lavori del Parlamento  accolto da un’ovazione che gli fece venire la pelle d’oca, perché, Egli dice, era “un nitido e fermo messaggio di sostegno della società spagnola all’istituzione della Monarchia e in specie alla figura del Re”. Nell’anniversario dell’ “11 M”, quell’11 marzo che insanguinò  la Spagna con l’attentato al-quaedista alla stazione madrilena di Atocha (oltre duecento morti), il  quotidiano “ABC” pubblica oggi i risultati dell’inchiesta condotta dalla prestigiosa n Agenzia DYM sul concetto  che gli spagnoli hanno della monarchia e di Re Juan Carlos I di Borbone.
    Il risultato del sondaggio, condotto il 6-7 marzo, proprio quando il genero del re, Inaki Urdangarìn, è stato sentito dai magistrati  per presunta corruzione, ha confermato che per il 69% dei cittadini la monarchia è tutt’uno con la democrazia; il 68% la ritiene rispettata e quasi i 50% la valuta abbastanza moderna, mentre la generalità degli intervistati la considera migliore rispetto ad altre Case dell’Europa settentrionale.
    Il 77% degli intervistati approva la condotta di Juan Carlos di fronte  al tentato golpe del colonnello Tejero (23 febbraio 1981), il 72%  la fermezza mostrata contro il terrorismo dell’ETA e il 79 per la celebre battuta rivolta a Hugo Chavez: “Ma perché non stai zitto!”.
   Per l’opinione pubblica spagnola il Re è il miglior “Ambasciatore” della Spagna . Il Re concilia perfettamente la Monarchia con  la realtà politica, religiosa, sociale, economica, territoriale di una Spagna piena di sfumature.
   La Monarchia ha garantito e propizia la dialettica politica in un Paese che ha registrato senza traumi il cambio di  maggioranza dai conservatori di Suarez al socialista “europeo” Felipe Gonzales e da questi ad Aznar e poi a non rimpianto Zapatero per arrivare infine a Rajoy: tante tessere di un mosaico tenuto insieme dalla Corona.  
  L’inchiesta condotta dall’Agenzia  DYM  mette infine in risalto il ruolo svolto personalmente da un sovrano capace di agglutinare realtà molto diversificate e di dare impulso al progresso economico, alla proiezione internazionale, alla convivenza sociopolitica. Perciò quasi il 70% degli spagnoli è monarchico e “juancarlista” e viceversa.
 Vien da esclamare  “Arriba Espana!” e, usando il motto di Carlo Rosselli,  da ripetere “Oggi in Spagna, domani in Italia”.
Aldo A. Mola
Presidente della Consutta dei Senatori del Regno
DATA: 12.03.2012

8 MARZO: FESTA DELLA DONNA

Donne di Casa Savoia - con gli italiani da 4 generazioni
Per porgere i nostri auguri a tutte le donne abbiamo pensato di realizzare un collage con le immagini di quattro generazioni di personaggi femminili di Casa Savoia. Hanno accompagnato e accompagnano la storia del nostro Paese, incarnando la Dinastia che realizzato l'unità della Patria. La Regina Margherita, amatissima prima Sovrana d'Italia, ha contribuito in maniera fondamentale al consolidamento della coscienza unitaria. La Regina Elena, Rosa d'Oro della Cristianità, figura popolarissima che, affrontando due guerre mondiali, si è messa a completa disposizione dei bisognosi e dei sofferenti. La Principessa Mafalda di Savoia, vittima del folle odio nazista verso l'Italia e verso Casa Savoia, ha pagato per tutta la Dinastia il prezzo più alto con la propria vita, internata nell'orrore dei lager e morendo in estrema umiltà. S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia rappresenta la regalità anche nella parentesi repubblicana che stiamo vivendo. A tutte le donne che visitano il nostro sito rinnoviamo i più sinceri auguri!
Roma, 8 marzo 2012
DATA: 08.03.2012
 
L’IDENTITÀ  NECESSARIA

Pubblichiamo una riflessione scaturita dalla lettura dell’articolo scritto ieri da Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere dal titolo “Il contenitore indispensabile”.

immagine da internetIn psicologia comportamentale si dice che un soggetto è remissivo piuttosto che aggressivo, è introverso piuttosto che estroverso, timido piuttosto che espansivo, tutti aggettivi che stanno ad indicare le inclinazioni dell’essere umano nei confronti dei suoi simili e dunque verso la società. Nel corso della vita ognuno di noi si crea una propria individualità e quindi identità in forza delle esperienze vissute e in forza dell’influenza dell’ambiente circostante. L’individuo che riuscirà ad integrarsi meglio nella società sarà colui che in base alle esperienze avute e in base alle sue caratteristiche genetiche avrà saputo meglio degli altri mediare ed adattarsi a lei senza rinunciare alle proprie esigenze e ai propri desideri.Qualcosa di molto simile accade anche alla vita delle Nazioni.  Quelle Nazioni che per motivi genetici (che tradotto nel caso specifico significa proprio la terra fisica di uno stato con le sue ricchezze naturali, le sue risorse minerarie, la sua configurazione geografica, ecc…) sono state più fortunate a dare ai propri popoli una speranza di qualità della vita migliore e che grazie alle qualità della loro classe dirigente sono riuscite meglio a farsi rispettare dalle altre Nazioni, saranno quelle che faranno da traino verso i popoli più sfortunati sotto questi due punti di vista. In questi ultimi mesi si è sentito parlare molto spesso (troppo spesso) di Europa, espressioni come ‘per il bene dell’Europa’ o ‘l’Europa ci chiede…’, sono state citate in innumerevoli circostanze e a dire la verità anche senza giustificato motivo come se si fosse in preda più ad una moda passeggera che ad altro. In realtà la tanto citata Unione Europea non esiste affatto, esiste solo sulla carta, quella carta scritta da burocrati lobbisti che intendono l’unità dei propri popoli in base a rapporti economici di forza. In realtà esistono solo paesi che in virtù proprio della loro forza genetica (materie prime) e del loro potere contrattuale e in base alla serietà della loro classe dirigente (storia e comportamenti etici dei propri popoli) spingono gli altri paesi (se non impongono di fatto) ad adottare le proprie decisioni; si veda negli ultimi tempi alla Germania e alla Francia. L’Italia dal punto di vista della genetica non può essere sicuramente all’altezza di Germania e Francia ma sotto altri punti di vista può sicuramente dire la sua. Quale paese ad esempio non può non apprezzare la creatività del bel paese, i suoi inestimabili beni artistici o i suoi presidi turistici solo per citare alcuni dei settori economici fiore all’occhiello della nostra Italia? Il made in Italy non deve essere però solo un concetto economico ma deve tramutarsi in un vero valore identitario per far sì che la nostra Nazione sia riconoscibile agli occhi degli altri stati (società), ma per fare questo abbiamo bisogno di una classe dirigente orgogliosa di appartenere alla Nazione Italia. Solo ritrovando la nostra identità di popolo sapremo di conseguenza relazionarci meglio con le altre Nazioni, ma finché i nostri politici continueranno a litigare per venali o futili motivi qualsiasi azione sarà deleteria sia per noi cittadini (l’io) che per il nostro paese. Ritrovare l’identità diviene quindi imperativo categorico altrimenti vana sarà qualsiasi riforma istituzionale e tanto meno qualsiasi azione a livello europeo. Dobbiamo prima ritrovare noi stessi e poi relazionarci con gli altri.
Dott.Roberto Carotti
Coordinatore provinciale U.M.I. Ancona
DATA: 08.03.2012

PANTHEON: OMAGGIO A MOHAMED ABDIRIZZAK, CITTADINO ITALIANO D’ORIGNE SOMALA CHE AMAVA L'ITALIA

PANTHEON: OMAGGIO A MOAHEMED ABDIRIZZAK, IL SOMALO CHE AMAVA L’ITALIARoma - Lunedì 5 marzo, nel Pantheon, si è tenuta una cerimonia religiosa, celebrata dal Rettore della Basilica, per ricordare la figura del Prof. Mohamed Abdirizzak, il diplomatico di origine somala che si è spento lo scorso primo febbraio. Abdirizzak, laureato in economia, è stato Direttore del Ministero delle Finanze in Somalia ed ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 1975. Ha svolto una brillante carriera in campo diplomatico che lo ha visto Console d’Italia in Niger, Addetto culturale  e  alla Cooperazione dell’Ambasciata italiana a Conakry in Guinea e ha ricoperto vari incarichi come esperto finanziario in molti paesi africani quali la Costa d’Avorio, l’Angola, il Mali, il Senegal e il Togo. Nel 2003 è stato inviato speciale in Iraq, a Bassora, sempre per conto del Ministero degli Affari esteri Italiano. Era giornalista e si è occupato di relazione estere per l’Agenzia Stampa FERT e per il TPE (periodico degli Italiani nel mondo). Era iscritto all’U.M.I. ed ha ricoperto diversi incarichi all’interno della nostra associazione. Fortissimo il Suo legame di amicizia con Sergio Boschiero, con il quale ha collaborato in diverse occasioni. Abdirizzak, con il suo fortissimo sentimento di attaccamento all’Italia, un vero cittadino italiano, che ha lavorato e dedicato la sua vita al suo Paese e ai rapporti tra l'Africa e l'Italia, è stato un luminoso esempio diPANTHEON: OMAGGIO A MOAHEMED ABDIRIZZAK, IL SOMALO CHE AMAVA L’ITALIA patriota che ci ha permesso di sentirci ancora più fieri di essere italiani. Nel Pantheon, per ricordare Abdirizzak, tantissimi amici si sono stretti attorno alle figlie e alla moglie, Sig.ra Gerardina Cuomo, figura storica e amatissima dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore. Al termine della cerimonia la figlia Tania, con un commovente intervento, ha ricordato il lato umano del padre, leggendone anche il testamento spirituale. Al Comandante delle Guardie d’Onore Cap. Vascello Dr. Ugo d’Atri è spettato invece ricordare dal pulpito la figura di diplomatico, di monarchico e di italiano dello scomparso. Oltre a Sergio Boschiero e al Comandante delle Guardie d’Onore erano presenti alla funzione S.A.R. la Principessa Hassan d’Afghanistan, la Contessa Anna Teodorani, una rappresentanza della FAO, una rappresentanza dell’Ambasciata del Niger e tante Guardie d’Onore, guidate dal delegato Provinciale di Roma Col. Paolo Caruso.
Nelle foto la cerimonia religiosa con il prima fila la vedova, Sig.ra Gerardina Cuomo, e la figlia Tania che ricorda commossa il padre dal pulpito.
DATA: 06.03.2012


A ROMA CELEBRATA LA FESTA DI ST. DAVID, PATRONO DEL GALLES

A ROMA CELEBRATA LA FESTA DI ST. DAVID, PATRONO DEL GALLES - Sergio Boschiero Erina Russo de CaroRoma - Giovedì 1 marzo 2012, in occasione della festa di San David, patrono del Galles, si è tenuta presso la chiesa anglicana “All Saints” di via del Babbuino, un vespro per celebrare la ricorrenza. La funzione religiosa, celebrata dal Ven. J. Boardman, ha visto la partecipazione del coro “Velca”, che ha eseguito degli splendidi canti in lingua cimrica. Durante il rito la Contessa Erina Russo de Caro, nota studiosa e storica, ha ricordato la figura del Santo vissuto in Galles nel VI secolo dopo Cristo ed ha parlato della cultura gallese. I presenti sono rimasti incuriositi dall'aneddoto ricordato dalla Contessa Russo de Caro riguardante la cerimonia tenuta nel 1936, presso la stessa chiesa All Saints, in occasione della morte del Re d'Inghilterra Giorgio V. Il Re d'Italia Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini parteciparono a quella funzione religiosa rivolta alla comunità britannica in Roma, il tutto è documentato anche da alcune fotografie.
Al termine della cerimonia, che ha visto la partecipazione del Segretario Nazionale U.M.I. Sergio Boschiero, è stato offerto un rinfresco durante il quale sono stati serviti anche pietanze tipiche gallesi.
Nella foto Erina Russo de Caro, Sergio Boschiero, padre Liberale Gatti e un sacerdote al termine della cerimonia.
DATA: 05.03.2012
 
