U.M.I. - Unione Monarchica Italiana
ROMA, ARCHIVIO DI STATO:
MOSTRA "LA  MACCHINA  DELLO  STATO"
di Domenico Giglio

"La Macchina dello Stato". Questo il  titolo  di  una  interessantissima  mostra  tenutasi  a  Roma, nei  locali  dell’Archivio  Centrale  dello  Stato, per  il  centocinquantesimo  anniversario  della  proclamazione  del  Regno  d’ Italia  e  che  riguardava  leggi,  uomini  e  strutture  che  hanno  fatto  l’Italia. La  Mostra,  ormai  chiusa,  non  ha  probabilmente avuto  il  successo  di  pubblico  che  meritava (nonostante  la  visita  fosse  gratuita ),  forse  anche  per  l’ubicazione  all’EUR,  ma  essendo  stato  pubblicato  un  catalogo  con  lo  stesso  titolo,  edito  da  Electa,  ricchissimo  di  dati,  di  fotografie,  di  tavole  e  tabelle,  di  documenti,  è  sperabile  che  lo  stesso  possa  acquistarsi  in  qualche  libreria  specializzata,  dato  che  una  recensione  approfondita  non  appare  possibile  per  il  numero  e  l’ampiezza  dei  temi  e  la  personalità  degli  autori  dei  vari  capitoli,  tutti  di  un  estremo  interesse  per  testo  e  documentazione.  Basti  pensare  alla  sua  strutturazione   da  Il  primo  quarantennio” dello  Stato  unitario,  periodo  sul  quale  ci  soffermeremo  successivamente,  a  Da  Giolitti  al  primo  dopoguerra“,  al  Fascismo“,  in cui  sono  state  messe  in  luce  sia  le  realizzazioni  positive  in  tutti  i  settori  -dalle opere pubbliche, all’architettura, all’istruzione, al lavoro e dopolavoro-  sia  l’apparato  poliziesco  e  repressivo  e  le  discriminazioni  razziali  -a  dimostrazione  che  non  si  possono  cancellare  venti  anni  di  storia,  fermo  restando  il  giudizio  che  dello  stesso  periodo  ciascuno  può  liberamente  dare  proprio  in  virtù  di  tutti  i  dati  e  gli  elementi  esposti-,  per  chiudere  con  il  breve  periodo  Verso la Repubblica” dal  25  luglio  1943  alla  promulgazione  della  attuale  Costituzione,  il  cui  originale  faceva  bella  mostra  di sé all’inizio  della  esposizione,  unitamente  a  quello dello  Statuto  elargito  da  Carlo  Alberto  al  Regno  di  Sardegna  e  divenuto  successivamente  la  carta  costituzionale  del  Regno  d’Italia,  fino  al  1946.

Questi  periodi,  suddivisi  in brevi  capitoli  riguardanti  i  singoli  problemi,  sono  stati  preceduti  da  alcuni  saggi: fra questi ne citiamo ad esempio uno, intitolato  La  Pubblica  Amministrazione  italiana  da  Cavour  a  Giolitti“,  di  Giuseppe  Galasso,  estremamente  completo  ed  obiettivo,  dove  fra  l’altro  -in  sottile  polemica  con  chi  contesta  l’abrogazione  di  leggi  e  regolamenti  degli  stati  preunitari-  rileva  che  negli  anni  napoleonici,  in  cui “...quasi  tutta  l’Italia era  stata  o  annessa   all’impero  francese  o  unita  al  Regno  d’Italia, o aveva  continuato  a  far  parte  del  regno   di  Napoli …con il  fratello  Giuseppe  e  poi ..con  Gioacchino  Murat…, alla  stessa  erano  stati  imposti  la  legislazione  napoleonica,  -con  il  Code  Napoleon in  testa– e  ordinamenti  politici  ed  amministrativi... e  grandi provvedimenti, quali la  secolarizzazione  dei  beni  ecclesiastici…, riforme  che  non  svanirono… nel  1815,  con  la  restaurazione... e  ad esse  si  aggiunse  il  grande  patrimonio  costituito  dalle  esperienze  amministrative  e  militari  fatte  nei  quadri  dell’Italia  napoleonica…”, per cui “lo  stato  italiano  non  sorgeva  su  una  base  di  totale.  