Sergio Boschiero
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I funerali del Re
 

 

UMBERTO II
di Sergio Boschiero

Il mio primo incontro con il Re fu molto formale, a Montepellier, nel 1953. Facevo parte di una delegazione dell’U.M.I. di Vicenza, partita in pullman, e si andava a rendere omaggio alla Regina Elena scomparsa l’anno precedente. Avevo 17 anni e, dando la mano al Sovrano, lui mi fece delle domande riguardo la mia provenienza e la mia famiglia. Mi diede del Tu. A lui devo tanto, probabilmente la mia vita avrebbe preso un’altra strada se non fosse stato per il Suo diretto interessamento. Nel 1960 organizzai a Vicenza una manifestazione del Fronte Monarchico Giovanile. Presenti le LL.AA.RR. la Duchessa madre Irene d’Aosta e il figlio Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta. La manifestazione ottenne un tale successo che l’allora Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, il quale accompagnava i Duchi, ne parlò in toni entusiastici a Sua Maestà. Fu proprio per volere di Umberto II che mi venne proposto di trasferirmi a Roma per guidare il Fronte, così avvenne, e da allora ho dedicato la mia vita alla Causa monarchica.

Dopo il mio trasferimento a Roma i contatti con il Re divennero molto frequenti. Non passava settimana senza che ci sentissimo, anche tre o quattro volte. Per motivi dell’Associazione il Re mi convocava spesso a Cascais o all’Hotel Splendid di Nizza, era interessatissimo alle nostre attività e l’UMI gli permetteva di avere un contatto ancora più diretto con gli italiani ai quali era legatissimo. Oltre agli aspetti istituzionali ho potuto apprezzare alcuni lati molto umani del Re che credo sia giusto ricordare, con qualche aneddoto del quale sono stato testimone diretto, dopo le ricostruzioni storiche alle quali abbiamo avuto il piacere di assistere poc’anzi.

Il Re amava così tanto gli italiani che nel 1968, a margine di uno dei numerosi incontri che il Sovrano teneva a Cap Ferrat o a Beaulieu sur Mer per concedere udienza ai monarchici che gli volevano rendere omaggio, un ragazzo del Fronte, con toni educati ma animosi e coloriti, si lamentò con me del fatto che i comunisti di Genova avevano creato dei problemi per l’affissione dei manifesti monarchici nel capoluogo ligure. Il Re, che non gradiva sentir parlare male di nessuno, lo interruppe dicendo “sono italiani anche loro”. Ovviamente questa Sua espressione ci gelò e rimanemmo in silenzio, capendo la lezione di alto senso della Patria che il Re aveva dimostrato.

Il Sovrano apriva la porta di Villa Italia a tutti gli italiani che giungevano in Portogallo, spesso proprio con l’obiettivo di rendere omaggio all’amato Re. Non ha mai fatto distinzione di provenienza geografica o appartenenza sociale: Umberto II accoglieva tutti, sempre con il sorriso sulle labbra e con la gioia di potere avere testimonianze dirette dell’Italia. Una particolarità del Sovrano era che con l’umiltà e la semplicità che lo caratterizzavano, riusciva a mettere tutti a proprio agio. Mi è capitato di assistere ad una scena che ha dell’incredibile ma che dimostra la grandezza del Re Umberto II. Mi trovavo a Cascais per una delle mie abituali udienze con il Sovrano e una coppia di sposi di mezza età, che si trovava di passaggio per il Portogallo, aveva bussato al portone di Villa Italia per vedere se fosse possibile rendere omaggio al Sovrano. Il Re fece di più e li invitò ad unirsi a cena con noi, lì a Villa Italia. Eravamo in quattro al tavolo, più il cameriere. Si potrebbe fare il raffronto oggi nell’andare a cena con un qualsiasi politico… sarebbe ben più complicato! La grandezza del Sovrano si manifestava in queste piccole cose. La cena procedette nel migliore dei modi fino a quando, in concomitanza con un ottimo secondo di pesce, il cameriere portò anche quattro coppette lavadita con uno spicchio di limone in ognuna. L’uomo, con semplicità, prese la coppetta e la portò alla bocca, bevendone l’acqua. La moglie, visibilmente impacciata per l’augusto commensale e timorosa di fare qualcosa di azzardato, imitò il marito. Il Re rimase attonito per un momento, era più che comprensibile la difficoltà di azione in una simile circostanza ma, per evitare di creare disagio ai propri ospiti e di metterli in imbarazzo, prese a sua volta la coppetta lavadita e l’avvicinò simbolicamente alla bocca. Ovviamente non bevve ma con un semplice gesto ha fatto rientrare con maestria una situazione così particolare.