IL PIEMONTE CIVILE NON  OKKUPA, SI PREOCCUPA E FA

editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il giornale del Piemonte” del 4/3/12

foto dal web Sì, è vero, da qualche valle in Piemonte 2200 anni orsono scese Annibale con tanto di elefanti e di galli, poi vi passarono cimbri e teutoni. Per  millenni continuò un via vai di incursori e invasori sino ai franchi di Carlo non ancora Magno, giusto per la Valle di Susa, ai Saraceni (che incendiarono persino Torino) e così continuando fino alle fameliche armate di Napoleone Bonaparte (generale, primo console, imperatore) e agli affrancati di De Gaulle, che nell’aprile-maggio 1945 pretendevano attestarsi alle porte di Torino come fossero nipotini di  Richelieu o di Luigi XIV…
  Malgrado le disavventure antiche e gli affanni odierni (rimarrà o no capofila  dell’industria in Italia?) il Piemonte “fa grado”, cioè gode ancora di un primato, che per gli uni è morale, per altri è geo-morfologico: sta nelle cose, sicché chi ci vive se ne immedesima. Lo spiegò bene il cuneese Renzo Gandolfo (13 giugno 1900-14 marzo 1987),  fondatore nel 1944  della Famija Piemonteisa a Roma, promotore della Storia del Piemonte (1961), autore della Letteratura in piemontese dal Risorgimento ai nostri giorni (1972),  ideatore nel 1970 del Centro Studi Piemontesi, ora diretto da Albina Malerba, che vanta centinaia di opere prestigiose, come Tutti gli Scritti di Camillo Cavour curati da Giuseppe Talamo e Carlo Pischedda e l’Epistolario di Massimo d’Azeglio. Gandolfo lo affidò all’italianista Georges Virlogeux, di  Lançon-de-Provence, conterraneo di Barbablù, come aveva commissionato la vita di Cavour al siciliano Rosario Romeo. Perché così già faceva Vittorio Amedeo II di Savoia che “prelevò” dalla Trinacria Filippo Juvarra, genio della Basilica di Superga.
   E’ quanto insegna anche  “Piemonte per l’Italia (Cavour-Giolitti-Einaudi)”, il Museo interattivo e diffuso che collegherà il patrimonio documentario delle Fondazioni Camillo Cavour di Santena (presidente Nerio Nesi), Luigi Einaudi di Roma (presidente Mario Lupo in successione a Roberto Einaudi, nipote dello Statista), già con un’antenna a Dogliani, e del Centro “Giolitti” di Dronero-Cavour (presidente Alberto Bersani). Quelli degli eminenti statisti liberali sono solo tre dei trenta o trecento o tremila o trentamila nomi che si possono fare per capire davvero la Civiltà del Piemonte, altra insegna cara al “Profesòr” Gandolfo. Per fermarsi al solo Otto-Novecento bastino i La Marmora, Sella, Rattazzi, Alfieri, Thaon di Revel, Soleri, Frassati, Burzio...: nobili e borghesi accomunati dal “senso dello Stato”, lo spiritello misterioso che animò una terra di frontiera ed europea molti secoli prima che albeggiassero la Comunità economica (1957) e quanto ne seguì. A ricordarli tutti (politici, militari, scienziati, scrittori, economisti, artisti,…) ci vorrebbe  un elenco telefonico. A rischio, poi, di dimenticare il Piemonte dei sacerdoti, dei rabbini e dei pastori valdesi, e quello dei santi: non solo i “sociali” (Cottolengo, Giovanni Bosco, Cafasso,…), ma anche i contemplativi e, perché no?, i cattolici bollati come reazionari o retrivi perché coerenti con il magistero pontificio, da Clemente Solaro della Margherita a Giacomo Margotti, che era di San Remo ma si piemontesizzò come a Torino fece l’avellinese Pasquale Stanislao Mancini, fautore della rigida separazione tra Stato e Chiesa, molto oltre il “libera Chiesa in libero Stato” di Cavour.
  Una terra così non si lascia sconvolgere da turbamenti passeggeri. Ne ha vedute tante e le ha superate tutte. Nel settembre 1920 visse l’occupazione delle fabbriche. Il presidente del consiglio dell’epoca, Giolitti, capì che era una malattia infantile di aspiranti rivoluzionari. Dopo un po’ la fase acuta passò, ma il suo mito rimase: potere studentesco, potere operaio, lotta continua, brigate rosse, eccetera. Giochi che degenerano in catastrofi se il governo non governa. Sessant’anni dopo gli ordinovisti di Gramsci, un altro comunista nuragico, Enrico Berlinguer, ancora solidarizzò con la ventilata occupazione della Fiat. Era lo stesso che aveva riproposto il compromesso storico alla Democrazia cristiana, che in parte vi credette e s’aggiogò. Molti oggi dall’Europa guardano al Piemonte, che non è la Catalogna venata di anarchismo, né una repubblica baltica o un principato balcanico. Il Piemonte di Cavour, Giolitti e di Einaudi fu quello della Monarchia: una forma di Stato fondata su principi morali e simboli che per secoli educarono alla corresponsabilità, a reggere il  potere come missione, che non okkupa ma si preoccupa e fa.  Il museo diffuso “Piemonte per l’Italia” può svolgere una funzione pedagogica permanente, come l’arco alpino: alto e maestoso insegna che le scorrerie passano, la civiltà risorge. 
Aldo A. Mola 
DATA: 05.03.2012

PER MEMORIA DI  S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA, VICERE’ D’ETIOPIA, M.O.V.M. (Torino, 1891-Nairobi, 1942)

3 Marzo 1942 - 3 Marzo 2012: I 70 ANNI DELLA SCOMPARSA DI AMEDEO DI SAVOIARicorre oggi il 70° anniversario della morte, fra i suoi soldati, del Vicerè d'Etiopia: S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, terzo Duca d'Aosta, Eroe dell'Amba Alagi. L' Unione Monarchica Italiana inchina le bandiere del Regno alla memoria della Sua esemplare figura e lo ricorderà con una serie di iniziative che documenteranno le sue elette virtù militari e civili. S.A.R. il Principe Amedeo, attuale Duca d'Aosta, si trova in Kenia, ove è sepolto l'illustre antenato, per una solenne cerimonia religiosa in Suo ricordo. Onore e gloria ad uno dei più bei personaggi della storia d'Italia.
Roma, 3 marzo 2012

   La Consulta dei Senatori del Regno s’inchina alla memoria di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, nel 70° della Sua morte (Nairobi, 3 marzo 1942), e ne addita l’esempio luminoso. Terzo Duca d’Aosta, fratello maggiore del Principe  Aimone di Savoia, Duca di Spoleto, poi Re di Croazia, IV Duca di Aosta e padre del Capo della Casa di Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo  di Savoia, V Duca d’Aosta,  il Principe Amedeo (tre decorazioni al Valore Militare durante la Grande Guerra, memorabili viaggi in Africa, alte responsabilità ai vertici delle  Forze  Armate) fu e rimane modello insigne di fedeltà alle fortune inseparabili della Monarchia e dell’Italia.  
  Viceré d’Etiopia, all’ingresso dell’Italia in guerra (1940) il Principe ebbe il comando generale delle Forze Armate nell’Africa Orientale Italiana, che (come aveva antiveduto) la Madrepatria non fu in grado di sovvenire in un conflitto di lunga durata. Fu quindi forzato a cedere alle preponderanti forze britanniche, che alla sua resa (18 maggio 1941) gli tributarono l’onore delle armi.  Rimase prigioniero tra i prigionieri sino alla morte.
  La storiografia dirà quale ruolo Egli svolse prima e durante il conflitto per risparmiare all’Italia l'altrimenti inevitabile  “resa senza condizioni” del settembre 1943  e la pace umiliante del 10 febbraio 1947; e quale parte avrebbe potuto avere nella Ricostruzione, affiancato dal Fratello minore, Principe Aimone, con la guida magnanima dei Sovrani: Vittorio Emanuele III e suo Figlio, Umberto II.
    La vera storia d’Italia rimane da documentare e da scrivere.
  La Consulta dei Senatori del Regno auspica che la memoria del Viceré d’Etiopia illumini il cammino.
   
  Roma, 3 marzo 2012.
 
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
DATA: 03.03.2012
  
IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA IN KENIA PER RICORDARE L’EROE DELL’AMBA ALAGI

Amedeo di Savoia, Terzo Duca d'AostaIl 3 marzo 2012, ricorrendo il settantesimo anniversario della morte in prigionia di guerra del Principe Amedeo di Savoia, terzo Duca d’Aosta, Viceré d’Etiopia, Medaglia d’Oro al Valore Militare, “Eroe dell’Amba Alagi”, il nipote, l’attuale Duca d’Aosta S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, presiederà a Nieri, in Kenia, nella Chiesa Sacrario dei nostri prigionieri di Guerra dove è sepolto, una solenne cerimonia funebre alla quale converranno italiani provenienti da tutta l’Africa e dall’Italia. Partecipernno il Nunzio Apostolico in Kenia, l’Ambasciatore d’Italia a Nairobi Paola Imperiale, il Vescovo di Nieri,  le figlie del Viceré Maria Cristina di Savoia-Aosta e Margherita di Savoia-Aosta con il figlio Principe Lorenz di Asburgo-Este. Concelebrerà il Principe Alessandro di Borbone-Due Sicilie, nipote del defunto.Amedeo di Savoia, Capo della Famiglia Reale
Il Duca d’Aosta Amedeo di Savoia, già Viceré d’Etiopia nonché Governatore generale dell'Africa Orientale Italiana, dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale in Africa, ha rinunciato ad essere liberato dalla prigionia volendo seguire la sorte dei suoi compagni d’arme. Ha avuto ripetuti elogi pubblici da parte del Negus d’Etiopia Hailé Selassié, anche dopo la sua scomparsa. E’ stato Generale di Squadra Aerea dell’Regia Aeronautica.
Difese l’Impero italiano, lasciando un buon ricordo alle popolazioni etiopi che trattò sempre con grande umanità. Ancora oggi Etiopia la popolazione tiene in grande considerazione la sua figura. Resistette fino all’ultimo sull’Amba Alagi e ricevette, assieme alla sua guarnigione, l’onore delle armi da parte del Generale inglese Platt che lo aveva sconfitto militarmente.
DATA: 02.03.2012
 
BARI: LA SCOMPARSA DELLA PROF.SSA TERESA ANTONUCCI TEDESCHI

BARI: LA SCOMPARSA DELLA PROF.SSA TERESA ANTONUCCI TEDESCHI         Dopo tanta sofferenza, lo scorso 22 febbraio, ci ha lasciato la Prof.ssa Teresa Antonucci Tedeschi, fedelissima monarchica, militante UMI e fiera sostenitrice di FERT. Le Puglie risentiranno della mancanza di una donna di grande cultura e di adamantina fede quale la Prof.ssa Antonucci Tedeschi è stata.
L’Unione Monarchica Italiana, nelle persone del Presidente nazionale Alessandro Sacchi e del Segretario nazionale Sergio Boschiero, si stringono attorno alla famiglia, in particolar modo al figlio Nicola, e a tutti i monarchici baresi. Alla memoria della Professoressa chiniamo le abbrunate bandiere del Regno, in segno di riconoscenza e di imperitura memoria.