estraneità  e  diversità  delle sue  parti..”,  afferma,  dopo  un’ampia  disanima  delle  vicende  risorgimentali,  che  “…è  sorprendente  che  nelle  storie  politiche  ed  anche  istituzionali  del  paese  non  sia  stato  abbastanza  colto  questo... risalto  della  monarchia  come  punto  di  riferimento  nella  vita  politica  nazionale  e  come  suo  strategico  e  impreteribile  snodo  istituzionale...”,  concludendo  con  un  riferimento  alla  Pubblica  Amministrazione,  al  suo  ruolo  di  modernizzazione  e  di  dinamismo  di  una  società  che,  nella  massima  parte  della  penisola,  appariva … nel  1861  più  legata  a  equilibri  e  logiche  di  antica  tradizione  che  a  pressanti  istanze  di  movimento  e  di  trasformazione…, basti  pensare  alla  parte   avuta  dallo  stato  italiano … nella  dotazione  di  infrastrutture  moderne,  a  cominciare  dalle  ferrovie  e  della  pubblica  istruzione, oppure  dalla  grande  opera  di  amalgama  nazionale  svolta  dallo  stesso  Stato  con  le  sue  forze  armate, scuola  della  nazione,  come  furono  definite e  questo  grazie  a  quella  leva  obbligatoria  tanto  criticata  dai  nostalgici  borbonici, che forse  preferivano  che  si  spendessero  i  ducati  per  pagare  i  reggimenti  mercenari  svizzeri o  bavaresi.
Un  altro  saggio  I  prodromi  dell’Unità“, di  Romano  Ugolini,  è  egualmente  interessante  perché  dedica ampio  spazio  ad  uno  dei  dimenticati  del  Risorgimento, insieme  con  Carlo  Alberto,  e  cioè  a  Massimo  d’Azeglio,  al  quale  attribuisce  il  grande  merito  di  aver  saputo  indirizzare  il  giovane  Sovrano,  Vittorio  Emanuele II,  sulla  strada  del  costituzionalismo e  di  avere  aperto  le  porte  del  Piemonte  all’esulato  nazionale,  senza  guardare  troppo  alla  fede  politica  di  appartenenza.  Non  solo: a  quell’esulato  non  offrì  unicamente  un  libero  asilo,  ma  cercò, …di  inserire  le  personalità  più  illustri  e  preparate  nelle  strutture  dello  stato,  conferendo  da  un  lato  stipendi,  ma  guadagnando …l’apporto  di  una  cultura  umanistica  e  scientifica  il  cui  innesto  nei  gangli  vitali  della  vita  piemontese  poteva  già  far  parlare  di  un  vero  e  proprio  laboratorio  nazionale“;  di  questo  particolarmente  si  giovò  Cavour,  per  cui  nel  1859  allo  scoppio  del  conflitto,  nessuno  dei  principali  collaboratori  di  Cavour  era  piemontese. Parliamo  di  Farini, Minghetti, Mamiani, Gualterio, Massari e La Farina..” e  Gabrio Casati.
Venendo  a  Il  primo  quarantennio“,  dopo  un  breve  accenno  allo  sviluppo  degli  uffici  postali  passati  dai  2220  del  1862  ai  2799  del  1873, incrementati  particolarmente  nelle  regioni  meridionali  le  più  carenti  al  momento  dell’ unificazione“,  si  passa  alle  Misure  dell’Unità  d’Italia  con  la  scelta  del  sistema  metrico  decimale che,  già effettuata  dal  Regno  di  Sardegna, dallo  Stato  Pontificio  e  dal  Ducato  di  Modena  rispettivamente  nel  1845,  1848 e  1849,  fu  estesa  prima  alla  Lombardia  ed  alle  altre   regioni  con  legge  28  luglio  1861, “fatta  eccezione  per  le  province  napoletane  e  siciliane, che  avrebbero  beneficiato  di  una  dilazione  per  l’effettiva   entrata  in  vigore  del  sistema  fino  al  primo  gennaio  1863”.  Le  tavole di ragguaglio ufficiali  furono  pubblicate  e  distribuite  successivamente  e  sono  alla  base  dell’unico  sistema  metrologico,  potente  fattore  di  unificazione  del  paese  dal  punto  di  vista  economico,  tecnico-amministrativo  e  culturale per  cui  il  Regno  d’Italia  poté  partecipare ed  aderire  a  pieno  titolo  alla  Conferenza  Internazionale  del  Metro,  tenutasi  a  Parigi  il 20  maggio  1875.
