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ARCHIVIO NEWS 2013
   
IL BATTESIMO DELL'ULTIMA NATA IN CASA SAVOIA

Battesimo Isabella Savoia a Parigi
   Lo scorso 14 dicembre, nella centrale chiesa parigina di Saint-Thomas-d'Aquin, si è tenuto il battesimo dell’ultima nata in Casa Savoia: S.A.R. la Principessa Isabella Vita Marina, terzogenita delle LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi d’Aosta e Duchi delle Puglie. La cerimonia si è tenuta il giorno del primo compleanno della Principessa sabauda. Tra gli amici e i parenti giunti a Parigi per l’occasione il Capo di Casa Savoia S.A.R. il Principe Amedeo con la moglie Silvia, S.A.R. la Principessa Claudia di Francia, nonna della battezzata, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, le zie della battezzata le LL.AA.RR. le Principesse Bianca e Mafalda di Savoia con i figli, le LL.AA.RR. i principi Michele e Marina di Grecia, nonni materni della Principessina, e S.M. l’Imperatrice Farah Pahlavi.

Lo scorso 14 dicembre, nella centrale chiesa parigina di Saint-Thomas-d'Aquin, si è tenuto il battesimo dell’ultima nata in Casa Savoia: S.A.R. la Principessa Isabella Vita Marina, terzogenita delle LL.AA.RR. i Principi Aimone e Olga di Savoia, Duchi d’Aosta e Duchi delle Puglie. La cerimonia si è tenuta il giorno del primo compleanno della Principessa sabauda. Tra gli amici e i parenti giunti a Parigi per l’occasione il Capo di Casa Savoia S.A.R. il Principe Amedeo con la moglie Silvia, S.A.R. la Principessa Claudia di Francia, nonna della battezzata, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, le zie della battezzata le LL.AA.RR. le Principesse Bianca e Mafalda di Savoia con i figli, le LL.AA.RR. i principi Michele e Marina di Grecia, nonni materni della Principessina, e S.M. l’Imperatrice Farah Pahlavi.
DATA: 03.12.2013

LE PROVINCE E L'ELEZIONE DEGLI AMMINISTRATORI CAPISALDI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/12/2013

       Benché ormai in agonia, il governo minoritario presieduto da Letta Enrico tenta di farsi regime: azzera l’elezione diretta degli amministratori provinciali e, mentre nomina decine di nuovi prefetti, cancella le Province stesse, Enti garantiti dall’art. 114 della Carta. Come la Voce sedente sul Trono Letta proclama: “Ecco, faccio nuove tutte le cose” (Apocalisse, 21.5). Eppure questo Parlamento ha i giorni contati: la Corte Costituzionale, infatti, dovrà pur decidersi a depositare le motivazioni della sentenza emessa il 4 dicembre scorso sull’incostituzionalità della legge che l’ha partorito. Se non prima, a quel punto molti nodi verranno al pettine. La Camera risulterà delegittimata. Il corto circuito istituzionale avrà conseguenze imprevedibili. Ma anche senza attendere quel giorno, il  governo non ha l’autorevolezza politica per attentare alla storia d’Italia. Non rappresenta i sentimenti profondi degli italiani. Alle votazioni del 25 febbraio un quarto dei cittadini disertò le urne, un altro quarto (M5S e Lega)  dette prova di buona volontà  potando in Aula il malcontento contro il “sistema” altrimenti destinato a esplodere nelle piazze. A dicembre i rappresentanti di un 20% dei voti validi (Forza Italia)  hanno preso atto dell’odio inestinguibile di Partito democratico, SEL e “montuti” nei confronti del suo leader storico, Silvio Berlusconi e, coerentemente, si sono dissociati dall'esecutivo. L’attuale, dunque, è un governo di minoranza, sorretto dalla stampella del presidente della repubblica, che gli ha regalato quattro senatori vitalizi, evocati come spiritelli dalla lampada di Aladino in situazioni d’emergenza, cioè per votare la fiducia al governo, benché da tempo anche osservatori pacati, come Sergio Romano, ripetano che per decoro i senatori vitalizi, “illustrazioni della Patria” non di una fazione, dovrebbero astenersi da voti politici.  
   Eppure, malgrado la sua pochezza, il governo Letta “tira diritto”. Come quello di Mussolini che nel 1922 a capo del governo ascese a soli 39 anni e persino senza laurea, quando quel titolo ancora valeva qualcosa. Esso mira a espropriare i cittadini dal sacrosanto diritto di eleggere i propri amministratori. Lo fa  con un colpo mancino, una sorta di prova generale per future manomissioni dei diritti fondamentali e non negoziabili di libertà. Non potendo abolire per decreto le Province (tutelate dalla Costituzione), azzera l’ elettività dei loro Consigli e così  svilisce il rapporto cittadini-istituzioni.  Cinquantadue amministrazioni provinciali, i cui Consigli  vanno eletti nella primavera 2014, verrebbero commissariate, mentre venti già lo sono. Il ministro agli Affari regionali Graziano Delrio (ex partito popolare, ora partito democratico: un cattocomunista, insomma)  difende questa decisione con due argomenti concatenati: bisogna risparmiare e per farlo occorre escludere “la politica” dalle amministrazioni provinciali. Le funzioni delle attuali Province verrebbero trasferite a città metropolitane (ancora tutte da definire: diverranno altrettanti “capitali” come la costosissima Roma?) e a consessi di sindaci (dal profilo altrettanto fumoso). Con gli stessi argomenti - e a maggior ragione, veduta la realtà – si potrebbe/dovrebbe abolire l’elettività delle Camere, anzi le Camere stesse,  e sostituirle con Consigli (soviet) diretti da Commissari del Popolo (cari agli stalinisti camuffati e mai pentiti) o almeno eliminare il Senato. Con una Camera sola si risparmia. Se  non si vota, ancora di più. E così si dovrebbe fare delle amministrazioni comunali e dei sindaci, da sostituire, magari, con “podestà forestieri” (come spropositò Monti Mario sin dall’agosto 2011, prima che Napolitano Giorgio lo creasse senatore a vita e “commissario” al governo  dell'Italia perché “ce lo chiedeva l’Europa”), o con “imprese di pulizia” a contratto triennale. In questa visione “delriante” della democrazia rappresentativa sopravvivrebbero solo il governo centrale (di larghe o striminzite intese e comunque non più nazionale, perché la Nazione è una nebbiolina svaporata) e quelli regionali (che hanno dato e danno triste spettacolo, come preveduto da quanti invano si opposero al loro varo, veduti i disastri causati da quelle a statuto speciale, dalla Sicilia alla valle d’Aosta). 
  Gli argomenti del governo Letta-Delrio sono risibili, anzitutto perché il ventilato risparmio è tutto da dimostrare e poi perché, fino a prova contraria, i sindaci che dovrebbero formare i consessi sostitutivi dei consigli provinciali elettivi, retti da Commissari di nomina governativa (e quindi politici)  sono politici anch’essi in questo sfortunato Paese ove sono politiche anche le foglie che cadono su marciapiedi e sui parcheggi lottizzati e divisi anche per generi: una striscia per maschi, una per femmine, una per il terzo genere, e via via per gli alti, i bassi, i colorati, i pallidi, i fulvi, i mori, i ricciuti, i trinariciuti… 
  L’aspetto più allarmante e inaccettabile della “legge Delrio” (per ora approvata solo dalla Camera Bassa e che confidiamo venga bocciata dal Senato) sta nel tentativo di cancellare con legge ordinaria Enti previsti dalla Costituzione e il diritto di voto delle loro amministrazioni. E’ un precedente gravissimo. E’ esattamente quanto fece dal 1925-1926 il governo presieduto da Benito Mussolini.  Rimasto privo dell’appoggio di liberali, popolari, demosociali e democratici, che lo avevano sorretto dal 1922 al 1924 e ancora molto forti in Comuni e Province, il “duce” sostituì i consigli comunali e provinciali elettivi con podestà e rettori (poi prèsidi). Quelle leggi non furono imposte da “un uomo, un uomo solo”, da un “dittatore”: esse furono approvate dal Parlamento, parte succubo, parte latitante (l’ “Aventino), parte  stolto. Al regime il fascismo non arrivò con un colpo di stato: lo costruì un voto dopo l’altro in Parlamento, legge su legge. D’altronde che i parlamentari non sappiano quel che si fanno è stato provato non solo dalle Camere del 1922-1943 ma anche da quanti un paio d'anni orsono votarono la legge Alfano-Severino che introdusse la sciagurata retroattività delle sentenze penali sulla eleggibilità dei parlamentari in carica: una decisione demenziale in un  Paese che ha tanto di Corte Costituzionale, a conferma che le leggi non sono “il Verbo divino”.
  Va detto chiaro che non vi è alcun valido motivo per abolire le Province (Enti che affondano radici nella storia millenaria delle Cento città  descritta da Gustavo Strafforello in “La Patria”, il Bel Paese dell’abate Antonio Stoppani: semmai occorre riportarle al numero e alle funzioni originarie) né, meno ancora, l’elettività dei loro presidenti e consessi: che generalmente funzionano bene e senza disordini amministrativi (anzi!). Aggiungiamo che chi controfirmasse una legge che, per via traversa, attenta alla Costituzione dovrà risponderne: e non solo dinanzi alla storia.   
   La partita è aperta e sarà decisiva in un anno che non nasce sotto una buona stella. Il corto circuito istituzionale vedrà contrapposti da un  canto il “potere”, dall’altro i cittadini che lo sentono lontanissimo. Senza alcun arbitro autorevole. Così si scoprirà che una vera classe dirigente (l’aristocrazia, gli “ordini”…), fondata sull'armonia tra gerarchia, meritocrazia ed elezione alle cariche (basi di democrazia stabile, come prova l’elezione dell’unico ed efficiente monarca assoluto, il Papa), richiede secoli di educazione all'esercizio delle responsabilità:  l'abito formale e sostanziale indossato da quanti costruirono l’Italia e ne fecero un Paese grande, civile, rispettato nel mondo. Ma poi, come scrive l’Evangelista, “gli uomini hanno amato più le Tenebre che la Luce” (Giovanni,4,19).

 Aldo A. Mola
DATA: 26.12.2013

TORNARE BAMBINI PER TORNARE GRANDI

Divian Commedia   Se si volesse dipingere un’allegoria dell’Italia di oggi, tenuto ben conto dei mille problemi insormontabili e dei molti problemi che ci ristagnano, si dovrebbe disegnare una maleodorante palude non priva di insidiose sabbie mobili. Forse l’unica cosa rimasta in movimento nel paese e di certo, politicamente almeno, la più vivace. Un pantano ricco, occorre dire, di parassiti da un lato e di sventurati dall’altro. Alla triste immagine, come un fulmine, mi sono balzati in mente i ricordi dei bei pensieri del Pascoli secondo cui ognuno conserva in se un fanciullo che non è cresciuto. La memoria, affacciata sulla distesa melmosa, ha preso a viaggiare tornando ai giochi di bambino di tanti anni fa, nei campi, nei boschi e nelle borgate. Quando si arrivava d’innanzi ad un fosso od un pozza fangosa si faceva la più naturale delle cose, vale a dire, si saltava.
E per saltare ci si voltava, si guardava indietro, si faceva qualche passo in quella direzione e da lì si poteva ripartire, con adeguata rincorsa ed eccellente visuale, per scoccare come piccoli emuli dei fratelli Wright oltre l’ostacolo e gioiosamente tornare a correre. Cari politicanti improduttivi, imbelli, immobili, passivamente abbandonati a vizi d’ogni sorta; incapaci di condurci fuori dalla palude; guardate dietro voi per prendere la rincorsa perché da qui non si vola. Da questo punto morto non si salta avanti. Suvvia non siate ipocriti torniamo indietro di qualche tempo per andare oltre l’ostacolo. Non abbiate paura, lasciate le mocciosaggini infantili, tornate bambini un istante per tornare grandi e prendete la rincorsa. L’Italia ne ha bisogno! Dopo settant’anni di morta gora sarebbe proprio ora di rialzare il tricolore stemmato del Risorgimento!
 Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 26.12.2013

LE ALPI: UNA COMETA PER SUPERARE IL DECLINO D’EUROPA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/12/2013

   Il declassamento dell’Europa da parte degli Stati Uniti d’America non data affatto dalla svalutazione ora decisa dall’agenzia di rating Standard & Poor’s, che declassa l’economia dell’Unione dalla tripla A ad AA. La retrocessione iniziò nel 1916-1918 quando, per reggere all’imprevisto gigantesco sforzo bellico, i Paesi dell’Intesa s’indebitarono con gli USA sino al collo. Fu anche il caso di Francia e Italia. La botta successiva venne con la seconda guerra mondiale, quando, molto prima che gli americani vi intervenissero, l’Europa aumentò enormemente la dipendenza dagli USA e mise nelle mani di Washington le chiavi di casa per i successivi decenni. Quanto accade ora è la conseguenza logico-cronologica del secolo XX: l’incapacità dei popoli europei di darsi una seria politica unitaria.
   Una data emblematica del crack dell’Europa è il Natale di settant’anni orsono. Il 20 dicembre 1943 il comandante supremo delle Forze Alleate nel Mediterraneo Dwight Eisenhower e il feldmaresciallo britannico Harold Rupert Alexander dettarono a Pietro Badoglio, capo del governo, e al generale Giovanni Messe la condotta cui l’Italia era tenuta contro i tedeschi per espiare tre anni di guerra a fianco della Germania di Hitler. Il 23 dicembre il presidente degli USA Franklin D. Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill annunciarono che Eisenhower assumeva il comando delle forze angloamericane in Europa, in lotta  per la liberazione dal nazismo ma anche per la spartizione dell’Europa continentale tra USA e URSS. L’Italia retrocesse a teatro secondario. Nel conflitto tanti gettarono valori e vita. Tanti la dettero. Tanti la tolsero. Tanti giovani, soprattutto. Com’era accaduto nel 1914-1918 e poi avvenne e avviene in molte aree del Pianeta.
Lo splendore dei principi etici affascina ma non abbacina chi constata che in gioco vi erano – come anche oggi vi sono - i rapporti di forza tra le grandi potenze, sensibili ai profitti e indifferenti agli ideali. Basti constatare, a conferma, che Unione Sovietica e Impero del Sol Levante appartenevano ad alleanze contrapposte, ma Stalin dichiarò guerra al Giappone solo dopo il lancio dell’atomica su Hiroshima, quando in Europa le armi tacevano da due mesi.
   Settant’anni orsono l’Italia era un tragico campo di battaglia tra eserciti (gli anglo-americani, con modesto ma devastante apporto di franco-marocchini da una parte, i tedeschi dall’altra), divisi su tutto tranne che nel contendersi palmo dopo palmo la “Terra dei Limoni” cantata da Wolfgang Goethe. Come già a Cassino e altrove, settant’anni addietro a Ortona i germanici si batterono casa per casa contro la 1^ Divisione canadese, impreparata a quel genere di lotta. Le fotografie documentano le rovine e le tragiche conseguenze per la popolazione civile.
Dunque fu amaro quel Natale 1943: di guerra, di sangue, di morti. L’Italia era e sarebbe rimasta a sovranità limitata, perché per compiacere Stalin, gli anglo-americani le avevano imposto la “resa senza condizioni”: la “pace cartaginese”, cioè l’annientamento. Da lì arrivano molti dei guai nei quali l’Italia annaspa, con governanti che scorrazzano all’estero da un Capo all’altro per ottenerne placet, buoni premio, sconti su debiti inestinti e futuri. Nella ridda di viaggi essi attutiscono il tintinnio del guinzaglio che ci tiene al collo ma non dicono poche parole chiare sul nodo vero: quale sovranità essi ancora hanno i cittadini?
   La “legge di stabilità”, sudario dell’Italia odierna, ha stanziato 70 milioni di euro per ricordare le vicende di settant’anni orsono: una decisione apprezzabile se quel denaro verrà utilizzato non per ripetitive celebrazioni retoriche ma per promuovere ricerche documentate e innovative, per dare spazio a voci nuove, al di là della sterile disputa sul “revisionismo” che molti, per ignoranza o malafede, liquidano come “negazionismo”. Questa sterile polemica  divampa  nei confronti dell’Acqui Storia, che in anni recenti, con la regia di Carlo Sburlati e il robusto sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presieduta da Pier Angelo Taverna,  ha superato gli steccati premiando opere di pregio quali Anatomia delle Brigate Rosse di Alessandro Orsini, Il Concilio Vaticano II di Roberto de Mattei, Vita e pensieri di Gramsci di Giuseppe Vacca, Dalla guerra fredda alla grande crisi del novantenne Ottavio Barié, accanto al Malaparte di Maurizio Serra, rappresentante dell’Italia all’Unesco, e L’ultima notte dei fratelli Cervi di Dario Fertilio promotore dei Comitates pro Libertatibus. Malgrado polemiche artificiose, nelle quali qualcuno cerca di trascinare anche figure istituzionali non debitamente informate, l’Acqui Storia mostra come contributi  di Enti e Fondazioni bancarie possano far crescere la storiografia: non “a noleggio” di ideologie o partiti, ma nel solco di Maestri quali Walter Maturi, Franco Venturi, Franco Valsecchi, Raimondo Luraghi…, che insegnarono a leggere la storia d’Italia nel quadro di quella europea e questa nell’ambito dell’universale.  E’ la grande occasione ora offerta dall’istituzione della macroregione alpina: le Alpi quale destino umano, come scrisse Paul Guichonnet, risorsa, non barriera né ostacolo. Alpi che non sono solo una fotografia dall’aereo o un tunnel senza sbocco, ma una ricchezza millenaria, una forza tellurica. Alpi come  liberazione dal secolo buio, che stiamo pagando. Lo si vede dall’indifferenza del governo centrale nei confronti di una ferrovia, la Cuneo-Nizza, fiore all’occhiello dell’ingegneria ferroviaria italiana, cometa dell’Europa che si avviava non a due guerre mondiali ma alla fratellanza tra popoli liberi e sovrani.
 Aldo A. Mola
DATA: 26.12.2013
  
IL RITORNO IN PATRIA DEL RE DEI GRECI

Costantino Grecia   Il Re Costantino di Grecia è tornato a vivere nella sua Patria dopo 46 anni di esilio londinese. L’avvenimento si ripete nella storia della Grecia moderna, passata più volte da una repubblica alla Monarchia tanto che c’è un detto popolare che ricorda come i Re di Grecia abbiano in tasca i biglietti di andata e ritorno. Il momento di grave crisi economica e politica del paese ha fatto rimpiangere a molti greci l’era monarchica. Il Re Costantino (che ricordiamo essere stato medaglia d’oro per la vela alle Olimpiadi del 1960) assieme alla moglie, la Regina Anna Maria nata Principessa di Danimarca, hanno venduto la tenuta di Londra nella quale hanno vissuto più di trent'anni e stanno cercando una dimora ad Atene. Nel frattempo risiedono nel villaggio turistico di Porto Cheli.
Il Re ha negato qualsiasi ambizione poltica che gli veniva attribuita però ha giustamente lamentato la grande disinformazione mediatica riguardante la sua figura e la sua storia.

DATA: 21.12.2013

ROMA: RIUNITO IL FRONTE MONARCHICO GIOVANILE - PROGRAMMI E PROSPETTIVE FUTURE

Amedeo de Dominicis parla ai giovani del FMG   Sabato 14 dicembre 2013 si sono riuniti, presso la sede nazionale di Roma, i giovani del Fronte Monarchico Giovanile (F.M.G.) in un convegno nazionale a carattere programmatico.
Dopo il saluto del Presidente Onorario U.M.I. Sergio Boschiero, il Segretario Nazionale F.M.G. Amedeo de Dominicis ha aperto i lavori dell'incontro offrendo un quadro attento della situazione associativa.
Per una maggiore organizzazione e presenza sul territorio, visto il crescente numero delle iscrizioni, sono stati nominati alcuni responsabili provinciali per le zona dove è in crescita l'attenzione dei giovani per le attività monarchiche. Simone Balestrini per la Provincia di Milano, Edoardo Tuzi Gallo per quella di Ancona, Davide Orlando per la Provincia di Palermo.
Approvato all'unanimità, quest'anno sarà organizzato a Roma alla fine del mese di marzo un convegno di formazione del F.M.G. I preparativi saranno coordinati insieme ai responsabili di zona e i segretari provinciali.
Tra le attività proposte è stata approvata in calendario per maggio la partecipazione dei giovani del F.M.G. ad eventi sportivi su scala nazionale. Le modalità ed i dettagli saranno diffusi per il mese di febbraio.
Il Fronte Monarchico Giovanile vive un periodo di grande fermento, la situazione attuale in cui volge la nostra nazione spinge i giovani ad essere maggiormente interessati e attenti alle tematiche politiche. Per questo le attività proposte sono volte ad una maggiore vicinanza alle esigenze giovanili, anche parallelamente alla fondamentale questione istituzionale. Nel FMG partecipano liceali alle prese con gli ultimi anni dietro i banchi, universitari giocolieri in un sistema a volte troppo colpito da acerbe riforme istituzionali e giovani lavoratori con grande ambizioni imprenditoriali scoraggiati dalla conflittualità del momento, che vede da una parte disegnare scenari dove startup di giovani si approcciano al mercato e dall'altra regimi di tassazioni e complicazioni burocratiche soffocare i progetti in cantiere.
Trovando soluzioni ai desideri che rappresentano i ragazzi, si va incontro la fiducia delle giovani generazioni, costruendo così opportunità di confronto, di dialogo e di relazione. E' importante reagire alle incognite che caratterizzano le nuove generazioni, e bisogna farlo offrendo soluzioni ai problemi. Il tutto si può ottenere lavorando in squadra e remando insieme verso iniziative innovative capaci di reinventare le prospettive future.

DATA: 15.12.2013

VOTARE?  PRESTO. SI', MA SE…

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/12/2013

Aldo Alessandro Mola   Troppe elezioni, come il fumo, possono far male. Dal 1946, tra politiche, amministrative ed europee, oltre ai referendum, gl’italiani manco ricordano quante volte siano stati chiamati alle urne. Dunque, votare troppo può generare assuefazione e indifferenza, soprattutto quando il voto è disatteso dagli “eletti”, sia pure per cause di forza maggiore (com’è il caso delle “larghe” e ora “piccole intese”: riedizione dei malaticci governi Andreotti del 1976-79). Non votare, però, può fare peggio, molto peggio. Le urne sono come la valvola di sfogo di una pentola a pressione che, senza qualche sbuffo, è condannata a esplodere. Lo si voglia o no, il voto è incombente dal 4 dicembre, quando la Corte Costituzionale  ha invalidato  due cardini della legge elettorale usata dal 2006.  Troppi incitarono la Corte a lavarsi le mani del ricorso Bozzi o a rinviare la sentenza alle calende greche. E troppi ora fingono che la Corte non abbia detto nulla di giuridicamente vincolante e di politicamente rilevante. Niente affatto. Anche se sul piano formale tempus regit actum (versione nobile del “chi ha avuto ha avuto…”: concetto contrastante con l’esistenza stessa della Corte, istituita proprio contro l’accomodante “scurdammoce ’o passato”), questo Parlamento è comunque delegittimato nell’opinione pubblica, che vale più del “parere” dei costituzionalisti. Perciò tornare presto alle urne è davvero il male minore. Trastullarsi nell’attesa che la Corte depositi le motivazioni della sentenza significa discutere del sesso degli angeli mentre Maometto II entra in Costantinopoli. L’adeguamento della norma alla realtà, della forma alla sostanza non consente indugi, perché i cittadini  non sono più quelli dei tempi andati, rassegnati a subire. Oggi sono informati sui costi e sui benefici del loro rapporto con lo Stato e con le amministrazioni periferiche. Perciò esigono risposte chiare sull’impiego dell’immensa quantità di denaro drenata dal sistema fiscale al quale sono sottoposti. Il governo centrale e quelli locali tentano di addossare il collasso interno alle istituzioni europee; però i cittadini non marceranno mai su Bruxelles, né su fantomatici “poteri forti”, ma sui Palazzi a portata di mano. Sanno bene, del resto, che è stato il Parlamento ad accettare i diktat dell’Unione Europea (“Ce lo chiede l’Europa” fu il ritornello esasperante di Monti Mario, inventato senatore a vita e presidente del consiglio da Giorgio Napolitano).
   Votare presto - e bene - può dunque essere il male minore. Lo si vide all’origine della monarchia rappresentativa,  in  quel regno di Sardegna che dopo il  1848 rimase l’unico Stato costituzionale d’Italia (lo ricordiamo a beneficio dei nostalgici dei Borbone, di austriacanti e papalini). Tra il 1848  e il 1860 vi si contarono sette legislature.  In piena guerra e poi col nemico in casa, gli elettori votarono il 27 aprile 1848 e tre volte nel 1849: il 22 gennaio, il 15 luglio e il 9 dicembre.  A riportarli alla realtà  fu il Proclama di Vittorio Emanuele II (scritto dal primo ministro, Massimo d’Azeglio), che esortò i cittadini a eleggere una Camera con la testa sul collo. Il re l’ebbe vinta perché era credibile. Persa la battaglia a Novara, suo padre aveva abdicato, era andato esule a Oporto e ci era morto, cinquantunenne, di crepacuore. Vittorio Emanuele II accettò una pace severa, ma tenne  in vita lo Statuto, il Parlamento, la libertà di stampa, fondamento della riscossa liberalnazionale.  Però, per  voltar pagina con la guerra occorreva una Camera ragionevole, che approvasse il trattato di pace e imboccasse la via della ricostruzione.  Di lì l’appello agli elettori, che alle urne per la quarta volta in un anno e mezzo si schierarono con il re, per lo Stato. Quando occorre, si vota e si rivota, perché il voto è meglio dell’autoritarismo, molto meglio del regime (come si è veduto in Grecia). Il Paese ha diritto di dire la sua. Come accadde nel turbine di fine Ottocento, quando gli italiani votarono cinque volte in dieci anni (1890, 1892, 1895, 1897, 1900) per trovare finalmente stabilità nel quindicennio più prospero della storia d’Italia: l’età giolittiana.
   Ora l’Italia è a un trivio. Una prima strada è l’immobilità delle istituzioni, sentite lontane dai  cittadini, anche se non scendono in piazza. All’opposto, qualcuno propone che il governo vari la riforma elettorale per decreto-legge, lanciando un guanto di sfida al Parlamento.  O scherza o non sa quel che si dice. Neppure Mussolini riformò le leggi elettorali per decreto. Conosceva per esperienza la dialettica tra le urne e la piazza. Nel novembre 1919, in lista a Milano con Arturo Toscanini e il futurista Filippo Tommaso Marinetti, prese 5.000 voti. Rimase fuori dalla Camera. Tre anni dopo divenne capo del governo, votato dal Parlamento a stragrande maggioranza. Le leggi elettorali Acerbo-Giolitti (1923), Rocco (1928) e le seguenti (1934, 1939) furono sempre approvate dalle Camere. I disegni di legge governativi sono aria fritta senza una maggioranza compatta  (bel altra da quella che oggi sostiene Enrico Letta). I decreti legge, peggio ancora (come quest’ultimo sul finanziamento dei partiti), impegnano la firma del presidente della Repubblica e vanno approvati entro 60 giorni o decadono. Ora, coinvolgere in un disegno o decreto in materia controversa un Capo dello Stato che in otto anni ha inviato un solo (e per ora inascoltato) messaggio alle Camere, significherebbe compromettere il supremo magistrato dello Stato nelle sorti periclitanti del governo più di quanto già lo sia, con contraccolpi prevedibilmente devastanti.
 La terza via è la riforma della Costituzione, obbligatoriamente  preliminare a qualsivoglia  innovazione in materia elettorale. Se non si mette mano alla Carta, qualunque nuova legge sarà solo un cerotto sulla piaga. Prolungherà l’agonia ma non salverà la repubblica. Non si tratta di ridurre il numero dei parlamentari, ma i loro privilegi e di farli lavorare meglio e di più nelle sedi deputate; occorre abolire il bicameralismo ripetitivo vigente senza imboccare il precipizio della Camera unica: foriera di catastrofi, come la Convenzione francese del 1792, l’Assemblea dei Soviet e tutti i regimi monocamerali, che furono e sono sempre sgabello di dittature e di terrorismo politico; e mettere mano una volta per tutte alla riforma dell’ordine giudiziario.
  La terza strada  è sicuramente impervia.  Le altre due comunque portano diritti al caos. Chi volle la repubblica, la sapeva debole: il 2-3 giugno 1946 essa ottenne 12.700.00 voti su 28.0000.000 di aventi diritto, il 42%. Nacque minoritaria. Perciò i costituenti la blindarono con gli articoli 138 e 139. Volevano renderla salda. Invece la intirizzirono. La condannarono alla paralisi. Ora se ne pagano le conseguenze, perché la storia fece e fa il suo corso. Sempre più impetuoso ma chiuso in argini sempre più stretti, esso ora rischia di romperli e di dilagare chissà come e dove. Lo stallo della riforma della Carta non fa presagire nulla di buono. Perciò il ritorno alle urne potrebbe far da valvola di sfogo del malcontento crescente. Forse non risolve, ma è un antidoto a soluzioni peggiori. Tanti ricordano che alla minaccia di Pietro Nenni, “La repubblica o il caos”, molti risposero che avremmo avuto “la repubblica e il caos”. Ora ci siamo…
 Aldo A. Mola
DATA: 15.12.2013

LA FINTA IMPARZIALITA’ DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. BISOGNO DI MONARCHIA

   Nell’articolo apparso sul Corriere della Sera di sabato 14 dicembre dal titolo “Sentenza sul Porcellum il cataclisma che non c’è” (pag. 57), l’autore del corsivo Piero Ostellino afferma che la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha reso incostituzionale l’attuale legge elettorale non produrrebbe effetti retroattivi (tempus facit factum) sulle attuali istituzioni repubblicane, e che di conseguenza sia l’elezione del presidente della repubblica che del Parlamento in carica e dei dieci membri della Corte stessa sarebbero tutti pienamente legittimi. Fermo restando i dubbi su quanto affermato da Piero Ostellino, sembrerebbe condivisibile invece il giudizio politico che ne da della vicenda lo scrittore torinese. Secondo Ostellino il fatto che il presidente della repubblica sostenga la piena legittimità degli organi eletti con legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte avrebbe un risvolto anche in ambito politico, d’altro canto anche la sentenza stessa della Corte è destinata ad incidere nella sfera politica del nostro Paese. Entrambi i giudizi (orale quello di Napolitano e scritto quello della Corte) andrebbero a garanzia, sia giuridica, sia politica, dei nostri cittadini. A mio avviso la finta imparzialità del presidente Napolitano palesatasi con le sue esternazioni sulla vicenda, sta nel fatto che egli voglia farci credere che la sentenza della Corte sia questione solo di legittimità e non anche politica. Come ricorda molto bene Ostellino, il presidente Napolitano essendo stato eletto da una parte politica non può essere al di sopra delle parti, le sue esternazioni tendono inevitabilmente ad avvantaggiare quella parte politica che ha contribuito alla sua elezione e, nel caso in questione, egli tenderà a conservare l’attuale quadro politico che vede l’odierno capo del Governo Enrico Letta espressione dei suoi voleri (ed è proprio per questo che Napolitano sostiene che sia irrilevante la sentenza della Corte sulla illegittimità del Porcellum e di conseguenza esclude elezioni anticipate). Quello che suscita più perplessità sull’analisi  fatta dall’editorialista del Corriere della Sera  è invece quello che egli pensi sia normale che un capo di Stato sia imparziale, sia cioè nella logica delle cose che un Presidente assecondi chi lo avrebbe votato e dimentichi le esigenze di chi non lo avrebbe fatto. Verrebbe da chiedersi se Ostellino sia consapevole del fatto che la paralisi politica di cui è vittima l’Italia nell’attuale momento storico è per buona parte dovuta oltre che ad una pessima classe dirigente, anche dal fatto che non esiste più (dai tempi della Monarchia) una figura istituzionale di garanzia che si erga al di sopra delle parti e che funga da arbitro nella contesa politica  fungendo allo stesso tempo da regolatore tra i poteri dello Stato. Se l’arbitro, come accade oggi, si trasforma in un giocatore  di una delle due squadre in campo, quale attendibilità potrà avere il risultato finale della partita? Solo il ritorno ad una Monarchia costituzionale potrà ristabilire gli equilibri tra i poteri dello Stato e mettere fine ad un cinquantennio di conflitti istituzionali striscianti. Solo un Re liberatore potrà essere il vero arbitro della partita politica, proprio perché non eletto da una parte o dall’altra.  
Roberto Carotti Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 15.12.2013

CAMPAGNA TESSERAMENTO 2014

Tessera U.M.I. 2014Si è ufficialmente aperta la Campagna tesseramento U.M.I. per l'anno 2014.
Sulla tessera del nuovo anno si è scelto di rielaborare il manifesto del Congresso U.M.I. del 1976 in cui venivano elencate le Monarchie regnanti in Europa. I nomi delle dieci nazioni coronate sovrastano uno sfondo damascato blu e una cartina geografica stilizzata della zona euro. Nel retro della tessera, con lo stesso carattere, ci si chiede "e l'Italia cosa aspetta?". Una speranza per il futuro in un contesto dove l'istituzione Europa privilegia i poteri economici e non considera l'Europa delle Patrie. L'U.M.I. ha un carattere europeo unicamente in un contesto di valorizzazione degli stati nazionali e contesterà sempre l'Europa delle banche e delle lobby.
    La tessera è stata disegnata dall'Architetto Attlio Armone, come omaggio alla nostra associazione.

   Per iscriversi all'U.M.I. basta compilare il modulo d'iscrizione che potete scaricare su questo sito ed inviarlo via posta, fax o e-mail, assieme all'attestazione di versamento della quota, alla nostra Sede nazionale:

Unione Monarchica Italiana, via Riccardo Grazioli Lante 15/A
00195 ROMA
e-mail:
e-mail
fax: 06.3720337

Quota base di iscrizione annuale
30,00 € per Socio Ordinario
(pari a 2,5 € al mese)

Quota base di iscrizione annuale
150,00 € per Socio Sostenitore
(pari a 12,5 € al mese)


Per versare la quota d'iscrizione (valida per l'anno solare) è possibile inviare un assegno non trasferibile intestato ad Unione Monarchica Italiana

oppure effettuate un bonifico bancario intestato a

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Invieremo a casa la Vostra tessera (formato carta di credito) e provederemo a mettervi in contatto con la struttura U.M.I. più vicina.



 
DATA: 09.12.2013

ANCORA NEBBIA A MONTELUNGO

Battaglia di Montelungo   Era singolare il fatto che il Primo Raggruppamento Motorizzato del Corpo Italiano di Liberazione fosse stato, almeno in parte, chiamato a partecipare allo sfondamento della Linea del Volturno. Perché se con quell'eroica alzata di capo, con le uniformi logore e spesso privi di tutto, i soldati italiani fedeli al Re avevano quasi rinnovato lo spirito Risorgimentale si faceva curioso che tornassero in combattimento proprio vicino a quel Volturno che aveva visto combattersi soldati borbonici e garibaldini meno di un secolo prima. La mattina dell’8 dicembre iniziò l’attacco a Montelungo. Fanti e Bersaglieri avanzavano lentamente avvolti da una nebbia grigia ed umidiccia, tale da posare piccole gocce sulle uniformi già vissute e logore, che tuttavia presto li lasciò spazzata via da un imprevisto vento “collaborazionista”. Furono giorni infernali ma con lotta accanita il tricolore stemmato tornò a sventolare in cima quando i tedeschi furono costretti a ripiegare. Poco contò la reale importanza strategica dell’azione poiché ciò che animò i cuori fu il fatto palese: Gli Italiani lottavano contro l’invasore di sempre, gli Italiani lottavano per la propria libertà e la civiltà e soprattutto gli Italiani erano tornati protagonisti del loro avvenire! Oggi prende un briciolo di tristezza se ci si pensa. La Germania, e non solo lei, ci tiene d’assedio con armi micidiali più di quelle di Von Braun e tutte dai nomi buffi ma inquietanti: economia, moneta unica, spread, differenziali e così via. Dall’America non arrivano soldati in aiuto ma le bocciature delle agenzie di raiting. Ma la cosa che più mette amarezza è l’attendismo con cui tutto rimane così com’è. Quando gli Italiani ritroveranno un vero senso di orgoglio nazionale e scatteranno bersaglierescamente come a Montelungo? Forse quando verrà, o tornerà, un vero Padre della Patria credibile agli occhi della gente sfiancata da anni di malapolitica. Ciò che oggi come oggi davvero ci manca per innalzare di nuovo, con coraggio, il tricolore. Intanto a Montelungo si aspetta che torni il sole ed una bandiera cui guardare con speranza.  Montelungo è tutta Italia; tristemente avvolti, ancora, dalla nebbia.
 Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 09.12.2013

PIU’ EUROPA DEI POPOLI PER L’ITALIA DEGLI ITALIANI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/12/2013
 
      L’Italia è “sciapa e infelice” secondo il Rapporto annuale dell’autorevole Censis. A farla crollare di schianto può bastare la degenerazione di uno dei blocchi di autotrasportatori dilaganti da questa sera: focolai pre-insurrezionali che costringono lo Stato alla militarizzazione del territorio nazionale, a cominciare dall’intera Sicilia, terra di moti incendiari (1820,1848, 1860, 1862, 1893-94…,) sino a quando gli anglo-americani la scelsero per l’“Operazione Husky”, che nel luglio1943 in un mese rovesciò il regime e collassò le Forze Armate: obiettivi irraggiungibili con uno sbarco in Sardegna o Campania. “L’Italia è a tocchi” disse Vittorio Emanuele III a Mussolini quando il pomeriggio del 25 luglio 1943 gli impose le dimissioni da capo del governo. Ma oggi chi è in grado di impartire ordini perentori? Da troppi anni politici e dirigenti si guardano a capo chino le punte delle scarpe invece di mirare a una meta superiore. Così l’Italia è stata condotta sull’orlo dell’abisso: “Una Repubblica senza patria”, come sintetizzano Vittorio Feltri, già direttore di ”Il Giornale”, e Gennaro Sangiuliano, vicedirettore di Rai 1, nel saggio edito da Mondadori (*).  
  Per risalire la china dalla periferia della storia a un nuovo protagonismo, dalla sfiducia alla volontà, l’Italia deve liberarsi dal tarlo del particolarismo e riscoprirsi Europa, quale fu ed  è: ben inteso, non l’Europa artificiosa dei Bottegoni di Bruxelles, Strasburgo, Francoforte, ma quella dei Popoli. Oggi il Paese è intorpidito dal complesso di inferiorità che nasce dall’ignoranza della storia propria e di quelle del Continente (che va dall’Atlantico a Vladivostok) e del pianeta. Vale d’esempio il dibattito sulla legge elettorale. Anziché cercare al proprio interno quale modello oggi meglio convenga all’Italia, sulla base della sua realtà effettiva e del suo passato recente e remoto, ci si domanda se sia meglio adottarvi il francese o il tedesco, lo spagnolo o chissà quale altro. Così da risorsa l’Europa diviene paravento per giochi esotici.
   L’Italia soffre di un deficit di coscienza di sé non perché sia soggiogata dall’Europa ma, all’opposto, perché non ricorda di essere essa stessa maestra di europeismo. Dimentica del proprio passato, di essere stata “donna di province” (Dante, Purgatorio, VI, 78), cioè dominatrice di terre, e forte di un’idea imperiale, è  ridotta a “bordello”, lacerata e succuba di altri. Senza evocare Augusto o il re dei Franchi, Carlo, che per essere imperatore andò a farsi incoronare a Roma, basta ricordare che persino nei secoli delle egemonie straniere, fra il Trecento e il Settecento, gli italiani non si rassegnarono a fare da ristoratori e da camerieri agli stranieri in transito, ma  ascesero ai vertici dei sistemi politici, diplomatici, militari delle massime potenze. Oggi invece il Paese, solo nominalmente sovrano, è dilaniato dal devastante conflitto tra Poteri e dalla moltiplicazione delle giurisdizioni. “Tot capita, tot sententiae”, “tante teste, tanti (discordi) pareri”, come si vede dalle contrastanti dichiarazioni dei costituzionalisti sulle conseguenze giuridiche (e politiche) della pronuncia della Consulta sulla legge elettorale vigente. La Babele nel Tempio del Diritto.
  L’Italia odierna, non “mura ed archi” ma cartongesso, vive i sussulti estremi della lacerazione apertavi  cent’anni orsono dallo scontro tra neutralisti e interventisti. Dinnanzi alla guerra tra i blocchi delle grandi potenze europee, invece di cercare l’unità in nome del superiore interesse nazionale, partiti e gruppi di interesse si divisero. Riesplose la contrapposizione dei secoli andati, quando principi e signori erano o per la Francia o per la Spagna (qualcuno persino per i turchi). Da lì il veleno che ha intossicato un secolo di vita pubblica e privata e spinto all’indietro le lancette della storia: dall’unità al particolarismo, come denunciano Feltri e Sangiuliano. In quella voragine proliferarono partiti e sindacati spacciati quali unici soggetti della vita politica ed economica. Come camaleonti, i partiti zampettano nel sottobosco del Paese per cibarsi di pubblico denaro e di benefici, poi si arrampicano sul tronco del Parlamento europeo; e lì cambiano colore, ma  la loro lingua è sempre quella: lanciata a caccia di insetti, la cui identità assorbono divenendo, quali sono, parassiti. E’ la metamorfosi del sistema politico italiano dal crollo del regime a oggi. Anziché un’epoca di Liberazione la guerra civile del 1943-1945 aprì decenni di asservimento ai blocchi e di conflitti  interni. Non ne sono nati Stati separati solo perché una medesima corteccia istituzionale, la Repubblica, ha mascherato la coesistenza di  paesi diversi: il governo  centrale (che via via ha abdicato alla sovranità effettiva), le regioni a statuto speciale (trivelle delle risorse nazionali) e le “regioni rosse”, che hanno fatto politica estera  a sé sulla base di un proprio assetto economico e bancario. Così lacerata, l’Italia si è condannata alla decomposizione.
   Per risalire la china occorre più Europa, quell’Europa dei popoli che non è contro ma dentro la storia degli italiani. Essi anche oggi contano decine di migliaia di giovani con una laurea conseguita all’estero o che da anni, padroni di due-tre lingue oltra alla propria, lavorano in posizioni di prestigio all’estero, né vergognosi né intimiditi dalla loro matrice italica.
   Le cose da fare sono chiarissime: restituire dignità e credibilità alle istituzioni con la riforma della Costituzione, ormai palesemente inadeguata alle urgenze del Paese; restituire la sovranità ai cittadini-elettori, stufi di vedersi posporre a immigrati e clandestini; eleggere al Parlamento europeo il meglio della nostra classe dirigente, se ancora ne abbiamo una. Qualcuno sostiene (o spera) che non sia in gioco lo Stato in sé ma solo questa forma di repubblica, incapace di autorigenerazione. Ci auguriamo  di avere torto, ma, “a tocchi” com’è, l’Italia rischia di crollare di schianto per un  accidente imprevisto. Una scintilla può generare un incendio inarrestabile. Meglio averne coscienza e correre ai ripari. Come il guerriero ironicamente cantato da Ludovico Ariosto, “che andava combattendo ed era morto”, la vecchia politica discetta inconcludentemente sui colori da dare alla casa mentre i muri cadono. Tra un (inutile) consulto e l’altro, quella vecchia politica non si avvede che il paziente-Italia può decidere si risollevarsi da sé e darsi il governo  che il Parlamento non gli sa dare.
  Aldo A. Mola
(*) Il saggio di Feltri e Sangiuliano è stato presentato a conclusione della 46^ edizione del Premio Acqui Storia  su iniziativa del Rotary Club di Acqui. Un evento dal quale si traggono alcune constatazioni: la vita culturale delle cittadine non è affatto “provinciale”; l’Italia abbonda di circoli internazionali (Rotary, Lions, e, perché no?, logge massoniche); il pubblico affolla i dibattiti, partecipa. Gli italiani non sono affatto rassegnati. Però sono stufi di rappresentanti inadeguati, votati obtorto collo in assenza di alternative e in forza di una legge ora dichiarata incostituzionale. 
DATA: 07.12.2013
 
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO PER SUPERARE IL CAOS:
RESTITUIRE DIGNITA’ ALLE ISTITUZIONI E SOVRANITA’ AI CITTADINI


Aldo Mola   La Consulta dei Senatori del Regno prende atto del drammatico punto di arrivo della crisi, che da decenni  ha corroso dall’interno la Repubblica per il conflitto tra Poteri e tra Poteri e l’Ordine giudiziario; per la moltiplicazione delle giurisdizioni (Stato, Regioni e rispettivi tribunali); per la divaricazione ormai palese e sanzionata dalla Corte Costituzionale tra parlamentari ed elettori.        
  
  Urge restituire credibilità e  dignità alle istituzioni e sovranità ai cittadini.
     
  La Consulta mette in guardia dal ricorso a scorciatoie quali l’arroccamento attorno al protagonismo  del capo dello Stato, che invero non appare garante super partes ma espressione di alcuni settori partitici autoreferenziali; l’emanazione di decreti governativi in materia elettorale (colpo di mano inammissibile sic stantibus rebus); l’introduzione surrettizia del semipresidenzialismo (un vero e proprio colpo di Stato).
   La Consulta dà voce al profondo disagio dei cittadini, ai cui occhi – al di là di ogni argomentazione di diritto – le istituzioni oggi risultano delegittimate: un fatto politico dalle ripercussioni storiche imprevedibili.
  La forma repubblicana precipita verso il tramonto. La Consulta auspica che nel suo inarrestabile declino essa non travolga il poco che rimane dello Stato di diritto.
 
  La Consulta deplora che l’abbozzo di riforma delle istituzioni sia stato affidato a una Commissione di saggi con totale esclusione di espressioni della cultura giuridica e politica dell’Italia monarchica costituzionale: forma di Stato oggi vigente in una decina di Paesi dell’Unione Europea e del tutto compatibile con l’Italia odierna.
   La Consulta ricorda infine che tra il 1848 e il 1913, dall’età di Carlo Alberto a quella di Vittorio Emanuele III e Giovanni Giolitti, il collegio uninominale a doppio turno propiziò la formazione della miglior classe politica della storia d’Italia, corroborata dal Senato regio, composto dai rappresentanti della forze vive del Paese. La Consulta ritiene che solo il ritorno immediato a quel modello può (forse) restituire ai cittadini interesse per la partecipazione al voto e ridare forza e vigore alla vita pubblica.
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Roma, 5 dicembre 2013


DATA: 03.12.2013

L’INTERVENTO DI ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE

L’INTERVENTO DI ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALESi è tenuto sabato 30 novembre 2013, presso la sala Risorgimento dell’Hotel Massimo d’Azeglio di Roma, il congresso dei Liberal-nazionali sul tema “Fare una destra per la nazione italiana”. L’iniziativa, promossa dal Sen. Giuseppe Basini e da Paolo Sardos Albertini, ha voluto far sentire la voce dei liberali di destra in un momento di crisi politica profonda. Si è focalizzato molto interesse per l’evento, infatti nell’arco della giornata si sono alternati gli interventi di molti esponenti delle istituzioni e del mondo della politica, da Giorgia Meloni a Rocco Buttiglione, da  Stefano De Luca ad Adolfo Urso. L’Unione Monarchica Italiana era presente tra il pubblico con le sue più alte cariche ed il Presidente nazionale Alessandro Sacchi ha portato il saluto al Congresso con un intervento di analisi dell’attuale situazione istituzionale che richiede necessariamente una sostanziale riforma. Tra gli interventi ricordiamo quello dell’Arch. Gabriele Pagliuzzi che ha parlato del futuro dei liberali in Italia e quello del Conte Nicolò Sella di Monteluce.
Per l’Unione Monarchica, oltre a Sacchi, Boschiero e Colombo, hanno presenziato i Consiglieri nazionali Carotti (Ancona) e Mella (Torino) e Ardagna dell’U.M.I. trapanese.
L'evento è stato trasmesso in diretta da Radio Radicale.
L’INTERVENTO DI GIUSEPPE BASINI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
L'intervento di Giuseppe Basini

L’INTERVENTO DI ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
L'intervento di Alessandro Sacchi

GIORGIA MELONI E ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
Alessandro Sacchi parla con Giorgia Meloni

ROCCO BUTTIGLIONE E ALESSANDRO SACCHI AL CONGRESSO NAZIONAL-LIBERALE
Il Presidente dell'U.M.I. con Rocco Buttiglione


DATA: 03.12.2013
 
IN ATTESA DELLA CORTE COSTITUZIONALE “TUTTI GIU’ PER TERRA?”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/12/2013
 
La Corte Costituzionale    Tre dicembre 2013. Vigilia di Santa Barbara. Un altro giorno da segnare nigro lapillo, in nero. “Tutti giù per terra?”. Dopo lunga ruminazione, fra tre giorni la Corte Costituzionale si pronuncia sul ricorso di un cittadino (quisque de populo) che chiede venga invalidata la legge elettorale vigente, definita “una porcata” da Roberto Calderoli, suo padre putativo, perché gliela cambiarono in corso d’opera.  
  L’Italia è un Paese strano. Dal crinale alpino a Capo Passero la vita vi scorre malgrado governi e malgoverno. La popolazione provvede a se stessa. Si barcamena. Un tempo lo Stato si faceva vivo solo con l’esattore delle tasse e la cartolina precetto. Adesso il sacro dovere del cittadino di difendere la Patria è stato messo in soffitta. Le tasse invece no. Ci sono, molte più di prima, anzi; e senza che se ne veda il ritorno. Dal 1848 la Nuova Italia ha condotto eroiche battaglie per abolire  gli ordini ecclesiastici “contemplativi”; oggi mantiene una miriade di pubblici impiegati parassitari, un esercito di esattori e di autovelox per ripianare i debiti di amministrazioni spendaccione. Confiscò i beni ecclesiastici in nome del progresso e ora si svena con la cassa integrazione, ordinaria, speciale  e in deroga,  mille altri sperperi e promette un obolo a cittadini incentivati a non far niente.
  Ma il tre dicembre forse lo Stato annienta se stesso, mentre il procuratore generale della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis,  prospetta la nullità di tutte le leggi  sul finanziamento pubblico ai partiti emanate dopo il 1997. Se la Corte Costituzionale sentenzia che la legge elettorale vigente è “illegittima”, lo sono anche le Camere e lo è pure il presidente della repubblica, votato da un parlamento abusivo. Vien da dire: “E’ la legge, bellezza!”. In effetti, è così. Da decenni il vuoto della “politica” è stato colmato da un Ordine, la magistratura, che giorno dopo giorno è divenuta  Potere, dinnanzi al quale l’Esecutivo e il Legislativo, gravati da avvisi di garanzia, rinvii a giudizio, condanne, si sono inchinati: proni, supini. Il declino dura da decenni. Alla radice non vi fu Tangentopoli. Vi fu la criminalizzazione, a freddo, della Loggia Propaganda Massonica n.2 (la P2): indiziata di attentato alla Costituzione (1981) e sciolta dal Parlamento (1982), anche se poi assolta dall’imputazione di cospirazione, ma solo nel 1994, quando la frittata era bruciata da tempo. La Commissione d’inchiesta, che si condusse da Tribunale Speciale, screditò  i partiti che avevano esponenti nella loggia demonizzata: liberali, socialdemocratici, socialisti, repubblicani, democristiani “occidentali” e la Destra non eversiva. Lì si ruppe l’equilibrio dei Poteri. 
  Da allora Legislativo ed Esecutivo, travolti dai marosi, non hanno più varato alcuna riforma memorabile. E oggi annaspano. Basti constatare che, a pochi mesi dalla loro scadenza, non si sa se i Consigli  provinciali saranno rieletti o meno, né quale ordinamento avranno i consigli dei piccoli Comuni. Così governo e parlamento distruggono alla radice l’interesse dei cittadini per la vita politica, che ha radici nell’amministrazione locale: i sindaci e i presidenti delle Province, eletti con metodo maggioritario. A spezzare il filo un tempo tenace tra cittadini e istituzioni non sono solo la criminalità organizzata, i clandestini santificati come “profughi” (un falso linguistico che copre una menzogna ideologica), né chi, francescanamente, allo Stato  (che dovrebbe essere legge erga e super omnes) antepone l’ assemblea dei credenti. A recidere quel legame nato con l’Italia di Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi sono il governo con provvedimenti arruffati (la tassazione sulle proprietà è solo uno dei tanti esempi lampanti) e un parlamento che passerà alla storia per aver espulso un proprio membro ratificando una sentenza con efficacia retroattiva: un calcio alla civiltà giuridica, come in Italia accadde solo nei mesi nefasti dell’ “epurazione”, in molti casi attuata da chi cambiò il colore della camicia ma non quello della toga. Funesto. Un caso esemplare? Ettore Casati fu presidente di sezione della Corte di Cassazione con Mussolini e ministro della Giustizia nel governo Badoglio.
Tre dicembre, dunque…Vigilia di Santa Barbara. La Corte Costituzionale potrebbe decidere: “Tutti giù per terra”. Ma rialzarsi non sarebbe un gioco da bambini...


Aldo A. Mola

DATA: 17.11.2013

L’AUTUNNO DI MONTPELLIER

Regina ElenaEra un giorno piovoso, grigio come solo gli autunni europei sanno essere, quasi cupo ostinatamente melanconico. Il cielo palesava la sua tristezza e si faceva partecipativo sopra Montpellier mentre un corteo di persone lentamente, mestamente, percorreva i viali. Tra quelle persone dagli occhi lucidi due Re in esilio, Umberto e Farouk, la Regina Maria Josè, esponenti della nobilità ma soprattutto la gente comune. Italiani e francesi in coda avvolti in vecchi cappotti per proteggersi dal freddo spinoso che non ne minò il desiderio di partecipazione. Esserci per dire che a quella brava madre, quella brava nonna, quella donna generosa e buona loro avevano voluto bene. Poco importava se spendeva le sue poche sostanze per fare del bene, poco importava se il suo corpo addormentato andava a riposare nella tomba di famiglia del suo medico perché sgradito in Patria, poco contava se quella cara e dolce signora era stata la Regina d’Italia. Lei che aveva saputo intenerire il cuore introverso e forte di Re Vittorio Emanuele III, lei che ne aveva seguito la difficile vita fino all’esilio egiziano per la popolazione lei era l’icona della bontà. Anche per tanta gente che in Italia non la dimenticò. Per Guareschi che le dedicò una novella, per i messinesi che le eressero un monumento e per tanti italiani che piansero il 28 novembre 1952 quando Elena si spense sconfitta da un male incurabile. Quella terra che da lei ebbe solo amore, nel 2013 quasi 2014, ancora non ha saputo nemmeno riportarla a casa. Mentre il Vescovo di Montpellier ne ha richiesto la canonizzazione l’Italia dimentica, finge di non vedere. È incredibile come nel mondo d’oggi anche i cuori buoni possano fare paura ai padroni del vapore.
 Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 19.11.2013
 
FILIBERTO DI SAVOIA-GENOVA, “CONTE REGNANTE DI NIZZA”

Filiberto di Savoia-Genova      Il principe Filiberto era il secondogenito di Tommaso di Savoia, secondo Duca di Genova e di Isabella di Baviera.
   Il ramo cadetto dei Savoia-Genova inizia con Ferdinando, primo Duca di Genova e secondo figlio di Carlo Alberto, protagonista della Prima Guerra d' Indipendenza (Torino gli ha dedicato uno splendido monumento equestre in bronzo) ed eletto Re di Sicilia col nome di Amedeo Alberto I dal Parlamento siciliano. Carica cui rinunciò per non lasciare il fronte di guerra.
   Filiberto nacque a Torino nel 1895 e fu insignito dal re Umberto I del titolo di Duca di Pistoia. L'attribuzione di titoli nobiliari riferentisi a città: Bergamo, Ancona, Udine, Pistoia, Salemi, Spoleto, ecc. (ma anche a regioni: Abruzzi, Puglie, ecc.), voleva dimostrare l'attenzione e la cura della Dinastia nazionale verso le varie città (e regioni) d'Italia.
   Come tutti i Savoia, dinastia guerriera, Filiberto intraprese la carriera militare e da questa trasse il piglio e il comportamento rigido e militaresco, non certo debole(1), come era quello del fratello Adalberto, Duca di Bergamo, data la loro professione, del quale ho già trattato, e quali io li ho conosciuti di persona.
   Durante la Grande Guerra il Duca di Pistoia fu nel Nizza Cavalleria. Poi comandante del 232° Reggimento di fanteria e quindi della 11.ma Brigata Brennero.
   Combatté in Etiopia e la sua Divisione issò per prima la bandiera italiana sull'Amba Aradan, medaglia d'argento al V.M. Comandante generale delle truppe alpine, passò poi alla Settima Armata.
   Nel 1928 sposò la principessa Lidia d'Arenberg appartenente ad una grande famiglia nobiliare belga. Dal matrimonio non nacquero figli. Lidia stringerà poi una cordiale amicizia con la futura regina Maria José e rimarrà sempre legata ai Savoia. La conobbi a Montpellier in occasione di un omaggio, per l'anniversario della morte, alla tomba della regina Elena là tuttora sepolta. La Duchessa di Pistoia fu donna riservata e di alto sentire, come mi confermò anche la famosa danzatrice classica Emanuela Dell'Orto.
   Nell'immediato Primo Dopoguerra la coppia prese residenza a Bolzano. Si voleva con quest'atto rendere omaggio alla città da ultimo unita al Regno, non certo conferire una “patente d'italianità”, come afferma scioccamente il sito “Bolzano scomparsa”. Con la presenza di un Savoia si esternava la premura e l'attenzione della Corona verso la cittadinanza. La presenza di due membri della Casa regnante costituiva il simbolo della considerazione per la città alpina da parte della Dinastia.
   Come è noto, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia occupò subito Mentone e successivamente, nel 1942, anche Nizza.
   Negli ambienti del Ministero degli Esteri si progettava di restaurare l'antica Contea di Nizza che appartenne ai Savoia dal 1388 al 1860, quando venne ceduta a Napoleone III quale compenso per l'aiuto della Francia nella Seconda Guerra d'Indipendenza.
   E' bene ricordare che la Città non aveva mai appartenuto alla Francia e che essa non era all'epoca (1860) così francese come si volle  far credere per giustificare la cessione e sedare le proteste. Nizza e la sua Contea, caso mai, avevano una origine occitana e il suo dialetto si rifaceva e si rifà, all'occitano, al piemontese e al ligure. Insomma la Contea aveva una sua particolarità, tanto è vero che tutt'oggi esiste a Nizza un vivace partito autonomista-indipendentista.
   Nizza aveva anche un'anima italianissima che in parte sopravviveva ancora nel 1942, malgrado la dura e crudele persecuzione dell'italianità effettuata dai governi francesi dopo il 1860. Di sentimenti italiani e sabaudi non erano solo gli italofoni, ma anche molti francofoni, basti citare la celebre poetessa e scrittrice in francese Agata Sofia Sassernò (2).
   Insomma, aveva una valida base storica, culturale e linguistica il progetto di costituire questo Stato cuscinetto fra Italia e Francia, non era una fantasia del Fascismo o un crimine, come lo si volle poi rappresentare da storici antifascisti in servizio permanente effettivo (3). L'intera Famiglia Garibaldi , in primis, la figlia ultimogenita del Grande, Clelia, aveva accolto con entusiasmo la rivendicazione di Nizza.
   A capo della restaurata Contea di Nizza avrebbe dovuto essere nominato, quale Conte regnante, proprio il nostro Filiberto di Savoia-Genova. Si faceva il suo nome per motivi dinastici: Amedeo e Aimone di Savoia-Aosta erano già impegnati (diciamo così) l'uno come Viceré d'Etiopia e l'altro come Re di Croazia. L'allora Duca di Genova, Ferdinando (capo del secondo ramo cadetto), era ormai anziano e dopo di lui succedeva Pistoia. Sua moglie inoltre, Lidia D'Arenberg, era belga e quindi originaria di uno Stato bilingue (francese e fiammingo) e aveva lungamente soggiornato sulla Costa Azzurra dove possedeva una villa e dove era conosciuta e stimata (4). Sarebbe stata ovvia tale scelta da parte del Re e Imperatore.
   La restaurata Contea avrebbe dovuto comprendere anche Roccabruna e Mentone, cedute anch'esse     nel 1861, cedute irresponsabilmente in quanto non facevano parte dell'antica Contea e quindi non rientravano nei patti di Plombières, e così pure comprendere il Principato di Monaco in quanto, in violazione dell'asserita neutralità del Principato, il principe Ranieri militava in Africa con le truppe golliste, nostre nemiche.
   L'8 Settembre era però alle porte con il collasso dell'Italia. Il progetto non ebbe neppure il tempo di essere ulteriormente approfondito.
   Dopo la nascita della Repubblica il Duca di Pistoia si ritirò in Svizzera con la moglie che aveva una proprietà a Losanna. Quindi si trasferì a Torino presso il fratello minore Adalberto e qui vissero modestamente, con riserbo e semplicità in un albergo di fronte alla stazione di Porta Nuova. Li si incontrava frequentemente passeggiare sotto i portici rispondendo cortesemente al saluto di tutti.
   Filiberto, morto il fratello maggiore Ferdinando, ereditò il titolo di Duca di Genova; poi, mancato anche Adalberto, alla morte di Lidia, tornò a Losanna dove morì all'età di 95 anni. E' sepolto a Superga.
Giulio Vignoli
(1) Come afferma chi non li mai visti.
(2) G. Vignoli, Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo (e di Briga e di Tenda e del Principato di Monaco), Sette Colori editore, Lamezia Terme, 2011.
(3) Si veda per tutti Romain Rainero, insignito ovviamente della Legion d'Onore...
(4) G. Frediani, La pace separata di Ciano, Bonacci editore, Roma, 1990, p. 135.

DATA: 23.11.2013

BBC HISTORY: PROCESSO A VITTORIO EMANUELE III

BBC HISTORY DICEMBRE 2013
Nella rivista BBC HISTORY di dicembre (n° 32, euro 3,90), da oggi in edicola, nelle pagine 46 e 47 si tiene un "processo" a Vittorio Emanuele III dove deputato alla difesa c'è il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo Mola e come accusatore il Prof. Aldo G. Ricci. Il processo fa da cornice ad un articolo di Osvaldo Baldacci in cui, tra i vari aspetti, viene anche evidenziato quello dell'annosa questione della salma che riposa ad Alessandria d'Egitto, mentre il Pantheon di Roma la attende.
DATA: 19.11.2013

A PESCHIERA NON C’E’ PIU’ NESSUNO

Convegno di PeschieraEra l’8 Novembre 1917 ed a Peschiera si riunivano i rappresentanti delle principali potenze alleate dopo il disastroso colpo subito dall’Italia a Caporetto. Quasi come se si volesse punire lo scolaro impreparato, quasi come se si volesse puntare il dito sul debole sconfitto. La baldanza di chi vedeva, già allora, nell’Italia ferita uno zimbello da denigrare fu presto piegata dalla ferma posizione di quel Re spesso chiamato ingiustamente “piccolo” ma dalla statura morale di un gigante. Vittorio Emanuele III non fece piagnistei, non si lamentò ma si limitò a spiegare il perché di quel dramma e difese con energia i “suoi” soldati le cui pene non mancò di rammentare ai diplomatici presenti, difese la popolazione e le donne d’Italia su cui gravava ugualmente il peso di quel conflitto e si guadagnò, pugnando da leone, il rispetto di inglesi, francesi ed americani rivendicando unl ruolo chiave per la sua Patria. Oggi, a distanza di quasi un secolo, cresce la melanconia a pensare che nessuna voce si leva alta e ferma per difendere gli italiani impoveriti, affamati e disperati dalle ingerenze straniere. I tedeschi non sono più quelli di Rommel che presero Longarone ma sono quelli delle banche, dell’Eurozona e dei capitali. Non sono nelle trincee ma sono in caldi e lussuosi uffici. E non sono certi gli unici perché l’Europa del denaro che controlla il continente ed impone condizioni è ormai multinazionale. Le nuove armi non sono più moschetti, cannoni e mitragliatrici ma trattati, titoli, coefficienti, valori, indici, percentuali e numeri. Chi ci difenderà a gran voce da queste invasioni? Da questi strappi alle sovranità dei popoli? Chi avrà mai la forza morale ed etica per fermare l’occupazione, non militare ma finanziaria, che strozza il paese? Di certo non i figli, immeritevoli per lo più, della casta politica postbellica troppo impegnati ad arraffare vitalizi e diarie. Ecco il dramma del 2013 è semplice: a Peschiera non è rimasto più nessuno! Soprattutto ne lì ne a Roma c’è più un vero “padre della Patria” ad alzare la voce e dire forte: Ora basta!
 Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 19.11.2013
  
REDIPUGLIA, 4 NOVEMBRE: SVENTOLA IL TRICOLORE DELLA PATRIA

REDIPUGLIA, 4 NOVEMBRE: SVENTOLA IL TRICOLORE DELLA PATRIA
Una folta delegazione di monarchici friulani ha reso omaggio, lo scorso 4 novembre, al Sacrario di Redipuglia dedicato ai seicentomila caduti della Grande Guerra Vittoriosa. La numerosa delegazione, preceduta dalle Bandiere della Patria, era guidata da Ernesto Fantini e da Umberto Vittorio Tripodi. Con questo gesto simbolico l’U.M.I. ha dato il via alle celebrazioni della Grande Guerra Mondiale che coronò il Risorgimento nazionale.
REDIPUGLIA, 4 NOVEMBRE: SVENTOLA IL TRICOLORE DELLA PATRIA
DATA: 19.11.2013
 
LA TRAGEDIA DI UGO CAVALLERO “SUICIDATO” DA KESSELRING

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 17/11/2013
 
Ugo Cavallero  Ugo Cavallero: un italiano che non si piegò  quando Hitler decideva chi in Italia potesse ancora vivere e chi no. Nel 70° della sua tragica fine, è stato ignorato. Ancora troppo scomodo per tutti. Quando due anni orsono la sua città decise di ricordarlo, insorse la solita  associazione, più faziosa che “partigiana” e niente affatto depositaria della  verità. 
 Ugo Cavallero, Maresciallo d’Italia, senatore del regno, morì per un colpo di pistola alla nuca prima dell’alba del 14 settembre 1943, nel giardino dell’Albergo Belvedere a Frascati dopo una cena con il Feldmaresciallo Albert Kesselring. Era nato il 20 settembre 1880 a Casal Monferrato, una plaga di quel Vecchio Piemonte che ha dato tanti militari  all’Italia, da Matteo Albertone a Paolo Spingardi, Pietro Badoglio…: un personaggio, quest’ultimo, che lo incrociò con esiti fatali. Badoglio iniziò la carriera in  Eritrea; Cavallero nella guerra italo-turca del 1911-1912.  Il 9 novembre 1918 Badoglio divenne vicecomandante supremo dell’Esercito nella Grande Guerra.  Da capo dell’Ufficio operazioni del Comando Supremo il colonnello Cavallero  approntò il piano  dell’offensiva finale contro l’Austria-Ungheria. Generale a soli 38 anni, nel  1919 fu inviato alle trattative di pace a Versailles. Senatore dal 1926, da Vittorio Emanuele III nel 1928 fu creato conte, dopo quattro anni di sottosegretario alla Guerra a fianco di Mussolini, titolare del ministero (1925 al 1928) dal 1929 assegnato al generale  Pietro Gazzera, di Bene Vagienna. Già direttore centrale della Pirelli dal 1920 al 1925 e dal 1928 presidente dell’Ansaldo (quando Genova era una grande città…), dal 1937 Cavallero comandò le forze italiane nell’Africa Orientale Italiana,  in rapporti spesso tesi col viceré Amedeo d’Aosta.
   Dopo il fiasco dell’attacco alla Grecia (28 ottobre 1940) voluto da Mussolini con la cieca o cinica connivenza di Badoglio, Cavallero, generale di corpo d’armata e dal 4 dicembre capo di Stato Maggiore in sostituzione di Badoglio,  maresciallo d’Italia dal 1° luglio 1942, il 31 gennaio 1943 fu sostituito al vertice delle Forze Armate da Vittorio Ambrosio, in vista del rovesciamento di Mussolini e dell’uscita dalla guerra. Cavallero fu ed è ancora dipinto quale ferreo alleato della Germania. In realtà, come gli riconobbe Lucio Ceva, conosceva bene l’enorme disparità fra il sistema industriale italiano (tutto direttamente o indirettamente foraggiato dallo Stato, inclusa la Fiat) e le esigenze della nuova guerra “europea”, che sino al dicembre 1941 pochi prevedevano sarebbe divenuta mondiale. Non fu lui ma Badoglio ad avallare l’intervento del 10 giugno 1940.  Cavallero  ereditò una situazione dagli esiti compromessi: in Grecia, per le sconcertanti “disavventure” della Marina, per il mancato attacco risolutivo a Malta, dovuta anche all’ottusità dell’austrico Hitler, che (come del resto gli Stati Uniti, ieri e oggi)  non capì la centralità del Mediterraneo anche per gli equilibri postbellici. Non gli rimase che continuare la “guerra parallela”, per l’onore dell’Italia. Nel  “diario”  il pettegolo Galeazzo Ciano ne disse tutto il male possibile; ma che cosa aveva fatto egli stesso per impedire la corsa verso il baratro?  Lo pagò poi di persona.
  Nominato capo del governo alle dimissioni imposte da Vittorio Emanuele III a Mussolini (25 luglio 1943), Badoglio fece subito arrestare Cavallero  senza alcun capo d’accusa. Un’infamia, anche perché ne violò le prerogative di senatore del regno. Suscitò l’indignazione del re, che ne impose il rilascio, ma Badoglio lo fece relegare a Palazzo Madama, sede del Senato, con scandalo del presidente della Camera Alta, Thaon di Revel, e, non pago, Badoglio lo fece nuovamente  imprigionare col pretesto di una cospirazione contro il governo. Andò peggio a Ettore Muti, ammazzato a tradimento. Recluso a Forte Boccea, mescolato a fascisti veri, Cavallero rilasciò al generale Carboni dichiarazioni (il cosiddetto “Memoriale”). Il 12 settembre venne liberato dai tedeschi di Kesselring. Nella fretta di scappare da  Roma per le Puglie il fuggitivo Badoglio lasciò sulla scrivania il “memoriale” nel quale Cavallero aveva sintetizzato la propria condotta: niente affatto prono alla Germania di Hitler, egli aveva tessuto una trama con Giovanni Visconti Venosta e l’industriale cartario Luigi Burgo, liberale, monarchico, senatore e suo “buon amico”, che gli mise a disposizione cento milioni di lire “per finanziare un eventuale movimento” volto a sganciare l’Italia dall’ingombrante alleato. Lo stesso 12 settembre Mussolini fu prelevato da Campo Imperatore, sul  Gran Sasso d’Italia, e portato in Germania per allestirvi un governo  fiancheggiatore di Hitler. Con il “Memoriale” alla mano, la sera del 13 settembre Kesselring ospitò a cena Cavallero e, su mandato di Hitler, gli chiese di comandare le forze armate di un’Italia succuba della Germania. Poche ore prima il Maresciallo aveva profetizzato al Maresciallo Enrico Caviglia che i tedeschi gli avrebbero ficcato una palla nella testa.
  La mattina del 14 venne rinvenuto riverso su una sedia a vimini, un foro alla nuca e una pistola a terra, sul lato destro. Era mancino. Chi sparò non lo sapeva. Secondo Mussolini fu “suicidato dalla destra di Kesselring”. Ai solenni funerali i germanici versarono lacrime di coccodrillo come poi per quelli di Erwin Rommel, forzato al suicidio. Badoglio non lo pianse. Capo delle forze armate la Repubblica sociale italiana fu Rodolfo Graziani. Anche per i fascisti Cavallero rimase da dimenticare. Burgo venne arrestato dalla RSI, processato a Parma e, a differenza di Ciano, De Bono e altri, scampò di stretta misura il plotone di esecuzione fascio-repubblicano. Paradossalmente, nel 1945 venne “epurato” dal Senato come filofascista e fu perseguitato dai “partigiani” : un po’ stalinisti, un po’ profittatori. Di Ugo Cavallero va aggiunto che nel 1911 fu  iniziato massone nel Grande Oriente. Nell’estate del 1918, proprio quando preparava il piano di Vittorio Veneto, entrò nella Gran Loggia d’Italia. Sia pure con qualche peccato veniale (chi non ne commise?), mantenne il giuramento di fedeltà alla Patria, come altri militari massoni, incluso il Maresciallo Messe, che crebbe sulla sua scia. Una storia pacata di quegli anni tragici rimane da scrivere. Potrebbe  promuoverla il Premio Acqui Storia con un convegno di storia militare, mentre troppi ancora attizzano antiche divisioni con “celebrazioni” a senso unico. Per cominciare, rendiamo omaggio alla memoria  di Ugo Cavallero: un  patriota, fedele al giuramento al Re: Italia innanzi tutto. Un esempio, mentre imperversa il caos. (*)

Aldo A. Mola

(*) Il Diario di Cavallero, conservato all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, è al centro di un documentato studio inedito del col. Antonino Zarcone.
DATA: 17.11.2013
  