Roma, 28 febbraio 2012
DATA: 28.02.2012
  
SOTTO IL SOLE DI CAPRI IL RIVOLUZIONARIO LENIN

editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26/02/2012

LeninRiparte dallo scontro titanico tra la Rivoluzione bolscevica e l’ultimo Sacro Romano Impero il cammino dell’Acqui Storia 1912. (*) Sono tempi calamitosi. Il ministro dell’Istruzione, che vuol dire il governo, non ha trovato un po’ di  spiccioli per ricordare Giovanni Pascoli nel centenario della morte. Così il poeta socialista umanitario, massone, latinista eccelso e interprete sublime dell’esoterismo di Dante Alighieri  sprofonderà nell’oblio, come del resto Carducci dopo l’azzoppamento del Premio Nazionale dedicato alla sua poliedrica figura, e gli altri massimi scrittori della Nuova Italia.  Nel 1911-12 Gabriele d’Annunzio cavalcò l’impresa di Libia con le parolaie  Canzoni delle gesta d’Oltremare, un intermezzo dei suoi gorgheggi erotici ben remunerato dal Corriere della Sera. Pascoli inneggiò: “La grande proletaria si è mossa…”. L’avesse mai scritto.  Da campione del pacifismo, appena un gradino sotto Tolstoj, e da vindice della redenzione cristiana contro la Roma pagana, fu retrocesso a imperialista di complemento. Negli stessi anni l’Italia era un viavai di avventurieri e di  rivoluzionari professionali. Con rigore documentario e penna brillante lo narra Gennaro Sangiuliano  in Scacco allo zar (1908-1910):Lenin a Capri, genesi della Rivoluzione  (Mondadori). Nel 1908 e, più a lungo, nel 1910, tra i tanti sfasciacarrozze della storia Vladimir Ulianov (Lenin)  fu due volte a Capri, non per gustare la pizza né solo per giocare a scacchi con gli altri rivoluzionari russi che vi sbarcavano il lunario di aristocratici decadenti,  ma per intrecciare i primi contatti con  i factotum  della maggiore industria bellica tedesca, i Krupp, che avevano soldi, armi e odio da vendere contro i russi.  Sette anni dopo, nella fase cruciale della prima guerra mondiale, quando gli Stati Uniti stavano per irrompere in Europa, proprio i tedeschi trasferirono in treno piombato Lenin dalla Svizzera alla Russia per scatenarvi la seconda fase della rivoluzione (febbraio-marzo 1917): contro la socialdemocrazia che faticosamente cercava spazio tra le rovine dello zarismo, il misticismo neutralista di Rasputin, il caos . Di famiglia borghese nobilitata e rivoluzionario dall’adolescenza come suo fratello maggiore, impiccato, Lenin non esitò a valersi dei germanici come ferro rovente per cauterizzare il suo popolo. Fu l’inizio della spaventosa guerra civile mondiale che dilagò ovunque e ancora non è conclusa. A Capri la colonia di rivoluzionari russi era tenuta sotto stretta sorveglianza da parte del governo italiano, presieduto da Giolitti, ministro dell’interno, che puntava all’amicizia con lo zar Nicola II.  Ma l’Europa dell’epoca era divisa tra Regimi  arcaici  e rivoluzionari implacabili. I Governi avevano mille occupazioni: dovevano celebrare quotidianamente l’ostensione del Potere: progresso, buon governo, piccole riforme, chiacchiere… Si disperdevano e dissipavano. I rivoluzionari invece avevano un solo obiettivo: abbattere il muro della pace e affermare l’Ordine Nuovo, che fu la divisa dei protoleninisti torinesi come Antonio Gramsci  e Compagni. Sotto il sole di Capri, mentre  Giolitti preparava silenziosamente la guerra contro l’impero turco per la sovranità sulla Libia, Lenin studiava l’imperialismo fase suprema del capitalismo, destinato a crollare sotto la rivolta dei popoli colonizzati. Anch’egli però aveva paraocchi da europeo: vedeva il mondo attraverso la filosofia germanica: Hegel, Marx, Feuerbach….  Nel 1909 pubblicò una tra le sue opere  più dottrinali, Materialismo ed empiriocriticismo.  Scommise sull’avvento del comunismo ateo e non previde la riscossa delle religioni. Dopo di lui molti altri occidentali puntarono sul marxismo-leninismo come bastione contro l’avanzata dell’islamismo e pensarono che a garantire la pace bastino cogestione della produzione e  diffusione dei beni di consumo. E’ una tra le partite oggi aperte da Gibilterra all’Afghanistan. Il saggio di Sangiuliano fa luce su trame neppure sfiorate da Pietro Zveteremich  nella splendida biografia di Alexandr I. Helphand, il “Grande Parvus”,  e ci ricorda che, se anche non la si cerca, la storia bussa alla porta, con in mano la Falce della rivoluzione e il Martello della Repressione…
Aldo A. Mola
 
(*) Alle ore 18 di sabato 3 marzo  Carlo Sburlati apre le Giornate culturali del Premio Acqui Storia con la presentazione  di Scacco allo Zar  di Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del TG1 (Palazzo Robellini, piazza Levi 5, info@acquistoria.it). Sorretto dal determinante contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, presieduta da Pier Angelo Taverna, generoso verso il più  prestigioso premio di Storia europeo, l’Acqui 2012  si avvia a superare l’edizione precedente, che ha contato quasi 200 candidati alle sue diverse sezioni: scientifica, divulgativa, narrativa e ambiente.  
DATA: 27.02.2012
 
AL QUIRINALE TORNA LA REGINA: UNA MOSTRA DEDICATA A MARGHERITA DI SAVOIA

La Regina Margherita di Savoia - ritratto su vetro di Francesco Moretti, 1881. Perugia, Museo Laboratorio di vetrate artistiche Moretti Caselli. (foto quirinale.it)Si arricchisce con una specifica sezione dedicata alla Biblioteca la mostra “Il Quirinale. Dall’Unità d’Italia ai nostri giorni” allestita in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La nuova rassegna, dal titolo “Margherita di Savoia e la Biblioteca del Quirinale” è stata aperta al pubblico oggi,  23 febbraio, e rimarrà visitabile fino al 17 marzo 2012 nella Sala delle Bandiere del Palazzo del Quirinale (ingresso da piazza del Quirinale). Il percorso espositivo evidenzia la ricca personalità della prima Regina d’Italia. L’attenzione è focalizzata sul suo rapporto diretto con la Biblioteca del Quirinale, il cui nucleo fondante è costituito da una cospicua parte della Sua biblioteca privata. L’analisi di questo fondo librario ha fornito preziosi e significativi elementi che collocano la Regina Margherita nel suo ambito temporale, nelle sue peculiarità, nei suoi interessi, in definitiva nel suo stile di donna e di Regina. I volumi in mostra costituiscono perciò il trait d’union delle opere presentate nel percorso espositivo - provenienti anche da prestatori esterni - sviluppando un percorso sistematico attraverso differenti tematiche. La mostra è corredata da postazioni multimediali per la lettura di e-books e di riproduzioni virtuali dell’originaria biblioteca della Regina (Piffetti) e dell’attuale Biblioteca della Presidenza della repubblica. È stata altresì operata una scelta di brani musicali in sottofondo, che richiamano lo stetto legame di Margherita con la musica. I visitatori potranno accedere alla mostra con ingresso gratuito e senza bisogno di prenotazione, dalla Piazza del Quirinale, nei giorni feriali da martedì a sabato dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 15.30 alle ore 18.30, mentre l’orario domenicale resta fissato dalle ore 8.30 alle ore 12.00, in concomitanza e con le disposizioni dell’apertura al pubblico delle Sale di rappresentanza. La mostra rimarrà chiusa tutti i lunedì.
DATA: 23.02.2012
 
NOTO: DAL RISORGIMENTO AL REFERENDUM ISTITUZIONALE - UN SAGGIO DI FRANCESCO MAIORE

NOTO DAL RISORGIMENTO AL REFERENDUM ISTITUZIONALE - UN SAGGIO DI FRANCESCO MAIORESabato 11 febbraio, nello storico salone di rappresentanza del Seminario Vescovile di Noto, è stato presentato il saggio di Francesco Maiore “Noto dal risorgimento al referendum istituzionale”, pagg. 481, Ed. Santocono. Il volume ripercorre le vicende dell’antica città siciliana – oggi dichiarata “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco - dai primordi dell’epopea risorgimentale agli immediatamente successivi al referendum del 2 giugno 1946. L’autore, che ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche, con dovizia di citazioni archivistiche e documentarie e con un pregevole supporto di immagini rare e inedite ( come quella della copertina, che immortala la visita nel 1933 dei Principi Ereditari) ricostruisce il denso e complesso svolgersi della storia di Sicilia e d’Italia dal punto di vista di unNOTO DAL RISORGIMENTO AL REFERENDUM ISTITUZIONALE - UN SAGGIO DI FRANCESCO MAIORE centro urbano ricco di tradizioni e fermenti culturali e politici come fu Noto, la città che ebbe a dare il proprio nome al “Vallo”, la secolare ripartizione amministrativa dell’isola. Le lotte antiborboniche, la proclamazione del Regno d’Italia, le visite dei Sovrani e dei Principi di Casa Savoia ( i primi a giungere nel 1862 i giovani Umberto ed Amedeo), l’avvio della nuova vita politica con la partecipazione ai governi nazionali di illustri netini, come il giurista Matteo Raeli, autore della legge sulle “Guarentigie”, il contributo alle campagne coloniali e alla Grande Guerra, lo sviluppo urbano con la costruzione del Teatro dedicato a Vittorio Emanuele II, le iniziative culturali, che videro la presenza di Mascagni, le vicende dei due decorati di M.O.V.M. (Luigi Maiore, zio dell’autore e Mario Adorno), l’occupazione anglo-americana, il referendum caratterizzato per un consenso quasi plebiscitario per la corona. Ampiamente illustrata anche la vita della Chiesa, che si distinse sia prima che dopo la Conciliazione del 1929 per spirito di collaborazione ed amore di patria. Quanto mai suggestivo l’inserimento di una antologia di composizioni poetiche e musicali dedicate da autori netini alla Dinastia Sabauda, che sfata il mito di un Mezzogiorno “separatista”. La presentazione, promossa dalla Delegazione prov.le GG.OO.RR.TT.Pantheon, è stata officiata davanti a un qualificato e folto pubblico – nonostante le avverse condizioni meteo – dall’On. Avv. Enzo Trantino.
NOTO DAL RISORGIMENTO AL REFERENDUM ISTITUZIONALE - UN SAGGIO DI FRANCESCO MAIORE
L'intervento di Francesco Atanasio

NOTO DAL RISORGIMENTO AL REFERENDUM ISTITUZIONALE - UN SAGGIO DI FRANCESCO MAIORE
La sala Il numeroso pubblico
DATA: 20.02.2012
   
UNA NUOVA SINDROME

Il generale dei briganti - fiction - immagine da internetIl revisionismo anti- risorgimentale, con un incessante crescendo, esibisce i suoi pezzi da novanta.
Su Wikipedia, nella pagina dedicata al Capo brigante per eccellenza Carmine Crocco, condannato dai tribunali del Regno d’Italia «per 62 omicidi consumati, 13 tentati omicidi, 1.200.000 lire di danni bellici e altri crimini come grassazioni ed estorsioni», si è vista la misteriosa scomparsa dell’elenco dei delitti da lui commessi, mentre Raiuno lo ha “beatificato” con il film “Il Generale dei briganti”. Nella finzione televisiva è apparso come una sorta di eroe ribelle. Anche Salvatore Giuliano, altro criminale che ha insanguinato la storia d’Italia, era quasi venerato da veri e propri cultori del delitto; al re di Montelepre è stata attribuita l’uccisione di oltre cento Carabinieri. Anche per lui testi elogiativi, riabilitazioni e scusanti per quanto commesso e veri e propri pellegrinaggi nel piccolo paesino siciliano in cui venne al mondo. Possibile che il male eserciti, a distanza di tanti anni, tutto questo fascino? Ognuno ha la sua sindrome e, in questi casi, separando quella di Stoccolma, ne proponiamo una nuova: la sindrome del brigante. Chissà mai che diventi oggetto di studio in ambito psichiatrico. Viva il Risorgimento, viva l’Italia Unita!
U.M.I. - FERT
DATA: 16.02.2012
  
I BRIGANTI DIVIDONO ANCORA: DOSSIER DI STORIA IN RETE

Storia in Rete - Febbario 2012Dopo l'articolo di Sergio Boschiero sui fatti di Pontelandolfoe Casalduni e il dibattito apertosi nello scorso numero, Storia in Rete dedica gran parte del numero di febbraio ritorna sull'argomento, mettendo a confronto le diverse tesi. Molti lettori – toccati nel vivo – hanno scritto alla rivista, e ricchissima è la documentazione e le repliche che Storia in Rete presenta, con la prospettiva di trasformare il dibattito in una presa di coscienza globale sugli aspetti oscuri del Risorgimento e – perchè no? – in una futura tavola rotonda. Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Aldo A. Mola, nello speldido articolo "Pontelandolfo: il cilicio della nuova italia", affronta con la competenza e la professionalità che lo contraddistinguono, il fenomeno del brigantaggio. A margine di questo dibattito, altri due aspetti controversi: lo scontro dell’Aspromonte fra i garibaldini e l’esercito regolare e la partecipazione di Giuseppe Massari, liberale e meridionale, alla realizzazione di quella Legge Pica che sancirà la brutale fine del brigantaggio al Sud. Due aspetti della complessa realtà che l’Italia si trovò ad affrontare con la fine dell’epoca eroica del Risorgimento per entrare in quella della dura realpolitik. E all’epoca post-risorgimentale appartiene un altro grande personaggio, Alfredo Oriani, di cui Storia in Rete dà un breve ritratto, in particolare per la sua influenza sul Fascismo. Con un balzo indietro, invece, la collaborazione fra Storia in Rete e Ars Historiae ci porta nell’età napoleonica, con la rievocazione storica di un particolare ufficiale dell’Armée imperiale: l’ispettore alle riviste. E da Napoleone a ben altri conquistatori: in occasione del ritiro definitivo delle forze armate USA dall’Iraq, un excursus su come venne pianificata (e non si fece nulla per evitare) la prima guerra contro Saddam Hussein, fra 1990 e 1991. E ancora, l’influenza dell’esoterismo e dell’occulto nella Storia: dalle radici nelle società segrete del Nazismo al ritratto di Nostradamus, nella serie sui Grandi Iniziati che Storia in Rete sta pubblicando. E per finire, Medievo, con il filo rosso che, almeno nella leggenda, lega la morte del giovane Corradino di Svevia con la rivolta del Vespro in Sicilia, alla fine del 1200. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di febbraio!!