Di  non  minore  importanza  ed  urgenza  era  l’unificazione  Monetaria in  quanto  nei  territori  che  formavano nel  1861  il  Regno  d’Italia  circolavano  263  diverse  monete  metalliche….  per  cui  l’intralcio  agli  scambi  commerciali  era  enorme  e  si  sommava  a  quello  prodotto  dai  dazi  doganali..”:  alla  vigilia  dell’unità  esistevano  ben  nove  banche  di  emissione  che  dopo  l’unità  furono  concentrate  in  una  unica  banca  nazionale,  anche  se  “…accanto  ad  essa  restarono  in  vita  le  due  banche  toscane  e  i  due  banchi  meridionali“ fino  al 1894,  quando  quelle  toscane  e  la  banca 
romana  si  fusero  per  dare  vita  alla  Banca  d’Italia”,  mentre  sopravvissero “…i  due  banchi  meridionali…come banche  di  emissione  fino  al  1926…”.
 E “L’ unificazione  legislativa  ed  amministrativa del  Regno?  Bisogna  attendere il  1865,  data  la  delicatezza  del  problema con  riferimento  alle  legislazioni  degli  stati  preunitari, e  precisamente  il 20  marzo  per  la  pubblicazione  della  legge  relativa  (la legge n.2248),  anche  se  per  la  Corte  dei  Conti  e  per  la  Cassa  Depositi  e  Prestiti,  fondata  nel  Regno  di  Sardegna  nel  1840,  vi  erano   state  delle  leggi  precedenti  nel  1862  e  1863,  data   l’ urgenza  di  poter  disporre  di  queste  istituzioni,  ancora  oggi  vive,  vitali  e  fondamentali  per  il  controllo  delle  spese  e per  lo  sviluppo  economico.
In  tutta  questa  vicenda  volta a  costruire  uno  stato  moderno,  almeno  per  l’epoca,  si  inseriscono  alcuni  fenomeni  che  frenano  lo  sviluppo,  distolgono  energie  e  fondi: parliamo, ad esempio, de “Il  brigantaggio”,  al   quale  è  pure  dedicata  una  sezione  della  Mostra,  che,  per  essere  debellato,  richiese  una  legislazione  speciale (Legge 1409  del  1863),  la quale  prese  nome  dal  deputato  abruzzese  Pica  e  rimase  in  vigore  fino  al  1865,  quando  il  fenomeno  -che  era  storicamente  endemico  nel  meridione  d’ Italia  ed  al  quale  si  erano  aggiunti,  dopo  l’unità,  elementi  di  legittimismo  borbonico  e  di  rivolta  rurale-  fu  finalmente  debellato.
Quanto  alla educazione scolastica, dopo la fondamentale  legge  Casati, abbiamo  La  scuola  di  Coppino“, con  la  legge 3961  del  1877  che    “...una  risposta  più  forte  alla  problematica  dell’alfabetizzazione  del  paese… rafforzando  “...l’autorità  dello  Stato  sulla  scuola,  facendo  della  istruzione  elementare  gratuita,  obbligatoria  e  laica  uno  dei  suoi  fondamenti...”,  riuscendo  a  portare  già  alla  fine  dell’anno  scolastico  1886-1887  la  sua  applicazione  in  8178  comuni  su  8267 e  riducendo  l’analfabetismo  dal  78%  del  1861  al  56%  del  1900.  Nel  campo  della  istruzione  pubblica  è  da considerare pure  “...il  ruolo  importante   delle  scuole  reggimentali  nella   riduzione  dell’analfabetismo  tra  i  coscritti...”,  a  conferma  anche  da  questo  punto  di  vista  della  opportunità  della  leva  obbligatoria.