IL GRANDE AMORE SEGRETO DEL DUCA DI BERGAMO

Adalberto Savoia Genova   Sono rimasti sempre un po' in ombra gli ultimi appartenenti al ramo cadetto dei Savoia-Genova.
  Intendo i figli di Tommaso di Savoia, Duca di Genova e di Isabella di Baviera: Ferdinando, Filiberto, Adalberto, Eugenio, Bona e Adelaide.
   Per la loro posizione (parlo dei maschi) nell'ordine di successione al Trono assai arretrata e per la natura riservata del loro carattere, non raggiunsero, e non assunsero mai, posizioni di spicco.
   Adalberto di Savoia-Genova, Duca di Bergamo (per ora ci soffermiamo solo su di lui), nacque ad Anglié, in Piemonte, nello storico castello appartenente ai Genova, nel 1898.
   Partecipò alla Prima Guerra Mondiale combattendo sul Montello. Fu comandante del Savoia-Cavalleria e nel 1935-36 partecipò all'impresa d'Etiopia. Nella Seconda Guerra Mondiale fu comandante dell'Ottava Armata e successivamente della Settima.
  Nel 1939, conquistata l'Albania, era stato fatto il suo nome per la carica di Viceré d' Albania da parte di Jacomoni di San Savino, già nostro ambasciatore a Tirana. Infatti Adalberto era stato in Albania quale testimone delle nozze di re Zog con la nobile ungherese Geraldina Apponyi, suscitando col suo comportamento molte simpatie fra gli albanesi (1). La segnalazione però non ebbe seguito. Anzi, lo stesso Jacomoni venne poi nominato Luogotenente generale del Re in Albania. Si scelse questa denominazione per riguardo verso gli albanesi, ritenendosi che quella di Viceré fosse più adatta a dei territori coloniali. Infatti, e questo si dimentica spesso e volentieri, l'Albania conservò, anche  dopo l'occupazione italiana, un suo Parlamento, un suo Governo e un suo primo Ministro.
  Adalberto guidò la delegazione italiana ai funerali dello zar Boris III di Bulgaria, morto misteriosamente a Sofia il 28 agosto 1943, forse per mano dei tedeschi, forse per mano dei comunisti. Mafalda invece accorse come sorella prediletta della zarina Giovanna. Il Duca partì da Sofia prima della principessa Mafalda, che si trattenne ancora qualche giorno in più, e così rientrò prima in Italia, riuscendo a salvarsi dai tedeschi poi inferociti per l'armistizio dell'8 Settembre. Mafalda invece, come è noto, fu arrestata a Roma, al suo rientro, e portata in un Lager in Germania dove morì tragicamente (2).
   Il Duca di Bergamo non si sposò mai e su questo suo celibato si fecero molte chiacchiere perché si è sempre ignorato, e si ignora, il suo legame sentimentale con una nobile piemontese durato dalla giovinezza alla morte.
   A parlarmene furono le sorelle Scarsella, Anita, Nella e Laura, anch'esse piemontesi d'origine (avevano una grande villa a Millesimo), che tenevano a Milano, per la precisione all'inizio di corso Magenta, un salotto  politico-letterario d'intonazione liberal-monarchica, frequentato da politici e intellettuali d'area e da amici della Milano-bene (ricordo per prima Piera Ricotti, la marchesa Ippolita Borgazzi, Mariella Zagnoli, Piero Astengo, il marchese Giovanbattista Gavotti, la scultrice   Caprotti, ecc.), ma soprattutto Anita, la “politica” del trio, ne era l'animatrice.
  Esse erano amiche personali della misteriosa contessa. L' indiscrezione mi venne anche confermata ed ora, per la prima volta, la rendo pubblica, da Giuseppe Tarò, il noto industriale-diplomatico savonese nonché studioso e collezionista di memorie e cimeli sabaudi.  
   Alla fine degli Anni '70 il Duca di Bergamo espresse l'intenzione ai più intimi di rendere pubblica la relazione e di sposarsi.  Ne parlò al re Umberto II, chiedendone l'assenso, come le leggi di Casa Savoia e il Codice civile prevedono per tutti i membri della Dinastia. Il Sovrano sconsigliò il matrimonio, motivando con l'età assai avanzata dei nubendi che avrebbe sollevato critiche.  
Adalberto morì così scapolo come era vissuto.
   Con l'avvento della repubblica, Adalberto di Savoia-Genova si era ritirato a Torino dove visse modestamente in un albergo in compagnia del fratello Filiberto (al quale dedicheremo un prossimo profilo). E a Torino morì nel 1982. La salma riposa a Superga.
GIULIO VIGNOLI
(1)F. Jacomoni di San Savino, La politica dell'Italia in Albania, Cappelli, Bologna, 1965, p. 143.
(2)F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al Lago di Garda, Settimo Sigillo, Roma, 1994.
DATA: 13.11.2013

A TORINO SI APPROFONDISCE LA MISTERIOSA MORTE DEL CONTE ROSSO

TORINO - Il terzo appuntamento degli Aperitivi Culturali 2013 dell’Associazione Immagine per il Piemonte si tiene giovedì 14 novembre, sempre nella Sala Principe Eugenio, Sede AIP via Legnano 2/b a Torino, alle ore 18, ed è incentrato sull’ultimo libro di Massimo Centini, Omicidio a Corte. Indagine sulla morte del Conte Rosso, Amedeo VII di Savoia, edito da ArabA Fenice, prefazione di Vittorio G. Cardinali, costituisce un’interessante occasione per una lettura diversa di un frammento della storia sabauda. Con l'autore ne parlano lo storico Vittorio G. Cardinali e il docente Roberto Solari. Infatti, la morte di Amedeo VII, detto il Conte Rosso, è circondata da un’aura di mistero. Una fine naturale, a seguito di un grave incidente di caccia, o avvelenamento?
Da tempo gli storici cercano di dare una risposta. Ci prova oggi Massimo Centini: vestendo i panni dell’investigatore, prova a raccoglie indizi e informazioni, materiali d’archivio e notizie, organizzando il tutto con un’impostazione criminologica. Ne scaturisce un quadro interessante, sempre radicato nella storia e a tratti avvincente.
Un caso del XIV secolo raccontato con linguaggio semplice, ma sempre scientifico, che offre ai lettori tutte le necessarie informazioni metodologiche per l’approccio alle diverse tematiche trattate all’interno del testo. Un pratico contributo è costituito da tutta una serie di box distribuiti nei singoli capitoli e utili per approfondimenti e chiarimenti tecnici.
L’ultima fase della vita del Conte Rosso – che ha la sua scenografia nel castello di Ripaille – se osservata tenendo conto del brulicare di fatti che l’hanno caratterizzata, si presenta con i toni di un autentico giallo, anche se il plot è totalmente immerso nella storia e costellato di risvolti misteriosi,intrighi, presunte congiure e forse un po’ di magia.
Il clou della questione riguarda soprattutto le cause della morte Conte Rosso, che sono spesso state La vicenda giuridica che ne seguì portò alla luce presunti errori diagnostici e terapie discutibili.Infatti, i rimedi impiegati dell’epoca potevano essere talmente bizzarri e lontani dall’attuale farmacopea da non consentire un giudizio in merito.
Intrighi di corte e manovre di potere, inevitabili in anni di frequenti guerre e segnati da un continuo ridisegno dei confini dei singoli domini, si inseriscono a buon titolo nel legittimare lavicenda come un vero e proprio giallo a sfondo storico: un lontano e misterioso episodio, contemporaneamente un’interessante testimonianza di storia e non ultima una vicenda che può essere osservata in modo suggestivo e appassionate attraverso l’ottica criminologica.
DATA: 13.11.2013

TORINO: INCONTRO SU MARIA CLOTILDE DI SAVOIA

Maria Clotilde di SavoiaTORINO - Il secondo appuntamento con la storia dell’"Associazione Immagine per il Piemonte" (ciclo Aperitivi Culturali 2013) punta i riflettori sulla principessa "Maria Clotilde di Savoia. Una giovinezza sacrificata alla ragion di Stato". Ne parlano il 7 novembre alle 18 con l'autore, la giornalista Barbara Ronchi della Rocca, lo storico Paolo E. Fiora di Centocroci e l'editore Silvia Ramasso. Conduce: Vittorio G. Cardinali. Sala Principe Eugenio, via Legnano 2/b a Torino.
Roberto Favero è autore della biografia "Maria Clotilde di Savoia. Una giovinezza sacrificata alla ragion di Stato", prefazione di S.A.R. la principessa Maria Gabriella di Savoia, Neos Edizioni Storia.
...”Nell’Italia tempestosa del Risorgimento, tra sovrani e Imperatori, tra alleanze e dichiarazioni di guerra, una figura di donna si muove con movenze silenziose; attraversa le corti dei Savoia e dei Bonaparte lasciando dietro di sé una traccia di forza e umiltà insieme, di bontà e dignità regale. È Maria Clotilde di Savoia, moglie di Gerolamo Napoleone, figlia devota, madre premurosa e donna dal cuore generoso e pio. Una figura spesso ignorata dalla storia, ma con tutte le qualità per essere celebrata e ricordata.
…Una figura che seppe sopportare, durante i sessantotto anni di vita, pene e umiliazioni, ma che non dimenticò mai di essere una principessa, Savoia da nubile e Bonaparte da sposata, di alto rango e di eccezionale forza d’animo.
Una donna intelligente e orgogliosa a cui il nostro paese deve grande rispetto e ricordo e che deve rappresentare un esempio di dedizione alla patria, alla morale cristiana ed alla propria famiglia”.
DATA: 06.11.2013
  
4 NOVEMBRE: VITTORIO EMANUELE III E IL FERETRO DEL MILITE IGNOTO

4 Novembre - Vittorio Emanuele III segue il feretro del Milite Ignoto
4 Novembre 1921 - Per commemorare la Festa delle Forze Armate e dell'Unità della Patria, pubblichiamo uno scatto inedito ritraente il Re Vittorio Emanuele III durante il corteo funebre, nel giorno della tumulazione del Milite Ignoto nell'Altare della Patria.Si ringrazia il collezionista Maurizio Lodi che ha messo a disposizione dell'U.M.I. questa rara e alquanto significativa fotografia per l'anniversario.
DATA: 02.11.2013
   
MITO E REALTA’ DEL DIRITTO DI VOTO: RIFORMARE LA COSTITUZIONE PRIMA DELLA LEGGE ELETTORALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 03/11/2013
 
   Quale legge elettorale oggi conviene all’Italia? Il maggioritario? Il proporzionale? Il Parlamento annaspa, pungolato da chi dimentica che non serve una leggina ma, anzitutto, la riforma della Costituzione. Con buona pace di Benigni Roberto, uno dei tanti comici elevati a Maestri di Politologia, e degli Zagrebelsky, Rodotà ecc., la Carta del 1° gennaio 1948 non è affatto “la più bella del mondo”. A tacer d’altro, gli articoli 56 e 57 fissano il numero dei deputati e dei senatori (un errore che lo Statuto albertino si guardò bene dal commettere). Se se ne volessero uno in più o cento di meno, bisogna modificarla, con i tempi ben noti. Se si vuole eliminare il costosissimo il CNEL (Consiglio dell’economia e del lavoro, un reliquato del corporativismo fascista, che fu cosa molto più seria), bisogna abolire l’art. 99…; e via continuando. E’ una Carta  con articoli bisognosi di toppe per evitarle sdruciture  e strappi. 
  Dal 1848 al 1913 l’Italia non ebbe né proporzionale né maggioritario ma i collegi uninominali a doppio turno, dai quali scaturì la miglior classe dirigente della storia nazionale. Dal 1948 il  proporzionale fu il paravento del bipartitismo imperfetto (formula calzante  di Giorgio Galli): da un lato la Democrazia cristiana e suoi alleati, dall’altro il Partito comunista italiano. La coabitazione/spartizione venne aggiustata col varo delle Regioni, finite per metà sotto controllo dei comunisti e del Partito socialista, che era al governo a Roma con la DC ma in periferia col PCI (accadde anche in Piemonte, Campania…). Falso proporzionale, bipolarismo fattuale: un sistema rovinoso. La storia ora presenta il conto: molti nodi ingarbugliati. Come scioglierli? Nell’Italia attuale nessuno ha la spada di Gordio. Lo stesso Giorgio Napolitano ha una sola carta da sventolare: le dimissioni. Ma non fa paura, perché gli vengono chieste da settori dell’opposizione mentre crescono le perplessità di parti consistenti della stessa friabile maggioranza. 
   In questo stallo passa sotto silenzio che cent’anni orsono, il 26 ottobre 1913 con ballottaggio il 2 novembre, fu eletta la prima Camera dei deputati con suffragio maschile quasi universale. La votazione sperimentò la riforma elettorale del 1912, voluta dal settantenne presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, massimo statista della Nuova Italia, a coronamento del suo “grande ministero” (1911-1914). Le leggi elettorali, si sa, non si varano all’inizio di legislatura (come oggi si vorrebbe fare) perché, appena approvate, delegittimano la Camera esistente ed esigono la  pronuncia del corpo elettorale. Ma oggi regna la confusione, dal pennone sul Quirinale all’ultimo scranno di consigli comunali e provinciali, che ancora non si sa se e come tra pochi mesi verranno rinnovati. Contrariamente a quanto alcuni ancora asseriscono sulla scia di Gaetano Salvemini e di Arturo Labriola, le elezioni del 1913 confermarono che l’“età giolittiana” non era affatto finita. Giolitti aveva all’attivo la vittoria militare sull’impero turco per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica e quella civile sull’ingordo affarismo privato, con la creazione dell’Istituto Nazionale Assicurazioni (INA). Secondo lui il conferimento del diritto di voto ai maschi maggiorenni, anche se analfabeti ma che avessero prestato servizio militare, e comunque a tutti i trentenni, avrebbe garantito la partecipazione democratica alla vita politica. La legge  assegnò una modesta indennità ai deputati per consentire anche ai più umili di rappresentare la nazione. Il socialista Oddino Morgari, per esempio, quando andava alla Camera dormiva in un carro ferroviario fermo alla Stazione Termini, perché non poteva pagarsi neppure la più povera delle pensioni, e mangiava alla mensa ferrovieri. Però, contrariamente alle speranze, la prima Camera eletta a suffragio universale risultò del tutto impari al suo compito, incapace di tenere in pugno le sorti dell’Italia nello scontro tra neutralisti e interventisti (prevalentemente extraparlamentari),germe di una guerra civile tuttora serpeggiante. Il 20 maggio 1915 essa votò al buio la fiducia al governo Salandra-Sonnino, ignorando il contenuto del Patto di Londra del 26 aprile. Prima di sciogliersi, quella stessa Camera, la più inutilmente durevole della storia d’Italia (1913-1919), introdusse la suddivisione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti: la “maledetta proporzionale”, come la bollò Giolitti. La nuova legge impedì  qualsiasi stabile maggioranza, Dopo sei diversi ministeri in tre anni (1919-1922), su consiglio di tutti i maggiorenti costituzionali, inclusi i popolari, Vittorio Emanuele III affidò la presidenza al fascista Benito Mussolini, che formò un governo di coalizione nazionale approvato a stragrande maggioranza dalla Camera eletta nel maggio 1921. Nel 1923 il Parlamento varò la “legge Acerbo”, voluta anche da Giolitti, che assegnò due terzi dei seggi a chi ottenesse almeno il 25% dei voti (altro che “Porcellum”!). Nel 1928, infine, la Camera stabilì che i suoi futuri 400 componenti sarebbero stati designati dal Gran Consiglio del Fascismo e candidati in un collegio unico nazionale. Gli elettori furono chiamati ad approvare o a respingere in blocco il “listone”. Il 24 marzo 1929, dopo i Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa, votò quasi il 90% degli aventi diritto. Il “listone” ottenne 8.500.000 “si”. I “no” furono appena 135.761. Dunque, al regime di partito unico l’Italia non arrivò  con un “colpo di Stato” ma una votazione dopo ‘altra, con il consenso degli elettori. Fu ed è chiaro che il suffragio universale in sé non è tutto. L’importante è come il voto viene utilizzato dai cittadini. Tra il 1913 e il 1928 si susseguirono quattro diversi sistemi. I votanti aumentarono; la democrazia no. 
   E’ impossibile prevedere quali benefici o quali serpi rechi in seno una legge elettorale. Vi è una sola certezza. Varata la riforma, in diciotto mesi o in una sola settimana come vorrebbe Napolitano, le Camere vanno sciolte, come del resto fece intendere chi, all’insediamento, ne fissò ruvidamente il calendario. Ma che senso avrebbe ora una leggina di breve respiro senza la sempre più urgente riforma della Costituzione?  (*)

Aldo A. Mola

(*)  “Mito e realtà del diritto di voto” è il tema, attualissimo, della XV Scuola del Centro Giolitti, che si apre con la relazione del vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, su “Cause ed effetti delle leggi elettorali” (Provincia di Cuneo, h. 9 di sabato 9 novembre).La Scuola, con interventi di Tito L. Rizzo, Dario Fertilio, Juan José Morales Ruiz, Aldo G. Ricci, Giorgio Sangiorgi, Oscar Sanguinetti  e Luigi Pruneti, continua a Dronero e si conclude il 10 ad Alessandria in collaborazione col Centro Rattazzi ed è affiancata dall’esposizione di opere dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’esercito, illustrate dal suo Capo, col. Antonino Zarcone.

DATA: 01.11.2013
  
LE ULTIME FOTO RITRAENTI I PRINCIPI UMBERTO, AMEDEO E ISABELLA

E' con vero piacere che pubblichiamo due recenti scatti delle LL.AA.RR. i Principi Umberto, Amedeo e Isabella, figli delle LL.AA.RR. i Principi Aimone ed Olga di Savoia. Ringraziamo il Padre, S.A.R. il Principe Aimone, per aver permesso al sito internet dell'Unione Monarchica Italiana di portare all'attenzione dei monarchici le immagini dei principini.
Savoia: Umberto, Principe di Piemonte e Amedeo, Duca degli Abruzzi
Le LL.AA.RR. Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, e Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, alla guida di un'automobile giocattolo.

SAR la Principessa Isabella Vita Marina di Savoia
SAR la Principessa Isabella Vita Marina di Savoia

DATA: 28.10.2013

IL DECLINO DELL’ITALIA È INSITO NELLA NATURA DELLA REPUBBLICA


Giulio VignoliSul Barbadillo, Maurizio Cabona sta interrogando giornalisti e intellettuali con senso storico (Franco Cangini, Roberto Giardina, Nico Perrone, Vittorio Savini…) sul declino nazionale. Anche gli accademici hanno tentato di spiegare perlomeno la crisi della Repubblica. Ma nessuno s’è spinto indietro fino alle modalità di nascita della stessa. Anzitutto le forze politiche che questa Repubblica vollero erano in maggioranza movimenti anti-risorgimentali: marxisti e clericali. Essi ereditarono lo Stato unitario, da essi non voluto. Mi vengono in mente certi bellissimi palazzi di Pola o di Fiume, in degrado fino a pochi anni fa perché svuotati da chi li volle: costruiti da italiani, erano abitati da croati, a loro estranei. Inoltre le modalità di nascita della Repubblica lasciano a desiderare. Si parla spesso di colpi o colpetti di Stato nella storia repubblicana: moti genovesi ed emiliani che fecero cadere il governo Tambroni, avviso di garanzia notificato a Berlusconi a Napoli, vicende giudiziarie dell’attuale magistratura corrotta e politicizzata… Ma si dimentica che la Repubblica stessa è nata da un colpo di Stato. Senza aspettare i risultati definitivi del referendum, il primo governo De Gasperi proclamava la Repubblica. Uno sfregio giuridico e politico.
Le ideologie che vanno al potere, diciamo così, nel secondo dopoguerra, non amano lo Stato unitario, non amano il principio di Nazione e smantellano gli stessi, istituendo le Regioni, a statuto speciale e ordinario, poi esaltando il “particulare”, col declinare  della stessa  lingua italiana, imbastardita dall’introduzione di termini stranieri (anglo-americani), fra la noncuranza dei governi. Da ultimo si esaltano gli Stati preunitari, del tutto indifendibili, volendosi sfasciare l’Unità, con ricostruzioni storiche senza fondamento. Si è giunti ad autorizzare, da parte del Ministero della Difesa, la posa – nel forte di Fenestrelle – di una lapide che parla di migliaia di soldati napoletani ivi  morti di stenti, quando la verità è di due-tre morti e di detenzione di un mese. Si spacciano per verità le fantasie di Civiltà cattolica dell’epoca (1860-1870). Del resto Francesco Crispi scriveva: “Repubblica in Italia vuol dire le repubbliche” e “La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”.Barbadillo
L’abolizione dell’istituto monarchico ha rotto l’ultimo legame con il Risorgimento e i suoi ideali, di cui la Monarchia fu la maggiore artefice. Per Piero Operti, “con la sua sola presenza il Re, impersonante una suprema autorità derivata dall’alto e riconosciuta dal basso, attesta l’esistenza di un ordine etico. La Monarchia è per assunto la custode dei valori morali di un popolo e quindi è organicamente incompatibile col materialismo storico che fa della sola economia il destino dell’uomo. La Monarchia non disconosce il dato economico, ma lo tiene ‘dentro sua meta’; essa accoglie ogni esigenza di giustizia sociale (…); essa può essere rivoluzionaria senza sovvertimenti e conservatrice senza reazioni, e nella sua funzione mediatrice delle età e conciliatrice degli interessi è tradizionale in quanto gelosa dei valori consacrati dai secoli e ancora vitali, e innovatrice in quanto aperta ad ogni istanza di vero progresso”.
Mai questa Repubblica, per quel che ricordo, ha avuto un soprassalto di orgoglio, di dignità. Chi predicava rispetto, amore, sacrificio per la terra dei padri era odiato dalle sinistre e deriso dai clericali. Alcide De Gasperi, “il trentino prestato all’Italia”, li definì “le povere anime patriottarde”.
I protagonisti politici di allora instaurano una prassi che si sviluppa con l’invecchiare della Repubblica. Pietro Nenni usa lo slogan:”La repubblica o il caos”, Giovannino Guareschi viene perseguitato perché denuncia la corruzione della Dc. Il referendum stesso si svolge con modalità inaccettabili: Venezia Giulia, Pola, Fiume e Zara, provincia di Bolzano, italiani delle colonie,  italiani all’estero, prigionieri di guerra non ancora rientrati non sono ammessi al voto. Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, rallenta il rientro dall’Urss dei soldati prigionieri per impedire la diffusione della verità sui paesi sovietici. Voci di brogli circolano ovunque, nessun controllo successivo permette di accertare il vero. Anzi tutti i documenti vengono distrutti.
La violenza delle sinistre intimidisce ampi strati della popolazione. Intere regioni sono in mano ad ex partigiani comunisti, diventati bande armate di assassini. La  promessa di sottoporre ad approvazione popolare la Costituzione, non viene mantenuta. “La più bella costituzione del mondo”? E’ opera di un’assemblea di politicanti che la impronteranno di sé. Non si tiene il referendum confermativo, perché si teme la reiezione. La nuova Italia nasce così senza il consenso popolare.
Questi eventi colpiscono al cuore il regime. Anche gli accademici latitano, temono il potere o temono di perdere i privilegi conquistati. Sono solo storici di regime, che magari affermano tesi contrarie a quelle pubbliche, ma solo parlando all’orecchio del collega in Consiglio di facoltà. Il direttore del mio Istituto, alcuni anni fa, mi donò un suo libro “adottato da  dodici facoltà”. Non vi  era cenno del trapasso istituzionale. Meravigliato, volevo parlargliene. Mi si telefonò alla sera, scongiurandomi: “Se tieni alla carriera, non farlo”.
*docente universitario

A cura di Giulio Vignoli (nella foto)
DATA: 29.10.2013
   
TUTTI TRIESTINI PER GUARDARE AL FUTURO

Su San Giusto sventolar vedremo a festa il vessillo tricolor diceva, sul finire, la splendida canzone “Le campane di San Giusto” celebrante l’ingresso delle truppe italiane in Trieste nel novembre 1918. Una giornata memorabile che strappò, senz’altro, una lacrima all’imperturbabile Re Vittorio Emanuele III. Trieste fu sempre una città vivace in cui convergevano non meno di tre concezioni del mondo e non meno di tre culture: quella austroungarica, quella italiana e quella slava che soffiava dall’est. Non fu per caso che Trieste subì vicissitudini difficili e provanti fino a rischiare di finire sotto la bandiera del satrapo Tito al termine del secondo conflitto mondiale. Fu dopo un lungo braccio di ferro politico che, il 26 ottobre 1954, i soldati italiani vi tornarono ponendo fine al “Territorio libero di Trieste” per sancire definitivamente l’italianità della comunità, rimessa da un decennio in discussione. Scrisse allora Umberto II ai triestini: “Il ricongiungimento della vostra città allo stato nazionale è dovuto soltanto alla vostra incrollabile volontà di rimanere italiani!”. Parole su cui fermarsi a meditare. Oggi, dopo quasi sessant’anni, non c’è più quello spirito nazionale né quel senso di italianità. Né rispetto dei nostri eroi ne delle grandi storie della nostra Italia. Da quei triestini d’allora dovremmo forse prendere esempio per difendere il nostro diritto a guardare al futuro con serenità e speranza. La politica cinica e meschina di un sistema burocratico e distaccato ci potrà mettere a dura prova quotidianamente ma spezzarci mai. Se ce la fecero gli abitanti della bella Trieste possiamo non farcela noi?
 Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 28.10.2013
   
1900-1914: CECITA’ DEI POLITICI - DALLA BELLE EPOQUE ALLA CATASTROFE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 27/10/2013
 
  Basta  un nulla per precipitare nell’abisso. Sovrani, capi di Stato, governi,  parlamenti e folle di cittadini hanno dato e dànno infinite prove di totale insipienza. Per averne la prova, basta ricordare l’Europa del 1913-1914. Era la Belle Epoque, l’età dei buoni sentimenti. Gli europei non erano mai stata meglio. A parte schermaglie  periferiche, vivevano in pace da un secolo. L’ultimo conflitto risaliva al 1870, tra la Francia di  Napoleone III e la Confederazione tedesca. Il Secondo Impero  crollò. A Parigi i comunardi presero il potere ma vennero spazzati via. Troppo sanguigni. Pericolosi.  Chi non cadde sulle barricate fu fucilato al cimitero Père Lechaise. I prigionieri scampati all’esecuzione furono deportati nella Nuova Caledonia. Quell’ ennesima guerra franco-germanica fu durissima ma breve. L’Europa tornò in pace. Grandi e piccole potenze si spartirono Africa e Asia. Nel 1898 francesi e inglesi s’incrociarono armi alla mano a Fashoda, sul Nilo. Londra voleva tirare una linea retta da Città del Capo ad Alessandria d’Egitto. Parigi intendeva  fare altrettanto con l’Africa equatoriale, dall’Atlantico a Gibuti.  Dopo lunga tensione si accordarono. A parte la guerra degli inglesi contro i Boeri per il controllo del ricco Sudafrica, gli europei unirono le forze contro la Cina, bersaglio della spedizione  delle sette potenze (vi partecipò anche l’Italia, che ne cavò la concessione di Tien-Tsin). Dovevano tenere a bada l’impero del Giappone (che nel 1905 sconfisse lo zar di Russia: prima vittoria asiatica sull’Europa) e per arginare l’espansionismo vorace degli Stati Uniti d’America, che nel 1898 presero sotto tutela  Cuba, Porto Rico e le Filippine sottratte alla Spagna da “rivoluzioni” pilotate da Washington.
   Nel primo decennio  del Novecento l’Europa visse ancora appagata. Vi dilagarono anzi gli ideali sovrannazionali: le lingue artificiali (come l’esperanto e il latino sine flexione del matematico massone cuneese Giuseppe Peano), le Olimpiadi moderne, le Esposizioni universali, i premi Nobel che resero planetarie non solo le scienze ma anche la letteratura.  Particolare valore morale assunsero i premi Nobel per la pace: dalla  Croce Rossa all’italiano Teodoro Moneta. L’Europa voleva quiete e benessere. Gli attentati anarchici suscitavano indignazione. Nei Paesi più industrializzati (Gran Bretagna, Germania, Austria, la stessa Francia del socialista pacifista Jean Jaurès) i rivoluzionari primeggiarono solo in aree periferiche e attardate: nell’Italia dello sciopero generale espropriatore  (1904) e del socialmassimalista Benito Mussolini, che nel 1912-14 prese le redini del Partito socialista; nella Spagna di Francisco Ferrer; in Portogallo, che in anticlericalismo esasperato gareggiava col Messico; e soprattutto in Russia, teatro della rivoluzione nel 1905 e fucina di rivoluzionari professionali quale Vladimir Lenin. Ne ha scritto Gennaro Sangiuliano  in Scacco allo zar (Mondadori). Nel primo Novecento persino gli studenti universitari preferivano la pace al chiasso piazzaiolo: la “Corda Fratres” (Cuori Fratelli), ideata dal canavesano Efisio Giglio-Tos e guidata dallo scrittore ed editore Angelo Fortunato Formiggini, prevaleva sul movimentismo di dannunziani, nazionalisti e opposti estremismi.
Tuttavia quell’Europa era un vulcano dormiente. Ogni Stato si armava all’insegna del motto latino “si vis  pacem, para bellum: se vuoi la pace, prepara la guerra”. Ogni governo era perfettamente informato dei progressi degli armamenti altrui. Gli Stati Maggiori moltiplicarono piani di guerre preventive anche contro gli alleati (fu il caso dell’impero Austro-ungarico che progettò di aggredire l’Italia messa in ginocchio dal terremoto di Reggio e Messina nel dicembre 1908). Politici e diplomatici però erano convinti che i militari avrebbero continuato a marciare nei cortili delle caserme o sulle piazze d’armi, non al fronte: li consideravano uno spauracchio per l’esterno, non un fattore di destabilizzazione dell’Europa.  Dopo l’istituzione all’Aja  della Corte internazionale per la soluzione pattizia dei conflitti interstatuali, molti ritennero che qualunque futuro contenzioso sarebbe stato incanalato nei binari delle trattative. Era la lezione impartita dal Congresso di Vienna del 1815, ribadita dal Congresso di Parigi del 1856 e dai Trattati che avevano via via composto le contese: dal 1866 al 1885, sino alla pace di Losanna che nell’ottobre 1912 chiuse la guerra tra il regno d’Italia e l’impero turco-ottomano per la sovranità sulla Libia. Quando questa iniziò, a fine settembre 1911, sembrava dovesse risolversi subito. Invece si protrasse sino al groviglio delle guerre balcaniche (1912-1913), una ridda di alleanze e controalleanze, di ciascuno contro tutti, per qualche chilometro di territorio in più, con tanto di vessazioni entiche e religiose.  Un primo saggio del peggio che stava per arrivare si era avuto nel 1896-97 ai danni degli Armeni e dei Cretesi, spinti a insorgere ma poi abbandonati alla feroce repressione turca.
Nel 1913 l’Europa riluceva di sogni. Il 28 giugno dell’anno dopo a Sarajevo le revolverate di Danilo Princip, agente della “Mano Nera” , uccisero l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, principe ereditario della corona imperiale austro-ungarica, filoslavo. Iniziò un mese di minacce, trattative frenetiche, mobilitazioni, ultimatum sino alle dichiarazioni di guerra concatenate degli Imperi Centrali  (Vienna e Germania) contro la Serbia e l’Intesa anglo-franco-russa. Le macchine belliche  degli Stati accelerarono come treni fuori controllo, privi di freni e di scambi  per manovre salvifiche, e deragliarono nella conflagrazione  generale: quattordici milioni di morti, il crollo di quattro imperi, la rivoluzione bolscevica in Russia, la catastrofe economica della Vecchia Europa, un’ultima lottizzazione degli spazi extraeuropei da parte di Francia e Gran Bretagna, con la complicità della Società delle Nazioni, nata asfittica e rinnegata dagli Stati Uniti d’America che l’avevano ventilata con i “quattordici punti” del presidente Woodrow Wilson, profeta di una pace che fece da gelido sudario per l’età dei nazionalismi esasperati. Lo ricorda Christopher Clark in “I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla grande guerra”(Laterza).
Tra i politici italiani più eruditi (che non vuol dire più intelligenti), il ministro degli Esteri Sidney Sonnino un giorno osservò con amarezza che forse tutto era dovuto  a una stella filante: aveva seminato polvere di follia. Diciannove scoli prima una cometa aveva annunciato un Nuovo Ordine, la pace sognata da Virgilio. Dal 1914 invece venne il tempo dell’Ordine Nuovo: la gara tra rivoluzionari, estremisti, totalitaristi.  Quel precedente ci ricorda quanto accade se i cittadini delegano ciecamente la propria sorte ai governi, anziché informarsi e farsi ascoltare. Ma a quanto pare vengono molto ascoltati: o meglio, “intercettati” e sempre più espropriati delle loro antiche libertà . (*)
Aldo A. Mola
(*)  “Prima delle tempesta, 1901-1914”  è  il tema del LXVI Congresso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano (Roma, 23-25 ottobre), presieduto da Romano Ugolini. Il nostro editorialista Aldo A. Mola vi ha  parlato della Massoneria italiana tra iniziativa politica e conflitti interni.          
DATA: 28.10.2013
 
ROMA: AL VITTORIANO E AL CAMPIDOGLIO L’ISTITUTO PER LA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO A CONVEGNO

L’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano organizza da decenni degli importanti convegni storici su tutto il territorio nazionale. L’attuale Congresso, il LXVI, che torna a Roma dopo quarantatré anni, sposta la sua attenzione dal Centocinquantenario dell’Unità nazionale alle imminenti celebrazioni del Centenario della Grande Guerra. Si passa da un anno glorioso, il 1861, a un quadriennio epico e tragico insieme, come è il periodo che trascorre per l’Italia dal 1915 al 1918. Non si può tuttavia girare la boa del 24 maggio 1915 senza prima comprendere con chiarezza come il nostro Paese giunge a tale fatidico appuntamento dopo appena mezzo secolo dalla sua Unità. Com’è l’Italia “prima della tempesta”? Come muta, o è mutata, la sua classe dirigente sia a Roma che nelle province dello Stato? Si deve continuare a riguardare a una Italietta in una pigra e lenta evoluzione rispetto agli ultimi decenni dell’Ottocento, oppure gli anni considerati dal Congresso, dal 1901 al 1914, costituiscono già una “rivoluzione” sul piano delle ideologie, delle nuove forme di organizzazione politica e sindacale, o nell’ambito della cultura e del giornalismo?
“Continuità e mutamento nella politica e nella società italiana e internazionale” è appunto il tema dei lavori del LXVI Congresso di Roma, dove si vogliono anche mettere a fuoco alcune tematiche specifiche del periodo, come la legge elettorale o la nuova normativa sulla cittadinanza. La società italiana sta mutando rapidamente, al di là di immagini di repertorio, con forme consistenti di mobilità interna ed esterna, non sempre riconducibili alla sola emigrazione: sul proscenio del Paese si affacciano giovani e donne con aspirazioni ben diverse da quelle di pochi decenni prima. È un mondo che cambia e a tali mutamenti dedicherà i suoi lavori il Congresso, nell’ottica consueta per i lavori del nostro Istituto di considerare l’Italia come parte di una realtà internazionale in piena evoluzione.
Venerdì 25 novembre, alle ore 9.00 presso il Vittoriano, il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, lo storico Aldo Mola, si occuperà della Massoneria Italiana. Questo il programma della tre giorni:

PROGRAMMA DEL CONGRESSO

MERCOLEDÌ 23 OTTOBRE
CAMPIDOGLIO - SALA DELLA PROTOMOTECA SESSIONE D’APERTURA
Presiede Romano Ugolini
ore 15.30 Saluti delle Autorità
ore 16.15 MADDALENA RAGNI (Direttore Generale MI-BAC) Le attività del Comitato per il patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale
ore 16.30 UMBERTO LEVRA Un’analisi della politica giolittiana: questioni aperte e percorsi di ricerca
ore 17.15 GUIDO PESCOSOLIDO I mutamenti economici e sociali in Italia e il contesto internazionale
ore 18.00 PIERANGELO GENTILE L’iniziativa della monarchia e il “partito di corte”
ore 18.45 Discussione

GIOVEDÌ 24 OTTOBRE
VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Gabriella Ciampi
ore 09.30 COSIMO CECCUTI Giornalismo fra politica e cultura
ore 10.15 MARINO BIONDI Correnti letterarie ed artistiche
ore 11.00 Coffee break
ore 11.15 ADRIANO ROCCUCCI Nuovi orientamenti delle correnti e dei movimenti nazionalisti
ore 12.00 Discussione

VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Bianca Montale
ore 15.00 MAURIZIO DEGL’INNOCENTI Partito e movimento socialista nel quadro nazionale ed internazionale
ore 15.45 MARIO BELARDINELLI Evoluzione e articolazioni del mondo cattolico
ore 16.30 Coffee break
ore 16.45 ROBERTO BALZANI Partiti e movimenti democratici nel quadro nazionale ed internazionale
ore 17.30 Discussione

VENERDÌ 25 OTTOBRE
VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Jean-Yves Frétigné
ore 09.00 ALDO A. MOLA
La massoneria italiana tra iniziativa politica e conflitti interni

ore 09.45 SANDRO ROGARI
Paese reale: le realtà locali
ore 10.30 Coffee break
ore 10.45 ESTER CAPUZZO
Paese legale: la legge sulla cittadinanza
ore 11.30 MARIA LUISA BETRI
L’evoluzione della questione femminile tra società e politica
ore 12.15 Discussione

VITTORIANO - SALA VERDI
Presiede Andrea Ciampani
ore 15.00 L’evoluzione dei sistemi elettorali in Italia e in Europa

TAVOLA ROTONDA

PIER LUIGI BALLINI
La necessità parlamentare delle transazioni: la riforma elettorale del 1912
Interventi di:
Francesco Bonini, Il Belgio
Werner Daum, La Germania e l’Austria-Ungheria
Jean-Yves Frétigné, La Francia
Giovanni Orsina, La Gran Bretagna
Manuel Suarez Cortina, La Spagna
ore 18.00 Discussione e chiusura dei lavori

per informazioni e adesioni:
www.risorgimento.it
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DATA: 20.10.2013
 
IL MISTERO DEL PIEMONTE: ACQUI  STORIA PREMIA LA “CA’ DE STUDI”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 20/10/2013
 
Il Piemonte? Un bel mistero. Il suo nome affiora per la prima volta da documento del 1193. Nel 1248 Federico II nominò Tommaso II di Savoia Vicario dell’Impero in terra di Piemonte. Un decennio dopo Carlo d’Angiò, conte di Provenza, elesse Cuneo “Capud (sic!) Pedemontis”. Prima  il Piemonte faceva parte della Longobardia ( o Lombardia), che andava dal Veneto alle Alpi e nel  643 con Rotari svalicò in Liguria ove il re longobardo emise il famoso “editto” che istituì la doppia legislazione:  quella  dei conquistatori (occhio per occhio, dente per dente) ebbe la meglio sulla romana, in via di estinzione. Ma, a parte la storia del nome, dove nasce e dove finisce il Piemonte?  E’ un groviglio  geografico, politico, linguistico e mitologico. Un mistero, appunto.
   Persino il fondatore dell’Impero Romano,  Caio Ottaviano Augusto,  non ne ebbe un’idea chiara. Quando  nel 2 avanti Cristo ripartì in undici regioni  l’Italia peninsulare,  egli incluse nella IX regione, la Liguria,  il grosso dell’attuale Piemonte meridionale: Alba Pompeja,  Pollentia, Bene Bagiennorum,  Acqui Statiellae… Il Po e il Tanaro divisero la IX dall’XI Regione, la Transpadana, che dal crinale alpino, attuale Val d’Aosta inclusa, arrivava alla terra dei Camuni e scendeva a Cremona. Comprendeva  Augusta Taurinorum e Mediolanum. Il Mi-To non è  dunque chissà quale invenzione recente: l’avevano chiaro gli Antichi Romani, che ne tracciarono le arterie stradali. Nel Trofeo della Turbie che si affaccia sulla Costa Azzurra Augusto celebrò i propri trionfi, conclusi proprio con il dominio  sulla Provincia Alpium Maritimarum e sui valichi tra l’Italia e la Gallia,  da millenni sacri ai riti in onore del Sole e del Toro come testimoniano le incisioni rupestri del Vallone delle Meraviglie. Il Piemonte nacque dopo, molto molto dopo. La sua gestazione richiese mille anni.  Nella sua demarcazione odierna è costruzione recentissima. Tra crollo dell’Impero romano, invasioni, scorrerie, occupazione di prolifici saraceni, nascita di comitates (contee) e poi di marche  e altri feudi, il territorio  risultò un mosaico di potentati, parte feudatari del Sacro romano imperatore, parte Comuni  disputati e soggetti alla plurisecolare semplificazione  dei confini attuata dai conti e duchi di Savoia ,conclusa  tra la pace di Cherasco  (1630), che comportò il dominio della Francia su Pinerolo e la vulnerabilità di Torino, e la prima metà del Settecento, quando, dopo le guerre di successione sui troni di Spagna, Polonia e dell’Impero, Carlo Emanuele III aggiunse al Monferrato l’Alessandrino, le Langhe (un caleidoscopio di signorie), l’Oltre Po pavese, l’Alta Ossola e il confine al Ticino, Novara inclusa.
  Il Vecchio (o Vero) Piemonte divenne la pedana per il grande balzo: su Milano, Parma-Piacenza, Bologna, Venezia… La fortuna aiuta gli audaci. Perché non sognare? Gli Stati sabaudi  di Terraferma comprendevano da un canto  la Savoia, dall’altro Nizza Marittima e tratti della costa ligure:  cunei che frastagliavano il dominio della declinante Genova, la Superba che vendette la Corsica alla Francia. Tra i frutti tossici di quel caos vi fu la secolare astiosità tra la Sabauda  San Maurizio e l’ Oneglia di Andrea Doria, placata solo tra il 1815 e la mussoliniana invenzione di Imperia.
 Questo complesso percorso storico, artistico, linguistico da quarantacinque anni è indagato dal Centro Studi Piemontesi, fondato da Renzo Gandolfo, un cuneese che a Roma fu anima della Famija Piemonteisa accanto a Luigi Einaudi, da Giuseppe Fulcheri, monregalese di Vico, poi dinamico assessore alla Cultura della Regione, e da altri volonterosi che nel 1969  riscattarono la memoria delle Civiltà del Piemonte a beneficio del nascente Ente Regione. Vi si impegnarono studiosi di vaglia, quali Luigi Firpo, sulla traccia di Francesco Cognasso, Luigi Cibrario e dei tanti storici che hanno edificato l’idea del Piemonte.
  Con centinaia di volumi, saggi, quaderni, con il semestrale “Studi Piemontesi”, già diretto da Luciano Tamburini e ora da Rosanna Roccia,  e una miriade di convegni, conferenze, corsi di lingua piemontese (protagonista, tra altri, Gianfranco Gribaudo, autore di un fortunato Dizionario), il Centro, ora  diretto da Albina Malerba che affiancò da sempre “’l profesor”  Gandolfo, ha pubblicato  opere di vasto impegno quali Tutti gli Scritti di Camillo Cavour, a cura di Giuseppe Talamo e Carlo Pischedda, e, a cura di Georges Virlogeux, l’ Epistolario di Massimo d’Azeglio, il vero forgiatore dell’ “opinione nazionale”, in gara con i fratelli Roberto (protettore delle arti, volàno dell’emancipazione di valdesi e di ebrei) e Luigi, gesuita, redattore della “Civiltà Cattolica”, propugnatore dell’“etnocrazia” cioè della centralità dei popoli quali protagonisti di storia: un pensiero condiviso da Cesare Balbo e Silvio  Pellico, consentanei con Le Pentecoste di Alessandro Manzoni.
  Il Piemonte “fa grado” ripeteva  Renzo Gandolfo. E’ sinonimo di misura, rigore, concretezza. Identifica istituzioni e cittadini e viceversa. Terra di frontiera e crocevia d’Europa, il Piemonte ha lottato nei secoli per l’indipendenza, come ricorda Oreste Bovio nel saggio sulle “milizie paesane”. Perciò con Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II la somma delle due Regioni augustee divenne la guida del Risorgimento. Il regno d’Italia non nacque per miracolo, ma  dalla storia, cioè dalla sua gente, capace di sacrifici enormi: un “mistero” che attende  una sintesi storica, tuttora  non tentata. (*)
Aldo A. Mola 
(*) La giuria della sezione scientifica del Premio Acqui Storia, coordinato da Carlo Sburlati, ha conferito al Centro Studi Piemontesi la Targa speciale per gli studi sugli Stati Sabaudi quale fulcro e crogiuolo della storia italiana ed europea. Sabato 19 ottobre la Targa è stata consegnata ad Albina Malerba.  
DATA: 20.10.2013
 
L’UOMO CHE A PIEDI NUDI STUPÌ IL MONDO


L’etiope Bikila tagliò il traguardo davanti all’Arco di Costantino nel 1960L’etiope Bikila tagliò il traguardo davanti all’Arco di Costantino nel 1960 E vinse ancora le Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Stavolta aveva le scarpe.

In un attimo, fotogrammi impazziti, la vita si fece lutto e felicità perdute. Il rientro ad Addis Abeba sulla Volkswagen donata dal Negus. Il tramonto fattosi improvviso notte. Gli abbaglianti alti della vettura sulla carreggiata opposta. L'inutilità del richiamo. Le ruote prive di controllo. L'ultimo tentativo per restare incollato a terra. La macchina volata fuori, un corpo lacerato che si smarrisce. La brutalità della diagnosi, sesta e settima vertebra inerti. Lo strazio dell'immobilità per il maratoneta protagonista a piedi scalzi nella suggestione dell'Appia antica e dell'arco di Costantino nella notte romana del 1960, canottiera verde olivo, numero 11 appeso al petto, salito nuovamente quattro anni dopo al trionfo orientale sulle strade di Tokyo. Accadeva il 24 marzo 1969 sulla strada tra Debre Birhan, luoghi d'infanzia, e la capitale etiope.
Al letto del campione olimpico accorse anche l'imperatore, ma inutile si rivelò la sua decisione di trasferire Bikila in un ospedale di Londra, nulla più che un atto augurale i messaggi pervenuti da mezzo mondo, da Elisabetta d'Inghilterra a Richard Nixon, un mondo rispettoso del dolore e rimasto attonito dinanzi alla paralisi e alla fragilità dell'uomo dalle gambe d'acciaio che la vita aveva destinato alla corsa. Quattro anni durerà il calvario di Abebe Bikila, appena mitigato dalle sue illusioni di ripresa, dalle terapie di rieducazione, dal prestarsi, su una sedia a rotelle, a forme agonistiche che la retorica confinerà nell'attività degli atleti diversamente abili. Poi, quarantunenne, divorato nel fisico, la morte per emorragia celebrale, con l'epigrafe trilingue, in amarico, italiano e giapponese, sulla tomba: Qui giace l'eroico capitano Abebe Bikila, due volte campione olimpico di maratona.
Per la prima vittoria olimpica, l'allora semplice guardia del Reggimento imperiale, divisa rossa e nera, da sei mesi sposo di Yewebdar Wolde Georgis, ebbe in premio la promozione a sergente, una casa, una macchina e buoni di benzina sufficienti per un anno. Ma ancora prima, alla vigilia del rientro in Etiopia da Roma, aveva ricevuto un sorprendente riconoscimento da un re in esilio. Sepolta negli archivi e recuperata da Sergio Boschiero, figura storica dell'Unione monarchica italiana, appare una nota di cronaca contenuta nelle memorie di Falcone Lucifero, marchese di Aprigliano e ministro della Real Casa: «Il 12 settembre 1960 il ministro della Real Casa si reca al Villaggio Olimpico e, alla presenza di un funzionario dell'Ambasciata etiopica e del signor Ydnekatcheou Tessema, Segretario generale della Confederazione Nazionale Etiopica degli Sport, si compiace a nome di Sua Maestà con gli olimpionici etiopici, schierati a riceverlo, e consegna un paio di gemelli d'oro con il monogramma reale all'atleta Abebe Bikila, vincitore della maratona».
La consegna del dono reale avvenne al Villaggio olimpico nella palazzina di via Svizzera, dove la rappresentativa etiopica, tra le prime giunte a Roma con ampio margine rispetto all'inizio dei Giochi, aveva soggiornato per oltre un mese. Rivolto all'esponente di una paese che anni prima aveva subìto l'occupazione italiana, in linea con lo stile del personaggio esiliato nella portoghese Villa Italia di Cascais dal giugno del 1946, quello di Umberto di Savoia fu gesto di rara nobiltà. Ma non fu il solo, dall'esilio. Tutti gli olimpionici italiani, da Livio Berruti a Raimondo D'Inzeo, da Nino Benvenuti a Giuseppe Delfino, ricevettero a suo nome «felicitazioni e un portachiavi d'argento con dedica di Sua Maestà Umberto di Savoia».
Dopo l'affermazione romana, raccontata nel tardo pomeriggio del 10 settembre dai microfoni della RAI da Nando Martellini dalla postazione fissa sul traguardo e da Paolo Valenti a bordo di una vettura autorizzata, ormai figlio adottivo della città, Bikila tornò a Roma l'anno successivo, il 19 gennaio, unico ospite straniero, quando il Teatro dell'Opera si aprì alla prima del film «La grande olimpiade», la magnifica pellicola realizzata da Romolo Marcellini con otto minuti dedicati alla maratona e al suo vincitore. C'è un'immagine che ritrae l'etiope sul palcoscenico, impacciato e forse stupito delle attenzioni, a fianco di Anna Magnani. Tornerà ancora in Italia, a Genova, nel '67, per la consegna del Premio Colombo. L'estero ne rinvierà l'immagine dolente durante i Giochi di Monaco, in tribuna d'onore, a fianco di altri immortali dei campi di gara, Emil Zatopek, Jesse Owens e Fanny Blankers-Koen. L'ultima apparizione pubblica avverrà nel gennaio successivo, ai Giochi africani di Lagos. Il 25 ottobre 1973, «il fiore cresce» Abebe Bikila morrà, in un requiem tra i più tristi nella storia dello sport.
Augusto Frasca

TRE GIORNI DI PERIPEZIE PER ARRIVARE AD OSLO CON L’AEREO DEL RE

Il 13 giugno 1946, un quadrimotore SM 95T del 98° Gruppo Trasporti, unico aereo governativo disponibile, aveva trasportato il «Re di maggio» Umberto II nell'esilio portoghese di Cascais. Pilota, classe 1910, medaglia d'argento al Valor militare, il capitano Manlio Lizzani, fratello maggiore del regista Carlo recentemente suicidatosi. Due mesi dopo, in pieno agosto, lo stesso aereo e lo stesso pilota accompagnarono la prima trasferta all'estero del dopoguerra d'una rappresentativa italiana, 15 atleti impegnati nei campionati europei di Oslo. Capo delegazione, da meno di un mese salito al vertice di un rinato Comitato olimpico nazionale, Giulio Onesti firmò il suo battesimo dirigenziale all'estero. Quel viaggio si tradusse in un'avventura. Partenza da Ciampino, sosta per il recupero della rappresentativa all'aeroporto Forlanini di Milano, tempesta sulle Alpi, atterraggio di fortuna ad Istres, in Provenza, aggressione d'un funzionario francese reclamante arresto e sequestro di uomini e cose, intervento provvidenziale d'un ufficiale statunitense appassionato d'atletica con rifornimento di cibo, ristoro e carburante, arrivo ad Orly, altra tempesta d'aria sui cieli della Danimarca, atterraggio a Brema, città fantasma. Infine, dopo tre giorni, l'arrivo sulla pista della capitale norvegese e il ricovero d'emergenza in una tendopoli ricavata in un vecchio lazzaretto. A cospetto del resto d'Europa, assente la Germania, penalizzata quale nazione sconfitta a differenza dell'Italia, dal 22 al 25 agosto l'atletica azzurra si difese con dignità, con la doppietta di Adolfo
Consolini e Giuseppe Tosi nel disco, prima di tre consecutive, e le medaglie di bronzo di Carlo Monti sui 100 metri e di Amelia Piccinini nel peso. Unico inviato per la stampa italiana, e per la Gazzetta dello Sport, Gianni Brera, che aveva accompagnato Consolini nelle sue strepitose peregrinazioni agonistiche precedenti i campionati attraverso le città dei Nord Europa. Corriere dello Sport e Tuttosport pubblicarono servizi ripresi dalla France Presse. Dopo aver riportato in patria, sana e salva, la rappresentativa azzurra, congedato a domanda due anni dopo, il capitano pilota Manlio Lizzani passò nel gennaio del 1949 in servizio alla LAI, compagnia di bandiera dell'epoca, mamma dell'Alitalia.
A.F.
DATA: 18.10.2013

LIRICA: IL PREMIO TAMAGNO AL TENORE SALVATORE FISICHELLA

Premio Tamagno 2013 Salvatore FisichellaDomenica 13 ottobre, al Palace Hotel di Varese, è andata in scena la grande musica. Nell’ambito di un concerto dedicato al bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, il pubblico varesino ha avuto il piacere di poter sentire una delle voci più apprezzate dello scorso secolo: quella del tenore catanese Salvatore Fisichella. Il premio Tamagno, giunto alla sua ventunesima edizione e dedicato al grande tenore che scelse Varese come sua ultima dimora (lasciando alla città la sua villa nel parco della quale venne costruito l’Ospedale di Circolo), è stato assegnato alle più importanti voci maschili della lirica internazionale: da Mario del Monaco a Juan Diego Florez, da Carlo Bergonzi a Leo Nucci. Il premiato, pur avendo dato l’addio alle scene dal 2005, ha dimostrato la sua generosità ringraziando i varesini con l’esecuzione di ben quattro arie, tra cui il celeberrimo “Nessun dorma!” dalla Turandot di Giacomo Puccini. Presente il Sindaco leghista di Varese Attilio Fontana, al quale il tenore ha dedicato la canzone napoletana “O sole mio”. Il pubblico ha decretato il successo dell’iniziativa, con ovazioni per il premiato. A presentare l’evento il Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Davide Colombo che ha ripercorso le tappe fondamentali della vita di Giuseppe Verdi, sottolineando il suo indissolubile legame con l’Italia e con Casa Savoia. Proprio per questo Colombo ha voluto collocare sul palco un tricolore con lo stemma sabaudo, per rendere omaggio ad un compositore che è uno dei massimi simboli dell’Italia.
Il premio, alternato al “Città di Varese” per le voci femminili, è stato istituito dall’Associazione Amici della Lirica nel 1981 e da allora ha permesso alla Città Giardino di ospitare le più grandi voci del panorama lirico internazionale.
Premio Tamagno 2013 Salvatore Fisichella
L'intervista al tenore Salvatore Fisichella. Sul palco il tricolore sabaudo.

DATA: 17.10.2013
  
CASIMIRO TEJA. UN SORRISO DALLE ALPI AL MAR ROSSO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14/10/2013
   
Casimiro Teja  Da troppo tempo, e non solo in Italia, la vita quotidiana è dipinta a tinte fosche, con velature lugubri. I pessimisti distendono la piega amara solo se intravvedono  finanziamenti giganteschi per ripianare i loro debiti oceanici. E’ una rappresentazione esagerata. Falsante. Nei millenni l’umanità ha vissuto alti e bassi e ogni giorno ne affronta altri. Lo si percepisca o meno, oggi la generalità degli umani sta molto meglio che nei secoli andati. Molto di quanto oggi fa orrore un tempo era normale. E’ repellente proprio perché siamo più “civili” di quando  si andava in piazza fascinati dall’esecuzione di condanne capitali con martirii atroci dei suppliziati (oggi quel gusto sadico si manifesta in forme attenuate: l’annientamento, almeno mediatico, del “nemico”). L’informazione,  volàno del progresso, oggi è però talmente incombente che se ne rimane succubi in mancanza di corsi accelerati di senso della storia: antidoto agli psicodrammi permanenti, alla enfatizzazione di minuzie. L’enorme e l’abnorme, perciò, nella percezione deformante della quotidianità continuano ad aver la meglio sull’ordinario.   Per recuperare il senso della realtà la via maestra è ritrovare il sorriso anche nei momenti più difficili.  Lo propone la bella Mostra  su uno dei massimi geni della caricatura italiana, Casimiro Teja (Torino, 1830-1897), curata da Dino Aloi e Claudio Mellana. (*)  In quarant’anni di creatività, circa 40.000 opere, Teja ha commentato con pennino benevolmente graffiante la storia d’Italia in una visione europea, da Camillo Cavour (raffigurato come “mappamondo” di ideali) a Giovanni Giolitti,  che proprio lui denominò “Palamidone”: felice immagine dello Statista che cercò di inculcare nei romani un po’ di senso dello Stato e nei piemontesi il piacere delle cene nelle trattorie fuoriporta della Città Eterna.    Cantore del Risorgimento e della lunga costruzione della Terza Italia,  Casimirro (sic!) fu un “vero credente”. Nel 1860 si fece iniziare nella loggia “Ausonia” di Torino, vivaio della classe dirigente: politici, militari, imprenditori, banchieri,  artisti, artigiani. Era la Fantasia all’Ordine.  Come altri giornalisti e politici della stessa covata (Felice Govean, fondatore della “Gazzetta del Popolo”, Giacomo Dina, il romanziere Luigi Pietracqua, Michele Coppino…) , capì che l’Italia sarebbe stata accettata nel concerto delle Grandi Potenze solo come fattore di stabilità. Era, doveva essere, “Italia e Vittorio Emanuele”. Perciò, senza rinnegarli, ognuno doveva rinviare almeno in parte l’attuazione dei sogni adolescenziali. Come Giuseppe Garibaldi, Giosue Carducci e un lungo “eccetera” di patrioti, dovevano saperlo fare tutti i cittadini di buon  senso. Lo si vide col trasferimento della capitale da Torino a Firenze nel 1864 (chissà se se ne parlerà nel 150°, cioè…domani),  istoriata dal “fratello” Alessandro Allis (“Silla”) nella “Via Crucis di Gianduja” a lungo attribuita a Teja, che poi narrò la traslazione a Roma.      Come documenta Marco Albera, tra i veri colpi di genio di Teja spicca  il “Bogorama”: una immensa Sfinge allestita nel 1871 in Piazza Castello a Torino introduceva i visitatori a ben 120 metri di “visioni” del collegamento dalle Alpi al Canale di Suez, inaugurato nel 1869. Teja e i suoi molti collaboratori (artisti e politici eminenti, come Desiderato Chiaves, tanti del Circolo degli Artisti di Torino) col linguaggio immediato della pittura  spiegavano che l’Europa aveva accorciato le distanze con l’India e l’Estremo Oriente passando per l’Italia: il traforo ferroviario voluto da Des Ambrois e da Cavour e le linee ferrate poi gettate dalla Destra Storica lungo una penisola che nel 1861 ne aveva ancora pochi chilometri erano il ponte verso il futuro.   Come nei secoli avevano fatto i pittori sulle pareti delle chiese e degli edifici pubblici, nelle pagine delle riviste illustrate dell’Ottocento con pochi felici tratti di penna e svelte pennellate Teja  faceva riflettere. Mai sarcasmo, mai urla, mai scherno, men che meno il declassamento della persona ad animale, oggi tristemente abituale da parte di caricaturisti da giardino zoologico, senz’anima.
  “Il Fischietto”, il “Pasquino” e la miriade di altri periodici illustrati  dell’epoca rimangono un modello di civismo: un sorriso sul “progresso” che costava  sudore e sangue ma giorno dopo giorno  migliorava davvero la vita delle moltitudini, guidate da una dirigenza che sapeva essere d’esempio, come il Quintino Sella ritratto da Teja in vetta al Monviso, scalato dallo statista per mostrare che anche gli italiani erano capaci di superare vittoriosamente le sfide più aspre, con altruismo,  dignità e riserbo. In vetta non si va per urlare. Le grida sono da bettola.   Centinaia di vignette di Teja hanno per soggetto la donna, ritratta sempre col garbo di chi, nutrito di cultura classica e consapevole  del millenario vissuto umano, si batteva per l’emancipazione femminile  senza  scadere in artificiose esasperazioni unisex. Mentre fermentavano il terrorismo politico e l’incitamento all’odio di classe  (le bombe di Felice Orsini contro Napoleone III, i pugnali anarchici e l’Internazionale rivoluzionaria), Teja folgorò la deriva dei “malcontenti” perenni: i mazziniani che, fallita la loro protesta per un acquazzone improvviso, eclamano: “Piove, governo ladro”. Edmondo De Amicis sentenziò che nelle sue caricature non si trovano “né odio né insulti né vendetta”. Esprimeva genuina bontà e fiducia nella capacità degli uomini di migliorare conciliando la nostalgia per la  Sacra pantofola papale (“Primo potere dello Stato”, come disegnò “Il Fischietto” a sostegno di Cavour) con l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi garanti di istruzione e benessere.  Anche per Teja due generazioni bene educate e bene allevate avrebbero fatto degli italiani una nazione come quelle da tanti più secoli giunte all’unità. Ma la Grande Guerra, anzi, la Guerra dei Trent’anni (1914-1945), soffocò in culla l’età dei buoni sentimenti.   Il Canale di Suez oggi si è fatto più stretto. E valicare le Alpi con una ferrovia all’altezza dei tempi nostri sembra quasi impossibile. Non si sa guardare al di là dei piedi. Non si sa più sorridere. In fondo alla valle l’arcobaleno ha un solo colore: il viola di una quaresima senza resurrezione. Le persone però hanno bisogno di vita. Non risa sguaiate, ma sorriso. Se non lo trovano in una terra lo cercano in un’altra.
Aldo A. Mola 
(*)  La Mostra Casimiro Teja. Sulla vetta dell’umorismo (catalogo con testi di Dino Aloi, Claudio Mellana, Marco Albera e altri), allestita col patrocinio del Consiglio  Regionale del Piemonte, è all’Archivio di Stato di Torino (via Piave 21) sino al 16 novembre. 
DATA: 15.10.2013
 
LA REPUBBLICA DICHIARI FALLIMENTO

Dopo la nuova fiducia ottenuta dal governo Letta e soprattutto dopo la sentenza spartiacque che ha visto il leader dei moderati condannato in via definitiva per il reato di frode fiscale, in questi giorni sui principali quotidiani italiani si è aperto uno sterile dibattito su quale sarà il futuro del centro-destra e del centro-sinistra italiano alla luce dei nuovi avvenimenti. Sembrerebbe quasi una questione di lana caprina il dibattito in corso, visti i gravi problemi che affliggono il nostro Paese. Del resto i dati Istat pubblicati la scorsa settimana parlano chiaro, il debito pubblico continua a crescere mentre il nostro PIL rimane al palo, le nostre famiglie si impoveriscono, le aziende chiudono e le tasse aumentano. Non che non sia importante discutere su chi saranno i nuovi leaders o dibattere su quale fisionomia potranno assumere nel panorama politico italiano i possibili nuovi partiti o gruppi parlamentari, ma di fronte al crollo imminente dell’architettura repubblicana (e di conseguenza dello Stato italiano) sembrerebbe prioritario discutere urgentemente proprio della nostra forma di Stato, anziché di schermaglie e tatticismi tipici della politica nostrana, perché è questa che così com’è non va. Se è vero infatti, come tutti dicono, che l’Italia ha bisogno di grandi riforme istituzionali che vanno dal riequilibrio tra i poteri dello Stato (compresa la forma di governo), alla cancellazione dalla Carta costituzionale del bicameralismo perfetto, dalla riforma della legge elettorale, al ripensamento del decentramento amministrativo, e di riforme più strettamente a carattere politico-economico come la riforma della Giustizia, della Sanità, della Pubblica Amministrazione, e che senta la necessità di liberalizzare e privatizzare in economia e di riformare il suo mercato del lavoro, che senso ha allora chiedersi chi sarà il nuovo leader del centro-destra o della sinistra o quali sembianze potranno assumere in futuro le forze politiche in campo, quando è il tutto che è da riformare?! Non sarebbe più onesto invece da parte dei nostri governanti dichiarare fallimento dal punto di vista istituzionale (quello economico è all’orizzonte!), fare mea culpa, e nel caso, pensare di abrogare l’art. 139 Cost., fare una legge costituzionale che preveda l’indizione di un Referendum sulla forma di Stato, indirlo, e sperare poi che la maggioranza degli italiani esausti di questa repubblica  votino a favore dell’istituzione monarchica? Solo un Re liberatore potrà essere il vero garante degli equilibri tra i poteri dello Stato e fungere da arbitro verso i soprusi dettati dalle logiche del denaro. Essendo il monarca una figura istituzionale non elettiva, ma a carattere ereditario, egli si rivelerebbe un capo di Stato neutrale nei confronti delle forze politiche in campo e quindi non ricattabile da lobby politiche ed economiche. Le migliori democrazie europee come la Spagna, Regno Unito, Olanda, Danimarca, Svezia, Belgio, Lussemburgo, Liechtenstein e P.to di Monaco sono una Monarchia. E l’Italia cosa aspetta? Potrebbe davvero una Monarchia parlamentare fare cose peggiori di questa repubblica?  Il dibattito è aperto.
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 09.10.2013
    
MILIARDI DI TASSE E DEBITI, E INTANTO LE REGIONI SPRECANO

Incremento produttivo delle industrie italiane superiore al 30%, crescita occupazionale, e tassi di incremento di reddito oltre il 6%. Un sogno? Non proprio, si tratta dell’Italia nella sua fase più rosea (eccezion fatta per il settore agricolo), nel suo pieno boom economico, che durò dall’immediato dopoguerra fino agli anni settanta. E poi? E poi debito, ovviamente. Quali dunque le cause di questa inversione di rotta? Sicuramente l’ormai famoso divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia (grazie al quale quest’ultima venne sollevata dall’obbligo di comprare alle aste i titoli di Stato,  con la conseguenza che  il tasso di interesse non rimase più a un livello stabilito dal Tesoro) ha partecipato all’impennarsi del nostro debito pubblico, grazie a Ciampi e Andreatta che, con una semplice e banalissima lettera, hanno dato i nostri tassi di interesse in pasto al voracissimo mercato. Non di meno a favorire un incredibile aumento della nostra spesa è stata, proprio in quegli anni, la creazione di quello che oggi chiameremmo “welfare”, o, italianamente, stato sociale. In pratica quanto concerne la sanità, l’istruzione, il sistema pensionistico, le politiche di assistenza ed altro ancora. Pertanto è, almeno questa, una spesa sacrosanta, purtroppo spesso mal gestita, e  questo si ricollega a quello che si può considerare… … il vero fardello del “Bel Paese”,  ossia l’effetto di quello che fu un clamoroso decentramento del potere, quando cioè, da mero articolo costituzionale, le Regioni divennero entità concreta. Fino agli anni settanta infatti le regioni erano sì previste costituzionalmente, ma non esistevano come realtà istituzionale. Ad oggi invece ci permettiamo questo inutile e dannosissimo lusso di avere quello che Marcello Veneziani tempo addietro ha giustamente individuato come “doppio Stato”. Perché le regioni hanno ampia discrezionalità in merito ad ambiente, infrastrutture, trasporti, lavoro, energia, rifiuti, sicurezza, sanità (che rappresenta la fetta più importante delle uscite), istruzione, politiche sociali e in definitiva buona parte se non praticamente la totalità di quanto sopra è stato descritto come “stato sociale”. Significa che la maggior parte della nostra spesa è amministrata tramite una struttura a sua volta clamorosamente costosa, che gode di una assurda autonomia finanziaria.
Inutile dire e ricordare che proprio le regioni si ricordano per recenti e passati scandali. Ancor più inutile dire che sono diventate facile strumento clientelare, se non proprio mafioso, con evidenti ulteriori  sprechi e crimini, ambientali e non solo. Ma alla fine che importa se nel frattempo quasi un terzo dell’Italia è a rischio povertà, se due giovani su tre sono a spasso, se le nostre industrie o chiudono o vengono svendute. Tanto il nostro governo sa perfettamente come risolvere la questione. Che si chiamino Imu o service tax, sempre di tasse si tratta. Tasse per pagare servizi mai resi, per coprire debiti non copribili, per far svendere la nostra cultura e le nostre case per pochi spicci. E contemporaneamente si tenta il “pertutto” con l’iva, nel suo amletico saliscendi. Non sarà l’ora di farsi i conti in casa, prima di andare a massacrare gli italiani? Non sarà l’ora di fare qualche “taglio”? ovviamente! Infatti anche in questo verso il governo ha preso provvedimenti, affidando la responsabilità della “spending review” ad un figlio del Fondo Monetario Internazionale. Possiamo allora stare certi e tranquilli, che verrà tagliato tutto, ma proprio tutto, tranne quello che deve essere “accorciato”, le regioni.
Guido Rossi de Vermandois
DATA: 09.10.2013
 
50° ANNIVERSARIO DELLA TRAGEDIA DEL VAJONT: OGGI COME ALLORA LA VICINANZA DI CASA SAVOIA

Tragedia VajontTutta Italia si accinge a ricordare le 1917 vittime della tragedia che avvenne esattamente 50 anni fa in provincia di Belluno, quando dalla diga del Vajont, in seguito ad una frana, un’immane quantità di acqua devastò i territori sottostanti, spazzando via migliaia di vite umane.
Quello del 9 ottobre 1963 fu uno dei più grandi disastri avvenuti nel dopoguerra, complice l’incuranza umana che aveva permesso la costruzione di una simile diga in una zona non adatta.
La solidarietà da tutta Italia non si fece attendere e ovviamente anche il Re Umberto II dall’esilio si mosse per dimostrare la sua vicinanza ai famigliari delle vittime ed ai superstiti. S.A.R. la Principessa Maria Beatrice andò nei territori devastati e portò il sostegno del Sovrano. Anche l’Unione Monarchica Italiana mobilitò i propri iscritti per una gara di solidarietà che potesse dare reale sostegno a chi ne avesse bisogno.
Il Comune di Longarone, che pagò il maggior tributo di vittime, si è reso promotore di una lunga serie di iniziative e commemorazioni, atte a ricordare quanto accaduto, nella speranza che mai più possano ripetersi simili tragedie.
Il Capo di Casa Savoia, S.A.R. il Principe Amedeo, ha mandato un messaggio al Sindaco di Longarone che verrà letto nel corso della giornata di domani.

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELLA TRAGEDIA DEL VAJONT


Messaggio Amedeo di Savoia 50° Vajont    In occasione del cinquantesimo anniversario della tragedia del Vajont mi sento profondamente vicino ai superstiti e ai discendenti delle vittime in questa triste quanto significativa ricorrenza.
    La Famiglia Reale Italiana allora dimostrò, per volontà del Re Umberto II, la propria solidarietà alle popolazioni del Piave e del Vajont con una simbolica visita di conforto da parte della terzogenita del Re, la Principessa Maria Beatrice.
     Oggi non posso che indicare quale luminoso e commovente esempio i territori colpiti dalla tragedia quali fulgida icona di un’Italia che reagisce ai propri drammi e che dimostra sempre la propria vocazione a tornare alla normalità, superando il legittimo e comprensibile smarrimento dovuto a tali eventi calamitosi.
    Desidero indirizzare un particolare pensiero alla memoria delle 1917 vittime la cui esistenza fu violentemente interrotta dalla brutale potenza delle acque, scatenata anche dalla cecità egoista degli uomini.
    Tutta Casa Savoia ed io ci sentiamo, oggi più che mai, accanto ai vostri cuori che ancora avvertono fortemente le ferite lasciate allora, pur avendo trovato la forza ed il coraggio di costruire e ricominciare.
    Da questa vostra prodigiosa energia sgorgherà un’Italia migliore in cui mai nessuno dovrà più morire per colpa dell’incuria e della follia degli uomini.

Amedeo di Savoia                                  

                            San Rocco, 9 Ottobre 2013


Pubblichiamo la rassegna stampa monarchica relativa al 1963.

Dal quotidiano Il Giornale d'Italia, Roma, 11-12 ottobre 1963:
" La solidarietà di Umberto di Savoia.
"Umberto di Savoia all'atto della sua partenza per gli Stati Uniti dove, come è noto si reca per un viaggio di studi, impossibilitato ad inviare sul luogo del disastro il ministro della Real Casa Falcone Lucifero, che lo accompagna in America, ha disposto affinché i rappresentanti locali dell'Unione Monarchica Italiana, ispettore nazionale dott. Pier Egilberto de Zordo, l'ispettore provinciale di Belluno, prof. Laura Bentivoglio e quello di Udine, Giuseppe Orgnani, cooperino validamente ai soccorsi portando la sua affettuosa solidarietà ".
L'U.M.I. di Belluno ha fatto affiggere il seguente manifesto: nei vari paesi della provincia
" Sua Maestà Umberto II di Savoia fa sapere che il Suo cuore addolorato dall'immane sciagura che si è abbattuta sulle popolazioni del Piave e del Vajont, è vicino a tutti coloro che sono stati colpiti negli affetti più cari ".
Belluno, 12 ottobre 1963

Comunicato stampa U.M.I. veneta
Tutti i dirigenti dell'U.M.I. veneta, a cui si unirono altri generosi amici, raccolsero fondi, indumenti, medicinali e li portarono nella zona funestata, visitandola minutamente, dando gli aiuti e soprattutto portando la parola di conforto del Re, sempre accolta con commozione e gratitudine.
Lo stesso è avvenuto quando essi si sono recati negli ospedali e nei vari centri di raccolta dei superstiti.
Successivamente, il 19, 20 e 21 ottobre, la Principessa Maria Beatrice si recò sui luoghi del disastro.

Il Messaggero, Roma, 22 ottobre 1963:
Belluno, 21 ottobre.
" Stamane, mentre continuava ancora il recupero delle salme e il trasporto delle stesse al cimitero di Fortogna, la zona del disastro è stata visitata dalla principessa Maria Beatrice di Savoia, la terzogenita del Re Umberto, che in auto ha raggiunto Fortogna, dove in quel cimitero ha deposto omaggi floreali sulle tombe delle vittime del Vajont. Successivamente Maria Beatrice ha visitato Longarone e l'ospedale di Pieve di Cadore, dove sono ricoverati i pochi feriti dispersi. Quindi si è fatta condurre in elicottero sulla diga del Vajont, per rientrare poi a Belluno ".


DATA: 08.10.2013
   
IL GOVERNO CHIEDE L’OPINIONE DEI CITTADINI: DICIAMO LORO CHE LA MONARCHIA È MEGLIO!