DATA: 15.02.2012
 
LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

Riceviamo e pubblichiamo una lettera dell'Unione Camere Penali Italiani riguardo la peculiarità della professione di avvocato penalista e non equiparabilità della stessa ad un prodotto commercialesecondo le nuove misure previste dal Ministro di Grazia e Giustizia Paola Severino.

immagine da internetIllustre Signor Ministro, i prossimi 23 e 24 febbraio gli avvocati penalisti italiani si asterranno dalle udienze. Non lo faranno per la difesa delle tariffe forensi o per altre rivendicazioni parasindacali, i penalisti italiani si asterranno perché gli interventi legislativi sulla professione forense degli ultimi mesi pongono in pericolo il diritto dei cittadini di essere assistiti da avvocati realmente indipendenti, forti, preparati e liberi. Ci riferiamo, prima di tutto, al fatto che la nostra attività sia considerata esclusivamente sotto gli aspetti economici, equiparando la professione legale ad una merce e dimenticando che essa coinvolge beni costituzionali di rango primario. Ci riferiamo, poi, alla nuova disciplina delle società professionali, una soluzione che non trova eguali in altri Paesi, ed introduce un modello nel quale il singolo avvocato, trasformato in un dipendente amministrato da chi avvocato non è, perderebbe la sua autonomia ed indipendenza, ed a farne le spese sarebbe l'assistito. Ci riferiamo alla idea, astratta e dannosa, che ritiene ormai inutile che un avvocato si formi nelle aule dei tribunali, per un periodo congruo. Lei sa bene quanto sia importante la pratica vera, il confronto nelle aule di giustizia, per un penalista, perché solo lì un giovane impara a confrontarsi con l'immensa forza che lo Stato mette in campo quando esercita la pretesa punitiva. Non è cosa che si impara senza viverla sul serio, così come non si impara a fare il medico senza toccare la carne dei malati. Ci riferiamo, ancora, al fatto che tutto questo parlare di ammodernamento curiosamente non ha neppure sfiorato una delle cose che manca, da sempre, e di cui c'è drammaticamente bisogno: la specializzazione, unica soluzione che coniuga competenza e merito con l'effettività della difesa. Una mancanza che appare paradossale, nel terzo millennio, di fronte ad un corpus di norme sterminato, di fronte a riti processuali diversissimi tra loro, che stride in maniera clamorosa rispetto a quel che avviene, di nuovo, nel campo della professione medica. Quale persona si affiderebbe ad un ortopedico per un intervento al cuore? Eppure nella materia legale può succedere, e gli effetti sono assai negativi per i cittadini. Ci riferiamo infine, al controllo sui noi stessi, sugli avvocati, sui comportamenti deontologici, che vanno vagliati con serietà perché i cittadini devono poter contare su difensori che improntino il loro comportamento a canoni rigorosi; con una sterminata platea di oltre 250.000 iscritti è necessario rinnovare lo statuto dell’avvocatura, le regole disciplinari, attraverso una riforma organica, non con interventi estemporanei come si è fatto negli ultimi mesi. No, Signor Ministro, non è la questione delle tariffe o delle parcelle che ci preoccupa, ma la difesa di una funzione, quella del penalista in particolare, che è essenziale in un sistema giudiziario moderno e che non può essere misurata dagli indicatori economici, perché non si misura la libertà.
Roma, 13 febbraio 2012
La Giunta
Unione Camere Penali Italiane

DATA: 16.02.2012
 
MADORNALE ERRORE DI “PORTA A PORTA”: LA PULIZIA ETNICA DEL REGNO DI JUGOSLAVIA E DELLA FEDERATIVA JUGOSLAVA DI TITO NON SONO LA CONSEGUENZA DELLO SCONTRO FASCISMO-COMUNISMO

La trasmissione “Porta a Porta” di Bruno Vespa, contrariamente al solito, è risultata caotica, rissosa e impostata su falsi presupposti. Ridurre la “Questione adriatica” allo scontro Fascismo-Comunismo è palesemente errato e antistorico perché lo scontro tra i due modi di concepire la vita è vecchio di secoli e la pulizia etnica di Tito altro non è che la continuazione della pulizia etnica attuata negli anni 1920-’40 del Regno di Jugoslavia che comunista, certo, non era il quale costrinse all’esodo un’intera classe dirigente veneto-dalmata, che si era formata nei secoli ed era stata già decimata da un secolo di angherie austro-ungariche. Sorprende che lo storico Raoul Pupo, che ebbi come avversario politico quando era segretario moroteo della Dc triestina, abbia negato l’esistenza della “pulizia etnica” trasformandola in “pulizia politica”, quando è noto che l’alto ufficiale dell’esercito del Regno di Jugoslavia Vasa Čubrilović, tristemente noto per aver pianificato già negli anni ’30 la pulizia etnica degli albanesi prima e degli italiani poi, è stato l’unico esponente del regime nazionalista jugoslavo ad essere entrato nel Governo nazional-comunista del maresciallo Tito, e gli scritti di Moša Pijade non lasciano dubbi sulla volontà di Tito di utilizzare le foibe come strumento terroristico per costringere all’esodo anche i più umili italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia., come l’eccidio di Vergarolla conferma. Il troppo breve tempo concesso a Franco Luxardo per ricordare i Caduti della sua famiglia gli ha permesso solo di sottolineare come in Dalmazia vi fossero stati tre esodi: il primo provocato dall’Austria-Ungheria, il secondo dal Regno di Jugoslavia ed il terzo dalla Federativa Socialista Jugoslava di Tito. Nessuno ha potuto contestare che, sulla base di questi elementi, l’intero impianto della trasmissione basata sullo scontro fascismo-comunismo che fu sicuramente un elemento scatenante del milione di morti avvenuto in Jugoslavia, quasi esclusivamente ad opera degli eserciti di cetnizi serbi, ustascia ed esercito del Regno di Croazia, domobranzi sloveni, SS mussulmane di Bosnia e comunisti di Tito. Del resto, le stragi tra jugoslavi avvenute nel 1990, quando il fascismo era stato consegnato alla storia da tempo, hanno scatenato gli odi tra i popoli dell’ex Jugoslavia che la massoneria franco-inglese aveva forzatamente costretto a viere insieme in funzione anti italiana, sono la riprova di come gli interventi esterni fossero solo la causa scatenante degli eccidi jugoslavi attuati però prevalentemente dalla guerra civile jugoslava.
Trovo, infine, sbagliato che Bruno Vespa non abbia coinvolto nella trasmissione del Giorno del Ricordo i vertici dell’associazionismo istriano-fiumano-dalmata e, in particolare, quelle residenti a Trieste e che gli esuli abbiano svolto una mera opera di testimonianza. È incredibile che Vespa abbia dato, invece, spazio ad una nota pseudo storica minimalista, quale la signora Kersovan, che è riuscita a trasformare una trasmissione commemorativa all’esodo in uno spot pubblicitario destinato agli ignari italiani a favore del comunismo titoista, che non sarebbe stato consentito nelle nuove repubbliche democratiche sorte dallo sfaldamento della Federativa jugoslava, le quali condannano con forza il nazional-comunismo di Tito molto simile al nazional-socialismo di Hitler.
 
Trieste, 14 febbraio 2012
On. Renzo de’Vidovich
Presidente della Federazione degli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati
DATA: 15.02.2012
 
IL RE DELLA CANZONE E DEGLI IGNORANTI

Celentano a Sanremo 2012 - foto da internetHo sempre pensato che Celentano sia uno dei più grandi cantautori della storia della canzone italiana, a chi non puossono piacere canzoni eterne come Azzurro, il ragazzo della via Gluck, 24 mila baci, io non so parlar d’amore o pregherò; ma la canzone che mi è piaciuta di più è stata quella cantata ieri dal molleggiato al Festival di San Remo dal titolo: ‘RIFORMIAMO LA COSTITUZIONE’, era particolarmente orecchiabile specialmente nel ritornello che diceva: ‘la sovranità appartiene al popolo’, il testo della canzone parlava poi anche dei Referendum che, sempre secondo il cantante milanese non servono più a nulla perché come abbiamo visto recentemente sono stati  bocciati dalla Consulta. Bravo Celentano! Anche questa volta hai fatto centro, bella canzone! Peccato che nella canzone non abbia anche detto che in Italia il Referendum non solo è inutile perché appunto la Corte Costituzionale lo può neutralizzare a suo piacimento fregandosene della sovranità popolare, ma è anche un istituto dimezzato in quanto è possibile indirlo solo in senso abrogativo e non propositivo. Il cantante milanese ha poi continuato la sua performance cantando un'altra canzone dal titolo: ‘CHIUDIAMO I GIORNALI CATTOLICI  L’AVVENIRE E FAMIGLIA CRISTIANA’, a dire la verità questa canzone non mi è piaciuta molto, sia il testo, sia la voce (un po’ arrogante) non sono state sicuramente all’altezza della canzone cantata in precedenza. Vorrei ricordare a Celentano (cattolico per sua ammissione), che il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana fin dal Medioevo attraverso tutte le sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali ma anche attraverso una ricchissima attività artistica: letteratura, pittura, scultura, architettura e appunto musica. Dal non expedit del 1868 ne è passato di tempo caro Celentano e quando dici che la Chiesa non si dovrebbe occupare di politica, ma solo del Paradiso dopo la morte, dici una cosa antistorica e dimostri di essere ‘IL RE DEGLI IGNORANTI’.
Roberto Carotti
Coordinatore provinciale U.M.I. Ancona

DATA: 15.02.2012
  
LA MEMORIA DI RAIUNO

foto da internetSapeste com’è istruttivo di sera seguire la programmazione del primo canale della TV pubblica.
Si possono scoprire, infatti, particolari inediti della nosta storia, passata e recente, che la fretta e l’approssimazione con cui a volte sono compiuti gli studi, possono trascurare.In serate molto fortunate, poi, può capitare la fortuna di una intera serata dedicata all’approfondimento. Così per due sere di seguito abbiamo molto gradito la rilettura della vicenda biografica di Carmine Crocco, trasformato dalla sceneggiatura da criminale comune in eroe romantico della libertà. Nessuno ne è uscito bene. Né Garibaldi, descritto come un meditabondo opportunista, né Francesco II, vittima e carnefice, né tampoco gli ufficiali piemontesi, cinici conquistatori. Giganteggiavano, viceversa, Crocco ed i suoi, ad eccezione dell’infame Caruso; e perfino Ninco Nanco, che terrorizzò intere province, ci è stato mostrato come schiacciato da un sistema che non gli consentiva  alternativa fra il delinquere ed il perire. Meno male che lo stesso Crocco, forse presaga anima sua, provvide a consegnare ai posteri le sue memorie, dalle quali, è alla portata di tutti, si evince quello che fu: un criminale che dieci anni prima dello sbarco di Garibaldi in Sicilia aveva già compiuto il suo primo omicidio. Per carità, la produzione, nei titoli di coda del programma, come un sussurro, ha comunicato che il lavoro era “liberamente ispirato”. Si potrebbe a lungo scrivere sulla opportunità di questa libera ispirazione, se non fosse troppo evidente il lavoro subliminale di demolizione di fatti e personaggi che hanno fatto da modello a quattro generazioni di italiani, e che dura, colpevolmente, da 65 anni, a vantaggio di altri assai meno edificanti. Ma la serata istruttiva non è terminata con la glorificazione del Generale dei briganti. A seguire la trasmissione Porta a Porta: Giornata della Memoria dedicata alle foibe. Bravo Vespa, ma soprattutto bravo Gasparri, che hanno bacchettato il fatuo revisionismo con il quale certi storici dell’ultima ora tendono a liquidare la vicenda delle foibe come una faccenda da poco. Il minimizzare non giova e porta, perversamente, al negazionismo. Se la destra ha fatto, e più volte, ammenda dei propri errori storici, non altrettanto fa la sinistra coi suoi. E se il comunista Rizzo, dà del codardo al Re di Vittorio Veneto con un’animosità che non traspare dalle dichiarazioni dei familiari delle vittime della feroce repressione dell’italianità nei territori della ex Jugoslavia, ciò non toglie nulla alle responsabilità ed alle connivenze di chi, al di qua del confine, condivideva le aspirazioni e gli ideali della Patria Sovietica. Potevano non sapere?
E se, com’è probabile sapevano,  nella giornata della Memoria è proprio la Protagonista a difettare.
Sono gli stessi di Via Medina. Comunque, viva l’Italia……
Alessandro Sacchi
Presidente Nazionale Unione Monarchica Italiana
DATA: 14.02.2012

DA BONOMI A FACTA: AGONIA DEL PARLAMENTO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 12/02/2012

foto da internetIl nostro editorialista Aldo A. Mola avvia una riflessione, in più “puntate” sull’avvento di Benito Mussolini alla Presidenza del consiglio dei ministri (31 ottobre 1922). I più pensavano che fosse un governo tecnico di breve durata, solo per rimettere in ordine i conti dello Stato. Il torinese Piero Gobetti, con giovanile baldanza, scrisse che occorrevano “cinque anni di dittatura” per instillare negli italiani il gusto della libertà. Gli anni divennero venti… Né Mussolini né il fascismo furono “episodi”, piccoli incidenti di percorso. Perciò, novant’anni dopo l’avvento di Mussolini, approvato “a pieno voti” dal Parlamento nel novembre 1922, e bene vedere che cosa veramente accadde.
IL DIRETTORE