Purtroppo, quando le condizioni di salute peggiorarono (e siamo all’inizio degli anni ’80) la situazione cambiò notevolmente ma il Re mantenne sempre questo suo modo di fare che metteva a proprio agio l’interlocutore, anche se sconosciuto fino a qualche istante prima.

Mi trovavo con il Sovrano in un caratteristico locale di Cascais con un gruppo di italiani e stavamo aspettando che ci servissero la cena. Il Re sorrideva ma lo vedevo già stanco e affaticato. Gli italiani stapparono una bottiglia di Porto in omaggio al Sovrano e il Re, non potendo rifiutare, per evidenti ragioni di salute centellinava il vino, appoggiando il bicchiere alle labbra. Mi accorsi però che, con estrema nonchalance, abbassava la mano che teneva il bicchiere e faceva cadere piccole quantità del vino in un vaso con una pianta adiacente al tavolo. Nessuno degli altri convitati se ne accorse ma la cosa mi turbò particolarmente. Sarebbe morto di lì ad un anno.

Infatti, nel 1983, con il Re già ricoverato presso la London Clinic, capimmo che il tempo non sarebbe stato abbastanza ed era necessario tentare il tutto per consentire al Re di morire nella nostra Italia. Da Roma mi mossi con tutti i contatti possibili e puntai direttamente ai Palazzi del Potere. Volli tentare di aprire, per l’ultima volta, un canale diretto con tutti i partiti nella speranza che si compisse il miracolo. Incontrai per primo Pietro Longo dei Social-democratici che si è dichiarato addirittura monarchico e mi dette la massima disponibilità per far tornare il Sovrano morente in Italia. L’onorevole Costamagna, democristiano già presidente dell’U.M.I., organizzò un incontro tra l’On. Adolfo Sarti (altro democristiano monarchico) e Cossiga per discutere della questione. Il futuro presidente della repubblica ci fece chiedere se il Re sarebbe stato disposto a riconoscere la repubblica e, assieme a Falcone Lucifero, optammo per lasciare cadere il canale. Incontrai più volte Oscar Mammì del Partito Repubblicano il quale si definiva favorevole al ritorno dei Savoia ma ribadiva orgogliosamente la propria appartenenza ideologica.

Importanti furono gli incontri con Bettino Craxi e con Giorgio Napolitano. Craxi mi ricevette nel giro di poche ore, fu estremamente cortese e mi chiese quale fossero concretamente gli altri ostacoli oltre allo scoglio costituzionale. Io gli risposi che nessuno si metteva d’accordo sul modo di procedere e che Pertini richiedeva di essere chiamato “Presidente” dal Re. Craxi esclamò perentorio: “Ah, questi vecchi!”. Me ne andai con la promessa che avrebbe riunito la giunta del Partito socialista per discutere.