Fino a tutto domani, 8 ottobre 2013, si potrà compilare un questionario on-line preposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere ai cittadini come vorrebbero cambiare questo Stato, dal titolo: Consultazione Pubblica sulle Riforme Costituzionali. Vi è la possibilità di partecipare con due questionari, uno breve e compilabile in circa cinque minuti e uno più dettagliato compilabile in circa 20 minuti. Al termine del questionario lungo verrà offerto uno spazio di 500 caratteri per dare dei consigli. Non sappiamo se verranno ascoltati ma suggeriamo di compilare il questionario inserendo “altro” ogni volta che si faccia riferimento alla forma istituzionale (ovviamente la Monarchia non è contempliata). Al termine del questionario si può inserire un testo che suggeriamo essere così (max 500 caratteri):

La forma di governo della nostra Patria andrebbe cambiata profondamente. Solo la scelta della monarchia costituzionale può garantire stabilità allo stato. Tale proposta dovrebbe essere sottoposta alla Nazione mediante referendum dopo aver modificato la Costituzione attuale in modo da poter effettuare la consultazione popolare. La Monarchia garantirebbe una neutralità del Capo dello Stato che sarebbe così svincolato da legami con i partiti e i potentati finanziari.

Potete compilare i questionari dal sito internet:
www.partecipa.gov.it
Buona compilazione! Viva la Monarchia!

DATA: 07.10.2013

PREMIO ACQUI STORIA: VINCITORI E VINTI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 06/10/2013
   
Acqui Storia Maria Ganriella di Savoia   Poca attenzione per l’unificazione nazionale. Quasi zero per l’Unione Europea. Indifferente a temi che pur dovrebbero essere al centrali, la storiografia italiana è sempre più risucchiata da altre problematiche e tentata dalle cronache politico-partitiche. E’ il quadro offerto dall’Acqui Storia 2013, che vanta un suo primo vincitore: il Premio in sé. La partecipazione di quasi  200 opere, candidate da editori nazionali e locali, ne conferma infatti l’indiscusso prestigio di principale premio italiano per gli studi storici. Il riconoscimento va alla tenacia del suo stratega, Carlo Sburlati e dei suoi sostenitori, a  cominciare dal presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Pier Angelo Taverna. 

   Anche l’edizione  2013 fotografa il cantiere storiografico in Italia.  Certo, sono remotissimi i tempi della gara tra la Storia d’Italia curata da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti per l’Einaudi, quella diretta da Giuseppe Galasso per la Utet e la Storia della società italiana di Nicola Teti. Dopo le imprese solitarie, come quelle di Cesare Spellanzon e di Giorgio Candeloro, negli Anni Settanta le opere collettanee risposero all’urgenza di allestire una nuova ideale Galleria  della storia nazionale per affiggervi i ritratti dell’Italia Nuova: le regioni, le città, le istituzioni. Il Dizionario biografico degli italiani avanzava a passi falcati. Suggello di quell’operosa stagione furono i 23 volumi di Il Parlamento italiano, 1861-1992  (Nuova Cei),  un’impresa innovatrice, rimasta monca del tomo conclusivo. Negli anni seguenti prevalse la rivisitazione di temi circoscritti, da taluno polemicamente liquidata come revisionismo, mentre essa esprime la necessità di aggiornamento perpetuo dei metodi e dei giudizi critici e dell’accertamento dei fatti, a lungo travisati e manipolati.  

   Hanno retto e reggono bene le biografie, gioco di specchi tra il particolare e l’universale. Lo confermano i vincitori dell’Acqui 2013. Il robusto Malaparte. Vite e leggende di Maurizio Serra (Ed. Marsilio), ex aequo per la sezione scientifica (presidente Valerio Castronovo), versione italiana di un saggio di vasto successo in Francia, esplora i fermenti politico-culturali della prima metà del Novecento attraverso le tumultuose vicende di un loro protagonista famoso: scrittore, direttore di giornali, militante su diversi fronti. Malaparte s’illuse di influire davvero sui governi commentandone le imprese. La sua rivoluzione, però, rimase di parole e di immagini. A quanto con penna dotta e piacevole  Serra scrive va aggiunto che Malaparte si fece iniziare alla Gran Loggia d’Italia a fine maggio 1924: dopo la vittoria del listone di Mussolini e poco prima dell’assassinio di Matteotti, quando la massoneria era “scomunicata” sia dalla chiesa (di cui poco gl’importava) sia dal fascismo (di cui era irrequieto alfiere).

   L’intrigo del mondo letterario è al centro anche di Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud (ed. Bompiani) di Giuseppe Marcenaro, vincitore per la sezione divulgativa, presieduta da Giordano Bruno Guerri, prevalso su opere di successo, come I prigionieri dei Savoia di Alessandro Barbero e Partigia di Sergio Luzzatto. Conduce nei meandri più oscuri della guerra civile e invita a liberare la narrazione da pregiudizi ideologici e strumentalizzazioni retoriche  L’ultima notte dei Fratelli Cervi di Dario Fertilio (ed. Marsilio), meritatamente vincitore per il romanzo storico, la cui giuria è presieduta da Camilla Salvago Raggi.  Ex aequo per la sezione scientifica è stato premiato il saggio Dalla guerra fredda alla grande crisi. Il nuovo mondo delle relazioni internazionali in cui il novantenne Ottavio Barié legge con rigore e lungimiranza la crisi planetaria in atto. Autentico Maestro della storiografia con Galasso, Roberto Vivarelli e lo schivo Paolo Simoncelli, nel 1972  Barié vinse l’Acqui Storia con la biografia di Luigi Albertini (Utet), direttore del “Corriere della Sera” e suo comproprietario sino a quando non fu costretto a ritirarsene dall’incipiente regime (sorte analoga a quella di Alfredo Frassati, direttore-comproprietario di “La Stampa”, per breve tempo diretta da Curzio Malaparte, con poca gioia della famiglia Agnelli). Il Premio 2013 è anche doveroso tributo alla sua operosità, documentata dalla raccolta  curata da Massimo de Leonardis in Dall’impero britannico all’impero americano (Le Lettere). 

  Tra molti e autorevoli vincitori anche questa edizione dell’Acqui registra un paio di vinto: anzitutto la storia nazionale, a parte L’unità d’Italia nel teatro di Maria Teresa Morelli  (ed. Bulzoni) e Torino@Italia.eu. Viaggio di un piemontese nella storia unitaria (Centro Studi Piemontesi) e poco più. Due anni orsono il 150° del Regno aprì un solco nel quale però poco è stato seminato e ora risulta inaridito. “Italia 150 si è risolta in celebrazioni  spesso retoriche e in un profluvio di libri “anti”: elogio degli Stati preunitari, dalle Due Sicilie al Pontificio, dagli Asburgo di Toscana a quelli del Lombardo-Veneto. Poiché per molti l’unificazione rimane conquista sabauda o complotto di massoni in combutta con potenze straniere (gli inglesi e/o Napoleone III) o saccheggio del Mezzogiorno da parte del capitalismo settentrionale, è auspicabile che la storiografia torni a studiarla e faccia finalmente i conti con l’istituzione guida del Risorgimento e dello Stato nazionale: la monarchia, i re di Casa Savoia.

   L’Acqui 2013 ha veduto in gara opere importanti sui settant’anni postbellici (è il caso di Giuseppe Bedeschi sulla “democrazia difficile” e di Tito L. Rizzo sui capi dello Stato) o sull’età dal Risorgimento al fascismo, ripercorsa da Domenico Fisichella, ma la sintesi delle diverse Italie  susseguitesi dall’Unità ai nostri giorni ancora attende. Altrettanto, e ancor più anzi, va detto del secondo “vinto” di questa edizione: l’Unione Europea, anzi l’intero continente europeo, grande assente dalla storiografia militante rispecchiata dall’Acqui Storia. Il cantiere dunque rimane aperto (**).  

  Aldo A. Mola (*)

 
(*) Membro della  Giuria della sezione  scientifica con Massimo de Leonardis, Giuseppe Parlato, Francesco Perfetti e Gennaro Sangiuliano.

 (**)  LA PREMIAZIONE
La premiazione avrà luogo alle h.17.15 di sabato 19 ottobre al Cinema-Teatro “Ariston” di Acqui Terme. Ai quattro vincitori si affiancano i Testimoni del Tempo (Pupi Avati, Giampaolo Pansa, Roberto Napoletano, Pier Franco Pingitore), mentre Graziano Diana è premiato per la Storia in TV e Franco Cardini riceve il premio Presidenza della Repubblica alla carriera. Roberto Giacobbo ritira il Premio assegnatogli due anni orsono. Una Targa speciale è conferita al Centro Studi Piemontesi, diretto da Albina Malerba,  per i suoi primi 45 anni di attività scientifica.

Nella foto la premiazione di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella, nel corso dell'edizione 2012.

DATA: 30.09.2013
 
DUE MONARCHICI PER UNA REPUBBLICA ZOPPICANTE

Il premier Enrico Letta si è presentato stamani in Senato per tentare di salvare il celeberrimo governo delle larghe intese messo in seria difficoltà dalle fibrillazioni di una parte della sua maggioranza. Dal suo discorso dipendevano le sorti del suo esecutivo e gli equilibri di tutta Italia. Un discorso pacato e fermo con cui conquistare l’interesse di chi ne minava l’avvenire. Ma la cosa curiosa non è l’evento in sé, più che normale in un ordinamento più o meno democratico, ma i modelli che l’on. Letta decide di citare nel suo intervento. Non figure della defunta prima repubblica e nemmeno della moribonda seconda cui appartiene. Egli ricorda passi di due persone straordinarie come il liberale Luigi Einaudi ed il filosofo ed intellettuale Benedetto Croce. Alla vigilia del famigerato referendum del 2 giugno 1946 l’on. Einaudi si esprimeva convintamente a favore della Monarchia con un documentato testo pubblicato sul quotidiano “L’Opinione” avente per titolo nientemeno che “Perché voterò Monarchia”. Fu certo, successivamente, un grande Presidente ma, come ben sosteneva il sen. Fisichella, per merito dell’equilibrio tipico della sua cultura monarchica. Benedetto Croce fu notoriamente, sebbene critico quando necessario, monarchico al punto di sostenere il 27 settembre 1945 : "Egli ha affermato - Parri ndr - che già prima del fascismo l'Italia non aveva avuto governi democratici. Ma questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l'Italia dal 1860 al 1922 è stato uno dei paesi più democratici del mondo e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa alla democrazia". Dunque l’Italia provvisoria, come la chiamava Guareschi, con la sua instabile repubblica finisce sempre per dover attingere alle grandi menti di quella monarchica. Proprio vero, due grandi monarchici per una repubblica zoppicante!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 02.10.2013

REPUBBLICA DEGLI INQUIETI

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 29/09/2013

   Il peggio non è ora. Arriverà a inizio dicembre, quando la Corte Costituzionale dirà se la legge elettorale vigente è o no in linea con la “Carta  più bella del mondo”. Quella sarà la cateratta della repubblica. Che cosa accadrà nei prossimi giorni? Nient’altro che un chiarimento dovuto, ma sarà solo il penultimo atto di una rappresentazione il cui finale è ancora tutto da scrivere. Questo non andrà in scena martedì, quando il voto sul governo chiuderà la scena in corso, o il 4 quando la Giunta del Senato deciderà sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Lì saremo al quarto atto, non alla conclusione dell’Opera. Dal voto possono nascere conseguenze “normali”: la caduta del governo con tenuta o scossoni del quadro economico, un governicchio di qualche mese con nuova man bassa di cariche e prebende, elezioni politiche (con buona pace del presidente Napolitano, che non è al di sopra della Costituzione) e un chissà quale colpo di reni dei cittadini-elettori: un ritorno al primato della politica contro quello della “iurecrazia”. Di sicuro gli eventi di questi giorni  sono nulla rispetto a quanto effettivamente si profila sull’orizzonte se la Corte dichiarerà incostituzionale il Porcellum. Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Perciò è bene rinviare pubbliche commozioni a quello che per la repubblica sarà il Giorno del Giudizio.    D’altronde il riso convulso è l’altra faccia del pianto dirotto. Sono i due volti dell’Italia nata dal Teatro. In principio furono Carlo Goldoni e Vittorio Alfieri. Quell’Italia era così brava che commediografi, tragediografi e compositori nostrani di melodrammi divennero  un prodotto di esportazione. A Parigi la Comédie italienne surclassava la francese. A Vienna  Antonio Salieri, già maestro di cappella dell’Opera italiana, sopravvisse a Wolfgang  Amadeus Mozart.  Poi il Teatro divenne strettamente “nazionale”, con la Francesca da Rimini di Silvio Pellico, le tragedie di Alessandro Manzoni  e di tanti emuli: era la versione “da sera” delle novelle, dei romanzi e degli stucchevoli poemetti storici. Mentre sulle aie di casali e cascine fattori e fattoresse leggevano pagine edificanti agli analfabeti, i ceti alti andavano a teatro per mirare ed essere mirati. Sottoscrissero azioni per edificare scrigni per rappresentazioni alternative alle prediche dei quaresimalisti e vi riservarono il palco come avevano il nome sugl’inginocchiatoi di famiglia a ridosso degli altari maggiori. Preghiere privilegiate, visioni riservate. Il Teatro proponeva  idee che era bene rimanessero nella cerchia di uomini savi. Ne scrive Maria Teresa Morelli  in L’unità d’Italia nel teatro (Bulzoni), uno dei pochi libri interessanti usciti del 150° del Regno. Commedia e tragedia si ricomposero nel melodramma, spesso politicamente scorretto: non solo i romantici o il polimorfo Giuseppe Verdi, ma gli scapigliati e i veristi  portarono sulla  “scena”  quanto avveniva nella vita quotidiana, ma era deplorato. Il Teatro, proprio come la Politica, era spazio di libertà, in un paese nel quale Camillo Cavour ammise di aver fatto l’Italia usando metodi criminali. Lo spettatore capiva bene che la realtà era proprio quella rappresentata,  da Gustavo Modena o  Vincenzo Padula. Tanto più che il teatro non fu solo “in lingua” (con buona pace del fiorentineggiante Manzoni) ma anche in “dialetto”: popolare, per fare concorrenza  alle insuperabili sacre rappresentazioni ecclesiastiche e al teatro parrocchiale. Tra il Te Deum, il Tantum ergo. il Veni Creator Spiritus e qualsiasi “coro” del più sublime melodramma anche il meno osservante tra gli spettatori non aveva dubbi: molto meglio i primi. Dio elevava; per sentire strilli e urla le famiglie non avevano bisogno di andare a teatro. Bastavano le mura domestiche. Fu il caso del Premio Nobel Luigi Pirandello (sul quale è imminente Il Nobel svelato di Enrico Tiozzo, ed. Aragno).   Perciò i cittadini disincantati non si commuovono affatto per le fibrillazioni politiche in corso nei Palazzi della politica. La rinuncia al mandato da parte dei parlamentari  del Popolo della Libertà e della Lega Nord non ha nulla a che fare con l’ “Aventino” del 1924-25: un’esperienza fallimentare. Esso non è né un attentato alla Costituzione, né un colpo di Stato. E’ l’unico argomento politico rimasto a chi vuole aprire un dibattito alle Camere sullo sfacelo dello Stato di diritto ma si scontra con la sordità altrui: in un Parlamento comprendente molti membri eterodiretti da non si sa quali Guru effettivi (Grillo e Casaleggio sono solo controfigure di cartongesso di chi li ha orchestrati e finanziati). Proprio perché al momento solo “annunciate”, le “dimissioni”  dei parlamentari del PdL (per di più affidate solo ai capigruppo) sono un argomento dialettico. Indicano la linea rossa di questo parlamento.
  La catastrofe verrà invece a inizio dicembre se la Corte Costituzionale dichiarerà che la legge elettorale vigente è incostituzionale. In tal caso le Camere risulteranno invalide, quanto meno sul piano politico, nell’opinione interna e internazionale. Non in questi giorni ma a quel punto si spalancherà l’abisso, perché ne discenderà la nullità morale delle Camere, elette con una gigantesca e reiterata frode ai danni della sovranità nazionale, e ne risulterebbero inficiati tutti gli atti, inclusa l’elezione dell’attuale capo dello Stato.    Sempre per quel gusto del teatro che ha accompagnato la genesi e il declino della Nuova Italia, l’illegittimità si rifletterà sul passato, in barba al caposaldo del diritto che esclude la retroattività delle leggi: violata in Italia ai tempi dell’epurazione, nel 1943-46, che fu la madre di tutti gli sfracelli giuridici, politici, morali. A quel punto forse qualche italiano in più capirà che meglio sarebbe la forma di Stato che mette il suo Capo e le Camere al di sopra di sentenze di qualsivoglia corte: la iurecrazia da tempo imperversante. Vi è un’unica alternativa: la monarchia costituzionale, la forma di Stato equilibrata e garante di stabilità, come insegnano Gran Bretagna, Svezia, Norvegia,  Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo e la stessa Spagna, tutti Paesi capaci di conciliare sacralità e pragmatismo. Vedremo come finirà la Repubblica degli Inquieti. Ora siamo solo al penultimo atto….             
Aldo A. Mola
DATA: 30.09.2013
 
L'ITALIA IN LIQUIDAZIONE: SE TELEFONANDO…

    Siamo arrivati all'ultimo atto del secondo governo voluto a tutti i costi dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La grave crisi in cui versa il Paese e la mancanza di risposte che gli ultimi due esecutivi hanno dato all'Italia, ci impongono di chiedere a gran voce il ritorno alle urne, nella speranza che i risultati evitino di porre la Nazione di nuovo in ostaggio di grandi coalizioni inconcludenti atte ad accontentare unicamente le bramosie dei partiti e delle lobby.
    In attesa di una vera e seria riforma istituzionale, l'Unione Monarchica Italiana auspica che l'Italia venga guidata da una forza che abbia un concreto supporto popolare, a differenza di quanto capitato negli ultimi due anni.

Il Presidente nazionale U.M.I.
Alessandro Sacchi
Il Segretario nazionale U.M.I.
Davide Colombo

Roma, 28 settembre 2013

DATA: 28.08.2013

L'ITALIA IN LIQUIDAZIONE: SE TELEFONANDO…

Il caso Telecom è sicuramente un altro passo verso la liquidazione del paese, almeno di quanto potenzialmente vendibile ci sia nel paese. Si vende per necessità, e le banche azioniste di Telco, maggiore azionista di Telecom Italia, lo avevano annunciato da tempo: le partecipazioni non strategiche e soprattutto non profittevoli, verranno totalmente o parzialmente dismesse. Inoltre, Telecom Italia necessita di un aumento di capitale che al momento sembra imminente, altri soldi, in una società che è speculare al paese: tanto debito, poca crescita. Generali, Mediobanca, e soprattutto Intesa oggi hanno altre priorità rispetto a Telecom Italia e l’occasione di cedere buona parte delle loro quote a Telefonica sembra essere l’unica via perseguibile per la migliore contropartita nel minor tempo possibile. Quindi dobbiamo ringraziare gli Spagnoli distratti, ai quali abbiamo rifilato una fregatura? Nessuna distrazione. A Telefonica, della telefonia italiana interessa poco. Gli Spagnoli hanno fatto questa operazione confidando in due assets molto interessanti che Telecom Italia detiene: da un lato la controllata Brasiliana, secondo operatore del paese dopo Vivo (operatore guarda caso controllato da Telefonica), dall’altro la rete telefonica Italiana, infrastruttura strategica, venduta a Telecom dallo Stato in uno slancio di generosità discutibile, o di fame incontenibile, ma qualunque sia il caso, sempre di proprietà privata e non più statale si tratta; e su queste basi non hanno nemmeno senso gli appelli al rischio sicurezza, se abbiamo assistito già in passato ad usi privati di un’infrastruttura di interesse, ma non di proprietà, nazionale.
Certo ci si poteva pensare prima, prima di vendere la rete a Telecom, e forse pazientare prima di far crescere la partecipazione di Telefonica In Telco. Gli spagnoli infatti sperano di giustificare il proprio investimento attraverso la vendita di TIM Brazil ed il successivo smembramento della restante parte tra una società operativa di poco valore ed una infrastrutturale con ritorni stabili e certi, sufficienti anche a giustificare e ripagare la parte di debito rimanente. Tutte operazioni probabilmente fattibili anche senza Telefonica.
La liquidazione di Telecom Italia è iniziata, ma non ci sarà tempo di parlarne per giorni perché a breve assisteremo all’affondo francese su Alitalia; probabilmente costringeranno l’azienda al concordato preventivo, cancellando così parte del debito ed acquistandola ad un prezzo sicuramente più interessante.
Sicuramente non è questa l’attenzione che volevamo verso il nostro paese, ci aspettavamo capitali per nuove opportunità e non offerte d’asta per cimeli d’industria. Nel suo insieme non credo che la questione Telecom rappresenti di per se stessa un’anomalia, credo invece che ci si debba focalizzare sulle ragioni di questa operazione, sul nostro sistema bancario ormai paralizzato, dal quale certo le aziende non possono attendersi supporto. Su di un bilancio statale così stressato, nonostante la tassazione più alta d’Europa, da non poter nemmeno pensare di offrire contropartite in cambio dell’acquisto di una rete infrastrutturale di interesse nazionale. Sarebbe necessario che il Governo del fare, facesse in modo di trovare il coraggio di fare una telefonata a Berlino, avvisando che noi faremo cinque passi indietro sul debito, per poter pensare di farne ancora qualcuno in avanti nel prossimo futuro. Il rigore serve nella buona gestione delle risorse, se le risorse non ci sono, il rigore non serve nella pratica e logora nella sostanza.
Fabio Fazzari, Vicepresidente nazionale U.M.I.
DATA: 25.08.2013

ALTO ADIGE 650.000 VOLTE TRICOLORE

In Italia basta tendere l’orecchio verso la voce di qualche telegiornale per sentire quali gravi problemi soffochino la nazione e quanti già siano giunti perfino a togliersi la vita a causa della grave crisi che strozza gli animi e soffoca le speranze. Ma c’è un’isola felice, un paese dei balocchi, una terra della fantasia che vive nella mente di qualche burlone separatista e di qualche moderna pasionaria. Lo chiamano Sud Tirolo ed è la terra dove il consiglio provinciale approva una legge per rimuovere nomi, presunti fascisti ma per lo più semplicemente italiani, e bandiere tricolori dai rifugi alpini delle splendide montagne che s’ergono lassù. Perché se l’Italia si dibatte in un’atroce agonia qualcuno crede sia meglio prenderne, una volta di più,  le distanze attaccando l’italianità di quei confini che la natura ha posto a salvaguardia della penisola. Che importa se gli imprenditori ed i padri di famiglia italiani si impaccano? Sono problemi di poco conto, problemi italiani, nel paese della fantasia l’autonomia forse li limita un poco, magari si sentono meno, di conseguenza meglio indirizzare la propria attenzione sul cancellare “Vetta d’Italia” o magari “Vittorio Veneto” dal nome di un ricovero sulle creste innevate. Quelli sono problemi seri a Burlandia! Se pensano che levando quei nomi, che ripeto accusano di fascismo, o le bandiere italiane riusciranno a favorire i loro briganteschi scopi temo siano in errore. Perché c’è una terra vera che si chiama Alto Adige. Per chiamarla così abbiamo versato il sangue di 650.000 morti che quelle montagne le hanno tricolorate per sempre! Ecco perché, se non fosse un’offesa a quei morti giunti da ogni contrada dello stivale, parrebbero quasi ridicoli i problemi del sedicente Sud Tirolo che si leggono oggi sul Corriere della Sera. Nessun problema: io continuerò a chiamarlo Alto Adige ed Italia. Giusto perché ho solo 650.000 buoni motivi.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 24.08.2013
 
LA STORIA RESTITUIRÀ L’ONORE A RE VITTORIO EMANUELE III

Vittorio Emanuele IIILa storia, quando gli avvenimenti vengono ricostruiti nell’imminenza dei fatti, ovunque, e in ogni tempo, la scrivono i vincitori, in pratica gli “intellettuali” al servizio del potere, che deve affermare la propria legittimazione e, contemporaneamente, nascondere le pagine buie del passato che i nuovi potenti vorrebbero fossero dimenticate. C’è, poi, in molti il desiderio di togliersi qualche sassolino dalle scarpe in una sorta di resa dei conti che accompagna ogni cambio di regime. Lo fanno puntando su qualche avvenimento di facile presa sull’opinione pubblica, spesso ricorrendo ad elementi di carattere emozionale. Sempre sbrigativamente. È di questo genere la polemica che viene di anno in anno alimentata con riferimento alla decisione del governo Badoglio di abbandonare Roma la mattina del 9 settembre 1943, all’indomani della comunicazione dell’avvenuto armistizio con gli Angloamericani, una volta constatata la impossibilità di difendere la Capitale dalle preponderanti forze tedesche. Una vulgata che coinvolge la persona del Re Vittorio Emanuele III. Fu una fuga, considerate le conseguenze che l’abbandono della Capitale determinò sull’esercito italiano non in condizione di rispondere all’aggressione del nemico tedesco, come pure il radiomessaggio di Badoglio aveva indicato (“i nostri reparti reagiranno a qualsiasi attacco da altra provenienza”)? Per Roberto Martucci, nel dare notizia dell’avvenuto armistizio, sarebbe stato necessario chiarire che “è prevista una violenta reazione tedesca”(Storia costituzionale italiana, Dallo Statuto Albertino alla Repubblica, Carocci, Roma, 2002, 248). Ma cosa avrebbe aggiunto una tale indicazione? Stupisce anche solo che sia stata enunciata.
Per la sinistra e per quanti erano alla ricerca di una nuova verginità dopo gli anni del fascismo fu una “fuga” vera e propria, “vilmente operata abbandonando le forze armate, senza ordini, allo sbaraglio” (G. Maranini, Storia del potere in Italia, 1848 – 1967, Vallecchi, Firenze, 1967, 302). Il Re fugge anche per Giorgio Bocca (Storia d’Italia nella guerra fascista, 1940 – 1943, Laterza, Bari, 1980, 582) che peraltro, nella stessa pagina, poco prima dava conto della confusione che regnava nel comando militare della Capitale che diffondeva ottimismo. “Maestà, buone notizie, - dice il Generale Carboni al Sovrano – all’ambasciata tedesca c’è il panico, un consigliere mi ha telefonato implorandomi di proteggerlo”. E più tardi “Maestà, tutto va per il meglio, i tedeschi si ritirano, sono pronto ad inseguirli”. Queste amenità dell’ultimo momento seguono la confusa situazione succeduta al 25 luglio ed alla caduta di Mussolini, 45 giorni nei quali il Governo Badoglio “eminentemente tecnico e poco idoneo, pertanto, a misurarsi con problemi di indole politica” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti dell’otto settembre, in Nuova Storia contemporanea, 2010, n. 3, 5), dimostra tutta la sua inadeguatezza, sia nella sottovalutazione della reazione tedesca, assolutamente prevedibile e resa evidente dall’ingresso in Italia di nuove truppe in nessun modo ostacolato, sia nella diffidenza degli angloamericani alimentata, nel corso delle trattative per giungere all’armistizio, dal’incertezza più volte manifestata dagli stessi plenipotenziari rispetto alle decisioni da prendere a fronte delle richieste di Stati Uniti e Regno Unito.
Diffidenti i tedeschi, diffidenti gli alleati il governo cerca di barcamenarsi con estrema difficoltà ma anche con qualche goffaggine, con il risultato che il nostro Paese viene “occupato” dalle armate di quello che l’8 settembre sarebbe stato un ex alleato, in tal modo rendendo impraticabile il progettato sbarco di truppe aviotrasportate a nord di Roma per evitarne l’occupazione e la conseguente “cattura del re e del governo italiano compromettendo la validità formale e quella effettiva dello stesso armistizio che si intendeva al più presto concludere” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti, cit. 14). Serve forse altro per dimostrare che Re e governo non potevano restare a Roma? Che la loro cattura avrebbe decapitato lo Stato? Soprattutto il sovrano, unica autorità legittima, non poteva uscire di scena. L’Italia non avrebbe più avuto nessun punto di riferimento per gli alleati e per i cittadini. Il “trauma per il popolo italiano” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, 2007, 847) sarebbe stato certamente maggiore di quello che in realtà c’è stato e che in parte si è ricomposto a mano a mano che il “Regno del Sud” è andato assumendo le dimensioni di uno stato organizzato, cobelligerante e in qualche modo collegato alla resistenza antifascista a Roma e nel Nord, dove le unità partigiane che facevano riferimento al Re hanno svolto un ruolo fondamentale. Non poteva farsi catturare dai tedeschi Vittorio Emanuele III. Era l’unica autorità dalla quale derivava anche il potere del governo in quanto ai sensi dell’art. 65 dello Statuto del Regno “Il Re nomina e revoca i suoi Ministri” (art. 65). Ed anche a considerare l’immediata lettura in senso parlamentare di una carta costituzionale che indicava “una forma di governo di tipo monarchico-costituzionale “puro”, in cui cioè la Corona occupa un ruolo centrale ed attivo” (P. Colombo, Con lealtà di Re e con affetto di padre, Il Mulino, Bologna, 2003, 109), il Governo Badoglio non aveva avuto la fiducia della Camera. Anche perché la Camera dei fasci e delle corporazioni era stata sciolta. In sostanza, “la prerogativa regia in quel grave momento offriva la possibilità di un ritorno almeno apparente alla tradizione risorgimentale; soprattutto permetteva di chiudere nella legalità formale la lunga parentesi del governo fascista” (G. Maranini, Storia del potere in Italia, cit., 303).
La conclusione è una sola, il Re doveva ad ogni costo rimanere libero per assicurare la continuità dello Stato, anche a costo di prestare il fianco alle facili e interessate critiche di quanti, non avendo assunto nessuna iniziativa per evitare il fascismo, prima (nel 1922), e per sbarazzarsene dopo (1943), discettano e giudicano. Ero ragazzo e ricordo l’Avv. Cesare degli Occhi, parlamentare già prima del fascismo nel Partito Popolare, poi dopo la guerra nella Democrazia Cristiane e, infine nel Partito Nazionale Monarchico, da sempre antifascista. “La caduta di Mussolini, mi disse, è stata iniziativa del Re e solo del Re. Io, antifascista, mi stavo facendo la barba quando il sovrano costituiva il governo Badoglio e si apprestava a ricevere Mussolini dimissionario”. Per dire dell’assenza dei partiti nel momento cruciale. Lo abbiamo visto anche leggendo un prezioso volumetto, in tutto 80 pagine, “La congiura del Quirinale” di Enzo Storoni (Il salotto di Clio, Le Lettere, Firenze, € 10), giunto nelle librerie a ridosso del 25 luglio, con la prefazione di Francesco Perfetti, che offre un interessante spaccato degli avvenimenti che precedettero la riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio, la successiva uscita di scena, il 25, di Benito Mussolini e la fine del Regime. Il titolo richiama quello di un articolo che Storoni aveva pubblicato il 7 maggio 1949 su Il Mondo di Mario Pannunzio, ma il pezzo forte del volume sta nel Memoriale, inedito, scritto fra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’ingresso a Roma degli alleati il 4 giugno 1944. Per Storoni si può affermare “senza tema di smentite che artefice unica del colpo di stato sia stata la monarchia”. Anche se non mancano, prova dell’onestà intellettuale dell’uomo, pur fedelissimo al Re, critiche a Vittorio Emanuele III per il pregresso suo atteggiamento nei confronti del fascismo e riserve sulla conduzione di quello che ormai è assodato sia stato un complotto della Corona nei confronti del Duce. Eppure è sembrata cosa di poco conto agli storici ed ai polemisti saliti sul carro dei vincitori aver chiuso il ventennale esperimento fascista nel momento più tragico della sua evoluzione in un’Italia martoriata dalle bombe. Né a favore del Re è valsa la sua storia personale, dall’indomani dell’assassinio del padre Umberto I, quando puntò decisamente sulla pacificazione degli animi. Poi l’avvio delle riforme Giolitti, che hanno assicurato all’Italia importanti conquiste in campo economico e sociale, l’abile gestione della neutralità alla vigilia della grande guerra del 1915 - 1918 fino a condurre all’alleanza con Regno Unito e Francia avendo in vista l’unificazione nazionale. E, all’indomani della vittoria, si trovò praticamente solo, con un governo (Facta) incapace di gestire la difficile riconversione degli animi e dell’economia di guerra in un contesto di violenze contrapposte di fascisti e comunisti. Un periodo drammatico nel quale il Re soldato, tornato dal fronte e da Peschiera, dove aveva rivendicato con successo, dinanzi agli Stati maggiori alleati, l’onore del soldato italiano dopo la rotta di Caporetto, si è trovato senza quegli appoggi politici e parlamentari necessari per lui che desiderava regnare e non governare. Troppo anziano Giolitti per prendere in mano la situazione, il Re che aveva come occhi e orecchie, come lui amava ripetere, la Camera ed il Senato, si trovò a verificare la incapacità della classe politica di assumere un atteggiamento idoneo a governare un Paese dai gravi squilibri economici e sociali. E dobbiamo chiederci cos’altro avrebbe potuto fare in quel frangente un Re che regna e governa se non sollecitare le forze politiche presenti in Parlamento, i cattolici, i liberali, i socialisti perché assumessero una iniziativa adeguata, oggi si direbbe una grande coalizione, per uscire dalla crisi. Ma in quel frangente da Sturzo a Bonomi, da Orlando a Salandra, a Nitti, come gli altri esponenti del mondo cattolico liberale non ebbero il coraggio, non ebbero la capacità di iniziative lasciando così il sovrano scoperto sul piano parlamentare e mostrando quella inettitudine che avrebbe fatto prevalere il fascismo, poi la dittatura che prende le mosse da un voto di fiducia del Parlamento nei confronti del governo Mussolini e dal successivo Aventino, un errore politico grandissimo che doveva essere già da allora intuito.
Lasciato solo, il sovrano ha dovuto subire, in presenza di un carta costituzionale così detta “flessibile”, quindi modificabile da una legge ordinaria, l’insulto delle leggi liberticide e di quelle financo limitatrici delle prerogative della Corona per i poteri attribuiti al Gran Consiglio del fascismo e la farsa della attribuzione a lui ed al Duce del grado di Primo maresciallo dell’impero su parere del solito giurista disponibile a tutto pur di mantenere l’incarico.
È così  nel momento in cui, con il voto sull’ordine del giorno del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943 gli è stato fornito lo “strumento costituzionale” in precedenza mancato, essendo l'unica autorità legittimata ad agire, ha accettato le dimissioni del Cavaliere Benito Mussolini ed avviato le trattative per l’armistizio. Ora è noto, perché vi sono ampie e documentate testimonianze, che quella fase delicata dell’accordo con gli alleati, in concomitanza con la massiccia presenza di militari tedeschi in Italia, con alcune decine di divisioni, molte delle quali avevano attraversato le Alpi fin dall’indomani del 25 luglio, quando Hitler intuì che la caduta di Mussolini avrebbe portato alla nostra uscita dall’alleanza, si riverberò sulla trattativa con gli Alleati, difficile, irta di numerose ed esplicite diffidenze che hanno complicato la preparazione della proclamazione dell’armistizio, stante anche l’inadeguatezza delle forze armate italiane a contrastare l’inevitabile reazione dei tedeschi. In relazione a questo scenario vanno valutate con obiettività le situazioni che si sono verificate e che hanno visto il trasferimento del Re e del governo a Brindisi sbrigativamente qualificato “fuga” dagli eredi di coloro i quali nel 1922 avevano impedito al sovrano di costituire un governo di “unità nazionale”. Immaginando che con la fine della guerra sarebbe caduta anche la monarchia, come maramaldi si sono gettati sul Re denunciando che non avrebbe assicurato una transizione ordinata dall’alleanza col tedesco a quella con gli alleati. È nota la polemica, in particolare sull’esercito rimasto senza ordini. Qui vanno posti alcuni punti fermi. In primo luogo va considerata la situazione sul campo, già delineata, con la presenza massiccia di divisioni tedesche fortemente armate a fronte di un esercito italiano che abbondava solamente di uomini ma non in armamenti, un esercito in gran parte dislocato all’estero, con molte divisioni che non era stato possibile far rientrare in Patria per l’ostilità dei tedeschi, diffidenti nei confronti del Governo Badoglio. E forse la mancanza di ordini specifici e lo sgretolamento dell’esercito, al di là degli episodi di resistenza, spesso eroici, ha evitato ulteriori lutti perché se la resistenza fosse stata organizzata probabilmente la reazione tedesca sarebbe stata durissima. Troppo grande il divario tra le forze in campo, troppo incerta la situazione politico amministrativa a seguito della difficile trattativa con gli alleati che non aveva garantito l’intervento militare delle forze angloamericane che avrebbe dovuto mettere al riparo la Capitale. Un intervento sconsigliato dalla situazione degli aeroporti vicini a Roma che non avrebbero potuto garantire l’atterraggio di quella divisione aviotrasportata alla quale si annetteva un contributo determinante per tenere fuori le armate tedesche. Annullata l’operazione che avrebbe dovuto impegnare le forze armate alleate, era evidente l’impossibilità di difendere Roma “sulla quale il governo italiano aveva tanto insistito dei propri contatti con gli Alleati” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti dell’otto settembre, in Nuova Storia contemporanea, 2010, n. 3, 26).
In questa condizione, mentre le forze italiane si dissolvono,  nella notte fra l’8 e il 9 il governo decise di lasciare la città convincendo anche il sovrano a seguire i ministri verso una località d’Italia non occupata dai tedeschi. Si trattava, come evidente, “di salvaguardare, in certo modo, la continuità istituzionale del Paese e di garantire, di fronte agli Alleati, la validità dell’armistizio concluso, di cui erano partecipi, significativamente, solo gli ambienti militari” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti, cit, 27). E questa la spiegazione vera, la ragione autentica per la quale “il re e il governo italiano si rifugiano a Brindisi” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, 2007, 847). Una scelta che ha certamente provocato un grande trauma ma che si era resa necessaria dalle condizioni nelle quali tra equivoci e contraddizioni si era sviluppato il rapporto tra gli alleati e il governo italiano, per inadeguatezza del nostro approccio diplomatico e per la diffidenza soprattutto dei comandi americani nei confronti dei nostri plenipotenziari.  Questi i fatti. Anche l’idea, che ricorre nelle polemiche, secondo la quale il Re avrebbe dovuto mettersi a capo della resistenza a Roma e farsi ammazzare o nella migliore delle ipotesi farsi catturare dai tedeschi è una ipotesi assolutamente assurda che avrebbe fatto cadere il Paese nel caos maggiore di quello che si andava determinando in alcune zone d’Italia, una ipotesi che non può basarsi, come qualcuno pure ha ritenuto di poter dire sul timore del Re di morire, lui che aveva rischiato più volte di essere colpito al fronte durante la prima guerra mondiale. È stato invece un doloroso gesto di responsabilità che non è compreso soltanto da coloro i quali hanno un secondo fine nella polemica sull’abbandono della Capitale allo scopo, già delineato, di denigrare il sovrano addebitando a lui tutti quegli errori che se ha commesso condivide con le forze politiche e parlamentari nel 1922. In sostanza Vittorio Emanuele III ha costituito per buona parte della classe politica italiana del secondo dopoguerra, erede di quella che nel primo dopoguerra aveva tradito il compito di dare un governo al Paese per stabilizzare una situazione dal punto di vista economico sociale difficile, così aprendo la strada al fascismo. Sono certo che la storia, quando si sarà liberata dagli influssi della cronaca di quel periodo ed dalle passioni politiche che l’hanno caratterizzata giudicherà con serenità la figura di Vittorio Emanuele III, ne riconoscerà i meriti lungo un arco difficile della storia d’Italia, mettendo in evidenza l’equilibrio con il quale, in alcuni passaggi essenziali della vita del giovane Stato nazionale, ha garantito nell’età giolittiana uno sviluppo sociale significativo, ha assicurato l’unità della Nazione facendo passare l’Italia dalla neutralità all’intervento nella prima guerra mondiale ed evitato una guerra civile nel 1922. Con l’occasione, rasserenati gli animi si ricorderà anche che Vittorio Emanuele, un sovrano ligio alle regole dello Statuto del Regno, è stato un apprezzato conoscitore di storia e geografia e per questo incaricato di dirimere le controversie internazionali su confini quando già era re, oltre ad essere più grande collezionista di monete italiane, autore una straordinaria raccolta che ha donato al popolo italiano e che viene richiamata in tutte le occasioni nelle quali i numismatici si incontrano e ne scrivono.
Salvatore Sfrecola
DATA: 24.08.2013
         
CORI (LT): ORIGINE E STORIA DELLE CONFRATERNITE

CORI (LT): ORIGINE E STORIA DELLE CONFRATERNITECori (LT) - Organizzata dalla Confraternita del Gonfalone di Cori si è tenuta, presso la Chiesa medioevale di S. Oliva, una conferenza storica sulle origini e il ruolo delle Confraternite. Tra gli oratori la scrittrice Erina Russo de Caro, esperta di storia del francescanesimo nonché responsabile Cultura dell’Unione Monarchica Italiana. Russo de Caro ha delineato l’origine delle confraternite, focalizzandosi sulla ricchissima realtà romana che vedeva la presenza di confraternite di vario tipo ed analizzando il loro ruolo filantropico. Clemente Ciammaruconi, dell’Istituto di Storia e di Arte del Lazio meridionale, ha mostrato le immagini di chiese locali che attestavano la presenza e la committenza di varie confraternite, soffermandosi sulle confraternite di Cori. Antonio Palone, priore della Confraternita della Madonna delle Grazie di Artena, ha parlato del ruolo ricoperto al giorno d’oggi dalle confraternite. L’incontro si è concluso con un sentito intervento di Maria Satta dell’Associazione Amici del Montenegro che ha proposto un ciclo di conferenze per la diffusione di un tema così poco trattato come quello delle confraternite. Presenti all’evento il Sindaco di Cori, il Parroco, rappresentanti del mondo delle confraternite (tra cui l’ottimo Giorgio Tora, priore della confraternita del Gonfalone e promotore dell’evento) e il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo.
CORI (LT): ORIGINE E STORIA DELLE CONFRATERNITE
Il tavolo degli oratori. Da sinistra: Clemente Ciammaruconi, Erina Russo de Caro, Davide Colombo, Giorgio Tora.
DATA: 23.08.2013

TUTTI PERDEMMO QUELL’OTTO SETTEMBRE  1943

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 22/09/2013

Nel 70° della resa incondizionata sono stati pubblicati nuovi  ricordi di chi la visse: l’hanno ricordata giovani ufficiali di allora, come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Cervi, amari e dignitosi, e il granatiere Luigi Franceschini, che non esitò a battersi nella difesa di Roma. Ne emerge che quel giorno la patria non morì affatto. L’Italia era realtà politica recente: l’annessione di Roma capitale contava appena 73 anni, Trento e Trieste erano italiane da un quarto di secolo. Scuola, vita militare e politico-amministrativa non avevano avuto tempo di colmare un ritardo civile che affondava radici nei secoli. Solo da poco, e a fatica, lo Stato d’Italia era divenuto pienamente sovrano. Perciò dalla resa senza condizioni del settembre 1943 i vincitori ebbero buon gioco a svuotarlo e a renderlo, qual è, succubo di decisioni altrui, di Poteri Superiori.  L’“Otto settembre” ebbe protagonisti appariscenti (il Re, il governo, i vertici militari: sui quali molto si è scritto…) e altri fuori scena ma altrettanto determinanti, anche se solitamente elusi e consideranti “innocenti a priori”, anzi “vittime”: i cittadini. Parliamone.  Nel 1912 il Parlamento conferì il diritto di voto ai maschi maggiorenni. Che uso ne fecero? Nel 1913 elessero una Camera che subì a occhi bendati l’intervento in guerra del 24 maggio 1915: una decisione sciagurata per l’insipienza di chi lo patteggiò (Antonio Salandra e Sidney  Sonnino), di chi lo ispirò (Ferdinando Martini e Salvatore Brazilai), e di chi per anni  fu comandante supremo (Luigi Cadorna). Dopo la catastrofe bellica si susseguirono alcune Camere, elette a norma delle leggi via via vigenti: una peggio dell’altra. I deputati votarono i governi, votarono contro se stessi, votarono tutto. La Camera eletta nel maggio 1921 col presidente  Giolitti fu la stessa che diede fiducia al governo Mussolini e nel 1923 approvò la legge che attribuì due terzi dei seggi al partito che avesse il 25% dei voti (altro che Porcellum!). Non solo ai nostri tempi il Parlamento vara leggi senza prevederne le conseguenze. Quelle Camere inconcludenti e rovinose non nacquero da sé ma dal mitico “voto popolare”.
 Di legislatura in legislatura la Camera elettiva cedette progressivamente tutti i poteri al governo e poi al suo solo Capo, Mussolini, che nel giugno 1940 decise l’intervento senza consultare nessuno o quasi, anzi contro il parere motivato di chi riteneva il Paese impreparato ad affrontare una guerra lunga. Il “giorno della follia” i cittadini accorsero ad applaudire. Piazza Venezia straripò di folla festante. Si fa un gran parlare, e persino l’elogio, della “zona grigia”: ma i cittadini che stanno alla finestra e non esercitano i loro diritti non sono meno responsabili di chi abusa della loro pazienza, della loro ignoranza, della loro ignavia.
Lo sconquasso dell’Otto Settembre, dunque, non fu il frutto del “tradimento”, né, meno ancora, della “fuga di Pescara”. Fu il punto di arrivo di un lungo cammino, di decenni di applausi dei cittadini che, in possesso del diritto di voto, lo usarono male. Si ripete che tra il 25 luglio e il 3/8 settembre 1943 il successore di Mussolini, Pietro Badoglio, condusse male la separazione dell’Italia dall’alleanza con la Germania di Hitler e l’aggancio agli anglo-americani (con la Russia di Stalin e Togliatti  nell’ultimo vagone). Vero.  Ma era alle strette. Ma l’uso del tempo da parte del governo Badoglio va confrontato con quello che ne fanno i governi in tempi come quelli attuali, tanto meno calamitosi: incertezze, rinvii, mezze verità… 
  Piaccia o no, l’Otto settembre 1943 non fu affatto la morte della Patria, perché questa ancora non c’era, era appena albeggiante come coscienza di massa; l’armistizio fece emergere il vizio d’origine: il particolarismo degli Stati preunitari, di Signorie, Comuni, principi-vescovi, tutti vassalli di potentati stranieri, come gli stessi partiti politici  dei CLN, eterodiretti dall’estero o corrivi a chiedere aiuto a interessi stranieri (fu il caso anche del Partito d’Azione, come ricorda  il marchese Massimiliano Majnoni in Sopravvivere alle rovine, Ed. Nino Aragno). A ben vedere, l’accettazione della resa, l’8 settembre 1943, fu anzi l’estremo tentativo di salvare il salvabile e di restituire l’Italia a vita nuova: un Secondo Risorgimento.
   Esso ebbe protagonisti alcuni militari piemontesi: il Maresciallo Pietro Badoglio (1871-1956) di Grazzano  Monferrato, ora Grazzano Badoglio: il torinese Vittorio Ambrosio (Torino, 1879-Alassio, 1958), capo di stato maggiore; e il Maresciallo Ugo Cavallero (1880-1943), di Casale Monferrato. Il Vecchio Piemonte contava decine di alti gradi in tutte le Armi, specialmente nell’Esercito e in suoi corpi speciali, a cominciare da Alpini, Cavalleria e Carabinieri, che in età giolittiana ebbero ministro della guerra il loro ex comandante generale,  Paolo Spingardi (1845-1918), di Felizzano. Sottosegretario e ministro della Guerra dal 1928 al 1933 fu il generale Pietro Gazzera, nativo di Bene Vagienna. Fu lui, non Mussolini, a portare la macchina militare italiana all’acme della potenza.
   Badoglio era e rimane una figura discussa. Al di là di ogni disputa, il 9 novembre 1917, dopo Caporetto (di cui è erroneamente considerato responsabile: sbagliò piano, ma non tradì affatto) egli venne nominato vice di Armando Diaz, comandante supremo. In quella carica preparò la riscossa dell’Esercito. Il piano di battaglia di Vittorio Veneto fu preparato da un ufficio speciale comprendente Ugo Cavallero, e il giovane Ferruccio Parri. Badoglio e Cavallero salirono di grado in grado anche durante il ventennio di Mussolini.  Non si amavano certo. Dopo il 25 luglio Badoglio fece arrestare Cavallero, benché, in quanto senatore, fosse tutelato dal laticlavio. Quando lasciò Roma per Brindisi, la mattina del 9 settembre 1943, Badoglio lasciò distrattamente in evidenza sulla scrivania il “memoriale” nel quale Cavallero narrava di aver operato per il cambio di regime e la separazione dell’Italia dalla Germania (di cui era invece considerato devoto) anche grazie a con un gigantesco finanziamento dell’industriale Luigi Burgo, senatore del Regno, fido di Vittorio Emanuele III, un protagonista della storia d’Italia tuttora in attesa di una biografia. Capo del governo, con la Famiglia Reale e brandelli del governo Badoglio andò a Brindisi per iniziare la Vita Nuova della ricostruzione italiana. Cavallero e il suo memoriale caddero invece nelle mani del Feldmaresciallo  Kesselring, che la sera del 12 settembre, due giorni dopo la traslazione di Mussolini dal Gran Sasso in Germania, gli chiese di assumere il comando delle Forze Armate del nascente stato repubblicano d’Italia. Italiano, militare, massone rifiutò energicamente. Venne rinvenuto all’alba con una proiettile nella nuca. Foro d’ingresso in basso a sinistra. Non era mancino.  Invece Rodolfo Graziani, convocato da Kesselring, accettò l’incarico, con l’impegno che agli ufficiali non sarebbe stato chiesto alcun giuramento di fedeltà ideologica e i militari della Repubblica non sarebbero stati schierati contro reparti del Regio Esercito avanzanti da Sud. Furono tempi di ferro. L’Italia arrancava per salvaguardare quanto rimaneva della dignità, conquistata a caro prezzo. L’armistizio aggravò il vuoto delle istituzioni. Stolidamente Badoglio dichiarò sciolta la Camera dei fasci e delle corporazioni. Valeva poco per i “fasci”, ma le “corporazioni” erano l’espressione della vita economico-sociale, come ha riconosciuto l’art. 99 della costituzione della Repubblica, del tutto dimenticato: “Il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla l’elaborazione della legislazione economica e sociale …”. Azzerata la Camera, il Senato risultò impotente. Esso stesso fu poi invalidato con provvedimenti scioccamente persecutori,  come l’epurazione. E’ una storia amara, ancora tutta da scrivere e da metabolizzare. Basti ricordare che Giovanni Agnelli (un nome ormai quasi senza eco) morì nel dicembre 1945, cacciato da presidente della FIAT e privo di diritti politici e civili. Del resto, come Vittorio Valletta, a inizio maggio del 1945 aveva scampato di misura la condanna a morte decretata a suo carico dal CLN Regionale piemontese. Così nacque il nuovo  “stato di diritto”: coi linciaggi gratuiti. Poi Saragat nominò Valletta senatore a vita: ma vent’anni dopo quel 1945.
  Se i generali piemontesi dell’Otto settembre 1943 furono impari alla tragedia, peggio fece il sedicente Comitato centrale di liberazione nazionale che il 9 ottobre pretese l’abdicazione del Re, che era il solo Potere riconosciuto dai vincitori, e s’illuse di trattare direttamente con le Nazioni Unite. Il 23 settembre Mussolini presiedette la prima riunione del governo dello Stato repubblicano d’Italia, poi RSI: venti mesi che allungarono un’ombra lugubre sui decenni seguenti. Quale ruolo vero vi ebbero i cittadini e il Parlamento bicamerale, tutto elettivo? E’ lecito imputare ai protagonisti appariscenti di settant’anni addietro l’inettitudine all’autogoverno dell’insieme dei cittadini?

Aldo A. Mola
DATA: 23.09.2013
 
SPIRITO BERSAGLIERESCO

Porta PiaLo aveva promesso a Garibaldi, Re Vittorio Emanuele II, che Roma si sarebbe presa appena fosse stato possibile. C’era da pazientare, da stare calmi ed attendere che l’impresa, politicamente piuttosto ardita, fosse alla portata del neonato Regno d’Italia. Ci volle del tempo ma poi l’impegno fu mantenuto poiché erano ancora da venire i tempi delle promesse mancate. I politici possono farne di inutili e mirabolanti ma i Re no perché non si giocano solo il proprio onore ma quello di secoli di storia della propria dinastia. Fu il 20 settembre 1870 il giorno in cui, avuta aperta la via dall’artiglieria regia, i bersaglieri si lanciarono nella città eterna facendo di Roma la capitale. Il punto forse sta proprio lì. Nelle promesse mantenute cioè in uno sposalizio di concetti, promettere e mantenere, cui non siamo più abituati. Sfiduciati dai politicanti della nuova Italia in cui tanti parlano, molti farneticano, alcuni dal palcoscenico dei teatri saltano in politica per passare da una comicità ad un'altra, troppi vegetano ed ancora di più pecorecciamente si trascinano nella sterminata zona grigia della passività parassitesca. L’Italia immobile, il pantano da bonificare prima negli animi e nei cuori. Forse ci andrebbe un po’ del coraggio di allora per scrollarsi di dosso la cappa di malessere che soffoca il paese. Un poco di glorioso spirito bersaglieresco per tornare, se non a correre, almeno a camminare verso un futuro un po’ migliore di quello che abbiamo all’orizzonte. La riscossa nazionale passa solo attraverso un rinnovato Risorgimento nazionale. Ma abbiamo perso troppo tempo. È ora di correre!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 20.08.2013

IL SORRISO TRISTE DI CASCAIS

Era il 15 settembre del 1904 quando, nella pittoresca Racconigi, nasceva il Principe di Piemonte Umberto di Savoia poi Re Umberto II. Su di lui si sono scritti fiumi di parole ed altri si sono tramandati a voce. Verità e leggende, cattiverie e nostalgie, storia e leggenda e via discorrendo. Potremmo rievocarne i fasti alla guida del Corpo Italiano di Liberazione, la personalità mite e generosa non priva di determinazione nel difendere le proprie idee e la propria visione della politica (autogoverno di popolo e giustizia sociale) nonché la correttezza istituzionale e morale spinta, in un momento di enormi tensioni, fino all’estremo. Fino ad accettare anche l’inaccettabile pur di non giungere a disperati punti di non ritorno. Infinite cose, mille volte dette, che i più di noi portano nella propria memoria, nella propria cultura e nel proprio bagaglio di emozioni. Preferisco ricordare come a 109 anni dalla nascita ed a 30 dalla sua scomparsa egli, con la sua statura morale e politica, faccia tanta paura al collassante sistema repubblicano da mantenerne l’esilio vergognoso oltre la morte. Nemmeno ai dittatori ciò viene negato in tutta Europa. In Italia si perché i dittatori non tornano mai, figli del loro tempo si esauriscono con esso, i Re invece sono secolari, millenari perfino. I Re morti forse fanno paura a chi teme che possano anticipare quelli vivi che verranno.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 15.08.2013

LIBERTA’ O “DEA RAGIONE”? FRANCIA E ITALIA VICINE E LONTANE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/09/2013

  L’Italia ha avuto e ha tanti guai. Però non ha mai vissuto, se non di riflesso, la tragedia delle guerre di religione che per secoli hanno devastato tanti altri paesi. L’antico retaggio pagano, completo di culto delle immagini, l’ha tenuta al riparo dagli eccessi. E’ una terra di fazioni (guelfi e ghibellini, guelfi bianchi e guelfi neri, schermaglie di quartiere, risse eterodirette spacciate  per “guerre civili”), ma non da “guerre di religione”, perché (lo scrisse Machiavelli) proprio dai preti gli italiani vennero vaccinati, divenendo: “sanza religione e cattivi”. Refrattari al sublime e all’abissale, tra Inferno e Paradiso l’italico preferisce il Purgatorio.  Al di là delle Alpi è diverso. Mai come in queste settimane balzano evidenti le differenze profonde  tra la via italiana alla libertà e quella francese alla religione di Stato. Là, infatti, il ministro dell’Istruzione Vincent Peillon affigge nelle scuole i “precetti” della  devozione alla “repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale”.  Al di qua, invece, Eugenio Scalfari, uno dei capiscuola del laicismo cisalpino, va orgoglioso dell’attenzione riservata da Papa Francesco ai suoi interrogativi su fede e ragione, incipit di una celebre enciclica di papa Giovanni Paolo II. Lo segue a ruota Umberto Veronesi. In Italia anche molti atei,  spesso ex chierichetti, amano predicare e ascoltare sermoni.  Ma il piacere di “stare in pace”, cioè la vera libertà di coscienza, è meglio tutelato in Francia, già  “nazione primogenita della chiesa”,  o al di qua delle Alpi? Le distanze tra i due paesi sono davvero grandi. La terra di Clodoveo, Carlo Magno, Napoleone (che si autoincoronò, sì, ma volle che alla cerimonia presenziasse  papa Pio VII) è anche quella delle feroci guerre tra cattolici e ugonotti, della sanguinosa Notte di San Bartolomeo, degli orrori del Cinque-Seicento. In quello stesso secolo in Italia la Riforma cattolica venne invece corroborata  da ordini ecclesiastici antichi e nuovi impegnati nel “sociale”: accanto a cappuccini e frati minori, dilagarono  Filippini, Teatini, Calasanziani, o Scolopi, alla cui scuola crebbero i massoni Giosue Carducci e Giovanni Pascoli. Lo documenta Fabio Flego in “Cecco Frate”. Poeta, letterato e filologo, amico di Carducci (Ed. Brigata del Leoncino). Tre anni dopo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) la Rivoluzione francese partorì il culto della Dea Ragione e il mezzo milione di morti nella guerra franco-francese in Vandea, a Marsiglia, a Lione. Ghigliottinò Luigi XVI e Maria Antonietta ed eliminò il principe ereditario, ma poi si rifugiò sotto il manto di Napoleone I. Più pacata, tra il 1848 e il 1870 l’Italia affermò l’uguaglianza dei cittadini a prescindere dalla confessione religiosa. Eliminò il potere temporale dei Papi e le ingerenze  del clero nel diritto pubblico ma non scese la china di leggi antireligiose. Il termine “laico” (un francesismo offensivo, perché che significa “ignorante di cose sacre”) rimase estraneo ai lessico dei liberali italiani, che non pretesero mai di imporre una dottrina di Stato come surrogato dei vangeli. Preferirono la tolleranza ai fideismo. 
   In La Santa Sede e il fascismo in conflitto per l’Azione Cattolica (Libreria Editrice Vaticana, eccellente finalista al Premio Acqui Storia 2013) il teologo Piero Pennacchini documenta il duro scontro tra Mussolini e Pio XI per l’egemonia sulla formazione dei giovani: da un canto il regime voleva il pieno controllo del cittadino (Figlio della Lupa, Balilla, Avanguardista, Giovane del Littorio…); dall’altra l’Azione Cattolica rivendicava il monopolio delle anime (fiamme bianche, verdi, rosse ma in sacrestia).  Mussolini, mai dimentico di aver scritto in carcere la biografia di “Hus il veridico”, dopo il Concordato dovette arginare la Chiesa, che mirava a recuperare il terreno perso nell’età da Cavour a Giolitti. Al  Federale di Cuneo del Partito nazionale fascista, Attilio Bonino, già militante nel partito popolare, Mussolini confidò: “Quando il prete dice delle messe o fa delle processioni, noi fascisti siamo con lui. Ma quando il prete esorbita dal suo ministero e vuole distribuire tessere, il Fascismo farà applicare i poteri di polizia in materia di associazione”: come contro la Massoneria. Non era lontano da Giovanni Gentile, stratega dell’Enciclopedia Italiana, monumento insuperato, e dallo stesso Benedetto Croce, che lo rese più gradito al Vaticano votando contro i Patti Lateranensi.
Quando nel 1905 la Francia soffocò le Congregazioni  cattoliche, circa centomila suoi membri migrarono e l’Italia ne venne invasa. Il Grande Oriente di Francia abolì il Grande Architetto e adottò il busto di Marianna. La Francia aveva alle spalle l’affaire Dreyfus. Crebbe  per  “pilastri” separati e sconnessi: tardo-ugonotti, socialisti, ebrei, clericali. Oggi sta anche  peggio. In Italia invece, caso unico nel mondo, nel 1908 il pastore protestante Saverio Fera creò  la Gran Loggia proprio per affermare la piena libertà “di coscienza”, comprendente anche  quella di “credere”, nell’ambito della legge comune. Perciò l’Italia non sente bisogno di andare a lezione da Vincent Peillon. Gli bastano i suoi filosofi (anzitutto i martirizzati, perseguitati o “messi all’indice” dalla chiesa di Roma, come Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Giambattista Vico, Pietro Giannone…). Non confonde l’editto di tolleranza  di Costantino, con quello di Teodosio, che impose l’obbligo della confessione cristiana, dopo la rimozione dell’Altare della Vittoria dall’Aula del Senato: presagio di sventura. Con quasi 850 “religioni” o “culti” o “credenze”, con annesse costumanze, l’Italia odierna è in pace con se stessa, politeista di ritorno. Giunone e Venere vi precedono di molte lunghezze Atena. Perciò, mentre urge la riforma della Costituzione, non  ha alcuna ansia di un “catechismo di Stato”.     
Aldo A. Mola
DATA: 14.09.2013
  
IL LETTA-PENSIERO: PRIVATIZZARE GLI UTILI; SOCIALIZZARE LE PERDITE


La notizia – come normale che sia – viene passata con una incredibile nonchalance, come se fosse ovvio, consueto, giusto persino. Già tirate in ballo dal governo Monti, ritornano con svizzera precisione nelle promesse del Premier Letta: le privatizzazioni. “L’Italia è un paese affidabile in cui investire”, queste infatti le parole che a luglio sottolineò il presidente del consiglio a Londra. Si inquadri la situazione: l’Italia ha un debito pubblico importante – che sì va tenuto sotto controllo, ma non è così preoccupante come vogliono farci credere -, una crescita con la retromarcia e le ragnatele nelle casse.
Soluzione già adottata: tassare pure l’aria. Ma non basta. Allora il governo va nell’archivio “azioni da compiere”, ed aprendo il file dal fascicolo “casi estremi” procede alla solita, ancor più inutile, se non proprio pericolosa…
…Soluzione da ri-adottare: privatizzare i beni pubblici (tradotto: vendere a prezzi ridicoli i gioielli di famiglia per pagare i buffi). Si veda che il “tesoretto” italiano consta di partecipazioni azionarie in società non quotate (tra le quali ferrovie dello stato, anas, poste italiane, sace – assicurazioni alle imprese-) ed in società quotate (come ad esempio Eni, Enel, Finmeccanica..), per un totale di 140 miliardi di euro.
Più di 350 miliardi sarebbero invece sotto forma di beni immobili. L’idea del governo è di dismettere almeno 200 di questi 500 miliardi, così da destinarli alla diminuzione del debito.
L’operazione si fa più difficoltosa però per la necessità di riqualificare o cambiare destinazione d’uso degli immobili in questione, tant’è che si è parlato della creazione di una società-veicolo ad hoc a cui affidare l’ardua impresa. Manco a dirlo le quote della società sarebbero poi acquistate da grossi investitori, che come sempre – ma si era capito – sono fondazioni assicurative, istituti creditizi e banche.
Tutto ciò rievoca singolarmente la vicenda dei mutui subprime. Con uno sforzo mnemonico si può ricordare come le banche nel 2007, in piena crisi di liquidità, per pagare l’enorme buco creato dai titoli tossici, cominciarono a vendere i loro titoli ancora buoni, ma –oops- nemmeno questi erano sufficienti a coprire il gigantesco debito. E poi? Il resto è storia nota. Perciò, puta caso riuscissimo a vendere le nostre chicche (rigorosamente all’estero), difficilmente riusciremmo a coprire tutti i debiti del caso. Foss’anche possibile il palesarsi di una tale, miracolosa possibilità, l’interrogativo s’ha da ripetere… e poi? Questa promessa, che Letta vuole mantenere già in autunno, è demagogia pura. L’Italia è in crisi? Voi cittadini italiani avete già pianto “lacrime e sangue”? non vi preoccupate, anche lo stato fa la sua parte, e dismette del suo (leggi: del tuo, ossia di tutti gli italiani). Senza contare che ciò è quanto mai diseducativo, nel caso si volesse intravedere il messaggio subliminale, che vorrebbe invitare i cittadini affogati dalle tasse a (s)vendere al più presto i beni in loro possesso, così da liberarsi finalmente del pesante fardello.
Va detto. dilemma atavico quello di nazionalizzare piuttosto che privatizzare. Non si può affidare tutto alla gestione dello Stato, perché non ha i mezzi sufficienti; ma cedere a mani private i nostri beni e servizi fondamentali è anch’essa follia, poiché gli investitori – soprattutto se banche, ancor più se straniere – non hanno interesse circa l’efficienza del servizio offerto, ma esclusivamente nel trarre il maggior beneficio possibile. Esempio? Si pensi agli scarsi servizi, ai prezzi rincarati e scarsissima propensione a prestiti delle nostre – una volta nazionali – banche. Così pure ai prezzi gonfiati delle autostrade, o ai guai seguiti alle liberalizzazioni selvagge per taxi, pompe di benzina e via ancora.
Senza contare che questo ben di Dio demaniale potrebbe invece essere utilizzato – non vendendolo- per risolvere molti dei problemi che affliggono l’Italia. Magari offrendo taluni immobili agli italiani in emergenza abitativa, oppure dando terreni in gestione ai precari, od anche far fronte al problema delle carceri. Ma non si vuol parlare di fantascienza. Perché dunque privatizzare è un errore? Perché non serve a nulla, non coprendo nemmeno tutto il debito, il quale è dipendente – da ricordare anche questo – dal mercato, che decide dei tassi dei nostri titoli. Un mercato che non solo lucra sul nostro benessere come sul fallimento, ma che altro non aspetta se non banchettare sulla nostra carcassa, e comprarci per un tozzo di pane. “Povera Patria” canta sempre Battiato.
Guido Rossi de Vermandois
DATA: 12.08.2013

LA MARINA NON PIU’ REGIA

Sfogliando i giornali di oggi tra le molte notizie di grande peso una compariva tra quelle ingiustamente considerabili minori. Nel corso della cerimonia in ricordo dei marinai scomparsi in mare l’ammmiraglio De Giorgi ha lanciato un allarme, o meglio parafrasando un celeberrimo discorso, un vero e proprio grido di dolore a causa del terribile momento che, gravando sul paese tutto, ha messo e mette a dura prova anche la resistenza della Marina Militare. Assunzioni limitatissime e sproporzionate come i salari di parte del personale ma, soprattutto, investimenti per la costruzione di nuove navi azzerrati, mentre la graduale dismissione del naviglio più vissuto sta lentamente causando la scomparsa di ques’arma nobile delle nostre forze armate. L’Italia, nazione storicamente legata al Mediterraneo e dalla radicata vocazione marinara, potrebbe un domani trovarsi se non senza flotta senz’altro con una ridotta nemmeno al minimo indispensabile. La Marina Sarda che scrisse pagine gloriose del Risorgimento fu madre della Regia Marina che si fece onore in due guerre mondiali e per salvare l’unità nazionale accettò perfino di consegnarsi a Malta all’avversario. I sommergibili e le navi invitte che issarono il tricolore sabaudo in tutti i mari del mondo gridano, dai fondali in cui in molte giacciono, la sofferenza di fronte allo scempio che si compie. Che potrebbero dire gli ufficiali ed i marinai del sommergibile Scirè o della Corazzata Roma il cui sacrificio viene oggi vanificato dai politicanti che lasciano morire ogni istituzione e tradizione nazionale? Che direbbe Garibaldi, che consegnò la Marina napolitana all’ammiraglio Persano, se vedesse il futuro repubblicano della penisola? Lui che proveniva dalla scuola mazziniana! E proprio il caso di tornare a citare Dante: “Italia nave senza nocchiero in gran tempesta” Ma tra qualche tempo anche senza nave! Che melanconia!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 10.08.2013
 
QUELLA NOTTE DELL’8 SETTEMBRE DI SETTANT’ANNI FA


    Perché il Re Vittorio Emanuele III, il governo Badoglio e tutti i capi delle Forze Armate lasciarono Roma nella notte fra l'8 e il 9 settembre 1943, abbandonando l'esercito italiano (una forza di due milioni di uomini) alla più rovinosa delle catastrofi? Fu una ignominiosa fuga, come da allora sostengono i nemici della monarchia, o fu una opportuna, ancorché drammatica decisione, presa a denti stretti nell'intento di salvare l'istituzione monarchica e garantire una continuità di governo al Paese, di fronte al rischio che i tedeschi, diventati improvvisamente padroni di Roma, arrestassero tutti, famiglia reale e governo, decapitando così l'Italia e cancellandola dalle carte geografiche?
    A 70 anni dal più tragico evento della nostra storia, una risposta univoca non esiste, e le due interpretazioni storiografiche in conflitto trovano ancora ragioni che militano a proprio favore.
    C'è un mistero, nella tragedia dell'8 settembre, che nessuno storico è riuscito a svelare: perché gli americani non difesero Roma, lanciando nel cielo della capitale - come pure avevano promesso al momento dell'armistizio, firmato a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre, dal nostro plenipotenziario, generale Castellano - la 82a Divisione aviotrasportata? Fu per malafede che Eisenhower lasciò nelle peste il povero Badoglio? O, ancora, tutta la colpa fu dei generalissimi italiani, i vari Ambrosio, Roatta e Carboni, inetti e pasticcioni? Centinaia di ricostruzioni storiche, decine di memoriali non hanno risposto con certezza a queste domande. Il lettore trarrà le sue conclusioni, dopo aver ripassato assieme a noi gli avvenimenti.
    Che hanno inizio la sera del 7 settembre 1943, allorché giungono a Roma, a bordo della sacramentale autoambulanza, due alti ufficiali americani, raccolti in mare poche ore prima come finti prigionieri. Sono il generale Maxwell Taylor, giovane e atletico vicecomandante delle forze paracadutiste USA, e il suo aiutante di campo, tenente colonnello Gardiner. Scortati in un ufficio del ministero della Guerra (pensate che indossano, in piena capitale nemica, le loro regolamentari divise!) attendono tre ore che si presenti il generale Carboni, comandante del Corpo motocorazzato e contemporaneamente del SIM, il servizio segreto militare. Finalmente l'azzimato ufficiale, notoriamente più pratico di alcove femminili che di piani segreti di guerra, fa il suo ingresso e viene verbalmente aggredito dai due americani, che hanno una fretta maledetta e vogliono sapere dove far atterrare i paracadutisti, poiché l'annuncio del «cessate il fuoco» tra italiani e Alleati è ormai imminente. Ma Carboni: «E' impossibile! I tedeschi hanno occupato tutti gli aeroporti! Bisogna assolutamente rinviare la notizia dell'armistizio. Del resto, Castellano ci aveva assicurato che essa non sarebbe stata da voi diffusa prima del 12 settembre».
    Carboni, però, per quanto concerne le mosse dei tedeschi, è assai male informato. Come scriverà, nel suo libro di memorie, l'ambasciatore tedesco a Roma, Rudolf Rahn, «Kesselring aveva dato l'ordine di suscitare, con il trucco di automezzi fatti circolare rapidamente negli aeroporti, l'impressione di un apparato militare superiore a quello effettivo».
    Sbalordito, Taylor, il quale sa che la notizia verrà data l'indomani, chiede di essere portato immediatamente da Badoglio. Alle 3 della notte il terzetto arriva alla villa del capo del governo. Il quale, pur sapendo che i due ufficiali americani stavano per arrivare, se n'era andato a dormire! Mezzo insonnolito, con una vestaglia indosso, Badoglio ascolta l'esposizione di Taylor, e infine lo supplica di inviare un cablo a Eisenhower perché sospenda l'azione. «Rivolgendosi all'americano, disse: "Non lasciateci soli. Se i tedeschi ci prendono...". Qui s'interruppe e, portando di taglio la mano alla gola, fece il gesto dello sgozzare». (Paolo Monelli, «Roma '43»). Concetto che non farà che ripetere anche durante il viaggio verso Pescara, come risulta dal diario del gen. Paolo Puntoni, aiutante di campo del Re, «Parla Vittorio Emanuele III».
    Secondo gli accordi verbali presi da Castellano a Cassibile, il segnale stabilito da Eisenhower per avvertirci del giorno in cui avrebbe annunciato l'armistizio era un concerto di musiche verdiane seguito da una conferenza sul Sud America, che sarebbero stati mandati in onda dalla BBC la mattina del «D-day». L'8 settembre mattina, concerto e conferenza furono regolarmente trasmessi, ma, nonostante gli ordini di Ambrosio, a Roma nessuno era in ascolto.
    Quando Taylor, verso le 11, chiede se il programma è stato captato, gli rispondono, incoscientemente, no. Taylor ne è felice. «Hanno letto il mio cablo e hanno deciso di soprassedere», pensa tra sé e sé. Ma alle 16, improvvisa come una catastrofe, arriva la risposta di Eisenhower: «Non muterò una virgola del programma stabilito. Se gl'italiani vogliono tirarsi indietro, subiranno una durissima rappresaglia».
    Ci vuole un'ora e mezza per decifrare il messaggio, che viene portato a Badoglio alle 17,30, esattamente nell'istante in cui le telescriventi di tutto il mondo battono il primo flash della Reuter con la notizia della resa italiana.
    Rahn, che proprio quella mattina era stato ricevuto dal Re e si era sentito ribadire «l'assoluta lealtà italiana all'Asse», si precipita dal ministro degli Esteri, Guariglia, che, allargando le braccia, gli conferma l'esattezza della notizia della Reuter. Al rappresentante del Führer a Roma non resta che telegrafare a Berlino: «Ci hanno traditi».
    Tra l'orgasmo generale, viene convocata una riunione al Quirinale. Attorno al Re e a Badoglio, si affollano, tra gli altri, Ambrosio, capo di stato maggiore generale, Sorice, ministro della Guerra, Carboni, comandante delle truppe corazzate, Guariglia, ministro degli Esteri, Acquarone, ministro della Real Casa. In mezzo alle proposte più strampalate (c'è addirittura chi vorrebbe smentire la notizia!), il giovane maggiore Marchesi, che aveva accompagnato Castellano a Cassibile, fa notare che è stato firmato un impegno a nome del Re e del governo e che occorre rispettarlo a qualunque costo.  Sco sso da quelle parole, il Sovrano si rivolge a Badoglio: «Va bene. Vada alla radio». Il capo del governo esegue e attende pazientemente l'ora del giornale radio delle 19,45 per leggere il più tragico documento di tutta la nostra storia: «Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
    E questo fu tutto. Tutto quello, cioè, su cui l'esercito italiano, dislocato sui fronti di guerra in tutta Europa, poté contare per decidere il proprio comportamento. Mai, nella storia, un comando supremo agì con tanta superficialità. Tutte le unità militari italiane, dal più piccolo reparto fino al comando di Corpo d'Armata, appresero la notizia dalla radio! Non esisteva un piano, non una parola d'ordine, non un documento d'istruzioni cifrate, non una busta sigillata da aprire all'ora X. Niente di niente. Solo quelle sibilline, assurde parole pronunciate da Badoglio alla radio: «Esse reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
    Il vecchio maresciallo non aveva avuto neppure il coraggio di impartire apertamente l'ordine: «Reagite con le armi a qualsiasi attacco tedesco». I nostri reparti, specialmente quelli dislocati in Egeo e in Francia, che non captavano la radio, si trovarono di colpo circondati dai tedeschi, armi spianate, ad intimare la resa.
    E pensare che, nella notte tra l'8 e il 9 settembre, a Berlino si dava ormai per scontato di essere in trappola. «Considero cessate dalla lotta le nostre Divisioni in Italia», disse, alle 3 di quella notte, Hitler a Goebbels, matematicamente sicuro che, all'alba, le 16 Divisioni italiane avrebbero intimato la resa alle truppe tedesche.
    E invece, all'alba del 9, visto che non succede niente, Kesselring, quasi non credendo ai propri occhi, fa battere sulle telescriventi la parola d'ordine del «piano Alarico», da tempo preparato dall'OKW (Oberkommando der Wehrmacht) in caso di tradimento da parte dell'Italia: «Asse».
    Come un fulmine, i tedeschi entrano in azione dovunque: dai più piccoli presìdii alle grandi città. Ogni reparto conosce il proprio obiettivo. Di solito, accade questo: che, laddove vi sia una formazione militare italiana, anche una semplice stazione carabinieri, si presenta un sottufficiale tedesco che intima la resa e la consegna delle armi. Gli ufficiali italiani prendono tempo. Invano telefonano ai comandi di Corpo d'Armata o d'Armata per avere ordini. Non trovano nessuno. I più alti in grado si sono messi in borghese e sono scappati. Da quel momento, chi può scappare scappa. Per gli altri, per quelli che non ce la fanno (e saranno più di trecentomila), sono in attesa i carri bestiame che li deporteranno in Germania.
    Eppure la sproporzione di forze, specialmente attorno alla capitale, era enorme: a fronte di due Divisioni tedesche (la terza Panzerdivision, corazzata, a Nord, e la seconda Fallshirmdivision, paracadutisti, a Sud di Roma), gli italiani potevano dispiegare tre Corpi d'Armata forti di 8 Divisioni, di cui tre (la «Centauro», la «Ariete» e la «Piave») corazzate. Ma, senza un comando efficiente, anche la più formidabile macchina bellica è destinata a sfaldarsi.
    Un'ora dopo l'annuncio della resa italiana, alle ore 21 dell'8 settembre 1943, la famiglia reale si trasferì da villa Savoia al ministero della Guerra, in via XX Settembre. Nella notte si svolse una riunione dei capi di stato maggiore i quali stabilirono che la capitale era «indifendibile», per cui occorreva «mettere in salvo il Re e il governo». Una fuga? Non necessariamente. Nel corso della stessa guerra, soltanto in Europa (quindi senza tener conto degli eventi sul fronte giapponese), almeno altri quattro sovrani, i Re del Belgio, dell'Olanda, della Jugoslavia e della Norvegia, con i rispettivi governi, si erano posti in salvo (o erano «fuggiti», a seconda dei diversi punti di vista) all'approssimarsi della terrificante macchina militare rappresentata dalla Wehrmacht di Hitler.
    Lo stesso Re Giorgio d'Inghilterra, unitamente alla sua famiglia (dunque anche con la figlia Elisabetta, l'attuale sovrana) e all'intero governo, con alla testa Winston Churchill, nel caso in cui, nel 1941, i tedeschi fossero sbarcati in forze sul suolo della Gran Bretagna, avrebbe preso la via della «fuga». Il vertice dell'impero britannico sarebbe riparato nelle terre d'oltremare, in Canada, per potere, da qui, organizzare la riscossa. Il piano era pronto fin da prima dell'inizio delle ostilità.
    Era dunque legittimo, secondo una fondata interpretazione storica, che Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio si ponessero al sicuro in Puglia, l'unica regione del Sud non ancora occupata dall'avanzata anglo-americana, allo scopo di garantire la sopravvivenza e la continuità dello Stato. Peraltro, secondo un differente punto di vista, il Re avrebbe dovuto restare a Roma, affrontando il proprio, inevitabile destino: cadere prigioniero dei tedeschi e finire in un Lager, così come vi finirà tra pochi giorni sua figlia Mafalda (che morirà poi a Buchenwald). Non senza avere prima messo per iscritto la propria volontà di abdicare, non appena catturato, a favore del figlio Umberto, che avrebbe così guidato, dal Sud, la controffensiva.
    E, per la verità, questo era precisamente, come ora vedremo, il punto di vista del principe ereditario, che - fosse dipeso da lui - sarebbe rimasto a Roma per guidare la resistenza contro i nazisti. Ma la storia d'Italia andò diversamente.
    Alle 4 della notte, Badoglio svegliò Vittorio Emanuele, che si era assopito su un divano del ministero, e gli comunicò che bisognava partire immediatamente, perché c'era il rischio che, da un momento all'altro, i tedeschi facessero irruzione nel palazzo prendendo tutti prigionieri.
    Fu a questo punto che il principe Umberto chiese al padre di lasciarlo restare a Roma, accanto al generale Calvi di Bergòlo, suo cognato, nominato comandante militare della capitale. Vittorio Emanuele III per un istante esitò, poi, di fronte alle lacrime della moglie, la regina Elena, insistette perché anche il figlio prendesse posto sull'auto reale che attendeva, col motore acceso, in via XX Settembre.
    Mancavano pochi minuti alle 5, allorché il piccolo corteo si mise in moto preceduto e seguìto da due pattuglie di carabinieri motociclisti. L'auto del Re inalberava il guidoncino dei Savoia. Il corteo imboccò, nella notte che volgeva ormai all'alba, la Tiburtina. Oltrepassò un posto di blocco tedesco, ma i militari, che solo tra pochi minuti riceveranno per radio l'ordine di disarmare gli italiani, vedendo le insegne reali, si irrigidirono sull'attenti.
    Il corteo fece sosta al castello dei duchi di Bovino, a Crecchio (Chieti). Qui Umberto tornò alla carica: «Padre, permettetemi di tornare a Roma. Un giorno diranno che i Savoia sono scappati». Badoglio si intromise: «Altezza, non se ne parla neppure. Se i tedeschi ci prendono, ci tagliano la gola!». Atterrita da quelle parole, intervenne ancora la Regina, in lacrime. E a quel punto, Vittorio Emanuele III troncò ogni discussione: «Tu vieni con noi. E' un ordine! Non una parola in più».
    Il corteo riprese la strada. Nella notte tra il 9 e il 10 raggiunse il porto di Ortona. Qui, allertata, era in attesa la corvetta «Baionetta». Il molo già rigurgitava di generali a tre e a quattro stelle. Roatta, capo di stato maggiore dell'esercito, in borghese, andava avanti e indietro, nervoso, con un mitra a tracolla. La nave da guerra salpò le ancore diretta a Brindisi, la nuova capitale del regno.
    Le intimazioni di resa impartite dai tedeschi dopo la parola d'ordine lanciata da Kesselring ricevettero, attorno alla capitale, un netto rifiuto. La parola passava alle armi. I primi, feroci combattimenti si accesero a Porta San Paolo e lungo la Flaminia. A resistere erano i Granatieri di Sardegna (generale Solinas) e i carristi della Divisione «Ariete» (generale Cadorna). Non furono semplici scaramucce. Vennero distrutti decine di panzer e morirono centinaia di soldati, da entrambe le parti.
    Alle ore 12 del 10 settembre, un ultimatum fu consegnato dal generale Westphal al generale Calvi di Bergòlo. Il testo recitava, secondo la più classica delle formulazioni hitleriane: «Se, entro le ore 16 di oggi, non sarà firmata la resa, si procederà al bombardamento a tappeto di Roma, l'acquedotto verrà inquinato e le truppe tedesche metteranno a sacco la capitale». Il generale Calvi decise di arrendersi.
    A La Spezia, la Divisione «Alpi Graie» resistette fino all'11. A Bari resistette il generale Bellomo, e a Piombino 600 tedeschi trovarono la morte nel tentativo di sbarcare provenienti dalla Corsica. A Bastia caddero, nella difesa della città, trecento nostri soldati. Feroci combattimenti si accesero a Lero, a Zara, a Ragusa (Dubrovnik), dove il generale Amico cadde con le armi in pugno, e a Salerno, dove trovò eroicamente la morte il generale Ferrante Gonzaga. A Spalato, i carabinieri formarono il battaglione «Garibaldi» e, pur di non arrendersi ai tedeschi, si unirono alle bande di Tito.
    Ma fu una vampata presto spenta. Ovunque, gl'italiani dovettero cedere alla superiorità dei tedeschi: in Italia come in Francia, in Grecia e nello Jonio come nei Balcani e nelle isole dell'Egeo, mentre persino gli americani erano costretti a segnare il passo, dopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre, inchiodati sulla battigia dal rabbioso contrattacco germanico.
    Solo un reparto della Regia Marina non ottemperò all'ordine di consegnarsi agli anglo-americani, e contemporaneamente rifiutò di cedere le armi ai tedeschi: la Decima Flottiglia Mas, asserragliata al Muggiano (La Spezia), dove il comandante, il capitano di vascello Junio Valerio Borghese, dopo aver fatto issare il tricolore sul pennone, mise ai pezzi i propri uomini con l'ordine di aprire il fuoco contro il primo tedesco che si fosse azzardato a mostrare intenzioni aggressive. Nessun tedesco osò affrontare quel reparto, già leggendario tra tutti i combattenti della seconda guerra mondiale. Le camionette della Wehrmacht continuarono a transitare per ore lungo la via Aurelia, dirette a Sud.
Luciano Garibaldi

DATA: 09.08.2013

IL RE CHE VOLLE  ESSERE D’ESEMPIO

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 08/09/2013

  (*) Nel 70° della resa dell’Italia agli anglo-americani (8 settembre 1943) torniamo sui protagonisti di quel dramma. Iniziamo dal Re, perché Vittorio Emanuele III deteneva la somma dei poteri e fu il vero centro e garante di tutte le decisioni. Manca una sua biografia scientifica, ma utili notizie di ricavano da siti web come www.monarchia.it e realcasadisavoia.it .