Già un altro capo Mussolini - da internetdi governo tempo fa si ficcò in testa di “cambiare le abitudini degli italiani” e farli rigare diritti. Si chiamava Benito Mussolini. Nel Diario Galeazzo Ciano, tra divertito e sgomento, annotò che il Duce, suo suocero, aveva deciso di rimboschire l’Appennino per renderne il clima più rigido, farci nevicare di più e così selezionarne gli abitanti. Ma com’è che Mussolini divenne capo del governo? A novant’anni dalla mai avvenuta “marcia in Roma” (31 ottobre 1922), la sua ascesa a capo del governo rimane un nodo aggrovigliato e misterioso della storia d’Italia. Un punto è certo: Vittorio Emanuele III, rigorosamente costituzionale, gli affidò il governo non per paura né per capriccio, ma perché non ebbe alternative. La sua decisione era caldeggiata da fascisti e nazionalisti, ovviamente, ma anche da liberaldemocratici, demosociali, cattolici e persino da socialisti come Gino Baldesi e Bruno Buozzi. Il suo avvento fu l’approdo di tre anni di inconcludenza dei partiti e del parlamento e di una guerra civile a bassa intensità. La premessa furono le dimissioni di Ivanoe Bonomi, il 28 dicembre 1921, da appena sei mesi alla guida di una coalizione liberali, partito popolare (cattolici) e demosociali, dalle cui file egli stesso proveniva, anche se nel maggio 1921 era stato eletto in un blocco nazionale comprendente fascisti facinorosi come Roberto Farinacci, “ras” di Cremona. Rinviato dal Re alle Camere, il governo vivacchiò sino a quando i demosociali decisero di uscirne. Quattro giorni dopo le sue nuove dimissioni (2 febbraio 1922), il conclave elesse papa Achille Ratti, che prese nome di Pio XI. Il predecessore, Benedetto XV, aveva invano scongiurato la conflagrazione europea e deplorato la “inutile strage” voluta da militaristi, nazionalisti e rivoluzionari di varia sponda, incluso il socialmassimalista Benito Mussolini, apprezzato da Lenin. A incitare alla guerra erano stati tanti interventisti di complemento annidati ovunque, inclusa la società “Dante Alighieri”. Il torinese Efisio Giglio Tos, ideatore della Federazione internazionale studentesca “Corda Fratres” telegrafò minacciosamente a Vittorio Emanuele III: se non avesse preso la testa dell’intervento sarebbe stato spazzato via dalla rivoluzione. Il sedicente interventista democratico Gaetano Salvemini ricordò che le guerre per l’indipendenza erano costate appena 6.000 morti; era l’ora di sacrifici veri. Più sangue. Anche lui voleva “educare gl’italiani”. Le contraddizioni di dieci anni di bellicismo parolaio e di impotenza dei partiti nel febbraio 1922 esplosero. Il napoletano Enrico De Nicola e il siciliano Vittorio Emanuele Orlando rifiutarono la proposta di formare il governo. Il settantanovenne piemontese Giovanni Giolitti era invece pronto a riprenderne il fardello ma il segretario del partito popolare, il siciliano don Luigi Sturzo, oppose aspramente il “veto” dei cattolici. Perché? Nel suo quinto e ultimo governo Giolitti aveva proposto la nominatività di tutti i titoli (di Stato, obbligazionari, azionari), per far emergere i profitti di guerra e l’immensa ricchezza mobiliare dei cattolici. Il Re inviò alle Camere una seconda Bonomi, che il 12 febbraio vi fu sconfitto. Tra consultazioni, giochi di correnti e tiri mancini l’agonia si protrasse sino alla nomina del giolittiano Luigi Facta (Pinerolo, 1861-1930). Bene ammanicato col quadrumviro del fascismo Cesare Maria De Vecchi, Facta formò un governo di liberali, cattolici (Antonino Anile all’Istruzione, Giovanni Battista Bertone alle Finanze e Giovanni Bertini all’Agricoltura), demosociali. La lunghezza della crisi mise a nudo la crisi irreversibile del partitismo, favorito dal sistema elettorale,: non più i collegi uninominali a doppio turno, ma lo scrutinio di lista e riparto dei seggi in proporzione ai voti. La paralisi della politica sfociò nel “governo tecnico” del 31 ottobre 1922, presieduto da Mussolini, un trentanovenne diplomato maestro. Insegnante mancato, si mise subito all’opera per cambiare le abitudini degli italiani. Rieducarli. Anzi, rigenerarli. Finì male. Per tutti.
Aldo A. Mola
DATA: 13.02.2012
   
GLI ORNITORINCHI

foto da internetNella parte orientale dell’Australia è molto diffuso un grazioso quanto strano animale che molto ha vivacizzato, dall’epoca della sua scoperta alla fine del ‘700, il dibattito fra i naturalisti. La graziosa bestiola presenta caratteristiche uniche nel mondo della natura: corpo idrodinamico provvisto di pelliccia, zampe palmate, occhi piccoli e becco d’anatra! Lo stesso nome, che deriva dal greco, significa naso d’uccello. Gli aborigeni australiani riferirono ai primi esploratori che l’origine dell’ornitorinco era da ricercarsi in un connubio contro natura tra un topo ed un’anatra. Il mammifero, appartenente all’ordine dei monotremi, presenta ancora qualche particolarità: depone le uova, è sprovvisto di mammelle ed allatta i suoi piccoli attraverso delle ghiandole che secernono latte dall’epidermide dell’addome. Un ultimo, non insignificante, particolare, è provvisto di aculei sotto le zampe posteriori capaci di infliggere dolorose ferite ai malcapitati. C’è qualcosa di simile, endemicamente diffuso nei palazzi della politica. Il non troppo recente crollo delle grandi ideologie, con le loro contrapposizioni e la loro insanabile distanza, ha favorito lo sviluppo di “ibridi” che presentano le caratteristiche sovrapposte dei loro progenitori. Ex comunisti che frequentano le parrocchie, cattolici che proclamano la laicità,foto da internet ex fascisti che praticano la regola democratica, ex radicali che frequentano i salotti, tutti accomunati da un minimo comun denominatore, il proclamarsi liberali. E, curiosa coincidenza, proprio i Liberali, almeno quelli portatori del nomen risorgimentale, sono completamente estinti nelle Istituzioni. Si sa, è la necessità a favorire la selezione naturale delle specie. Gli individui capaci di adattarsi alle mutate condizioni dell’habitat in cui vivono hanno maggiori probabilità di diffondersi e prosperare. Ma in questo panorama da acquitrino, dove i monotremi della politica scavano rimestando nel fondo della cronaca, una nuova specie si va affermando al vertice della catena alimentare: il Tecnico Pontificante. Sono i nuovi protagonisti della scena, favoriti dalla necessità, ad emergere nel silenzio-assenso di chi non ha voluto o potuto traghettare l’Italia fuori dalle acque basse. E se tutti i giorni sorbiamo le novità relative al difficile ricupero della Concordia, negli stessi TG, preferibilmente alle ore dei pasti, ascoltiamo le geniali soluzioni propinateci dai Tecnici–Salvatori della Patria. Che si stia affermando una nuova specie egemone?
Alessandro Sacchi
Presidente Nazionale Unione Monarchica Italiana
DATA: 08.02.2012
 
SERBIA: IL PRINCIPE ALESSANDRO CHIEDE ALLE AUTORITA’ IL RIENTRO DELLE SALME REALI

Il Re Pietro II di JugoslaviaS.A.R. il Principe della Corona Alessandro di Serbia ha scritto una lettera al presidente Boris Tadic e al primo ministro Mirko Cvetkovic in cui ha sottolineato il suo desiderio riguardo al fatto che le salme di Suo Padre il Re Pietro II di Jugoslavia, di Sua Madre la Regina Alessandra di Jugoslavia (figlia del Re Alessandro I di Grecia), di Sua Nonna la Regina Maria di Jugoslavia (figlia del Re Ferdinando I di Romania), di Suo Zio il Principe Andrea (fratello del Re Pietro II), di Suo Zio Principe Reggente Paolo di Jugoslavia (cugino del Re Alessandro I), di Sua Zia Principessa Olga (moglie del Principe Reggente Paolo) e del Principe Nicola (figlio del Principe Reggente Paolo) siano finalmente portate in Serbia e sepolte con funerali di Stato nella cripta della Chiesa di San Giorgio di Oplenac. Il Principe della Corona fa questa richiesta sottolineando lo spirito di riconciliazione con la storia e chiedendo una cerimonia con carattere ufficiale. Nella lettera alle Autorità il Principe Alessandro sottolinea: “Io non Vi parlo come figlio, nipote o parente dei defunti ma Vi parlo come un serbo in Serbia. Personalità del Loro rango non dovrebbero essere trasferite e sepolte solo per pietà familiare ma dovrebbero avere i più alti onori dallo Stato come gesto di rispetto storico, come segno di riconciliazione e di comprensione. E’ un atto d’importanza storica e come tale dovrebbe essere responsabilità delle più alte cariche elette della Serbia”.
Nello stesso tempo il Capo della Real Casa di Serbia ha mandato anche una lettera al Patriarca Ireneo di Serbia chiedendo la sua benedizione.
DATA: 07.02.2012
  
LA GUERRA CHE VIENE: CHI LA VUOLE? CHE FARA’ L’ITALIA?

foto da internetL'editoriale del Prof. Aldo A. Mola, presidente della Consulta  dei Senatori del Regno, richiama al  centro dell'attenzione il nodo fondamentale di una democrazia matura: la sovranità sulla politica estera, e conseguentemente militare, nell'Italia odierna,  anche se l'Italia non  è più Stato sovrano dalla firma del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, sottoscritto dalla repubblica che ne accettò le clausole umilianti (respinte alla Costituente da Benedetto Croce e da altri esponenti della Tradizione monarchica e liberale), i cittadini non possono essere espropriati dal diritto di decidere in Parlamento le sorti supreme della Patria né possono rassegnarsi ad andare ciecamente a rimorchio di decisioni altrui quando queste possano determinarne la sorte per generazioni e generazioni .
FERT

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 5/2/2012

foto da internetPurtroppo incombe una nuova grande guerra dalla portata potenzialmente catastrofica. E’ in gioco la vivibilità  stessa del pianeta. Governo e Parlamento devono dire, ora non fra tre mesi, che cosa stanno facendo per fermarla o, almeno, per assicurare che l’Italia ne resterà fuori (per quel che può servire ai suoi abitanti). Una parola chiara deve dirla anche il presidente della Repubblica, corrivo a ripetere che l’Italia è al traino della Nato. “Dove va la barca, va Baciccia”? In verità, nessuno ci obbligava a  infilarci nel pasticcio della guerra di Libia, non autorizzata dall’ONU nei modi in cui è stata condotta e dagli esiti tuttora indecifrati. Infatti molti altri Paesi della Nato se ne sono stati fuori. Quello è un precedente da non ripetere. Sappiamo bene che per motivi geostorici l’Italia è uno Stato vassallo di molti padroni. E’ spazzata dalla bora di decisioni politico-militari delle grandi potenze e dei loro intemperanti alleati nonché dalle loro ripercussioni economiche “locali”. Ma ora il gioco diviene rischiosissimo: incombe un conflitto di proporzioni colossali. Prende a pretesto la possibilità dell’Iran di dotarsi di armi atomiche, come ne hanno Israele, Pakistan, India, Francia, Gran Bretagna, a tacere di USA, Russia, Cina e tanti altri… Un’occhiata al suo possibile scenario ne fa comprendere le dimensioni: da guerra “di teatro”, può divenire globale e di annientamento non di tante vite (un “incidente” rimediabile)  ma della vivibilità del pianeta. Russia, Cina e Germania si sono tenute le mani libere dalla sempre meno credibile “primavera araba”, incoraggiata da incolti e/o sciagurati  improvvisatori occidentali, gli stessi che già abbatterono lo scià a vantaggio di Khomeini; e ora cercano di frenare il bellicismo di Nicolàs Sarkozy, a caccia del colpo gobbo per farsi rieleggere presidente. Tra Germania, Russia e Cina è in atto una riedizione  del patto Stalin-Ribbentrop del 1939: non aggressione reciproca, mentre gli altri si dilaniano.  Regola fondamentale della guerra, del resto, è di non impedire al nemico di fare  errori. Dalla caduta degli Zar (da imputare a Gran Bretagna e Francia più che al kaiser Guglielmo II) per la Germania e la Russia, legati da un destino millenario, il nemico storico è  il blocco USA-Gran Bretagna-Francia. Nel 2003 gli USA scaricarono sull’Europa occidentale la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein accusato, senza prove, di possedere ordigni nucleari e chimici. L’Italia accettò di comparteciparvi. Ora gli USA ne sono venuti via. Senza gloria. E a noi riesce arduo dire se sia stato saggio accodarci, senza un disegno autonomo  di politica estera. Rimbomba il monito di Giovanni Paolo II che, in presenza del rischio di autodistruzione dell’umanità in un conflitto senza esclusione di armi, negò la legittimità di qualunque ricorso alla forza. Dopo averla accettata per secoli, oggi la Chiesa cattolica rifiuta il concetto di “guerra giusta”. E i “laicisti democratici”, pacifisti a ore, che cosa dicono? Di sicuro un attacco preventivo di Israele all’Iran, per quanto argomentato, scatenerà un’ondata di antisemitismo di portata e durata  incalcolabili. A cospetto di tale scenario, le chiacchiere di Monti e compagnia cantante su monotonia del “posto fisso” di lavoro”, mobilità dei lavoratori, evasione delle tasse, (falso) federalismo fiscale, eccetera, appaiono quel che sono: intrattenimento salottiero o, nel migliore dei casi, tentativo di imbonimento mentre ben altro va detto agli abitanti di un Paese condannato dalla geografia a fare i conti con i grandi conflitti. Chi credeva che la caduta del muro di Berlino avrebbe messo fine alla storia era in malafede o uno sciocco. La storia cammina infatti di tragedia in tragedia, sino al consumo dell’umanità, per la china che ormai ha preso. Se si sfogliano i giornali e si seguono i telegiornali, si constata però che la politica internazionale e le prospettive belliche, cioè l’informazione su ciò che davvero conta, sono relegate in quart’ordine, dopo un mare di banalità. Risulta così del tutto vanificata la lezione del 150° dell’Unità. Al di là dei troppi e  fatui discorsi celebrativi, esso doveva insegnare agli italiani che la storia non è una sequenza di giaculatorie ma l’impasto di giochi diplomatici spregiudicati e di imprese militari in violazione di tutte le regole vigenti nella comunità internazionale. Il 150° doveva far capire che per gli Stati in primo luogo viene la politica estera. Il resto (tasse, ecc.) è lavoro dell’ “intendenza”, di contabili  che fanno monti di conti, a testa china, senza alzare lo sguardo alle vette del Destino. E’ un errore che l’Italia ha commesso tante volte anche quando decideva di sé da sé. Che fare ora? Bisogna discuterne in Parlamento, e subito. Questo governo, insediato per compito circoscritto e modesto, non ha i requisiti per rappresentare l’Italia in una crisi come quella che incombe. Né ad affrontarla basta il duo Napolitano-Monti.   
 Aldo A. Mola 
DATA: 07.02.2012
  