Tramite Costamagna, Napolitano mi diede appuntamento presso la sede del gruppo parlamentare del partito Comunista Italiano. Ancora mi ricordo il suo vestito in grigio fumo di Londra, era un uomo poco loquace ma mi faceva un sacco di domande. Nel corso del colloquio mi ha contestato il fatto, da me portato come esempio, che a Napoli il PCI aveva firmato un ordine del giorno del consiglio comunale per il ritorno dei Savoia viventi e delle salme, con le firme di tutti i consiglieri tranne due. Mi congedai promettendogli che gli avrei fatto arrivare il documento. Incontrai anche Zanone del Partito Liberale Italiano, Marco Pannella e Giorgio Almirante che - da amici quali erano - spalancavano ogni porta. Arrivai persino al Quirinale, dove ebbi un appuntamento con il giornalista Antonio Ghirelli, Capo Ufficio Stampa della presidenza della repubblica. L’ex direttore del “Corriere dello Sport” si dimostrò estremamente disponibile e mi chiese di fargli pervenire la documentazione sulla questione Umberto, che lui avrebbe fatto personalmente vedere al presidente Pertini. Dopo tutti questi colloqui, dei quali informavo prontamente il Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, che sembravano lasciar trasparire una tiepida disponibilità da parte della politica, il problema di cambiare la costituzione rimaneva un qualcosa di complesso che richiedeva il suo tempo. Venne fissata una seduta del parlamento per discutere dell’abrogazione delle norme transitorie finali della costituzione ma, nel pieno della notte, ne venne richiesto un rinvio. Io tornai a Londra per vedere il Re e relazionarlo personalmente riguardo i miei colloqui. Trovai un Sovrano provato e indebolito. Il nostro ultimo colloquio fu stringato ma essenziale. Lui era sdraiato su quel letto della London Clinic e mi disse: “Sergio, eccomi qui…” e aprì a fatica le braccia, quasi a simboleggiare quell’abbraccio che mai ci siamo dati nonostante i ventidue anni di stretta collaborazione. Lo informai sui colloqui avuti con i politici, sul fatto che ci fosse una mobilitazione dell’opinione pubblica a favore del suo rientro e che erano imminenti le riunioni del parlamento per la modifica costituzionale. Ovviamente dimostrò interesse per quanto espressogli ma alla fine mi chiese: “Secondo te ci saranno i Carabinieri?” La cosa mi colpì perché il Sovrano, nella sua estrema lucidità, nonostante quello che sembrava profilarsi uno sblocco della questione dell’esilio, dimostrava il desiderio di avere una presenza istituzionale come quella dell’Arma ai Suoi funerali. Mi congedai e non lo rividi più. Morì pochi giorni dopo a Ginevra. Il Parlamento non si riunì ovviamente più per risolvere la barbarie dell’esilio imposto all’ultimo Re.

I funerali ad Altacomba furono l’ultimo immenso bagno di folla riservato al Re. Gli italiani che tanto amore avevano ricevuto dal Sovrano, lo hanno ricambiato attraversando le alpi, sfidando la pioggia e venendo a testimoniare il loro affetto. Io stavo con i monarchici fuori e dentro l’abbazia. Quando mi è toccato rendere omaggio al feretro del Sovrano, facendo l’ultimo inchino, mi sono reso conto che un’era andava concludendosi. Mi sento un privilegiato nell’avere avuto a che fare direttamente con Umberto II e ricordarlo a trent’anni di distanza è stato un gesto non solo importante ma doveroso da parte nostra, considerando che la sua luminosa figura di Sovrano e di Italiano, tutt’ora sepolto all’estero, ancora attende la giustizia della Storia e dell’Italia.

Sergio Boschiero

 

IL 150° DELLA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D'ITALIA (2011)
di Sergio Boschiero