  Vittorio Emanuele III  (Napoli, 11 novembre 1869-Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947)  regnò dall’assassinio del padre, Umberto I (Monza, 29 luglio 1900), all’abdicazione a favore del figlio, Umberto II (9 maggio 1946), al quale, su  arrogante pressione degli anglo-americani e dei partiti di sinistra, l’11 aprile 1944 s’impegnò a trasmettere tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, alla liberazione di Roma. Questa avvenne solo il 4-5 giugno 1944,  ben undici mesi dopo lo sbarco alleato in Sicilia.
 Allievo nel Real Collegio Militare della Nunziatella a Napoli dal 1881, nel 1896 sposò Elena di Montenegro, e ne ebbe cinque figli: un maschio, Umberto di Piemonte (15 settembre 1904-18 marzo 1983) e quattro femmine (Jolanda, Mafalda, Giovanna, Maria). Assunse la Corona, che certo non attendeva così presto né a quel modo, perché, disse, un Savoia non è mai un vile. Dall’ascesa al Trono affidò il governo a liberali e democratici come Giuseppe Zanardelli, massone, Alessandro Fortis, originariamente repubblicano, Luigi Luzzatti, ebreo non osservante, come il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, Sidney Sonnino, di famiglia ebraica, ma protestante, e soprattutto Giovanni Giolitti, massimo statista della Nuova Italia, per il quale, come già per Cavour, Stato e Chiesa sono due parallele che non debbono né mescolarsi né intralciarsi. Agnostico e libero pensatore, ma rispettoso delle religioni, Vittorio Emanuele non ebbe pregiudizi ideologici di sorta.
  Guardò sempre con distacco i partiti e la politica interna, che per lui erano come i visceri rispetto alla “testa”, cioè lo Stato, sintesi di politica estera e Forze Armate. Badava all’amministrazione dei bisogni, convinto, come Giolitti, che due generazioni bene educate e bene allevate avrebbero portato gli italiani in pari con i popoli più progrediti perché da tanto più tempo uniti (Gran Bretagna, Francia…) o perché orgogliosi dell’unità etnico-linguistica e civile (la Germania). Per coronare il Risorgimento, facendo coincidere i confini politici con quelli naturali, impegnò l’Italia nella Grande Guerra: una prova severa per il Paese. Gli vengono rimproverati l’ascesa del fascismo nel 1922, le leggi razziali del 1938 e il trasferimento da Roma a Brindisi il 9 settembre 1943, alla  proclamazione dell’armistizio, impropriamente e polemicamente definito “fuga”. 
   I documenti provano che il Re affidò il governo a Benito Mussolini (30 ottobre 1922, senza alcuna “marcia su Roma”) per impulso e con il consenso di nazionalisti, liberali, cattolici, demosociali, poteri economici, chiesa e persino dei tanti  socialisti, che continuavano a considerarlo “un compagno che sbaglia”. Il Parlamento gli tributò  uno straripante consenso. Anche dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1925), Benedetto Croce e tanti liberali e cattolici continuarono a votarlo. Anno dopo anno Mussolini isolò il Re e nel 1938 impresse al partito fascista una linea antimonarchica, proprio facendo leva sulle leggi razziali. Il Sovrano si rassegnò a promulgarle  dopo che erano state approvate da Camera e Senato. Nessuna voce forte e chiara si levò contro, né dal paese, né dalla Santa Sede. Quelle leggi sono considerate un’infamia, ma la responsabilità non può essere addebitata al Re solo.
   Nel 1940 l’Italia già confinava al Brennero con la Germania, che nel marzo 1938 aveva annesso l’Austria. Attraverso la Francia, ormai vinta, i tedeschi puntavano al Mediterraneo. Il 10 giugno l’Italia entrò nel conflitto senza adeguata preparazione, non tanto a fianco di Hitler quanto per arginarlo. Anche all’estero prevaleva l’illusione che la guerra sarebbe finita entro poche settimane. Invece da europea essa divenne nuovamente mondiale. Tre anni dopo, il 25 luglio 1943, il Re, di sua personale iniziativa, revocò Mussolini e non lo sostituì con un gerarca fascista (come tanti si attendevano) ma col maresciallo Pietro Badoglio, gradito agli inglesi, col mandato di sganciare l’Italia dall’alleanza. All’indomani dell’annuncio della resa (sottoscritta a Cassibile il 3 settembre e comunicata la sera dell’8), il governo e la Famiglia Reale lasciarono Roma (già pesantemente bombardata e comprendente la Città del Vaticano) per non trasformarla in campo di battaglia contro i tedeschi, senza prospettive di vittoria, e raggiunsero la Puglia, libera da tedeschi e non ancora raggiunta da anglo-americani: un lembo di Italia indipendente, dal quale intraprendere il Secondo Risorgimento. Scongiurata la “debellatio” (cioè la scomparsa dello Stato, come accadde per la Germania nel  maggio 1945), la ricostruzione si incardinò sulla fedeltà delle Forze Armate alla Corona.
  Il temperamento di Vittorio Emanuele III è stato efficacemente descritto dal suo aiutante di campo, Arturo Cittadini. Poliglotta e padrone di tutti i dialetti d’Italia, Vittorio Emanuele III fu studioso avido di apprendere. Celebre è la sua raccolta di monete, donata allo Stato e purtroppo manomessa. Si levava sempre alle 6; alle 7 aveva letto i giornali e dalla residenza privata alle 9 andava al Quirinale, come un funzionario,  convinto che gli italiani avevano bisogno di esempi di rigore e di moralità. Quando lo conobbe, il presidente Theodore Roosevelt gli disse: “Maestà, se ella viene in America, la facciamo subito presidente”. Al generale Paolo Puntoni tracciò egli stesso un amaro bilancio della monarchia: “Non si può dire che da quando s’è formata l’Italia le cose siano andate bene per la mia Casa. Solo mio nonno ne è uscito bene. Carlo Alberto dovette abdicare, mio padre fu assassinato…”. Sua figlia, Mafalda principessa d’Assia, morì in campo di concentramento. Suo figlio, Umberto II, morì a Ginevra, esule dal 13 giugno 1946.  A differenza di quanto asserito da Ernesto Galli della Loggia, l’otto settembre 1943  non morì affatto la Patria. Molti italiani, da posizioni anche molto diverse e persino opposte, intrapresero la lunga marcia per liberare il Paese dalle ingerenze straniere e ottenere il pieno riconoscimento, sul piano di pari dignità, del suo secolare concorso alla Comunità dei popoli liberi: un cammino irto di ostacoli, tanto che nell’Organizzazione delle Nazioni Unite l’Italia fu ammessa solo nel 1955, insieme con la Spagna di Francisco Franco, restauratore della Monarchia. La ricostruzione e il miracolo saldarono il Secondo Risorgimento all’unificazione nazionale, incardinata su Casa Savoia,  sul ruolo istituzionale e sulla personalità dei suoi Sovrani.
Aldo A. Mola
DATA: 08.09.2013
 
ATTUALITÀ DI CASA SAVOIA: UN NUOVO SITO

Sito La Real Casa di Savoia OggiÈ appena stato re-inaugurato il sito realcasadisavoia.it, gestito dal Conte Giovanni Volpi di Misurata, figlio dell’ex Governatore della Tripolitania. Con questo sito si colma una grave lacuna informativa sui presunti ordini dinastici di cui verrebbe fatto commercio in maniera illegittima e sul ramo decaduto della Famiglia Reale.
Sul nostro sito internet non ce ne siamo mai voluti occupare per evitare di alimentare polemiche che, in ambiente monarchico, degenererebbero inevitabilmente in un muro contro muro, ma - pur non approfondendo direttamente l’argomento - non possiamo far finta che l’ampio, documentato e preciso lavoro pubblicato sul sito realcasadisavoia.it non sia ora di dominio pubblico. Sul sito inoltre sono scaricabili gli importanti documenti riguardanti le questioni dinastiche “esplose” nel 2007 e di cui l’U.M.I. se n’era già occupata all’indomani della morte del Re Umberto II, dimostrando che il successore del Sovrano è S.A.R. il Principe Amedeo.
Non abbiamo dubbi che il sito sarà sempre aggiornato (oggi viene riproposto un articolo de “Il Messaggero” riguardante il convegno romano che i falsi ordini dinastici vorrebbero organizzare presso l’Università Urbaniana a Roma) su tutte le questioni riguardanti in un modo o nell’altro - nel bene o nel male - Casa Savoia.


DATA: 06.08.2013
 
8 SETTEMBRE: UN RE DAL GRANDE CORAGGIO

Vittorio Emanuele IIISono passati settant’anni da quella sera in cui la radio trasmise il messaggio del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. La mattina successiva, tra il caos generale, il Re lasciava Roma per raggiungere una città che non fosse occupata né dai tedeschi ne dagli alleati. Una città italiana e libera da cui, senza sudditanza alcuna, garantire la sopravvivenza dello stato e dell’unità nazionale. Casa Savoia l’aveva ottenuta ed ora la difendeva a costo di sacrificare se stessa ed il proprio onore messo in discussione da chi, per pulirsi la coscienza, non aspettava che farne il capro espiatorio di tutti i mali di un ventennio e perfino degli anni a venire. Le auto correvano verso Pescara, che nel dopoguerra invece di comprendere il gesto coraggioso del Sovrano poneva nel porto una lapide ignominiosa e menzognera, e nella mente e nel cuore del Re di Peschiera correvano anni ed anni di difficile guida del Paese tra sentimenti spezzati ed emozioni soffocate. Ora toccava passare, perfino dopo mille umiliazioni, anche per fuggiasco pur di garantire alla Patria che la sua unità non venisse dispersa. Ci andava coraggio a farsi carico di tutte le cattiverie e le ingratitudini che sarebbero venute. Mentre tutti fuggivano verso la salvezza, come molti panciuti gerarchi già al sicuro in Spagna od in Germania, lui correva con la sua autocolonna verso altre grandi responsabilità. Ripagate con la morte solitaria in Egitto nel 1947 quando, già dopo il contestato referendum, ebbe a scrivere un biglietto “Viva l’Italia ora più che mai”. Un amore senza limiti che, come spesso accade nelle grandi storie, bruciata la passione abbandona il più innamorato. L’Italia ha fatto così lasciandolo in una nicchia ad Alessandria d’Egitto senza curarsi del pericolo di profanazioni in questi tempi così difficili per quella terra meravigliosa dalla storia millenaria. Sono passati settant’anni da quel grande atto d’amore, farsi carico di ogni male ed ogni cattiveria per proteggere chi s’ama, ma oggi c’è ancora chi per interesse nega le verità spicciole pur di muovere critiche senza comprendere come non vi fossero soluzioni percorribili differenti. È davvero strano come l’amore assuma alle volte i toni della commedia, altre della farsa e troppo spesso quelli della tragedia. In qualche caso anche dell’amara ingratitudine e della poca memoria. Ma non per tutti, magra consolazione forse, ma c’è ancora posto in qualche cuore italiano per questo grande Sovrano!
Alessandro Mella – U.M.I. Torino
DATA: 06.08.2013

8 SETTEMBRE: LA FAZIOSITÀ È DI CASA SU GIORNALI E TV

L’avvicinarsi del 70° anniversario dell’annuncio dell’armistizio fa in modo che i mezzi di comunicazione si interessino all’evento per ricordarlo. Purtroppo storici improvvisati e giornalisti impreparati farciscono i notiziari con informazioni clamorosamente scorrette che calunniano la memoria storica italiana. Dobbiamo prepararci ad ascoltare di tutto soprattutto i più sfruttati e scontati pregiudizi contro il Re, che viene accusato di essere fuggito. La scorsa settimana un noto settimanale parlava di folla inferocita che ha accolto il Re in Abruzzo e che l’ha costretto ad imbarcarsi per Brindisi, cosa inaudita e priva di qualsiasi fondamento storico o di testimonianza. Questa mattina il TG1 ha voluto pubblicizzare l’ultima fatica editoriale dello storico di sinistra Gianni Oliva e abbiamo ascoltato di tutto. “Il concetto di Patria venne dimenticato, la dignità e l’onore soffocati dietro la paura, il coraggio e l’eroismo sostituiti dall’attesa di una salvezza esterna.” La giornalista, Cristina Guerra, probabilmente ignora l’esistenza dell’Esercito del Sud, dei tanti militari che hanno sacrificato la vita nel nome della nostra Patria e delle operazioni di rivalsa che sono state fatte. Monte Lungo insegna come la Resistenza monarchica fosse animata da moltissimi militari del Regio Esercito. Questo è un modo per infangare la memoria di chi ha compiuto l’estremo sacrificio per noi. Oliva rincara dicendo che il dato dell’8 settembre “è la confusione, è l’inerzia, è l’incapacità di reagire, è la zona grigia che attraversa l’Italia di fronte alla scomparsa dello Stato, è lo sbandamento dell’Esercito, è l’attesa della liberazione da altri” La giornalista ha asserito che il Re è fuggito a Brindisi, città già occupata dagli alleati, che l’Esercito si era dissolto e che a difendere il Paese rimasero solo “drappelli di uomini” organizzati al nord nel CLN. È noto invece che per garantire la continuità del governo Egli scelse una città totalmente italiana cioè libera dai tedeschi ma non ancora raggiunta dagli alleati. Capiamo che Oliva faccia il suo lavoro e che voglia promuovere il proprio libro, reputiamo però inopportuno che il principale Tg nazionale, faccia un servizio sulle sue tesi, dimenticando le migliaia di soldati fedeli alla Patria e al Re, che hanno combattuto e hanno contribuito alla liberazione nazionale.
DATA: 05.08.2013
 
ESULI ISTRIANI FIUMANI E DALMATI, ANCORA UMILIATI E VILIPESI

Istria Fiume DalmaziaDomenica 18 agosto 2013 si è rinnovata, a Pola, la cerimonia di commemorazione della vile strage avvenuta nella spiaggia di Vergarolla (vicino a Pola) nel 1946, perpetrata da agenti segreti dell’O.Z.N.A: la famigerata e spietata polizia segreta politica del comunismo jugoslavo di Tito. In quella tragica carneficina, dove furono fatte esplodere numerose mine accatastate nella pineta, vennero dilaniati oltre 120 italiani, in gran parte bambini, solo la metà fu, successivamente riconosciuta. Questa dolorosa e straziante commemorazione, viene promossa  e organizzata, dalla Comunità degli italiani di Pola in collaborazione e partecipazione di alcune associazioni di esuli, alla quale hanno partecipato, oltre a numerosi esuli, famigliari delle vittime, autorità locali e della Regione Istria,  rappresentanti della Regione Friuli Venezia Giulia, il Dott. Marco Salinas dell’Ambasciata italiana di Zagabria. Dopo la sfilata a Trieste, avvenuta alcuni anni fa, di numerosi titini con tanto di giubbe pluridecorate,  bustine con stelle rosse e bandiere della Jugoslavia comunista di Tito, per “festeggiare la loro occupazione della città”!, SENZA CHE NESSUN POLIZIOTTO O ESULE LI ABBIA CACCIATI!, UMILIANDO TUTTA TRIESTE, L’ITALIA E TUTTI GLI INFOIBATI TRIESTINI. Un gruppo libero e indipendente di esuli istriani, fiumani e dalmati, con i loro sostenitori italiani, ha voluto partecipare alla commemorazione per dare una maggiore incisione e risalto all’evento, in modo rispettoso e civile, ricordando la complessa vicenda martoriata degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia  vissuta e sofferta, con le foibe e l’esodo di 350.000 esuli, tra il 1943 e il 1947, esponendo, quasi al termine della cerimonia, uno striscione con la scritta: ”giustizia per 20.000 italiani uccisi e infoibati in Istria, Fiume e Dalmazia” sventolando delle bandiere tricolori italiane. Dopo un attimo di sorpresa e smarrimento di tutti i presenti, alcuni dirigenti della locale comunità degli italiani insieme ad alcuni esponenti delle Associazioni degli esuli, si sono precipitati dal gruppo invitandoli,  con decisione, ad interrompere la manifestazione e a togliere sia lo striscione che i tricolori italiani con minacce di far intervenire la polizia croata (già presente in borghese), affermando che la nostra dimostrazione, se pur pacifica, avrebbe compromesso il corso della “loro” riappacificazione e riconciliazione tra i popoli (?). Dalla adiacente stradina, che costeggia il prato accanto al Duomo dov’è ubicato il cippo, nel frattempo, alcuni nostalgici (duri e puri!)  di Tito,  hanno urlato: “fascisti, provocatori, viva il comunismo…..” intanto il clima si stava “surriscaldando” con l’intervento anche di soggetti appartenenti alla sicurezza privata con altre minacce ed inviti perentori ad allontanarsi immediatamente. Con altro e definitivo energico intervento della polizia croata in borghese, la situazione stava per precipitare e far diventare una manifestazione civile e pacifica in una manifestazione violenta, assolutamente non voluta dai dimostranti. Con modi bruschi e con qualche spintone hanno fatto togliere lo striscione con i tricolori italiani e con il definitivo abbandono del gruppo senza reagire e senza opporre resistenza, comunque, tale loro comportamento, anche senza violenza fisica, ha offeso e umiliato tutti i manifestanti italiani. Purtroppo, il gruppo si è sentito, con amarezza, tradito dalle istituzioni italiane, rappresentate ufficialmente in quella circostanza, dal Dott. Marco Salaris (già citato)  dell’Ambasciata italiana di Zagabria, per il  mancato suo autorevole intervento : il quale ha brillato e si è fatto “onore”, con il suo totale disinteresse,  (o a consigliato agli addetti di cacciarci con tutti i tricolori?) non ipotizzando che  la situazione  poteva diventare imbarazzante sia per l’Italia sia per  la Croazia appena entrata in Europa.  Mentre va evidenziata la mancata presenza di alcuni parlamentari italiani invitati a partecipare alla manifestazione, a sostegno delle richieste di giustizia degli esuli. (..però, alcuni  a volte, li vediamo anche  con i ”no tav!”). Ma la mancata presenza dell’Europarlamentare On. Mario Borghezio, della LEGA NORD, è stata squallida, vergognosa e maleducata, in quanto, già contattato a partecipare alla manifestazione, si era dichiarato disponibile e ha assicurato la sua “autorevole” presenza a sostegno delle tesi degli esuli istriani, fiumani e dalmati: non solo non si è presentato, ma non si è degnato neanche di comunicarlo. Vergogna. Un indegno europarlamentare.             
Romano Cramer
Esule istriano e Portavoce del gruppo
DATA: 04.08.2013

MILANO DA CENSURARE: I DELIRI DELL’ASSESSORE AL COMMERCIO

Corso Vittorio Emanuele MilanoAbbiamo appreso da un’intervista al Corriere della Sera le ultime esternazioni dell’assessore al commercio del Comune di Milano (quello dell’ordinanza che vietava di vendere i gelati la notte per intenderci). Il fantasioso esponente di Palazzo Marino ha proposto di cambiare il nome del centralissimo Corso Vittorio Emanuele II in Corsia de’ Servi, nome precedente della strada meneghina. Non ha senso entrare nel merito della proposta in quanto inattuabile (sono migliaia i residenti, gli studi e le attività commerciali che dovrebbero cambiare indirizzo a seguito della proposta variazione toponomastica, con costi spropositati), è invece preoccupante notare la superbia culturale di una parte della sinistra (più o meno estrema) che pretende di poter fare tabula rasa di quello che a loro non sta bene. Poco importa se Vittorio Emanuele II è stato il Padre della Patria, l’uomo al quale anche l’Assessore deve il proprio grazie per essere italiano. Rappresenta un potere legittimo e regale e per questo va nascosto, eliminato e censurato esattamente come gli storici ideologicamente schierati con l’Assessore hanno fatto per decenni, scrivendo libri di storia antipatriottici. L’Unione Monarchica Italiana esprime seria preoccupazione per questa cultura dell’arroganza che viene -purtroppo- sempre più spesso riscontrata in amministratori locali e nazionali. L’evento è stato bollato come l’ennesima gaffe del politico ma nasconde una visione pericolosa ed inquietante del concepire il bene pubblico.
DATA: 02.08.2013

VITTORIO EMANUELE III DIMENTICATO IN EGITTO

Dalla rubrica di Sergio Romano "Lettere al Corriere" del 01/09/2013 - Corriere della Sera

Il Re Vittorio Emanuele IIILe vicende egiziane di questi giorni mi hanno indotto una volta di più a riflettere sulla precarietà dell’attuale sepoltura di Vittorio Emanuele III nella chiesa di Santa Caterina, nell'Alessandria d'Egitto dove sono nata quando il re era in esilio. Mi chiamo Jela Gasche, sono figlia di Maria Ludovica Calvi di Bergolo e nipote di Jolanda di Savoia. Cerco di vincere l’immagine di quella chiesa assaltata da fanatici e profanata, come già avvenuto per tante altre, ma non ci riesco. È un’eventualità non remota, e non credo che mio bisnonno meriti anche questo oltraggio. Spero che molti Italiani la pensino come me. In questo nostro Paese sono sepolte tante persone che secondo i parametri applicati a Re Vittorio potrebbero giacere altrove. È per questo che rivolgo a lei un accorato appello perché voglia sollevare il problema, al fine di consentire che la salma possa rientrare in Italia; il Pantheon sarebbe troppo chiedere all’attuale classe politica, ma sono certa, anche dai ricordi di mia madre, che il Re vorrebbe essere vicino ai suoi soldati al cimitero di Redipuglia.
Jela Gasche
(Nipote della Principessa Jolanda di Savoia)

La Tomba di Vittorio Emanuele IIICara Signora, Temo che molti abbiano dimenticato o ignorino da sempre le ragioni per cui Vittorio Emanuele III, penultimo re d'Italia, morì ad Alessandria d’Egitto il 28 dicembre 1947. Non per lei, quindi, ma per questi lettori, ricordo le circostanze che lo persuasero all’esilio. Dopo la conclusione dell’armistizio e la fuga da Roma, gli Alleati e molti monarchici italiani (fra cui Enrico De Nicola e Benedetto Croce) temettero che la presenza al vertice dello Stato di un uomo che aveva lungamente convissuto con il fascismo avrebbe pregiudicato le sorti della monarchia e favorito le sinistre. De Nicola propose il ricorso all’istituto della Luogotenenza e Vittorio Emanuele accettò di trasmettere i suoi poteri al figlio Umberto non appena gli eserciti alleati fossero entrati a Roma. Ma agli inizi del 1946, mentre si avvicinava il giorno del referendum istituzionale, gli stessi consiglieri giunsero alla conclusione che soltanto la sua abdicazione avrebbe offerto a Umberto una maggiore speranza di vittoria. La cerimonia ebbe luogo a Posillipo, nella residenza della famiglia reale, alle 15 del 9 maggio. Quattro ore dopo, Vittorio Emanuele e la moglie Elena salirono a bordo dell’incrociatore Duca degli Abruzzi che li avrebbe portati in Egitto. Era stato deciso che l’abdicazione e la partenza avrebbero avuto luogo nello stesso giorno. Occorreva creare il fatto compiuto, impedire le obiezioni e le riserve di coloro che, come Palmiro Togliatti, avrebbero preferito fare campagna contro un re compromesso col fascismo ed ebbero la notizia soltanto a cose fatte. Ad Alessandria il re d’Egitto, Faruk, volle che Vittorio Emanuele avesse un'accoglienza regale e soggiornasse nel suo palazzo. Ma il vecchio re preferì una piccola villa nella via Constantin Chorem, alla periferia della città. Vi rimase più di un anno mezzo sino alla morte, il 28 dicembre 1947. Passò gli ultimi mesi passeggiando, pescando, ricevendo i parenti, riandando con la memoria alle vicende del suo regno e agli uomini che aveva conosciuto. Di Mussolini diceva: «Gran testa, intelligenza eccezionale... un giocoliere nella politica, un ignorante pretenzioso nelle cose militari...». Per la sua sepoltura, esclusa la possibilità del ritorno in Italia, furono discusse alcune proposte: il cimitero latino di Alessandria, una cappella di famiglia offerta dalla vedova di un irlandese nella chiesa del Sacro Cuore, una piccola chiesa nel quartiere di Moharren Bey. Ma Elena scelse la cattedrale di Santa Caterina dove la bara fu tumulata in un loculo dietro l’altare maggiore con una targa in cui è scritto «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947». Anch’io penso, cara Signora, che quella bara debba tornare in Italia. Vittorio Emanuele non fu soltanto l’uomo che convisse per 21 anni con il fascismo. Fu anche il re che favorì la svolta democratica di Giolitti agli inizi del Novecento, che trascorse al fronte gli anni della Grande guerra, che congedò Mussolini nel 1943. Nel bene e nel male appartiene alla storia d’Italia ed è giusto che torni a casa.
Sergio Romano
DATA: 02.08.2013
 
LA NUOVA VERSIONE DEL SITO INTERNET DELL’U.M.I.

Il nuovo sito internet dell'U.M.I.Con il XII Congresso nazionale dell’U.M.I., tenutosi lo scorso novembre in Roma, è stata demarcata la linea d’azione della nostra Associazione: valorizzare il nostro passato per proiettarci in un futuro monarchico. Nelle nostre manifestazioni non ci si è più soffermati unicamente sulla storia fine a se stessa, ma si è messa a frutto l’esperienza storica (nello specifico gli 85 anni di Regno d’Italia) per parlare di attualità, delle Istituzioni che sono al collasso, della grave crisi economica che ci colpisce, del degrado politico che caratterizza questa repubblica e delle possibili soluzioni per migliorare le drammatiche condizioni della nostra Italia.
È stato svolto molto lavoro in tal senso e molto ne andrà ancora fatto. Dal prossimo mese partirà il ciclo di manifestazioni che coinvolgeranno tutta Italia nell’ambito delle celebrazioni della prima Guerra Mondiale che portò al definitivo compimento dell’Unità nazionale. In cantiere gli importanti appuntamenti di Palermo e Napoli per poi salire attraverso la penisola e concludersi a Trieste nel novembre 2014.
 Oggi ci onoriamo di pubblicare la terza versione del nostro sito internet, dopo l’edizione di lancio del 2000 e il primo restyling del 2006. Abbiamo voluto offrire al navigatore le più disparate informazioni, attualmente distribuite su oltre 220 pagine web, analizzando i principi fondamentali della Monarchia, la storia d’Italia, la Famiglia Reale, la cultura e - ovviamente - le attività e la struttura della nostra Associazione.
Per la prima volta vengono pubblicate le foto di tutti i componenti della Famiglia Reale, con i relativi stemmi araldici, gli alberi genealogici schematizzati per comprendere chi sono i Savoia oggi viventi e le biografie di tutti i Re e le Regine d’Italia.
Sono consultabili l’archivio delle notizie U.M.I. e quello delle manifestazioni monarchiche dal 2006 ad oggi, per avere una banca dati completa e in continuo aggiornamento, oltre a tante curiosità.
Ancora ci si addentra nella storia del Fronte Monarchico Giovanile, della Consulta dei Senatori del Regno, degli Ordini dinastici di Casa Savoia, ecc.
Un sito da scoprire e da esplorare giorno per giorno che - siamo certi - contribuirà alla diffusione dell’Ideale monarchico, presentandosi come un degno biglietto da visita per la nostra Associazione che vola verso i settant’anni di vita.
Grazie alla lungimiranza di Sergio Boschiero siamo stati i primi monarchici ad essere presenti su internet ed oggi, avendolo giustamente valorizzato, il web risulta un fondamentale strumento di comunicazione e di informazione, al quale non potremmo più rinunciare.
Parta dunque questa ennesima ed entusiasmante esperienza, importante tassello per il coronare il nostro impegno di Monarchici italiani.
Alessandro Sacchi
Presidente Nazionale U.M.I.
Davide Colombo
Segretario Nazionale U.M.I.
 Roma, 2 Settembre 2012

DATA: 02.09.2013

 
QUEL TRICOLORE CHE ANCORA FA PAURA

Stefano terenghi davanti al VittorianoStefano Terenghi, giovane iscritto all’Unione Monarchica Italiana della provincia di Lecco, è venuto in gita a Roma e, come ricordo, ha voluto farsi scattare una foto davanti al monumento dedicato al Padre della Patria, il Re Vittorio Emanuele II, mostrando la bandiera che ha unito l’Italia e che fino a 67 anni fa garriva orgogliosamente dai due pennoni del Vittoriano. Il giovane monarchico, come attesta la fotografia, si trovava al di fuori della cancellata ma un solerte guardiano del Vittoriano lo ha avvicinato irritato, minacciando di sequestrare la bandiera e di emettere una multa nei confronti del giovane. Multa per quale motivo? Non è stato specificato. Per fortuna un improvviso acquazzone ha costretto i due a ripiegare verso un posto riparato e il guardiano si è allontanato lasciando cadere la cosa. Il Tricolore della Patria fa ancora così paura? Con quale diritto si può vietare l’esposizione di un simbolo nazionale così importante? Il fatto ci ha lasciati sgomenti e con parecchio amaro in bocca. Per fortuna l’intrepido giovane, non pago di quanto successo al Vittoriano, si è recato sul colle Quirinale e, davanti al Palazzo Reale, ha riproposto il gesto. Questa volta tutto bene, anzi un Carabiniere di guardia sulla piazza ha sorriso alla vista del vessillo italiano. Magra consolazione ed ennesimo gesto di discriminazione non tanto verso i monarchici, quanto verso la storia d’Italia.

Stefano terenghi davanti al Quirinale
DATA: 02.09.2013

SANTA ALLEANZA: INTERVENTO, NON INTERVENTO, ANARCHIA INTENAZIONALE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 01/09/2013

  Nel 1815, per voltar pagina con lo sconquasso delle guerre franco-napoleoniche (1792-1815)  e fondare il concerto europeo, le potenze vincitrici (Gran Bretagna, Russia, Austria e Prussia)  associarono il vinto, la Francia. Ci vollero tre Trattati nel 1814 e i lunghi mesi del Congresso di Vienna, dal quale scaturì la Santa Alleanza, che in vertici  successivi decise l’intervento militare per ristabilire l’ordine, cioè annientare i liberali che chiedevano monarchie costituzionali al  posto di regimi assoluti. L’Austria mise in riga i liberali italiani. La Francia fece altrettanto con quelli di Spagna. La Russia ebbe mani libere per far regnare l’ordine a Varsavia.  Nell’estate 1830 Luigi Filippo di Borbone-Orléans, elevato al trono da una rivoluzione senza sangue, e la Gran Bretagna decisero che i Belgi potevano staccarsi dai Paesi Bassi  e costituirsi in regno indipendente  sotto tutela internazionale. La Santa Alleanza rimase al palo. Allora i liberali si mossero, specie in Italia, confidando nel “non intervento”, ma la Francia lasciò campo libero alla repressione asburgica  e si limitò ad occupare Ancona.   A parte l’indipendenza della Grecia e la formazione del regno d’Italia, frutto di guerre di bassa intensità, malgrado tensioni e conflitti periferici (dai quali sorsero Romania, Bulgaria, Montenegro), in Europa la pace resse sino al 1914. Lo scossone della guerra franco-germanica del 1870-71 indusse anzi a scaricare la gara per l’egemonia nella conquista degli spazi coloniali extraeuropei. Dopo la Grande  Guerra per spegnere subito nuovi possibili incendi e arginare le rivoluzioni venne istituite la Società delle Nazioni, che funzionò poco e male. Non decise alcun intervento significativo, non fermò le guerre e nel 1935 deliberò le sanzioni economiche ai danni dell’Italia quando Roma invase l’Etiopia, membro della Società stessa. Le Nazioni Unite dal 1945 avocarono il potere di interventi militari e ne attuarono molti. Ma altre missioni di pace furono decisi da soggetti diversi, come la Nato, strumento militare dell’Alleanza Atlantica, e dal Patto di Varsavia (in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia). Ora si registra uno stallo, sia dell’ONU, sia di coalizioni multilaterali. Nella Comunità internazionale dilaga una pericolosa anarchia.  Torino, prima capitale d’Italia, ospita il XXXIX Congresso della Commissione Internazionale di Storia Militare per approfondire il rapporto tra “governo mondiale” e “interventi multilaterali”. Il tema è di scottante attualità, mentre  alcuni governi si affannano a procacciare  base legale alla ritorsione (a quale titolo?) contro al-Assad (su quali certezze e con quali rischi?). Ma per gli storici, esso ha millenni di precedenti. La riflessione sulla politica vera, cioè sul rapporto tra la diplomazia e le armi, come insegnò Clausewiz, vi si snoda infatti dalle Guerre del Peloponneso alla spedizione  degli aghlabidi in Sicilia  (827-909), dalla guerra di successione sul trono di Vienna (1741 -48) a una quantità fantasmagorica di “episodi” . Paese ospite dell’importante Congresso scientifico, realizzato con l’impegno degli Uffici Storici della Difesa (col. Matteo Paesano), dell’Esercito (col. Antonino Zarcone), della Marina ( C. V. Francesco Loriga) e dei Carabinieri (ten. Col. Flavio Carbone), l’Italia partecipa con docenti prestigiosi, quali Virgilio Ilari, Alessandro Barbero, Pietro Crociani e molti giovani ricercatori, alcuni dei quali già affermati, come  Federica Saini Fasanotti, finalista del Premio Acqui Storia e autrice di un’ eccellente opera edita dell’Ufficio Storico SME sulle Operazioni militari italiane in Libia (1922-1931).    Dalla rassegna  di Torino emerge che ogni Paese ha vissuto successi ed errori. La saggistica italiana ha invece solitamente enfatizzato soprattutto le sconfitte (Novara, Lissa, Adua, Caporetto, 8 settembre…), isolandole  dal contesto e oscurando le vittorie,  con una lettura negativa dello “strumento militare”. E’ quanto emerge, per esempio, da Generali di Domenico Quirico (che auspichiamo torni presto libero agli studi) e da molte opere di Nicola Labanca e altri seminatori di cupo pessimismo, dimentichi che dall’Unità  le Forze Armate  sono state con la pubblica istruzione la vera fucina della Nuova Italia Nuova e concorsero a liberare  i cittadini dalla sottocultura fondata sulla superstizione, come ha documentato  Oreste Bovio nella poderosa Storia dell’esercito italiano, ora riproposto dall’Ufficio Storico SME. Quel passato fa aprire gli occhi sul presente.  La Camera inglese ha rifiutato l’attacco militare alla Siria. Ancora una volta l’Inghilterra impartisce una lezione. E’ una monarchia costituzionale. La più antica d’Europa. Alle spalle ha la Magna Carta  e l’habeas corpus, due  pilastri della civiltà liberale. Da secoli il governo inglese non può decidere spese senza l’approvazione dei contribuenti e i cittadini non possono essere arrestati senza un’imputazione formale.
Si discuterà a lungo su questa svolta. Ci si domanderà se i deputati inglesi abbiano deciso solo per motivi giuridici (la mancanza di prove sicure dell’uso di armi chimiche da parte di el-Assad) o anche per interessi (i complessi rapporti economici  tra Londra e il mondo arabo-islamico). Quel che conta è che il Parlamento ha rivendicato la propria sovranità sulla politica estera: un caposaldo della sua lunga fortuna degli inglesi, esaminata da Ottavio Bariè nei saggi raccolti da Massimo de Leonardis in Dall’Impero britannico all’Impero americano (Le Lettere), mentre ora l’egemonia degli USA risulta appannata,  lontana dal ruolo di guida sicura dell’Occidente, come lo stesso Bariè osserva in Dalla guerra fredda alla grande crisi (il Mulino), finalista all’Acqui Storia. Proprio il declino dell’egemonia di Washington apre spazi alle frenesie di Stati di seconda e terza fila, smaniosi di protagonismo, come la Francia di Sarkozy e di Hollande.  Anche in Italia dalla Grande Guerra la centralità del governo politico della forza quale pilastro della democrazia fu il terreno di scontro fra due concezioni dello Stato. Di una fu interprete maturo Giovanni Giolitti che dall’agosto 1917 chiese a viso aperto di trasferire dalla Corona al Parlamento l’approvazione dei trattati internazionali e soprattutto il  potere di dichiarare guerra. Non l’ottenne. Fu così che nel 1940 l’Italia venne buttata una seconda volta nella fornace di una guerra generale dall’andamento poi rovinoso, senza che alcun Istituto rappresentativo fermasse Mussolini: una catastrofe di cui paghiamo e pagheremo le conseguenze. Quei precedenti  ci ricordano che dal 1848 al 1946 l’Italia fu  monarchia costituzionale con poteri asimmetrici; dal 1946  scelse di essere una repubblica parlamentare, ma in troppi casi il Parlamento ratifica decisioni delicate assunte altrove. La verifica del corretto equilibrio tra i poteri avviene nelle ore supreme, quando ci si deve domandare se il Paese, sul quale ricadono le decisioni dell’esecutivo, concordi  davvero con le decisioni del governo e sia disposto ad accollarsene il peso. Fu la domanda che si pose il ministro della Guerra Domenico Grandi nell’ottobre 1914: un dubbio “giolittiano”. Venne sostituito. Forse una conferenza di pace dell’ultimo minuto, un maggior sforzo della diplomazia avrebbe fermato la concatenazione  di ultimatum e di dichiarazioni di guerra: che si sa come iniziano, mai come finiscano. Ma ormai la Santa Alleanza era solo un ricordo. Per di più esageratamente odioso (*).  
Aldo A. Mola
(*) Il XXXIX Congresso della Commissione Internazionale di Storia Militare si svolge al Centro Congressi  di Torino dal 2 al 6 settembre. Alle 17 di oggi (domenica 1 settembre) alla Biblioteca Universitaria è inaugurata la mostra “I volti dei Militari Italiani”.
DATA: 01.09.2013
    
TURISMO E CULTURA UNA RISORSA PER L’ITALIA

Il Pantheon di RomaSiamo al giro di boa. Passato il mese di agosto è tempo di primi bilanci, e la domanda è, quanto ha reso in termini economici il Paese circondato da quasi di 8000 km di costa e che ha il più alto numero di siti al Mondo (ben 49) considerati dall’Unesco patrimonio dell’umanità? La risposta è, meno della Francia e meno della Spagna. Secondo i dati ISTAT infatti l’Italia sta perdendo quote di mercato nei confronti dei due Paesi concorrenti, nonostante il nostro sia il territorio più ricco al Mondo dal punto di vista storico, culturale, ed enogastronomico. Che la repubblica italiana abbia sperperato in quasi settant’anni quel patrimonio di valori morali, etici, e spirituali conseguiti con sacrificio dai suoi tanti patrioti è un dato arcinoto. Ciò che più indigna però è il fatto che si stia tentando di cancellare anche quelle testimonianze della sua passata esistenza. Mi riferisco a quelle testimonianze che sono rappresentate dai numerosi monumenti storici e dalle bellezze naturali del bel Paese e che oggi versano in stato di degrado. La grandezza di un popolo non si misura soltanto attraverso il suo prodotto interno lordo (seppur importante), ma anche dal suo patrimonio interno lordo, o meglio netto, che è il risultato dato dalla differenza tra tutte le bellezze artistiche e naturali presenti in un determinato territorio e le sue bruttezze. Ovvero, nel caso specifico italiano, da tutto ciò che fu costruito in epoca romana, medioevale, rinascimentale, ed in epoca monarchica, meno tutto quello costruito in epoca repubblicana. A conferma di quanto detto basterebbe pensare che quando parliamo di stili architettonici, intendiamo appunto parlare, di stile romanico, stile medioevale, stile rinascimentale, stile umbertino, stile fascista-imperiale ma non di stile repubblicano. Qual è lo stile repubblicano? Ne esiste uno? Sembra difficile infatti riconoscerne i tratti o uno stile caratterizzante dal punto di vista architettonico (se non quello di uno stile declinante). Ma le bruttezze partorite in età repubblicana in fondo non sono che le testimonianze delle sue istituzioni e della sua classe politica. Inetta, corrotta e fragile. Ci si aspetterebbe almeno che un Paese non più riconoscibile agli occhi dei suoi contemporanei, cerchi attraverso il suo passato, di ritrovare le sue radici e la sua identità, e quindi di mettere a frutto le sue bellezze antiche, custodendo con saggezza e gelosia i suoi tesori. Ma evidentemente questa Italia non la pensa proprio così, si è deciso di mandare alla rovina il nostro patrimonio storico, (si veda a tal proposito il caso Pompei, ma si potrebbero fare decine di esempi di monumenti o opere d’arte mandate alla rovina) tanto, chi se ne frega? Meglio utilizzare i finanziamenti europei per un concerto di Elton John che potrà portare una valanga di voti alle prossime elezioni, che restaurare una statua in bronzo! Ma tutelare e riscoprire il nostro patrimonio storico e naturale, ed investire su di esso, non significherebbe soltanto ritrovare la nostra identità di popolo e far riemergere quel collante che lega gli italici destini ad una storia comune, ma significherebbe anche creare nuove opportunità di crescita economica e di creazione di nuovi posti di lavoro. Puntare sul binomio turismo - cultura  potrebbe significare per l’Italia accelerare l’uscita dalla crisi e fortificare un settore della nostra economia che in futuro sarà determinante per la crescita economica. (Secondo il World Tourism Organization il trend di crescita dei turisti nel Mondo passerà dai circa 900 milioni attuali a circa 1,8 miliardi nel 2030, cioè il doppio di oggi). Se l’Italia saprà implementare politiche efficaci nel settore del turismo, (una Governance dello Stato più forte nel settore, potenziamento e miglioramento dei trasporti e infrastrutture dedicate, rinnovamento delle strutture ricettive, miglioramento dell’offerta ai turisti, digitalizzazione dei canali di vendita) essa potrà fruire di un vantaggio competitivo considerevole rispetto ad altri Paesi concorrenti, perché nessuna Cina potrà mai copiarci il Colosseo, il Pantheon, gli Uffizi o la nostra Venezia solo per fare alcuni esempi. E che dire dei paradisi naturali come le nostre rinomate spiagge o le splendide montagne dai panorami mozzafiato? Solo una visione miope del futuro potrà considerare il turismo, la cultura e l’arte settori non strategici per il nostro Paese. Urge una visita oculistica per i nostri governanti, magari dalla dottoressa Kyenge.
Roberto Carotti - Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 01.09.2013

ISCHIA: INCONTRO DEI MILITANTI U.M.I.

Alessandro SacchiAnche quest'anno, per iniziativa del Prof. Tommaso La Monica, si è tenuto l'incontro di fine agosto degli attivisti e dirigenti dell'U.M.I. ischitana. Presenti il Presidente Nazionale, avv. Alessandro Sacchi, il Presidente regionale della Campania, Duca Lombardo di Cumia e il Presidente provinciale di Napoli, avv. Biondi. In un'atmosfera cordiale e rilassata il Presidente Avv. Sacchi ha analizzato la situazione politica Nazionale e comunicato ai presenti le iniziative in corso dell'associazione. Interessanti interventi hanno ravvivato l'incontro. Alla prossima estate!

DATA: 30.08.2013

ATTUALITA’ SPICCIOLA SOTTO IL SOLLEONE

Sul web impazza, da tempo immemorabile, una vistosa crociata contro la casta ed i suoi vizi indecorosi spesso condita dalla vivace denunzia dell’inattività dei politicanti per mestiere imbelli di fronte alla crisi galoppante ed accusati di aver cura dei propri interessi. Spesso ci si dimentica che qualcuno li ha eletti ed alle volte par quasi di essere ingrati. Perfino ad agosto i nostri politici, affaticati e madidi sotto le ondate di caldo africano dai bizzarri nomi omerici, si sono impegnati per dimostrarci l’inverso rendendo vivacissimo il dibattito politico. Incontri, polemiche, summit di ogni sorta per misurare, ponderare e valutare quanto il governo di Enrico Letta abbia ancora da vivere. Come luminari, della medicina che fu, mille incravattati si avvicendano di fronte ai romani palazzi. Tra le tanti voci qualcuno si chiede, qualora il moribondo venisse meno, che si potrebbe fare. Quali soluzioni? Nei brusii si sente dire perfino “Le elezioni mai, il presidente non scioglierà mai le camere” e via discorrendo. Tutti guardano al colle con timore e paure avanzando ipotesi che fanno pensare nel clima di un pericolosa crisi all’orizzonte. È davvero curioso che secondo i colletti bianchi della politica italiana il sistema repubblicano abbia assunto il modus operandi di una monarchia assoluta. I loro borbottii fanno quasi tenerezza sarebbe il caso, quasi quasi anche sotto l’ombrellone, di insegnare loro le virtù delle monarchia parlamentari e costituzionali che in Europa dimostrano di essere democrazie compiute e soprattutto giovani, snelle, rinnovate ed orientate verso il grande futuro piuttosto che, moda italica, con lo sguardo all’orologio per vedere quando andare a “mangiare”.
Alessandro Mella – U.M.I. Torino
DATA: 26.08.2013

TROPPE BANDIERE PER L’ITALIA INVERTEBRATA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 25/08/2013

      Gli Stati hanno segni distintivi di riconoscimento: la bandiera, l’emblema, una musica. A volte un motto. Alla nascita, nel 1861, lo Stato d’Italia ereditò la bandiera da quello di Sardegna: il tricolore con lo scudo sabaudo nel bianco. Per musica aveva la “marcia reale” solitamente suonata con altre, come l’inno di Garibaldi o “Si apron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti”.  L’emblema dello Stato replicava lo stemma del Re d’Italia, che a sua volta ripeteva, senza leoni rampanti né il “gran manto”, quello di Casa Savoia. La Repubblica italiana  ha un tricolore senza emblemi,  uno stemma raffazzonato (opera, riveduta e corretta, del valdese Paolo Paschetto, caro a Benito Mussolini giovane) e non ha un inno ufficiale, anche se una recente leggina pretese di imporre lo studio del “Canto nazionale”, la cui unica certezza è che fu musicato da Michele Novaro.  Al tricolore è accostata la cosiddetta “bandiera dell’Europa”, che però non è per nulla il vessillo dell’Unione Europea. Va ricordato infatti che il Trattato  sull’Unione, detto “di Lisbona” dalla città ove venne firmato il 13 dicembre 2007 e in vigore dal 1° dicembre 2009, “ispirandosi  alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa” (che va dall’Atlantico agli Urali,  da Capo Nord a Capo Passero, dall’Islanda al Bosforo) non si dette né una bandiera, né uno stemma, né una musica, né un motto a differenza di quanto fecero gli Stati Uniti d’America e, di seguito, tutti gli Stati federali. Mentre gli americani nel dollaro leggono “e pluribus unum”, in caso di bisogno i cittadini dell’Unione non sanno anche santo votarsi. Solo alcuni suoi Stati, tra i qual l’Italia, hanno dichiarato di adottare per segni distintivi del loro legame con l’Unione Europea “la bandiera rappresentante un cerchio di dodici stelle dorate su sfondo blu”, la cantata tratta dall’ “Inno alla Gioia” (testo del massone Friedrich Schiller, musica di Ludwig van Beethoven), il motto “Unità nella diversità”, l’euro per moneta e il 9 maggio come “giornata dell’Europa”. Insomma, Paese che vai, Europa che trovi. La bandiera a stelle e sfondo blu fu adottata dal Consiglio  d’Europa dopo sofferto cammino, tra il 1949 e l’8 dicembre 1955, festa di Maria Immacolata.  La discussione riguardò sia l’adozione delle stelle, sia il loro numero (chi ne voleva 15, chi 14, chi dodici), sia la sfumatura dell’azzurro, sia il significato da attribuirle.  Secondo Arsène Heitz, autore dei bozzetti, la bandiera si ispira al dodicesimo capitolo dell’Apocalisse, ma non è per nulla vero perché lì compare una Donna che ha, sì, sul capo una corona di dodici stelle, ma è vestita di sole con la luna sotto i piedi e partorisce un maschio che “governerà tutte le genti con bastone di ferro”: una visione da brividi. Secondo altri la corona di stelle, “simbolo di perfezione e unità” e “cerchio ideale il cui centro è situato nel punto d’incontro delle diagonali di un  rettangolo lunga una volta e mezzo l’altezza”, ricalca lo zodiaco: un segno astrologico, dunque, da oroscopi anziché politico o filosofico. Per altri ancora è solo un pateracchio buono per tutti gli usi: massonici, mariani, europei ed extraeuropei. Comunque, il Consiglio d’Europa che adottò la bandiera oggi in uso comprendeva la Turchia, che non è membro dell’Unione Europea e, col vento che vi tira, è bene ne rimanga fuori; mentre dell’Unione fan parte il Regno Unito, la Svezia e tanti altri Stati europeissimi, che non hanno aderito alla  Dichiarazione e non hanno adottato né l’Inno alla Gioia né l’euro né alcun motto.
Tutto questo va ricordato per non confondere le illusioni con la realtà. I fatti sono ostinati: sono la politica estera e militare dei singoli Stati appartenenti all’Unione Europea, molti dei quali non  fanno “cassa comune” con l’euro, né fondono insieme gli arsenali e i segreti militari (come mostra il “caso Ustica”), né le prospettive nazionali di medio e lungo periodo. Bisogna ricordarsene mentre il Mediterraneo è in fiamme e stiamo rischiando grosso e le coste sono prese d’assalto da barconi carichi di sciagure. A salvarci dall’Apocalisse non bastano né una bandiera europea di seconda mano, né il bizzarro vessillo distintivo della Presidenza della Repubblica: una quadricromia che ricorda la frantumazione secolare preunitaria, a differenza del “tricolore italiano” deliberato il 23 marzo da Carlo Alberto di Sardegna a sostituzione della “coccarda azzurra” istituita  dallo Statuto del 4 marzo precedente. Se l’Unione Europa è dunque priva di simboli identificativi, l’Italia, invertebrata, ne usa troppi e vani rispetto al tricolore originario: l’unico per il quali generazioni di patrioti si sono battuti e forse ancora sarebbero disposti a farlo, se lo Stato non apparisse solo con i tratti di Moloch fiscale.  Purtroppo l’editoria, dai periodici alla saggistica, poco concorre a informare i lettori desiderosi di conoscere la propria storia, a distinguere tra fiabe e realtà. Tende più a enfatizzare gli episodi negativi e a rimettere in discussione la stessa unità nazionale. Per chiarezza, mentre tanto si chiacchiera di una Unione Europea che è apparente molto più che sostanziale e ci si avvia a rieleggere il Parlamento comunitario, sarebbe bene aggiungere alle bandiere in uso un cartellino con didascalia esplicativa del loro per senso effettivo: quella “europea” significa l’espropriazione (o cessione) della sovranità a poteri lontanissimi dai cittadini; il vessillo presidenziale  indica che la sovranità sta da tempo nel guazzabuglio di regioni a statuto speciale,  tribunali amministrativi, caos delle giurisdizioni e, ormai, anche nella Corte europea e persino nel Tribunale penale internazionale. A dirla tutta, per far capire il vero rapporto esistente tra i cittadini e i poteri che ne decidono le sorti, dovremmo aggiungere anche l’emblema della NATO, il guidoncino dell’ONU e le chiavi di San Pietro. Con altrettante didascalie esplicative.     
Aldo A. Mola
DATA: 25.08.2013
    
SICILIA: INAUGURATO IL NUOVO SITO DELL'U.M.I.

Unione Monarchica SiciliaGrazie alla volontà e l'entusiasmo del Commissario Straordinario per la Regione Sicilia, l'Avv. Michele Pivetti Gagliardi, è stato lanciato sul web un nuovo portale ufficiale dell'Unione Monarchica Italiana siciliana. Sarà uno strumento per tenere collegate le provincie dell'Isola e per relazionarsi con il mondo. All'Avvocato Pivetti Gagliardi i più vivi complimenti dell'U.M.I.
La sua determinazione, dopo la manifestazione a Palermo dello scorso 11 maggio, preannuncia un risveglio movimentista su tutto il territorio. E c'è già grande attesa per l'imminente manifestazione nazionale che si terrà ad ottobre, proprio a Palermo.
Buon lavoro e rinnovati complimenti!


DATA: 18.08.2013
  
UNA TRINCEA DI FUOCO PER FERMARE IL CAOS

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 18/08/2013

   Vi è un solo rimedio per fermare incendi devastanti: aprire col fuoco  una trincea arida, inattaccabile dalle fiamme. E’ quanto fa il governo dell’Egitto, un mondo che da millenni conosce invasioni, ribellioni e devastazioni. E’ uno Stato composito: almeno di seconda mano, una sua parte conosce la rivoluzione francese, la divisione dei poteri; un’altra è arretrata di secoli.  Con un fuoco circoscritto, al-Sisi ferma l’incendio generale. Non crede alla fiaba della “primavera araba”. Ai suoi occhi l’Occidente ha poca autorevolezza. Non ne ha l’Unione Europea che, a parte il passato prossimo e remoto, negli anni scorsi ha sbagliato tutto, non solo dalla Tunisia alla Libia, dal Libano alla Siria, ma soprattutto  nel conflitto tra Israele e Palestina (intruglio di nomi geografici e miti storici, come diceva Metternich dell’Italia). Meno ancora hanno credibilità le Nazioni Unite, nate il 25 giugno 1945, giusto in tempo ben bendarsi gli occhi dinnanzi al lancio delle bombe atomiche sul Giappone: non sapendo impedire le guerre l’ONU si occupa di un loro scampolo avariato, i profughi, cari alla signora Boldrini. E ne hanno sempre meno gli Stati Uniti d’America, che, proclamando di difendere il Kuwait,  hanno fatto deflagrare  l’Iraq (con i risultati sotto gli occhi di tutti: oltre mille morti al mese) e stanno per lasciare l’Afghanistan  (un incontrollabile casino, per usare la parola impiegata dal vescovo di Roma), passando per l’esplosivo Pakistan. Nel groviglio delle feroci guerre tra confessioni islamiche fa la voce grossa il turco Erdogan, che aspira al Califfato. Per lui l’Egitto è terra di uccelli di passo, come ai tempi dell’albanese Maometto Alì che vi si  affermò dopo il rapinoso passaggio di Napoleone e ascese a Maometto Pascià, ma fu costretto da Gran Bretagna e Francia ad accordarsi con il Sultano di Costantinopoli. L’Occidente ha sempre giocato come il gatto col topo nel Vicino, Medio ed Estremo Oriente. Ora il topo ha imparato la lezione. D’altronde la Persia c’era molto prima di Atene e di Roma, a tacere di Londra e Washington. Zoroastro viene prima delle religioni rivelate. Ne vedremo le conseguenze. Di sicuro il Mediterraneo di oggi non è quello della rappresentazione (tardiva:1871) dell’Aida  di Giuseppe Verdi per l’apertura del  Canale di Suez .
   La più violenta insurrezione d’Egitto risale a quando i popolani, intorno al 1500 avanti Cristo,  pretesero di  avere l’ “anima” e quindi il diritto ai riti sepolcrali sino a quel momento riservati alle caste superiori. Era il tempo tranquillo dei Faraoni. Poi si susseguirono invasioni d’ogni genere, inclusi i Romani  Pompeo, Cesare e Augusto. Dopo avervi sterminato i “pagani”,  i cristiani vi si massacrarono fervorosamente, ariani contro cattolici, non ancora divisi in ortodossi, copti e apostolici romani. Cacciati gli ebrei, il patriarca di Alessandria, Cirillo, fece suppliziare Ipazia, filosofa neoaccademica, trascinata in una chiesa e sbranata. I suoi resti furono arsi. Era il 415 dopo Cristo.  Nel 642  arrivarono i maomettani che fecero piazza pulita del passato. Sterminarono, incendiarono la biblioteca di Alessandria e imposero mille e più anni di islamismo. Per gli occidentali l’Egitto divenne una raccolta di reperti, un  po’ qua (bene esposti  in vetrina , a Torino, Parigi, Londra…) e un po’ là, all’aperto, tra Giza e Luxor, per una puntata dai villaggi turistici e dai battelli  in navigazione sul Nilo, nell’eterna illusione che la storia sia un film. Mito e scienza si intrecciarono: egittomania e egittologia, da Mozart a Champollion, passando per  i piemontesi Bernardino Drovetti, Giuseppe De Rolandis, custode del Tricolore, e il naturalista Michele Lessona. Costoro avevano chiaro che non si possono elevare all’infinito palafitte  di privilegi sulle  paludi  del malessere. Chi vede sfilare dinnanzi agli occhi l’opulenza e non ne assaggia neppure le briciole prima o poi esplode, magari  prendendo a pretesto le “religioni”. Nel 1884-85 i fondamentalisti islamici del Mahdi nel Sudan anglo-egiziano espugnarono Khartoum e sgozzarono Cecil Gordon. Gl’inglesi non risposero con le giaculatorie.  La guerra islamico-musulmana e la repressione  costarono un milione di morti.
Gl’incendi, dunque, vanno fermati con un cordone di fuoco: necessità che addolora  certi allampanati ministri degli esteri ma è evidente per chi ha senso della storia.  Per capire l’Egitto del generale al-Sisi giova leggere  Ultima ratio Regum: Forza militare e relazioni internazionali  di Massimo de Leonardis (cisalpino@monduzzieditore.it). Il ricorso alle armi è la scelta estrema del capo di Stato nell’interesse supremo del proprio popolo.  Il libro è scritto da un osservatorio occidentale e spiega bene che cosa siano “guerra giusta, crociate e ordini religioso-militari”. Aggiungiamo che mille anni orsono i cristiani appresero proprio in Oriente i fondamenti degli Ordini e, al loro interno, delle Sette. I Templari ebbero per modello gli “Assassini”. Tante volte una repressione rapida e mirata ha evitato (o almeno rinviato) il caos. Chi è rimasto troppo a lungo inerte alla finestra dell’Oriente, come tanti buonisti a luce intermittente,  può voltarsi ancora per un poco e attendere che la storia faccia in fretta il suo corso e ristabilisca non la pace (una favola) ma almeno un po’ più di Ordine. Nel frattempo occorre che l’Europa alzi una barriera per fermare l’invasione dal mare: non vi arrivano  solo “poveri disperati” ma anche di uomini esperti di armi. Veduta dall’Oriente la Sicilia non è un’isola italiana ma il lembo occidentale dell’impero islamico.    
Aldo A. Mola

p.s. L’Italia non ha mosso un dito per mettere in sicurezza le spoglie di Vittorio Emanuele III tumulate nell’altare della chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto. Che cosa attende il capo dello Stato a provvedere alla memoria del suo predecessore al Quirinale?
DATA: 18.08.2013

STELLE CADENTI  E LUCI DELLA QUARTA  ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 11/08/2013

   Chissà quali desideri hanno inseguito il diluvio di stelle cadenti in questa notte di San Lorenzo 2013. Il più ripetuto, forse, è di avere nuovamente uno Stato che rispetti il milione di morti e i due milioni di feriti e mutilati che la Patria è costata agli italiani nel secolo scorso; di avere un’Italia all’altezza dei patrioti che si sacrificarono per metterla insieme e che dia conto del fiume di danaro ogni giorno estorto a cittadini ormai esausti. Uno Stato vero richiede una classe dirigente adeguata, ma questa non   s’improvvisa. Per forgiarla occorrono generazioni. Esattamente come per disfarla: il “capolavoro” compiuto dai catto-comunisti che negli Anni Ottanta –Novanta  hanno distrutto la scuola di ogni ordine e grado con ministri quali Galloni, Mattarella, Jervolino, Berlinguer, Lombardi… Un disastro.
   Per capirlo occorre guardare oltre l’emergenza:  l’IMU, l’IVA, il costo crescente dei  “parassiti della politica”. Il male è antico: il Comitato centrale di liberazione nazionale, la Commissione alleata di controllo, l’Amministrazione militare  di governo… Poi venne la “costituzione più bella del mondo”, disattesa in contenuti  sostanziali, a cominciare dalla verifica della democrazia interna dei partiti e del ruolo dei sindacati, mai chiamati a dar conto dei loro bilanci. Dalle loro fila arrivano i Marini, gli  Epifani e tanta parte del Partito sedicente democratico, che non riesce neppure a decidere quando e con quali regole verrà scelto il candidato alla sua segreteria: una sorta di Moloch o di Grande Inca.  Forse un collasso fermerà l’accanimento terapeutico che tiene in vita questo regime, che è senescente non  tanto per l’età di chi ne occupa i vertici ma per calcificazione dei suoi decrepiti istituti: la fungaia di giurisdizioni e le pletoriche Autorities (dette in inglese per servilismo culturale).  Il rimedio non è certo la nomina di una manciata di “saggi” o dell’ennesima  commissione parlamentare addetta a strologare riforme. Quelle necessarie sono arcinote: eliminare il bicameralismo perfetto, potare la spesa pubblica improduttiva, diminuire le tasse, restituire ai cittadini la scelta dei propri rappresentanti. Tutte cose che non ha fatto Monti, né sta facendo Letta.
  In un Paese non più  industriale ma non ancora turistico, tra lo sbando e lo sballo,  né il presidente della repubblica né altri possano impedire il ritorno alle urne se il governo in carica cade perché non mantiene gli impegni sui quali è nato ed entro il tempo assegnatogli dallo stesso Napolitano. Se il governo non regge non si fa né un Letta bis o un Monti bis o chissà che. Si vota. Ma con quale legge elettorale?  Questa è una questione politica, da risolvere in sede  parlamentare, senza attendere il parere della Corte Costituzionale, come fosse  la Sibilla Cumana. Vediamo. Dall’origine l’Italia ha sperimentato tre sistemi elettorali: i collegi uninominali dal 1848 al 1913; il proporzionale, che la mise in balia di socialisti e cattolici, causando l’ingovernabilità  e l’avvento della coalizione di Mussolini del1922 ; e, dal 1928; la lista di deputati preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo (all’epoca, però,  bilanciata dal Senato di nomina regia).  Dal 1946 si tornò al falso proporzionale, bloccato in bipartitismo imperfetto  per l’impossibilità tacita di un governo delle sinistre, incompatibile con l’adesione  dell’Italia alla NATO. Ora abbiamo una legge che somma i due difetti precedenti: nomina dall’alto e falso proporzionale. Per uscirne bisogna tornare ai collegi uninominali  con eleggibilità  di qualunque cittadino, con o senza partiti alle spalle. Ognuno rischi da sé in un “anno zero” della Nuova Italia. Nel regno di Sardegna, unico Stato serio nell’Italia di metà Ottocento, tra il 1848 e il 1860 si susseguirono ben otto elezioni generali. Esse scremarono e plasmarono la dirigenza che costruì l’Italia. Gli elettori non sono peggiori degli eletti. Sanno scegliere e correggersi. Lì è il punto. In pochi anni il Regno di Sardegna e poi quello d’Italia si dettero presidenti del consiglio e statisti uno meglio dell’altro, da Cesare Balbo a Massimo d’Azeglio a Cavour e a La Marmora. Quell’impianto resse benissimo anche alla morte improvvisa di Cavour, al quale seguirono  Ricasoli, Lanza, Depretis, Crispi, Giolitti, tutti forgiati  da un sistema fondato sulla  sovranità del cittadino-elettore.  I collegi uninominali fecero fiorire una dirigenza politica e imprenditoriale  vastissima, sperimentata  nelle  cariche locali (consigli comunali e provinciali, vere palestre politiche), devota alle istituzioni, e favorirono un’ascesa sociale dieci volte superiore a quella attuata dalla stenta democrazia repubblicana.  Grazie a quel regime, descritto da Gaetano Mosca,  Vilfredo Pareto e in Il partito politico nella democrazia moderna da Roberto Michels (che solo qualche  cretino si ostina a definire “fascista”), la monarchia costituzionale non vacillò neppure quando un sovrano sconfitto in guerra abdicò o quando un re fu assassinato da un complotto spacciato come delitto anarchico. Esso contava, appunto, sulla riserva aurea della classe dirigente cresciuta di elezione in elezione. La repubblica, invece, cammina su fili sempre più esili, da brivido. Se il Parlamento non  darà certezze, finisce che i cittadini se le daranno da sé, anche se oggi la coscienza della storia è inaridita, come mostra, per esempio, la maggior parte delle opere candidate al Premio Acqui Storia.    
  Spente tutte le stelle cadenti, i cittadini non staranno mesi e mesi a  contemplare il buio.  Presenteranno il conto. Questa  notte  di San Lorenzo 2013, 500° di Il Principe  di Niccolò Machiavelli, certo nessuno ha fatto voti per una repubblica con un presidente a vita, né per un governo che non mantiene gli impegni.  In tanti hanno invece sognato una legge elettorale  che, almeno nei prossimi dieci-vent’anni, faccia emergere la  dirigenza della Quarta Italia.       
Aldo A. Mola
DATA: 15.08.2013
  