LA MORTE DI SCALFARO: UN RICORDO FUORI DAL CORO

Scalfaro con le bandiere del PD - foto da internetSpett.le Redazione,
era il 15 novembre del 1994, una settimana dopo il disastro dell’alluvione (che ha colpito Alessandria ndr), giungeva in visita l’allora Capo dello Stato. I lettori saranno sorpresi e felici per questo ricordo, ma non tutti sanno che fu una visita lampo, quelle che umiliano, più che sollevare lo spirito e sentirci uniti, pur nella disgrazia comune! L’allora Presidente era l’attuale defunto da pochi giorni, il quale partendo da Roma in aereo presidenziale, atterrava a Genova, per salire in elicottero e sorvolare le zone di Ceva, Alba, Asti e finire ad Alessandria. Ad accoglierlo,  sotto i portici del Municipio,  c’era l’infaticabile Francesca Calvo, allora Sindaco, ricordata con entusiasmo dagli Alpini e da tanti Volontari per un sorriso spontaneo e la presenza sul posto, dove la gente soffriva e piangeva. Purtroppo il viaggio era già stato troppo pesante, per chi ricopriva la massima carica della Nazione, accompagnato dalla devota Figlia con tacchetti, poco consone a sporcarsi nel fango tra gli alluvionati, e così terminò quel triste tour, correndo verso Genova per il rientro immediato, il tutto nello spazio di una mattinata! Non posso rimpiangere un Personaggio così, del quale molti di parte Sinistra conservano il ricordo dell’impegno civile per salvaguardia della Costituzione, peccato che in momenti tragici la carta costituzionale serve a riempirsi la bocca ma non ad aiutare chi sta male ed ha perso tutto! Non possiamo meravigliarci molto se il Comandante abbandona la nave prima dei passeggeri, salvandosi prima di affondare con tante innocenti Vittime; gli esempi arrivano sempre dall’alto, se questo è il vertice……non ci resta che piangere! I Savoia accorsero sempre sui luoghi dei disastri, sia durante il Regno che in esilio, quando Sua Maestà da Cascais, incaricava il Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero di portare aiuti economici agli alluvionati del Vajont e del Polesine, tutto documentato ed in archivio della Principessa Maria Gabriella di Savoia, sarebbe interessante riscoprire la storia repubblicana anche da questi punti “regali”!
Ringrazio per l’attenzione.

Carmine Passalacqua
Consigliere Comunale e rappresentante UMI

DATA: 03.02.2012
 
A 20 ANNI DA TANGENTOPOLI

Il 17 Febbraio prossimo ricorre l’anniversario dall’inizio di “mani pulite”, un’inchiesta che spazzò via un’intera classe politica; nel 1992 i politici di allora non credevano che da lì a poco sarebbe crollato un intero sistema politico perché vivevano in un mondo ovattato e soprattutto lontano dalla gente comune. Dall’esperienza di allora i partiti politici a quanto pare non hanno tratto nessuna lezione, è notizia di ieri infatti che il tanto sospirato (da noi cittadini comuni mortali tartassati e mazziati dai continui balzelli) taglio agli stipendi di lor signori parlamentari in realtà non c’è stato affatto. Il taglio di 1300 euro mensili infatti è dovuto al solo fatto che si è passati al sistema contributivo e quindi in virtù di questo gli stipendi sono aumentati di 1300 euro, di conseguenza tagliando la suddetta cifra i nostri simpaticoni politici non hanno ridotto di un bel niente i loro sostanziosi cachet. In un momento di vulnus politico dei nostri partiti, che non riescono in nessun modo a rappresentare noi cittadini e che assomigliano sempre più solo a dei contenitori vuoti fine a se stessi ed ai loro personali interessi, gli onorevolissimi signori tentano anche furbizie spicciole per farci credere che anche loro stanno contribuendo a risanare il Paese. Questo non è il tempo delle furbizie!... come ha ricordato ieri il presidente Napolitano tutti devono concorrere al bene comune. A quanto pare le forti oligarchie ancora si rifiutano di pagare pegno. La storia ci insegna però che quando il popolo è stanco è capace di grandi cose. Guidato dal buonsenso e dalla provvidenza il popolo italiano sa cambiare, il popolo italiano può cambiare!

Roberto Carotti
Coordinatore provinciale U.M.I. Ancona

DATA: 02.02.2012
  
FISICHELLA AL CIRCOLO REX: IL PENSIERO CATTOLICO DURANTE IL RISORGIMENTO

FISICHELLA AL CIRCOLO REX: IL PENSIERO CATTOLICO DURANTE IL RISORGIMENTORoma, 29 gennaio 2012 - Si è aperta la seconda parte del 64° ciclo di conferenze del circolo di cultura ed educazione politica REX di Roma, con una pregevole conferenza del Senatore Domenico Fisichella. Dopo un introduzione del Presidente del Circolo REX, avvocato Benito Panariti, l’Ing. Domenico Giglio ha letto il messaggio di Re Umberto II, scritto il 30 aprile 1955, in occasione del centenario della scomparsa di Antonio Rosmini. Si è così ripresa un’antica tradizione del Circolo REX, ovvero quella di leggere un messaggio del Re prima di ogni conferenza. Fisichella ha aperto il suo intervento facendo notare che Cesare Balbo, uno dei massimi artefici del Risorgimento assieme a Cavour, era un fervente cattolico e che quindi l’essere uomini di fede non implicava assolutamente un’avversione al processo unitario. L’intervento di Fisichella si è incentrato sull’analisi del pensiero di tre grandi personaggi cattolici della prima metà dell’800: Vincenzo Gioberti, Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini. Tutti e tre erano patrioti convinti e volevano un’Italia unita, con una posizione di rilievo per il Papa. Sono state analizzate le possibili opzioni con le quali si sarebbe potuto unire l’Italia: stato federale o confederale, la figura del Papa come arbitro in campo di giustizia (ipotesi neoguelfa, definitivamente tramontata nel 1848) e il sistema istituzionale monarchico o repubblicano. L’oratore ha tracciato anche la fondamentale differenza tra il federalismo aggregativo di sui si è discusso durante il Risorgimento e di quello disgregativo di cui si discute ai giorni nostri. L’uno nobile e ricco di buoni propositi, l’altro bieco e con basse finalità. Analizzando i tre pensatori cattolici èFISICHELLA AL CIRCOLO REX: IL PENSIERO CATTOLICO DURANTE IL RISORGIMENTO emerso che Rosmini (a cui Fisichella ha dedicato un libro) ha sempre visto la Monarchia come un’istituzione in grado di unire il popolo mentre la repubblica in grado di dividere i popoli; Gioberti nasce repubblicano per poi rendersi conto che l’ipotesi monarchica è la sola percorribile ma anche la più auspicabile; Manzoni invece era uno strenuo sostenitore dell’unità nazionale con il chiodo fisso per Roma Capitale. Fisichella ha concluso il suo intervento, sottolineando quanto sia stato importante il contributo portato da questi pensatori al processo di unificazione nazionale. Presente il segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Sergio Boschiero, accompagnato dal Coordinatore provinciale dell’U.M.I. di Ancona Roberto Carotti, e l'Ing. Prof. Gian Vittorio Pallottino (foto).

DATA: 30.01.2012
  
I DUCHI DI SAVOIA A MADRID PER COMMEMORARE AMEDEO I, RE DI SPAGNA

I DUCHI DI SAVOIA A MADRID PER COMMEMORARE AMEDEO I, RE DI SPAGNA   Le LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia sono intervenuti, presso la sede dell'Istituto Italiano di Cultura di Madrid, alla conferenza dedicata alla figura del Re di Spagna Amedeo I di Savoia, primo Duca d’Aosta. S.A.R il Principe Amedeo di Savoia ha inaugurato la manifestazione, pronunciando un discorso a ricordo della figura del bisnonno, con particolari inediti. Dal convegno è emerso come le figure del Re Amedeo I e della consorte Maria Vittoria di Savoia, già principessa dal Pozzo della Cisterna, siano ancora oggi molto amate e apprezzate dal popolo spagnolo. Il primo Duca d’Aosta, nel corso del suo breve Regno, ha cercato di dare allo sviluppo della democrazia in Spagna. Fu Re di Spagna dal 1870 al 1873 ed il convegno è stato organizzato per ricordarne il 140° anniversario. I tre relatori principali, i Professori María Jesús Cava Mesa dell’Università di Bilbao, José María de Francisco Olmos dell’Università Complutense di Madrid e Amadeo Rey y Cabieses della “Escuela de Genealogía Heráldica y Nobiliaria de Avilés”, hanno trattato i vari aspetti del Suo Regno e della Sua personalità, nonché di quel complesso periodo della storia spagnola. Durante il Convegno è stato evidenziato - anche con l’ausilio di proiezioni d’immagini d’epoca - il tentativo di instaurare un nuovo corso storico, attraverso la creazione di una monarchia elettiva che si rifaceva idealmente al processo risorgimentale italiano. È stato inoltre messo in rilievo il tentativo di Vittorio Emanuele II di offrire, con la sua dedizione e con il suo spirito di sacrificio, un esempio di senso istituzionale moderno. L'assemblea è stata onorata dalla presenza di S.E. l'Ambasciatore d'Italia a Madrid Leonardo Visconti di Modrone.

I DUCHI DI SAVOIA A MADRID PER COMMEMORARE AMEDEO I, RE DI SPAGNA

DATA: 30.01.2012
  
STRANEZZE AL CONSOLATO ITALIANO DI NIZZA: E’ PROIBITO PARLARE DELLA PERSECUZIONE DELLA CULTURA ITALIANA A NIZZA DOPO IL 1860?