Lo scorso 17 Marzo ho avuto l'onore di assistere nel Pantheon allo storico omaggio che Giorgio Napolitano ha voluto rendere al suo primo predecessore come Capo dello Stato: Vittorio Emanuele II, Re d'Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione. E' stata la prima volta in 65 anni che un presidente della repubblica abbia reso omaggio al Padre della Patria.
Con questo gesto il Principio della continuità della storia è stato riproposto in una cerimonia militare, solenne ed austera nello stesso tempo, quale non si ricordava dai tempi della Monarchia regnante.
Ho provato una grande emozione e, per qualche istante, sono stato colpito da un improvviso nodo alla gola.
Ho pensato alla fine di ogni interdizione storica, di ogni demonizzazione del nostro passato, nonché all'ostracismo delle salme dei nostri Re e delle nostre Regine che, trovando la giusta collocazione del Pantheon, sancirebbero l'attesa pacificazione nazionale nel segno di una nuova e imperitura fratellanza fra gli italiani di ogni tendenza politica.
Ho letto sui giornali di oggi della calda accoglienza tributata dai tremila deputati della Confindustria a Napolitano. Nel ricordo della contrarietà espressa della signora Emma Marcegaglia alla festa nazionale del 17 marzo, ho a mia volta idealmente rivolto un applauso all'assemblea riparatrice della Confindustria della quale la Marcegaglia è presidente.
La Monarchia sabauda ha regnato in Italia per 85 anni, ha creato una Nazione unita, libera e indipendente, ha guidato il nostro popolo nella modernità, ha vinto la battaglia contro l'analfabetismo, ha collocato l'Italia fra le prime dieci potenze industriali del mondo, ha contribuito alla pacificazione nazionale quando il Re Umberto II, pur contestando i risultati del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sciolse i militari dal giuramento di fedeltà alla Sua persona, evitando così una nuova guerra civile.
La Monarchia consegnò all'Italia divenuta repubblica il codice civile e penale del Regno, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, l'ordinamento giudiziario, il sistema bicamerale, lo Statuto Albertino, il Corpo diplomatico, l'Arma dei Carabinieri (Corazzieri inclusi), la Bandiera
Tricolore seppur depurata dello Stemma Sabaudo, l'Inno di Mameli (il più diffuso e popolare fra gli inni risorgimentali), la fascia azzurro-Savoia degli Ufficiali, la maglia dello stesso colore dei giocatori della nazionale, il nastro azzurro delle Bandiere dei Reggimenti che, prima ancora dell'Italia unita, si erano battuti con onore per difendere i confini degli Stati sabaudi: da Nizza alla Savoia, dalle cime dell'Assietta al lago di Bourget.
Casa Savoia dette all'Europa cristiana un condottiero di fama mondiale: il Principe Eugenio di Savoia- Soisson, che sconfisse i turchi a Zenda e Balgrado. La dinastia sabauda partecipò alle Crociate, alla battaglia di Lepanto, alla spedizione in Crimea che consentì al Piemonte di Cavour e
di Vittorio Emanuele II di porre all'ordine del giorno dell'Europa il problema dell'unità d'Italia.
Casa Savoia, anche nei secoli precedenti, vantava un corpo diplomatico fra i più efficienti e prestigiosi, un esercito motivato e fedele nel quale il tradimento era pressoché sconosciuto.
La lingua italiana divenne lingua ufficiale dello Stato regnando il Duca Emanuele Filiberto che portò a Torino la capitale e la Sacra Sindone.
Il Re Carlo Alberto adottò il tricolore come bandiera nazionale, concesse lo Statuto, riconobbe i diritti civili e religiosi agli ebrei e ai valdesi e sfidò l'Impero austro ungarico arrivando a coronare l'obiettivo unitario vaticinato dai patrioti e dai martiri dal Risorgimento.
Il Risorgimento è stata l'impresa più grande vinta dal popolo italiano dalla caduta dell'Impero romano.
In soli 22 anni, dal 1848 (prima guerra d'indipendenza) al 1870 (Roma Capitale) l'Italia raggiunse il 90% dell'unità territoriale, unità che fu completata il 4 novembre 1918 con la liberazione di Trento, di Trieste, dell'Istria e della Dalmazia.
Una parte del mondo politico ha avuto a che dire sulla festa del 17 marzo; sono apparsi nelle librerie e nelle edicole giornali e pubblicazioni antirisorgimentali ed ha fatto sentire la sua presenza un revisionismo apologetico del brigantaggio.
A Catania sono stati intitolati due vagoni della ferrovia etnea ai briganti, e il brigantaggio, questa volta da destra, viene generosamente ridefinito “brigantaggio sociale”.
Nel beneventano,  un paese allora terra di briganti, ha chiesto al Quirinale e al governo la qualifica di “Città martire”, mentre nel Vulture si esalta sistematicamente il Capo dei briganti Carmine Crocco (62 omicidi più 13 tentati omicidi).
Ma il popolo italiano ha risposto il 17 marzo schierandosi con il tricolore della nazione italiana.
Centinaia di migliaia di persone per le strade, un vero e proprio pellegrinaggio all'Altare della Patria, illuminato con luci verdi, bianche e rosse.
Anche il primo maggio la folla dei giovani in piazza San Giovanni a Roma ha intonato ripetutamente l'Inno di Mameli ed il “Va pensiero”. La congiura separatista è stata stoppata e il popolo ha scelto l'Italia. Onore e gloria al Tricolore d'Italia.
Viva l'Italia Unita!

Sergio Boschiero

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