MARCINELLE MAI DIMENTICATA

Tragedia di MarcinelleNell’Italia del miracolo, quella che guardava con fiducia verso il boom economico ormai prossimo, la notizia giunse come un fulmine. Era un Italia con tanta voglia di rinascere e ricostruire animata da enormi speranze ma che, ancora come ad inizio secolo, costringeva molti a cercare lavoro all’estero per sostenere le proprie famiglie. Anche in Belgio, nelle miniere di carbone, la dove il lavoro era più duro non mancavano tanti italiani ed un gran numero di loro perì nella catastrofe di Marcinelle l’8 agosto 1956. Le vittime furono 262, parlavano non meno di una dozzina di lingue diverse, ma 174 di loro parlavano italiano. Fu un dramma indescrivibile per altrettante famiglie lontane dai loro cari scomparsi per garantire loro una vita migliore. Tra i primi a voler portare conforto e soccorso vi fu il Re Umberto II ma la sua partenza fu sconsigliata dall’arrivo delle autorità italiane repubblicane. Sobrio ed umile come sempre il Sovrano volle impedire situazioni imbarazzanti che avrebbero recato offesa alla memoria di quei morti con le polemiche che, certamente, in Italia sarebbero seguite. Inviò quindi, da Ginevra, questo telegramma: “Assieme alla Regina mi unisco alla trepidazione e all’angoscia dei due paesi amici così duramente colpiti nei loro minatori affratellati nel lavoro e nella tragica morte”. Ma non si limitò alle parole poiché dispose aiuti concreti ed economici tramite i suoi rappresentanti sul territorio nazionale impossibilitato a portarli di persona. Oggi il suo esempio è più che mai caro in una nazione che costringe i suoi migliori “cervelli” a fuggire oltre i confini per trovare realizzazione in strutture e comunità disposte a valorizzarne i talenti. Una paese in cui, per lavorare onestamente, tocca emigrare come sempre più giovani stanno facendo. I tempi cambiano ma i disagi che una classe politica imbelle procura disgraziatamente no. Fa male ma i morti di Marcinelle e di tante altre tragedie del lavoro non saranno scomparsi vanamente finché tutti, a prescindere dall’orientamento politico, lotteremo per un futuro ed in Italia migliore in cui ci sia rispetto prima di tutto per la mani callose ed operose di chi onestamente ed umilmente si procura il pane riempiendo di dignità gli abiti sporchi di grasso e rammendati. La divisa eroica dell’Italia migliore!
Alessandro Mella – U.M.I. Torino
DATA: 08.08.2013
   
LEGIFERARE MEGLIO: TRE LEZIONI DAL “CASO BERLUSCONI”

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 04/08/2013

Le leggi si interpretano per gli amici, si applicano ai nemici. Non è  una scoperta di queste ore. Lo diceva Giovanni Giolitti che aveva due zii magistrati. La condanna di Silvio Berlusconi  impone molte riflessioni. Ne evidenziamo tre. In primo luogo, chi approva una legge deve domandarsi quali potrebbero esserne gli usi. E’ il caso della decadenza da parlamentare “per sopraggiunta ineleggibilità” varata dal governo Monti, ideato e insediato da Giorgio Napolitano. In secondo luogo, commentare le sentenze  in prospettiva storica (incluse le definitive e subito esecutive) non significa affatto mancare di rispetto. Si pensi alla celebre decisione assunta dalla Corte Suprema di Cassazione il18 giugno 1946. In forza dell’art. 19 del  Decreto legge luogotenenziale  (Ddl) 23 aprile 1946, n.219 la Corte doveva comunicare i risultati definitivi del referendum sulla forma dello Stato, celebrato il 2-3 giugno. Otto giorni prima, alle 18 del 10  precedente, il suo presidente, Giuseppe Pagano, aveva  scandito nella Sala della Lupa di Montecitorio i dati che gli erano stati comunicati. Poiché erano incompleti, rinviò la seduta all’ultimo giorno disponibile stabilito dalla legge: il 18, appunto. Nel frattempo vennero presentati e respinti vari e fondati ricorsi, ma rimaneva in ballo la contestazione dei risultati di circa 21.000 seggi sui 35.000 del Regno. Come poi Pagano dichiarò nell’unica intervista rilasciata nella lunga vita, il Ddl non aveva previsto la complessità delle verifiche, che anche oggi richiedono mesi, a volte anni, e poi si arrendono dinnanzi al fatto compiuto. La politica sostituisce la norma. Ma quella Cassazione era davvero indipendente? Ministro della Giustizia era il comunista Palmiro Togliatti, che tramite il suo segretario particolare, Massimo Caprara, alla vigilia della pronuncia mandò a Pagano una lettera dal contenuto tuttora misterioso. Togliatti aveva fretta di sentir proclamare la vittoria della repubblica.  Monarchico, liberale e nobiluomo, quando il regime mussoliniano divenne più oppressivo, Pagano era stato tra i pochi magistrati  a lasciare la carriera per non allinearsi col fascismo: una condotta del tutto diversa da quella  di Ettore Casati, che fu  presidente della Corte Suprema con Mussolini dal 1941 e nel 1944-45  con Badoglio e Bonomi e da ministro della Giustizia nel governo Badoglio orchestrò l’ “epurazione” antifascista come se arrivasse da Marte anziché dal Regime.
Ma prima di comunicare i dati “definitivi”, alle 17 del 18 giugno 1946 la Corte dovette stabilire, in apposita seduta, che cosa si intenda per “votante”. Il Procuratore Generale, Massimo Pilotti, giureconsulto di fama internazionale, non ebbe dubbi: per votante si intende chi va al seggio, ritira la scheda e la riconsegna. Però…, c’era un però. Su circa 28 milioni di aventi diritto al voto, alle urne andarono circa 24 milioni. A spanne, la monarchia ebbe 10.700.000 preferenze; la repubblica 12.700.000. In più vennero conteggiate circa 1.500.000 schede bianche. Quante erano le nulle e le contestate? Nelle verifiche regnava il caos. Per dare l’impressione che la repubblica fosse davvero prevalsa bisognava ignorare le schede bianche, nulle, non assegnate, contestate e le decine di migliaia di grandi e piccoli brogli che, tutt’insieme, superavano di molto la vera differenza tra i voti effettivi e il quorum del 50% dei votanti . Bisognava dire, come erroneamente si ripete, che la repubblica aveva ottenuto il 54%  dei votanti anziché un misero 42% degli aventi diritto o un risicato 49% dei votanti. Se fosse risultato evidente che la  repubblica era in vantaggio appena di un soffio, sarebbe stato impossibile negare il controllo delle schede (come si fece nel 2006). Ma Togliatti asserì in Consiglio dei ministri che le schede “forse” erano già state distrutte. Tra il 10 e il 18 qualcuno lavorò ai fianchi chi doveva decidere? Dunque, alle 17 del 18, partendo dal più giovane, i 18 componenti della Corte (dodici presidenti di sezione e sei giudici)  scelsero tra il parere di Pilotti e quello del relatore  Enrico Colagrosso, secondo il quale per votante  s’intende chi esprime “voto valido”. Prevalse l’opinione di Colagrosso: dodici contro sei. Per ultimo Pagano scandì: “Io voto in conformità dell’avviso espresso dal procuratore generale”. La repubblica nacque da un colpo di stato, a maggioranza, contro il Dizionario della lingua italiana. Le verifiche erano ancora in alto mare, ma il 13 giugno Re Umberto II aveva già lasciato l’Italia per il Portogallo, senza riconoscere i risultati del referendum, che del resto ancora non erano conosciuti (non lo sono neppure oggi). Per la Monarchia la battaglia quindi era perduta. La dignità no. E per dignità Pagano accettò di rimanere in minoranza.  Sentenza discutibilissima, insomma.
   Ma già tante volte la politica aveva inquinato l’amministrazione della giustizia.  Nelle Memorie  Giolitti deplorò  che il ministro Calenda dei Tavani  per metterlo sotto accusa, farlo arrestare e…chissà cos’altro, aveva “preparato l’ambiente”, come candidamente dichiarò alla Camera. Perciò per sottrarsi al temuto arresto nel dicembre 1894 lo statista preferì raggiungere la figlia  a Berlino.  In Piemonte si diceva “né per tort né per rasùn, venta mai andé  ’n persùn”.  Giolitti dichiarò che “i soli giudici della sua condotta politica”  erano gli elettori. Lanciò la sfida ai suoi persecutori: “Al Paese, solo giudice inappellabile, la sentenza” e invocò l’indipendenza della magistratura da ogni ingerenza governativa e politica.
Il “caso Berlusconi” impartisce una terza severa lezione: va fermata la legislazione d’urgenza su temi disparati, con norme che possono avere conseguenze catastrofiche: l’abolizione delle Province (vittime designate di politici incolti); la legge sulla cittadinanza (non se ne vede alcuna premura), quella “ contro l’omofobia” (strumento pericolosissimo di possibili distorsioni nel clima imperversante di caccia alle streghe). Anche la riforma della legge elettorale richiede ponderazione, lontano da impulsi emotivi. Va preceduta dalla riforma della Costituzione.  Le uniche vere urgenze sono la drastica riduzione delle spese pubbliche (“politica” inclusa), il rilancio della produzione e un serio freno all’aumento delle tasse, che in autunno (cioè domani) avrà effetti   esplosivi.       
Aldo A. Mola
DATA: 03.08.2013
   
UN CAPITALISMO  “STRACCIONE”

Con il termine “straccione” non si vuole solo dipingere una persona mal vestita, magari un po’ puzzolente, in sovrappeso, con barba incolta e con riccioli di peli che fuoriescono da un naso sgocciolante, questa categoria di persone (innocua) la si può incontrare a qualsiasi latitudine della nostra penisola, persino nell’austera Torino o nella moderna Milano. Quella su cui vorrei soffermarmi a parlare è invece quella categoria rappresentata da una certa borghesia imprenditoriale, detta appunto “stracciona” (ma molto pericolosa), che in questi ultimi trent’anni sta cercando di affossare il nostro Paese per il proprio tornaconto personale. Mi riferisco a quella stessa “razza stracciona” a cui faceva riferimento lo scrittore Sergio Rizzo in un suo libro pubblicato lo scorso anno, e cioè a quel tipo di imprenditori sedotti dai facili guadagni speculativi e non, e colluso con il potere localistico e nazionale, che pur di arrivare ad un arricchimento personale ed immediato sarebbe disposto ad accettare qualsiasi tipo di compromesso o intreccio pericoloso con Banche, Borse, Assicurazioni, Fondazioni, ecc... Essi sono anche coloro che accordandosi con i politici del sottogoverno, delle piccole e grandi città, sono in grado di influenzare la politica localistica e non solo. Essi rappresentano quei famosi poteri occulti, (che poi proprio occulti non lo sono) che al momento giusto hanno la capacità, in virtù del loro potere economico, di bloccare leggi e leggine o far cadere Giunte e Governi a proprio piacimento. Ma tutto questo fenomeno si manifesta soprattutto a causa dell’assenza dello Stato e grazie alla proliferazione di organi amministrativi (Comuni, Provincie e Regioni ) che con il passare del tempo si sono trasformati in veri e propri organi di governo e centri di potere. Le nostre città oggi sono quotidianamente minacciate da questo “patto-scambio” “politico-imprenditoriale” che sta facendo deflagrare quella massima conquista dell’età contemporanea che è rappresentata dall’unitarietà dello Stato. L’Italia che nacque nel 1861 sotto la dinastia dei Savoia si prefisse l’obiettivo di superare quei particolarismi localistici che avevano caratterizzato tutte le età precedenti, rendendosi garante dell’unità dello Stato e dei più deboli. Questo fece la Monarchia sabauda insieme a statisti liberali e illuminati come Cavour, Crispi e Giolitti, questo fece anche l’Italia tra il 1922 e il 1936. Oggi lo Stato italiano con il suo decentramento mal riuscito e corrotto sta rischiando l’implosione. La corruzione dilagante diffusa nei centri di potere locali, complice quell’imprenditoria “stracciona” espressione di un capitalismo vissuto in maniera distorta, con l’aggiunta di una burocrazia debordante, sta uccidendo l’economia reale, e cioè quel capitalismo buono che trae le proprie fortune grazie alla sola fantasia e la genialità dei suoi imprenditori. Urge la riscrittura totale della Carta Costituzionale per ristabilire gli equilibri tra i poteri dello Stato. Urge il ritorno della Monarchia incarnata nella figura di Sua Altezza Reale il Principe Amedeo di Savoia Aosta quale quinto Re d’Italia garante di tutti gli italiani.
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 31.07.2013
  
CATASTROFI  NATURALI ED ERRORI UMANI: L’ITALIA DEGLI INQUIETI

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28/07/2013    

        “Siamo umani, siamo umani! Spero non ci siano morti perché cadranno sulla mia coscienza”. E’ il lamento del macchinista  che spingeva  l’Alvia al doppio della velocità consentita. Aveva quattro  minuti di ritardo a tre chilometri da Santiago di Compostela.  Bilancio: quasi ottanta morti e centottanta feriti. Senza bisogno  di terroristi. Al bombardiere che sganciò l’atomica  degli Stati Uniti d’America su Hiroshima bastò premere l’ultimo pulsante.  Sapeva di lasciarsi alla spalle una scia di morti. Quanti? In coda all’ Enola Gay vide alzarsi il primo “fungo” annientatore, replicato a Nagasaki. Il rovello della strage  gli scavò dentro. Non altrettanto accadde al presidente americano  Harry Truman, numero uno della trafila che impartì l’ordine e lo ripeté su Nagasaki. Un crimine mai scontato. Voleva atterrire l’ex seminarista Stalin, che (ricorda Emanuele Mastrangelo in “Storia in Rete” ora in edicola) invece  profittò del crollo nipponico per dilagare in Manciuria e Corea. Eterogenesi dei fini. Ci sono catastrofi e catastrofi. Alcune “naturali”, altre “umane”. Le prime  arrivano quando arrivano.  In Italia si rischia grosso sia a predirle, sia a sminuirle. E’ il caso della prossima eruzione del Vesuvio. Tutti sanno che è nelle cose, ma è vietato parlarne. La prima categoria di catastrofi comprende i terremoti che da sempre scuotono l’Italia, affetta dal diastrofismo  della crosta terrestre e pertanto devastata da scosse sismiche: tettoniche, di assestamento, sprofondamento e vulcaniche. Il Bel Paese è gran madre di biade e cavalli, ma inquieta. Il Tirreno sprofonda più dell’Adriatico, l’Appennino s’impenna. Le Alpi, invece, secondo studioso  piemontese  di primo Ottocento sarebbero “un riparo contro  la furia del tremendo tremuoto”. Non è affatto vero. Nell’aprile-maggio 1808 l’arco alpino dalla Val Susa al Saluzzese fu scosso per 40 giorni da scosse accompagnate da “sordi rumori, fuochi volanti sulle cime dei monti, acqua torbida e lattiginosa”. Crollarono campanili e chiese. Nel  celebre Dizionario storico-statistico  il canonico Goffredo Casalis  registrò centinaia di sismi registrati  negli Stati di Terraferma di Sua Maestà il re di Sardegna, un’isola indenne da terremoti. Tutte le storie  locali del Sette-Ottocento traboccano di ricordi di scosse telluriche: a mònito della precarietà dell’uomo dinnanzi alle incontrollabili  forze della natura: semplicemente “portentose” secondo i pagani, castighi di Dio nella visione biblica. Dopo Voltaire la celebrazione della Città dell’Uomo ha cancellato l’incubo del terremoto. E’ una forma di rimozione, segno di cattiva coscienza: illusione di dominare gli eventi. Eppure una rapida spolverata alle cronache dei tempi andati, come fa Paolo Golinelli in Terremoti in Val Padana. Storia  attualità  (ed. Mursia, tra i meritevoli candidati all’Acqui Storia), ricorda la lunga serie di devastazioni che hanno colpito l’Italia da un capo all’altro nel corso dei millenni:  a Modena nel 92 avanti Cristo, a Brescia nel 1065, nell’intera Padania nel 1117 e nel 1222, dal Veneto e a Bologna nel 1348, l’anno della Peste Nera,  e poi a Monza (1396), Reggio Emilia (1465), ancora Bologna (1504), Ferrara (quasi rasa al suolo nel 1570), a Milano nel 1755 e nuovamente a Rimini, nel 1783, tre anni dopo lo spaventoso sisma delle Calabrie (non citato da Golinelli), che spinse l’abate Antonio Jerocades a lanciare un appello alla fratellanza universale  e a farsi iniziare alla rivoluzionaria Madre Loggia massonica di Marsiglia. Le rovine di Bussana  e Ceriana, presso San Remo, sono ancora lì a testimoniare il terribile effetto del tremuoto liguro-piemontese del 1887. Era il mercoledì delle Ceneri. La sismologia scientifica aveva quasi un secolo di progressi, ma qualcuno ancora vi vide il Dito dell’Onnipotente che agisce anche attraverso il Maligno. 
Non è però solo il ventre della Terra a generare catastrofi. Lo fa anche quello dell’umanità, sempre fecondo di sciagure. Ne vediamo i frutti ogni giorno: guerre, crisi finanziarie, conflitto tra scienza, organizzazione tecnologica e controllo degli strumenti allestiti da tanti  Dottor Faust dilettanti, illusi di essere “dèi”. L’“errore umano” è in agguato ovunque: una diagnosi superficiale, una sentenza avventata o pilotata, le “bollette pazze”, la fiscalità fine a se stessa. Esso è la punta  dell’iceberg che affonda negli abissi della stupidità criminale di governanti ottusi. Vanitosi e supponenti, sempre più separati dalla realtà, in troppi non prevedono perché non vedono. Brancolano tra una “crisi” e l’altra; si trascinano dall’una all’altra guerra, nell’illusione di mettere le ganasce al cammino della storia. Ma i popoli sono come la crosta terrestre. Si muovono poco a poco come le placche continentali. Prima o poi la faglia cede e le contraddizioni esplodono. Non perché lo dicano  economisti e filosofi, teologi vaganti e politicanti, ma perché così avviene nei tre regni della Natura: minerale, vegetale e animale. Di quest’ultimo è parte l’Umanità, invano alla ricerca dello Spirito perduto… Chiuso in chissà quale “caveau”.

Aldo A. Mola
DATA: 28.07.2013
  
IL MISTERIOSO POPOLO DEGLI ITALIOTI

C’era una volta un popolo molto curioso che viveva per lo più compresso in disgustose palazzine simili ad alveari innalzate nel pieno della speculazione edilizia postbellica in grigie città. Fragili come castelli di carte in una landa spesso colpita dal tremore spaventoso della terra. Gli italioti erano una degenerazione di un popolo quasi scomparso i cui pochi sopravvissuti tentavano di resistere in un mondo ormai lontano dai suoi valori. Quel popolo scomparso erano gli Italiani i quali credevano nella patria, nell’onestà, nella cultura grande e piccina, nel sano lavoro, nell’etica e nella famiglia. Tutte cose antiche ed anacronistiche proprio come quel loro Re che, italiano più di tutti, gli italioti si affrettarono a cacciare via e far morire lontano per sentirsi più liberi di gozzovigliare. Agli italioti piaceva il calcio e le botte allo stadio, il gossip ed i rotocalchi, i videogiochi e gli smartphone, le discoteche e le pasticchine, le droghe leggere e tante altre cose divertenti e perfette per non pensare ai sacrifici, all’impegno, alla politica vera e sana. Gli italioti, come i vecchi genovesi, preferivano qualche “palanca” di meno ma il diritto al mugugno perché di diritti l’italiota ne sapeva molto prediligendoli ai doveri che gli erano quasi ignoti. Gli italioti erano un popolo incolto ma ricco di svaghi e di televisione, di talk show e di reality, di tormentoni estivi e di nuovi telefoni cellulari da esibire al mare. Gli italiani rimasti vivi guardavano con melanconia al progressivo aumento di questo popolo rinnovato che dipingeva caos ed anarchia con i colori della democrazia cosa assai diversa da quell’equivoco. La democrazia è partecipazione ma l’italiota partecipava solo alle sagre di paese e poi si lamentava dei politici, della casta e dei palazzi per evitare di farsi carico delle proprie responsabilità e dei propri limiti anche se quelle non erano esenti da colpe. C’era una volta l’italiota e purtroppo c’è ancora. C’erano una volta gli italiani e quelli purtroppo non ci sono quasi più.
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 23.07.2013
  
IL SALUTO AL NUOVO RE DEI BELGI


Il 21 luglio 2013, dopo l'abdicazione del Re Alberto II, il Belgio ha un nuovo Sovrano: Re Filippo.
Le cerimonie che hanno scandito la lunga giornata sono state caratterizzate da una sentita e numerosa partecipazione popolare. In Belgio la Monarchia ha avuto un ruolo fondamentale per garantire l'unità del paese ed è amatissima.
L'Unione Monarchica Italiana ha formulato ufficialmente le congratulazioni al nuovo Sovrano, certa che saprà svolgere in maniera egregia il proprio ruolo.
DATA: 22.07.2013
  
150° DEL CLUB ALPINO ITALIANO: DA BIELLA ALLA CALABRIA IN VETTA AL VISO

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21/07/2013    

         La vetta del Monviso è un’icona della Grande Italia. Raggiungerla e guardarsi attorno è un rito di iniziazione. Nel 150° dell’ascesa di Quintino Sella in cima al Vesulus,  il Club Alpino Italiano festeggia un secolo e mezzo di storia gloriosa. I due eventi, la scalata coraggiosa e l’ideazione del Club, furono concatenati. Lo ricorda Cesare Mulè in Giovanni Barracco, barone calabrese (Ed. Rubbettino), dedicato al patriota antiborbonico, alpinista, scienziato, poi senatore del regno, che accompagnò Sella nella celebre impresa, concepita quale coronamento della liberazione nazionale. Le radici ideali dell’alpinismo sono indagate anche nella Filosofia della montagna di Francesco Tomatis, studioso di Luigi Pareyson, il filosofo cattolico nativo di Piasco (ed. Bompiani).
 Per capire le Alpi bisogna rileggere le Rivoluzioni d’Italia del dimenticato abate revellese Carlo Denina o l’Annuario statistico del Dipartimento della Stura di Dominique  Destombes: studiosi che conobbero la montagna non dai libri ma nella vita. Identica passione razionale per la moralità dell’alpinismo coltivò Quintino Sella. Ma chi era costui? In quest’Italia sommersa da cronache di squallori, merita di essere ricordato, almeno sommariamente. Nacque il 7 luglio 1827 in una  borgata  di Mosso Santa Maria, all’epoca provincia di Novara, e morì a Biella il 14 marzo 1884. Ottavo dei venti figli di Maurizio e Rosa (cugini primi, sposati con apposita dispensa papale), ebbe il curioso nome perché quinto maschio. Si laureò in ingegneria  a Torino e si perfezionò alla celebre Ecole des Mines di Parigi. Già allora molti talenti andavano all’estero e poi tornavano in Patria. Nel 1848 il ministro dell’Istruzione, Carlo Bon Compagni, esortò gli studenti universitari a lasciare temporaneamente i libri per difendere la patria. Sella accorse a  Milano per dar man forte contro l’Austria, ma il ministro Des Ambrois de Nevache lo rispedì a Parigi. Per mettersi alla pari con l’Europa  il regno di Sardegna e l’Italia ventura non avevano bisogno di un ventenne allo sbaraglio in più, ma di scienziati di formazione europea. Su sollecitazione di Camillo Cavour, il cui programma liberale condivideva, nel 1860  il trentatreenne Sella si presentò agli elettori di Cossato che lo votarono e gli rimasero sempre fedeli. Ne conoscevano la famiglia. Se ne fidarono, come fecero gli abitanti della valle Maira con Giolitti, gli acquesi con Saracco, gli alessandrini con Rattazzi, quelli di Ventimiglia con Biancheri e via continuando con decine centinaia di veterani della Camera: non politicanti ma professionisti della politica, intesa come cognizione dei problemi e loro soluzione attraverso norme chiare e durevoli. L’Italia dei notabili non fu terra né di satrapi né di cacicchi. Non per caso vi fiorì poi lo studio delle classi dirigenti con Gaetano Mosca, Roberto Michels e Vilfredo Pareto, come ricorda Roberto Einaudi  in Radici montane. Viaggio nella Val Maira del primo Risorgimento (ed. Aragno).
  Membro del consiglio provinciale di Novara, Sella lo presiedette dal 1870 alla morte.
  Alla politica unì la passione per l’alpinismo. Scalò il Monviso per farne un’impresa “nazionale”, salì in vetta al Monte Rosa (poi caro alla regina Margherita), al Cervino e nel 1879, solo e febbricitante, sul Bianco. Con Barracco e altri nel 1863 fondò a Torino il Club Alpino Italiano, che presto dilagò da Aosta al Mezzogiorno, facendone scuola di valori civili, per realizzare il monito di Vittorio Alfieri: riformare la “pianta uomo” negli italiani, animo e corpo, vigore intellettuale e tempra fisica, in consonanza con  Giuseppe Garibaldi, marinaio e agricoltore. Sella fu un benedettino dei tempi moderni. Anche Benedetto Croce, il filosofo napoletano nativo dell’abruzzese Pescasseroli, sul suo esempio si dedicò all’escursionismo: passo lento, meta sicura. Forte di quei principi Sella compì altre “ascensioni”. Ministro delle Finanze, assunse l’onere di risanare l’economia nel neonato regno d’Italia e vi riuscì con l’unico metodo possibile: tassazione feroce  di massa (anzitutto sulla borghesia) e lesina rigorosa nelle spese dello Stato e degli enti locali, controllati con severità dai prefetti. Fu per la libertà di confronto tra le parti sociali e per l’intervento della mano pubblica nelle grandi opere, destinate a lasciare il segno. Perciò, per esempio, volle la costruzione di nuovi quartieri a Roma per plasmare il volto della capitale: “grigia” ma seria. Si accollò anche il ministero della Pubblica Istruzione e riformò i piani di studio: un cammino, questo, proseguito dall’albese Michele Coppino che nel 1877 varò l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita. Più volte ministro, dopo l’ascesa della Sinistra al governo (che subito iniziò la “finanza allegra”) assunse la presidenza della Destra, ma già nel 1877 si dimise da presidente dell’Associazione nazionale costituzionale. Nel 1881 non riuscì a formare un governo.
  Nell’immaginario negativo il suo nome  rimane legato alla tassa sulla macinazione delle farine, medicina amara ma necessaria per risanare il bilancio. La sua grande stagione fu il triennio del governo Lanza (1869-73), sulle cui basi il governo Minghetti nel marzo 1876 raggiunse l’agognato pareggio nel bilancio di esercizio: e venne rovesciato. Sella fu il motore dell’esecutivo anche nelle scelte di politica estera, soprattutto nell’estate1870, quando si prospettò l’occasione irripetibile:  annettere Roma, non per  guizzo anticlericale ma perché era la Città Eterna, dei Consoli e dei Cesari, dei tribuni della plebe e degl’Imperatori. Era Roma. Fu lui a spiegare allo storico Teodoro Mommsen il senso alto della Nuova Italia: Roma doveva divenire capitale della Scienza. Perciò riorganizzò l’Accademia dei Lincei, che acquistò prestigio mondiale.  Quintino Sella crebbe  un discepolo della stessa pasta: Giovanni Giolitti, impopolare come lui perché insegnava che ognuno deve fare la propria parte senza attendere la manna dal cielo.
Sella, il CAI  e le altre grandi organizzazioni dello spirito nazionale, come il benemerito Touring Club Italiano, insegnano che, se per millenni furono bastioni e teatro di conflitti sanguinosi, le montagne possono unire e affratellare in una visione pacificata della natura. Se ne trova modesta eco  in Le montagne della patria di Marco Armiero (ed Einaudi), corrivo a identificare ossessivamente nazionale e nazionalistico, a vedere ovunque lo spiritello del fascismo, sino a denunciare la “razzializzazione dell’alpinismo” per opera di Julius Evola, sulla traccia di Angelo Manaresi: che è anche il modo di  “fascistizzare” l’intera storia d’Italia, dai sette re di Roma alla scalata di Sella sul Re di Pietra. Una mania storiograficamente inconsistente, culturalmente sconsiderata, politicamente velenosa.         

Aldo A. Mola
DATA: 22.07.2013
 
LUGLIO 1943 APPARISCENZA E DEBOLEZZA DEL CONSENSO ASSOLUTO

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14/07/2013    

Vittorio Emanuele III         Settant’anni dopo, il 25 luglio 1943, data convenzionale del crollo del regime fascista, ancora merita qualche riflessione. Nel 1942 il Partito nazionale fascista raggiunse il maggior numero di iscritti da quand’era stato fondato, nel novembre 1921. Dal 1922 Mussolini era capo di un governo inizialmente di coalizione nazionale, poi  rifusa nel variegato “listone” che il 6 aprile 1924 ottenne il 66% dei voti e due terzi dei seggi. Tra il 1924 e il 1926 le opposizioni finirono fuori gioco, parte disertando l’Aula (il dissennato “Aventino”), parte cancellate e oppresse. Nelle elezioni (1929 e 1934) il regime di partito unico ottenne esito trionfale. Nel 1935-36, con la guerra d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, Mussolini si screditò all’estero, ma all’interno raggiunse il massimo consenso, sorretto da chiesa, poteri economici, giornali di loro proprietà e da tanti antifascisti pentiti. Fatuamente supponente di sé, il duce alternò successi (l’intervento in Spagna a sostegno di Franco) ed errori (la legislazione razziale del 1938, bilanciata dal ruolo svolto alla Conferenza di Monaco, che gli valse il plauso di Londra, di Parigi e, sotto sotto, di Stalin, che stava massacrando il meglio delle Forze Armate dell’URSS e  non era pronto a combattere i tedeschi). Continuò con annessione dell’Albania, alleanza con la Germania di Hitler e intervento in guerra, il 10 giugno 1940, nell’errata illusione di sedere al tavolo della pace presto e a buon prezzo. Alternò vittorie apparenti e sconfitte cocenti, ma sempre applaudito, come nell’ultima adunata oceanica in Piazza Venezia, nel maggio 1943, quando l’Italia aveva ormai perduto l’intera Africa Orientale e la Libia. Il 22-23 maggio cedettero le ultime resistenze italo-germaniche in Tunisia. Un mese dopo Mussolini assicurò che avrebbe fermato gli anglo-americani sul bagnasciuga. Ma il 10 luglio gli “Alleati” sbarcarono in Sicilia. La catastrofe si avvicinava. Gli antifascisti erano fantasmi del passato o professionisti della politica, i più “a servizio” e altri in cerca di accrediti presso Stati in guerra contro l’Italia (comunisti e socialisti da un canto, partito d’azione dall’altro). In quel quadro, con preavviso al duce e a volto scoperto, diciannove componenti del Gran Consiglio del Fascismo contro otto e un astenuto nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943 votarono l’esercizio da parte del re di tutti i poteri statutari. Dal
canto suo, d’intesa con i vertici delle Forze Armate di cui per Statuto era il Capo, in tutta segretezza Vittorio Emanuele III aveva appena imbastito il piano messo a segno il 25 luglio: sostituì Mussolini  (fermato dai carabinieri) con il maresciallo Pietro Badoglio, gradito a Londra più di Enrico Caviglia e spendibile meglio di qualunque gerarca del fascismo, perché era egli stesso uomo del Ventennio, ma nella Grande Guerra era stato vice di Armando Diaz e certificava la lealtà delle Forze Armate. Il regime mussoliniano vantava un’immensa macchina del consenso: il Partito, il Dopolavoro, l’Opera Nazionale Balilla,  i sindacati e le associazioni di categoria.  “Il re era solo”, come scrisse Luigi Federzoni (Memorie di un condannato a morte, con prefazione di Francesco Perfetti, Le Lettere).  Perciò il 25 luglio fu un azzardo. Nessuno immaginava che le piazze si sarebbero riempite di cittadini festanti, convinti che la caduta del regime comportasse per l’Italia la fine della guerra e il rientro dei militari in Patria. Gli artefici del colpo di Stato regio si domandavano invece che cosa avrebbero fatto la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, la munitissima divisione “M” (ussolini), attestata alle porte di Roma, le decine di migliaia di fascisti militanti e come avrebbero reagito i tedeschi, che da anni sospettavano le trame italiane e infatti subito vi irruppero in assetto di guerra dal Brennero, mentre già vi contavamo centocinquantamila “sfusi”, infiltrati dappertutto. Malgrado l’enorme disparità di forze sicuramente disponibili (gli anglo-americani negarono ogni aiuto anche dopo la resa del 3 settembre), Vittorio Emanuele III scese in campo  con glaciale determinazione. Nel Memoriale ora curato da Francesco Perfetti (La congiura del Quirinale, Le Lettere), Enzo Storoni, un avvocato liberale mai iscritto al PNF, osservò: “si può affermare senza tema di smentite che artefice unica del colpo di Stato sia stata la monarchia”, ma “il progetto e i modi dell’attuazione di esso furono quasi frutto di affrettata improvvisazione”. E’ una verità elementare, anche se scomoda per chi si ostina a negare il ruolo egemone della monarchia nel ritorno dell’Italia “a Occidente”. 
  Il fascismo si era affermato e radicato non per la mai avvenuta “marcia su Roma” ma per la convergenza tra Corona e Paese, come ricorda Pietro Cappellari in Marciare su Roma  (Herald Editore). Il regime durò sin quando assicurò ordine all’interno e stabilità fra le maggiori potenze, nel cui novero l’Italia era riconosciuta, proprio grazie alla diarchia monarchico-fascista. La vittoria ha molti padri; la sconfitta è sempre orfana. Nella notte del 24-25 luglio il Gran Consiglio la addebitò a un unico responsabile, Mussolini. I suoi diciannove artefici vissero peripezie varie: Giuseppe Bottai finì nella Legione Straniera, Dino Grandi in Portogallo; molti si rifugiarono in conventi, come poi fecero tanti antifascisti (anche massoni) a rischio di cattura dopo l’8 settembre, l’avvento della Repubblica sociale e l’occupazione tedesca. Il genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, più brillante che perspicuo, si mise da sé in mano tedesca e finì davanti al plotone di esecuzione con il quadrumviro Emilio De Bono.     Il tracollo del regime mostrò che il numero non è affatto potenza. Insegnò anche a diffidare dei pronunciamenti elettorali. In sé il voto non è affatto espressione di maturità civile né di consapevolezza politica. E’ impasto di umori. Perciò nel “Progetto di costituzione confederale europea e interna” l’antifascista cuneese ed eroe nazionale  Duccio Galimberti riservò il diritto di voto ai maschi maggiorenni, alfabeti, con reddito di lavoro documentato e l’eleggibilità a chi avesse la licenza di scuola media. Aggiunse: “E’ garentita la libertà di pensiero, ma è vietata la costituzione dei partiti politici”. A fine luglio 1943 l’Italia imboccò un mese drammatico, sul quali occorre tornare a riflettere, per capire che le istituzioni  durano se davvero radicate anziché semplicemente applaudite. La loro tenuta non avviene nei giorni di festa, ma nelle ore difficili, quando i popoli cercano i Padri. Se non ne hanno o non li riconoscono subito, vagano e inventano idoli come Israele nel deserto…

Aldo A. Mola
DATA: 19.07.2013
   
UNA RIFLESSIONE DAI GIOVANI MONARCHICI

L'italia monarchica Da quasi 70 anni il supremo istituto della Monarchia è osteggiato, denigrato e snobbato dai più per svariati motivi. La maggior parte della gente accetta incondizionatamente la forma di Stato in cui viviamo, senza porsi la benché minima domanda su ordinamenti alternativi che possono cambiare, in meglio, la situazione in cui versa il nostro Paese.
Poi vi è un altro tipo di riluttanza verso l'Istituzione, dovuta a vecchi rancori che invece di sopirsi col tempo aumentano. Questa categoria è divisa ulteriormente in due parti, una che accusa la dinastia Sabauda di aver consegnato l'Italia alla dittatura e di averla trascinata in guerra, l'altra invece (chiaramente opposta) incolpa la medesima Casa del "tradimento" dell'8 settembre.
Facendo nostro un linguaggio tipicamente matematico, supponiamo per assurdo (ribadisco per assurdo!) che il Re Vittorio Emanuele III effettivamente agì in cattiva fede, vuoi per un motivo, vuoi per l'altro. L'Italia unita ha avuto quattro Re, senza contare i predecessori del piccolo Ducato, poi Regno, piemontese. Ma allora perché, per le colpe di un solo membro della quasi millenaria dinastia (ricordiamo che stiamo ragionando per assurdo, facendo finta che tali colpe vi siano), a farne le spese debba essere tutta la Casa Savoia, tutta l'idea monarchia e, soprattutto, tutta la Nazione Italiana? L'accanirsi contro la figura di Vittorio Emanuele III annebbia la nostra capacità di esprimere un giudizio obiettivo, di scollegare l'idea dai fatti storici gettandoci nella più ignorante faziosità, nei ragionamenti per assoluti tipici di chi non ha argomenti per controbattere. In parole povere, il classico pensiero "Sono repubblicano perché Vittorio Emanuele III ha fatto cose brutte".
In questo discorso, non stiamo né accusando né difendendo l'operato del Sovrano, anche se ci pare strano che un Sovrano abbia agito in malafede. Sono tutti buoni a giudicare da una sola parte della barricata, ma sono in pochi quelli che si pongono la domanda più semplice "Perché?" e che provano a dare una spiegazione non influenzata da alcun preconcetto. Quello che si sta cercando di fare è di promuovere l'istituzione monarchica, a prescindere dalle azioni buone e meno buone commesse in passato, facendo leva sulla capacità di un ragionamento oggettivo e intelligente. La storia lasciamola agli storici, pur non rinnegandola in quanto, nel bene o nel male, fa parte di noi. Ma non accettiamo che essa ci incateni ad un passato che fu, anzi usiamola come rampa di lancio per proiettarci verso un avvenire più radioso. Lasciamo per un attimo perdere gli eventi del passato e poniamoci la domanda: "OGGI, è meglio tenersi questa Repubblica o costruire un nuovo Regno?".
Noi optiamo per la seconda, ora tocca a voi!
Lorenzo Scotti - Fronte Monarchico Giovanile Genova
DATA: 19.07.2013

LA FORMA REPUBBLICANA SI PUÒ CAMBIARE LO DICE LAVOISIER

LavoisierNon c’è nulla al Mondo che rimanga sempre uguale, è una legge della Fisica, ce l’hanno insegnato a scuola. Ma è possibile allora che solo la nostra forma di Stato repubblicana non possa mai cambiare? Ne sono passati di anni da quando lo scienziato e filosofo francese Antoine-Laurent Lavoisier formulò il suo famoso postulato “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Dopo più di due secoli però anche questa teoria sembra vacillare. Perché si chiederà qualcuno? Qual è l’esperienza empirica che l’ha confutata? L’esperimento che sembrerebbe averne decretato la sua fine si svolse nel lontano 1948, in Italia. Tutto accadde quando i padri costituenti vollero apporre nell’ultimo comma della nascente Costituzione, l’art. 139 che così recitava: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Per sempre dunque! Non è cosa da poco se ci si riflette. Eravamo abituati a farcene una ragione, (grazie a Lavoisier), che tutto in questo mondo era destinato a trasformarsi e a prendere nuove forme, anche le cose che all’apparenza sembravano più immutabili. Ma l’esperimento compiuto nel 1948 ha invece decretato che solo la Repubblica è inossidabile, nello spazio e nel tempo. Varrà per sempre, sfiderà persino le leggi della Fisica, quelle di Lavoisier. Non importa a nessuno cosa succederà in futuro se, nel suo eterno cammino, questa repubblica potrà causare squilibri tra i poteri dello Stato, disamore verso la Patria, dislivelli sociali intollerabili, corruzioni, ruberie, disordini e chi più ne ha ne metta. Essa comunque rimane un dogma. Così fu stabilito! Ma c’è qualcosa che non torna però, in tutto in questo ragionamento. Cerchiamo di non fare confusione. Sembrerebbe più difficile del previsto in realtà confutare nei fatti il postulato del genio francese. All’art. 1 della stessa Carta si disse infatti che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” e quindi si potrebbe cambiare la forma di Stato, se solo il popolo lo volesse! Giusta osservazione questa se non fosse che non è possibile scegliere altre forme di Stato all’infuori di quella repubblicana come è sancito appunto all’art. 139 cost., (come dire che il popolo è sovrano ma solo un po’!) Una vera genialata questa, un’acrobazia dialettica per conservare per sempre lo status quo repubblicano! Ma analizziamo meglio la questione. Con l’apposizione dell’art. 139 cost., i padri costituenti in realtà andarono oltre le leggi della natura e della sua naturale evoluzione, o meglio contro le possibili e inevitabili trasformazioni che sono intrinseche in tutte le cose del Mondo. Con quell’articolo cioè si volle escludere a priori una possibile futura evoluzione della forma repubblicana che potesse sfociare in altri possibili sistemi costituzionali. Ma allora ci chiediamo: Può veramente una legge, se pur di massimo rango, impedire ad un popolo, in maniera perenne, di pensare o sentire le cose in maniera diversa da quella attuale? Chi potrà dire ad esempio che se un giorno la maggioranza della popolazione ritenesse che la forma repubblicana non fosse più idonea a soddisfare le esigenze del nostro popolo essa non possa essere cambiata? La risposta è nessuno! Perché sono gli uomini che fanno le leggi. Il postulato di Lavoisier è salvo (e non potrebbe essere altrimenti!) perché niente in natura può fermare il cambiamento, “tutto si trasforma”! E non fa eccezione l’art. 139 Cost., che potrà essere abrogato indicendo un nuovo Referendum.
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 19.07.2013
 
OMAGGIO A GIOVANNI GIOLITTI NELL’85° DELLA SUA MORTE

La tomba di Giolitti CAVOUR (Torino), 17 luglio 2013 - L’avv. Giovanna Giolitti, rappresentante della Famiglia Giolitti e del Comune di Cavour nel Direttivo del Centro Giolitti per lo studio dello Stato  (Dronero-Cavour), lo storico Aldo A. Mola, anche a nome della Presidente della Provincia di Cuneo, Signora Gianna Gancia, e  il prof. Giovanni Rabbia, Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, hanno reso omaggio alla memoria di Giovanni Giolitti nell’85°della sua morte, sostando dinnanzi alla sua tomba, nel cimitero di Cavour, ove lo Statista giace accanto alla moglie, Donna Rosa Sobrero, Collaressa dell’Annunziata.
   Nel corso della breve cerimonia, alla quale hanno aderito l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli) e l’Istituto per la Storia del Risorgimento, e il Centro studi “Urbano Rattazzi” di Alessandria, è stato ribadito che Giolitti rimane modello insuperato di senso dello Stato, di rigore nell’amministrazione pubblica, centrale e locale, e di dedizione alle Istituzioni supreme, per lui incarnate nella Monarchia di Casa Savoia, sotto le cui insegne, a prezzo di alti sacrifici, gli italiani si unirono per essere indipendenti, liberi e rispettati tra i popoli.
  L’eredità politica e l’attualità di Giolitti sono costituiti dalla lezione civile da lui impartita nei 66 anni di servizio dello Stato, nei 46 di vita parlamentare, nei cinque governi  presieduti tra il 1892 e il 1921 e nei vent’anni di presidenza del Consiglio provinciale di Cuneo.
  Sempre più l’ “età giolittiana risulta” l’apogeo della liberaldemocrazia: un’epoca  di riforme profonde, progresso culturale ed economico-sociale e di prestigio dell’Italia nella Comunità internazionale.
DATA: 17.07.2013
  
DALL’EST LEZIONI DI CIVILTA’ ED UMANITA’

I Romanov Nel luglio 1918 l’intera famiglia reale russa era prigioniera dei bolscevichi. Furono proposti piani per liberare lo Zar Nicola II ed i suoi familiari ma questi, nel timore di inutili spargimenti di sangue, li rifiutò. Suonano tenerissime le parole che a riguardo scrisse sua figlia Principessa Olga: “Papà chiede a tutti [...] che non cerchino di vendicarlo [...] poiché il male che adesso domina nel mondo diventerà ancora più grande. Il male, infatti, non può sconfiggere il male, ma solo l'amore può farlo!” Purtroppo non si potevano sapere i piani terribili dei carcerieri che il  giorno 17 trucidarono nel modo più feroce e bestiale l’intera famiglia reale al fine di impedire un potenziale ritorno sul trono. Fu una strage inaudita cui seguì l’occultamento dei cadaveri sfigurati con fuoco ed acido. Solo dopo la caduta del sistema totalitario sovietico tutti  i corpi furono ritrovati, in due fasi distanti alcuni anni l’una dall’altra, e riconosciuti grazie all’esame del DNA. La canonizzazione voluta dalla Chiesa Ortodossa Russa, che edificò un santuario sul suolo in cui sorgeva lo stabile dove la strage si consumò, fu seguita dalla sepoltura a Mosca in una cappella della Basilica di Pietro e Paolo con funerali di stato nel 1998 alla presenza dell’allora presidente Boris El'cin. Nel 2008 il Presidium della Corte Suprema russa riabilitò lo Zar e la sua famiglia riconoscendone l’omicidio come illegale. Mentre lo stato russo postcomunista attingeva per la sua nuova araldica, sistemi premiali e simbologie dal suo passato imperiale senza puerili paure. Tutto questo dopo decenni di dittatura. È curioso come in Italia dopo altrettanti decenni di democrazia repubblicana non si abbia ancora trovato il tempo e la volontà di fare i conti con la storia. Curioso come i nostri ultimi due Re e le nostre ultime due Regine siano ancora sepolti all’estero e ben lontani dall’essere tumulati al Pantheon dove dovrebbero trovarsi da sempre. Cari politicanti italiani invece di criticare spesso i vostri colleghi esteri potreste prendere esempio. In fondo andiamo non c’è che da copiare! A giudicare da come molti di voi rispondono alle interviste c’è da pensare che in gioventù, ai tempi della scuola, almeno a copiare dovete essere stati molto bravi!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 17.07.2013
   
SI È SPENTA MARIA PASQUINELLI, L’INSEGNANTE DI POLA CHE UCCISE IL GENERALE DE WINTON “OPPRESSORE” DELLA TERRA ISTRIANA


Maria PasquinelliSi è spenta a Bergamo Maria Pasquinelli. Un nome che ai più giovani dirà poco ma che oggi piangono in molti, tutti i profughi di Istria e Dalmazia e i  triestini che conoscono bene la sua storia. Un nome che tutti gli italiani dovrebbero portare nel cuore per la sua dedizione alla causa nazionale,  simbolo di tutta la sofferenza, l’amarezza, la rabbia degli esuli istriani, fiumani e dalmati.  Maria Pasquinelli era un’insegnante di Pedagogia originaria della Toscana, già crocerossina in Cirenaica, poi rimpatriata per insegnare a Spalato. Il 10 febbraio del 1947, data infausta della firma del Trattato di Pace, uccise con tre colpi di pistola il comandante della guarnigione britannica di Pola, generale Robert W. De Winton, durante la cerimonia di passaggio dei poteri sul capoluogo istriano alle autorità jugoslave. Immediatamente fermata e condotta al comando, in tasca le venne trovato il seguente bigliettino-confessione: «Mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio».
Processata davanti alla Corte Militare Alleata di Trieste, la Pasquinelli si dichiarò colpevole e spiegò le ragioni che l’avevano indotta a compiere l’attentato. Il dibattito si svolse senza tumulti né colpi di scena. Il 10 aprile la Corte alleata pronunciava la sentenza di condanna a morte, All’invito della Corte rivolto alla Pasquinelli e al suo avvocato di appellarsi entro trenta giorni la Pasquinelli rispose: «Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi, ma fin d’ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra». In numerose città italiane vi furono proteste e raccolte firme, per iniziativa soprattutto della mobilitazione dei giovani del Msi, richiedendo la commutazione della pena. Il 21 maggio 1947, la pena capitale fu infatti commutata in ergastolo e Maria fu trasferita nel penitenziario di Perugia. Nel 1965 tornò in libertà. I polesani dell’Unione degli Istriani furono gli ultimi ad incontrarla lo scorso marzo, quando in occasione del suo centesimo compleanno le regalarono un mazzo di fiori. La sua  figura di fedele italiana venne presto dimenticata e il suo gesto venne liquidato come un rigurgito fascista. Ma i cittadini del nostro confine orientale, gli esuli hanno continuato a vedere in lei un esempio di «coerenza assoluta», come spiega il presidente dell’Unione istriani Massimiliano Lacota.
DATA: 05.07.2013
  
LE DIMISSIONI DI ALESSANDRO SACCHI DALL'ISTITUTO DELLE GUARDIE D'ONORE AL PANTHEON

Pubblichiamo la lettera con la quale il Presidente nazionale U.M.I. Avv. Alessandro Sacchi ha dato le proprie dimissioni dall'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon.
Dott. Ugo D’Atri
Comandante Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore RR.TT. Pantheon

e p.c.   Rag. Oronzo Cassa
Delegato Provincia Bari I.N.G.O.R.T.P.

Il Presidente dell'Unione Monarchica Italiana avv. Alessandro Sacchi    Oggetto: Dimissioni dall’Istituto

    Decidemmo, con una leale stretta di mano, che l’Unione Monarchica Italiana, e l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, avrebbero avviato un cammino sinergico. Le due Istituzioni, che rappresentano le uniche realtà riconoscibili e riconosciute dal mondo esterno, avevano seguito due percorsi, dalla morte di Re Umberto II, diversi per impostazione e per scelta delle rispettive dirigenze.
    L’UMI si è nel frattempo occupata e si occupa di Politica, compiendo scelte a volte difficili e sempre impegnative, inequivocabili dal punto di vista dinastico e coerentemente tese a chiarire all’Italia e agli Italiani che la Monarchia è un meccanismo costituzionale che, dove applicato, funziona. I risultati di questa attività sono alla portata di tutti. Il web ne è pieno.
L’Istituto, viceversa, rappresentava uno storico riferimento per il passato, svolgendo l’importante funzione di onorare i Sovrani defunti a cui tanto dobbiamo, e non altre attività mondane o pseudo tali.
    In questi tre anni di iscrizione all’Istituto ho purtroppo notato che spesso, con il placet della dirigenza, il ruolo del sodalizio ha tracimato in direzioni poco opportune.
 Il supporto a fuochi fatui di un dannoso monarchismo personalistico, l’ostentazione di una dannosa devozione verso indifendibili personaggi del mondo dello spettacolo, che nulla aggiungono anzi sottraggono alla battaglia monarchica,  e l’ignorare volutamente i Principi Reali , rendono necessario un punto fermo ad un connubio che non ha mai avuto il beneficio della reciprocità sebbene, da parte nostra, le porte siano sempre state spalancate.
    Il Tuo comportamento pubblico alla manifestazione di Bisceglie lo scorso 14 giugno, con uno inopportuno e sgarbato colpo di teatro, in una verbale, e per la verità un po’ sconnessa, aggressione alla mia persona durante la manifestazione, mi ha portato a manifestare apertamente il malcontento che con il Tuo comportamento da anni hai sempre generato in me e nei cari amici dell’U.M.I.
    Pertanto non vedo più l’utilità di una collaborazione nata anche per Tua volontà ma per la Tua condotta portata avanti in maniera non accettabile.
    Non intendendo condividere in alcun modo strategie che si affermano imparziali ma non lo sono,  mi trovo costretto a rassegnare le mie dimissioni da Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, sperando che in futuro il glorioso Istituto, che Tu momentaneamente rappresenti, recuperi la propria identità e torni ad avere un importante ruolo per il cuore dei monarchici italiani.
Avv. Alessandro Sacchi        
Roma, 3 luglio 2013

DATA: 04.07.2013
   
L'ABDICAZIONE DEL RE DEL BELGIO: A PROPOSITO DI ANACRONISMI

Re Alberto e la Regina PaolaDopo l’esempio della Regina Beatrice d’Olanda e, se vogliamo pensarci un attimoquello di Benedetto XVI sovrano del Vaticano, giunge un altro interessante spunto di riflessione. Re Alberto del Belgio annuncia la sua abdicazione. Di Alberto molto si potrebbe dire ma basta ricordare il ruolo chiave svolto nella difficile e recente crisi che ha costretto la sua terra a vivere senza un governo per un biennio. Malgrado questa disabilità, e sempre nel pieno rispetto dello spirito democratico, il Belgio ha resistito ai colpi tremendi che questa recessione europea e mondiale sta scagliando contro i popoli del vecchio continente. In Italia, poco tempo fa, non siamo stati in grado nemmeno di eleggere un nuovo presidente da mandare al Quirinale per guidare il sistema repubblicano sempre più zoppicante, sempre più ferito, sempre più consumato dai suoi stessi sostenitori che nelle aule e nei palazzi ne rosicchiano ingordamente le basi. Addirittura è stato necessario rieleggere, dopo mille polemiche e dopo giornate a dir poco allucinanti, il presidente uscente che, gli va riconosciuto, malgrado l’età avanzata ed una palesemente visibile stanchezza si è dovuto far carico dell’incapacità della classe politica. Curioso davvero. Le monarchie si rinnovano, si ringiovaniscono, ed in piena autonomia comprendono che i tempi cambiano e sanno evolversi spontaneamente e senza forzature o costrizioni. Guardano al futuro senza che nessuno tiri loro la giacchetta. Le repubbliche, almeno da noi, per campare devono tormentare le generazioni passate senza lasciare loro nemmeno il diritto di riposarsi un istante. È molto triste ma è così. In monarchia il padre della patria sa quando farsi da parte per amore del suo popolo. In repubblica ai tutori delle istituzioni orfane di idee, speranze e valori tocca fare ingrati straordinari. E pensare che le corone erano considerate un anacronismo!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 03.07.2013
  
L’U.M.I. E LE CELEBRAZIONI DELLA GRANDE GUERRA

Nella Giunta Esecutiva che si è tenuta il 27 giugno u.s. a Roma, presso la sede nazionale U.M.I., è stata stabilita una calendarizzazione di manifestazioni su tutto il territorio nazionale che porteranno l’U.M.I. a commemorare lo scoppio della Grande Guerra (1914). Sebbene l’Italia abbia preso parte al conflitto solo nel 1915, la Giunta ha ritenuto opportuno rimanere in linea con le altre Istituzioni europee che cominceranno le commemorazioni proprio dal 2014.
La proposta del Presidente nazionale Alessandro Sacchi di cominciare con le commemorazioni dal Sud e arrivare a Triste nel novembre 2014 è stata approvata all’unanimità.
Nella seconda metà di ottobre 2013 si terrà la prima manifestazione in Sicilia che darà il via al percorso commemorativo/propositivo dell’U.M.I.
A Napoli si terrà una manifestazione a metà novembre 2013 che avrà la supervisione scientifica del Senatore Giuseppe Basini. A metà dicembre 2013 si terrà una manifestazione a Bari.
Nel 2014 si procederà con le manifestazioni nelle regioni del centro e, a seguire, del nord Italia.
Sul sito internet www.monarchia.it verranno prontamente pubblicati i programmi di tutti gli eventi.
DATA: 03.07.2013
  
CAPUOZZO SMONTA TUTTE LE ACCUSE AI NOSTRI MARÒ ARRESTATI IN INDIA


La speranza di salvezza per i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è racchiusa in cinque ore. A sostenerlo è il giornalista Toni Capuozzo, che in una trasmissione andata in onda su Tgcom 24 - e in replica ieri sera al Tg5 - ha spiegato le ragioni per cui i due fucilieri del San Marco non sarebbero responsabili della morte dei due pescatori del St. Anthony, come da accusa delle autorità indiane. «Naturalmente - ci ha chiarito Capuozzo  - non  pronuncio per forza la parola  “innocenti”, ma dico che le verifiche incrociate che ho fatto assieme a Stefano Tronconi (che nel tempo libero si diletta a studiare la vicenda marò) e all’ingegner Luigi Di Stefano, che fu perito di parte civile per l’Italia nella vicenda della strage di Ustica, hanno molti punti in comune che danno da pensare». Il giornalista spiega di aver sempre seguito la storia dei due militari. «Un po’ per ragioni personali - spiega - perché Massimiliano Latorre era il mio capo scorta a Kabul, e francamente ho sempre faticato a ritenerlo uno sparatore folle. E poi perché, come tutti gli italiani, mi sono voluto interessare alla questione».
Messaggi incrociati - «La mia ricostruzione è nata quasi per caso - ci racconta Capuozzo -. Avevo ricevuto una minaccia di querela dallo studio legale dell’armatore della Enrica Lexie [la nave su cui erano imbarcati i marò e che, dopo lo scontro a fuoco che coinvolse un peschereccio, attraccò nel porto indiano di Kochi, permettendo così l’arresto dei militari, ndr] perché, in un mio servizio, avevo definito il comandante Umberto Vitelli “lo Schettino di turno”. L’armatore a quel punto mi inviò copia del messaggio che Vitelli gli mandò subito dopo i fatti, e anche quello arrivato alla guardia costiera a Mumbai. Tronconi, nel frattempo, aveva ricevuto da un cittadino indiano (seguiva alcuni forum sull’argomento) la copia del messaggio con cui una nave greca, la Olympic Flair, denunciava l’attacco da parte di due barchini di pirati. Erano le 22.20 e la comunicazione fu ricevuta dall’Organizzazione marittima internazionale».
Orari incompatibili - Ma c’è di più. Sul suo sito, Luigi Di Stefano aveva pubblicato un video che riportava le prime dichiarazioni di Freddy Bosco, armatore e comandante del peschereccio su cui viaggiavano i due pescatori uccisi. «Bosco - racconta il giornalista - diceva che alle 21.30 aveva sentito un rumore molto forte, e che subito dopo aveva notato un membro del suo equipaggio con sangue che usciva da naso e orecchie. Ma i conti non tornano, perché secondo le ricostruzioni della guardia costiera indiana l’incidente con la Lexie sarebbe avvenuto alle 16. E poi fu alle 20.36 che il centro di controllo indiano chiese alla nave italiana di tornare indietro, e 11 minuti dopo fu Vitelli ad annunciare l’imminente rientro in porto a Kochi. Poco prima, via satellitare, aveva avvertito gli indiani di un possibile attacco di pirateria. La Lexie, a quel punto, tornò in porto e l’India ebbe i suoi colpevoli su un piatto d’argento».  E dunque che cosa sarebbe successo, in realtà? «Io credo - prosegue Toni Capuozzo -, ma naturalmente la mia è un’ipotesi, che l’imbarcazione dei pescatori si sia trovata in mezzo al fuoco incrociato tra la nave greca e i pirati che la stavano attaccando. Lo dimostrerebbe il fatto che il peschereccio non ha fori da una sola parte. Poi però i greci sono andati via subito. Il collega Gian Micalessin ha lavorato molto al caso, e ha scoperto che sulla nave greca ci sarebbero stati dei contractor (ha rintracciato anche l’agenzia), ma che pare fossero disarmati. L’ipotesi, però, è plausibile».
Verifiche incrociate - Com’è possibile, allora, che in tutti questi mesi nessun avvocato di parte o dello Stato, nessun militare, insomma nessuna delle decine di persone che si stanno occupando del caso marò a stretto contatto con l’India, abbia tirato fuori questa versione? «Noi abbiamo fatto semplici verifiche incrociate, non avendo accesso a documenti segreti - ragiona Capuozzo -  e penso che chi si occupa della vicenda in via ufficiale stia pensando più al diritto internazionale. Poi è finito tutto a tarallucci e vino. Certo, non posso dirlo con certezza che sia andata così, e sono disponibile a rispondere a eventuali obiezioni e contestazioni. Ma ritengo anche che la nostra teoria abbia punti forti. Non sta al giornalismo individuare i colpevoli, questo è certo, ma qualche risposta sarebbe giusto averla».
Gli altri quattro - Intanto si apprende che i quattro marò che erano sulla Lexie con Girone e Latorre, con ogni probabilità, non saranno ascoltati in India. Si sta lavorando per riuscire a portare un giudice indiano in Italia o a farli parlare in videoconferenza. Il rischio, infatti, è quello che il nostro Paese possa ritrovarsi con sei fucilieri in stato di fermo, anziché due. Oltretutto, finché la trattativa su questo punto non sarà conclusa, sarà difficile che si possa dare il via al processo. I due marinai, quindi, saranno costretti ad attendere ancora. Venerdì ci sarà un vertice ministeriale per fare il punto sulla situazione. Chissà che in quell’occasione non si riesca ad analizzare anche la versione di Capuozzo. Resta fermo un punto: la priorità è quella di far tornare Massimiliano e Salvatore in Italia. Il prima possibile.
DATA: 03.07.2013
    
IL PIANETA ROSSO

La crisi c’è e si sente ed è l’intero Mondo occidentale a esserne coinvolto, essa sta provocando crisi di identità tra i popoli, pronti a mettere in discussione lo stesso capitalismo e la sua etica pur di uscirne. Quello stesso capitalismo sregolato che in questi ultimi 40 anni non ha saputo provvedere a riequilibrare le divergenze tra ricchi e poveri, ma anzi lo ha reso ancor più evidente. Eppure questo sembra essere l’unico modello possibile. Passeggiando per le strade di ogni Città si avverte subito che la crisi morde e fa male, una di quelle crisi che di notte non fa dormire, serrande abbassate, sguardi persi nel vuoto, c’è anche nervosismo e paura per il futuro. Come si può uscire da questa situazione? Sono molti a chiederselo oggi, ognuno con la sua ricetta da suggerire. Ogni Paese lo sappiamo ha le sue peculiarità, le sue debolezze, i suoi virtuosismi ed è per questo che ogni Paese dovrà trovare da sé la propria via d’uscita. Cosa potrà fare il nostro Paese per uscire dalla crisi? E soprattutto cosa fare per combattere una disoccupazione oramai dilagante? Domande non nuove queste, ma del resto anche le risposte non lo sono. Tutti sanno che l’Italia è un Paese che non cresce con un debito pubblico enorme; le risposte sono quindi “più crescita” e “meno spesa pubblica”. Le misure adottate dal Governo Letta per combattere la disoccupazione, seppur buone in via di principio, non sono sufficienti. Ma quali sono le misure da adottare nello specifico per non sembrare troppo qualunquisti? Come fare a far crescere il PIL? Come fare a diminuire la spesa pubblica? Per quanto riguarda la prima domanda e cioè sul come fare ad accrescere il nostro Prodotto Interno Lordo la risposta è liberalizzare e adottare politiche fiscali che incentivino da un lato le nostre famiglie a consumare (riduzione delle tasse), e dall’altro le nostre aziende a produrre e ad innovare, rendendole più internazionali e quindi più competitive (vince chi esporta). Solo così si può rilanciare veramente consumi e investimenti.  Il volano per uscire dalla crisi sono le nostre imprese che mettendosi nelle condizioni di essere più competitive saranno anche le maggiori protettrici dei nostri posti di lavoro attuali e creatrici di nuovi posti di lavoro per il futuro. Ma come fare a trovare le risorse necessarie per realizzare tutto ciò? Tagliare la spesa pubblica improduttiva e ridurre il debito pubblico attraverso le dismissioni del patrimonio pubblico (questa misura potrebbe valere 400 miliardi di euro a prezzo di mercato secondo l’Istituto Bruno Leoni e cioè circa il 20% del PIL). Lo si è detto più volte che il carrozzone Amministrativo pubblico Italiano è il più inefficiente del Mondo, una voragine senza fine fatta di fannulloni, corporazioni e di sprechi. Si è fatto ancora poco su questo versante, è ora di fare di più. Tutti lo sanno ma nessuno vuol metterci mano per non compromettere clientele e privilegi. E’ arrivato il momento di fare scelte coraggiose che vadano oltre i nostri particolari interessi. Bisogna ritornare a pensare all’Italia, al suo futuro e ai nostri figli. Sono finiti i tempi in cui si scaricavano sulle future generazioni i debiti di quel presente. Abbiamo superato prove più dure in passato, e ora è il momento di agire. I cicli economici sono come le montagne russe: si sale poi si scende, per poi ritornare in pianura, l’importante è rendersi conto di dove si va, sapere quello che si dovrà fare, e questo è oramai chiaro a tutti. Ci sarà la volontà politica e il coraggio per farlo? Speriamo di sì. D’altronde quale potrebbe essere l’alternativa possibile per non andare incontro ad un inesorabile declino? Oggi alcuni gruppi di scienziati stanno pensando di colonizzare il Pianeta Marte perché hanno scoperto che li c’è un terreno fertile, ricco di solfiti, sostanze miracolose per far crescere una folta vegetazione. Non sappiamo ancora se i nostri figli potranno un giorno trovare lavoro nel Pianeta rosso e magari sposarsi con un marziano. Quello che è certo è che la popolazione mondiale è in vertiginosa crescita e forse un giorno non ci basterà più questo piccolo Mondo. Per ora però impegnamoci a fare il possibile per restare qui, finché si può nella nostra amata Terra, e poi chissà…..
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 03.07.2013
   
SARÀ COLPA DEL SOLE?

Questi primi giorni d’estate sono stati piuttosto generosi e la bella stagione è giunta mite e con passo delicato procurandoci, almeno agli inizi, un calore sopportabile. Da domenica il caldo è tornato a farsi sentire un po’ in tutta Italia ed il sole picchia quelle martellate tremende sulla testa di chi vi espone proprio come raccontava Guareschi nelle sue novelle. Non c’è bisogno di passeggiare per una strada per accorgersi della ferocia con cui il gioioso astro si è scoperto dispettoso con noi piccoli mortali. Basta sfogliare un quotidiano o fermarsi un istante a seguire un telegiornale per raccogliere una quantità talmente vasta e variegata di scempiaggini per capire che qualcosa, nella testa della gente, proprio non va! Chi spara o picchia per sciocchezze, chi davvero disperato cerca liberazione in gesti drammatici, chi gongola senza pensare a niente, chi le spara grosse su blog e giornali perché i pezzi del suo borioso mosaico vanno perdendosi, chi fa proclami vittoriosi celebrando i trofei che si guadagnano a Pirro, chi ha come pensiero più importante quanta pancetta sfoggia in spiaggia un vip e così via. Non si leggono grandi provvedimenti per le famiglie che non arrivano a fine mese, non si vedono soluzioni concrete, non si vedono idee serie e la popolazione sfiduciata e si altera con i politicanti imbelli che discutono e dibattono ma, ahinoi, non si prendono nemmeno l’impegno di dare qualche buon esempio di vera sobrietà. Tanto basta poco! Una partita di pallone ed un poco di gossip e tutti si calmano, tra una sigaretta rigorosamente elettronica e l’altra, tutti si rilassano. Il paese, armonizzato dall’infallibile sistema repubblicano, non funziona più nemmeno nelle piccole e spicciole cose ma va bene lo stesso visto che tanto l’apparenza è salva. Ed avanti tutta fino al prossimo topples estivo sui rotocalchi. L’Italia lentamente muore ma ai più va bene così. Deve proprio essere colpa del sole!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 02.07.2013
  
BIBLIOTECA REALE DI TORINO: MOSTRA ITINERARI DI UN RE

BIBLIOTECA REALE DI TORINO: MOSTRA ITINERARI DI UN REIl 20 giugno 2013 apre al pubblico “Itinerari di un Re”, un’esposizione allestita presso la Biblioteca Nazionale Reale di Torino in collaborazione con la Biblioteca stessa, la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte e il Centro documentazione Residenze Reali. La mostra prende origine dal ritrovamento di uno dei Diari manoscritti di Vittorio Emanuele III creduto perduto, l’Itinerario generale dopo il 1 giugno 1896. Si tratta di una sorta di ‘atto’ d’amore del Re a sua moglie, la Regina Elena, iniziato il giorno in cui i due futuri sposi si incontrarono, il 1 giugno 1896, e terminato il 24 ottobre 1946 in occasione delle loro nozze d’oro. Oggi il manoscritto è tanto più prezioso perché è l’unico Diario del Sovrano preservato dal tempo e dalla distruzione; si racconta infatti che la Principessa Jolanda di Savoia Calvi di Bergolo avesse bruciato le ‘famose’ Memorie che il Re, suo padre, aveva redatto nel corso del Regno e, in particolare, durante gli anni dell’esilio. Proprio per la natura particolare del documento, e grazie ai numerosi cimeli prestati dalla Biblioteca Reale di Torino e dalla Biblioteca Nazionale di Palermo, la mostra cercherà di fare emergere gli aspetti privati del Re, naturalmente intrecciati agli eventi dell’alta politica, della guerra e della drammatica fine della Monarchia in Italia. La mostra esporrà inoltre una ricca varietà di materiale legato alla figura di Vittorio Emanuele III, proveniente da archivi privati; degno di nota soprattutto un documento denominato “Diario siciliano” che Vittorio Emanuele scrisse in lingua inglese, giovanissimo, all’età di undici anni durante un soggiorno nelle province meridionali assieme ai suoi genitori. Il percorso è arricchito dall’utilizzo di filmati e di due postazioni multimediali: due monitor touch screen in cui sarà possibile sfogliare i due diari esposti in formato digitale. A seguire, durante il periodo della mostra, sarà presentato il risultato editoriale del ritrovamento dell’ “Itinerario generale”: l’edizione facsimilare del diario originale in edizione limitata e numerata e un ricco commentario dal titolo “Sì, è il Re! Le memorie di un Sovrano” che contiene una serie di saggi firmati da illustri giornalisti e insigni storici che approfondiscono ulteriormente la figura di Vittorio Emanuele e indagano le vicende legate alle sue memorie perdute. All’interno del commentario è inoltre presente una sezione che riproduce le pagine del diario, affiancate dalle copertine de “La Domenica del Corriere” e della “Tribuna Illustrata”.
Un progetto editoriale che si colloca nell’ambito dell’iniziativa “Salviamo una Biblioteca”, nata alla fine del 2008 e promossa da Novacharta, che ha come scopo di attirare l’attenzione su biblioteche pubbliche e private, su raccolte librarie custodite da enti e comunità di grande valore bibliografico e storico-documentario, di impegnarsi a organizzare e sostenere il lavoro di catalogazione e di restauro di interi lotti bibliografici, di creare e promuovere occasioni di conoscenza e di studio delle collezioni, di divulgare l’esistenza della biblioteca nel suo territorio e di trovare le competenze per la ricostruzione di fondi librari. Partner dell’iniziativa è il Centro documentazione Residenze Reali, istituto culturale lombardo che annovera tra i suoi soci il MiBAC e i Comuni di Monza e Milano, nato per promuovere e valorizzare le dimore reali e nobiliari lombarde e i loro materiali documentari e iconografici. Gli orari di apertura della mostra seguono quelli della Biblioteca Reale di Torino, e sono: lunedì-mercoledì-venerdì dalle 8.15 alle 18.45; martedì-giovedì dalle 8.15 alle 13.45; sabato dalle 8.15 alle 13.30

Redattore: RENZO DE SIMONE

Informazioni Evento: sito web Ministero Beni Culturali
Data Inizio:20 giugno 2013    Data Fine: 10 agosto 2013
Luogo: Torino, Biblioteca Reale di Torino - Telefono: 011543855
Orario: dal lunedì al venerdì 8.15 - 18.45; sabato 8.15 - 13.35; chiuso il sabato pomeriggio e la domenica 

DATA: 30.06.2013
   
PONZA DI SAN MARTINO E IL PRIMATO DEL PIEMONTE

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 30/06/2013    

Gustavo Ponza di San Martino      Il fallimento  del “socialismo reale” nacque dalla sua svalutazione della cultura, considerata  variabile della produzione. Come argomentano Giuliano Amato e Andrea Graziosi in Grandi illusioni  (il Mulino) anche molti non  marxisti non hanno capito che senza cultura non v’è classe dirigente e senza classe dirigente i Paesi appassiscono e muoiono. Perciò, mentre l’Italia scivola irreversibilmente verso la recessione economica, foriera di quella civile, vien da interrogarsi sul possibile ruolo  attuale dell’area geostorica che fu fulcro dell’unificazione nazionale: non per civetteria subalpina ma per ricognizione di ruoli e responsabilità.    Che cosa fa oggi il Piemonte? Ristagna o si desta? La Francia di Hollande rinvia al 2030 la parte essenziale del suo impegno per la Lione-Torino. La modernizzazione della vetusta ferrovia Cuneo-Breil/Ventimiglia dipende da clausole del Trattato di pace del 10 febbraio 1947. Unico spiraglio di luce rimane l’avvio del nuovo tunnel stradale del Tenda, a conferma del primato dell’asse Torino- Cuneo-Nizza, intuìto da Amedeo VII di Savoia che acquisì la Costa Azzurra nel 1388 (ma sempre che Nizza non decida di farsi cerniera tra Marsiglia e Genova). Sarebbe superficiale limitarsi a constatare che da decenni settori decisivi della dirigenza subalpina sono frutto del riciclo continuo autoreferenziale di partiti e centri di poteri sempre meno rappresentativi. E’ più utile confrontare il Piemonte attuale con quello di 150 anni orsono, quando la capitale passò da Torino a Firenze: una data scomoda per tutti. Malgrado quel trauma, il Piemonte continuò ad avere decine di giornali, di riviste e laboratori di idee e una dirigenza che seppe decidere anche per l’opposizione, per chi non votava e per chi era escluso dal voto. La dirigenza monarchica e  liberale si fece carico di un progetto storico. Rischiò e vinse la scommessa: formò un Paese d’avanguardia.  Come antagonista aveva una chiesa cattolica forte di ecclesiastici culturalmente eminenti: i gesuiti Francesco Pellico, Luigi Tapparelli d’Azeglio, Giuseppe Paria e Giuseppe Oreglia di Santo Stefano, valorosi Scrittori di “La Civiltà Cattolica”; Carlo Passaglia, che optò subito per la conciliazione tra Santa Sede e regno d’Italia; Giuseppe Cottolengo e Giovanni Bosco. Quel Piemonte vantava anche valdesi, israeliti e persino massoni di primo piano, come Felice Govean, Tommaso Villa e David Levi.  Un altro mondo rispetto al grigiore dei decenni recenti.   Come documenta Valerio Monti nel poderoso Torino@Italia.eu (Centro Studi Piemontesi) il  Piemonte seppe riprendersi dalla traslazione della capitale del regno dalle rive del Po a quelle dell’Arno e riproporsi guida nazionale, grazie al primato della sua cultura,  sancta sanctorum dello Stato, all’opposto dell’odierna Europa invertebrata, con  un parlamento vagante tra Bruxelles e Strasburgo, la Commissione a Bruxelles, la Corte  di giustizia in Lussemburgo e la Banca Centrale a Francoforte. Per l’Italia la capitale era, doveva rimanere a Torino in attesa di Roma. Se non  fosse morto il 6 giugno 1861 Cavour avrebbe mai fatto il mal passo del settembre 1864? A opporsi frontalmente alla Convenzione tra il governo Minghetti e Napoleone III fu il conte Gustavo Ponza di San Martino. Quando nacque, nel 1860-61, la Nuova Italia poteva scegliere tra governo accentrato e ampie autonomie locali. L’unità scaturì dalla fortunata concatenazione tra volontà ferree e  combinazioni fortuite, grazie a Camillo Cavour che si valse di  una legione di statisti di ferro (Cesare Balbo, Cesare Alfieri, Roberto e Massimo d’Azeglio, Carlo Boncompagni, Luigi Cibrario, il bergamasco Pietro Paleocapa,  Luigi des Ambrois, Alfonso La Marmora, artefice dell’Esercito tra  la prima e la seconda guerra d’indipendenza) ma anche della Società Nazionale (Daniele Manin, Giorgio Pallavicino, Giuseppe La Farina…) e, soprattutto,  Giuseppe Garibaldi e dei suoi seguaci, con buona pace di Giuseppe Mazzini, ormai emarginato. Questi uomini arrivavano da lontano. Erano tanti “pezzi” di storia dell’Europa. Sapevano che gli Stati nascono dalle armi e per durare hanno bisogno del consenso dei cittadini:  il “plebiscito” che  non si esprime solo di quando in quando alle urne ma nella vita di ogni giorno.     Ponza di San Martino (Cuneo, 6 gennaio 1810 – Dronero, 6 settembre 1876) è un bell’esempio del ruolo decisivo svolto dal Piemonte. Dal padre, Cesare, ebbe nomi Alessandro Gustavo, ma usò solo il secondo. A suo figlio, ministro della guerra a fine Ottocento, dette nome Coriolano. Sulla traccia di Vittorio Alfieri, l’aristocrazia e la borghesia piemontese si sentivano continuatori del mondo greco-romano. Uomo del re, Gustavo Ponza di San Martino fu ministro dell’Interno a fianco di Cavour quando occorreva spazzare via i terroristi ispirati da Giuseppe Mazzini e ottenere al Piemonte il consenso internazionale per risalire la china dalla sconfitta di Novara (1849) alla riscossa della seconda guerra d’indipendenza (1859).  Nelle ore decisive Cavour lo destinò alle missioni difficili: regio commissario a Massa e Carrara nel 1859, luogotenente del Re a Napoli dal maggio 1861 per imbrigliare garibaldini, nostalgici dei Borbone, camorristi...Nel 1864 Ponza si oppose al trasferimento della capitale da Torino a Firenze e prese la guida della Permanente Subalpina, non per miopia regionalistica ma perché per lui il Piemonte era una somma di valori storici irrinunciabili e fondanti. Nel settembre 1870 andò invano a chiedere a Pio IX di consentire l’ingresso pacifico dell’Esercito Italiano nella Città Eterna. Quale ministro dell’Interno con Cavour, Ponza preparò la legge su amministrazioni provinciali e comuni nel 1859  perfezionata da  Urbano Rattazzi: controllo dello Stato, sì, contro brogli e pastette locali, ma  ampio decentramento e rispetto di quelli che Vittorio Emanuele II chiamava i “popoli d’Italia” ben consapevole delle profonde differenze tra le diverse terre del regno. Fu presidente del Consiglio provinciale di Cuneo, come Rattazzi e Saracco lo furono di Alessandria. Gli statisti veri avevano tutti solide radici locali. La statua di Gustavo Ponza di San Martino venne scoperta il 10 settembre nel 1882 nella piazza principale di Dronero. Nell’occasione i notabili di tutto il Piemonte accorsero nella cittadina per definire il volto della Camera da eleggere con suffragio allargato. Era l’ora del riscatto dopo vent’anni di emarginazione. Puntarono sul quarantenne Giovanni Giolitti che si era fatto le ossa alla Commissione centrale per le imposte dirette, alla direzione centrale delle Finanze, alla Corte dei Conti, nel Consiglio di Stato e alla scuola di Quintino Sella. Un “tecnico”, insomma, e politico vero, filtrato dalla cultura dello Stato, uomo che passeggiava solitario per i Fori imperiali di Roma, la Commedia di Dante in una tasca e il Principe di Machiavelli nell’altra e nelle passeggiate per le vie dell’Urbe, di Torino o della sua Cavour verificava di persona l’andamento del costo della vita. Con Giolitti il Piemonte riprese le briglie del Paese. E così fece con il monarchico e liberal Luigi Einaudi mezzo secolo dopo. E oggi?   