Ed  il  territorio  di  questa  Italia unita? Ecco  il grande lavoro  Dai  catasti  preunitari  al  catasto  italiano“:  erano  22  i catasti   degli  stati  preunitari,  di  cui  8  di  tipo  geometrico-particellare  ed  i  restanti  di  tipo   descrittivo,  che  dovettero  fatalmente  ancora  sopravvivere per  diversi  anni  prima  di  poter  essere  unificati  nel  tipo  geometrico-particellare  con  la  legge  del  1 marzo  1886 n.3682,  legge  Messedaglia,  la quale  produsse  circa  trecentomila  fogli  di  mappa  ed  i  corrispondenti  registri  catastali,  opera  colossale  terminata  nel  1956, per  la  quale  dal  1934  fu  di  aiuto  la  aerofotogrammetria.
Questa  conoscenza  del  territorio, “Conoscere  per  Amministrare“,  fu  una   esigenza  sentita  dal  nuovo  stato  e  questa  idea  trovò  “...il   suo  punto  di forza  nella  creazione,  già  nel  1861, di  una  divisione  di  Statistica  generale  presso  il  Ministero  dell’Agricoltura,  Industria  e  Commercio (R.D. 9  ottobre  1861 n.294)”,  grazie  alla  quale “nel  primo  decennio  postunitario, nonostante  le  difficoltà  burocratiche, legislative  e  l’ inesperienza  degli  uomini  e  delle  cose, come  spiegherà  Maestri (primo  direttore,  medico  ed  uomo  del  Risorgimento), furono  svolte  indagini  di  fondamentale  rilevanza”, dai  censimenti ai  bilanci  di  comuni  e  province,  delle  casse  di  risparmio, delle  società  commerciali  ed  industriali, alle  statistiche  delle  società  di  mutuo  soccorso (1862), che  in   pochi  anni   fecero  guadagnare  all’Italia il  riconoscimento  internazionale.  Già  nel  1867  fu  infatti  prescelta  per  ospitare, in  Firenze, la  sesta  sessione  del  Congresso  internazionale  della statistica“. Non  dimentichiamo  la  inchiesta  Jacini sulle  condizioni  dell’agricoltura e l’impostazione  di  un’altra  opera  fondamentale  per  la  conoscenza  approfondita  del  territorio, e cioè  la  compilazione  della  Carta  Geologica  della   Stato, in  quanto  all’epoca  della  unificazione  si  poteva  disporre  solo  di  carte  parziali, anche  se  preziose, realizzate –soprattutto  per  la  Toscana,  l’Emilia, il  Piemonte  e  la  Lombardia-  da  distinti  geologi  che  avevano  operato  isolatamente  nei  diversi  stati…”, mentre  esistevano  vistose  lacune  per  l’Italia  centrale  e  meridionale.  E  a  questo  si  aggiunga  l’ istituzione  del  Servizio  Meteorologico,  per  cui   anche  in  questo  settore  il  giovane  Stato  italiano  entrava a  far  parte  di  organismi  internazionali  ed  a  partecipare  a  congressi,  quale  quello  di  Vienna  del   1873,  dove  il  nostro  fisico  Giovanni  Cantoni  fu  eletto  membro  del  Comitato  permanente.  Negli  anni  dal  1880  si  imposta  anche  il  lavoro  sui  corsi  d’acqua  realizzato, tra l’altro, per introdurre  in agricoltura moderni  sistemi  di irrigazione, particolarmente  opportuno  in  un  paese  soggetto  a  periodiche  alluvioni.  