STRANEZZE AL CONSOLATO ITALIANO DI NIZZA: E’ PROIBITO PARLARE DELLA PERSECUZIONE DELLA CULTURA ITALIANA A NIZZA DOPO IL 1860?   Uno strano episodio si è verificato alla “Giornata di studio” organizzata dal Consolato Generale d’Italia a Nizza, dal titolo: “La Contea di Nizza alla vigilia dell’Unità d’Italia: società e identità culturali” e svoltasi il 25 gennaio scorso. Alla “Giornata” partecipava anche il prof. Giulio Vignoli, dell’Università di Genova, noto studioso dell’argomento al quale ha dedicato ben tre libri: I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica Italiana, Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa (editi entrambi da Giuffrè, la più grande casa editrice scientifica italiana) e da ultimo il pamphlet Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo (e di Briga e di Tenda e del Principato di Monaco). Ricordiamo anche che il prof. Vignoli è membro della Consulta dei Senatori del Regno. Erano presente al convegno relatori italiani e francesi. Al prof. Vignoli sono stati concessi 5 minuti, dicesi 5, per un intervento da svolgere alle ore 14, all’inizio dei lavori pomeridiani, subito dopo il pranzo (quando ancora l’uditorio sonnecchia per la digestione). Già nell’intervallo del mattino, due illustri relatori  avevano riferito in via confidenziale al prof. Vignoli che il Consolato avrebbe voluto escluderlo da ogni partecipazione per le sue opinioni storiche sulla cessione di Nizza e sul Nizzardo. Essi rispondevano al funzionario consolare che questo non era possibile, in quanto il prof. Vignoli era un noto studioso. Il prof. Vignoli aveva notato che i relatori succedutisi prima di lui, avevano parlato della componente culturale italiana di Nizza nel 1860  (e questo è già una prova di coraggio, in quanto per l’ufficialità francese questa componente non è mai esistita), ma non avevano assolutamente spiegato perché questa si fosse poi estinta. Forse era evaporata al sole. Quindi, prendendo la parola, il prof. Vignoli, dopo un fulmineo prologo, aveva cercato di riempire la lacuna e aveva chiarito che la componente culturale italiana di Nizza si era estinta per le persecuzioni delle autorità francesi e cominciava ad indicare alcuni episodi: proibizione dell’uso della lingua italiana, deportazione e condanne all’esilio di intellettuali italiani, chiusura di giornali, delle scuole italiane, ecc. Non l’avesse mai detto. Un funzionario del nostro Consolato si precipitava dalla sala dove si trovava, sul prof. Vignoli, lo interrompeva bruscamente, allontanandolo (quasi trascinandolo) via dal microfono con grande villania. Villania, ci ha poi detto il prof. Vignoli, da lui mai subita in 47 anni, 10 mesi e 12 giorni di carriera universitaria. A giustificazione dei suoi modi, l’alto funzionario consolare affermava che i 5, dicesi 5, minuti assegnati al prof. Vignoli, erano trascorsi, stavano per essere 10 (dieci). Molti del pubblico hanno poi fatto presente, a riprova della strumentalità di tale tesi, che gli interventi dei successivi studiosi erano terminati prima del programma indicato. E che quindi ben c’era tempo per almeno farlo concludere. L’episodio increscioso può forse contribuire a far capire molte cose a chi  voglia interessarsi al tema di Nizza e del Nizzardo. 

DATA: 30.01.2012
 
ASPROMONTE  1862: IL FALLIMENTO DELL’ESTREMISMO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/01/2012

“Vogliamo tutto e subito!”.  Oppure: “Questo mai e poi mai!” Sono due malattie infantili della Nuova Italia. Recidivanti. Fanno parte dell’ “Anomalia italiana” indagata da Fabrizio Cicchitto. L’intera storia, del resto, e non solo quella italiana, è un cimitero di tragedie scatenate dalla miscela esplosiva di esaltazione mistica e di avventurismo criminale. A  prima vista, non sempre è facile distinguere il profeta  dall’arruffapopoli. Solo il tempo separa la pula dal chicco. Talvolta anche l’eroe di buon cuore scatena il finimondo e va fermato, costi quel che costi, perché una cosa è lo Stato, un’altra la ridda degl’impulsi particolari. Cade a proposito il 150° della spedizione che nel luglio 1862 Giuseppe Garibaldi intraprese dalla Sicilia per abbattere Pio IX, il papa-re. Sotto il profilo militare, quell’avventura fu una colossale sciocchezza. Era del tutto improbabile marciare  dalla Calabria a Roma con bande improvvisate e bisognose di tutto, in territori impraticabili e sconosciuti. Fatalmente i garibaldini sarebbero apparsi non patrioti ma briganti, come era accaduto a Carlo Pisacane nel 1857.  Peggio ancora, lo avesse voluto o no, Garibaldi avrebbe innescato la rivolta dell’intero Mezzogiorno. In nome di che cosa? La repubblica? Era il primo a non crederci.
    Proprio nel luglio 1862 il neonato Regno d’Italia venne riconosciuto dall’Impero di Russia e dal Regno di Prussia a patto che concorresse  alla pace europea. Il governo di Torino era già alle prese con il “brigandaggio” (sic)  che nell’ex Regno delle Due Sicilie  sommava resistenza borbonico-papalina  e rifiuto dello Stato moderno, che impone tasse e leva militare in cambio di sicurezza e opere pubbliche. Dalla proclamazione del Regno (14 marzo 1861) in tante plaghe della Nuova Italia il governo fece in un quinquennio quanto Casa Savoia aveva fatto in secoli di “bonifica” dei suoi antichi domini per portarli al livello degli Stati più progrediti d’Europa.
   Nella sua generosa follia Garibaldi rischiò di sfasciare tutto per una questione che non era certo la più urgente in un Paese nel quale all’epoca si registravano quasi 500.000 reati l’anno su 22 milioni di abitanti: 150.000 contro le persone e le cose, 12.000 porti abusivi di armi, 20.000 contro l’ordine pubblico,  400 omicidi premeditati, 1700 volontari,  500 colposi, centinaia d’altri senza causa, 1500 tentati, 15.000 ferite gravi, 30.000 percosse lievi, 35.000 rapine, danni a proprietà e altro.  Quell’Italia, ieri come oggi,  era sotto osservazione della Comunità  internazionale, che solo nel 1867 la riconobbe suo membro a tutti gli effetti. Di questo difficile percorso si dovrà parlare nel 150° dell’impresa di Garibaldi fermata il 29 agosto 1862 sull’Aspromonte dall’Esercito Italiano, armi alla mano: non era questione di “Roma o morte” ma di “Italia o morte del Regno”. Attendiamo con curiosità i discorsi ufficiali sul dilemma dell’Aspromonte, memori che in questo Paese tanti intellettuali (brutta parola per più brutta cosa diceva Carducci) anche a Torino si dichiararono né con lo Stato né con le Brigate Rosse… L’unica marcia su Roma di successo fu quella, nel 1922, delle camicie nere di Mussolini. Essa riuscì proprio perché le “squadre” vennero fermate lontane da Roma, ove entrarono la mattina del 31 ottobre, non da conquistatrici ma solo per una sbrigativa sfilata consolatoria in omaggio al giuramento del governo a Re Vittorio. 
  Non è mai tardi per riflettere sulla misura che anche le opposizioni debbono osservare nell’interesse generale permanente degli italiani.  Chi vuole “tutto e subito” (senza però sapere che cosa davvero voglia e possa ottenere) rischia di sparire, come tutti i Partiti d’Azione: quello risorgimentale e quello del 1942-46. Dal canto suo, come ogni cittadino, anche lo Stato ha suoi diritti-doveri. In casi estremi, come ad Aspromonte, deve farli valere. Diversamente crolla. 
Aldo A. Mola
DATA: 29.01.2012
  
ROMANIA: LE TEMPERATURE RIGIDE NON BLOCCANO LA PROTESTA MONARCHICA

Romania - Nonostante le rigide temperature invernali (si arriva senza problemi a 10° sotto lo zero), a Bucarest, Timişoara e Cluj Napoca i monarchici si ritrovano quotidianamente in piazza per protestare contro il presidente della repubblica e chiedere il ritorno della Monarchia. Dalla pagina facebook di Vestul.ro alcuni entusiasmanti video delle manifestazioni rumene, il sito d'informazione rumena che è portavoce della protesta Monarchica, si legge: "Anche oggi, per il sesto giorno consecutivo, alle 17.45 davanti al busto di Re Ferdinando I ci incontreremo  per chiedere il ritorno della Monarchia costituzionale e del Re Michele come Capo dello Stato rumeno". Vi è poi una presa di distanza dalle manifestazioni dei partiti di opposizione: a differenza di questi che vogliono sostituire un presidente con un altro, i monarchici vogliono sostituire il presidente con il Re. Agli amici rumeni e a tutta la redazione di Vestul va il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento. Uniti per il ritorno della Monarchia! Pubblichiamo di seguito Ragazzi, continuate così!

La manifestazione a Timişoara


La manifestazione a Cluj Napoca (da www.stiridecluj.ro)


DATA: 28.01.2012
  
LA REGINA ELENA DI ROMANIA UNA DONNA CORAGGIOSA DI FRONTE ALLA TRAGEDIA DELLA SHOAH

la Regina Elena di RomaniaIl Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (maggiormente nota con il suo nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.
In questa giornata non si può dimenticare la e non ricordare la figura di Elena di Grecia e Danimarca, Principessa di Parma e Regina di Romania .Terzogenita del Re Costantino I di Garcia e di Sofia di Prussia . Il 10 Marzo 1921 sposò Carlo futuro Re di Romania, da questa unione nacque Michele I attuale capo della casa reale romena . La Regina Elena fu reggente al trono romeno dal 1927 al 1930 e successivamente sempre accanto al figlio Michele quando quest’ultimo ascese al trono e fino al 31 Dicembre 1947 quando, dopo una umiliante perquisizione, la famiglia reale fu costretta a lasciare il suolo romeno per l’esilio.
Un episodio che dimostra la particolare umanità di questa donna è anche legato alla storia italiana e alla tragica sorte di Mafalda di Savoia. Infatti, nel settembre del 1943, alla firma dell'armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III ripararono al Sud per garantire la Nazione e la sua indipendenza, ma Mafalda , partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III di Bulgaria  era in fin di vita , non venne messa al corrente dei pericoli che poteva incorrere una volta rientrata in Italia. Durante il viaggio di ritorno verso l’Italia, la Regina Elena di Romania fece fermare appositamente il convoglio reale per offrire protezione a Mafalda di Savoia cercando di farla desistere dal rientare in Patria. Mafalda decide di non accettare l’offerta e volle proseguire per la penisola e per il suo triste destino.
Non di meno fu il suo atteggiamento nei confronti della comunità ebraica romena , negli difficili del regime di Antonescu, si aderò per la salvezza di migliaia di ebrei in particolar modo assieme al sindaco di Cernăuți (oggi Chernivtsi in Ucraina) la deportazione della locale comunità ebraica e protesse anche coloro che erano stati deportati dal regime nella Trasnistria
Per questo comportamento nel 1993 , undici anni dopo la morte, la Regina Madre di Romania, Elena di Grecia è stata insignita del titolo di “Giusta fra i popoli “ dallo Stato di Israele e il suo nome figura nel monumentale Yad Vashem di Gerusalemme assieme agli altri 60 Romeni che si adoperarono per salvare gli ebrei negli anni bui dell’odio antisemita
Dott. Marco Baratto
Associazione Culturale Euromediterranea