Aldo A. Mola

DATA: 30.06.2013
   
STORIA IN RETE

Storia in Rete Giugno 2013Storia in Rete di giugno pubblica uno speciale, a firma di Aldo Mola, sul Risorgimento italiano, con le sue radici che affondano anche nel fenomeno delle insorgenze antigiacobine. Domenico Giglio si occupa di uno dei suoi protagonisti oggi quasi dimenticato, Eugenio Emanuele di Savoia Carignano.
Il numero inoltre racconta la fine di Rasputin, il pope russo che influenzò la famiglia dell’ultimo Zar. Un nuovo saggio riscrive le ultime ore del santone e identifica l’uomo che avrebbe inferto il colpo di grazia. Ma quali interessi internazionali muovevano i fili della congiura contro Rasputin? E ancora Russia, con i 400 anni della famiglia imperiale, i Romanov. Poi Storia in Rete mostra ai suoi lettori l’iniziativa Europeana 14-18 dedicata ai 100 anni dallo scoppio della Grande Guerra, con un annuncio in esclusiva su una straordinaria e gigantesca iniziativa che il ramo italiano del progetto, grazie al Museo Centrale del Risorgimento, ha deciso di intraprendere. Dalle guerre vere a quelle “improbabili” con i documenti sulle sperimentazioni in Italia del cosiddetto “raggio della morte” prima e durante la Seconda guerra mondiale. E quindi un balzo nel passato, con Erode il Grande, oggetto di una mostra a Gerusalemme, e Arianna, imperatrice bizantina di cui è uscita una biografia dopo 16 secoli di silenzio. E dopo ‘Antichità romana, il Medioevo e al Rinascimento, fra banchieri, ladri e grassatori raccontati nell’ultimo libro di Alessandro Marzo Magno e i Borgia – malamente – raccontati nella fiction TV di Neil Jordan che viene analizzata da scrittori ed esperti nel secondo giro di interviste raccolte per Storia in Rete da Elena e Michela Martignoni.
DATA: 25.06.2013

LA CRISI DI IDENTITÀ

Guareschi - Bandiera ItalianaÈ un momento difficile, diciamo topico, dove le istituzioni non trovano la vera via di uscita da questa profonda crisi di identità, la destra e la sinistra fanno comunella con l'intento vano di trovare soluzioni condivise (solo a parole), la crisi è sociale, economica, politica e istituzionale; tutto o quasi è fermo e tocca in modo grave le fasce più deboli. Il momento di agire da parte Nostra è veramente un’occasione più unica che rara . L’U.M.I. deve trovare la forma più consona per intavolare con le forze politiche a Noi più vicine, sia negli intenti che nei programmi, un dialogo che consenta di porci come Faro e Novità, per far sì che questa Nostra ITALIA ritrovi la giusta dimensione che Le spetta. Questo davanti ai partner europei e mondiali. La popolazione tutta sta pagando a caro prezzo e con grandi sacrifici (sia economici che morali ) gli errori e le incapacità di governare il paese fatte in passato. Non è vero che gli italiani hanno vissuto gli ultimi 40 anni al di sopra delle Loro possibilità? Ora c'e ne rendiamo conto per la spudorata ingerenza di uno Stato SOVRANO da parte di partner europei che a loro rendiconto dettano programmi che sfavoriscono la nostra crescita economica. La classe politica non ha saputo reagire per fare quelle riforme necessarie che ci avrebbero portato a livelli accettabili sotto molti punti di vista. La nota più grave è che tutti quei reati gravissimi come, l`evasione fiscale, leggi fatte ad personam, sprechi di denaro, salari super pagati ai CEO, e non per ultimo il femminicidio e lo stupro, (peraltro già in data ormai lontana ci ha riportato a ricordi atroci e nefasti come la drammatica vicenda che portò alla morte S.A.R. la Principessa Mafalda di Savoia). Questo odierno dilagare della delinquenza dimostra l'aggravarsi di una decadenza dello stato sociale e di tutelare la nostra incolumità. Perciò, con questa nostra attenzione che giunge dal di fuori dei confini Italici, ci troviamo a confermare con forza il nostro impegno nell’U.M.I., per idealizzare le nostre capacità e per superare quegli ostacoli di una burocrazia bieca e farraginosa, incapace di risolvere i veri problemi che assillano il nostro paese.
Walter Bianchini - Club Reale "Mafalda di Savoia" - Svizzera
DATA: 25.06.2013
   
SOLFERINO E LA NASCITA DELLA CROCE ROSSA

S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia in abito da CrocerossinaDa poco era terminata la ferocissima battaglia di Solferino quando, il 24 giugno 1859 nel corso della seconda guerra d’indipendenza, lo svizzero Dunant trovò di fronte al proprio sguardo incredulo la terribile carneficina. I feriti ed i moribondi dei due eserciti che si erano scontrati stavano per lo più ancora dove erano caduti a causa di un soccorso che definire inadeguato parrebbe fare un generoso complimento. Mosso da compassione ed umanità si impegnò in prima persona per offrire un poco di assistenza a quei pover’uomini e forte di quella esperienza fondò, da lì a poco, la Croce Rossa Internazionale che gli valse un meritato Premio Nobel nel 1901. Il 24 giugno assume un doppio valore per l’Italia perché, oltre a ricordare uno dei passaggi fondamentali del proprio Risorgimento, esso porta la memoria anche alla nascita del prezioso sodalizio poiché se oggi disponiamo della Croce Rossa Italiana è grazie anche al fortuito intervento di Dunant in quella giornata che l’ispirò per la sua opera prodigiosa. Non è un caso, infatti, che alcune tra le personalità femminili più celebri di Casa Savoia si siano impegnate in prima persona indossando l’uniforme della benemerita associazione nei momenti più difficili della nostra storia patria. Come non ricordare la Duchessa d’Aosta Elena nella grande guerra in cui si meritò perfino una medaglia d’argento al valore militare ed un canto di D’Annunzio? O la Regina Maria Josè durante la guerra del 1935-1936 e durante l’ultimo conflitto mondiale? O la Duchessa di Spoleto? Una tradizione nobile quella che lega la Real Casa d’Italia alla Croce Rossa. Una tradizione che oggi continua meravigliosamente nell’opera dell’attuale Duchessa Silvia impegnata nell’ambito della CRI anche in Kenya, Iraq, Romania e via discorrendo. La storia si ripete e, grazie alla provvidenza, spesso anche nei suoi aspetti di maggior valore e pregio!
Alessandro Mella – U.M.I. Torino

Nella foto S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia in abito da Crocerossina, come da tradizione della Famiglia Reale.

DATA: 24.06.2013

CIRILLO E METODIO SONO EUROPA VERA

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 23/06/2013    

Cirillo e Metodio      Che cosa raffigura l’ “euro”? “Io” rapita da Giove. Una donna nuda a cavalcioni di un toro. Così nacque l’Europa secondo l’ “euro”. Il ratto di Zeus è europoliticamente corretto. Come l’omino di Leonardo per il quale stravedono esoteristi, maghi, alchimisti, indovini  e ciarlatani. L’euro è come l’emblema della Repubblica italiana, la bandieruzza quirinalizia e le aiuole spartitraffico: accozzaglia di segnali dismessi. Il passante decifri da sé. Gli Stati dell’eurozona coniano monete celebrative, persino più onerose dei costosissimi spiccioli. Raffigurano edifici, eventi, personaggi gloriosi  (per chi ci crede). L’importante, però, è che non evochino “radici cristiane” e valori forti, perché per questa esangue Unione Europea esigono “pensiero debole” e anomalia come regola. L’abolizione delle differenze è ormai imposizione; ma è il cane che si morde la coda. L’obbligo di essere diversi non è libertà: sempre obbligo è. Ieri tutti ingessati. Oggi tutti discinti.  Un tempo tutti in tonaca. Ora tutti scamiciati. Col sorriso papale papale oggi di moda…
  E così siamo al paradosso. La Repubblica di Slovacchia conia “euri”  con l’effigie dei santi Cirillo e Metodio, per ricordare chi intorno all’863-867 diffuse il cristianesimo a settentrione dell’Impero bizantino, dalla Bulgaria alla Grande Moravia, e tradusse la Bibbia in slavo con i caratteri glagolitici poi migliorati nel cirillico adottato da Russi, Bulgari e Serbi. Cose di mille e cento anni orsono. Colpevole di ricordare chi da Bisanzio tese la mano ai Moravi, il governo slovacco è stato severamente deplorato dalla Commissione Europea, che pretende di dettare la filosofia morale dalla Polonia all’Atlantico. Il Trattato di Lisbona vieta  l’evocazione di confessioni religiose. Riassumiamo: duemila anni orsono la Roma di Cesare soggiogò la Gallia, tentò l’Inghilterra, gettò un ponto sul Reno. Non v’era ragione di perdere uomini e denari per quelle lande. Meglio investire sulle coste del Mediterraneo e in Oriente. Quasi mille anni dopo solo il Mediterraneo settentrionale era “cristiano”, quello meridionale era islamico, come gran parte della Spagna, tratti di costa franco-italica e la Sicilia: terre che ancora ne recano le conseguenze. Nell’Otto-Novecento dopo Cristo la cristianità era divisa. Il patriarca di Costantinopoli Fozio  non riconobbe il primato del vescovo di Roma Nicolò I. Era in gioco il monopolio dell’evangelizzazione di Bulgari, Moravi e Slavi. Era un’Europa assediata: da sud gli “arabi”, da nord i vichinghi, da est  magiari e slavi. Gl’invasori facevano a meno dei centri di accoglienza. Arrivavano, saccheggiavano, dominavano. La cristianità cercò di giocare d’anticipo evangelizzando le genti confinanti. 
Dunque, Cirillo (Tessalonica, 827 – Roma, 869: originariamente si nomava Costantino) e suo fratello Metodio (che gli sopravvisse sedici anni) furono due artefici dell’Europa vera, quella che va dall’Atlantico agli Urali, dalla Patagonia a mezzi Stati Uniti d’America, da Quebec alle Filippine, dal Brasile a Vladivostok. Caso raro, Cirillo e Metodio sono santi riconosciuti dalla chiesa di Roma e da quella ortodossa.
 L’Europa è impasto di  civiltà mediterranee: Grecia, Romanità, Cristianità. Le ideologie e le filosofie del Sette-Novecento (inclusi marxismo e derivati) sono solo cappelle laterali dell’immensa basilica edificata nei millenni, con navate absidi e immenso sagrato. Lì ognuno deve essere libero di venerare chi ha lasciato il segno, chi è d’esempio, chi fa memoria. Gli euri in circolazione hanno fregi convenzionali. Lasciano indifferenti chi li usa. Sono come i semi che si scambiavano i caraibici prima dell’arrivo di Colombo o le “macine” degli spartani, educati a disprezzare la “moneta”. E’ dunque profondamente stupido contestare alla Slovacchia il diritto di effigiare negli euri suoi (sia celebrativi sia d’uso corrente) chi meglio vuole. Ed è del tutto inconsistente  obiettare che l’immagine di Cirillo e Metodio evocherebbe guerre di religione.  Essi, infatti, non fecero mai male a nessuno. Studiarono, predicarono, evangelizzarono e  idearono l’alfabeto per scrivere i suoni di genti che domesticare.  Proposero il “rito bizantino” per gli slavi cattolici.  Furono uomini di pace. Se poi dalle monete e/o dalla memoria storica fondante non si dovesse cancellare chi ha fatto guerra, come la mettiamo con Carlo Magno? O con Churchill? E persino con il lungo eccetera di premi Nobel per la pace? Forse è il caso di smetterla con lo strabismo  anticristiano spacciato per laicismo mentre è solo frustrazione di trasgressori pavidi. I liberali ricordano tutto senza rimorsi né richieste di scuse: tutto è Storia. 
 Il “caso Slovacchia” qualche cosa comunque insegna. Se davvero vuol darsi basi più solide, lo Stato d’Italia dovrebbe coniare euri con le effigi  di Scipione, Cesare, Ottaviano, Costantino, Giustiniano…, insomma con i volti di quanti hanno costruito la civiltà di cui tutti oggi beneficiano, compresi gli ex Galli, Germani, Goti, Longobardi e anche quanti vi arrivarono e arrivano dalle ex colonie europee. Tutti hanno ragioni di chiedere diritti: sono quelli  che hanno appreso dal questa Grande Europa, che ha sbagliato tanto, ma tantissimo ha dato. Anche con Cirillo e Metodio. Meritano molto più di un euro celebrativo. Meritano Memoria. Sono l’Europa vera.

Aldo A. Mola

DATA: 23.06.2013
    
DALLA FRODE REFERENDARIA DI GIUSEPPE ROMITA AI GIORNI NOSTRI: A VARESE ORIGINALE MOSTRA SUGLI SCANDALI


Varese - Il mutandologo Graziano Ballinari con il Segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana Davide ColomboLo scandalo è servito... al ristorante. Dove vizi, vizietti e vere e proprie malefatte dei politici di ieri e di oggi saranno riassunti sulle tovagliette. Per mangiare e allo stesso tempo sapere quanto i politici hanno, in un altro senso, “mangiato”. A Varese, all’osteria Cose di Altri Tempi di Bizzozero, in via Monte Generoso, gli avventori potranno, da settimana prossima, pranzare o cenare scoprendo antichi scandali (i primi dell’Italia unita iniziarono già nel 1868), passando per lo scandalo delle dogane degli anni Settanta, e “approdando” a una rilettura dei problemi recenti, come i rimborsi “fasulli” di parte della nostra classe dirigente. L’idea è del gestore dell’osteria Graziano Ballinari, cultore di storia popolare che già si è fatto conoscere per numerose mostre a tema. L’ultima, l’anno scorso, raccontava la storia del sesso dall’Italia contadina ad oggi. Questa volta, la sua “battaglia” ha un intento più sociale. Il titolo della mostra è “Facce di tolla”. «Avrei voluto chiamarla in un altro modo, ma forse era eccessivo, anche se rendeva bene l’idea» scherza Ballinari. E ci introduce alla sua nuova opera. «Mi sono documentato su tutto, dal 1946 ad oggi, tutti gli scandali che hanno percorso il nostro Paese. Negli anni Cinquanta e Sessanta, tuttavia, c’era l’entusiasmo, la voglia di partire, ci sarebbe stato il boom economico. Nascevano nuove tendenze, la società si modificava. I giovani erano pieni di speranze. Oggi, invece, i giovani che speranze possono avere?» dice. E quindi pone la questione fondamentale, dalla quale è nata la mostra: «Come si fa in un Paese come il nostro a vivere di legalità? Ogni giorno scopriamo nuovi storie che mostrano come ci sia ben poca attenzione alla cosa pubblica, mentre molti politici perseguono il proprio interesse privato, anche in maniera illegale». Ai giovani quindi «è sempre stato lanciato solo un messaggio: rubare». E non è tutto: «A questi signori – continua Ballinari rivolto alla classe politica – abbiamo pagato con i nostri soldi: ville, barche, vacanze, carta igienica, lecca lecca e pure il divertimento. Anche quello gli abbiamo pagato...». La mostra sarà quindi quasi interamente disposta sui tavoli, grazie alle tovagliette che, dopo aver mangiato, i clienti potranno portare a casa.

Nella foto Graziano Ballinari e il Segretario nazionale U.M.I. Davide Colombo mostrano una delle tovagliette “degli scandali” nei locale dell'Osteria. Saranno presenti anche tovagliette dedicate a Giuseppe Romita, indicato come artefice del referendum istituzionale truccato del 2 giugno 1946.

DATA: 21.06.2013
  
IL CORAGGIO D’UN GIOVANE REGNO PER UNA STANCA REPUBBLICA

IL CORAGGIO D’UN GIOVANE REGNO PER UNA STANCA REPUBBLICAIl 20 giugno 1866 iniziò il primo conflitto in cui, a combattere per l’indipendenza italiana, non scendevano più in campo patrioti isolati o soldati dell’armata sarda ma finalmente, per la prima volta, soldati italiani. La terza guerra d’indipendenza fu infatti il primo conflitto che coinvolse il Regno d’Italia ed il neonato Regio Esercito Italiano. Non fu una guerra fortunata poiché, com’è noto, a Custoza ed a Lissa il nemico ebbe la meglio. L’avversario era, ancora una volta, il potente Impero che aveva capitale a Vienna. Il sostegno della Prussia combattente a nord non era garanzia di vittoria anche se si dimostrò, al pari della diplomazia francese, decisivo per le sorti della partita. Ci andava un enorme coraggio a sfidare nuovamente a viso aperto l’Austria ed il suo potere. Ma poteva Vittorio Emanuele II non avere memoria di quello con cui suo padre sfidò il gigante nel 1848 partendo da un Regno di dimensioni ancora più modeste? L’ebbe e si giocò moltissimo financo il suo Trono. Fu dura e per quanto gli italiani si fossero battuti con coraggio, riconosciuto anche dal nemico, i successi non vennero che dalle truppe al seguito del generale Garibaldi. Ma la situazione generale permise comunque al Regno d’Italia di ottenere quanto ambito: il Veneto con Venezia! Il sangue italiano non era stato versato vanamente pur nei rovesci subiti. Ci andava coraggio ed il coraggio ci fu. Di rischiare molto, forse tutto, per il bene d’Italia e per proseguire il cammino per darle unità politica, territoriale e morale. Nel terzo millennio tutto questo pare lontana utopia dal sapore d’un amara nostalgia. Oggi il coraggio ci andrebbe per credere ancora che si possa uscire da questa palude in cui decenni di burocratica, cinica e materialista macchina repubblicana ci hanno gettati. Forse sarebbe ora di aprire gli occhi, riprendere in mano i libri di storia, poiché non c’è certo bisogno di armi e guerre per ridare un avvenire a questo spossato e sofferente paese ormai al termine delle sue energie. Ma di coraggio, quello sì, nei palazzi romani c’è proprio bisogno per non perdersi in commedie ed amene polemiche e per tentare, finalmente, di fare qualcosa per alleviare il dolore sempre più profondo di questa Italia ormai demoralizzata. Coraggio, idealismo, valori ed etica. Qualcosa che nei centri del potere si è un po’ perso anche se sta proprio a portata di mano nei cassetti della memoria. Ci va poco a ritrovarne tra le pagine della nostra più nobile storia. Certo è assai faticoso, per i politicanti, ammettere che vi compare un certo cognome per loro troppo ricorrente. Eppure tanti italiani sono andati incontro al pericolo invocando: Savoia! A loro, seduti su comode poltrone e stretti in bianchi colletti, non riesce proprio di pronunciarlo. Forse siamo ingenerosi devono essere quei colletti a stringere proprio un po’ troppo e strozzarne la voce. Meglio pensarla così sarà una sciocchezza ma almeno non fa male!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 20.06.2013
  
CASA ITALIA PRIMA I MURI, POI  I COLORI

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15/06/2013    

   La Costituzione-più-bella-del-mondo è in coma procurato. La nomina stessa della Commissione per la sua revisione l’ha dichiarata una cara estinta. Bella, ma imbalsamata. Non basta più dare una rinfrescata alle pareti del Tempio. Bisogna riedificare i muri portanti. Vedere il Sancta Sanctorum. Verificare se l’Italia sia solo un’espressione geografica, un accampamento, o è un’Idea che nell’Otto-Novecento si è fatta Realtà con un milione di caduti in guerra, milioni di feriti, mutilati, prigionieri, orrori e sperperi, ma anche orgoglio e riscatto. L’Idea c’era. E ora? Per comprendere la sfida del presente è necessario uno sguardo al passato. Tra il 1929 e il 1931 tra lo Stato d’Italia e la Chiesa cattolica venne combattuta una battaglia campale della lunga guerra per “fare gli italiani”. L’11 febbraio 1929 i Patti Lateranensi chiusero il contenzioso di un passato ormai remoto. L’annessione dello Stato pontificio da parte del regno di Sardegna (poi d’Italia), tra il 1859 e il 1870, non si risolse in “debellatio”, cioè nell’azzeramento totale del “potere temporale” dei Papi. A differenza di quanto si erano proposti i giacobini nel 1798, Napoleone  nel 1808  e i costituenti della Repubblica romana nel febbraio 1849,  con  i Patti Lateranensi la Terza Italia riconobbe lo Stato della Città del Vaticano. Però non abdicò affatto al proposito di “fare i cittadini”. Anzi, il 12 settembre 1929 il Ministero della Pubblica Istruzione fu denominato “dell’Educazione Nazionale”. Il suo titolare, Giuseppe Belluzzo, già deputato democratico, ingegnere, docente universitario e massone, venne sostituito col filosofo Giuliano Balbino, nativo di Fossano, massone a sua volta. Al sottosegretario per gli affari ordinari fu aggiunto il sottosegretariato  per l’Educazione fisica e giovanile, affidato al fascistissimo Renato Ricci, che lo tenne sino al 27 ottobre 1937, quando le sue competenze vennero assorbite dalla Gioventù Italiana del Littorio.
  Contrariamente a quanto temevano Benedetto Croce e i liberali, nel febbraio 1929 lo Stato non  delegò affatto alla Chiesa la formazione dei giovani (ovvero dei cittadini). Il governo Mussolini, anzi, ingaggiò la battaglia frontale per sottrarre all’Azione Cattolica gli spazi che questa si era via via conquistati anche su terreni non esclusivamente o preminentemente catechistici: l’associazionismo ricreativo e sportivo. Lo scontro giunse al culmine con lo scioglimento dei circoli dell’Azione Cattolica (marzo-agosto 1931). Papa Pio XI rispose con la pugnace enciclica “Non abbiamo bisogno”. L’armistizio fu suggellato dalla visita di Mussolini  in Vaticano. La vicenda è magistralmente  ripercorsa da monsignor  Piero Pennacchini, Officiale nella Segreteria di Stato vaticana, in La Santa Sede e il fascismo in conflitto per l’Azione Cattolica (Libreria Editrice Vaticana), corredato da un centinaio di documenti inediti.
  Nel 1931 la Chiesa stava facendo i conti con la marea dilagante di filosofie geneticamente anticristiane: il comunismo  della Terza internazionale, al potere nell’URSS e all’offensiva negl’imperi coloniali; il nazionalsocialismo montante in Germania; la Repubblica spagnola, accentuatamente anticlericale; il regime in vigore in Messico, duramente persecutorio contro i “cristeros”, su cui torna l’alessandrino don Fabrizio Casazza  in Il dito nel Sole. Religioni e costituzione in Messico (Libreria Editrice Vaticana). La Santa Sede si sentiva sotto assedio; doveva difendersi su molti fronti. In Italia apparvero sotto luce nuova gli avversari di un tempo: i liberali, allarmati per l’identificazione tra governo e Stato nel regime di partito unico, e la Monarchia. Lo Statuto risultò, qual era, il bastione delle libertà proprio perché enunciava l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle legge e la libertà dei culti (art.24). Nei decenni da Michele Coppino a Giovanni Giolitti lo Stato aveva rifiutato di ergersi a catechista. Ma proprio dopo i Patti Lateranensi, il regime pretese di forgiare il  cittadino: anima e corpi.   Nei Sacri Palazzi nessuno si era strappato le vesti quando i liberali erano stati travolti dagli errori propri e dalla tracotanza del nazional-fascismo: agli occhi dei clericali rimanevano impeciati da alleanze elettorali con democratici e socialriformisti cresciuti nei “blocchi popolari” d’inizio Novecento, privi di filosofia. Anche Casa Savoia era demonizzata perché aveva annesso lo Stato pontificio e ratificato la statizzazione dei  beni ecclesiastici. Era tempo di revisione e conciliazione vera, eppure, benché avessero tanti  nemici in comune, le distanze fra la Chiesa e i liberal-monarchici furono ridotte ma non vennero colmate. Se ne videro le catastrofiche conseguenze  quando all’interno del partito unico prevalsero le componenti originariamente repubblicane e fondate sul primato dello scientismo: terreno di convergenza tra ideologie non solo diverse ma persino opposte, cementate nel nazionalcomunismo all’italiana. Dal 1937 la Gioventù Italiana del Littorio e il nuovo Regolamento del Partito nazionale fascista accelerarono l’attuazione della pedagogia del regime. Tra i Vati di quegli anni (d’Annunzio, Pirandello, Marinetti…) i più rimasero assopiti o deliranti. Nessuno parlò chiaro e forte.
  Quei precedenti non sono o non dovrebbero inutili per riflettere sulla riforma della Costituzione ora affidata a una commissione di saggi (con aggiunta di tecnici), di cui  non si sentiva alcun bisogno (nel 1946-47 i costituenti furono autosufficienti).  La sua preoccupazione preminente, dettata dal Quirinale e dal governo Letta, si circoscrive alla corteccia della vita nazionale (numero dei componenti delle Camere e rispettivi poteri, configurazione e prerogative degli organi costituzionali, in costanza, però, della forma repubblicana, che è all’origine di tanti guai), mentre il dibattito sulla cittadinanza scade a questione amministrativa, a una carpetta di “certificati”.
 L’esperienza dell’Otto-Novecento ha insegnato che lo Stato è, come  Minerva, un dio polimorfo e polivalente. A differenza di quella di Achille, la sua lancia spesso ferisce ma di rado guarisce. Lo Stato dell’età liberale seppe darsi misura, arginarsi, guardarsi dalla tentazione dell’onnipotenza, perché aveva un disegno, una “cultura”: la legge garante della libertà di tutti. Lo Stato super partes. Anche Giuseppe Garibaldi ripeteva che prima si edifica la casa, poi si discute sui colori da darle. Ma qual è oggi l’identità della “Casa Italia”? Solo tasse e rendiconti a poteri esterni? Oltre la corteccia vi è il tronco, la linfa, la vita: l’anima della Storia. Ma oggi quell’anima, almeno nel caso della Casa Italia, pare smarrita… La ritroveranno i giovani? Lo fecero due secoli orsono. La storia procede come un fiume carsico. Per ora si vedono soprattutto pietre e sabbia. Poi, chissà.

Aldo A. Mola

DATA: 18.06.2013
  
ROMA: A CHE (NON) SERVONO 19 CANDIDATI SINDACI E 40 LISTE

Archiviata l’elezione del Sindaco con la vittoria scontata di Ignazio Marino, dopo il ballottaggio, visti quali erano stati i risultati del primo turno, oltre tutto con gli astenuti, saliti al 55% dal 47,8%, possiamo fare alcune banali considerazioni su questa elezione che ha visto il record di 19 candidati sindaci, di 40 liste e circa 1900 candidati, essendo alcune liste incomplete. Ebbene qual è stato il risultato di questa massiccia presenza di candidati e di liste che non lasciavano vuoto nessuno spazio politico, istituzionale, ideologico, sociale e sportivo dall’estrema destra all’estrema sinistra ? Nessuno! 47,8 persone su 100 non hanno trovato in questa “offerta” nessuna risposta alle loro “domande” per cui il voto si è concentrato su tre candidati, aventi una base elettorale certa e su di un “outsider” che aveva larga disponibilità di mezzi ed il cognome di una famiglia più che nota a Roma. Gli altri 15 candidati, che complessivamente hanno raccolto il 5,19% dei suffragi, possono obiettare che i loro nomi ed i loro programmi non sono stati portati a conoscenza degli elettori da parte e degli organi di stampa e delle televisioni e questo è in parte esatto, però prevedibile per chi conosca proprietà ed indirizzi politici e partitici degli organi di (dis)informazione, ma la loro presenza è anche passata inosservata perché, probabilmente,  la mancanza di mezzi finanziari, anche questa però prevista o prevedibile,ha impedito loro di tappezzare Roma con i manifesti, di organizzare decine d’incontri e di spedire migliaia di lettere, magari non avendo nemmeno indirizzari. Guarda caso tra i 15 gli unici tre che hanno potuto fare un po’ di pubblicità, o che avevano dietro un  partito esistente da tempo, o un gruppo consistente di liste apparentate, hanno potuto raggranellare rispettivamente il 2,23,  l’ 1,20 ed il 0,59%, cifre lontanissime dal quoziente minimo necessario tenuto conto che il numero di consiglieri da eleggere era stato ridotto a 48, effettivamente pochi per una città come Roma, che fin dal suo primo storico Consiglio Comunale, dopo il 20 settembre 1870, ne aveva avuti sessanta. Quello che i nuovi candidati non avevano avvertito era, per molta parte dell’elettorato, la delusione o la disillusione provata nei confronti della politica in genere, nonché una stanchezza psicologica di moltissimi elettori divenuti insensibili alle promesse, e questo nel mezzo di una crisi economica di cui non si vedono sintomi di ripresa,ed anche alcuni volti nuovi dichiarandosi contro tutto e tutti, hanno contribuito inconsapevolmente ad aumentare disistima,  disinteresse, e fatalismo che hanno portato a questa astensione maggioritaria,alla quale non ha minimamente giovato la votazione in due giorni. A questo proposito l’eccezione italiana al voto in una unica giornata,come è negli altri paesi europei e negli Stati Uniti, favorisce solo partiti o movimenti organizzati capillarmente su tutto il territorio nazionale e che dispongono di scrutatori e rappresentanti di lista in tutte la sezioni elettorali i quali alla fine della prima giornata di votazione possono spulciare i nomi dei non votanti,di cui forse zona per zona possono in molti casi conoscere anche l’orientamento politico e svolgere quindi una efficace azione di stimolo su quelli a loro vicini, organizzazione che non possiede l’attuale centro-destra che dai due giorni quindi non ha tratto vantaggio. Gli assenti,in conclusione, tranne i pochi veramente giustificati, hanno sempre torto e le decisioni ed i provvedimenti che saranno presi dai minoritari, ma legittimi vincitori,  potranno anche incidere pesantemente sulla loro vita quotidiana senza che loro possano protestare ed accampare alcun diritto e giustificazione.
Domenico Giglio, Vicepresidente Circolo REX - Roma
DATA: 14.06.2013
  
QUANDO I DEFUNTI FANNO PIU’ PAURA DEI VIVI

Ma è mai possibile che in questo Paese non si riesca a pacificare gli animi e a fare i conti con la nostra storia? Quello che è accaduto a Varese lo scorso Giovedì ha dell’incredibile! Si è quasi sfiorata la rissa in Consiglio Comunale per un ordine del giorno presentato dal PD con il quale si chiedeva di annullare un’ordinanza del 1924 dove il Comune di Varese aveva conferito a Benito Mussolini la cittadinanza onoraria. Per la cronaca la mozione è stata respinta. Benito Mussolini rimane cittadino onorario di Varese. I più ansiosi oggi si chiederanno: Che cosa accadrà ora? Ritornerà il fascismo? o peggio ancora ritornerà la guerra civile? verranno di nuovo americani ed inglesi a bombardarci? Le menti più lucide non credono che tutto ciò possa avvenire, mentre le menti più labili sono già visibilmente in allarme. A 68 anni dalla fine del fascismo e dalla morte del suo leader, siamo ancora lì fermi alle divisioni ideologiche. Ma non era caduto il muro di Berlino? con la nascita del Governo Letta non era scoppiata la Pace universale? Quello che più incuriosisce sulla vicenda della ridente cittadina lombarda è esattamente questo: Che senso ha togliere la cittadinanza onoraria ad una persona defunta? e perché proprio oggi e non dopo il 1945 all’indomani del fallimento dell’esperienza fascista? e soprattutto, siamo sicuri che questa sia la priorità per il Comune di Varese? E ancora, possiamo veramente togliere onorificenze a persone nate e vissute nei secoli scorsi cancellando ipocritamente un passato, che quando era presente, fu creato dalla maggioranza degli italiani? A mio avviso sicuramente no! Come a mio avviso, non si possono ancora lasciare all’estero le salme dei nostri Re d’Italia con le rispettive consorti illudendoci di lasciarli fuori anche dalla nostra storia patria. Ai defunti non si espropriano le loro onorificenze, come non si serba rancore ai morti, da qualsiasi fazione o schieramento essi provengano. La storia di ogni Paese va accettata per quello che è, con tutte le sue traversie e con tutti i suoi onori, senza darne giudizi morali. Lasciamo alla storia il suo ruolo, ovvero uno strumento per cercare di capire il presente, per spiegarci perché siamo arrivati fin qui. Non si può far finta di nulla, e cioè che determinati eventi non siano mai accaduti, rimuovendoli per sempre dalla nostra memoria.  Ogni evento deve essere analizzato e contestualizzato in quel particolare momento storico dove esso si realizzò, sia se si trattò di un errore sia se non lo fu. Non si può a mio avviso capire la storia con la mentalità dell’oggi e con il senno del poi. Ma forse è un’altra la domanda che dovremmo farci e che rappresenta meglio l’attuale momento politico, e cioè: non dovremmo forse aver più paura di certi politici vivi che stanno portando alla rovina il nostro Paese? In questo periodo di crisi economica devastante dove la maggior parte della popolazione vive in condizioni critiche non è sicuramente la questione sulla cittadinanza onoraria di Mussolini a farci paura. Restituiamo la storia agli storici, e la politica ai politici (quelli veri), sperando in un futuro migliore.
Roberto Carotti, Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 13.06.2013
  
TORNA NAPOLEONE…  LA PIRAMIDE AL CASTELLO DI MARENGO

Editoriale di Aldo Mola pubblicato sul Giornale del Piemonte del 09/06/2013

Napoleone   Il 5 maggio 1805 Napoleone, imperatore dei Francesi dal 2 dicembre dell’anno prima, e prossimo all’incoronazione in Milano a Re d’Italia presiedette alla solenne posa della prima pietra della Piramide che avrebbe ricordato a Marengo la vittoria del 14 giugno 1800: saldò tre anelli della “grande storia”, la sua personale, quella dell’età postrivoluzionaria e quella mistica, i cui segreti portava con sé nel misterioso “Libro del destino” rinvenuto nella spedizione d’Egitto del 1798-99. L’Egitto tornò continuamente nell’ideario napoleonico: ne fu documento il Tempio edificato e incendiato alla Porta della Riconoscenza a Milano il 15 agosto 1807…   Veduta da lontano la piana di Marengo, presso Alessandria della Paglia,  poco a est della confluenza tra Tanaro e Bormida, in tutte le stagioni è un’esile linea di brume, ora gelide, ora opache. Ne esala la Storia. Remota nel tempo, la battaglia del 14 giugno 1800 tra l’Armata di Riserva guidata da Napoleone e quella austriaca agli ordini del feldmaresciallo Melas risulta caotica zuffa, dall’alba al tramonto di una  giornata torrida, tra migliaia di fanti e di cavalieri, tra ordini e contrordini e rullio di tamburi. Tutto tra gli spasimi degli agonizzanti, le urla dei feriti, il crepitio di fucili più fragorosi che precisi e il rombo di cannoni, pochi ma micidiali per chi veniva investito dalla loro mitraglia. Veduta due secoli dopo, quella di Marengo è una delle centinaia di battaglie che le Potenze europee trovarono comodo combattere nella fertile, popolosa, ricca Pianura Padana per tenere la guerra  lontana dalle loro case. Non fu un assedio concluso con l’espugnazione di una città e il massacro della popolazione, ma una sorta di grande manovra militare in campi pressoché desolati. I due comandanti si batterono con determinazione pari alla cortesia cavalleresca.    Anche veduta da lontano quella giornata risulta comunque decisiva per l’Italia. Poco dopo mezzogiorno Melas  scrisse all’imperatore Francesco II d’Asburgo di aver sconfitto l’Armata di Napoleone Bonaparte, Primo Console.  Ma in poche ore l’esito venne  capovolto. Proprio quando i francesi, ormai in vulnerabile linea obliqua, stavano ripiegando, richiamato dal fragore delle cannonate il trentaduenne generale  Louis Charles Antoine Desaix sopraggiunse con i cinquemila uomini del corpo spedito da Napoleone verso sud-est. Era in corso una partita enorme. Costretti i francesi di Massena a sgombrare Genova, gli inglesi progettavano di sbarcare  tra Marsiglia e Tolone per richiamare a sud le armate schierate sul Reno e attaccare la Francia da nord. Sarebbe stata la fine del sogno nato tra il 1789 e Termidoro, con la prima campagna di Napoleone in Italia e tante repubbliche sorte sull’esempio di quella francese. Tutto si giocò in poche ore: Desaix guidò la carica e travolse il nemico ma fu colpito a morte. Eroe sacrificale. Sul campo di Marengo Napoleone Bonaparte ebbe il meglio dei generali che legarono il nome alle sue vittorie: Lannes, Gioacchino Murat, Kellerman, Bessières, Berthier…Anche i comandanti asburgici erano sperimentati e valorosi, incluso il giovane Neipperg.  Guadagnato il potere con il colpo di stato del 18 brumaio 1799 ordito da suo fratello Luciano, il vero politico della famiglia, coi poteri di Primo Console Napoleone era giunto in Italia dal passo del Gran San Bernardo: meglio di Annibale, secondo quando egli stesso scrisse orgogliosamente nelle “memorie di Sant’Elena”. Anziché puntare sull’Armata di Melas, attestata tra Piacenza e Genova, andò diritto a farsi festeggiare in Milano. Poi tentò il nemico,  l’aggredì e a Marengo lo sconfisse. Sommò la virtù e la fortuna. Ottenne il Nord-Ovest sino al Quadrilatero: la linea nel 1859 raggiunta da suo nipote Napoleone III e da Vittorio Emanuele II di Sardegna. La storia si ripete…   Per solennizzare la vittoria, coniò il celeberrimo Marengo d’oro (moneta del valore di venti lire), che recava sul dritto Minerva Armata e sul retro il motto Liberté-Egalité, Eridania, nome classico della Valle del Po. Quel giorno Bonaparte non vinse solo gli Austriaci ma anche i nemici interni, a cominciare dal generale Moreau, che non lo aiutò affatto.   Veduta da lontano Marengo è però anche altro: la ri-velazione dell’ispirazione segreta di Napoleone. Sette giorni prima del Solstizio d’Estate 1800 il Primo Console scommise sulla Vera Luce. Questo è il terreno di nuove ricerche. Nel 1798 il trentenne Bonaparte salpò per l’Egitto per recidere i garretti dell’Inghilterra strappandole i domini coloniali diretti e indiretti, dal Vicino Oriente all’India. Nella tappa a Malta, che sottrasse ai Cavalieri Giovanniti (o di Rodi o “di Malta”), ai quali poi contrappose i Templari, secondo  François Collaveri, massimo studioso di quell’affascinante trama, Napoleone venne iniziato alla Massoneria: non al  Rito Scozzese antico e accettato (istituito a Chrarleston nel 1801 e poi da lui protetto) ma forse proprio a un rito egizio: retaggio di Cagliostro. Da lì l’appassionamento per il culto solare, al quale rese omaggio il 12 agosto 1799. Vinta la battaglia delle Piramidi, mentre ben altro urgeva (la sua flotta era stata distrutta dagl’inglesi di Horatio Nelson  ad Abukir) Napoleone trascorse la notte nella Camera del Faraone nella Piramide di Cheope, come avevano fatto Alessandro Magno e Caio Giulio Cesare: uomini del  Destino (o Cosmico-Storici, come scrisse il filosofo Hegel). Era in cerca della Parola Perduta. Quale risposta ebbe?   Ora Marengo è terra fertile per la ricerca del Tempo. Ideata ora si erge una nuova piramide a ricordo di quella voluta  da Napoleone quando sostò mentre andava a Milano per assumere la Corona Ferrea, emblema della regalità in Italia, ed elevare  a viceré suo figlio adottivo Eugenio di Beauharnais: il principe  che il 14 giugno 1800 ordinò al suo seguito di scostare i cavalli per non calpestare un asburgico ferito: il valore esige rispetto.  La Piramide è sintesi di Misura e di Equilibrio. Insegna che la guerra ha senso se prepara pace durevole e progresso per tutti, a cominciare dalla libertà di culto, inclusi ebrei e islamici rispettosi delle fedi altrui, come gli arabi del seguito di Desaix, il generale Menou ch si convertì all’islam durante la spedizione in Egitto e fu primo Governatore francese del Piemonte, convertitosi in Egitto, e i Mamelucchi fedelissimi all’imperatore. Desaix fu tumulato al Gran San Bernardo, ma è ricordato anche alla Vigna Santa, ove forse cadde, e nel parco di Villa Delavo a Spinetta Marengo. Con Napoleone torna ad Alessandria tanta storia  di un’Europa fa: nel segno della Piramide (*).
Aldo A. Mola
(*) “Napoleone e il mistero della Piramide”, tema indagato a fondo da Roberto Giacobbo,  conduttore di “Voyager” e direttore del mensile omonimo che salda ricerca e divulgazione, è al centro del convegno “Napoleone e il mistero della Piramide” organizzato al Marengo Museum (Spinetta Marengo, Alessandria, 15 giugno 2013, ore 9.30) dal Centro Mario Pannunzio- Urbano Rattazzi, con interventi di Fabrizio Grossi, Giovanni Guanti, Marco Bragadin, Massimo Barbetta e Aldo A. Mola. 
DATA: 08.06.2013
  
CREDERE, OBBEDIRE… E  VOTARE

Alemanno SindacoL’intervista  dell’architetto  Fuksas,nelle  pagine  della  Cronaca  di  Roma  del  Corriere  della  Sera ,del  5  giugno ,merita  di  essere  conosciuta  anche  fuori  Roma, perché  tipica  della  mentalità  degli  elettori  di  sinistra, anche  quando  trattasi  come  in  questo  caso  di  persona  culturalmente  qualificata, che  si  definisce  “comunista”. Interrogato sul suo prossimo voto  al  ballottaggio  per  il  Sindaco  del  Comune  di  Roma, Fuksas, pur dichiarando  di  votare  per  il  candidato  delle  sinistra, Marino, dice  testualmente: “Veramente  non  so  nulla  di  lui, non  so  cosa  porterà, quali  sono  le  sue  idee… sono  mosso  da  spirito  di  appartenenza… si  tratta  del  mio  Dna… so  che  è  un  medico  e  basta…”  il  che  è  un  po’  poco  per  chi  vuole  amministrare  una  metropoli  come  Roma   e  questa  posizione  è  senza  se  e  senza  ma, pur  riconoscendo ad Alemanno  di  essere “…l’unico  ad  aver  portato  avanti  il  Palazzo  dei  Congressi… quando  è  arrivato (dopo  Veltroni)  il  cantiere  era  un  buco  riempito  d’acqua. E l’altro  buco  era  quello  del  bilancio, perché  c’era  davvero…”. A questo punto ritornano allamente, per associazione d’idee, i  “trinariciuti” di  Guareschi, pur  non  considerando  certamente  il  Fuksas  tra  questi, e  le  relative  vignette  sulla  “Unità” che ordinava qualcosa ai compagni che obbedivano ciecamente, al  quale  ordine  seguiva  il  contrordine  perché  nel  giornale  vi  era  stato  un  refuso  tipografico! Questa  di  Fuksas  è  in  ogni  caso  una  lezione  per  gli  elettori  del  centro-destra  che  invece  di  votare  si  dilettano  con  i  loro  distinguo, “Sì, ma  però  poteva…”, “oggi  vado  al  mare”, “certo  era  meglio  un  altro…”, “Tanto  a  che  serve…”, “Con  quello  non  mi  metto  e  vado  per  conto  mio” e  simili  e  così  perdono  i  comuni, le  province, le  regioni  e  fermiamoci  qui .
Domenico  Giglio
Vicepresidente circolo REX di Roma
DATA: 05.06.2013
 
SAVOIA: TRE SECOLI DI CORONA REGALE

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 2/06/2013    

Vittorio Amedeo II Tre secoli fa, con la pace di Utrecht (1713), Vittorio Amedeo II di Savoia venne riconosciuto re di Sicilia. Con settecento anni di storia alle spalle, cresciuti da conti a duchi, guerra dopo guerra  i Savoia  entrarono definitivamente nel grande gioco  politico-diplomatico-militare di un’Europa che all’epoca andava da Vienna alla Patagonia, dalla penisola baltica alla Sicilia, alle Filippine…Nello stemma della Casa Savoia compaiono anche le insegne di re di Cipro e di Gerusalemme: non per vanità ma come esplicitazione di una filosofia della storia, del metodo di “fare politica”. Se non si pensa in grande non si conseguono neppure risultati minimi, come ricorda l’araldista militare generale Oreste Bovio.  Premessa al passaggio da duca di Savoia a re di Sicilia (poco dopo forzatamente mutata con la Sardegna) fu la vittoria di Torino del settembre 1706 contro l’assedio  dell’armata di Luigi XIV.  Vittorio Amedeo, soccorso dal cugino Eugenio di Soissons, (“Achille sabaudo al servizio degli Asburgo” come sintetizzano Wolfgang Oppenheimer e Vittorio G. Cardinali in La straordinaria avventura del Principe Eugenio, Mursia), vinse perché contava sulla fedeltà dei regnicoli, dalla Valle d’Aosta a Nizza, tutti uniti contro la prevaricante occupazione straniera. Il riconoscimento del rango di re venne ribadito nel tempo e costituì  il fondamento storico formale e sostanziale del “patto” tra sovrano e popoli.   L’acquisizione del 1713 fu anche la base concettuale remota ma durevole e solida delle “annessioni” del 1848-1870. Accecata  dall’esaltazione di cospirazioni, insurrezioni e del volontariato garibaldino (realtà importanti ma non determinanti) , la storiografia tardò (e ancora tarda) a cogliere la centralità del 1713 per la nascita  dello Stato d’Italia,  e tuttora  lo declassa a episodio di conflitti dinastici. Il rango regale del 1713 va invece veduto per ciò che fu: primo esperimento dell’esercizio della sovranità  da parte di un Re capace di conciliare le legittime aspirazioni della Casa e dei suoi popoli con la pax europea.  Vittorio Amedeo II risultò l’unico sovrano in Italia a unire lotta per l’indipendenza e visione  europea. Non per caso non furono né la Lombardia (suddita di tanti signori), né la Serenissima Venezia, non la Superba Genova, né la Toscana medicea e poi asburgica, non Napoli (che tra il 1713 e il 1734  cambiò tre sovrani in vent’anni), né, meno ancora, la Roma dei Papi, a progettare poi l’unificazione degli italiani in uno Stato indipendente e libero di  farsi accentrato o federale.
  
La dirigenza sabauda sapeva  da sempre che il crinale alpino occidentale è la cerniera d’Europa. Da quell’intelligenza scaturirono i giganteschi valichi  stradali e ferroviari realizzati da Napoleone il Grande e poi da Camillo Cavour.  Però proprio l’unificazione del 1861 fermò la realizzazione di alcune grandi opere. Fu il caso della ferrovia da Torino alla Costa Azzurra, riduttivamente detta Cuneo-Nizza: ripiegamento da una visione geniale a un’ottica localistica. I massimi ingegneri ferroviari dell’Ottocento sapevano bene, invece, che i progetti sono  più credibili  se respirano largo. L’ingegnere Giacomo Cora propose la linea Milano-Saluzzo- Marsiglia  passante per la impervia Valle Maira, alternativa alla Cuneo-Nizza, osteggiata da Giuseppe Biancheri che voleva dirottare tutto il traffico a beneficio della “sua” costiera ligure. Nel 1915 Marco Cassin, ebreo, deputato giolittiano, presidente della Camera di Commercio di Cuneo, propose di esigere subito dalla  Francia la rettifica del confine alpino e il completamento della linea ferroviaria, quale attestazione della gratitudine di Parigi per l’intervento dell’Italia contro gl’Imperi Centrali. Nel 1940 il podestà di Cuneo, Michele Olivero, tracciò l’autostrada Torino-Nizza: un rettilineo di cento chilometri, senza tante chiacchiere. I mezzi tecnici per farla già c’erano. Mancò lo Spirito.  Poi si spense. Pisi ramificarono  “istituzioni europeistiche”, come rampicanti parassitici su antiche mura ed archi, più il collegamento Piemonte-Europa si appannò.  Adesso dilaga la miopia di chi antepone arcaici sentieri alla realizzazione  di opere vitali per i popoli alpini.  Se davvero si vuole rilanciare la Cuneo-Nizza  bisogna proporla come Milano-Barcellona.  Tornare a Vittorio Amedeo II significa recuperare la capacità di pensare  in europeo, e concepire Torino non come scenario per corse a piedi o in bicicletta ma quale volano di civiltà. Elevata da borgo a capitale del Ducato con Emanuele Filiberto e capitale di un regno dal 1713, nel 1864 Torino passò la mano a Firenze (chi se lo ricorda centocinquant’anni dopo?) e poi a Roma (20 settembre 1870), grazie alla stoltezza di Napoleone III e alla brutale forza della Prussia di Bismarck, non per valore di garibaldini né per occulte trame di massoni. Lì il Piemonte  riversò generosamente uomini e idee, sino all’esaurimento delle sue risorse. Oggi è una terra “in cerca”. Gli farà bene riflettere sulla grande svolta del 1713.

Aldo A. Mola
(*)  Il 7 e 8 giugno al Maschio della Cittadella  di Torino  si svolge il convegno “Utrecht 1713: i Trattati che aprirono le porte d’Italia ai Savoia” organizzato dalla Associazione Torino 1706, animata da Gustavo Mola di Nomaglio, in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e altri enti e sodalizi: quasi cinquanta promettenti relazioni.   
DATA: 30.05.2013
   
LA GLOBALIZZAZIONE

Globalizzare l’economia, i mercati finanziari, l’industria, le cooperative, il commercio, le banche, le assicurazioni e tutte le componenti che fanno e creano lavoro, ha creato, negli stati sociali più deboli e nell’intera comunità, l’incertezza per il futuro, portando alla frammentazione dello stato sociale, delle comunità, della popolazione, dove si riflettono gravi e oggettive difficoltà nelle piccole e medie imprese, nelle famiglie, nei pensionati e nelle persone che hanno perso il posto di lavoro.
Questo sistema ha e sta provocando una crisi irreversibile, atta ad abbassare il tenore di vita di ogni singolo individuo, portando il livello di sostenibilità ai più bassi livelli percorribili. Tutto ciò è stato creato da una scellerata ascesa al consumismo, con un processo finanziario, incrementato da un credito fittizio, per la mancanza di liquidità, e alle manovre azzardate delle banche che hanno lavorato su titoli e borse, con una paralisi finanziaria e con fallimenti a catena.
Ne consegue il pericolo di una bolla finanziaria nell’edilizia e non solo, con il blocco dei prestiti a medio e lungo termine. Sono stati bruciati miliardi con le borse al ribasso, a discapito dei risparmiatori ed azionisti che per poter avere il dovuto devono rifondere denaro nelle banche per ricapitalizzarle.
La globalizzazione è la vera frammentazione dello stato sociale ed, in ultima analisi, la precarietà della moneta unica, l’Euro, che essendo volutamente sopravalutata, ha creato nella zona europea un vero flagello.
Grecia, Spagna, Italia, Irlanda Portogallo, Cipro si trovano in grave difficoltà finanziarie e a pagarne le conseguenze è sempre il popolo cosiddetto “sovrano”.
Walter Bianchini - Club Reale Mafalda di Savoia (Svizzera)
DATA: 03.06.2013
 
ROMA: PRESENTATO “IL SERAFINO CON LE DIECI ALI” DI ERINA RUSSO DE CARO

ROMA: PRESENTATO “IL SERAFINO CON LE DIECI ALI” DI ERINA RUSSO DE CARONel salone del Convento SS. XII Apostoli di Roma, sede della comunità dell’Ordine Francescano Frati Minori Conventuali, si è tenuta la presentazione del recente libro della Contessa Erina Russo de Caro “Il Serafino con le dieci ali - Gentile da Fabriano e la Verna”. A presentare il volume, oltre all’Autrice, il Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana Davide Colombo, Mons. Luigi Falcone e Padre Isidoro Liberale Gatti, moderati dal Padre Parroco Mario Peruzzo. La recente pubblicazione della studiosa del francescanesimo Erina Russo de Caro è un'analisi iconologica di un quadro quattrocentesco dipinto dal marchigiano Gentile da Fabriano e riguardante il tema “San Francesco riceve le stimmate sul Monte la Verna”. L'Autrice analizza il significato nascosto del quadro, portando alla luce gli aspetti che un occhio inesperto non noterebbe: il Serafino rappresentato con dieci ali anziché le canoniche sei, la Croce che non è stata voluta rappresentare ma che c'è in maniera figurata e molti piccoli dettagli che ripercorrono la vita delIl Serafino con le dieci ali - Erina Russo de Caro Santo sul Monte che gli venne regalato da un nobile toscano per insediare la prima comunità francescana. Nel 1930, in occasione delle nozze della Principessa Giovanna di Savoia con il Re Boris di Bulgaria, il Presidente del Senato Luigi Federzoni volle offrire alla Coppia Reale un dono prezioso e di valore (vista anche la nota devozione francescana della Principessa): un quadro che sembrava la copia del noto di Gentile, acquistato presso un antiquario romano. Il quadro non era firmato e Federzoni chiese un parere tecnico al critico d'arte Adolfo Venturi, il quale attribuì a Giovanni di Palo l'opera. Solo successivamente si scoprì che il vero autore era un contemporaneo e concittadino di Gentile, ovvero Antonio da Fabriano. La Regina Giovanna amava tantissimo quel quadro e non se ne volle mai separare. Lo lasciò per testamento al Comune di Assisi e ancora oggi è collocato proprio nell'ufficio del Sindaco. Il saggio della Russo de Caro va ad analizzare anche altri aspetti della storia francescana che si interseca con la storia del quadro: dalla vita di Papa Martino V ai luoghi francescani delle Marche. Un pregevole lavoro che ha voluto parlare anche di Casa Savoia.
All’evento era presente il Presidente onorario U.M.I. Sergio Boschiero e l’editore dott. Alfredo Meleleo. È seguito un piacevole rinfresco organizzato dai frati dei SS. Apostoli, comunità della quale l’Autrice fa parte in quanto terziaria francescana.

Erina Russo de Caro
IL SERAFINO CON LE DIECI ALI - Gentile da Fabriano e la Verna
Casa Editrice Cromosema, Roma, 2012        euro 8,00 isbn 9788889414170
www.cromosema.it
DATA: 30.05.2013
  
FU IL PIEMONTE A VOLERE ROMA CAPITALE

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 26/05/2013    

  Fu Roma a unire l’Italia e nell’Ottocento fu l’Italia a volere Roma capitale con Vittorio Emanuele II di Savoia re costituzionale: un lungo cammino alla ricerca dell’identità nazionale e della missione universale. Il Piemonte ebbe un ruolo fondamentale con Re Vittorio, Cavour, Gustavo Ponza di San Martino. Quel processo suscitò divisioni superate nel tempo. L’identificazione di Roma con l’Italia e viceversa richiese sessant’anni di lotte (1808-1870), sessanta di dispute (1871-1929) e si concluse nella Conciliazione del 1929: un approdo considerato impossibile da chi sperava che la “questione romana” (e quella “cattolica”) prima o poi avrebbero causato il crollo dello Stato unitario, oggi dichiarata patrimonio comune.   A volere Roma capitale d’Italia furono Cavour e Garibaldi. Vittorio Emanuele II accettò il “brut fardel”, un carico enorme che oggi sono in tanti a condividere, perché divisi si perde sempre.     Nella seconda metà del Settecento fiorirono le idee di Risorgimento e di Italia. Roma rimase invece in sordina. Nel celebre saggio su Quale dei governi liberi meglio convenga all’Italia  Melchiorre  Gioja si appella ripetutamente al clero ma non cita mai Roma.    Neppure durante l’ “età francese” Roma si affermò come epicentro civile dell’Italia in Europa. La deportazione di Pio VII in Francia e il conferimento del titolo di re di Roma da parte di Napoleone I al figlio  Francesco Carlo Napoleone (Napoleone II) non riscattò la Città Eterna  da città periferica rispetto a Parigi, capitale dell’Impero, e persino a Milano (del Regno  italico) e a Napoli (del regno di Giuseppe I e Gioacchino Murat).  Durante la restaurazione, la  Roma di G.G. Belli ispirò sentimenti disparati. Non piacque a  Giacomo Leopardi, incantò il ventiduenne Giuseppe Garibaldi, non entusiasmò Alessandro Manzoni, divertì Massimo d’Azeglio.  Furono i neoguelfi, con il torinese Vincenzo Gioberti, a proporre la centralità di Roma per il Primato morale e civile degli italiani e poi per il loro RinnovamentoCon la Repubblica romana del febbraio-luglio1849 Roma divise: determinò una cesura che attraversò i decenni seguenti lungo i quali Vittorio Emanuele II, Cavour e una moltitudine di politici, scrittori, artisti e di ecclesiastici mirarono a  ricomporre l’unitarietà di Roma quale capitale del regno d’Italia senza intaccarne il ruolo metastorico di centro della Cristianità.  Dopo la proclamazione del Regno (1861) e l’annessione all’Italia (1870), la monarchia compì ogni sforzo per ottenere la pacificazione con la Santa Sede, conscia che il pericolo era altrove. Per esempio nel sinora poco noto “Circolo dei diritti dell’uomo” e nei circoli anticlericali  che nel 1881 aggredirono il corteo notturno traslante la salma di pio IX da San Pietro a San Lorenzo fuori le mura: una pagina tetra, lontanissima dal clima conciliatoristico coltivato dal piemontese p. Carlo Passaglia e da Luigi Tosti (abate di Montecassino) come dai massoni Agostino Depretis e Francesco Crispi.  Si comprende perché Giosue Carducci, mai dimentico del debito verso i suoi professori, i  padri  scolopi  Eugenio Barsanti, Geremia Barsottini e “Frate Cecco”, abbia rifiutato la Cattedra Dantesca, di presenziare allo scoprimento del monumento a Giordano Bruno di Ferrari in Campo dei Fiori e di celebrare un XX settembre di maniera. Alla retorica preferiva la prosa: quella di Giuseppe Garibaldi che propose la trasformazione di Roma in città industriale, con un porto fluviale, gli argini del Tevere e bonifiche.  Asceso al trono Umberto I proclamò Roma “conquista intangibile”. Su quel terreno migliaia di giovani docenti  e funzionari del regno, come il trentacinquenne Giovanni Giolitti, andavano a passeggiare al Foro e al Colosseo per trarne ispirazione e mirare a mete più elevate, universali: quelle additate dalla Associazione internazionale studentesca “Corda Fratres” ideata dal canavese Efisio Giglio Tos, da Giacomo Novikow in La missione dell’Italia, dai primi anni dell’amministrazione Nathan e nelle feste del Cinquantenario del regno orchestrate da Giolitti, ormai in vista del Patto Gentiloni che, dieci anni dopo la prima elezione di deputati cattolici, volle chiudere la contrapposizione tra le Due Italie.
   Conciliazione silenziosa e laicizzazione silenziosa fecero di Roma il faro delle nazioni  libere da imperialismo, nazionalismo e provincialismo. Un monito di valore attuale e perpetuo.

Aldo A. Mola
DATA: 30.05.2013
 
CELEBRATI IN SERBIA I FUNERALI DI STATO DEL RE PIETRO II, DELLA REGINA ALESSANDRA, DELLA REGINA MADRE MARIA E DEL PRINCIPE ANDREA, FRATELLO DEL RE

CELEBRATI IN SERBIA I FUNERALI DI STATO DEL RE PIETRO II, DELLA REGINA ALESSANDRA, DELLA REGINA MADRE MARIA E DEL PRINCIPE ANDREA, FRATELLO DEL RE.Con una solenne cerimonia religiosa, nel Pantheon Reale di Oplenac in Serbia, presieduta dal Patriarca della Chiesa Ortodossa Serba, S.S. Irenei, e concelebrata da tutti i Metropoliti, presenti anche le più alte gerarchie cattoliche e musulmane, si sono svolti il 26 maggio i funerali di Stato dell’ultimo Re di Yugoslavia, Pietro II, della consorte Regina Alessandra, della Regina Madre Maria e del fratello Principe Andrea, le cui salme riposavano in esilio.
L’evento, trasmesso in diretta dalle TV nazionali e accompagnato dal suono di tutte le campane delle chiese del Paese, si è svolto alla presenza del capo della Casa Reale Serba Principe Alessandro II e della Sua famiglia; del Presidente della Serbia Tomislav Nikolić, del Primo Ministro Ivica Dacic, del Presidente del Parlamento, di altri membri del Governo e autorità istituzionali.
Il Patriarca Irenei, il Principe Alessandro, il Presidente e il Primo Ministro hanno pronunciato, all’esterno del Tempio davanti a molte migliaia di serbi giunti da ogni parte del Paese, i discorsi commemorativi del Sovrano defunto e della dinastia Karađorđević, artefice della Serbia moderna, la cui memoria è sempre viva e amata in tutta la nazione.
All’evento hanno preso parte il Re Simeone II e la Regina Margarita di Bulgaria, il Re Costantino II e la Regina Anna Maria di Grecia; la Principessa ereditaria di Romania Margarita con il consorte Principe Radu; esponenti di Case Reali europee, medio-orientali e africane e tutto il Corpo Diplomatico accreditato a Belgrado.
Il Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta, Frà Matthew Festing, aveva designato suo rappresentante l’Ambasciatore dell’Ordine in Bulgaria, Camillo Zuccoli,  accompagnato dall’Ambasciatore dell’Ordine in Serbia, Alberto di Luca.
CELEBRATI IN SERBIA I FUNERALI DI STATO DEL RE PIETRO II, DELLA REGINA ALESSANDRA, DELLA REGINA MADRE MARIA E DEL PRINCIPE ANDREA, FRATELLO DEL RE.
Il popolo Serbo ha affollato il piazzale antistante il Pantheon Reale di Openlac

CELEBRATI IN SERBIA I FUNERALI DI STATO DEL RE PIETRO II, DELLA REGINA ALESSANDRA, DELLA REGINA MADRE MARIA E DEL PRINCIPE ANDREA, FRATELLO DEL RE.
S.A.R. il Principe Alessandro di Serbia con S.E. l'Amb. Camillo Zuccoli, presente alla cerimonia.

DATA: 27.05.2013
  
LA SCOMPARSA DEL PRINCIPE MAURIZIO D’ASSIA

La morte di Maurizio d'AssiaSi è spento nel giorno 23 maggio 2013 il principe Maurizio d’Assia. Legatissimo all’Italia egli era nato a Racconigi nel 1926 figlio della principessa Mafalda di Savoia e di Filippo d’Assia. Egli conservava lo spirito indomito dei suoi genitori. Il padre seppe, infatti, affrontare il cancelliere tedesco Hitler ponendolo di fronte all’evidenza della guerra perduta ed entrandovi in aperto conflitto. Sua madre perì, drammaticamente ma con incredibile dignità, nel campo di concentramento di Buchenwald dove i nazisti l’avevano deportata. Nel 1949, giovanissimo, ricevette dal Re Umberto II, in esilio in Portogallo, l’Ordine Supremo della Santissima Annunziata. L’Unione Monarchica Italiana desidera ricordarne la nobile figura continuatrice delle tradizioni che gli furono di guida e dei valori sani e giusti che ricevette in dono, fiaccola di speranza e coraggio, dai suoi straordinari genitori.
DATA: 24.05.2013
 
UN’IDEA D’ITALIA: RITORNO AL FUTURO

In riferimento all’editoriale apparso sul Corriere della Sera di oggi 23 maggio dal titolo “Un’ambizione troppo timida”, lo scrittore Ernesto Galli della Loggia esprime in modo chiaro quali sono secondo lui i problemi che l’Italia dovrà affrontare e risolvere in futuro se essa vorrà avere un ruolo determinante nell’Europa di domani. Egli afferma che per avere un ruolo da comprimaria nell’Europa futura l’Italia dovrà trovare una sua identità condivisa. Quella stessa identità di Nazione che in realtà l’Italia non ha mai avuto, perché secondo lo scrittore, all’indomani della seconda guerra mondiale i partiti repubblicani non potevano avere in quanto diversissime erano le concezioni sulla visione politica e sociale in quel particolare contesto storico. La repubblica infatti fu fondata sui valori dell’antifascismo che era il solo e unico comune denominatore di tutte le forze politiche che prevalsero dopo la seconda guerra mondiale. Una repubblica dunque nata contro qualcosa e non per qualcosa. Comunisti e democristiani decisero allora, prosegue Galli della Loggia, che il nostro destino dovesse essere solo l’occidente e l’Europa, e che il nostro orizzonte dovesse essere racchiuso solo in queste due dimensioni. Ma per far sì che il nostro Paese conti davvero in Europa non basta solo proclamarsi europei ma bisogna dare alle altre Nazioni la percezione di quello che noi siamo, cioè far capire agli altri quali siano le nostre peculiarità, le nostre ambizioni, quello che insomma vogliamo (un’idea dell’Italia che vada oltre l’antifascismo direi io)! Nulla da dire su quanto espresso da Galli della Loggia se non per il fatto che egli non indica una soluzione concreta a tali problematiche. A mio avviso l’identità va ritrovata nelle nostre radici storiche, ma non solo da quelle del secondo dopoguerra e quindi non solo dai valori dell’antifascismo, ma anche e soprattutto da quelle radici che hanno creato il presupposto per l’unità d’Italia. Bisogna ritrovare a mio avviso quel senso di appartenenza alla Nazione Italia che avevamo proprio negli anni antecedenti alla proclamazione del Regno d’Italia. Dobbiamo ritornare a sognare l’Italia che era e che potrebbe essere in futuro. Ma se si continua a considerare la storia d’Italia solo dal 1948, (tagliando quella antecedente) sarà difficile ritornare all’identità più profonda del nostro Paese. Solo il Risorgimento può veramente farci sentire uniti. Ricominciare da lì quindi, dai valori risorgimentali per creare un nesso cronologico tra quello che eravamo e quello che potremmo essere domani. Ritornare alla Monarchia quindi, che proprio con essa e solo in essa si coronò il sogno italiano.
Roberto Carotti - Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 23.05.2013
  
ROMA: ALESSANDRO VANNINI INCONTRA I MONARCHICI

Alessandro VANNINI - Roma Capitale - presso la sede dell'Unione Monarchica ItalianaPresso la Sede nazionale dell’Unione Monarchica Italiana, il Vice Presidente della Commissione Turismo e Moda, con delega al Sistema Parcheggi della città, On. Dott. Alessandro VANNINI, è intervenuto per un incontro con i monarchici romani in vista delle elezioni amministrative del prossimo fine settimana. L’On. Vannini ha parlato dell’attuale situazione politica capitolina e ha ribadito il proprio impegno per il quinquennio che deve venire nel caso gli venga riconfermata la fiducia degli elettori. Molti gli spunti di riflessione che sono emersi dall’interessante colloquio. Il lavoro della giunta Alemanno deve continuare e bisogna scongiurare il rischio di abbandonare la Città ad avventurieri. Vannini ha risposto alle domande degli intervenuti ed è rimasto contento per la calorosa accoglienza serbatagli dai monarchici.
Il vice presidente nazionale U.M.I. Vincenzo Vaccarella ha evidenziato le radici patriottico-monarchiche dell’On. Vannini, discendente di uno dei Bersaglieri che entrarono a Porta Pia nel 1870. Il Segretario nazionale Davide Colombo ha esortato i monarchici a non disperdere il voto verso liste minori e a confermare la fiducia verso uomini di valore, come Alessandro Vannini, che hanno dimostrato sul campo, durante l’amministrazione uscente, di avere senso civico e notevoli capacità. L’U.M.I. ha ribadito il proprio sostegno ufficiale al PdL in questa tornata elettorale nel Comune di Roma. Vannini è candidato al Consiglio Comunale e può essere votato (scheda azzurra) in tutto il territorio capitolino.
Nella foto l'On. Vannini si rivolge ai monarchici romani presso la sede nazionale U.M.I.