Sempre  dopo  il  1880  si  pongono  le  basi  di  quello  che  oggi  chiamiamo  stato  sociale“, da un lato regolando  il  preesistente  sistema  delle  società  di  mutuo  soccorso,  esistenti  da  decenni particolarmente  nel  Piemonte  Sabaudo e  che  nel  1894  avevano  raggiunto  il  numero  di  6722, dall’altro per quanto riguarda la  legislazione  a  favore  dei  lavoratori,  partendo  dal  1859  con  la  legge n.3755  sulla  sicurezza  dei  lavoratori  delle  miniere,  proseguendo  nel  1873  con  la  legge  n.1733  sul   divieto  dell’impiego  dei  fanciulli  nelle  professioni  girovaghe,  nel  1881  con  la  legge  n.134  sulla  Cassa  pensioni  per  impiegati  statali,  nel  1886  con  la  legge  n.3657  sul  divieto  del  lavoro  dei  fanciulli negli  opifici  e  nelle  miniere,  e  arrivando  alla  legge  17  marzo  1898  n.80  sulla  assicurazione  obbligatoria  degli  infortuni  sul  lavoro  nella  industria -con  contributi  a  carico  dei  datori  di  lavoro- ed  alla  successiva  legge  del  17  luglio  1898 n.350, creatrice  della  Cassa  di  previdenza  per   gli  operai,  con  la  quale  si  introdusse  il  principio  dell’ assicurazione  sussidiata  di  invalidità  e  vecchiaia,  firmate  dal  Re  Umberto  I   del  quale,  così  scrisse  Giolitti  nelle  sue  memorie, “non  notai  in  Lui  prevenzioni  di  sorta  contro  una  politica  liberale  e  democratica. Egli  intendeva  con  alto  senso  di  responsabilità  la  sua  funzione  e  si  informava  moltissimo  delle  cose  dello  Stato,  interessandosi  di  tutto…”.
Questo  il  quadro  complessivo,  anche  se  forzatamente  incompleto, dell’enorme  lavoro  svolto  in  tutti   i  settori  della  vita  nazionale  nel  primo  quarantennio  dello  stato  unitario, i  più  complessi  e  difficili  data  la  disparità  dei  punti  di  partenza  e  le  manovre  e  le  azioni  poste  in  atto  dagli  avversari  della  Unità, nonché  da  quelle  frange  mazziniane  che  non  sopportavano  il  raggiungimento  della  unità  ottenuto con  -e grazie alla-  Monarchia  dei  Savoia,  lavoro che  consentì  le  ulteriori  conquiste  politiche,  economiche e  sociali  del  periodo  giolittiano,  con  il  pieno  consenso  del  giovane  Re  Vittorio Emanuele  III,  che  ebbe  il  suo  culmine  nelle  celebrazioni  del  cinquantenario  del  Regno  nel  1911  e  nel  successivo  completamento  dell’ unità  nel  1918.
La  domanda  conclusiva  è:  tutto  questo  lavoro  sarebbe  stato  possibile  con  una diversa  articolazione  dello  Stato“? Noi  crediamo, in  opposizione  con  chi  diceva  noi  credevamo“, che  lo  Stato  doveva  essere necessariamente  centralizzato, in modo  da  utilizzare  al  meglio  tutte  le  energie, le competenze, le  conoscenze  che  altrimenti  si  sarebbero  disperse, provenienti  da  tutte  le  regioni e  le  province,  smentendo  nei  nomi  e  nei  fatti  la  volgare  accusa  di  piemontesizzazione“,  dal  momento  che  le  regioni  meridionali  dettero  un  contributo  fondamentale  di  uomini,  come  può  vedersi  in  un’altra  iniziativa  -presa  nell’ambito della  Pubblica  Amministrazione  sempre  nell’anno del  centocinquantenario-  e  cioè  la  raccolta  dei  profili  di   150  amministratori  che dalla  nascita  del  Regno  hanno  onorato  l’Italia  e  le  cui  figure  dovrebbero  essere  conosciute  a  memoria  ed  a  monito  nel  grigiore  dell’ età  presente.

Domenico  Giglio
 
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