DATA: 27.01.2012

GIORNO DELLA MEMORIA: EROI ITALIANI
IL MARESCIALLO GdF ANTONIO AMBROSELLI

Antonio AmbroselliIn occasione de "il giorno della memoria" vogliamo ricordare una valorosa figura di uomo, di militare e di monarchico: il Maresciallo Maggiore Aiutante GdF Antonio Ambroselli, da poco insignito della Medaglia della "Fondazione Carnegie". Riproproniamo quanto di lui scritto sul sito della Guardia di Finanza. Onore alla Sua grande figura!
Ricerche storiche e biografia realizzate dal Capitano Gerardo Severino
Il Maresciallo Maggiore "Aiutante" Antonio Ambroselli, nato a Santi Cosma e Damiano (Latina) il 12 marzo 1915, si arruolò nel Corpo il 5 settembre 1935. Dopo aver prestato servizio presso varie Brigate territoriali, nel luglio 1941 fu mobilitato nei ranghi del 1° Battaglione, destinato ad operare in Albania. Ritornato in Patria nel novembre 1942, l'Ambroselli fu destinato alla Compagnia Comando dell'Accademia del Corpo, con sede in Roma. Dal momento che i corsi erano stati sospesi, il finanziere Ambroselli fu destinato al servizio di polizia presso il Comando Scalo Ferroviario di Roma Tiburtina (nell'ambito del "Comando Guardia di Finanza per il Servizio di Polizia della Città Aperta di Roma", al quale furono demandati compiti strettamente istituzionali, oltre al concorso per il mantenimento dell'ordine pubblico). L'Ambroselli entrò così a far parte della "Banda Fiamme Gialle" - nucleo partigiano aderente al Fronte Clandestino di Resistenza - alternando le pericolosissime operazioni anti-tedesche allo svolgimento del normale servizio d'istituto.
Gli atti di eroismo del quale si rese protagonista il finanziere Antonio Ambroselli, così come la giovane moglie Mafalda Cangelmi, si verificarono dall'autunno'43 alla primavera ‘44, in un contesto storico nel quale Roma si trovava alla mercé delle truppe d'occupazione tedesche.
Le province di Latina e Frosinone, attraversate dalla linea difensiva nazista "Gustav" furono oggetto di provvedimenti di sfollamento per esigenze belliche, molti civili divennero profughi ospitati in campi predisposti a Roma, tanti furono gli uomini abili al lavoro reclutati coattivamente per le esigenze militari (costruzione di difese in Italia, nei pressi del fronte) e industriali tedesche, venendo spesso deportati in Germania.
All'indomani del 18 ottobre '43, la Stazione Tiburtina di Roma divenne luogo di partenza non solo dei carri bestiame che trasportarono ad Auschwitz gli ebrei romani, ma anche di molti altri convogli carichi di militari sbandati, giovani renitenti alla leva, ebrei scampati al primo rastrellamento, ma soprattutto tanti padri di famiglia sottratti alle proprie vite normali per essere duramente utilizzati come bassa mano d'opera nella lontana Germania.
Fu proprio in questo frangente che ebbe inizio la pericolosissima opera umanitaria di Antonio Ambroselli e del comandante del posto di polizia operante nello stesso scalo, il tenente albanese Aladyn Korça, aiutati anche da Michele Bolgia, un ferroviere "guardasala" (morto poi alle Fosse Ardeatine): insieme, agevolarono la fuga di molti deportati, proprio mediante lo spiombamento dei portelloni dei carri bestiame. Il finanziere Ambroselli venne poi a sapere che presso uno dei campi per sfollati allestiti nella Capitale (il "villaggio Breda" a Torre Gaia) erano stati concentrati altri profughi e rastrellati provenienti dal suo paese natale. Egli, insieme alla moglie Mafalda, riuscì a far diventare dipendenti della Croce Rossa molti di loro, altri ancora vennero fatti fuggire dal Campo e ospitati da parenti e/o amici a Roma, o addirittura nella loro stessa casa, in attesa di una sistemazione migliore.
Nella primavera del 1944 l'Ambroselli fu anche arrestato dai tedeschi, ma riuscì a farsi scagionare, potendo così riprendere la propria opera umanitaria.
Ammesso alla Scuola Sottufficiali nel marzo del 1947, fu promosso Sottobrigadiere il 16 ottobre dello stesso anno. Dopo aver prestato servizio presso importanti reparti della Guardia di Finanza, trascorse gli ultimi anni di servizio presso il S.I.D. (Servizio Informazioni Difesa). All'atto della morte, avvenuta a Roma il 1° aprile 1975, ricopriva il grado di Maresciallo Maggiore Aiutante.
Nell'ultima riunione del Consiglio, tenutasi il 6 dicembre2011, su proposta del Museo Storico del Corpo è stata concessa alla memoria del M.M.A. Antonio Ambroselli la Medaglia d'Oro della "Fondazione Carnegie" con la seguente motivazione:
"Finanziere, in servizio presso la Stazione di Roma Tiburtina, durante l'occupazione tedesca della Capitale, membro attivo della banda partigiana "Fiamme Gialle", contribuiva con l'apertura clandestina dei vagoni piombati e sfidando la fucilazione, alla fuga e al salvataggio di numerosi deportati destinati ai campi di concentramento nazisti. Parimenti, con gravissimo rischio per la propria incolumità, salvava altre centinaia di deportati, consentendo la loro fuga dal campo d'internamento istituito negli stabilimenti della Breda a Torre Gaia. (Roma, settembre 1943 - aprile 1944)"

DATA: 27.01.2012

LA SCOMPARSA DELLA SIGNORA CIMA FERRARA

L’Unione Monarchica Italiana china le abbrunate bandiere del Regno dinnanzi alla figura della Signora Giovanna Cima Ferrara di Genova che ci ha lasciato oggi. Ricordiamo la Signora Giovanna, oltre che per la Sua cristallina fede monarchica, anche per la passione messa nel collezionismo di cartoline sabaude, di cui aveva organizzato varie mostre. E’ stata una persona fondamentale per l’attività monarchica in terra ligure ed ha contribuito fattivamente alle molte attività del Club Reale “Duca Bacicin” di Sanremo. Ci stringiamo attorno alla figlia Giuseppina Cima, anch’essa fervente monarchica, e a tutta la famiglia per la grave perdita.
Roma, 24 gennaio 2012
DATA: 24.01.2012
 
MAFALDA DI SAVOIA: STASERA LA FICTION SU RETE4

Mafalda di savoia - la fictionUn'ottima Stefania Rocca impersona la figlia di Re Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia. Un'eroina allegra, amante della musica, romantica, testarda e mai formale. Capace di morire in un lager in nome della patria: "Ricordatevi di me come di una vostra sorella italiana"."Quando mi hanno proposto di interpretare Mafalda di Savoia, sono rimasta perplessa: non sapevo niente di lei" racconta Stefania Rocca in un'intervista a La Repubblica. "Ho scoperto che non esiste quasi niente, a parte il libro di Cristina Siccardi sul quale è basata la nostra fiction". "Niente, o quasi, sul suo carattere, la sua personalità. Perciò sono rimasta ancora più colpita quando ho letto la frase che disse prima di morire: Ricordatemi non come una principessa ma come una sorella. Da lì ho ricostruito la "mia" Mafalda: allegra, amante della musica, romantica, testarda e non formale". E' questo il ritratto della protagonista di Mafalda di Savoia - Il coraggio di una principessa, film tv in onda martedì 24 gennaio alle 21.10 su Rete 4. Maurizio Zaccaro dirige una splendida Stefania Rocca e un cast composto da Franco Castellano, Johannes Brandrup, Clotilde Courau, Regina Orioli e Amanda Sandrelli.
MARTEDI' 24 GENNAIO - ORE 21.10 - RETE4

DATA: 24.01.2012
 
I DEPUTATI VARIOPINTI - I PEANO: UN’IDEA PER LA RIFORMA ELETTORALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/01/2012

Urge una tassa sulle parole al vento. Come quelle di  Mario Monti che parla di “attacco all’Europa” come se la Gran Bretagna, estranea all’Eurozona, fosse meno Europa della Polonia e la crisi in corso sia solo finanziaria mentre è politico-militare dell’intero “Occidente” (la Nato: USA, Canada,… Turchia). Parole al vento sono quelle sulla legge elettorale mentre bisogna anzitutto cambiare configurazione e poteri dei supremi organi dello Stato: quanto basta per capire che questo governo ha poca  ragion d’essere. Ciò constatato, se davvero vogliono concorrere a tirarsi fuori dal pantano, anziché votarsi al Santone di turno  i cittadini debbono riappropriarsi della politica. Il nodo che la legge elettorale deve sciogliere non è garantire la poltrona di  questo o quel capopolo  o capopopolo ma assicurare dieci anni di governo stabile, senza follie, follini e secondi fini.
   Inutile nascondersi che la proporzionale della Prima repubblica fu una pia menzogna fondata sull’esclusione dal governo di quel  Partito comunista che era ideologicamente e oggettivamente asservito all’URSS e al Patto di Varsavia, come insegnano i fatti di Budapest (1965), Praga(1968) e documentò la sbianchettata Lista Mitrokin. La proporzionale fu la sciagura dell’Italia uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, quando ancora era uno stato sovrano; figuriamoci quali guai può riservarci quando questo ducato di Parma-Piacenza è terreno di caccia di interessi stranieri. La proporzionale, cioè la suddivisione dei seggi in rapporto al numero di voti ottenuti dai partiti, venne sperimentata la prima volta nelle elezioni del 16 novembre 1919, con un importante correttivo: l’Italia fu ripartita in 54 collegi, ciascuno dei quali eleggeva  da  5 (Caltanissetta) a 20 (Milano) deputati. Spalancò le porte agli opposti  estremismi e generò la frantumazione dei demo-liberali.  Dalle urne uscirono otto gruppi parlamentari, ripartiti in sottogruppi. Tra i partitini, solo i fascisti di Mussolini quella volta furono bocciati dagli elettori e dati per morti, ma nel 1921 si rifecero nei blocchi nazionali, ennesima reincarnazione del trasformismo all’italiana. Per coniugare proporzionale  e stabilità di governo il deputato saluzzese Camillo Peano (Saluzzo 1863-Roma, 1930), seguace di Giovanni Giolitti, varò un astuto correttivo: se la lista dei candidati non era pari al numero dei seggi in palio, i votanti, che esprimevano da una a quattro preferenze,  potevano aggiungere un nome dalla lista di un partito considerato “affine”. L’elezione di deputati variopinti (panachés) ammodernò il “patto Gentiloni” che nel 1913  vide candidati liberali-democratici, inclusi molti massoni, eletti dai cattomoderati  e questi ultimi sorretti da radicali e socialriformisti: tutti uniti contro le estreme.  L’aggiornamento di quel patto fu segretamente convenuto tra Giolitti e il monregalese Giovanni Battista Bertone, un cui profilo (ma solo sino al 1919),è stato scritto da Giuseppe Griseri per il Centro studi monregalesi. Alle elezioni del 1919, però, il panachage dette prova modesta: i liberali votarono i cattolici, ma non  furono ricambiati. Nel Cuneese Bertone surclassò Giolitti, che la prese male, decise che di don Sturzo (“prete intrigante” a suo giudizio) non ci poteva fidare  e dopo un anno sciolse la Camera. Dalle nuove elezioni nacque un’Assemblea frantumata in quattordici gruppi parlamentari. Finì con l’avvento  di Mussolini (31 ottobre 1922)  a capo di un governo comprendente fascisti, nazionalisti, liberali, cattolici, democratici, demosociali….Il declino del liberalismo venne ritardato sino al 1928 solo perché l’Italia dell’epoca aveva due Camere nettamente differenziate: i deputati elettivi, i senatori  vitalizi  e di  nomina regia.
   Oggi perdura il bicameralismo perfetto, funesto per il funzionamento di una democrazia all’altezza dei tempi. E’ uno tanti nodi da sciogliere con una fase costituente che questo governo tecnico non sarà mai in grado di assicurare. Per risparmiare all’Italia una nuova lunga agonia,  meglio tornare presto alle urne, sia pure con questa legge. Andava fatto diciotto mesi orsono. Non avremmo il caos istituzionale oggi appena velato da un’emergenza che non è endogena e la cui soluzione quindi supera le facoltà di un  governo spacciato  come tecnico  proprio mentre vi è gran bisogno di politica. I tecnici mandano sugli scogli o su pericolosissime sabbie … , come mostrano certi  disastri che sanno di parabola.

DATA: 24.01.2012
 
ROMANIA: IL RE CON UN MESSAGGIO SI RIVOLGE AI CITTADINI CHE PROTESTANO

Nella giornata di domenica 22 gennaio 2012, ad oltre una settimana di scontri violenti che hanno acceso le piazze della Romania, S.M. il Re Michele I ha  fatto diramare un messaggio in cui si invoca la pacificazione nazionale e si ribadisce l’imparzialità della Corona rispetto alle correnti politiche. Il Sovrano ha esortato il proprio popolo a superare le difficoltà e ha concluso il messaggio ribadendo l’impegno della Corona nei confronti della nazione. Abbiamo tradotto il messaggio del Re e lo proponiamo ai nostri visitatori.

Palazzo Elisabetta (Bucarest), 22 gennaio 2012

L’Ufficio stampa di Sua Maestà il Re Michele I ha diffuso il seguente comunicato:

Re Michele I di RomaniaLa Famiglia Reale rumena sa che sempre più rumeni esprimono con forza da più giorni le loro opinioni e il loro scontento, nelle diverse città del paese e nelle comunità presenti all’estero. L’aggravio dei cittadini sta diventando sempre più soffocante. La classe politica del paese ha il dovere di dare le risposte che la gente giustamente si aspetta.
I Rumeni hanno perso la fiducia. Chiedono ai politici un comportamento pubblico completamente e definitivamente in rotta con le abitudini negative del passato.
Tutta la Famiglia Reale è vicina con il cuore a tutti quelli che in questi tempi hanno bisogno di incoraggiamento e di solidarietà.
Il Re Michele ha detto nel suo messaggio indirizzato al Parlamento della Romania che “il cinismo, l’interesse di parte e la codardia non devono  far parte della vita. La Romania è andata avanti tramite gli ideali dei grandi uomini della nostra storia, ideali vissuti in una maniera responsabile e generosa ". Queste parole erano rivolte a tutti quelli che hanno il potere di cambiare qualcosa in Romania.
La lezione di storia data dai giovani nel dicembre 1989 fa vedere che i rumeni hanno piena fiducia nelle virtù della democrazia e della libertà quando il destino del paese si trova di fronte a un bivio. L'Europa e la Romania attraversano assieme dei momenti di difficoltà. A maggior ragione oggi abbiamo bisogno che la politica rispetti il posto conferitogli dalla democrazia e non occupi il posto della competenza nello spazio pubblico e istituzionale.
Senza dubbio la crisi economica globale influenza la Romania. Ma è tuttavia evidente che le proteste del nostro Paese vadano al di là di questo: i Rumeni esprimono la loro frustrazione verso dei politici che non hanno mai guardato al di là dei loro interessi di parte, che sono stati più impegnati nelle piccole dispute personali che nella buona amministrazione del Paese.
Il Re e la Principessa Ereditaria seguono gli eventi con profonda preoccupazione e rimangono decisi a fare tutto quanto in loro potere per difendere e promuovere gli interessi della Romania, senza favorire nessuna forza politica.
 Questo è stato il dovere della Corona rumena in ogni generazione e rimarrà tale anche in futuro.

DATA: 22.01.2012
  
LA REPUBBLICA AL CREPUSCOLO