Alessandro VANNINI

DATA: 23.05.2013
  
DAL GRAN SASSO D’ITALIA AL TARPEO

A metà dell’ottocento Torino s’era fatta rifugio e tana sicura di centinaia di cospiratori, idealisti, faccendieri, giovani infervorati dalle passioni e così via. Su migliaia di bocche fioriva, assai spesso, una parola: Italia! Tra le tazze macchiate da caffè e cioccolata nei celeberrimi locali della capitale sabauda si intrattenevano lunghe conversazioni in cui nascevano e morivano idee, speranze, colpi di mano, azioni clamorose, rivoluzioni e via discorrendo. Tutto era un fiume di vorrei, magari, forse, potessi, se, ma ed altre forme condizionali che ben condivano le chiacchierate sottotono ma si concludevano fatalmente con misera inutilità. Molte parole, ad interminabili fiumi,  ma poca azione. I politici non avevano lo spirito, i diplomatici non potevano averlo ed i giovani restavano per lo più appassionati che, solitari od in coro, mancavano d’una guida. Lo spirito dei tanti era forte ma privo di chi potesse armonizzarne le focose energie. Il tempo dei “fatti” venne quando un nizzardo dai trascorsi avventurosi trasformò la parola in azione fino a prendere al suo fianco poco più di mille uomini e donne per l’azione clamorosa che permise di mettere insieme questo paese. Si chiamava, è ormai palese, Giuseppe Garibaldi! La molla compressa si liberò in tutta la sua forza e da quell’istante niente fu più come prima. Rimproverato di poca coerenza, lui nato mazziniano e repubblicano,  non esitò a capire che l’Italia poteva nascere solo sotto i tre colori stemmati di Casa Savoia: Italia e Vittorio Emanuele! Quant’è curiosa la storia  con quella sua tendenza a ripetersi periodicamente. Anni di parole spesso lamentose, anni di sogni non realizzati, anni passati a consolarsi per fatti ormai lontani nel tempo e che solo l’amore per la verità rende ancora attualizzabili, anni di autocompatimenti ed autocelebrazioni silenziose e così via. In questo paese si è tornati, ormai, alle molte parole inutili di quei caffè torinesi. Poi, quasi silenziosamente e d’improvviso, qualcosa cambia. Tornano i giovani, torna lo spirito garibaldino, la patria si dimena spasimando e la meglio gioventù, poca ma coraggiosa come quei mille, risponde. Niente moschetti, niente polvere nera e pallettoni nei tascapane ma solo, nelle tasche, pezzetti informi di voglia di costruire un Italia migliore. Qualche volantino, una bandiera, un sorriso ed una canzone.  Prima di invocare libertà, diritti, lavoro ed avvenire il loro grido “tonante dal Gran Sasso d’Italia al Tarpeo”, come scrisse Garibaldi nel proclama di Quarto, invoca partecipazione e desiderio di essere protagonisti del futuro per guadagnarsi, giammai elemosinare, un domani migliore. Coraggio giovani, coraggio a tutti noi, si accantonino i musi abbattuti in favore del sorriso perché quel vostro grido, pacificamente democratico ma fermissimo, torni a far sgretolare  il “tarlato trono della tirannide” su cui oggi siedono l’arrivismo più becero, il cinismo, la malapolitica ed i vizi nazionali che come zavorre annegano questa nostra cara terra natia. Diceva, tra l’altro, l’Inno di Garibaldi: Se ancora dell’Alpi tentasser gli spaldi, Il grido d’all’armi darà Garibaldi: E s’arma allo squillo, che vien da Caprera, dei mille la schiera  che l’Etna assaltò. Oggi non c’è bisogno, e guai a pensarlo, di imbracciare le armi perché la vera risorsa è la partecipazione, unita a dialogo e comunicazione. Qualcosa già va cambiando, la nostra gioventù risponde! Li abbiamo visti con il loro entusiasmo e le loro bandiere, con i loro cuori tricolori pronti a sposare idee sane e giuste. La marcia verso un nuovo risorgimento forse è davvero cominciata nell’animo delle nuove generazioni affiancate, con fede incrollabile, dalla precedenti. D’altra parte la pacifica battaglia ha il suono di poche parole. Un suono semplice, irrinunciabile e quasi dolce: Viva Italia!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 22.05.2013
  
RAI 3: GIOVEDì 16 MAGGIO SPECIALE SUL RE UMBERTO II

La storia siamo noi - Rai3Rai 150, per LA STORIA SIAMO NOI,  presenta: “ULTIMO RE”, un ritratto intimo e inedito di Umberto II di Savoia, in onda giovedì 16 maggio alle 23.05 su Rai3.
Nato per fare il Re, Umberto II incontra  il suo destino per appena un mese, quello del maggio del 1946. Poi, uscendo dalla porta posteriore del Quirinale, parte volontariamente per il Portogallo per un esilio che avrebbe dovuto essere transitorio e che invece diventò definitivo.  Il documentario di Carlotta Bernabei e Sergio Leszczynski, propone una lettura intima e del tutto inedita del personaggio di Umberto II di Savoia, una delle figure più controverse nella storia della casa reale a cui apparteneva. In appena due anni di luogotenenza  Umberto era già riuscito a recuperare consensi popolari e politici sia in Italia che all’estero.
Grazie a documenti inediti scovati negli archivi di Stato da La Storia Siamo Noi, emerge con chiarezza la volontà  di Mussolini di sminuire e  mortificare la  sua reputazione. Nei dossier dell’OVRA, la polizia del Duce, si parla chiaramente dell’antifascismo del principe e si legge tra l’altro:  “in una seduta segreta il duce ha dichiarato che in nessun caso il principe di Piemonte diverrà re per i suoi vizi e la sua vita sregolata”. Accuse che per molti storici sarebbero state avanzate più per timore da parte di Mussolini, di essere offuscato dall’immagine di un principe affascinante, bello e carismatico che per eventuali comportamenti inopportuni da parte  di Umberto II. Nel corso della puntata parlano di lui storici come, Alessandro Campi, Luciano Regolo, Aldo Mola, Gianni Oliva, Sergio Boschiero ed altri ancora. Ma anche i suoi parenti più stretti: la figlia Maria Gabriella e il cugino Amedeo d’Aosta. “E’ stato un uomo educato a fare il Re e che non l’ha fatto, afferma Maria Gabriella, sarebbe stato perfetto, onesto, integro, caritatevole, amante del prossimo non ne ho mai conosciuti di così…”.
DATA: 15.05.2013
 
LA SCOMPARSA DI OTTAVIO MISSONI: L'U.M.I. SI INCHINA DI FRONTE ALLA SUA LUMINOSA FIGURA DI PATRIOTA

LA SCOMPARSA DI  OTTAVIO MISSONI: L'U.M.I. SI INCHINA DI FRONTE ALLA SUA LUMINOSA FIGURA DI PATRIOTAOggi, 9 maggio 2013, ci ha lasciati uno di quegli uomini che, con la propria vita ed il proprio impegno, incarnano lo spirito italiano e ne diventano bandiera nel mondo. Ottavio Missoni è davvero da ricordarsi tra queste figure straordinarie. Atleta e grande stilista aveva portato il gusto ed il senso dell’italianità ovunque con le sue creazioni indimenticabili. Ma il suo amore per l’Italia veniva da lontano. Dalle speranze ancora vive tra le macerie di una Zara violentemente e ripetutamente bombardata, dalle sabbie cocenti ed infuocate di El Alamein dove aveva combattuto con tanti altri giovani, dalla melanconia dell’esilio di chi aveva subito il dramma dell’esodo delle popolazioni istriano giuliano dalmate. E lui, dalmata fierissimo ed orgoglioso, di quel dramma era sempre stato vivace testimone con tatto ed umanità senza il minimo accenno di rancore. L’Unione Monarchica Italiana, di cui egli fu amico, desidera manifestare il proprio cordoglio per la morte di una vera icona di quell’Italia sana e laboriosa che malgrado le mille difficoltà ed una storia travagliata ha sempre il desiderio di costruire il proprio futuro!
DATA: 09.05.2013
  
IL CORAGGIO DEL SACRIFICIO

Vittorio Emanuele IIIDiscusso, amato, invocato, odiato, deriso e chi più ne ha più ne metta. In quarantasei anni di regno Vittorio Emanuele III fu oggetto di ogni genere di giudizio al punto che la “grande storia” a distanza di decenni dalla sua scomparsa ancora non trova un equilibrio condiviso. Certo come ogni uomo non fu perfetto e regnò  con genialità alternata a fragilità così come  con momenti di grandezza ed altri discutibili. Il 9 maggio 1946 il Re soldato, il Re di Peschiera, abdicò in favore dell’allora Principe di Piemonte Umberto di Savoia. Molti giudicarono come tardivo quel passo che, certamente, non fu compiuto alla leggera. Per mesi, dopo l’armistizio inevitabile dell’8 settembre 1943, egli venne bersagliato non soltanto dall’odio degli avversari che alimentavano la propaganda della Repubblica Sociale ma soprattutto da quello dei molti partiti che nei governi del “Regno del Sud” già pensavano a spartirsi l’avvenire d’Italia dopo aver liquidato la Corona capro espiatorio di tutti i mali italici.  Vittorio Emanuele si fece carico, con coraggio e spirito di sacrificio, di tutte le difficoltà che la guerra di liberazione comportava e dei conti che gli venivano a torto od a ragione imputati oltre alle umiliazioni quotidianamente inflittegli dagli Alleati. Fuggire dalle responsabilità sarebbe stato indubbiamente semplice ma lui, accusato troppo spesso di celebri e fantasiose fughe, lasciò il trono solo quando l’opera fu del tutto compiuta e la guerra terminata. Per salvare il regno diede la luogotenenza al figlio affinché potesse avviare un processo di rinnovamento tenendo però sulle proprie spalle i pesi morali e le responsabilità che troppo spesso gli venivano imputate. Fu coraggio anche questo e non stupiscono quindi le parole che il Re disse ad AmedeoVittorio Emanuele III Guillet quando questi lo raggiunse a Brindisi nel 1944: Si ricordi che noi passiamo ma l'Italia rimane e bisogna servirla sempre in ogni modo, perchè la cosa più grande che possa avere un uomo è la propria patria! Stanco e ferito nell’animo visse i suoi ultimi giorni nell’esilio, divenuto poi perenne, ad Alessandria d’Egitto dove ebbe a scrivere nel 1947: Viva l’Italia ora più che mai! Se non fu una prova di grandezza storica lo fu certo d’umiltà, la stessa che alimentò i suoi giorni egiziani fino alla scomparsa con la mano stretta a quella dell’amatissima Regina Elena. Vorremmo vedere nell’Italia di oggi uomini con lo stesso amore, con lo stesso cuore e con lo stesso coraggio di accettare ogni genere di umiliazione pur di servire fino all’ultimo la propria terra. Mi dispiace ma, non so voi, io non ho l’impressione di vederne di questi tempi. D’altra parte i buoni esempi in questo Paese dalla memoria corta si preferisce lasciarli in esilio anche da scomparsi e questo, tristemente, è davvero tutto dire. Ricordare le grandi riforme democratiche dei primi anni del novecento “sulla strada che la giustizia sociale consiglia [...] in sollievo delle classi lavoratrici” come sostenne nel 1902, l’impegno diretto nella grande guerra, la continua opposizione ai progetti deliranti del regime di cui fu considerato l’unico responsabile per smacchiare molte coscienze, la protezione di tanti ebrei e perseguitati (consapevole di non aver potuto opporre, per evidenti ragioni storiche, sufficiente resistenza ai provvedimenti che ne colpirono la libertà e la dignità) e via discorrendo pare inopportuno per molti. Niente da dire se non che i giganti della storia fanno evidentemente paura anche da defunti.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 09.05.2013
  
VIVA IL RE! SPECIALE TELEVISIVO SUL CONGRESSO NAZIONALE U.M.I

VIVA IL RE! SPECIALE TELEVISIVO SUL CONGRESSO NAZIONALE U.M.I Pif MTv
Lunedì 7 maggio 2013, sull’emittente televisiva MTv, nell’ambito del programma televisivo “Il Testimone” è andato in onda uno speciale dedicato al XII Congresso nazionale U.M.I., svoltosi a Roma nel novembre 2012. Il servizio ha voluto documentare, con l’ottica curiosa e provocatoria del conduttore Pif, alcuni aspetti dell’evento monarchico. Una testimonianza - non certo schierata dalla nostra parte - del nostro Congresso.


DATA: 07.05.2013
 
LA MAGIONE IN FESTA

Castello della Magione PoggibonsiLa “Festa della Magione” che, ogni anno, si celebra la seconda domenica di maggio in onore della Madonna dei Templari, a grato ricordo della fondazione della Milizia del Tempio e dell’inizio del recupero del complesso monumentale della castello della Magione, arriva quest’anno alla trentacinquesima edizione ed inizierà sabato 11 maggio con una serie di iniziative religiose, culturali, ludiche e gastronomiche. Intanto è utile notare che i due scopi per i quali la “festa” era iniziata hanno dato buoni frutti: la Milizia del Tempio è oggi conosciuta e diffusa in molte nazioni europee ed americane ed ha ottenuto prima il riconoscimento civile e poi quello della Chiesa; ed il Castello della Magione, sede magistrale dell’associazione templare, è quasi del tutto recuperato ed ha avuto il privilegio di essere inserito tra le “mille meraviglie d’Italia”.
In questi anni la Magione – ormai universalmente conosciuta – ha ricevuto molte visite da mezzo mondo: pellegrini, turisti e semplici curiosi ma anche personalità della cultura, delle istituzioni, della Chiesa; recentemente il Principe Amedeo di Savoia, pretendente al trono d’Italia, che era già stato ospite al Castello, ha voluto celebrare le nozze d’argento con donna Silvia Paternò proprio nella Chiesa della Magione. Sabato 11, dunque, inizierà la trentacinquesima “Festa della Magione” con il canto del Vespro alle 18,30. Domenica 12 verranno celebrate tre Sante Messe, tutte in rito tridentino: alle 9,30, alle 10,30 (cantata), alle 18,30. Alle ore 17 sarà eseguito un concerto di flauto e pianoforte in onore del grande flautista Severino Gazzelloni che il 25 settembre 1987, in occasione dell’autunno musicale di Poggibonsi, aveva tenuto uno straordinario concerto nella chiesa di San Lorenzo, trattenendosi poi a cena alla Magione: in quella occasione aveva accettato di diventare socio onorario della Milizia del Tempio; il Prof. Gian-Luca Petrucci al flauto e la Professoressa Paola Pisa al pianoforte eseguiranno brani da: Bach, Vivaldi, Mozart, Gluck, von Paradis, Molique, Saint Saëns, Tchaikovsky, Rachmaninov, Mulè, Villa-Lobos e Bernstein. Dalle ore 17, infine, inizierà la tradizionale “sagra” con le offerte gastronomiche, la fiera delle occasioni, la visita guidata al Castello. Ai fedeli cattolici che visiteranno la Chiesa della Magione nei giorni 12 e 17 Maggio il Sommo Pontefice concede il dono dell’Indulgenza Plenaria.

DATA: 07.05.2013
  
ANDREOTTI VOTO’ MONARCHIA IL 2 GIUGNO 1946

Giulio AndreottiL’Unione Monarchica Italiana U.M.I., la più antica e numerosa associazione monarchica, ricorda la figura dell’On. Giulio Andreotti quale uomo dello Stato.
A partire dal 1946 Andreotti mantenne rapporti con il Re Umberto II e dichiarò di aver votato Monarchia al referendum istituzionale del 2 giugno.

Roma, 6 maggio 2013
DATA: 06.05.2013
  
LA VOCE DELLE STELLE

Fabio FazzariL’urlo quale espressione dei disagi e delle angosce dell’animo come lo intende Munch in quel viso deformato dal male dello spirito, dalla necessità di liberarsi dalle oppressioni per una boccata di fiato come chi annega e prepotente cerca di riemergere per quel respiro che forse gli darà la forza di salvarsi, di evitare l’abisso. L’urlo espressione della rabbia interiore non comunica, contagia, confonde, spaventa, nasconde la parola, l’idea, il chiaro e supremo comando, come fu il” fiat lux”, creatore dell’universo. L’urlo espressione del disordine cosmico, l’urlo che non si fa capire, che toglie attenzione a chi ascolta, travolgendolo come una piena che trascina con se la vita e la morte. L’urlo che opprime la bellezza, che non permette di percepire il giusto, il magnifico, il divino che non si manifesta nel clamore, ma nel sussurro. Tuttavia l’urlo è quanto di più caratterizza la comunicazione di un movimento politico che ha catturato l’attenzione di un terzo mal contato di italiani. Li ha travolti come una piena, nel clamore di ovvietà gridate a sembrare linfa nuova, nel sudore di un volto vecchio e affaticato, come di un profeta che la conoscenza di cio’ che non si può rivelare ha costretto ai margini della società.
Così il fuoco si autoalimenta, si rafforza, raccoglie tutte le energie, come l’attore sul finale, quando la battuta è accelerata, il tono si fa più chiaro e più alto, si cerca l’attenzione di tutti, e quando il teatro è carico ecco l’affondo; la frase finale che spezza il ritmo e raccoglie l’applauso pieno.
Ma in quelle piazze, sul quel palco di sagra paesana l’attore si è dimenato troppo, ha raggiunto l’applauso pieno, poi ha di nuovo ingolosito il pubblico, ha stupito gente frastornata dalla sua veemenza, ha trasformato la satira in rivoluzione, con l’arte di chi nell’urlo sovrasta qualsiasi altro suono, qualsiasi parola cerchi di fermare la piena. Non si è capito cosa dicesse, o meglio non si è trovato il messaggio illuminante, ma tanto è bastato perché tutti si sentissero dentro quel personaggio, mito delle proprie passioni, delusioni, paure.
Ma dopo l’applauso si sono spente le luci, la maschera si è ritirata nel buio delle quinte. Il pubblico acclama, invita a continuare, ad uscire, a fare. Non si può, la musica è finita, ed è di quelle che non si ripetono perché non fece breccia l’armonia del pezzo, ma l’impeto e la sorpresa. Fine della trasmissione. Come può un popolo, se non travolto dalla piena di grida assordanti, farsi attrarre da un movimento che non comunica, grida al cambiamento con i contenuti strambi del web padrone e del nuovo ordine mondiale. Raccoglie la voglia di ribellarsi al sistema ma non dice come (ci informa solo che dal 2051 non ci saranno più le religioni); promuove il governo del popolo ma nessuno può contraddire l’illuminato leader; gli si propone di far parte di coalizioni di Governo ma dice che sa suonare solo da solista, come quei musicisti scarsi che non sanno stare in orchestra. Come diceva un vecchio poeta: … non c’è più posto per chi sa far da solo, i fiati hanno già fatto il loro gioco, anche il sassofono va via in gola e lascia fare; chi non sa stare a tempo prego, andare.
Fabio Fazzari, Vicepresidente nazionale U.M.I.
DATA: 03.05.2013
  
LA MONARCHIA E I PAESI BASSI

Il nuovo Re d'OlandaSpett.le Redazione, ancora una volta l'istituzione della Corona , la tanto criticata Monarchia, batte l'istituzione repubblicana sotto ogni punto di vista ! E non lo si dice per anacronistico attaccamento alla storia passata, ma per i fatti concreti ben visibili dai reportage dei cronisti per l'evento di questi giorni ad Amsterdam. La notissima città simile alla nostra Venezia per i canali e giochi d'acqua, meglio nota per divertimenti e Personaggi illustri come Anna Franck ed il pittore Van Gogh, ha ospitato una cerimonia unica per questi tempi, dopo 123 anni l'ascesa al Trono del Principe ereditario , che interrompe una lunga tradizione di Regine amatissime in quella piccola Nazione dei "mulini a vento ". L'Olanda si prepara ad accogliere un Sovrano quarantenne , accompagnato da una Regina di origine argentina come il nostro attuale Pontefice, e la presenza di tre piccole Principessine, che assicurano la continuità del Regno. Non siamo romantici o sognatori a tutti i costi, ragioniamo con i paragoni della nostra povera Italia, costretta alla rielezione di un quasi novantenne come Presidente al Quirinale, prima volta che si compie un secondo mandato alla stessa persona, nell'impossibilità di trovare uno degno di tale incarico, al di sopra delle parti politiche e cosciente di operare per il bene comune, senza essere favorevole a larghe intese, inciuci o peggiori complotti !
Ribalta prepotente all'attenzione della gente comune, la fortuna dei Popoli europei retti da una Monarchia, dove il "mestiere " si insegna fin da piccoli, con istitutori e programmi ben realizzati , al fine di ottenere un dignitoso rappresentante della Nazione simbolo di tutti !
Inoltre, in caso di necessità improvvisa o malattia grave, si fa presto ad abdicare e passare il Trono al discendente prescelto, per evitare traumi o gravi problemi, proprio in momenti di crisi economica internazionale. Mi han fatto pena i  commenti dei cronisti italiani ,che subito devono sottolineare il costo dell'evento in milioni di euro, ma nessuno di loro si permette di ricordare quanto costa il mantenimento del Quirinale per sette anni affidato ad un perfetto sconosciuto !
Gli Olandesi hanno festeggiato? evviva Iddio che se lo possono permettere, feste ultra popolari, nelle vie , nelle piazze, allegria e brindisi, senza violenze e danni ; da noi le uniche feste che coinvolgono l'intera Penisola sono solo in occasione dei Mondiali di calcio con sfilate di Tricolori e colpi di clacson! Rendiamoci conto di come ci fanno vivere male, con problemi gravi, stati depressivi e violenza serpeggiante, ultimo caso eclatante davanti a Palazzo Chigi , e chi ci rimette? sempre l'onesto Carabiniere o il Poliziotto di turno per uno stipendio da fame!
Noi Monarchici abbiamo ancora una speranza nel cuore che ci rende felici e grati nel festeggiare l'Olanda con sentimenti puri di riconoscenza verso quella grande Regina Beatrice, colpita negli affetti più cari! Chi vive sognando la "repubblica democratica fondata sul lavoro" può vedere i risultati che ha portato finora dopo 67 anni dal contestato referendum istituzionale !
Cordialmente.
Carmine Passalacqua, Unione Monarchica Italiana Alessandria
DATA: 03.05.2013
  
ROMA: RICORDATO IL MINISTRO DELLA REAL CASA FALCONE LUCIFERO

ROMA: RICORDATO IL MINISTRO DELLA REAL CASA FALCONE LUCIFERORoma, 2 maggio 2013 - Come è ormai consuetudine nell’anniversario della scomparsa (avvenuta il 2 maggio di sedici anni fa) del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, su iniziativa del nipote prediletto Marchese Alfredo Lucifero, si è celebrata nella Basilica di Santa Maria del Popolo in Roma una Santa Messa di suffragio. Molti i monarchici che si sono stretti attorno al nipote e agli altri parenti presenti, tra cui ricordiamo il Presidente onorario U.M.I. Sergio Boschiero, la vedova del fondatore di FERT Mario Pucci, Sig.ra Franca, il Presidente del Circolo REX Avv. Benito Panariti, la Contessa Erina Russo de Caro, il Barone Catalano Farina e l’editore Andrea Borella.
DATA: 03.05.2013
 
SARANNO PRESTO BEATE LA REGINA MARIA CRISTINA DI SAVOIA E MARIA BOLOGNESI
Maria Cristina di SavoiaIl Papa ha ricevuto ieri pomeriggio il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a promulgare i Decreti riguardanti due prossime Beate: la Venerabile Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, Regina delle due Sicilie; nata il 14 novembre 1812 a Cagliari (Italia) e morta il 31 gennaio 1836 a Napoli (Italia), e la Venerabile Serva di Dio Maria Bolognesi, Laica; nata 21 ottobre 1924 a Bosaro (Italia) e morta il 30 giugno 1980 a Rovigo (Italia).
Altri due Decreti riguardano le virtù eroiche del Servo di Dio Gioacchino Rosselló i Ferrà, Sacerdote, Fondatore della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria; nato il 28 giugno 1833 a Palma de Mallorca (Spagna) ed ivi morto il 20 dicembre 1909, e della Serva di Dio Maria Teresa di San Giuseppe (al secolo: Giovanna Kierocińska), Fondatrice della Congregazione delle Suore Carmelitane del Bambino Gesù; nata il 14 giugno 1885 a Wieluń (Polonia) e morta il 12 luglio 1946 a Sosnowiec (Polonia).
DATA: 03.05.2013
 
OLANDA: IL POPOLO IN FESTA ACCOGLIE IL NUOVO RE
   Le immagini che in La folla acclama il nuovo Re d'Olandaquesto momenti ci stanno giungendo dai Paesi Bassi ci rincuorano e, per l’ennesima volta, ci dimostrano quanto la Monarchia sia popolare. Il nuovo Re d’Olanda, Guglielmo Alessandro, ha preso il posto dell’abdicataria Regina Beatrice, personaggio popolarissimo e quasi venerato dal proprio popolo. Vedere Piazza Dam, sotto al Palazzo Reale, pullulare di migliaia di olandesi vestiti del colore nazionale (l’arancione, omaggio alla Dinastia degli Orange-Nassau), è la conferma della freschezza e della modernità dell’Istituzione Monarchica. Pare quasi scontato fare il paragone con il “nostro” Giorgio Napolitano, qualche giorno fa, per il suo secondo giuramento si è recato a Palazzo Montecitorio dal Quirinale, attraversando una Roma semi deserta, con barricate che contenevano solo le Forze dell’Ordine. La scusante può essere che allora vi era una giornata bigia. Noi però guardiamo al caldo sole d’Olanda e facciamo i migliori auguri al nuovo Sovrano.
Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
DATA: 30.04.2013
 
LE TROMBE DELLA LIBERTA’
   I "padri costituenti" firmano la Costituzione italianaNel 1948 la neonata repubblica italiana, da poco sorta in molto discusse circostanze e consapevole del fatto che la nazione era spaccata in due, dovette difendersi dalla propria fragilità e tutelare il proprio interesse blindandosi attraverso un intoccabile artifizio. Con l'articolo 139 della carta costituzionale si sancì l'intoccabilità del sistema repubblicano. Fu il primo passo con cui il nuovo corso decretò chiaramente come la volontà popolare contasse molto meno di quanto fosse propagandato dalla stampa e dai politicanti. I privilegi erano garantiti nel tempo attraverso un bavaglio dal nodo inscioglibile. Metà Italia era in quel momento monarchica e calandosi nei panni dei fautori di tale trucco si potrebbe perfino comprenderne l'azione. Ma oggi? Quanti avrebbero il coraggio, nel quadro delle sospirate e mai realizzate riforme costituzionali, di revocare il famigerato articolo 139? I politicanti sostengono che lo "spirito repubblicano" è ormai radicato nel cuore degli italiani (quali?). Cosa temere allora? Non si fugge forse che dai pericoli concreti? Se il bavaglio resta e non si trova il coraggio di strapparlo allora forse forse la repubblica qualche dubbio sullo spirito repubblicano degli italiani lo nutre! Viene da pensarlo visto che il celeberrimo sondaggio di SKY rivelò un 30% di italiani favorevoli al ritorno ad una monarchia costituzionale e parlamentare. Evidentemente nei palazzotti romani quei numeri non sono sfuggiti! Certo che se agli italiani si seguiterà a vietare la libertà di decidere se subire ancora le scelte di generazioni ormai passate allora le trombe della libertà e della democrazia sarà saggio riporle silenziose in un cassetto sperando in tempi migliori. Ora le loro note parrebbero decisamente stonate!
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 29.04.2013
  
L’U.M.I. ESPRIME LA PROPRIA GRATITUDINE ALL’ARMA DEI CARABINIERI

Il Carabiniere Giovanni Battista ScapaccinoL’Unione Monarchica Italiana, visti i drammatici fatti di oggi che hanno portato al ferimento di due Carabinieri davanti a Palazzo Montecitorio, ribadisce la propria vicinanza e solidarietà all’Arma. La nostra gratitudine non viene espressa solo in occasione di fatti eclatanti, ma per il lavoro quotidiano che i militari svolgono con abnegazione e altissimo senso patriottico, che li porta a rischiare la vita spesso pagando un alto prezzo.
Fondata nel 1814 per volontà del Re di Sardegna Vittorio Emanuele I di Savoia, l’Arma nell’Italia di oggi rappresenta la migliore espressione dello Stato e, assieme alle altre forze di polizia, è motivo di orgoglio per tutti noi.
Un commosso e grato pensiero a tutti i militari che ci offrono motivo di tenere vivo l’ormai troppo vituperato orgoglio nazionale.
Davide Colombo, Segretario nazionale U.M.I.
Roma, 28 aprile 2013

(Nella foto il ritratto del Carabiniere a Cavallo Giovanni Battista Scapaccino che nel 1834 a Chambéry sacrificò la propria vita pur di non assecondare dei fuoriusciti mazziniani che gli volevano imporre di gridare "viva la repubblica!". Fu la prima Medaglia d'Oro al Valore Militare)

DATA: 28.04.2013
  
LA CONSULTA CONFIDA CHE IL GOVERNO CHIUDA DECENNI DI GUERRA (IN)CIVILE

Stella d'Italia   Lo Stellone ha risparmiato all’Italia presidenti di repubblica espressione di fazioni e ha guidato alla nascita di un Esecutivo comprendente le forze determinate a farsi carico della Ricostruzione, urgente, dell’economia e della società civile.
  Memore del magistero dei sovrani di Casa Savoia, la Consulta dei Senatori del Regno constata che il nuovo governo può chiudere decenni di guerra (in)civile basata sull’uso strumentale di ideologie per la criminalizzazione degli avversari politici e della “memoria”.
  La Consulta auspica che il nuovo governo affretti la riconciliazione nazionale e apra una nuova età nel segno della continuità della Storia d’Italia dalla sua fondazione: Risorgimento e Unità nella Comunità internazionale.
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo Alessandro Mola
Roma, 28 aprile 2013
DATA: 28.04.2013
   
“MAURI”:  I MILITARI PARTIGIANI CON LA LIBERTA’ E PER LA LIBERTA’

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 28/04/2013
 
Enrico Martini "Mauri"        L’8 maggio 1945, dieci giorni dopo l’insurrezione finale,  alla prefettura di Cuneo accadde l’incredibile. Il comandante provinciale, Enrico Martini “Mauri”, nominato due giorni prima dal Comitato militare regionale piemontese d’intesa con il comando italo-alleato, fu costretto a lasciare la  carica e la città su imposizione tesa di Ettore Rosa, esponente del partito d’azione, e del comunista  Gustavo Comollo, esponente dei “Garibaldini”. Fu un momento drammatico. Denunciato come persona non gradita, poiché qualcuno minacciò di usare le armi, Mauri cedette. 
  Nel corso della guerra  anche in Piemonte le formazioni partigiane registrarono numerosi attriti, per motivi disparati: la disputa sui confini delle rispettive “giurisdizioni”, la priorità nell’ottenere aiuti aviolanciati dagli anglo-americani (armi, danaro, tabacco, alimenti di qualità, …) e l’invio di missioni alleate. Partigiani dell’uno o dell’altro colore talvolta vennero fermati da uomini di altre formazioni, disarmati e trattenuti per accertamenti. La guerriglia aveva regole ferree, dettate dal sempre incombente timore di infiltrazioni di spie e di avventurieri. Non mancarono casi estremi: la eliminazione di “sospetti”, senza che ne fosse stata accertata sino in fondo la presunta colpevolezza o, secondo alcuni, proprio per marcare a fuoco la superiorità politico-ideologica e di forza militare. Reagire direttamente avrebbe significato scatenare un conflitto strisciante, a tutto vantaggio della Repubblica sociale italiana e, ancor più, dei tedeschi.      
  Da fine novembre 1944, quando compresero di avere mano libera nell’Italia settentrionale almeno sino alla primavera avanzata del 1945, i germanici non esitarono a separare la propria dalla sorte dei “repubblichini” accettando che ampie zone  militarmente non  strategiche delle regioni occupate di fatto fossero sotto controllo dei partigiani: una sorta di tregua non dichiarata, che conveniva a molti  in vista della resa generale e della definizione della pace europea postbellica. (Non fu il caso della “repubblica di Alba”, l’impresa più nota di Mauri). Ai tedeschi importava tenere libere le maggiori comunicazioni  dalla pianura al crinale alpino e i passi tra Liguria e Piemonte, in vista delle prevedibile  evacuazione dell’Italia settentrionale (ne scrive  Claudia Nasini nel bel saggio Una guerra di spie, Ed. Tangram). Da marzo i germanici trattarono segretamente la resa all’insaputa di Mussolini e del governo “di Salò”, nel quadro dei rapporti di forza via via aggiornati sotto l’avanzata dell’Armata Rossa staliniana, che imponeva il continuo “ricalcolo” del conto nel quale tenere la guerra partigiana in Italia. Così tra aprile e maggio si arrivò alla riorganizzazione della  vita pubblica nelle regioni liberate in pochi giorni dopo venti mesi di occupazione e di guerra civile sempre più atroce e devastante (anche per i pesanti bombardamenti anglo-americani). Le partite aperte erano molte e tutte complesse, anche per le pretese esorbitanti della Francia di De Gaulle  (agognava l’annessione della Valle d’Aosta),  il governo locale in funzione del peso dei partiti direttamente o indirettamente espressi nei CLN, l’avvio di una rappresentanza unitaria (la futura Consulta Nazionale) e, infine, la continuità o il cambio monarchia/repubblica. In contesto le Formazioni  partigiane “Autonome” svolsero un ruolo centrale. Erano molto diversificate al loro interno: cattolici, liberali, monarchici, repubblicani,  persino pacifisti che combattevano eroicamente quella che ai loro occhi doveva  essere l’ultima guerra,  federalisti europei e soprattutto militari miranti alla restaurazione dello Stato risorgimentale: uno, libero, indipendente.  Il loro carattere distintivo prevalente furono comunque il rifiuto delle ideologie totalitarie, cioè l’anticomunismo, e la lealtà nei confronti del governo legittimo, quello del Re, riconosciuto dagli anglo-americani e dall’URSS.
 Enrico Martini, “Mauri”, fu tra gli esponenti più rappresentativi degli “Autonomi”. Nato a Mondovì, nel 1911, allievo modello all’Accademia di Modena, campagne in Africa Orientale (1936-1937) e in Africa Settentrionale , rientrato in Italia per malattia, ufficiale di Stato Maggiore a Roma, nel settembre 1943 partecipò alla inesorabilmente sfortunata difesa della capitale, raggiunse il Cuneese e allestì i primi nuclei di resistenza militare d’intesa con il generale Giuseppe Perotti, capo del Comando militare. Malgrado pesanti rastrellamenti, affiancato da un combattente d’acciaio come Mario Bogliolo e da un consigliere politico come Edgardo Sogno, ogni volte riprese il cammino, come narrò in Con la libertà e per la libertà  (1947), ripubblicato col titolo Partigiani penne nere proprio nel 1968, quando una interpretazione distorta della “resistenza” alimentò la guerriglia ideologica dalle funeste e non ancora del tutto esaurite  conseguenze.
   Ai primi dell’agosto 1944, poco prima dello sbarco franco-americano in Provenza tra gli Autonomi di Mauri e le formazioni Giustizia e Libertà venne siglato il patto alla Certosa di Pesio: lotta unitaria per la liberazione, ma  contro ogni forma di totalitarismo e di dittatura. Il PCI reagì duramente.  Nei mesi seguenti i rapporti tra Autonomi  e garibaldini peggiorarono. Mauri fu messo sotto inchiesta per la fucilazione di  alcuni “rossi”, mentre il suo tenente François venne assassinato dai comunisti “per futile rappresaglia personale”. Mauri ospitò importanti Missioni alleate, ai cui occhi costituiva una garanzia per il futuro del Paese.
  In nome di una primogenitura il cui seguito elettorale era tutto da verificare (e si rivelò disastroso)  e nel solito  timore di essere scavalcati a sinistra, il 6-8 maggio 1945 i vertici di Giustizia e Libertà optarono dunque per il patto di ferro con i garibaldini contro Mauri, costretto a uscire di scena, e contro i liberali, benché prefetto di Cuneo fosse nominato Guido Verzone. Fu un errore strategico, che aprì la lunga stagione del gramsciazionismo fondato sull’avversione contro lo Stato e alle Forze Armate, liquidate come strumento della conservazione, della  reazione borghese , la FODRIA (Forze oscure della reazione in agguato).  Dal canto suo  Mauri ammonì: “Abbiamo assistito a una rapida radicalizzazione della lotta di parte, le cui conseguenze ancor oggi scontiamo nel progressivo decadimento della  dialettica democratica a livello di pura lotta per il potere”. Non per quell’Italia erano caduti Ignazio Vian, i tanti sacerdoti massacrati, non per quell’Italia 800 mila militari internati in Germania (ora rievocati  dal gen. Franco Cravarezza)  rifiutarono  di rinnegare  il giuramento di fedeltà prestato al re, capo delle Forze Arnate. “Mauri” e le Autonome (come anche le formazioni socialiste “Matteotti”) vanno dunque riscoperti per restituire pienezza e verità alla memoria della guerra di liberazione e l’attualità del suo retaggio più vero.
Aldo A. Mola
(*) Il 29-30 aprile si svolge a  Roma ( (Società Geografica, via delal Navuicella 12) il convegno sul Cotributo dell’Esercito alla Guerra di Liberazione con interventi del capo dell’Ufficio Stoorico SME, Antonino Zarcone, e di studiosi quali Mariano Gabriele, Andrea Ungari, Federica Saini Fasanotti, Elena Dundovich, Marco Severini, Antonello Biagini e  il nostro editorialista, Aldo A. Mola autore di “Giellisti” (ed. Cassa Risparmio di Cuneo).
DATA: 28.04.2013
 
DATE E SIMBOLI DI UNA REPUBBLICA AL CREPUSCOLO

Manifesto comunista per il 25 aprile e la repubblicaLo sappiamo bene: la repubblica ha i suoi riti e i suoi simboli da celebrare e oggi, 25 aprile, si ricorda uno di essi ovvero la liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Furono soprattutto gli americani a liberarci, al contrario di quello che ci vuol propinare una certa storiografia faziosa. Una liberazione che creò un capro espiatorio nella figura del terzo Re d’Italia Vittorio Emanuele III che, spostandosi da Roma a  Brindisi il 9 settembre del ‘43 e ricostituendo lo Stato legittimo, scontò con l’esilio perpetuo (anche da morto) l’aver voluto salvare l’Italia dalla furia cieca del nazi-fascismo. Anche l’ex presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi disse in un’intervista che il Re, spostandosi a Brindisi, diede continuità allo Stato legittimo, sfatando i vecchi luoghi comuni della grande fuga. Una data quella di domani divenuta nell’immaginario collettivo festa della repubblica anche se ancora nell’aprile del 1945 eravamo in era monarchica; ma che importa? Del resto non eravamo in repubblica neanche dopo il Referendum del 1946 quando il primo ministro De Gasperi assunse su di sé i poteri di Capo dello Stato di una repubblica non ancora proclamata. La storia poi fece il suo corso, le proteste non ebbero il seguito sperato, fu una vittoria politica di De Gasperi e Togliatti quella del ‘46. Il 25 aprile insieme alla festa della repubblica del 2 giugno sono ormai considerate le due date che racchiudono la repubblica stessa dove essa si autocelebra. Una repubblica che rimane aggrappata al passato perché non riesce a costruire il suo presente. Lo vediamo oggi con l’elezione per la seconda volta di Giorgio Napolitano alla massima carica dello Stato repubblicano, non era mai accaduto che un Presidente della repubblica venisse eletto per la seconda volta, e questo si badi bene non si è verificato perché egli si fosse unto di particolari meriti nello scorso settennato ma è accaduto perché le forze politiche non sono riuscite ad indicare un altro candidato alla presidenza! Brutto segno questo, siamo alla fine dell’era repubblicana? Comunque oggi fanno finta che nulla sia successo… aggrappati come sempre a un torbido passato!
Roberto Carotti - Consigliere Nazionale U.M.I.
DATA: 25.04.2013
  
LA SCOMPARSA DELL’ON. BUONTEMPO

Teodoro BuontempoOggi 24 Aprile è venuto a mancare l’on. Teodoro Buontempo esponente storico della destra italiana. Abruzzese di nascita, munito di quello spirito forte ed indomabile tipico di quella splendida terra, Buontempo era giunto a Roma molti anni fa iniziando un attività politica sempre attenta agli emarginati, ai più poveri, ai più soli od ai più deboli guadagnandosi spesso la simpatia di quel mondo lontano dall’attenzione dei palazzi. Grintoso, spesso al limite del politically correct, fu sempre in prima linea nelle piazze e nelle strade tra la gente. Ebbe grande rispetto per i valori dell’UMI con cui mantenne rapporti di grande stima e cordialità difendendone il diritto ad esprimersi in libertà. L’Unione Monarchica Italiana desidera ricordarne con profondo rispetto la figura ormai scolpita nella storia nazionale e consegnata alla memoria di chi ne incrociò il cammino e ne conserva l’esempio nel cuore.
DATA: 24.04.2013
  
LA CRISI NON E’ AFFATTO RISOLTA, E’ SPAVENTOSA, MA NE ABBIAMO VEDUTE DI PEGGIO

di Aldo A. Mola

Giorgio Napolitano  La crisi è gravissima perché tanti si ostinano a non capirlo e mettono il bastone tra le ruote. Siamo in fase pre-agonica, ma non ancora alla fine. Basta capirci. L’Italia odierna sta all’Europa  attuale come il ducato di Parma stava all’Italia nei secoli precedenti l’Unità nazionale del 1861. L’Italia di oggi è come quel Ducato di Parma: priva di vera sovranità, “a noleggio”.  Malgrado tutto  Parma era e rimase la capitale del bel canto (Giuseppe Verdi) e della gastronomia. Anche oggi in Italia molti ancora  cantano e mangiano e sperano che ci pensi il Salvatore. Adesso ve ne è uno…, ma per quanto tempo? E che cosa potrà fare? Diciamo che  staremmo molto peggio se presidenti della repubblica fossero stati eletti Romano Prodi o Stefano Rodotà, due visionari straricchi:  uno vedeva i segreti del sequestro Moro sul fondo della tazzina di caffè; l’altro  non esce dalle utopie libresche.  
   Come fosse il Gioco dell’Oca siamo tornati alla casella  di partenza. Il rieletto Napolitano ha in mano tre armi formidabili: imporre un governo di unità nazionale, chi ci sta ci sta e chi sta fuori ne renderà conto non ai manuali di storia ma alla piazza (non i grillini e la sinistra salottiera ma i moderati, i risparmiatori, i piccoli proprietari, quelli che sono stufi di pagare il magna magna altrui e l’inconcludenza di cui sono complici anche quanti dicono “no questo, no quello, no tutto”); oppure scioglie le Camere; oppure (perché no?) si dimette entro due settimane per dare l’ultimo esempio (sarebbe il suo primo vero “messaggio alle Camere”, come fece  Cossiga), si batte il petto e ammette quello che è sotto gli occhi  di tutti: questa  costituzione rigida  è ormai lontana anni luce dalla realtà contemporanea. E’ inadeguata. Anche il baccalà è rigido, ma col tempo puzza.
Dunque, nulla di grave, a patto che entro tre giorni  Napolitano vari il governo. Ne fece uno di soppiatto nel novembre 2011 quando nessuno immaginava che in quattro e quattr’otto avrebbe nominato senatore  a vita Mario Monti e varato il governo che ha fatto tanti disastri. Ci starà  ben pensando in queste ore.  
Certo l’odierna è un’Italia degli equivoci: con il presidente  Monti non ancora sfiduciato, il piddino  Bersani presidente  incaricato provvisorio ma dimissionario piangente dalla segreteria del suo parito, una Bindi dimissionaria urlante che vuole impedire il governo che non le piace, insomma un sistema che sancisce il fallimento della repubblica e la rovina dei cittadini.
Se davvero ci crede, Napolitano deve battere  il pugno sulla scrivania. Imporre. Come fosse il re.
Buon sangue non menta.
Aldo A. Mola
DATA: 23.04.2013
  
ITALIA, NAVE SENZA NOCCHIERE IN GRAN TEMPESTA

   Non resta che affidarsi alle parole del mai dimenticato “padre Dante” la cui sepoltura non ha raggiunto Bolzano da Ravenna per il solo motivo che il nostro sommo poeta fu a suo tempo cremato. Temo altrimenti che i suoi resti mortali avrebbero rotolato oltre il Brennero per un secondo e dignitoso esilio. In questi giorni si è infatti visto di tutto! Accordi di ogni genere per lo più destinati al fallimento, tradimenti nelle aule parlamentari, indegni salti di ogni tipo nelle urne segrete, machiavellismi degni della fantasia di Tomasi di Lampedusa, situazioni che sarebbero al limite del grottesco se non fossero disgraziatamente drammatiche in un paese morente. Episodi che fanno sembrare il trasformismo storico dei vari Depretis una bazzecola della storia. Partiti di massa che si sfaldano come neve al sole rivelando fragilità tipiche di fredde inumane fusioni, nonché giochi ed accordi di palazzo che fanno rabbrividire chi ogni giorno si uccide per la disperazione non ultimo l’imprenditore che, galantuomo raro, è giunto alla determinazione di togliersi la vita piuttosto che sancire il licenziamento dei suoi dipendenti. Quale regalo da queste giornate tragicamente comiche? Una riconferma che fa discutere e procura rabbia nelle masse poiché intrisa dell’odore fastidioso dellinteresse della casta. Mille discussioni per tornare infine alla prima repubblica. Non se ne sentiva il bisogno alla vigilia della terza che, francamente, ci stava già stretta non meno delle due non brillanti precedenti. Chi grida, chi minaccia, chi invoca il grido delle piazze e chi si accomoda ad “operazione Quirinale” compiuta. Ma qualcuno che invece brilli di vitalità per affrontare i problemi della popolazione e del paese ormai al collasso? E’ vero, che ingenuo, qui non siamo in Belgio, in Inghilterra, in Spagna, in Svezia e così via. Il padre della patria, il nocchiere, il garante dell’unità nazionale e della libertà non ci pare proprio, malgrado tutto, di scorgerlo in cima ai romani colli.
Alessandro Mella - U.M.I. Torino

DATA: 23.04.2013
 
LUIGI CARLO FARINI, UN MEDICO SEVERO PER LA TERZA ITALIA

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 21/04/2013
 
Luigi Carlo Farini      “Fare l’Italia degli italiani”, non di un partito, di sedicenti illuminati, di manipolatori di siti web e di televoti… L’Italia ha urgenza di cure adeguate alla gravità dei suoi mali. Buon dottore non è quello che seconda il paziente. Vale il motto antico: “medico pietoso, ferita cancrenosa…”.  Centocinquant’anni fa l’Italia ebbe presidente del Consiglio il clinico romagnolo Luigi Carlo Farini (Russi, Ravenna, 22 ottobre 1812- Quarto di Genova, 1 agosto 1866). Laureato in medicina all’Università di Bologna a ventun anni, Farini si formò nel clima della feroce regime antiliberale del cardinal-legato Agostino Rivarola. Nel 1834 suo zio, Domenico Antonio, fu  assassinato dai sanfedisti. Il  malgoverno clericale entrava nella vita quotidiana dei sudditi. Degradava la religione a strumento di controllo politico e della vita privata. Già noto per studi delle cause sociali ed economiche della pellagra, il “mal della rosa” che imperversava sommando malnutrizione e carenza di igiene, Farini mirò a migliorare la risicoltura conciliando produzione alimentare e sanità. Avversario delle sette e dei metodi fanatici di Giuseppe Mazzini, rifugiato in Toscana grazie a Don Giovanni Verità, poi a Parigi, ove conobbe Arago e altri insigni clinici, Farini ebbe poi in cura Gerolamo Napoleone Bonaparte, figlio dell’ex re di Westfalia, Gerolamo, che lo introdusse nella cerchia dei liberali, ispirati da Carlo Gerolamo, “Plon-Plon”, massone, futuro sposo di Clotilde dei Savoia, cugino di Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, ideatore dei Congressi degli scienziati italiani, vero volano dell’opinione nazionale tra il 1840 e il l’età di Pio IX, dello Statuto dato da Carlo Alberto di Savoia al regno di Sardegna, della prima guerra d’indipendenza (1848-1849).   Passato a Torino Farini scoprì ed elogiò  la “ confidenza e la concordia tra governanti e governati”, la fusione tra la “casta aristocratica”, la borghesia e il Re, che “amava e favoriva  il moderato progresso”. Da italiano, quale si sentiva, puntò sul Piemonte di Cesare Balbo e di Camillo Cavour, degli Azeglio, di Lorenzo Valerio e di quel Silvio Pellico la cui Francesca da Rimini aveva applaudito da studente, guadagnandosi la fama di liberale e il sospetto di cospiratore.
 Tornato nello stato pontificio, dopo la costituzione promulgata da Pio IX, dal cardinale Giacomo Antonelli fu incaricato di una delicata  missione presso Carlo Alberto. Il triumvirato della Repubblica Romana lo spogliò di ogni carica. Si trasferì quindi in Toscana e nuovamente a Torino ove nel 1851 Massimo d’Azeglio lo volle ministro della pubblica istruzione dopo Pietro Gioia. “Italiano e liberale, sincero cattolico e sincero promotore della libertà della chiesa”, come fece sapere di sé a Pio IX, Farini collaborò a giornali e riviste con centinaia di articoli e scrisse documentate opere di storia, una delle quali, sullo Stato romano, fu tradotta in inglese da lord Gladstone. Dopo l’armistizio di Villafranca (luglio 1859), prese in mano le sorti del ducato di Modena per evitare che dal regime di Francesco V d’Asburgo-Este passasse alle lotte di fazione.  Tornato presidente del Consiglio dopo il governo Lamarmora-Rattazzi,  Camillo Cavour volle ministro dell’Interno il romagnolo Farini, che fu il regista del  plebiscito (11-12 marzo 1860) con il quale le Province emiliane dichiararono di volere re costituzionale Vittorio Emanuele di Savoia. Grato, il sovrano gli conferì il collare della SS. Annunziata, benché non fosse di famiglia aristocratica. Eletto deputato in ben otto collegi, a metà agosto Farini andò con il generale Enrico Cialdini a Chambéry per strappare il consenso di Napoleone III all’aggressione sabauda allo Stato Pontificio: bisognava  prendere sotto controllo l’avanzata di Garibaldi dalla Sicilia verso Napoli e impedirgli di arrivare a Roma. “Fate, ma fate in fretta” fu la direttiva dell’imperatore. Farini raggiunse poi il re a Napoli e il 6 novembre venne nominato luogotenente generale delle Provincie napoletane, che dieci giorni prima avevano dichiarato di volere l’Italia “una e indivisibile” con re Vittorio Emanuele. Fu una prova durissima documentata dalle sue lettere a Cavour: “Ho trecento carabinieri e trentamila ladri…distretti  interi in balia dei briganti…centomila postulanti intorno, i garibaldini che ringhiano”. Chiedeva i mezzi per avviare opere pubbliche, lenire la disoccupazione, elevare il credito delle istituzioni. Già malato, si dimise e fu sostituito da Eugenio di Savoia, principe di Carignano. Con il conterraneo Marco Minghetti  Farini abbozzò la riforma degli enti locali: rafforzamento delle province e creazione delle regioni per armonizzare  la realtà effettiva degli stati preunitari con il governo centrale. Scrisse il discorso con il quale Vittorio Emanuele II  il 18 febbraio 1861 aprì l’ottava legislatura  del regno di Sardegna e la prima di quello d’Italia, sintetizzato nella formula: “Faremo l’Italia degli Italiani” (parole invero non dette dal re).
  Quasi due anni dopo il regno  d’Italia (non ancora riconosciuto da molte grandi potenze) fu sul punto di sfasciarsi per l’improvvida spedizione garibaldina “Roma o morte”. A Rattazzi, dimissionario, subentrò proprio Farini, con Giuseppe Pasolini agli Esteri, Marco Minghetti alle Finanze, l’arabista siciliano e massone Michele Amari  all’Istruzione e il generale Federico Menabrea ai  Lavori Pubblici. Quando enunciò il programma era ormai “consunto, emaciato, cadente”. Poi precipitò. Il 22 marzo 1863 venne sostituito da Marco Minghetti, futuro artefice del pareggio di bilancio attraverso la tassazione spietata d’intesa con Quintino Sella.
   Straziato dai lutti, di delirio in delirio Farini s’avviò alla fine. Morì poverissimo. Ai suoi funerali provvide lo Stato. La sua opera venne continuata dal figlio, Domenico, già allievo dell’Accademia militare di Torino, massone, deputato, presidente del Senato, autore di un Diario che costituisce il più grande affresco della politica italiana di fine Ottocento. Lo scriveva ogni sera, mentre leniva i dolori di una atroce malattia. Il medico Luigi Carlo Farini rimane esempio di dedizione alla Patria spinta sino all’esaurimento delle risorse fisiche. Le cure severe da lui proposte per “fare l’Italia degli italiani” non vennero adottate. Appena arrivò al governo, la Sinistra iniziò a spendere anche quanto non aveva in cassa:  “finanza allegra” e avventure coloniali, anziché austere riforme sociali. Il suo cammino fu poi ripreso da  Giovanni Giolitti: per conservare bisognava riformare.
Aldo A. Mola 
DATA: 23.04.2013
   
LEGITTIMITÀ DI NAPOLITANO E INADEGUATEZZA DELLA REPUBBLICA

   Quanto accaduto da giovedì scorso fino alla rielezione di Napolitano ha dell’incredibile. Nemmeno un estroso narratore di fantapolitica sarebbe riuscito ad immaginare tanto, ma in Italia tutto è possibile. I grillini evocavano il colpo di Stato, SEL non si è adeguata agli ordini di scuderia, la piazza e la rete sono insorte gridando allo scandalo e alla mobilitazione generale. L’unica realtà obiettiva è che Napolitano è stato eletto con una larga maggioranza (superiore al 70%) che ha unito PD, PdL, Lega e -ovviamente- l’accozzaglia montiana. Ne esce quindi come presidente forte e legittimo che si “sacrifica” per porre fine ad una paradossale situazione dalla quale non si sarebbe riusciti ad uscire. Pace e onore al merito: ce lo terremo potenzialmente per sette anni ancora, se la natura lo vorrà. È inutile fare dietrologie sul fatto che probabilmente sia stato tutto progettato da tempo. La situazione politica è talmente grave che ora la priorità è cercare di dare stabilità al paese, cosa che si potrà ottenere unicamente con nuove elezioni dopo un’opportuna riforma elettorale, e fuggire il prima possibile dal prossimo “governo del presidente” che verrà formato a breve, magari con Amato o qualche altro professionista della politica e amico delle lobby. Come se fosse una cosa semplice…
Il dato che ci interessa è che mai come in queste giornate convulse si sia evidenziata l’inadeguatezza di questo sistema repubblicano. Noi lo andiamo dicendo da sempre: è un’ipocrisia imporre come Capo dello Stato super partes una persona (qualsiasi essa sia) che è mostruosamente di parte! I Grillini denunciano il Napolitano bis come “inciucio” tra partiti. Ma un altro presidente sarebbe stato diverso? È la natura repubblicana quella di eleggere un uomo frutto di un accordo, di un inciucio. È ipocrita e demagogico attaccare Napolitano quando il problema è la forma istituzionale. Ma dubito che vi sia un politico con l’onestà di ammettere questo fattore.
Le Istituzioni repubblicane stanno implodendo. Il più grande partito d’Italia, dopo avere ottenuto la maggioranza dei voti, è collassato su se stesso; gli italiani hanno perso la fiducia nella politica e si affidano all’antipolitica militante non capendo che è uno strumento gattopardiano mosso da lontano; la gente protesta e la crisi economica, quella che affama davvero il popolo, incombe sempre di più.
Il momento storico che stiamo vivendo è unico e non so quando e se si ripresenterà. Non dobbiamo venire colti impreparati da un sempre più probabile inabissamento del sistema. I monarchici non devono stare solamente a guardare perché l’affossamento della repubblica sarebbe anche l’affossamento dell’Italia, il nostro bene supremo. Mi appello a tutti i dirigenti e i militanti per intensificare le attività di presenza sul territorio al fine di farci conoscere. Quando il gigante con i piedi d’argilla crollerà, gli italiani non dovranno scoprire la nostra esistenza perché sarebbe troppo tardi. Dovranno indicare in noi la soluzione.
                                                                                                              
Davide Colombo
Segretario nazionale U.M.I.
Roma, 21 aprile 2013
DATA: 21.04.2013
 
LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO. TORNI LO SPIRITO DEL 150° DEL REGNO
GIORGIO NAPOLITANO RIELETTO CAPO DELLO STATO
BISOGNO DI MONARCHIA


   La rielezione dell’on. Giorgio Napolitano a Capo dello Stato conferma il bisogno che la Suprema Istituzione dello Stato  rappresenti la storia d’Italia dalla nascita del regno, frutto del Risorgimento. Sofferenze, sacrifici, battaglie, vittorie dopo 1500 anni di dominazioni straniere dettero agli italiani indipendenza, unità, libertà.
   La rielezione non è il ritorno “di” Napolitano ma “a” Napolitano: è una tappa del faticoso cammino dei cittadini verso la riconsacrazione della politica dopo decenni di profanazione dei Simboli dello Stato e della memoria della Patria.
   Alla vigilia del Natale della Città Eterna, i monarchici plaudono al rifiuto del settarismo di cui il Presidente Napolitano si fa interprete e auspicano che lo Spirito del 150° della costituzione del Regno fondato da Vittorio Emanuele II torni ad animare Cittadini e Istituzioni.
                                                                                                                  
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola
Roma, 20 aprile 2013
DATA: 20.04.2013
 
IL PROGETTO  DI UN DOCUMENTARIO SUL REGIO SOMMERGIBILE MALACHITE

L’orologio segna le 11,03 quando, a 8 miglia al largo di Capo Spartivento, davanti alle coste della Sardegna meridionale, uno squarcio s’apre nella fiancata del Regio sommergibile Malachite, di ritorno da una missione in Algeria. Il siluro, lanciato da un altro sommergibile, l’olandese Dolfijn, non lascia scampo al Malachite: affonda, dopo aver sollevato la prua verso il cielo, portandosi in fondo al mare in 50 secondi un carico di morte. Trentacinque uomini, tra ufficiali e marinai, perdono la vita. Tredici si salvano. E’ il 9 febbraio 1943: un’altra tragica pagina della Seconda guerra mondiale è scritta. Per oltre mezzo secolo il Malachite è rimasto a meno 123 metri di profondità ma nessuno sapeva dove si trovasse esattamente. Poi nel 1999 la scoperta del relitto e la storia del Regio sommergibile è tornata a galla. Insieme alle storie di eroismo e sacrificio di quegli uomini. Come un grande museo di guerra, il Malachite è adagiato di 45 gradi sul fondo: nella sagoma scura si notano la torretta, il cannone, il boccaporto, due periscopi. Le immagini ci restituiscono la sua imponenza e ci obbligano, col loro carico di doloroso mistero, a ricordare e riflettere.
A settant’anni dall’affondamento un documentario vuole ricostruire la vicenda, raccontare cosa accadde nei convulsi giorni del ‘43, soffermarsi soprattutto sui ritratti di quei marinai – la maggior parte giovanissimi – che immolarono la propria vita in nome di un ideale. Attraverso testimonianze dirette e indirette di chi ha incrociato la parabola del Malachite, il lavoro documenterà anche la preparazione e la messa in opera della missione del team di sub che filmeranno con dovizia di particolari, sfruttando tecniche che permettono riprese di alta qualità, il grande relitto del sommergibile.
È possibile sostenere il progetto con una sottoscrizione di quote attraverso produzioni dal basso.
I fondi raccolti attraverso la sottoscrizione delle quote saranno destinati a coprire parte delle spese relative alle immersioni e alle riprese subacquee.


informazioni: info@karel.it

DATA: 16.04.2013
   
ANCHE GENOVA DIMOSTRA LA PROPRIA VICINANZA AI MARÒ

ANCHE GENOVA MOSTRA LA PROPRIA VICINANZA AI MARÒNella giornata di martedì 9 aprile si è svolto, presso l'Hotel Bristol in via XX settembre a Genova, un presidio seguito da una conferenza che ha avuto come oggetto la vergognosa situazione in cui versano i nostri due fucilieri del glorioso Reggimento San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Anche la sezione genovese dell'Unione Monarchica Italiana era presente all'evento, per portare la propria solidarietà ai nostri due Marò, ma soprattutto per ribadire che non è stata offesa solamente la dignità di due esseri umani e di due soldati, ma accanto a ciò si è calpestata anche la dignità intera del nostro Paese e del nostro Popolo. E non è la prima volta che i diritti dell'Italia vengono derisi a livello internazionale, ma continuiamo a vederci umiliati anche dai Paesi più "umili" senza che questa povera repubblichetta dia segno della minima reazione. L'UMI pertanto esprime la vicinanza ai due Marò ed all'intero Popolo Italiano.
Chiunque volesse comunicare direttamente la propria solidarietà a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone può inviare una mail all'indirizzo ambasciata.newdelhi@esteri.it.
Lorenzo Scotti - U.M.I. Genova
DATA: 16.04.2013
 
CONDANNA DEL TERRORISMO E SOLIDARIETÀ AGLI U.S.A.

Bandiere americane listate a lutto  L’Unione Monarchica Italiana, sgomenta dopo i vili attentati che hanno colpito la maratona di Boston, esprime la massima condanna nei confronti della violenza e si stringe attorno al popolo americano che ha dovuto subite l’ennesimo attentato a danni di civili inermi.
Il Presidente nazionale Alessandro Sacchi e il Segretario nazionale Davide Colombo hanno indirizzato a S.E. l’Ambasciatore degli U.S.A. David Hoadley Thorne un messaggio di solidarietà e di vicinanza per l’accaduto.
Indipendentemente dalla matrice dell’attentato, l’idea che chiunque risulti vulnerabile di fronte alla furia omicida terrorista rimane un gravissimo vulnus della nostra società. Auspichiamo che gli autori del folle gesto vengano individuati e assicurati al più presto alla giustizia e volgiamo il nostro rispettoso pensiero alle vittime dell’attentato.
Roma, 16 aprile 2013
DATA: 16.04.2013
  
UNA PAGINA TRAGICA DI STORIA: ITALIANI DI CRIMEA

Articolo pubblicato su il giornale ligure "Il Cittadino"

Giulio Vignoli - La tragedia sconosiuta degli italiani di CrimeaOgni anno, il 29 gennaio, la comunità italiana di Kerch in Crimea sul Mar Nero si riunisce al molo per pregare. Per cantare “Fratelli d’Italia” e “Va, pensiero” ricordando la deportazione di massa in Kazakhistan, 1942, che Stalin ordinò per i nostri connazionali e i familiari, considerati nemici del popolo. I due terzi morirono nel tragitto di ottomila chilometri sui carri piombati, per fame e malattie. Finita la guerra dopo la denuncia dei crimini staliniani da parte di Kruscev, la maggior parte dei sopravvissuti tornò in Crimea, a mani vuote e i beni confiscati non furono restituiti. Nel ’91 il parlamento sovietico ha approvato una mozione di condanna delle deportazioni staliniane indicando venti nazionalità da riabilitare, ma non l’italiana. A fronte di deportazioni etniche che hanno riguardato migliaia, perfino milioni d’individui, perseguitati dalla “follia criminale del comunismo” come la definisce il professor Giulio Vignoli, i 2000 italiani di Crimea sono irrilevanti.Gli italiani di Crimea – Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio (Edizioni Settimo Sigillo, euro 16) è il nuovo saggio di Vignoli e le voci dei testimoni sono raccolte da Giulia Giacchetti Boico. Fa seguito a L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea degli stessi autori, presentato nel 2008 a Palazzo Ducale.  Nell’occasione alcuni testimoni suscitarono profonda commozione per quella comunità italiana, in Crimea dal 1830 per un flusso migratorio specie dalla Puglia, comunità che poi subì tre deportazioni tra il ’42 e il ’44.  Tuttora Giulia Boico tiene corsi d’italiano gratuiti in una stanza in affitto a spese dell’associazione Cerkio (Comunità degli Emigrati nella Regione di Kerch Italiani d’Origine). Giulio Vignoli, già professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova, autore di numerosi studi sulle minoranze italiane nel mondo (i profughi istriani, giuliano e dalmati, Nizza italiana e di recente i connazionali cacciati dalla Libia) non si è mai accontentato solo di fonti scritte, cercando con viaggi personali i testimoni del tempo. Nella prefazione il giornalista Stefano Mensurati mette in risalto la sua tenacia nel rintracciare queste nostre “orme” e come però Vignoli “si sia scontrato con l’indifferenza e il fastidio dell’Italia ufficiale”. Ad inizio libro, una precisazione: l’invio – senza risposta!- del volume del 2008 (con segnalazione della data della raccomandata e della ricevuta di ritorno) a Napolitano.
Quanto al comunismo a pagina 144 un testimone, Valentino Malyscev Bruzzone di Mariupol, ricorda che dei 1500 comunisti italiani (che là si rifugiarono nel 1924 dal fascismo italiano) 1200 furono fucilati. Nel 1933 suo nonno con i tre figli maschi fu rimpatriato in Italia mentre sua madre, sposata con un russo, dovette restare. Nel 1938 suo padre fu arrestato per questi legami familiari italiani, e poi fucilato. La madre venne ricoverata in una “prigione psichiatrica”, un’invenzione del NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni che ebbe altri nomi tra cui KGB). I prigionieri vi morivano presto o i medicinali psicotropi ne rovinavano la volontà.
A proposito dell’inaugurazione della lapide in memoria delle vittime italiane, posta nel 2007 presso San Pietroburgo, Bruzzone commenta: “Dall’Italia sono venuti più di cento loro parenti. Presente anche “un politico comunista o sedicente non più tale”, Piero Fassino, a rappresentare ufficialmente la Repubblica italiana. Che spudoratezza!” Voglio concludere ricordando alcune delle efferatezze.
- L’illusione del Kolkos, la cooperativa agricola collettiva.  Per formarla negli anni Trenta i contadini benestanti furono espropriati e confinati in Siberia. Gli altri furono costretti ad iscriversi al Kolkos: una “servitù della gleba statale”. In un Kolkos modello, l’italiano “Sacco e Vanzetti”, Marco Simone (l’italiano che lo dirigeva) nel 1938 viene arrestato con altri connazionali per una denuncia falsa. Mandato in esilio, vi muore nel 1943. Per la collettivizzazione forzata delle campagne, molti italiani volevano tornare in Italia. Dalle schede del consolato di Odessa per Nicola Di Fonso (che lavorava al “Sacco e Vanzetti”) è scritto: “Le scarse compartecipazioni che riceve sono appena sufficienti per pagare le forti imposte applicategli”. Per i comunisti russi, progenitori dei nostri, “paghe basse e tasse alte” sono “Metodo”.
- La lettera come civiltà.
Il testimone Demetrio Timoskin La Rocca (o Larocco) ricorda come Antonio, zio di sua nonna,  nel 1921 a vent’anni raggiunse New York e molto tempo dopo spedì loro una lettera con 100 dollari per aiutarli. In Unione Sovietica i questionari per l’iscrizione agli studi chiedevano “hai parenti all’estero?” e chi rispondeva “sì” era sospettato e discriminato. Demetrio, che ora vive in Germania, riesce poi a sapere  dello zio Antonio, poiché l’indirizzo sulla lettera era stato abraso, su Internet, un motore di democrazia come la lettera. Osserva: “Non capisco la posizione della Repubblica italiana. In Germania tutte le persone di origine tedesca ricevono non solo la cittadinanza, ma anche il risarcimento del danno morale”.
Da noi, gli unici a muoversi finora sono stati i privati con donazioni e ricerche negli archivi anagrafici e nelle diocesi delle città italiane di origine per far riconoscere l’italianità ancora negata. E’ anche la Dante Alighieri i cui primi contatti con gli italiani di Crimea risalgono al 1993 con l’istituzione di un comitato a Kerch che ora non esiste più ma sarà presto ricostituito. A Kerch è di nuovo centro di aggregazione la Chiesa cattolica, costruita nel 1830 ma sotto il comunismo adibita a palestra.


Maria Luisa Bressani
DATA: 16.04.2013
    
MAL CHE VADA VIVA VERDI!!

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 14/04/2013
 
    L’orizzonte è basso. Siamo anni luce dagli entusiasmi per  il 150° dell’unificazione d’Italia di appena due anni fa. Si fatica a sollevare il capo da una crisi che non è solo economica, finanziaria, ma ormai deprime la psiche delle folle perché semina sfiducia. Eppure il passato fornisce tanti motivi per forare le spesse nubi incombenti e rivedere l’azzurro. Giova confrontare le difficoltà presenti con quelle, infinitamente maggiori, superate dagli italiani orgogliosi di sé, uomini liberi, capaci di ideali, nemici della retorica. Un’occhiata a quell’Italia: il 19 marzo 1863 la Camera convalidò l’elezione a deputato del  gesuita Carlo Passaglia, fautore del riconoscimento del regno  d’Italia da parte della Santa Sede. Pochi giorni dopo, ormai fuori di senno, il  primo ministro Luigi Carlo Farini aggredì re Vittorio Emanuele II con un affilato tagliacarte in pieno consiglio dei ministri per imporgli di intervenire a fianco dei polacchi insorti contro il dominio straniero: una battaglia generosa e sfortunata che costò la vita a molti volontari garibaldini. Il 1863 fu l’anno della legge Pica, che moderò la repressione del brigantaggio meridionale, sostituendo i procedimenti sommari con regolari processi; e dell’istituzione del Tiro a Segno Nazionale, palestra della “nazione armata”, terreno di convergenza tra Garibaldi e le Forze Armate, l’esercito del Re. L’Italia era un fervore di entusiasmi. Cantava. Lo aveva appreso da Giuseppe Verdi (Busseto, Parma, 10 ottobre 1813-Milano, 27 gennaio 1901). Cinquantenne, Verdi era all’apice della gloria. L’anno prima aveva  composto l’ “Inno delle Nazioni” per l’Esposizione Universale di Londra, nel quale miscelò il “Canto nazionale” di Michele Novaro (“Evviva l’Italia, l’Italia s’è desta…”) con  la “Marsigliese” e  il britannico  “Dio salvi il Re”: niente di giacobino né di mazziniano. Era un compositore regale. Del resto Verdi quel 1862-63 sedeva alla Camera. O meglio, era deputato, ma non la frequentava. A chiedergli di farsi eleggere fu Camillo Cavour in persona, che il 10 gennaio 1861 gli chiese di accettare la “cosa grave e molesta”, ma utilissima all’Italia. La sua elezione avrebbe concorso al decoro del Parlamento e al “gran partito nazionale, che vuole costituire la nazione sulle solide basi della libertà e dell’ordine”. Non solo. Avrebbe entusiasmato i “nostri immaginosi colleghi della parte meridionale, suscettibile di subire l’influenza del genio artistico assai più di noi abitatori della fredda valle del Po”.  Per ingraziarsi Verdi Torino ne mise in scena un’opera. Il massimo compositore melodrammatico italiano di tutti i tempi accettò. Il 3 febbraio 1861 fu eletto nel collegio di Borgo San Donnino, ma solo al secondo turno, in ballottaggio, con  339 voti  contro i 206 dell’avvocato Giuseppe Minghelli-Vaina su 978 aventi diritto. Non fu affatto un trionfo paragonabile allo strepitoso successo  delle sue opere precedenti (il “Nabucco” del 1842, i “Lombardi alla prima crociata” del 1843,  il “Rigoletto” e la “Traviata” del 1853…) e future (il “Don Carlos” del 1867, l’ “Aida” del 1871,  l’ “Otello” del 1887 e il “Falstaff” del 1893). Del resto Verdi si era appassionato, si, alla causa italiana, ma non alla politica politicante, alle lotte di fazione. Tre giorni dopo la dichiarazione di guerra dell’impero d’Austria al regno di Sardegna, il 29 aprile 1859,  sposò  a Colanges-sur-Salère la cantante Giuseppina Strepponi, con la quale conviveva more uxorio da molti anni, con scandalo di chi la sapeva già madre di due figli.    Ma Verdi era il paradigma della Nuova Italia, geniale e disordinata, lungimirante ma alle prese con tanti nodi ingarbugliati. Anche Verdi ne aveva uno in gola,  mai sciolto negli anni: la mortificante bocciatura al concorso per l’ingresso al Conservatorio di Milano con motivazioni staffilanti. Nel suo percorso fuse insieme l’ansia di protagonismo e  il bisogno degli italiani di darsi simboli, insegne, eroi. Chi meglio dell’autore di “Va pensiero” o del canto di morte di Violetta? Verdi, dunque, accettò l’elezione propostagli da Cavour, ma per una sola legislatura.  Dopo di lui San Donnino fu rappresentata da  Saverio Scolari, Giuseppe Piroli, Amos Ronchej.  Nel 1867 il ministro dell’Istruzione, lo offese celebrando Gioacchino Rossini  quale genio assoluto della musica. Era lo stesso Emilio Broglio che fece proprio il bislacco disegno di Alessandro Manzoni di imporre il fiorentino a tutti gli italiani e si attirò gli strali di Giosue Carducci.     Nel 1874 Verdi fece definitivamente  pace con la Nuova Italia. Vittorio Emanuele II lo nominò senatore, però non solo come “illustrazione della patria” ma anche perché pagava  oltre 13.300 lire di imposte dirette (il Senato era il freno di sicurezza per le stravaganze della “Camera bassa”: la monarchia statutaria si basava sul bicameralismo serio, non una sola Assemblea, fatuamente rivoluzionaria).  Verdi non ne fu entusiasta. Prestò giuramento un anno dopo la nomina (15 novembre 1875).  Il 19 marzo 1891 andò a visitarlo a Genova l’altro grande senatore d’Italia, Giosue Carducci, in compagnia di Annie Vivanti, sua travolgente passione lirica. I due Senatori erano fatti per intendersi. Non si dissero quasi nulla. Il massone Carducci  d’un tratto esclamò: “Io credo in Dio”. Secondo Annie,  “con la candida testa” Verdì annuì. Fu il loro testamento. Alla sua  morte il Grande Oriente mandò il labaro abbrunato benché non fosse mai stato affiliato. Era l’italiano che giorno dopo giorno aveva costruito se stesso, la patria, l’umanità. Era la Vera Italia. Universale. Da rimpiangere, quando si pensi che  (vero o leggenda) gli italiani scrivevano Viva Verdi  per dire “Vittorio Emanuele Re dì Italia”. Comunque, nel 1863 l’Italia stava molto molto peggio di ora. Ce la fece. Ce la farà, se gli italiani ci mettono del loro: a comunicare dagli “eletti” (che una volta voleva anche dire “i migliori”). 
Aldo A. Mola 
DATA: 16.04.2013
  
LETTERA APERTA AGLI ELETTORI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

La Costituzione non è una religione e noi non abbiamo bisogno di un gran sacerdote.
La nostra legge fondamentale è un patto, un’alleanza stretta tra noi appartenenti alla Nazione allo scopo di diventare cittadini, è l’intesa che abbiamo stabilito per regolare quanta della personale libertà ognuno debba sacrificare per avere in cambio sicurezza, protezione, sviluppo della comunità intera. La situazione attuale dell’Italia è sotto gli occhi di tutti, come alle orecchie di ognuno è arrivato potente il ruggito proveniente dalle urne. Folle e non altro sarebbe chi non ascoltasse, chi s’illudesse di risolvere tutto come spesso si è fatto: distraendo e confidando nel potere del tempo che passa. Stavolta gli scricchiolii non sono di assestamento, sono sinistri segnali che il patto si sta rompendo. Troppe parole inutili sono state ascoltate, troppi pessimi esempi sono stati forniti, a troppe ingiustizie ci si è dovuti piegare, troppe regole sacre sono state infrante. Non basterà ora pronunciare formule magiche e miscelare strane alchimie per saldare le crepe.
Adesso voi, voi che avete ricevuto dal popolo che ne è titolare una delega temporanea di esercizio di sovranità, voi siete chiamati ad assumervi la responsabilità di designare il campione della legge, più che il difensore l’incarnazione stessa della Costituzione, il Capo dello Stato, la personificazione della Nazione. In questo anno nuovissimo della Repubblica non scegliete un gerontocrate, non abdicate a logiche polverose e ormai pericolose, non frenate quello che è irrefrenabile. Eleggete un Presidente giovane, vigoroso, proiettato nel secolo appena nato; designate un patriota, un innamorato dell’Italia, un amante della storia, della cultura e della tradizione, ma di una tradizione che, come diceva Gustav Mahler, sia salvaguardia del fuoco, non adorazione della cenere. Soprattutto prendetelo dal popolo, aprite le porte alla vera sovranità. Questa carica non può più essere un coronamento di fine carriera, non può più rappresentare merce di scambio, non può più essere conferita a chi, per il solo fatto di essere parte del gioco, ha responsabilità per la situazione attuale. In quel palazzo deve entrare chi è innocente, chi ha dovuto subire ed è rimasto onesto, chi sa cosa vuol dire uscire dal supermercato e rigirarsi costernato lo scontrino fra le mani, chi in metropolitana, per le strade, nei negozi, nei caffè vive persone le più diverse e ha visioni più ampie di chi si rinchiude in recinti ideologici, sterili e bugiardi. E’ giunto il tempo che chi deve faccia un passo indietro, è giunto il tempo di essere coraggiosi, è giunto il tempo di un nuovo giuramento.

Paolo Bagalà, Consigliere nazionale U.M.I.
DATA: 16.04.2013
   
PERCHE’ COMBATTIAMO?

PERCHE’ COMBATTIAMO?  Durante l’ultima guerra mondiale fu stampato un opuscolo che, tronfio di retorica di regime, spiegava con la dovuta attenzione i motivi per cui l’Italia partecipava al conflitto. Suggeriva in modo dettagliato le risposte da dare a coloro i  quali, a volte per semplice acume pratico e politico, sollevavano leciti dubbi sull’andamento degli eventi bellici. Quel titolo era, e non a caso, semplice ed efficace: Perché combattiamo? Una domanda che, aldilà dei documenti storici, chiunque esponga la propria esistenza ed investa il proprio tempo per un ideale od un valore si è certamente posto almeno una volta nella vita. Di questi tempi, circondato da un declino morale oltre che economico e pratico, mi sono spesso posto questo quesito nei momenti di maggiore disagio. Chiedendomi se valeva ancora la pena stringere i denti per tenere alte le nostre bandiere, per imporsi di restare galantuomini in un mondo di cinici sciacalli, per aggrapparsi a sogni e valori lontanissimi nel tempo e ritenuti ingiustamente superati, per non allinearsi al gregge vile e muto e via discorrendo. E’ l’eterno dubbio che spesso fa capolino nel cuore degli idealisti ogni volta che annegano in un sospiro un po’ del veleno che il mondo moderno dispensa anche troppo generosamente. E quando questa domanda mi assilla mi viene in mente un ciclostile monarchico degli anni ’70 che trovai, da ragazzino, nella baita dei nonni in Piemonte. Un passo diceva “..chiunque senta l’orgoglio di far sventolare il tricolore sabaudo come fecero i nostri padri sui campi di battaglia…”. Ripenso a quelle parole, ai nostri padri, ai loro sacrifici, ai loro sogni, alle loro sofferenze, ai loro eroismi ed alle loro debolezze, alle loro speranze ed ai loro dolori. E un nodo in gola mi prende. In quel momento mi ricordo perché combattiamo. Per loro, per noi, per coloro che verranno, per un Italia ed un Europa migliori. Più umane soprattutto e meno strumentalizzate dal dio denaro. Per un futuro migliore. Al lavoro dunque, come scrisse Umberto II, ognuno al posto che la provvidenza gli ha assegnato!
Alessandro Mella – UMI Torino
DATA: 16.04.2013
  
IL COLLASSO DELLE ISTITUZIONI: IL NUOVO CAPO DELLO STATO RAPPRESENTI LA STORIA D’ITALIA

  La Consulta dei Senatori del Regno assiste con allarmata preoccupazione al collasso delle istituzioni repubblicane dello Stato d’Italia: il grigio crepuscolo del presidente della repubblica; l’evanescenza  del governo da lui voluto, presieduto dal prof. Mario Monti,  dimissionario dal 21 dicembre 2012; l’inerzia del Parlamento eletto l’ormai remoto 24-25 febbraio; l’inconcludenza del sig. Pierluigi Bersani, da tanto tempo incaricato di formare il governo e non ancora revocato; l’irrilevanza delle “riflessioni” e delle “proposte” dei  “saggi”, figure costituzionalmente inconsistenti, inventate dal presidente della repubblica quale mera dilazione della urgentissima formazione di un governo capace di risanare il Paese. Tutti i cittadini rischiano di rimanere travolti dalle macerie della repubblica.
  In presenza della crisi politica, economica, sociale e morale che attanaglia l’Italia, da noi prevista e ormai irreversibile, e mentre l’Istruzione e la Ricerca, vanto dell’età monarchica, sprofondano nel caos, la Consulta auspica che il prossimo Capo dello Stato ricordi che l’Unità si deve a Vittorio Emanuele II di Savoia.
  L’Italia  è il patrimonio ideale e morale lasciatoci in pegno da Umberto II quando il 13 giugno 1946 partì per l’estero a referendum inconcluso. Non consentiamo che esso venga dissipato da rapaci e da incompetenti occupanti delle posizioni di responsabilità di governo e dell’amministrazione, incluse banche e industrie di interesse pubblico.    
   La Consulta chiede con forza che il prossimo Capo dello Stato non sia espressione di una ideologia, di interessi di parte, di una fazione, né cupidigie straniere e di poteri non votati dai cittadini.
   Il Capo dello Stato deve rappresentare la Storia d’Italia: lo Stato unificato da Casa Savoia 1500 anni dopo il crollo dell’Impero Romano e secoli di dominio straniero.
Gli italiani hanno diritto a un Capo dello Stato nel quale riconoscersi cittadini di pieno diritto.   
Aldo A. Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Roma, 14 aprile 2013

DATA: 15.04.2013
  
MONTEVERGINE E I RAPPORTI CON CASA SAVOIA

di p. Andrea Davide Cardin

Umberto all'arrivo a MonteverginePrendendo spunto dall’anniversario della morte di Umberto II, ultimo re d’Italia, morto in una clinica di Londra il 18 marzo 1983 e sepolto nell’Abbazia benedettina di Hautecombe, vorrei parlare dei rapporti di Montevergine con Casa Savoia. Le relazioni tra il Monastero di Montevergine e casa Savoia sono molto antiche, risalgono al XIV secolo  ed ebbero inzio con Margherita di Savoia, figlia del duca Amedeo VIII che dona alla Madonna di Montevergine un dipinto su tavola come ex-voto per lo scampato pericolo nella burrasca mentre si recava a Napoli per divenire la sposa di Giovanni II D’Angiò e approda a Sorrento incolume dopo aver invocato la Madonna. Dell’avvenimento si conserva un dipinto votivo assai importante per la storia dell’arte che raffigura la Vergine con bambino che prende per mano e trae in salvo la giovane regina periclitante su un vascello con l’albero spezzato e la vela lacerata dai venti. Con l’avvento dell’abate De Cesare il legame con casa Savoia si fa sempre più stretto avendo egli portato avanti la causa di beatificazione di Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli, mentre con l’abate Ramiro Marcone i rapporti con la casa regnante diventano di amicizia e si protraranno nel tempo giungendo sino ai giorni nostri. L’abate Marcone seppe che, nel luglio 1928, il principe ereditario Umberto di Savoia avrebbe presenziato il circuito automobilistico che doveva aver luogo ad Avellino il 2 settembre di quell’anno. Si affrettò sin dal 10 luglio a rivolgergli l’invito ad accettare per quella circostanza l’ospitalità “della nostra maestosa ed artistica Badia di Loreto”. Si esprimeva il vivo desiderio che, approfitando dell’occasione, Sua Altezza si degnasse in quel giorno a scendere sulla vetta del Partenio per visitare il nostro bel Santuario Mariano ma siccome il principe aveva già assunto impegni non potè accettare di presenziare a quella gara sportiva e che avrebbe rimandato a un’altra favorevole occasione la visita al Santuario Mariano sulla vetta del Partenio. [...]
DATA: 11.04.2013
  
OKKUPARE LA CAMERA PER LA SOVRANITA’ DEI CITTADINI

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 07/04/2013
 
  Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha molti meriti (li racconteranno i suoi biografi) ma non è al di sopra delle leggi e meno che meno è al di sopra dei fatti. Ora, un fatto è certo: può definire “non sfiduciato” il governo in carica, solo ricorrendo a un trucchetto messo in serbo a fine dicembre 2012. Monti Mario si dimise il 21 dicembre (Solstizio d’Inverno) senza affrontare il voto delle Camere, ove sarebbe stato sfiduciato, eccome. Quel giorno Napolitano aveva tre scelte: mandare Monti in Parlamento per verificare se avesse o no la maggioranza; accettarne le dimissioni e iniziare subito le consultazioni per formare un governo nuovo incaricato di traghettare il Paese alle elezioni (era questa la soluzione più limpida); oppure, ed è ciò che fece, accettarne le dimissioni con riserva e sciogliere il Parlamento. Così Napolitano evitò a Monti il voto di sfiducia, perché ormai superfluo e per carità di patria. Era il 21 dicembre. Calendario alla mano, lo fece in pieno “semestre  bianco”: un dettaglio dimenticato dai costituzionalisti di Palazzo (strano che non se ricordi Ainis). Perciò, solo per finta il governo Monti può essere gabellato come “non sfiduciato! Questa è la verità dei fatti, con buona pace del Quirinale. Adesso siamo allo stallo. Prima che divenga stallatico, i deputati debbono ricordare che sono stati eletti dai cittadini per portare l’Italia fuori da una crisi che non può essere curata con un cerotto antidolorifico come ormai è il governo Monti, con tanto di ministro degli Esteri che ha sbattuto la porta in faccia a lui e al presidente della repubblica senza che nessuno abbia battuto ciglio: un caso unico da Giulio Cesare a oggi. Ai cittadini importa poco se la presidente della Camera riduce un po’ le spese. Vuol solo dire che potevano farlo i suoi predecessori: Fini Gianfranco, Casini Pierferdinando, Bertinotti Fausto e via risalendo. E che si può tagliare ancora molto molto molto.   Adesso alcuni buontemponi raccontano che anche in Olanda e in Belgio hanno tirato in lungo prima di formare un governo. Già. Sono due Monarchie. Ricchissime. Stabili. Possono fare a meno di governicchi. Ma l’Italia non è una monarchia, né un principato di Monaco. E’ una repubblica in grande affanno.  Epperò è l’Italia.  Un paese dalla grande identità e dignità. L’Italia è Roma (che non è periferia della Santa Sede, con tuto rispetto per chi ne è sovrano) perché Roma è la nostra storia. L’Italia va dal crinale alpino alla Sicilia: è l’Italia delle Cento Città; è l’immensa realtà politica e morale costata generazioni di suppliziati che la vollero Stato e di un milione di morti nelle due guerre mondiali. Va rispettata.
A questo punto al Popolo della Libertà non resta che il passo da gigante: chiedere la convocazione delle Camere. E’ lo scatto di orgoglio di cui l’Italia ha urgentissimo bisogno. Senza Camere al lavoro il Paese affonda tra tasse e gabelle. Tramite i suoi deputati gli elettori del Popolo della Libertà debbono rianimare il Parlamento. Le sinistre hanno okkupato tutto per tanto troppo tempo, dalle scuole alle fabbriche alle tasche dei cittadini, dalle presidenze delle Camere a quella della repubblica. La risposta dei moderati, dei liberali è: attivare il Parlamento. Lì ognuno dica quel che davvero vuol fare. E’ l’opposto dell’ “Aventino”, sinonimo di viltà. E’ la rivendicazione della sovranità dei cittadini. Lì ognuno prenderà le sue responsabilità: quelle che Napolitano non ha assunto in questo crepuscolo della sua presidenza. Del resto non c’era aspettarsi molto di più da chi non ha mai usato lo strumento costituzionale a sua disposizione: il “messaggio alle Camere” in alternativa a troppi obliabili discorsi “di occasione”. In questa crisi aveva (e forse ancora ha) un’altra vera carta da statista: chiamare al Colle, a colloquio pubblico e tutti insieme, non i paggetti ma i capigruppo  dei partiti che siedono in Parlamento, e chiedere loro davanti ai cittadini che càspita vogliono fare di questo Paese allo stremo. L’alternativa è il caos. Quando tra pochi mesi sui cittadini cadrà un diluvio di tasse non è detto che tutti le possano e vogliano pagare. Vale anche per la pioggia di rapine camuffate da violazioni del codice stradale, rifilate nei modi più sleali e per motivi spesso risibili. I cittadini sono stufi di essere gabellati. Milano non è famosa solo per il Duomo, ma anche perché il ministro delle finanze di Napoleone, Francesco Prina, venne ucciso a colpi di ombrello dai cittadini esasperati e memori.
Era il marzo del 1814…, quasi duecento anni orsono. Non è detto che a cospetto dei soprusi i moderati scelgano sempre il suicidio. A volte perdono la pazienza. I milanesi che assalirono Prina ebbero alla testa Federico Confalonieri, un uomo d’ordine che aveva le tasche piene di farsele svuotare da ministri che nell’opinione condivisa erano ormai solo “governo ladro”. 
Aldo A. Mola 
DATA: 07.04.2013
 
SU "STOP" ARTICOLO SULLA COMMEMORAZIONE DI RE UMBERTO II A VICOFORTE

Sul numero del settimanale STOP oggi in edicola (anno IV n. 14 - 12 Aprile 2013 - euro 1) a pagina 46 e 47 viene pubblicato un articolo a firma Antonio Parisi dal titolo “Date una giusta sepoltura ai Re d’Italia”. L’autore parte dalla commemorazione tenutasi a Vicoforte lo scorso 16 aprile, alla presenza delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia con l’U.M.I. e la Consulta dei Senatori del Regno, per analizzare la situazione dei quattro Sovrani che ancora riposano in terra straniera. Parisi ha focalizzato l’attenzione sulla precaria situazione egiziana in cui la tomba di un Sovrano Cattolico come Vittorio Emanuele III può essere esposta a rischi e della necessità di trovare una soluzione per il rimpatrio di tutte le salme.Sul numero del settimanale STOP oggi in edicola (anno IV n. 14 - 12 Aprile 2013 - euro 1) a pagina 46 e 47 viene pubblicato un articolo a firma Antonio Parisi dal titolo “Date una giusta sepoltura ai Re d’Italia”. L’autore parte dalla commemorazione tenutasi a Vicoforte lo scorso 16 aprile, alla presenza delle LL.AA.RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia con l’U.M.I. e la Consulta dei Senatori del Regno, per analizzare la situazione dei quattro Sovrani che ancora riposano in terra straniera. Parisi ha focalizzato l’attenzione sulla precaria situazione egiziana in cui la tomba di un Sovrano cattolico come Vittorio Emanuele III può essere esposta a rischi e della necessità di trovare una soluzione per il rimpatrio di tutte le salme. Nell'articolo viene proposta un'intervista al Prof. Aldo Alessandro Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno.
DATA: 05.04.2013
  
INTERVISTA AL CAPO DI CASA SAVOIA SULL’ATTUALE CRISI ITALIANA

Riproponiamo un'interessante intervista a S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, rilasciata al sito intelligonews.it

Amedeo di SavoiaIl Principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, interviene sulla crisi italiana, su questa “Repubblica dello stallo” (e non dello Stellone d’Italia). Interviene a modo suo, un po’ a gamba tesa, un po’ col fioretto. Risponde alle domande di IntelligoNews con piglio e ironia.
Altezza, come giudica questo lunghissimo lancinante, complesso, dopo elezioni. Con Bersani che non si fa da parte, Berlusconi che non molla, Napolitano che fa da regista di governi forse basati sul nulla, su Grillo ammazza-tutti e sul rischio di tornare al voto?
«Se dovessi definire questa nostra fase storico-politica la parola decadenza credo sia è la più azzeccata. Stiamo vivendo sulla nostra pelle la fine dell’impero romano».
Siamo, quindi, copie di un film antichissimo?
«Beh, potrei pure richiamarmi all’esperienza del 1922-24, con tutto ciò che ha comportato, in termini di dittatura, ma non osavo dirlo».
Grillo come Mussolini?
«Era un gioco. Ma mi dispiace tanto. Oggi il nuovo e il vecchio si stanno combattendo duramente e gli italiani non ne possono più. Renzi, ad esempio, aveva iniziato bene e ritengo rappresenti un’alternativa vera e autentica. Lui è credibile e potrebbe portare una ventata di novità, oltre che di preparazione. Mi piace la sua idea di rottamazione sobria».
E Grillo?
«Anche Grillo ha iniziato bene, alcune sue proposte sono condivisibili. Spero che il suo movimento non degeneri».
Lei si è soffermato sulla lotta tra il vecchio e nuovo. Bersani e Berlusconi incarnano l’Ancien Regime contrapposto alla presa della Bastiglia?
«Bersani e Berlusconi reiterano uno schema logoro che ingessa il quadro politico, bloccando le novità. I due dovrebbero lasciare il passo, aprirsi maggiormente, dovrebbero guardare verso l’alto, al nuovo Papa, meraviglioso esempio di rinnovamento nella tradizione».
E Napolitano, il suo ruolo sta crescendo enormemente…
«Napolitano sta colmando un vuoto, un pauroso vuoto istituzionale, altrimenti qui la crisi avrebbe raggiunto livelli terribili, coi rischi che possiamo intuire: depressione, disperazione, rabbia sociale, povertà».
I 10 saggi (una visione leggermente aristocratica) sono arrivati nel momento giusto?
«Ho condiviso la sua scelta di nominare 10 saggi, con l’obiettivo di predisporre una base programmatica, spunto bipartisan per costruire un nuovo governo condiviso, anche se penso che la cosa sia molto più difficile di quanto si possa pensare e di quanto il capo dello Stato stesso possa pensare».
Stiamo marciando verso una Repubblica presidenziale?
«Sì, è vero siamo in una Repubblica presidenziale de facto».
Altezza, lo dica con franchezza: qui è tutta una vacatio. Possiamo permetterci come il Belgio di non avere a lungo un esecutivo?
«Il Belgio ha dimostrato che se c’è una società civile coesa, se c’è un apparato statale e burocratico che funziona, si può andare avanti anche senza governo. E consideri le tremende divisioni etniche tra fiamminghi e valloni. Ma lì c’è la monarchia ad unire».
In conclusione, se siamo alla fine dell’impero romano, quali barbari arriveranno?
«I nuovi barbari che potrebbero invadere l’Italia potrebbero non essere tribù di vandali, ma barbari di altro tipo: che arrivano tramite Internet, tramite rete, figli della crisi economica».
DATA: 04.04.2013
 
UN NUOVO DIRETTORIO?

Quando la rivoluzione francese volgeva alle sue ultime fasi Paul Barras inventò una nuova forma di governo che assunse il nome di Direttorio. De facto si trattava di una commissione di 5 membri posti alla guida della martoriata ed assai divisa Francia. Il destino del potere esecutivo e dei ministri della neonata repubblica si trovarono nelle mani dei direttori. Ebbe comunque vita breve perché nell’arco di pochi anni la curiosa istituzione fu liquidata dal Bonaparte nel celeberrimo rovesciamento del 18 Brumaio. Curiosamente la storia ci pone sempre di fronte a strane somiglianze. Oggi in Italia dieci saggi devono proporre come uscire da una crisi istituzionale la cui soluzione non è certo all’orizzonte. Una crisi, occorre aggiungere, che sembra nascere anche da un sistema che, a differenza di quanto propostoci per anni, è tutt’altro che infallibile. Ma nessuno ha fatto caso che in Belgio (dove il sistema ha retto perfino di fronte ad un biennio senza un governo in carica), in Spagna, in Olanda, nel Regno Unito ed in altre nazioni queste cose sembrano non accadere? Non ci sono semestri bianchi a complicare tutto. Eppure nessuno si sognerebbe di negare a questi Paesi l'essere democrazie complete. Misteri della storia! Intanto un nuovo, un poco rinforzato nei numeri, direttorio tenta di uscire dal tunnel oscuro in cui si è cacciata l’Italia sperando che qualche mente illuminata riesca a risollevare gli animi per produrre, almeno quello, una dignitosa legge elettorale. 
Alessandro Mella - U.M.I. Torino
DATA: 03.04.2013
 
70 ANNI DI REPUBBLICA NON PROCLAMATA


Alcide De Gasperi, illegittimo capo provvisorio dello statoSe parlassimo del referendum istituzionale del ’46, la vulgata popolare ci insegnerebbe che si tratta di una delle più grandi manifestazioni di democrazia. Per la prima volta si applicava il suffragio universale, soprattutto finiva una dittatura durata un ventennio, nonché la guerra. Eppure non è un opinione, bensì un fatto, che la repubblica italiana non sia mai stata proclamata!
Quindi non c’è troppo da meravigliarsi delle vergogne della “prima repubblica”, di tangentopoli, dei finanziamenti ai partiti, o di Craxi a Tunisi; non c’è nemmeno da inorridire della “seconda repubblica” – piuttosto che la “terza”, si comincia a perdere il conto – che se nessuno se ne fosse accorto molti dei suoi protagonisti sono quelli di ieri. Non c’è poi da alterarsi per i governi passati, per i Prodi o Berlusconi, ne del presunto o meno colpo di mano “tecnico”, o da ultimo di Grillo. Davvero non bisogna stupirsene, perché la nostra amata repubblica è nata sulla menzogna! Quante volte documentari storici ci hanno riproposto il racconto della liberazione che si poteva respirare nell’aria, finita che fosse la guerra, segnata che fu la monarchia. Quante volte si è potuto ascoltare quella registrazione che, richiamando ancora nel tono un radiocronista dell’istituto luce, trionfalmente gridasse “ha vinto la Repubblica”! Non si vuole star qui a parlare di brogli, non verrà speso tempo a immergersi in diatribe fra storici (faziosi per definizione), ne a dilungarsi sulle fughe piuttosto che atti nobili dell’ultimo Re. Si vuole però, questo sì, smentire quanto testi scolastici ed insegnanti ci hanno sempre tramandato; infatti uno dei padri della Patria, oltretutto venerato dalla chiesa cattolica come “servo di Dio”, il buon Alcide De Gasperi, non fu mai ufficialmente nominato capo dello Stato! Accadde che solo tre giorni dopo la comunicazione dei risultati provvisori (!) del referendum istituzionale, ossia il 13 giugno del ’46, in barba alla legge istitutiva del referendum, il governo conferì in maniera del tutto arbitraria al suo presidente (Il De Gasperi appunto) “l’esercizio delle funzioni” di capo dello stato. Lo stesso giorno Umberto II lasciò l’Italia, che pertanto ebbe due “sovrani”: il Re e un facente funzione di capo dello stato. Giustamente molti avranno da ridire, anche perché andando banalmente sulla pagina di Wikipedia (ma andrebbe benissimo qualsiasi altro sito Web), alla voce del fondatore della DC, si può tranquillamente leggere: ” Nel 1945 fu nominato presidente del consiglio dei ministri, l’ultimo del Regno di Italia. Durante tale governo fu proclamata la Repubblica, e perciò fu anche il primo capo di governo dell’Italia repubblicana, e guidò un governo di unità nazionale, che durò fino alle elezioni del 1948″. Peccato chela notizia non risulti corretta. Questo perché il 18 giugno la Corte Suprema di Cassazione comunicò l’esito del referendum, ma -appunto- senza proclamare la Repubblica! La legge istitutiva del referendum infatti non lo prevedeva, non essendo il quorum necessario mai stato raggiunto (!); in realtà su 28.000.000 aventi diritto al voto la Repubblica ebbe 12.700.000 suffragi, che si traduce nel 42 per cento, un tantino meno rispetto alla metà… Certo poi sarebbe anche curioso parlare del fatto che l’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti negò la verifica delle schede, asserendo che “forse” erano già state distrutte (ma si sa, un attimo di distrazione nel buttare la posta inutile, la pubblicità, come volere che non capiti per sbaglio di gettare anche qualche milione di schede…). Interessante anche la dichiarazione di Massimo Caprara, che di Togliatti fu segretario, e che, testimone diretto dei fatti, scriveva di “parto difficile che va aiutato”.
Tutto questo dovrebbe far riflettere; ci si potrebbe perfino chiedere cosa sarebbe accaduto se avesse “vinto” la monarchia, ma la storia – è risaputo – non si fa con i se.
Guido Rossi
DATA: 03.04.2013
  
3 APRILE: L’U.M.I. AL COLOSSEO PER SOLIDARIETA’ AI MARÒ PRIGIONIERI IN INDIA

MARÒ: VERGOGNOSA ARRENDEVOLEZZA DI QUESTA REPUBBLICA
       L’Unione Monarchica Italiana aderisce ufficialmente al gesto simbolico promosso dal Sindaco di Roma, On. Gianni Alemanno, che mercoledì 3 aprile 2013 farà spegnere le luci del Colosseo e per la prima volta anche quelle dei Fori imperiali, del Foro romano e dei Mercati Traianei, per rinnovare la vicinanza di Roma ai due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, prigionieri in India. Essere presenti è un atto doveroso verso due italiani che con dignità e rispetto stanno subendo un’inconcepibile ingiustizia.
Invitiamo gli amici monarchici a ritrovarsi nei pressi del Colosseo verso le ore 19.30.
Alessandro Sacchi, Presidente nazionale U.M.I.
Roma, 2 aprile 2013
DATA: 02.04.2013
      
RICCARDO III : FINE DI UN MISTERO

Riccardo III       Leicester – Il corpo di Riccardo III, il Re maledetto di shakespiriana memoria, l’uomo che avrebbe dato il suo reame per un cavallo, all’occasione di una sconfitta onde preservare la sua vita dopo aver soffocato i bambini di Eduardo, irriverente verso lo zio gobbo, troverà un mausoleo degno di un sovrano e del suo prestigioso lignaggio dopo aver soggiornato a lungo sotto un parcheggio di Leicester. Ancora una volta, come nel caso della testa di Enrico IV di Francia, si deve alla prova del DNA l’identificazione di questo corpo. E questo richiederà pure una rivisitazione della storia da parte degli storici. (ARF – 06/02/2013)
DATA: 02.04.2013
  
L'INSOLITA DECISIONE DI NAPOLITANO

L'Unione Monarchica Italiana apprende con preoccupato stupore della nomina da parte del Capo dello Stato di alcune commissioni di "saggi", al fine di elaborare le riforme che tutti attendono. La Costituzione Repubblicana, rigida, anzi inflessibile nelle intenzioni dei Costituenti, si piega, in pieno semestre bianco, delegando al Presidente Poteri di indirizzo che non gli appartengono.
Alessandro Sacchi
Presidente nazionale U.M.I.
Roma, 30 marzo 2013

 
DATA: 31.03.2013
  
NIENTE RESURREZIONE SENZA PURIFICAZIONE: GRILLINI E GRULLINI

       Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 31/03/2013
 
Resurrezione è la speranza universale, il  Patto tra l’umanità (peccatrice) e il suo Redentore. La redenzione-resurrezione però richiede esame di coscienza e pentimento: passa attraverso il rito di purificazione. L’opposto di quanto fanno i “grullini” del Pd e i grillini del M5S, fermi al “tanto peggio, tanto meglio”. Qualunque governo nasca, ci vorranno tempo e  pazienza per scendere da questo  Calvario e sperare, se non nella resurrezione, almeno nella rianimazione.  Per capirlo, bisogna ricordare la radice dei guai attuali. Il punto di partenza è la Costituzione che un ben remunerato comico celebra come “la più bella”. In realtà, a differenza dello Statuto (modificabile per regio decreto o per legge ordinaria), essa è più rigida di un baccalà. Tutti si aspettano che il nuovo governo, qualunque sia, compia il grande miracolo da anni chiesto a gran voce dai più: dimezzare i parlamentari, abolire le province, restituire dignità internazionale all’Italia e sicurezza ai cittadini,  alla proprietà privata, ai risparmi… Ma per farlo…Partiamo dai primi due punti. Mentre  Zagrebelsky Gustavo e altri poetini vaneggiano di utopie movimentistiche, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province passano obbligatoriamente attraverso la modifica  degli articoli 56, 57 e 114 della Costituzione. Se poi si vuole conferire  più poteri al presidente del Consiglio bisogna mettere a soqquadro una buona metà della Carta del 1948.  Poiché la modifica di ogni articolo richiede la doppia approvazione da parte dei due terzi dei parlamentari (art. 138) con intervallo di almeno tre mesi tra la prima e la seconda lettura, anche a fare svelta questo Parlamento (questo, non un altro forse da eleggere entro due mesi o poco più), col bicameralismo perfetto imperante, ha bisogno di un annetto di tempo, mentre la repubblica è al capolinea e il Paese affonda. Tanto vale indire un referendum per abolire l’art. 139  e modificare la forma dello Stato, perché è questa che, così com’è, scricchiola.  La costituzione è il sarcofago della repubblica, che è solo una delle possibili forme dello Stato perché, come insegnò Gian Domenico Romagnosi, ogni generazione ha diritto di darsi lo Stato che vuole. Un costituzionalista  garbato come Michele  Ainis  ha ricordato l’inettitudine del parlamento sciolto e la paralisi dell’attuale, con movimenti dilaniati da scissioni latenti (i “montiani”)  o dediti all’ “onanismo democratico” (il M5S):  un  eufemismo che non ha bisogno di traduzioni in gergo corrente. E’ ormai mezzo secolo che certi  partiti, i più estinti, altri ormai esausti, lo praticano ai danni dei cittadini, in un paese che ha “perso la testa, letteralmente” (Ainis). I grilli e le cicale vanno bene sulle siepi e sugli alberi secondo le stagioni. Ma non durano. L’Italia ha invece bisogno urgente di redenzione/resurrezione. Non ha tempo da perdere in ricorrenti biennali delle utopie. La democrazia affonda perché si  chiacchiera anziché governare. Ricordiamo allora l’ottobre 1922. L’unico a tenere la testa sul collo fu Vittorio Emanuele III, che, in mancanza di alternative praticabili, affidò a Benito Mussolini  la presidenza di un governo di coalizione nazionale, con ministri capaci che lavorarono bene. Per uscire dal pantano partitocratico, venne varata la legge elettorale (detta “Acerbo” dal nome del suo relatore) che previde l’assegnazione del 66% dei seggi al partito che avesse raggiunto almeno il 25% dei voti. Fu voluta dal massimo statista liberale, Giovanni Giolitti, e venne approvata da nazionalfascisti, liberali (Einaudi, De Nicola, Croce, Olando, Salandra…) e democratici, con l’astensione dei popolari (cioè dei cattolici). A mali estremi, estremi rimedi. Alle urne si presentarono  133 liste e andarono 7.615.000 dei 12.000.000 di aventi diritto (il 64%: niente affatto spinto a manganellate, malgrado fatue leggende). Il “listone” del Partito nazionale fascista ottenne non il 25 ma il 66% dei voti e due terzi dei seggi, ma appena 227 deputati iscritti ai fasci, in buona parte all’ultimo minuto. Dunque il “fascismo” vinse con un magro 40% di  deputati veramente “suoi”; il resto glielo regalarono gli elettori, arcistufi  delle manfrine, dell’“onanismo democratico”. E’ una lezione da ricordare, perché la resurrezione, ripetiamolo, passa attraverso morte e purificazione, che non significa oblio, cancellazione della memoria, bensì, all’opposto, presa di coscienza del proprio vissuto e assunzione di responsabilità.
Aldo A. Mola 
DATA: 31.03.2013
  
QUANDO RIVARCHEREMO IL TICINO?

Carlo Alberto       Il 29 Marzo del 1848 Carlo Alberto di Savoia, Re di Sardegna, alla testa dell’Armata Sarda varcava il Ticino gettando il guanto di sfida all’Austria. La storia ci consegnò l’immagine, forse alle volte un poco ingrata, di un Sovrano indeciso e tentennante, ma fu lui a concedere il celeberrimo Statuto che ne portava il nome e, soprattutto, a passare all’azione ed avviare quella stagione luminosa rappresentata dalle patrie battaglie per l’indipendenza. L’esisto di quella guerra fu sfortunato perché  l’esercito dei nostri padri, allora ancora piemontese e non italiano, ebbe infine  la peggio. Tuttavia il merito di quell’impresa non venne meno perché fu l’inizio d’un percorso coraggioso e tale da rianimare le più nobili coscienze della penisola. Oggi, a distanza di così tanti anni, prestando la dovuta attenzione, è possibile notare qualche curioso parallelismo. Un'Italia avvilita nello spirito, soffocata nei suoi sogni e nelle sue ambizioni, umiliata dai mercati internazionali e dagli scivoloni diplomatici si dimena in una morta gora di rara memoria. Quando la società e la politica troveranno il coraggio di cambiare le cose? Quando apriranno gli occhi e capiranno che questo sistema s’è rivelato sempre più inconcludente ed incapace di arginare una crisi che non è solo politica, ma anche e soprattutto morale? I patrioti ed i cuori nobili non mancano, forse gocce nel mare di questa dilagante mediocrità, e non sono certo sordi al rinnovato “grido di dolore”. Sfortunatamente nelle istituzioni oggi manca la guida, manca la figura sopra le parti, manca un vero Padre della Patria che sia il motore di un indispensabile rinnovamento. Quando varcheremo il nuovo, ideale Ticino?
Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 29.03.2013
  
L'ITALIA CHE VORREI

L'ITALIA CHE VORREI       Farò alcune considerazioni di politica generale forse un poco impopolari ma lontane dalla partitica. Nel 2008 ebbi a dire, e molti mi contestarono tale tesi in preda ad una passione sfrenata per il bipolarismo americaneggiante, che l’ingresso di pochi partiti in parlamento non solo non era risolutivo ma non era garanzia di stabilità. Sostenni che già la legislatura successiva si sarebbe tornati alle coalizioni di più forze. Questo perché l’Italia è un paese in cui a tenere fuori dal parlamento quei movimenti che raccolgono due o tre milioni di voti si genera disagio essendo la penisola un coacervo di idee, tradizioni, pensieri e culture spesso molto diversificate tra loro e tutte meritevoli di attenzione ed espressione. Sommando le varie organizzazioni tra loro, da sinistra a destra o viceversa, si ottengono numeri che dimostrano come un corposo quantitativo di elettori italiani finisca per rischiare non essere rappresentato. Ciò contribuisce, ma non è l’unica causa è evidente, ad allontanare la gente dalla politica e, quand’è peggio, ad alimentare pericolose tentazioni di extraparlamentarismo le quali sono già vivacizzate da certi toni piuttosto rancorosi. Non è il numero di partiti il problema, non è l’età media dei parlamentari la questione, nemmeno la sigla di riferimento. Il problema è la moralità, la preparazione, la capacità, le competenze e via discorrendo dei singoli individui. Questo è al centro di tutto perché si può essere galantuomini o zotici a qualunque età, con qualunque tessera in tasca, in un grande o piccolo movimento, a destra come a sinistra e così via. Ciò che l’italiano medio deve riscoprire, fuori e dentro le aule parlamentari, sono i valori alla base di quella moralità che permette ad una comunità una serena convivenza nel reciproco rispetto. È indubbio che molti politici siano ipocriti e spesso dediti ad attività truffaldine ma è anche vero che molti altri si impegnano con anima e corpo. Sostenere che “tanto tutti sono uguali” è il primo velo dietro a cui i peggiori possono nascondersi. E d’altra parte, troviamo il coraggio di dirlo, anche questo è solo parte del problema nazionale. Gli italiani sono privi, troppo spesso, di quel senso civico basilare. Pongo un piccolo esempio. Se in un ufficio pubblico si rende necessario cambiare la maniglia di una porta ogni dieci anni a causa dell’inevitabile logoramento è un costo. Se tocca cambiarla quattro o cinque volte l’anno a causa dell’incuria con cui se ne fa uso (sfido chiunque a farlo a casa propria) è un altro. Spesso non ci accorgiamo che anche solo gettando una carta sul marciapiede noi arrechiamo un danno al paese contribuendo ad aumentare sensibilmente la spesa pubblica. Queste piccole cose, decuplicate ed anche più, quotidianamente su tutto il territorio nazionale concorrono a far lievitare la già difficile situazione. I sacchi dei rifiuti abbandonati lungo una strada vanno rimossi e questo è un ulteriore costo per lo stato. Spesa che si sarebbe risparmiata se l’incivile autore dello scarico avesse provveduto la dove previsto. Mi si può replicare che sono esempi minuti ma moltiplicateli più volte ed immaginate quale danno arrechino al benessere comune distraendo fondi e denari pubblici che, con un atteggiamento minimamente più civile, si potrebbero destinare a più importanti fini. La politica ha fallito in decenni di cattiva gestione della cosa pubblica con una vistosa accelerata nell’ultimo ventennio ma anche la popolazione dovrebbe ricordare che spesso contribuisce con un briciolo di inconsapevole masochismo che, ad esempio, ad un cittadino svizzero, parrebbe paradossale. Qualcosa che ricorda molto il gioioso personaggio televisivo Tafazzi di qualche anno fa (per chi ha buona memoria). Chiaramente non sono tutti così ma obbiettivamente la maggior parte degli italiani sottovaluta questi fattori. La rinascita materiale di questo paese e la sua sanificazione possono passare solo da una rinascita ideale e morale. Senza queste premesse continueremo, per anni ed anni, ad eleggere troppi mercanti di aria fritta nei quali i politici rispettabili si perderanno, impotenti, come gocce nel mare. Fintanto che tutti noi non ritroveremo un poco di sano amore per quella nostra Italia, che non scordiamolo è nata anche sul sangue di tanti patrioti in ogni tempo e d’ogni colore e pensiero, gli appuntamenti elettorali saranno solamente la vetrina od il palcoscenico dei peggiori farabolani ed ammaliatori. Poi potremmo dibattere da ogni lato, da ogni schieramento e discutere su come perseguire il bene comune e quel minimo di giustizia sociale di cui sentiamo la mancanza ma questo quando sapremo mettere il bene comune davanti alle miserie personali ed ai singoli egoismi. Non servono grida ne sedicenti rivoluzioni basta un poco di cuore e buon senso per tornare a sperare, a lavorare, a costruire ed anche soprattutto e finalmente a poter sognare una patria migliore. L'Italia che sta sulle rive del Piave, del Don o del Cernaia; sulle pietraie del Kossovo e dell'Amba Alagi, tra le mura ferite di Nassirya, tra la sabbia di Kandhaar e di El Alamein, tra gli arbusti verdi di Cefalonia, di Montelungo e di Solferino; nei canti gioiosi della liberazione di Alba, tra le piazze e le strade delle Quattro giornate di Napoli. Che sta tra le speranze del verde, tra il candore del bianco e tra il rosso appassionato d'un tricolore sfilacciato. L'Italia che ha ancora voglia di sognare il suo avvenire, quella fanciullina piena di ricordi che si specchia melanconica in una piccola lacrima e, malgrado tutto, vuole sorridere ancora.
Alessandro Mella - UMI Torino
DATA: 24.03.2013
  
CORDOGLIO DELLA  CONSULTA E DELL'U.M.I. PER LA MORTE DEL SENATORE MICHELE PAZIENZA

Senatore Michele Pazienza       La Consulta dei Senatori del Regno esprime profondo cordoglio per la morte del Collega Consultore avvocato Michele Pazienza (Napoli, 7 gennaio 1928- Roma, 24 marzo 2013).
    Monarchico sempre, Senatore della Repubblica, fu membro del Consiglio Nazionale del Movimento Sociale Italiano nato dalla fusione tra questo e i monarchici, accanto ad Achille Lauro, Giorgio Almirante, Gino Birindelli e Alfredo Covelli.
    Componente della Consulta dei Senatori del Regno dal 9 febbraio 1981 fu e rimane modello di rigore, equilibrio, lungimiranza.
    Ne ricorderemo sempre la parola pacata e il sorriso sereno, velato dalla malinconia di chi, pur senza speranza di esito immediato ma con profonda fede nell’Ideale, si prodigò per il ritorno della Monarchia e delle Salme dei Nostri Re: ne continueremo l’Opera con identico impegno.

    La Consulta dei Senatori del Regno partecipa al lutto della Sua Famiglia.

Torre San Giorgio, 25 marzo 2013
                          
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno
Aldo A. Mola

DATA: 24.03.2013
  
BEL PAESE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 24.03.13

Italia Belpaese di Aldo MolaMalgrado  il peggior ministro degli Esteri del sessantennio repubblicano,  l’Italia rimane il Bel Paese. Riscoprirlo in questo pur tardivo inizio  di primavera ha effetto balsamico.  Sono passati i barbari, i saraceni, le dominazioni straniere. Sta passando persino il disastroso “governo tecnico” di Monti Mario che nel “Corriere della Sera”  sponsorizzò  il  “podestà forestiero”, cioè se stesso.  Veniva poi solo da Bruxelles, ov’era stato mandato da Roma. Mentre è buio fitto  sul futuro politico e nero sull’economia si spalancano vecchi castelli e palazzi e dimore storiche. “O patria mia, vedo le mura e gli archi (…), ma la gloria non vedo” scriveva Giacomo Leopardi  due secolo orsono…. Siamo sempre lì. In assenza di gloria, contentiamoci dei monumenti, che (come dice il nome) “ammoniscono”, insegnano, educano. Il centenario della  prima legge organica su monumenti e  belle arti (1909-1913), dovuta al genio di Giovanni Giolitti (grigio solo per chi non lo capisce), fa riflettere su ciò che dura e, se ci mettiamo mano, durerà. Ogni Opera è Storia, carne e sangue di chi l’ha ideata, edificata, pagata,  difesa, restaurata. Spesso è intreccio di vicende drammatiche. La vera lezione delle Opere non sta nella loro  astratta “bellezza”, ma nei sentimenti che suscitano. Non solo in ciò che sono, ma per quanto creano. Ogni epoca ha creato, distrutto, dimenticato, recuperato, inventato. Cultura è rispetto della  pluralità: una scelta niente affatto scontata. Gli islamici radicali abbattono i Budda e i templi di Timboctù. Non scandalizziamoci troppo. Altrettanto fecero i cristiani  d’Oriente, iconoclasti  per influsso incrociato di gnostici e islamici, gli evangelici e i protestanti nel Cinquecento, i giacobini in   Francia a fine Settecento. Famelici come i seguaci di  Marat e di  Robespierre, quando irruppero in Italia i francesi di Napoleone Buonaparte fecero meno danni solo perché il loro comandante ordinò di predare anziché di distruggere.
   La Nuova Italia ebbe una storia diversa, meritevole di memoria. All’unificazione, tra il 1860 e il 1870, il giovane regno si trovò a corto di danaro. Invece di  taglieggiare i risparmi, che ancora erano pochi e andavano incoraggiati, il governo impose il corso forzoso: cioè la non convertibilità della carta moneta in metalli preziosi (oro e argento) nella quantità corrispondente al valore stampigliato. Un furto gigantesco. Non solo. I governi spogliarono gli Ordini religiosi  dei loro beni e li vendettero. Fecero cassa, come già Filippo IV il Bello re di Francia e papa Clemente VI a spese dei Templari all’inizio del Trecento. Però i liberali italiani risparmiarono cinque  monumenti davvero grandiosi: le abbazie di Cava de’ Tirreni, Montecassino, Santa Maria delle Scale, Monreale e  la Certosa di Pavia. Era il 1867. Il governo era presieduto da Urbano Rattazzi, genio dell’amministrazione. Ministro dell’Istruzione era Michele Coppino, cresciuto nel seminario di Alba, iniziato massone nella loggia “Ausonia” di Torino.  Quell’Italia si arrestò dinnanzi alla maestà della  Storia. Sapeva  quanto costino il bello, il buono e il vero: proprio come la carità, che certo può essere esercitata anche da chi non ha nulla ma è più efficace se è “ricca”(congregazioni, confraternite, ordini, amministrazioni pubbliche). Lo Stato italiano non nacque per opprimere ma per liberare. Ebbe un progetto: la cittadinanza. Poi vennero i regimi, le ideologie, il fanatismo, la prevaricazione della burocrazia sulla vita, l’ottusa pretesa di ingabbiare  la creatività in schemi, i piani regolatori concepiti come cappe di piombo sulla fantasia, come  negazione della storia dell’arte, anzi dell’arte stessa, che è continuo divenire.     
I cinque capolavori di Storia Sacra non statizzati dalla Nuova Italia sono una lezione  per i giorni attuali. Vale d’esempio l’ambone della chiesa della Badia di Cava de’ Tirreni,  mirabilmente ricomposto dal certosino Giovanni Iannelli  intorno al 1880. E’ la sintesi di tanti secoli e di diversi stili. Quando venne edificato l’Occidente era sotto assedio, assalito e devastato, come tante volte nei secoli. Malgrado tutto, esso dura: ricco, ammaliante. E’ emblema di vita eterna. L’immenso patrimonio storico conforta mentre il Paese pare sull’orlo di una crisi irreversibile. Ci dice che gli italiani possono farcela. Due secoli addietro Ugo Foscolo insegnò a cercare la speranza tra i Sepolcri. E’ l’ora di tornare alla storia, di contemplarla, per esempio, dall’alto della Sacra di San Michele, mirando la cupola e la volta di Vicoforte, dinnanzi a una delle migliaia di simboli riflettenti Opere e Giorni di chi ha forgiato questo Bel Paese: tutto da custodire. 

Aldo A. Mola
DATA: 11.03.2013
      
CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO: IL GOVERNO SCREDITA L’ONORE DELL’ITALIA

Mario Monti e i due Marò   La Consulta dei Senatori del Regno deplora il governo della Repubblica italiana, presieduto dal senatore Mario Monti, per la condotta, confusa e contraddittoria, tenuta sulla sorte dei due militari italiani imputati di omicidio in India. Dall’inizio della vicenda, il governo non ha affermato il diritto dello Stato, non ha ottenuto il sostengo dell’Unione Europea né dell’Alleanza Atlantica, né di altre Istanze internazionali efficaci. In carica per l’amministrazione ordinaria, il governo  scredita l’Onore dell’Italia. 
   Se le dichiarazioni e gli atti sinora noti del Ministro degli Affari Esteri lasciano costernati, la Consulta evidenzia che la responsabilità di ogni ministro coinvolge sempre quella del presidente del Consiglio (al quale compete semmai di chiedere la revoca del Portafoglio di chi non sia all’altezza del compito) e che le sorti dei Militari sono tutt’uno con quelle del presidente della  repubblica, capo delle Forze Armate.
   Con amara preoccupazione, la Consulta  esprime solidarietà nei confronti delle Forze Armate, vulnerate dalla mancata tutela di due suoi Uomini in missione e chiede che, salvi gli interessi dello Stato, il governo pubblichi subito i documenti su una vicenda che da un canto potrebbe gettare ombra sulla credibilità dell’Italia e dall’altro incrinare la fiducia tra chi giura di servire la Patria (a prezzo della vita, nel caso dei militari) e le Istituzioni.

 Roma, 24 marzo 2013
Aldo Alessandro Mola
Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

DATA: 24.03.2013
  
IL TRATTAMENTO DEL GOVERNO VERSO I MARÒ: VERGOGNA!

I maròVergogna!
Il Governo italiano ha calpestato ancora la dignità di tutta la Nazione riconsegnando i nostri Marò al Governo Indiano.
La maggior parte dei media (quelli sempre proni ad assecondare chi comanda) hanno tenuto a sottolineare come l’India abbia garantito che non verrà applicata la pena di morte ai nostri Marò! Ma ci rendiamo conto che, per come viene presentata la vicenda, i nostri soldati vengono dati sostanzialmente per colpevoli, ma chi lo ha stabilito?
Ma ci siamo dimenticati che i nostri soldati erano in missione internazionale per contrastare la pirateria, e che, al momento dei fatti, erano in acque internazionali e che gli indiani hanno posto in essere “artifici e raggiri” per arrestare illegittimamente i nostri Marò?
Ma che garanzie può dare una nazione che calpesta il diritto internazionale e che viola anche la convenzione di Vienna limitando la libertà del nostro ambasciatore?
Tutti i politicanti non fanno altro che richiamare e ricordare la Costituzione, ma se lo ricordano l’articolo 27 al quarto comma ove si legge “Non è ammessa la pena di morte”? Pertanto consegnare i nostri soldati ad uno stato che ammette la pena capitale, che potrebbe anche trovare applicazione in un caso come questo, vi sembra legittimo?.
Su qualche sito internet viene adombrata l’ipotesi che la decisione di riconsegnare i nostri Marò all’India sia dovuta a motivi squisitamente economici, meglio mi sento! Non c’è affare non c’è commessa internazionale che giustifichi l’abbandono dei “propri figli”, questo modo di fare è un atteggiamento tipico di degenerati come degenerata è la nostra politica.
Una parte dell’opinione pubblica su questo tema non sembra tanto sensibile, da un lato è dovuto ai media che non danno il giusto risalto a questa vicenda, dall’altro la responsabilità di ciò è dei comunisti e dei democristiani che con i loro “aventi causa” politici hanno calpestato, dal dopoguerra ad oggi, senza ritegno e con sistematica determinazione la Patria i suoi valori e i suoi simboli, diseducando tanti cittadini italiani all’amor patrio. Dal PD, infatti, è arrivata l’immancabile dichiarazione che sottolinea la correttezza della decisione di riconsegnare i nostri soldati agli indiani anche se, dicono, è stata sofferta.
Questi sono gli stessi politici nemici della Patria che ci stanno bombardando da anni con il sogno europeo, la moneta unica e altre fandonie che sono servite solo a farci rinunciare alla sovranità nazionale e alla sovranità monetaria ed a portarci a partecipare a consessi internazionali come l’Unione Europea o la Nato che da alleanza difensiva si è trasformata in un club di guerrafondai. Ma queste organizzazioni di cui facciamo parte, in nome delle quali tanti nostri soldati stanno svolgendo missioni pericolose in tante parti del mondo con altissimo senso del dovere coraggio e grande efficienza, non ci stanno fornendo nessun aiuto per tutelare i nostri Marò, che fino a prova contraria sono soldati di una Nazione dell’Unione Europea e della Nato. I nostri soldati sono solo buoni a morire e a sacrificarsi ma quando si tratta di tutelarli i nostri “alleati” sono capaci solo di voltarsi dall’altra parte.
Libertà per i nostri Marò! Fuori dall’Europa, fuori dalla Nato!  Viva l’Italia, Viva la Monarchia!
Paolo F. Rossi de Vermandois
Vicesegretario Nazionale U.M.I.

DATA: 23.03.2013
  
QUESTIONE MARÒ: UNA TESTIMONIANZA SULL'AMBASCIATORE MANCINI

L'Ambasciatore ManciniHo avuto la fortuna di lavorare per anni accanto all’attuale Ambasciatore italiano in India e di questo mi sento profondamente onorato. La sua preparazione e le sue capacità sono fuori discussione, ma quello che non tutti possono conoscere è il suo lato umano: Daniele Mancini è un Uomo, un capo nel vero senso del termine, un comandante che ha a cuore i suoi uomini e che li difende davanti a tutti. Pretende molto l’Ambasciatore, ma si può essere certi che nessuno sarà mai lasciato indietro, si può essere sicuri che chiunque sia affidato alla sua responsabilità troverà in lui l’accoglienza di un senso dell’onore granitico.
E’ questa l’unica consolazione in tutta questa triste vicenda nella quale il nostro Paese non si è risparmiata nessuna vergogna, quest’amara storia dove ha dato ripetuta prova di essere ancora la “serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”.
Questa Italia abbandona i suoi uomini, il suo popolo no!
Raccogliamo noi il nostro orgoglio e portiamo le nostre bandiere sotto l’ambasciata indiana.
Paolo Bagalà, Consigliere nazionale
DATA: 22.03.2013
  
MARÒ: VERGOGNOSA ARRENDEVOLEZZA DI QUESTA REPUBBLICA

MARÒ: VERGOGNOSA ARRENDEVOLEZZA DI QUESTA REPUBBLICASiamo rimasti basiti nell'apprendere dal viceministro Staffan de Mistura che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone siano ripartiti la scorsa notte alla volta dell'India, dopo che il Governo avrebbe ricevuto un “un documento da un autorevole organismo indiano” che ha fatto cambiare idea per l'ennesima volta sulla sorte dei due fucilieri di marina. Questo Governo, ormai agli sgoccioli dopo le consultazioni dei partiti con Napolitano, non poteva chiudere il proprio mandato in maniera più indegna e vergognosa (come se non fossero bastate le politiche economico-sociali adottate finora).
Questa repubblica, come al solito, non ha le idee chiare e ci fa incassare delle figuracce a livello internazionale, ridicolizzando l'Italia... Ma in questo caso ci vanno di mezzo le vite di due nostri ragazzi che, con alto senso di responsabilità e senza mai aver tenuto un comportamento o una dichiarazione fuori posto, hanno dato una lezione del valore di un vero militare italiano.
Consentire l'arresto di due connazionali in un paese in cui vige la pena di morte e subire l'umiliazione del trattamento serbato al nostro Ambasciatore non sarebbero state cose tollerabili da nessun altra potenza mondiale. Ma in Italia no, sebbene sia stato stabilito che l'incidente con i pescatori sia avvenuto in acque internazionali, il Governo italiano ha dimostrato tutta la sua debolezza e incapacità di fare valere i propri diritti. Vergogna!
Consideriamo che l'Italia rappresenta un'importante fonte di guadagno per il mercato indiano, sarebbe bastato discutere su questo punto, senza sfociare in eccessi.
Non ci rimane che sperare nel nuovo nebuloso Governo: avrà la forza e l'autorevolezza di gestire seriamente questa crisi per far tornare al più presto i due Marò a casa? I dubbi rimangono e i due nostri ragazzi rimangono in India.
Davide Colombo, Segretario nazionale
DATA: 22.03.2013
  
REPUBBLICA SOTTOSOPRA E “SCONSACRATA” DALLA NASCITA

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 16.03.13

Le istituzioni si stanno avvitando su se stesse, con effetti drammatici. Imperversa una crisi di Ordini e di valori dagli sbocchi imprevedibili anche per l’economia e, di conseguenza, per la vita sociale e l’armonia tra i cittadini. Il Paese assiste attonito e preoccupato. Persino il presidente Giorgio Napolitano, a lungo svettato al di sopra della mischia quale  garante per superare un turbine finanziario dai risvolti anche cupi e truculenti, da tempo è finito in trincea, costretto a inviare precisazioni ai giornali.
I due  nodi che abbuiano l’orizzonte e rendono improbabile una soluzione normale sono in primo luogo la mancata riforma della costituzione, premessa indispensabile e vincolante per qualunque nuova legge elettorale, e la carenza una “riserva strategica” di personalità da mettere in campo, in via eccezionale, alla guida di un governo “di scopo”, che attui quanto che il deludente governo Monti  non ha saputo fare. L’ impoverimento del quadro venne implicitamente ammesso ed evidenziato da Napolitano, quando, morta Levi Montalcini, annunciò che non avrebbe nominato i due senatori a vita ancora di sua competenza. Prese atto dell’assenza di cittadini illustri non vincolati a partiti ma politicamente credibili. Mancano, insomma, un cenacolo di cittadini che funga da partito dello Stato, i “templari della democrazia”, e persino  i “moschettieri del re”.
Vengono  tutti insieme al pettine i nodi  irrisolti di quasi settant’anni di una repubblica che visse al riparo della contrapposizione ideologico-militare durata dalla cortina di ferro a ieri, grazie allo scudo della Nato e poi nella falsa speranza che l’“Europa” risolvesse i suoi  guai anziché, causarcene, come ora accade.
C’è forse un vizio d’origine. Per coglierlo basta ripercorrere una vicenda apparentemente minore, o secondaria, e tuttavia emblematica, come tutto ciò che ha a che vedere con le Istituzioni: le quali vivono se dotate del tanto di sacralità sufficiente a imporre e ad esigere rispetto e adesione. E’ il caso dell’emblema dello Stato. La sua genesi mostra come la repubblica sia nata dalla sovversione e sia rimasta un sottosopra  mentre la Monarchia costituzionale, durata da Carlo Alberto a Umberto II, si fondò sulla “riserva aurea” del Senato di nomina regia e vitalizio.
Ma andiamo per ordine. Il nostro è certo un Paese paradossale. In questi giorni le Poste italiane hanno emesso un francobollo per ricordare Gabriele d’Annunzio e un altro per i cinquant’anni della morte di Paolo Paschetto (1885-19663). Chi era costui? Figlio di un pastore valdese e passato alla chiesa battista, professore di Ornato all’Istituto di Belle Arti di Roma, Paschetto è noto quale vincitore del concorso per l’emblema della Repubblica italiana. Il concorso ebbe due fasi (1946-1948), tutt’e due vinte da lui. Nella prima egli propose una specie di città turrita, con tre ondine e una stelletta in cielo. Decisamente brutto e tuttavia vincitore. Nella seconda, su incalzante suggerimento della commissione giudicatrice, si approssimò all’emblema vigente con un bozzetto in bianco e nero, approvato dalla Costituente all’ultimo minuto utile. Venne poi colorato e decretato  nell’aprile 1948 dal presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, che lo trangugiò con qualche amarezza. Come da direttive, la commissione giudicatrice e i costituenti s’accordarono  su un punto: l’emblema poteva contenere, come contiene, di tutto, stellone, o pentalfa, iscritto su cinque raggi di una ruota troppo dentata, cartigli e rami di quercia e di olivo (quest’ultimo, osservò la Consulta araldica, evoca la…pace eterna), ma non doveva contemplare in alcun modo una croce. Desacralizzato, l’emblema della repubblica precorse insomma il Trattato di Lisbona,  che ignora le radici cristiane dell’Unione Europea a vantaggio di non meglio definite “eredità culturali, religiose e umanistiche”.
 Ma chi era il Paschetto due volte vincitore del misterioso concorso? Aveva una lunga  esperienza come disegnatore, incisore, xilografo, pittore, bozzettista tuttofare: aveva disegnato le vetrate del Ministero della Pubblica Istruzione di Viale Trastevere e quelle del Tempio Valdese di Roma, ex libris e pubblicità commerciali.  Fu anche autore dei bozzetti di vari francobolli: quelli di Vittorio Emanuele III e per la conquista della Libia. La corona turrita, che orna la testa dell’Italia in uno dei suoi francobolli più famosi di  età monarchica, nel 1947 venne capovolta e divenne la  città cinta di mura, chiusa in se stessa o… una   “tinozza”, come venne sprezzantemente liquidato quel suo primo bozzetto vincitore. Paschetto fu anche autore della tessera del Partito repubblicano italiano e, da giovane, di una incisione che Benito Mussolini usò nel suo Hus il veridico, libretto ferocemente anticattolico del 1912.  Ma come mai vinse proprio lui?  Della Commissione che  consigliò e premiò Paschetto faceva parte Duilio Cambellotti, molto apprezzato “a sinistra” nel 1945-48. Era  lo stesso che aveva istoriato l’esaltazione di Benito Mussolini nel Palazzo della Prefettura di Ragusa, ma ora godeva della piena fiducia dei comunisti Umberto Terracini e Palmiro Togliatti. Suo tramite le sinistre appiopparono all’Italia un emblema che però, a differenza dello scudo sabaudo (Bianca Croce di Savoia…) è improponibile nel tricolore.    
Dunque, i filatelici ora  possono collezionare un francobollo celebrativo di Paolo  Paschetto. Niente francobollo, invece, per Umberto II, quarto re d’Italia, capo dello Stato, né, del resto, per Vittorio Emanuele III che fu re per 46 anni: neppure per lui né un francobollo, né una commemorazione ufficiale. 
Certo è significativo che né il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, né altre istituzioni abbiano sentito il dovere di ricordare Umberto II nel trentennale della morte (Ginevra, 18 marzo 1983). Anche i quotidiani nazionali hanno finto di non sapere, di non ricordare, di non vedere. Così ci ha pensato la provincia di Cuneo, presieduta da Gianna Gancia, che ha un alto senso dello Stato (“onore e fedeltà”) e si è raccolta attorno ai Principi Amedeo, Duca di Aosta, e Aimone, Duca delle Puglie,  e alla Principessa Maria Gabriella di Savoia, che incarnano la continuità della Casa secondo le sue regole millenarie. E’ un segnale: i cittadini prendono l’iniziativa dove lo Stato è assente. Ma prima o poi quegli stessi cittadini si domanderanno a  chi allora versare i tributi  per far funzionare la macchina amministrativa e la società. Il governo centrale è quanto meno latitante, assente, in ritardo…, tantoché la provincia di Cuneo ha deciso di citarlo in giudizio per clamorose inadempienze.
Malgrado la primavera imminente, tira davvero una brutta aria.
Aldo A. Mola
DATA: 11.03.2013
  
POLVERE DI STELLE

Doveva succedere ed è successo (forse un po' troppo presto): qualche lupo è uscito dal branco e si è trasformato in cagnolino da salotto pronto ad afferrare il biscottino generosamente lanciatogli. E si può anche capire... sono belli gli stucchi e i velluti, tanto belli che pare proprio un peccato poterne godere solo per due mandati. Ora che si respira questo buon profumo di potere, forse conviene guardarsi un po' intorno, visto anche che qui sono tutti così carini con i "grillini", li chiamano, li vogliono. Conviene forse anche spegnere un attimo quella telecamerina, che quella lucina rossa disturba un po' e non permette di concentrarsi bene. Dopo magari si potrà dire che si è votato il meno peggio, che si è fatta trionfare la lotta alla mafia sull'illegalità, tanto con questa cosa si sono sciacquati la bocca in tanti, e ha sempre funzionato! Magari nessuno si accorgerà che è stata eletta la seconda carica dello Stato, il vice Presidente della Repubblica, non si farà  caso al fatto che sia stato conferito al PD il potere di decidere l'agenda di tutto il Parlamento, il potere cioè di scegliere tutto quello che si discute o non si discute alla Camera e al Senato, la facoltà, in altre parole, di accantonare qualsiasi provvedimento non risulti gradito. No, non se ne accorgeranno... si farà un tale baccano con la libertà  di coscienza e si alzerà un gran polverone con la mancanza di democrazia nel M5S, che nessuno ci farà  caso. E mentre tutti discuteranno, piano piano le telecamere passeranno di moda, e gli ex-lupi neo-volpini avranno acquistata la loro certificazione di maturità e affidabilità, pronti a sganciarsi dai volgari moti di popolo per assumersi adeguatamente la grande (e sicuramente ben remunerata!) responsabilità di eleggere un Capo dello Stato che sia nel solco profondo della continuità stantia e polverosa.
Paolo Bagalà, Consigliere nazionale U.M.I.
DATA: 18.03.2013
 
XXX ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI RE UMBERTO II

Trentennale scomparsa Umberto II
Trentennale scomparsa Umberto II
DATA: 18.03.2013
  
LA GIOIA DELL’U.M.I. PER L’ELEZIONE DI PAPA FRANCESCO

Papa Francesco
Il mondo ha focalizzato l’attenzione sui lavori del Conclave e si è letteralmente fermato nell’attesa del sacro rito dell’Habemus Papam. Il Vaticano è una Monarchia elettiva, l’ultima Monarchia assoluta presente nel mondo occidentale, e come tale è già intrinseca di un fascino regale. L’aspetto spirituale la ammanta ancora di più di una particolarità che rende l’elezione di un Pontefice un qualcosa di unico. Constatiamo con piacere la popolarità che la millenaria Istituzione ha dimostrato ancora in questi giorni e ci uniamo all’unanime coro benaugurale nei confronti di S.S. il Papa Francesco.
DATA: 15.03.2013
  
RITROVATA LA LAPIDE DELLA SORELLA MINORE DELLA BELLA ROSINA


Vittorio Emanuele II e la Bella rosinaIl Borgo di Mirafiori ha identificato nel suo piccolo cimitero di corso Unione Sovietica 650 la tomba della sorella minore e meno fortunata della «Bella Rosina». Si chiamava Adelaide, ma la salutavano come «Donna Adele». Perché, anche se nata priva di titoli nobiliari, era diventata cognata di Re Vittorio Emanuele II. Il sovrano aveva sposato sua sorella Rosa Vercellana, che aveva nominato Contessa di Mirafiori e Fontana Fredda. Ma Adele aveva dovuto accontentarsi di quello che era: la discendente di una vecchia famiglia di Moncalvo d’Asti, più ricca di ambizioni che di risorse. Ebbe l’onore di diventare madrina di Vittoria, la primogenita di Rosina e del Re, ma la vita non le riservò molto di più. Nata a Chambéry il 18 aprile 1831, morì a 64 anni, a Torino, il 25 marzo 1895. Sposò il primo amore, Giacomo Vasario, che la lasciò giovane vedova. Passò a nuove nozze con un impiegato delle ferrovie, Filiberto Bovio. Aveva dieci anni più di lei: era nato a Nizza Monferrato il 13 maggio 1821. Fece qualche carriera. Da addetto alle biglietterie di una stazioncina nei pressi di Genova divenne ingegnere e si avviò alla pensione con il grado di ispettore. Fu nominato Commendatore dell’Ordine Mauriziano e «Governatore onorario del Real Castello di Moncalieri». Visse da onesto, piccolo borghese, come la moglie. Videro le luci del trono, ne colsero forse qualche vantaggio, senza approfittarne. Come massima gioia ebbero un figlio. Lo chiamarono Carlo Filiberto. Morì a 10 anni, il 9 marzo 1855. Lo seppellirono nella tomba di famiglia dei Vercellana, al Cimitero Generale. Qui lo seguì prima il padre, il 27 marzo 1891 e poi la madre, quattro anni dopo.
Ma era a Mirafiori che avevano vissuto i più bei momenti della loro vita. Era il feudo di famiglia, che Rosina aveva in vario modo beneficato. Qui lei stessa riposava dal 1888, in quel piccolo Pantheon costruito in strada del Castello, copia in miniatura di quello di Roma, che nel 1878 aveva accolto le spoglie di Vittorio Emanuele II. Così i familiari decisero che anche Adele, Filiberto e il loro piccolo qui trovassero nuova sepoltura. Scelsero un angolo del cimitero che il Borgo aveva costruito a proprie spese nel 1876, a pochi passi dal torrente Sangone. Il 9 gennaio 1901 le tre salme furono riunite sotto un fazzoletto di terra, segnato da una bianca lapide di marmo. Qui li ha rintracciati Aldo Ratto, pensionato di Mirafiori, innamorato della storia del borgo. La lapide, divorata da un secolo d’intemperie, era illeggibile. Ma è stata ripulita. Un altro pensionato, Andrea Taverna, restaurerà le lettere dell’epigrafe. Con loro collabora Maurizio Trombotto, presidente della Circoscrizione 10. «Questo cimitero - dice - è memoria storica da tutelare. Le sepolture in terra non sono più concesse da trent’anni. Ma finché si conserveranno le tombe di famiglia non potrà mai essere smantellato». All’interno si presenta come un lindo salotto della memoria. Anche se i graffitari hanno lordato il muro esterno e le prostitute hanno ricavato giacigli notturni sul retro. «C’è altro» nota Trombotto. Indica i palazzi privati costruiti a pochi passi dal cimitero. Le loro facciate di cristallo danno luce ad uffici con affaccio sulle tombe. «Mi chiedo scandalizzato - dice Trombotto - come il Comune abbia potuto permettere una cosa del genere». Accadde il 30 novembre 1990. Quel giorno fu rilasciata dal Municipio la concessione edilizia numero 1136. Recava la firma del socialista Domenico Mercurio, assessore all’edilizia, nella giunta guidata dal sindaco liberale Valerio Zanone. 
DATA: 12.03.2013
  
UMBERTO II, L’ ITALIA INNANZI TUTTO TRENT’ANNI DOPO, A VICOFORTE

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 3.03.13

Umberto IIL’ “Italia innanzi tutto” fu il motto di Umberto II di Savoia (Racconigi, 15 settembre 1904- Ginevra, 18 marzo 1983): un monito di viva attualità.  Il Paese attraversa tempi difficili, ma ne ha veduti di peggiori. Ce l’ha fatta e ce la farà, se saprà superare divisioni artificiose e recuperare lo spirito del Risorgimento. Con quegli ideali due generazioni di patrioti tra il 1820 e il 1870 fondarono l’Unità d’Italia. Altre due generazioni portarono a Vittorio Veneto e alla Ricostruzione. Di padre in figlio. Tra errori e riscosse, peccati ed espiazioni. Questo è l’insegnamento che viene da Umberto II, quarto e, per ora, ultimo re d’Italia.  La sua figura sintetizza la tragica grandezza  della Nuova Italia: un’Idea che si è fatta storia e che resiste nelle tempeste.
   Unico maschio dei cinque figli di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro, Umberto venne educato da futuro Re d’Italia: studi giuridici, politici, storici, letterari e soprattutto il severo “mestiere delle armi”. Appena maggiorenne all’avvento del governo Mussolini (che inizialmente fu di unione nazionale, non un “regime”), da ufficiale nel novembre 1922 giurò fedeltà al padre, Capo delle Forze Armate. Estraneo agli affari politici ma non alla vita del Paese,  al rovesciamento del Duce e alla proclamazione dell’armistizio era comandante delle Armate Sud. Pur con molti dubbi, il 9 settembre 1943 seguì il Re da Roma a Brindisi. Ispezionò il fronte della  guerra  di liberazione in missioni rischiose che gli meritarono plausi e decorazioni degli avari anglo-americani. Con effetto dalla liberazione di Roma (5 giugno 1944) Vittorio Emanuele III gli trasferì tutti i poteri della Corona, “nessuno escluso”. Da Luogotenente del Regno, Umberto operò per la liberazione e la ricostruzione e, malgrado velenosi attacchi giornalistici, si guadagnò la stima di ex nemici e di molti politici pur prevenuti nei confronti della monarchia.
Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdicò e partì per Alessandria d’Egitto. Quarto Re d’Italia, Umberto II percorse febbrilmente il paese, soprattutto l’ “Alta Italia”, riscuotendo ampia simpatia. Il 2-3 giugno 1946 i cittadini si pronunciarono  sulla  forma dello Stato ed elessero l’Assemblea costituente. Pochi giorni prima del voto, il re annunciò da Genova che, se la monarchia fosse prevalsa, la costituzione sarebbe stata  proposta a referendum: prova d’appello per la forma dello Stato.
  Su circa 28.000.000 di cittadini idonei al voto, al referendum quasi quattro milioni non poterono votare: interdetti per motivi politici, ancora prigionieri di guerra (finita dal 2 maggio 1945) o “non rintracciati”.  Come previsto dalla legge istitutiva del referendum, il 10 giugno 1946 la  Corte Suprema di Cassazione comunicò che la repubblica aveva ottenuto circa 12.700.000  voti; la monarchia 10.700.000. Le schede bianche erano 1.500.000.  Però mancavano ancora i dati di molte sezioni.  A norma di legge, la Corte si riservò di pronunciarsi in via definitiva  il 18. Ma la notte fra il 12 e il 13 giugno, con gesto rivoluzionario,  il governo conferì le funzioni di capo dello Stato al presidente del consiglio, Alcide De Gasperi, che accettò. Fu un colpo di stato.  Per non provocare la guerra civile l’indomani Umberto II lasciò Roma in aereo alla volta del Portogallo, ove sin dal 5 aveva mandato la regina e i quattro figli. Partì senza riconoscere la repubblica, che del resto ancora non c’era (“nacque” solo il 19 giugno). Sciolse chi l’aveva pronunciato dal giuramento verso la monarchia ma non alla Patria. La sua partenza rese superflua la verifica delle schede (nulle, annullate, non attribuite, manipolate).  Il 18 giugno i dati veri del referendum erano ancora in confusione totale. La repubblica prevalse con un magro 42% del corpo elettorale: nacque minoritaria. Umberto partì Re e tale rimase sino alla morte. Dall’1 gennaio 1948 la Costituzione vietò l’ingresso e il soggiorno in Italia agli “ex  Re d’Italia, alle loro consorti” e ai loro discendenti maschi. Vittorio Emanuele III morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto, ove è sepolto. Umberto II visse esule trentasette anni, apprezzato da Capi di Stato e dai Pontefici per saggezza e sapienza. Agli italiani mandò sempre messaggi di pacificazione, attualissimi scanditi da: “Italia innanzi tutto”.  La repubblica non gli concesse di rientrare in Patria neppure per spirarvi: una crudeltà e una macchia indelebile. Riposa accanto alla regina Maria José ad Altacomba, in Savoia, meta di pellegrinaggi sempre più ra